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Una sera in piscina

E sempre stata una mia fantasia vederla nuda e magari che facesse qualcosa con altri, pero lei quando a letto fantasticavo su questo si stizziva.
Quella sera pero …..
L’ho accompagnata ad un corso d’aggiornamento fuori citta, la sera un suo collega invito mia moglie, io e gli altri due colleghi presenti al corso a cenare da lui.
Possedeva una bella casa con piscina un bel giardino mangiammo fuori bevemmo un po’ anche mia moglie che di solito non beve mai.

La giornata di giugno era calda e afosa uno dei presenti propose visto il caldo e la piscina disponibile del collega di un bel tuffo per rinfrescarci un po’. Il proprietario disse e lì a nostra disposizione io non parlai mia moglie chiese ma voi avete i costumi?
La risposta fu no ma ci tuffiamo nudi, mia moglie disse ma voi siete matti io nuda con voi tre maschi siete fuori e poi rivolgendosi a me disse tu lo faresti?
Allora delle chiese ma non hai mai fatto il bagno nuda a mezzanotte in spiaggia, lei rispose di no.

Loro dissero be noi lo facciamo e iniziarono a spogliarsi, mia moglie mi guarda perplessa ed io gli dico dai andiamo a rinfrescarci anche noi intanto cosa vuoi che sia vedono due tette e un po’ di pelo e iniziai a spogliarmi, mi tuffai e la invitai a entrare dicendoli che era magnifico, anche i suoi colleghi la invitarono dicendogli di non vergognarsi intanto era fatta come tutta e loro non era la prima volta che ne vedevano una nuda e non si sarebbero scandalizzati.

Mia moglie si verso un altro bicchiere di vino lo beve tutto d’un fiato si alza e inizia a spogliarsi i suoi colleghi esultarono facendogli un applauso dicendogli brava. Io ero già eccitato un po’ confuso era la prima volta che lo faceva ora, era in intimo in piedi a bordo piscina noi in acqua rimase li ferma un po’ poi ….. si tolse il reggiseno e libero la sua terza che si manteneva ancora su nonostante i suoi 37 anni e dalla piscina ci fu un boato di gioia e vidi che anche gli altri erano eccitati c’è l’avevano duro.

Poi si giro dandoci il lato b e si tolse anche gli slip dicendo chiudete gli occhi che entro, naturalmente nessuno chiuse gli occhi, si giro ed entro mi venne vicino e mi diede un bacio, parlammo un po’ ogni tanto gli tiravano un po’ d’acqua ci divertivamo e vedevo che ogni tanto guardava sotto i loro cazzi duri, la cosa mi eccitava parecchio. Giorgio usci dalla piscina e andò a prendere 5 bicchieri e del limoncello co il suo cazzo duro in bella vista mia moglie lo segui con lo sguardo poi Luca disse Giorgio guarda come te lo guarda e lei divento rossa e si appoggio a me io la abbracciai e le toccai le tette gli diedi un bacchio arrivo Giorgio con i bicchieri di limoncino si sedette a bordo piscina giusto in parte a mia moglie con il suo cazzo ancora dritto gli diede il bicchiere mentre Dario si sedette anche lui a bordo piscina e lo sguardo di mia moglie si sposto su di lui non l’avevo notato sottacqua ma aveva un cazzo enorme penso 24,25 considerando i miei 18.

Vide subito mia moglie che lo guardava e gli disse mai visto cosi grande, dopo alcuni istanti a bocca aperta disse no e divento rossa mentre noi scoppiamo in una risata.
I tre colleghi uscirono rimmanemmo noi due dentro lontani da sguardi e orecchie indiscrette gli dissi ti piaccerebbe mettere in atto le nostre fantasie e lei ma sei fuori ma era un sei fuori bo penso non convinto l’aiutai a uscire arrivo Dario li porse l’asciugamano e la scuadro da testa ai piedi dicendogli sei verramente figa, Luca ridendo disse intanto non ti fa un pompino che gli fai i complimenti mia moglie gli fece il dito medio e disse e chi te lo dice che non glielo faccio.

Tutti di shitto mi guardarono e Luca sempre lui disse non lo fa c’e suo marito e io risposi perche se non ci fossi lo farebbe? Lui siiii credimi e penso non solo a lui poi ci girrammo verso mia moglie e…….. stava toccando quel cazzo enorme di Dario io m i bloccai Luca rimase a bocca aperta Giorgio stava arrivando con altri limoncini si fermo davanti a loro poggio il vassoio per terra mentre vidi la mano di Dario toccarle la figa Giorgio si alzo mi guardo un attimo e inizio a toccarle le tette Luca era sempre fermo si giro verso di me verso loro e mia moglie si stava baciando con Dario e Giorgio le stava succhiando le tette allora io mi avvicino a loro mia moglie si stacca con la bocca da Dario Giorgio si ferma lei mi guarda senza staccare la mano da quel enorme cazzo passano alcuni secondi la bacio ci riguardiamo negli occhi vedo ls sua voglia gli prendo la testa tra le mani gli do un altro bacio poi gli guido la testa verso quel cazzo lei lo prende in bocca e inizia un pompino meraviglioso Giorgio le stava rittocando le tette Luca solo in quel momento realizzo penso quello che stava accadendo e esclamo arrivo mentre io avevo gia la lingua sulla sua figa mai sentita piena di umori cosi me la gustai un po poi fecci spazzio a Giorgio vedi Luca succhiarli le tette mentre lei aveva ancora quel cazzo in bocca lo spompinava con tanta passione mai vista io mi sedetti e mi gustai quella scena tanto fantasticata un po.

Poi Luca disse a Dario basta ora godere della sua bocca ora tocca a me lo scanso e infilo il suo in bocca a mia moglie Dario allora scanso Giorgi e infilo la sua lingua in quella figa fradicia d’umori, Giorgio si avvicino a Luca e mia moglie inizio a succhiare due cazzi cosi mi avicinai a loro ora ne aveva tre. Dario si stacco dalla figa con la lingua e la penetro con qun cazzo enorme mia moglie urlo di piacere.

Continuammo un po finche Dario non disse sto venendo allora mia moglie mollo tutto si giro e lo presse tutto in bocca mentre Luca aprofitto del buco libro e infilo il suo cazzo finche non venne il suo momento e sborro sulle sue tette ora cera Giorgio e sborro anche lui sulle sue tette ora infilai il mio mentre a Dario era tornato duro e stava gia rigodendo della sua bocca io gli venni dentro ,lei intanto continuava con quel pompino meraviglioso.

Aveva la sborra che colava dalla sua bella fighetta e andai a leccarla finche Dario non arrivo col suo cazzo lo avicino alla figa mi sfiorro la lingua la penetro di nuovo io l’asciai posto e andai a baciare mia moglie sapeva da cazzi ma era una cosa fantastica. Dario disse vengo pero questa volta mia moglie non si giro lo prese dentro urlando tutto il suo piacere. UN nuovo tuffo in piscina per lavarci l’odore del sesso uscimmo ci rivestiamo salutiamo lasciandoci con ci rivediamo?.

Come in un sogno, in un gioco

La luce del fuoco disegna lampi asincroni e tenui sulle pareti, le fiamme proiettano le nostre ombre in direzioni casuali e mutevoli, è un effetto psichedelico, ma molto rallentato, che riempie lo spazio tra di noi, attori immobili delle nostre immagini del momento. Mi stai davanti e io ti vedo attraverso il controluce impazzito del fuoco, che arde voluminoso nel caminetto, hai spento tutte le luci, sacerdotessa esperta di questo rito pagano della tua fantasia, le tue linee sono morbide e disegnano intorno al tuo corpo un profilo slanciato, la mia mente si sforza di riproporre un’immagine familiare di te, scorre al suo interno la lista delle foto scambiate sull’e-mail del contrabbando libidinoso, e poi le discussioni e gli orgasmi in un monitor umido di desiderio.

Ora sto cercando di ricondurre questa tua figura di adesso a qualche cosa che so, o che è già stato, il mio pensiero si muove animato da un’energia rapida e urgente: la paura.
Cerco di guardarmi da fuori, mi sforzo di assumere una prospettiva esterna a me stesso, che mi ricomprenda in qualche schema banale e rassicurante, un’avventura, uno sporco incontro, una storia a temine, “sesso e nulla più…..” mi dico in tono rassicurante e indolente.

Penso a mia moglie e al bozzolo di inganni in cui l’ho rinchiusa, da lì non mi vede ma non crederebbe ugualmente ai suoi occhi, la immagino muoversi appagata nella sua casa, cerco di reprimere lo stupido senso di colpa che si fa strada facilmente in un punto scosceso della mia coscienza, ma sono troppo concentrato nell’immagine di me stesso per non pensare a lei. Lei intanto mi guarda, ha accatastato i miei vestiti vicino al camino, mi balena in mente il pensiero idiota del dolce tepore di quando li potrò rimettere, sono completamente nudo, era nei patti della sera prima: “Ti spoglio completamente e tu non mi puoi toccare, sarai il mio giocattolo perverso”.

La mia pelle ha il colore caldo dei riflessi del fuoco, se cominciassi a sanguinare nessuno se ne accorgerebbe. Lei ha occhi di un nero concavo, nell’oscurità della stanza scintillano, di una luce residuale e profonda, pozzi bui di stelle lontane, mi catturano con il loro acume melmoso, io mi sento di una nudità ancora più denudata, una figurina secondaria dell’umiliazione fisica, ha le pupille dilatate e la bocca leggermente socchiusa in una sorta di sorriso definitivo e compiaciuto, guardo il suo seno, i suoi fianchi rotondi e sensuali, ha messo la gonna di pelle nera di quella fotografia, piccole linee rigonfie sui glutei delimitano il contorno delle sue mutandine, porta calze velatissime, che sfumano come in un’aureola evanescente intorno alle caviglie sottili.

Un tacco lungo affinato e indecente, prolungamento dei suoi stessi pensieri, la fa sembrare altissima, sottile e potente. Mi rendo conto che il suo abbigliamento rappresenta meticolosamente qualche parte di me, lo conosco già: era in tutte le conversazioni notturne davanti al computer e in ogni fotografia che ci siamo scambiati al mercato osceno della comune perversione. Questo appuntamento è il capolinea, pericoloso, inopportuno quanto inevitabile, come un destino accessorio e secondario nella mia vita, un ramo della mia fantasia che pensavo seccato dalla banale quotidianità di una vita tranquilla, ma che ora rivive percorso da desideri troppo ingombranti e veloci.

Ci sono arrivato per inerzie successive, con la speranza che lei non ci fosse: avrei aspettato un po’ e poi sarei andato via col cuore sollevato. Ora mi guardi come un felino addomesticato da circo, so che non puoi farmi del male ma ho paura di te. Mi fa un po’ male a sinistra e sento caldo davanti e freddo, alla schiena. Il legaccio al polso lo hai serrato di più e ora mi duole, mi sento aderente e consono alla curvatura di questa sedia, ne seguo gli angoli col mio corpo, formando un segno visibile, come un quattro nell’ombra.

Provo a muovere le gambe ma rimangono serrate alle legature, così pure le braccia, sento formicolii gelidi diffondersi attraverso le vene in una direzione tra fuori e dentro, tra pelle e anima.
“Ora ti lego alla sedia – mi hai detto – vedrai che ti piace, ho portato le corde, lo farei con le calze ma il patto era che io restassi vestita, ricordi?”.
Il pesante nastro adesivo grigio posato sulle labbra da zigomo a zigomo mi obbliga a respirare col naso, sento le mie labbra paralizzate come appiattite in un’espressione di stupore.

Passi i tuoi occhi dappertutto sul mio corpo bianco, li fai scivolare nelle pieghe delle ascelle, fai scrutare loro le spalle, li fai scendere lungo il declinare dolce del torace fino alla pancia, poi verso la piega tenera del bacino, per tuffarli sul mio sesso, e farli poi riaffiorare più avanti e giù veloci e famelici per le gambe, fino alle caviglie serrate alla sedia con la corda sottile e penetrante. Per associazioni di immagini ora guardi i miei polsi, e chiudi il cerchio e la gabbia in cui mi hai rinchiuso.

Non sento emozioni catalogabili nel senso comune del termine, quanto piuttosto un languore, un formicolio, che si diffonde al limite esterno della mia pelle, come a difesa o in attesa di qualcosa. Non sono eccitato, non lo so perché, forse per dispetto o forse è colpa di mia moglie, ma il mio membro se ne sta afflosciato come svuotato o scuoiato da tribù primitive della mia coscienza. Lei se ne accorge e con un’ombra di disprezzo negli occhi pare all’improvviso animarsi di lussuriose intenzioni.

“Cos’è? Non ti piace? O non ci hai mai provato? Guardami, ora mi tocco per te”.
Avrei voluto darle dei baci, piccoli baci di superficie per capire chi fosse e magari trovare la via, ma ora, da questa posizione, mi stanno balenando nella testa migliaia immagini di sue possibili versioni e possibilità. Vedo la sua mano salire su per il suo petto, seguire lentamente la curva tenera del seno, insinuarsi nella piega della camicetta di raso, poi in successione rapida vedo il seno nudo, chiaro e il capezzolo viola e turgido.

L’altra mano, seguendo itinerari opposti, è affondata tra le cosce, premuta contro un punto basso del ventre, le ginocchia si sono unite e formano una sorta di tenaglia nella quale è racchiuso il suo sesso.
Il suo respiro si fa pesante, sembra assumere forme e volumi e viaggiare sulle stesse onde dei riflessi del fuoco su di noi, sento il cuore che mi batte sul collo, pompa sangue e attesa e sudore. Ora mi fissa di nuovo e i suoi occhi sono pugnali lanciati, sento un languore su per la schiena gelida, intanto lei si solleva un poco la gonna e si sfila le mutandine, le vedo a terra tra le sue scarpe, si china a raccoglierle, si avvicina e me le passa sulla fronte e poi me le preme sul naso “Senti il profumo del mio sesso, sai quante volte l’ho sentito sulle mie dita quando ci parlavamo di notte.

” Parla con una voce sussurrata, che mi arriva trasportata dalla luce del fuoco insieme all’odore denso e pungente del suo sesso, mi viene da pensare all’odore del mare nelle mareggiate d’inverno. Ora si abbassa, la vedo inginocchiarsi davanti alla mia sedia, vedo la sua testa passarmi a pochi centimetri, ne subisco il profumo, ma ho una percezione dilatata della realtà per cui il movimento di lei mi sembra lunghissimo, infinito, lei guarda in direzione del mio pene, lo sfiora col suo respiro, ci sento sopra il peso dei suoi occhi che scrutano e del suo naso che aspira, mi predispongo a percepire una qualsiasi sensazione umida di contatto che dia una direzione al tutto, invece lei gira la testa di lato e dice “Dai entra ! Puoi entrare ora !”.

E’ come se si accendesse una flash nella mia testa, per un attimo tutte le idee si fermano abbagliate e non capisco bene cosa stia accadendo, lei ha i gomiti poggiati sulle mie ginocchia nude, sento una pressione e capisco che si sta alzando. Di fianco qualcuno o qualcosa si muove, quasi ne intuisco il calore e il volume, l’ombra si espande laterale e si avvicina a lei, ora lo vedo, un uomo alto e vestito con una giacca blu e pantaloni grigi, ha il viso liscio e un’espressione per bene, gli occhi hanno angolature a scendere, ha capelli lunghi, tirati indietro e raccolti in un corto codino, lei gli va incontro e lo abbraccia, dopo un tempo incalcolabile, si voltano dalla mia parte, mi viene da pensare ai cacciatori dei safari, lei dice: ”Ti presento mio marito”.

Il nastro adesivo mi preme sulle labbra, sento di avere un’espressione acquosa e poco comprensibile, il fatto mi rassicura, mi si allineano nella mente tutte le ipotesi più abiette e banali, mi viene da ridere e comincio a sudare di un sudore immaginario e mi sento ingabbiato in un vicolo dell’infelicità. Ora lui la gira di spalle, le poggia le mani sui fianchi, non parla, le solleva la gonna, vedo le sue natiche chiare brillare come di bianco vapore, lui ci poggia le mani sopra e le stringe con forza.

Lei ha inarcato un poco la schiena e ha chiuso gli occhi, sembra godere di quella stretta energica, ora si volta e si accovaccia piano davanti a lui. Seduta sui talloni mi guarda e mi pare di leggere in fondo ai suoi occhi tutta la scena che seguirà, gli sbottona la patta dei pantaloni e tira fuori il suo pene già eccitato, mi guarda di nuovo mentre passa la lingua sulle palle, poi a salire sull’asta, fino alla sommità della cappella, chiude gli occhi e ingoia tutto con una bramosia a****lesca.

Vedo il pene dell’uomo apparire e sparire nel senso della lunghezza intorno alle sua labbra, lo ingoia tutto e poi lo fa rispuntare umido e turgido, lui è come svenuto in un’espressione allucinata e contemplativa. Per lunghi minuti rimango come imbalsamato nel mio stupore, poi lei si accorge che il suo uomo è arrivato, allora si alza, lo porta vicino a me tirandolo per il pene, me lo vedo proprio davanti; lei gli passa alle spalle, e da dietro comincia a masturbarlo, vedo la sua mano vicinissima percorrere ferocemente l’uccello, ogni tanto si ferma e se la passa sulla lingua così per rendere il movimento più fluido, poi, come una scossa a bassa tensione che scuote l’uomo, lei stringe con più forza e lo fa esplodere forte, un fiotto caldo e violento mi colpisce tra il collo e la spalla, sento il contatto tra il liquido e la mia pelle come un tocco leggero ma denso, poi rivoli giù per il petto a sporcare la mia identità frustrata.

Lui si accascia quasi svuotato, lei lo aggira, si avvicina mi guarda e dice “Ti amo piccola troietta stupita, ora ti pulisco” si abbassa e comincia a leccare lo sperma del suo uomo, lo raccoglie con la lingua e lo ingoia con movimenti fluidi da palcoscenico, lui intanto ha iniziato a toccarsi di nuovo, ha appoggiato una mano sulla mia spalla per sorreggersi e guarda il mio pene. Lei lecca, io sento la sua lingua strisciare ruvidamente oppure dolcemente sulla mia pelle, scivola sul seme, se ne impregna e ingoia, piano piano la sento avvicinarsi, come un serpente untuoso al mio membro, ci gira intorno indolente e sorniona, l’odore dello sperma è pungente, mi sento umido e appiccicoso, lui continua a toccarsi, ora la visione della moglie lo eccita di nuovo, lei se ne accorge e con una mano si dedica a lui, contemporaneamente sento come una ventosa umida e viva, guardo e vedo che lei me lo ha preso in bocca e me lo risucchia forte in gola, sento la sua lingua premerlo sul palato, come a volerlo svuotare.

Onde violente mi partono dal cervello e vanno a riempire i campi essiccati dei miei sensi, la vista del pene dell’uomo che si ingrossa riempie tutto il mio campo visivo, sento come un bruciore al ventre, il fuoco continua a illuminarci con variazioni calde e diradate, disegna profili avvinghiati e spudorati, un ritmo lugubre e a****le si è insinuato tra le nostre figure e sincronizza i piaceri delle nostre solitudini, vorrei che mi strappassero la benda dalla bocca e sputare lontano questo piacere immondo che mi sta divorando, l’uomo pare leggere qualcosa nei miei occhi, prende il bordo del pesante nastro e lo strappa via.

Finalmente liberate le mie labbra si espandono al respiro, l’uomo ora non guarda più la sua donna ma la mia bocca, lei intanto mi fa sentire il calore della sua lingua tra le cosce mentre con la mano me lo stringe, mi viene come un guizzo rallentato di piacere dal ventre e la disperazione lentamente cambia forma e colore, sono immobilizzato, incastrato e stritolato tra leve di un piacere invincibile, l’uomo libera il suo pene dalla morsa della mano della donna, afferra la mia testa dalla nuca e la spinge in avanti contro il suo uccello di nuovo eccitato, io chiudo gli occhi e lo prendo tra le labbra, poi apro la bocca lo sento scorrere accompagnato da un colpo misurato di bacino.

Ora sono una puttana formidabile, sento il suo cazzo avanti e indietro sulla lingua, io ne seguo il profilo trovando di volta in volta la giusta pressione, ne percepisco le vibrazioni, che si ricongiungono a qualcosa della mia eccitazione, onde della stessa madre che mi attraversano schiantandosi nella bocca di lei che mugola rapita. Il seme dell’uomo è sgorgato lento e non copioso, l’ho sentito in gola scendere attraverso i miei sensi e bagnare i territori vergini e assetati della mia perversione, lui se lo tiene in mano, quasi dolorante e io gli stillo le ultime gocce con la punta della lingua, lei ha capito, scosta le labbra dal mio, il mio pene, e inizia a masturbarmi con il ritmo di chi vuole farlo scoppiare subito, lo fissa un attimo, i suoi occhi sono diamanti neri, io mi sento deragliare sopra a un brivido caldo e violento, l’uomo si china e la sua bocca si apre a rubare le prime gocce pure e opaline della mia verginità indecente.

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Padrone VIII

Quella notte dormì sul divano. Non aveva voglia di spostare i regali di Padrone, anche per paura di rovinarli, li avrebbe dovuti indossare per uscire con Lui! Semplicemente aveva chiuso la porta per evitare che Momo andasse a dormirci sopra, cosa che aveva fatto anche al mattino dopo essersi preparata per andare in ufficio. Era sabato, solo mezza giornata di lavoro, quindi aveva tempo per prepararsi al meglio, per evitare inconvenienti prima ancora di iniziare a lavorare aveva telefonato all’estetista ed alla parrucchiera per prendere appuntamento.

La cosa che le risultò difficile fu dover togliere il collare, non era più abituata a stare senza ma per tutto il tempo lo tenne nella borsa dove andava ad afferrarlo e tastarlo in continuazione.
Il pomeriggio passò nei preparativi, era agitata, molto, ma questa volta riuscì a fare tutto, però aspettò solo l’ultimo momento per indossare i vestiti che le aveva lasciato Padrone il giorno precedente. Si guardò nel grande specchio in camera, il vestito era bellissimo, con una scollatura quadrata ed aderente fino alla vita da dove poi scendeva un ampia gonna a pieghe.

Mancava solo l’ultimo tocco. Slacciò il collare e lo ripose con cura sul comodino, prese il chocker abbinato al vestito che aveva trovato in una shitolina e lo indossò. La medaglietta dorata pendeva esattamente al centro della gola e le piaceva come spiccava sull’abito scuro. Era pronta, prese un cuscino ed andò alla porta, la socchiuse e si inginocchiò su di esso, prese il foulard e si bendò come il giorno prima.
Non passò molto prima che sentì quei passi cadenzati risuonare nella tromba delle scale.

Si avvicinavano, Padrone si avvicinava, oggi finalmente lo avrebbe visto, gli avrebbe parlato. Le arrivò dell’aria gelida addosso e si irrigidì ancora, sentì un passo e la porta chiudersi, le mani di Padrone le accarezzarono i capelli, le era vicinissimo, ne sentiva il calore ed il profumo muschiato. La tensione della benda si allentò e mentre le scivolava sul viso lui le disse

“Questa non è più necessaria. ”

lei teneva gli occhi bassi per abituarsi alla luce, quando finalmente iniziò ad alzarli di fronte a lei c’era un uomo in completo scuro che le porgeva una mano per farla alzare.

Lo guardava in viso, non lo conosceva, non sapeva chi fosse, le era sufficiente riconoscere in lui Padrone. Prese la mano e si alzò. Con quei tacchi era alta quasi un metro e ottanta ma per guardarlo negli occhi doveva alzare lo sguardo solo di poco, non era come nel sogno, non era talmente alto da farla sembrare una bambina, ma quegli occhi, così profondi, incutevano timore, al limite della paura reverenziale, anche l’atteggiamento deciso e calmo faceva aleggiare intorno a lui un’aura di rispetto.

Era più grande di lei, ma non riusciva a stabilire di quanto, il suo corpo era forte, si intuiva anche con tutti i vestiti addosso ma in lui c’era anche quel modo di fare esperto che si acquisisce solo con l’età.

“Andiamo. ”

Le prese sottobraccio e la condusse alla porta. Lui prese le chiavi, lui diede le mandate alla serratura, lui mise le chiavi in tasca e lei a guardare imbambolata.

Scesero per le scale, con i tacchi alti non era un’impresa facile per Rossana ma Padrone non forzava l’andatura, la teneva sottobraccio e la sosteneva. Usciti dal palazzo una macchina li stava aspettando, l’autista aprì la portiera, lei entrò e si spostò sull’altro lato per far posto a Padrone.
Il tragitto in macchina sembrò irreale, Rossana non aveva neanche mai preso un taxi, non sapeva se poteva parlare apertamente davanti all’autista e così lasciò che tutte le domande che aveva accumulato da tempo le turbinassero in testa aspettando che qualcuno interrompesse il silenzio per permettere anche a lei di parlare, ma non avvenne.

La macchina sfrecciando sotto i lampioni si diresse fuori città.
Era tutto come un sogno, non si rendeva neanche conto di dove fosse o per quanto avessero viaggiato, seguiva con lo sguardo le luci nella notte ed aveva timore di guardare gli altri due uomini che condividevano la sua stessa macchina. Si fermarono di fronte una villa, l’autista aprì a Padrone che dopo essere sceso tese la mano a lei per aiutarla ad uscire.

Si incamminarono sottobraccio verso l’ampia porta d’entrata che era aperta ed illuminata, ad aspettarli c’era un cameriere. Allora era un ristorante, pensò Rossana. L’enorme sala con i tavolini riccamente apparecchiati era vuota, c’erano solo loro tre. Il cameriere li condusse ad un tavolino vicino la vetrata che affacciava sulla vallata e dopo averla fatta accomodare sparì dietro un angolo.
Si guardava attorno un po’ in ammirazione un po’ per domandarsi il motivo di quella solitudine, il ristorante era bellissimo e curato eppure era vuoto, mentre vagabondava con lo sguardo incontrò quello di Padrone che la stava fissando, lei sorrise imbarazzata ed abbassò gli occhi, non sapeva cosa fare.

Per fortuna arrivò il cameriere con la prima portata a spezzare quel momento, ma non avevano ordinato… o si era distratta così tanto? Mangiò in silenzio e con la testa china, si sentiva gli occhi di Padrone addosso e quando si azzardava a sbirciare in alto lo trovava a guardarla. Aveva la testa che le faceva male per tutte le domande che voleva fare ma che quando alzava gli occhi le si fermavano in gola, quando per l’ennesima volta i loro occhi si incrociarono lei era pronta ad abbassarli di nuovo ma lui con voce calma e profonda le disse

“Parla pure, hai qualcosa da chiedermi.

Erano state le prime parole da quando erano usciti da casa ed erano tutto ciò che aspettava ma in un certo senso aveva ancora timore di parlare così, nell’agitazione se parlare o meno, parlò con voce acuta e velocemente, quasi a sovrapporre una parola con la successiva
“Chi sei? Come mi conosci? Perché hai iniziato questo gioco? Dove porta tutto questo?”
Rimase un attimo in silenzio e sentì quel silenzio riecheggiare in tutta la sala e si vergognò infinitamente, non riuscendo più a guardare Padrone abbassò di nuovo gli occhi sulla tovaglia di cui ormai conosceva perfettamente la trama fine.

Passò qualche istante, poi arrivò la voce di Padrone ad avvolgerla

“Guardare al passato fa rimanere bloccati a ciò che non è più. Guardare al futuro è legarsi alla limitatezza della propria immaginazione. L’unica opzione è il presente. Dimmi, ti piace essere qui ed ora?”

Rossana aveva alzato gli occhi e quella domanda le era stata posta fissandola dritta in faccia. Non pensò a come rispondere, lasciò che la bocca parlasse al posto suo
“Sì… ma non è vivere alla giornata che ti permette di affittare un intero ristorante di lusso il sabato sera…”
Ascoltò le sue parole come fosse una spettatrice, solo dopo si accorse che potevano risultare offensive, stava per piegare di nuovo la testa quando vide un sorriso sulle labbra di Padrone

“Vivere il presente non significa arrivare fino al prossimo tramonto, significa sentirsi vivi in ogni singolo istante e fare ciò che si desidera, i frutti raccolti sono i più deliziosi.

Su un’altra cosa ti sbagli, non ho affittato il ristorante. È mio. ”

Era affascinata da quell’uomo e da quelle parole. Continuava a sentirsi in soggezione ma allo stesso tempo si sentiva bene.
La cena finì, il cameriere li accompagnò all’uscita dove trovarono l’autista ad aspettarli vicino alla macchina. Il nuovo, silenzioso, tragitto li riportò al punto d’origine, proprio sotto l’appartamento di Rossana. Come prima, Padrone la aiutò ad uscire dalla macchina e la prese sottobraccio, l’autista gli porse un pacchetto ed entrarono nel palazzo.

Salirono dalle scale, sempre rispettando l’andatura di lei, lui aprì il portoncino e lo richiuse alle loro spalle lasciando le chiavi sul mobile lì vicino.
Sempre in silenzio la accompagnò in camera da letto. Lei era un fascio di nervi, non sapeva cosa sarebbe accaduto ma allo stesso tempo si lasciava guidare senza fare resistenza alcuna. Si fermarono ad un passo dal letto e lui la fece girare. Erano davvero vicini, Rossana sentiva il calore del corpo di quell’uomo a pochi centimetri da sé, quando riuscì ad afferrare il coraggio per muoversi con le labbra verso di lui se lo vide quasi sparire dagli occhi.

Si era accovacciato, lei lo guardò perplessa, poi lui posò delicatamente la mano sulla caviglia di lei che assecondando i suoi movimenti sfilò una scarpa e poi l’altra. Padrone tornò in piedi ed ora lo sguardo di lei vagava nella regione non ben definita tra le clavicole ed il collo di lui, ora sì che lo sentiva ergersi indefinitamente alto. La afferrò dalle spalle e la fece girare, con una mano le spostò i lunghi capelli da un lato e con l’altra afferrò la chiusura lampo e cominciò a farla scendere lungo la spina dorsale.

Più che spogliarla sembrava accarezzarla attraverso la stoffa. Aperto completamente il vestito la aiutò a sfilare delicatamente le braccia dalle maniche, senza fretta, sfiorando appena la pelle tiepida di lei. Il vestito si afflosciò sui suoi fianchi e lui dolcemente lo fece scendere finché non cadde a terra.
Rossana sentiva con tutta la pelle esposta la presenza di quell’uomo dietro di lei che sicuramente la stava accarezzando con gli occhi, le piaceva quello sguardo, le pareva che la apprezzasse, che non la vedesse come un mero corpo ma come era veramente e questo la faceva sentire a suo agio.

Due dita le si poggiarono tra le scapole, la percorse un brivido, le dita scesero e si fermarono quando incontrarono il reggiseno, lei sospirò e la tensione intorno al suo busto diminuì di colpo. Le dita non la toccavano più.

“Girati. ”

Quella voce profonda le vibrò dentro e l’accese tutta. Si girò, labbra umide, zigomi in fiamme, sguardo in alto a cercare i suoi occhi, quando si incontrarono sentì che le spalline del reggiseno le stavano calando facendolo infine cadere senza suono sopra il vestito.

Lui si abbassò di nuovo sempre tenendo gli occhi in quelli di lei che lo videro inginocchiarsi e senza distogliere lo sguardo fece andare le mani a colpo sicuro sui fianchi di Rossana proprio sull’elastico delle culottes, lo afferrò e lo tirò in basso. La stoffa scese lentamente sulle gambe tornite e quando il suo sesso venne esposto sentì il respiro di lui che le ghiacciava gli umori che la bagnavano, sentì quel brivido risalirle la spina dorsale ed incendiarla di desiderio dal di dentro.

Quando l’intimo fu alle sue caviglie Padrone tornò in piedi davanti a lei, per tutto il tempo non avevano smesso di guardarsi, lei sentiva il proprio desiderio crescere e moltiplicarsi ad ogni istante passato, bramava che la toccasse invece di sentire centellinato il tempo in cui le loro pelli si incontravano. Lui portò le mani dietro il collo di Rossana, come per abbracciarla ma invece di trarla a sé slacciò il chocker. Ora era nuda, completamente, tutta la sua pelle era alla mercé degli occhi di Padrone.

Lui si allontanò di un passo lasciandola bloccata ed irrigidita sul posto, prese la shitola che gli aveva consegnato l’autista, l’aprì e usando solo gli indici tirò fuori una vestaglia da notte di seta avorio. Tornò da Rossana

“Alza le braccia. ”

Lei eseguì, lui lasciò che la stoffa morbida che le aveva sospeso sopra le ricoprisse il corpo. Con un gesto elegante le fece uscire i capelli da sotto la vestaglia e con una carezza amorevole sul viso la fece stendere sul letto.

Rossana si lasciava guidare, completamente devota al volere di lui ma non riusciva a capire perché la stava comprendo con le coperte e perché fosse ancora vestito, non aveva visto quanto lo desiderasse? Quando era inginocchiato davanti a lei non aveva sentito il profumo del suo desiderio?
Lui le accarezzava il viso e le sorrideva, per un attimo si fece buio per lei, quando riaprì gli occhi lui era ancora seduto sul letto ad accarezzarla, attimi di buio si susseguirono sempre più frequentemente e sempre più a lungo ma i suoi occhi si riaprirono sempre sulla figura di Padrone… del suo Padrone…
L’ultima volta che li riaprì la stanza era al buio e Padrone di spalle stava uscendo dalla porta.

Potete trovare il seguito di questa storia e gli altri miei racconti sulla mia pagina de “I racconti di Milu”.

Padrone VII

“Buon giorno”
“Buon giorno a lei!”
Era radiosa, ormai erano passati diversi giorni da quando Padrone l’aveva ricompensata con un’intera confezione delle sue caramelle preferite, ricompensa per aver messo il collare, ma questo non spiegava il motivo per cui lei lo togliesse solo per lavarsi e per dormire ma che comunque al mattino era la prima cosa che indossava appena aperti gli occhi. In ascensore, sola come al solito, si specchiava e si piaceva.

I capelli lunghi le scendevano sciolti quasi fino a metà schiena, le spalle con un po’ di abitudine erano aperte e tese senza più la voglia di nascondere i suoi seni prosperosi, ma la cosa che la allietava più di tutte era il sapere di avere un segreto al collo celato sotto un sottile strato di seta ma che nessuno notava.
Camminava con passo deciso facendo suonare i tacchi sul duro pavimento mentre si avvicinava alla sua postazione.

Non c’era ancora nessuno in ufficio, non che le importasse, avrebbe comunque fatto quella camminata da passerella con tutti gli occhi addosso, non si sentiva più in soggezione per il giudizio degli altri, non le importavano più i pensieri lussuriosi che poteva provocare, perché ora lei si sentiva appagata sapendo che Padrone la apprezzava e la valorizzava per quello che era.
Arrivò al suo angolino ed andò subito al cassetto. C’era un biglietto piegato, nient’altro.

Lo prese e lo aprì sapendo già di trovare un ordine.

Lascia la porta socchiusa ed aspettami alle 18 bendata ed in ginocchio in corridoio.
Padrone

Due sentimenti corsero paralleli e la attanagliarono. Finalmente avrebbe conosciuto Padrone, da soli loro due, avrebbero potuto parlare e lei… lei… l’altro pensiero si fece strada e sovrascrisse il primo, non aveva abbastanza tempo per prepararsi, per presentarsi al meglio, voleva andare dal parrucchiere, dall’estetista, ma non poteva uscire in anticipo dal lavoro, era in scadenza di contratto e voleva che glielo rinnovassero, cosa che non sarebbe accaduta se prendeva un pomeriggio libero senza preavviso.

Le salì l’ansia di non riuscire a prepararsi come aveva pianificato da tempo quando fantasticava su un loro possibile incontro, mentalmente escludeva una voce della lista per poi riprenderla quando toglieva qualcosa di più lungo ed impossibile da realizzare.
“Sempre la prima ad arrivare. ”
La voce di Claudia la fece saltare, si girò e nascose dietro la schiena il biglietto.
“… Già…”
rispose Rossana, ma finita di dire quell’unica sillaba si accorse che il minimo d’ordine che aveva fatto nei suoi pensieri svanì del tutto lasciandole una tabula rasa.

“Qualcosa non va? Ti vedo pensierosa. ”
“No no, tutto apposto…”
Dentro di sé si malediceva e malediceva la sua collega per aver interrotto i suoi pensieri, era sicura che senza quella spinta di adrenalina che aveva avuto alla prima impressione si sarebbe dimenticata qualcosa di fondamentale.
Si sedette, lasciando intendere a Claudia che avrebbe cominciato a lavorare subito affinché la lasciasse in pace, così fu e lei poté riprendere i suoi pensieri, ormai rovinati e da ricostruire dalle fondamenta e senza slancio.

Per tutto il giorno fu distratta, continuava a guardare l’orologio, ricontrollava la lista delle cose da fare nella mezz’oretta che aveva dal suo tipico orario di rientro a casa e l’appuntamento, riguardava l’orologio e non era passato neanche un minuto. Era una follia! Aveva un milione di cose da fare ed era bloccata lì, più pensava e più le saliva l’ansia.
Quando scoccarono le 17 shittò come una molla, aveva già sistemato la sua scrivania, prese le sue cose e si diresse verso l’ascensore alla velocità massima che i tacchi le permisero.

Per tutto il tragitto in autobus fissò l’orologio scoccare i secondi troppo lentamente. Arrivata a casa per prima cosa tolse le scarpe per muoversi più in fretta, per quanto era fortunata, invece della mezz’ora che aveva previsto aveva solo venti minuti. Niente doccia, non ce l’avrebbe mai fatta, passò in bagno solo per buttare nel cesto dei panni da lavare la camicetta che si era sfilata mentre camminava e per irrorarsi di profumo. Troppo! Dall’armadio in camera da letto prese una camicetta bianca che poteva andar bene con la gonna scura che indossava, la infilò e chiuse solo un bottone giusto per non farla muovere troppo, gli altri li avrebbe sistemati dopo.

Andò in salotto, come mai lei che è di solito così ordinata ora invece le sembra che tutto fosse fuori posto?! Prendendo a destra e a manca oggetti da mettere a posto o da far sparire dietro l’anta di un armadietto si fece strada verso la cucina, la guardò e le venne voglia di chiudere la porta a chiave e far finta che quella porta affacciasse sul nulla, era pulita e rassettata ma per lei era come vedere il cassetto dei calzini del padre… Tolse dalla vista tutto quello che nella sua mania e frenesia momentanea le sembrasse fuori posto.

Guardò l’orologio. 5 minuti! Come era possibile?! Cosa aveva fatto per tutto quel tempo? Guardò fuori dalla finestra per vedere se qualcuno che potesse essere Padrone fosse sotto il palazzo. Nulla. Corse in camera e prese tutto quello che sembrava portasse disordine e lo buttò nell’armadio, rassettò il letto, corse in bagno, spruzzò altro profumo e si spazzolò i capelli. Che disastro! Non riusciva più a pensare ad altro che non fosse una tragedia.

Si abbottonò la camicetta e per la fretta saltò un bottone e dovette ricominciare da capo. Guardò l’orologio. Era tardi! Andò alla finestra, nessuno, e se fosse già entrato nel palazzo? Lei lo doveva aspettare in corridoio. Corse alla porta d’entrata, infilò di nuovo le scarpe, abbassò la maniglia e lasciò uno spiraglio aperto. Fece un passo in dietro e si inginocchiò a terra con qualche lamentela da parte della gonna.
Il cuore le andava a mille, sentiva pulsare tutto il corpo, il respiro corto ed affannato tentava ogni volta di strappare un bottone alla camicetta.

In ginocchio era scomoda ed i tacchi di certo non aiutavano, lei guardava fissa lo spiraglio della porta aspettando che si allargasse. Una folgorazione, le tornò in mente il bigliettino, si doveva ancora bendare. Si guardò attorno per cercare qualcosa, con difficoltà cercò di alzarsi, rinunciò quando capì di poter usare il foulard che aveva al collo. Del resto stava per incontrare Padrone, non era necessario tener celato il collare. Annodò la stoffa e le si fece buio.

Che ora era? Quanto tempo era passato? Le sembrava un’eternità. Cercava di stare attenta ad ogni rumore che provenisse dalla porta. Il ronzio dell’ascensore più di una volta, la lasciò senza respiro mentre lentamente sorpassava il suo piano e continuava a salire lentamente. Se qualcuno del suo pianerottolo avesse visto la sua porta socchiusa e avesse provato ad entrare per sapere se andava tutto bene l’avrebbe trovata lì in ginocchio, bendata e con un collare, avrebbe dovuto cambiare appartamento per la vergogna.

Un rumore di passi cadenzati, dapprima lontani e poi sempre più vicini, le fece rizzare le orecchie. Sembrava che qualcuno stesse salendo le scale, gradino dopo gradino, quando si fermò era sicura che lo aveva fatto davanti al suo portoncino. Era Padrone, ne era sicura. Attraverso la stoffa della sua benda vide la luce aumentare e poi le arrivò un soffio d’aria gelida addosso. Fremette, non era mai stata così agitata, aveva paura che muovere un singolo muscolo avrebbe rovinato tutto.

Un passo più vicino e la porta si chiuse. Rimase immobile, sentiva la presenza di qualcuno davanti a lei ma rimaneva in silenzio, rimase pietrificata nonostante il dolore alle gambe per la posizione scomoda. I passi ricominciarono, si allontanavano da lei, andavano verso la sua camera, entrarono e tacquero di nuovo. Cosa stava succedendo? Aveva una voglia matta di togliersi la benda e correre in camera ma la paura di una punizione di Padrone non le fece neanche girare la testa in quella direzione, era paralizzata e tesa.

I passi ripresero, si avvicinavano, si fermarono davanti a lei. Le sembrava che insieme al profumo di muschio che ormai aleggiava riusciva a percepire il calore di un corpo, poi una mano le si poggio sulla testa e accarezzandole i capelli toccò la sua guancia infuocata. Non ci credeva, era tutto reale, non lo stava sognando, sospirò come per prendere il tempo prima di parlare ma la voce profonda dell’uomo che le stava davanti la colse di sorpresa

“Sei stata brava.

Fatti trovare pronta domani alle 22. ”

Dapprima sentì soltanto il suono di quella voce, era da molto che se la immaginava ed ora che l’aveva finalmente sentita la sua immaginazione le sembrò così povera. Era profonda, dura e severa ma in qualche modo rassicurante, faceva perfetto specchio alla personalità di Padrone. Quando la sua mente smise di fantasticare e soffermarsi su cose così velleitarie si accorse che c’era anche un messaggio in quel suono, quando lo capì sentì il rumore del portoncino chiudersi.

Padrone non le stava più accarezzando la guancia, non ne sentiva più la presenza. Improvvisamente si sentì sola, abbandonata e nello sconforto pronto a sfociare in disperazione. Tolse la benda, non le avrebbe più pesato un’eventuale punizione se era per lenire questo stato. Non c’era nessuno, era sola. Tentò di slanciarsi verso la porta per inseguire Padrone ma era stata per troppo tempo in ginocchio che le sue gambe non la ressero e cadde a faccia in avanti riuscendo a proteggersi solo all’ultimo istante.

Si sentiva una fallita abbandonata, una lacrima già le solcava il viso.
Dopo qualche minuto riuscì ad alzarsi, si affacciò per le scale ma non c’era nessuno, neanche un minimo suono. Andò alla finestra per guardare in strada, niente anche lì. Aveva solo voglia di rannicchiarsi sul letto e sfogare il pianto che stava trattenendo a stento, quando attraversò la soglia della camera rimase senza parole. Sul letto, affianco a della stupenda lingerie avorio, era steso con cura un abito blu scuro in velluto lucido, a terra, ai suoi piedi delle scarpe in raso dello stesso colore.

Non sapeva se ridere o piangere. Aveva un appuntamento con Padrone!

Potete trovare il seguito di questa storia e gli altri miei racconti sulla mia pagina de “I racconti di Milu”.

La mia esperienza con una coppia cuckold parte 46

-Quarantaseiesima parte-

Il fine settimana trascorse senza particolari accadimenti, Paolo era rimasto a casa sua, sarebbe venuto a trovarci il venerdì successivo, scopammo come pazzi parlando sempre della possibile introduzione di Roberta nei nostri giochi, la cosa stava ormai diventando un chiodo fisso, anche per Simona che era ansiosa di fare sesso con la mia amante.
Lunedì sera quando rientrai dal lavoro trovai Simona particolarmente scura in volto, taciturna e triste, le chiesi il motivo e lei mi rispose che semplicemente le era arrivato il ciclo ed era dolorante, intuii subito che era una scusa, mi tornò in mente quello che mi aveva confidato Paolo, il vero motivo del suo cattivo umore non poteva essere altro che la delusione per non essere incinta, però prendeva la pillola, lo faceva spesso davanti ai miei occhi, come poteva anche solo minimamente sperarlo, decisi di chiarire la cosa per l’ennesima volta:
– “Io penso che tu non sia dolorante ma delusa, o sbaglio?”;
– “Perché delusa? Non capisco…”;
– “Hai capito benissimo a cosa mi riferisco Simona, non prendermi in giro, speravi di essere incinta vero?”;
– “Cosa? Non capisco Gianluca, cosa stai dicendo?”;
– “Simona, te lo ripeto per l’ultima volta: non voglio avere figli, soprattutto nella situazione in cui ci troviamo, la cosa mi sta davvero stufando!“.

Spalancò gli occhi ed arrossì vistosamente, deglutì nervosamente, poi mi rispose con un tono di voce estremamente turbato:
– “Lo sai quanto ci tengo, solo che rispetto il tuo pensiero, ciò non toglie che, nonostante prendo la pillola, si possa verificare un miracolo, non lo nego, mi conosci troppo bene ormai per continuare a non dirti come la penso, inoltre erano in ritardo. ”;
– “Questa tua fissa non deve diventare un’ossessione, sai come la penso, punto e basta, non ti azzardare a non prendere i dovuti provvedimenti per evitare di restare incinta perché sarebbe la fine dei nostri rapporti, mi sono spiegato?”;
– “Tranquillo Gianluca, non farei mai una cosa del genere…”;
– “Con questo considero il discorso chiuso per l’ultima volta, ok?”;
– “Promesso, ti chiedo scusa, saprò farmi perdonare promesso.

”.
Si avvicinò sculettando e guardandomi eccitata, mi fece un pompino straordinario, ingoiando di gusto il mio sperma, concluse l’opera guardandomi negli occhi con il viso colante del mio seme dicendo:
– “Questo consideralo solo l’antipasto…”.
Cenammo tranquillamente, era tornata sorridente, servizievole e sensuale come al solito, quella sera sapevo già che l’avrei inculata selvaggiamente, lo desiderava sempre quando aveva il ciclo ed anch’io avevo voglia di farle davvero male.
Mentre mi facevo la doccia suonò il suo cellulare, lo aveva dimenticato in bagno, rispose davanti a me, era Paolo, la avvisava che aveva bisogno di lei per alcune firme, sarebbe dovuta andare a casa loro mercoledì’ e restarci almeno per una settimana.

Non prese molto bene la notizia ma erano questioni importanti e si rassegnò ben presto alla richiesta del marito.
Durante la giornata successiva pensai che sarebbe stato bello avere Roberta con me nei giorni di assenza di Simona, le telefonai nel pomeriggio, proponendole di trasferirmi a casa mia per quella settimana, non sapevo come avrebbe preso la proposta ma accettò volentieri, anche perché aveva la possibilità di non frequentare l’università in quel periodo, poteva trascorrere tutto il tempo che voleva con me, era perfetto.

Quella sera lo dissi a Simona, ero sicuro che non avrebbe avuto niente da obiettare, infatti mi sorprese per l’ennesima volta:
– “Hai avuto un’ottima idea, vorrei essere li con voi, chissà cosa combinerete, posso far installare qualche telecamera? Ne uscirebbero delle scene eccitantissime”;
– “Davvero non ti secca?”;
– “Assolutamente, poi in qualunque caso non sono nella posizione di vietartelo, sei libero di fare quello che vuoi con lei, te lo ripeto, vorrei essere solamente con voi tutto il tempo, vi divertirete un sacco mentre io sarò con quel pirla di mio marito, però non farti sfinire troppo perché quando torno avrò finito il ciclo e dovremmo recuperare il tempo perduto.

”;
– “Tranquilla, lo sai che sono sempre pronto…”;
– “Lo so tesoro mio, a proposito me lo vuoi dare un saluto prima di non vederci per una settimana?”.
Eravamo seduti sul divano in sala, si sedette sulle mie gambe iniziando a baciarmi con molta passione, intanto si spogliò restando completamente nuda, mi slacciò i jeans, mi tolse gli slip, sedendosi sul mio cazzo ed inculandosi senza nessun preliminare, cominciò la sua solita danza, continuando a baciarmi ed a sussurrarmi fantasie su quello che avrei fatto con Roberta nei giorni successivi, durò parecchio e raggiunse un orgasmo meraviglioso, le sue gambe tremarono tantissimo, segnale di quanto le era piaciuto, terminai riempendola del mio seme sul viso, lasciandole ripulire come al solito ogni minima goccia.

Mercoledì mattina andai al lavoro, salutai Simona, avrebbe preso il treno alle 10,00, mi salutò con aria dispiaciuta, mi ribadì che mi sarei dovuto divertire in sua assenza, voleva una relazione dettagliata di cosa avevamo fatto io e Roberta, si raccomandò anche di approfittarne e cercare di convincerla ad un incontro a tre.
Telefonai a Roberta poco prima di cominciare il lavoro, la invitai a passare in ufficio a prendere le chiavi, così poteva sistemarsi prima del mio arrivo per pranzo.

Arrivò puntualissima, indossava un paio di jeans neri che fasciavano il suo meraviglioso culetto in maniera straordinariamente sensuale, pregustavo già il momento in cui lo avrei avuto davanti al cazzo, fu molto formale, in fin dei conti i miei colleghi avevano conosciuto Simona come la mia ragazza, sarebbe stato imbarazzante spiegare chi fosse per me. Con il passare del tempo ed essendo a stretto contatto si era creata una certa confidenza con Paola, la mia collega, la sua curiosità la fece insospettire:
– “Non mi dare della pettegola ma chi era quella bella ragazza?”;
– “Un amica, niente di che…”;
– “Scusa ma come mai le hai dato le chiavi di casa tua?”;
– “Hey, ma cos’è un terzo grado? Studia architettura, il palazzo dove vivo è di suo interesse, considerato che non c’è nessuno in casa è andata a fare delle foto per l’università.

”;
– “Ecco dove l’avevo già vista quella bella ragazza, è la figlia dell’Architetto Tonelli, uno dei nostri clienti più vecchi. “;
– “Con lui invece io non ho un buon rapporto, spero di non incontrarlo mai. ”;
– “E’ amico del direttore, ogni tanto si trovano nel suo ufficio, mi sa che ti toccherà incontrarlo prima o poi…”.
Quell’uomo mi perseguitava, me lo ritrovavo sempre in mezzo ai coglioni, prima al supermercato, adesso qui, speravo con tutto il cuore che non mi mettesse nuovamente il bastone fra le ruote.

Rientrai per la pausa pranzo, trovando Roberta ad accogliermi, ero teso per la notizia di suo padre, si accorse che qualcosa non andava e gliene parlai, purtroppo aveva praticamente tagliato i ponti con lui, però mi promise che se ce ne fosse stato bisogno lo avrebbe invitato a lasciarmi in pace.
Quando tornai al lavoro decisi che non potevo aspettare che scoppiasse la bomba, ero entrato in sintonia con il direttore e gli parlai di come avevo avuto problemi con quel tizio, cercai di essere sincero con lui, non omettendo i particolari più spiacevoli, mi confidò che gli aveva accennato di questo terribile ragazzo di sua figlia e si stupì che ero io, però mi promise che tutto ciò non mi avrebbe cerato problemi, quello che facevano i suoi dipendenti al di fuori del lavoro a lui non interessava, mi riteneva un elemento valido e non sarebbe stato sicuramente questo fatto a rovinarmi la reputazione, anzi mi accennò che presto avrei avuto un altro incarico all’interno dell’agenzia.

Le sue parole mi rincuorarono e continuai a lavorare tranquillamente, mi ero tolto un grosso peso dallo stomaco.
Quando rientrai a casa io e Roberta andammo a farci una corsa insieme, le parlai del mio colloquio con il direttore ed anche lei fu felice di come mi aveva risposto.
Mi preparò un’ottima cenetta al nostro ritorno, era brava ai fornelli, anche se quello che mi stimolava in maniera particolare era il dopo cena, era stata ammiccante e mi aveva stuzzicato tutta la giornata, senza però concedersi, sembrava quasi giocare come il gatto fa con il topo prima di mangiarselo.

Dopo aver sistemato la cucina mi disse che aveva bisogno di farsi un’altra doccia, si sentiva addosso la puzza di quello che aveva cucinato, avevo intuito che era una scusa per prepararsi meglio, la lasciai fare aspettandola in sala con molta ansia. Mi raggiunse poco dopo, indossava solamente un completino intimo rosa davvero sensualissimo ed un paio di scarpe rosse con il tacco altissimo, i capelli legati in una coda di cavallo alta come sapeva che adoravo, sfilò davanti ai miei occhi, il cazzo mi scoppiò negli slip, abbassò lo sguardo e sorrise, si piegò con la testa verso di me dandomi un bacio e mi sussurrò:
– “Allora come ti sembro?”;
– “Mi sembri una Dea scesa sulla Terra, fatti vedere meglio…”.

Sorrise compiaciuta, si girò e fece danzare le sue chiappe davanti ai miei occhi, erano uno spettacolo, secondo me negli ultimi tempi il suo culo si era ancora fatto più tonico e definito, presi il filo del perizoma, lo spostai leggermente, mi bagnai un dito e lo passai sui suoi buchetti, grondava umori in maniera esagerata, aveva voglia, mi concentrai infine su quello del culo, spinse verso la mia mano ansimando, delicatamente infilai la prima falange all’interno, si girò sorridendo, passandosi la lingua sulle labbra, infine con decisione fece entrare completamente il dito, ruotando il culo per farsi stimolare meglio, infilai anche un secondo dito, un fremito pervase il suo corpo, vidi la pelle d’oca sulle sue chiappe, ebbe un attimo di esitazione, probabilmente sorpresa, poi tornò a ruotarlo.

Le mie dita ormai esploravano in profondità le sue chiappe, feci ruotare la mano e con un altro dito le sgrillettavo il clitoride, penetrandole poi contemporaneamente anche la figa, la quantità di umori che grondavano erano un chiaro segnale di quanto ormai si fosse lasciata andare alle gioie del sesso anale, quella sera avrei fatto fare gli straordinari al suo culetto. La guardavo mentre come la più consumata della zoccole roteava il culo con le mie dita conficcate dentro, la ragazza timida e restìa a certe pratiche si era trasformata, era pronta a farsi inculare per compiacermi, dando pure dimostrazione di arrivare al punto di gradirlo, non solo accettarlo, mi aveva proposto di essere la mia amante, ruolo che da sempre criticava e condannava, l’eccitazione e la soddisfazione che mi regalava Roberta erano perfino superiori a quelle di Simona, lei era troia di natura, non si era trasformata per amore.

Ebbe un orgasmo, cosa che raramente le avevo visto provare masturbandole il culo, ansimò ed esclamò a gran voce:
– “Vengo Gianluca, vengo, non ti fermare ti prego!”.
Avevo la mano grondante dei suoi umori, si girò, si sedette sulle mie gambe baciandomi con passione, il suo respiro era affannato e mi sussurrava parole dolci, restammo a lungo in quella posizione, le nostre lingue si intrecciavano in maniera sensualissima, sentivo che i miei sentimenti per lei erano veri e profondi, avrei potuto trascorrere tutta la notte in quel modo senza stufarmi.

Ad un certo punto si alzò, mi guardò intensamente, prese la mia mano invitandomi a seguirla, nella sala c’era una poltroncina con la seduta molto ampia e piatta di tessuto bianco, piuttosto bassa, era talmente scomoda per sedersi che risultava solo un complemento di arredo, si inginocchiò su di essa, abbassandosi fino a far aderire i seni alle sue gambe, sollevò il suo magnifico culo, girò la testa guardandomi eccitata, con le mani aprì le chiappe mostrandomi il suo buco del culo arrossato e dilato dalla mia manipolazione di pochi minuti prima, lo sapeva quanto mi eccitava vederlo fare ad una donna, era consapevole che quel gesto sarebbe stato un invito per me irresistibile, sentii il cazzo gonfiarsi talmente tanto che avrebbe potuto scoppiare, glielo piazzai davanti al viso, lo prese in bocca cominciando a succhiarlo ed insalivandolo abbondantemente, colava letteralmente.

Era sempre stata brava con la bocca ma quella sera lo trovavo particolarmente stimolante, continuava a sorprendermi ogni volta per quanto si era lasciata andare, poco dopo tornai a piazzarmi dietro di lei, si bagnò con la saliva le dita di una mano, inumidendo abbondantemente il buco del culo, infilò dentro prima una, poi due dita, ruotandole all’interno per dilatarlo meglio, sentivo il sangue pulsare, ero eccitatissimo, mi stava invitando a fare quello che aspettavo da tutta la sera, appoggiai il cazzo sul suo buco culo, infilando dentro lentamente solo la cappella, scivolò facilmente al suo interno, mi fermai, attendevo che fosse lei a farmi vedere quanto e come lo desiderava, allungò una mano, arrivando a stringermi una chiappa del culo, puntò con le unghie e con decisone mi tirò verso di lei, il cazzo le entrò con forza tutto dentro, restò ferma per qualche secondo, girandosi verso di me con la bocca spalancata, notai la comparsa della pelle d’oca sulle sue gambe e sulle chiappe, si passò la lingua sulle labbra e mi sussurrò:
– “Fammi male Gianluca…”.

Cominciai ad incularla ad un ritmo sempre maggiore, tornò ad aprirsi le chiappe con forza per agevolare la penetrazione, notavo la tensione nelle sue braccia e come le gambe ogni tanto cedevano sotto i miei affondi, gemeva moltissimo, un misto di dolore e di piacere, senza però minimamente dare l’impressione che volesse che mi fermassi. Sovente estraevo il cazzo per ammirare come il buco del culo restasse dilatato ed arrossato per poi affondarlo nuovamente con forza al suo interno, la vedevo esausta, il suo culo non era abituato a questo tipo di sollecitazione, lo feci uscire, facendolo scivolare nella sua figa, gemette subito moltissimo, mi soprese però quanto fosse bagnata, segnale di grande eccitazione nonostante non amasse l’anale come Simona, cominciai a scoparla mentre con il pollice della mano destra le penetravo nuovamente il culo, bastarono pochi affondi per farle avere un altro orgasmo, fu intenso e lo evidenziò senza freni, chiedendo di non fermarmi.

Ad un certo punto mi chiese di fare una sosta, si inginocchiò e cominciò a spompinarmelo con foga, voleva farmi venire, era evidente come accompagnava con la mano, apriva la bocca e se lo segava pensando che dovessi sborrare, invece ero particolarmente in forma quella sera, la sollevai di peso baciandola, la appoggiai sul tavolo della sala, la feci girare di lato, appoggiai il cazzo sul suo buco del culo e le sussurrai:
– “Non ho ancora finito con te stasera…”.

La inculai nuovamente, in quella posizione il cazzo la penetrava con estrema facilità, alternai entrambi i suoi buchi a lungo, mi guardava eccitata e soddisfatta di come la stavo scopando, fu proprio il suo sguardo a portarmi al punto di raggiungere anch’io l’orgasmo, la feci rimettere in ginocchio e cominciai a segarmi davanti al suo viso, spalancò la bocca e chiuse gli occhi, sborrai in maniera abbondante schizzandola ovunque, aveva il volto completamente ricoperto del mio sperma, teneva gli occhi chiusi per non farli bruciare, se lo prese in bocca per ripulirlo, la guardavo ingoiare di gusto, con le dita tolsi quella che si era fermata sugli occhi porgendogliele da succhiare, quando ebbe gli occhi puliti li riaprì ringraziandomi, poi usando il cazzo si spinse in bocca il resto, adoravo vederle fare queste cose e lei lo sapeva.

La feci alzare, la feci sedere sul tavolo e la baciai con passione sussurrandole parole dolci:
– “Sei meravigliosa Roberta…”;
– “Mi piace tantissimo fare l’amore con te Gianluca, grazie per avermi invitata a stare da te…”;
– “Grazie a te per aver accettato…”;
– “Potrei prenderci gusto lo sai?”;
– “Mai dire mai, Roberta, chissà…”;
– “Sei stato solo un po’ cattivo, mi brucia tanto il sedere…”;
– “Sei stata te a dirmi di farti male, ricordi?”;
– “Ma tu mi hai preso alla lettera, a parte gli scherzi mi è piaciuto moltissimo.

”;
– “E’ piaciuto molto anche a me Roberta, davvero moltissimo. ”.
Continuammo a baciarci ancora per un po’, poi andammo a farci la doccia ed infine a letto, era ormai tardi, chiacchierammo ancora per una buona oretta prima di addormentarci.

Continua….

Irreversibile

Questo non è solo un “racconto” ma quasi una confessione di come sono stato abusato da un vero Porco! Già da piccolo adoro mettere i vestiti di mia madre, nei pomeriggi solo in casa… cosi come mi piace provare i suoi trucchi, mettere l’ombretto, il rossetto ed anche un po’ di cipria …e osservarmi con il volto femminile.

Il mio è sempre stato un corpo molto esile, poco maschile: spalle strette, capelli lisciatissimi lunghi con un taglio più femminile che maschile. Sono nata a Palermo, in una famiglia umile ma felice, mio padre muratore, un vero è onesto lavoratore, e mia madre, la classica casalinga di carattere allegra e maniaca delle pulizie.
Il passaggio dalle medie al liceo è stato traumatico sotto tantissimi punti di vista, anche perché; L’intero istituto era composto per lo più da ragazzi, con cui non avevo un grandissimo rapporto,(quasi tutti).

All’epoca frequentavo il mio primo anno di liceo…e stavo lentamente e confusamente, scoprendo la mia personalità piena di complessi, desideri contraddittori, pulsioni contrastanti e voglie a cui non sapevo se dar sfogo o reprimere.
Un giorno una mia compagna di classe (Alessia) mi chiese se volessi andare con lei travestito da femmina ad una festa di carnevale organizzata dal nostro istituto. Dicendo: “ E normale travestirsi, lo stiamo facendo tutti! Dai ti prego!! Io voglio travestirmi da Jessica Rabbit! e tu? ..Se vuoi, puoi usare se vuoi le mie cose o di mie sorella!!” Ovviamente mi piaceva travestirmi… ma segretamente, sempre e solo in privato…E quale miglior e unica occasione per farlo in pubblico? Il presto era ideale…
Aldilà di tutto si trattava solo di una festicciola scolastica, come tutte le altre…
La mattina seguente, verso le 8 , la raggiunsi puntuale a casa sua… Penso di aver cambiato mille colori per il misto di voglia, eccitazione e vergogna che provavo mentre Alessia e le sorella mi preparavano, facendomi indossare un po’ di tutto! “Dai non fare il difficile, hai pure i capelli lunghi, sarai uno spettacolo, prova questo, metti questo ecc..” Indossando tutte quelle cose attillate la mia eccitazione era anche alle stelle, avevo una voglia incredibile di indossare nuovamente abiti femminili e di uscire finalmente in pubblico, che nessuno poteva immaginare.. Ma anche tanta paura… Per la reazione dei miei “amici”…
Avendo un guardaroba stracolmo di vestitini da far invidia a qualsiasi sex shop.

Come mi aspettavo.. Il lavoro delle mie nuove amichette è stato più che soddisfacente!! Indossavo: una mini nera di pelle lucida, calze di seta nere con la riga dietro ed un paio di scarpe rosse col tacco a spillo! Sopra avevo un corpetto anch’esso nero a tono con la mini gonna e per finire, trucco molto pesante!! Naturalmente, mi vergognavo un po’, avevo paura delle conseguenze, anche perché; Più che una donna.. Sembravo una vera puttana!! Loro erano divertite e con un sorriso complice mi rassicurarono con un: “Fidati di noi Farai un successone!” Di sicuro quella scelta è stata anche la mia e come tante altre volte, alcune scelte si scontano per tutta la vita!
Verso le 8:30, il papà di Alessia, un po’ indispettito per il nostro travestimento eccessivo, specialmente il mio! Ci accompagnò in auto a scuola, dicendo però: che dovevamo trovarci un passaggio per il ritorno.

In macchina ricordo che mi guardava moltissimo per come ero conciata… A disagio in quel momento pensavo mille cose!!! (Se si è un ragazzo e ci si è travestiti da donna per divertimento magari la cosa non suona più tanto giusta). Ma ero troppo eccitata conciata in quel modo , , e dei suoi sguardi indispettiti e del passaggio per il ritorno non ci volevo pensare assolutamente… al momento.
La festa….. si svolgeva in una palestra molto piccola! Il campo di pallavolo adibito a sala da ballo era illuminato solo con luci basse e colorate, e chi non ballava stava seduto ai lati di quello spazio quasi immerso nella totale oscurità.

Conciato in quel modo, notai subito una serie di sguardi e battutine su di me. Inutile dire che tutto ciò mi imbarazzava parecchio, avevo anche previsto tutto questo, però mi sono sentito solo ed abbandonato. Alcuni ragazzi (che non conoscevo), di qualche anno più grandi di me, iniziarono perfino ad urlarmi qualsiasi oscenità in dialetto stretto davanti hai professori, che guardavano divertiti la scena.. Oggi si direbbe bullismo? Allora era semplicemente uno scherzo… e ovviamente più andava avanti la festa più si beveva, e più i ragazzi diventavano fastidiosi.

Fino a quando…
Cominciai a notare anche lo sguardo sempre più insistente del bidello!! “ per tutti Zio Franco”. Un omone di mezz’età. La mascolinità fatta persona con quella testa rasata, alto sul metro e novanta, robusto, scapolo e di moralità molto chiacchierata. Lo guardai sorpresa tutto il tempo, ma lui continuava a fissarmi….
(Faccio una premessa: non avevo mai capito che a zio Franco piacessero i ragazzini, era un po’ grezzo ma molto gentile con noi, ci sorrideva sempre, era sempre molto disponibile insomma un gigante buono).

La situazione è stata imbarazzante fin da subito, con i miei compagni di classe, ero sempre meno a mio agio, ma nonostante tutto sbirciavo quel suo pacco, che sembrava scoppiare all’interno dei jeans, e quando mi sorprendeva a fissarlo mi sorrideva, abbassava lo sguardo e faceva correre le dita su quella Mazza!
Avendo tutta la mattinata per stare insieme a me senza interferenze con troppi professori, subito è diventato Mio amico, e tra una chicchera e l’altra mi ritrovai poco dopo, seduto sulle sue ginocchia a guardare gli altri che ballano… In braccio mi raccontava storie delle sue avventure, in breve: Cercava di farmi capire che la vita sarebbe stata divertente e piacevole solo che io mi fossi conformata ai suoi consigli.. Mi soffiava nelle orecchie e mi dava piccole leccatine e bacetti molto dolci.. Inoltre sotto il mio culetto avvertivo una cosa grossa e calda che cercava di farsi posto fra le mie natiche!…Devo dire che tutto ciò mi piaceva, è stato quasi Romantico.

Ma nel posto e nel momento sbagliato! Quando avvertì che mi stava piacendo molto cominciò a toccarmi senza esitazione le cosce e mi spiegò, Blaterando assurde logiche confusionali, che se volevo avere le tette come quelle delle mie compagne di liceo dovevo farmi scopare da lui!!!!
A disagio dopo quella Teoria assurda, un po’ per la musica alta e qualche drink di troppo… Decisi di allontanarmi da lui un attimo, sentivo troppo caldo, dovevo rilassarmi e corsi in bagno.

Entrando chiusi la porta, semi distrutta… Accendo una sigaretta, tiro le prime boccata e comincio tranquillizzarmi… Finalmente, ci voleva proprio ..un po’ di silenzio…
Poco dopo però, sentì dei passi pesanti e veloci dall’altra parte della porta, il fumo è rimasto denso intorno a me, e quando si aprì la porta entrò Lui.. zio Franco! (il bidello). “Ehi signorina ha sbagliato questo è il bagno degli uomini..” disse sorridendo. Io Diventai come un peperone e subito mi alzai dalla tazza, cercando di spegnere la sigaretta.

“Rilassati scema, lo sai già non lo dico a nessuno!” .. Mentre fumavo parlava continuando a massaggiarsi il cazzo, che notai si stava ingrossando sempre di più. Tempestandomi con mille e inutili complimenti… sapevo benissimo dove voleva arrivare!
“Stai benissimo vestito cosi, E dimmi: Non ho ancora capito bene! Di cosa ti sei travestita? Da puttana he?” Mentre ricominciava l’ennesimo e ambiguo scambio di parole, sentì la sua grossa mano alzarmi la mini.. (Premetto che: Non mi era mai successo niente del genere con nessun’uomo, figuratevi con un tipo di quell’età!) Scioccata, rimasi bloccata tra il terrore e lo stupore di ciò che stava facendo….

E non so come, ma con molta naturalezza, di colpo si aprì pure la patta per farmelo vedere… e lo tirò fuori!! (Ha Un Cazzone Enorme!! Grossissimo!! Sembra una lattina di coca-cola, un po’ più più lunga!)
In un attimo facendo finta di nulla, lo aggirai di shitto, maldestramente.. Volevo uscire dal bagno.

Per me era l prima volta che vedevo un cazzone cosi grosso dal vivo, e malgrado il mio disagio, senza un briciolo di vergogna si avvicino dietro di me e iniziò pure a strusciarsi pesantemente.
Pietrificata dalla vergogna nel sentirmi puntare da quel grosso e viscido affare, sentivo una sensazione mai provata fino ad allora, e mentre Il suo respiro aumentava insieme alla mia voglia, sottovoce mi disse: “…Minchia che culo! Te lo voglio fottere! Sai? Tanto Lo so che ti piace!” Tentò sia con le buone che con le cattive di aprirmi le gambe, rassicurandomi che solo all’inizio avrei potuto provare fastidio.

Ma le gambe le tenevo strette, nell’imbarazzo più assoluto. che mai avevo provato prima!
Aveva grande esperienza nel toccarmi, e pensavo a quanti culetti di ragazzine e ragazzini avrà deflorato, aperto.

In una parola sola, sfondato! Nel silenzio più assoluto, continuando a toccarmi, non contento prese la mia mano e la mise sul suo uccello che evidentemente era in erezione da quasi tutta la mattinata.
E stato il primo per me! Non ne avevo mai toccato uno in vita mia e quando la mia mano lo toccò, sentii un brivido pazzesco, ma nello stesso tempo non sapevo dove iniziare!!!! Come un maestro e la sua allieva, mise la sua mano sulla mia e cominciò a farmela muovere sul suo coso.

Io quasi in maniera automatica, per pochi secondi continuai da sola quel gesto per me assolutamente nuovo, senza sapere bene cosa stessi facendo.
Sapevo che Stavo rischiando troppo, e sopraffatta dalle paure, e dal timore che qualcuno scoprisse le mie più intime voglie inconfessabili, Scappai come un fulmine da quel bagno in piena paranoia. Lasciandolo li, ancora con il suo cazzo sudicio in mano! (Temevo tantissimo di essere classificato a scuola come un “frocetto”)
In palestra la festa era quasi finita, e non ho capito quanto tempo ho perso in bagno! ..La mia amica Ale? l’avevo vista appartarsi con il suo fidanzato, bidonandomi li, e non sapendo che fare, rimasi un paio di minuti da solo in cortile a pensare a tutto ciò che mi era capitato.

Quella sorta di trauma dentro i cessi con il bidello, aveva sfondato una porta già aperta nel mio inconscio!!!!! Lo vissuta quasi come una definitiva rivelazione..
A piedi e lontanissimo da casa, decisi a malincuore di incamminarmi dondolando sui i tacchi, con non poche difficoltà.

( mi piace molto indossare tacchi altissimi, però non sono indicate per le lunghe camminate).
Completamente da sola! Vestita in quel modo (con il ricordo di quel cazzone che avevo toccato in bagno che mi perseguitava), iniziai subito a percorrere strade e stradine secondarie e meno trafficate per raggiungere casa. Inutile dirvi che Avevo una Fifa pazzesca! Del giudizio degli altri, In primis!! La mia famiglia.. ma anche gli amici, che ho sempre snobbato fin dalle scuole medie, sentendomi fuori posto in loro presenza ma di cui adesso temo il giudizio,( è tutto assurdo, io sono assurda).

Dondolando in modo maldestro e incerto, con quelle scomode scarpe, i piedi ed i polpacci mi si erano indolenziti, non ero abituata a camminare cosi tanto sui tacchi alti! Osservavo con on molta attenzione alcune macchine che procedevano lentamente, quasi stupiti dalla mia presenza, alcuni facendo anche più di un giro per osservarmi attentamente. Come una prostituta, mi sono sentita! …Un oggetto. Avanzando veloce, ma in modo maldestro ( maledette scarpe!) dentro di me avvertivo un grande senso di impotenza.

Pensando che mi sarebbe potuto succedere di tutto e di più! La mia ansia e angoscia aumentava ad ogni macchina che passava pensavo si trattasse di mia madre o peggio…( mio padre), e tra le tante auto che passarono quel giorno.. Ne notai una in particolare. Mi seguiva da lontano, lentamente…
Nel giro di pochi minuti, (ad un centinaio di metri da casa mia), si fermo davanti a me, e lentamente il finestrino si abbassò.

Mentre mi avvicinai mi accorsi che sempre Lui.. il bidello era tornato alla carica!! ”Ciao piccola.

Sei ancora offesa con me?? Scusami se ti ho fatto paura in bagno…Dai non fare la bambina!” “Gioia mia! Vivo in aperta campagna qua vicino, e sono desideroso di invitarti a casa mia!”
Quella sue parole, la sua voce sicura, da vero Uomo, accompagnata dal mio pensiero di essere finalmente trattata come una donna, mi fece offuscare la vista.

Diciamo che Persi la ragione! Ma Al di là del sesso, c’era l’aspetto di essere veramente apprezzata per la mia femminilità, e tramite Lui, avrei potuto scoprire ogni mia fantasia con tranquillità.
“Dai non ti vergognare, lo capito che ti piace la minchia!!! Fidati..daii. Dimmi quanti soldi vuoi per venire con me ??”
Il panico mi attacco lo stomaco, ed il cuore mi balzò in gola, quasi impedendomi di parlare, mentre quelle sue parole attraversavano la mia mente.. Paura, voglia di scappare, di scopare, ecc….. Quando, ad un tratto sentii la mia voce uscire di sua spontanea volontà, totalmente incontrollata, chiedendogli ” 30 Euro”!!! (Per uno studente come me sarebbe un ottimo extra per potermi permettere alcune piccole spese inutili che sogno da tempo…)
Quello ti apre! Vattene di corsa!!! Urlava parte della mia coscienza!
Colto all’improvviso da quella mia assurda richiesta inaspettata, apri lo sportellone felice come un bambino e mi disse in fretta e furia; “Va bene.

Dai Sali, Andiamo…”
Era impossibile tornare indietro, ma provate ad immaginate voi le mie sensazioni! Ero confusa spaventata, curiosa ma anche eccitata. Vicino a Lui Non ero più io, Il solo pensiero che un uomo cosi maschio, della sua stazza, che mi aveva corteggiato tutto quel tempo e offerto anche dei soldi, mi faceva sentire speciale…
Zio Franco è un uomo deciso molto autoritario, non mi chiede mai il permesso per nulla!, Fa e basta! Seduto in macchina sentii subito, la sua mano posarsi sulla mia coscia sinistra, stringerla un poco e poi accarezzarla.

La cosa mi colse di sorpresa all’inizio, soprattutto nel bel mezzo del traffico l’imbarazzo m’impediva quasi di respirare. Lui Raccontava alcune delle sue esperienze avute con tanti ragazzini. Come se nulla fosse! Tutto questo: continuando ad accarezzarmi e stringermi le cosce!
In quei momenti lo ascoltavo in silenzio, non sapevo più che altro cosa dire o fare!… Io avevo ben poco da raccontare se non storielle poco soddisfacenti, considerata la mia verginità, e totale inesperienza, con il sesso.

Strada facendo lontani dal traffico. Poco dopo lo guardai armeggiare freneticamente con i pantaloni. All’inizio sembrava avesse un forte bisogno! Di quelli urgenti! Ma poi… sentii la sua mano sulla mia nuca……Spingendomi la testa verso il basso….
“Hai preso i soldi? Ora tocca a te …giusto?… Dai piccola ciuccialo un po’ mentre guido!”
Naturalmente era la prima volta che incontro un uomo, non era più solo una fantasia; “Ho paura!”.

Scioccato dai suoi modi grezzi, mi abbassai verso le sue gambe, infilai la mia mano e lo sentii Durissimo! Tenendo vicino quel cazzone riuscivo a sentire quanto fosse forte quell’odore pungente.. Tremolante dal piacere misto alla paura, e con la mia coscienza che urlava “ Basta!Basta! Fermati!Stop!” Inizio ad accompagnare il suo palo , dentro la mia bocca!! ( ero eccitato un po, lo ammetto), ma quel cazzone viscido la prima volta mi faceva un po’ schifo sul mio volto ingenuo, da liceale tutto casa e chiesa!
Cercando di essere gentile e servizievole, credevo di gestire quella folle situazione, ma in realtà non voleva sborrare adesso, preannunciandomi che dovevo essere ancora penetrata a dovere!!!.

Il suo stile esplicito da maniaco mettono sicuramente paura, però allo stesso tempo mi lusingava l’aspetto di essere considerata quasi come una donna…
(In quell’auto , si può dire ho vissuto i miei primi 15 minuti più intensi della mia vita, con quel seppur veloce, mio primo pompino!)
Appena arrivammo a casa sua!!! Il casolare, somiglia ad una casa strega, perennemente avvolta da una fitta nebbia. L’abitazione è isolata nella campagna a ridosso della zona industriale, con un breve e malmesso vialetto d’accesso.. Appena entrati c’è una sorta di vecchio salottino con divano, TV e un angoletto per cucinare …tutto molto lugubre… Come il bagno (pessimo), ed una sola camera con un lettone vecchio.

Ancora con la mandibola indolenzita e la bocca impastata dal mio primo pompino, con una scusa gli chiesi, se potevo sistemarmi velocemente il trucco ed i capelli in bagno…. Avvisandomi; “NON perdiamo TROPPO tempo però!!”
In quei secondi chiusa in bagno ero agiatissima! (Adesso che faccio?) Avevo troppa paura…Cosa mi sarebbe successo al culo?? Perché ero stata così incosciente? Si può essere più pazzi di cosi? …non avevo scelta
Poco dopo entrai in camera un po’ impaurita ma convinta… Lui era disteso sul letto! In totale silenzio! Sicuramente Non avevo mai visto un uomo di quell’età comportarsi cosi ” Sembrava un pazzo furioso.

” Nudo, pieno di peli, e agitatissimo con quella mazza sempre dritta tra le mani come un depravato mi squadrava dalla testa ai piedi..
Appena mi fece cenno, per avvicinarmi a lui.. mi tirò subito a se’ come una bambola, e gli finii proprio sopra.

Tra le sue grosse e pelose braccia, sentivo il suo cazzo umido e appiccicoso strusciarmi tra le mie gambe… Poi mi fece leccare per bene il suo dito medio e infilò la sua mano nelle mutandine.

Ebbi immediatamente un sussulto, quando senti il suo dito calloso nel culo. “ Ti piace adesso? “ mi chiese. Ero frastornata, lo guardai con occhi tristi e dissi; “Però brucia!“
“ Tranquilla TROIA, quando te lo sfondo quel culo poi vedrai che ti abitui e ti passa subito!”
Lo avevo sognato una vita al pensiero di stare con un ragazzo,( Ma non immaginavo cosi !! ) Ma perché insultarmi cosi? Ci siamo conosciuti questa mattina in modo civile, e adesso a casa sua mi chiamava puttana! Se vi chiedete la motivazione che mi spingeva a restare li, (oltre i soldi che sono solo un ottimo pretesto), devo ammettere che il suo modo grezzo, Maschio, egoista e opportunista, aveva fatto shittare nella mia testolina qualcosa che mi spingeva a sottomettermi…
Ho solo cercato di mettere dei paletti “a parole”, volevo precisare alcuni limiti, ad esempio il preservativo.. Ma lui quella volta neanche mi ascoltò, e quando si decise che era arrivata l’ora di impalarmi si alzo di shitto, mi prese per un braccio (facendomi male) bloccandomi a pancia in giù sul letto.

Per la paura… vista anche la sua stazza, ma anche per l’eccitazione non opposi più alcuna resistenza, mentre sentivo il suo petto pesante, sudato e peloso schiacciarmi la mia schiena. il mio sederino pieno di saliva, iniziava a dilatarsi piano piano e con molto dolore e fatica, accolsi quel primo cazzo nel Culo!!!!
In quei momenti provavo un mix di dolore e piacere mentre il suo cazzo mi scivolava lentamente in profondità, potevo quasi sentire le sue palle pelose pungermi le chiappe … e quando pensai che il peggio fosse passato… Il Porco iniziò a scoparmi sempre più forte, talmente forte che mi stava letteralmente aprendo! “ Zio Basta!! Mi fai male!! Fermati!!” gli ripetevo, urlavo e mi dimenavo come se mi stesse violentando, ma al tempo stesso .. era quello che avevo sempre sognato!!
Adesso c’era la realtà, non si trattava più di fantasia, ma uomini, Uomini Veri.. Quel giorno ogni briciolo di mascolinità residuo in me, svani per SEMPRE mentre vengo sodomizzata con forza e senza sosta… Dopo un bel quarto d’ora… stravolta con quel palo tra le chiappe gli ripetevo, piangendo, se il mio buchetto sarebbe ritornato come prima! “Ora Sta t’zitt che voglio sborrarti in gola! Succhia sta minchia Dai”.

…il culo mi brucia da morire…
Farsi imbrattare la bocca quella volta è stato un atto di sottomissione Lui ….

soprattutto d’umiliazione per me.. Confusa ed in preda a mille sensi di colpa (sono fatta cosi), lo presi in bocca e iniziai a sentirlo pulsare, pensavo che la saliva fosse d’improvviso troppa!! Caldissima, ma con un sapore.. era stano!! ma pochi secondi dopo, In pratica stavo annegando con la sua sborra!! E ovviamente non ce la feci a bere tutto quel suo orgasmo gelatinoso, perché mi faceva troppo schifo, più che latte sa di piscio!! .. di sapore salato direi…
Quando lo tolse dalla mia bocca, la sua sborra caldissima, mi fini anche sui vestiti, in viso, tra i capelli….

E’ appiccicosissima! Non l’avrei mai immaginata cosi abbondante! E mentre immagino, come spiegare ad Alessia tutte quelle macchie sulla sua minigonna, le scarpe, calze ecc.. Una miriade di altri schizzi roventi e violenti, continuano a piovere sulla mia faccia. Quasi come un battesimo!
In macchina verso casa con grande sicurezza ed esperienza parlava solo lui, e non ricordo bene di cosa ma alla fine, parlandomi come una vera prostituta; mi chiese se e quando avremmo potuto rivedermi… Io non gli promisi mai nulla, anche perché; faceva tutto lui.

E non vi nascondo che in auto con quell’ uomo, avevo il terrore che mio padre, mi trovasse in auto con lui, piena di sborra e travestita come una zoccola.
Quella mattina provai gioie così smodate che mi stravolsero tutta la vita in maniera irreversibile. Inconsapevole allora di quello che sarei diventata, pensai che: prendendo nel culo un cazzo del genere, più troia di così non sarei mai potuta essere! …Anche se.. In futuro mi sarei smentito/a.

Valeria e il marito

Erano giorni che continuavo a pensare a Valeria, al suo profumo, alla sua pelle delicata, al sapore della sua fighetta stretta.
Il mio cazzo diventava enorme ogni volta. Spingeva contro la patta dei pantaloni e mi faceva male.
Avevo una voglia infinita di lei, ma non volevo solo scoparla, ma la volevo dominare completamente. Volevo far diventare il marito un cuckold e scoparmi Valeria davanti a lui. Avevo scoperto di avere un amico in comune con suo marito e colsi l’occasione per farlo entrare nel nostro giro di partite di calcetto.

In uno spogliatoio si dice di tutto e lui avrebbe potuto ammirare le mie dimensioni e gli avrei potuto mostrare anche qualche mio video con Carla o qualche altra mia scopamica.
Continuavo a messaggiare con Valeria e le mie conversazioni con lei erano sempre più hot. Ormai lei desiderava il mio cazzone come io desideravo la sua fighetta stretta, ma cercavo di prolungare l’attesa per farla sextenare, magari davanti al maritino.
Dopo la prima partita avevo potuto osservare la “dotazione” del marito di Valeria.

Piuttosto normale, troppo normale per una donna così vogliosa.
Capivo quanto invece potesse sentirsi piena con il mio cazzone. Per istigarla e continuare a tenerla in pugno, le inviavo spesso le foto del mio cazzo duro e lei mi rispondeva con le foto della sua fighetta bagnata.
La desideravo impazientemente ma volevo portare avanti il mio piano.
Approfittai del fatto che il maritino fosse lento a prepararsi per tornare a casa così, dopo la seconda partita me la presi con calma e restammo soli negli spogliatoi.

<<Sei sposato?>> Gli chiesi, sorridendo dentro di me, conoscendo già la risposta ma soprattutto perché mi ero già scopato quella bomba della moglie.
<<Sì. Tu?>>
<<No, no. Non riesco a stare solo con una donna. Ho diverse scopamiche. >>
<<Dici?>>
<<Sì, non mi credi?>>
<<Non ti conosco abbastanza per dirlo. >> E sorrise.
Sollevai il mio cazzo che anche da moscio faceva la sua porca figura rispetto al suo cazzetto. <<Con questo cazzo, non mi è difficile entrare tra le cosce di ogni donna.

>>
Lui si sentì piuttosto a disagio, probabilmente pensando alle sue normali dimensioni.
<<Ti lascio vedere qualche video. >> Aggiunsi.
Ancora senza mutande e con il cazzo che mi penzolava, presi il mio smartphone e gli mostrai alcuni video con Carla e con un altro paio di mie scopamiche.
Erano video che già avevo selezionato per l’occasione, dove le pompavo alla grande, in ogni loro pertugio. Tutte belle donne, non da meno di Valeria, ma Valeria era ormai al centro dei miei desideri da settimane.

I nostri cazzi si indurirono a sentire quei gemiti e guardando quelle immagini.
Il mio cazzo era quasi il doppio del suo.
<<Sono sicuro che se tua moglie potesse vederlo, si farebbe scopare senza pensarci due volte. >>
<<Non conosci mia moglie. Lei è fedelissima. >>
“Dovresti averla vista quando mi diceva di spingerglielo forte nel culo. ” Pensai e ridevo dentro di me.
<<Dicono tutti così. Sai quante mogli insoddisfatte ho conosciuto? Ma le esperienze migliori sono gli scambi di coppia e i mariti cuckload.

>>
<<Hai avuto queste esperienze?>>
<<Certo. >> Intanto mi rivestivo e facevo calmare la mia erezione, era imbarazzante essere duro senza nessuna donna in giro e con un altro uomo nelle vicinanze.
<<Ti piacerebbe provare?>>
<<No, non sono il tipo e neppure mia moglie. >>
<<Glielo hai chiesto?>>
<<No, ma sono sicuro. >>
<<Non esserlo così tanto. Non conosco tua moglie, ma ho conosciuto tante donne che dovevano essere fedelissime. >>
<<Mi stai dicendo di mettere alla prova mia moglie?>>
<<Non ci conosciamo così bene.

Potremmo fare una cena a quattro con Carla. La bionda. Ti piaceva vero? Ti ho visto mentre ti accarezzavi il cazzo a vederla. >> E sorrisi.
<<Tua moglie com’è?>> Chiesi a bruciapelo.
<<È meravigliosa. >>
<<Hai una foto?>>
Mi mostrò una foto casta della moglie. Se avesse saputo che già le avevo ispezionato ogni singolo lembo di pelle, cosa avrebbe pensato?
<<Accidenti. Una bella gnocca. >>
Incalzai. <<Questa foto mi stimola davvero.

Che ne dici di una cena a quattro e poi vediamo come avanza la serata?>>
<<Ma io non ti conosco bene e poi mia moglie…>>
<<Tua moglie cadrà inebriata quando vedrà le mie dimensioni, fidati…>> Iniziavo in qualche modo a deriderlo per farlo sentire insignificante, ma allo stesso tempo per sfidarlo sulla fedeltà della moglie. Già immaginavo Valeria inginocchiata davanti a me a ciucciarmi il cazzone davanti al marito. Stava per ritornarmi duro solo al pensiero, così ritornai a parlare.

<<Allora? Che ne dici? Non ti piace Carla? Hai visto che è una belva a letto?>>
<<Sì, ma mia moglie…>>
<<Vi divertirete entrambi. O più che tua moglie hai paura di non essere all’altezza con Carla?>>
Continuavo a metterla sul tono della sfida per provocarlo e spingere ad accettare.
<<Non è questo. Sono anche io un bel torello. >>
<<Hai video tuoi?>>
<<No, ma te lo posso assicurare. >>
<<Certo, certo. >> Continuavo a percularlo.

<<Comunque non ti sto invitando a fare una serata e uno scambio di coppia al primo appuntamento, ma ti sto dicendo che possiamo iniziare a conoscerci. Poi magari quando sarai solo chiederai a tua moglie cosa ne pensa di me. Io farò lo stesso con Carla e se loro sono d’accordo, potremmo in futuro incontrarci per uno scambio. >>
Le mie intenzioni erano di avere uno scambio al primo appuntamento, ma le mie parole erano per rassicurarlo.

Si notava che avesse interesse, ma allo stesso tempo aveva una paura folle di fare una stronzata con la moglie, non conoscendo che Valeria fosse già la mia troia.
<<Dai Sabato. Io e Carla siamo liberi. Ti posso assicurare che lei è una bomba. >>
Lui ci pensò qualche secondo.
<<Solo una cena?>>
<<Sì, al primo appuntamento non mi è mai capitato di avere uno scambio completo, neppure con le coppie più infoiate.

>> Stavo raccontando un mare di bugie per convincerlo.
Titubò ancora, ma poi cedette <<ok, facciamo sabato. >> Il corpo di Carla era perfetto e sicuramente aveva fatto centro nei pensieri perversi del marito di Valeria.
Ci scambiammo i numeri.
Avvisai Valeria. Le scrissi che Sabato avrebbe avuto una grossa sorpresa e che il marito si sarebbe trasformato in un cuckload.
Lei si spaventò. <<Cosa diavolo vuoi fare? Io amo mio marito.

>>
<<Anche lui ama te. Ma gli ho proposto una cena a quattro con Carla e non ha rifiutato. Stiamo meditando di fare uno scambio di coppia. >>
<<Mio marito?>>
<<Sì. È un piccolo porcellino. Dovevi vedere come si toccava il cazzo mentre gli mostravo un mio vecchio video con Carla. >>
<<Sul serio?>>
<<Certo. E lasciatelo dire. Non è così dotato come immaginavo. Il mio cazzo è il doppio del suo. Ora capisco perché mi vuoi così intensamente.

>>
<<Stronzo. >>
<<Ti scoperò davanti a tuo marito. Non sei felice?>>
<<Ma stai scherzando vero?>>
<<No piccola troietta. Sabato vedrai. Fammi solo il piacere di far finta di non conoscermi, ovviamente. >>
<<Va bene. >> Disse in modo accondiscendente e ubbidiente la mia piccola troietta.
A fine conversazione le inviai la foto del mio cazzone duro alla massima erezione. “Sabato te lo infilo tutto nel culo davanti a tuo marito. ” Le scrissi.

Lei rispose con la foto del suo buchetto del culo.
“Fagli vedere come desidero essere sfondata”.
Arrivò il Sabato. Carla era già stata indottrinata da me. Avrebbe dovuto prendere l’iniziativa prima con me e poi andare dal marito di Valeria, così da lasciarmi il campo libero con il mio desiderio più perverso.
Carla aveva un vestitino aderente che mostrava tutte le sue curve. Senza reggiseno e senza mutande. Aveva dei capezzoli già turgidi.

Valeria non era da meno, esplosiva nel suo vestitino nero con una scollatura da paura che mostrava un seno prorompente.
Valeria fu un ottima attrice, nonostante durante la cena non mancavo di metterle la mano sulla coscia sotto il tavolo e spingermi oltre per stuzzicarla.
Intanto Carla faceva lo stesso con il maritino di Valeria.
L’atmosfera iniziava a surriscaldarsi e il vino aiutava la serata ad accelerare.
Durante la cena avevamo parlato del più e del meno, lavoro, vacanze, progetti, ma era il momento giusto per spostare l’attenzione su qualcosa di più eccitante.

<<Valeria, tuo marito è davvero fortunato, lo sai? Darei qualsiasi cosa per una notte con te. >>
<<E io darei qualsiasi cosa per una notte con te. >> Disse Carla rivolgendosi al marito di Valeria e stringendogli il pacco duro sotto il tavolo.
Valeria non sapeva cosa dire e neppure il marito, ma Carla si avvinghiò a lui e inizio a succhiargli il collo, mentre con la mano continuava a strofinargli il cazzo prima sul pantalone, e poi sbottonandolo.

<<Che ne dici se ci diamo anche noi da fare?>> Mi rivolsi a Valeria.
Le abbassai una spallina e le tirai fuori una delle sue enormi tette. La inizia a stringere forte mentre lei guardava il marito che si faceva aprire la patta dei pantaloni da Carla.
Iniziai a succhiare il capezzolo di Valeria mentre lei iniziava a stringermi la testa contro al suo petto.
Con la mano mi intrufolai in mezzo alle sue gambe che erano già un lago.

La mia erezione era spaventosamente visibile anche dal pantalone. Mi alzai in piedi e puntai la patta verso il viso di Valeria che mi apri la cerniera. E mi abbassò il pantalone. Il mio cazzone era già fuori dalle mutande che non potevano contenerlo più.
<<È grandissimo!>> Esclamò Valeria. Come se non lo conoscesse già.
<<Vedi?>> Rivolgendomi al marito. <<Cosa ti avevo detto? Tutte troie. >>
E iniziai a schiaffeggiare il viso di Valeria con il mio cazzon duro.

<<Tua moglie da ora sarà la mia troia. >>
Non avevo paura a essere troppo duro. Carla era inginocchiata tra le cosce dell’uomo e glielo succhiava voracemente, mentre l’uomo le teneva la testava e dettava il ritmo.
Io presi Valeria per i capelli e la feci muovere sulle ginocchia e avvicinare al marito.
Eravamo molto vicini e mentre lui guardava spinsi nella gola di Valeria, tutto il mio cazzone duro. Si stava abituando al mio cazzone mentre il marito guardando la scena venne nella gola di Carla che continuava a succhiarglielo.

Scopavo la gola di Valeria come un cavallo scopa la sua giumenta e lo sguardo del marito cornuto, mi eccitava da morire. Tutto il suo make up si scioglieva mentre continuavo ad affondare il mio cazzo nella sua bocca.
Presi Carla per i capelli, e la portai vicino al mio cazzone. Le due donne mi leccavano il cazzo mentre il maritino di Valeria continuava ad osservare.
Avevo le mie mani sulle due teste delle due donne.

<<Valeria cosa provi ad assaggiare un vero cazzo?>> Le chiesi.
<<È meraviglioso. >> Mi rispose come una gattina in calore.
Il marito guardava e si toccava per farselo tornare duro.
Io non riuscivo più a contenermi a causa di quelle due bocche che si alternavano a succhiare e leccare tutta la mia asta comprese le palle. Venni in faccia ad entrambe che si scrutarono per qualche secondo e iniziarono a leccarsi a vicenda per provare la mia sborra calda.

Dopo qualche altra leccata la mia verga era già pronta per la fighetta di Valeria.
Intanto Carla tornò a dedicarsi al marito che era tornato a sua volta duro. Lo eccitava vedermi trattare la moglie come una troia.
Iniziai a massaggiare la fighetta strabagnata di Valeria con la mia cappella. Era sensibilissima e si stava bagnando ancora di più. Addirittura gocciolava, talmente fosse bagnata.
Carla si era seduta sul cazzetto del marito che provava a scoparla con foga, ma Carla era abituata a ben altra foga.

Misi Valeria a pecora sul tavolo a vista del marito. Spinsi violentemente il mio cazzone duro nella sua fighetta.
La schiena di Valeria si inarcò cercando di farlo entrare il più possibile e emettendo un urlo non male. Le misi la mano sulla bocca e le spinsi tutto il mio cazzo fino alle palle. Mentre il marito strabuzzava gli occhi. Iniziai a scoparla come un a****le violento. L’idea che il marito ci guardasse mi infoiava in una maniera incredibile.

Sentivo Valeria gemere profondamente come non aveva fatto nelle altre occasioni che ci eravamo visti.
Il marito si faceva cavalcare con foga da Carla che lo fece venire nella sua fighetta depilata.
Era stremato sulla sedia, con il cazzetto moscio, mentre Carla si avvicinava a Valeria e iniziava a baciarle la bocca, mentre continuavo a pomparla forte fino a farla venire due volte.
Con un movimento rapido, mi sputai sulla mano, la passai per il suo buchetto del culo e tirai fuori l’asta dalla sua fighetta completamente fracida.

Misi la punta dritta verso il suo buchetto e glielo aprii senza pietà.
Il marito guardando la scena tornò duro e venne a riprendersi Carla per incularsela a sua volta.
<<Mi stai distruggendo. >> Mormorò Valeria tra un gemito e l’altro.
<<Sei la mia troia, fai vedere a tuo marito cosa sei ora. >> E continuavo a sfondarle il culo e sculacciarla, mentre di tanto in tanto le tiravo i capelli.

Mentre continuavo a pomparla, il marito venne dentro al culo di Carla, palesemente insoddisfatta delle prestazioni dell’uomo.
La feci avvicinare. Tirai fuori il cazzone dal culo di Valeria e lo misi in bocca a Carla che se lo faceva arrivare in gola.
<<Vedi? Sono il padrone qui. Tua moglie merita di più del tuo cazzetto. >>
Tirai di nuovo il cazzo dalla bocca di Carla e lo infilai di nuovo nel culo di Valeria.

La tirai su. Ero in piedi e spingevo lei su e giù sul mio cazzone di fronte all’uomo.
La sua figa era aperta davanti a lui e completamente fracida.
<<La vedi come si incula tua moglie? Te l’avevo detto che sarebbe caduta ai miei piedi. >>
<<Digli che è un cornuto Valeria. E digli che non hai mai goduto come con me. >>
<<Sei un cornuto. Non ho mai goduto così in vita mia.

>> Mentre continuava a gemere sotto i colpi del mio cazzo duro.
La portai in camera da letto. La misi giù sul letto con la testa giù e il culo all’aria. E continuai a pomparla forte. Il marito si stava toccando e tornando duro e stava tornando a prendersi Carla che stava leccando la figa di Valeria.
<<No. Non la meriti. Sei un frocetto. Masturbati da solo. >> Gli dissi.
<<Loro meritano un cazzo come il mio.

Non il tuo cazzetto. >>
L’uomo si sentì umiliato, ma mi obbedì, mentre continuavo a pomparmi la moglie e davo razioni di cazzo anche all’insoddisfatta Carla.
Le scopai entrambe per tutta la notte. Tanti orgasmi e tanto sperma sulle lenzuola della coppia. Mentre il marito continuava a masturbarsi più volte sulla sedia guardandoci.
Mi addormentai in mezzo alle due donne. Tutte e tre nudi. Mentre il marito si era addormentato sulla sedia tutto solo, con tutte le mani impiastricciate della sua sborra.

Valeria mi sussurrò: <<Sono felice mio toro. Hai mostrato all’uomo che amo come voglio essere scopata. >>
<<Io continuerò a scoparti. Come hai visto lui si è eccitato parecchio stasera. Ti scoperà con più convinzione in futuro, ma non lo farà mai come me. >>
<<Come te è impossibile mio toro. A quando la prossima?>>
<<Domani mattina non avete ospiti vero?>>
Valeria sorrise e mi baciò mentre con la mano tornò a stringermi il cazzo.

.

Quella vacanza in grecia

Il sole, quanto lo avevo sognato in quelle cupe giornate di Milano, e il mare che ora si stendeva davanti a me finalmente erano dei segni tangibili di libertà.
La barca era li ormeggiata davanti a me e aspettava solo di sciogliere le vele al vento per portarmi via tra le isole dell’ Egeo. Mentre finivo di caricare le ultime cose sulla banchina arrivava il traghetto da Kos, riversando il solito fiume di turisti accaldati e vocianti.

Io li osservavo un po’ distratto quando la vidi, bionda miele nascondeva i suoi riccioli sotto uno di quei cappelli di paglia larghi e due occhialoni alla Hepburn il vestito leggero come un soffio lasciava trasparire un seno quasi acerbo che rivelava una abbronzatura topless, mentre trascinava un trolley passò davanti a me e allora vidi che piangeva, il trucco colava e leggermente rigava le guance di rimmel. Dissi tra me “una vacanza e un amore finito! O peggio.

” In quella una sgommata e il suv frena prepotente sulla banchina, ne scende un buzzurro da film vanzina che la affronta e la strattona per farla salire in macchina colpendola di insulti, sta per alzare una mano per colpirla, non so come sono già sceso al volo e lo agguanto, molle come un polpo mi sguscia via e urla “tieniti quella Troia ! É tutta tua!” E via col macchinone falciando le stente aiuole del Marina.

Un gran bastardo borbotto tra me mentre mi volto, lei è lì quasi stenta a parlare, è scivolata a terra e si è sbucciato un ginocchio, sembra un fiore calpestato. “Posso aiutarla ? Mi scusi forse non dovevo intromettermi ma davvero non ho resistito, pe favore venga la porto da un dottore le medicherà il ginocchio…..”. Mi guardò attraverso gli occhiali scosse la testa e senza dir nulla cominció a raccogliere gli occhiali rotti e il cappello calpestato, meccanicamente fece per afferrare il trolley ma la maniglia le restò in mano, la fissò per un attimo e scoppiò a piangere silenziosamente mentre scivolava ancora a terra.

La strinsi in braccio per impedirle di cadere e restammo così sotto il sole abbracciati come due adolescenti lei disperata e io stupito. Poi la portai in barca la feci coricare in una cuccetta fresca e le diedi acqua e asciugamani, poi la lasciai riposare. Andai sul ponte e riordinai tutto poi mentre mi facevo la doccia sentii il suo sguardo su di me, mi voltai e mi scrutava dal portello di ingresso della barca.

Le chiesi come si sentiva, le vidi quegli occhi verdi brillare nella penombra della cabina poi arretrò sparendo all’interno. La seguii come affascinato e appena dentro lei mi abbracciò completamente nuda, il corpo era totalmente abbronzato da nudista, agile e vellutato, non un pelo sul corpo, mi strinse con delicatezza ma decisa, io ancora bagnato reagii subito con una erezione totale scorsi i fianchi le natiche e quel seno da ragazza capezzoli duri e prepotenti ci baciammo con foga non sapevo neanche il suo nome ma la volevo e sentivo la stessa urgenza in lei, succhiavo i seni e frugavo quel ventre liscio che mi allagava la mano, mente lei aveva preso possesso del mio cazzo e lo accarezzava e segava dolcemente.

La girai e la feci appoggiare sul tavolo del saloncino le alzai una gamba e la baciai leccandola fino ad arrivare alla fica, piccola rosea e odorosa di muschio, colava il suo umore e mi ci abbeverai la coprii di baci immersi in quel liquido poi usai la lingua come un cazzo e le esplorai la vagina fino a sentirla tremare gemere ed esplodermi in bocca. Mi alzai e la baciai afferrando quei riccioli ribelli, poi sollevandola come un velo la avvicinai al cazzo e lentamente godendo ogni centimetro della sua fica glielo piantai dentro, quegli occhi verdi divennero enormi il suo seno sussultava mentre continuavo a scoparla in piedi alternando profonde affondate a ritmi accelerati finché le misi la mano destra tra i glutei spinsi il dito medio nel suo ano e la vidi godere scuotendosi come percorsa dalla corrente elettrica.

Non avevo ancora goduto, la guardai abbandonata sul grande tavolo lucida di sudore e delle sue godute, io il cazzo teso come una sbarra pulsante di vene rigonfie la baciai in bocca sui seni nel ventre poi la rovesciai puntai il suo culetto abbronzato e infilai la punta del cazzo, dento fuori dentro fuori, ancora e ancora sempre più giù fino che le mie palle sbattevano sulle chiappe lisce di lei. Durai ancora poco poi stappai il culo e le misi tutto il cazzo in gola e la feci bere un lago di sborra che mi gogogliò dalle palle.

Rimanemmo insieme tutta l’estate e fu un orgasmo di sole vento sesso e sesso sesso.

L’odore del sesso

Cos’è successo?
Dove sei andata? Dove è finita la ragazzina a cui infilavo le margherite
tra i capelli, quelli fluenti, lunghi e lisci come seta, non quella
acconciatura da matrona romana che hai ora, che giocava e si rotolava nei
prati con me e rideva e si scherniva e poi mi baciava d’impluso con tutta
la foga spensierata dei vent’anni?

Ti guardo ora. Non sei più la stessa. L’espressione indurita tra gli occhi
e lo sguardo cupo che non si accende più per me.

Niente più corse nella
spiaggia deserta all’imbrunire, niente più falò e stelle cadenti e baci e
carezze e ansimi e sussurri e il tuo corpo morbido e il mio teso e proteso
verso di te.

Una fila interminabile di ombrelloni. Tutti dello stesso color ruggine,
perfettamente allineati. In questo nostro nuovo mondo non c’è più spazio
per il disordine.
Una casa di proprietà, due figli, un rassicurante conto in banca e un suv
nuovo fiammante come si conviene ad una famiglia come la nostra.

Tutte le
cose giuste e al loro posto.

Lo vedo. Lo vedo come lo guardi, non è una novità per me quel tuo sguardo
sornione e malizioso.
Mediamente alto, mediamente sovappeso e mediamento sposato. Pizzetto e
tempia rasata. Occhi azzurri.
Io gli occhi ce li ho marroni, il colore più anonimo dell’universo. Come me.
Sguardi ricambiati e insistenti tra le sdraio e i lettini unti di crema
solare e corpi bagnati.

Sguardi azzurri e neri che si intrecciano, sopra i nostri bambini che
giocano assieme, sopra la noia del matrimonio, sopra la noia di tutta
questa vita.
`Allora vado’
`Sì, resto io con i bambini’
Si è truccata. Solo un velo leggero, ma c’è. Non ci sarebbe nessun bisogno
di restare. Giulia e Federico dormono come sassi e in ogni caso sono
abbastanza grandi per poter stare qualche ora da soli.
Ma non ne ho voglia.

Non ho più voglia di attrezzatissimi villaggi con le
palme, di vialetti lindi e ordinati, di animatori forsennati e insistenti
e dei loro giochini demenziali. Ho voglia di disordine.
Chiudo gli occhi. In questo momento vorrei essere su una spiaggia deserta,
con il vento dell’oceano che ti soffia forte sul viso e una ragazza che si
lasci infilare fiori tra i capelli.

E invece esco. D’impulso. Aria. Ho bisogno di aria.

Il tirreno non è
l’atlantico ma se chiudo gli occhi potrei farlo diventare, non sono poi
così vecchio da non saper più sognare.
Passo accanto all’anfiteatro, tronfio di musica e baldoria.
Dall’altoparlante la voce del capo animazione che arringa la folla in
delirio da vacanza. Stanno facendo un gioco, mi sembra ci capire,
reclutano coppie tra gli uomini-bambini e li fanno giocare insieme proprio
come grossi bambinoni ritardati. Sto per passare oltre quando qualcosa mi
induce a fermarmi.

Una risata che ben conosco, in quel bosco di rumori e
schiamazzi. Una risata argentina, fresca e allegra come non la sentivo più
da vent’anni.
Infatti è lei sul palco. Accanto, tra lei e l’animatore c’è il tipo della
spiaggia.
Ondeggia, si muove e ride in quel gioco per bambini deficenti.
Il tipo col pizzetto è istrionico, si vede lontano un miglio che cerca di
far colpo su di lei, che d’altro canto non si rifiuta affatto.

Se volete
far colpo su mia moglie fatevi venire gli occhi blu. Sono una garanzia.
Ecco, dovrei sentire dolore adesso, gelosia la chiamano, e invece nulla.
Il vuoto.
Il gioco prevede che i due si struscino e si intrecciano in posizioni
complicatissime, chiaramente erotiche. I suoi seni si posano sulla schiena
dell’uomo, che si volta sopreso. Ha chiaramente gradito e lo sguardo che
le getta nella scollatura è carico di cupidigia.

Sorride soddisfatta. Ha notato l’abbraccio azzuro sui propri seni e lo
sguardo che gli rivolge è più di una promessa.
Non so perché lo faccio.
Perché me ne sto acquattato dietro un salice, nell’ombra deserta dei campi
sportivi a spiare come un guardone mia moglie che si concede ad uno
sconosciuto.
Neanche una traccia di quel dolore che dovrebbe arrivare e non arriva.
Rimango a guardarlo mentre le palpa il seno, lo stringe con forza, le mani
a coppa sopra la stoffa leggera del vestito estivo.

Non le aveva così grandi una volta le tette. Credo le siano cresciute con
le gravidanze e dopo sono rimaste lì voluminose e ingombranti, pronte a
far la gioia di qualche infedele con gli occhi azzurri e il pizzetto.
La bacia sul collo e subito vedo mia moglie arrendersi languidamente con
la libido sul viso.
Se volete scoparvi mia moglie baciatela sul collo. Non resiste, garantito.
Affonda una mano nella scollatura, impasta a lungo, a semicerchio poi le
sbottona il vestito.

Una mammella, grossa e pesante sguscia fuori dal reggiseno, mezzo
abbassato.
E’ bianca come il latte e la sua apparizione imprevista e prepotente
squarcia il buio della notte e mi suscita un brivido del tutto inspettato.
Non lo conosco più il tuo corpo. Non conosco queste tue nuove forme
procaci da signora. Troppo tempo è passato dall’ultima volta che ti ho
sfilato la camicia da notte e ammirato il tuo corpo nudo nella luce
tiepida e discreta della nostra camera.

Ti bacia le tette. Una alla volta. Succhia, e quei larghi alveoli viola
che così tante volte ho leccato, spariscono ingoiati nel lordo pizzetto di
una bocca estranea e sconosciuta.
Ti solleva la gonna, mentre tutto intorno i grilli iniziano a frignare
salmi ossequiosi.
Le mutandine bianche, nel fondo delle cosce abbronzate. La sua mano che vi
penetra, tu che reclini il capo e sospiri.
E’ fatta, chiaramente si è arresa, niente più impedirà a quest’uomo di
scoparsi mia moglie nel silenzio complice di quest’angolo appartato.

Non certo io che me ne sto impietrito dietro questo albero piangente a
ruminare sentimenti che dovrei provare e non provo e altri nuovi che non
dovrei avere e ho.
Si inginocchia davanti a te e la sua nuca rasata sparisce sotto la gonna
nera, le mutandine cadono alle caviglie e tu strabuzzi gli occhi, sospiri
e lasci che quest’uomo, di cui non conosci neanche il nome, ti lecchi
voluttuosamente la fregna.

Te l’ho insegnato io questo gioco. All’inizio non volevi saperne di
rapporti orali. Cose da a****li dicevi. Solo poco alla volta ti sei
lasciata andare ai miei baci e alle mie esplorazioni bagnate.
`porca miseria, sto venendo!’ mi hai urlato con voce ridicolmente ingenua
quella prima volta. Mi sembra di sentire ancora il bruciore delle tue
cosce sulle guance, il tuo sapore sozzo sulle lingua.
E’ la vampata di un attimo poi torno al presente.

Il presente ora è
davanti a me, sotto la luce diafana dei lampioni del campo di
pallacanestro. E’ mia moglie, quella che ho sposato più di dieci anni fa,
è la madre dei miei figli che poggiata contro un albero, le mutande calate
e le gambe divaricate, si fa leccare la fica da quest’uomo.
In fondo sapevo che sarebbe arrivato questo momento. Lo sapevo dal giorno
in cui ho iniziato a non guardarla più mentre si spogliava, la sera.

Ad
ignorarla per giornate intere a respingere digustato l’idea di dover fare
qualcosa con quell’arpia velenosa con cui avevo appena finito di
azzuffarmi per una luce lasciata accesa o per il volume troppo alto.
Qualche estemporanea e sbrigativa avventura extraconiugale, mi aveva
definitivamente spento ogni residuo trasporto.
Eppure mi sembra di scoprirti in una luce nuova mentre quest’uomo ti
spoglia e si spoglia a sua volta davanti a te.
Forse sarà per quel seno bianco che ciondola mollemente fuori dalla
spallina, o forse sarà anche per la mano che ora gli insinui nei
pantaloni, ma qualcosa mi si muove dentro.

Un desiderio nuovo che credevo
ormai scomparso mi assale nel vedere quella mano muoversi nei pantaloni
dello sconosciuto.
Gli stai toccando il cazzo. Stai stringendo un cazzo che non è il mio. E
muovi quella mano stancamente mentre lui ti abbassa vestito e reggiseno in
unica soluzione e le mammelle ti balzano fuori tremolando come due
sacchetti di gelatina.
Lavori per liberarlo, cinghia bottoni, lampo e infine arrivi.
Un brivido e una fitta violenta al costato quando finalmente ti vedo
stringergli il cazzo eretto.

Lo masturbi mollemente, con quel ritmo stanco
che ben conosco. Non dura molto. Lui ti pone le mani sulle spalle
costringendoti ad abbassarti. Lo sappiamo tutti e tre cosa devi fare, ora.
O almeno quello che lui pretende da te.
Ecco. Ora voglio proprio vedere cosa succederà. Se davvero mia moglie se
lo farà mettere in bocca quel cazzo schifoso. Perché lei la odia sul serio
questa cosa qui.
Dopo anni di insistenze e tentativi io ci avevo perso ogni speranza a
farmi fare una pompa da mia moglie finchè nella più inaspettata delle
sere, per la prima ed unica volta, successe davvero.

Era morta sua madre quella stessa mattina e non so se per la depressione
seguita o cosa ma finimmo a letto praticamente subito e lì tra un
singhiozzo e una lacrima mia moglie finalmente acconsentì a farselo
mettere in bocca.
Mi sembrò di toccare il cielo con un dito, anche se tecnicamente non fu
una gran cosa. Era la prima volta in vita sua che lo faceva e non sapeva
bene come muoversi.

Se lo strofinò un po’ tra le labbra aperte e quando
finalmente si decise ad infilarselo in bocca non gli riuscì di andare
oltre il glande.
Io comunque eiaculai quasi subito. Non me ne accorgo al momento, ma anche i grilli hanno smesso di lagnarsi e ora siamo tutti lì ad aspettare e vedere cosa farà mia moglie.
E finalmente Marianna si muove. Lo tiene tretto nel pugno, apre la bocca,
si china e –proprio in quel momento con un gran fracasso partono gli
irrigatori automatici.

Per una attimo la scena è comica, tu balzi in piedi
nuda e lui, che ti viene dietro, con quel cazzo penzoloni sembra quasi un
satiro che rincorre la preda.
Si rincorrono e cercando di allontanarsi dal getto d’acqua finiscono per
cadervi proprio sotto e avvinghiati uno all’altra tentano di liberarsi
degli ultimi indumenti che hanno indosso.

E ora guardate me. Sono quello di spalle, stempiato e un po’ ingobbito.
Guardatemi mentre mi masturbo guardando mia moglie fare sesso con un altro
uomo.

Guardatemi mentre le ammiro il corpo nudo e abbronzato e la riscopro
come fosse la prima volta.
Tra le pieghe della gonna sollevata in vita, le si intravede la fica.
Smetto anche di masturbarmi per osservare meglio questo buco che una volta
mi apparteneva e dove presto un altro uomo penetrerà al posto mio, se non
faccio niente.
E’ da così tanto tempo che non gliela vedo che mi sorprendo a scoprirla
perfettamente liscia e glabra.

Non sapevo si depilasse là. Ai nostri tempi
o alla nostra età, non c’era e non c’è questa moda di radersi il pube. Il
fatto che l’abbia fatto me la fa riscoprire più giovane e disponibile.
Forse non è ancora gelosia ma inizio a provare quantomeno invidia per
questo stronzo con gli occhi azzurri che è riuscito a portarsi a letto,
cioè sul prato, mia moglie con le sue nuove tette e la figa depilata.

Succede senza che me ne accorga. Lei è distesa prona e lui le è sopra
mordicchiandogli l’orecchio. Adesso dovrei intervenire e strappargliela
via. Mi accorgo che sta succedendo qualcosa solo quando vedo il culo nudo
di lui muoversi ritmicamente su e giù.
Una fitta mi trapassa il cuore. Dovrei scappar via ora oppure saltargli
sopra e strapparglielo di dosso, qualunque cosa. E invece rimango qui a
soffrire guardando mia moglie che si fa scopare come una cagna da un altro.

Vi vedo bene ora che ti ha fatto mettere carponi. Non si è preso neanche
il disturbo di toglierti il vestito. Hai la gonna arrotolata sulla schiena
e dalle spalline abbassate le pesanti mammelle, fuori dal reggiseno
oscillano violentemente, dal viso allo stomaco, infrangendosi con un tonfo
sordo ora su uno e poi sull’altro.
Neanche le più trucide mignotte si fanno sbattere così in mezzo al campo
di uno squallido giardino periferico.

Puttana! Puttana! Puttana! Grido.
Poi vengo sborrando copiosamente sulle margherite. Rientri che è quasi l’alba. Sgaiattoli in bagno cercando di non far
rumore. Mi assicuro che i bambini dormano e ti raggiungo. In mano tengo
stretta una sbarra di ferro.
Sei davanti allo specchio e ti bagni il viso. Hai gli occhi cerchiati di
rosso. Devi aver pianto. Sollevi lo sguardo e guardi senza capire la mia
faccia truce riflessa nel chiarore del neon.

Hai dei lividi sul collo e sulle braccia. Una spallina del vestito è
strappata e sotto si vede la mammella gonfiare il reggiseno. Puzzi di
sesso ed erba bagnata.
Sento un brivido alla schiena mentre sollevo la pesante sbarra. Mi fai
schifo, ti odio come non mai e ho una voglia matta di scoparti.
Senza una parola ti vengo dietro con la sbarra spianata. Ti strappo di
nuovo il vestito, denudantoti il petto e affondo il viso nell’incavo del
collo.

Ti irrigidisci, poi chiudi gli occhi e ti lasci andare e mi
carezzi, cercando con la tua bocca la mia. Sobbalzi quando senti la mia
sbarra infilarsi tra le tue chiappe.
Ti faccio chinare sul lavandino, scopro la tua fica, la tua nuova fica,
depilata e sozza e guardo la tua faccia attonita rattrappirsi in una
smorfia di piacere mentre la mia sbarra penetra lentamente dentro di te.

Quella troia della mia ex

Oltre ogni censura

Giuro che non lo so. Davvero, non ho idea di come noi si sia finiti a
parlare di vibratori alle nove del mattino. In un bar, in mezzo a gente
che beve caffè con la faccia stropicciata dal sonno.
Non lo so e non me ne frega un cazzo, persino; è più quello che mi è
scappato di bocca ad un certo punto, che mi preoccupa. No, dico, se
proprio mi dovevo impegolare in un discorso a base di roba da sbattersi
nella figa o nel culo, potevo restare sul vago, no?
Che so, conversazione salottiera, sguardo scafato e battutine lievi.

No,
dovevo proprio dirti “Che poi, non so perché, non ne ho mai posseduto uno,
di vibratore”.
Voilà. Piatta, banale, e ingenua che neanche Heidi. L’ho vista proprio, la
lampadina che ti si accendeva nello sguardo. Bling! ha fatto, tipo
flipper.

“Ah, beh, se è per questo si rimedia. Ne ho alcuni, a casa, te li faccio
provare, così poi decidi quale preferisci. ”
O vacca miseria. Non è che hai cercato una forma dubitativa qualsiasi,
chessò “UNA VOLTA CHE HAI TEMPO passi da me, SE TI VA, e
MAGARI, ci dai un’occhiata, COSI’ PER RIDERE, EH”.

No, no, dai per scontato che io poi ci venga, a casa tua. A PROVARLI,
cazzo. Si intende davanti a te, o con la tua collaborazione, o magari…
che minchia ne so. Scenari sempre più imbarazzanti mi si disegnano in
mente. E si vedono tutti dalla mia faccia, a giudicare da come stai
sorridendo.
Lascio schiantare il discorso in un rovinìo di nessi logici.

Ma tanto lo so, che non finisce qui.

Tu, figurati, boia chi molla.
Che poi lo so già che clima c’è a casa tua. Intanto, chiamala casa: uno
scannatoio da intellettuale simil-etnico, coi libri per terra, il mega
flat
screen e l’armadio da scarestia del ‘700, che ti pare di esser lì per
farti scopare dal parroco.
Mi innervosisce, casa tua. Così piena di cose morbide,
divani/tappeti/cuscini, che è fin troppo facile scivolarci sopra, e così
piena di robe cogli occhi, statue e maschere e ritratti dell’antenato, che
una si crede all’esame di maturità.

Già un’altra volta, sono uscita di lì con le ginocchia molli e la faccia
in fiamme.
Avevi così insistito perché venissi da te a pranzo, che come minimo mi ero
aspettata che mi venissi ad aprire in vestaglia di seta
leopardata, sventolando un goldone.
Naturalmente, tutto il contrario: pranzo normalissimo, seduti a distanza
di sicurezza, caffè e convenevoli vari. Mi ero alzata per andarmene
che ero quasi rilassata, vè.

Poi, sulla porta, mi sono girata a mezzo per
salutarti. E com’è come non è, mi ero ritrovata la tua lingua in bocca.

E mica poca, no: un bacio sfacciatissimo e bagnato, labbra succhiate e
lingua in giro fra i denti, e poi solo labbra e di nuovo lingua, un
sacco. Tutto senza toccarmi, senza stringermi o tenermi ferma. Solo bocca
spalancata e occhi socchiusi, per un momento lunghissimo.

Pensa te se di mezzo ci mettiamo anche un vibratore.

Gesù, Giuseppe e
Maria.

E’ ovvio che adesso sono qui, spostando il peso da un piede all’altro,
davanti a questa pregiata porta di noce. Anche oggi, nessuna
vestaglia leopardata; quasi quasi ci resto male. Dentro c’è una luce
strana, azzurrognola, che fa abbastanza ospedale. Mi siedo rigida al
tavolo da pranzo, mentre tu mi ronzi intorno, chiacchierando del più e del
meno. Ti accomodi sul divano, batti con la mano sul cuscino,
invitante (“qua, Fuffi!”); io esito, chissà perché.

Se non volevo venire,
potevo anche restare a casa, col gatto sulle ginocchia e affrontare
serena la vecchiaia. Senza saper niente di vibratori, né di biondini un
po’ pelati che mi porgono una tazza.

Oddìo, che è? Cioccolata. Setosa e profumata di vaniglia, nonché di
qualchecosaltro che individuo solo al terzo sorso. Rum, porca troia.
Bevi e mi sorridi sopra l’orlo della tazza. Io mi abbarbico alla mia, e
cerco spasmodica di tenere viva la conversazione.

Tu, figurati. Sorridi,
mi
versi un altro po’ di diabolica bevanda. Ho la bocca foderata di
dolcissimo veleno. Manco lo schienale, e mi accascio semisghemba sui
cuscini. Ti siedi ai miei piedi, mi prendi la tazza. E poi tutte e due le
scarpe, sfilandole una alla volta, senza mollarmi con gli occhi.

“Comoda?” (eh, comenò, ora mi addormento pure)
Ti alzi e sparisci alle mie spalle; la luce ora ha toni da acquario
tropicale, macchie di buio si allargano, scivolando dagli angoli.

Ho
caldo, il rum, probabilmente. Ma anche no. Chiudo gli occhi. Un oggetto
tiepido mi scivola lungo il collo. Non voglio guardare.

“Ehi, apri gli occhi. ” (ecco, appunto)
Nella luce bluastra della stanza un oggetto scintilla freddo nella tua
mano. Sono quasi delusa. E’ una sorta di cilindro satinato, argenteo,
che somiglia a un portapenne, e ricorda un cazzo solo per calibro e
lunghezza. Se lo sapevo, evitavo tutto sto cancan e rimanevo in ufficio
a contemplare l’Uniposca indelebile blu, che mi sa che era lo stesso.

“Toccalo. “

L’attrezzo è gradevole al tatto: tiepido (dài: l’hai scaldato prima? nel
microonde?) e liscio senza essere scivoloso. Lo reggi dalla base, mi
trovo ad accarezzarlo con tutte e due le mani, provo a stringerlo, a
meneggiarlo come se fosse vero. Non è molto convincente; molto
meglio i tuoi occhi che mi ridono in faccia, mentre ti avvicini. Mi baci,
solo il labbro inferiore, mentre mi appoggi il portapenne al collo.

La
gola mi vibra, dolcemente, senza rumore, e la tua bocca mangia la mia,
piano. Chiudo di nuovo gli occhi, mentre continui a baciarmi, e
passeggiarmi ‘sto accidenti di tubo sulla pelle, sempre più giù.
Sento i bottoni cedere, slacciarsi, la camicia scivolarmi dalle spalle. La
mia pelle è percorsa da brividi meccanici e da tremori maledettamente
reali; la tua lingua segue una traiettoria che si incrocia e diverge,
capricciosa, da quella del tubo, ho la gola, le tette tremule e bagnate,
e
sempre più caldo.

Intingi un dito, poi due, nella mia bocca; ci stropicci i miei capezzoli,
quasi meditabondo. Mi manca un po’ il fiato. Uno, due respiri
profondi, e l’ossigeno finisce di ubricarmi per bene. Tiro indietro la
testa, ti offro la gola, le tette umide e tremanti, tipo vittima al
sacrificio.
Ora il diabolico aggeggio staziona dalle parti del mio ombelico scoperto:
la tua lingua continua ad esplorarmi qua e là, capricciosamente,
bocca collo tette e adesso pancia, maledetto te.

Così, tanto per darmi un tono, ti sbottono la camicia: odore di limone e
muscoli lisci ma duri, sei magro ma ben fatto, porca miseria. Tiro in
dentro la pancia, proprio mentre stai iniziando a mordicchiarla, vibro e
vengo risucchiata fra i tuoi denti, sempre più in basso, e zio fanale,
com’è come non è, mentre fuori è ormai notte e il divano mi inghiotte
(notare la rima) son qui che scalcio quel che resta delle mie mutande.

Eh ben, ci siamo: chiudo gli occhi, non ce la faccio, ‘sto eros
semi-cyborg ancora non mi convince, e invece. Invece sento solo dita e
lingua, uno scalpiccìo umido e irresistibile fra le cosce aperte, baci e
morsi e carezze lente e spinte, morbidissime, tremanti spinte contro la
mia passera, spinte DENTRO la mia passera, porca la miseriaccia porca, sei
qui che mi baci e mi scopi col portapenne e manco me n’ero accorta.

No, mi
pare solo che la mia carne, e la mia testa soprattutto, siano solo un
tenerissimo, tremolante budino in cui affondi la bocca, e
le dita, e, ma sì, anche un cucchiaio, un magico cucchiaio vibrante che
scava, scava, mi scava fuori sospiri e piaceri.

Spalanco gli occhi, sulla tua schiena nuda e bluette, sputando un po’ di
anima e di fiato, e mi dico che in fondo, la vita del collaudatore
mica ha da essere così male.

.