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La prima volta ….2 cazzi

Ci risiamo, con i primi caldi, torna la voglia di bagni e tuffi, di fresco, di qualche situazione di refrigerio, visto che il mare è lontano, le alternative sono : la piscina …. ma troppo caos …. Il fiume ….. pericoloso …. o il lago …. decisamente abbordabile.

Armati di telo mare costume e bottiglia di acqua ghiacciata, ci incamminiamo sulla riva del lago che abbiamo scelto. Siccome la voglia è di libertà, cerchiamo un posto poco frequentato, e dopo un quarto d’ora di cammino, arriviamo nel luogo perfetto, una radura con erba bassa e schiacciata, segno che è usata sovente, un ingresso in acqua comodo, e piante tutte in torno.

Ci spogliamo completamente di vestiti ed inibizioni, e in un attimo siamo dentro a sguazzare come i bambini nella piscinetta.

Tempo 10 minuti, dalla vegetazione, sbucano tre ragazzi, dalla presunta eta di 25 / 30 anni. Porca miseria, penso, ci hanno invaso il nostro piccolo paradiso terrestre, menomale che hanno avuto l’ intelligenza di star al limite della radura, ovvero una decina di metri.

I tre, fan finta di niente, ma danno delle belle occhiate alla 4° di seno che sballonzola tra i giochi d’ acqua.

Al momento di uscire, Robi mi guarda preoccupata, per il fatto di esser completamente nuda, io la tranquillizzo, non credo ci sian pericoli.

Mentre ci avviamo agli asciugamani, vedo i ragazzi darsi gomitate, facendo finta di esser indifferenti, e parlottando tra loro. Dopo aver confabulato un po’, capisco questa agitazione, eran indecisi sul togliere i costumi o no, chiaramente da sfacciati, si tolgon tutto.

Vedo subito Robi, inforcare gli occhialoni da sole, e far la finta tonta, guardando di traverso i tre cazzi di giovane età, svettare all’ aria.

Poi decide di mettersi la crema solare, insistendo con estenuante lentezza, sul seno bello turgido, fin dove riesce, e poi chiede il mio aiuto, ma son sicuro che se avesse domandato ai ragazzi …. si sarebbe trovata con sei mani ovunque.

Parto dalla schiena, e comincio a schizzare liquido solare, come se fosse una sborrata gigante, poi con movimenti lenti forse fin che mai esasperanti, la spalmo ovunque, soprattutto sul lato del seno, che solitamente resta bianco.

Robi se ne accorge, di tutto questo esagerare, e mi redarguisce con un “ piantala di far il cretino, non vedi i ragazzi che mi divorano con gli occhi, e son lì col cazzo duro in mano …. ”

In effetti, è vero, i ragazzi … son impegnati a non farsi vedere … tutti rigidi ….

Ricomincio con la crema solare, partendo dalle caviglie, salendo con lunghe spalmate verso il culo, e interno coscia, e qui esce la maiala che è in lei … invece di trovar da ridire … allarga le cosce ogni volta che arriva la mano all’ incrocio ….

Dopo queste spalmate … vedo due dei tre ragazzi, alzarsi con il cazzo completamente in tiro, … buttarsi in acqua, forse per evitare spiacevoli figure, solo uno tiene duro, l’ unico di carnagione scura, tipo marocchino o tunisino, lui resta lì imperterrito col cazzo duro in mano … e proprio a dirla tutta un gran cazzo.

Dopo un attimo, Robi si gira a pancia in su, e vedo che si infila il perizoma, alzandosi in piedi, dicendomi che con il caldo, a furia di bere, deve far la pipi….

Ok rispondo reazione naturale, e la vedo infilarsi nella vegetazione.

Io son coricato, e curo i ragazzi in acqua, che si stanno schizzando tra di loro, poi mi giro a guardare il magrebbino e ….. cazzo è sparito.

Immediatamente mi alzo, e seguo il sentiero che ha preso Robi, facendo attenzione a non essere scoperto. Dopo pochi metri, vedo il ragazzo nascosto dietro una pianta, intento a farsi una sega, guardando la mia piccola, che qualche metro più avanti, è accucciata, con la fica in bella vista, dato il perizoma scostato, che sta facendo pipi, tanta pipi, che non finisce mai ….

Arrivo alle spalle del ragazzo, che non mi ha sentito, e gli sussurro all’ orecchio …. ” Ti piace è …. ” Lui si spaventa, si allontana da me per paura e smette di toccarsi

“ Si, mi piace da morire, non ho mai visto un seno così grosso, restare bello alto, e soprattutto così dal vivo”
Mi shitta la scimmia e dico … “ Ti piacerebbe toccarlo …..” ….. “ Non so cosa pagherei per poterlo fare “ e così dicendo, ricomincia a smanacciare il grosso cazzo scuro.

Nel frattempo, lei ha finalmente finito, e cercando di ricomporsi, ci viene in contro, non capendo la situazione, composta da me, con il cazzo duro, che parlo con un ragazzo nudo, anche lui con il suo affarone tra le mani, intento a menarselo

La fermo e le dico “ Amore, guarda il povero ragazzo, come è conciato per colpa tua, fai qualcosa per farlo rilassare “
Lei mi guarda stranita, poi guarda il cazzone del ragazzo, i suoi occhi, spalancati per poter vedere meglio le tette.

“ E cosa devo fare …. ” Dice lei, sapendo già cosa poteva fare …. ” Più che una sega …..”

A queste parole, il movimento della mano , del ragazzo aumenta di ritmo … e gli occhi brillano

Robi si inginocchia sull’ erba, trovandosi faccia / cazzo con il marocchino, allunga una mano, prende in mano il bastone di carne, e comincia un su e giù da professionista, passando la manina sul glande, per poi scendere al sacchetto dei coglioni, gonfio da esplodere, e risalire alla punta.

Io, per non esser da meno, le metto nell’ altra mano il mio, forse meno grosso del ragazzo, ma con altrettanta voglia di esplodere.
Il suo movimento di mani è perfetto, sale e scende alternatamente sui due cazzi rigidi, pensando che quella era la prima volta con due cazzi a disposizione. Dopo un po’ decide di baciare in punta di labbra, la cappella scura, facendo tremare il ragazzo, per poi spostarsi sul mio … infilandolo in bocca per metà.

La cosa si protrae per circa 5 minuti, quando, il ragazzo si fa intraprendente, e chiede se può toccarle le tette, …. un attimo di silenzio …. E poi lei si spinge in avanti, verso il ragazzo.

Che da ragazzo, si era trasformato in polpo, sembrava che le mani si fossero decuplicate, la maiala si sentiva mani ovunque, le tette non si vedevano più …. Scomparse sotto le manone del giovane, che si agitava sempre più, sudava e ansimava.

In mezzo a tutto questo trambusto, la porca non ha mai mollato le prese ai cazzi, anzi aumentava il ritmo, sperando che tutto finisse prima possibile. Ed infatti, ad un certo momento, percepi il trmare del giovane, e fece giusto in tempo a retrocedere quel tanto che basta, per non farsi sborrare in faccia.

Uno, due, tre schizzi enormi, seguiti da altri meno grossi, ma belli densi, coprirono quasi completamente il seno sinistro di Robi, io eccitato come non mai, prendo in mano il mio cazzo e lo punto diritto sul seno destro, e lo schizzo tutto abbondantemente di sborra più spessa di quella del ragazzo.

Che scena, la mia maiala, con tutte le tette colanti sborra, inginocchiata difronte a due cazzi semirigidi, sgocciolanti ….. mmmm che spettacolo

Siccome siamo tutti e tre nudi, a parte il perizoma di Robi, chiaramente umido all’ altezza della fica, non ci resta che incamminarci verso il lago, per poter calmare i bollenti spiriti, e darci una sciaccuata.

Giunti in spiaggia, troviamo gli altri due, finalmente mosci, che ci guardano stupiti, soprattutto lei … con tutto il davanti appiccicato.

Risata generale e bagno. Mentre ero in acqua, vicino a lei, le chiedo se le è piaciuto maneggiare due cazzi contemporaneamente.
Lei facendo si con la testa, si avvicina all’ orecchio sussurrandomi …. ” A te è piaciuto, vedermi con un altro cazzo in mano , che mi sborrava, ….. pensa se lo avessi infilato dentro, lungo e grosso com’è …. ”

Non so che espressione potessi avere, ma lei guardandomi …” Sei il solito porco …” e io nella mia mente penso ….. senti chi parla.

.

I sogni di Krissy

Aveva sempre avuto un unico, secondo lei, bellissimo sogno; quello di sgambettare in televisione. Quello di mostrare il culo alle telecamere, di farsi vedere abbracciata al calciatore, al ricco imprenditore o al manager di successo. Non aveva studiato, non è che fosse particolarmente vispa né intelligente. Era ambiziosa, questo glielo riconosco. Un’oca giuliva fuori e una ragazzina piena di debolezze, frustrazioni e dubbi dentro. Questa era Cristina, quando la conobbi. A sapere che sarebbe finita così male sarei stato

meno gentile con lei.

Ma lasciatemi raccontare di come andarono le cose. Atto I: una maialina sulle scale

Piangeva. La prima volta che la vidi piangeva. Era seduta sulla gradinata del palazzo in cui lavoravo ed era vestita come…come…si può essere schietti e sinceri, vero? Mica vi scandalizzate? Ecco, allora, era vestita come una buona mignotta. Minigonna, calze a rete, giacchino strizzato in vita come un tubetto di dentifricio quasi finito, capelli pettinati all’ultima moda (ultima, penultima o terzultima per me fa lo stesso…non seguo le mode) e trucco gradevole ma tutt’altro che leggero.

Lì per lì ho pensato di avere a che fare con una troietta come tante. Beh, a conti fatti la prima impressione era quella giusta. Ma non a tutte le troiette mi affeziono, sapete? Per questo ripensare a quel momento mi fa un po’ male.

“Ciao. Qualcosa non va?” le chiesi, pensando fra me e me a quanto dovesse sembrare stupida quella domanda. Se uno piange, per forza c’è qualcosa che non va.

O no? “No” mi fa lei “Tutto a posto”
“Perché piangi, allora?”

“Ma nulla…mi hanno solo scartata”

“Ah” esclamai. In quel palazzo si tenevano le prove per un programma televisivo che sarebbe andato in onda da lì a due mesi. Lo sapevo da qualche giorno. Il genere del programma ve lo potete immaginare. Quando si fanno le selezioni per scegliere una quarantina di volenterose ragazzine con poco cervellino e gambe lunghe, c’è un unico genere di programma che si può mettere in piedi.

Un programma da cerebrolesi.

“Ti è andata male, eh?” chiesi. “Sì, come sempre”

“Beh, avrai la tua occasione” “Sul serio?”

“Sì, sei una bella ragazza”

“Sì, sono una bella ragazza di ventiquattro anni!”

Disse quel numero come se confessasse un crimine dei più atroci. Ventiquattro anni. Io ne ho trentuno e mi sento ancora un ragazzino, lei ne aveva quasi dieci meno di me e si comportava come se la sua vita dovesse terminare entro l’anno.

In effetti quante veline, letterine e stupidine varie vi sono, di più di ventiquattro anni? A quell’età sei già una pera marcia pronta a cadere dall’albero. Così ti fa credere il dorato mondo della TV. E chi siamo noi, comuni mortali, per obbiettare di fronte a ciò che ci viene proposto dalla Dea TV? Cristina, a ventiquattro anni, si sentiva vecchia e pronta ad essere messa in disparte.

“Dai, ti offro un caffè” le ho detto.

“No, devo andare” mi ha risposto con un po’ di arroganza. Sembrava non vedesse l’ora di togliersi dai piedi questo coglione invadente. Comprensibile, le uniche persone con cui valga la pena mostrare un briciolo di gentilezza sono quelle che ti possono portare in alto. Ma lei non mi conosceva.

“Insisto. Ci sediamo al tavolo di un bar e mi racconti tutta la storia. Magari ti posso aiutare a realizzare il tuo sogno”

Cristina mi guarda in obliquo.

“Davvero?”

“Sì”

“Chi sei?”

Le dico il mio nome (a voi no, accontentatevi di Tom). “Lavori in televisione?”

“Beh, in un certo senso è così. Sono uno scrittore. Di recente mi hanno chiesto di fare il consulente per una serie di documentari in prima serata. Forse ne avrai sentito parlare”
Cristina s’illumina. Per un attimo resto stupito anch’io. E’ bellissima. Come avranno fatto quei froci del casting a scartarla?

Indago e vengo subito a capo della questione.

“Senti, tu conosci qualcuno nell’ambiente?” domando. “No, nessuno”

“Capisco” le dico “In questo caso è naturale che non ti abbiano presa in considerazione” “Davvero?”

“Tutte le ragazze che vanno in televisione hanno…diciamo, qualche aiutino da dietro” Raccomandazione. Una brutta parola.

Raggiungiamo il più vicino bar e ci prendiamo qualcosa da bene. Cristina passa subito alle domande che contano.

“Tu puoi aiutarmi a farmi conoscere?”

“Può darsi.

Come ti ho detto conosco parecchia gente” “E…. ”

“Sì, è gente assai influente” Sorride.

“Parlami di te. Chi sei, da dove vieni” chiedo. “Mi chiamo Cristina. Vengo da Napoli” “Tutto qui?”
“Tutto qui” “Sei diplomata?” “No”
“Ah”

“E’ un male?” “No…no…”

“A che serve il diploma, sul palco?” “Certo, certo…a che serve?” “Lavori?”

“Qualche volta. Ho fatto la hostess. Ma così, una volta e via…lavori fissi non se ne trovano”

“E che lavoro cerchi?”

“E’ ovvio! Lavorare in televisione!”

“Un lavoro…che so, da impiegata…qualcosa di normale?”

Non vi dico che faccia fa Cristina a queste parole.

Sembra che le abbia proposto di scopare un vecchio bavoso con l’HIV. No, il lavoro normale non le piace proprio. A che serve, il lavoro normale, quando si hanno delle belle cosce lunghe e disponibilità d’alloggio per una fava o due lì nel mezzo?

E d’improvviso sento nascere una cordiale antipatia per questa ragazzetta pretenziosa e senza qualità. Andate via le lacrime resta solo una gran voglia di arrivare alla vetta senza faticare.

Senza quel suo visino disfatto dal pianto che ispira tenerezza, Cristina appare per quel che è; una piccola mignottella annebbiata dalle facili promesse del successo.
A questo punto, però, ho promesso di aiutarla e lo farò. Non è nelle mie abitudini, disattendere una promessa. Però la ricompensa è un altro discorso.

“Senti, Cristina…e se io ti aiutassi ad arrivare dove vuoi tu che cosa saresti disposta a fare, per me? Sei bella.

Mi piacerebbe conoscerti…diciamo, più approfonditamente” La ragazza non si scompone più di tanto. Non è granché intelligente, ma sa che in questo mondo, per arrivare, qualche letto lo devi conoscere.

“Io divido l’appartamento con un’altra ragazza” risponde subito.

“Non c’è problema. Verrai da me. Ma ti avverto che io ho gusti un po’ particolari. Mi piace sottomettere le mie amanti”

Cristina alza le spalle. “Va bene”

Come sarebbe a dire “va bene”? Che gran troia ho trovata!

“E mi piace anche veder sottomessa una ragazza da un’altra ragazza” “Certo.

Io quale sarei? Quella che sottomette o che viene sottomessa?” “Quella che viene sottomessa” rispondo bruscamente.
“In che modo, dovrei essere sottomessa? Corde, falli di gomma…”

“No, più semplice. Lingua. La tua. Sul corpo del padrone e della padrona. Dappertutto” “Hummm…beh, come si dice…non si fa niente per niente. Vogliamo andare?”

Ci resto un po’ male. Non ha fatto una piega di fronte ad una proposta che altri giudicherebbero indecente. Mi domando quante, fra le aspiranti telemignotte televisive, siano disposte a tutto come questa qui.

Poi non ho il tempo di fare altri ragionamenti. “Allora” mi fa Cristina “Vogliamo andare?”

“Sì, piccola. Arrivo subito”

Il conto del bar è sulle cinque euro. Ne lascio cadere dieci sul tavolo e me ne vado. Oggi ho idea che prenderò un giorno di riposo.

Padrone VIII

Quella notte dormì sul divano. Non aveva voglia di spostare i regali di Padrone, anche per paura di rovinarli, li avrebbe dovuti indossare per uscire con Lui! Semplicemente aveva chiuso la porta per evitare che Momo andasse a dormirci sopra, cosa che aveva fatto anche al mattino dopo essersi preparata per andare in ufficio. Era sabato, solo mezza giornata di lavoro, quindi aveva tempo per prepararsi al meglio, per evitare inconvenienti prima ancora di iniziare a lavorare aveva telefonato all’estetista ed alla parrucchiera per prendere appuntamento.

La cosa che le risultò difficile fu dover togliere il collare, non era più abituata a stare senza ma per tutto il tempo lo tenne nella borsa dove andava ad afferrarlo e tastarlo in continuazione.
Il pomeriggio passò nei preparativi, era agitata, molto, ma questa volta riuscì a fare tutto, però aspettò solo l’ultimo momento per indossare i vestiti che le aveva lasciato Padrone il giorno precedente. Si guardò nel grande specchio in camera, il vestito era bellissimo, con una scollatura quadrata ed aderente fino alla vita da dove poi scendeva un ampia gonna a pieghe.

Mancava solo l’ultimo tocco. Slacciò il collare e lo ripose con cura sul comodino, prese il chocker abbinato al vestito che aveva trovato in una shitolina e lo indossò. La medaglietta dorata pendeva esattamente al centro della gola e le piaceva come spiccava sull’abito scuro. Era pronta, prese un cuscino ed andò alla porta, la socchiuse e si inginocchiò su di esso, prese il foulard e si bendò come il giorno prima.
Non passò molto prima che sentì quei passi cadenzati risuonare nella tromba delle scale.

Si avvicinavano, Padrone si avvicinava, oggi finalmente lo avrebbe visto, gli avrebbe parlato. Le arrivò dell’aria gelida addosso e si irrigidì ancora, sentì un passo e la porta chiudersi, le mani di Padrone le accarezzarono i capelli, le era vicinissimo, ne sentiva il calore ed il profumo muschiato. La tensione della benda si allentò e mentre le scivolava sul viso lui le disse

“Questa non è più necessaria. ”

lei teneva gli occhi bassi per abituarsi alla luce, quando finalmente iniziò ad alzarli di fronte a lei c’era un uomo in completo scuro che le porgeva una mano per farla alzare.

Lo guardava in viso, non lo conosceva, non sapeva chi fosse, le era sufficiente riconoscere in lui Padrone. Prese la mano e si alzò. Con quei tacchi era alta quasi un metro e ottanta ma per guardarlo negli occhi doveva alzare lo sguardo solo di poco, non era come nel sogno, non era talmente alto da farla sembrare una bambina, ma quegli occhi, così profondi, incutevano timore, al limite della paura reverenziale, anche l’atteggiamento deciso e calmo faceva aleggiare intorno a lui un’aura di rispetto.

Era più grande di lei, ma non riusciva a stabilire di quanto, il suo corpo era forte, si intuiva anche con tutti i vestiti addosso ma in lui c’era anche quel modo di fare esperto che si acquisisce solo con l’età.

“Andiamo. ”

Le prese sottobraccio e la condusse alla porta. Lui prese le chiavi, lui diede le mandate alla serratura, lui mise le chiavi in tasca e lei a guardare imbambolata.

Scesero per le scale, con i tacchi alti non era un’impresa facile per Rossana ma Padrone non forzava l’andatura, la teneva sottobraccio e la sosteneva. Usciti dal palazzo una macchina li stava aspettando, l’autista aprì la portiera, lei entrò e si spostò sull’altro lato per far posto a Padrone.
Il tragitto in macchina sembrò irreale, Rossana non aveva neanche mai preso un taxi, non sapeva se poteva parlare apertamente davanti all’autista e così lasciò che tutte le domande che aveva accumulato da tempo le turbinassero in testa aspettando che qualcuno interrompesse il silenzio per permettere anche a lei di parlare, ma non avvenne.

La macchina sfrecciando sotto i lampioni si diresse fuori città.
Era tutto come un sogno, non si rendeva neanche conto di dove fosse o per quanto avessero viaggiato, seguiva con lo sguardo le luci nella notte ed aveva timore di guardare gli altri due uomini che condividevano la sua stessa macchina. Si fermarono di fronte una villa, l’autista aprì a Padrone che dopo essere sceso tese la mano a lei per aiutarla ad uscire.

Si incamminarono sottobraccio verso l’ampia porta d’entrata che era aperta ed illuminata, ad aspettarli c’era un cameriere. Allora era un ristorante, pensò Rossana. L’enorme sala con i tavolini riccamente apparecchiati era vuota, c’erano solo loro tre. Il cameriere li condusse ad un tavolino vicino la vetrata che affacciava sulla vallata e dopo averla fatta accomodare sparì dietro un angolo.
Si guardava attorno un po’ in ammirazione un po’ per domandarsi il motivo di quella solitudine, il ristorante era bellissimo e curato eppure era vuoto, mentre vagabondava con lo sguardo incontrò quello di Padrone che la stava fissando, lei sorrise imbarazzata ed abbassò gli occhi, non sapeva cosa fare.

Per fortuna arrivò il cameriere con la prima portata a spezzare quel momento, ma non avevano ordinato… o si era distratta così tanto? Mangiò in silenzio e con la testa china, si sentiva gli occhi di Padrone addosso e quando si azzardava a sbirciare in alto lo trovava a guardarla. Aveva la testa che le faceva male per tutte le domande che voleva fare ma che quando alzava gli occhi le si fermavano in gola, quando per l’ennesima volta i loro occhi si incrociarono lei era pronta ad abbassarli di nuovo ma lui con voce calma e profonda le disse

“Parla pure, hai qualcosa da chiedermi.

Erano state le prime parole da quando erano usciti da casa ed erano tutto ciò che aspettava ma in un certo senso aveva ancora timore di parlare così, nell’agitazione se parlare o meno, parlò con voce acuta e velocemente, quasi a sovrapporre una parola con la successiva
“Chi sei? Come mi conosci? Perché hai iniziato questo gioco? Dove porta tutto questo?”
Rimase un attimo in silenzio e sentì quel silenzio riecheggiare in tutta la sala e si vergognò infinitamente, non riuscendo più a guardare Padrone abbassò di nuovo gli occhi sulla tovaglia di cui ormai conosceva perfettamente la trama fine.

Passò qualche istante, poi arrivò la voce di Padrone ad avvolgerla

“Guardare al passato fa rimanere bloccati a ciò che non è più. Guardare al futuro è legarsi alla limitatezza della propria immaginazione. L’unica opzione è il presente. Dimmi, ti piace essere qui ed ora?”

Rossana aveva alzato gli occhi e quella domanda le era stata posta fissandola dritta in faccia. Non pensò a come rispondere, lasciò che la bocca parlasse al posto suo
“Sì… ma non è vivere alla giornata che ti permette di affittare un intero ristorante di lusso il sabato sera…”
Ascoltò le sue parole come fosse una spettatrice, solo dopo si accorse che potevano risultare offensive, stava per piegare di nuovo la testa quando vide un sorriso sulle labbra di Padrone

“Vivere il presente non significa arrivare fino al prossimo tramonto, significa sentirsi vivi in ogni singolo istante e fare ciò che si desidera, i frutti raccolti sono i più deliziosi.

Su un’altra cosa ti sbagli, non ho affittato il ristorante. È mio. ”

Era affascinata da quell’uomo e da quelle parole. Continuava a sentirsi in soggezione ma allo stesso tempo si sentiva bene.
La cena finì, il cameriere li accompagnò all’uscita dove trovarono l’autista ad aspettarli vicino alla macchina. Il nuovo, silenzioso, tragitto li riportò al punto d’origine, proprio sotto l’appartamento di Rossana. Come prima, Padrone la aiutò ad uscire dalla macchina e la prese sottobraccio, l’autista gli porse un pacchetto ed entrarono nel palazzo.

Salirono dalle scale, sempre rispettando l’andatura di lei, lui aprì il portoncino e lo richiuse alle loro spalle lasciando le chiavi sul mobile lì vicino.
Sempre in silenzio la accompagnò in camera da letto. Lei era un fascio di nervi, non sapeva cosa sarebbe accaduto ma allo stesso tempo si lasciava guidare senza fare resistenza alcuna. Si fermarono ad un passo dal letto e lui la fece girare. Erano davvero vicini, Rossana sentiva il calore del corpo di quell’uomo a pochi centimetri da sé, quando riuscì ad afferrare il coraggio per muoversi con le labbra verso di lui se lo vide quasi sparire dagli occhi.

Si era accovacciato, lei lo guardò perplessa, poi lui posò delicatamente la mano sulla caviglia di lei che assecondando i suoi movimenti sfilò una scarpa e poi l’altra. Padrone tornò in piedi ed ora lo sguardo di lei vagava nella regione non ben definita tra le clavicole ed il collo di lui, ora sì che lo sentiva ergersi indefinitamente alto. La afferrò dalle spalle e la fece girare, con una mano le spostò i lunghi capelli da un lato e con l’altra afferrò la chiusura lampo e cominciò a farla scendere lungo la spina dorsale.

Più che spogliarla sembrava accarezzarla attraverso la stoffa. Aperto completamente il vestito la aiutò a sfilare delicatamente le braccia dalle maniche, senza fretta, sfiorando appena la pelle tiepida di lei. Il vestito si afflosciò sui suoi fianchi e lui dolcemente lo fece scendere finché non cadde a terra.
Rossana sentiva con tutta la pelle esposta la presenza di quell’uomo dietro di lei che sicuramente la stava accarezzando con gli occhi, le piaceva quello sguardo, le pareva che la apprezzasse, che non la vedesse come un mero corpo ma come era veramente e questo la faceva sentire a suo agio.

Due dita le si poggiarono tra le scapole, la percorse un brivido, le dita scesero e si fermarono quando incontrarono il reggiseno, lei sospirò e la tensione intorno al suo busto diminuì di colpo. Le dita non la toccavano più.

“Girati. ”

Quella voce profonda le vibrò dentro e l’accese tutta. Si girò, labbra umide, zigomi in fiamme, sguardo in alto a cercare i suoi occhi, quando si incontrarono sentì che le spalline del reggiseno le stavano calando facendolo infine cadere senza suono sopra il vestito.

Lui si abbassò di nuovo sempre tenendo gli occhi in quelli di lei che lo videro inginocchiarsi e senza distogliere lo sguardo fece andare le mani a colpo sicuro sui fianchi di Rossana proprio sull’elastico delle culottes, lo afferrò e lo tirò in basso. La stoffa scese lentamente sulle gambe tornite e quando il suo sesso venne esposto sentì il respiro di lui che le ghiacciava gli umori che la bagnavano, sentì quel brivido risalirle la spina dorsale ed incendiarla di desiderio dal di dentro.

Quando l’intimo fu alle sue caviglie Padrone tornò in piedi davanti a lei, per tutto il tempo non avevano smesso di guardarsi, lei sentiva il proprio desiderio crescere e moltiplicarsi ad ogni istante passato, bramava che la toccasse invece di sentire centellinato il tempo in cui le loro pelli si incontravano. Lui portò le mani dietro il collo di Rossana, come per abbracciarla ma invece di trarla a sé slacciò il chocker. Ora era nuda, completamente, tutta la sua pelle era alla mercé degli occhi di Padrone.

Lui si allontanò di un passo lasciandola bloccata ed irrigidita sul posto, prese la shitola che gli aveva consegnato l’autista, l’aprì e usando solo gli indici tirò fuori una vestaglia da notte di seta avorio. Tornò da Rossana

“Alza le braccia. ”

Lei eseguì, lui lasciò che la stoffa morbida che le aveva sospeso sopra le ricoprisse il corpo. Con un gesto elegante le fece uscire i capelli da sotto la vestaglia e con una carezza amorevole sul viso la fece stendere sul letto.

Rossana si lasciava guidare, completamente devota al volere di lui ma non riusciva a capire perché la stava comprendo con le coperte e perché fosse ancora vestito, non aveva visto quanto lo desiderasse? Quando era inginocchiato davanti a lei non aveva sentito il profumo del suo desiderio?
Lui le accarezzava il viso e le sorrideva, per un attimo si fece buio per lei, quando riaprì gli occhi lui era ancora seduto sul letto ad accarezzarla, attimi di buio si susseguirono sempre più frequentemente e sempre più a lungo ma i suoi occhi si riaprirono sempre sulla figura di Padrone… del suo Padrone…
L’ultima volta che li riaprì la stanza era al buio e Padrone di spalle stava uscendo dalla porta.

Potete trovare il seguito di questa storia e gli altri miei racconti sulla mia pagina de “I racconti di Milu”.

schiava trav per sempre 2

“Fai davvero schifo! Capelli corti piedi e mani non curate ,non sei
truccata e non hai nemmeno i fori per gli orecchini. Ma cosa cazzo
credi di essere? Dovrò lavorare parecchio per trasformarti troia!”
La mia Padrona sogghignò e allo stesso tempo mi fece segno di sedermi
alla scrivania dove vi trovai dei fogli scritti a computer e una
penna,sembrava un contratto ed in effetti lo era,mi venne ordinato di
leggerlo ad alta voce e di firmarlo.

Se non avessi acconsentito ogni
cosa che mi riguardava foto video e quant’altro sarebbero stati
divulgati. Ansiosamente inizia a leggere:
“IO SOTTOSCRITTO GABRIELE ECC ECC NELLE MIE PIENE FACOLTA’ MENTALI E
FISICHE CON QUESTO CONTRATTO ACCONSENTO DI :
1. CONSEGNARE OGNI MIO AVERE AL MIO PADRONE ( nome e cognome)
2. RINUNCIARE AD OGNI DIRITTO E DECISIONE DALLA DATA ODIERNA
3. RINUNCIARE ALL’ IDENTITA’ MASCHILE ALLA VIRILITA’E ALLA SESSUALITA’
PRECEDENTE.
4. RINUNCIARE ALL’ORGOGLIO
5.

RINUNCIARE A QUALSIASI OGGETTO ABITO O ALTRO CHE POSSA RICONDURE
ALLA MIA VITA PRECEDENTE : QUINDI VESTITI FOTO OD OGGETTI PRETTAMENTE
MASCHILI VERRANNO GETTATI VIA O REGALATI
6. ASSUMERE CURA ORMONALE FEMMINILE E SOTTOPORMI A ORCHIECTOMIA E
PROCEDERE LEGALMENTE AL CAMBIO DI IDENTITA’ E CONSEGUENTEMENTE AL
CAMBIO TOTALE ANAGRAFICO PRESSO LE SEDI LEGALI.
7. RINUNCIARE TOTALMENTE ALLE DONNE E PROTENDERE LA PROPRIA
SESSUALITA’ VERSO L’UOMO ADORANDOLO CURANDOLO ED IMPARANDO CON VARI
PROCEDIMENTI DI APPRENDIMENTO AL SUO APPAGAMENTO SESSUALE.

8. ESSERE COMPLETAMENTE NELLE MANI DEL PROPRIO PADRONE E DI CHI LUI INDICHERA’
9. NON RIFIUTARE MAI GLI ORDINI DEL PADRONE
10. AVERE LA CONSAPEVOLEZZA CHE OGNI ERRORE SARA’ PUNITO ANCHE
SEVERAMENTE NELLA MODALITA’ DECISA AL MOMENTO DAL PADRONE
11. DA OGGI IN POI IL MIO NOME E’ FEDERICA GABRIELLA E TALE NOME MI
ACCOMPAGNERA’ PER IL RESTO DELLA MIA VITA.
12. OGNI PROCEDIMENTO SARA’ IRREVERSIBILE E QUINDI SARA’ IMPOSSIBILE
TORNARE ALLA VITA PRECEDENTE.

LETTO COMPRESO E SIGLATO DA:
GABRIELE ………. IN DATA ……………

Ma stavano davvero facendo sul serio???? Davvero pensavano che avessi
firmato? Nemmeno avesse compreso cosa stavo pensando colui che sarebbe
diventato il mio Padrone fece una cosa che mai mi sarei aspettata:
tirò fuori il suo cazzo e iniziò a strofinarmelo sul viso
“Dai che è questo che vuoi troia che aspetti a firmare? Dai che non
vedi l’ora….

se non è vero alzati e vattene altrimenti inizia a
leccarmi i coglioni e capirò la tua volontà…non una parola o ti alzi o
lecchi!”
Passarono alcuni minuti in cui guardai la maestosità del suo
membro…credo fosse almeno 25 cm e grosso non so quanto ma grosso…. le
palle pelose pure erano piuttosto grosse e la cappella umida mi
sbatteva sulle narici come a farsi annusare…oddio amavo il suo
odore…ero nata per quello…. presi in bocca le sue palle e leccai le
succhiai e annusai ,abbassai ulteriormente i pantaloni del mio Master
e lo supplicai di girarsi…non me ne fregava nulla che la Mistress mi
stesse filmando aprii le chiappe del mio Uomo e leccai il buco del
culo e le palle le chiappe le gambe pelose nuovamente i coglioni poi
la cappella e poi tutto il cazzo per intero…sbocchinai come la più
troia delle puttane la più infoiata delle checche la più vacca delle
cagne…..mentre mi sborrava in gola presi in mano la penna e firmai il
mio futuro…..
Max ( il mio Padrone ) aveva una villa enorme ,appena il taxy partì
non mi portò dentro di essa ma mi tirò per le braccia e mi spinse
dentro al garage …sul pavimento si trovava un vecchio tappeto una
ciotola con dell’acqua e un vaso di vetro di cui non capivo l’uso….

“Dormirai qui cagna e cerca di riposare che domani ti aspetterà una
giornata pesante !
“Si Padrone “ esclamai
Al mattino mi alzai tutta dolorante,il tappeto non era abbastanza
spesso per essere comodo e la notte umida e fredda mi ha indolenzito
ogni muscolo,avevo bisogno di fare la pipì ma non vedevo attorno a me
nessun bagno quindi capii a che serviva quel vaso di vetro e feci
quello di cui avevo la necessità senza valutare che poi avrei dovuto
disfarmene del mio liquido.

Dopo quella che presumo sia stata circa un’ora ( non avevo più ne
orologio ne anelli o collane ero stata privata di ogni avere ) Max
entrò,guardò con disappunto il vaso pieno della mia urina ma non fece
commenti,disse solo di seguirlo.
Entrammo nella villa mi consegnò una vestaglia di raso gialla
impreziosita di tulle ai polsi e al collo mi fece cenno di togliermi
il babydoll e mi accompagnò al bagno.

“ Ora ti fai una doccia dopodichè indossi la vestaglia e le ciabattine
e appena finito vieni in sala. Ci sono delle persone venute apposta
per te!”
Esegui ogni direttiva e tutta profumata scesi verso la sala dove
c’erano due ragazze e un uomo vestito da parrucchiere.
“Ora gabriella ti presento Mario ,Francesca e Marta loro si
prenderanno cura del tuo corpo cercando di renderlo femminile. Mario
si occuperà dei tuoi capelli anche se corti vedremo di darci una
parvenza di femminilità.

Marta e Francesca invece si occuperanno delle
tue unghie della foratura dei tuoi lobi e del trucco e della ceretta
…..per il momento ci serviremo di questa poi ho in mente altro per te
. Quando sarà finito tutto questo ritorni alla tua stanza sopra il
letto ci troverai degli abiti ,li indosserai ed uscirai con me
dobbiamo sistemare alcune cose. ”
Mi stava trasformando…..le orecchie mi vennero bucate ed impreziosite
con un paio di orecchini d’oro.

Il corpo completamente liscio le
unghie limate e smaltate di rosso e i miei capelli evevano adottato un
taglio simile a quello di Brigitte Nielsen su Rocky 4 e come lei
decolorati e platinati!un trucco pesante copriva i miei occhi dandoli
risalto e un rossetto vivace ingrossava le mie labbra e le rendeva
sensuali…adatte allo scopo a cui il mio Padrone le avrebbe destinate!
Salii nella stanza sopra un letto matrimoniale vi trovai un’abito nero
senza maniche con una profonda scollatura sulla schiena e una cerniera
che lo richiudeva fino alla base delle mie coscie,un paio di
brasiliane nere trasparenti un reggicalze della stessa tinta e un paio
di calze a rete con la riga dietro,per concludere un paio di scarpe
nere tacco presumo 12 una cavigliera d’argento un’orologio dello
stesso metallo un’anello con una O che penzolava da un secondo
anellino e una collana di cuoio nera con una specie di aggancio come
il collare dei cani…..
Andiamo Gabriella Federica……
Mi ritrovai in una specie di clinica dal nome piuttosto strano
“CLINICA ESTASIA” appena entrati al front office ci indirizzarono al
2° piano dal professor Bergamo.

Mentre salivo sentii il sudore colarmi
dalla schiena non tanto per il caldo ma per un’ansia
incontrollabile,una sorte di sesto senso…non capivo perchè ma
quell’ambiente mi metteva a disagio e mi impauriva.
“Benvenuto Max è questa la signorina che dovevi portarmi?” chiese la
persona di notevole stazza alto all’incirca 190 cm. per circa un
centinaio di kg spalle larghe camice bianco capelli bianchi e occhi
azzurri. Un bell’uomo ma in quel momento non era quello che mi
interessava.

“Si è lei ” rispose il mio Signore.
“bene piccola spogliati completamente e distenditi sul lettino”
“completamente nuda? ” balbettai
“Obbedisci cagna!” Esclamò il mio Padrone
Mi spogliai completamente e mi distesi non senza imbarazzo sul
lettino. Il medico proseguì nella visita prima una visita normalissima
come si eseguono in qualsiasi ambulatorio poi invece iniziò a palparmi
i testicoli fino a farmi quasi male…quando vide che la palpazione
stava eccitandomi si mise a ridere e disse qualcosa che mi raggellò il
sangue:ӏ calda la signorina eh? ma non importa sono gli ultimi fuochi
d’artificio”
Detto questo mi face girare e mettermi a 4 zampe sul lettino
,allargare le gambe e le natiche.

Mi infilò tutto d’un colpo un dito
dentro,ricordo che saltai come una rana seguita dalle loro
risate…..provai una vergogna tremenda quando in seguito alla
penetrazione il mio clito si indurì….
“Le piace proprio tutto eh alla tua schiava,soggetto interessante!
Bene alzati in piedi piccola che ora ti farò una punturina,sei
fortuanata sai è una puntura costosa il tuo Padrone non bada a spese!”
“Ma che puntura è ? Che iniezione mi sta facendo?”
Nessuna risposta….

mi fecero rivestire e ce ne andammo dopo i saluti
e la raccomandazione del medico di tornare dopo una quindicina di
giorni.
La notte non riuscii a dormire bene ,sudavo e avevo una nausea
terribile. Al mattino mi alzai mi feci una doccia e stranamente notai
che la ricrescita del pelo non era così veloce come al solito mentre i
capelli iniziarono già a crescere e mi doleva un pochino i capezzoli
ma non ci badai molto.

Soprà il tavolo della cucina notai un
biglietto: “Sono dovuto uscire molto presto,tu preparati per le 10 che
ti vengo a prendere. MAX
Stranamente non mi diede ordini sul come vestirmi e perciò decisi di
mia volontà cosa indossare…faceva piuttosto caldo e perciò optai per
una gonna nera lucida a pieghe molto leggera e una canotta rosa di
raso sotto indossai una minisottoveste e un paio di perizoma color
carne,un paio di sandali tacco 10 cavigliera orecchini anello e
collana….

non me la sentivo di mettermi le calze troppo caldo.
All’orario prestabilito il mio Signore arrivò mi squadrò dalla testa
ai piedi mi fece cenno di togliermi la collana ed indossare quella che
mi aveva portata lui,una collana di velluto rosa con un pendaglio a
forma di osso con su scritto da una parte “SISSY” e dall’altra :
PROPRIETA’ DI PADRONE MAX.
Una volta agganciata era impossibile toglierla visto che aveva una
chiusura di sicurezza numerica conosciuta solo dal mio Padrone.

“Ora andiamo piccola ci sono un paio di cose che dobbiamo fare e a cui
io tengo ma prima prendi questa pillola!”
Mi porse una pillola grande come certi antibiotici fortunatamente
divisibile in due ,la spezzai e inghiottii prima un pezzo poi
l’altro,sapevo che ra inutile chiedere che fosse non avrei avuto
risposta…ormai io non avevo possibilità di decisione….
Vidi la macchina fermarsi nelle vicinanze di quello che fu il mio
appartamento ,il mio Padrone mi diede delle precise indicazioni di
quello che dovevo fare…mi sentii sprofondare ma tremante mi
indirizzai verso la portineria del condominio.

” Buongiorno Pietro” esclamai ad occhi bassi
“Prego la conosco sign…..ma tu sei Gabriele? “
“Si Pietro sono io…ti prego non interrompere ciò che sto per dirti
altrimenti non troverei più la forza! Io ho donato il mio appartamento
al Signor Massimo Rossi e d’ora in poi qualsiasi lettera o altro che
mi riguardi lo devi mandare a questo indirizzo che ti ho scritto in
questo foglio. Ti ringrazio e ti saluto…non so se capiterò nuovamente
qui quindi ti auguro ogni bene….

ciao”
Me ne andai lasciando quello che spesso è stato un mio caro amico
inebetito e senza parole col foglietto in mano e gli occhi
sbarrati….
Appena in macchina scoppiai in un pianto continuo sapevo che questo
era solo l’inizio.
Seconda meta la banca qui mi aspettava un’altra mazzata.
Riuscii ad avere un colloquio col direttore mio vecchio amico,spiegai
la situazione dissi che ero in un periodo di cambiamento che
probabilmente includeva anche il mio sesso ed identità e che quindi
prima che ciò accadesse avrei spostato completamente il mio conto a
favore di Massimo Rossi …fornii l’iban del mio Padrone e prosciugai
così ogni mio avere
Ero ridotta a non avere più una casa mia e i miei 145.

000 euro che
avevo in conto corrente passarono di mano…non avevo più nulla
nemmeno me stessa perchè ero diventata una schiava…una sissy!
Completamente svuotata seguii il mio Padrone in un ambulatorio
veterinario non riuscendo a capacitarmi che ci facessi…magari il mio
Padrone voleva adottare un cucciolo…magari…. ma non avevo fatto i
conti con la sua mente contorta…ero io il cucciolo e dovevano
inserirmi il microchip sottocutaneo……. il veterinario chiese al mio
Padrone quale fosse il mio nome per farmi il libretto …perfino
registrata come un cane…..lui rispose che mi chiamavo gabriella
federica ma che il mio nome di a****le era lola e indicò la mia coscia
sinistra come posto idoneo per inserire il chip…..
E non era finita..ora veniva la parte legale….

mi portò da un
fotografo e mi fece shittare alcune fototessera e con esse andammo
negli uffici del comune e più precisamente da un amico suo
responsabile all’anagrafe.
“Ciao carissimo Andrea ,il mio Padrone disse stringendoli la mano
“Ho qui con me un’amica a cui devo far cambiare le generalità e tu sai
benissimo perchè ,queste sono le sue foto il suo nome nuovo
l’indirizzo di residenza ecc sono tutti scritti sul foglio che ti
allego ,nello stesso troverai la sua identità originale che deve
sparire completamente dalla faccia della terra come se non fosse mai
esistita quindi questo vale anche per l’atto di nascita e qualsiasi
altro documento precedente ….

puoi farlo? “
“Certo che si ma tu sai che queste cose hanno un costo elevato!”
“Non preoccuparti di questo pagheremo quello che serve e alla fine
anche Gabriella ti ringrazierà a modo suo…vero gabri?”
Risero e Andrea mi palpò il culo per sentirne la consistenza…..
“Niente male…. è ancora vergine? ” chiese
“Non completamente ma bella stretta”
Risate a non finire per loro una somma tristezza per me. Si misero
daccordo per il ritiro della documentazione e per il pagamento e ci
avviamo verso diosolosa dove….

.

Padrone VII

“Buon giorno”
“Buon giorno a lei!”
Era radiosa, ormai erano passati diversi giorni da quando Padrone l’aveva ricompensata con un’intera confezione delle sue caramelle preferite, ricompensa per aver messo il collare, ma questo non spiegava il motivo per cui lei lo togliesse solo per lavarsi e per dormire ma che comunque al mattino era la prima cosa che indossava appena aperti gli occhi. In ascensore, sola come al solito, si specchiava e si piaceva.

I capelli lunghi le scendevano sciolti quasi fino a metà schiena, le spalle con un po’ di abitudine erano aperte e tese senza più la voglia di nascondere i suoi seni prosperosi, ma la cosa che la allietava più di tutte era il sapere di avere un segreto al collo celato sotto un sottile strato di seta ma che nessuno notava.
Camminava con passo deciso facendo suonare i tacchi sul duro pavimento mentre si avvicinava alla sua postazione.

Non c’era ancora nessuno in ufficio, non che le importasse, avrebbe comunque fatto quella camminata da passerella con tutti gli occhi addosso, non si sentiva più in soggezione per il giudizio degli altri, non le importavano più i pensieri lussuriosi che poteva provocare, perché ora lei si sentiva appagata sapendo che Padrone la apprezzava e la valorizzava per quello che era.
Arrivò al suo angolino ed andò subito al cassetto. C’era un biglietto piegato, nient’altro.

Lo prese e lo aprì sapendo già di trovare un ordine.

Lascia la porta socchiusa ed aspettami alle 18 bendata ed in ginocchio in corridoio.
Padrone

Due sentimenti corsero paralleli e la attanagliarono. Finalmente avrebbe conosciuto Padrone, da soli loro due, avrebbero potuto parlare e lei… lei… l’altro pensiero si fece strada e sovrascrisse il primo, non aveva abbastanza tempo per prepararsi, per presentarsi al meglio, voleva andare dal parrucchiere, dall’estetista, ma non poteva uscire in anticipo dal lavoro, era in scadenza di contratto e voleva che glielo rinnovassero, cosa che non sarebbe accaduta se prendeva un pomeriggio libero senza preavviso.

Le salì l’ansia di non riuscire a prepararsi come aveva pianificato da tempo quando fantasticava su un loro possibile incontro, mentalmente escludeva una voce della lista per poi riprenderla quando toglieva qualcosa di più lungo ed impossibile da realizzare.
“Sempre la prima ad arrivare. ”
La voce di Claudia la fece saltare, si girò e nascose dietro la schiena il biglietto.
“… Già…”
rispose Rossana, ma finita di dire quell’unica sillaba si accorse che il minimo d’ordine che aveva fatto nei suoi pensieri svanì del tutto lasciandole una tabula rasa.

“Qualcosa non va? Ti vedo pensierosa. ”
“No no, tutto apposto…”
Dentro di sé si malediceva e malediceva la sua collega per aver interrotto i suoi pensieri, era sicura che senza quella spinta di adrenalina che aveva avuto alla prima impressione si sarebbe dimenticata qualcosa di fondamentale.
Si sedette, lasciando intendere a Claudia che avrebbe cominciato a lavorare subito affinché la lasciasse in pace, così fu e lei poté riprendere i suoi pensieri, ormai rovinati e da ricostruire dalle fondamenta e senza slancio.

Per tutto il giorno fu distratta, continuava a guardare l’orologio, ricontrollava la lista delle cose da fare nella mezz’oretta che aveva dal suo tipico orario di rientro a casa e l’appuntamento, riguardava l’orologio e non era passato neanche un minuto. Era una follia! Aveva un milione di cose da fare ed era bloccata lì, più pensava e più le saliva l’ansia.
Quando scoccarono le 17 shittò come una molla, aveva già sistemato la sua scrivania, prese le sue cose e si diresse verso l’ascensore alla velocità massima che i tacchi le permisero.

Per tutto il tragitto in autobus fissò l’orologio scoccare i secondi troppo lentamente. Arrivata a casa per prima cosa tolse le scarpe per muoversi più in fretta, per quanto era fortunata, invece della mezz’ora che aveva previsto aveva solo venti minuti. Niente doccia, non ce l’avrebbe mai fatta, passò in bagno solo per buttare nel cesto dei panni da lavare la camicetta che si era sfilata mentre camminava e per irrorarsi di profumo. Troppo! Dall’armadio in camera da letto prese una camicetta bianca che poteva andar bene con la gonna scura che indossava, la infilò e chiuse solo un bottone giusto per non farla muovere troppo, gli altri li avrebbe sistemati dopo.

Andò in salotto, come mai lei che è di solito così ordinata ora invece le sembra che tutto fosse fuori posto?! Prendendo a destra e a manca oggetti da mettere a posto o da far sparire dietro l’anta di un armadietto si fece strada verso la cucina, la guardò e le venne voglia di chiudere la porta a chiave e far finta che quella porta affacciasse sul nulla, era pulita e rassettata ma per lei era come vedere il cassetto dei calzini del padre… Tolse dalla vista tutto quello che nella sua mania e frenesia momentanea le sembrasse fuori posto.

Guardò l’orologio. 5 minuti! Come era possibile?! Cosa aveva fatto per tutto quel tempo? Guardò fuori dalla finestra per vedere se qualcuno che potesse essere Padrone fosse sotto il palazzo. Nulla. Corse in camera e prese tutto quello che sembrava portasse disordine e lo buttò nell’armadio, rassettò il letto, corse in bagno, spruzzò altro profumo e si spazzolò i capelli. Che disastro! Non riusciva più a pensare ad altro che non fosse una tragedia.

Si abbottonò la camicetta e per la fretta saltò un bottone e dovette ricominciare da capo. Guardò l’orologio. Era tardi! Andò alla finestra, nessuno, e se fosse già entrato nel palazzo? Lei lo doveva aspettare in corridoio. Corse alla porta d’entrata, infilò di nuovo le scarpe, abbassò la maniglia e lasciò uno spiraglio aperto. Fece un passo in dietro e si inginocchiò a terra con qualche lamentela da parte della gonna.
Il cuore le andava a mille, sentiva pulsare tutto il corpo, il respiro corto ed affannato tentava ogni volta di strappare un bottone alla camicetta.

In ginocchio era scomoda ed i tacchi di certo non aiutavano, lei guardava fissa lo spiraglio della porta aspettando che si allargasse. Una folgorazione, le tornò in mente il bigliettino, si doveva ancora bendare. Si guardò attorno per cercare qualcosa, con difficoltà cercò di alzarsi, rinunciò quando capì di poter usare il foulard che aveva al collo. Del resto stava per incontrare Padrone, non era necessario tener celato il collare. Annodò la stoffa e le si fece buio.

Che ora era? Quanto tempo era passato? Le sembrava un’eternità. Cercava di stare attenta ad ogni rumore che provenisse dalla porta. Il ronzio dell’ascensore più di una volta, la lasciò senza respiro mentre lentamente sorpassava il suo piano e continuava a salire lentamente. Se qualcuno del suo pianerottolo avesse visto la sua porta socchiusa e avesse provato ad entrare per sapere se andava tutto bene l’avrebbe trovata lì in ginocchio, bendata e con un collare, avrebbe dovuto cambiare appartamento per la vergogna.

Un rumore di passi cadenzati, dapprima lontani e poi sempre più vicini, le fece rizzare le orecchie. Sembrava che qualcuno stesse salendo le scale, gradino dopo gradino, quando si fermò era sicura che lo aveva fatto davanti al suo portoncino. Era Padrone, ne era sicura. Attraverso la stoffa della sua benda vide la luce aumentare e poi le arrivò un soffio d’aria gelida addosso. Fremette, non era mai stata così agitata, aveva paura che muovere un singolo muscolo avrebbe rovinato tutto.

Un passo più vicino e la porta si chiuse. Rimase immobile, sentiva la presenza di qualcuno davanti a lei ma rimaneva in silenzio, rimase pietrificata nonostante il dolore alle gambe per la posizione scomoda. I passi ricominciarono, si allontanavano da lei, andavano verso la sua camera, entrarono e tacquero di nuovo. Cosa stava succedendo? Aveva una voglia matta di togliersi la benda e correre in camera ma la paura di una punizione di Padrone non le fece neanche girare la testa in quella direzione, era paralizzata e tesa.

I passi ripresero, si avvicinavano, si fermarono davanti a lei. Le sembrava che insieme al profumo di muschio che ormai aleggiava riusciva a percepire il calore di un corpo, poi una mano le si poggio sulla testa e accarezzandole i capelli toccò la sua guancia infuocata. Non ci credeva, era tutto reale, non lo stava sognando, sospirò come per prendere il tempo prima di parlare ma la voce profonda dell’uomo che le stava davanti la colse di sorpresa

“Sei stata brava.

Fatti trovare pronta domani alle 22. ”

Dapprima sentì soltanto il suono di quella voce, era da molto che se la immaginava ed ora che l’aveva finalmente sentita la sua immaginazione le sembrò così povera. Era profonda, dura e severa ma in qualche modo rassicurante, faceva perfetto specchio alla personalità di Padrone. Quando la sua mente smise di fantasticare e soffermarsi su cose così velleitarie si accorse che c’era anche un messaggio in quel suono, quando lo capì sentì il rumore del portoncino chiudersi.

Padrone non le stava più accarezzando la guancia, non ne sentiva più la presenza. Improvvisamente si sentì sola, abbandonata e nello sconforto pronto a sfociare in disperazione. Tolse la benda, non le avrebbe più pesato un’eventuale punizione se era per lenire questo stato. Non c’era nessuno, era sola. Tentò di slanciarsi verso la porta per inseguire Padrone ma era stata per troppo tempo in ginocchio che le sue gambe non la ressero e cadde a faccia in avanti riuscendo a proteggersi solo all’ultimo istante.

Si sentiva una fallita abbandonata, una lacrima già le solcava il viso.
Dopo qualche minuto riuscì ad alzarsi, si affacciò per le scale ma non c’era nessuno, neanche un minimo suono. Andò alla finestra per guardare in strada, niente anche lì. Aveva solo voglia di rannicchiarsi sul letto e sfogare il pianto che stava trattenendo a stento, quando attraversò la soglia della camera rimase senza parole. Sul letto, affianco a della stupenda lingerie avorio, era steso con cura un abito blu scuro in velluto lucido, a terra, ai suoi piedi delle scarpe in raso dello stesso colore.

Non sapeva se ridere o piangere. Aveva un appuntamento con Padrone!

Potete trovare il seguito di questa storia e gli altri miei racconti sulla mia pagina de “I racconti di Milu”.

LA CUGINA ASSETATA

LA CUGINA ASSETATA

Ciao a tutti, i protagonisti sono veri, ma i loro nomi non importano perciò li inventerò e ai fini della storia mi chiamerò Tito.
D’aspetto appaio un po’ di sovrappeso, cioè non sono magro ma neanche una palla sproporzionata, sono alto 1. 78 per 95 Kg non molto allenato.
Questa storia si svolge in un giorno molto caldo, ero andato a trovare mia cugina Ramona, ora devo dire che lei è sempre stata stupenda, ha un fisico atletico corredato da due tette 2° misura di forma perfetta e un culo rotondo e ora che è una milf ha un valore aggiunto.

Ora quando arrivai a casa sua non sapevo cosa aspettarmi, questa volta ero carico di mio perché scoparmela era desiderio di lunga data, tanto che per tre giorni non mi ero masturbato per avere le palle abbastanza piene, di contro Ramona ha famiglia e avrei potuto dover passare tutta la visita con anche il resto della sua famiglia, fui fortunato.
Quando lei apri la porta fu una apparizione, aveva un vestito leggero di colore bianco e tutto era come me lo ricordavo, tranne che per i capelli che ora erano rosa confetto.

Mi fece accomodare, la villa era nel silenzio, allora chiesi dove erano gli altri, lei rispose “mio marito è in viaggio, Martina e Olmo sono al parco acquatico con gli amici”, dentro di me stavo già sentendo crescere un tumulto mentre tenevo gli occhi sul suo sedere mentre mi conduceva verso il giardino sul retro dove aveva due sedie, un tavolo, un divanetto, una sdraio e una doccia fa esterno (tanto di vicini non ne ha)
Io mi buttai sul divanetto, Ramona si sedette su una delle sedie accavallando le gambe dandomi la possibilità di vedere sotto la gonna su per tutta la coscia sinistra fino ad un pezzetto di mutandine bianche.

Mentre parlavamo faticavo a non fissare la sotto, tanto che lei doveva essersene accorta visto che inizio a provocarmi.
Prima iniziò “involontariamente” a farsi aria con la gonna per poi ad un certo punto balzare in piedi esclamando “Tito, ti disturba se mi metto a prendere il sole?”, io risposi balbettando per non sbavare “certo che non disturbi, sei a casa tua” sentite le mie parole prontamente si sfilò l’abito e rimase con un 2 pezzi bianco (forse era già nei suoi piani?) il cuoi reggiseno erra composto da due triangoli di stoffa e i cordoncini per sostegno e chiusura.

Si stese prima sul dorso lasciandomi rimirare il suo corpo lucido di crema mentre mi parlava ad occhi chiusi, a questo punto non potevo evitare un’erezione, poi si girò pancia sotto e mi chiese “Tito mi spalmi la crema?” “non riesco ad arrivarci”, io non me lo feci ripetere e mentre spalmavo le feci sentire il mio uccello duro contro il braccio, quando passai alle gambe ebbi la conferma che si stava eccitando anche lei perché le mutandine iniziavano a mostrare l’alone da passera grondante e la sentivo tremare mentre passavo sull’interno cosce.

Oramai era una guerra a chi avesse per far fare all’altro il passo oltre la linea, lei ebbe l’idea di provare a farsi una doccia per far calmare i suoi bollenti spiriti e mimetizzare la chiazza che le bagnava gli slip.
Fu un errore da parte sua, beati i tessuti scadenti, non appena si bagnò tutte le parti del costume diventarono trasparenti, aderenti e per giunta gli si erano induriti i capezzoli, mi sentivo come un cavallo con le briglie tirate, mi trattenevo a stento, lei era diventata rossa appena resasi conto di cosa era successo e ancora di più quando si accorse che i miei pantaloni gonfi da paura.

Gli occhi le luccicavano e si mordeva il labbro, accidenti era inutile andare avanti a giocare, ruppi gli indugi, andai da lei e le presi la mano, la posai sul mio pacco ed esclamai “Ramona questo è merito tuo” e le infilai la lingua in bocca, dopo un leggera titubanza lei iniziò a ricambiare.
Era ora di fare un passo oltre, mentre con una mano ero saldamente ancorato al sedere con l’altra slaccia il laccio attorno al collo e quello sulla schiena facendo cadere il reggiseno a terra, lei nel frattempo continuava a palpare senza sfoderarmelo, dovetti tirarlo fuori e piantarglielo in mano e mentre io ero passato a succhiare quelle tette ancora sode lei iniziò un sega lenta.

Ad un certo punto lei esclamò “Ho sete, non faccio un pompino da quando mi sono sposata, ha mio marito non piacciono”, per me era musica e la feci inginocchiare al volo.
Mai avrei immaginato fosse così esperta e affamata, prima gli diede una leccata dalla radice alla cappella, poi turbinò tutto intorno alla cappella per poi ingoiarlo in un sol colpo e via che lo succhiava avidamente.
Era il paradiso, ma avevamo giocato troppo prima e non resistetti più riempiendole la bocca, lei si staccò un attimo, alzò lo sguardo, inghiottì e con un rivolo di sperma al lato della bocca mi disse “Tito, di già sei venuto?” io le risposi “Ramona, questa è solo la prima ondata, è un po’ che non mi masturbo e ne ho ancora molti di colpi nel caricatore”, lei sorridendo raccolse con il dito il rivolo che le era sfuggito, se lo lecco e poi ripulì fino all’ultima goccia il mio uccello.

A questo punto avevo bisogno un momento per potermi riprendere e avere un’altra erezione, l’idea per passare il tempo non tardò ad arrivare, lei esclamò “Tito, guarda che sorpresa che ho” e si sfilò le mutandine mostrando orgogliosa la sua passera con il pelo scolpito a triangolo tinto di verde prato e riprese “doveva essere una sorpresa per mio marito, ma penso che tu l’apprezzerai di più cugino”, detto questo mi buttò sul divano e lei prese a fare uno spettacolo di danza sexy, accidenti se era brava ed eccitante, non tardai a sentire il serpente che si stava riprendendo, non aspettai che fosse completamente sveglio, volevo brucare quel praticello.

Quindi presi Ramona la buttai sul lettino e affondai la faccia tra le sue cosce, le spalancai la passera, la leccai e succhiai da ogni goccia dei suoi umori, la masturbai anche, fino a che non mi esplose in faccia con un urlo
fortissimo.
Quando riprese respiro sorridendo maliziosamente esclamò “Ora che hai brucato il mio praticello hai anche di intenzione di ararmelo e annaffiarmelo?” “Sai mi sento l’utero inaridito”.
Che avreste fatto voi?
Io ingranai la marcia e dentro, ma lei mi fermò e chiese “Tito, che ne dici se ti cavalco io?” “La missionaria la faccio con mio marito e sono stufa”.

Mi hanno sempre detto di ubbidire a chi ha più anni di me, anche se non si riferissero a questo caso Hahaha.
Una volta sotto lei si impalò lentamente, accidenti era bollente a tal punto che temevo potesse scottarmi, una volta dentro tutto iniziò a dimenarsi come una pornostar e cavalcarmi, io tenevo saldamente le mani sulle sue tette strizzandole di tanto in tanto facendole fare qualche urlo alternato.
Volevo fare ancora una cosa prima di venire, allora gli dissi “Girati che ti voglio mungere come una vacca”.

La cosa le piacque tanto che rispose “sono una vacca da latte, desidero che tu mi munga” e detto questo si sfilò per girarsi e riprendere a cavalcarmi, ma a questo punto avevo le labbra saldamente su i suoi capezzoli, accidenti se erano dolci, quando fui prossimo a venire per la seconda volta le dissi “sto per venire, voi farti un’altra bevuta?” e lei velocemente mi rispose, “ti ho detto che voglio che mi inondi l’utero, ne ho tanto bisogno”.

Allora strinsi il suo pube contro il mio e con un bel colpo gli spinsi lo schizzo quanto più in profondità che potevo, lei urlò “cazzo, sei proprio un fiume in piena”, la trattenni su di me fino all’ultimo schizzo.
Quando mollai la presa lei si sfilò e su mise a sedere sulla sedia a gambe aperte e disse “Ahh, per ora mi sono saziata, ma ho ancora un po’ di fantasie, non sparire, voglio che mi aiuti a realizzarle”.

Prossimamente vi parlerò delle altre fantasie di Ramona, per ora un saluto e commentate.

UN INVITO A CENA, IL MARTEDÌ

Lunedì pomeriggio, quando torno dal lavoro, sembro un sedicenne in piena tempesta ormonale!!! Mi sego almeno tre volte. L’ultima a letto prima di dormire. Non so a che ora ho preso il sonno, so solo che l’ultima cosa a cui penso è lui, il suo cazzo. In piena notte, mi arriva un mess sul cellulare. Guardo la sveglia, sono le due e mezza precise. Chi cazzo mi scrive a quest’ora? Preoccupato e infastidito prendo il telefonino in mano e mi accorgo che il mess è da parte di Ioan.

” Domani mattina vieni al lavoro con addosso un perizoma di pizzo, notte troia!!”. Ma sogno o son desto??? Ma questo è fuori di testa!!! Ma come si permette? Più infastidito ed eccitato che mai, mi rimetto a dormire. La sveglia squilla. Mi alzo e la prima cosa che faccio , rileggo il messaggio. È chiaro e inequivocabile. Viole che vada al lavoro con un paio di mutandine da donna. La domanda che mi pongo è come fa lui a sapere che io ho dell’intimo femminile in casa!!! Ci penso un po’, e poi mi convinco che lui non lo può sapere.

Certo la voglia di stupirlo è forte, ma non mi voglio concedere così facilmente. Decido di usare proprio questa scusa. Anche per capire come mai lui fosse sicuro del contrario. Non metto il perizoma. Vado al lavoro e fino a metà mattinata tutto tranquillo. Alle 10. 30 puntuale Ioan entra in ufficio e mi chiede appena ho 5 minuti di andare in magazzino per vedere come risolvere quel problema, ed esce.
” Ma si può sapere di quale problema state parlando da ieri?” chiede ovviamente mia sorella.

” Nessun problema serio, non ti preoccupare. Ti racconto dopo. ” E finisco di mandare una email e vado camminando verso il magazzino 3, convinto di chiarire una volta per tutte quale è il ruolo di entrambi al lavoro. Il portone è appena aperto, il muletto parcheggiato fuori, entro.
” Dove sei? Ioan non ti vedo. Ci sei?” chiedo con tono serio.
” Troia sono qua, vieni avanti” risponde lui, e vedo il fuoco di una sigaretta che si accende.

E’ nell’ombra, ma ora lo vedo bene.
” Prima che mi dici qualunque cosa , sappi che non ho messo alcun perizoma. Non ti devi più permettere di mandarmi mess di notte, e soprattutto qua io sono il capo e tu un mio dipendente!!!” Esclamo con fermezza. Lui rimane un attimo in silenzio, poi accende una parte della luce del capannone e si illumina proprio dove eravamo noi. Lo guardo e mi accorgo che ha il cazzo duro fuori dai pantaloni.

” Guarda come ti aspettavo al solo pensiero di vederti in perizoma, troia!! E tu mi deludi così? Perché? Perché non hai messo quello che ti avevo chiesto ??” La sua voce non è quella di un uomo incazzato, ma quasi deluso.
” Prima cosa io non ho perizoma in pizzo a casa, e anche se ne avessi uno non lo indosserei mai al lavoro. Se vuoi, stasera, a casa mia o casa tua, ci troviamo e faccio quello che vuoi” gli dico fissandogli il cazzo che a sua volta fissava me!!!
” No, no ,no!! Troppo facile a casa mia, ti scopo e mi dici che sei la mia troia ma magari lo dici solo perché vuoi il mio cazzo.

Il mio uccello ti vuole qua!! Non lo vedi troia?? Devo essere sicuro che quando mi dirai che sei la mia troia tu lo pensi davvero!!!” Risponde e il suo discorso non fa una piega. Puttana che non sono altro!
” Allora scusami dai, dimmi cosa devo fare! Vuoi un pompino ora?” Disposto a farmi perdonare.
” Adesso non voglio nulla, ci penserò. Vai pure troia!” Ed esco e torno al lavoro. Un po’ triste, sia per non essere riuscito ad impormi, sia per averlo deluso.

A mezzogiorno io e mia sorella ci prepariamo per uscire ed andare a casa in pausa pranzo.
” Lo sai che oggi non ci sono vero? Te lo ricordi ?” Mi dice mia sorella.
” Ah si è vero, neanche papà viene oggi,mi pare. ” Le chiedo
” eh già. Oggi sei solo. Anzi siete soli tu e Ioan. Capito ? Siete soli voi due!!!” La furba ha già intuito qualcosa, ma non mi chiede nulla.

” Ok allora a domani! Vai avanti che avviso Ioan che arrivo alle due. ” Ma lei mi blocca e mi dice che il rumeno è già andato via. Vabbè, salgo in macchina e vado a casa. Non ho fame, ho solo voglia del suo cazzo. Penso a come era grosso e duro in magazzino. Prima di tornare al lavoro, decido di indossare un perizoma di pizzo nero. Gli farò una sorpresa!!! Ma appena prima di uscire mi arriva un messaggio.

” ciao troia, lo sai che oggi siamo soli vero? porta un dildo. Ok ? Mi raccomando non deludermi!!” Cazzo!!! Che richiesta impegnativa!!! Ok, prendo uno dei miei dildo, non il più grosso, lo metto in borsa e corro al lavoro. Il caldo oggi è insopportabile!!! Meno male che in ufficio c’è l’aria condizionata!!!
Dalla finestra vedo Ioan arrivare dal piazzale col muletto a petto nudo!! Già mi eccito !!! Entra in ufficio ed è tutto sudato.

” Cazzo che caldo oggi. Qua dentro si sta benissimo!!! Anzi così sudato rischio di prendermi qualcosa. Hai qualcosa per asciugarmi troia???” Mi dice con tono talmente maschile che mi fa uscire il mio istinto da troia. Mi alzo, vado verso lui e inizio a leccarlo ovunque. Petto, pancia, ascelle, schiena, spalle collo, finché non resta una sola goccia di sudore. Lui rimane zitto per tutto il tempo. Poi quando finisco mi guarda e sorride.

” Tu non sei una troia, tu sei una gran troia!!! E non sarò contento finché non sarai la mia troia!!!” Parole sante!!!
” Dai spogliati, voglio vederti nuda !!!!” Mi ordina. Consapevole che non sarebbe venuto nessuno, mi spoglio e resto in perizoma.
” Che ci fai in perizoma??? Questo dovevi metterlo stamattina!!! Ora non mi interessa più troia!!” E afferra il perizoma con una mano e con l’altra si fa forza sulla mia schiena e me lo strappa di dosso!! Un unico colpo !!! a****lesco.

” Hai portato quello che ti avevo chiesto??”
” Certo!!” E prendo dalla borsa il dildo. Lui mi fa cenno di darglielo.
” Potevi fare di meglio troia. Ma va bene per sta volta. In ginocchio !!” Mi ordina. Il dildo ha una ventosa sotto. Con un colpo lo attacca al lato della mia scrivania.
” Ciuccialo troia!!! Fammi vedere come te lo infili tutto in gola!!” Detto e fatto.

Inizio a spompinare il dildo, pensando che sia il suo cazzo, e ci metto tutta la passione che mi caratterizza. Lui mi osserva , si accende una sigaretta e commenta.
” Che gran troia bocchinara che sei!!! Guarda come succhi un pezzo di gomma!! Vorresti il mio vero?? Vero che vorresti in bocca il mio ?” E si slaccia i pantaloni e li cala insieme alle mutande. Ed eccolo in tutto il suo splendore, duro, eretto, fiero !!! Potevo sentire il suo odore.

” Si lo voglio!!! Ti prego dammelo!!” Lo imploro a bocca piena.
” Allora dimmi e guardami negli occhi, senza smettere di sbocchinare il dildo, sei la mia troia ???” Mi chiede e mi fuma sulla faccia.
” Si, sono la tua troia!!!” Gli rispondo forte.
” Bugiarda!!!! Sei solo una troia bocchinara!!! Me lo dici solo perché vuoi succhiare il mio cazzo!!! Vero??” Mi urla addosso e inizia a segarsi il cazzo.

” Non è vero!!! Sono la tua…” e mi ferma
” Zitta!!! Taci puttana e continua a succhiare. Quello è il cazzo che ti meriti ora. Un pezzo di gomma freddo e insapore. Non sa di nulla, eppure guarda come te lo mangi, lo divori. Te lo insaporisco io!!!” E mentre continuo a spompinare il dildo, Ioan ci sborra sopra , lo riempie di sperma caldo. E io continuo a succhiare il fallo di gomma pieno della sua sborra!!! Saporito, gustoso.

” Bene troia, per oggi può bastare, puliscitelo bene quel dildo del cazzo!!!” E si riveste e se ne va. Rimango a succhiare finché non rimane una sola traccia della sua sborra. Poi all’improvviso mi fermo. Mi rendo conto di quello sto facendo e mi prende un senso di vergogna e mi sento schifoso. Cazzo come posso essere caduto così in basso. È questo che vuole? Umiliarmi?? Mi rivesto, pulisco e torno a casa.

Stanotte il cell lo tengo spento. Giuro!!!!.

Insonnia d’Amore

La tua partenza è domani. Ci siamo salutati con eccessiva cordialità. In una tensione gravida di cose non dette. Io avrei potuto darti risposte concrete e assolute. Tu, troppo occupato ad inseguire il treno colmo d’iniziatici miraggi, hai dimostrato indolenza nel carpire e afferrare tutti i miei appunti di volo. E’ oramai notte fonda e devo ripararmi nella mia dimora. Ho fatto predisporre un piccolo scrittoio di legno di cedro. Pout pourri e coppe con petali di fiori, incensieri d’ottone e vasetti di cristallo pieni di confetti con tappi d’ambra molata.

Tovagliato e cortesia in morbido tessuto di fiandra e cuscini sparsi ovunque, odorosi di tegumenti d’olio essenziale di macis. Nella scelta della qualità dei singoli prodotti, regna un’indescrivibile eccitazione. Come una proverbiale direttrice di scena, ho immediatamente intuito l’esaltazione nell’occhio del mio sovrapposto. Ingiustificata, senza comprensione. Poiché la mia veglia cronica non è altro che una costipazione. Un’intossicazione di carta e d’Amore. Il giovane portiere, al piano terra, mi rifila tra le mani un prisma di bacetti al cioccolato.

Appeso alla corolla di raso blu, recita il biglietto: “Ora è notte”. Strano per la scrittura ed anche per lo stile. Quasi il nutrimento in un voluttuoso precetto di un immacolato utente dall’inchiostro simpatico. Deduco alla fine, sia l’omaggio dolce di un altro uomo, uscito timidamente in avanscoperta dal mio piccolo branco di scorpene melliflue. Ho lo stomaco pieno d’assenzio che mi torna in bocca, mentre l’ascensore del Grand Hotel Royal precipita verso le stelle.

Nella metafora comune dei più nobili Sentimenti, devo escogitare qualcosa per diluire ed evaporare la tua presenza. Questa modesta alterazione di nefandezze mi permette di rimirarmi ancora allo specchio con lo stesso coraggio di sempre. E depredare ogni palpito in eccesso. Senza cipria né rossetto, sento l’ultima stilla d’alcool adulterarmi il grembo. Nella peculiarità di un sentore intrepido, decido che qualcosa è incompiuto e devio il percorso, per raggiungerti nella tua stanza. E calare finalmente le mie carte.

Come nella chimica della libido, attribuisco lo stato d’agitazione e spoliazione, alla stessa stregua di una droga o di una pozione miracolosa. Per solitudine ritrovata, rinascerò stavolta nella sterminata fascia di petali del mio notturno, che tutti gli altri allentano, per seguire il ritmo del sonno confortevole. Sempre sposa alla naturale onniscienza, sto per congiungermi all’evento. Nell’incandescente fornace di ricercato stile, passerò le ore a macchiarti di percezione e penna. Conoscendo oramai a memoria tutte le tue pieghe e le opere stampate nei vecchi trafiletti di giornale.

Mirabilie che hanno germogliato fatua luce, per corrompere e adulterare il mio cuore. Ceralacca nobile e carta da lettere profumata. Incastro il passpartout e apro la porta. La notte appare semplice come una linea retta.
Nel mio delirante vanto mi aggiro intorno al letto matrimoniale disfatto. Tu dormi. Con circospezione, in gran segreto. Come un’ospite che non vuole disturbare, mi avvicino allo scrittoio, bruciando alla candela tutti i vessilli corteggiati sulle requie. Le parole che non hai detto.

Guardando il corpo disteso e nudo e mi convinco che ho ragione. Quella carne bianca e tenera come burro da spalmare sul pane degli Angeli. Pronta a lasciarsi infiltrare, bacio dopo bacio in una croccante competizione dietro la quale non ha mai smesso di pulsare l’arduo gioco delle sistole e delle diastole. Se potessi raccontarti i dettagli della mia vera storia, non riusciresti mai a capire. Oramai sei tu, invischiato in un groviglio d’apparenza e casualità obbligata.

Io ti ho solo istruito a svolgere un compito nel quale ogni mossa disorienta e porta lontano. Il mistero del passato, il corteggiamento degli animi, il minuetto degli aggettivi e della sintassi. Sei talmente confuso che non sai nemmeno distinguere in un abisso di benessere, il solenne godimento che interviene e soccorre gli amplessi trasudati di riflesso nelle specchiere lucenti. La mia maniacale propensione a vivisezionare tutte le ammonizioni illustrate e le intonazioni della voce.

Sono io che ti opprimo con i miei muri spessi, nei quali ho vissuto prigioniera spalancando porte e finestre per dare alla luce una libertà alacre ed evanescente. Aprendo i cancelli che non portano a nessun luogo, ieri come oggi, con tutta la sorveglianza rivolta alla mia insonne materia lignea, così visibilmente complice nel conservare la sua corteccia densa e contorta che annuso e sfoglio, a filo di pagina. La nostra camera. Le pause insolite in una fede di cavezza, più forte delle catene e più tenaci dei grani liberati nella galleria di quadri viventi.

Quella Primavera appesa che mi hai regalato. Il gruppo immobile di persone vive, sospese nel rossore del bengala su quello di tenue arancio. Il quadro che mi ha adeshito in silenzio, giace arrampicato verso l’arcata e sfrangiato d’antica filigrana. La tua bellezza arresa davanti ai miei occhi, vivifica una volontà di riaffermare la più grande Passione d’Amore in una stagione di picche senza prese né regine su cui puntare. Sul tavolo delle possibilità ancora esistenti, nell’onnipresenza potenziale dove ogni lembo di carta forma una coppia, solo io rimango in gara.

Tu, mio compagno, sei degnamente scartato. Mi avvicino al letto attraverso un fluido invisibile che mi unisce, la vena connettiva che ci lega l’uno l’altro e disegna un cerchio nuovo, freddo. Rotondo, come la ruota di uno zero. A quest’ora il silenzio è talmente profondo che pare di udire perfino il fruscio dell’acqua scorrere nelle vecchie tubature idrauliche. Come per vocazione, rimango in balia a seguire le scintillanti linee gemelle delle sopracciglia e le labbra morbide che si schiudono.

Sento le palpitazioni che mi picchiano le tempie, mentre fisso disfatta i tuoi occhi serrati e forieri. Se solo volessi, potrei scorgere sotto le lenzuola la collinetta rigonfia del tuo sesso. Che non oso toccare. Seguo il solco delle vive rughe con tenerezza. Io che non ho paura dei silenzi e delle facce vuote e bianche. Tremo di fronte a queste fessure cremisi, tralignando fuori dai limiti di questa nuova straripante contingenza. Le ombre si adagiano su di me, coprendomi con un fitto strato di tinte scure.

Penetro in grassetto la fitta cabala d’associazioni con parole sfatte e incantatrici. Sangue e inchiostro. Perché ogni esistenza ha la sua croce ed ogni corpo la sua crepa. Una convulsa fascia ludica intessuta di dialoghi morsicati. Spari, fuochi, dispacci, smentite. L’improvvisa esplosione avvolta in un omogeneo e insensato gioco di valori. L’esperienza drammatica d’Amore e Delitto forma blocchi imprevedibili. Sbocchi impossibili. Con te volevo credere che era ancora possibile amare ad antri aperti e scoscesi.

Che ogni volta appaiono più morbidi e impregnati. Rimangono lì, appesi alla parete o legati alle mie mani per invischiarmi nella viscosa ragnatela del pentimento fulmineo. Mi afferra la gola invece che le labbra e disonora la mia sbiadita e crudele Sindone che protegge il tempo e il ricordo. Quindi non è possibile sperare nell’umido scalpiccio di due cervi impigliati per le corna. Ammettere di aver perso è sventrarsi della prima crepa. Poi della seconda.

Mi chiedo oggi a che serve perseverare con una sensazione obliqua che è solo apparenza all’inclinazione degli eventi. Forse è venuto il momento di restituirmi quello che ho perduto. Se non per me, per l’altra donna che viene dopo di me. Magari più ironica e generosa, meno azzardata e attentatrice. Fuggo via nell’articolato intrigo di cunicoli, sporgenze, falsi angoli che rendono il mio animo complicato e labirintico. Sto per sgusciare da un’oscura lotta intestina o forse è un semplice cambio di guardia.

I recalcitranti Inseparabili cominciano a pestarsi la coda. Il risveglio brusco nella cesura netta tra la notte e il giorno, segue modalità squisitamente crude e accecanti. Oramai sono solo un trofeo da esibire con diritto e rassegnazione alla luce del sole. Il punto d’osservazione in cui mi trovo non mostra più niente di quello che ho scritto stavolta. Il riposo e la simulazione non sono richieste, in questo versante d’esplorazioni. Sono una somma d’immagini deformate dei miei trofei, che messe insieme celano dall’indiscrezione degli sguardi altrui.

Le identità utili, che più per compagnia e consolazione, sembrano sopravvissute per la solitudine e la viandanza. Rientro nel mio appartamento e sorprendo qualcuno in piedi, davanti allo scrittoio di legno di cedro, con le spalle curve e le mani nervose. Sta frugando tra i miei fogli segreti. E’ il giovane portiere. “Ora è giorno” mi sorride. Tra zuccherosi baci e note fresche come la vita buia scolpita dagli eventi, approda l’epilogo appassionato di una partita a carte, capace di rallegrare ogni specie d’indivisibile congiunto.

Consumiamo insieme la colazione, tra fasci ingombranti di giornali e novelle e indiscrezioni. Sussurrati e ridenti nella fragranza dei petali di fiori ed essenze di macis. Ho la lingua dolce di cioccolata mentre l’ascensore del Grand Hotel Royal si affretta a planare al piano terra. Grata di Veglia e d’Amore, costringerò anche oggi i miei interventi ad una morsa d’ali d’Angelo e di Demonio, per spalancare buoni modelli di vita in trama leggera. Capaci di ospitare e raccontare ogni specie d’Inseparabile riunito.

Noto in tutti i reparti, che qualche eletto ha predisposto celle aperte e spiragli su un qualsiasi lato. Un reticolato intelligente e adatto ad un fornito e ardito allevamento. Oramai il tuo sonno interminabile non mi riguarda. Ci penserà qualcun altro a somministrarti il conto, alla partenza. Non riconoscendo ostacoli mentali e sensibili, né penne sbavate d’inchiostro indelebile, rientro serena in ufficio. Le sistemazioni migliori per me insonne, rimangono sempre gli appunti di volo.

Non rischiando d’obliterare il biglietto, per un nuovo e surreale Romanzo d’Amore.

UN INVITO A CENA, IL LUNEDÌ

La sveglia squilla alle sette puntuale. Di solito la lascio suonare almeno un paio di volte. Questa mattina invece mi alzo di shitto, e subito mi prende un nodo allo stomaco. Ripenso a quello che mi è successo sabato sera, e il solo pensiero di incontrarmi faccia a faccia col mio dipendente mi spaventa e imbarazza. È inevitabile vederci al lavoro. Lui è il mio autista e magazziniere. Ogni cosa che fa deve prima essere decisa e confermata da me.

Di certo non posso comportarmi in maniera diversa, in ufficio c’è anche mia sorella, e di certo non posso dirgli che avevo passato tutta la domenica a masturbarmi pensando a lui e al suo cazzo.
Tra l’altro è il suo primo giorno di lavoro dopo una settimana di ferie, ogni mia reazione strana sembrerebbe ingiustificata. Quindi con una spada di Damocle sopra la testa, mi vesto , e come non fosse mai accaduto nulla , esco e vado al lavoro, aspettandomi qualunque cosa.

Appena arrivo in ufficio, teso come una corda di violino, chiedo a mia sorella se avesse visto Ioan. Lei mi risponde di no.
“Figurati, conoscendolo sarà ancora in Romania quello, vedrai che torna domani!!” Mi dice mia sorella. Non potevo dirle che invece era già in Italia da sabato.
” Si hai ragione fa sempre così !!!” Rispondo. E inizio a lavorare. Neanche passano dieci minuti che dalla finestra vedo Ioan a bordo del muletto venire verso gli uffici.

Mi si ferma il cuore. Parcheggia, scende e entra in ufficio.
” Buongiorno a tutti!!! Sono tornato stanotte. Come vi avevo detto!!” Esclama lui, allargando le braccia. Cazzo come e’ bono!!!! Ma è sempre stato così???
” Oh caro, dammi due baci e raccontami come sono andate le ferie!!!” Gli dice mia sorella alzandosi e andando a salutarlo. Mentre si abbracciano lui mi guarda, mi sorride e mi fa l’occhiolino. Bastardo!!!!
” Guerrino, tu non mi saluti, non sei contento che sono tornato???” E rimane a braccia aperte aspettandomi.

Mi alzo, lo abbraccio, usanze stupide che non servono a nulla, e mentre mi da due baci mi sussurra all’orecchio ” Ciao troia mia!!!”. Mi stacco immediatamente, in maniera brusca.
” Che brutta mattina che hai Guerrino!” Dice mia sorella.
” Si ho le palle girate!!” Rispondo
” Ma se la prima cosa che mi hai chiesto appena entrato è stata se avevo visto Ioan!!!” Bastarda di sorella!!!
” Ah davvero? Così ha detto? Mi voleva salutare forse, dopo una settimana che non ci vediamo” afferma lui.

Falso!!!
” In realtà volevo farti vedere una cosa in magazzino urgente!!! Se vieni con me ti faccio vedere. ” non sapevo cosa dire, e poi via il dente via il dolore.
” Dai fammi vedere questa cosa.. poi torno e ti racconto della mia bellissima settimana di ferie ,ok ?” Rivolgendosi a mia sorella. Ed esce dall’ufficio dopo avermi detto che mi aspetta fuori e intanto si fuma una sigaretta.
” Beh? Che cosa hai? Sei strano.

E poi quale problema c’è in magazzino che non ne so nulla???” Mi chiede mia sorella.
” Un problema che devo sistemare subito, poi ti racconto. Tu stai attenta che per nessun motivo , dico davvero, nessuno deve entrare in magazzino. Neanche papà. Bloccalo, inventati qualcosa, ma fino a che non mi vedi tornare io e Ioan non ci siamo. ” il mio tono è così serioso che lei annuisce senza chiedere altre spiegazioni.

Esco, faccio cenno a Ioan di salire sul muletto e ci avviamo , attraversando il piazzale , ai magazzini.
” C’è davvero un problema o ti sei inventata tutto solo per farmi un pompino ???? Mmm che pompini che fai troia mia!!” Mi chiede con un mezzo sorriso da porco e un tono di voce da maniaco sessuale.
” Intanto smettila di chiamarmi troia!!! Non sono la tua troia!!! ” gli ordino infastidito.

” Beh non sarai la mia troia, ma sei comunque una gran troia!!!” E ride. Non rispondo. Entro nel magazzino numero tre.
” Forza, scendi e chiudi bene il portone, che dobbiamo parlare io e te!!” Detto e fatto. Il numero tre non lo usiamo quasi mai, quindi è praticamente vuoto.
” Mettiamo subito le cose in chiaro…” ma lui mi interrompe e mi chiede ” Posso fumare ? O ti da fastidio? Non mi sembrava ti desse fastidio sabato sera mentre ti scopavo con la sigaretta in bocca!!! Mamma quanto sei troia!!!!mmmmmm” mi lascia di sasso, per qualche secondo.

” Ma si fumati sta cazzo di sigaretta, e ti ho detto di non chiamarmi troia !!!!” Gli intimo io. Lui prende una sigaretta, se l’accende, e appoggia una gamba sulla ruota del muletto. Zio can, quanto bono è questo???? Gli guardo in mezzo alle gambe, in quella posizione, e noto il suo pacco sotto i pantaloni verdi da lavoro.
” Allora? Ti sei bloccata? Hai visto qualcosa che ti ha tolto le parole dalla bocca? Dimmi la verità, troia!!” Mi dice grattandosi le palle.

” Smettila di chiamarmi troia!!! ” urlo isterico.
” Ok, ok calmati!!!! Sto solo scherzando, non ti chiamerò più troia , giuro. Dimmi tu come vuoi essere chiamata!!” E mentre dice questo, si apre la patta dei pantaloni, tira fuori cazzo e palle e si gira verso un angolo del muro, ma ben in vista.
” Allora? Mi dici o no come ti devo chiamare? E se posso pisciare qua o no, e se no dove la posso fare?” Porco, maiale, diavolo tentatore.

Maschio, sei tu il più maschio di tutti!!!
” Chiamami pure troia, basta che mi pisci in bocca!!!” E mi inginocchio, per prendere il suo uccello in bocca. Me lo infila in gola e inizia a pisciare e mentre mi sta pisciando in bocca mi chiede ” Chi è la più troia di tutte????” E io senza smettere di bere, a bocca piena rispondo “IO”. E finisco di bere.
” Ok, lo ammetto, hai vinto tu!!! Sono una troia.

E allora? Cosa hai ottenuto ora? Che intenzioni hai???” Chiedo sottomesso.
” Intanto ti ho fatto ammettere di essere una troia. Pian piano ti farò dire che sei la MIA troia!!!” Risponde rimettendosi a posto. Apre il portone, usciamo dal magazzino, mi riporta in ufficio e racconta a mia sorella le sue ferie. Non ascolto una parola, penso solo che dentro di me, in fondo in fondo, sono già la sua troia!!!! Ma questo lui l’ha già capito.

……….

Impossibile resistere

Era l’età nella quale in cui, un gioco divertente e sopra le righe ripeti più e più volte aspettando con ansia la prossima partita. Insomma era scoccata un intesa e una complicità davvero speciale, a me piaceva trovarmi all’improvviso in una situazione strana e ai miei cugini piaceva prendermi.
A volte non era possibile utilizzare il pomeriggio, specialmente quel del sabato o della domenica, già quei pomeriggi li passavamo in gruppo, e allora perché non approfittare dei dopocena.

si quelle lunghe e noiose serate in cui i parenti si riunivano in una sola abitazione per giocare a carte, parlare di malattie e morti o guardare vecchi film alla TV.
In uno di quei sabati era la mia casa quella libera, il primo ad arrivare fu Francesco. Gli offrii una gazzosa fresca, lui non era un assaltatore, aveva bisogno della carica di lancio.
“Mi dai dieci minuti devo fare la doccia e torno, intanto guarda la TV”, era la scusa per andare in bagno e preparami, feci una doccia veloce e tutti i preparativi necessari, tra cui allargare la sfintere, per un giochino che mi era venuto in mente.

Uscii pronto alla battaglia con solo l’asciugamano in vita, che naturalmente feci cadere subito, aveva voglia di fare qualcosa ma era indeciso, il mio culo era ben lubrificato e pronto, lui guardava me e la bottiglietta, Feci la mia mossa: “Allora prendi la bottiglia e cacciamela qui” allargai il buco, la prese e cominciò a spingere, gli feci vedere che doveva usare un movimento oscillante e rotatorio. Piano piano la bottiglia saliva, eccola ora spingeva nel punto più resistente, feci un sospiro e passato il punto salì tutta all’improvviso lasciando fuori solo il collo, da li cominciò a tirarla fuori e a rimetterla, vedere il mio culo che si allargava e si richiudeva lo caricò, lui prese coraggio e si tolse i pantaloni prese il suo uccello in mano, gli era diventato di marmo.

Mi buttai sul tappeto, con un cuscino sotto la pancia, e finalmente me lo infilò facendomelo sentire tutto, avanti e indietro dentro e fuori, sempre più forte quasi al culmine iniziò con: “Troia me lo hai fatto indurire, adesso ti sfondo, stringi quel culo puttana, fammi godere troia”.
Con quelle parole mi eccitava, sapevo di essere una troia ormai, e di contro io rispondevo: “Dai tutto dentro, dai spingi, me lo devi rompere il culo”.

Così aumentava la forza delle spinte, sentivo il rumore delle sue palle che sbattevano forte. Meno male che la casa era isolata e avremmo visto da lontano l’arrivo di qualcuno.
“Stò per venire troia” Venne tirandomi forte per le spalle, e finì dicendomi “Dio mio che inculata favolosa, neanche con la morosa mi viene così duro” e senza accorgersene mi dette un bacio sulla schiena.

Da lontano sentimmo il rombo della moto di Marco che stava imboccando la stradina sterrata, l’unica luce era quella della TV, il resto era buio, solo le stelle e una falce di luna, ne approfittai scesi le scale esterne della casetta e gli andai in contro nel prato antistante, chiaramente ero nudo.

Vedeva la mia siluette perché il sole cocente mi aveva abbronzato e reso simile allo sfondo scuro, rimaneva in evidenza solo il segno del costume, feci lo spiritoso “Ma lo sai che Francesco mi ha messo in culo la bottiglia della gazzosa” mi girai mostrando le chiappe allargate cercando di evidenziare il buco, sapevo che avrebbe reagito bene era un a****le da monta, si calò i pantaloncini, prese in mano l’uccello già abbastanza duro,e senza troppi complimenti me lo infilò fino in fondo con un solo colpo ( diciamo che ormai la strada era fatta) e li in giardino in piedi iniziò a farmi gustare i suoi 24 centimetri, solo che le zanzare erano un tormento, meglio tornare in casa.

Mentre Francesco guardava Marco mi inculava con calma, guardando meglio nella penombra mi resi conto che Francesco non solo guardava, ma ancora eccitato e si stava masturbando, alla grande, poverino perché lasciarlo solo, mi posizionai e avvicinai le labbra alla cappella, prima una passata con la lingua poi la cappella in bocca e vai di pompino. Giocammo cosi e dopo una ventina di minuti Marco venne, come suo solito riempiendomi il culo con una discreta quantità di sborra caldissima, neanche il tempo di toglierlo, che Francesco me lo sbattè nuovamente dentro, questa volta ormai addestrato ripeteva :”Troia, Puttana, ti allago il culo, te lo faccio sentire fino nella gola, guarda come gode,”.

Aveva finalmente imparato e spingeva spingeva, finalmente con colpi forti e profondi mi inondò con la sua seconda scarica di sborra, era decisamente sfinito e le palle gli si erano ridotte di parecchio. Non passò neanche un minuto che sentii l’uccello di Marco ancora dietro, il guaio è che stavo venendo e purtroppo venni, ma Marco non mollava anzi venendo il mio culo si era ristretto e lui godeva ancora di più, di buono c’era che ero pieno del loro liquido scivoloso, mi rilassai e ripresi a sentire piacere, favoloso quando Marco riesplose.

Mi Guardarono se ne avessero avuto la forza ne avrebbero fatto una terza, e io non avrei rifiutato ma propio non gli si raddrizzava.
Ora ero io che volevo venire ma non ci riuscivo mi serviva qualcosa di grosso dietro, indicai la bottiglietta, Francesco, che ormai conosceva il trucco me la ricacciò con metodo in culo e finalmente di fronte a loro ebbi la mia seconda favolosa venuta. Quindi una bella doccia e buonanotte, in attesa di un nuovo giorno.

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