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I sogni di Krissy

Aveva sempre avuto un unico, secondo lei, bellissimo sogno; quello di sgambettare in televisione. Quello di mostrare il culo alle telecamere, di farsi vedere abbracciata al calciatore, al ricco imprenditore o al manager di successo. Non aveva studiato, non è che fosse particolarmente vispa né intelligente. Era ambiziosa, questo glielo riconosco. Un’oca giuliva fuori e una ragazzina piena di debolezze, frustrazioni e dubbi dentro. Questa era Cristina, quando la conobbi. A sapere che sarebbe finita così male sarei stato

meno gentile con lei.

Ma lasciatemi raccontare di come andarono le cose. Atto I: una maialina sulle scale

Piangeva. La prima volta che la vidi piangeva. Era seduta sulla gradinata del palazzo in cui lavoravo ed era vestita come…come…si può essere schietti e sinceri, vero? Mica vi scandalizzate? Ecco, allora, era vestita come una buona mignotta. Minigonna, calze a rete, giacchino strizzato in vita come un tubetto di dentifricio quasi finito, capelli pettinati all’ultima moda (ultima, penultima o terzultima per me fa lo stesso…non seguo le mode) e trucco gradevole ma tutt’altro che leggero.

Lì per lì ho pensato di avere a che fare con una troietta come tante. Beh, a conti fatti la prima impressione era quella giusta. Ma non a tutte le troiette mi affeziono, sapete? Per questo ripensare a quel momento mi fa un po’ male.

“Ciao. Qualcosa non va?” le chiesi, pensando fra me e me a quanto dovesse sembrare stupida quella domanda. Se uno piange, per forza c’è qualcosa che non va.

O no? “No” mi fa lei “Tutto a posto”
“Perché piangi, allora?”

“Ma nulla…mi hanno solo scartata”

“Ah” esclamai. In quel palazzo si tenevano le prove per un programma televisivo che sarebbe andato in onda da lì a due mesi. Lo sapevo da qualche giorno. Il genere del programma ve lo potete immaginare. Quando si fanno le selezioni per scegliere una quarantina di volenterose ragazzine con poco cervellino e gambe lunghe, c’è un unico genere di programma che si può mettere in piedi.

Un programma da cerebrolesi.

“Ti è andata male, eh?” chiesi. “Sì, come sempre”

“Beh, avrai la tua occasione” “Sul serio?”

“Sì, sei una bella ragazza”

“Sì, sono una bella ragazza di ventiquattro anni!”

Disse quel numero come se confessasse un crimine dei più atroci. Ventiquattro anni. Io ne ho trentuno e mi sento ancora un ragazzino, lei ne aveva quasi dieci meno di me e si comportava come se la sua vita dovesse terminare entro l’anno.

In effetti quante veline, letterine e stupidine varie vi sono, di più di ventiquattro anni? A quell’età sei già una pera marcia pronta a cadere dall’albero. Così ti fa credere il dorato mondo della TV. E chi siamo noi, comuni mortali, per obbiettare di fronte a ciò che ci viene proposto dalla Dea TV? Cristina, a ventiquattro anni, si sentiva vecchia e pronta ad essere messa in disparte.

“Dai, ti offro un caffè” le ho detto.

“No, devo andare” mi ha risposto con un po’ di arroganza. Sembrava non vedesse l’ora di togliersi dai piedi questo coglione invadente. Comprensibile, le uniche persone con cui valga la pena mostrare un briciolo di gentilezza sono quelle che ti possono portare in alto. Ma lei non mi conosceva.

“Insisto. Ci sediamo al tavolo di un bar e mi racconti tutta la storia. Magari ti posso aiutare a realizzare il tuo sogno”

Cristina mi guarda in obliquo.

“Davvero?”

“Sì”

“Chi sei?”

Le dico il mio nome (a voi no, accontentatevi di Tom). “Lavori in televisione?”

“Beh, in un certo senso è così. Sono uno scrittore. Di recente mi hanno chiesto di fare il consulente per una serie di documentari in prima serata. Forse ne avrai sentito parlare”
Cristina s’illumina. Per un attimo resto stupito anch’io. E’ bellissima. Come avranno fatto quei froci del casting a scartarla?

Indago e vengo subito a capo della questione.

“Senti, tu conosci qualcuno nell’ambiente?” domando. “No, nessuno”

“Capisco” le dico “In questo caso è naturale che non ti abbiano presa in considerazione” “Davvero?”

“Tutte le ragazze che vanno in televisione hanno…diciamo, qualche aiutino da dietro” Raccomandazione. Una brutta parola.

Raggiungiamo il più vicino bar e ci prendiamo qualcosa da bene. Cristina passa subito alle domande che contano.

“Tu puoi aiutarmi a farmi conoscere?”

“Può darsi.

Come ti ho detto conosco parecchia gente” “E…. ”

“Sì, è gente assai influente” Sorride.

“Parlami di te. Chi sei, da dove vieni” chiedo. “Mi chiamo Cristina. Vengo da Napoli” “Tutto qui?”
“Tutto qui” “Sei diplomata?” “No”
“Ah”

“E’ un male?” “No…no…”

“A che serve il diploma, sul palco?” “Certo, certo…a che serve?” “Lavori?”

“Qualche volta. Ho fatto la hostess. Ma così, una volta e via…lavori fissi non se ne trovano”

“E che lavoro cerchi?”

“E’ ovvio! Lavorare in televisione!”

“Un lavoro…che so, da impiegata…qualcosa di normale?”

Non vi dico che faccia fa Cristina a queste parole.

Sembra che le abbia proposto di scopare un vecchio bavoso con l’HIV. No, il lavoro normale non le piace proprio. A che serve, il lavoro normale, quando si hanno delle belle cosce lunghe e disponibilità d’alloggio per una fava o due lì nel mezzo?

E d’improvviso sento nascere una cordiale antipatia per questa ragazzetta pretenziosa e senza qualità. Andate via le lacrime resta solo una gran voglia di arrivare alla vetta senza faticare.

Senza quel suo visino disfatto dal pianto che ispira tenerezza, Cristina appare per quel che è; una piccola mignottella annebbiata dalle facili promesse del successo.
A questo punto, però, ho promesso di aiutarla e lo farò. Non è nelle mie abitudini, disattendere una promessa. Però la ricompensa è un altro discorso.

“Senti, Cristina…e se io ti aiutassi ad arrivare dove vuoi tu che cosa saresti disposta a fare, per me? Sei bella.

Mi piacerebbe conoscerti…diciamo, più approfonditamente” La ragazza non si scompone più di tanto. Non è granché intelligente, ma sa che in questo mondo, per arrivare, qualche letto lo devi conoscere.

“Io divido l’appartamento con un’altra ragazza” risponde subito.

“Non c’è problema. Verrai da me. Ma ti avverto che io ho gusti un po’ particolari. Mi piace sottomettere le mie amanti”

Cristina alza le spalle. “Va bene”

Come sarebbe a dire “va bene”? Che gran troia ho trovata!

“E mi piace anche veder sottomessa una ragazza da un’altra ragazza” “Certo.

Io quale sarei? Quella che sottomette o che viene sottomessa?” “Quella che viene sottomessa” rispondo bruscamente.
“In che modo, dovrei essere sottomessa? Corde, falli di gomma…”

“No, più semplice. Lingua. La tua. Sul corpo del padrone e della padrona. Dappertutto” “Hummm…beh, come si dice…non si fa niente per niente. Vogliamo andare?”

Ci resto un po’ male. Non ha fatto una piega di fronte ad una proposta che altri giudicherebbero indecente. Mi domando quante, fra le aspiranti telemignotte televisive, siano disposte a tutto come questa qui.

Poi non ho il tempo di fare altri ragionamenti. “Allora” mi fa Cristina “Vogliamo andare?”

“Sì, piccola. Arrivo subito”

Il conto del bar è sulle cinque euro. Ne lascio cadere dieci sul tavolo e me ne vado. Oggi ho idea che prenderò un giorno di riposo.

Voglia di cose porche. parte 2

Quella settimana avevamo entrambi lavorato tanto, eravamo stanchi, ma più si avvicinava il week end più aumentavano i miei pruriti. Era arrivato il momento di realizzare almeno una delle nostre fantasie, e solo a pensare alla carica erotica che sentivo dentro, mi viene duro ancora adesso mentre scrivo.

Sapevo cosa volessi ma non sapevo dove potessi trovarlo. Per alcuni giorni mi piazzo al pc e cerco: “DISCOTECA TRASGRESSIVA”, “SERATA EROTICA”, “EVENTI HOT”, e tutto ciò che la mia mente riusciva a partorire pur di raggiungere il mio obiettivo.

Nulla, non trovai un bel niente nei paraggi ed avevo cominciato a rassegnarmi di dovermi affidare al fato; prima o poi sarebbe capitato e basta se proprio lo volevamo.

Proprio in quel momento però mi venne in mente che a poco più di un’ora da noi c’erano alcuni locali per scambisti. Un genere di locali di cui mi avevano parlato degli amici in passato, poiché ci avevano trascorso delle serate e si erano anche divertiti molto, mi ricordai della zona che mi avevano indicato in quanto da quelle parti se ne potevano trovare più di uno.

Premetto che nonostante gli inviti ricevuti, non ci ero mai voluto andare. Un po’ per pudore, un po’ per paura di trovare ambienti troppo squallidi, mi ero sempre rifiutato, e mai avrei immaginato di avere invece una smisurata voglia di andarci con la mia compagna. Già. Mi stavo scoprendo sempre più eccitato all’idea di partecipare con lei a quel genere di situazioni che mi avevano descritto con dovizia di dettagli.

Appena entrati, avevano pagato l’iscrizione (esosa per i single ma free per le coppie) ed erano stati accolti con garbo dal proprietario, un tipo sui 50, distinto, piacente, che li aveva subito condotti all’angolo bar al piano terra dove aveva offerto loro da bere.

Gli aveva poi spiegato il regolamento della sua associazione, e raccomandato il massimo rispetto per tutti e per la privacy di tutti, e man mano gli aveva fatto fare un giro della struttura. Finiti i convenevoli, qualcuno di loro aveva iniziato a ballare avvinghiato con le signore già in pista, ed aveva ben presto scoperto che erano tutt’altro che sole, i mariti infatti erano seduti ai divanetti per godersi le mogli fare le porche con degli sconosciuti; qualcun altro si era diretto al piano superiore ed aveva subito infilato il cazzo in un glory hole.

Pochi attimi e qualcuno dall’altro lato aveva preso a succhiarglielo con maestria, qualcun altro ancora si era ritrovato in una gang bang nel privé a scopare una perfetta sconosciuta desiderosa di farsi penetrare ovunque.

Nel locale c’era chi voleva avere un ruolo attivo ma anche chi era lì solo per masturbarsi guardando gli altri godere.
Insomma il paradiso delle cose porche.

Ricominciai a cercare e ben presto li trovai tutti.

Visitai i loro siti internet con l’impazienza e l’eccitazione di un bambino che sceglie i suoi regali di Natale. Immaginavo di trovare delle immagini delle serate ed invece, giustamente a tutela della privacy, c’erano solo le foto degli ambienti e l’elenco degli eventi in programma.

Clicco, sfoglio, scorro, analizzo, valuto, leggo recensioni.. mi sento quasi in ansia.. è una decisione importante, non vorrei rovinare la nostra prima volta con la scelta sbagliata.

Alla fine mi decido ed il venerdì sera chiamo per avere informazioni. Mi risponde un uomo dalla voce garbata, mi chiede se sappiamo come funziona, se sono un single o in coppia, se fosse la nostra prima volta, “Sa glielo chiedo per evitare di accettare prenotazioni da più persone provenienti dalla stessa zona”. Mi sentii rassicurato dalle sue precauzioni, perciò confermai la prenotazione di un tavolo per una coppia al sabato sera.

Ero eccitatissimo.

Non vedevo l’ora. Finalmente stavamo per realizzare il nostro sogno erotico.
Decisi di non dire nulla a Sveva fino al giorno successivo. Aspettai impaziente l’arrivo del pomeriggio di sabato per inviarle un messaggio.
“Stasera ti voglio sexy, fammi vedere tutto ciò di cui sei capace!”
“Che intenzioni hai?”
“Divertirmi e vedere fin dove siamo capaci di arrivare”
“Ok”

La sfida era iniziata. Sentivo già la pressione aumentare nel mio pantalone.
Arrivò la sera e passai a prenderla.

Uno squillo e lei uscì.
“Cazzo quanto è bella!” pensai, aveva addosso un vestitino di pelle nera, aderentissimo e scollato da farla sembrare nuda. I capelli ricci biondi selvaggi, le sue bellissime gambe lunghe erano senza calze ma lucide d’olio idratante, mentre ai piedi aveva dei sandali aperti senza tacco intrecciati sopra a mo’ di schiava. Solo a guardarla avevo il cazzo talmente duro che mi faceva male!!

Aveva il passo leggero e fiero mentre si avvicinava alla macchina, era elegante e graffiante come una leonessa; mi fissava per eccitarmi e sentiva che ci stava riuscendo alla grande.

Quando entrò non potetti resistere, la baciai con foga e le misi immediatamente la mano sulla coscia.. era liscia e unta, se non ci avesse aspettato di meglio, l’avrei presa lì dov’eravamo!
“Sei uno schianto” dissi.
“Grazie”
E partimmo.

Mi raccontò di quanta fatica avesse fatto a trovare qualcosa di adatto, che si era dovuta arrangiare (“E menomale!” Pensai) poiché non aveva trovato ciò che avrebbe voluto indossare, e che aveva anche chiamato un’amica (Una gran golosona!) per farsi consigliare su cosa indossare, e che persino quest’ultima, che di remore di solito non ne ha, le avesse chiesto se fosse sicura di mettersi così in mostra.

Intanto avevo imboccato l’autostrada, e la mia mano non si era più scollata dalla sua coscia; continuavo ad accarezzarla e stuzzicarle il clitoride col mignolo, affondando colpi delicati ma decisi. Si parlava di questo e di molto altro quando le chiesi: “Me lo cominceresti a fare un pompino? Sono eccitatissimo!”. Mi sorrise col suo magnifico sorriso quando è imbarazzata ed eccitata. Mi sbottonò il pantalone, mi tirò fuori l’uccello non senza difficoltà visto che era in erezione già da un po’, e mentre si stava piegando ed avvicinando con la bocca al mio cazzo mi chiese: “Dove mi porti?”
“A scopare!” risposi.

Socchiuse gli occhi, si lasciò andare in un gemito voluttuoso di piacere, e cominciò a succhiarmelo come se non ci fosse un domani. Su e giù, su e giù a bocca spalancata, tanto che sentivo il glande penetrarle la gola. Avevo l’uccello completamente zuppo della sua saliva e lei che non smetteva di succhiarlo e leccarlo vorticosamente, ma dovevo anche stare attento alla strada e non fu affatto facile, anche perché poi prese a giocare con le palle e solo lei sa quanto il suo modo di massaggiarmele con la lingua e con le mani mi faccia godere.

Cominciai a sentire le tipiche contrazioni allo scroto che precedono una copiosa sborrata ed in pochi istanti le inondai la faccia e la bocca. Fu particolarmente brava perché per non sporcarmi i pantaloni cominciò a leccarmi ovunque per ripulire tutto.
“Brava amore mio, puliscimi bene che voglio essere impeccabile adesso che arriviamo!”.

Come la paprika

Con le sue mani pratiche, morbide e vigorose, scioglieva i muscoli della schiena alleviando i dolori mi affliggevano da tempo.
Non solo, però: quella pressione mi eccitava. E capitava ogni volta:
prima un senso di progressivo rilassamento che finiva per stordirmi,
poi un graduale risveglio dei sensi che, sotto il corpo disteso
bocconi sul tavolo, mi procurava un’erezione prepotente, resa
addirittura lancinante dalla pressione che mi schiacciava il membro
fra il ventre e la dura superficie di sotto.

Una sofferenza, se non fosse stato per i piacevoli brividi che mi
attraversavano muscoli e nervi, acuiti dal tocco delle mani di
Lucrezia. Una sofferenza, comunque. Sentire il corpo languido e
insieme teso come un arco, i minuscoli crampi alla schiena e
all’inguine, e allo stesso tempo avvertire il suo sguardo silenzioso
che pareva attraversarmi interamente, come se non si fermasse alla
superficie ma perforasse la pelle e le viscere per andare a scovare la
fonte segreta del mio piacere.

E in effetti ogni tanto, voltando la
testa nella sua direzione, sorprendevo Lucrezia a lanciarmi sfuggenti
occhiate di sbieco, brevi e però insistenti, mi sembrava. Il che non
faceva altro che aumentare il mio imbarazzo.
Ero stato tentato di dirle di non venire più a massaggiarmi in casa,
ma il sollievo che traevo da quelle sedute, in ogni senso, mi impediva
ogni volta di decidermi a farlo. Così restavo come in balia di lei, di
quelle sue mani che quasi prendevano possesso del mio corpo, mentre lo
manipolavano; mi veniva di pensare che lo modellassero pressoché a
loro piacimento.

A suo piacimento.

E non riuscivo a distaccarmene.
Volsi di nuovo lo sguardo verso di lei, mentre mi stava frizionando la
zona tra la schiena e le natiche, e a un tratto la vista mi si oscurò:
sentii un tremito feroce nei lombi, uno shitto violento del ventre che
riuscii a reprimere solo con uno sforzo tremendo, quindi densi fiotti
di sperma schizzare fra ventre e tavolo. Dovetti piegare la testa in
avanti, nascondere il viso mordendo il lenzuolo di cotone pesante
steso sotto di me.

Godevo e soffrivo. Esplosi in un orgasmo quasi
insostenibile, benché cercando di tenere insieme tutti i pezzi in cui
mi stavo frantumando, che tendevano a proiettarsi per l’intera stanza
girandomi intorno in vorticosi mulinelli. E i muscoli mi si
rilassarono in un baleno. Ma digrignavo i denti.
Meno di un minuto dopo Lucrezia aveva finito il massaggio e stava
andando a lavarsi le mani. Senza una parola, come al solito.
Approfittai per alzarmi di soppiatto, avvolgendomi le membra non solo
con il panno che tenevo intorno ai fianchi, ma pure col lenzuolo del
tavolo, su cui scorsi subito la grossa macchia di seme, e mi rifugiai
nella mia camera.

Mentre cercavo di ripulirmi, di rimettermi in sesto,
lei uscì dal bagno e salutandomi da fuori della porta mi diede
appuntamento per la settimana successiva. Era sempre così, allegra e
gentile, però riservata. In certi momenti poteva apparire perfino
scostante. Ma sempre corretta e professionale.
La volta successiva cercai di mantenermi il più possibile distaccato.
Ci riuscii con molto sforzo. Mi aiutò la decisione di tenere per tutto
il tempo del massaggio la testa rivolta verso di lei, a scrutare le
espressioni che via via il suo viso assumeva mentre calibrava la
pressione delle mani sulle varie parti della schiena, variava la
tecnica delle manipolazioni e la traiettoria delle frizioni.

Sembrava
assorta, eppure era come se dentro di lei si succedessero stati
d’animo continuamente diversi. In taluni attimi avevo perfino
l’impressione di cogliere nei suoi occhi brevissimi moti di desiderio.
Anche se non potevo giurarci. Ma forse mi piaceva solo pensarlo.
Riuscii a trattenere i fremiti del mio corpo sino alla fine della
seduta, comunque. Poi lei andò in bagno e io nella mia camera. Lì
restai per alcuni minuti nudo davanti allo specchio, ad osservare gli
effetti benefici della fisioterapia sul mio corpo spesso dolorante.

Ora la schiena appariva decisamente più diritta, le spalle meno
ripiegate su se stesse. Era davvero brava, Lucrezia… quando percepii
di sfuggita un bagliore d’occhi.
Non mi voltai, ma attraverso lo specchio notai che inavvertitamente
avevo lasciato il battente della porta scostato di alcuni centimetri
dalla cornice, rendendomi visibile da chi guardasse nella stanza
dall’esterno. E per un attimo mi sentii in imbarazzo. Solo per un
attimo, però. Subito dopo, invece, mi lanciai con un balzo sulla
porta, l’aprii con una mano e istintivamente spinsi l’altra fuori.

Mi
trovai un polso stretto saldamente fra le dita. Il suo. E, sollevando
gli occhi, lei che mi guardava a metà fra il sorpreso e l’impaurito.
Benché senza una parola.
Anch’io senza parlare, l’attirai dentro la camera. La trascinai,
quasi. Mi sedetti sul letto, nudo com’ero, un’erezione incipiente che
cercavo di dissimulare fra le gambe strette, e la tenni in piedi di
fronte a me.
“Spogliati” le dissi dopo averla fissata per un po’.

Mi accorsi con
sorpresa del mio tono secco, imperioso, per niente non abituale.
Lei si mantenne immobile, sempre con la stessa espressione sorpresa e
inquieta. I lunghi capelli castano scuro che le incorniciavano le
guance rivolte verso il basso. Guardava con insistenza qualche parte
del mio corpo.
“Spogliati” ripetei. Stavolta con un’intonazione sferzante, addirittura crudele.
Lucrezia finalmente si scosse. Liberò il polso dalla mia mano e
cominciò a togliersi la maglietta leggera.

Apparve un reggiseno nero
trasparente, bordato di pizzo rosso, che copriva mammelle piene ed enormi, con larghe areole rosate e capezzoli turgidi. Sotto la
gonna plissettata, mutandine anch’esse nere orlate di rosso e sui
fianchi un reggicalze nero. Come di nero, in seta a rombi in rilievo,
erano fasciate le cosce sode e le gambe lunghe e tornite, che finivano
in scarpe con alti tacchi stile anni ‘20.
“Ora le mutandine” le dissi.

Mi fissò come ipnotizzata.
“Le mutandine” ripetei.
Se le sfilò lentamente, lasciando apparire il ciuffo di peli scuri del
pube, e appena visibili le grandi labbra della vagina, carnose e ben
rilevate. Poi rimase immobile, la testa piegata verso il pavimento e
il viso quasi del tutto nascosto dalla folta chioma.
Le afferrai i capelli con un gesto improvviso e la costrinsi ad
inginocchiarsi davanti a me. Le allargai le cosce con un piede,
guardai il ventre che mi si era aperto davanti.

Mi sembrava che
luccicasse. Mi alzai e la feci mettere a quattro zampe.
“Toccati” le dissi. “Toccati”. Con un tono che non ammetteva repliche
e sorprendeva anche me stesso.
Avvicinò una mano al pube e la insinuò fra le gambe.
“Infila un dito nella fica”.
Strinsi e tirai verso di me i suoi capelli, per costringerla ad
obbedire. Lo fece.
“Dentro. A fondo. ”
Lo fece.
“Tiralo fuori e spingilo di nuovo dentro.


Lo fece.
“Ora infilane due. ”
Lo fece.
“Tre. ”
Fece anche quello. Mi parve di sentire mugolii di piacere che
sfuggivano dalla sua bocca serrata.
“Il clitoride. Adesso il clitoride. ”
Cominciò a massaggiarselo, a manipolarselo come tante volte aveva
fatto con la mia schiena. Prima usando il palmo della mano aperta,
aprendo bene le grandi e le piccole labbra, cavando altri sospiri
dalla bocca. Poi con un dito, quindi con due.

Lunghe carezze che
percorrevano tutto l’arco della vulva, giravano intorno al bottoncino
rosa, scendevano ancora lungo l’attaccatura delle cosce, arrivavano
fino al limite delle natiche, tornavano in alto a stanare il piccolo
a****le che pulsava.
“Voltati” le dissi.
Si girò di schiena rispetto a me. A quattro zampe, le cosce aperte,
ora mi si mostrava interamente nel suo intimo. Tornai a sedermi per
guardarla meglio, tenendo sempre stretti i suoi capelli con una mano.

Con l’altra le spinsi la testa sul pavimento, in modo che il suo
ventre si rivolgesse ancora di più verso l’alto, le labbra della vulva
spalancate, il clitoride bene in vista, le natiche che staccandosi
l’una dall’altra rivelavano l’orifizio rosso scuro, carnoso e pulsante
in mezzo, bagnato degli umori che colavano dal ventre.
“Toccati, toccati ancora” le dissi. “Toccati…”
Lo fece. Riprese a sfiorarsi, a massaggiarsi, a titillarsi. Il suo
respiro si stava facendo affannoso, il corpo componeva onde nell’aria
calda della camera, il ventre si muoveva a shitti, a sussulti, a
spasimi.

La marea impetuosa stava per arrivare: me ne accorsi dai suoi
gemiti che salivano di tono. I movimenti diventarono più sconnessi,
insistenti, violenti. I gridolini si trasformarono in un unico rantolo
prolungato.
Le infilai un dito fra le natiche mentre cominciava a sussultare,
urlando e fremendo in tutto il corpo. Spinsi il dito mentre si mordeva
un braccio e con l’altra mano articolava una danza sfrenata sul
ventre, torturandolo, spremendolo come se volesse cavarne ogni minima
goccia di godimento, ogni brivido infuocato.

Affondai interamente il
dito quando i suoi spasmi divennero ossessivi e il bacino si agitava
senza freni, ormai, teso, mentre la pelle emanava un profumo a****le
sempre più intenso e inebriante. Affondai di nuovo in lei proprio nel
momento in cui, con un ultimo e lungo sospiro, rilassava
all’improvviso tutte le membra.
La tirai di nuovo per i capelli, dopo un po’, voltandola di nuovo
verso di me ancora a quattro zampe, il viso quasi a contatto con il
glande che adesso era rosso e tumido.

Vibrava. Adesso non potevo più
tentare di nasconderlo fra le gambe. E forse adesso non volevo più. In
ogni caso non lo feci. Vibrava. E pulsava anche l’asta, con piccoli
movimenti che mi apparvero selvaggi, famelici, quando seguendo la
traiettoria del suo sguardo puntai gli occhi sul mio ventre nudo.
Lucrezia lo fissava con la bocca semiaperta, ansimando piano. Aveva
l’espressione selvaggia, pensai. Mostrava lo stesso aspetto famelico
del pene, che a sua volta pareva inchiodarla a sé con i suoi piccoli e
frenetici gesti involontari.

Come il battere degli occhietti di una
bestiola in calore. La faccia speculare l’uno dell’altra.
Forse fu per questa attrazione improvvisa e intensa che lei a un certo
punto sollevò il viso fino al mio, e allo stesso tempo una mano verso
l’asta irrequieta.
“Vorrei… potrei…” accennò con la voce roca.
“No” risposi secco. Addirittura rabbioso. Scostante.
Con uno shitto violento del polso le allontanai la mano. Una di quelle
che aveva posato tante volte sul mio corpo, una di quelle con mi aveva
toccato, manipolato, sfregato, modellato.

Lei girò il volto con furia,
facendo ondeggiare la lunga capigliatura.
“Stronzo” disse quasi ruggendo.
“Sì…” rispose la mia bocca, senza che io avessi articolato
deliberatamente alcun suono. Un’altra parte di me di cui fino a quel
momento non avevo avuto coscienza.
Mi alzai di botto e con la mano le serrai ancora una volta la chioma,
costringendola a piegare la testa verso l’alto, a guardare in
direzione del glande che le pulsava davanti e del mio viso che a sua
volta si fissò su di lei.

Con l’altra mano impugnai l’asta e cominciai
ad agitarla appena sopra il suo volto, prima lentamente ma poi a poco
a poco con sempre maggiore foga, forza, scariche di desiderio che mi
percorrevano le membra facendomi tremare, vibrare, tendere ogni
muscolo e ogni nervo. Strinsi il membro spasmodicamente quando dalla
schiena cominciò ad affiorare un vortice prima disperso, vago, che poi
però si concentrò puntando dritto sul ventre. Ed esplose in mille
schegge quando inondai di un umore denso e caldo le sue labbra, la
bocca, le guance, la fronte, gli occhi.

Quando depositai quell’essere
che non conoscevo, in forma liquida, sopra il suo viso. E la sua
espressione subito dopo si deformò in un rantolo prolungato di
piacere, seguito da una progressione di gemiti crescenti che
accompagnarono i miei come in una specie di digrignato controcanto.
Fino a che, squassato dai tremiti violenti, non crollai nuovamente
seduto sul letto e il suo viso si depositò sfinito sul pavimento,
vicino ai miei piedi.
Rimasi ad occhi chiusi per un po’, non so quanto.

Appena li riaprii,
lei mi stava fissando ancora una volta, ancora in silenzio, con una
guancia poggiata a terra e lo sguardo obliquo che brillava così
intensamente che lo sentivo trapassarmi. Lasciai andare i suoi capelli
e la mia asta umida che stava perdendo lentamente la sua tensione. Poi
allungai le braccia verso le ascelle, sollevai piano il suo corpo e mi
adagiai sul grembo quel volto spossato, bagnato di me.
E lo cullai a lungo così.

.

Amore in un giorno di pioggia

Era una di quelle domeniche cupe e fredde nelle quali tutti cercano una scusa per stare a letto, ed Alex non era un’eccezione. Tirò le coperte più su, si accoccolò ulteriormente e tentò di dormire. Era grato a sua nonna per non averlo infastidito chiedendogli di andare in chiesa quella mattina. L’aveva sentita andare via e pensò che sarebbe stata via tutto il giorno.
Sapeva le sue abitudini, prima sarebbe andata a prendere il tram, poi avrebbe pranzato dopo il servizio della mattina, avrebbe aspettato il servizio serale e finalmente, sarebbe ritornata alla sera.

Conosceva i suoi programmi perché l’aveva fatto con lei tante volte. Ora che aveva diciotto anni lei gli permetteva di perdere alcune domeniche, ma non molte. Comunque la cosa non gli dispiaceva perché in chiesa aveva incontrato Tommaso, per non parlare di Andrea e Carlo.
Quella era un’altra ragione per cui voleva stare a letto, lui e Carlo non si erano incontrati il giorno prima. Avevano fatto grandi progetti, ma per qualche ragione lui era andato da una parte e Carlo dall’altra.

Se c’era mai stato vero amore, questo era tra lui e Carlo. Finalmente si erano sentiti al telefono la sera, ma era tardi per fare qualche cosa insieme e Carlo doveva lavorare la domenica. Alex era scocciato, voleva disperatamente vedere Carlo, ma non era possibile. Tentò di non pensarci, pensarci lo rendeva solo più eccitato.
Ascoltò il picchiettio continuo della pioggia contro la finestra e tentò di non permettere ai suoi pensieri di vagare sull’amico, ma era difficile.

A diciotto anni il suo corpo aveva una volontà propria e la sua mente era orientata al sesso, del caldo sesso maschile.
Alex era alto un metro e ottantasette, era atletico e sodo. Era nella squadra di pattinaggio ed aveva gambe lunghe e muscolose. Aveva pelle ambrata, capelli ricci e corti, spesse sopracciglia nere e baffi ben tenuti. Era molto socievole, sorrideva sempre ed aveva molti amici. La maggior parte dei suoi amici erano all’oscuro per quanto concerneva il suo orientamento sessuale, ma qualcuno conosceva i suoi veri interessi.

Trovare partner non era un problema per Alex, in parte perché era bello e socievole ed in parte perché franco.
Si girò nel letto e allungò una mano al suo lungo e sodo uccello. Pensò che carezzandoselo lentamente avrebbe raggiunto un orgasmo potente e poi sarebbe riuscito a dormire. Quando la sua mano afferrò il suo attrezzo, sentì qualcuno che gridava sul pianerottolo. Alex non era il tipo da tirarsi indietro e non aiutare qualcuno nei guai, così saltò fuori dal letto, afferrò l’accappatoio e corse alla porta.

Aveva capito che il gridare proveniva da qualcuno che stava vicino la sua porta. Guardò attraverso lo spioncino ma non riuscì a vedere niente così aprì la porta. Vide Carlos, un teenager sudamericano la cui la famiglia era venuta recentemente ad abitare nell’altro appartamento sul suo pianerottolo. Non erano stati presentati formalmente, ma si erano visti sull’ascensore e sul pianerottolo. Si erano sorrisi, conoscevano i loro nomi ma non si erano mai parlati.
“Cosa succede Carlos?”
“Alex, non aprono la porta di casa mia.

Mi spiace, ragazzo, non volevo disturbarti. ”
“Ma non hai bussato?”
“Sì, l’ho fatto. Non mi avevano detto che sarebbero usciti. “
“Vuoi entrare a telefonare?”
“Grazie, proverò. “
Carlos entrò e telefonò a casa sua.
“Nessuna risposta, devono essere veramente fuori. Mi chiedo cosa sia successo. “
“Puoi restare qui se vuoi. “
“Grazie. Non voglio disturbarti, voglio dire che stavi dormendo, o no? Mi sembra che tu non abbia niente sotto quell’accappatoio.


“Mi sembra che ci sia qualche cosa di duro, vero ragazzo?”
Alex sorrise mentre guardava il bel ragazzo.
“Ce l’ho sempre così quando guardo qualcuno bello come te. “
Carlos sorrise all’altro che stava ridacchiando per l’ultimo commento e cominciando a capire la situazione.
“Comunque entra, potrai vedere la tv. “
“O guardare te. ” Il ghigno di Carlos si allargò mentre Alex cominciava a rendersi conto quale provocatore fosse il ragazzo.

“Ehi, Carlos, non hai paura di entrare? Potrei mettere in allarme tutti i tuoi amici sulle tue inclinazioni. ”
“E’ vero, uomo. Non so quali inclinazioni io possa avere, ma so che sei bello e mi piaci. Tu non lo racconterai in giro, ti conosco, non lo faresti mai, vero?”
“Hai ragione, Carlos, fidati di me. Io voglio solo giocare con te, bello. “
“Tu puoi giocare con me finché vuoi, Alex.


“Cazzo, ragazzo, non esagerare!”
“Ascolta, ti ho notato sin da quando ci siamo trasferiti qui. Mi piace il tuo stile. Se questo non ti basta, mi limiterò a guardare la tv fino a che i miei genitori non torneranno. Se invece ti va potremo divertirci. Dalla protuberanza nel tuo accappatoio, sembra che tu lo voglia. ” Carlos rise mentre guardava l’inguine del ragazzo.
Alex aprì l’accappatoio e lo fece scivolare giù dal suo corpo snello.

Il suo uccello che gradualmente si stava allungando stava cominciando a gocciolare pre eiaculazione. Sorrise mentre Carlos cominciava a spogliarsi, lo guardò togliersi tutti i vestiti senza togliere gli occhi da Alex. Carlos aveva diciassette anni, era alto un metro e ottanta e muscoloso nei punti giusti. I pettorali mostravano un naturale sviluppo ed i bicipiti cominciavano a gonfiarsi. Come quello di Alex, il suo corpo aveva peli neri, solo che i suoi erano diritti e quelli di Alex ricci.

I capelli erano neri e folti e contrastavano con gli occhi grigi. Il suo pene era più corto rispetto a quello di Alex e spuntava diritto dallo spesso cespuglio di peli neri. Senza esitazione si gettò nelle braccia di Alex, mise le labbra sulle sue e gli infilò la lingua in bocca. Quella di Alex cominciò a ballare con l’altra. Le mani cominciarono ad errare e toccare tutti i punti giusti. Alex andò diritto alle protuberanze del sedere di Carlos e le prese delicatamente, modellandole con le mani e delineando la loro forma con le dita.

Gli piaceva il contatto del corpo del ragazzo contro il suo e lo tirò più vicino così i loro cazzi cominciarono a pigiarsi uno contro l’altro. Non c’era musica ma i loro corpi si strusciavano uno contro l’altro in un modo che sembrava un movimento ritmico. Rimasero là, perduti nel flusso dei loro corpi, le lingue si muovevano e pulsavano, gli uccelli si muovevano avanti ed indietro e si accarezzavano. Quando si sentì arrivare al culmine della sensazione, Alex avanzò, trattenne il respiro e guardò negli occhi l’altro ragazzo.

“Ragazzi, come sei caldo. Dove sei stato fino ad ora?”
“Aspetta, Alex. Ti guardavo, solo sperando che forse, forse. Merda, come è bello!”
“Hai ragione, è bello! Andiamo!” Alex e Carlos raccolsero i vestiti ed andarono in camera da letto. La stanza era semibuia per il cielo coperto. Alex tirò l’ormai amico sul letto e lo guardò mentre si sdraiava, mentre si metteva in mezzo al letto. Si sdraiò accanto a lui e poi sospirò mentre Carlos saliva su di lui e cominciò a strusciare la pelvi contro la sua.

“Sai quello che mi piace, Alex?” Carlos si era alzato e lo stava guardando, sorridendo, i suoi occhi che luccicavano in un accenno di allegra monelleria.
“No. Cosa ti piace, bel tipo?” Alex guardò allegramente il bel ragazzo sorridendo.
“Mi piace fottere ed essere fottuto. Mi piace il grosso cazzo. Mi piace farl!” Ridacchiò e lo baciò delicatamente.
“Allora hai trovato quello che ti piace, Carlos, hai trovato tutto.

Wow, ragazzi, sei fottutamente caldo!” Le mani di Alex ritornarono al culo dell’altro e l’accarezzò. Poi lasciò che le sue mani si muovessero sulla sua schiena, carezzandola delicatamente, accarezzandolo e toccandolo eroticamente. Con una mano gli toccò la guancia, carezzandolo amorosamente, guardandolo profondamente negli occhi e poi baciandolo sulla guancia, sul collo e dovunque potesse arrivare. Carlos stava nelle sue braccia, godendo dell’attenzione che stava ottenendo e godendo dei due corpi pigiati insieme.
Dopo un poco Alex si mosse da sotto il ragazzo, lo fece girare sullo stomaco e si mise tra le sue gambe.

Cominciò a baciarlo sul collo, gradualmente scendendo sulla schiena finché non arrivò alle natiche. Mise una mano su ogni chiappa e le modellò, le spinse ed afferrò le protuberanze tra le sue mani. Poi gliele allargò e guardò il piccolo buco sprofondato nella valle pelosa. Quello era il posto in cui voleva essere. Si piegò, mise la testa nella fessura, ne aspirò l’aroma ed appoggiò la lingua al buco. Lo leccò e l’assaltò come se fosse un lecca lecca.

Lasciò che la lingua leccasse avanti ed indietro il buco, si fermò per spingerla nell’ano, incendiandolo col suo attacco orale. Carlos alzava il sedere nel tentativo di prendere di più la calda lingua nel suo buco affamato ed Alex continuava a spingerla profondamente mentre ascoltava i suoi lamenti di passione. Quando sentì di aver fatto abbastanza, si alzò, guardò le meravigliose natiche e poi gli si sdraiò sulla schiena. Carlos sentì il grosso pene pigiare nella fessura del sedere e spinse in su ad incontrarlo.

Alex cominciò a muoversi su e giù lungo la sua schiena lasciando che il suo cazzo si muovesse lungo la fessura del bel culo. Abbassò lo sguardo tra i loro corpi e vide la testa del suo uccello che si muoveva lungo la pista della fessura come una grande locomotiva gocciolante pre eiaculazione.
Allungò una mano verso il comodino e prese un tubo di lubrificante, ne spremette un po’ sulla sua mano e si lubrificò la grossa asta.

“Allarga quelle chiappe, ragazzo, devo metterci un po’ di roba. ” Carlos allungò le mani dietro di sé e se le allargò rivelando il piccolo buco. Alex vi spremette dentro del lubrificante ed usò un dito per spalmarlo. Poi si afferrò il cazzo, lo appoggiò e spinse. Continuò a spingere finché la verga fu rinfoderata nel passaggio di velluto. Quando sentì Alex sdraiarsi sulla sua schiena, Carlos capì che tutta la verga era seppellita sino all’elsa nel suo culo caldo.

Contrasse i muscoli per far capire ad Alex che era pronto e sorrise quando il ragazzo, come risposta, si lamentò.
Alex prese tempo, non aveva fretta mentre spingeva nel buco scivoloso sotto di sé. Gli piaceva la sensazione del buco stretto intorno al suo tubo caldo. Cominciò lentamente ma poi aumentò la velocità. Spingeva ed estraeva più velocemente, più velocemente mentre il buco stretto lo avviava all’orgasmo. Carlos sapeva come spremere e rilasciare, i muscoli del suo ano afferravano la verga quando spingeva e rilasciavano quando tirava.

Alex spingeva, Carlos tirava, Carlos spingeva, Alex tirava, si muovevano insieme, fluenti come un corpo unico, uniti da un grosso cazzo che non si fermava. Le gocce di pioggia colpivano la finestra con un ritmo regolare e l’uccello di Alex stava spazzolando contro la prostata di Carlos allo stesso ritmo. Stava spingendolo alla soglia dell’orgasmo che sapeva sarebbe stato potente.
“Culo caldo, culo caldo!” bisbigliò Alex nell’orecchio di Carlos.
“Merda, ragazzo, questo è paradiso! Inculaaamiiii! Sì!”
“Preparati al mio succo, ragazzo, prendilo tutto, baby!” Alex sapeva che stava per sparare il suo carico.

Stava sbattendolo freneticamente, il suo serpente andava avanti ed indietro rapidamente.
“Sssssiiiiii, ahhhhhhhhhhhhhhhh Carlosssssssssssss!” Alex venne, il suo cazzo vuotò un fiotto dopo l’altro nelle profondità del ragazzo.
“Alexxxxx, ahhhhhhhhhhhhhh oh caaazzoooo!” L’uccello di Carlos si irrigidì e poi sparò il suo carico, sporcando le lenzuola di sperma appiccicoso.
Pulirono il letto e si sdraiarono. Carlos ascoltò le gocce di pioggia e poi si rivolse ad Alex.
“Ehi, ora tocca a me, ok?” Carlos stringeva il suo pene duro, carezzandolo delicatamente.

“Mi stavo chiedendo cosa stavi aspettando. ” Disse Alex sorridendo, gli diede il lubrificante e poi si sdraiò sulla schiena con le ginocchia contro il torace e Carlos su di lui. Il ragazzo spinse dentro lentamente la sua verga lubrificata, Una volta dentro, aspettò che Alex si abituasse poi cominciò l’assalto al bel sedere. Come aveva fatto il suo amico, si prese il suo tempo. Dalla sua posizione inculò con forza il bel amico con colpi profondi che lo facevano muovere attraverso il tunnel stretto come un treno in movimento.

Ogni colpo colpiva il punto giusto ed in risposta otteneva un lamento da Alex che strinse ermeticamente Carlos tra le sue braccia, alzò il sedere stretto e ricevette l’offerta del cazzo duro.
“Oh, ragazzi, che culo stretto e dolce. ” Carlos si alzò ed abbassò lo sguardo al suo uccello mentre spingeva nell’apertura stretta. Aveva rallentato. Lo estrasse completamente e guardò il buco dilatato per poi spingere di nuovo dentro, ma lo stava facendo lentamente.

Spingeva con le anche, il suo corpo era inclinato in avanti mentre le sue braccia allargavano le gambe di Alex. Questi movimenti lenti lo facevano durare più a lungo e davano più piacere. Quando fu pronto riprese a spingere preparandosi al finale.
“Preparati, riempirò il tuo bel sedere come tu hai riempito il mio. “
“Io sono pronto, uomo. Fallo, sì, fallo!”
“Ahhhhhhhhhhhhhh, ohhhhhhhhhhhhh caaazzoooo!”
“Mio diiiiooooo, Carlosssssssssssssssss!”
I due ragazzi vennero, rabbrividendo e lamentandosi mentre eruttavano ancora ed ancora.

Quando ebbero finito si sdraiarono sotto le coperte godendo del contatto dei loro caldi corpi. A Carlos non interessava più quando la sua famiglia sarebbe ritornata a casa, lui aveva trovato di meglio da fare in una giornata piovosa. Alex aveva dimenticato momentaneamente Carlo e la nonna. Gli piacevano i giorni piovosi, specialmente quando portavano sorprese come Carlos ed il suo bel corpo.

una storia di sesso

Qualche tempo dopo lo rividi. Avevo smesso di frequentarlo, per paura, per terrore, per il precipizio che si allargava sotto i nostri piedi ogni volta che lo guardavo e lui mi guardava. In quei momenti avevo come la sensazione che tutti si fossero accorti, attraverso il linguaggio muto dei nostri occhi, che sapessero che ci eravamo baciati con la lingua, come un maschio e una femmina, come marito e moglie, come due fidanzati.
Prima di smettere di vederlo, gli avevo chiesto terrorizzata se si fosse mai fatto sfuggire una qualche cosa, anche minima, e lui aveva giurato di no.

Ma io mica gli credevo.
Giovanni mi aveva toccato le tette, sotto la camicetta, Fabrizio e Salvatore lo avevano fatto pure, ma senza infilare la mano sotto, loro (in momenti e in luoghi diversi) mi avevano pure palpato il sedere e si erano strusciati dietro di me, a lungo, Fabrizio se lo era tirato fuori dai pantaloni e aveva cercato di mettermelo in mano ma io mi ero bloccata, un po’ perché lo aveva veramente lungo, una specie di piccola proboscide, e poi perché io avevo sempre la testa a Giovanni.

A lui, solo a lui avevo detto di avere altri “pretendenti”, e visto che aveva abbozzato una mezza scena o sceneggiata di gelosia, avevo confessato che erano Salvo e Fabri.
Lo rividi, dunque. E non era solo. Era con una biondina, la classica bionda diafana e slavata con gli occhi azzurri. La stava baciando. Si stavano baciando. Più o meno come ci eravamo baciati io e lui. Si accorse che li stavo guardando e la baciò con ancora maggiore foga.

Che foga nel baciare una figa, pensai in maniera banalotta ma in realtà mi aveva preso una terribile sensazione di gelosia, violenta come il rossore che mi dipinse tutta, proprio tutta, non solo il viso, anche le mani, i piedi, il tronco, le parti intime, le gambe, dalle unghia dei piedi alla radice dei capelli.
Il pomeriggio di quello stesso giorno bussarono di nuovo alla porta di casa. Andai ad aprire incazzata quanto mai.

Mamma e la Giulia erano fuori per il week end. Ero certa che Giovanni lo avesse saputo e avesse deciso di venire a trovarmi, ma ero furiosa con lui. Così aprii senza nemmeno guardare nello spioncino.
Trasalii. Davanti a me c’erano Fabrizio e Salvatore. Insieme.

In cucina mi rifugiai da una parte del tavolo e dietro un bicchiere di acqua fredda. Loro stavano dall’altra parte e dietro altri due bicchieri. Si vedeva lontano chilometri che non sapevano da dove cominciare, imbarazzati com’erano.

Io ero vestita da puttanella, ma me ne resi conto quando forse era troppo tardi.
– Vedi, Roby – esordì Fabrizio – io e Salvo ci… ci siamo parlati e abbiamo scoperto di avere… qualcosa in comune.
Non capivo.
– Sì – continuò Salvo – in comune abbiamo… te.
Il balzo dentro il petto del mio cuore fu repentino, inatteso. Trangugiai un sorso di acqua fredda d’un botto.
– Tu mi piaci.

Ci piaci – disse Fabrizio – e sono, siamo certi di piacere anche io, anche noi, a te.
Non capivo. Mi alzai, presi altra acqua dal frigo. Sì, ero un tantino troppo discinta, al punto da poter apparire provocante: di certo a un estraneo non mi sarei mostrata così, ma d’altronde faceva caldo, ero a casa mia, non aspettavo visite e portavo solo un paio di short e una canottierina molto fine, bianca, aderente, che faceva risaltare come due bozzi appuntiti le mie tettine.

Gli short mostravano invece un inguine piatto come la passera di una quindicenne e due gambe lunghe e affusolate, senza un pelo che fosse uno: i pochi che avevo me li toglievo, ero liscia come il popò di un bebè. Le unghie dei piedi, attraverso le infradito, mostravano i residui dello smalto nero che avevo tolto il giorno prima. I miei ospiti erano in bermuda e maglietta, le gambe pelose e le braccia nerborute.

Avevano un che di sexy. Era vero: mi piacevano entrambi.
– Cosa volete? Andiamo al sodo – dissi accavallando le gambe in maniera sensuale. Mi sentii un po’ Sharon Stone in Basic Istinct.
Cosa volessero, in realtà era più che chiaro, ma mi piaceva fare la smorfiosetta, anche perché quella situazione mi intrigava ma mi imbarazzava pure da morire: pensavano mica seriamente di potermi scopare in due, come prima volta?
– Ecco, Roby, Roberto… Robertina?
– Roby, chiamatemi Roby, e basta.

– Sì, perfetto: Roby – era sempre Fabrizio, che parlava – ecco, Roby, se siamo qui è perché, beh, insomma…
– Sì, cioè, insomma – proseguì Salvatore, imbarazzato come quell’altro bel tomo – è perché abbiamo saputo che tu hai detto che ti piacciamo entrambi e che… le volte che… beh, siamo stati in intimità, c’è mancato poco che…
Strabuzzai gli occhi: dunque le voci giravano! Dunque qualcuno aveva rivelato il mio segreto! Ma chi diavolo era stato?
– Così ci siamo parlati fra di noi e abbiamo scoperto che era tutto vero – disse ancora Salvatore.

Mi misi in piedi. Avevo i battiti a 200, la pressione a mille, il rossore mi si vedeva attraverso i capelli.
– Chi è stato? Chi ve lo ha detto?
Loro avevano notato il mio smarrimento, il mio pallore, avevano fatto il giro del tavolo, Fabri da un lato, Salvo dall’altro. Ero circondata, non avevo vie di fuga ma, anche volendo – e non volevo – ero incapace di articolare un movimento che fosse uno, di dire un’altra parola, una sola, e così, mentre uno mi accarezzava un braccio nudo e l’altro mi scostava il cerchietto dai capelli, per poggiarmi un bacio delicato su una guancia, mentre Fabrizio mi tirava fuori la canotta dagli short e Salvo strusciava la gamba pelosa sulla mia coscia levigata dalle creme, mentre Fabri infilava la mano sotto la canotta, alla ricerca dei bottoncini del mio piacere, Salvo pronunciò quel nome, il suo nome, abbattendo definitivamente ogni mio possibile residuo di resistenza.

– Giovanni – sussurrò riempiendo il mio orecchio del suo alito caldo – ce lo ha detto Giovanni.

Quando mi alzai dal letto dei miei – ma era solo di mamma, perché papà se ne era andato con un’altra, anni prima, e da allora le donne avevano cominciato a farmi un po’ schifo – Fabrizio dormiva dalla parte dei piedi, Salvatore quasi appollaiato sotto la testata del letto.
Era buio, ormai, mi sentivo tutta indolenzita, ero zozza quanto mai e avevo bisogno di una doccia.

Ero completamente nuda, con le infradito ai piedi, il pisellino mi penzolava piccolo piccolo e umido tra le cosce: sembrava un grosso clitoride. Bevvi un po’ d’acqua e mi sembrò che il bicchiere avesse il sapore di sperma: in realtà ero io che avevo tra le labbra il seme di non so chi dei due, perché non riuscivo a ricordare se a venirmi in gola fosse stato Salvo o Fabri, ma di certo in una delle almeno tre eiaculazioni ciascuno che avevano avuto mi erano venuti entrambi in faccia, dunque era difficile capire, anche perché ogni volta erano stati fiotti su fiotti, mica poche gocce.

Andai in bagno, mi guardai allo specchio, il viso disfatto, i capelli scompigliati, le orecchie che rimbombavano ancora delle mille volte che, a turno o in coro, i miei due amanti mi avevano dato della troia e del resto era vero, mi ero comportata proprio da mignotta, avevo cominciato a baciarli – non ricordo chi per primo, ma non importa, il primo era stato Giovanni, che, pur avendo avuto questo privilegio, mi aveva poi rivenduta – come un’assatanata e mi ero fatta sfilare la canotta, sempre in cucina, e vicino ai fornelli avevano cominciato a ciucciarmi, uno la tetta destra, l’altro la sinistra, per fare prima e non perdere tempo ad arrivare in camera da letto mi avevano caricata di peso sul piano dove la mamma impastava tortelli e ravioli e mi avevano sfilato anche gli short e le mutandine, portavo le mutandine di mia sorella e loro lo avevano trovato tremendamente eccitante, perché – ancora in cucina – si erano calati i bermuda e avevano entrambi due piselli enormi (Fabrizio di più) e io, seduta nuda sul piano della cucina, il pistolino piccolino ma dritto, avevo cominciato a giocare con quei due bei cazzi, mentre uno mi slinguettava dentro la bocca e l’altro mi leccava i capezzoli, a turno, ‘che bella femmina che sei’, dicevano forse per darsi un contegno e per negare a se stessi che si stavano trombando un frocetto, oppure mi trovavano disinibita come nessuna ragazza vera, ma a me non importava, io mi sentivo veramente femmina e pensavo solo a quel pezzo di merda di Giovanni, che per evitarmi mi aveva ceduta, e questo mi rendeva furibonda, così nemmeno mi resi conto che dal piano della cucina mi avevano portata giù per terra, in ginocchio, e mi avevano infilato in bocca il meno grosso dei due cazzi, quindi credo quello di Salvatore, mentre sentivo che l’altro – Fabrizio, penso – mi stava accarezzando tra le natiche, proprio lì, versando qualcosa di untuoso sul mio fondoschiena, che mi colava fra i glutei e scivolava giù, proprio nella zona del buchetto e siccome non capivo mi ero staccata un attimo dalla cappella sgusciata di Salvo e avevo capito che mi avevano fatta mettere alla pecorina e Fabri stava versandomi addosso il preziosissimo olio extravergine d’oliva di mamma e, aiutandosi con quel lubrificante, si stava aprendo una strada dentro di me, sditalandomi in profondità, in maniera delicata, in modo da non farmi male e la sensazione delle dita che mi penetravano, prima di una mezza falange, poi di una intera, poi piano piano di mezzo dito, fino a un dito intero e poi due contemporaneamente, mi provocava contrazioni che si ripercuotevano sul pistolino, costringendomi, quasi, a toccarmelo, e tutto questo mentre Salvo, tenendomi per la testa, mi dettava il movimento del pompino, spingendomi il cazzo fino in gola e provocandomi mezzi conati di vomito.

– Puttana, troia – diceva Salvo – allora era vero che eri così baldracca, razza di troia.
Incuriosito, Fabrizio avrebbe voluto provare e si era messo in attesa per infilarmelo, anche lui, in bocca, ma Salvo non gli aveva voluto cedere il posto.
– Sto venendo, compà – e nemmeno aveva finito di dirlo che aveva cominciato a venire, a schizzi caldi e violentissimi, sui miei occhi, sul naso, sui capelli, poi mi aveva aperto le labbra e me lo aveva ricacciato dentro, affondandomelo fino a quando non gli si era ammosciato e io non avevo ingoiato fino all’ultima goccia del suo seme.

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Autunno a Venezia

George, caro dolce George: aveva sentito che avevo bisogno di allargare i miei orizzonti e scoprendo che non ero mai stato in Italia, insistette per portarmici. Gli piaceva l’idea di aprirmi a nuove esperienze. E, anche se non l’avrebbe mai ammesso, il fatto che alcune di quelle esperienze fossero sessuali e per di più omosessuali, aggiungeva un fremito nascosto al vedere questo ventenne invertito trasformarsi da bruco in falena se non farfalla.

Attraversammo la Francia e ci fermammo per il fine settimana da suoi vecchi amici che stavano festeggiando l’ottantesimo compleanno di qualcuno.

Bevemmo lo stesso Champagne che era stato servito all’incoronazione di Re Edoardo VII. Sicuramente un intenditore l’avrebbe trovato non più brillante ma al mio palato innocente ed incorrotto sembrava delizioso. La mattina seguente feci un giro per le cantine dove si produceva lo Champagne e fu lì che vidi Bruno per la prima volta.

Così come c’erano tour privati per gli ospiti, ce n’erano anche di pubblici e lui era in uno di questi.

Non aveva niente di speciale e tuttavia tutto era speciale in lui. Era con la sua sorella e suo cognato ed era chiaro che avrebbe desiderato non essere con loro. Assomigliava molto a sua sorella ma era più sexy. Quel trio disparato stava dando spettacolo, sua sorella stava litigando con lui e lui chiedeva scusa ma chiaramente si chiudeva sempre più in se stesso. Aveva grandi e profondi occhi blu a mandorla ed una bocca generosa.

I capelli erano ‘biondo scuro ed era allampanato, lo capii quando si alzò, doveva essere un metro e ottanta (più tardi scoprii che era alto un metro e ottantotto). C’era qualche cosa di vulnerabile in lui insieme al desiderio di essere in qualche altro posto.

Quando il suo gruppo si allontanò, gettò uno sguardo e mi sorprese a guardarlo. Sorrise e chiuse una palpebra in un lento ammicco prima di girarsi per andarsene.

Quattro giorni più tardi George ed io eravamo al Lido di Venezia in un lussuoso vecchio albergo dove lui era evidentemente ospite d’onore e conosceva i proprietari. Aveva prenotato stanze separate dato che doveva incontrare molte persone per affari e non voleva annoiarmi. Mi diede un elenco dei vari luoghi e palazzi che non potevo mancare di visitare. Esplorai Venezia al mio ritmo ed ogni giorno, quando ci incontravamo a pranzo o cena, gli raccontavo, quello che avevo visitato.

La prima notte l’aria era afosa, andai sul balconcino e guardai la spiaggia sotto di me. Le belle acque dell’Adriatico erano attraenti. Scivolai in un paio di Speedos ed in una vestaglia, presi un asciugamano e scesi al bar. Controllai di avere la possibilità di rientrare ed uscii. Lasciati cadere vestaglia ed asciugamano, entrai nelle calde acque dove poter giocare come un delfino nel suo elemento. Per qualcuno che aveva conosciuto solo i mari lungo la costa della Scozia o aveva nuotato nelle piscine municipali clorate, queste sensualmente calde acque erano una rivelazione.

Nuotai, mi tuffai, giocai. Quando uscii mi asciugai e tornai al bar dell’albergo. Stavo per ordinare un drink quando una profonda voce morbida dietro di me disse: “Posso offrirti qualche cosa?”

Mi girai e c’era Bruno. “Mi pare che ci siamo incontrati brevemente in Francia. Possiamo fare maggior conoscenza qui a Venezia?” e sorrise. Era uno dei sorrisi più accattivanti che mi avessero mai rivolto.

“Ciao. Grazie. Un Martini Rosso con ghiaccio.

” Gli sorrisi e capii che non avrei passato la serata da solo.

“Anche tu stai in questo albergo?”
“Sì, al secondo piano” Sentii il mio cuore accelerare.
“Anch’io. ” E sorrise.
“Sei ancora con la tua famiglia?” Lui scosse la testa.
“No, mi hanno sistemato qui mentre loro stanno con vecchi amici”
“Finiamo i drink, poi potrai mostrarmi la tua collezione di ‘acqueforti’?”

Uscimmo dal bar, prendemmo l’ascensore ed andammo nella sua stanza che era situata nella parte posteriore dell’albergo.

Non c’era vista sul mare illuminato dalla luna ma non ci feci caso, io avevo una vista migliore. La porta si era appena chiusa e noi eravamo uno nelle braccia dell’altro con la bocca che cercava quella dell’altro. Le sue pieni labbra attrassero le mie e le lingue cominciarono il loro morbido e promettente ballo sessuale. Le sue braccia erano forti e mi avvolse tenendomi stretto contro il suo torace sodo. Potevamo sentire i nostri cazzi che si allungavano uno contro l’altro.

La mia vestaglia precipitò a terra ed i miei speedo umidi furono lasciati cadere. Mi tirai indietro per avere abbastanza spazio per rimuovergli la polo e quando gli slacciai la cintura, gli shorts, precipitarono anche loro sul pavimento. Eravamo nudi e ci stavamo divorando l’un l’altro. Lui mi alzò, mi mise sul letto e precipitò su di me. La sua pelle era meglio del raso più eccellente, così liscia che passarci sopra le dita spediva scariche elettriche al mio corpo.

Sentii i miei capezzoli indurirsi ed anche lui dovette sentirlo perché interruppe l’abbraccio e ne prese uno in bocca, mordicchiando la protuberanza rotonda, facendomi tendere e gonfiare il cazzo fino a farmi pensare che la cappella sarebbe partita come un razzo.

Girò quel suo corpo lungo, magro, agile ed il suo cazzo intonso riempì la mia bocca facendomi uggiolare di puro piacere. Si spinse profondamente nella mia gola. Sentii il mio scivolare tra quelle belle labbra che succhiarono la cappella bagnata di liquido pre seminale.

Tirai un po’ indietro la testa e lasciai che la mia lingua assaggiasse il dolce flusso che il suo stava rilasciando.

Succhiai e giocai con la sua asta e col prepuzio poi abbassai la testa e presi in bocca il sacco e le due grosse palle ovali. Il mio naso scivolò tra le sue natiche rotonde ed annusai la sua virilità mentre lasciavo che la mia lingua si muovesse su, su nella valle di morbidi peli leggermente umidi fino al cancello delle sue profondità.

Quando lo stuzzicai e succhiai delicatamente, si aprì e mi permise di bagnare il suo interno. Quando mi inserii ulteriormente, sentii che tentava di trattenermi e farmi entrare di più. Si lamentò, chiamò il mio nome e mi ordinò a bassa voce per favore di incularlo!

Alzai quelle lunghe gambe e trovai il suo buco; il mio uccello colava mentre lo facevo, misi della saliva sul suo bocciolo e con una lieve pressione cominciai il viaggio nel tunnel del piacere.

Lui mi prese la testa e seppellì la lingua nella mia bocca. Con un movimento quasi lento ci mescolavamo con l’altro. Gli unici rumori erano l’eco di deboli mugolii di gioia pura, io ero profondamente, completamente seppellito dentro di lui e cercavo di introdurmi ancora di più; il suo pene era appoggiato al mio stomaco e colava.

Fottevamo con grande desiderio e con un uggiolare a****le. Muovevo profondamente la mia verga dentro di lui, togliendo ed immergendo sempre più con forza tra quei muscoli sodi che volevano il mio seme.

In breve esaudii il suo desiderio. Lo sperma venne sparato profondamente nel suo intestino, seguito poco dopo dall’improvviso sprizzare del suo tra noi. Con le bocche incollate sentimmo che non diventavano molli ma, anzi, richiedevano ed avevano bisogno di più.

2

Bruno ed io ci eravamo visti in Francia, ma era stato quando eravamo ambedue nello stesso albergo, sul Lido di Venezia, che la scintilla iniziale che era shittata tra di noi, scoppiò in una fiamma magnifica.

Bruno era un fiero biondo con un cazzo di 18 centimetri e due magnifiche palle in un sacco liscio e pendente. Il suo corpo era leggermente magro, leggermente abbronzato e mostrava che preferiva i costumi da bagno più succinti. I suoi occhi blu e profondi emettevano le più dolci comunicazioni erotiche e la sua bocca generosa era perfetta sulla mia. Io l’avevo inculato in quella che probabilmente era stato il miglior accoppiamento che avessi mai avuto nei mei vent’anni di vita ed il mio cazzo più corto ma più grosso era ancora seppellito rigidamente dentro di lui nonostante avessi eiaculato ed allagato il suo intestino.

Le nostre pance erano incollate fra di loro dal suo sperma, anche lui aveva eiaculato ed ora le nostre lingue giocavano pigramente l’una sulle labbra dell’altro. Lo sentivo mungere dal mio cazzo l’ultima goccia del mio succo; era come se 220 volt fossero emessi dalla mia verga.

Lentamente ci separammo. Lui chinò la testa, prese il mio cazzo nella sua bocca e me lo pulì. Leccò via un po’ del suo sperma dal mio torace, poi mi baciò di nuovo e condividemmo i nostri sapori.

Stavamo così bene abbracciati che sentii che avrei potuto scivolare in un c*** estatico ma lui aveva le altre idee.
“Voglio incularti, ora. ” Bisbigliò
“Sì, per favore. ”
“Ma non qui. Tu mi hai inculato nel mio letto. Io voglio incularti nel tuo. ” Un sorriso accese la sua faccia e quei begli occhi balenarono. Uscì dal letto e mi alzò nelle sue braccio. “Mostrami la strada. ”

Mi alzai, presi la sua mano e, nudi come eravamo, lo condussi silenziosamente fuori della sua stanza, giù per il corridoio, su per un paio di bassi gradini, nella mia stanza, col balcone che guardava il mare.

Non incontrammo nessuno, anche se dubito che li avremmo visti se li avessimo incontrati.

“Ah, hai una doccia!” Mi trascinò nel piccolo bagno: “Fanne una con me. ”
Insieme lasciammo che l’acqua schizzasse su di noi mentre ci baciavamo e giocavamo dolcemente. Gli insaponai la schiena e portai le mani davanti a lui per alzare e carezzare le sue grandi palle ed il cazzo semiduro. A sua volta lui si inginocchiò e baciò la mia cappella stuzzicando la fessura.

Ci asciugammo e senza smettere di toccarci ci avviammo al letto in un’aureola di sesso ed amore.

Ci abbracciammo, ci baciammo e ci toccammo l’un l’altro, carezzando e toccando ogni parte di noi. Io succhiai le dita dei suoi piedi e glieli massaggiai, lui mi mordicchiò i lobi e mi penetrò un orecchio con la lingua.
Gli succhiai il prepuzio e gli bagnai il pene rigido. Sentii la sua lingua penetrarmi, mi leccò finché il mio buco non implorò di essere riempito.

Con le gambe sulle sue spalle lui fece scivolare la sua asta scivolosa di saliva. Saliva lentamente e con forza dentro di me scivolando oltre il mio sfintere e rimanendo accoccolato su di me, ed io sentii quelle belle palle contro di me. Cominciò lentamente e poi divenne più selvaggio. Scavò nel mio passaggio come se fosse determinato ad andare oltre il punto in cui nessuno fosse mai arrivato. Anch’io volevo eiaculare, lo sentivo salire, poi lui sborrò versando grandi sprizzi dentro di me.

Lo strinsi e mi masturbai fino a che, dopo poco, coprii ambedue col mio succo d’uomo. Le nostre grida avrebbero dovuto destare l’albergo e magari lo fecero, ma quando lui precipitò su di me e restammo sdraiati ansando e delirando di lussuria, l’unico altro rumore era il leggero sussurrare delle onde sulla spiaggia sotto il balcone.

3
Quando mancavano sei mesi al mio ventunesimo compleanno, George mi portò a Venezia, voleva ampliare i miei orizzonti, mi sistemò in un albergo sul lido dato che sapeva che avrei voluto nuotare.

Lui aveva da trattare degli affari ma c’incontravamo a pranzo in qualche trattoria o piccolo ristorante ed io gli dicevo quello che avevo fatto.

Avevo passato le prime tre notti facendo sesso con Bruno. Ora lui se n’era andato a casa dalla sua famiglia e dopo la mia prima notte solitaria, anche se avevo dormito come un bambino, mi ero svegliato con un dolore, mi mancavano quelle gambe lunghe sotto quel corpo sodo e quella bocca che baciava come nessun’altra bocca che avevo incontrato precedentemente.

Farsi seghe sotto la doccia non era come avere il culo leccato o essere succhiato (o facendolo anche a lui). Il mio sperma non aveva il sapore giusto quando non era mescolato col suo. Avevo passato la mattina nuotando, poi avevo preso il vaporetto per andare a Venezia per incontrare George per il pranzo.

George mi suggerì di andare ad esplorare antichi bacini o i mercati nella parte nord orientale della città.

Dopo che ci fummo separati mi misi in moto e dopo poco mi trovai in una piccola piazza solitaria dove c’era un’incantevole statua di Carlo Goldoni, il grande drammaturgo veneziano. Diversamente dalle solite statue, Goldoni era mostrato ridente e chiaramente in un momento di grande allegria. Anche se non sono un artista, in quei giorni disegnai un po’ e portavo sempre con me blocco e matita. Non riuscivo a far altro che dei disegnini, ma erano disegni che servivano per ricordarmi di quello che avevo visto.

Dato che c’era una panchina, mi sedetti e tentai di disegnare quella statua della gioia.

Non l’avevo sentito avvicinarsi ma improvvisamente ci fu una piccola risata e lui appoggiò una mano sulla mia spalla, prese la matita dalla mia mano. e con un paio di colpi migliorò il mio disegno. Rise di nuovo e con un grande sorriso ed una valanga di parole italiane, girò intorno alla panca e si sedette accanto a me.

Il piacere della sua compagnia, il sorriso da 10 megawatt, il fatto che lui trasudasse una evidente calda sessualità, ed io fui incantato.

Era abbronzato e un po’ più piccolo di me, aveva occhi marroni e capelli ricci e scuri. Indossava una t-shirt sbiadita, un paio di shorts di tela logori ed alla fine delle sue gambe baciate dal sole aveva un paio di piedi molto belli che calzavano dei sandali.

Balbettai dicendo che chiedevo scusa ma praticamente non parlavo italiano. Col linguaggio dei segni e qualche occasionale parola d’inglese, ci dicemmo che eravamo ambedue studenti, che io ero in vacanza ed in risposta alle sue domande, evidentemente mimate, ammisi che non avevo né ragazza né ragazzo. Lui mi disse che viveva lì vicino, che i suoi genitori erano andati a Roma e mi chiese a segni se lui mi piaceva. Io risi, accennai col capo e guardai in quegli occhi scuri con pagliuzze d’oro.

Lui shittò in piedi di fronte a me, mise le mani sulle mie spalle e mise la faccia contro la mia, sorrise e bisbigliò:
“Ti piacerebbe… um… un rapporto sessuale questo pomeriggio”
Io sbiancai. Lui si sporse in avanti e mi baciò rapidamente sulla bocca. “Sesso… ora?”
Gli sorrisi. “Si…. sì grazie. ”

Prese la mia mano, mi condusse per una piccola strada che partiva dalla piazza, attraverso un arco in un cortile, su per dei gradini di pietra ad una grande porta di legno.

Si mise un dito sulle labbra “Ssss”. Aprì la porta e scivolò dentro trascinandomi dietro di sè e bisbigliando: “Avanti, avanti. ” Eravamo in una sala con una bella scala di legno che conduceva a due piani. Giungemmo al primo piano, lui estrasse una chiave ed entrammo in un appartamento.

Ci eravamo lasciati alle spalle la Venezia del diciassettesimo secolo; l’appartamento aveva decorazione e mobili completamente moderni. Mi condusse per le stanze chiacchierando, poi aprì una porta dicendo: “Ecco!”
La stanza era dominata da un enorme poster di un uomo molto bello che indossava mutande di una marca molto costosa e null’altro.

Guardava nella macchina fotografica, la sua enorme protuberanza nelle mutande, a livello degli occhi di chi osservava, diceva a tutto il mondo che guardava di essere circonciso e di essere al di sopra della taglia media. In mezzo alla stanza c’era un basso letto ad acqua matrimoniale. Il mio ospite allargò le braccia e disse: “Ora sesso!” mi prese nelle sue braccia e mi baciò. Le sue labbra giocarono con le mie; io aprii la bocca e lasciai che la sua lingua giocasse con la mia, abbassò una mano a cercare il mio uccello che si indurì.

Misi le mie mani sul suo culo rotondo e lo tirai contro di me prima di spingere la tela profondamente nella sua fessura. Lui si lamentava piano di piacere mentre io stringevo e carezzavo. Slacciò la mia cintura e quasi mi strappò gli shorts. Si lasciò cadere sulle ginocchia ed imboccò il mio cazzo attraverso le mutande.

Lo feci alzare. Lo baciai profondamente poi gli tirai via il la t-shirt mentre lui faceva lo stesso con me.

Slacciai un bottone ed il suoi pantaloncini caddero a terra. Sotto non portava nulla. Il suo pene era semi duro e sorgeva tra di noi. Feci per togliermi le mutande ma lui disse: “No!… no…” Le tirò su e noi scivolammo sul letto ondeggiante. Là, mentre ondeggiavamo, lui coprì il mio cazzo teso con la sua bocca. Lo succhiò attraverso la stoffa finché la stoffa fu inzuppata dalla sua saliva e dal mio liquido pre seminale.

Alzò lo sguardo e sorrise: “Delizioso. ” Mi tolse i boxer e succhiò la cappella colante prima di strisciare sul mio corpo per condividere il gusto con me.

Mi resi conto presto che tutti quei movimenti improvvisi potevano provocare ondate di tempesta nel letto, forzandoci ad unirci o disgiungerci e c’era difficoltà a governarlo. Ci carezzammo l’un l’altro ed io mi girai con cautela in modo da poter vedere il suo uccello.

Diversamente da me il suo era intonso. Pienamente eretto era lungo un po’ più di 18 centimetri con una cappella rosa porpora che spingeva attraverso il prepuzio. La fessura pulsando leggermente rilasciando un ruscello di dolce succo che io leccai via felice. Tirai indietro la pelle e baciai l’asta snella. Aveva un piccolo cespuglio marrone molto riccio che evidentemente lui aggiustava dato che aveva una forma di cuore quasi perfetta e nello scroto raso si trovavano due testicoli ovali molto allettanti.

Li bagnai con la lingua ed inalai il suo leggero profumo di sapone.

Lui mordicchiò il glande del mio uccello spedendo cariche erotiche attraverso tutto il mio sistema nervoso. In replica seppellii il naso ed infilai la lingua nella sua fessura contornata di peli ricci cercando e trovando il suo stretto buco corrugato. Lo bagnai di saliva e tentai di infilarci la lingua. Lui gridò e quasi mi morse la cappella.

Mormorando “Scusa!…scusa!. ” prese l’intero mio cazzo profondamente nella sua gola.

Lo esplorai con la lingua e poi con un dito coperto di saliva finché non si aprì. Si allontanò da me per un momento per girarsi così le nostre teste si incontrarono di nuovo e ci baciammo. “Ho il lubrificante,” mormorò. Con un’agilità dettata dalla pratica scivolò via dal letto, andò ad un cassettone e prese un tubo di lubrificante.

Si mise ai piedi del letto guardandomi con quel suo sorriso enorme che accendeva i suoi occhi mentre col dito coperto di gelatina si ungeva il culo. “Inculami peeer favoore” Ci baciammo. Lui si alzò su di me, mi lubrificò il cazzo rampante e poi si sedette lentamente, impalandosi. Affondò lentamente su di a me fino a che il mio pube ed i peli del suo culo non vennero a contatto.

Dopo un momento cominciò a muovere i muscoli anali e quando il materasso ad acqua ci avvolse, i suoi muscoli cominciarono a succhiare lo sperma dalle mie palle.

Era un’esperienza mai provata, ripensandoci mi chiedo se era quello che sarebbe fare sesso nello spazio, sesso in un ambiente senza peso. Stavo sparando i più grandi volumi del sperma profondamente nel suo intestino. Il letto dondolava ed ondeggiava ma noi eravamo abbracciati. Alla fine precipitò in avanti sopra di me e mentre eravamo sdraiati e ci baciavamo, le acque si calmarono. Io ero ancora seppellito dentro di lui ma mi stavo restringendo. Poi la mia testa tanto tenera scivolò fuori da lui lasciando una striscia appiccicosa di sperma mescolato al suo succo.

Lui strisciò le dita sul mio cazzo e ne condividemmo il sapore.

Scivolai in giù lui e presi la sua arma rigidissima nella mia bocca. Succhiai, leccai, ingoiai, in breve il suo respiro divenne affannoso e cominciò ad uggiolare trionfante. Bevvi le prime esplosioni, trattenni gli ultimi sprizzi e mi rialzai a condividere il suo sperma con lui stringendoci in un abbraccio felice e soddisfatto.
Il mattino dopo mi svegliai presto, mi affacciai alla finestra beandomi dei riflessi del sole nelle acque della laguna, ero in paradiso.

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Nicola – Capitolo due

Capitolo due

Evitai Nic per il resto del giorno; evitai di guardarlo anche quando si sedette di fronte a me per la cena. Dopo il pasto venne un uomo a parlare dei pericoli delle droghe, ma io non vi prestai molta attenzione, continuavo a pensare che Nic probabilmente non avrebbe voluto più fare nulla con me e quel pensiero mi portava sempre più profondamente nella disperazione. Ero stato così vicino a realizzare la mia fantasia e l’avevo lasciata scivolare via.

Gli altri leader del campo probabilmente si chiesero se c’era stato un lutto nella mia famiglia!

Dopo la presentazione ‘niente droghe’ tornammo tutti nei nostri alloggi. Lasciai che i miei ragazzi facessero un po’ di casino prima di dire loro di prepararsi per andare a letto. Nic non mi aveva ancora detto una parola e neppure guardato dopo l’incidente nel bagno, ed io cominciai a cercare e pensare a modi per rimettere in pista la nostra relazione.

Dopo tutto era un’opportunità troppo ghiotta per fare centro! Ma nell’umore che ero non trovavo niente di positivo e tutto ciò che volevo era fare una doccia ed andare a letto, e magari svegliarmi per trovare che tutto era stato solo un brutto sogno.

Circa 20 minuti dopo lo spegnimento delle luce, dopo essermi assicurato che tutti i ragazzi fossero addormentati, andai ai bagni per fare una doccia. Feci del mio meglio per mantenere la mente sgombra ma la replica stupida ed inutile del pomeriggio nel bagno con Nic continuava a ronzarmi nelle orecchie.

Pensai che non sarei stato capace di occuparmi dei 7 giorni seguenti senza il sorriso innocente e meraviglioso di Nic che mi salutava ogni mattina, o i suoi occhi grigio-verdi che brillavano mentre mi ascoltava spiegare ai ragazzi come pescare. Per la frustrazione diedi un forte pugno alla parete della doccia, una volta, due volte, tre volte, finché il male alle nocche non mi fece smettere. ‘Sei un idiota!’ mi dissi quando l’onda di rabbia si affievolì.

‘Eri stato fortunato a trovare quello che desideravi, più fortunato ancora che lui volesse provarlo e non ti avesse denunciato per abuso di minore. Ora cerca una nuova via e muoviti!’
Con questa determinazione in mente, chiusi la doccia ed uscii dallo scomparto.
Vidi Nicola nudo di fronte a me.
Letteralmente mi bloccai con la gamba a mezz’aria, il piede destro fermo in aria. Sbattei le palpebre alcune volte per assicurarmi che gli occhi non stessero giocandomi qualche scherzo.

Ma no, Nic era veramente là, il suo giovane corpo magnificamente illuminato dalle luci del bagno, il suoi brillanti occhi grigio-verde, i suoi capelli biondi che facevano il solletico alle sue sopracciglia. I miei occhi scesero lungo il suo corpo, ubriacandosi dei suoi piccoli capezzoli rosa, del suo ombelico stretto, delle sue gambe lunghe e snelle. Notai che le sue mani stavano coprendo il suo inguine, ma mentre lo guardavo confuso, lui le spostò lentamente per rivelare il suo pene, completamente eretto che puntava in fuori.

Tornai ad alzare lo sguardo ai suoi occhi e vidi un sorriso comparire sul suo viso.
Feci due rapidi passi verso di lui e lo avvolsi con le mie braccia, tirandolo stretto a me, sentendo il suo torace sollevarsi ed abbassarsi mentre lui respirava affannosamente, sentendo il suo cuore battere forte, sentendo l’impronta del suo uccello duro contro il mio corpo, la mia asta divenne eretta a tempo di record per unirsi alla sua.

Poi mi allontanai e lo guardai negli occhi ed oltre, nella sua anima, e, gettando ogni cautela e logica al vento, mi chinai, tirai la sua faccia verso la mia e pigiai le mie labbra sulle sue per baciarlo con una passione che conoscevo per la prima volta. Con mio gran stupore lui rispose al bacio con la stessa passione e intensità, spinse profondamente la lingua nella mia bocca, le sue braccia mi carezzavano la schiena.

Non avrei mai pensato che un ragazzo così giovane potesse avere tanta passione e maturità, eppure ne avevo la prova, era tra le mie braccio che mi stava dando il suo amore.
“Devo supporre” Bisbigliai una volta interrotto il nostro bacio: “Che mi hai perdonato. ”
Lui mi guardò stranamente: “Perché avrei dovuto perdonarti?” Chiese. “Sono stato io in fallo questo pomeriggio. ”
Sorrisi sollevato: “Ognuno di noi è da biasimare. ” Gli dissi.

Fissai il suo pene rigido, più piccolo e più sottile del mio, che puntava in fuori come il mio e mormorai: “Dobbiamo riprendere da dove abbiamo interrotto?”
“Mi sembra una buona cosa. ” Rispose. Io lo presi per mano e lo condussi in uno dei box del bagno. Chiusi la porta dietro di noi, poi ci sedemmo uno di fianco all’altro protendendo le gambe di fronte a noi, immediatamente prendemmo il pene dell’altro e cominciammo a menarlo.

Io stavo già colando pre eiaculazione, ma Nic non ci fece caso questa volta; infatti la usò come lubrificante per aiutare la sua mano a scivolare più agevolmente su e giù sulla mia asta. Pensai che lui non fosse ancora fisicamente in grado di produrre del liquido pre seminale, così mi sputai sulla mano ed usai la saliva come lubrificante sulla sua asta. Ben presto stavamo lamentandoci per il piacere.
Poi un’idea sbocciò nella mia testa: “Aspetta un secondo.

” Dissi togliendo la sua mano dal mio uccello. Lui mi guardò interrogativamente. “Vuoi provare qualche cosa di diverso?” Lui accennò col capo. “Ok, chiudi gli occhi ed abbi fiducia in me. ” Lui fece come gli avevo detto, chiudendo gli occhi ed appoggiandosi indietro, usando le braccia come appoggio. Io non l’avevo mai fatto prima di allora, ma ne avevo sentito parlare e di quello che faceva sentire ad un ragazzo… mi chinai portando la mia faccia vicino al suo uccello rigido.

Poi aprii la bocca e sommersi il suo pene. Nic ansò e tutto il suo corpo rabbrividì mentre io lavoravo con la mia lingua su e giù sulla sua asta, leccandone ogni centimetro, assaporando lo strano gusto dolce. Il caldo aroma muschiato del suo inguine riempì le mie narici rendendomi selvaggio, intensificando la mia passione e facendomi succhiare ancora più forte. Lui gemette forte, il suo corpo spasimò di nuovo. Mi tolsi il cazzo dalla bocca e cominciai a leccare il suo scroto contratto, facendo rotolare le sue palle con la mia lingua, mentre usavo una mano per spremere continuamente la sua asta.

Poi abbassai ulteriormente la bocca e dopo avergli allargato delicatamente le gambe ed avergli fatto alzare un po’ il culo dal pavimento, misi la lingua sul suo buco del culo. Attaccai quel buco con abbandono, godendo del modo in cui il suo corpo si contorceva mentre tentavo di penetrarglielo la mia lingua. Mentre gli leccavo il buco, cominciai a carezzargli il pene con la destra e le palle con la sinistra. Era in estasi, lo sentivo, ed anch’io lo ero, sapendo quanto piacere gli stavo dando.

“Quello che sento è stupendo!” Anelò quando ripresi a succhiargli il cazzo mentre usavo l’indice per stuzzicargli il buco: “Ma c’è qualche cosa…,” inspirò per inumidirsi la gola asciutta e si leccò le labbra: “… sento qualche cosa di strano. Uh, qualche cosa di veramente strano. Io non… uhhhhh!”
Per me fu uno schock, il suo pene esplose, emettendo sperma caldo a getti che scendevano nella mia gola. Mi ci volle qualche secondo per rendermi conto di quello che stava succedendo: stava eiaculando! Quindi non era fisicamente incapace! Lo succhiai ancora più forte, ingoiando impazientemente il suo sperma mentre veniva sparato fuori e spremendogli delicatamente le palle per aumentare il flusso.

La sua sborra aveva un sapore salato e lievemente amaro, ma non ci feci caso, la ingoiai tutta. Finalmente il suo pene smise di spasimare, il flusso di sperma gocciolò, si fermò ed il suo uccello divenne molle. Lo lasciai scivolare fuori della mia bocca mentre gli davo un finale bacio amoroso alla punta, prima di guardarlo in faccia. Il suo corpo era sollevato, il suo torace saliva e scendeva rapidamente. I suoi occhi erano ancora chiusi, ma la sua faccia era ardente ed aveva un sorriso da orecchio ad orecchio.

Mi sdraiai accanto a lui e lo baciai di nuovo, facendogli assaggiare il suo sperma, e di nuovo le nostre lingue ballarono insieme.
Molti minuti più tardi si alzò appoggiandosi alle braccia e mi guardò. “È…” bisbigliò: “… è stato assolutamente incredibile! È quello che si chiama sesso?”
Passai lentamente una mano tra i suoi capelli biondi e lunghi: “Credo di sì. ” Risposi.
“Era incredibile. ” Ripeté dopo un po’. “Ed io voglio farlo a te.


“Lo dici sul serio?” Gli chiesi mentre percorrevo la sua giovane faccia alla ricerca di un segno di insincerità. Lui accennò col capo vigorosamente ed appoggiò la sua richiesta strisciando su di me, prendendo il mio uccello e posizionandoci sopra la bocca.
“Io sono più vecchio di te, Nic, quando sparerò probabilmente sarà molto più forte. ” l’avvertii.
“Ma io voglio farlo!” Ripeté deciso e prima che io potessi rispondere abbassò la testa e fece scivolare il mio cazzo nella sua bocca.

Oh… Mio…
Non ho mai provato e dubito che mai proverò qualche cosa del genere, la sua giovane bocca si mosse su e giù sulla mia asta e la sua lingua tracciò linee lungo la testa. Provò anche ad aprire la mia fessura con la lingua, e che quasi mi spedì al limite del piacere. La testa pompava su e giù impaziente e la sua piccola mano stringeva la base del mio uccello per tenerlo puntato verso di sé.

Mi sto ancora chiedendo come fece, ma fu capace di prendere in gola tutta la mia asta senza soffocare.
Dopo aver succhiato e leccato intensamente per un po’, cambiò posizione in modo da potermi guardare mentre lo faceva, io gli carezzai i capelli e gli spostai il ciuffo dalle sopracciglia. Poi, come io avevo fatto con lui, tolse la bocca dal mio uccello e cominciò a leccarmi le palle mentre continuava a lavorare l’asta con la mano, le sue dita non riuscivano ad avvolgerla completamente ma ciononostante riusciva a menarmelo.

Poi si fermò per un momento e disse: “Voglio leccarti il culo come hai fatto con me. ” Lo disse senza alcuna repulsione, l’unica cosa che sentivo nella sua voce era desiderio di farmi sentire il piacere che avevo fatto sentire a lui.
“Vai ragazzo!” Dissi allargando le gambe ed alzando un po’ il culo da terra per facilitargli l’accesso. Poi vidi la sua testa scomparire tra le mie gambe e cominciai a sentire i leggeri colpi della sua lingua contro il mio buco del culo.

Rapidamente cominciò a leccare intorno e fece numerosi tentativi di penetrarlo. Io tentai di rilassarlo quanto possibile per aiutarlo e poi iniziò a spingere la lingua nel buco. Era una sensazione incredibile e lo shock della strana intrusione mi fece stringere di nuovo costringendolo ad uscire.
“È stata una sensazione magnifica!” Gli dissi: “Ma il mio cazzo ha bisogno di assistenza. Vuoi farci qualcosa?”
Lui sbirciò tra le mie gambe, sorridendo si arrampicò su di me e divorò il mio pene.

Ancora una volta prese la mia completa lunghezza senza ritirarsi, poi mi lasciò uscire lentamente per poi cominciare a leccare tutta l’asta.
“Mmm, Nic è incredibile! Sto godendo veramente!”
In risposta alla mia asserzione lui raddoppiò gli sforzi sull’uccello prendendone la completa lunghezza per qualche secondo, poi facendolo uscire di nuovo e poi riprendendolo e rilasciandolo. Si voltò anche, mettendosi a gambe divaricate sul mio torace in modo che il suo sedere si trovasse di fronte a me.

“Leccami ancora il sedere!” Mi chiese tra le leccate. Io guardai bramosamente il suo culo, poi gli afferrai le anche e lo tirai più vicino. Quando il suo sedere fu a pochi centimetri dalla mia faccia, misi fuori la lingua e cominciai a fare il solletico al suo buco leccando intorno e pigiando dentro quanto potevo. Poi pensai che se il suo culo era proprio di fronte a me, il suo pene doveva essere a portata e avevo un desiderio improvviso di giocarci un po’.

Feci scivolare le mani intorno alle sue anche finché non trovai l’asta. Era molle ma ci posi rimedio rapidamente carezzandolo con forza e strofinandolo. Contemporaneamente ripresi a leccargli il buco del culo mentre sentivo il mio orgasmo che si avvicinava ad alta velocità. Smisi di leccarlo per annunciargli quello che stava per accadere. Lui non si interruppe; continuò a muovere la testa su e giù sulla mia asta, ingoiandola e poi lasciandola scivolare di nuovo fuori fino alla punta mentre la lingua si muoveva in modo casuale sul mio uccello.

Ora ero veramente vicino e più mi avvicinavo alla mia esplosione, più carezzavo il suo pene velocemente. Poi Nic tornò a sorprendermi quando il suo corpo diede una scossa e sentii il suo cazzo eruttare ancora ed il suo caldo sperma fu sparato sopra il mio stomaco, il suo corpo vibrava attraversato dal suo secondo orgasmo. Era quello di cui avevo bisogno e con un forte lamento di pura estasi, io eiaculai, il mio pene pompò onda dopo onda di sperma nella sua gola.

Non ne perse una goccia, lo prese tutto ingoiando rapidamente, mungendomi fino alla fine. Io strinsi con forza la sua asta mentre il suo orgasmo gradualmente diminuiva e la sua bocca coprì il mio pene fino a che non finii.
Alla fine, a circa 10 minuti da quando Nic mi aveva sorpreso ad uscire dallo scomparto della doccia, ma che a me erano sembrati lunghi come una vita, il bel ragazzo rotolò via da me, si girò e strisciò al mio fianco mettendo un braccio sul mio torace.

“Grazie Nic!” Mormorai quando finalmente ritrovai l’energia per parlare.
“Piacere mio!” Rispose, la sua voce era ancora di ragazzino ma con un che di maturità che lo faceva sembrare di molti anni più vecchio. “Direi che potremmo metterci distesi qui ogni notte. ” Aggiunse dopo un po’.
“Perché no. ” Dissi d’accordo. In quel momento mi rammentai che sarebbe stato spiacevole se qualcuno fosse entrato e ci avesse sentiti in un box del bagno! Forse era una buon idea ritornare presto a letto.

Mi alzai e guardai il ragazzo che giaceva sul pavimento di fronte a me, i miei occhi immagazzinarono ogni dettaglio del suo giovane corpo liscio: la sua faccia innocente con quegli occhi grigio-verdi e quel largo sorriso, il suo torace stretto con accenni dei muscoli futuri che cominciavano a comparire, la sua giovane e bella virilità che ora giaceva semi-eretta sul suo inguine con le ultime tracce dei suoi primi orgasmi. Era perfetto, compresi allora, perfetto in ogni punto di vista.

“Cosa c’è?” Lui chiese osservando evidentemente il mio sorriso di soddisfazione.
“Sono solo tanto felice che tu sia entrato nella mia vita. ” Gli dissi offrendogli una mano per alzarsi. Lui la prese ed io lo tirai in piedi. Ci rivestimmo rapidamente, poi ritornammo nei nostri alloggi, Nic alcuni minuti prima di me nel caso qualcuno stesse guardando. Quando entrai quietamente nel mio letto pensai a quello che era accaduto, tentando di comprendere le emozioni che mi assalivano.

Ma in breve mi addormentai con le immagini di Nic nelle mie braccia, contento e felice.

La mattina seguente, dopo la colazione, i ragazzi avevano un po’ di tempo libero prima di cominciare le attività. Nic mi disse che voleva parlarmi, così io lo condussi all’altra riva del lago dove c’era relativamente un po’ più di privacy.
“Cosa c’è ragazzo?” Chiesi.
Nic mi guardò profondamente negli occhi e disse: “Sarebbe da gay se ti dicessi che penso di amarti?”
Io risi: “Sei troppo giovane, Nic.

Sei è un gran ragazzo e mi piaci veramente, ma non penso che tu sappia veramente cos’è l’amore. Nessuna offesa. ”
“Ma io so quello che sto sentendo!” Insistette. “So di essere solo un ragazzo, ma io so che cosa è l’amore. I miei sentimenti per te ora… sono veramente speciali. ” Mi guardò con occhi imploranti, come se fosse disperato.
Io sospirai e misi le mani sulle sue spalle. “Guarda Nic. ” dissi scegliendo attentamente le parole per evitare di colpirlo come avevo fatto il giorno precedente: “Anche se tu mi ami realmente, questo non funzionerebbe mai.

Tu sei un ragazzo ed io sono un adulto, e se si venisse a sapere cosa abbiamo fatto la notte scorsa…, io potrei essere spedito in prigione!”
“Ma mi piace!” Insistette.
“Lo so!” Lo calmai: “Ed anche a me. Ma questa è la realtà delle cose. Mi spiace, mi spiace veramente. ”
Lo guardai profondamente nei suoi occhi grigio-verdi, e mentre lo facevo esaminai i sentimenti che avevo per lui, erano cresciuti da quando l’avevo incontrato anche se avevo tentato così disperatamente di sopprimerli per paura che il mio segreto fosse scoperto.

Ora erano in me, potenti ed innegabili. Potevo essere realmente innamorato di quel ragazzo?
“Tu mi piaci, Nic, veramente. ” Gli dissi di nuovo. “Penso anche di poterti amare. Ma questo non può funzionare. Capisci?”
“Sì, credo di sì. ” Mormorò, ma non sembrava completamente convinto. Allora lo attrassi a me e l’abbracciai forte. Alcuni secondi più tardi lo lasciai andare: “Per ora possiamo rimanere buoni amici? E se fra qualche anno saremo ancora amici e tu deciderai di amarmi, bene, potremo vedere quello che accadrà.


La sua faccia tornò tranquilla mentre ci pensava: “Ok. ” Disse alla fine.
“Bene, ora ritorniamo con gli altri prima che qualcuno diventi diffidente. ”

Non feci altro con Nic durante quel campo, la mia relazione con lui ritornò normale, tornai a mettergli un braccio sulle spalle mentre andavamo a colazione o a dargli allegri pugni sul braccio se diceva qualche cosa di sciocco. Una volta che fu tornato a casa rimanemmo in contatto via e-mail e ci vedemmo di tanto in tanto ma guardandoci bene dal fare qualsiasi cosa che ci tradisse.

E così il tempo passò, Nic gradualmente lasciò la fanciullezza dietro di sé e divenne un teenager e finalmente un giovanotto. Devo ammettere onestamente che non credevo che avrebbe conservato la sua idea di amarmi, che mi avrebbe dimenticato ed avrebbe trovato qualcuno della sua età di cui innamorarsi. Ma qualche cosa di incredibilmente speciale doveva essere accaduto quel venerdì al campo perché mi ricordava segretamente, ogni volta che lo vedevo, che ero io quello che amava e con cui voleva passare la sua vita.

E mentre cresceva e la sua determinazione si fortificava, così succedeva anche ai miei sentimenti per lui, finché alla fine sentii per lui quello che lui sentiva per me.
E così, nonostante avessi tentato inizialmente di contrastare i miei sentimenti per lui, ignorarli e fingere che non esistessero, nonostante i miei tentativi di dirmi che non potevo e non dovevo amare un ragazzo, sembrò che il destino avesse deciso che noi dovevamo stare insieme.

Grazie a Dio per aver deciso quel destino.

Poi venne il momento del diciottesimo compleanno di Nic. Lui disse che progettava qualche cosa di speciale. Io potevo avere un’idea di cosa aspettarmi, ma attendevo la sorpresa, come lui mi aveva sorpreso quella sera quando uscii da un box doccia al campo estivo ed uscii nel mio futuro.

Attendo le vostre considerazioni, grazie.