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I sogni di Krissy

Aveva sempre avuto un unico, secondo lei, bellissimo sogno; quello di sgambettare in televisione. Quello di mostrare il culo alle telecamere, di farsi vedere abbracciata al calciatore, al ricco imprenditore o al manager di successo. Non aveva studiato, non è che fosse particolarmente vispa né intelligente. Era ambiziosa, questo glielo riconosco. Un’oca giuliva fuori e una ragazzina piena di debolezze, frustrazioni e dubbi dentro. Questa era Cristina, quando la conobbi. A sapere che sarebbe finita così male sarei stato

meno gentile con lei.

Ma lasciatemi raccontare di come andarono le cose. Atto I: una maialina sulle scale

Piangeva. La prima volta che la vidi piangeva. Era seduta sulla gradinata del palazzo in cui lavoravo ed era vestita come…come…si può essere schietti e sinceri, vero? Mica vi scandalizzate? Ecco, allora, era vestita come una buona mignotta. Minigonna, calze a rete, giacchino strizzato in vita come un tubetto di dentifricio quasi finito, capelli pettinati all’ultima moda (ultima, penultima o terzultima per me fa lo stesso…non seguo le mode) e trucco gradevole ma tutt’altro che leggero.

Lì per lì ho pensato di avere a che fare con una troietta come tante. Beh, a conti fatti la prima impressione era quella giusta. Ma non a tutte le troiette mi affeziono, sapete? Per questo ripensare a quel momento mi fa un po’ male.

“Ciao. Qualcosa non va?” le chiesi, pensando fra me e me a quanto dovesse sembrare stupida quella domanda. Se uno piange, per forza c’è qualcosa che non va.

O no? “No” mi fa lei “Tutto a posto”
“Perché piangi, allora?”

“Ma nulla…mi hanno solo scartata”

“Ah” esclamai. In quel palazzo si tenevano le prove per un programma televisivo che sarebbe andato in onda da lì a due mesi. Lo sapevo da qualche giorno. Il genere del programma ve lo potete immaginare. Quando si fanno le selezioni per scegliere una quarantina di volenterose ragazzine con poco cervellino e gambe lunghe, c’è un unico genere di programma che si può mettere in piedi.

Un programma da cerebrolesi.

“Ti è andata male, eh?” chiesi. “Sì, come sempre”

“Beh, avrai la tua occasione” “Sul serio?”

“Sì, sei una bella ragazza”

“Sì, sono una bella ragazza di ventiquattro anni!”

Disse quel numero come se confessasse un crimine dei più atroci. Ventiquattro anni. Io ne ho trentuno e mi sento ancora un ragazzino, lei ne aveva quasi dieci meno di me e si comportava come se la sua vita dovesse terminare entro l’anno.

In effetti quante veline, letterine e stupidine varie vi sono, di più di ventiquattro anni? A quell’età sei già una pera marcia pronta a cadere dall’albero. Così ti fa credere il dorato mondo della TV. E chi siamo noi, comuni mortali, per obbiettare di fronte a ciò che ci viene proposto dalla Dea TV? Cristina, a ventiquattro anni, si sentiva vecchia e pronta ad essere messa in disparte.

“Dai, ti offro un caffè” le ho detto.

“No, devo andare” mi ha risposto con un po’ di arroganza. Sembrava non vedesse l’ora di togliersi dai piedi questo coglione invadente. Comprensibile, le uniche persone con cui valga la pena mostrare un briciolo di gentilezza sono quelle che ti possono portare in alto. Ma lei non mi conosceva.

“Insisto. Ci sediamo al tavolo di un bar e mi racconti tutta la storia. Magari ti posso aiutare a realizzare il tuo sogno”

Cristina mi guarda in obliquo.

“Davvero?”

“Sì”

“Chi sei?”

Le dico il mio nome (a voi no, accontentatevi di Tom). “Lavori in televisione?”

“Beh, in un certo senso è così. Sono uno scrittore. Di recente mi hanno chiesto di fare il consulente per una serie di documentari in prima serata. Forse ne avrai sentito parlare”
Cristina s’illumina. Per un attimo resto stupito anch’io. E’ bellissima. Come avranno fatto quei froci del casting a scartarla?

Indago e vengo subito a capo della questione.

“Senti, tu conosci qualcuno nell’ambiente?” domando. “No, nessuno”

“Capisco” le dico “In questo caso è naturale che non ti abbiano presa in considerazione” “Davvero?”

“Tutte le ragazze che vanno in televisione hanno…diciamo, qualche aiutino da dietro” Raccomandazione. Una brutta parola.

Raggiungiamo il più vicino bar e ci prendiamo qualcosa da bene. Cristina passa subito alle domande che contano.

“Tu puoi aiutarmi a farmi conoscere?”

“Può darsi.

Come ti ho detto conosco parecchia gente” “E…. ”

“Sì, è gente assai influente” Sorride.

“Parlami di te. Chi sei, da dove vieni” chiedo. “Mi chiamo Cristina. Vengo da Napoli” “Tutto qui?”
“Tutto qui” “Sei diplomata?” “No”
“Ah”

“E’ un male?” “No…no…”

“A che serve il diploma, sul palco?” “Certo, certo…a che serve?” “Lavori?”

“Qualche volta. Ho fatto la hostess. Ma così, una volta e via…lavori fissi non se ne trovano”

“E che lavoro cerchi?”

“E’ ovvio! Lavorare in televisione!”

“Un lavoro…che so, da impiegata…qualcosa di normale?”

Non vi dico che faccia fa Cristina a queste parole.

Sembra che le abbia proposto di scopare un vecchio bavoso con l’HIV. No, il lavoro normale non le piace proprio. A che serve, il lavoro normale, quando si hanno delle belle cosce lunghe e disponibilità d’alloggio per una fava o due lì nel mezzo?

E d’improvviso sento nascere una cordiale antipatia per questa ragazzetta pretenziosa e senza qualità. Andate via le lacrime resta solo una gran voglia di arrivare alla vetta senza faticare.

Senza quel suo visino disfatto dal pianto che ispira tenerezza, Cristina appare per quel che è; una piccola mignottella annebbiata dalle facili promesse del successo.
A questo punto, però, ho promesso di aiutarla e lo farò. Non è nelle mie abitudini, disattendere una promessa. Però la ricompensa è un altro discorso.

“Senti, Cristina…e se io ti aiutassi ad arrivare dove vuoi tu che cosa saresti disposta a fare, per me? Sei bella.

Mi piacerebbe conoscerti…diciamo, più approfonditamente” La ragazza non si scompone più di tanto. Non è granché intelligente, ma sa che in questo mondo, per arrivare, qualche letto lo devi conoscere.

“Io divido l’appartamento con un’altra ragazza” risponde subito.

“Non c’è problema. Verrai da me. Ma ti avverto che io ho gusti un po’ particolari. Mi piace sottomettere le mie amanti”

Cristina alza le spalle. “Va bene”

Come sarebbe a dire “va bene”? Che gran troia ho trovata!

“E mi piace anche veder sottomessa una ragazza da un’altra ragazza” “Certo.

Io quale sarei? Quella che sottomette o che viene sottomessa?” “Quella che viene sottomessa” rispondo bruscamente.
“In che modo, dovrei essere sottomessa? Corde, falli di gomma…”

“No, più semplice. Lingua. La tua. Sul corpo del padrone e della padrona. Dappertutto” “Hummm…beh, come si dice…non si fa niente per niente. Vogliamo andare?”

Ci resto un po’ male. Non ha fatto una piega di fronte ad una proposta che altri giudicherebbero indecente. Mi domando quante, fra le aspiranti telemignotte televisive, siano disposte a tutto come questa qui.

Poi non ho il tempo di fare altri ragionamenti. “Allora” mi fa Cristina “Vogliamo andare?”

“Sì, piccola. Arrivo subito”

Il conto del bar è sulle cinque euro. Ne lascio cadere dieci sul tavolo e me ne vado. Oggi ho idea che prenderò un giorno di riposo.

Come in un sogno, in un gioco

La luce del fuoco disegna lampi asincroni e tenui sulle pareti, le fiamme proiettano le nostre ombre in direzioni casuali e mutevoli, è un effetto psichedelico, ma molto rallentato, che riempie lo spazio tra di noi, attori immobili delle nostre immagini del momento. Mi stai davanti e io ti vedo attraverso il controluce impazzito del fuoco, che arde voluminoso nel caminetto, hai spento tutte le luci, sacerdotessa esperta di questo rito pagano della tua fantasia, le tue linee sono morbide e disegnano intorno al tuo corpo un profilo slanciato, la mia mente si sforza di riproporre un’immagine familiare di te, scorre al suo interno la lista delle foto scambiate sull’e-mail del contrabbando libidinoso, e poi le discussioni e gli orgasmi in un monitor umido di desiderio.

Ora sto cercando di ricondurre questa tua figura di adesso a qualche cosa che so, o che è già stato, il mio pensiero si muove animato da un’energia rapida e urgente: la paura.
Cerco di guardarmi da fuori, mi sforzo di assumere una prospettiva esterna a me stesso, che mi ricomprenda in qualche schema banale e rassicurante, un’avventura, uno sporco incontro, una storia a temine, “sesso e nulla più…..” mi dico in tono rassicurante e indolente.

Penso a mia moglie e al bozzolo di inganni in cui l’ho rinchiusa, da lì non mi vede ma non crederebbe ugualmente ai suoi occhi, la immagino muoversi appagata nella sua casa, cerco di reprimere lo stupido senso di colpa che si fa strada facilmente in un punto scosceso della mia coscienza, ma sono troppo concentrato nell’immagine di me stesso per non pensare a lei. Lei intanto mi guarda, ha accatastato i miei vestiti vicino al camino, mi balena in mente il pensiero idiota del dolce tepore di quando li potrò rimettere, sono completamente nudo, era nei patti della sera prima: “Ti spoglio completamente e tu non mi puoi toccare, sarai il mio giocattolo perverso”.

La mia pelle ha il colore caldo dei riflessi del fuoco, se cominciassi a sanguinare nessuno se ne accorgerebbe. Lei ha occhi di un nero concavo, nell’oscurità della stanza scintillano, di una luce residuale e profonda, pozzi bui di stelle lontane, mi catturano con il loro acume melmoso, io mi sento di una nudità ancora più denudata, una figurina secondaria dell’umiliazione fisica, ha le pupille dilatate e la bocca leggermente socchiusa in una sorta di sorriso definitivo e compiaciuto, guardo il suo seno, i suoi fianchi rotondi e sensuali, ha messo la gonna di pelle nera di quella fotografia, piccole linee rigonfie sui glutei delimitano il contorno delle sue mutandine, porta calze velatissime, che sfumano come in un’aureola evanescente intorno alle caviglie sottili.

Un tacco lungo affinato e indecente, prolungamento dei suoi stessi pensieri, la fa sembrare altissima, sottile e potente. Mi rendo conto che il suo abbigliamento rappresenta meticolosamente qualche parte di me, lo conosco già: era in tutte le conversazioni notturne davanti al computer e in ogni fotografia che ci siamo scambiati al mercato osceno della comune perversione. Questo appuntamento è il capolinea, pericoloso, inopportuno quanto inevitabile, come un destino accessorio e secondario nella mia vita, un ramo della mia fantasia che pensavo seccato dalla banale quotidianità di una vita tranquilla, ma che ora rivive percorso da desideri troppo ingombranti e veloci.

Ci sono arrivato per inerzie successive, con la speranza che lei non ci fosse: avrei aspettato un po’ e poi sarei andato via col cuore sollevato. Ora mi guardi come un felino addomesticato da circo, so che non puoi farmi del male ma ho paura di te. Mi fa un po’ male a sinistra e sento caldo davanti e freddo, alla schiena. Il legaccio al polso lo hai serrato di più e ora mi duole, mi sento aderente e consono alla curvatura di questa sedia, ne seguo gli angoli col mio corpo, formando un segno visibile, come un quattro nell’ombra.

Provo a muovere le gambe ma rimangono serrate alle legature, così pure le braccia, sento formicolii gelidi diffondersi attraverso le vene in una direzione tra fuori e dentro, tra pelle e anima.
“Ora ti lego alla sedia – mi hai detto – vedrai che ti piace, ho portato le corde, lo farei con le calze ma il patto era che io restassi vestita, ricordi?”.
Il pesante nastro adesivo grigio posato sulle labbra da zigomo a zigomo mi obbliga a respirare col naso, sento le mie labbra paralizzate come appiattite in un’espressione di stupore.

Passi i tuoi occhi dappertutto sul mio corpo bianco, li fai scivolare nelle pieghe delle ascelle, fai scrutare loro le spalle, li fai scendere lungo il declinare dolce del torace fino alla pancia, poi verso la piega tenera del bacino, per tuffarli sul mio sesso, e farli poi riaffiorare più avanti e giù veloci e famelici per le gambe, fino alle caviglie serrate alla sedia con la corda sottile e penetrante. Per associazioni di immagini ora guardi i miei polsi, e chiudi il cerchio e la gabbia in cui mi hai rinchiuso.

Non sento emozioni catalogabili nel senso comune del termine, quanto piuttosto un languore, un formicolio, che si diffonde al limite esterno della mia pelle, come a difesa o in attesa di qualcosa. Non sono eccitato, non lo so perché, forse per dispetto o forse è colpa di mia moglie, ma il mio membro se ne sta afflosciato come svuotato o scuoiato da tribù primitive della mia coscienza. Lei se ne accorge e con un’ombra di disprezzo negli occhi pare all’improvviso animarsi di lussuriose intenzioni.

“Cos’è? Non ti piace? O non ci hai mai provato? Guardami, ora mi tocco per te”.
Avrei voluto darle dei baci, piccoli baci di superficie per capire chi fosse e magari trovare la via, ma ora, da questa posizione, mi stanno balenando nella testa migliaia immagini di sue possibili versioni e possibilità. Vedo la sua mano salire su per il suo petto, seguire lentamente la curva tenera del seno, insinuarsi nella piega della camicetta di raso, poi in successione rapida vedo il seno nudo, chiaro e il capezzolo viola e turgido.

L’altra mano, seguendo itinerari opposti, è affondata tra le cosce, premuta contro un punto basso del ventre, le ginocchia si sono unite e formano una sorta di tenaglia nella quale è racchiuso il suo sesso.
Il suo respiro si fa pesante, sembra assumere forme e volumi e viaggiare sulle stesse onde dei riflessi del fuoco su di noi, sento il cuore che mi batte sul collo, pompa sangue e attesa e sudore. Ora mi fissa di nuovo e i suoi occhi sono pugnali lanciati, sento un languore su per la schiena gelida, intanto lei si solleva un poco la gonna e si sfila le mutandine, le vedo a terra tra le sue scarpe, si china a raccoglierle, si avvicina e me le passa sulla fronte e poi me le preme sul naso “Senti il profumo del mio sesso, sai quante volte l’ho sentito sulle mie dita quando ci parlavamo di notte.

” Parla con una voce sussurrata, che mi arriva trasportata dalla luce del fuoco insieme all’odore denso e pungente del suo sesso, mi viene da pensare all’odore del mare nelle mareggiate d’inverno. Ora si abbassa, la vedo inginocchiarsi davanti alla mia sedia, vedo la sua testa passarmi a pochi centimetri, ne subisco il profumo, ma ho una percezione dilatata della realtà per cui il movimento di lei mi sembra lunghissimo, infinito, lei guarda in direzione del mio pene, lo sfiora col suo respiro, ci sento sopra il peso dei suoi occhi che scrutano e del suo naso che aspira, mi predispongo a percepire una qualsiasi sensazione umida di contatto che dia una direzione al tutto, invece lei gira la testa di lato e dice “Dai entra ! Puoi entrare ora !”.

E’ come se si accendesse una flash nella mia testa, per un attimo tutte le idee si fermano abbagliate e non capisco bene cosa stia accadendo, lei ha i gomiti poggiati sulle mie ginocchia nude, sento una pressione e capisco che si sta alzando. Di fianco qualcuno o qualcosa si muove, quasi ne intuisco il calore e il volume, l’ombra si espande laterale e si avvicina a lei, ora lo vedo, un uomo alto e vestito con una giacca blu e pantaloni grigi, ha il viso liscio e un’espressione per bene, gli occhi hanno angolature a scendere, ha capelli lunghi, tirati indietro e raccolti in un corto codino, lei gli va incontro e lo abbraccia, dopo un tempo incalcolabile, si voltano dalla mia parte, mi viene da pensare ai cacciatori dei safari, lei dice: ”Ti presento mio marito”.

Il nastro adesivo mi preme sulle labbra, sento di avere un’espressione acquosa e poco comprensibile, il fatto mi rassicura, mi si allineano nella mente tutte le ipotesi più abiette e banali, mi viene da ridere e comincio a sudare di un sudore immaginario e mi sento ingabbiato in un vicolo dell’infelicità. Ora lui la gira di spalle, le poggia le mani sui fianchi, non parla, le solleva la gonna, vedo le sue natiche chiare brillare come di bianco vapore, lui ci poggia le mani sopra e le stringe con forza.

Lei ha inarcato un poco la schiena e ha chiuso gli occhi, sembra godere di quella stretta energica, ora si volta e si accovaccia piano davanti a lui. Seduta sui talloni mi guarda e mi pare di leggere in fondo ai suoi occhi tutta la scena che seguirà, gli sbottona la patta dei pantaloni e tira fuori il suo pene già eccitato, mi guarda di nuovo mentre passa la lingua sulle palle, poi a salire sull’asta, fino alla sommità della cappella, chiude gli occhi e ingoia tutto con una bramosia a****lesca.

Vedo il pene dell’uomo apparire e sparire nel senso della lunghezza intorno alle sua labbra, lo ingoia tutto e poi lo fa rispuntare umido e turgido, lui è come svenuto in un’espressione allucinata e contemplativa. Per lunghi minuti rimango come imbalsamato nel mio stupore, poi lei si accorge che il suo uomo è arrivato, allora si alza, lo porta vicino a me tirandolo per il pene, me lo vedo proprio davanti; lei gli passa alle spalle, e da dietro comincia a masturbarlo, vedo la sua mano vicinissima percorrere ferocemente l’uccello, ogni tanto si ferma e se la passa sulla lingua così per rendere il movimento più fluido, poi, come una scossa a bassa tensione che scuote l’uomo, lei stringe con più forza e lo fa esplodere forte, un fiotto caldo e violento mi colpisce tra il collo e la spalla, sento il contatto tra il liquido e la mia pelle come un tocco leggero ma denso, poi rivoli giù per il petto a sporcare la mia identità frustrata.

Lui si accascia quasi svuotato, lei lo aggira, si avvicina mi guarda e dice “Ti amo piccola troietta stupita, ora ti pulisco” si abbassa e comincia a leccare lo sperma del suo uomo, lo raccoglie con la lingua e lo ingoia con movimenti fluidi da palcoscenico, lui intanto ha iniziato a toccarsi di nuovo, ha appoggiato una mano sulla mia spalla per sorreggersi e guarda il mio pene. Lei lecca, io sento la sua lingua strisciare ruvidamente oppure dolcemente sulla mia pelle, scivola sul seme, se ne impregna e ingoia, piano piano la sento avvicinarsi, come un serpente untuoso al mio membro, ci gira intorno indolente e sorniona, l’odore dello sperma è pungente, mi sento umido e appiccicoso, lui continua a toccarsi, ora la visione della moglie lo eccita di nuovo, lei se ne accorge e con una mano si dedica a lui, contemporaneamente sento come una ventosa umida e viva, guardo e vedo che lei me lo ha preso in bocca e me lo risucchia forte in gola, sento la sua lingua premerlo sul palato, come a volerlo svuotare.

Onde violente mi partono dal cervello e vanno a riempire i campi essiccati dei miei sensi, la vista del pene dell’uomo che si ingrossa riempie tutto il mio campo visivo, sento come un bruciore al ventre, il fuoco continua a illuminarci con variazioni calde e diradate, disegna profili avvinghiati e spudorati, un ritmo lugubre e a****le si è insinuato tra le nostre figure e sincronizza i piaceri delle nostre solitudini, vorrei che mi strappassero la benda dalla bocca e sputare lontano questo piacere immondo che mi sta divorando, l’uomo pare leggere qualcosa nei miei occhi, prende il bordo del pesante nastro e lo strappa via.

Finalmente liberate le mie labbra si espandono al respiro, l’uomo ora non guarda più la sua donna ma la mia bocca, lei intanto mi fa sentire il calore della sua lingua tra le cosce mentre con la mano me lo stringe, mi viene come un guizzo rallentato di piacere dal ventre e la disperazione lentamente cambia forma e colore, sono immobilizzato, incastrato e stritolato tra leve di un piacere invincibile, l’uomo libera il suo pene dalla morsa della mano della donna, afferra la mia testa dalla nuca e la spinge in avanti contro il suo uccello di nuovo eccitato, io chiudo gli occhi e lo prendo tra le labbra, poi apro la bocca lo sento scorrere accompagnato da un colpo misurato di bacino.

Ora sono una puttana formidabile, sento il suo cazzo avanti e indietro sulla lingua, io ne seguo il profilo trovando di volta in volta la giusta pressione, ne percepisco le vibrazioni, che si ricongiungono a qualcosa della mia eccitazione, onde della stessa madre che mi attraversano schiantandosi nella bocca di lei che mugola rapita. Il seme dell’uomo è sgorgato lento e non copioso, l’ho sentito in gola scendere attraverso i miei sensi e bagnare i territori vergini e assetati della mia perversione, lui se lo tiene in mano, quasi dolorante e io gli stillo le ultime gocce con la punta della lingua, lei ha capito, scosta le labbra dal mio, il mio pene, e inizia a masturbarmi con il ritmo di chi vuole farlo scoppiare subito, lo fissa un attimo, i suoi occhi sono diamanti neri, io mi sento deragliare sopra a un brivido caldo e violento, l’uomo si china e la sua bocca si apre a rubare le prime gocce pure e opaline della mia verginità indecente.

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Rapita e torturata dal nemico

Quando aveva fatto le esercitazioni al campo militare Laura era stata avvertita che se fosse stata catturata non sarebbe stata un’esperienza facile. In quella regione del centro Africa le tribù locali sottoponevano i soldati prigionieri a ogni tipo di tortura. Ma la passione di Laura per l’esercito, benché donna e molto bella, le aveva fatto cancellare ogni paura.
E così era partita per la sua prima missione di ricognizione in quel territorio lontano e quasi inesplorato, nel bel mezzo della foresta.

Erano in perlustrazione con la sua squadra, quando all’improvviso dal folto della boscaglia erano comparsi decine e decine di ribelli locali. Presto furono circondati e sottoposti a un fuoco incrociato.
La sua squadra in breve si disperse, ognuno per cercare di salvarsi. Così Laura rimase sola, nascosta dietro un folto cespuglio, sperando di passarla liscia. Ben presto, invece, venne avvistata e catturata. Era sola, gli altri commilitoni evidentemente erano riusciti in qualche modo a salvarsi.

Dopo una lunghissima camminata venne condotta in un villaggio e qui incontrò l’unica persona che parlava la sua lingua. Questi era anche il capo villaggio e ben presto, in modo brutale, le spiegò la situazione: “maledetti bianchi, venite qui nella nostra terra e volete imporre la vostra legge, ma noi vi uccideremo tutti. Tu intanto resterai nostra prigioniera e useremo i filmati delle torture che ti faremo per convincere ogni altro invasore estero a lasciarci in pace”.

Venne portata in una capanna e legata all’interno di una gabbia e poi per qualche ora non successe più nulla. Dopo, il capo del villaggio, un negro alto quasi due metri con un corpo molto muscoloso, entrò nella capanna e le rivolse la parola. “Lurida troia, adesso vedrai cosa vuol dire far parte di un esercito nostro nemico. E stai tranquilla, filmeremo tutto e lo manderemo alle vostre televisioni”.
Quindi nella capanna entrarono altri due negri, uno con una telecamera e l’altro con una grande borsa.

Laura venne presa, fatta uscire dalla gabbia, spogliata violentemente dai due negri, messa sdraiata su un tavolaccio che c’era lì e legata con mani e piedi alle quattro gambe del tavolo. Si trovò così in una posizione molto scomoda, con la testa fuori dal tavolo e con le gambe aperte in modo osceno.
Intanto avevano aperto la borsa e avevano cominciato a tirare fuori fruste, candele, mollette da bucato, corde e una serie di altri oggetti.

Il capo del villaggio le si avvicinò, mentre un altro aveva già iniziato a riprendere tutta la scena con la telecamera. “Ora faremo vedere al mondo quanto sono troie le donne occidentali e cosa succederà a loro se continueranno a venire come forze di occupazione nella nostra terra”. Intanto aveva cominciato a toccarla con una mano, che partendo da una gamba risaliva fino all’inguine, passava sulla sua fica, sulla pancia e fino alle tette.

Laura aveva provato a urlare e a liberarsi: “maledetti bastardi lasciatemi stare”, ma uno schiaffo l’aveva immediatamente fatta desistere. Quella mano continuava a fare su e giù sul suo corpo, mentre il capo del villaggio parlava agli altri presenti in una lingua a lei incomprensibile. Laura, intanto, nonostante la situazione, con quelle carezze si stava un po’ sciogliendo. Incredibilmente si stava eccitando.
Improvvisamente il negro smise di toccarla, prese una frusta e cominciò a frustarla sulle tette e sulla fica.

La frusta era fatta con fibre vegetali e ad ogni colpo bruciava, ma non così tanto. La cosa strana era che Laura tra le carezze di prima e questa situazione imbarazzante ormai era molto eccitata. In fin dei conti uno dei suoi sogni erotici ricorrenti era quello di essere violentata da un negro, che la trattava male e la sculacciava. Quante volte di notte si era ritrovata nel suo letto a immaginarsi questa situazione, per poi masturbarsi fino a raggiungere orgasmi fortissimi.

Questa volta, però, la situazione era vera e lei ne era terrorizzata. Ma nonostante tutto il suo corpo reagiva agli stimoli sorprendendola come mai avrebbe immaginato. Piano piano, ad ogni colpo di frusta che la colpiva sui capezzoli o sul clitoride, lei si eccitava sempre di più. I mugolii di dolore per le frustate si mischiarono così anche a lamenti di piacere e capezzoli e clitoride erano gonfi, dritti e duri come mai prima nella sua vita.

Laura sperava che i suoi aguzzini non se ne accorgessero, perché sarebbe morta dalla vergogna a farsi scoprire in una situazione del genere, oltretutto mentre veniva filmata. Ma il capo del villaggio non ci mise molto a notare che la sua fica si era tutta bagnata. Immediatamente smise di frustarla e le mise una mano tra le gambe. Laura era un lago e i suoi umori le colavano ormai fuori dalla fica. Il capo scoppiò in una risata e disse qualcosa ai suoi compagni.

Quello con la telecamera si spostò subito in modo da poter riprendere bene in primo piano la sua fica. Quando il cameramen si fu ben posizionato, il capo le infilò brutalmente due dita nella fica, facendo gemere Laura. Iniziò a fare un lento dentro e fuori, ogni tanto tirando fuori la mano e dandole uno schiaffo proprio in mezzo alle cosce, sul clitoride. Laura ormai stava con le cosce apertissime, con gli occhi chiusi e sentiva l’orgasmo montarle dentro.

A ogni schiaffo sulla fica emetteva un urletto per il momentaneo dolore, ma la cosa la eccitava sempre di più. Il suo clitoride era ormai gonfio e sporgente e la sua fica grondante di umori. Ogni tanto il capo tirava fuori le dita dalla sua fica e le mostrava gocciolanti alla telecamera ridendo. Poi gliele mise anche in bocca: “lecca troia, facci vedere quanto ti piace”. Laura non aveva mai fatto una cosa del genere e si sentiva umiliata ma era eccitatissima.

In breve si trovò a leccare ben bene le dita di quell’uomo, che intanto con l’altra mano aveva ricominciato a toccarla tra le cosce.
Quando le dita furono ben pulite, con quella mano il negro cominciò a tirarle e a torcerle i capezzoli, che nel frattempo era anch’essi diventati lunghi e dritti. Laura mugolava, vinta dal dolore ma sopratutto dal piacere e ormai non capiva più niente. L’unica cosa che aveva in mente era l’orgasmo che le stava crescendo dentro e che tra breve sarebbe esploso.

Improvvisamente l’uomo si fermò: “stupida puttana, pensi che siamo qui per farti divertire?” le disse. Laura era furibonda per tutta la situazione, perché non era riuscita e raggiungere l’orgasmo e anche per questa sua reazione all’accaduto. In fin dei conti era stata catturata dai nemici e lei invece di provare schifo e paura si era lasciata coinvolgere in quello che era diventato un vero gioco erotico.
Il capo allora aveva preso un grosso ramo di legno, inciso a forma di grosso cazzo e perfettamente levigato e glielo aveva infilato nella figa.

Ma poi aveva anche preso le mollette da bucato e una ad una le aveva posizionate sui capezzoli e sul clitoride. Laura aveva le parti intime in fiamme, ma quella grossa presenza nella sua fica le teneva vivo il moto dell’orgasmo, che era sempre lì, presente e pronto ad arrivare, ma che non riusciva a sfogarsi. Con una mano il capo faceva fare dentro e fuori al cazzo di legno, mentre con l’altra tirava le mollette su capezzoli e clitoride.

Laura ormai gridava e gemeva come una cagna in calore, con la fica e le tette in fiamme ma bagnatissima. Soprattutto la molletta sul clitoride le dava sensazioni fortissime e stranissime. Sicuramente faceva male, ma in fondo proprio perché faceva male il suo corpo trovava la cosa eccitantissima. E nonostante tutto, ancora una volta stava per venire.
Il negro a quel punto le infilò un dito nel culo e iniziò un veloce e avanti e dietro che in breve portò Laura ad un orgasmo di un’intensità mai provata prima.

Dalla sua fica partì un getto di umori, uno schizzo vero e proprio, che bagnò tutto il negro che la stava masturbando. Con l’orgasmo Laura non riuscì s trattenere un potente urlo liberatorio, seguito da una serie infinita di mugolii, ansimando e gemendo veramente come una cagna in calore, con spasmi che le squassavano tutto il corpo. Dopo un po’ le sensazioni dell’orgasmo svanirono e per Laura fu come risvegliarsi e tornare alla dura realtà.

I negri ridevano e il capo le disse: “adesso mandiamo questo film alla CNN, così facciamo vedere al mondo di che pasta sono fatte le puttane bianche che vengono nel nostro paese”. Laura si sentì morire. Lei ripresa mentre veniva torturata, tutta nuda in posizione oscena e per di più che mostrava al mondo quanto la cosa le piacesse, con la sua fica tutta aperta e bagnata e con quell’orgasmo così umiliante per una soldatessa nella sua condizione.

Venne slegata e rimessa nella gabbia, seduta e con le mani legate ai lati: “così non puoi masturbarti, troia” le disse il capo ridendo. Il suo corpo era ancora incredibilmente eccitato e lei aveva una voglia matta di masturbarsi e di raggiungere l’orgasmo. La posizione in cui l’avevano messa, però, non le consentiva neanche di strusciare la fica contro il pavimento per provare a masturbarsi in quel modo. Era sfinita, eccitata come non mai nella sua vita e sconvolta dai mille pensieri che le frullavano nella testa.

Ormai sola da un bel po’ di tempo, riuscì comunque ad addormentarsi.
Il giorno dopo il capo venne nella capanna svegliarla. “Lurida troia, adesso riprendiamo con il trattamento di ieri e con il filmato”. Questa volta la portarono fuori dalla capanna, all’aperto, in mezzo al villaggio, e la legarono in piedi ad una croce di pali messi a X. Ancora una volta era nuda, con le cosce aperte, alla mercè di chiunque volesse divertirsi con lei.

Ben presto si avvicinò una piccola folla di abitanti del villaggio, che le urlavano contro, le tiravano contro frutta e ortaggi e le sputavano. Il capo venne e disse qualcosa e tutti smisero di darle addosso. E il suo compare con la telecamera si mise lì a fianco per filmarla di nuovo. Poi le disse: “ieri sembra proprio che ti sei divertita, adesso vediamo se è la stessa cosa”. Riprese a carezzarla sulla fica guardandola dritta negli occhi.

“Vediamo se questa puttana bianca anche questa volta si eccita davanti a tutti”.
Laura si vergognava come mai nella vita, eppure sentiva ancora una volta l’eccitazione montarle dentro. “Sporco negro, non credere che mi fai paura” disse, quasi per darsi coraggio. Ma non fece in tempo a finire la frase che il capo le prese il clitoride tra indice e pollice e glielo strinse. Laura si piegò sulle gambe ed emise un forte mugolio.

Sentì all’inizio una fitta dolorosa, ma poi come il giorno prima questo dolore si tramutò in eccitazione fortissima. Laura era stupita delle reazioni del suo corpo, che andavano assolutamente contro la sua volontà, ma non riusciva a trattenersi. Immediatamente il mugolio di dolore si tramutò in mugolio di piacere e la sua fica riprese a grondare succhi. Ancora una volta il capo le levò le dita dalla fica e mostrò alla folla quanto fossero bagnate, dicendo un qualcosa che sextenò l’ilarità di tutti.

“Questa volta, puttana, ti frusteremo ben bene, ma prima ti voglio fare un bel giochetto. Vedrai che sorpresa.
”Un altro negro venne con una corda in mano, una corda lunga, grossa e ruvida. Questa le fu legata in vita e poi passata da sotto in mezzo alle cosce. Tirata da davanti verso l’alto si andò a infilare tra le labbra della sua fica ormai lubrificatissima. La corda venne legata alla parte alta della croce e tirata molto forte.

Adesso Laura aveva la corda che le spaccava in due la fica e che le spingeva forte sul clitoride, già gonfio ed eccitato di suo. Inoltre ad ogni movimento la corda strusciava nelle sue parti intime. Un negro venne con una frusta e di nuovo Laura si trovò a dover subire colpi in tutte le parti del corpo, ma soprattutto sulle tette e sulla fica. Ad ogni colpo lei dava uno scossone con il corpo e la corda le schiacciava e irritava il clitoride.

Il capo credeva che questo sarebbe stato veramente troppo per Laura, ma incredibilmente invece il suo corpo dimostrò di volerne sempre di più.
Ormai Laura aveva perso ogni remora: “Sporco negro, dai frustami, tanto non mi fai niente” urlava. Ma intanto gemeva sempre più forte e di nuovo sentiva l’orgasmo salirle dentro. Improvvisamente il capo con un colpo di machete tagliò la corda e smise di frustarla, proprio quando ormai Laura era prossima all’orgasmo.

“Lurida troia, vuoi solo godere? E invece io non te lo permetterò”. Laura questa volta aveva veramente il terrore negli occhi. Si stava accorgendo che per lei la vera tortura non era ricevere frustate e maltrattamenti alla fica, ma non poter raggiungere l’orgasmo. Il negro prese a masturbarla quasi con dolcezza, ridendo e sghignazzando. Laura spingeva il bacino contro la sua mano con il viso stravolto dalla voglia di godere. Ma ogni volta che si avvicinava all’orgasmo, il capo levava la mano e un altro negro le tirava una secchiata di acqua gelida addosso.

L’acqua le toglieva il fiato per alcuni secondi e aveva il potere di azzerare quasi del tutto il suo livello di eccitazione.
Poi si ricominciava da capo con le carezze, alternate ogni tanto a schiaffi sulla fica e sul clitoride. Laura era stravolta, gemeva e mugolava, aveva i succhi della sua fica che le colavano lungo le cosce, era sempre prossima all’orgasmo ma non gli veniva mai permesso di raggiungerlo. Per la prima volta cominciò a cedere psicologicamente e a chiedere pietà: “Maledetto porco fammi godere, dai infilami qualcosa nella fica e fammi godere”.

Erano parole che fino a due giorni prima Laura non avrebbe mai immaginato che potessero uscire dalla sua bocca.
Ancora una volta il suo corpo prese alla sprovvista tutti, Laura per prima che in una situazione del genere aveva i sensi in fiamme, e il capo del villaggio che mai avrebbe creduto ad una reazione del genere da parte di una soldatessa bianca. Un nuovo potentissimo orgasmo si impossessò di Laura appena le dita del negro le strinsero con violenza per l’ennesima volta il clitoride e ancora una volta dalla sua fica sgorgarono copiosi umori come uno schizzo potente di sborra.

Laura era stravolta, ormai vinta fisicamente e psicologicamente, terribilmente combattuta internamente tra il terrore per la tortura subita e l’eccitazione sessuale che avrebbe trovato inimmaginabile fino a qualche giorno prima. Improvvisamente si sentirono partire dalla boscaglia dei colpi di mitragliatore. Dai margini del villaggio i suoi compagni militari stavano facendo un’irruzione tra i ribelli, che in brevissimo cominciarono a scappare e a dileguarsi nella boscaglia. Alcuni compagni immediatamente la slegarono e la portarono via, raccogliendo anche la telecamera che era caduta per terra.

Laura a quel punto svenne.
Quando riprese conoscenza era nell’ospedale da campo del suo accampamento, con i commilitoni che le erano più amici lì vicino. Lei in realtà avevo solo bisogno di essere rifocillata e già la flebo che durante la notte le avevano fatta l’aveva di nuovo rimessa abbastanza in forma. In breve, sentendosi decisamente meglio, chiese di essere dimessa, anche perché sapeva di dover andare dal suo comandante per fare rapporto.

Appena un’ora dopo era libera e si stava dirigendo verso la casa del comandante. Quando entrò venne accolta molto bene e fatta subito mettere a suo agio. Le fu chiesto di raccontare per filo e per segno quello che le avevano fatto, per denunciare la cosa alla corte suprema, che avrebbe processato i ribelli catturati. Laura però si vergognava di raccontare esattamente tutte le sensazioni provate e fu molto vaga. Il comandante iniziò ad irritarsi, perché capiva che il racconto non era veritiero.

Laura però non ce la faceva a confessare tutto. Allora l’atmosfera cambiò: “Cosa credi, che non l’abbiamo visto il filmato? Ti sei divertita a farti torturare dai negri ribelli? Ti sembra questo il comportamento per un soldato della nostra caratura?” Laura voleva morire per la vergogna, ma si ostinava a non voler ammettere al verità. Il comandante allora si alzò, girò intorno alla scrivania e le ordinò: “in piedi soldato”. Laura shittò sull’attenti. Il comandante le disse: “riposo soldato” e Laura assunse la classica posizione con le mani dietro la schiena e le gambe leggermente divaricate.

Il comandante le mise una mano tra le cosce sibilando: “immobile soldato, se non vuoi finire sotto corte marziale” e prese a muovere la mano e a cercarle il clitoride. E Laura in un attimo fu di nuovo un lago….

Serata movimentata

Quel pomeriggio faceva un caldo bestiale. Mi fiondai in un cinema più che altro per usufruire del fresco dell’aria condizionata. Non ricordo nemmeno che tipo di film dessero ma stare così in questa penombra e con il fresco mi ridava un po’ di tono.
Dopo un po’ entrò un uomo, si fermò un attimo per abituare gli occhi all’oscurità e poi venne a sedersi di fianco a me. È una cosa che a me da molto fastidio e poi se, addirittura, c’è la sala vuota mi agito di più.

Passato un po’ di tempo mi sentii sfiorare la coscia in maniera molto leggera, quasi si fosse trattato di qualcosa fatto inavvertitamente. Non ci feci molto caso ma di lì a poco sentii il tocco nuovamente. Ora ero quasi certo che il mio vicino lo stava facendo intenzionalmente.
Il terzo “attacco” fu un po’ più deciso e sentii la mano che, oltre a premere più arditamente, cambiava leggermente facendosi strada per raggiungere l’interno coscia e avvicinarsi sempre più verso il mio basso ventre.

Ero in una fase di attesa, cioè da un lato avrei voluto dirgliene quattro ma dall’altro ero molto incuriosito di sapere dove sarebbe finita la storia. O meglio dove sarebbe finita la mano!
Sentivo la pressione farsi sempre più forte e ormai sentivo il suo pollice sfiorare il rigonfiamento sotto il quale si celava il mio tesorino.
Ormai pieno di coraggio portò le sue mani ai miei pantaloni, abbassò la cerniera, sciolse la cintura e sbottonò quello che ormai era rimasto l’ultimo impedimento.

La sua destra si infilò leggera sotto i miei slip per poi riemergere stringendo il trofeo della sua vittoria.
Cominciò a masturbarmi, dapprima molto molto lentamente e poi sempre più freneticamente. Io cercai di resistere ma dopo un poco di tempo sentii gli schizzi di sborra uscire violentemente per finire chissà dove nel buio. Il piacere mi aveva imbambolato, non avevo provato un godimento così intenso come era successo qualche attimo prima.
“Andiamo” disse, “ho la macchina qui all’angolo, raggiungimi che andiamo a casa mia!”.

Detto ciò si alzò e andò verso l’uscita. Io stetti ancora lì un po’, mi sentivo piacevolmente svuotato.
Mi alzai e raggiunsi la biglietteria. Francamente non avevo alcuna voglia di andare con quel tipo. Vedendo che vi era una doppia uscita presi quella opposta a quella che mi aveva indicato l’amico e uscii nel crepuscolo che stava scendendo.
Fatti pochi metri mi sentii chiamare. Mi girai e vidi poco distante l’amico di prima che con un’aria un poco intimidatoria mi indicava la macchina.

“Come” dissi “non dovevi essere sull’angolo vicino all’altra uscita?”.
“Sì” disse “ma ho immaginato che saresti stato scorretto e avresti tentato di svignartela…”.
“No” dissi goffamente “ho sbagliato uscita, ecco tutto. ”.
“Bene allora visto che ci siamo riuniti andiamo. ”.
Arrivammo a casa sua, una villetta piuttosto isolata dal resto del rione. Mi fece scendere e mi fece strada fino all’interno della sua casa. Mi offri qualcosa da bere e poi si offrì di farmi vedere la casa.

Dopo aver visto tutto scendemmo verso quelle che pensai erano le cantine. Passammo una porta, il buio mi impediva di vedere alcunché.
Accese la luce e appena ebbi la possibilità di vedere mi resi conto di che posto fosse. Alle pareti erano appese fruste e frustini di ogni tipo, manette e corde. Al centro vi era un gran tavolaccio in legno con, ai quattro angoli, gli appositi strumenti per bloccare chiunque vi fosse stato adagiato.

“Si è fatto tardi” dissi “è ora che io vada, magari ci si vede una di queste sere. ”.
“Mi spiace, ma sei stato cattivo e devi essere punito. Lo sai bene pure tu!”.
“Io non ho fatto nulla” dissi.
“Beh! Ti sei lasciato fare una sega e poi, quando avresti dovuto ripagare il favore hai tentato di sottrarti. ”.
“Ma a me non piacciono gli uomini. ”.
“Quando hai goduto però ti piaceva.

Ora dovrai soddisfare me. ”.
“Che vuoi che faccia?”.
“Per prima cosa devi spogliarti completamente nudo. ”.
Aderii alla cosa piuttosto malvolentieri. “E ora?”.
“Ora devi metterti in ginocchio, ho una gran voglia di farmi spompinare da te. ”.
“Ma neanche per sogno!”.
Mi si avvicinò e all’improvviso avvertii un forte bruciore sulla natica, la prima sculacciata era partita. Preso di sorpresa non riuscii a contrastare la seconda mossa: si era seduto su una sedia e mi aveva attirato giù sulle sue ginocchia cominciando a sculacciarmi di santa ragione.

Sentivo le mie chiappe in fiamme mentre lui mi spiegava tutto ciò che avrei dovuto fare.
Fu interrotto dallo squillo del cellulare. “Resta qui, brutta troia! Non ho ancora finito con le tue chiappe. ”.
Rispose al telefono mentre io mi massaggiavo le natiche in fiamme. “Ciao Q. , non posso venire questa sera ho per le mani un bel porco a cui sto insegnando ad essere corretto e da cui voglio trarre il massimo del mio piacere.

”. Stette in attesa di udire ciò che diceva il suo amico e poi aggiunse: “Perché non vieni tu a casa mia, ce la godiamo assieme questa troia. Magari strada facendo passa a prendere J. , ha un cazzo talmente considerevole che glielo farà arrivare fino allo stomaco a questa bagascia. ”.
Ricevuta conferma dal suo interlocutore chiuse la conversazione e ritornò verso di me riprendendo a sculacciarmi meno violentemente di prima ma con metodo e continuativamente.

Avevo la sensazione che volesse mantenere il mio culo caldo e scarlatto. Smise quando suonarono alla porta e lui dovette andare ad aprire.
Tempo di andare e ritornare entrarono tre uomini. I due che non conoscevo si fregarono le mani vedendomi. “Ma che bravo sei stato lo hai tenuto in caldo per noi?”.
“Certamente, ma nel frattempo si è un po’ raffreddato, io direi di riscaldarlo un altro po’. ”.
Si spogliarono completamente nudi e io riconobbi, anche se non lo conoscevo affatto, J.

Aveva un cazzo che già da moscio era enorme. “Quando vedo un bel culo arrossato mi prende l’eccitazione!”.
“Tranquillo, tu Q. dammi una mano che mettiamo questa baldracca sul tavolaccio. ”.
I due mi sollevarono e mi misero sul tavolaccio a pancia in giù. “Io ora mi metterò a cavalcioni della schiena di questa zoccola e mentre continuo a sculacciare le sue natiche tu Q. mi farai una sega che anch’io ho voglia di essere soddisfatto.

J. ha dotazione adatta e sa come la deve usare. ”.
Sentivo le palle dell’amico strusciare sulla mia schiena prima che, assieme al cazzo, fossero abbrancate dalle abili mani di Q. Riprese la raffica di schiaffi ai miei poveri glutei che non potevo vedere ma che immaginavo ormai paonazzi.
Mentre pensavo al mio culo sentii un paio di mani forti afferrarmi la testa. Era J. che mi stava mettendo in posizione per potermi ficcare in bocca il suo enorme arnese.

“Tranquillo” disse “prima te lo sbatto in bocca spingendotelo fino alle palle e poi, dopo avertela scopata per benino, ti nutro copiosamente. Fai conto di venire allattato da un’enorme capezzolo! Un bel biberon stracolmo di caldo succo tonificante!!! Ah, ah, ah. ”.
Vedevo questo enorme fallo danzare ancora non del tutto duro davanti alla mia faccia. Prima di avvicinarlo alla mia bocca J. se lo prese in mano e usandolo a mo’ di manganello cominciò a colpirmi sulle gote, sulle labbra, sul naso e un po’ dove gli capitava.

Mi fece penetrare due dita in bocca in modo da aprirmela al massimo per poi imboccarmi con il suo grosso poppatoio.
Gli altri due intanto continuavano ad eccitarsi sempre di più: uno segando l’altro e l’altro prendendo a schiaffi il mio povero culetto.
Sentivo il cazzo di J. in gola e vedevo danzare le sue palle davanti agli occhi. Ad ogni colpo di fianchi cercava di entrare sempre più a fondo nella mia bocca.

Era sempre più irruente e avvertivo molto distintamente il suo indurimento dentro la mia bocca. Ad un tratto, fu veramente cosa di un millesimo di secondo, percepii che stava godendo e mi ritrovai con gola e bocca stracolma del caldo sperma di J.
Se possibile cercò di ficcare ancora più a fondo il suo uccello e tenendomi fermo in questa posizione, in maniera che lo sperma, anziché essere sputato scivolasse all’interno della mia gola.

“ Te l’ho detto che volevo sfamarti in notevole quantità. Se ingoi tutto fino all’ultima goccia ti faccio un regalo”.
Anche se avessi voluto non avrei potuto fare diversamente. Trangugiai tutto lo sperma che avevo ancora in bocca. Lui uscì piano piano dalla mia bocca. “E ora il tuo premio, te lo sei proprio meritato!!!”.
Sentii qualcosa di caldo sulla schiena, lo sculacciatore aveva goduto su di me. “Ora però ci diamo il cambio però!”.

Stava dicendo Q. Si dettero il cambio.
J. intanto si era girato e dopo essersi preso i glutei con le mani si avvicinò retrocedendo, li allargò il più possibile e mi si porse dicendo “Baldracca devi leccarmelo parecchio e bene perché è una cosa che mi piace assai. ”.
Sentii un nuovo calore alla schiena che mi fece capire che anche Q. aveva sborrato. Scese dalla mia schiena e tutti e due si avvicinarono a J.

“Guarda come lecca bene il porco. ”. E si misero a ridere a crepapelle.
Riuniti tutti e tre mi presero e mi girarono “ Caspita guarda lì come gli è venuto duro”.
“Gli ho fatto un segone al cinema che non avete idea. ”.
“Mi è venuta un’idea! Datemi una mano!”.
Mi presero e mi legarono sul tavolaccio a gambe e braccia aperte, mi bloccarono con una cinghia alla vita e con altre cinghie alle cosce.

Poi uno estrasse da un comodino un flacone di liquido. Io non capivo ciò che stava succedendo ma loro si erano capiti perché tutti e tre ridacchiavano.
Scoprii che il flacone conteneva olio. Uno me ne verso un poco sul glande e cominciò a massaggiarmelo col palmo della mano. Gli altri due mi si misero a fianco e presero a divertirsi con i miei capezzoli.
Io mi eccitavo sempre di più ma quel depravato che mi stava frizionando il glande svolgeva in modo tremendamente lento la sua incombenza.

Avevo un cazzo talmente duro che quasi scoppiava ed era diventato quasi di colore violaceo. “Banda di debosciati smettetela e fatemi sborrare. ”
“J. vedi di farlo star zitto che ci sta annoiando. ”. L’uomo non se lo fece ripetere due volte salì sopra di me e di nuovo mi infilò in bocca il cazzo enorme, che nel frattempo gli era tornato in tiro dopo essersi a profusione sollazzato a torcere, titillare, mordicchiare i miei capezzoli.

Questo atto ebbe la capacità di eccitarmi ancora di più e schizzai fuori quello che a me sembravano ettolitri di sborra.
Quel depravato lascivo invece di fermarsi continuò a manovrare con ostinazione il mio cazzo e la cosa mi diventava sempre più fastidiosa.
“Sublime” disse J. “continua, continua a segarlo in questa maniera che quando sussulta la puttana succhia meglio. ”.
Dopo avermi riempito di carne mi riempì di nuovo di sperma che dovetti di nuovo ingoiare.

Poco dopo ebbi una nuova eiaculazione.

E – Impiegata domina la direttrice e suo marito

Non la sopportavo più.
Ormai era un anno che ero diventata impiegata in questa azienda, e avevo come direttrice una vera stronza.
Godeva nel dare ordini e prenderti di mira ogni volta che poteva.
Ovviamente dall’alto della sua posizione poteva anche permetterselo.
Non si faceva scrupoli a mettermi in imbarazzo anche davanti agli altri colleghi.

Questa mattina infatti, arrivò al lavoro, ed eccola lì.
Una bella donna per quello, seduta sulla sua poltrona con un abito grigio chiaro, e le gambe in bella vista appoggiate sulla sua scrivania.

E inizia così la mia giornata di lavoro.

Alle 19. 00 finalmente il mio turno di lavoro è finito.
Giulia, la mia direttrice, è andata a casa mezz’ora fa, quando è passata a prenderla suo marito, un bell’uomo con un fisico asciutto e sempre elegante.
Mi alzo, e vedo che sulla sua scrivania è rimasto un book che le serve sicuramente.
Uff… Mi tocca portarglielo a casa.

Vabbè, farò una toccata e fuga e poi me ne andrò dritta a casa.

Mezz’ora dopo arrivo davanti a casa sua, attraverso il giardino per entrare dalla porta posteriore, quando improvvisamente il mio occhio cade sulla finestra che dava sul salotto.
Rimasi impietrita…
Vedevo suo marito in slip bianchi, bendato e legato su un mobiletto.

Non capivo che cosa stava succedendo, quando mi accorsi che dall’altra parte c’era Giulia seduta con una specie di frustino per cavalli e vestita con dei leggins attillati bianchi, una canottierina nera e un paio di stivali che le arrivavano al ginocchio.

Si era avvicinato a suo marito e dopo avergli messo la mano sopra le mutande, iniziò ad accarezzargli il pacco.
Adesso ho capito, quella stronza era una dominatrice anche a letto.
Ma vedendo quella scena improvvisamente mi eccitai…
Anche perché ormai era da più di un anno che non avevo fidanzato e il sesso, mi mancava decisamente tanto.
Allora mi balenò un’idea, potevo vendicarmi di quella stronza scopandomi suo marito.

Si, mi piace decisamente come idea.

Entrai pian piano dalla porta della cucina che dava sul giardino, e presi in mano l’oggetto che trovai su un comodino lì di fianco.
E proprio in quel momento, Giulia entrò nella stanza, dandomi le spalle.
Allora la colpì alla testa, e la feci svenire.

Oddio, che cosa ho fatto…
Forse…forse potrei andarmente ora.
Non saprebbe mai chi la ha colpita…magari me la cavo anche…
Si, forse è meglio andarmene.

Pero, in quel momento la guardai…
Distesa li…in mio potere…
Mi piaceva…era in mano mia…
Dopo tutto questo tempo finalmente sono io che posso comandare…

Allora la legai, e la trascinai in salotto, dove suo marito era ancora legato e bendato, e senza che si fosse accorto di niente la misi seduta appoggiata al muro.
Mi girai verso di lui, e quello che vidi mi piaceva parecchio.
Era proprio un bell’uomo, un bel fisico, e da quello che si vedeva doveva avere proprio anche un gran bel cazzo.

Allora mi avvicinai a lui e all’improvviso,mi disse:

“finalmente sei tornate amore!”

Io rimasi in silenzio, non sapendo cosa fare.
Allora presi coraggio e appoggia una mano sul suo bel pacco…
mmmh…
Mi piaceva quello che sentivo…
Presi ad accarezzarglielo dolcemente, mentre lui mi disse:

“Sono in estasi amore…
Sarà un mese che non lo facciamo e mi sento le palle piene ormai!”

A quella frase mi venne ancora più voglia.

Allora lo slegai e lo feci alzare in piedi, presi una corda e gli legai le braccia ad una trave del soffitto.
Mi avvicinai a lui e gli accarezzai il petto.
Poi feci scivolare la mano lungo i suoi addominali, fino ad arrivare al quel pacco delizioso e presi ad accarezzarglielo…
Mi avvicinai poi con le labbra alle sue e presi a leccargliele lentamente, facendolo leggermente ansimare…
Fino a che pochi secondi dopo si trasformò tutto in un bacio passionale e sensuale…con le nostre lingue che si intrecciavano con frenesia e puro piacere…
Ero decisamente presa da quella situazione…
Stavo eccitando il marito della mia direttrice!
Stavo iniziando a bagnarmi anche…
Allora smisi di baciarlo e mi tolsi il vestito, rimanendo solo in mutandine e autoreggenti nere…
Presi ad accarezzargli ii pacco un’altra volta per qualche secondo, dopo di che decisi che era venuto il momento di vederlo davvero, anche perchè si vedeva chiaramente che era diventato bello duro.

Gli presi gli slip e glieli tolsi, rimanendo per un attimo sconcertata…
Ce l’aveva veramente bello grosso!
Tutto in tiro…poi legato cosi…mamma mia…
Era cosi virile…

Non resistevo più…
Volevo assolutamente assaggiarlo!
Allora mi chinai davanti a lui e mi avvicinai…potevo sentire il suo profumo maschile…
Tirai fuori la lingua e gli leccai lentamente la cappella…facendolo tremare di piacere…
Infatti emise un leggero gemito di piacere.
Doveva essere decisamente molto che non lo facevano per reagire cosi per una semplice leccata.

La cosa però mi divertiva parecchio…
Quindi gli presi il cazzo in bocca fino alla base e cominciai e succhiarglielo molto lentamente…

“Oh si amore…
sei migliorata molto con la bocca sai…!”
Mi disse, credendo fossi Giulia.

Lo stavo facendo godere decisamente parecchio…
Aveva persino le gambre che tremavano leggermente da quanto gli piaceva…
Mi stavo eccitando anche io…
Avevo in bocca il più grosso cazzo che avessi mai visto…
Duro…succoso…che lo sentivo pulsare mentre con la lingua glielo massaggiavo dolcemente…insalivandolo tutto…
mmmh…adoravo quella sensazione…

Però volevo divertirmi ancora di più…
Smisi di spompinarlo e tirai fuori il cazzo dalla mia bocca che sgocciolava tutto…

Presi un’altra corda e gliela attorcigliai attorno al cazzo e alle palle, stringendoglielo un po.

Poi, dopo averglielo accarezzato di nuovo, presi a massaggiarglielo segandolo pian piano…
Lo sentivo pulsare mentre lo stringevo e glielo muovevo su è giu…
E intanto lui continuava ad emettere gemiti soffocati…

Dopo un po lasciai quel grosso cazzo pulsante, glielo slegai e gli slegai anche le braccia.
Senza che ci potessi fare niente, improvvisamente si tolse la benda!
Rimasi impietrita e anche lui per qualche secondo mi guardò senza sapere cosa dire.

Poi lo sguardo gli cadde su sua moglie legata e ancora svenuta appoggiata alla parete.
Allora reagì malamente e mi chiede abbastanza sconcertato che cosa stesse succedendo..
Io stetti qualche altro secondo in silenzio, pensando al da farsi, e decisi di provarci di cattiveria.
Gli mollai uno spintone e lo feci semidistendere sul mobile di prima.
Mi inginocchiai davanti a lui, gli ripresi il cazzo in mano e mentre ripresi a massaggiarglielo, gli dissi guardandolo in maniera innocente:

“sono un collega di tua moglie…vedi…lei mi tratta sempre male a lavoro…
passavo di qua…e ti ho visto legato e in mutande…e non potevo resisterti…
allora ho addormentato tua moglie…”

E prima che lui avesse il tempo di rispondere e reagire, lo guardai dritto negli occhi, e gli mollai una leccata molto lenta al cazzo ancora tutto duro…

“oh…” gemette

Non disse altro…
allora capì che aveva troppa voglia per reagire!
Era mio!
Mi rimisi il cazzo in bocca e andai giù fino alla base, stando ferma li qualche secondo, facendo anche qualche versetto di soffocamento, tornando su poco dopo e riprendendolo in mano, completamente fradico della mia saliva.

Lo guardai con un sorriso maliziosetto, vedendo che non sapeva come reagire…
Allora vidi che li vicino c’era una videocamera.
Allora mi alzai e andai a prenderla.
La accesi, la girai verso di lui e subito dopo verso di me, e dissi:

“questa registrazione è per Giulia…
spero che ti piaccia…”

Mi chinai nuovamente ai piedi del mobile e mi ripresi con la videocamera mentre una mano preso il cazzo di suo marito e ricominciai a succhiarglielo lentamente, facendo versetti da vera troietta…

Quanto mi piaceva questa situazione…
Ormai lui era completamente mio schiavo…
Si vedeva che non poteva far altro che godere, anche se sapeva bene che stava tradendo sua moglie.

Allora dopo un po misi giù la videocamera e lo feci distendere per terra.
Lui obbedi senza obbiezioni…
Lo guardai stando in piedi sopra il suo viso con le gambe aperte, e gli dissi:

“ora tocca un po anche a me divertirmi…non credi…”

E nel mentre mi stavo massaggiando un po la mia fighetta già bella bagnata dall’eccitazione davanti ai suoi occhi.
Quindi mi chinai sopra le sue labbra e dopo neanche un secondo si era già messo in bocca tutta la mia figa.

“Bravo bambino…. cosi…leccala tutta che ti fa bene…”

Sentivo la sua lingua e le sue labbra che la esploravano tutta quanta…si divertiva a giocare con il mio clitoride…per poi entrare in profondità…
Era cosi godurioso…
sentivo che me la bagnava tutta quanta…che la ciucciava avidamente…

Mi girai con la testa e vidi che aveva il cazzo completamente di marmo, ma era troppo impegnato a lavorarsi la mia fighetta per farci caso…
Allora mi alzai in piedi e lo guardai…
Aveva un’espressione che sembrava mi implorasse di risedermi sopra la sua faccia.

Ma avevo altro in mente ora.

Voleva che Giulia vedesse…volevo farla soffrire…
Quindi mi avvicinai a lei…mi chinai…
E le mollai uno schiaffetto per farla riprendere.
E infatti dopo qualche secondo mise a fuoco che c’ero io, ed ero nuda con suo marito poco più in la col cazzo in tiro.
Inizio a sbraitare e a urlare, dandomi della puttana e della troia…
Allora presi gli slip di suo marito e glieli ficcai in bocca, bloccandogliela con del nastro adesivo…
La guardai negli occhi, e le dissi:

“Non fai più la stronza ora, vero?
Be…goditi lo spettacolo…”

E le leccai la bocca incerottata con le mutande del marito.

Tornai verso di lui e gli ordinai di sedersi.
Lui obbeddì e io mi misi davanti.
Gli mostri le mie belle chiappette, le allargai un po, e gli dissi:

“ora leccami il buchino…da bravo…”

Non se lo fece ripetere due volte!
Si appoggiò la faccia sul mio culo e cominciò e leccare avidamente il mio sederino…tutto quanto…
Passava in continuazione la lingua sul buchino, e mi stava facendo veramente godere parecchio…
Avevo persino iniziato a gemere…
ogni tanto lo sentivo anche entrare dentro con la lingua…

“mmmh….

o si…. continua…. “

Abbassai lo sguardo, e vidi che aveva cominciato a segarsi il cazzo da solo…
Significava che stava godendo parecchio…e mi piaceva…
Allora guardai Giulia, come per dirle…. hai visto… ecco come si fa a far godere un uomo…
E il suo sguardo era pieno di odio…
Quanto mi piaceva…

Dopo 4 o 5 minuti cosi, avevo il culo in fiamme…
Non resistevo più…ero tutta fradicia di saliva e avevo il buchino completamente dilatato e massaggiato da quella lingua meravigliosa…
Allora mi tolsi da quella posizione e feci alzare il marito di Giulia.

Lo presi per mano e mi avvicinai a lei.
Avevo in mente un primo piano tutto per lei…
Mi misi praticamente a mezzo metro dal suo viso, allargai le gambe e presi il cazzo di suo marito in mano.

“Senti come pulsa….
Indovina dove lo metti ora…” gli dissi sorridendo…

Appoggiai la cappella sul mio buchino tutto bagnato e indietreggiai col culo pian piano, facendola entrare tutta…
Oddio…era cosi grossa…ma è entrata senza problemi… mi deve avere lubrificato per bene con tutta quella saliva…

Improvvisamente iniziò a spingere dentro e fuori anche il resto del suo cazzo…

“oh! oh! oddio….

“!

Sentivo tutta la sua asta entrare dentro il mio culo…
Si…che goduria…
Iniziava anche ad aumentare leggermente l’intensità…

Ah…mi stava trapanando il culo…!
Godevo come una vacca in calore…
Ad ogni colpo che mi dava, avevo la fighetta che gocciolava di umori…
mmh…..si…. !

Stava aumentando di velocità, e sapevo che di li a poco sarebbe venuto se non si fosse fermato…
Vedevo che però Giulia non tentava neanche più di liberarsi o di urlare…
Inizialmente non capivo il perchè, mai poi mi accorsi che teneva le gambe completamente chiuse…
Allora mi venne un dubbio…
Feci fermare suo marito dallo sbattermi il culo e chinandomi le aprii le gambe.

Ed infatti eccola li!
Era bagnata!.
Aveva i leggins umidi!

Allora guardandola, le dissi:

“che troia!
ti eccita vedere tuo marito che si sbatte un’altra donna a pochi centimentri dal tuo viso, vero?
che puttanella che sei!”

Mi venne un’idea allora…
Presi delle forbici e le tagliai il pezzo di leggins bagnati, lasciandole scoperta tutta la fighetta…
depilata…
liscia…
inumidita…

Mi faceva voglia…non so perchè…
però improvvisamente volevo veder godere anche lei…

Allora la feci distendere sulla schiena e le sollevai le gambe facendogliele mettere all’indietro, sputai sulla sua fighetta e con un dito iniziai a massaggiargliela pian piano…
E dopo pochi secondo eccola che cominciava a diventare già molto più bagnata e anche se aveva in bocca gli slip di suo marito si stava lasciando a andare a qualche gemito di piacere.

Mi stavo divertendo molto a stimolare Giulia…
Ma non mi ero dimenticata di suo marito…
Mi girai a guardarlo, e vidi che quello spettacolo di sua moglie che si stava facendo fare un ditalino da un altra donna, doveva eccitarlo davvero molto.
Si stava segando quel cazzo durissimo senza mai distogliere lo sguardo da noi due.
Allora con l’altra mano gli feci segno col dito di avvicinarsi.
Quando fu qui, smisi di masturbare Giulia e gli presi il cazzo in mano, glielo massaggiai lentamente e poi me lo misi in bocca e gli feci due o tre succhiotti…
Poi guardai Giulia e le chiesi:

“lo vuoi?” mentre continuavo a segarlo pian piano.

E lei con lo sguardo sempre un po incazzato, ma molto più eccitata che altro, mi fece di si con la testa.

Allora le tolsi il nastro adesivo…ovviamente di cattiveria, facendola urlare un attimino per il dolore e le tolsi dalla bocca anche gli slip di suo marito.
Le tolsi i leggins, e poi feci avvicinare suo marito.
Le senza battere ciglio apri la bocca davanti al cazzo di suo marito, che glielo mise in bocca senza pensarci due volte…
Era ancora legata ovviamente, quindi non poteva far altro che farsi scopare la bocca.

E direi che le piaceva anche, perchè vedevo che usava spesso anche la lingua per poter assaporare meglio quel gran cazzo che si ritrovava in bocca.

Dopo un po che guardavo quella scenetta, feci allontare un po suo marito da lei.
Le slegai le braccia e la spinsi su un materasso li vicino.
Le misi una cinghia sulla bocca e le legai le braccia alle gambe (e lei si lasciava fare – ormai da dominatrice era diventata una dominata schiava del piacere), in maniera che prendesse la posizione che più le si addice…quella da cagna…
Suo marito poi si avvicinò, gli presi il cazzo e gli appoggiai la cappella sulla figha di Giulia completamente fradicia di umori.

Non dovette nemmeno spingere per entrare, la cappella del cazzo gli venne praticamente risucchiata dentro…
Cominciò quindi ad entrare velocemente da quanto era bagnata.
Non opponeva la minima resistenza…
Giulia stava continuando a gemere come una troia, e si lasciava stantuffare la figa gocciolante come preferiva suo marito…a volte velocemente senza pietà e altre volte rallentando un po…

Vederla godere cosi tanto, mi faceva eccitare da matti…
Allora ordinai a suo marito di fermarsi e di allontarsi.

Slegai completamente Giulia, tirando via le corde violentemente cosi da farle un po di male…
Sembrava anche che le piacesse…
Ormai era diventata una brava schiavetta…

Allora la feci alzare in piedi e mi inginocchiai davanti a lei…
Le sollevai una gamba…mi avvicinai con la bocca alla sua figa e presi a leccargliela…
Le labbra…
Il clitoride…
Giocherellavo con quella figa già bella aperta e fradica di umori, mentre Giulia mi guardava con uno sguardo assente ma di puro piacere…
Gemendo lentamente…e avendo qualche brivido ogni tanto…

Dopo un po che me la stavo gustando per bene, feci distendere Giulia su un divano e feci avvicinare suo marito a lei.

Senza che dicessi nulla lei prese il suo cazzo in mano e cominciò a segarlo con avidità.
Inizio anche a muovere il bacino, simulando un amplesso…cosa che portò suo marito a massaggiarle la figa…
Dapprima lentamente, giocherellandoci un po…ogni tanto entrando…

E intanto vedendo quella scena, mi ero messa a sditalinarmi anche io…

Dopo un po ecco che suo marito aumenta di intensità e dallo sguardo di Giulia capisco che non lo aveva mai fatto…
Infatti cominciò a gemere parecchio e pochi secondi dopo ecco che inizia a squirtare copiosamente…non capendo più niente, e facendo addirittura fatica a tenere il mano il cazzo di suo marito.

A quella scena non resistetti più…
Avevo bisogno che suo marito mi scopasse la figa grondante di umori…
Allora feci smettere suo marito dallo sditalinarla, feci sollevare lei e mi distesi con il viso rivolto sulla figa di Giulia.
La feci scendere un po e comincia e leccargliela per bene, mentre con una mano diedi dei colpetti alla mia fighetta per far capire a suo marito di darsi da fare.

Cosa che fece immediatamente.
Mentre mi lavoravo per bene la figa di sua moglie sentì il suo cazzo che ormai era all’apice della sua durezza, entrarmi finalmente dentro la mia fighetta fradicia e vogliosa…
Non opponeva nessuna resistenza…sentivo il suo cazzo che entrava ed usciva senza problemi…
Avevo la figa in fiamme ormai…
Suo marito che mi stava stantuffando senza pietà…
Suo moglie che era un lago…potevo bere i suoi umori ogni volta che non la lingua le entravo dentro la figa…
Era terribilmente godurioso…

Ormai stavo per venire…
Ma volevo fare ancora una cosa…
Volevo che suo marito mi riscopasse alla grande il culo…
Allora lo fermai tirando fuori il cazzo dalla mia figa.

Alzai Giulia, feci distendere lui a pancia in su.
Mi distesi sopra di lui e feci risedere lei sopra il mio viso, però stavolta per leccarle il buchino del culo.
Presi il cazzo di suo marito e lo appoggiai nel mio buchino ancora bagnato da prima…
E non se lo fece ripetere…cominciò a stantuffarmi di nuovo il buchino che dopo pochi secondi era di nuovo completamente dilatato e riceveva quel gran pezzo di cazzo senza resistenza…

E mentre tutto questo mi faceva impazzire di piacere sentivo il buco del culo di Giulia che si stava dilatando…allora ci infilai la lingua dentro e sapevo che intanto lei si stava sditalinando per bene…
Dopo pochi secondi infatti il suo buco del culo pulsava tremendamente e mi risucchiava completamente la lingua…
Iniziò a gemere sempre più forte…stava per venire… ormai era questione di secondi…
Il che fece eccitare tremendamente anche me e anche suo marito che aumento di molto l’intensità con cui mi stava scopando il culo…
Mi stava facendo impazzire…non potevo resistere ancora molto…

“oh…..ohhh……oddio…”

Ed ecco che sia io che Giulia veniamo urlando di puro piacere….

lei che con la mia lingua dentro il suo buco del culo che le lecca tutto l’interno ed io che con quello stallone da monta di suo marito che mi sbatte il culo senza pietà, vengo squirtando alla grande….

Ma suo marito non è ancora venuto…
Allora cerco di spingere anche io, concedengogli più che posso del mio culo…sento il suo cazzo, che ora arriva ancora più in profondità, pulsare sempre più prepotentemente mentre mi scopa sempre più velocemente…

Ohhh….

si……siii……sto per venire…. aaaaaa!!!

Gli tiro fuori il cazzo pulsante dal mio culetto e glielo appoggio sulla mia fighetta che tengo bene aperta con l’altra mano e glielo sego, facendolo sborrare sopra di lei…

Sento il suo sperma caldo scivolarmi lungo tutta la figa, quasi a voler entrare…

“ohhhh…. oddio…. è stato fantastico…” disse lui ansimando…

Mentre Giulia era distesa per terra che non riusciva nemmeno a muoversi…ma si capiva dall’espressione che quella era stata la scopata più bella della sua vita.

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Mia moglie e Said

Domenica pomeriggio, pieno inverno, fuori è giorno ma l’aria è permeata da una triste luce soffusa, la televisione è accesa su una rete privata dove quattro bambocci simulano una specie di salotto di discussione infamandosi uno con l’altro per dimostrare a tutti quanto siamo caduti in basso. Sdraiati sul divano annoiati e assenti, fissiamo quasi ipnotizzati il cubo luminoso che mostra immagini che per noi non hanno senso in quel momento. Mia moglie è vestita solo con una vestaglietta che le copre appena il culo e lascia in evidenza seno e gambe.

E’ sempre così bella anche quando è in desabillè, la amo anche per questo, sa essere sexy in qualunque momento della giornata. Amo l’inverno ed amo anche questi momenti di stallo, dove quasi il tempo sembra essersi fermato anche solo per un istante, ed ecco che l’istante finisce in un attimo. Il campanello suona rompendo quell’ipnosi irreale che si era venuta a creare. Quasi in trance mia moglie si alza per andare a vedere chi è, scosta lo spioncino e sorridendo apre la porta con un sorriso, dall’alto delle scale la sento dire: “Ciao, vieni entra pure, non aver paura del cane, è tanto buono” “Chi è amore?” dico quasi assonnato “E’ un ragazzo di colore che ha dei bellissimi tappeti” “Chi? Come scusa? Tu fai entrare uno sconosciuto coi tempi che corrono senza neanche pensarci su?” “Ma dai, non ti preoccupare, voglio solo vedere che merce vende” sorride e nel frattempo ecco che entra il tappetaro.

Alto, pelle scura, lineamenti alquanto grossolani fanno da cornice ad un viso che ha comunque un certo fascino. La sua pelle odora di selvaggio, non di sporco, ma di un aroma intenso che è tipico della razza di colore. La cosa mi irrita alquanto, non sono razzista anzi, ammiro chi viene in Italia e almeno prova a fare qualcosa, però uno sconosciuto in casa mia di domenica mi fa proprio incazzare. Ormai la cosa è fatta, si presenta con il suo armamentario di tappeti e comincia a sciorinare la solita storia, viene dal Senegal, ha fame, deve mangiare e così via.

Scopro che si chiama Said, e a dire il vero è anche simpatico e per nulla invadente. Mia moglie per niente intimidita dal fatto di essere seminuda davanti ad un estraneo, si mostra interessata ai tappeti, mentre noto Said che non le stacca gli occhi di dosso. Maliziosa come non mai, comincia a fargli domande sulla qualità dei tappeti e se per caso avesse dei tabriz. Il ragazzo dice che per il momento ne è sprovvisto, ma alcuni amici di sua conoscenza potevano procurargliene alcuni.

Vedendo che la situazione si stava protraendo per le lunghe dei tappeti non men ne poteva interessare nulla, decido di sbarazzarmi di Said,dicendo che non ci interessava la merce e comunque per aiutarlo gli avremmo regalato 10 euro. Acconsentendo alla mia proposta, mia moglie va in camera e ritorna con la cifra pattuita. Said nell’accettare il denaro accarezza con malizia la mano di mia moglie e ringraziando saluta e se ne va. Avendo notato la cosa, mi ero leggermente incazzato, ma allo stesso tempo l’idea di mia moglie con uno stallone di colore che la trapana ben bene mi eccitava alquanto.

Sentivo uno strano piacere misto a perversione nell’immaginare la mia donna che gode ad essere stantuffata da una colosso di ebano, il suo corpo bianco e candido, le sue tettine con i capezzoli rosa e la sua fighina stretta e calda, che accoglie un grosso cazzone nero. Sapevo comunque che poteva solo essere una mia fantasia, non sarebbe mai stata possibile una simile situazione nella relatà, troppi timori e troppe paure avrebbero frenato questa folle idea.

Rimasti soli comincio a parlare con mia moglie dei vari problemi che questi ragazzi devono sopportare, le umiliazioni che sono costretti a subire, i viaggi su quei barconi e le speranze che ripongono nella nostra terra. “Mi ha fatto piacere aiutare Said, mi sento meglio, è come aver fatto una buona azione, non trovi caro?” “Si, effettivamente 10 euro non sono nulla, però almeno qualcosa da mangiare si può procurare. Ma hai visto come ti guardava? Certo che potevi almeno ricomporti un attimo, ci mancava solo che ti saltava addosso davanti a me” rispondo io.

“Ma dai smettila, guardare ma non toccare, e poi almeno si è rifatto un po’ gli occhi poverino, chissà se ha mai visto un corpo di donna italiana” “Ma sai che sei davvero una civetta? Comunque vedi di stare attenta, perchè non ci vuole niente che te lo ritrovi davanti al portone, e se sei sola un po’ mi preoccuperei fossi in te” “Ma dai amore, cosa vai a pensare, e poi sembrava così dolce, sono sicura che non è come pensi tu” “Speriamo” ribatto un po’ sull’incazzereccio “non ho per niente voglia di portati al commissariato per stupro subito, la devi smettere di comportarti come se tutti fossero dei santi a questo cazzo di mondo” La breve parentesi ci aveva comunque svegliati dal torpore ipnotico in cui eravamo sprofondati, e aveva eccitato entrambi.

Vedere mia moglie così seminuda mi aveva fatto tirare l’uccello da matti, così senza pensarci due volte l’ho presa sul divano, lasciando scorrere la fantasia a briglie sciolte. Uccelli di dimensioni enormi la trapanavano ovunque, sandwich e gang bang si alternavano nella mia mente, dove io ero spettatore incredulo ed ammutolito dal piacere. Godemmo entrambi come due forsennati, scambiandoci i nostri pensieri più sconci fatti di doppie penetrazioni e sodomie selvagge.
L’indomani andai di buon ora al lavoro, salutando la mia consorte, che si attardava ancor a letto prima di sbrigare le faccende di casa.

Al lavoro non facevo altro che pensare a Said, sperando nel mio cuore che si presentasse a casa proprio mentre non c’ero, e che costringesse quella porcona di mia moglie a soddisfarlo in tutti i modi. Era un tarlo che mi trapanava il cervello, al solo pensiero l’uccello si svegliava dal torpore del lunedì e diventava turgido, non ne potevo più. Dopo pranzo alla mensa dò uno squillo a casa che trova risposta immediata “Pronto?” “Ciao sono io.

Come va? Ho finito di pranzare ora torno in ufficio” “Ciao tesoro qui il solito tram tram, ho appena finito di pulire casa. Ha chiamato mio fratello, mi ha chiesto se stasera ceniamo con loro” “Ok, digli che va bene, ci vediamo stasera allora, non penso di fare tardi. Ciao a dopo” “Ok a stasera allora” Nel momento di attaccare il telefono, ho percepito in maniera nitida il campanello di casa che suonava. Chi cazzo era? Un turbine di pensieri si avvicendavano nella mia mente.

Chi poteva essere? Said? Qualche parente? Ero in preda ad una strana eccitazione, dovevo sapere. Telefono immediatamente in ufficio accampando una scusa patetica riguardo al pranzo in mensa, dovevo assolutamente tornare a casa, dovevo sapere e vedere. Mi precipito in macchina, metto in moto e mi avvio verso ciò che spero sia una intrigante sorpresa. Fortunatamente lavoro a pochi chilometri quindi in 10 minuti sono arrivato. Mi fermo un po’ prima, non voglio che mi senta nessuno, non voglio che nessuno sappia che non sono al lavoro.

Cammino di foga, le tempie battono forte, uno strano formicolio pervade tutto il mio corpo, ho le mani fredde, sono eccitatissimo, spero che la mia paura sia realtà, anzi lo desidero con tutto mè stesso, lo voglio dal profondo. Le finestre sono tutte chiuse, gli scuri serrati, strano, molto strano pur essendo inverno è una splendida giornata di sole. In silenzio quasi senza respirare salgo le scale che mi separano dal portone di casa, appoggio per un attimo l’orecchio alla porta, sento dei rumori o per lo meno mi sembra.

Non sono sicuro, non sono sicuro più di nulla ma devo sapere. Infilo lentamente la chiave nella toppa, la giro trattenendo il respiro e apro. Varco l’uscio con passo felpato, e sento dei lamenti provenire dalla camera da letto. L’uccello mi si rizza in men che non si dica in un orgia di desiderio, paura, eccitazione elevata all’ennesima potenza, mi tolgo le scarpe per non fare nessun tipo di rumore e lentamente mi avvicino.

Sento distintamente le voci di due uomini più quella di mia moglie che si limita a emettere dei gemiti sommessi “Mmmmm, mmmm” I due parlano una lingua che non capisco, solo quando si rivolgono a lei stentano un italiano molto strano che lascia comunque intendere che le stanno per fare la festa. Mi sembra di morire, la stanno per scopare selvaggiamente. Sempre al limite di una malsana eccitazione voglio vedere, non mi basta più ascoltare, voglio che i miei occhi si inebrino di ciò che ho desiderato dal profondo delle mie viscere, ma mentre mi avvicino, urto un vaso.

Il rumore li mette in allarme ed entrambi si recano verso il corridoio dove ero accovacciato. Said e un suo amico mi si presentano con indosso solo un paio di jeans, che comunque rivelano un pacco notevole. “Che cazzo state facendo?” sento mia moglie gemere dalla stanza come se finalmente con il mio arrivo la situazione sia cambiata. Non ho il tempo di reagire, mi prendono e mi portano in camera da letto, dove vedo mia moglie imbavagliata e legata alla spalliera del letto a gambe divaricate.

Mi prendono mi spogliano e mi costringono a sedere su una sedia, dove meticolosamente mi legano mani e piedi. Sono immobilizzato e devo guardare, la situazione è un misto di eccitazione e paura, a fatica riesco a non mostrare un erezione da paura. Il mio cazzo con la cappella turgida fa bella vista di sè, i due ridono e si avvicinano al letto. Sanno che hanno tutto il tempo, e si vogliono godere la cavalcata che si presenta alquanto lunga ed eccitante.

Nel frattempo mia moglie tenta di divincolarsi e liberarsi dalla stretta delle corde, ma non ce n’è bisogno Said la slega e le dice di stare calma che è meglio per tutti, tanto suo marito a quanto pare apprezza la situazione. Guardandomi si rende conto che è la verità, e quasi per volermi punire si abbandona come un manichino nelle mani dei due porci, che nel frattempo si sono spogliati e mostrano in bella vista due uccelli veramente grossi, Said fa bella mostra di una canna molto lunga ma non grossa di circonferenza, l’amico che scopro chiamarsi Moad, o per lo meno penso, ha un cazzo con una circonferenza spaventosa.

Si mettono ai lati della donna e la costringono a masturbarli entrambi, poi con forza le schiaffano il cazzo in bocca, prima uno poi l’altro “No, non voglio. Mmmm ba…..sta, vi pre….. mmmm” mentre la porca succhia, le stringono le tette, i capezzoli, le loro mani le frugano la figa. Dopo qualche minuto di succhiate la prendono e la mettono a pecorina, Moad le si mette con la bocca sotto la figa, quasi a chiederle di sedersi sulla sua faccia, e Said intanto le schiaffa l’uccello in bocca.

Non resisto più e schizzo copiosamente senza neanche potermi toccare. I due ridono e mia moglie si limita a dirmi tra un gemito e l’altro “Bastardo, ti eccita così tanto vedermi scopata vero? Mmmmm, guarda cosa mi stanno facendo cornuto. ” Intanto la ritrosia iniziale della porcona, comincia a far largo a un certo godimento visibile da come sta succhiando l’uccello del negrone. Moad intanto si è messo a leccare con abili colpi anche il culo, passando, come se avesse un pennello, dalla base della figa fino al buco del culo, dove incede spingendo sempre più a fondo la lingua nel forellino.

“Ooooooo, sssssiiiiiiii, bravo bel negrone, leccami tutta. Dai così che… vengoooo” Non fa a tempo a dire questo che Said le riversa in gola un fiotto di sborra bollente che le inonda faccia e bocca. “Mmmm, quanta crema calda” L’uccello del negrone rimane comunque in tiro e non sembra essere soddisfatto per ora. Moad intanto ha appoggiato il cazzo nel fighino stretto della porca e con un colpo solo lo infila fino ai coglioni.

“Aaahh” un urlo di dolore squarcia l’aria che odora di sesso e sudore, “così mi sfondiiiii. ” Inizia un lento su e giù, mia moglie è un lago di umori che le colano lungo le cosce, l’andrivieni dell’a****le comincia a farsi sempre più intenso, e sempre più intenso diventa il piacere della maiala che dopo aver pulito ben bene la sua bocca di sperma comincia a urlare come un cagna, proferendo sconcezze immonde da far rabbrividire la più navigata troia da strada.

Said intanto si gode lo spettacolo masturbandosi ed infilando ritmicamente l’uccello in bocca a mia moglie che si cimenta in un ingoio spaventoso. Moad al limite dell’orgasmo, mostrando una resistenza fuori dal normale sfila il cazzo dalla figa e si stende sul letto. Said prende mia moglie e sollevandola come un manichino la fa sedere sulla pancia dell’amico, spalancandole oscenamente le gambe le alza il bacino e appoggia l’orifizio del culo su quel totem di carne.

“Noooooo, sei pazzo, mi sfonda” Said con sguardo diabolico ride e per tutta risposta la mette a pecora affinchè Moad la possa trapanare ancora in figa. “Eccooo siiiii, così mi piace. Dio com’è grosso, che cazzo enorme lo sento fino in gola. Guarda maritino, cornuto che non sei altro, mi stanno scopando come volevi tuuuuu, siiiiiii. ” Un altro orgasmo sopraggiunge scuotendola da dentro, mentre Said le ha infilato un dito nel culo per prepararla ad un tremendo ed infernale sandwich.

Dopo averle umettato ben bene il buchetto proibito appoggia la cappella del suo lungo cazzone e lentamente comincia a penetrarla, su e giù, su e giù, e ad ogni colpo l’uccello entra sempre di più. Moad con ancora il cazzo ben piantato nella figa stringe le tettine di mia moglie e le infila la lingua in bocca. “Mmmm sono tutta piena, bravo così inculami lentamente, piano piano, dai, dai haaaaa” non fa in tempo a dire così che con un colpo l’uccello le si pianta nel culo fino ai coglioni.

I due cominciano a muoversi in perfetta sincronia quando Moad usciva dalla figa, Said entrava nel culo e viceversa fino ad aumentare il ritmo in un sandwich mostruoso che aveva come ripieno la mia amata mogliettina. Sborro per la seconda volta dando della troia a mia moglie, che ormai non sente più nulla presa da orgasmi che le sconquassano figa e culo. Che spettacolo vedere il suo bianco corpo chiuso tra due giganti di ebano che le stantuffano i due buchetti.

Dopo averla trombata in maniera forsennata per 10 minuti le si levano da dentro e cambiano posizione, ora è pronta per farsi impalare da Moad, che rimasto steso sul letto e col cazzo in tiro è in attesa del piatto forte, il culo di mia moglie. Said la solleva prendendola in braccio e tenendole divaricato il culo me lo mostra, era completamente dilatato e rosso. Avevo di nuovo il cazzo in tiro “Slegatemi urlavo non ne posso più, la voglio scopare è troppo” ma era come se la mia voce non venisse sentita, in tutta risposta la impalano su quel cazzone che le scivola in culo come se fosse di burro.

“Haaaaaa. E’ enorme” urla la troia ma sono parole al vento, Moad comincia a pomparla lentamente ma ritmicamente “Ho ancora un buco libero, dai infilamelo nella figa negro di merda, riempitemi tutti i buchi” seduta su Moad e col culo pieno da quel cazzo enorme dopo un po’ di movimento per goderselo ben bene si stende e allargando le gambe, offre la figa a Said, che col cazzo ancora in tiro le sbatte l’uccello fino alle palle, e di nuovo il sandwich ricomincia, ritmicamente Moad esce dal culo e Said entra in figa, fino a che entrambi escono ed entrano assieme.

“Godooooooo, rompetemi tutta, sono una vaccaaaa, daiiii sborratemi in culo e in figa, spaccatemi. Siiiii” Con un urlo i due le riversano litri di sborra calda dentro i due buchetti, continuando a pomparla per un po’ fino a che esausti crollano ai due lati, lasciandola completamente distrutta da una scopata memorabile. Riavutasi dallo sconquassante orgasmo, la mia lei mi si avvicina e prendendomi in bocca l’uccello comincia a pomparmelo come una cagna, ancora legato le sborro in bocca dicendole quanto la amo.

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Tramonto II

Cosa stava facendo? Non si riconosceva più… All’inizio pensava fosse solo una curiosità da parte sua, innocente, senza conseguenze. Poi aveva sbirciato oltre quel labile confine del moralmente accettato ed era stata risucchiata. Mentre percorreva a grandi falcate il nuovo mondo era fermamente convinta di riuscire a tornare alla sua normalità in qualunque momento. Ma allora che ci faceva lì? Era metà mattina e non aveva un appuntamento, eppure si trovava a guardare quel vecchio portone al di là della strada.

Era un caso che era semi-nascosta dietro un suv? Per niente. Si vergognava di essere lì, ma non riusciva a farne a meno. Continuava ad essere indecisa se attraversare la strada ed andare a suonare al campanello con la targhetta sbiadita. E se le avesse aperto?! Cosa avrebbe detto? Come giustificarsi? Che poi non era neanche detto che fosse in casa, dal di fuori non si intuiva nessun movimento, quindi magari…
In quel momento il pesante portone si aprì e lui apparve in strada, a lei venne un colpo quando le parve che l’avesse vista e si appiattì, per quello che poté, addosso alla macchina.

Sempre più stupida, pensò tra sé mentre si malediceva per la sua reazione. Prendendo un minimo di coraggio guardò attraverso i finestrini per capire se lui l’avesse effettivamente riconosciuta. Non sembrava, stava camminando nella direzione opposta, fino a sparire dietro l’angolo.
Alla fine si era rivelato tutto inutile essere andata fin sotto casa. Era più che plausibile che non sarebbe tornato a breve e non poteva mica starsene lì in strada per delle ore per poi finire di nuovo a chiedersi se era il caso di suonare al campanello.

Sovrappensiero iniziò a camminare, era solo un caso che si stesse dirigendo nella stessa direzione di lui. Arrivata alla svolta, senza accorgersene, diete un’occhiata proprio per quella via e lo vide in lontananza camminare con calma. Ancora una volta si sorprese nello scoprire, come osservandosi dall’esterno, quasi se non avesse il controllo di sé, che lo stava seguendo, da molto distante, non per raggiungerlo, ma per vedere effettivamente dove era diretto. Si fermò a comprare un quotidiano e poi riprese a camminare fino ad arrivare ad un bar, si sedette ad uno dei tavolini all’esterno ed iniziò a leggere.

Ed ora? Lui si era fermato, lei era nascosta dietro un albero, che patetica, una stalker del peggior tipo, proprio senza dignità, solo questo le passava in mente mentre lo vedeva lì fermo mentre spiegava le grandi pagine o mentre dava il suo ordine al cameriere. Che fare? Era in pubblico, troppa gente, doveva andare via, se qualcuno che la conosceva l’avesse vista sarebbe stato difficile dare una spiegazione, o magari poteva rimanere nascosta lì ed aspettare che lui tornasse a casa… ma non c’era nessuna garanzia che sarebbe andato e poi, tra quanto?
Basta, si disse, ed iniziò a muoversi verso il bar a passo deciso.

Man mano che si avvicinava però, si rese conto che non sapeva cosa dire ed inconsciamente rallentò l’andatura. In testa le giravano solo le frasi fatte più scontate e prevedibili, troppo sciocche per essere dette. Ormai era arrivata di fronte a lui, che non l’aveva ancora notata, si fermò, lo guardò da vicino, era agitata e pronta a scappare via ed invece le uscì un balbettante:
“Ciao. ”
Lui alzò gli occhi dall’articolo, la guardò con aria impassibile e poi tornò a leggere.

Cosa significava? Perché non le aveva detto nulla? Doveva andare via? Doveva restare? Doveva dire qualcosa? Ma cosa? Si guardava attorno per la paranoia che qualcuno che la conosceva l’avesse vista lì, che poi stare impalata di fronte a qualcuno seduto attira di più l’attenzione, nella smania scostò una sedia e gli si mise seduta davanti. Ora andava meglio, ma diventò un fascio di nervi quando le parve di scorgere un sorriso sulle sue labbra.

Gli voleva dire qualcosa, giustificarsi, spiegarsi o perfino attaccarlo per quel sorrisetto ma nel momento in cui stava per farlo le comparve di fianco il cameriere
“Posso portare qualcosa alla signora?”
Eh? Stava parlando con lei? Cosa dire? La prima cosa che le venne in mente
“Un latte macchiato freddo… per favore. ”
“La signora prende solo un tè freddo alla pesca, grazie. ”
Le parole secche di lui stupirono gli altri che lo guardarono interrogativi, poi si guardarono tra loro e lei annuì abbassando lo sguardo dalla vergogna per la situazione.

Quando il cameriere si allontanò non ebbe il coraggio di dire nulla, le sembrava che aver cambiato il suo ordine era per mettere di nuovo in chiaro i loro ruoli, anche al di fuori di quella stanzetta spoglia. Il tè arrivo in breve e per prima cosa lo assaggiò per evitare di dare l’impressione che non apprezzava ciò che lui aveva ordinato per lei. Era buono, ne prese un altro sorso e si distese un minimo, abbastanza per farle alzare di nuovo lo sguardo verso di lui che continuava, imperterrito, a leggere.

“Passavo da queste parti per caso e ti ho visto seduto qui…”
Iniziò lei, lui non si mosse, non disse nulla
“Bella giornata… per fortuna ho la mattinata libera…”
Niente, nessun effetto, non sembrava nemmeno disturbarlo nella lettura
“… mi stavo chiedendo… sei libero?”
Si sentiva andare a fuoco per la spudoratezza delle sue parole, quando alzò il viso e la guardò con quello sguardo duro, le tornarono in mente tutti i modi in cui la puniva e le si gelò il sangue pensando che avrebbe potuto punirla lì, davanti a tutti.

Si guardò attorno per controllare se qualcuno li stesse guardando, quando tornò a guardare lui intimorita, vide di nuovo quel suo sorrisetto
“Perché non mi dici il vero motivo per cui mi hai seguito fin qui?”
Lui sapeva! L’aveva vista sotto casa! Cosa dire? Che imbarazzo! Sembrava davvero una stalker allora. Continuava a fissarla, era passato troppo tempo da quando le aveva fatto la domanda, doveva rispondere qualcosa
“… è che… come ti dicevo… ho la mattinata libera… ed ho pensato che se anche tu… magari…”
Continuava a guardarla impassibile ma lei leggeva in ciò un rifiuto
“Lo so che non avevamo un appuntamento, sarai sicuramente impegnato- abbassando per un attimo lo sguardo e poi tornando alla carica -Ma se sei libero magari… Ti pago!”
Ed infilò una mano nella borsa che teneva sulle gambe, non ci credeva che aveva detto una cosa del genere.

Pagarlo, come una disperata! Lui rimase ancora impassibile.
“Il vero motivo. ”
Tre parole, ben scandite e poi il silenzio.
Il vero motivo. Era andata fin lì senza pensarci, forse proprio perché non aveva pensato che lo aveva fatto. Aveva seguito l’istinto, aveva sentito quella necessità, per giorni, già subito dopo il loro ultimo incontro, aveva persino provato a contattarlo su quel sito, ma lui non rispondeva, e più passava il tempo e più sentiva di non resistere più.

Sentiva la necessità viscerale di essere legata, costretta all’immobilità incondizionata per poi far uscire finalmente quella parte nascosta nel suo profondo. Voleva che quelle mani, forti e ferme, la muovessero come se fosse senza peso, voleva essere posseduta, totalmente, da lui.
Il suo sguardo si accese per la rivelazione interna.
“Voglio essere posseduta da te. ”
Ormai lo aveva detto, se qualcuno l’avesse sentita non le importava, le importava soltanto sapere se la sua voglia sarebbe stata soddisfatta.

Il sorriso di lui si fece meno beffardo, si alzò, lasciò i soldi ed il giornale sul tavolo e si incamminò verso casa, lei allibita, senza neanche essere convinta che potesse, lo seguì, ad un passo di distanza. Un tragitto così breve sembrò infinito a quell’animo così agitato, ma presto furono nell’atrio, e poi in cima le scale ed infine dietro l’uscio.
Lui si tolse le scarpe e le lasciò vicino la porta e poi rimase a fissare lei imbambolata.

Tranne che per il loro primo incontro era abituata ad entrare in quel corridoio da sola, e sempre da sola, dopo qualche incontro in cui aveva fatto la conoscenza iniziale di quel mondo, si spogliava completamente. Ora invece le stava di fronte e la fissava, in qualche modo si vergognava di più nello spogliarsi che nel restare nuda, era il passaggio dalla vita normale a quella che viveva soltanto lì dentro che la imbarazzava.

Al solo pensiero di ciò che avveniva nella stanza lì vicino le si accese un calore nel ventre. Sarebbero successe di lì a poco quelle stesse cose ed iniziò a spogliarsi, senza però guardarlo, facendo finta di essere sola. Quando fu nuda il suo stato mentale era cambiato, era tranquilla, era entrata negli schemi della sua parte, ora sapeva cosa fare. Lui si mosse di lato per lasciarla passare e le andò dietro entrando nella stanza.

In quell’istante non vide più nulla per la mano di lui che le bendava gli occhi stringendola contro il petto, per lo stupore urlò ma l’altra mano le bloccava già la bocca. Si sentiva soffocare, non riusciva a muoversi, cominciava a sentire dolore, nel panico cercò di afferrarlo dai polsi per liberarsi ma lui l’alzò di peso, lei che non capiva più nulla cercò di sbracciare per divincolarsi ma scoprì che lasciare la presa le faceva ancora più male e rimase aggrappata alle braccia di lui mentre sentiva di essere spostata.

Non capiva più nulla, era appesa alle braccia e veniva spostata così dolorosamente, senza la possibilità di divincolarsi. In un istante la su mente percorse tutti gli scenari, anche i più nefasti, che stupida ad affidarsi così completamente ad un perfetto sconosciuto, moralmente emarginato dalla società ed ora ne pagava le conseguenze. Le mani di lui la stringevano forte e se lei avesse lasciato la presa lui avrebbe stretto ancora di più per tenerla sospesa ed avrebbe sentito tutto il suo peso tirarle il collo, quindi preferiva tenersi aggrappata a lui ed aiutarlo a farsi portare verso il patibolo.

Quando i suoi piedi poggiarono di nuovo a terra non ebbe neanche il tempo di provare a divincolarsi che le parve di cadere, portò le braccia avanti per parere il colpo ma lui l’accompagnava saldamente a terra.
Le liberò la bocca e la vista.
“Sei impazzito?”
Urlò, ma nonostante le parole il suo tono era di chi è spaventato fino alla disperazione. Era sempre nella loro stanza speciale, vicino al mobile, stesa faccia a terra, non lo vedeva, ma lo sentiva su di sé a bloccarla.

Le mise un ginocchio tra le scapole e si poggiò con la maggior parte del peso
“Zitta!”
Con la gabbia toracica così compressa non riusciva a respirare, era peggio che soffocare con un bavaglio. Cosa stava succedendo? Era uno dei loro soliti incontri o qualcosa di molto peggio? Con la coda dell’occhio lo vide prendere delle corde, senza molti complimenti le fece scorrere la corda ruvida sui polsi dietro la schiena, più e più volte, fino a legarla saldamente.

Solo in quel momento le tolse il ginocchio dalla schiena e finalmente tornò a respirare, era agitata oltre ogni misura e le era mancato così tanto l’ossigeno che i suoi respiri corti e frenetici sembravano soffocarla ancora di più. Nel frattempo lui le aveva legato le caviglie e si era allontanato, lo guardava attraverso i capelli che le si erano appiccicati al sudore del viso, lui con la solita espressione la fissava mentre si sbottonava con calma la camicia fino a rimanere a torso nudo.

Prese il capo della corda che pendeva dalla carrucola dal soffitto e si diresse verso di lei.
“No, no…”
provò ad opporsi e persino a rotolare via da lui, ma quando la raggiunse, con un semplice strattone alle caviglie distrusse tutte le sue resistenze ed iniziò a lacrimare silenziosamente, mentre lui univa la nuova corda con quella che già si trovava sulle gambe.
Era così che doveva finire? La sua intera vita, i suoi figli, suo marito, non li avrebbe più rivisti a causa della sua perdizione, per quella sua parte oscura che li avrebbe ricoperti di vergogna e sdegno, una volta che avessero scoperto il motivo per cui era lì.

Aveva un groppo in gola, non respirava, piangeva soltanto, disperata ed ormai abbandonata al suo destino.
“No…!”
L’unica cosa che riuscì a dire quando sentì di essere tirata dalle gambe. Lo cercò con lo sguardo, era vicino la finestra a tirare la corda senza strattonare, ma con un movimento fluido che faceva tendere uno dopo l’altro tutti i muscoli delle braccia e del torso. Lei strisciava a terra, con i piedi che cominciavano a puntare al soffitto, verso la carrucola.

La pelle umida di sudore si attaccava al parquet, si tendeva e poi scivolava al limite dell’escoriazione, cercava di muoversi, rotolare per attenuare il dolore, fino a quando non ebbe le braccia sotto la schiena e le gambe ormai rivolte al cielo.
“Ti prego…”
Ma lui tirò ancora, staccandole le natiche dal pavimento, e tirò ancora facendola poggiare solo con le spalle e la nuca a terra, ma finalmente alleviando il dolore alle braccia.

Assicurò la corda e le si accovacciò affianco
“Sei tu che sei venuta da me e volevi esattamente questo. ”
Non era affatto così, non era vero, lei non voleva… Come se le avesse letto la mente, lui riprese
“Guarda- afferrandole un capezzolo e massaggiandolo appena -lo vedi che sei eccitata?”
Con il mento poggiato sul petto a stringerle la gola guardò i suoi seni, non ci credeva, ma era vero, i suoi capezzoli erano turgidi, era diventata davvero perversa.

Riacquistata la calma percepiva nettamente che il suo grembo caldo attendeva solo un piccolo segnale per diffondere quel calore, non dovette aspettare. La mano di lui, larga e maschile, si fece strada tra le cosce morbide ed iniziò a massaggiarle, chiuse gli occhi e lasciò andare un sospiro, era diventata irrecuperabilmente perversa ma non voleva pensarci in quel momento, voleva godersi ogni istante fino al suo rientro nel mondo normale.
Il massaggio di lui diventava sempre più forte, sempre più intenso, quando la penetrò con due dita lei si risvegliò da quel torpore estatico e cercò il suo viso, sentiva gli occhi gonfi dal sangue che le si accumulava in testa e la sua visione era appannata, ma non riusciva a smettere di guardare il solo che le faceva raggiungere quel grado di piacere.

I movimenti veloci di lui rivelavano con un suono inconfondibile quanto fosse bagnata, il ché la faceva eccitare ancora di più. Lui la guardava dall’alto in basso con quell’espressione ferma ed impassibile, ma lei era sempre più eccitata, fino ad iniziare a ruotare il bacino per giocare il proprio ruolo in quella stimolazione.
Troppo sangue alla testa ed anche i suoni cominciavano a confondersi, chiuse gli occhi e si abbandonò completamente a lui.

Sentiva che i suoi umori le colavano addosso, indiscriminatamente sul ventre o sulla schiena, era pronta ad accogliere quell’orgasmo che le stava montando dentro. Poi più niente, non sentiva più la sua mano tra le cosce o dentro, aprì gli occhi. Lui la guardava, ma non la toccava più, lei rimase in attesa con lo sguardo desideroso. Un forte schiaffo sulla natica la fece ondeggiare tutta, facendola persino muovere dal suo appoggio a terra, l’urlo che trattenne le si bloccò in gola forzandola all’immobilità.

Lui intrufolò di nuovo la mano tra le cosce e riprese a massaggiarla, dedicando ulteriori attenzione al clitoride gonfio. I pensieri di lei si annebbiarono ancora, quel posto, quelle mani, non erano per la razionalità. Chiuse di nuovo gli occhi godendosi quei movimenti ruvidi alleviati solo dal suo desiderio. Le dita uscirono di nuovo da lei ed immediatamente dopo si abbatté sulla stessa natica un altro colpo. Protestò con un mugolio ma in realtà ne avrebbe voluto un altro.

Sempre più perversa!
Lui riprese a massaggiarla, stavolta tentò di guardarlo dritto in volto ma quando l’eccitazione arrivò all’apice, un attimo prima di raggiungere l’orgasmo agognato, chiuse di nuovo gli occhi e lui di nuovo la sculacciò forte. Non resistendo oltre cercò di procurarselo da sola stringendo le gambe e strofinandole, ma lui che aveva già slegato la corda cominciava a calarla lasciandola cadere gravemente per gli ultimi centimetri col bacino a terra, schiacciandole le braccia sotto la schiena.

L’urlo sommesso di lei era più per il mancato piacere che per il dolore.
Ora che era di nuovo distesa il sangue tornava a fluire nelle gambe come fosse composto da schegge di vetro che la pungevano dall’interno, era insopportabile ma non voleva che finisse tutto, non prima di essere venuta. Lui velocemente le liberò anche le caviglie e la guardava immobile a terra, lo guardava a sua volta ma non riusciva a muoversi sentendo che finalmente la pesantezza della testa si stava affievolendo mentre dalla vita in giù il sangue sembrava tagliare la carne per trovare nuove valli in cui fluire.

Rimase così per qualche minuto, ma quando si mosse lui le fu di nuovo sopra e giratola su un fianco le legò saldamente la caviglia opposta con la rispettiva coscia, poi senza convenevoli la ruotò sull’altro fianco e ripeté l’operazione. Le mani di lui, così vicine all’inguine pulsante di desiderio, le facevano partire scariche di piacere, pronta a ricominciare ancora.
Bloccate le gambe la mise in ginocchio e cominciò a stringerle le braccia al torso con spire di canapa.

Non riusciva più a fare a meno di quella sensazione, le pareva che solo in quel modo si sentisse completa. Lui chiuse il nodo e le si inginocchiò di fronte. Come poteva lei lasciarsi andare così completamente con un ragazzo di una quindicina di anni più giovane? Si sentiva dominata fin nel più piccolo pensiero, l’età di lui non importava, era lei che in qualche modo aveva vissuto fino ad allora senza essersi lasciata andare per davvero, ma ora aveva lui, che la legava, che le dava piacere, che aveva così vicino… senza accorgersene si sbilanciò verso di lui e con le labbra tentò di raggiungere quelle serie di lui.

Una mano forte le afferrò il collo e la tenne ferma a così breve distanza dal suo obbiettivo che aveva già sentito i nasi sfiorarsi. Si lasciò scappare un sospiro torrido di frustrazione che però non andò a scalfire l’autocontrollo di lui che, continuando a tenerla per il collo le girò alle spalle e si appoggiò col petto nudo contro la schiena di lei, che a sua volta si appoggiò a lui fino a sentire il nodo della corda che le premeva forte contro la spina dorsale e le mani sfiorargli gli addominali.

Lui la accoglieva contro il suo corpo e mentre la mano sul collo comandava i movimenti di lei, l’altra mano si fece di nuovo strada all’inguine e riprese a massaggiarla. Dita sapienti quelle che entravano ed uscivano dal sesso pulsante e che andavano a raggiungere tutti i punti più sensibili. Si sentiva bloccata, con la mano alla gola che diminuiva ancora la sua capacità di respirare per il busto stretto dalla corda. Sembrava accogliesse lava nel suo ventre che le dita di lui lasciavano colare all’esterno quando discostava le labbra carnose del suo sesso.

Eccolo, stava arrivando, chiuse gli occhi, abbandonò la nuca sulla spalla di lui ed iniziò a gemere sempre più rumorosamente. Lui non si fermava, lo sentiva che le respirava a poca distanza dall’orecchio e lo sentiva entrare dentro di sé. All’improvviso, senza riuscire a controllarlo, il suo corpo iniziò a tremare, scuotendola dal più profondo, anche la voce era rotta dagli scossoni, ma lui, imperterrito continuava a masturbarla, senza sosta, senza ritegno, fino a farla esplodere in un altro orgasmo, molto più intenso del primo, facendola crollare a terra, dopo aver spezzato la costrizione delle sue braccia.

Non sentiva il minimo controllo sui propri muscoli, sentiva solo che le corde le stavano penetrando a fondo nella carne.

Potete trovare tutte le mie storie sulla mia pagina dei Racconti di Milu.

Con Roberta

Con Roberta

Ero a Roma per lavoro, e vista l’occasione avevo preso un appuntamento con
Roberta, un incontro che avrebbe dovuto essere solo di socialità e per
conoscerci da vicino. Ero sceso alla stazione Garbatella della metro B, ed
ora camminavo lungo Circonvallazione Ostiense. Avevo un passo spedito,
abbastanza deciso, e procedevo verso via Colombo: avevamo appuntamento in
un bar verso la fine della strada, prima di arrivare a via Colombo, sulla
sinistra, all’angolo di una traversa di cui non ricordo bene il nome, forse
via Usodimare, ma potrei sbagliarmi essendo passato qualche anno.

Mentre procedevo, ripassavo mentalmente come ero arrivato a quell’incontro.
Io e Roberta ci eravamo conosciuti su Internet, e prima di allora non mi
era mai successo di prendere un appuntamento con una persona conosciuta in
Rete. Tra l’altro non è che l’avessi conosciuta in qualche luogo virtuale
dove si parlasse di sesso, perchè lì non ci vado mai, neanche roba BDSM,
perchè non ci muoio dietro al BDSM, preferisco il bondage, anche spinto,
quello dove c’è un totale impedimento dei movimenti, ovviamente mi piace
subirlo, mettermi nelle mani della mia predatrice.

Invece Roberta l’avevo
conosciuta su un forum dove si parlava di politica! Una cosa strana, no?
Scrivendo su un forum di politica, non di partito sia chiaro (io non ho
tessere di partito e mai ne avrò), non avrei mai immaginato di trovare una
donna che prima praticasse il tacchinaggio e poi passasse direttamente
al “provarci”…

L’avvicinamento era stato strano, mi aveva colto alla sprovvista, visto che
oltre a commentare quel che scrivevo sul forum, mi scriveva messaggi
privati in cui mi parlava esclusivamente di temi politici a livello
mondiale, come il riscaldamento globale, la salvaguardia delle balene e dei
delfini, la difesa della foresta amazzonica, la produzione energetica
mondiale, tutte cose che, non lo nascondo, suscitano da sempre un mio
attento interesse ed impegno.

Poi, un giorno ai primi di ottobre (l’anno
non lo dico) mi scrisse facendomi domande più personali, ma le solite cose
che si chiedono quando si diventa amici di penna, anzi “amici di tastiera”:
dove vivi, cosa fai nella vita, cosa hai fatto in passato, insomma nulla di
speciale.
Poi, al passare dei giorni, ma dico proprio dei giorni, non delle settimane,
i suoi messaggi assunsero uno spirito più provocatorio, di quel
provocatorio che, a livello mentale, gradisco particolarmente.

Infatti non
erano provocazioni che lasciavano sottintendere un “ci sto”, ma malcelavano
un “io prendo”, che su di me ha ben altro effetto. Certo, non abbastanza da
cedere. Neanche quando mi mandò una sua foto, ed io le mandai la mia,
neanche quando ci scambiammo i cellulari. Non cedevo, al punto in cui una
sera al telefono mi disse: “Tu sei troppo uno spirito libero, o così vuoi
apparire pubblicamente, pertanto direi che vai domato.

Domato e legato. “

Ora camminavo lungo Circonvallazione Ostiense e pensavo a come sarei stato
eventualmente legato.
Mentre già mi sentivo la sensazione delle corde sulla pelle, la mente – come
una scimmia sugli alberi – riprendeva a vagare tra i ricordi. Roberta mi
telefonava, dimostrava interesse per me. Un interesse schietto, senza
secondi fini, un interesse anche dimostrato con intraprendenza e
trasmettendo di proposito di avere dolcezza e decisione, molta decisione.

Così, facendo leva psicologica con la sua risoluta intenzione di conoscermi,
era riuscita a convincermi ad incontrarla, e quella era l’occasione giusta.
Continuavo a camminare lungo il marciapiede, incrociavo tante persone, di
quelle che si possono incrociare in una grande città, e mi domandavo se
potessero intuire quali fossero i miei pensieri da preda.
Di questi miei pensieri e di queste mie tendenze nel vivere la sessualità,
non avevo parlato a Roberta.

Un po’ perchè certe cose mi vergogno di dirle
(ebbene sì, nella vita reale sono anche tremendamente timido), un po’ per
vederla “spontanea”, e lasciava presagire una voglia di dominare che mi
spingeva a cedere.
Ero arrivato all’ingresso del bar. Indugiai un attimo, come se la timidezza
prendesse il sopravvento, come se qualche remora volesse farmi tirare
indietro. In certi momenti, la paranoia arriva, e sa arrivare al momento
giusto. Mi feci coraggio, respirai profondamente, ed entrai, decidendo
automaticamente di fare questo salto nel buio che non avevo mai fatto
prima.

La riconobbi subito, all’ultimo tavolo in fondo a destra, accanto alla
vetrina. La riconobbi perchè era uguale a come era nelle foto che mi aveva
mandato. Anche lei mi riconobbe e sorrise. Andai a sedermi, finalmente ci
presentammo da vicino.
Sapevamo entrambi che non eravamo lì per parlare di politica, ma per
prendere un caffè assieme e conoscerci. Ma anche per punzecchiarci un po’,
visto il tono dei nostri ultimi scambi di mail e telefonate.

Intanto ne approfittavo per osservarla meglio e farmi osservare. I suoi
capelli a caschetto neri lasciavano cadere una frangetta sulla fronte,
facendo ombra sugli occhi nocciola cerchiati da occhiali rettangolari con
la montatura azzurra che mi facevano impazzire.
Vedevo che anche lei mi osservata, a volte mordendosi il labbro inferiore
mentre mi ascoltava. Ed era abbastanza furba da farmi sentire il suo
interesse fisico nei miei confronti. Me lo faceva sentire in
quell’inflessione di voce tenera, timida, un po’ imbarazzata, dolcissima,
che faceva di tutto per non farsi percepire come invadente.

Insomma,
dimostrava di essere quel che avevo capito che fosse, ma aveva stile e
classe nel farlo, sapeva sedurre, sapeva condurre dove voleva. Se fosse
stato un uomo, sarebbe stata etichettata come un play boy.
Poi, molto dopo il secondo caffè, si fece seria: “Allora, sei un uomo che
prende il controllo della situazione?”
“Io? No, mai…”
“Ahh, caratterino sottomesso e assecondante?”
“L’hai capito eh? Docilissimo, garantito”.
“Sai che farei ora? Una cosa grandiosa, bella, non so neanche io…”
“Ma che dici, Roberta…”
“Sono un po’ briccona… lo so…”
“Direi parecchio… Beh? Cosa faresti?”
“Mi vergogno e ti faccio un pò alla brace prima di dirtelo…”
“Che proprio tu ti vergoni, non ci credo proprio, se permetti!”
“Ah non ci caschi, eh? Io ti voglio toccare, baciare, spingerti contro il
muro, fare miei i tuoi capelli….


“Beh, se non ti togli mai gli occhiali, te lo permetto. “
“Oh! Esce fuori il tuo lato feticista! Avevo visto bene, quando ho notato
che li guardavi…”
“Già”.
“Vuol dire che me li toglierò solo per farteli leccare”.
A quel punto ero fritto. Con una frase del genere, resto sempre fritto. A
lei non restò che l’affondo finale: “Vieni con me, seguimi. Paga il conto e
seguimi, così scopri anche perchè ti ho dato appuntamento qui.

Scoprii che ci eravamo visti lì perchè ci abitava. Aveva un piccolo
appartamento proprio nella traversa accanto, al primo piano. Un
appartamento modesto, giusto due camere bagno e cucina, dove viveva sola.
Di nuovo la paranoia, per me. Non mi era mai successo di trovarmi in una
situazione erotica al primo appuntamento. Mai. Era la prima volta che ci
vedevamo, e già ero in casa sua. Mi corse un brivido lungo la schiena.

Una delle due camere era il salotto. Si accomodò sul divano e mi fece cenno
di non sedermi, per poi aggiungere: “Prima di tutto spogliati, fammi vedere
come sei fatto, almeno. Poi, ti dovrò fare alcune domande… nel frattempo
spiegami cosa ti piace subire…”
“Sono molto attratto dal bondage, Roberta, mi piace farmi impedire i
movimenti, farmi legare, farmi possedere mentre non posso muovermi, dare
piacere alla mia partner senza poterla toccare e senza poter godere.


“Ma che bravo, avevo capito bene allora, che tipo sei… Ho avuto un buon
intuito, come al solito. “
Ero nudo, completamente, lei si alzò e mi girò attorno, poi aprì il primo
cassetto in alto di una cassettiera, e prese una corda da sei millimetri,
di quelle che passano negli anelli dei gazebo che si vedono in strada o
nelle fiere, lunga circa un metro, tornò da me, e me l’avvolse attorno ai
polsi, facendo un nodo finale, non stretto da far male, ma abbastanza da
non farmi muovere le mani, che ora tenevo unite sulla pancia.

“Vatti a sedere, che ho un po’ di cose da chiederti, per capire dove
possiamo arrivare”.
Mi lasciai cadere sul divano, lei iniziò a spogliarsi, e intanto faceva
domande.
“Hai detto che ti piace il bondage, ma la legatura come la vuoi? Solo
stretta, anche scomoda, o preferisci qualcosa di estremo e dolorante?”, e
intanto il jeans le era saltato via.
“Guarda, per me va bene tutto, posso arrivare fino all’estremo e
dolorante… certo, senza esagerare…”
Si tolse la maglietta, e poi chiese ancora: “Quali sensazioni preferisci?”
“Tra… quali?”
“Tra tutte! Pressare, strizzare, pizzicare, mordere, colpire, pungere!”
“Escludo il pungere, odio aghi e spilli, e lo reputo poco igienico e poco
salutare… Il resto, lo accetto con piacere, certo non esagerare nel
colpire, ma per il resto puoi esagerare”.

“Sei disposto a farti imbavagliare?”
“Certo…”
“E bendare?”
“Anche!”, intanto anche il reggiseno di Roberta era finito sul pavimento.
“Non ho ancora finito con le domande. Te le faccio a raffica, però aspetta
che mi metto comoda. “
Si denudò completamente. Rimase con addosso solo gli occhiali, cioè proprio
come piaceva a me, e come sapeva di piacermi. Giusto per abbassare le mie
difese.
Venne a sedersi anche lei sul divano, accanto a me.

La pelle delle sue gambe
era a contatto con quella delle mie, iniziò a venirmi un’erezione. Aveva il
viso rivolto verso di me, mi guardava negli occhi.
“Sei pronto?”
“Sì Roberta. “
“Bene, rispondi con un sì o un no alle cose bondage che ora ti dico, mi
serve per capirti…”
“Sono pronto”.
“Solo corde? O anche nastro adesivo”
“Va bene anche il nastro adesivo”.
“Bracciali e cinture?”
“Sì. “
“Incappucciato?”
“Sì”
“Capelli legati?”
“Considerato che al momento li porto lunghi, sì.


“Collare e guinzaglio?”
“Sì. “
“Preferisci le mani legate davanti, dietro, o in alto?”
“Non fa alcuna differenza”.
“Oggetti di metallo, come manette, catene e lucchetti?”
“Sono gli oggetti che preferisco. Mi piacciono più delle corde. “
“Legare i genitali?”
“Sinceramente non so se me la sento…. “
“Ok, allora è no. Legamenti al torace e stimolazioni ai capezzoli?”, e prima
che potessi rispondere, mi strinse i capezzoli tra le dita, molto forte.

“Sì, è una delle cose che prediligo”.
“Legato alla sedia?”
“Certo!”
“Incaprettamento…?”
“Non saprei, è una cosa che non ho mai fatto…”
“Braccia e gambe aperte?”
“Certo. “
“Gomiti legati”.
“Nessun problema”.
“In ginocchio”
“Nessun problema”.
Mi prese il pene eretto nella mano destra e me lo strinse con una forza tale
che sembrava stritolarlo. Mugolai di piacere.
“Ti posso avvolgere completamente nel domopak e mummificarti?”
“Ho la paranoia della respirazione… devi permettermi di respirare”.

“Benissimo, assolutamente non male, allora non si fa… Ho dato per scontate
le sculacciate, mollette e morse, anche con pesi. Confermi?”
“Certo che confermo…”
“Bene… non c’è che dire… proprio un bravo sub, mi sa che ci divertiremo,
assieme…”
“Avrei una sola domanda, io, per te…”
“Falla. “
“Sei brava a fare i nodi alle corde?”
“Lo scoprirai presto sulla tua pelle, bel cucciolo”, mise una nota
sarcastica e provocatoria in quel “bel cucciolo”.

Rimasi zitto a contemplarla, lei si alzò ed andò di nuovo verso la
cassettiera, camminando lentamente e facendo ondeggiare apposta il sedere,
ridacchiava, certamente pensava a come stessi ammirando le sue forme.
Prese un altra corda, e tornò da me. Prima di chinarsi, mi fece passare i
seni vicinissimi alla faccia, ma non abbastanza da poterli toccare, poi mi
legò le caviglie tra loro, unite, mettendo le corde strette a forma di
otto.

Ora non potevo più alzarmi e camminare.
“Aspettami qua, ed impara a goderti l’attesa. “, e senza attendere risposta,
si allontanò, uscendo dalla stanza. Rimasi solo, nudo e legato.

Non so dopo quanto tempo sia tornata. Non meno di mezz’ora. Nel frattempo la
sentii chiudere la porta del bagno, sentii il rumore della doccia, poi
silenzio. La immaginai nell’accappatoio, poi sentii il rumore
dell’asciugacapelli, per molto tempo. La mia posizione era abbastanza
comoda, ero pur sempre seduto su un morbido divano, anche se con mani e
piedi legati come un coniglio.

L’unico fastidio era rappresentato dai
testicoli, che erano rimasti schiacciati tra le gambe unite, ma avevo il
forte sospetto che Roberta l’avesse fatto apposta. Ma mi piaceva molto,
quella ragazza, e quando una ragazza mi piace le permetto tutto, anche di
farmi stare scomodo. E intanto sognavo, sognavo ad occhi aperti cosa
avrebbe potuto farmi, anche se nel frattempo avrei volentieri fumato una
sigaretta.
Roberta rientrò nel salotto, con addosso solo l’accappatoio aperto che
mostrava generosamente il suo corpo, nuda se non fosse per le pantofole e
gli occhiali, mi sorrideva.

Venne subito accanto a me, aveva nel pugno
sinistro un foulard nero. Continuando a sorridere, mi spinse con una mano
sul petto. Avendo mani e piedi legati, non potei fare altro che cadere, e
ritrovarmi steso sul divano. Mi prese per i piedi, e mi distese anche le
gambe sul divano. Poi senza smettere di sorridere, con un lampo erotico
negli occhi, mi prese i testicoli, tirandoli fuori dalla leggera morse
delle gambe, e gli diede una strizzata dolorosa, che ebbe come effetto
quello di ridurmi momentaneamente l’erezione.

Per un attimo vidi le stelle
e mi si bloccò il respiro. Non parlava, Roberta, non parlava e sorrideva.
Notai che nella mano in realtà erano due, i foulard neri. Il primo me lo
avvolse, facendo anche un doppio nodo, attorno al pene ed ai testicoli. Con
l’altro mi imbavagliò, in modo molto stretto.
Restò un minuto a guardarmi, sempre con quel tenero sorriso sulle labbra,
poi si decise a dirmi qualcosa: “Ma che carino che sei, proprio un
bell’oggettino indifeso nelle mie mani… Ma non so se voglio ridurti ad un
vibratore, infatti credo proprio di no…”, mi strizzò i capezzoli
abbastanza forte, poi riprese: “No, prima devo tenerti sulla brace per un
po’, prima devo assoggettarti, mente e anima, poi prenderò il tuo corpo.


Rimasi fermo, ma sentivo che mi tornava l’erezione. Lei lo vide, e scoppiò a
ridere: “Non credere che potrai approfittarne per godere! I tuoi orgasmi
saranno rari, e a volte dolorosi! Spiacente, ma tu servi al mio piacere,
non sono io che servo al tuo”.
Non so perchè abbia detto questa frase, se sperava di intimorirmi, sbagliò
di grosso, perchè ottenne solo l’aumento della mia erezione.
“Ti dico subito come stanno le cose, mio dolce cucciolo di uomo-oggetto.

Non
mi va che fai il furbetto, che godi e te ne vai. Quindi tu non godi, e te
ne vai solo quando la tua voglia di godere, che resterà insoddisfatta, sarà
tale da farti ritornare. Così io mi diverto di più, ad averti ai miei
piedi. “
Mi sovrastava completamente, io steso sul divano legato, imbavagliato e con
i genitali infiocchettati, lei all’impiedi, con la gamba destra sollevata
per appoggiare il piede sul divano, ed offrendomi la vista di quel che
aveva tra le gambe, lì davanti a me, vicinissima ma allo stesso tempo
irraggiungibile.

“Senza che ci speri, cucciolo, difficilmente sarai slegato prima di domani
mattina, chiaro?”
Pensai che avesse intenzione di farmi saltare la cena, avevo ragione.
Di colpo, senza preavviso, mi prese di nuovo le gambe e me le tirò giù dal
divano, poi fece altrettanto con le spalle. Mi mise giù con molta
attenzione, attenta a non farmi cadere, d’altronde non avrei potuto
ripararmi con le braccia da un evenutuale urto. Poi tornò alla cassettiera
e prese una terza corda, me la passò dietro la schiena e attorno alle
spalle, strinse e fece un bel nodo stretto, in modo da intrappolarmi le
braccia al busto, fino ai gomiti.

Ora ero completamente in trappola.
L’erezione tornò a farsi sentire, e lei strinse di più il nodo del foulard
che mi intrappolava i genitali, ottenendo però di darmi una piacevole
sensazione di stretta, ma so che era esattamente quel che voleva. A quel
punto si sedè sul divano, poggiò i piedi nudi sulla mia pancia, e si mise a
leggere un libro. Quale libro? Un classico: Germinal di Emile Zolà, e si
accese una sigaretta.

Ah, come avrei voluto fumare, in quel momento. Ma avevo i movimenti
completamente impediti, e più la guardavo fumare, più mi veniva voglia.
Ogni tanto, passava un piede sopra il mio pene, controllava se fosse eretto
o no. Se l’erezione era passata, iniziava a strusciare il piede, dandomi
piacere, ma soprattutto voglia di provare piacere, fino a quando l’erezione
non tornava. A quel punto, tornava ad appoggiarmi il piede sulla pancia. In
altri momenti, passava l’altro piede sul mio petto, strusciandone la pianta
sui capezzoli.

Mi faceva anche oscillare il busto. Dalla posizione in cui
ero, non la vedevo: il divano aveva una seduta molto larga, per cui vedevo
solo dalle sue ginocchia in giù.
In questi momenti arriva anche la paranoia. Era evidente che Roberta sapeva
il fatto suo, in materia. Era evidente che aveva le idee chiare e che non
era alle prime armi. Questo non me l’aspettavo.
Proprio perchè non era alle prime armi, era stata molto attenta a non dire
fin dove voleva arrivare, e questo generava la paranoia.

Ero immobilizzato
dalla cintola in su, legato, nudo, con il pene ridicolmente avvolto e
annodato in un foulard, non avevo idea del limite fino al quale voleva
spingersi la perfetta sconosciuta che in quel momento mi usava come
poggiapiedi. Certo, non ero nuovo a questo genere di esperienze, ma quelle
passate erano sempre successe con persone che conoscevo bene, con le quali
avevo relazioni anche affettive. Lei invece… beh eravamo al primo
incontro. Per questo la paranoia aumentava, ma la paranoia in questi casi
fa parte del gioco, quindi tanto valeva viversela fino in fondo.

E se lei
fosse stata una folle assassina, che poi scioglie nell’acido i suoi amanti?
L’unico rumore prodotto da Roberta era lo sfogliare le pagine del libro. Non
si sporgeva verso di me, non vedevo nulla di lei. Quando fuori di lì iniziò
ad imbrunire, si alzò, accese la luce, e poi andò verso l’uscita del
salotto, dicendomi semplicemente: “Mangio qualcosa e torno”.
Di nuovo solo. Di nuovo attesa. Attesa forse di nulla.

Dopo un po’ mi passò anche l’erezione. Rimasero solo la pressione
psicologica e la paranoia, oltre alle corde che iniziavano un po’ ad
arrossarmi la pelle. In questi momenti, con la paranoia che galoppa, la
mente vola. Pensai a cosa sarebbe successo se fosse scoppiato un incendio,
non avrei potuto muovermi, legato com’ero. Poi mentalmente ci risi su. E
rimasi in attesa, a meditare su quanto era bella Roberta e su cosa mi
avrebbe fatto.

Rientrò che fuori era buio, ancora in accappatoio, mostrandomi il suo corpo
magro e slanciato, e si rivolse a me come se avesse letto i miei pensieri
peccaminosi: “Non credere che io ti faccia qualcosa, o chissà cosa. Nella
vita ho imparato a mie spese una cosa, cioè che agli uomini non bisogna
dare molto, altrimenti se ne vanno e corrono dietro a qualcun’altra. Per
tenerli legati occorre che gli si faccia agognare i piaceri, l’orgasmo,
farglieli desiderare, ma senza dare troppo.

Ho imparato che bisogna prima
prendere, e poi semmai dare, ma sempre con il contagocce”.
Provai a borbottare qualcosa, ma il bavaglio mi impediva di far uscire
parole comprensibili, ma lei capì lo stesso cosa volessi dire: “Sì, bel
cucciolo, hai capito bene, io ti ho scelto, non voglio una storia di una
serata, ma qualcosa di più lungo, nel tempo. Quindi, mi è necessario
legarti anche mentalmente, forzarti a farti tornare da me, per il desiderio
di piacere.


Ammutolii. Le sue parole, da sole, mi stavano facendo tornare un’erezione
che non potevo nascondere.
Si tolse le pantofole e l’accappatoio, rimase nuda con addosso solo gli
occhiali. L’erezione arrivò subito, potente, da far girare la testa. Invece
che sedersi sul divano, si sedè per terra, davanti ai miei piedi,
perpendicolare a me, in modo che da steso la vedessi di profilo. Allungò la
mano verso il telecomando, ed accese prima il televisore, poi una
sigaretta.

Fece un po’ di zapping tra i vari canali, mentre fumava, ogni tanto
allungava la mano destra verso di me, e mi accarezzava i testicoli. Andò
avanti così per circa un’ora, con il pene che mi scoppiava per l’erezione,
e con lei che non me lo toccava mai, stando anche attenta.
“Vedi, caro cucciolo, non ti nascondo che mi piacerebbe scoparti subito, ma
so che poi ti perderei, e andresti altrove. Invece preferirei tenerti.

Allora prima voglio godere un po’ io, senza darti niente, poi in futuro ti
userò come vibratore, e poi più in là vedremo se è il caso di farti godere.
Ti piace quando ti si nega l’orgasmo?”
Annuii un po’ pomposamente, visto che è una pratica che gradisco davvero
nella vita. Il motivo è che mi piace di più l’eccitazione che la sua stessa
soddisfazione.
Roberta si accese un’altra sigaretta e riprese a fare zapping.

Era notte, il
tempo passava. Il mio corpo era stanco di quella tensione erotica in cui mi
teneva, mi passò l’erezione. Se ne accorse, e mi sciolse il nodo del
foulard, liberadomi pene e testicoli da quella stretta. Le bastò il farlo,
bastò quel rapido contatto, fugace, quasi involontario, e mi eccitai di
nuovo. Lei rise, guardandomelo. Faceva anche il gesto di avvicinargli la
faccia, poi se ne allontanava e ridacchiava.
Mi squadrò da capo a piedi, con un sorriso complice sulle labbra, poi mi
accarezzò le gambe, al di sopra del ginocchio.

Mi stava eccitando, voleva
farsi desiderare fino allo spasmo.
“Sai che mi stai eccitando cucciolo?”, senza alzarsi si spostò carponi sul
mio lato, si sedè accanto al mio petto, con le gambe rivolte verso di me,
poi con la gamba destra mi scavalcò, mettendola tra me e il divano. Mi
offrì la sua vista pià completa, senza che io potessi toccarla. Iniziò
lentamente ad accarezzarmi il petto con la mano destra, mentre con la
sinistra iniziò a masturbarsi lentamente, senza fretta, e con il bacino
messo in modo che io potessi vedere tutto.

“Ti piace lo spettacolo,
cucciolo?”
Annuii, socchiuse gli occhi, passandomi una mano sui capezzoli, e senza
smettere mai di masturbarsi. Poi mi tolse il foulard che mi copriva la
bocca, facendomi segno di restare zitto.
“Mi piaci, ammazza e quanto mi piaci… non ti preoccupare, non mi masturbo
fino alla fine, un po’ di lavoro lo farò fare a te, per questo ti ho
liberato la bocca, solo per questo. Ma tu non emettere suoni.


Mi sentivo esplodere di voglia. E contemporaneamente mi rendevo conto di
quanto accidenti mi piace quando quella voglia matta mi viene in qualche
modo repressa, non accontentata, non soddisfatta. Roberta si stava
arrossando in viso, e dal come erano umide le sue dita compresi che doveva
essere eccitata molto. Fu un attimo, si mosse di sorpresa, alzò il bacino
facendosi leva con la gamba che mi aveva scavalcato, e fu sopra di me.

Sopra la mia faccia. Si sedè di peso con il suo sesso sulla mia bocca. La
voglia mi aumentò, ma non potevo sfogarla in nessun modo, potei invece solo
affondare la lingua dentro di lei e leccarla con una passione tale che io
stesso non la credevo possibile.
Dalla quantità di umori che mi colarono sulla faccia, capii che era eccitata
parecchio. Avrei voluto tanto toccarla, tenerla per i fianchi o per le
natiche mentre l’amavo con la bocca, ma non potevo, con le braccia e i
polsi legati com’erano.

Continuai a muovere la lingua su di lei, su quella
dolcezza che mi si dischiudeva davanti.
Con la mano sinistra, si puntellava al divano per non perdere l’equilibrio,
con la destra iniziò ad aiutarmi nella masturbazione, passandosi le dita
sul clitoride, con dolcezza e decisione.
Quando iniziò a togliermi il respiro con i movimenti convulsi del bacino, mi
sentii mancare, ma leccai più forte. E intanto sentivo dentro montarmi una
gioia, la gioia per quel suo orgasmo che sentivo arrivare.

Mi premè il bube
sulla bocca, ed urlò il suo orgasmo senza più contenersi, in modo
prolungato, muovendo veloce le dita sul clitoride, gustandosi i movimenti
ossessivi della mia lingua.
L’orgasmo di Roberta finì con un singulto, che si trasformò in un suono
rauco. Poi il silenzio, ed i suoi sospiri. Restai fermo con la mia lingua
tra le sue gambe. A gustarmi lo straordinario calore che emanava, il suo
meraviglioso sapore che ricordava vagamente quello dei gamberetti.

Con gli
occhi cercavo di sbirciare il suo viso, il viso con l’espressione
dell’orgasmo.
Rimanemmo così, con le sue cosce strette ai lati del mio viso, con me che
respiravo a fatica, finchè lei non si riprese. Era scossa dal piacere che
le aveva fatto vibrare il corpo, ma anche stanca, sembrava che fosse
sfinita dalla stessa attesa alla quale aveva condannato me. La mia
eccitazione non era diminuita.
“Ehi cucciolo, ma tu sei qui a Roma per lavoro, vero?”
Annuii senza parlare.

“Beh, sono le 11 di sera, passate da un po’… dai ti slego, e andiamo a
dormire…”
Mi slegò solo le caviglie, e mi aiutò a rialzarmi, visto che non potevo
muovere le braccia. Mi condusse in camera da letto spingendomi per una
natica. Aveva un grande letto matrimoniale, con le spalliere in ferro
battuto, disegnate a ghirigori e spirali, di quelle che si vendono
all’Ikea. Mi slegò le braccia. Stavo per crollare sul letto, e sentivo
finalmente le braccia intorpidite riprendere vita.

Mi sorrise e mi fece
cenno di stendermi a pancia in giù, mentre stavo obbedendo, mettendomi
nella posizione da lei voluta, mi accorsi che alle spalliere del letto
aveva già preparato altre corde. Esitai un attimo, poi mi stesi, ma lei
notò la mia esitazione, e spiegò: “Ci sono uomini che una volta liberati,
durante la notte poi o ti saltano addosso per godere scopandoti, o
attendono che ti addormenti per masturbarsi. Siccome non deve succedere,
dovrai dormire legato.


Mi legò le braccia alla spalliera, per cui rimasi con le mani stese in
avanti, sopra la testa, mi lasciò i piedi liberi.
Si stese anche lei. Mi accarezzò le natiche per qualche minuto, poi spense
la luce, e si stese sopra di me, pesantemente, come succede che ci si
lascia andare di peso dopo aver provato piacere, distesa sulla mia schiana,
con la faccia sulla mia spalla destra.
Si addormentò quasi subito.

Per me invece fu più difficile. Eccitato come ero, sentivo il mio ed il suo
peso assieme caricati sopra la mia erezione, ero spossato ma troppo
eccitato, e fin troppi pensieri erotici si sovrapponevano nella mia testa,
compreso il ricordo del suo meraviglioso orgasmo di poco prima. Poi arrivo
la paranoia. Ancora il pensiero di un eventuale incendio notturno, o di una
fuga di gas, o di lei che si svegliava e mi prendeva a coltellate.

Poi,
preso dalla stanchezza, e complice la fine di quell’erezione insoddisfatta,
mi addormentai. Sognai per tutta la notte varie posizioni erotiche in cui
io e Roberta facevamo l’amore. Lei dormì quasi tutta la notte sopra di me,
si tolse solo molto tardi, quasi al mattino.

Quando mi svegliai, era giorno inoltrato. Ero ancora legato. Lei era seduta
sul letto e mi guardava sorridente: “Buongiorno cucciolo! Ma sei qui per
lavoro… vero??”, insistè su quel “vero”.

Annuii, ma stavolta parlai anche: “Ho un appuntamento alle 9. 30…”
“E allora guarda che sono già le 9. 00! Se non ti sbrighi, farai tardi!”
“Se mi sleghi…”
“Certo! Ti slego! Tu corri a fare la doccia, e non ti permettere di
masturbarti… se no guai a te. Chiaro? Poi, dipende da cosa vuoi fare…
se vuoi perdermi, allora fallo, e mi perderai. “
“No che non mi masturbo”.
Mi liberò dalle corde.

Massaggiai un po’ i polsi intorpiditi, e corsi nel
bagno a lavarmi.

Entrai nella doccia, o meglio nella vasca: era una normale vasca da bagno
munita di doccia, circondata da una tendina di plastica per non far andare
l’acqua a spasso per il pavimento. Aprii l’acqua, iniziai a bagnarmi la
pelle. Subito vidi la tendina spostarsi, aprendosi. Lei era davanti alla
vasca, sorrideva e mi guardava: “Voglio vederti mentre ti fai la doccia”.

Arretrò un po’ e si poggiò alla parete di fronte, a gustarsi quel che forse
per lei doveva essere uno spettacolo (per me non lo era). Iniziai ad
insaponarmi, lei sorrideva. Non ho un bel fisico, di quelli palestrati, ho
un corpo normale, sono una persona comune. Però lei voleva guardarmi lo
stesso, ed io avevo scelto coscientemente di permetterle tutto. Feci per
posare il docciaschiuma, ma lei mi bloccò: “Insaponati ancora, mi piace
vedere come ti passi le mani sulla pelle… ogni tanto girati, mi piace
guardarti le natiche, anzi fai una cosa, insaponatele.


Obbedii silenziosamente. Mi sentivo i suoi occhi puntati addosso. Mi sentivo
la schiuma colare sulla pelle. Lei diede altre direttive.
“Stuzzicati un po’ i capezzoli, dai! Pizzicateli, tirateli, ruotaci le dita
sopra, proprio come a voi uomini piace vedere farlo a noi donne. E siccome
vi piace vederci giocare con i nostri capezzoli, ora tu restituisci il
favore!”
Sul momento non trovavo la cosa molto eccitante per me, ma sapevo che lo era
per lei, infatti si gustò lo spettacolo mordendosi il labbro, per poi
dirmi: “Che carino, con le gocce di schiuma che ti colano addosso…
proprio come a voi uomini piace vedere noi donne con delle gocce bianche
che ci colano addosso, no? Ed ora mi gusto queste gocce che solcano la tua
pelle.

Stimolati i capezzoli con le falangi degli indici”.
Obbedii annuendo, stimolandomi ancora i capezzoli, intanto lei sbizzarriva
la sua fantasia: “Ascolta, adesso riempiti la mano destra di schiuma. Bravo
così, piena piena di schiuma, bravo. Masturbati lentamente, così, con la
destra, riempiti di schiuma. Con la mano sinistra invece, acchiappati il
capezzolo sinistro, fallo roteare tra pollice e indice, mentre ti masturbi.
Vai, procedi! E non ti permettere di venire! Mi raccomando, contieniti! E
stringi di più quel capezzolo!”
Mentre mi davo da fare sul mio corpo, lei iniziò a masturbarsi, poi mi
disse: “Apri l’acqua, via tutta quella schiuma.

E non chiudere l’acqua,
devi stare sotto il flusso. Masturbati ancora, sotto l’acqua, e datti da
fare con l’altra mano sul capezzolo, come prima! Cosa aspetti? Muoviti!
Masturbati veloce, e fattelo venire duro!”
Il masturbarmi in quel modo, certo mi accaldava, ma per contrasto ero sotto
il getto d’acqua, che mi rinfrescava. La guardai, era bellissima, così
presa dal darsi piacere nel guardarmi. Mi dava l’illusione che godesse di
una mia inesistente bellezza, mi faceva sentire oggetto, mi faceva sentire
come si sentono tante donne quando i loro uomini chiedono loro di fare
giochini particolari, ad uso e consumo del loro piacere maschile.

Io invece
mi sentivo finalmente ad uso e consumo del suo piacere femminile.
Rimasi così a guardarla mentre mi davo da fare su di me, ma la cosa non le
piacque: “Non guardarmi mentre mi masturbo! Reclina il capo all’indietro,
come se stessi godendo! A voi uomini piace guardarci così, eh? Vi piace
vederci in atteggiamenti da apice del piacere! Ma ora sono io a godermi lo
spettacolo! Non guardarmi! Masturbati! Stuzzicati ancora quel capezzolo!”
Così, mentre mi masturbavo, occhi chiusi e viso rivolto al soffitto,
pizzicandomi ancora il capezzolo sinistro, la sentii ansimare, poi emise un
urletto che era più che altro un mugolio, ed un sospiro profondo mi informò
che era venuta.

Io continuai ancora, sapevo che mi stava guardando, e
continuai finchè non mi fermò: “Basta così, asciugati, mettiti l’accapatoio
e vai in cucina a preparare un bel caffè. Nel frattempo mi lavo io, ma non
potrai vedermi. E mi raccomando: non masturbarti! Non ti è concesso venire
se io non ci sono e se non voglio! E muoviti!”
Mi misi un accappatoio, un asciugamano sulla testa, ed andai a preparare il
caffè, concentrandomi per farmi passare quell’eccitazione che sarebbe
rimasta insoddisfatta.

Dopo il caffè, mi vestii e, ancora eccitato, uscii di casa per andare a
lavorare, cercando un modo per non far notare l’erezione.
Al momento di salutarmi, mi disse: “Ora sta a te scegliere, do sempre una
possibilità di fuga alle prede. Se vuoi fuggire, vai. Altrimenti, se vuoi
che si continui, se vuoi guadagnarti un po’ di piacere, allora stasera
finito il lavoro tornerai qui, da me. A te la scelta”.

Mi diede un bacio sulle labbra. Già sapevo che sarei tornato da lei.

Lezioni di vero (Edizione Italiana)
di Antonio andrea fusco.

Tramonto

Camminava sempre più lentamente sul marciapiede selciato fino a fermarsi sulla soglia di un vecchio portone. Si guardò attorno, strada semi deserta, le uniche facce che vide erano anonime. Suonò al campanello con il nome sbiadito, senza neanche provare a leggere la targhetta. La serratura shittò un attimo dopo, spinse la pesante anta di legno con la vernice che cominciava a scrostarsi dal basso ed entrò.
L’atrio era nella penombra con solo il lucernario ad illuminarlo, senza curarsi di accendere la luce prese a salire le scale.

Sarebbe dovuta essere in palestra a quell’ora, pronta per la lezione di yoga ed invece era lì… non c’entrava nulla il rapporto con suo marito, che amava profondamente, non era neanche un’evasione dai suoi figli… era entrata in quel sito per gioco, per curiosità, semplicemente per un desiderio che aveva dentro e non era mai riuscita a far uscire a parole ed ora, ogni due settimane, saliva quelle scale fino all’ultimo pianerottolo.
La porta era socchiusa, rimase un attimo in ascolto per eventuali rumori poi entrò richiudendosi l’uscio alle spalle.

Anche il corridoio disadorno e silenzioso era nella penombra, cominciò a spogliarsi riponendo le sue cose nella cesta lì affianco. Era accaldata per i cinque piani saliti a piedi e la sua pelle era ricoperta da un leggero strato di sudore ma si sentiva piena di energia. Presto fu nuda, completamente nuda, in qualunque altro posto si sarebbe sentita a disagio, ma non lì.
Controllò che tutto fosse in ordine nella cesta ed entrò nella prima porta a destra.

La stanza sgombra era adornata solo dall’armadietto basso poggiato contro il muro, si mise in ginocchio sul parquet, poggiò i dorsi delle mani sui talloni e si sedette sopra i palmi bloccando completamente la possibilità di muovere le braccia.
Erano passati diversi minuti, non troppi dato che le gambe non si erano ancora intorpidite, il suo respiro lento le ghiacciava quel sottile strato di sudore sul petto mentre lei si concentrava solo sulla luce che entrava quasi orizzontale dalle fessure delle tapparelle.

Un forte dolore al centro della schiena, come centinaia di aghi, proprio sotto la scapola, le fece inarcare all’indietro la spina dorsale
“Stai dritta!”
Era arrivato! Finalmente… di soppiatto, come al solito. Le bruciava dove era stata colpita e sentiva la pelle pulsare. Raddrizzò per bene la schiena e guardò fisso davanti a sé, sentì il frustino cadere a terra, era nella giusta posizione ora. Lui le passò oltre come non accorgendosi che lei fosse in ginocchio al centro della stanza ed andò all’armadietto, estrasse una matassa di corda e tornò da lei, che sempre immobile nella giusta posizione lo seguiva con lo sguardo.

Indossava i soliti pantaloni leggeri e comodi, la sua muscolatura forte ma non eccessivamente gonfia delineava il torso nudo. Lo guardò disfare la chiusura della matassa e cominciare ad allungare la corda sul pavimento, proprio davanti ai sui occhi, lo guardava sognante ed immobile mentre le riaffiorava alla mente la sensazione che quella corda ruvida le lasciava sulla pelle per giorni interi. Sentiva già il calore crescerle in grembo.
Le prese il mento con due dita e la fece alzare, lei sapeva che doveva farlo nella maniera corretta, altrimenti sarebbe stata punita di nuovo.

Stavolta riuscì a mettersi in piedi senza toccare con le mani a terra e finalmente i loro occhi erano allo stesso livello.
“Mani dietro la nuca. ”
Il corpo le si mosse senza controllo cosciente facendole portare una mano sull’altra alla base della nuca proprio dove i suoi capelli a caschetto terminavano riuscendo a sfiorare appena la pelle del collo. Lui le andò alle spalle ed iniziò ad avvolgerla con la corda di canapa.

Un passaggio, un altro passaggio, le sfiorava la pelle solo se necessario mentre lei sentiva solo la ruvidezza e la fermezza di quelle spire intorno alla sua gabbia toracica. Due dita si infilarono sotto la corda e tirarono con un movimento continuo i due capi, poi uno strattone contro la mano aperta e ferma che le poggiava sulla schiena per chiudere il nodo.
“Abbassa le braccia. ”
Con un movimento fluido ma veloce eseguì, lui le passò la corda su una spalla e le andò di fronte, le fece scorrere tutta la lunghezza rimasta della corda sulla pelle tra i seni come se non fosse attualmente la zona più recettiva del corpo di lei e poi passando sopra l’altra spalla le tornò dietro.

Il respiro di lei aumentò di ritmo, avrebbe voluto respirare più profondamente per calmarsi ma ogni volta incontrava la resistenza della corda che le impediva di respirare a fondo.
La sua mente era annebbiata dalla sensazione di febbre che aveva dentro, abbassò lo sguardo.
Shinju – perle –
Solo questo le passò nella testa vedendo come la corda marrone stretta intorno al suo busto contornava ed esaltava i suoi seni bianchi e dignitosamente piccoli.

Sentì di nuovo le dita di lui prenderle il mento ed alzarglielo fino a quando i loro occhi si incontrarono. Da così vicino, anche se in penombra, si vedeva quanto fosse giovane, più giovane di lei che cominciava ad avere il viso segnato dalle prime rughe, ma era lui l’esperto, lei la novizia con l’espressione di una bambina gioiosa per il suo nuovo vestito.
In pieno viso sentì la sensazione del ghiaccio che prima è freddo e poi si tramuta in bruciore.

Non capiva, il duro sguardo di lui la paralizzava, sentiva le lacrime ammassarsi agli angoli degli occhi. Era stato uno schiaffo… l’aveva schiaffeggiata in pieno viso…
“Stai dritta!”
La fissò per qualche istante, lei tenne gli occhi spalancati a forza per evitare che il battito delle ciglia facesse cadere inesorabilmente le lacrime sulle guance ed umiliarla ulteriormente. Lui si voltò ed andò verso il muro, lei riuscì a calmarsi un minimo sentendo anche che le lacrime non sarebbero colate.

Tornò da lei con un bastone con due asole alle estremità ed altra corda, le si inginocchiò dietro
“Divarica le gambe. Di più. Ancora. Basta così. ”
La distanza tra i suoi piedi era molta di più dell’apertura delle sue spalle, la posizione era scomoda e faticosa da mantenere. Lui iniziò a legarle una caviglia, lei non osava guardare in basso, sentiva il respiro di lui scorrerle sulle gambe, era completamente esposta ma non le importava, sentiva di essere su un mondo a parte, completamente sicuro.

Da una caviglia passò all’altra solo dopo aver fatto scorrere la corda nei due occhielli opposti sul bastone. Ultimato il secondo nodo, anche volendo, lei non avrebbe più potuto chiudere le gambe.
Lui prese un’altra corda più corta e standole di fronte le chiese fermamente
“I polsi. ”
Lei distese le braccia fino quasi a toccare i suoi addominali, lui con calma le diresse i palmi verso il basso e cominciò a legare.

Una spira, due spire, tre spire. Una più del solito… Strinse il nodo ed ora le sue possibilità di movimento si erano ridotte ulteriormente, ma non aveva comunque nessuna voglia di farlo. Lui andò verso la finestra, alzò un braccio ed afferrò con tre dita un grosso anello di metallo che pendeva da una corda spessa. Era sempre stato lì? Contraendo i muscoli del braccio e del torso lasciò che l’intero suo peso tendesse la corda che lo sostenne senza fallo.

Lei rimase immobile mentre guardava il corpo di lui, così forte, così curato ed essenziale, la luce che lo illuminava da dietro aggirava il profilo passando tra duna e duna dei suoi muscoli tesi.
“Avvicinati. ”
Si mosse titubante, aveva paura che le avesse letto la mente sentendo il suo desiderio per quel corpo giovane, istinto puramente veniale. Provò ad avanzare, era davvero dura con il bastone che le teneva le gambe costantemente aperte ma riuscì ad arrivargli così vicino da sentire il suo respiro sulla pelle.

Lei ribolliva, sentiva ogni lembo della sua carne bruciare. Quando lui le afferrò la corda ai polsi e le alzò senza cura le braccia al soffitto non fece altro che attizzare quella fiamma. Nello slancio i capezzoli di lei toccarono il petto di lui. Gemette. Si vergognò. Era rossa in viso, lo sentiva, non voleva che lui la vedesse in quello stato, voleva coprirsi ma le mani rimasero verso il cielo. Guardò su, era legata a quell’anello, completamente distesa, un millimetro in più ed avrebbe cominciato a staccare i piedi da terra.

Guardò lui, aveva un ghigno sul viso e i suoi occhi che le guardavano attraverso: aveva capito, ma per lei ora era troppo tardi per nascondere quella sensazione che le vibrava dentro. Abbassò lo sguardo per timidezza, lo rialzò impaurita di un altro schiaffo ma lui non era più davanti a lei, era tornato all’armadietto e stava tirando fuori varie cose.
Tornò da lei, con lentezza iniziò a calzare un preservativo su un vibratore nodoso, lo stesso che aveva usato la volta precedente.

La fissava in volto mentre lei era concentrata sulle sue mani, lei sapeva cosa sarebbe successo, già anticipava le mosse successive e quei movimenti così lenti la innervosivano e la caricavano ancora di più. Le portò il vibratore verso la bocca, lei odiava il sapore amaro ed aspro del lattice e lui lo sapeva e lo faceva apposta, arrivato a sfiorare le labbra lei aprì la bocca inerme, senza neanche provare a resistere. L’aprì e chiuse gli occhi.

Gusto orrendo che adesso lui cercava di spingere ancora più verso la gola, lo sentiva battere contro il palato molle, cercava di respirare con il naso per evitare i conati ma la corda le impediva di inspirare a fondo, aveva le lacrime agli occhi sentendosi al limite della sopportazione. Un istante dopo la bocca era vuota. Riaprì gli occhi, quel sapore disgustoso non la lasciava e lo sentiva pervaderla dal dentro, venne sciolto, inglobato, accolto solo dal calore che le bruciava in grembo.

Lui la guardava conoscendo esattamente i pensieri di lei ma senza la voglia di lenirli od aumentarli, lasciandola da sola col suo animo a far crescere il desiderio. La guardò con sguardo freddo, spietato come un assassino che accoltella la sua vittima, le affondò senza esitazione il vibratore nella morbida fessura tra le gambe. L’istinto di lei fu di serrare le ginocchia ma trovò il bastone ad impedirglielo, lui sorrideva per essere riuscito a prenderla alla sprovvista, lo spinse fino in fondo, fino a toccarle con la mano la pelle calda del sesso.

Lei respirava a fatica, le corde non le permettevano di prendere abbastanza aria per calmarsi e se ci provava più intensamente le sentiva mentre le segnavano la pelle. Con lui era sempre così, la prendeva sempre impreparata, non riusciva mai a seguire il suo ritmo e nel momento in cui pensava questo sentiva il suo corpo bruciare di desiderio.
Lui iniziò a legarle un cordoncino morbido intorno alla vita, lo fece passare tra le gambe e le andò alle spalle, fece aderire il suo corpo a quello di lei che fremette lasciva al contatto, con una mano la cinse e mentre con l’altra tirava il cordoncino, quella davanti lo aggiustava, indugiando sulla vagina, in modo tale da fissare il vibratore.

Come un soffio d’aria fresca lui si staccò dalla pelle calda e madida di lei e si preoccupò soltanto di legarle saldamente anche l’ultimo nodo.
“Apri la bocca. ”
Eseguì senza esitazione. Una bacchetta di legno le occupò lo spazio tra i denti, poi lui gliela bloccò in quella posizione con un laccio dietro la nuca.

Il respiro di lei passava indifferentemente dal naso e dalla bocca che non poteva chiudere, si sentiva esposta, profondamente ed inesorabilmente in mostra, inerme, impossibilitata a muoversi e svuotata da qualsiasi energia per ribellarsi.

Finalmente aveva raggiunto quello stato che agognava per giorni interi, col cuore che batteva forte ed il respiro affannato, bloccata e legata com’era poteva finalmente lasciar uscire quella parte di sé che aveva dentro e che nessun altro poteva conoscere.
Lui azionò il vibratore con il telecomando e lei chiuse gli occhi per lasciarsi andare ulteriormente, per arrivare a quell’orgasmo fratello di tutti gli altri avuti in quella stanza e presi su appuntamento.

Dopo qualche minuto la sua eccitazione le pervadeva l’intero corpo, la saliva, che non riusciva più a trattenere in bocca le scendeva sul collo e si fermava sulle corde, si sentiva sporca ed ancora più eccitata al solo pensiero che anche l’interno delle sue cosce si stava bagnando copiosamente.
Un rumore esterno la svegliò da quello stato. Lui aspettò che lei lo trovasse con lo sguardo e poi ricominciò a tirare la cinghia della tapparella facendo entrare una buona porzione di luce nella stanza che andò ad illuminarle il ventre.

Lei sbarrò gli occhi dalla paura, cercò di muoversi ma l’unico effetto fu una leggera oscillazione con la fune alla quale era appesa
“Nnnnn…. !”
non riusciva a dire altro e lo guardava con occhi disperati. Lui sorrise, prese il telecomando ed aumentò l’intensità della vibrazione, troppo per lei che non riuscì a resistere, le gambe le cedettero lasciando che il suo peso fosse retto solo dal gancio a cui era appesa e lasciò uscire un mugolio.

Sul suo mondo parallelo stava per aprirsi una finestra ed essere vista così completamente esposta e l’unica cosa che lei faceva era godersi quella fiamma che dal basso ventre la scaldava, si sentiva sporca, orribile, indegna di appartenere al mondo normale che ad ogni trazione alla cinghia della tapparella da parte di lui si mescolava sempre di più a quel luogo che lei pensava separato dalla realtà. Strinse con forza le palpebre per non vedere il resto del mondo che la giudicava ma sentiva la luce sul suo corpo nudo, sulla sua saliva che continuava a rigarle il collo e sugli umori inarrestabili della sua vagina arrivati alle caviglie, ma continuava a godere, godere di sentire che ad ogni respiro profondo la corda intorno alla gabbia toracica andava più a fondo nella pelle, godeva di non avere il controllo del suo stesso corpo e sentirsi ondeggiare lentamente appesa com’era al soffitto, godere di essere sporca del suo piacere inebriante.

Una lunga intensa scossa del piacere ultimo la percorse più volte.
Sentì la mano di lui che teneramente le alzava il viso, lei dischiuse titubante gli occhi. Di fronte a sé quella finestra aperta, la vista libera fino all’orizzonte ed il cielo colorato di rosso dal tramonto.

Legare Eva

La prima volta vidi Eva sulla metro. Mi colpì il contrasto dei suoi occhi blu ed il candore della pelle d’avorio. Sembrava eterea. Al tempo stesso però il suo sguardo lasciava trasparire una timida sfrontatezza da puttanella vissuta che mi stava facendo crescere il pacco. Pensai “quanto mi piacerebbe legarla ed usarla per godere…”

Mi tornò in mente Akemi, una donna molto più grande di me che avevo conosciuto anni prima a Tokio.

Eravamo a casa di amici e avevamo imbastito una fitta conversazione sulla filosofia del piacere. Lei argomentava contro la cultura occidentale della “prestazione da medaglia” ed in favore “dell’egoismo dell’orgasmo”. Asseriva che durante una seduta di sesso ognuno debba preoccuparsi del proprio godimento e non di quello del partner. In questo modo si gode di più e ci si stressa meno, diceva. Le chiesi come avesse sviluppato il suo interesse per la filosofia del piacere e rispose “Con una corda, se vuoi ti faccio vedere.

” Andammo a casa sua dove mi mostrò delle illustrazioni di un uomo che aveva legato una donna in una posizione che gli consentiva di usarla come oggetto sessuale. Dopo qualche immagine mi mostrò una foto dell’uomo che sborra sulla donna già coperta di altra sua sborra sul viso, tra i capelli, sul seno e la pancia. “Vedi” mi disse “questo è shibari e questa è la raffigurazione dell’egoismo dell’orgasmo. Lei gode della sottomissione e umiliazione che lui le infligge per il suo piacere.

Nessuno si preoccupa dell’altro e tutti godono”. Quelle corde mi incuriosivano. Lei lo capì e ci furono altri incontri. Non parlavamo molto. Lei mi insegnò a legarla e ad usarla per il mio godimento. Ed io sborravo. Anche cinque volte in un pomeriggio.

Una brusca frenata mi fa riemergere dai miei pensieri mentre Eva perde l’equilibrio e mi cade tra le braccia. La stringo forte per non farla cadere e sento le sue tettine spingere contro il mio petto.

“Ahi!” disse con un filo di voce. “Ti sei fatta male?” le chiesi “Ho preso una storta e non riesco a poggiare il piede a terra”. Le dissi di non preoccuparsi, io l’avrei aiutata. La troietta era eccitante e non volevo perdere l’occasione. Scesi dalla metro lei si poggiò al mio braccio e per un po’ camminammo così. Poi disse che non ce la faceva proprio a camminare. Allora le dissi di lasciarmi fare, misi un braccio intorno alle spalle, uno sotto le gambe e la sollevai.

Era leggera e profumava di primavera. Arrivati da lei si tolse le scarpe, i pantaloni e le calze per occuparsi della caviglia. Era un poco gonfia, ma non sembrava preoccupante. Ci mettemmo del ghiaccio. Lei nel frattempo si era accorta che portarla in braccio mi aveva fatto sudare. Allora prese un asciugamano, mi tolse la camicia e inizio ad asciugarmi delicatamente il petto. Mi alza un braccio per asciugare l’ascella, poi si avvicina con la bocca bacia tra i peli e inizia a leccare con gusto.

Ho di nuovo il cazzo duro. Le ordino di togliermi le scarpe. Lei non se lo fa ripetere. Toglie i calzini e inizia a succhiarmi un alluce. La lascio fare un po’ poi mi alzo per togliere i pantaloni e in quel momento mi accorgo di un dettaglio che fino ad allora non avevo notato: Eva ha il pistolino. È un maschietto. Come ho fatto a non accorgermene. “Io sono etero” penso “e non me la faccio coi ragazzi”.

Certo, coi ragazzi no, ma Eva? Eva non è un ragazzo. Eva è la creatura più femminile che abbia mai incontrato e la voglio.

Lei arrossisce e si scusa per non avermelo detto. Le dico che è stata cattiva e merita di essere punita. Lei annuisce e si mette a pecorina, come per farsi sculacciare. Le do uno schiaffo sul culo e le dico “No cara, la tua punizione non sarà una semplice sculacciata.

Adesso ti lego in modo che non potrai più muoverti e poi ti uso come oggetto del godimento. Sarai la mia puttana, il mio giocattolo sessuale, lo sborratoio dei miei coglioni”. Lei accenna un sorrisetto mentre estraggo crema lubrificante e una lunga corda dallo zaino.

“Sei pulita?” le chiedo. Risponde “In che senso?” “Nel senso se hai svuotato il culo della tua merda. Sto per scoparti. Non vorrei ritrovarmi in un letto pieno della tua cacca puzzolente” le dico.

Eva arrossisce imbarazzata e non risponde. “Ho capito. Togli le mutandine, mettiti in ginocchio e aspettami” vado in bagno e riempio il clistere d’acqua. Mentre le accarezzo il buco del culo con il becco della peretta le spiego cosa farò: “Adesso ti infilo il clistere nel culo e lo stringo. Ti sentirai inondare da un piacevole getto di acqua calda”. Le piace. La puttanella spinge il culetto incontro al clistere. “Quando tolgo il clistere” le dico “corri in bagno, scaricati, lavati per bene e torna da me”.

Esegue tutto alla lettera. Le faccio un secondo clistere e poi un terzo. Le metto un piccolo dildo nel culetto, le lego una ball gag intorno alla bocca, e inizio lo shibari….