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Quasi amici

Racconto (in parte) immaginario

Quando tornai a casa, dopo l’incontro con il bidello, ero naturalmente spaesato, il mio stato d’animo era agitato, quasi sconvolto. Cosa avevo fatto??? Anni di educazione moralista mi facevano sentire in colpa a tal punto che nelle ore successive la frase che continuavo a ripetermi era; “Hai voluto provare un’esperienza nuova, l’hai fatto, ti sei tolto questo dubbio, ora basta non farlo più. ”

Nel frattempo erano passati giorni, forse una settimana ed ogni tanto il bidello dava segni della sua presenza con un sms, o una chiacchierata veloce nei corridoi.

Chiaramente cercava un approccio, cercava di capire il perché di tanta mia diffidenza. Io nel frattempo inventavo scuse: impegni familiari, i compiti, influenza, ma avevo vergogna a dirgli la verità, a confessargli che non me la sentivo di incontrarlo ancora. Da quella fatidica mattina tante cose erano cambiate in me, soprattutto vedevo le cose con altri occhi, sotto un’altra prospettiva, percependo cose che prima non avrei mai notato. Passai quindi attraverso diversi stati emotivi prima di tornare ad avere un discreto equilibrio, e catapultato in quella nuova dimensione dopo quella volta a casa sua …il gioco mi sfuggi un po’ di mano e cominciammo gradualmente ad incontrarci almeno una volta alla settimana, diventando ufficialmente la sua femminuccia personale!

Purtroppo nella mia scuola quello che facevo con il bidello aveva fatto il giro dell’istituto.

Alcuni bulli vociferavano che io ci stavo con tutti, altri che ero una troia, un ricchione, frocio di merda, ecc.. Ammetto che non è stato facilissimo all’inizio, anche perché tra una lezione e l’altra ero così preso dal dover fare pompini e prenderlo nel culo dal bidello che pure la mia pagella era quasi un disastro! (Continuando così non sarei arrivato al secondo anno.

)
Durante la ricreazione, cercavo sempre di rimanere lontano da Zio Franco, per evitare di alimentare i soliti sospetti su di me… ma cosi facendo Iniziai ad avvicinarmi “involontariamente” ad altri bidelli… Notando anche in loro certi atteggiamenti sempre più ambigui.
“Ormai lo capito da come mi guardano! Come provano il contatto!..” In apparenza sembravano persone tranquille, molto rispettose che salutano sempre gentilmente, però se mi vedevano da solo, lontano dai professori o qualche stupido compagno di classe, cercano in ogni modo il modo di toccarmi, e alcune volte venivano a sbattermi addosso di proposito! Facendomi sentire quei pacchi perennemente in tiro!!!!

Oltre gli sguardi a me rivolti, nel giro di pochissimo tempo, aggiungevano sempre qualche commento volgare! Hanno iniziato con: “Ciao belli capelli! Che belle gambe ” poi… “culo da favola, bocca da pompini, quanto prendi? Ecc..!” Arrivando quindi alla facile conclusione che Zio Franco aveva raccontato tutto ai suoi colleghi… E come una vera (ma ingenua) puttanella, per la prima volta venni anche rimproverata per il mio modo di camminare! “Sempre a sculettare in mezzo ai bidelli! Ma non ti vergogni ?” Mi disse l’anziana Prof di Matematica.

“Non c’è niente da capire! Non lo devi fare più, altrimenti ti gireranno intorno per tutta la vita! Capito?” Dal Io non capivo, limitandomi a dire che non ci vedevo nulla di male.

E’ il mio modo di camminare! Dal mio ingenuo punto di vista, non ancheggiavo! …cioè non lo facevo proprio apposta….

Poi fu la volta del vecchio prof. di Inglese: con la sua espressione arcigna mi fece un sacco di domande sulla mia famiglia, sulle mie abitudini extrascolastiche, su come mi vestivo quando non andavo a scuola, ecc. Facendomi capire che la sessualità fosse un argomento troppo importante, e naturalmente questo all’inizio un po’ mi spaventava. (Anche lui mi guardava sempre in modo strano, ma questa è un’altra storia…)

Ritornando a scuola; (un anonimo lunedì di inizio marzo).

Giornata calda e stranamente afosa rispetto alle giornate tipiche di quel periodo. Volevo essere in qualunque altro posto rispetto all’aula piccola in cui mi trovavo, con i muri scrostati e sbiaditi dal tempo. Si scoppiava dal caldo! Ora di matematica! Dio che noia! Sempre le stesse identiche cose, sempre le stesse lagne e prediche della vecchia professoressa che cerca di far capire ad un branco di idioti che: 1 + 1 fa 2 ..? Io invece, com’è mia abitudine, utilizzo questa inutile ora per andare in bagno, dove in genere ho la possibilità di staccare la spina e sgranchirmi un po’ le gambe…Alzai la mano, cercando di avere il mio visino più sofferente possibile, e chiedo alla Prof di poter andare al bagno…Lei! Se pur capendo la sceneggiata, da il via libera per il mio quarto d’ora di libertà! Ripetendomi:“Ragazzino, mi raccomando non stare troppo fuori! Come tuo solito però!”

Mentre sono li a fumarmi la sigaretta dopo nemmeno 5 minuti sentì bussare; Toc, Toc ..e aprì la porta… Pensavo si trattasse di un mio compagno di classe, (anche lui sfuggito a quelle ore di noia mortale).

Ma riconobbi subito quelle mani enormi e callose sulle mie spalle, che mi spinsero indietro con forza… facendomi quasi sedere sulla tazza del cesso!! Tra le novità di quel periodo, c’era la così detta “sveltina” nei bagni di scuola, con zio Franco… “Mah… Cosi si entra ?? Che vuole, ma è impazzito? Se ci vede qualcuno? Se ci sente qualcuno ?? ” Parlando sempre con un filo di voce! Guardandomi con disprezzo rispose; “Tranquillo non esagerare! Ormai lo sanno tutti che sei ricchione!!!” (Gli voglio bene! Però è fatto cosi.

Certe volte dall’eccitazione non sa nemmeno lui quello che dice. ) In quei momenti deliranti… In primis a scuola, avevo solo paura di essere vista dai tanti e anche troppi, ragazzi omofobi che giravano nell’istituto.

(La mia classe ne era piena)

Finita la sigaretta mi feci coraggio! Aprii la bocca e iniziai a ciucciare quel cazzone enorme, in modo veloce. Avevo voluto la bicicletta e ora dovevo pedalare. Certo, il fatto era che la bicicletta in questione era un grosso cazzo da soddisfare in cambio di una misera paghetta, (che non avrebbe mai colmato il vuoto che avevo dentro).

Dopo neanche 2 minuti di gioco, con quella mazza, (sperando invano che sborrasse subito), prendendomi per i capelli mi spinge violentemente faccia al muro! Cominciando a incularmi freneticamente senza pietà, quasi come un a****le! Ormai lo conosco, lo lascio fare. Sperando che finisca il prima possibile. Il mio buchino con un po’ di saliva cominciava ad accoglierlo molto bene, nonostante le grosse dimensioni. Ma all’inizio faceva sempre tanto male… e Lui a dire il vero se ne sempre fregato altamente del mio dolore iniziale, ma in quelle situazioni non lo biasimo troppo.

In bagno, e penso anche nel corridoio… si iniziava a sentire solo i miei gemiti sempre più acuti e il rumore del suo grosso corpo che picchia contro il mio culetto. Ma quella volta! Non contento dei miei mugolii, che assecondavano quelle spinte esagerate, pronta per accogliere la sua sborra ovunque e comunque, mi tolse completamente i pantaloni, e mi annuncia! “Aspetta Bimba, vediamo chi c’è fuori. ”

Chiusa in quel cesso, aspettando che ritornasse al più presto, guardavo tutte quelle scritte oscene sui muri del bagno, e ogni volta che ci entravo per fumare, la voglia di cazzo mi assale, suscitandomi desideri e pensieri indicibili…

Persa tra quelle scritte volgari e ignoranti, un po’ di piscio qua e là, e qualche mozzicone di sigarette dopo qualche minuto, vidi spalancare la porta, all’improvviso! Trovando dall’altra parte; Zio Franco con il resto dei Bidelli!!!
“Stai tranquilla, e fai la brava! Amici sono!!” La mia mente era confusa, in totale imbarazzo! Tranquilla? Amici? Fai la brava? Cosa voleva dire? E cosa volevano fare?
Ammetto che con Tony non mi sarebbe dispiaciuto, ma… Uno che non mi piaceva e mai pensavo ci sarei andata era Stefano, (anche lui bidello, addetto al terzo piano).

Il classico tamarro all’antica di circa 40 anni. Pieno di tatuaggi, anelli, e collane d’oro al collo!!
Inizialmente cercavo di sdrammatizzare presentandomi a loro con un tono di voce da femminuccia. E Tony (il bidello più vecchio del gruppo) con disprezzo spiegava ai colleghi.. “con molto sarcasmo” che faccio la troia solo perché non voglio faticare! “Ma tranquilla qualche giro ce lo facciamo lo stesso!” …rivolgendosi a me!
Che dovevo fa’? Bè…di fronte a quelle parole, non so cosa mi è successo realmente… Ricordo solo che Stefano si piazzò per primo dietro di me cominciando a incularmi lentamente fino a mettermelo tutto nel culo.

(Fortuna che ero già dilatata). Ma nonostante ero in paranoia perché dovevo rientrare in classe, cominciavo a godere, quasi come una pazza…
Devo premettere che pur essendo passivissimo per me la penetrazione anale è sempre dolorosa, soprattutto all’inizio, la causa è dovuta al fatto che il mio ano è stretto e si adatta molto lentamente a chi mi penetra e quella volta, più del solito l’inculata è stata Dolorosissima!!!

Cercai di divincolarmi per riprendermi un attimo, ma la giostra sembrava non si fermasse mai, e quando persero interesse verso il mio culo sfondato, (dopo un intenso quarto dora), si misero in piedi intorno a me, iniziando a sborrarmi in faccia… Tutti Insieme …In modo quasi sincronizzato.

NON avevo Mai provato una cosa così… ho pure due conati come di vomito, per il forte e acido odore di sperma che ho sul viso, nei capelli, ed anche i vestiti!… “E adesso…? Che figura ci faccio in classe?” Ho tutti i capelli fradici di Sborra! Cazzo! E dovevo pure correre immediatamente in classe! (A prescindere dalla sborra che avevo in testa, era passata un abbondante mezzora!!)

In fretta e furia.. iniziai con dei fazzolettini imbevuti, a pulirmi il viso, incazzata per il tempo che mi stava facendo perdere, e malgrado il mio nervosismo, Stefano con un tono malizioso se ne uscì sfottendomi pure; “Puttana, avevamo paura che restavi incinta” La risposta mi offese e mi fece incazzare, anche perché ridevano tutti, e con il mio buchetto che ancora mi bruciava e pulsava, gli dissi che avrebbero potuto venirmi in bocca o nel culo, in mille modi!! Ma non c’era certo bisogno di imbrattarmi i capelli in quel modo.

Quello che hanno fatto, vista la loro età, non me l’aspettavo proprio, e non aveva senso. Comunque ormai quello che era fatto era fatto e non c’era molto da aggiungere..
Dopo quell’orgia ero consapevole di aver firmato con i bidelli l’ennesima condanna per quei 5 anni. Il mio destino da liceale non era più solo quello di studiare, e vedermi ogni tanto con Zio Franco! Ma diventare la puttana della sua comitiva.

(I Bidelli)…

Le mie storie (63)

È incredibile come ancora una volta una mia giornata qualunque, prenda una piega assolutamente inaspettata. In passato mi succedeva più spesso, con il passare degli anni la quotidianità accompagna la vita con più certezze. Evidentemente sabato non era così. Con il caldo di questi ultimi giorni, sono scesa a fare la spesa verso le undici. Tornata a casa con due buste piene di roba, dopo averle sistemate in cucina e nel frigorifero, sono andata nel bagno a darmi una sciacquata soprattutto alla parte di sopra (la doccia naturalmente l’avevo già fatta al mattino).

Il tempo di asciugarmi, togliermi quella fastidiosa gonna jeans che mi ostino a mettere nonostante la temperatura, e di indossare un camicione con i bottoni acquistato in Marocco, che sento da lontano squillare il cellulare nella borsa. Non faccio in tempo a rispondere e quando vedo il numero, ignoro assolutamente chi possa essere. In genere non richiamo chi non conosco anche perché la maggior parte delle volte sono i soliti rompishitole. Così mi butto sul letto per riposarmi un po’ e dopo aver guardato per un paio di minuti il cellulare decido di scoprire chi sia.

Dopo un paio di squilli sento la voce inconfondibile di Robert, il suo accento spagnolo. Subito mi viene in mente la nottata passata con lui una decina di giorni fa; ma da allora il silenzio più assoluto. Nessuna notizia né da lui né tanto meno dalla mia amica Renata che, credo sia rimasta un po’ male, a dispetto di ciò che invece volesse far apparire, per quello che è successo. Il mio amico cubano dopo i classici convenevoli, mi racconta che erano di ritorno da Capri (il plurale mi fa capire che erano andati più persone), che Renata li aveva dovuti lasciare per un problema di lavoro e che poiché lunedì sarebbe partito, voleva venirmi a salutare.

In quel momento ho alzato gli occhi al cielo; dirgli di sì avrebbe voluto dire preparare un pranzo che non era assolutamente nei miei piani (mi sarei mangiata un panino veloce), ma dirgli di no sarebbe stato un po’ scortese. Così faccio per invitarlo e lui ribatte con “è un problema se viene pure Mario (Un suo amico cubano che vive a Napoli e fa il maestro di salsa)?” Oramai ero in ballo e chiaramente non ho potuto esimermi dal dirgli di sì.

Improvviso una pennetta pomodoro, provola e melanzane, sacrifico la mozzarella che avrebbe dovuto fare da pranzo per la sottoscritta, in luogo del secondo ed affetto il melone. Nel giro di una mezz’oretta mi sono sbrigata alla grande. Puntuale all’1:30 sento squillare il citofono, sono loro. Naturalmente li accolgo con il mio comodissimo souvenir marocchino, ed un po’ di trucco in faccia giusto per cercare di nascondere (ahimè con grossa difficoltà) la stanchezza. Saluto Robert, che si presenta con il gelato; poi Mario che nel ringraziarmi tradisce una piacevole inflessione napoletana che invade il suo spagnolo.

Ci accomodiamo e dopo un paio di minuti cominciamo a mangiare. Mi raccontano di questa gita a Capri insieme a Renata ed altre persone (ci resto un po’ male per non essere stata invitata anche se avrei avuto da lavorare). Robert magnifica una volta di più la bellezza del nostro golfo e tra una chiacchiera e l’altra si finisce una bottiglia di vino in tre. Prima del gelato faccio il caffè, e mentre armeggio con la macchinetta, Robert sparecchia mentre il suo amico comincia a spulciare i miei cd.

Non faccio in tempo a riempire le tazzine che dal mio stereo comincia ad uscire una musica cubana, figlia di un disco comprato l’anno scorso durante la famosa vacanza. Mario mi prende per mano e mi trascina in mezzo al salone, coinvolgendomi in una salsa improvvisata (molto improvvisata). Sono costretta ad aprire un paio di bottoni in basso al vestito per cercare di non fare proprio la figura dell’imbranata (quale sono). Intanto Robert ci guarda seduto mentre sorseggia il caffè.

Io con gli occhi cerco di ricordargli le figuracce fatte l’anno prima “a casa sua”, ma lui sorride e mi dice che sono brava. Intanto il buon Mario comincia a stringere un po’ più del dovuto, io faccio finta di niente ma avverto le sue mani sui miei fianchi. Poi finalmente la canzone finisce ed io cado sul divano stremata (un po’ per scherzo, un po’ per l’età). Il mio improvvisato compagno di ballo, come se niente fosse si avvia verso il suo amico a prendere il caffè, ed insieme cominciano a parlottare in uno spagnolo stretto che non capisco.

Mentre sono appoggiata con la schiena sul divano e le gambe completamente allungate, non mi rendo conto che il vestito si è sbottonato un po’ troppo e lo spacco centrale arriva fin sopra la mia mutanda nera semitrasparente. Mi tiro un po’ su proprio nel momento in cui Robert viene a sedersi vicino. sto per chiudere un bottone, ma lui poggia la sua mano sopra la mia e dopo avermi fermato, la insinua in mezzo alle cosce.

Io lo guardo esterrefatta, gli faccio segno che il suo amico (in quel momento di spalle) potrebbe beccarci. Lui comincia a succhiarmi il lobo dell’orecchio e mi sussurra “lo puoi mandare via, gli ho detto che avrei avuto piacere a stare solo con te, ma se vuoi può anche restare” In quel momento il cuore comincia a battere all’impazzata (giuro, per un attimo mi sono anche preoccupata). Non sono pronta alla risposta, la sua mano che mi accarezza la micia da sopra lo slip mi sta contemporaneamente eccitando e confondendo.

Il suo respiro nell’orecchio, é come una droga; cerco un punto della stanza da fissare per riprendere il controllo, ma niente, sono completamente andata. Intanto Mario si gira e guarda il suo amico di spalle che gioca con il mio orecchio, mentre i miei occhi tradiscono l’eccitazione. Vorrei dire a Robert di salutare il suo amico, mi sento a disagio per certe cose a casa mia, e come se profanassi un santuario, ma più passano i secondi e più nella mia testa cominciano ad affiorare i ricordi dell’anno scorso nell’albergo cubano.

Guardo la porta d’ingresso terrorizzata che possa squillare all’improvviso il campanello, poi mi ricordo che i miei sono fuori città. Robert intanto con le dita ha spostato la mutandina dall’alto ed ha cominciato a giocare con il mio clitoride. Il tempo passa veloce e lento nello stesso momento, sento le sue mani dappertutto, vedo da lontano lo sguardo di Mario che osserva, poi quasi contemporaneamente Robert appoggia le sue labbra sulle mie, ed il suo dito medio affonda nella mia micia completamente bagnata.

Sono in estasi. Robert continua a farmi godere mentre con l’altra mano comincia a sbottonare il camicione fino a quando non ne tira fuori un seno che porta alle labbra per succhiare il capezzolo. La schiena sul divano ed il capo reclinato all’indietro in preda all’eccitazione massima, il mio respiro affannoso viene coperto da un paio di labbra;apro gli occhi e mi ritrovo il volto di Mario davanti, e la sua lingua che cerca di farsi spazio nella mia bocca; chiudo gli occhi per un attimo, giusto il tempo per capire a cosa sto andando incontro e poi li riapro per intrecciare la mia lingua alla sua.

Robert é con la testa immersa tra i miei seni e la mano destra dentro il mio slip che con due dita continua ad entrare ed uscire. Mario e dietro al divano in ginocchio con il suo viso sopra il mio intento a baciarmi. Dopo qualche minuto di questa situazione, non riesco più a tenermi , e vengo tra le dita del mio amico cubano. Mentre cerco di smaltire l’orgasmo riprendendo fiato, Mario si sposta e si alza in piedi mentre Io sollevo il capo e con le mani accarezzo i capelli di Robert.

Il tempo di cercare un suo bacio che una mano mi gira il volto e mi ritrovo l’uccello di Mario a pochi centimetri dalla bocca. Non è duro, anzi è penzolante, lui lo alza verso la mia bocca, io mi avvicino fino a prenderlo fra le labbra. Comincio a succhiarglielo mentre il peso di Robert che si stacca dal mio corpo mi regala un attimo di respiro e leggerezza. L’uccello è diventato duro intanto ed io mi stacco un attimo per riprendere fiato e capire dove sia finito Robert.

È in ginocchio sul divano che si apre il pantalone, poi mi prende la mano sinistra e se la porta fin sopra lo slip. Io lo guardo, scuoto il capo come per dirgli “hai visto cosa mi stai facendo fare” e poi gli abbasso l’elastico per tirarglielo fuori e cominciare a menarglielo. Mario eccitato quanto mai, me lo rimette in bocca e con una mano spinge il mio viso contro il suo membro; io ricomincio quello che stavo facendo ed un po’ con le labbra, un poco la mano, lo faccio venire (per fortuna sul pavimento).

Robert invece dopo essersi messo a cavalcioni su di me, infila il suo uccello tra le tettone e dopo averlo sfregato alcune volte, gode schizzandomi sotto al collo. Ci guardiamo tutti e tre, e scoppiamo a ridere per come siamo combinati. Mario con il pantalone ancora aperto si avvia in cucina a prendere dei tovaglioli di carta che poi passa alla sottoscritta ed al suo amico. Io mi ripulisco alla bene meglio così come fa Robert, mentre lui si mette in ginocchio a smacchiare il parquet.

Fa molto caldo, dopo una decina di minuti di assoluto riposo, mi alzo per andare a bere ed istintivamente chiudo un bottone del vestito. Mi disseto apprezzando quel bicchiere d’acqua come non mi succedeva da una vita, poi prendo la bottiglia e la porto nel salone dove posso appoggiarla sul tavolino davanti ai due amici seduti sul divano. Mentre bevono, sono di fronte a loro e guardandoli comincio ad abbottonarmi il resto del vestito, pensando chissà perché che la situazione fosse arrivata al termine.

Robert muovendo il capo mi chiede cosa stia facendo, io gli rispondo che mi sto ricomponendo, lui mi dice che non ha ancora finito, l’amico sorridendo annuisce alla sua affermazione. Mi invitano a sedermi in mezzo a loro, io gli dico di andare in camera da letto, ma loro insistono e così, dopo avermi fatto spazio mi fanno accomodare al centro. Mentre mi siedo ricordo al mio amico cubano quanti anni ho, di ricordarsi che non sono più una ragazzina, lui come se nulla fosse, appoggia la sua mano sul mio culo e mi accompagna giù fino al divano.

Li guardo in maniera alternata, in questa situazione non so proprio cosa fare (vi sembrerà strano ma giuro che è così), resto in silenzio, bloccata come a volergli far capire che devono prendere loro l’iniziativa. Passa circa un minuto di assoluto disagio generale, io da un certo punto di vista vorrei chiuderla in quel momento, perché ritrovo quell’inadeguatezza che avevo avvertito un’oretta prima. Prendo coraggio e faccio per alzarmi appoggiando le mie mani sulle loro ginocchia.

Non sono completamente in piedi quando sento la mano di Robert infilarsi sotto il vestito per risalire velocemente fin sopra la mutanda; comincia a massaggiarmi il culo un po’ dentro e un po’ fuori lo slip, poi prende l’elastico di lato e lo tira giù prima a destra e poi a sinistra, poi un’altra volta a destra ed infine a sinistra finché non cade per terra tra le mie gambe. Mario se ne accorge, lo raccoglie dopo avermi fatto alzare i piedi e se lo porta al naso per annusarlo.

Mi fanno sedere di nuovo e insieme mi aprono tutto il vestito. Robert viene verso la mia faccia per baciarmi mentre con la mano solleva e Palpeggia con insistenza il seno sinistro; Mario mi mette la mano tra le cosce per allargarmene bene, poi dopo avermi accarezzato un po’ con la mano, lo sento farsi spazio con la lingua tra i peli della mia fica. La lingua di Robert mi arriva fin quasi in gola, i suoi baci sono veementi ed io ricambio volentieri.

Mario intanto mi solleva la gamba sinistra e mi allarga la micia fino a farci entrare tre dita. I nostri corpi sono incastrati fra loro, ed io non so neanche come, ma mi sfilo le maniche del camicione per rimanere tutta nuda. Ad un certo punto sento tirarmi un po’ più giù il divano, Robert si sposta e mi ritrovo il suo amico davanti senza pantaloni con l’uccello duro che mi solleva ed incomincia a scoparmi.

Sono eccitatissima, ma in un momento di lucidità chiedo di andare in camera da letto. Per un attimo Mario sembra non ascoltarmi e continua a spingerlo dentro, poi appena vede l’amico avviarsi, si ferma, mi dà una mano a sollevarmi ed in silenzio arriviamo sul mio letto. Robert ci aspetta steso sopra, io appoggio le ginocchia sul materasso e con la bocca comincio a succhiargli l’uccello. Il tempo di cominciare. che dietro di me sento divaricarmi le natiche ed entrare nella micia di nuovo Mario.

Ho un orgasmo con l’uccello in bocca, quasi mi manca l’aria, Robert si toglie da sotto e sparisce dalla mia vista. Sono stanca, fa caldo, ma capisco che loro non hanno ancora finito. Si danno il cambio, riprende la scopata, vedo apparire accanto alla mia faccia il membro di Mario che mi accarezza il viso umido di piacere, sposto la bocca un paio di volte poi mi arrendo a riprenderlo in bocca. La mia fica è stanca, lo sono anche io; mi giro e mi siedo sul letto, affannando dico ai ragazzi che sono al capolinea, loro ridono mentre si toccano in ginocchio sul materasso, poi dopo aver scambiato qualche altra frase circostanza che mi da la possibilità di riprendere le forze, comincio a masturbarli insieme, contemporaneamente.

Poi Robert viene vicino al mio orecchio e mi sussurra un qualcosa che sinceramente non capisco se non per l’ultima parola”culo”. Lo vedo spostarsi verso il comodino e rovistare dentra in cerca di qualcosa, gli faccio capire che non è il momento, che non mi va. Lui sorride e desiste. Li faccio avvicinare al mio viso, devo proteggere la mia patata e quindi decido (con piacere) di sacrificare la bocca. Prima uno, poi l’altro, poi tutte e due le cappelle insieme.

Sento l’umido, sento i loro sapori diversi che mi bagnano la lingua; poi Mario si allontana un attimo per poi venirmi addosso all’improvviso. Robert invece continua a spingermelo in bocca fino a quando, avvertendomi del suo orgasmo mi dà il tempo di toglierlo dalla bocca e di poggiarlo sui seni per accogliere il suo sperma.
Sono esausta, Mario guarda l’orologio e si rende conto che è tardi, Robert invece con calma comincia a rivestirsi.

Io ho bisogno di una doccia, così li saluto ancora “bagnata” non prima di aver sussurrato all’orecchio del mio amico cubano “peccato, se fossi rimasto qualche altro giorno… ti avrei accontentato”.
Al momento non lo sapevo ancora, ma quella frase mi è stata per così dire “fatale”, perché mentre scrivo, è lunedì, lui è in volo sull’oceano Atlantico, ma ieri (domenica) me lo sono ritrovato a casa per un ultimo saluto… mi avete capito.

(Non so però se raccontarvelo o meno…).

Le mie storie (62)

Eccomi di nuovo qui pronta a raccontarvi quella che potrei definire “una scopata annunciata”. È un periodo in cui sto lavorando parecchi, mi ritiro a casa stanca morta e voglia di uscire non ne ho per niente. La settimana scorsa mi arriva sul cellulare un messaggio di Renata che diceva che era venuta a trovarla Robert uno dei ragazzi cubani che abbiamo conosciuto l’estate scorsa. Io naturalmente mi sono resa disponibile in caso di cene e feste, dicendole che avrei avuto piacere ha salutarlo.

Renata un paio di giorni dopo mi tiene al telefono 1 vita raccontandomi che era riuscita a mandare il figlio a casa del padre (lei è separata) e che se la stava passando molto bene con il suo “amico”. Effettivamente anche durante le vacanze cubane, fra di loro si era creato 1 bel feeling, tanto che lui avrebbe voluto venire in Italia anche prima, ma lei si era tirata indietro. Lunedì scorso (mentre vi scrivo è giovedì) Renata organizza una cena a casa sua insieme ad altre amiche ed amici alcuni dei quali cubani residenti a Napoli.

La serata è molto divertente, l’incontro con Robert è fin troppo affettuoso, infatti il suo abbraccio termina con 1 manata piena sul culo e lui che ridendo conferma i complimenti al mio didietro tra le risate di 1 paio di suoi amici e della stessa Renata che non sembra infastidita dai modi utilizzati verso la sottoscritta. Per la verità, tornando indietro con la memoria, in quel di Cuba avevamo diviso equamente i nostri accompagnatori, ed anche io ero stata con Robert.

Tra pasta, mozzarella, melanzane, salsicce e altro ben di dio che non scrivo per non farvi venire l’acquolina in bocca, tutto sembra andare per il meglio, fino a quando la padrona di casa non riceve 1 telefonata. Non volendo mi accorgo, pur senza capire cosa stia dicendo, che si sta alterando, così quando chiude il cellulare istintivamente le vado incontro per cercare di aiutarla. Lei mi dice che il figlio sta tornando a casa perché il padre ha dovuto anticipare un problema di lavoro e quindi glielo ha rispedito indietro.

Renata non sa come fare con Robert, perché chiaramente non può ospitarlo con il ragazzo in casa. Io le suggerisco di farlo andare a casa dei suoi compatrioti, dicendole che non ci sarebbe stato problema, lei invece mi chiede di ospitarlo a casa mia, lasciandomi un po’ stupita per una serie di motivi che potrete immaginare. Anzi quando io dopo aver tentato blandamente di rifiutare, pian piano accetto, lei ridendo mi fa “così ti diverti un po’ anche tu”.

A fine serata, lei spiega la situazione al suo amico dicendo che sarebbe stato soltanto per una sera (ed effettivamente è stato così, perché il figlio poi è partito per Capri con amici). Salutiamo tutti, ed andiamo via direzione casa mia. In macchina lui mi racconta che con Renata sta molto bene, che vorrebbe fare le cose più seriamente. Dalle sue parole capisco che vorrebbe trasferirsi qui, magari anche sposarla, dopo tutto nonostante sia più giovane di lei (ed anche della sottoscritta), è comunque un ragazzo laureato, di una certa cultura.

Arrivati a destinazione, lo porto nella camera cosiddetta degli ospiti e dopo aver fatto insieme a lui il letto gli dico che vado al bagno. Lui si sistema e quando esco lo trovo davanti al televisore. Sono circa le 2, io indosso una maglietta molto lunga e sotto la mutandina, lui invece è in canottiera e boxer, e devo dire che c’è 1 bel vedere davvero, nonostante ricordassi l’estate scorsa, vedermelo davanti un’altra volta non mi ha lasciata certo indifferente.

Chiacchieriamo sul divano ancora una mezz’oretta e poi ci salutiamo ognuno nella propria stanza. Mi infilo sotto il lenzuolo ed accendo la televisione, dopo averla guardata un po’ la spengo e mi giro di fianco per dormire. Passa qualche minuto e sento la mia porta socchiusa fare 1 leggera refola di vento; poi il mio lenzuolo si solleva e dopo 1 paio di secondi sento la sua presenza dietro la mia schiena. La sua mano si infila tra le mie cosce e dopo avere spostato di lato il bordo dello slip con 1 dito entra nella mia micia.

Io giro la testa e mi ritrovo le sue labbra che mi baciano mentre con gli occhi sorride. Piano piano mi toglie la maglia e poi la mutanda; sento le sue mani esplorare il mio corpo un po’ ovunque, mi prende 1 seno con la mano ed incomincia a stringere giocando con il capezzolo tra le dita, poi finalmente dietro poggia il suo uccello bello duro ed io mi piego un poco a cucchiaino spostando il sedere un po’ all’indietro verso di lui.

La sua mano mi allarga una natica e mi solleva un po’ la coscia giusto il tempo per mettermelo dentro ed incominciare a muoverlo avanti e indietro. La posizione non è delle più comode, ma il suo uccello liscio lungo esattamente come me lo ricordavo mi penetra con meravigliosa facilità. Poi lui si alza in mezzo al letto e dopo avermi invitato a fare lo stesso, mi fa mettere a quattro zampe per poi ricominciare a scoparmi.

Chiudo gli occhi e mi ritrovo a Cuba, un anno fa, in quella stanza d’albergo dove insieme a Renata ed ai suoi amici ci divertimmo tanto. Sento le sue dita giocare con le mie labbra e poi entrare in bocca, comincio a succhiarle mentre lui continua a farmi godere. Poi le braccia mi vengono meno, appoggio la faccia sul materasso e vengo; sento la sua voce che mi dice “brava, brava…” e poi la mia schiena si bagna del suo sperma.

Per un paio di minuti resto stesa a pelle di Leone per riprendermi, lui si appoggia allo schienale del letto e mi guarda. Riprendo le forze e vado in bagno a pulirmi; quando torno lo trovo esattamente come lo avevo lasciato, soltanto che il lenzuolo non copre più il suo uccello che “riposa” sulla sua gamba sinistra. Mi metto di fianco a lui appoggiata con la testa sul braccio, è da più di un mese che non dormivo con un uomo, è una bella sensazione.

Mi parla di Napoli, dice che somiglia a l’Avana, che i napoletani sono molto simpatici ed espansivi, poi il braccio sopra il quale ho appoggiato il mio collo all’improvviso si anima alla sua estremità. Poggia la mano sotto il seno sinistro e comincia a “palleggiare” letteralmente, mentre contemporaneamente continua a descrivere le meraviglie della nostra città. Si ferma, prende tutta la mammella nella mano ed incomincia a massaggiarla; mi guarda e con un veloce movimento di bacino sposta il suo uccello da sinistra a destra.

Io rido e poi allungo la mano fino a prenderlo fra le dita. Lentamente gli scopro la cappella fino a giù per poi risalire e nascondergliela. Robert reclina il capo all’indietro e chiude gli occhi mentre io continuo con la mia sega. Il suo uccello diventa sempre più grosso tra i miei polpastrelli piccoli, quando è finalmente duro e lungo, mi chino con la testa e glielo prendo in bocca. Cerco di andare più in fondo possibile, con le labbra arrivo a sfiorargli le palle, è tutto depilato, mi sembra un tubo tutto nero.

Comincio a sentire la sua punta umida, mi sollevo e con un gesto atletico (di cui mi sorprendo) gli salgo a cavalcioni. Lui scivola sul cuscino mentre io mi muovo sopra di lui facendo ballare le mie tettone. Ogni volta che torno giù, lo sento sempre più dentro, sempre più in fondo alla mia micia. Godo di nuovo come una pazza, mi fermo su di lui, che si solleva, mi fa poggiare la schiena sul letto, e dopo avermi allargato ed alzato le cosce, mi scopa fino a venirmi sulla pancia.

Sono circa le tre di notte quando dopo essermi lavata per l’ennesima volta, mi rimetto la maglietta per dormire. Lui si piazza di fianco a me girato dall’altro lato.
Apro gli occhi che sono le otto e qualche minuto; per fortuna approfittando della cena di Renata, ho lasciato detto allo studio che sarei arrivata per le 10:30. Robert dorme beato, lo guardo per qualche secondo e poi vado a fare il caffè.

Mentre aspetto, chiamo Renata e le dico che per le dieci ci dobbiamo incontrare in piazza. Lei mi chiede come sia andata la nottata, io ridendo le dico… bene, bene. Il caffè comincia ad uscire, saluto la mia amica e vado a svegliare il mio ospite con il profumo di Napoli. Mi seggo accanto a lui, che dopo aver aperto gli occhi mi saluta con un sorriso. Si mette seduto, mi ringrazia per l’ennesima volta dell’ospitalità mentre sorseggia il caffè, io gli dico che devo andare a fare la doccia, lui fa un cenno d’assenso, poi mentre mi allontano vedo con la coda dell’occhio che mi segue in bagno.

Mi tolgo la maglia ed entro nella cabina, lui fa pipì (particolarmente lunga) e dopo, mentre ancora sto regolando la temperatura si infila anche lui dentro. L’acqua comincia a scendere, lui mi abbraccia e comincia a baciarmi vigorosamente; i nostri corpi sono uniti più che mai, sento il suo uccello pulsare contro la mia micia. Le sue mani scendono entrambi dietro la mia schiena fino ad agguantarmi il sedere. Mi palpeggia con gusto, con determinazione, con un dito arriva a stuzzicare il buchetto del culo ; io non me lo aspetto e mi irrigidisco un attimo, lui con una mano su una chiappa e l’altra sotto un ginocchio, mi solleva e dopo avermi appoggiato al muro me lo mette dentro.

Fra l’eccitazione e l’acqua che scende, faccio fatica a respirare, mi aggrappo a lui con le braccia e con le gambe, mentre scivolo con la schiena lungo il muro sotto i colpi del suo uccello. Le mie urla tradiscono l’ennesimo orgasmo, lui continua ancora per un po’, poi si ferma, mi fa poggiare le gambe a terra e dopo averlo tirato fuori, con le mani se lo tocca fino a venirmi addosso. Con la spugna intrisa di bagnoschiuma, acqua e sperma, mi lavo, esco e lascio lui dentro continuare a lavarsi.

Mi vesto da lavoro, gonna e giacca blu, camicetta bianca e scarpe con tacco moderato. Lui indossa il pantalone ed una maglietta grigia, mi fa i complimenti per l’abbigliamento e dopo aver portato in cucina le tazzine di caffè (ed averle lavate), va nella camera degli ospiti a chiudere la valigia. Sono le dieci ed un quarto quando in piazza da lontano vedo Renata che mi saluta. Robert mi dà un bacio sulla guancia, la solita manata sul sedere e si avvia verso di lei.

Una bella nottata non c’è che dire, lui ripartirà a fine giugno… chissà.

Raku-yaki! – parte 1

Di tutto quello che poteva piacermi delle terre nipponiche, mai avrei considerato le ceramiche Raku. Stregato dalle tazze da Thé del Sol Levante, consacrai svariati fine settimana all’apprendimento della tecnica con l’audace voglia di tirar su qualche soldo per rimpolpare le mie miserevoli entrate mensili di operaio.
Lo spirito Raku la cui traduzione sta per “comodo, rilassato, piacevole, gioia di vivere” era una valido armistizio per lo spirito bellicoso dei miei appuntamenti settimanali in dojo, dove da ormai dieci anni tra echimosi , incrinature, vittorie e sconfitte, mi vedeva concentrato nella pratica del K1.

“Necessiti di usare le mani anche per altro” rifletteva mia madre durante un pranzo domenicale, “che dare pugni alle persone o battere l’acciaio in ditta finisce con farti perdere dolcezza nel toccare gli altri”.
Effettivamente palesavo che ero ormai incapace di sorreggere bicchieri troppo sottili senza romperli e persino il gatto scampava come ballando il Limbo alle carezze, per via delle mani che ormai sembravano avere la consistenza di ciò che saldavo.

Pensai che era ora di mettere l’acciaio a sbollire nel Mare di Sardegna in una solitaria vacanza algherese, la prima dopo anni passati in compagnia della mi ex ,la cui fine relazione è stata sicuramente il KO sentimentale peggiore della mia vita.
Dopo aver collocato i bagagli in appartamento, inizio a vagare per le graziose vie del piccolo centro, tra negozi di gioielli realizzati con i coralli, botteghe di cibarie locali e ristoranti, soffermandomi di fronte ad un negozio di ceramiche.

Incuriosito da una serie di oggetti ritraenti ricci di mare, indugio su uno in particolare in nero opaco, scoprendo che è stato realizzato in tecnica Raku.
“Inutile spendere 80 euro, lo replicherò identico di ritorno a casa” pensai ed estrassi intrepidamente lo smartphone per rubare uno shitto, quando un “Mi scusi, ma le foto sono proibite!” mi surgela all’improvviso.
Quella che mi si para davanti lesta e leggera è un’ bell’esemplare di donna sarda sulla trentina dalle forme morbide, i cui fianchi appaiono torniti da un abile scultore.

Il viso delicato è contornato da una cashita di splendidi capelli lisci di color castano chiaro, ingemmato da una leggera sventagliata di lentiggini stagliate su naso e zigomi.
Con tono risoluto ella mi incenerisce con i suoi magnifici occhi verdi e con il suo accento gradevolmente robotico prosegue dicendomi “Cancelli le immagini, siamo in uno spazio privato e sono vietate foto e filmati”.
La mia natura di cronico giullare mi suggerisce una goliardata degna di un Monicelli: le consegno il telefono e molto candidamente le dico: “Mi scusi signorina, non volevo creare problemi.

Eccole il telefono, può controllare da se che non ho shittato fotografie” sapendo che nella galleria che le stavo mostrando oltre ad alcune delle mie opere, c’era anche un mio nudo integrale.
Reduce dell’ennesimo taglio del peso prima di una gara, la mia definizione muscolare era ormai prossima ad uno scorticato da tavola anatomica; psoas, pettorali e quadricipiti erano al massimo dello splendore. Mi ero immortalato di fronte ad uno specchio in una mattinata in cui una considerevole erezione, tracciava un’eccitata linea retta con tanto di glande semi-scoperto e lievemente inumidito.

Lei bypassò le prime due immagini di tazze da me realizzate, per poi incappare nel nudo. Come realizzò, sbarrò gli occhi e io con impudica fraudolenta innocenza, dissi “Ops mi scusi, ero convinto di averla cancellata” recuperando lesto il telefono.
Lei allargando un sorriso dimezzato dall’imbarazzo stagliato su di un rossore in viso da guinness, pronunziò un goffo “Ehm, oh no, mi scusi lei!” ed io per riportarla in una dimensione meno imbarazzante le chiesi “Mi scusi, ma è lei a realizzare queste ceramiche?”
“Sì, ho il mio laboratorio oltre quella porta” indicandone una verso il fondo del negozio “realizzo tutto autonomamente e ho un mio forno personale per la cottura delle mie produzioni.

È per caso interessato all’acquisto di qualcosa che vede esposto?”
“Valuterò, consideri che sono arrivato circa due ore fa, apprezzo molto il suo lavoro comunque, lei è un’artista incredibile” le risposi e lei replicò “preferisco definirmi artigiana, comunque non esiti a ripassare, il negozio è aperto fino alle 20. 30”
“Non mancherò, arrivederci!” e ridacchiando sotto il baffi, ma sinceramente affascinato dai suoi lavori, uscii per la strada ammaliato dalla bellissima artigiana Raku. Le mie fantasie più eccitate prendevano forma sul tornio delle mie focose fantasie.

(continua!).

UN INVITO A CENA, IL MARTEDÌ

Lunedì pomeriggio, quando torno dal lavoro, sembro un sedicenne in piena tempesta ormonale!!! Mi sego almeno tre volte. L’ultima a letto prima di dormire. Non so a che ora ho preso il sonno, so solo che l’ultima cosa a cui penso è lui, il suo cazzo. In piena notte, mi arriva un mess sul cellulare. Guardo la sveglia, sono le due e mezza precise. Chi cazzo mi scrive a quest’ora? Preoccupato e infastidito prendo il telefonino in mano e mi accorgo che il mess è da parte di Ioan.

” Domani mattina vieni al lavoro con addosso un perizoma di pizzo, notte troia!!”. Ma sogno o son desto??? Ma questo è fuori di testa!!! Ma come si permette? Più infastidito ed eccitato che mai, mi rimetto a dormire. La sveglia squilla. Mi alzo e la prima cosa che faccio , rileggo il messaggio. È chiaro e inequivocabile. Viole che vada al lavoro con un paio di mutandine da donna. La domanda che mi pongo è come fa lui a sapere che io ho dell’intimo femminile in casa!!! Ci penso un po’, e poi mi convinco che lui non lo può sapere.

Certo la voglia di stupirlo è forte, ma non mi voglio concedere così facilmente. Decido di usare proprio questa scusa. Anche per capire come mai lui fosse sicuro del contrario. Non metto il perizoma. Vado al lavoro e fino a metà mattinata tutto tranquillo. Alle 10. 30 puntuale Ioan entra in ufficio e mi chiede appena ho 5 minuti di andare in magazzino per vedere come risolvere quel problema, ed esce.
” Ma si può sapere di quale problema state parlando da ieri?” chiede ovviamente mia sorella.

” Nessun problema serio, non ti preoccupare. Ti racconto dopo. ” E finisco di mandare una email e vado camminando verso il magazzino 3, convinto di chiarire una volta per tutte quale è il ruolo di entrambi al lavoro. Il portone è appena aperto, il muletto parcheggiato fuori, entro.
” Dove sei? Ioan non ti vedo. Ci sei?” chiedo con tono serio.
” Troia sono qua, vieni avanti” risponde lui, e vedo il fuoco di una sigaretta che si accende.

E’ nell’ombra, ma ora lo vedo bene.
” Prima che mi dici qualunque cosa , sappi che non ho messo alcun perizoma. Non ti devi più permettere di mandarmi mess di notte, e soprattutto qua io sono il capo e tu un mio dipendente!!!” Esclamo con fermezza. Lui rimane un attimo in silenzio, poi accende una parte della luce del capannone e si illumina proprio dove eravamo noi. Lo guardo e mi accorgo che ha il cazzo duro fuori dai pantaloni.

” Guarda come ti aspettavo al solo pensiero di vederti in perizoma, troia!! E tu mi deludi così? Perché? Perché non hai messo quello che ti avevo chiesto ??” La sua voce non è quella di un uomo incazzato, ma quasi deluso.
” Prima cosa io non ho perizoma in pizzo a casa, e anche se ne avessi uno non lo indosserei mai al lavoro. Se vuoi, stasera, a casa mia o casa tua, ci troviamo e faccio quello che vuoi” gli dico fissandogli il cazzo che a sua volta fissava me!!!
” No, no ,no!! Troppo facile a casa mia, ti scopo e mi dici che sei la mia troia ma magari lo dici solo perché vuoi il mio cazzo.

Il mio uccello ti vuole qua!! Non lo vedi troia?? Devo essere sicuro che quando mi dirai che sei la mia troia tu lo pensi davvero!!!” Risponde e il suo discorso non fa una piega. Puttana che non sono altro!
” Allora scusami dai, dimmi cosa devo fare! Vuoi un pompino ora?” Disposto a farmi perdonare.
” Adesso non voglio nulla, ci penserò. Vai pure troia!” Ed esco e torno al lavoro. Un po’ triste, sia per non essere riuscito ad impormi, sia per averlo deluso.

A mezzogiorno io e mia sorella ci prepariamo per uscire ed andare a casa in pausa pranzo.
” Lo sai che oggi non ci sono vero? Te lo ricordi ?” Mi dice mia sorella.
” Ah si è vero, neanche papà viene oggi,mi pare. ” Le chiedo
” eh già. Oggi sei solo. Anzi siete soli tu e Ioan. Capito ? Siete soli voi due!!!” La furba ha già intuito qualcosa, ma non mi chiede nulla.

” Ok allora a domani! Vai avanti che avviso Ioan che arrivo alle due. ” Ma lei mi blocca e mi dice che il rumeno è già andato via. Vabbè, salgo in macchina e vado a casa. Non ho fame, ho solo voglia del suo cazzo. Penso a come era grosso e duro in magazzino. Prima di tornare al lavoro, decido di indossare un perizoma di pizzo nero. Gli farò una sorpresa!!! Ma appena prima di uscire mi arriva un messaggio.

” ciao troia, lo sai che oggi siamo soli vero? porta un dildo. Ok ? Mi raccomando non deludermi!!” Cazzo!!! Che richiesta impegnativa!!! Ok, prendo uno dei miei dildo, non il più grosso, lo metto in borsa e corro al lavoro. Il caldo oggi è insopportabile!!! Meno male che in ufficio c’è l’aria condizionata!!!
Dalla finestra vedo Ioan arrivare dal piazzale col muletto a petto nudo!! Già mi eccito !!! Entra in ufficio ed è tutto sudato.

” Cazzo che caldo oggi. Qua dentro si sta benissimo!!! Anzi così sudato rischio di prendermi qualcosa. Hai qualcosa per asciugarmi troia???” Mi dice con tono talmente maschile che mi fa uscire il mio istinto da troia. Mi alzo, vado verso lui e inizio a leccarlo ovunque. Petto, pancia, ascelle, schiena, spalle collo, finché non resta una sola goccia di sudore. Lui rimane zitto per tutto il tempo. Poi quando finisco mi guarda e sorride.

” Tu non sei una troia, tu sei una gran troia!!! E non sarò contento finché non sarai la mia troia!!!” Parole sante!!!
” Dai spogliati, voglio vederti nuda !!!!” Mi ordina. Consapevole che non sarebbe venuto nessuno, mi spoglio e resto in perizoma.
” Che ci fai in perizoma??? Questo dovevi metterlo stamattina!!! Ora non mi interessa più troia!!” E afferra il perizoma con una mano e con l’altra si fa forza sulla mia schiena e me lo strappa di dosso!! Un unico colpo !!! a****lesco.

” Hai portato quello che ti avevo chiesto??”
” Certo!!” E prendo dalla borsa il dildo. Lui mi fa cenno di darglielo.
” Potevi fare di meglio troia. Ma va bene per sta volta. In ginocchio !!” Mi ordina. Il dildo ha una ventosa sotto. Con un colpo lo attacca al lato della mia scrivania.
” Ciuccialo troia!!! Fammi vedere come te lo infili tutto in gola!!” Detto e fatto.

Inizio a spompinare il dildo, pensando che sia il suo cazzo, e ci metto tutta la passione che mi caratterizza. Lui mi osserva , si accende una sigaretta e commenta.
” Che gran troia bocchinara che sei!!! Guarda come succhi un pezzo di gomma!! Vorresti il mio vero?? Vero che vorresti in bocca il mio ?” E si slaccia i pantaloni e li cala insieme alle mutande. Ed eccolo in tutto il suo splendore, duro, eretto, fiero !!! Potevo sentire il suo odore.

” Si lo voglio!!! Ti prego dammelo!!” Lo imploro a bocca piena.
” Allora dimmi e guardami negli occhi, senza smettere di sbocchinare il dildo, sei la mia troia ???” Mi chiede e mi fuma sulla faccia.
” Si, sono la tua troia!!!” Gli rispondo forte.
” Bugiarda!!!! Sei solo una troia bocchinara!!! Me lo dici solo perché vuoi succhiare il mio cazzo!!! Vero??” Mi urla addosso e inizia a segarsi il cazzo.

” Non è vero!!! Sono la tua…” e mi ferma
” Zitta!!! Taci puttana e continua a succhiare. Quello è il cazzo che ti meriti ora. Un pezzo di gomma freddo e insapore. Non sa di nulla, eppure guarda come te lo mangi, lo divori. Te lo insaporisco io!!!” E mentre continuo a spompinare il dildo, Ioan ci sborra sopra , lo riempie di sperma caldo. E io continuo a succhiare il fallo di gomma pieno della sua sborra!!! Saporito, gustoso.

” Bene troia, per oggi può bastare, puliscitelo bene quel dildo del cazzo!!!” E si riveste e se ne va. Rimango a succhiare finché non rimane una sola traccia della sua sborra. Poi all’improvviso mi fermo. Mi rendo conto di quello sto facendo e mi prende un senso di vergogna e mi sento schifoso. Cazzo come posso essere caduto così in basso. È questo che vuole? Umiliarmi?? Mi rivesto, pulisco e torno a casa.

Stanotte il cell lo tengo spento. Giuro!!!!.

Serata con la moglie troia

Lei era già a letto quando entrai in camera proveniente dal bagno , tra noi c’è grande intesa , sappiamo bene quali sono le serate dedicate al sesso senza bisogno di dirlo … sotto le lenzuola i nostri corpi si sono abbracciati e le nostre mani alla ricerca dei punti sensibili … all’inizio bisogna accontentare il tatto , stringere fra le mani le natiche o il seno aiutano ad eccitarsi … poi via il pigiamone , rimane solo il perizoma che indossato da lei che è di forme abbondanti quasi scompare ma risulta molto sexy.

Inizio ad annusarla , leccarla , morderla dappertutto , lei rimane passiva al momento , a cosce spalancate offre tutto il suo corpo ed io lo assaporo intensamente per un po’ ma poi il desiderio di prenderla si fa pressante e avvicino il mio cazzo al suo bacino , sfrego la mia cappella al suo monte di venere e poi affondo senza esitazioni nella sua passera umida tutto me stesso … lei mi accoglie nel suo nido caldo favorendo il mio compito , allarga le cosce al massimo sorreggendole con le mani e si offre come una puttana ai miei colpi potenti , un puro atto fisico , fuori e dentro con vigore primitivo , come fosse la prima volta , la porca apprezza tirandomi a se con le mani seguendo il ritmo della mia azione , io la scopo energicamente mentre le strizzo le tette e la bacio sul collo , dietro alle orecchie e scambio la mia saliva con la sua … dopo una decina di minuti rallento un attimo e mi sfilo , lei è già pronta … sa che io voglio che lo prenda in bocca e non esita un secondo , si china su di me e lo avvolge con le sue labbra carnose prima dolcemente poi con vigore fino in fondo alla gola … meraviglioso , appoggio le mani sulla sua nuca e la invito ad ingoiarlo tutto , fino a toglierle il respiro , la troia non si scompone , lo succhia come non avesse mangiato da giorni , io mi metto sopra di lei al contrario e comincio a leccarla anch’io , la sua passera è ancora grondante di saliva , la mordo fino a farle male , gli lecco il buco del culo mentre lo torturo con le dita e nel frattempo la scopo in bocca con forza ficcandoglielo fino alla trachea , lei rimane per alcuni attimi senza respiro e vedo lo spasimo ripercuotersi nella sua passera e nel culo … poi allungo le mani verso il comodino , apro il primo cassetto e prendo un grosso vibratore , è 10 centimetri più lungo del mio uccello e 2 più largo … un piccolo mostro , pari solo a quello di alcuni uomini di colore visti sui siti porno , lo struscio fra le sue labbra vaginali facendole prevedere che quella spranga affonderà nella sua passera … lei di istinto allunga la mano e lo tasta come volesse sentirne la misura nel timore di non riuscire ad accoglierlo , ma sa bene che nulla impedirà di averlo dentro di sé anche se sembra così enorme … e così succede … senza alcun problema lo spingo dentro di lei con dolcezza e decisione , è grande ma la sua figa lo è di più … gli piace da morire , penetra lentamente e completamente che è un piacere , lei continua a succhiarmelo con impegno , la maiala gode nel farsi sfondare da quel cazzo equino e continua a succhiare … succhia voracemente …
Dopo averla montata come una giumenta per una quindicina di minuti , le ho sfilato il cazzo da cavallo dalla sua toppa , mi sono girato e mi sono messo davanti alle sue cosce … ho insalivato il buco di culo della troia abbondantemente e ho fatto altrettanto col vibro … poi l’ho appoggiato al foro esercitando una discreta pressione … lei ha le gambe divaricate e le ginocchia sollevate a ponte , nel tenerlo premuto , essendo fatto di gomma , il vibro si ottunde ed aumenta il suo diametro , alla vacca non sembra dispiacere e non si sottrae alla spinta , anzi , ondeggiando leggermente il bacino cerca di accogliere il grosso fallo , vedo che cerca di farselo entrare millimetro dopo millimetro nonostante la misura , la vacca vuole quell’affare dentro di sé , è ansiosa di sentirsi sfondata , il suo ventre riflette il suo respiro … affannoso , incerto e timoroso , il vibratore gli fa un certo effetto ed è combattuta fra dolore e piacere … io credo le faccia più piacere … anche se a volte fa’ la schizzinosa , alla maiala piace farsi rompere il culo … continua a dimenarsi finché il fallo dopo alcuni minuti di spinta entra lentamente a fatica nel suo culo rotto da troia , è uno spettacolo , è grosso da far paura , il suo buco è stirato e gli dà sensazioni di gusto estremo , freme come una foglia al vento , lo gusta appieno nonostante gli provochi un po’ di dolore , si sente come una vacca da bordello e si tiene allargato con le mani le natiche mentre io lo muovo ritmicamente , non capisco bene se soffre o se gode da quanto il suo respiro è affannoso … avrei voluto fare qualche shitto ma il suo improvviso e intenso orgasmo ha mandato all’aria il piano … si rigira contorcendosi tutta e mugolando di piacere come una cagna , stringe le chiappe sul povero vibratore che quasi esplode … io continuo a masturbarle il clitoride e lei gode fino allo sfinimento … poi gli sfilo il vibro , la tiro verso di me e la scopo violentemente in figa fino a venirle dentro facendola godere ancora …che troia !!!.

UN INVITO A CENA

Sono appena tornato a casa , piuttosto brillo, dopo una serata decisamente molto strana. Un invito a cena dell’ultimo momento da parte di un mio dipendente, rumeno, appena tornato in Italia dopo una settimana di ferie in Romania.
Già di per se l’invito è risultato strano, perché io e lui, sebbene lavori per me da anni, non abbiamo mai avuto rapporti al di fuori dell’ambiente di lavoro.
Comunque accetto volentieri perché lui mi piace come persona, bravo lavoratore, simpatico e sempre disponibile.

Ha detto che voleva parlarmi, io e lui soli.
Non avendo idea di dove avesse prenotato, mi vesto sobrio, una camicia a maniche corte a righe blu e nero, pantaloncini stile blue navy, scarpe Adidas bianche e azzurre. Passa lui a prendermi. Alle otto puntuale la sua Golf è sotto casa mia. Entro in macchina e noto che il suo abbigliamento è molto sportivo. Pantaloni della tuta, canotta grigia. Infradito.
Subito gli chiedo dove avesse prenotato, e lui mi risponde che voleva una serata intima, in amicizia, e quindi andiamo a casa sua e cucina lui per me.

Ok, mi sta bene, ma perché mi sei venuto a prendere tu, so dove stai, sarei venuto io, penso e gli chiedo. La sua risposta mi lascia di stucco “Volevo essere galante!”mi dice. Però, mica male , penso.
Arriviamo a casa sua, nel suo appartamento, dove noto che ha già iniziato a preparare la cena. C’è un buon odorino!!!
” Mettiti comodo, fai come fossi a casa tua” mi dice. Lui è un bell’uomo di 54 anni, divorziato, brizzolato, pizzetto, fisico massiccio, peloso.

Mi sono sempre chiesto se ci fosse stato, non so, un sesto senso.
” Apro una bottiglia di vino rumeno, l’ho portato apposta per te!!”. Stappa un vino rosso e lo versa in due bicchieri. Brindiamo. ” A noi due!!” Dice. apprezzo.
Lui si rimette ai fornelli, io sul divano dopo il secondo bicchiere di vino sono già ubriaco.
” Di cosa volevi parlarmi?” Chiedo non sapendo che altro dire. Lui risponde” Dopo cena, ti spiego.

Ma mettiti pure più comodo, ti ho detto di fare come a casa tua. Non mi hai detto una volta che a casa tua stai sempre nudo?”. Io e la mia boccaccia da puttana!!! Ha ragione, una volta gli dissi proprio così.
” Vorresti che mi mettessi completamente nudo?” Chiedo io per essere sicuro. Lui risponde di sì, con naturalezza.
” ok, mi spoglio ma solo se lo fai anche tu” dico io
” ma certo!!” Risponde e si spoglia rimanendo nudo.

Lo seguo a ruota.
” Altro bicchiere di vino?” Chiede lui. Annuisco , e mentre lo versa nei bicchieri non posso non guardare il suo pacco. Un signor pacco!!! Forse arrossisco, ma credo sia colpa del vino. Brindiamo. Questa volta mi permetto di decidere io ” brindiamo al tuo bellissimo uccello!!!” Cazzo, sono ubriachissimo. Ma il brindisi ha successo.
” Tu pensi che il mio cazzo sia così bello da meritare un brindisi?” Chiede lui, e se lo tocca come per sistemarlo e metterlo in posa.

“Io credo che meriti più di un brindisi, hai un pene molto notevole. Ma questo lo sai anche tu. ” Rispondo scolandomi tutto il bicchiere di rosso.
” Allora a questo punto devo dirti il perché di questo invito a cena. Ma tu avrai fame! Vuoi prima mangiare?” Chiede.
Io incuriosito più che mai dal motivo della mia presenza a casa sua, tra l’altro entrambi nudi, gli rispondo che non ho fame, casomai più tardi.

Allora lui spegne i fornelli, viene a sedersi sul divano con me, si accende una sigaretta e mi spiega.
” vedi, caro Guerrino, sono andato una settimana nel mio paese in Romania, perché dovevo firmare le carte del divorzio definitivo. Solo che non pensavo fosse così difficile e doloroso. E quando dopo due anni che non vedevo mia moglie, la mia ex moglie ormai, la vidi entrare nell’aula del tribunale, era così bella che mi ha preso un colpo al cuore.

Mi sono accorto di amarla ancora. Prima di firmare le ho chiesto di poterle parlare in privato. Lei guardandomi con una freddezza spaventosa mi rispose di no. E quando la implorai di concedermi solo 5 minuti, lei rifiutò ancora. Anzi mi disse che potevo dirle la, davanti a tutti quello che desideravo dirle. Allora non avendo alternative le feci una sola domanda “. E si ferma per un attimo di parlare.
” Che cosa le hai chiesto” domando curioso.

” Le ho chiesto perché mi avesse lasciato”. E si ferma ancora. Lo vedo in netta difficoltà.
” Se non te la senti di dirmi cosa lei ti ha risposto non ti preoccupare, posso capire, sono cose molto private” gli dico sentendomi Pinocchio.
“Te lo devo dire , perché è la ragione per cui ti trovi qua. Lei seria e glaciale rispose che il mio cazzo e’ talmente piccolo da non essere riuscito mai a procurarle un solo , un unico, miserabile orgasmo!!!!!” Il silenzio cala nella stanza.

Gli guardo il cazzo, poi lo riguardo meglio, e inizio a riflettere, io di cazzi ne ho visti tanti, un numero non quantificabile, di grandi e di piccoli. Anche molto piccoli. Il suo, seppur non in erezione, aveva una misura medio alta, che se anche eccitandosi non fosse cresciuto di un millimetro, non si può considerare in nessun modo un pene piccolo.
” E tu cosa le hai risposto? Come hai difeso davanti a tutti la tua virilità? Perché non puoi avere accettato una simile menzogna!!!” Gli chiedo anche un po’ alterato.

” Mi vergogno a dirtelo, ma ti confesso che l’imbarazzo è stato talmente forte da ammutolirmi. Volevo solo uscire da quella grande stanza e nascondermi sotto terra. Dopo avere firmato, umiliato e ferito me ne sono tornato a casa dei miei e mi sono chiuso nella mia camera per due giorni!!” Dicendomi questo, non alza neanche lo sguardo, e con le mani si copre il sesso, chiudendo le gambe. È chiaro che seduto di fianco a me c’è un uomo ferito nel l’orgoglio, spogliato di ogni sicurezza e derubato della sua virilità.

Mi ha fatto una pena incredibile. Un uomo come lui, bello, alto, forzuto, maschio, ai miei occhi all’improvviso diventa piccolo e insicuro come un bambino. Devo fare qualcosa, è chiaro che se sono qua è perché ha bisogno di aiuto. Non so perché ha scelto me, non so che cosa voglia da me, ma decido di fare di testa mia. Beviamo un altro bicchiere di vino e a quel punto mi sento un supereroe.

“Tu hai un bellissimo cazzo, e ho intenzione di dimostrarti quanto può far godere una troia come me. Ci stai?” E alzando lo sguardo con un cenno di sorriso mi risponde di SÌ.
” Bene, tu ora lasciati andare e rilassati che in questa prima parte faccio tutto io. Allarga le gambe , accenditi una sigaretta e goditi la prossima ora!!”
Detto e fatto, a gambe larghe si accende una sigaretta, e mi posiziono a 4 zampe davanti a lui.

Inizio a leccargli i piedi. Prima uno, poi l’altro. Mentre lo faccio gli osservo il pacco. Ha davvero due palle grosse e un pene notevole. Passo la lingua sotto le piante dei piedi, succhio le dita, lecco tra una e l’altra, lentamente. Voglio che si senta un Re. Lui apprezza moltissimo, tanto che vedo il suo uccello crescere.
“Chi è il più maschio di tutti?” Chiedo a lui.
“Suppongo che dovrei risponderti IO!!”.

Non ci siamo ancora , devo fare di più. Salgo leccandogli le gambe pelose, fino ad arrivare ai coglioni. Grossi, pelosi, sudati. li divoro letteralmente!!! E lo sento gemere, e lui sente me gustarmi le sue gustose palle.
“Chi è il più maschio di tutti?” Richiedo.
“Inizio a sentirmi io!!!” Bene , continuò. Senza usare le mani, afferro al volo il suo cazzo con la bocca, duro, grosso, nodoso. Lo succhio lentamente.

Mentre lo faccio penso, le donne sono tutte cretine. Lo prendo tutto in bocca, e mentre gli faccio uno dei miei migliori pompini, cerco col culo uno dei piedi e mi infilo l’alluce su per il buco e me lo scopo. Godo io, gode come un pazzo lui. A bocca piena gli chiedo
“Chi è il più maschio di tutti?”
” io cazzo, io sono il più maschio!!!” Ci siamo quasi.
” Allora maschione infilami il cazzo nel culo, e scopami come una Troia!!” Detto e fatto.

Così semplice. Mi prende per i fianchi e mi posiziona a pecorina sul divano. Mi allarga le chiappe e mi sputa sul buco. Ci appoggia la cappella e con un colpo secco mi infila tutto il cazzo dentro. Fa male, ma fa godere da matti. Soprattutto quando inizia a pompare come un matto. Il vino fa la sua parte e io gemo sempre più forte. Mi sbatte in modo superbo. Poi mi gira a gambe all’aria e riprende a trombarmi.

Lo guardo in faccia, e la sua espressione è cambiata. Vedo un uomo, un vero uomo che sa come usare il suo cazzo per far godere una donna o un uomo che sia. Mi fissa con uno sguardo da porco e sento il suo piscio scaldarmi le viscere. Bravissimo.
“Chi è il più maschio di tutti?”chiedo ancora con la voce rotta dal piacere.
” Io sono il più maschio troia!!! Ed è esattamente quello che ho detto a mia moglie mentre piangendo mi supplicava di non lasciarla.

Ma io sai cosa le ho detto”
E continua a sbattermi mentre i miei occhi sgranati rispecchiano la confusione che all’improvviso mi riempie la testa.
“Le ho detto che un maschio come me ha bisogno di scopare delle troie focose, non una frigida e incapace come lei!!!!” E nel dire queste parole mi schizza dentro e lancia un urlo da a****le.
“Cazzo tu si che sai come far godere un uomo, grazie bella troia!!!”.

E mi lascia la, sul divano, confuso, fregato, sporco, fuori e dentro. Mi vesto e mi faccio riaccompagnare a casa. In macchina gli chiedo perché mi avesse raccontato tutta quella storia all’inizio, che ci sarei stato comunque.
“Chissà perché ma quando vedete un uomo in pena, ci mettete più intensità nel fare l’amore, in due parole diventate più troie. Chissà perché, è sempre così “.
Sono passate più di 5 ore e ancora mi sto chiedendo se non avesse ragione.

FINE.

Colpi decisi

La missione nell’ex Jugoslavia è finita. Adesso si torna a casa fino alla prossima esigenza naturalmente, giacché è una normale rotazione e un ideale ricambio dei reparti e delle sezioni. Questi abituali e ordinari pensieri attraversavano la mente del sergente, intanto che lasciava scorrere il vassoio alla mensa del “self service” del campo base. Il suo umore non era né euforico né triste, poiché era il suo lavoro. Lo attendevano lunghi mesi d’addestramento e di stancanti esercitazioni fino alla prossima missione operativa, però era anche giunto il momento di tirare un po’ il fiato per curarsi e occuparsi delle faccende di casa sua.

Quando era fuori, sembrava così come se tutto restasse congelato, quasi interrotto e sospeso. Il tempo però scorreva ugualmente e i problemi grandi e piccoli da risolvere pigramente e in modo silenzioso s’accumulavano.  

Quella sera, l’ultima sera al campo prima della partenza, l’unica lieta e piacevole novità era donata dalla presenza in fila accanto a lui di Sandra, la volontaria dell’ACNUR (Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati), con la quale aveva appoggiato e partecipato a tanti servizi in sua compagnia.

Lui per una sera si era sganciato dai suoi uomini concedendosi un colpo di vita, anche se ciò gli avrebbe attirato addosso i loro commenti linguacciuti e pettegoli. Lui l’aveva incontrata nel pomeriggio al campo e le aveva rivolto un cortese invito per la cena, certo il posto non era molto poetico né intimo, eppure non c’erano altre scelte. Non era infatti possibile uscire da soli in città per una cena romantica e comunque senza essere armati fino ai denti.

Quanti servizi di scorta ai convogli umanitari avevano svolto lui e i suoi uomini in quei mesi? Non li contava più. Quante volte lui e Sandra si erano trovati a fianco a fianco in quelle occasioni? In sostanza tutte, ciononostante il loro rapporto era sempre stato correttamente professionale e di collaborazione. Niente di più, ma per una sera, in realtà l’ultima, si poteva fare un’eccezione, dopotutto a lui la ragazza era sempre piaciuta, pressapoco sui trent’anni d’età, non si può dire che fosse bella, tuttavia era cortese e carina anche negli atteggiamenti e nei modi.

In particolare lo avevano colpito i suoi occhi verdi, seppure il fisico scomparisse infagottato com’era dentro quella divisa di servizio dell’ACNUR, però s’intuiva solamente che lei era snella e che appariva un esemplare di donna dinamica e solerte, in ogni modo aveva un suo fascino.  
Sandra, viceversa, non aveva mai guardato il sergente con gli occhi che non fossero rigorosamente e strettamente professionali. Del resto aveva dei saldi principi etici e morali, inoltre un fidanzato che aveva conosciuto frequentando un’associazione di volontariato cattolica.

Solamente quella sera, quando il sergente l’aveva invitata lei si era concessa d’ammirarlo con un’attenzione e un interesse diverso, con occhi nuovi. Aveva compreso che il sergente era un uomo sui quarant’anni, di statura media, stempiato con i capelli cortissimi, un fisico sportivo, gli occhi scuri e penetranti, assieme a due braccia forti che sbucavano dalle maniche della mimetica arrotolate sui bicipiti.  
Quello che lei aveva sempre saputo, apprezzandolo ed elogiandolo, era che il sergente era un tipo deciso e risoluto senza essere però mai arrogante né scortese, per queste prerogative i suoi uomini lo rispettavano e si fidavano di lui, per il fatto che in diverse occasioni la sua risolutezza aveva tratto Sandra fuori dagli impicci.

Sandra ricordava bene di quando il sergente era dovuto intervenire con i suoi uomini per difenderla da quei miliziani che volevano assaltare il camion degli aiuti umanitari dei quali si volevano appropriare, mentre i volontari erano impegnati a distribuire i viveri alla popolazione bisognosa, in mezzo sovente a popolazioni inospitali e ostili. E di quando, ancora alcuni individui inquietanti e maligni armati l’avevano infastidita e m*****ata per lungo tempo insieme con alcune sue colleghe.

 
In quell’occasione erano lì, uno di fronte all’altra e la conversazione scorreva piacevole, a tratti intima, con le impressioni, i ricordi e persino i progetti da compiere. Durante tutti quei mesi Sandra non aveva mai percepito né provato un desiderio fisico, considerato che lei era troppo impegnata e assai stanca, poi da ultimo il suo fidanzato era addirittura lontano. Lei lo avrebbe rivisto il mese prossimo, in quanto i loro rapporti fisici erano sempre stati piacevoli e soddisfacenti.

E poi lui era sempre così delicato, gentile e premuroso, ma durante tutto quel periodo Sandra non ci aveva mai pensato. Walter sì, lui il desiderio lo aveva provato e lo sperimentava ancora adesso. Le rigide norme di comportamento nei confronti della popolazione locale avevano sempre dissuaso e sconsigliato qualsiasi approccio, quindi, come tutti o quasi, a parte i trasgressori, avevano dovuto lavorare di fantasia e di genialità. E’ alquanto inconsueto come in certe situazioni anche l’ambiente più freddo e anonimo, possa diventare intimo e caldo secondo il nostro temperamento.

Tale era in quel momento la situazione sia per Walter che per Sandra, in quanto presi dalla conversazione non si curavano di ciò che avveniva loro intorno, perché anche si fossero trovati in uno dei ristoranti più eleganti e raffinati sarebbe stata la stessa cosa.  

Sandra si stava sciogliendo lentamente, quella fredda e rigorosa volontaria era in quel momento diventata una donna sensibile. Condizionava e influiva certo l’addio imminente, eppure c’era nell’aria una sensazione che si stesse perdendo qualcosa che non sarebbe tornato mai più.

Le emozioni personali adesso trovavano spazio, la mano di Sandra scorreva spesso fra i capelli insolitamente sciolti, perché forse cominciava a capire perché aveva accettato quell’invito senza pensarci troppo su. Terminarono la cena, si alzarono e riposero i vassoi, giacché la sera era tiepida e invogliava a fare due passi. Innegabile ed evidente, poiché tutte quelle installazioni del campo non potevano essere definite e descritte come uno scenario particolarmente complice, però la luna che splendeva in cielo e che rischiarava i loro volti era quella di sempre.

La stessa in realtà che si sarebbe potuta ammirare benissimo anche da una spiaggia dei tropici. In giro si vedevano poche persone, intorno c’era abbastanza buio. I due conversavano tranquillamente, stavano bene, erano rilassati, scherzavano e ogni tanto restavano in silenzio per un po’ senza avvertire alcun disagio, senza pensare al domani.  

Walter notò che la chiusura lampo della felpa di Sandra era insolitamente abbassata fino a lasciare intravedere il solco fra i seni della ragazza.

Walter si fermò, agguantò la mano di Sandra e l’avvicinò a sé, la cinse con un braccio e iniziò a baciarla. L’onda del desiderio e della lussuria si faceva sentire prepotentemente. Sandra cercò di resistere mentendo a sé stessa, poiché tentò di sottrarsi da quell’abbraccio senza troppa convinzione, infine cedette lasciando che gli eventi facessero il loro corso, schiuse le labbra e lasciò che la lingua di Walter andasse a incontrare la sua.  
L’uomo sentiva il calore della bocca della ragazza, il suo cuore che batteva forte nel petto insieme alla dolce morbidezza dei suoi seni.

Lui la strinse con sempre maggiore foga e impeto, Sandra ricambiava il suo abbraccio con energia, dopo si baciarono con un trasporto esclusivo, per lunghi minuti, del tutto incuranti di ciò che avveniva intorno, senza il minimo imbarazzo né timore che qualcuno potesse vederli. Walter sentiva le sue tempie pulsare, il sangue che si scaldava, la testa che non ragionava, avvertiva l’urgenza del desiderio, ora subito, perché anche lo sguardo della ragazza spifferava e tradiva lo stesso desiderio.

La vita esigeva e reclamava la sua parte.  
Dopo tutti gli orrori e le violenze di cui erano stati testimoni in quei mesi, era come se la tensione accumulata e stoccata da entrambi, si scaricasse sui loro sensi affrancando prima e liberando in seguito un’onda d’energia e di vivacità inarrestabile. Walter l’afferrò per mano e dopo si diressero verso il piazzale dove erano sistemati i container del materiale e degli aiuti umanitari. Al momento era buio, in giro non c’era nessuno in giro, tuttavia non era comunque il caso di farsi notare, perché a poca distanza in sordina si trovava in giro un servizio di ronda.

Lui provò ad aprire la porta d’un container, poi un’altra, però nulla da fare. Sandra s’appoggiò con le spalle alla parete di uno di essi e lo tirò a sé. Entrambi ansimavano come presi da una febbre, Sandra poteva sentire il membro di Walter crescere contro il suo ventre, alquanto stretto nei pantaloni della mimetica. Non poteva arrestare le proprie mani che in quel momento gli aprivano la cerniera dei pantaloni e frugavano nelle mutande per liberare quel prigioniero in cerca di spazio.

Ora finalmente il cazzo di Walter era nella sua mano, grosso, duro, teso verso di lei e pulsante. Questo episodio l’eccitava da morire, vederlo protendersi dalla patta dei pantaloni della mimetica. Lei era sorpresa della sua stessa audacia e intraprendenza, in quell’occasione fece scorrere la sua mano su e giù lungo il membro coprendone e scoprendone a intervallo la punta e suscitando i gemiti del sergente, che intanto la pressava contro la parete del container.

L’uomo doveva prenderla, doveva averla subito, ora, lì e possederla.  

Con dolce ma decisa energia la fece girare, la cinse e intanto strofinava il suo cazzo contro di lei. Sandra appoggiò le mani alla parete e si chinò leggermente, inarcando la schiena e protendendosi verso Walter per sentirlo meglio. Lui le calò i pantaloni della tuta e le mutandine fino alle caviglie scoprendo il suo sedere. Walter non ragionava più, delirava, era fuori di sé per il desiderio e per l’assoluta urgenza con cui voleva prenderla.

Sandra allargò le gambe più che poté, perché lui con una mano potesse stringere e accarezzare la sua fica ormai calda e bagnata a dovere. La ragazza sentiva i suoi fluidi scivolarle lungo le cosce e Walter avrebbe voluto leccarla per abbeverarsi a quella fonte, ma non c’era tempo. Una mano di Sandra si posò su quella di Walter accompagnandola nel movimento, poi con il cuore tremante afferrò il cazzo di Walter e lo guidò dentro di sé.

 
I loro respiri erano affannosi, Walter con una dolce ma decisa pressione, spinse fino in fondo liberando un grido soffocato della ragazza, poi si ritrasse e di nuovo spinse fino in fondo. I colpi erano decisi, energici e profondi, Walter affondava con furia, affamato com’era. Le sue mani stringevano con forza i fianchi della ragazza mentre le sue braccia poggiate alla parete del container si piegavano talora sotto i colpi. Sandra si sorprese nel pensare che le piacesse essere scopata così, senza nessuna dolcezza, come travolta da un uragano.

E tutto ciò non somigliava per niente agli amplessi pieni di tenerezza che aveva avuto con il suo ragazzo.
I pantaloni abbassati sulle caviglie di Sandra non le consentivano di allargare le gambe come Walter avrebbe voluto. Allora lui la fece voltare e la sollevò prendendola con le mani dietro le ginocchia appoggiandola con la schiena alla parete del container. Le liberò una gamba e lasciò che i pantaloni e le mutandine restassero a penzolare sull’altra caviglia, poi spinse di nuovo con forza il suo cazzo dentro di lei.

Walter non rifletteva più, sragionava, perché pensava soltanto al suo intimo piacere e a quello della ragazza accumulato e inespresso da troppo tempo che sentiva crescere e che stava per giungere rapido, tumultuoso e veemente. A ogni affondo vigoroso di Walter, il culo di Sandra andava a percuotere la parete del container che rimandava indietro un concavo e cupo suono metallico.   Sandra si toccò il clitoride per accelerare il suo godimento, mentre il cazzo di Walter scorreva agevolmente dentro di lei.

Lui sentì i testicoli indurirsi e il suo ventre contrarsi, finché con un rantolo liberò il getto caldo, denso e gelatinoso del suo sperma dentro di lei. Forse per il piacere di sentirsi inondata, probabilmente per il calore che avvertiva o per la gioia del piacere che stava dando all’uomo, il suo orgasmo giunse subito dopo come un’onda, improvviso, rapido e liberatorio. Allora Walter affondò ancora qualche colpo per assecondare tutto il piacere della ragazza.

 
Sandra, spossata e ansimante s’abbandonò fra le braccia di Walter che continuava a sostenerla, in seguito lui lasciò le sue gambe, ma Sandra esausta infine s’accasciò. Le gambe si piegavano, a quel punto lei si sedette con le spalle appoggiate alla parete del container con la bocca socchiusa per riprendere fiato. Anche Walter era ormai senza pensieri, senza volontà, in quanto brividi di piacere ancora attraversavano e facevano sussultare il suo corpo, da ultimo anche lui cadde giù.

 
Al momento entrambi erano seduti per terra, appoggiati con la schiena al container senza fiato, con le bocche semiaperte e ansimanti. Lei agguantò nella sua mano il cazzo di Walter che ancora usciva dai pantaloni, lo strinse e lo accarezzò lentamente.  
Casualmente e incolpevolmente però, qualche vellutata goccia tardiva di sperma scivolò lungo le sue dita e andò a confondersi e a mescolarsi con le altre macchie della tuta mimetica.

Serata movimentata

Quel pomeriggio faceva un caldo bestiale. Mi fiondai in un cinema più che altro per usufruire del fresco dell’aria condizionata. Non ricordo nemmeno che tipo di film dessero ma stare così in questa penombra e con il fresco mi ridava un po’ di tono.
Dopo un po’ entrò un uomo, si fermò un attimo per abituare gli occhi all’oscurità e poi venne a sedersi di fianco a me. È una cosa che a me da molto fastidio e poi se, addirittura, c’è la sala vuota mi agito di più.

Passato un po’ di tempo mi sentii sfiorare la coscia in maniera molto leggera, quasi si fosse trattato di qualcosa fatto inavvertitamente. Non ci feci molto caso ma di lì a poco sentii il tocco nuovamente. Ora ero quasi certo che il mio vicino lo stava facendo intenzionalmente.
Il terzo “attacco” fu un po’ più deciso e sentii la mano che, oltre a premere più arditamente, cambiava leggermente facendosi strada per raggiungere l’interno coscia e avvicinarsi sempre più verso il mio basso ventre.

Ero in una fase di attesa, cioè da un lato avrei voluto dirgliene quattro ma dall’altro ero molto incuriosito di sapere dove sarebbe finita la storia. O meglio dove sarebbe finita la mano!
Sentivo la pressione farsi sempre più forte e ormai sentivo il suo pollice sfiorare il rigonfiamento sotto il quale si celava il mio tesorino.
Ormai pieno di coraggio portò le sue mani ai miei pantaloni, abbassò la cerniera, sciolse la cintura e sbottonò quello che ormai era rimasto l’ultimo impedimento.

La sua destra si infilò leggera sotto i miei slip per poi riemergere stringendo il trofeo della sua vittoria.
Cominciò a masturbarmi, dapprima molto molto lentamente e poi sempre più freneticamente. Io cercai di resistere ma dopo un poco di tempo sentii gli schizzi di sborra uscire violentemente per finire chissà dove nel buio. Il piacere mi aveva imbambolato, non avevo provato un godimento così intenso come era successo qualche attimo prima.
“Andiamo” disse, “ho la macchina qui all’angolo, raggiungimi che andiamo a casa mia!”.

Detto ciò si alzò e andò verso l’uscita. Io stetti ancora lì un po’, mi sentivo piacevolmente svuotato.
Mi alzai e raggiunsi la biglietteria. Francamente non avevo alcuna voglia di andare con quel tipo. Vedendo che vi era una doppia uscita presi quella opposta a quella che mi aveva indicato l’amico e uscii nel crepuscolo che stava scendendo.
Fatti pochi metri mi sentii chiamare. Mi girai e vidi poco distante l’amico di prima che con un’aria un poco intimidatoria mi indicava la macchina.

“Come” dissi “non dovevi essere sull’angolo vicino all’altra uscita?”.
“Sì” disse “ma ho immaginato che saresti stato scorretto e avresti tentato di svignartela…”.
“No” dissi goffamente “ho sbagliato uscita, ecco tutto. ”.
“Bene allora visto che ci siamo riuniti andiamo. ”.
Arrivammo a casa sua, una villetta piuttosto isolata dal resto del rione. Mi fece scendere e mi fece strada fino all’interno della sua casa. Mi offri qualcosa da bere e poi si offrì di farmi vedere la casa.

Dopo aver visto tutto scendemmo verso quelle che pensai erano le cantine. Passammo una porta, il buio mi impediva di vedere alcunché.
Accese la luce e appena ebbi la possibilità di vedere mi resi conto di che posto fosse. Alle pareti erano appese fruste e frustini di ogni tipo, manette e corde. Al centro vi era un gran tavolaccio in legno con, ai quattro angoli, gli appositi strumenti per bloccare chiunque vi fosse stato adagiato.

“Si è fatto tardi” dissi “è ora che io vada, magari ci si vede una di queste sere. ”.
“Mi spiace, ma sei stato cattivo e devi essere punito. Lo sai bene pure tu!”.
“Io non ho fatto nulla” dissi.
“Beh! Ti sei lasciato fare una sega e poi, quando avresti dovuto ripagare il favore hai tentato di sottrarti. ”.
“Ma a me non piacciono gli uomini. ”.
“Quando hai goduto però ti piaceva.

Ora dovrai soddisfare me. ”.
“Che vuoi che faccia?”.
“Per prima cosa devi spogliarti completamente nudo. ”.
Aderii alla cosa piuttosto malvolentieri. “E ora?”.
“Ora devi metterti in ginocchio, ho una gran voglia di farmi spompinare da te. ”.
“Ma neanche per sogno!”.
Mi si avvicinò e all’improvviso avvertii un forte bruciore sulla natica, la prima sculacciata era partita. Preso di sorpresa non riuscii a contrastare la seconda mossa: si era seduto su una sedia e mi aveva attirato giù sulle sue ginocchia cominciando a sculacciarmi di santa ragione.

Sentivo le mie chiappe in fiamme mentre lui mi spiegava tutto ciò che avrei dovuto fare.
Fu interrotto dallo squillo del cellulare. “Resta qui, brutta troia! Non ho ancora finito con le tue chiappe. ”.
Rispose al telefono mentre io mi massaggiavo le natiche in fiamme. “Ciao Q. , non posso venire questa sera ho per le mani un bel porco a cui sto insegnando ad essere corretto e da cui voglio trarre il massimo del mio piacere.

”. Stette in attesa di udire ciò che diceva il suo amico e poi aggiunse: “Perché non vieni tu a casa mia, ce la godiamo assieme questa troia. Magari strada facendo passa a prendere J. , ha un cazzo talmente considerevole che glielo farà arrivare fino allo stomaco a questa bagascia. ”.
Ricevuta conferma dal suo interlocutore chiuse la conversazione e ritornò verso di me riprendendo a sculacciarmi meno violentemente di prima ma con metodo e continuativamente.

Avevo la sensazione che volesse mantenere il mio culo caldo e scarlatto. Smise quando suonarono alla porta e lui dovette andare ad aprire.
Tempo di andare e ritornare entrarono tre uomini. I due che non conoscevo si fregarono le mani vedendomi. “Ma che bravo sei stato lo hai tenuto in caldo per noi?”.
“Certamente, ma nel frattempo si è un po’ raffreddato, io direi di riscaldarlo un altro po’. ”.
Si spogliarono completamente nudi e io riconobbi, anche se non lo conoscevo affatto, J.

Aveva un cazzo che già da moscio era enorme. “Quando vedo un bel culo arrossato mi prende l’eccitazione!”.
“Tranquillo, tu Q. dammi una mano che mettiamo questa baldracca sul tavolaccio. ”.
I due mi sollevarono e mi misero sul tavolaccio a pancia in giù. “Io ora mi metterò a cavalcioni della schiena di questa zoccola e mentre continuo a sculacciare le sue natiche tu Q. mi farai una sega che anch’io ho voglia di essere soddisfatto.

J. ha dotazione adatta e sa come la deve usare. ”.
Sentivo le palle dell’amico strusciare sulla mia schiena prima che, assieme al cazzo, fossero abbrancate dalle abili mani di Q. Riprese la raffica di schiaffi ai miei poveri glutei che non potevo vedere ma che immaginavo ormai paonazzi.
Mentre pensavo al mio culo sentii un paio di mani forti afferrarmi la testa. Era J. che mi stava mettendo in posizione per potermi ficcare in bocca il suo enorme arnese.

“Tranquillo” disse “prima te lo sbatto in bocca spingendotelo fino alle palle e poi, dopo avertela scopata per benino, ti nutro copiosamente. Fai conto di venire allattato da un’enorme capezzolo! Un bel biberon stracolmo di caldo succo tonificante!!! Ah, ah, ah. ”.
Vedevo questo enorme fallo danzare ancora non del tutto duro davanti alla mia faccia. Prima di avvicinarlo alla mia bocca J. se lo prese in mano e usandolo a mo’ di manganello cominciò a colpirmi sulle gote, sulle labbra, sul naso e un po’ dove gli capitava.

Mi fece penetrare due dita in bocca in modo da aprirmela al massimo per poi imboccarmi con il suo grosso poppatoio.
Gli altri due intanto continuavano ad eccitarsi sempre di più: uno segando l’altro e l’altro prendendo a schiaffi il mio povero culetto.
Sentivo il cazzo di J. in gola e vedevo danzare le sue palle davanti agli occhi. Ad ogni colpo di fianchi cercava di entrare sempre più a fondo nella mia bocca.

Era sempre più irruente e avvertivo molto distintamente il suo indurimento dentro la mia bocca. Ad un tratto, fu veramente cosa di un millesimo di secondo, percepii che stava godendo e mi ritrovai con gola e bocca stracolma del caldo sperma di J.
Se possibile cercò di ficcare ancora più a fondo il suo uccello e tenendomi fermo in questa posizione, in maniera che lo sperma, anziché essere sputato scivolasse all’interno della mia gola.

“ Te l’ho detto che volevo sfamarti in notevole quantità. Se ingoi tutto fino all’ultima goccia ti faccio un regalo”.
Anche se avessi voluto non avrei potuto fare diversamente. Trangugiai tutto lo sperma che avevo ancora in bocca. Lui uscì piano piano dalla mia bocca. “E ora il tuo premio, te lo sei proprio meritato!!!”.
Sentii qualcosa di caldo sulla schiena, lo sculacciatore aveva goduto su di me. “Ora però ci diamo il cambio però!”.

Stava dicendo Q. Si dettero il cambio.
J. intanto si era girato e dopo essersi preso i glutei con le mani si avvicinò retrocedendo, li allargò il più possibile e mi si porse dicendo “Baldracca devi leccarmelo parecchio e bene perché è una cosa che mi piace assai. ”.
Sentii un nuovo calore alla schiena che mi fece capire che anche Q. aveva sborrato. Scese dalla mia schiena e tutti e due si avvicinarono a J.

“Guarda come lecca bene il porco. ”. E si misero a ridere a crepapelle.
Riuniti tutti e tre mi presero e mi girarono “ Caspita guarda lì come gli è venuto duro”.
“Gli ho fatto un segone al cinema che non avete idea. ”.
“Mi è venuta un’idea! Datemi una mano!”.
Mi presero e mi legarono sul tavolaccio a gambe e braccia aperte, mi bloccarono con una cinghia alla vita e con altre cinghie alle cosce.

Poi uno estrasse da un comodino un flacone di liquido. Io non capivo ciò che stava succedendo ma loro si erano capiti perché tutti e tre ridacchiavano.
Scoprii che il flacone conteneva olio. Uno me ne verso un poco sul glande e cominciò a massaggiarmelo col palmo della mano. Gli altri due mi si misero a fianco e presero a divertirsi con i miei capezzoli.
Io mi eccitavo sempre di più ma quel depravato che mi stava frizionando il glande svolgeva in modo tremendamente lento la sua incombenza.

Avevo un cazzo talmente duro che quasi scoppiava ed era diventato quasi di colore violaceo. “Banda di debosciati smettetela e fatemi sborrare. ”
“J. vedi di farlo star zitto che ci sta annoiando. ”. L’uomo non se lo fece ripetere due volte salì sopra di me e di nuovo mi infilò in bocca il cazzo enorme, che nel frattempo gli era tornato in tiro dopo essersi a profusione sollazzato a torcere, titillare, mordicchiare i miei capezzoli.

Questo atto ebbe la capacità di eccitarmi ancora di più e schizzai fuori quello che a me sembravano ettolitri di sborra.
Quel depravato lascivo invece di fermarsi continuò a manovrare con ostinazione il mio cazzo e la cosa mi diventava sempre più fastidiosa.
“Sublime” disse J. “continua, continua a segarlo in questa maniera che quando sussulta la puttana succhia meglio. ”.
Dopo avermi riempito di carne mi riempì di nuovo di sperma che dovetti di nuovo ingoiare.

Poco dopo ebbi una nuova eiaculazione.

Padrone V

“Buon giorno”
“Buon giorno a lei”
Dopo i giorni frenetici per la chiusura del trimestre era di nuovo tornato tutto alla normalità. Era la prima ad arrivare in ufficio e le piaceva la sensazione di essere sola in un posto così grande che poteva considerare tutto suo, almeno fino a quando non arrivavano i colleghi, ma la cosa che più la spronava al mattino era la possibilità di avere un qualche tipo di contatto con Padrone.

Tutto era partito come gioco ed ora invece le sembrava che quello sconosciuto in qualche modo la conoscesse, ma che anche la comprendesse più a fondo di quello che altri potessero fare.
Arrivata alla sua postazione salutò con un sorriso la foto di Momo e si diresse al solito cassetto, abitudine ormai consolidata che se anche non vi trovava nulla di nuovo al suo interno le piaceva questa sorta di rito mattutino. Lo aprì.

Giorno fortunato, c’era una shitola chiusa da un nastro di raso, sotto al quale era appoggiato un biglietto piegato

Indossalo e lascia il tuo nella shitola.
Padrone

Sorrideva. Un nuovo regalo. Tanti ultimamente e quindi compiti semplici da svolgere. Sciolse con cura il nodo ed aprì la shitola lentamente. Rimase affascinata dal pregio della stoffa, dalle finiture elaborate… poi si riprese e chiuse di colpo il coperchio. Era in ufficio e quello nella shitola era un reggiseno, che vergogna se qualcuno l’avesse vista! Si guardò attorno per constatare di essere ancora da sola.

Nessuno, per fortuna. Guardò di nuovo la shitola come se riuscisse a vedere attraverso il coperchio, cercava di capire cosa fare, rileggeva il bigliettino e sapeva che a differenza dei sali da bagno questo compito lo poteva svolgere lì, anzi doveva farlo, doveva lasciare il suo reggiseno al posto di quello che le aveva dato Padrone. Il suo istinto le diceva di farlo, la ragione cercava ogni sottigliezza per impedirglielo, nel frattempo si guardava attorno per controllare se qualche collega fosse arrivato.

Cedette all’istinto, lo avrebbe fatto, ma non lì nella stanza comune. Prese la shitola, la mise nella borsa e si diresse verso il bagno. Mentre camminava cercava ancora di trovare delle scuse per non farlo, per trovare un appiglio per sorvolare su quella parte del gioco. Che Padrone fosse uno di quei maniaci che comprano intimo usato su internet?! Assurdità, non poteva concepirlo, se fosse solo quello che senso avrebbe dare in cambio un altro reggiseno, per di più costoso.

Nulla, proprio nulla le sembrava si potesse appuntare. Quello era un regalo ed in più aveva l’ordine di lasciare in cambio qualcosa, il suo intimo di sicuro era molto meno costoso, alla fin fine era un guadagno da parte sua…
All’improvviso le tornarono in mente tutte le facce interrogative delle commesse dei negozi quando chiedeva loro dei reggiseni e quelle piacevolmente colpite dei suoi ex una volta nuda davanti a loro, la sua mano istintivamente si infilò nella borsa e iniziò a farsi strada nel coperchio della shitola.

Ma non lì, non poteva, era ancora in corridoio.
Fin dalla pubertà, appena il suo corpo cominciò a cambiare, notò che le attenzioni dei compagni nei suoi confronti erano cambiate, le accennate forme di donna che si andavano pian piano formando, sempre più generose erano il punto focalizzante degli sguardi dei maschi, perfino uomini dell’età del padre la guardavano in quel nuovo modo strano, lussurioso, morboso che la facevano sentire sporca al solo accorgersi dei loro pensieri.

Così cominciò a vestirsi in modo poco appariscente a cercare di nascondere le forme, le stingeva, le dissimulava curvando le spalle, tanto che ora, anni dopo, le commesse nei negozi di intimo si interrogavano silenziosamente se la taglia che lei dava era giusta. Era giusta, sì, ma nessuno lo sapeva, per questo aveva timore che anche Padrone si confondesse.
Arrivata in bagno, profumo di detersivi e splendore su tutte le superfici, meglio del suo bagno a casa.

Andò dritta all’ultima porticina per il water, chiuse la porta ed abbassò la tavoletta, poggiò la borsa, tirò fuori la shitola. L’aprì lentamente.
Il raso di un celeste chiaro era finemente ricamato, tono su tono, motivi floreali a coprire completamente le coppe, le sembravano abbastanza capienti. Tirò fuori dalla shitola il reggiseno, cercò la targhetta. Non c’era. La sua impressione era giusta, nessuna marca, nessun simbolo, cuciture e ricami perfetti, era artigianale! Profumava di nuovo, lo avvicinò al petto, lo poggiò sotto i seni, sembrava della giusta taglia.

Sorrise.
Uno dopo l’altro aprì tutti i bottoni della camicetta rivelando il suo reggiseno “normale” che assolutamente sfigurava alla presenza dell’altro. Tolse la camicetta e slacciò il reggiseno, anche se grandi i seni erano sodi e stavano su naturalmente. Abbassò le braccia e lasciò scivolare via il suo intimo. Prese l’altro, quasi massaggiandone la stoffa, accarezzandola per sentire lo stacco netto tra il raso ed il ricamo. Lo portò sotto il seno, lo tirò un po’ più su facendolo scivolare sulla pelle della pancia.

Accolse come un guanto la sua femminilità. I gancetti si incontrarono perfettamente dietro la sua schiena, lo allacciò. Neanche le spalline erano da regolare, perfette. Perfetto tutto, ora che lo aveva indosso ne apprezzava ancora di più la fattura. Lo accarezzava, le piaceva, sentiva persino i capezzoli da sotto la stoffa che si inturgidivano.
Si ricordò di essere a lavoro e non poter seguire ciò che quel calore al basso ventre le suggeriva di fare.

Infilò la camicetta senza abbottonarla, prese il suo reggiseno e lo piegò per metterlo nella shitola, quando però scostò la carta velina rimase perplessa. C’era dell’altro da parte di padrone. Stessa stoffa, stessi ricami, lo prese. Un paio di slip, no, culottes brasiliane. Le vedeva, le toccava, ma sembrava non capire cosa farne poi, senza pensarci, come se il corpo si muovesse da solo, cominciò a tirarsi su la gonna fino a che non riuscì facilmente ad infilarci sotto le mani.

Due dita si infilarono nell’elastico degli slip ed li portarono in basso, fino alle ginocchia. Era strana la sensazione di non avere nulla sotto la gonna, ma ora era più importante la sensazione degli slip che erano caduti alle caviglie. Tenendosi e con cura li sfilò dai tacchi, li piegò e li ripose nella shitola. Facendo attenzione a non rovinare il regalo di Padrone infilò le culottes un piede dopo l’altro e poi le tirò su facendole scivolare sulla pelle delle gambe, sempre più su, spinse la gonna in alto per riuscire ad indossarle.

Che strana sensazione, non aveva mai indossato culottes brasiliane, si sentiva sia avvolta che esposta ma decisamente le piaceva di sapere che in quel modo era più provocante per il regalo di una persona che non aveva mai visto o che comunque non sapeva chi fosse ma che sembrava conoscere i suoi gusti e riusciva a spingerla verso cose nuove ma che una volta scoperte le piacevano.
Aveva voglia di aprire la porticina così com’era con la camicetta sbottonata e la gonna alzata fino alla vita per riuscire a specchiarsi nel grande specchio sulla parete opposta del bagno, sapeva di essere sola, ma non aveva così tanto coraggio.

Aveva la mano sulla maniglia e gli occhi bassi a guardare i seni salire e scendere sotto i respiri profondi. Ancora un attimo di indecisione poi il pudore prevalse e si rivestì a dovere. Confezionò il pacchetto da lasciare a Padrone e lo mise nella borsa.
Un’ultima controllata all’abbigliamento ed uscì, si guardò allo specchio, tutto apposto. Guardò con più attenzione focalizzandosi sul seno, sapeva che era grande ma sapeva anche di riuscire a dissimularlo bene, Padrone invece lo sapeva ed apprezzava, non sapeva se apprezzava davvero ma secondo lei non poteva essere altrimenti.

E se quel regalo stava ad indicare di valorizzare di più la sua femminilità? Del resto tutti i regali fin ora ricevuti sembravano avere come scopo quello di valorizzarla e farla sentire bene. Si guardò attentamente allo specchio e cominciò a tirare in dietro le spalle, a spingere il petto in fuori, o meglio, a portarlo dove doveva essere. Si girò di tre quarti, era voluttuoso, ma le sue forme abbondanti erano sinuose sul suo corpo e si trovò bella.

Dopo tanto tempo e tante insicurezze quell’istante le sembrò quello in cui finalmente si accettava.
Uscì dal bagno, erano ormai arrivati tutti in ufficio, camminava fiera e felice nel corridoio e tra i colleghi, vedeva molti di loro girarsi e guardarla con apprezzamenti appena trattenuti. Non le dispiaceva più, non le importava, sapeva che questa metamorfosi era dovuta da una persona e lei dedicava a quella stessa persona il riconoscimento che stava ottenendo da quegli sguardi.

Il mattino seguente, nel solito cassetto, ritrovò l’intimo che aveva lasciato il giorno precedente e le sue caramelle preferite.

Potete trovare il seguito di questa storia e gli altri miei racconti sulla mia pagina de “I racconti di Milu”.