Archivi tag: cliente

Avventura tra negozio e piscina

Sospensori leopardati? Qui? All’Olympus!? Beh, io non ero d’accordo,, ma a qualcuno potevano piacere… “Sospensori leopardati fluorescenti… Raccomandatati dai dottori. ” Perché i dottori avrebbero dovuto raccomandare sospensori fluorescenti? Oh bene… scelsi la mia taglia e li sganciai dalla sbarra… Mi guardai intorno nel negozio e vidi che c’erano solamente sei persone, un cliente (io) e cinque del personale… il mio sguardo si spostò sul ragazzo alla cassa verso cui stavo andando. Era alto quasi un metro e novanta, biondo e di circa vent’anni.

Misi il mio acquisto sul banco, lui lo prese, mi rivolse un piccolo sorriso e poi disse: “Le dispiace aspettare un momento, signore, devo andare a controllare una cosa per questo articolo. “
Scomparve in una stanza sul retro, così decisi di dare un’occhiata al resto del personale. Era giovedì pomeriggio e non avevano meglio da fare che chiacchierare tra di loro. Due ragazzi, due ragazze, tutti in tenuta sportiva (ma cosa ci si aspetta in un negozio sportivo?) E non erano molto interessanti, piuttosto tradizionali, niente di eccentrico!
Il biondo ritornò con un sorriso sfacciato sulla faccia, prese una borsa da dietro il banco e ci inserì la shitola, fece una breve pausa che portò la mia attenzione al pezzo di carta sulla shitola dove lessi “Urgente.

” Ero confuso mentre lo guardavo e lui disse “Sono sei e novantanove, per favore signore. ” Misi un biglietto da 10 sul banco: “Grazie, signore, ecco il resto. Ritorni presto. “
Finì con un altro sorriso e c’era dell’ironia alla sua voce. Presi la borsa, il mio resto ed uscii gettando uno sguardo al resto del personale che non sembrava aver notato la mia presenza. Guardai l’orologio. 13 e 15. Ora di pranzo!
McDonalds era il mio prossimo scalo.

Preso il cibo, mi misi a cercare un posto tranquillo (non era difficile, c’erano solo quattro altri clienti, ed uno di loro era un ubriacone che stava quasi per essere buttato fuori…) e l’angolo più privato del posto. Ora, questo era difficile, avete mai provato a trovare un angolo privato da McDonalds che non sia il bagno? Quei luoghi sono progettati per farti sentire vulnerabile mentre mangi, se sei completamente solo. Trovai un posto quasi ideale: al piano superiore, nascosto dietro una pianta di plastica.

A quel punto cedetti alla curiosità, appoggiai il vassoio e presi la shitola dalla borsa di Olympus, l’aprii e ne uscirono tre cose: sospensori nero e rosa; un bigliettino piegato con la scritta “Urgente” e un pacchetto in carta rosa e nero. Misi giù sospensori e pacchetto e aprii il biglietto. C’era scritto:
Ciao!
puoi ritenermi maleducato a mettere una comunicazione nel pacchetto dei tuoi sospensori, in tal caso non leggere questa lettera.

Mettila nel bidone più vicino.
(Io lessi…)
Allora hai deciso di continuare a leggere. Hai appena acquistato un articolo molto interessante e stavo chiedendomi se ti piacerebbe provarlo… presto… e magari con un aiuto.
OK, se non ti va per favore non portare il biglietto al mio direttore. Sto rischiando il mio lavoro nella speranza che tu voglia incontrarmi. Penso che tu l’abbia comprato per attirare l’attenzione e mostrare i sospensori. Quindi, ritorna al negozio e vai al banco accessori (dove sono tutti i sospensori ed i proteggi caviglie), ti incontrerò là così potremo sistemare qualche cosa.

Carlo.
Dannazione! Avevo comprato quei sospensori per attirare l’attenzione. Finii rapidamente il mio pasto, poi andai (leggi “feci una volata”!) da Olympus. Entrai nel negozio e vidi delle famiglie che stavano facendo acquisti per i loro bambini. Ora c’erano sei commessi, Carlo mi vide e si avviò verso il banco degli accessori. Andai a raggiungerlo e decisi di fare ‘la prima mossa. ‘ “Ciao! Ho trovato il tuo biglietto. “
“Sì, um, non hai pensato… “
“No, mi piacerebbe incontrarti.

Dove? “
La sua faccia si accese, e mi fece pensare… forse non era così vecchio. Ora avrei detto circa diciannove anni … quindi solo un anno più di me… e aveva anche un bell’accento. Rispose: “Beh, che ne diresti del centro divertimenti?”
“Sì, va vene. Quando?”
“Io stacco alle due. Posso incontrarti fuori dal centro alle due… e cinque”, e poi, quando uno dei bambini si avvicinò: “No, mi spiace signore, non ne abbiamo verdi fluorescente, solo rosa fluorescente, ma ce ne sono di altro tipo.

” Sorrise di nuovo ed andò ad aiutare il bambino. Mentre uscivo gettai uno sguardo al mio orologio, erano le 13 e 49, così attraversai lentamente la città ed arrivai al centro alle due.
Carlo arrivò in perfetto orario, indossava pantaloni della tuta neri ed una maglietta Olympus bianca, aveva anche una grande borsa “Head” blu. Toccava a lui di avviare la conversazione. “Ciao, vedo che ci sei”, sorrise indicando il centro. “Andiamo a nuotare?”
“Sì, perché no.

” Risposi entusiasta.
Poi lui sorrise e disse: “A proposito, non conosco il tuo nome!”
Risi e risposi: “Gianni per Giovanni. “
“OK, Gianni per Giovanni, entriamo. “
Salimmo la scalinata ed entrammo. La donna dei biglietti ci guardò appena. “Sì…?”
“Uh, due, per per favore per il nuoto. “
“Due euro e trenta. “
“OK, ecco qui, grazie. “
Carlo prese i biglietti e la chiave dell’armadietto, io lo seguii nello spogliatoio.

Come spogliatoio era piuttosto normale: piastrelle bianche, panche di legno, l’odore dolce di sudore, niente di insolito, a parte l’assenza di cabine private. C’erano altre tre persone oltre a Carlo e me, ascoltando le loro conversazioni, scoprii che si chiamavano Davide, Andy ed Igor.
Dovevano avere sui 18 anni e piuttosto ben piantati. Davide era alto un metro e settantacinque, piuttosto pallido e portava slip tradizionali bianchi. Aveva anche capelli bagnati. Capii che avevano già nuotato… quindi le mie speranze di vedere uno di loro nudo erano finite, pensai.

Andy comunque aveva ancora il costume da bagno, Speedo ‘Bikini’ bianchi, molto affascinanti.
In quel momento mi resi conto di non avere costume e asciugamano. Ne parlai a Carlo, lui tirò fuori un paio di Bikini neri ed un asciugamano. “Dunque”, disse sorridendo (che magnifico sorriso!i). “È probabile che tu abbia bisogno di questi!” Mi girai per riportare la mia attenzione su Andy, lo vidi lasciar cadere il costume e girarsi verso il muro.

Bel culo… Carlo mi disse: “Vado in bagno. ”
Poi Igor. Wow! Era alto più di un metro e ottanta, leggermente abbronzato, e molto ben fatto. Era entrato da poco dopo essere stato sotto la doccia, quindi chiaramente era nudo. Era piuttosto peloso, aveva un corpo molto muscoloso ed un grande pene intonso. Mi sorrise, raccolse il suo asciugamano, si voltò e cominciò ad asciugarsi.
Dov’era Carlo? Decisi di andare a cercarlo e mi avviai verso il bagno dove lo vidi che stava pisciando, si voltò e mi sorrise.

Sentii improvvisamente una spinta ad orinare. Quando finimmo ritornammo nello spogliatoio ed andammo al nostro angolo.
Non c’era nessun altro nella stanza ed io mi rivolsi a Carlo. Lui slacciò i bottoni della sua maglietta, se la sfilò dalla testa e la mise nella sua borsa. Si sedette e si tolse sneakers e calze (anch’io decisi a quel punto di togliermi scarpe e calze). Lui aveva uno splendido torace liscio, con braccia muscolose ed un ombelico peloso.

Mise i pollici tra il suo corpo ed i pantaloni e li portò ai fianchi. Li spinse giù, ne uscì e li mise nella sua borsa. Si girò verso di me, indossava sospensori leopardati… ed era enorme! Rimase a gambe aperte di fronte a me e disse: “Cosa ne pensi?”
Mi abbassai e piantai un bacio sul suo ombelico… poi indietreggiai. Le sue gambe erano muscolose come il resto del suo corpo, ed erano anche lievemente pelose.

Si girò, aveva un culo molto bello. Leggermente abbronzato e molto liscio, io gli baciai la schiena.
“Tocca a te” Disse girandosi verso di me, evidentemente eretto. Io mi slacciai i bottoni della camicia, poi me la tolsi e mi misi di fronte a lui, ora indossavo solo i miei Levi 501, senza mutande. Lui aspettò. Lentamente sbottonai la patta e spinsi giù i jeans, ne uscii e lo fissai negli occhi.
Lui si inginocchiò, continuando a guardarmi, e baciò lentamente il mio pene, spingendo la lingua nel mio prepuzio, poi si alzò e si tolse i sospensori.

Era enorme! Mi inginocchiai e lo baciai allo stesso modo. “Abbiamo tutto il tempo dopo che abbiamo nuotato” disse e prese il suo costume da bagno. Io mi misi quello nero che mi aveva dato lui e me lo sistemai, non che fosse troppo piccolo, ero io molto grosso, grazie a lui.
Andammo ai nostri armadietti, mettemmo via la nostra roba, poi uscimmo nella piscina. Lui fece un tuffo in corsa perfetto (gambe e braccia diritte) e nuotò velocemente verso l’altro lato della piscina.

Io, invece, ero più interessato ai corpi che ci circondavano! Contai solo dodici persone, non inclusi i bagnini e Carlo (ed io): sette femmine e cinque maschi. Le donne erano in gruppo, dovevano avere circa 14 anni, ridevano scioccamente e si guardavano intorno. I maschi? C’erano tre uomini più anziani e due ragazzi di circa 14 anni che sembravano conoscere le ragazze del gruppo.

Carlo ed io passammo l’ora seguente nuotando uno vicino all’altro.

Ad un tratto lui mi prese, mi tirò giù il costume e me lo strofinò leggermente, mi rimise il costume e poi ricominciò da capo… nessuno vide. Vedemmo andarsene tutti quando risalimmo e c’era solo un “congresso di donne” che passarono il loro tempo a guardarci guastandoci il divertimento. C’erano anche tre fustacci ma sembravano particolarmente etero.

Quando ritornammo nello spogliatoio, Carlo bisbigliò “Bene, qui è dove comincia il divertimento! Corriamo nelle docce.

” Io mi affrettai ma Carlo non mi seguì: andò al suo armadietto e prese qualche cosa.
I tre ragazzi erano nelle docce, come ho detto erano dei bei fusti e sbirciando oltre il muro della doccia, vidi che si stavano tutti masturbando. Una vista molto bella, ma appena girai l’angolo con un’erezione, scomparvero… evidentemente erano timidi.

Carlo venne dietro di me e mi baciò la nuca, poi cominciò a massaggiarmi l’ano con della gelatina lubrificante.

Proseguì massaggiandomi le palle, poi quando si inginocchiò di fronte a me, vidi che il suo pene, enorme tra le sue cosce, ora stava toccando il pavimento. Iniziò a succhiarmi con cura leccandomi delicatamente il prepuzio… e poi succhiando. Le mie mani andarono ai lati della sua testa a tirarlo lentamente avanti ed indietro lungo la mia asta.

Mi massaggiò ancora l’ano col lubrificante e sul pavimento vidi il tubo di lubrificante ed un involucro di preservativi, chiaramente! Io stavo avvicinandomi lentamente all’orgasmo, lui comprese e smise tutto quello che stava facendo, subito e completamente.

Io quasi venni, ma riuscii a calmarmi e mi ordinò di inginocchiarmi… era il suo turno.

Si mise in piedi di fronte a me e, quando fui inginocchiato, torreggiava sopra di me. Presi lentamente il suo pene nella mia bocca come lui aveva fatto col mio. Prese la mia testa… Io cominciai a leccare la punta del suo pene. Le sue mani cominciarono a fare forza tirandomi avanti ed indietro lentamente, mentre io gli leccavo il prepuzio il più profondamente possibile.

Aveva un sapore tanto buono quanto Carlo era bello. Lui cominciò a lamentarsi, io allungai una mano verso il pavimento, raccolsi il tubo di gelatina e cominciai lentamente a massaggiargli l’ano. Le sue mani fecero più forza…
Io mi fermai, presi il pacchetto dei preservativi e mi alzai. I nostri uccelli si toccarono. “Carlo, io voglio incularti. “
“Mmmmmm, per favore fallo. ” Rispose, e si voltò.

Dissigillai uno dei preservativi e lo srotolai sul mio pene.

Baciandogli un po’ la schiena, lo penetrai. Gemevamo ambedue molto rumorosamente e lui aprì le gambe il più possibile. Io cominciai a muovermi lentamente dentro di lui. Le sue mani mi tenevano le cosce ed io afferrai poi il suo pene, lentamente cominciai a masturbarlo e c’era ancora della gelatina sulla mia mano…

Il nostro grugnire e gemere non era passato inosservato e due ragazzi cominciarono a sbirciare dall’angolo. Io venni! Era l’orgasmo più sorprendente che avessi mai avuto.

I due ragazzi entrarono e cominciarono a masturbarsi mentre ci guardavano.

“Cosa state guardando? ” Disse Carlo (la sua voce era appena percettibile).
“Uh, nulla!”
“Venite qui. “
I ragazzi si avvicinarono. Io mi inginocchiai di fronte a quello col pene più grosso e lo presi in bocca. Mi venne in bocca trenta secondi più tardi, poco prima del suo amico che aveva avuto lo stesso trattamento da Carlo. Poi loro se ne andarono.

“Oh, bene, non erano eccezionali ma…” Dissi, ma fui interrotto da Carlo che mi aveva penetrato improvvisamente. Emisi un forte gemito e mi rilassai. Lui mi prese il cazzo e mi masturbò con forza… indietro ed avanti, mentre cominciava a lamentarsi. Anch’io lo feci e sborrammo insieme!

Appena finito ci facemmo una doccia e ci rilassammo. Io avevo appena avuto l’esperienza più formidabile della mia vita. Andammo a prendere i vestiti nei nostri armadietti e poi ritornammo vicini, avevamo ancora in bocca il sapore dello sperma dei ragazzi… Ci masturbammo… Poi ci asciugammo ed io mi misi i sospensori nuovi.

“Che ne diresti di una sauna ?” Disse Carlo.

Che fessa !!!

All’epoca ero una giovanissima studentessa fuori sede. La grande città mi affascinava. C’era proprio tutto tutto: negozi, locali, cinema, teatri, concerti, traffico, smog…. insomma la vita!!! Vivevo per conto mio in un piccolo monolocale limitrofo al centro storico della città.

Quel giorno era venerdì. Me lo ricordo perfettamente. Avevo inventato l’ennesima balla ai miei pur di non tornare a casa per il fine settimana. Non mi andava di perdere un intero giorno in attese snervanti di treni e corriere.

Avrei preferito starmene per conto mio magari in compagnia di un bel libro. Erano pochi mesi che frequentavo l’università e ancora non avevo inneshito troppe amicizie.

Così quel pomeriggio di inizio primavera decisi di farmi un bel pic nic in solitaria. Scelsi una zona remota del più grande parco della città. Mi conquistai una bella panchina e dopo un bel paio di panini mi dedicai alla lettura di “Narciso e Boccadoro” di Herman Hesse.

La lettura mi coinvolse talmente che non mi accorsi neanche del tempo che passava. Ogni tanto uno stuzzichino e poi pagine su pagine che scorrevano davanti ai miei occhi. Tanto era bello quel libro che quasi mi dispiaceva divorarmelo così alla svelta.

“Non è il nostro compito quello di avvicinarci, così come s’avvicinano il sole e la luna, o il mare e la terra. Noi due, caro amico, siamo il sole e la luna, siamo il mare e la terra.

La nostra mèta non è di trasformarci l’uno nell’altro, ma di conoscerci l’un l’altro, d’imparar a vedere ed a rispettare nell’altro ciò ch’egli è: il nostro opposto e il nostro complemento. ” – sentii una voce maschile alle mie spalle
“Cosa?…” – sobbalzai guardando con sorpresa l’uomo
“Oh, mi scusi signorina…. non volevo spaventarla. Sono semplicemente rimasto incantato dal gusto, dalla passione, che sta mettendo nel leggere quel libro meraviglioso. Narciso e Boccadoro ….

giusto? …ah… Herman Hesse tocca il cuore!!!…. soprattutto dei giovani…” – disse con pacata serenità l’uomo che, senza chiedere il permesso, si era già seduto sulla panchina
“…sì…effettivamente è affascinante …”
“…ho riconosciuto la copertina…. li ho tutti i libri di Herman Hesse…. anche in edizioni diverse. “

L’uomo, sicuramente pensionato, era vestito in completo grigio di ottima fattura, indossava scarpe inglesi e dal taschino spuntava un elegante fazzoletto ricamato. Il capo canuto, ordinatamente pettinato, emanava un ottimo odore di acqua di colonia.

Gli occhi azzurri vivaci, il parlare saggio e calmo.

Queste caratteristiche mi fecero dimenticare istantaneamente il sobbalzo di paura che mi aveva causato ed i suoi modi eleganti e gentili mi predisposero ad un atteggiamento assolutamente positivo nei suoi confronti. In fondo erano diverse ore che stavo leggendo e scambiare due parole, soprattutto con una persona così gentile e colta, mi faceva davvero piacere.

Mi affascinò con alti ragionamenti filosofici, citando autori classici e consigliandomi letture a me sconosciute.

Il tempo passò velocemente, tanto velocemente che ci trovammo ad uscire dal parco che oramai era già buio. In quelle ore ci eravamo raccontati molto della nostra vita. Mi salutò con cortesia porgendomi la mano come si conviene ad un gentleman.

Tornai a casa che la testa mi girava dall’euforia. Quell’uomo mi aveva affascinata.

Il giorno successivo tornai al parco (e alla solita panchina) nella speranza di trovarlo nuovamente. Ma, ahimè, trascorsi solitaria tutto il pomeriggio in compagnia dei miei libri.

Ero stata sciocca a non chiedergli un appuntamento…o, che ne so, riferimenti per poterlo incontrare di nuovo. Mi sentivo come una scolaretta al suo cospetto: sentivo che da quell’uomo avrei potuto imparare tanto.

Ammetto che anche la domenica provai a cercarlo. Purtroppo sembrava davvero che il nostro incontro fosse stato, oltre che piacevolissimo, assolutamente occasionale.

Il lunedì mi svegliai di malumore. Cielo nero gonfio di pioggia. E le lezioni all’università che mi attendevano per tutto il santo giorno.

Bleah. Avrei preferito starmene sotto le coperte a gozzovigliare. Ma il senso del dovere prevalse e così, infilata la giacca e raccolto libri e zaino mi diressi verso la facoltà trascinando i piedi.

“Signorina…..signorina…..” – sentii una voce trafelata alle mie spalle
“…oh…che bello!!!…mi fa piacere rivederla…. ” – esclamai felice
“…l’ho vista da lontano e l’ho riconosciuta subito. Sta andando a lezione?…”
“…Sì…. ma non ho neanche troppa voglia…. “
“…signorina, non mi deluda !!!….

è importante lo studio…lo sa…. “
“…certo…però oggi…preferirei starmene a parlare come l’altro giorno. È stata una bella giornata…anzi..lo sa?…sabato ho comprato alcuni dei libri che mi ha consigliato…”
“…ne sono felice…senta…. ci possiamo vedere a pranzo se è libera…e se non ha meglio da fare che uscire con vecchietto…eh eh eh…. “
“…ma che dice???…ah ah ah…mi dica dove e quando…”

Mi disse il nome di una trattoria che stava là vicino.

Concordammo l’orario e ci salutammo.
Le lezioni sembravano non finire mai ed ero eccitatissima all’idea di incontrare nuovamente quella persona così affascinante. Arrivai alla trattoria con mezz’ora di ritardo!!! (maledetti professori!!!)

L’uomo era già seduto al tavolo, sempre elegantissimo, profumato e sorridente. Mi scusai del ritardo. Il cameriere presentò velocemente i menù. Marcello (il nome del mio nuovo amico), ordinò come se di quella trattoria fosse un cliente abituale e consigliò anche me di degustare alcuni piatti che, a detta sua, erano i migliori della città.

Accettai di seguire anche nella degustazione del cibo colui che ormai aveva assunto il ruolo di mentore. E durante il pranzo mi affascinò ulteriormente narrando suoi aneddoti, viaggi, conoscenze…era un turbinio di sapere. Aveva girato il mondo, conosceva quattro lingue, dipingeva, suonava il violino…. e poi???

Se solo avesse avuto 20 anni di meno…..ahhhhhhhhhhhhh [languido sospiro]

Effettivamente le scelte dei piatti e del vino furono davvero azzeccate tanto che, a fine pasto, mi ritrovai con i sensi appagati.

Durante l’attesa del cameriere, Marcello, con una semplice penna biro fece un schizzo del mio viso su un tovagliolo di carta. Rimasi stupita dalla sua maestria!!! Quell’uomo non raccontava balle: era davvero un artista.

“Che bello…. accidenti!!!…ma è bravissimo !!!” – esclamai sorpresa
“…ti prego…. diamoci del tu…. te l’ho detto che ne ho fatte tante in vita mia…per un certo periodo ci ho anche campato facendo i ritratti…. e poi tu….

sei talmente bella…. giovane…che è un piacere ritrarti. ”
“Oh…. grazie…” – risposi arrossendo
“…ah…potessi farti un ritratto come si deve…..sarebbe davvero bello. ”

Non risposi al suo sospiro. I suoi commenti mi avevano imbarazzata. Mentre ero immersa nei miei pensieri e il silenzio era sceso tra noi condito solamente da sguardi intensi di Marcello, arrivò il cameriere.

“…i signori…desiderano un caffè?…”
“…ah…io…” – ma fui interrotta da Marcello che, più veloce di me….

“No…. no grazie, giovanotto…. il caffè io lo adoro fatto in casa…con la macchinetta…. adoro sentire l’atmosfera della casa che si satura di aroma…mi piace attendere…berlo caldissimo…l’espresso è un’aberrazione dei nostri tempi che…. bla bla bla…. ”

Tenne lì in piedi il povero cameriere sciorinandogli tutta una sua visione del tempo, del gusto, dei sapori…. etc…etc…. ogni qualsiasi piccolo argomento diventava per Marcello una sorta di stimolo per una lezione. Ma non era pesante o noioso tanto che, anche il cameriere, pur richiesto da altri tavoli, si perse in una dotta disquisizione sui tempi della cucina….

etc…etc. Era un tipo davvero incredibile!!!

E arrivò il conto.

“Oh…ma che sbadato. Daniela, perdonami. Che figuraccia!!!”
“Che è successo?…”
“..Ma niente!!! Ma come??? Ti volevo offrire il pranzo e solo adesso mi accorgo di non aver con me il portafogli…ma che figura!!! Senti vado a parlare con la proprietaria che mi conosce …e…. ”
“Ma no…dai…. che problemi ci sono? Pago io…tranquillo!!!”
“No, assolutamente!!! Non lo posso permettere…una ragazza che mi paga il pranzo!!! Da quando in qua si può permettere una cosa del genere?…”

Discutemmo, un po’ scherzando e un po’ no, e alla fine, strappandogli il conto di mano mi mossi in direzione della cassa e di prepotenza pagai.

“Ma grazie…grazie…. io davvero mi sento in obbligo…”
“…ma su…cosa vuole…. ooops…cosa vuoi che sia?…. sarà per la prossima volta…ok?…”
“Ci puoi scommettere…ho in mente un ristorantino favoloso e ti ci voglio davvero portare…e bla bla bla bla…..”

Avevo però bisogno di un caffè. Avevo mangiato come un camionista e bevuto come un cammello!!!…e fu proprio lui a sottolineare quel bisogno….

“Si…. ora, dopo questo lauto pasto, ci vorrebbe davvero un buon caffè….

tu volevi prendere quell’orribile espresso…. ma vuoi mettere il gusto di farlo in casa, preparare la macchinetta, accendere il fuoco…il rumore del caffè che sale…. l’aroma…ahhhh…..che meraviglia!!!…ti inviterei volentieri anche da me…ma abito lontano e poi…. una ragazza a casa di un uomo solo…..non so quanto sia il caso…. ecco…. ”
“…ah…non vedo grossi problemi per questo. Sono una ragazza moderna…mica devo difendere l’onore…. ah ah ah…. ma via, su…. te lo offro io il caffè…ti va?….

io abito qui vicino…. in due minuti ci siamo…. ”
“…ma non vorrei…insomma…. non vorrei fosse…. sconveniente…ecco…in fondo ci conosciamo appena…. ”
“…stai tranquillo…. abito sola…. e nessuno verrà a sapere di questa cosa “scandalosa”…ah ah ah…e così ti faccio anche vedere i libri che ho comprato…. ”

Col senno di poi direi che quel gesto fu davvero una leggerezza. Una leggerezza di un’ingenua ragazza affascinata da quell’uomo che rappresentava un mondo fantastico.

Ero ammaliata…ipnotizzata. Coi suoi modi gentili e premurosi mi seguì fino al mio monolocale. Addirittura, visto che non vi era altra seduta che il mio letto, si imbarazzò nel sedersi. Preparai il caffè (seguendo i suoi consigli sul rituale!!!), l’aria si riempì d’aroma, bevemmo seduti sul letto in assoluto silenzio l’amara bevanda ustionante.

“Ti posso fare un ritratto?…. ” – mi chiese a bruciapelo
“…non credo di avere materiali da disegno….


“…mi basta un foglio…. una matita…. ”
“…ma dai…mi imbarazzo. Non sono adatta a fare la modella…. ”
“…stai tranquilla. Ho ritratto centinaia di donne…. poche però con la tua bellezza…. e quegli occhi!!!”
“…i miei occhi?…che hanno i miei occhi?…”
“…nessuno ti ha mai detto che i tuoi occhi sono fantastici?…. dentro si nasconde la vita, il sole, la gioia…. e quando ti guardo mi sento giovane anche io…”
“…oh…no…. non me l’ho mai detto nessuno…e onestamente non credo di avere degli occhi particolari….


“…tu giudichi solo l’aspetto…non il carico emotivo dell’espressione…dell’anima…le sensazioni che emani…bla bla bla bla…” – e si dilungò in una sorta di mantra ossessivo nel decantare la mia bellezza, la mia gioventù, la mia freschezza, la mia curiosità…etc…. etc…. etc…

Ero imbarazzatissima anche perché, Marcello, nel dire queste cose aveva preso le mie mani tra le sue e i suoi vivaci occhi azzurri mi avevano come inebetita. Me ne stavo lì seduta accanto a lui, a bocca aperta, a farmi ricoprire di lusinghe tanto che accettai senza riserve di farmi fare il ritratto.

Avevo capito che quell’uomo avrebbe potuto ottenere da me qualsiasi cosa. E non ne avevo paura…anzi. Era, incredibilmente diventato il mio obiettivo quello di gratificare ed assecondare ogni sua richiesta. Tanto che….

“…ti faresti fare un ritratto…. nuda?…”
“…oh…no…io non……mi vergogno…”
“…oh…capisco. Ma non devi considerarmi uomo. Io sono carta…matita…. e tu sei arte…. arte pura. Bellezza che deve essere trasmessa al futuro…. ”
“…ma spogliarmi…. addirittura…. ”
“…mi basta poco…vorrei ritrarti di spalle…i capelli raccolti verso l’alto…un lenzuolo drappeggiato a coprire il seno…capisci cosa vorrei fare?…”

Incredibile.

Con le sole parole e lenti movimenti delle mani, riusci a trasmettermi l’immagine perfettamente…. e mi piaceva. Nessuna volgarità. Nessuna malizia. Accettai. Accettai a condizione che però lui si voltasse mentre mi spogliavo. Non ebbe difficoltà anzi, confermò le sue buone intenzioni uscendo dalla stanza. Quel gesto mi incoraggiò e quindi, trovato un lenzuolo adatto e raccolti i capelli sulla nuca, mi preparai ad essere ritratta.

Quando Marcello rientrò, sistemo le luci in maniera tale che l’immagine risultasse per come ce l’aveva in mente.

Scusandosi, mi accomodò il drappeggio sfiorandomi appena con le sue mani delicate. E fu silenzio…..silenzio rotto solo dallo scorrere veloce della matita…rapidi segni…insistite sfumature.

“Ce la fai a rimanere così?…. ” – mi chiese gentilmente dopo un bel po’ di tempo
“…si…sono comoda…. ”
“…potresti far calare un po’ il telo?…”
“…così?…. ” – dissi facendo scivolare il lenzuolo lungo la schiena
“…no…aspetta…lo sistemo io…. scusa…”

Le sue mani aggiustarono il drappeggio.

Mani morbide, fresche, ben curate…. stavano sfiorando il mio corpo, la mia schiena…. fino ad arrivare al seno. Sospirai per colpa dei brividi che mi stava facendo provare. Lo ammetto. Era riuscito a farmi eccitare. E tanto.

La cosa non sfuggì a Marcello: troppo colto, troppo intelligente, troppo sensibile per non capire che ero totalmente in suo potere. Era in piedi dietro di me. Lo sentivo. Le sue mani sulle spalle come a modellare la forma che poi avrebbe riportato sulla carta.

Il disegno della nuca…le orecchie…. altri brividi…. un mio sospiro più forte. E le sue mani che senza indugio scivolarono dalle spalle al seno a cercare i punti sensibili e il suo corpo mi fu addosso. Percepivo prepotente il suo premere tra le scapole.

Lasciai cadere la testa all’indietro e il suo volto mi fu davanti e il bacio dolce, profondo…. artistico…mi fece girare talmente la testa tanto che il telo fu abbandonato dalle mie mani e mi ritrovai completamente nuda di fronte a lui.

Nessuna vergogna, solo desiderio. Desiderio di un uomo che sarebbe potuto essere mio padre. Ma non lo era. Ero sua. Volevo essere sua.

Mi volle ammirare…. ogni singola parte del mio corpo…esaltandola e decantandola…. tanto che, ancor prima che facesse qualcosa, mi ritrovai sull’orlo di un orgasmo intenso. E poi iniziò a baciarmi ovunque come fossi una dea…non tralasciando i piedi…le mani…gli occhi…. ero abbandonata totalmente ai suoi voleri. E quando, dopo avermi torturata di baci ovunque, mi baciò lì…..la mia resistenza all’orgasmo crollò….

tanto che al primo colpo di lingua…. esplosi in un urlo liberatorio devastante.

Non mi dette neanche il tempo di rifiatare che, sollevandomi le gambe si piazzò di fronte a me e, dopo aver armeggiato velocemente con i suoi pantaloni, mi infilò lasciandomi senza fiato.

Quell’uomo non solo aveva una gran cultura…. aveva anche una gran…WOW !!! Mi sentii piena…. piena come non lo ero mai stata…. sentivo le pareti della vagina al limite dell’espansione.

E così come era abile nel disegno, tanto era abile nello scopare. Lenti colpi, intervallati da accelerazioni improvvise, ritmate…come se capisse perfettamente come lo volevo, dove lo volevo, quanto lo volevo….

E venni…. venni tante di quelle volte che alla fine persi il conto. Lui sembrava completamente ed esclusivamente dedicato al mio piacere come se di fatto sapesse gestire il suo. A questo non ero davvero abituata. I partner che fino ad allora avevo avuto, mettevano quasi sempre in primo piano il loro piacere…magari poi scusandosi e domandando goffamente se mi fosse piaciuto.

Lui no. Sapeva quanto piacere mi stava dando e me ne avrebbe dato finché non fossi stata io a dire basta. E non volevo dire basta…. ero entrata in uno stato di grazia in cui non ero mai stata…e non volevo che finisse….

“Spogliati…. spogliati…ti voglio sentire…” – gli chiesi ebbra di piacere
“…no…perderei la mia dignità…. i corpi dei vecchi sono brutti…. goditi solo il mio amore…chiudi gli occhi e ascolta solo il tuo corpo…il mio sesso….

e bla bla bla…. ” – attaccò una filippica che, onestamente, non riesco a ricordare, sconvolta come ero dal piacere che mi stava dando.

Ricordo solamente che volle che mi mettessi in più posizioni. Sembrava quasi che il tempo si fosse fermato. Io, giovane e distrutta dal piacere e lui, con un’erezione infinita che appagava desideri fino ad allora per me sconosciuti.

Quando, stravolta e sudata, chiesi pietà, mi uscì da dentro producendo un rumore come di bottiglia che si stappa.

Sentiva la vagina pulsare faticando a chiudersi nella posizione naturale.
Mi accasciai sul letto come svenuta. Fu allora che, mettendosi sul letto a mio fianco, mi presentò il suo “scettro dell’amore” davanti al viso…

“Voglio mettere la mia firma su questo tuo corpo…. su questa opera d’arte che ho avuto l’onore di apprezzare…. ”

Onestamente. Non riuscivo a prenderlo in bocca tanto era grosso il glande. Un fragolone violaceo che si staccava per dimensioni da un robusto fusto non lunghissimo ma grosso e venoso.

Ricordo solo che, dopo lo sforzo per cercare di accontentarlo con la bocca, i muscoli della mascella erano come anestetizzati. E il calore della sua “firma” mi bagnò completamente il seno.

Ansimavo come una matta. Ero in piena crisi d’ossigeno. Mi aveva distrutta.

Dolcemente, dopo aver riposto nella custodia il suo cannone, si adagiò al mio fianco coccolandomi come pochi uomini nella mia vita hanno fatto. Dolci parole, carezze gentili….

Gli occhi si chiusero…cullati dalle sue dolci parole.

Mi svegliai dopo non so quanto tempo. Il buio era calato sulla città. Tastai accanto a me alla ricerca di Marcello. Lo chiamai. Nessuna risposta. Accesi la luce del comodino.

Se n’era andato. In silenzio…

Pensai che fosse stato l’ennesimo gesto carino di un uomo davvero eccezionale. Sul tavolo i suoi schizzi del mio ritratto. Tutti degli incompiuti.

Soddisfatta, languida….

mi lanciai sotto la doccia. Avevo bisogno di ristorarmi dopo la folle scopata del pomeriggio. L’accappatoio caldo, il tepore dei termosifoni. Mi sarei accoccolata sul letto per ritemprarmi le forze. Magari leggendo un libro…il libro che mi ero portata dietro…nella borsa…

Dov’era finita la borsa? E il portafoglio?…al ristorante? No…con le chiavi avevo aperto casa.

E mi colse un atroce sospetto quando notai tutti i cassetti dell’armadio aperti.

Sfida di Mezzanotte

Orgasmi familiari

Stravaccato beatamente nel salotto di casa mia, alle nove di sera, ragionavo su come la situazione in cui mi trovavo stesse diventando piacevolmente abituale per me, quasi di routine. Mi stavo aprendo la patta dei pantaloni e prendendo in mano un cazzo già duro: di fronte a me infatti due donne stavano limonando tra loro in piedi e nude dalla vita in su. Se la cosa può risultare sorprendente, lo è ancor più sottolineare come le due, non solo avessero due età piuttosto differenti, una 24 e l’altra 41 anni, ma si somigliassero notevolmente trattandosi infatti di mamma e figlia.

Porca puttana! Stavano pomiciando come due liceali e spogliandosi con foga da amanti allupate. A questo punto aggiunge solo un po’ più di pepe alla faccenda notare che la più giovane, Luciana, fosse mia moglie da circa un anno e quindi la sua perversa mammina fosse la mia giovane suocera. Le due ansimavano e slinguavano toccandosi e palpandosi soprattutto le belle tette. Entrambe portavano jeans a vita bassa. Mia moglie aveva scarpe da ginnastica, mia suocera stivali da cavallerizza con i pantaloni infilati dentro.

In quanto a seno sembravano gemelle. Enrica infatti, la mamma, se lo era “gonfiato “ un po’, recentemente, ringiovanendolo di una decina d’anni almeno. Continuarono pomiciare a lungo e a leccarsi le tette, tanto che avevo il cazzo così duro da farmi male.
Mi viene da pensare che non avrebbero smesso più se non le avessi brevemente richiamate con un “Venite qua!”. Si voltarono entrambe a guardarmi: accidenti che belle! Sembravano due gemelle, i volti quasi identici, con le guance paffute tendenti al rossore, il naso un po’ largo ma corto, i capelli biondo chiaro, che mia moglie aveva lisci e lunghi fin quasi al sedere, raccolti in un’unica coda e mia suocera a caschetto, rasati sulla nuca, con ciocche più lunghe davanti.

Le labbra carnose senza eccessi e del tutto naturali, mi facevano pregustare il pompino di coppia che stavo per chiedere loro. Se i visi si somigliavano, i fisici erano praticamente identici, alte 1. 75 e solide senza ciccia inutile, Enrica solo più muscolosa della figlia, dato che per mantenere il fisico giovane si sfiniva quotidianamente in palestra. E i risultati c’erano, se, appena passati gli “anta” e con un tipo di fisico col rischio di ingrasso, si manteneva asciutta e praticamente senza cellulite.

Tutte e due erano molto curate nell’aspetto: niente peli superflui, dalle ascelle alle sopracciglia e ovunque trattate entrambe con depilazione definitiva, una leggera abbronzatura integrale da lampada, unghie curatissime per delle mani belle ed eccitanti, se le si immagina a segare il cazzo mentre succhiano la cappella. Due vere cavalle da monta, fu il pensiero che mi venne in quel momento, e stavo per formularlo se non mi avesse interrotto mia moglie:

“Non vuoi che continuiamo con dei giochino più spinti? Ho una gran voglia di farmela leccare…”, mi chiese.

“Dopo”, le risposi “voglio prima un pompino ‘svuota-coglioni’, che è da stamattina che é duro, da quando mi hai svegliato nel letto salutandolo con la bocca. Non ho avuto modo di usare Antonietta (la mia segretaria, ma questa è un’altra storia), con tutto il lavoro che abbiamo ed ho le palle che mi fanno male. Sai che spreco venirmi in mano mentre vi guardo!”.

Entrambe per mano attraversarono i tre metri di sala che ci separavano e si inginocchiarono davanti al divano, tra le mie gambe.

Erano esperte ed estremamente affiatate da decine e decine di pompini a due bocche fatti nella loro vita.
Aldo, mio suocero e patrigno di Luciana, non le aveva mai risparmiate né con sé, né con gli amici.
Enrica affondò subito giù fino alle palle, strappandomi un gemito di sorpresa, con una facilità a cui non riuscivo ad abituarmi. Non sono un superdotato, ma a 19cm ci arrivo. Eppure lo ingoiava come una caramella, senza esitazione, senza un conato, premendomi piacevolmente la cappella sulla parete del suo esofago (ho sempre pensato che la punta arrivasse ben oltre la sua faringe…).

Nel frattempo la mia dolce mogliettina non era inoperosa, ma leccava con voglia i miei testicoli e più giù la pelle fino al buco del culo. Dopo cinque o sei potenti affondi di mia suocera, si scambiarono ruolo. Luciana si dette a succhiare la cappella brevemente e poi anche lei andò giù per l’ingoio. Non era ai livelli della mamma, ma non per questo il mio cazzo ne godeva meno e non resistetti alla tentazione di tenerla premuta per la nuca.

Solo un poco, per farle guadagnare qualche millimetro nella gola. Qualche colpo di tosse, un mezzo conato, una lacrima, ma lei prosegui su e giù a succhiare senza protestare. Del resto spesso l’ho trattata peggio, scopandola in bocca fino a farla vomitare. Enrica si dava da fare leccando anche lei palle e culo, succhiava la bava che colava dalla figlia, condivideva il leccaggio ed il pompaggio, finendo per limonare con lei con la mia cappella nel mezzo.

Cominciava ad essere infoiata, era sempre così nei pompini, la eccitano da morire. Quando se lo riprese in gola fino ad affondare il naso nel mio pube – depilato come i testicoli – cominciavo ad essere al limite dell’orgasmo. Invece che rallentare i ritmi per durare di più, lasciai fare mia suocera ed il suo arrapamento, per svuotarmi presto i coglioni, certo che la serata mi avrebbe concesso almeno un’altra erezione. Anzi la presi decisamente per la nuca con entrambe le mani sollevandomi quasi dal divano nella foga e la scopai in gola con lo stesso vigore che se fosse stata la sua fica.

Enrica aiutava i miei movimenti andando incontro al cazzo il più possibile, senza un rantolo, una lacrima, una forza di stomaco. Solo le usciva di bocca un rivolo di bava collosa incontrollato, incapace com’era di deglutire.
Pompai fino a venire e quando è la prima schizzata di giornata, significa che sono almeno sette od otto getti piuttosto corposi, a volte densi e lenti, più spesso liquidi e poderosi. Non ebbi modo di vederli perché, anche se mi ero fermato e le avevo lasciato la nuca, mia suocera si teneva la punta del cazzo tra le labbra per non perdersi neanche uno schizzo.

Come ebbi finito mi sentii di colpo esausto e mi lascia i sprofondare sul divano, intuendo lo spettacolo che mi stavano per offrire.
Enrica infatti si era tenuto tutto lo sperma in bocca ed, in ginocchio ma dritta, aspettò che Luciana le si facesse sotto ed aprisse la bocca e poi le rovesciò dentro tutto. Mia moglie sembrò indecisa se ingoiare o no, poi si sollevò sui talloni per essere all’altezza della mamma e le riversò di nuovo tutto in bocca.

E così per tre o quattro volte, sputandosi letteralmente lo sperma di bocca in bocca fino a concludere con una limonata appassionata sul pavimento. Alla fine non ne avevano persa neanche una goccia.
Le mie donne non si fermarono qui ed Enrica, la più eccitata delle due, mantenne l’iniziativa. Sbottonò i jeans della figlia e glieli sfilò lasciandola in perizoma. La fece mettere carponi sul tappeto davanti al divano e le abbassò anche l’elastico dello striminzito indumento.

In quella posizione il culo di mia moglie esprime il meglio di sé, solo e polposo, così rotondo che sembra fatto col compasso. Enrica non perse tempo e le si mise sotto, fra le cosce ed i glutei leccandola e succhiandola con foga, la fica, il clito, il culo. Ci metteva passione, col viso affondato nel sesso della figlia, fin quasi togliersi il respiro. Passava e ripassava la lingua affondandola dentro, entrandoci pure col naso.

Con le mani le strizzava forte le chiappe aprendogliele e tirandogliele, affondandoci le unghie perfette, dandole violente pacche sul culo, per farla fremere e mugghiare. Luciana rispondeva bene al trattamento, eccitata, e roteava il sedere strofinandosi sulla faccia di sua madre e tenendosi con le mani aperte le chiappe, faccia a terra, per mostrarmi i suoi buchi depilati. La mamma le aveva già affondato prima un dito, poi due, nel culo, così, a secco, facendola urlare, ma, per contro, arrapandola di più, tanto che ora grugniva come una scrofa.

Non le ci volle molto a venire con la lingua nella fica e le dita in culo. Rantolò e sussultò a lungo nell’orgasmo, per terminare a terra sfiancata, inebetita dal piacere.

Enrica le si sfilò da sotto e mi guardò, con espressione soddisfatta e di trionfo, consapevole che stava educando la figlia a godere sempre meglio, con più frequenza e più violenza, rendendola schiava del proprio orgasmo, così come lo era lei.

Le feci cenno di sedersi sul divano accanto a me, mentre Luciana ancora guaiva, rannicchiata a terra, con una mano tra le cosce. La baciai con passione, come per ringraziarla di ciò che aveva fatto, proprio con la sua bocca golosa di sessi, sia maschili che femminili. Con la mia lingua nella sua gola, non rinunciai a palparle le tette, sode e dure, strizzandole un po’ e soffermandomi sui capezzoli duri e puntuti che schiacciai tra l’indice ed il pollice con una certa forza.

Strillò immediatamente, segno che erano molto delicati, anche se si dice che chi si rifà il seno perde di sensibilità tattile sulla parte. Il bello di mia suocera è che anche quando la faccio soffrire non si ritrae, anzi, pur non considerandola una vera masochista, lei va incontro al dolore, forse non lo cerca e ne ha addirittura paura, ma non si rifiuta mai di soffrire e immancabilmente si eccita.

“Spogliati”, le dissi, come mi staccai dalla sua bocca e dal suo seno e lei senza batter ciglio si tolse stivali e calze, si alzò in piedi e si sfilò gli aderentissimi jeans.

Poi mi voltò le spalle e piegandosi il più possibile col busto in avanti, mi offrì lo splendido spettacolo delle sua chiappe nude. Non portava mutandine, neanche il più piccolo dei perizomi, e questo lo sapevo. Diceva che le piaceva il ruvido dei jeans che le sfregava la passera glabra ed in più era anche, di solito, il volere di mio suocero.

Poi, senza aspettare che le ordinassi nulla, salì in piedi sul divano, sempre dandomi le spalle e quindi rifilandomi davanti al viso il suo culone.

Si piegò di nuovo in avanti, finché la sua bocca non fu all’altezza del mio cazzo moscio. Finimmo così in un sessantanove volante, con lei che, in precario equilibrio, aveva cominciato a succhiarmi, strofinandomi il solco delle sue chiappe sulla faccia.
Intanto mia moglie si era un po’ ripresa e, appoggiata su un gomito, ci osservava fare.
Enrica era eccitatissima, la leccavo e sditalinavo al meglio che sapessi fare e lei rispondeva con grugniti e muggiti sempre più alti, sbavando sul cazzo e colando umori copiosi dalla fica.

Mi davo da fare e ce la feci a farla venire con due dita di una mano nella sua fica fradicia e il pollice dell’altra direttamente in culo. Certo fu un orgasmino; guaì per un po’ senza scomporsi troppo, mentre io conoscevo i suoi veri orgasmi che erano dirompenti e la lasciavano devastata. Sapevamo entrambi che era però soltanto l’inizio della serata e, nel frattempo, il mio cazzo nella sua bocca aveva riacquistato una certa consistenza.

Enrica si sedette accanto a me sul divano e mia moglie, alzandosi da terra, prese posto dall’altro lato. Mentre mia suocera, sudata e un po’ stordita, si stava riprendendo, passandosi le mani tra i capelli, io mi alzai con Luciana e iniziammo a limonare in piedi. Era già eccitata e si strusciava la fica sulla mia coscia, mentre con una mano mi segava. Enrica però non si concesse riposi ed, inginocchiandosi, si abboccò subito al cazzo.

Che bocca ingorda! Succhiare e ingoiare sembrano per lei una vocazione; è una missionaria del pompino, una consacrata della fellatio e del cunnilingus. Se lo sprofondò in gola, di nuovo fino alla radice, e non potei fare a meno, con la lingua in bocca a mia moglie e una mano sul suo culo, di assecondare il golino, tenendo mia suocera per la nuca e scopandola di nuovo in bocca. Ormai era di nuovo duro ed, anzi, mi tirava da far male, come succede quando si ha la seconda erezione senza un minimo di riposo.

“Ti prego scopami…” mi chiese a quel punto mia moglie, “Ho voglia del tuo cazzo!”.

Fosse per me, sarei venuto di nuovo nella bocca di Enrica, ma non mi feci ripetere l’invito due volte: il dovere coniugale prima di tutto.

“Ti sbatterò fino a farti urlare”, dissi a Luciana nell’orecchio e senza complimenti spinsi col piede mia suocera rovesciandola all’indietro. Cazzo! Con due donne come quelle mi sembra il minimo essere brutali!

Afferrai mia moglie per le cosce e la sollevai inforcandola in piedi.

Gridò di sorpresa e goduria, ma subito si mise a cavalcarmi ed io a spingere. Scopavamo come a****li, con Luciana che mi stava avvinghiata al collo ed io che la tenevo da sotto le chiappe. Ci davo dentro più che potevo e mi sentivo vigoroso come un leone e la insultavo forse banalmente, ma così mi arrapavo di più.

“Dai troia, ti piace il cazzo? Impalati zoccola… zoccola… Che troione di moglie!”.

Lei per tutta risposta urlava ogni volta che la facevo ricadere pesantemente sul mio cazzo teso, del resto glielo avevo promesso, che l’avrei fatta sgolare come una maiala al macello.

Andammo avanti per dieci minuti e cominciavo a sentire male alle gambe, dato che non è un fuscello con i suoi 58 chili. Per fortuna all’improvviso la sentii partire: le arrivò un orgasmo dirompente. Dalla bocca singultava suoni disarticolati e sembrò soffocare, tremando tutta, mentre con più foga la facevo saltare sul cazzo.

Quando l’orgasmo le cominciò a scemare ero esausto dal mal di muscoli e la gettai letteralmente sul divano. Ruggii di eccitazione e mi sentivo così arrapato da essere inferocito. Mentre Luciana ancora gemeva, gli occhi fuori dalle orbite, le assestai due sonori ceffoni che la lasciarono senza fiato, ma che incassò senza alcuna ribellione. A quel punto Enrica, che era rimasta in disparte sditalinandosi a tutto spiano, si fece avanti perché mi dedicassi a lei e fu un bene, perché forse non mi sarei fermato e mia moglie l’avrei picchiata ben bene.

Mi afferrò il cazzo di spalle, premendomi il seno sulla schiena e sussurrandomi:

“Inculami ti prego… Sbattimi il cazzo in culo. ” Non ci vidi più. La sollevai di peso portandola dietro il divano. Si sistemò a pecora, in piedi, appoggiata alla schienale, spingendo indietro il culo. Le sfondai l’ano con un colpo secco, del resto lei se lo tiene sempre pulito e lubrificato, pronto all’uso. Emise solo un lungo gemito, che curiosamente sembrava di sollievo, come quando uno ti inizia un massaggio.

Le ero entrato fino ai coglioni e sentivo il suo intestino fasciarmi il cazzo, stretto. Lo sarebbe stato per poco, perché, tenendola energicamente per i fianchi con entrambe le mani, cominciai a sbatterla violentemente. “Stoc, stoc” era il rumore del mio bacino che schioccava sulla sue natiche piene. Lei stava in punta dei piedi per arrivare meglio col suo buco all’altezza della mia verga, ma nonostante questo, affondando nelle sue viscere, la sollevavo appesa con l’ano al mio cazzo, facendola guaire come una cagna.

Infoiato com’ero, non trattenei la mia tendenza a diventare violento e le davo sonori schiaffoni sulla parte alta delle chiappe. Luciana strillava e mi incitava: “Dai, dai… mandami a fuoco, sbattimi il culo, sbattimi il culo!”. Era fantastico come si muoveva venendo incontro al mio cazzo ad ogni affondo, implorando di essere sfondata. Uscivo fino a intravedere la cappella per poi spingerlo dentro fluidamente ed energicamente. Luciana era con le mani aggrappate al divano, che spesso mordeva per l’arrapamento.

Io ero vicino all’orgasmo e non potevo trattenermi oltre: ero stanco ed i coglioni mi dolevano. Anche lei stava per venire di nuovo e lo implorava: “Vengo col culo… Fammi venire, vengo col culo…”. Godette come un’indemoniata: ruggiva e mulinava il culo. Quando si sollevò dal divano per incollarsi con la sua schiena al mio petto, mentre continuava a roteare le chiappe sfondate dal mio cazzo, non resistetti più. Il suo anello anale si era fatto così stretto che c’ero incastrato dentro fino alla radice.

Venni così, con una sborrata lunga e quasi dolorosa, da prosciugamento totale, visto che era la seconda in una serata sola. La spinsi di nuovo con la faccia sul divano e tenendola per i fianchi finii di godere nel suo intestino sfregando la cappella con delicatezza sulle pareti del suo retto. Luciana non si era persa la scena e si era subito fatta sotto quando ci aveva sentito venire. Come uscii dal culo di mia suocera, lei era pronta a ripulirmi la verga, con un risucchio che mi fece quasi urlare, data la sensibilità della cappella dopo una sborrata.

Poi si dedicò alla mamma che, sfinita, era letteralmente riversa sullo schienale del divano. Si riprese un po’ quando sentì la figlia che le allargava le chiappe e l’aiutò a farlo. Luciana le leccava il buco del culo da cui colava sperma e la madre le facilitò l’operazione cominciando a spingere come se dovesse defecare. La rosa dell’ano era ancora spaventosamente dilatata e lo sperma usciva copioso ad ogni spinta e sbucava fuori anche la carne enfiata e rosa acceso dell’interno dell’ano.

Mia moglie non si perse neanche una stilla del succo delle mie palle ed in breve il culo di Enrica fu ripulito della mia sborrata. Eravamo tutti e tre sudati e sfiniti. Le donne si sdraiarono pesantemente sul divano carezzandosi i capelli e dandosi bacetti. Come erano dolci!

“Come godo con voi due non mi succede con nessuno…” disse Enrica tenendo il volto della figlia tra le mani, “neanche con Aldo o col negro più cazzuto… sarà per via della perversione dell’i****to.

” “Mamma! Che troia che sei! Come faresti senza il sesso? Vivi solo per godere…” le rispose mia moglie. “E’ vero… ma anche tu non scherzi e tuo marito è un gran scopatore” aggiunse Enrica sorridendomi, “e poi mi piace quando diventa violento… mi sento cagna…schiava…”.

“Già. E stasera eri in vena, vero amore?” mi chiese Luciana girandosi verso di me. “Cazzo! M’avete fatto godere due volte, tanto che ora mi gira la testa!” risposi, “con due come voi sarò sempre in vena e poi mi sembra che non ti dispiacciano gli schiaffoni…”.

“Certo…mi farei sculacciare anche ora, anche se sono venuta fino allo sfinimento…lo sai che sono tua e il mio corpo è cosa tua…”.

Misi fine a questi discorsi masochisti andando a prendere da bere. Un bel drink forte era quello che ci voleva, poi tutti a letto, ognuno a casa sua. Enrica che abitava a cinquecento metri da noi, nella stessa tenuta di campagna, rincasò nuda.

“Sfida a mezzanotte”

Quella sera soffiava un vento gelido che spingeva i pochi paesani riluttanti verso le proprie abitazioni alla ricerca di un ambiente caldo, dove consumare con i familiari una cena riparatrice del fuggevole pasto di mezzogiorno e dei disagi imputabili ad un inverno che proprio quell’anno si era particolarmente accanito con acqua, bufere di neve, temperature gelide e tramontana, sul tranquillo paesino dell’Italia centrale.

Raramente al paese avevano avuto inverni così duri.
Quello “mitico” del ‘29 era materia inesauribile dei racconti degli anziani al bar che facevano a gara per aumentare i metri di neve caduta in quell’anno.
Lo pensava proprio quella sera Aldo, il gestore del “Bar Commercio”, che nonostante l’ora canonica del pasto serale sostava ancora nel locale, bestemmiando per il ritardo della moglie con la quale si davano i “cambi”.
Proprio un tempaccio.

La cosa non gli dispiaceva, il suo locale era adeguatamente riscaldato e attirava più gente degli altri bar. Oltre che dotato di una bella stufa e rilevanti canalizzazioni che mantenevano costante la temperatura, c’era il modo singolare del barista di gestire il rapporto con i clienti.
Del resto non era un caso se anche d’estate poteva vantare il maggior numero d’ombrelloni aperti sulla piazza principale, a far da cappello a giocatori di carte, calciofili, filosofi dell’ovvio, giovani perditempo dai discorsi monotematici sulle ragazze.

Da “quelli” della politica che si miscelavano con “quelli” del calcio che a loro volta intrecciavano discussioni con “quelli del ciclismo”, tutti insieme a spettegolare di corna altrui con molti presenti, più o meno inconsapevoli, soggetti delle storie narrate.
Al solito tavolo il temuto e rispettato Giovanni, “gigante” irsuto delle granaglie, che unico si permetteva gli ordini “alla voce” tuonando l’inconfondibile: “Aldo!!!!!……un Chivas”, intendendo la marca più costosa di whisky. A fargli compagnia, mal sopportato, ma come tutti i ruffiani, indispensabile per tessere la rete boccaccesca che poi il nostro possente Casanova avrebbe raccolto con la preda dentro, il barbiere Belindo.

L’ingresso del bar era sulla piazza, ma c’era una porticina nella sala biliardo che, oltre a comunicare con i vicoli retrostanti, era utilizzata come via di fuga per avventori in incognito nel caso di visite inaspettate o inopportune.
Il signor Aldo era un uomo tarchiato, di forma a “barilote”, coi pochi capelli sempre spettinati a formare due teorici “cornetti” luciferini e l’immancabile “sinalone” legato in vita alla maniera dei croupier, ma con l’aggiunta di alcune macchie leopardate multicolori di varia estrazione e provenienza.

Il “Bar Commercio”, era punto di riferimento e ritrovo dei paesani, anche se il carattere del proprietario non era dei migliori, ma proprio le sue sfuriate, i litigi, il suo partecipare attivamente a tutte le chiacchiere anche quando il suo “ruolo” ne avrebbe sconsigliato l’intervento, rendeva il luogo “unico” e irrinunciabile.
D’altra parte dove potevano passare il tempo i giovani e gli anziani delle famiglie del paese? Certamente non al paludato bar del “Circolo Culturale”.

Maggior concorrente del sor Aldo e con vista a fronte il Circolo che situato in cima alla via che portava in piazza, godeva di maggior altezza, nel senso della struttura dello stabile e del “censo” sociale dei suoi iscritti.
Nelle ampie e ben arredate sale si pavoneggiavano i figli, i padri e gli zii, con rispettive signore, di quella borghesia di paese, umoristicamente eccessiva e pomposamente fuori del tempo.
Il presidente era il signor Battista, un gemello del Vittorio de Sica gloria del cinema nazionale, al quale somigliava in maniera impressionante.

Sempre elegante, con la “farfalla” a pois e l’incedere aristocratico, con unico neo lo scricchiolare delle scarpe ad ogni passo; il suo passato era abbastanza misterioso, ma con un’elezione tutta da raccontare.
Quella sera nella sala centrale del circolo la lotta, all’ultimo voto, era fra il Generale in pensione e il Presidente della locale squadra di calcio.
Nella sala, percorsa in modo febbrile dai supporter dell’uno o dell’altro aspirante, l’unico quieto era un personaggio fin allora sconosciuto: un signore di grand’eleganza e distinzione, compostamente seduto, silente ed attento all’ennesima, inutile operazione di scrutinio dei voti.

La presenza del quale fu notata da uno dei tanti “infiltrati” del Bar Commercio, presenti in sala per seminare zizzania. Il ragazzo, Alberto il suo nome, non era nuovo a burle e scherzi poi assurti all’onore delle cronache paesane.
L’idea che gli balenò nel cervello fu la seguente: come nel calcio paesano, un giocatore proveniente “da fuori”, al di là delle qualità, otteneva immediatamente il posto da titolare in squadra, così lo “straniero” in sala, col suo fascino misterioso, poteva influenzare quel branco di pecoroni costituenti l’Assemblea e fungere da terzo incomodo nella lotta, determinando una situazione inattesa con esito imprevedibile.

Il passa parola e soprattutto il passa bigliettini di voto, ottennero un risultato clamoroso, non solo si creò “casino”, che era lo scopo reale dell’operazione, ma addirittura il sig. Battista, sconosciuto a tutti, stravinse alla grande al primo ballottaggio, e fu eletto nuovo Presidente del Circolo Culturale con grande scorno per i titolati pretendenti e tutte le conseguenze festose al Bar Commercio, nel quale si fece l’alba per il ridere ed il bere che un raggiante sor Aldo erogò con abbondanza.

Basterebbe soltanto quest’aneddoto per comprendere, senza alcuno sforzo, che l’inimicizia era nella pelle. Nulla accomunava i due ritrovi e i suoi frequentatori, se non una: la passione per il gioco del biliardo.
Un tappeto verde univa il popolo del paese: quello del calcio domenicale.
Un tappeto verde lo divideva: quello della “stecca”.
Nei due luoghi antagonisti ci si preparava tutto l’anno per le due sfide, una da giocare in casa, l’altra in trasferta, in giugno e in gennaio, al meglio delle tre partite a “48” punti.

Con la fronte imperlata di sudore o con le dita intorpidite dal freddo, i due campioni designati dalle rispettive “colonie”, si sfidavano all’ultimo birillo.
Nei mesi successivi era sollazzo e prese in giro da parte dei vincenti, fino alla successiva sfida dove i perdenti cercavano di rivalersi sull’avversario.
La partita era vissuta in modo diverso dai due ambienti.
Al Circolo della Cultura, la maggior parte dei signori non più giovani riponeva l’interesse in cose più “nobili”, come giocare il cospicuo pokerino notturno, causa di tante fortune dilapidate e brillanti carriere bruscamente stroncate.

Al Bar del Commercio, oltre la briscola ed il tressette “da consumazione” non si andava e tutti seguivano la preparazione al biliardo.
Meno uno.
Il sor Giovanni, commerciante in granaglie in Italia e udite, udite, anche all’estero!
Questo particolare cliente, quando gli impegni di lavoro non lo portavano nell’Est Europa, era presente tutti i giorni ai tavoli del bar, per raccontare con l’immancabile bicchiere di Chivas in mano, avvolto dal fumo dell’eterna sigaretta, circondato da ammiratori in silenziosa adorazione, le sue avventure amorose con le belle straniere e le spionistiche avventure oltre cortina.

Per lui, oltre il lavoro, le donne e il Chivas non s’andava; del biliardo e del Circolo, non gliene poteva fregare di meno.
Quella sera, della quale narravamo in inizio di racconto, il barista Aldo aspettava con impazienza il “cambio” da parte della moglie, per ritornare rapidamente, dopo aver consumato una cena frugale, al bar Commercio ed organizzare la sala per la riunione che avrebbe avuto come ”ordine del giorno” la disfida di sabato 23 gennaio.

Soltanto tre giorni per sapere…
A giugno, purtroppo, il campione dei “peones” era stato battuto “in casa” dall’avversario, soprattutto per un incidente verificatosi durante lo svolgimento della gara nella quale era in vantaggio.
Era successo in un’uggiosa serata di giugno.
La sala, nel seminterrato del Bar Commercio, era gravida di popolo tifoso grondante sudore, avvelenato dalla spessa cortina fumosa, che seguiva in silenzio le carambole delle palle sul panno verde nel folle balletto dei piroli.

Bisogna premettere che all’ingresso della sala, sulla destra, era posta una panca per quattro/cinque persone, solitamente usata per lo scherzo dello “straniero” che consisteva nel lasciare libero il primo posto ed occupati gli altri. Quando un nuovo frequentatore si sedeva sull’unico posto libero, gli altri quattro si levavano contemporaneamente in piedi facendo volare per forza d’inerzia il malcapitato in aria, accompagnato dai sollazzi dei frequentatori abituali.
Orbene, nel momento in cui il campione del Circolo Broccolino tentava un tiro “di calcio” a palla coperta, difficoltà massima e l’attenzione nella sala era lancinante, il campione di casa, il sor Penni, decideva improvvidamente di sedersi sul posto dell’impiccato; quelli della panca, fosse la tensione o la disattenzione, abituati a quel movimento, meccanicamente s’erano alzati, determinando l’immancabile capitombolo del “nostro”.

Le conseguenze furono pesanti.
A partita iniziata le sostituzioni non erano ammesse e il sor Penni pur continuando con orgoglio ed abnegazione per la causa, perdette in malo modo.
La sconfitta angosciò il sor Aldo che, dato il carattere nervoso, si rifece coi quattro panchinari duramente malmenati e cacciati a tempo indeterminato dal bar.
Tutta l’estate fu un tormento, non fosse altro per il modo nel quale era maturata la sconfitta.

Dal terrazzo del Circolo, lassù in alto, gli scherni e i sollazzi erano quotidiani e non bastavano certo le mani alzate a mo’ di corna, per sollevare dubbi sull’onorabilità delle Signore, a chetare i vincitori, cornuti ma contenti.
S’attendeva il “ritorno” da giocare fuori casa, ma da vincere con tutti i mezzi: leciti ed anche, perché no, illeciti.
Nella riunione della serata bisognava decidere il sostituto del signor Penni.
S’era fatto di tutto per rimetterlo in sesto e lui stesso aveva provato e riprovato, ma lo spostamento di due costole abbisognava di ben altri tempi per recuperare e a malincuore avevano dovuto alzare bandiera bianca.

Il sor Penni era un giocatore sopraffino, della scuola sudamericana, dalla quale aveva mutuato lo stile perfetto col quale interpretava il tango “figurato” nei veglioni di carnevale.
Longilineo, coi capelli tirati a brillantina e divisi lateralmente da una riga geometrica, eleganza all’inglese mai vistosa fatte salve le scarpe bicolori, foulard al collo e sigaretta montata su bocchino d’ambra: era il cuore delle donne che lo mangiavano con gli occhi, ma i suoi interessi erano altri.

Se un ipotetico forgiatore d’uomini avesse dovuto costruire un modello opposto al suddetto, non poteva far di meglio che aver creato il signor Broccolino, l’avversario di sempre.
Questi era un commerciante di pellami che dell’olezzo relativo non riusciva mai a liberarsi.
Nonostante ciò era considerato un gran cacciatore di donne o almeno per tale si accreditava, con qualche perplessità degli auditori soprattutto perché considerato di “bocca buona” contentandosi di qualunque soggetto respirasse.

Il suo era un non stile: uomo grossolano, gran lavoratore, si era arricchito e negli affari andava per le spicce adoperando spesso le maniere forti, avendo in gioventù tirato di boxe.
Al biliardo però era un satanasso, non aveva certo lo stile del Penni, ma era concreto ed efficace.
Avversario mai domo e duro da battere per chiunque, non disdegnava trucchetti che mai avrebbe adottato l’avversario.
Ora per sfidare questo maglio si doveva trovare, rapidamente, un fuoriclasse all’altezza del compito e soprattutto con la certezza che lo battesse.

Dopo tre ore di dibattito litigioso, dove si era rischiata la rissa quando il Bellini per l’ennesima offesa rivoltagli di eccedere nel bere, era uscito, rientrando dopo pochi minuti mulinando la pala da muratore bloccata dal pronto intervento del sor Aldo, si arrivò all’ovvia ed unica conclusione: al paese il “campione” non c’era.
Dovendo comunque designare l’uomo della “sfida di mezzanotte”, si procedette per votazioni successive arrivando più volte allo scontro fisico, con lancio di cestini, cappotti, berretti ed anche dell’ultima “pasta” rimasta sul bancone che guarda caso è chiamata “bomba”.

Fu la goccia che fece traboccare il vaso: il sor Aldo con passo svelto aprì la porta principale del bar e in un baleno spalancò quella secondaria.
La forza della natura che premeva da giorni per entrare nel locale e n’era stata respinta, si prese la sua rivincita. Un turbine di vento gelido fece volare tutto quanto riuscì a sollevare: cappelli, giornali, ombrelli, un vecchio quadro raffigurante figura di donna discinta ed il telo verde del biliardo che provetto aquilone veleggiò sulle teste degli astanti.

Tutti cercarono di difendersi come potevano e in questo sforzo sbollirono i loro spiriti.
Qualcuno tentò vane proteste che il ghigno del gestore scoraggiarono dal proseguire.
In poco tempo si stabilì che, per quanto ancora giovane, Giorgio Mondroni era il più dotato ed avrebbe rappresentato un’indubbia sorpresa nel campo nemico: fu votato all’unanimità, complice la solita “truffa Alberto” suo intimo amico.
Mentre si ultimavano le ultime operazioni di conta, Aldo, seppur soddisfatto per la sua opera unificatrice, non lo era affatto per la scelta, seppur inevitabile.

Qualcun altro, all’esterno, sorrideva soddisfatto, ma per le ragioni opposte a quelle del barista.
All’angolo della casa dei Rossi, il “colonnello”, appoggiato al suo scopone, il corpo deforme ed inerte, simile al monumento che in mezzo alla piazza celebrava l’eroina del paese, aveva spiato per il Circolo e questo nessuno poteva immaginarlo.
Il povero ragazzo, nato gobbo e per questo oltremodo dileggiato dagli assidui clienti del Bar Commercio, era figlio d’una famiglia umile.

Il soprannome di “colonnello” gli derivava da quest’episodio: gettatosi dal secondo piano della povera abitazione ed essendo atterrato senza gravi conseguenze, ai primi soccorritori che chiedevano increduli come si fosse salvato, il ragazzo farfugliò con voce nasale: “coll’ombello!”, ed, in effetti, lì nei pressi un povero ombrello giaceva, fiero del salvataggio.
Da quel “coll’ombello” a “Colonnello” ci volle poco, in quel paese dove anche le mosche avevano il soprannome.
Il “colonnello” era per la sua povera natura fatto bersaglio d’ogni genere di scherzi volgari e pesanti e per reazione alle umiliazioni quotidiane era diventato la perfida “quinta colonna” del signor Maurizio, suo capo al dipartimento della nettezza urbana e soprattutto facente funzioni di consigliere al Circolo della Cultura.

Quando il nostro Giuda, con passo sbilenco, entrò sogghignante nel salone al primo piano del Circolo, trovò Maurizio al tavolo del poker; bastò uno sguardo e i due s’appartarono nella saletta della segreteria.
Maurizio teneva giustamente nascosto il loro vero rapporto, altrimenti il suo informatore sarebbe stato bruciato in tutti e due i sensi: metaforico e reale.
Gli iscritti del Circolo, vedendoli insieme, pensavano che il capo dipartimento stesse comandando il lavoro per il giorno dopo.

Quando la notizia passò dalle labbra del “colonnello” all’orecchio di Maurizio, la certezza e la gioia di festeggiare un carnevale “brasilero” pervase il consigliere che, liquidato il suo “agente” lasciandogli per l’indomani giornata libera, radunò con discrezione il gran consiglio.
Erano presenti, il presidente signor Battista, il vicepresidente dr. Pecchio, il segretario Mario Cingoletti, uno dei probiviri il maresciallo Chieti, il Broccolino, il miglior esperto di biliardo e suo compagno di allenamento il Sor Cesare e Maurizio che comunicò loro la notizia.

Sorrisetti mal celati, toccatine benauguranti, richiami alla discrezione ed al silenzio e soprattutto: “calma e gessetto”.
Furono messi a punto gli ultimi particolari per l’organizzazione della serata che avrebbe visto l’arrivo degli odiati rivali; fu incaricato il Cingoletti dell’approvvigionamento di una partita di bottiglie di “schiumante” di marca per i festeggiamenti.
Ormai la domenica era vicina, il tempo stringeva, soprattutto per gli avversari.
Al Bar Commercio, nei due giorni successivi fu come alla vigilia dei grandi match di pugilato, tutti intorno al biliardo, silenzio in sala e allenamento continuo del giovane Mondrioni sotto gli occhi esperti del Penni.

Questi, seduto dolente sul ballatoio, impartiva direttive come l’ammiraglio Nelson dalla tolda del suo “Victory” a Trafalgar prima della vittoria, con l’unica differenza che neanche il più inguaribile degli ottimisti avrebbe scommesso una lira su quel pivello.
Era talmente alta la tensione per gli allenamenti, che il popolino del Bar trascurava i maneggi giornalieri della bella pizzicagnola che solitamente faceva girare le teste, secondo i suoi spostamenti all’interno del negozio, alternativamente a destra e sinistra, come avviene nelle partite di tennis.

Ciò provocava la felicità di Alfonsino, un rosso dai piedi piatti di mezz’età, che mentre aiutava nei lavori della salumeria, gustava in esclusiva, ogni mossa, della Venere, pur consapevole che quel bocconcino e quelle forme, erano destinate al “tocco” del Sor Giovanni Tettavalle.
Il ruvido dongiovanni, dall’interno del poderoso Mercedes parcheggiato di fronte al negozio, inviava l’ambasciatore Belindo a perfezionare gli ultimi particolari per l’incandescente serata.
Al mattino della domenica il vento di tramontana, che aveva imperversato per giorni interi, era all’improvviso caduto, lasciando il campo al silenzio inquietante che precede la tempesta, ma al momento il cielo era terso e la giornata festiva stupenda per colori e nitidezza di paesaggio.

Alle undici ci fu il rituale della chiacchiera in piazza, l’uscita della messa, lo “struscio” dei ragazzi con le ragazze, il pranzo, il derby calcistico del pomeriggio col paese vicino. Le scazzottate con gli avversari e il classico inseguimento dell’arbitro, reo di aver concesso un rigore inesistente che aveva determinato la sconfitta dei “nostri”.
Fin li tutti i paesani, signori e plebei, s’unirono nei rituali suddetti.
Ma a partire dalle sei del pomeriggio il gelo scese sul proscenio della sfida serale.

La bomba esplose, inattesa, alle 11 di quella sera, all’arrivo della delegazione del Bar Commercio nella sala da biliardo del Circolo della Cultura, gremita di tifosi assetati di sangue per la sfida di mezzanotte.
Da detonatore fece l’arrivo inatteso, nella mattinata, di Aurelio, nipote del Sor Quintino, macellaio del paese e padre del giovane Alberto.
Aurelio era il figlio di sua sorella Elvira residente a Lecco.
Ora, cosa c’entri tutto questo con le vicende fin qui narrate sarebbe difficile da spiegare, se non per un particolare per nulla trascurabile: Aurelio era campione regionale di biliardo della Lombardia, ma nessuno ne sapeva nulla.

Lo scoprì per caso, parlando con lui a tavola, Alberto che da quel momento non riuscì ad ingoiare nemmeno un bicchier d’acqua.
Il suo pensiero, lungi dal farsi corrompere da altri ragionamenti, correva alla partita di biliardo, alla più che probabile sconfitta ed al miracolo manifestatosi coll’apparizione di suo cugino Aurelio che, cinta l’aureola, avrebbe guidato alla vittoria il suo bar.
Come il Sor Quintino si assentò per imprescindibili necessità fisiologiche, Alberto mise in atto una rapida fuga da casa che, pur non essendo una novità assoluta, (per solito avveniva per i tetti, essendogli preclusa la porta dalla figura minacciosa del babbo), lasciò i commensali di stucco.

Col cuore in gola, risalì ansimante il vicolo, entrò nel Bar dalla porta sul retro, scese le scalette che immettevano nella sala del biliardo e crollò sulla brandina che era usata dal sor Aldo per il notturno.
Nella saletta era presente il team al gran completo: Giorgio Mondrioni alla stecca con il sor Penni alla “consolle”, il sor Aldo dall’alto del vano bar con cipiglio imbronciato all’indirizzo degli avventori che avessero tentato l’ordinazione.

Gli altri silenti e preoccupati seguivano le evoluzioni delle palle e dei piroli che, in realtà erano involuzioni in quanto il Giorgio, emozionandosi per l’avvicinarsi dell’ora fatidica, peggiorava le proprie prestazioni.
Quando i presenti videro Alberto in quelle condizioni, pensarono che a differenza di altre volte, fosse stato raggiunto dal sor Quintino e giustiziato. Con l’aiuto di un cognacchino decifrarono da quelle frasi sconnesse la grandiosità del messaggio e nella sala calò un silenzio irreale.

Il sor Aldo, come sempre, ebbe la reazione più rapida: cacciò in malo modo i pensionati già nel mirino per il nulla consumare, corse ad abbassare la serranda di accesso al bar collocandoci la scritta “chiuso per la partita di calcio”.
La discussione iniziò non appena Alberto si fu ripreso e vertette non tanto sul tentativo d’ingaggio immediato e segreto del campionissimo, ma su come affrontare la cosa col sor Quintino.
Qualcuno sorriderà, ma per l’incoscienza o la non conoscenza del soggetto che andiamo a trattare.

Il sor Quintino, uomo dal cuore d’oro che sfamava gratuitamente tutte le famiglie bisognose dei vicoli, era però un iroso “bastian contrario”, allergico ad ogni forma di autorità, nemico giurato del potere in qual si voglia sua forma si configurasse: sindaco, prete, farmacista, direttore della locale banca e via dicendo.
Il tutto non per un motivo specifico ma solo perché agli occhi dei compaesani rappresentavano qualcosa d’importante e lui l’importanza la riconosceva soltanto alla bella carne, alla “coppa”, alle salsicce e soprattutto alla caccia, sua unica passione assoluta e totale.

Al minimo sgarbo su queste materie shittava la terribile reazione.
Il figlio Alberto ne sapeva qualcosa, le rincorse sui tetti da parte del babbo, erano ormai proverbiali.
Ora affrontare in una siesta domenicale il sor Quintino, con in casa quattro o cinque fucili carichi a portata di mano, non era cosa da ridere.
L’idea vincente non poteva venire da altri che non fosse il figliol prodigo, che suggerì il coinvolgimento del compare Zerbino, grande amico di famiglia, compagno di cacciate appassionanti del nostro macellaio.

Sulla “millecinque” Fiat, messa a disposizione e guidata da Terzilio il noleggiatore, presero posto con gran difficoltà: Alberto, il barbiere Piedipiatti, Rossi (famoso antiquario di mobili antichi religiosi, di dubbia provenienza), Bruno Fretti, supertifoso della Juventus e Ginetto il fruttarolo.
Il sor Aldo col Penni continuarono l’allenamento del Mondrioni, nel caso in cui il tuonare del fucile avesse messo fine al bel sogno finora soltanto accarezzato.
La banda fece tappa al macello del sor Quintino dove, con la doppia chiave, Alberto trafugò vari “tagli” di prima scelta da usare come viatico col compare.

La regalia e la promessa dell’uso della bicicletta da corsa nuova fiammante di Alberto fecero breccia nel buon cuore di Zerbino che, comunque aveva già deciso autonomamente, ma si guardò bene dal dirlo, di andare a trovare il compare per proporre una battuta di caccia per quella nottata.
Così ci guadagnarono tutti, meno Quintino che alla riapertura del negozio, scoperto l’ammanco, avrebbe cercato di saldare i conti con chi sapete voi, naturalmente senza riuscirvi, come sempre.

Il compar Zerbino salì le scale di casa, con Alberto ben allineato e coperto dietro di lui e trovò la Sora Lella che giocava a briscola col nipote Aurelio e sul comodo divano l’organo a settantacinque canne di Quintino in piena funzione, talmente impegnato in quel roboante concerto che soltanto l’uso dei richiami da caccia riuscì nell’opra di risvegliarlo.
Non appena l’ingannevole squittire del tordo giunse all’orecchio del sor Quintino, l’aprire gli occhi e imbracciare la doppietta in posizione di sparo fu un tutt’uno e soltanto la visione del compare, a braccia in alto, in segno di resa, non fece shittare i due cani del fucile.

Tutto sommato non fu così difficile ottenere il benestare all’utilizzo del nipote, bastò scambiarlo con la promessa di un nugolo di storni e beccacce, avvistati nella campagna e pronti per finire sul bancone della macelleria: per il primato cittadino del Sor Quintino, miglior cacciatore al cospetto dei tanti invidiosi pretendenti.
Aurelio, accettò con entusiasmo, felice di sfuggire alle grinfie dell’invadente zia e alla briscola, in favore di un sicuro divertimento ai danni di quei poveri provinciali.

L’affare era fatto.
La brigata s’incamminò festante per il vicolo con destinazione Bar Commercio, pregustando una serata da non dimenticare.
Il Sor Quintino e il compare Zerbino, pregustando un cannoneggiamento nella campagna di Ospedaletto.
Alle 11 precise, la delegazione del Bar Commercio fece il suo ingresso solenne nella sala da biliardo del Circolo della Cultura gremita di tifosi starnazzanti per…… la sfida di mezzanotte.
Quando l’Aurelio, accompagnato dal Sor Penni, dopo aver salutato il pubblico con un aristocratico inchino, si diresse alla rastrelliera delle “stecche” per la scelta dello “strumento”, dal proscenio si levò un “ooohhhh!” di stupore.

Broccolino, che si stava scaldando da oltre mezz’ora, provando stecca personale e tiro sul campo di gara, quando si vide porgere la mano dall’emerito sconosciuto e capì che sarebbe stato il suo sfidante, cercò con lo sguardo, in mezzo al pubblico, il sor Cesare.
Ma il sor Cesare, già all’ingresso della delegazione in campo, vedendo quel volto non conosciuto ed avendo frequentato le più titolate sale da biliardo della Capitale, aveva avvertito un disagio crescente, intuendo che qualcosa non andava, e mentre lo sguardo del Broccolino monitorava la sala alla sua ricerca, egli era già arrivato, col suo incedere sincopato alla porta della Presidenza, aveva bussato ed era entrato, carico di dubbi e foschi presagi.

All’interno trovò un Signor Battista piuttosto agitato, intento a riempire una valigetta con documenti ed effetti personali. Messo al corrente della situazione imprevista, non mostrò grande interesse.
La cosa non sorprese il sor Cesare, che aveva già notato altre volte la stranezza del personaggio e la poca partecipazione alle vicende del Circolo, ma in quella circostanza la cosa lo preoccupò particolarmente e con maniere energiche e parole spicce lo convinse a recarsi nella sala del biliardo.

Quando entrarono nell’arena strepitante, i due contendenti stavano “arrotando” le stecche col “gessetto”, le due palle parallele, pronte per l’accostaggio che avrebbe determinato il diritto al primo tiro.
Il presidente del Circolo Culturale, riavutosi dal suo torpore, afferrò energico il microfono e col suo stile forbito richiese ed ottenne il silenzio assoluto ed attaccò:
“Questa straordinaria disfida è stata sempre disputata da concorrenti locali, poiché mi sembra di capire che il signor…?”
Qualcuno dal pubblico mormorò: “Aurelio” ed il sor Battista, “che il signor Aurelio, non fa parte del consesso paesano, senza alcun’offesa per lei, evero, ritengo che soltanto il benestare del nostro caro Broccolino possa autorizzare l’avvio di questa nobile tenzone.

Diversamente ci vedremmo costretti ad annullare la gara. ”
Il suo parlare magniloquente e la velata minaccia di una serata tanto bramata mandata in fumo, colpì la platea che, insolitamente silenziosa, rivolse la sua attenzione al campione del Circolo.
Il Broccolino non conosceva la paura anche se le viscere consigliavano, col loro sommovimento pericoloso, una certa cautela.
Guardò il tavolo della giuria e finalmente incrociò gli occhi del sor Cesare che inviò il messaggio tramite lo scuotimento orizzontale della testa: “NOOO!”.

L’allievo, nel silenzio più assoluto, vide in quell’interminabile attimo sfumare la possibilità di passare alla storia delle sfide cittadine come colui che aveva respinto l’assalto straniero alle mura del suo “Circolo”. Così, forte della propria sbruffoneria, tuonò il fatidico: “SI !!”.
La sala scoppiò in un irrefrenabile giubilo, alimentato soprattutto dai “nostri” conosciuti furbacchioni che unici in quel consesso si potevano leccare i baffi, davanti ad un bel Broccolino cucinato arrosto con patate.

Ad un imperioso gesto del temuto probiviro Chieti la sala zittì.
Il sor Cesare inquieto fumava nervosamente l’ennesima “muratti”.
Col classico scorrimento delle stecche sul pollice e l’indice della mano sinistra formanti una forcina, il tocco impercettibile del puntale sulla palla, s’iniziò il match.
Era l’accostaggio per stabilire chi, dei due contendenti, dovesse tirare per primo.
Il dolce ruotare delle sfere verso la sponda di partenza. Il silenzio. Gli ultimi impercettibili giri delle palle.

Quella del Broccolino ferma ad un centimetro dalla verde proda, l’altra a baciare.
Un vulcano eruttò nella sala, scaricando tutta la tensione accumulatasi nelle ultime giornate, ore, minuti e furono rombi, lava, cenere e lapilli.
Finalmente si giocava.
Al primo tiro, del primo “quarantotto”, Aurelio mandò con tocco perfetto la palla avversaria sui piroli che crollarono tutti sul panno e poi come telecomandata terminò la corsa nelle fauci della buca.

“Due.. quattro.. sei.. otto…e quattro fanno dodici, più due della buca: quattordici!!!” compitò il “Barone” Armando addetto alle “palline” colorate che segnavano i punti dei due contendenti.
I supporter del Bar esultarono a lungo, il Broccolino guardò sconcertato verso il posto occupato in precedenza dal sor Cesare, ma lo trovò vuoto come il suo stomaco secernente acidi gastrici letali.
Il presidente col Cesare ed il segretario Cingoletti erano chiusi nel salottino attiguo.

Dopo un breve parlottare decisero che il Cingoletti Mario, centralinista del Posto Telefonico pubblico, avrebbe raggiunto la sua postazione giornaliera e preso contatto coll’Associazione nazionale biliardo per scoprire qualche cosa sul conto del misterioso straniero.
Già al primo colpo il Sor Cesare aveva capito con chi avevano a che fare.
Al “Commercio”, Aldo sostava dietro la vetrina del suo bar vuoto e si godeva in pace l’ennesima “esportazione” senza filtro, guardando, in lontananza, le finestre illuminate del Circolo e prestando orecchio ai rimbombi che da esso giungevano.

Era certo del risultato finale della gara e comunque mai era andato in campo avverso, i suoi piedi si sarebbero rifiutati di varcare l’odiata soglia.
Nella piazza vuota, illuminata fiocamente dai lampioni, comparve all’improvviso, strisciando rasente i muri, una figura sghemba, con le lunghe gambe magre che aravano rapidamente l’asfalto.
Quando fu di fronte alle vetrate del Bar Commercio, istintivamente gettò uno sguardo sfuggente all’interno, ma fosse per i pensieri che gli correvano in testa o per la miopia cronica, non vide nemmeno lo sgradito spettatore di quella sua cavalcata notturna e proseguì “stortignaccolo” verso il posto telefonico pubblico, laggiù in fondo alla piazza.

Il sor Aldo invece lo aveva riconosciuto subito e cominciò a preoccuparsi: “Il Cingoletti, durante la gara che va al lavoro? Non può essere…a meno che…”.
Nella sala fumosa, la partita si stava trasformando da tragedia in farsa.
All’inizio il pubblico seguiva con partecipazione rumorosa la sfida ed era attento e nervoso, ma coll’andare delle carambole, dei colpi più spettacolari dell’Aurelio e di contro coll’affannarsi di Broccolino che oltre a non raccogliere un punto, non riusciva nemmeno a colpire la palla avversaria, cominciò a rumoreggiare all’unisono.

In aria già volavano cartocci di vecchi giornali e la situazione rischiava di degenerare.
Alla caserma dei carabinieri il maresciallo Casella si apprestava a salire sulla camionetta con due militi, il suo volto inespressivo nascondeva un gran turbamento, la destinazione era il Circolo Culturale.
Il centralinista Cingoletti dopo aver armeggiato nervosamente con gli spinotti, ottenne la comunicazione desiderata. Dopo le prime risposte alle sue domande, il suo volto scheletrico da cinereo divenne nero di rabbia, le spesse lenti da miope volarono in aria.

Lasciata la comunicazione aperta e il posto incustodito, si precipitò di gran carriera, per quanto consentitogli da quella struttura dinoccolata, nella direzione del Circolo.
Il sor Aldo che non s’era spostato d’un centimetro dal primo passaggio, assistette al secondo con turbamento misto a disperazione: era del tutto evidente che la “partita” si metteva male ed allora spense le luci, serrate le porte, prese cappello e data la buonanotte ai “suonatori”, si recò da Venanzia, eterna consolatrice delle anime in pena.

Mentre la camionetta dei carabinieri parcheggiava davanti al cinema, locale attiguo al Circolo, ed il segretario Cingoletti imboccava di gran carriera la rampa delle scale del medesimo, una lussuosa Lancia “Ardea” arrivava da Perugia con all’interno tre signori di gran classe, vestiti con abiti scuri e garofano all’occhiello, accompagnati da altrettante signore emananti grande charme.
Nella sala biliardo del Circolo la partita era giunta all’ultimo atto.
Dopo il primo “48” a zero punti, anche il secondo stava terminando nella stessa maniera.

Il Cingoletti irruppe concitato in sala, si precipitò al tavolo del presidente e, dopo un breve conciliabolo col sor Cesare, afferrò il microfono, accese l’amplificatore e chiese con voce tremolante il silenzio.
L’Aurelio, con la stecca in mano, non riuscì a tirare un “rinquarto” finale che avrebbe sancito la fine delle ostilità.
Il signor Battista, presidente del Circolo della Cultura, prese la parola con aria solenne:
“l’incontro ha da considerarsi nullo, lo sfidante sig.

Aurelio Fanti è un professionista, campione della Lombardia, pertanto la vittoria va a tavolino al signor Broccolino, campione del nostro Circolo, ora ci attendiamo pubblicamente le scuse da parte dei rappresentanti del bar Commercio. ”
Dopo pochi attimi di sbalordito silenzio, la sala esplose in un boato di proteste, accuse, invettive e contraccuse.
I più facinorosi dei campi avversi cercarono di passare alle vie di fatto, ma non vi riuscirono perché irruppe nella sala, con tutta l’autorità conferitagli dalla divisa e dal categorico cipiglio, il maresciallo Casella coi due carabinieri: le parole che pronunciò dal microfono fecero il resto.

“Signor Battista, la prego di seguirci in caserma: la dichiaro in arresto per falsa identità, truffa aggravata, appropriazione indebita, falso in bilancio, peculato ed abbandono del tetto coniugale. ”
A questa terribile sentenza il falso signor Battista divenne paonazzo e svenne.
Soltanto in seguito si seppe che don Ciccillo Chiuccio, noto truffatore di Aversa, discendente da una nobile famiglia del posto, aveva sin da giovane dissipato la sua esistenza con ogni sorta di mal comportamenti, girovagando per l’Italia, inseguito da mandati di cattura fino ad allora andati a vuoto ed approdato per l’ennesimo raggiro al paese che ben conosciamo.

Ma torniamo sulla scena del “delitto”.
Nell’accumularsi di tutti quegli avvenimenti, nessuno aveva notato l’arrivo in sala dei tre signori in redingote e delle signore in abito lungo, ma dopo che il Chiuccio ripresosi dal malore era stato trasferito nella locale galera, lo sbalordimento di tutte e due le compagini lasciò il campo alla curiosità per quell’insolita compagnia.
E come nella vita ogni dolore è mitigato dalla ricerca di una consolazione che aiuti a tirare avanti così in quell’amara circostanza il dottor Pecchio, facente funzione di Presidente pro-tempore, presentò con il microfono i fratelli Angeletti: il cavalier Virgilio e il professor Gianni, con le rispettive consorti, benemeriti del paese e ben introdotti nei migliori circoli del capoluogo.

Essi stessi presentarono il terzo Signore: il Campione del Mondo in carica Pablo Suarez, a Perugia per un’esibizione al famoso Circolo dei Filandoni e grazie a loro qui in sala per una pubblica dimostrazione individuale.
A questo stupefacente annuncio fece seguito un uragano di applausi, urla, grida e fischi alla pecorara (Alberto, Mondrioni e soci).
Altrettanta gioia non poteva provare il povero Ciccillo Chiuccio che dalle sbarre della piccola cella, privato delle stringhe delle scarpe e del suo papillon, meditava amaramente sulla sua vita scellerata e contemplando il cielo stellato ricordava le parole di suo padre: “Attento Franciè, le palle male adoperate giocano sempre brutti scherzi!”.

Sotto quello stesso cielo, ma in tutt’altra posizione, nella campagna silenziosa, una macchina di grossa cilindrata col motore spento era comunque scossa da convulsi fremiti.
All’interno, Giovanni Tettavalle stava raggiungendo l’estasi per merito dei pregevoli servigi orali dell’avvenente salumaia.
Al chiarore della luna, qualche chilometro più in là, il Sor Quintino ed il compar Zerbino, fregandosene di tutte quelle stronzate paesane, attendevano fiduciosi l’arrivo di uno stormo di pasciute beccacce.

vendita

Era un appassionato di fotografia,aveva inserito un annuncio su varie riviste e finalmente era arrivata una risposta,tra l’altro l’incontro ci sarebbe stato in un bar alla stazione del paese vicino,prezzo accettato,l’unica seccatura provare la macchina ,l’acquirente aveva uno studio lì vicino.
Non aveva problemi , camera usata e trattata bene,si trattava di perdere un paio d’ore e chiacchierare naturalmente. Se andava tutto bene come sembrava,avrebbe cambiato l’attrezzatura e sostituita con il nuovo sistema digitale.

Arrivo’ in macchina alla stazione di Grandate,la persona era gia’ lì,una borsa per macchine fotografiche come concordato,si presento’ ,si diressero al bar dove ordinarono un caffe’ e si sedettero. Il nostro Marco comincio’ a tirare fuori la mercanzia e l’altro comincio’ a provarla,shitti,messa a fuoco,esame degli obiettivi ,cerco’ di tirare un po’ sul prezzo senza insistere troppo,chiese di provarla con un rullino che avrebbe sviluppato in camera oscura,veniva con lui o l ‘avrebbe aspettato lì?
Che domanda,certo che andava con lui penso’ ” se poi non torni?”
Era modestamente solo un fotomaatore,viveva ina villa vicina e nella cantina teneva una piccola camera oscura,faceva servizi fotografici e ogni tanto l’aiutava una vecchia amica che gli faceva da aiuto badava alla casa, un po’ da segretaria,,lui con i computer non ci capiva molto.

Salirono in macchina e si lascio’ indicare la strada,uscirono dal paese ,su per una collina ed arrivarono alla villa,un po’ fuori mano,cancello automatico ed entrarono,parcheggiando davanti casa,un edificio di due piani,grandi finestre ma tutte con le inferriate,l’altro sembro’ capire e gli spiego’ che gli avevano rubato gia’ tre volte,anche l’attrezzatura fotografica,per quello ne cercava una, sperava che con il nuovo sistema le cose andassero meglio.
Li stava aspettando una signora,vestiva da cameriera,un po’ strana veramente,non giovane, truccata,grembiulino,crestina sembrava quasi la protagonista di uno spettacolo teatrale in costume.

“E’ Daniela,come ti dicevo,adesso la usero’ come modella con la tua attrezzatura,facciamo in fretta ch anche tu avrai da fare,vieni giu’ in cantina che ti faccio vedere la sala posa,poi ci pigliamo un te’,almeno io, tu quello che vuoi,intanto sviluppo i negativi”
Scendemmo,sala grande,luci,anelli alle pareti,una pedana,le solite cose,Daniela era scesa con noi,schiaccio’ un po di interruttori e si mise in pedana,caricarono la macchina,la misero su un treppiedi , la collegarono ai flash e il tizio si mise a fotografarla mentre si muoveva a suon di musica,fecero in fretta,salirono di sopra,mentre l’altro si era chiuso in un’altra stanza per sviluppare.

La Daniela mi fece accomodare in un salotto e dopo avermi chiesto cosa desideravo bere mi lascio’ da solo,c’erano dei raccoglitori di foto ,tutte primi piani di uomini e donne,sempre uomini e donne,era l’atteggiamento che era strano,sembravano sorrisi come un po’ forzati,non so.. non erano naturali,le fotomodelle raramente sorridono ma si capisce ,e’ il loro modo,ma queste….
Ritorno’ Daniela,si era cambiata,sempre strana pero’…gonna nera lunga,camicia bianca,sempre col trucco inappuntabile,una collana strana,sembrava quasi un collare,va be’ fatti suoi,sali’ anche il suo amico”Fatto ,ho messo le pellicole in bagno,dieci minuti e abbiamo finito,visto i miei album?Mi strizzo’ l’occhio,naturalmente questo e’ quello che si puo’ vedere gratis,il resto e’ sotto chiave,sai gli piacciono le foto un po’spinte,io li accontento e li vendo,cioe’ le vendo ,le foto voglio dire e per questo c’e’ Daniela che con Internet e’ un genio..comunque un po’ di pazienza e finiamo subito,vuoi vedere?”
Le pellicole erano in un armadio essiccatore e si erano asciugate,ritaglio’ dei negativi e li mise in un ingranditore e li proietto’,aveva un bella tecnica di ripresa perche’ la Daniela era stata fotografata benissimo,merito suo e anche della mia attrezzatura modestamente.

“Sì,sì riconobbe tutto perfetto,torniamo su e pago quello che e’ stato concordato,un te’ mentre conti. Ti interesserebbe un bel servizio fotografico?Te lo farei gratis,hai un bel fisico,te lo ha mai detto nessuno,un po’ effeminato,non offenderti,ma proprio un bel fisico.
Cercai si svicolare sul discorso, tornammo di sopra per il te’ in modo da chiudere lì e andarmene,certe allusioni mi avevano sempre dato fastidio.
La Daniela era li’ a servire,”Te’ verde?Te’ nero?Altro?”,bevevo mentre contavo i soldi e si parlava di tutto e di niente,pero’ mi sentivo girare la testa,il cliente e la Daniela si zittirono e si guardavano sogghignando.

“E anche questo e’ fatto” mi parve di aver sentito prima di addormentarmi..

II
Mi risvegliai mezzo intontito,facevo fatica a muovermi,anzi non ci riuscivo proprio,mi sentivo la gambe e le braccia spalancate,cercavo di chiuderle e di girarmi ma ero come impedito,cominciavo a rendermi conto di essere legato,non solo ero anche imbavagliato,avevo qualcosa in bocca che mi permetteva di mugolare ma non di gridare,sembrava una palla di gomma,una ball gag ?Ma dove diavolo mi trovavo ?
facevo fatica a vedere,ero al buio un po’ di luce nella penombra
filtrava da dietro,una finestra quasi chiusa?
Stavo tornando lucido,ma ero sempre legato e imbavagliato,cominciavo a ricordare…il te’…la villa…la stazione..l’annuncio,la villa!Ero finito in mano a qualche gruppo di pervertiti?La Daniela me la ricordavo,ma l’altro il fotografo ?Non sapevo neanche come si chiamava.

Dove diavolo ero?Ero su un letto,duro,ma sicuramente un letto,non riuscivo a capire cosa mi bloccava le caviglie e i polsi,ma erano fissi,non riuscivo a muoverli.
Ad un certo punto si accesa la luce,davanti a me una porta ed una voce che diceva di stare tranquillo,stavano per arrivare ad aiutarmi.
Aiutarmi?Mugolavo ancora piu’ forte ma non risposero,continuavo a cercare di gridare ma mi usciva solo qualche gemito e nient’altro.
Non capivo quanto tempo era passato,finalmente la porta si apri’ ed entrarono la Daniela e il fotografo con una bottiglia d’acqua.

“Tranquillo. Se stai tranquillo ti leviamo il bavaglio e ti diamo un po’ d’acqua,guarda la bevo io cosi’ sei sicuro che non ti facciamo altri scherzi”
Scherzi?Brutti bastardi!Feci si’ con la testa e mi tolsero dalla bocca la palla. Cercavo di parlare ma non ci riuscivo avevo la bocca indolenzita e cominciai a bere.
“Allora bello mio,hai capito,ti abbiamo preso ed ora ci fai divertire,un po’ di foto e tutto si sistema”
Che scemi,altro che un po’ di foto,una denuncia non ve la leva nessuno pensavo.

“Noi ci divertiamo a fotografare i nostri soggetti,prima e dopo la cura. Si’ la cura perche vi trasformiamo in trans e vi vendiamo su internet,e’ un affare che rende un bel po’ e come ti ho detto ci fa divertire perche’ dopo un po’vi facciamo diventare collaborativi!Adesso la Daniela ti fa vedere come”
Daniela si avvicino’ con un frustino ,mi alzo’ i calzoni e mi sfioro’. Una scossa elettrica ed un sussulto. ancora una scossa ed io tremavo tutto.

III
Ritornarono dopo un po’,mentre continuavo a pensare al loro strano discorso,con una siringa in mano.
“Trnaquillo,serve solo a rilassarti un po’,senza fare troppe storir,adesso ti spogliamo e ti portiamo giu’ per un po’ di foto,dobbiamo mostrarti alla nostra clientela e vediamo cosa gli piace”
Mi liberarono e seduto sul letto cominciai a spogliarmi,mi meraviliavo di me stesso,gli ubbidivo senza reagire,mi fecero alzare,polsi legati messi sul davanti,un bavaglio ,un collare con la catena e mi fecero uscire.

La stanza dava su un corridoio con in fondo una scala che portava giu’ alla loro maledetta sala di posa.
Mi girava un po’ la testa e Marco mi sorreggeva ,mentre Daniela mi tirava con lacatena,scesi in basso vidi che’ c’era una specie di baldacchino,ci avvicinammo…. era una specie di gogna,mi fecero inginocchoare e mi ci infilarono la testa.
“Bravo,adesso accendiamo le luci e cominciamo lo spettacolo,la vedi la telecamera?”
Cominciarono con le scosse,un mugolio,una scossa e un altro mugolio,io continuavo a gemere mentre una mano mi allargava il sedere e mi infilava qualcosa di grosso e freddo dentro il buco.

“Su,su,quasi ci siamo e’ un bel gioiellino quello che ti porti dentro,da ora in poi sarai il verde come il suo colore,agitati un po’ mentre ti guardano rendi l’asta piu’ piccante”
Comincio’ con un frustino vero e continuava con le scosse.
“OK,per adesso basta,tirati su che ti incateno con la faccia al muro
Cosa c’e’?” era la Daniela che si era avvicinata e gli bisbiglio’ qualcosa.
“Si’?Vogliono vederlo in erezione?va bene ,pero’ tocca a te darti da fare”
Mi misero davanti alla telecamera e cominciarono a massaggiarmi il sesso,era proprio brava,in poco tempo quella troia mi aveva fatto venire.

mi lascio’ e torno’ al computer,dopo un po’ di smanettare torno’ dal mio seviziatore.
“Cosa?Ma questa e’ nuova!Comunque se serve alla vendita…..
si rivolse a me “Senti sai che sei il primo?Te lo avevo detto che mi sembravi un po’ …diciamo ..effeminato,bene qualcuno ti vuole vedere vestito da donna e mi chiede anche cosa metterti,meno male che c’e’ la Daniela che ha l’occorrente”.
Sparirono tutti e due e dopo un po’ tornarono,comincio’ il calvario:calze autoreggenti,tacchia a spillo,reggicalze,corsetto,
“No le mutandine non servono e’ ammosciato,se lo vogliono diritto ci pensera’ ancora Daniela”
Mi misero faccia al muro,ero anche bendato e ricominciarono con la frusta,poi con le scosse elettriche,era un continuo ,poi si fermarono e sentivo qualcuno smanettare la computer,era la Daniela ,lo capii da un suono di meraviglia seguito da un silenzio.

La sentivo parlottare con qual bastardo di Marco e anche li’ altro suono di stupore seguito da una risata.
“Non e’ possibile,non ci credo,e’ la prima volta ed e’ la somma piu’ alta per una vendita…. allora …carina. lo sai chi ti vuole ..verdina..una coppia di anziani,lei e’ una lesbica matura …ti vuole operata e con la quinta di seno,ha degli agganci con una clinica di chirurgia plastica,qui vicino,in Svizzera. Noi cominciamo con una curetta ormonale poi ti vengono a prendere per l’operazione,su coraggio bella c’e’ sempre una prima volta…e’ il mercato bellezza !!!”
Mi sentii svenire

IV

Mi risvegliai a letto,ero libero piu’ o meno, a parte un collare che mi teneva legato
Ero sempre vestito con le scarpe,la calze,il busto stretto con le giarrettiere,mentre cercavo di svestirmi,si accese la luce e si apri’la porta,erano sempre loro il fotografo e la Daniela.

“Allora come va?Dobbiamo parlare. forse si potrebbe evitare quello che hai saputo,ma dovresti essere sincera o meglio sincero. che preferisci?Sai come?cosa puoi offrirci in cambio ,conosci qualche donna da vendere al tuo posto? Carina almeno,anche se con la chirurgia ora si fanno miracoli,dobbiamo pero’ drogarti per essere sicuri che tu non menta e poi devi tacere,non offenderti ma non possiamo rischiare ,il nostro e’ un business che ci rende bene ed e’ un peccato finirlo,una chiacchierata tranquilla e la finiamo qui.

Ero cosi’ preoccupato e spaventato che dissi subito che ero d’accordo,l’unico problema era… chi dargli in cambio?L’importante era restare uomo ,poi avrei sistemato tutto con una bella denuncia.
Daniela sembrava avere gia’ saputo ,perche’ tiro’ fuori una siringa e mentre mi pungeva diceva “Adesso ce ne parli un po’,cosi’non puoi fotterci”
Come al solito mi ripresi,sempre legato al letto e sempre vestito da donna,accanto a me incatenata ad una sedia e con la testa coperta da un cappuccio pesante,come per una deprivazione sensoriale una donna.

“Brava,sei stata sincera,abbiamo catturato anche tua moglie,non e’ quella che ci avevi descritto,ma sara’ un omaggio per i compratori. E’ passata una settimana da quando abbiamo parlato ma l’abbiamo addestrata bene,niente cibo e acqua,solo pompini,ti fara’ un bel regalo prima dell’operazione,non avrai certo pensato che ti lasciassimo andare,ora che siete spariti tutti e due, siamo tranquilli che nessuno vi cerchera’,vedrai che meraviglia e’ diventata,non la riconoscerai piu’ per come l’abbiamo addestrata,non hai idea di che abile troia sia diventata,adesso la provi,vedrai sara’ un piacere anche se l’ultimo,
Mi misero una ball gag,mi misero su un’altra sedia,li vidi tirarla su , inginocchiata davanti a me,polsi e caviglie legate”Ti mettiamo un bel cappuccio per non farti sentire,lo leviamo a lei e la facciamo lavorare,vedrai sara’ un piacere,capisci non deve riconoscerti.

La mia compagna era diventata bravissima,bocca stretta,lingua guizzante. calda e morbida ,non l’aveva mai fatto cosi’ bene la stronza da quando stavamo insieme,ingoio’ tutto mentre prima si rifiutava.
Chiaramnete non potevo gemere ne’ sentire niente.
Dopo un po’ mentre ancora godevo per il lavoro della mia compagna,mi sentii trascinare per terra e mi levarono il cappuccio e la pallina.
“Adesso cominciamo il tuo addestramento,devi imparare a sollazzare le signore e lavorarle come si deve,alla tua donna ci ho pensato io e mi sembra diventata una esperta,no?Adesso tocca a te fare lo stesso con Daniela,mattina,pomeriggio e sera e se non lo farai bene..”
Imparai presto come si lavorara,Daniela non diceva niente,scosse elettriche sui capezzoli e frustate sul sedere se non usavo bene la lingua,purtroppo capii come aveva fatto ad addestrare mia moglie diventai anch’io un esperto.

Una mattina non so come ma capii che erano nervosi,mi bendarono,mi fecero scendere le scale e fui legata in ginocchio su un tappeto,avevo capito che era la sala,le scosse e le frustate furono parecchie,c’era un profumo diverso e quando mi tolsero il foulard dagli occhi vidi una signora anziana che mi aveva tenuto la testa premuta sul suo sesso.
“Si’,disse ai due seduti accanto a lei,manca di entusiasmo ,ma a questo col tempo si rimedia”,poi rivolto a me,”Sono la tua nuova padrona,posso farti operare del tutto , limitarmi ai seni,lasciarti cosi’,un po’ trans dipende da te,se sei piu’ brava..adesso ricomincia e datti da fare”
Mi detti da fare al massimo,perche’ la sentivo sospirare a piu’ non posso…e mia moglie?Ma che si arrangiasse adesso ho altro a cui pensare.. dovevo salvare le mie pall….

!

 V

“bene,ti stai dando fare,adesso ti sta arrivando l’entusiasmo ,basta un po’ di incoraggiamento “vero?
Si mise a ridacchiare e mi bendo’
Dopo un po’ che mi davo da fare sentii la voce dell’altro. il suo compagno.
“Adesso basta con lei e vediamo cosa sai fare con me,dovrebbe essere piu’ facile,sai cosa ci piace. ma devi giocare diversamente che con mia mogli,smetti e apri la bocca”.
Che dovevo fare,ubbidii e mi mise in in bocca qualcosa che sembrava un anello e mi costringeva a tenere la bocca spalancata senza poterla chiudere.

“Capirai che e’ meglio stare sicuri!” e mi spinse la testa verso di lui.
“Vediamo un po’ se lo sai risvegliare,senti come e’ piccolo,datti da fare”
“Basta una scossa sui capezzoli?C’e’ qualcosa che ti fara’ lavorare meglio”. Qulacosa di freddo mi entro’ nel sedere.
“Si’ caro mio e’ di metallo e fa passare meglio la corrente”
Arrivarono le scosse sui capezzoli e all’interno di intensita’ sempre piu’ forte.
“Allora vuoi farmi sentire la lingua?Accarezzalo sulla punta e scendi piano piano sull’anello.

sono qui aspetto”
Che dovevo fare ?i capezzoli anche senza le scosse mi facevano male,cominciai a leccarlo. ad ascoltare i suoi “consigli”,bene lo stavo facendo crescere,lo sentivo sempre piu’ in bocca e in gola,respiravo a fatica e mi spingeva la testa sempre piu’ a fondo
“Avanti giu’,giu’..continua…su e giu’,voglio sentire le labbra scorrere,scommetto che non lo chiedevi a quella puttana di tua moglie,a proposito abbiamo comprato anche lei,ci farete divertire tutti e due..datti da fare schiavo,piu’ veloce fammi godere o ti frusto”
Lo sentivo ansimare e gemere ,mentre qualcosa di caldo mi schizzava in gola.

“non so se e’ la prima volta per te,ma ho sempre pensato che solo un uomo sa come si fanno i pompini al suo padrone,adesso comunque leccalo ancora e puliscilo bene”,una scossa sottolineo’ l’ordine.
Rivolto alla mogle”Bene mia cara,mi pare che lui e la moglie vadano bene,da addestrare ancora un po’, che ne dici se lo diciamo anche a lei che lo schiavo e’ suo marito?”
“Aspetta ancora un po’. la sorpresa sara’ ancora piu’ grande quando la vedra’” e si mise a sghignazzare.

Quando…. la vedra’…. cosa significava?
Sentii dei rumori come se si alzassero e si misero a parlare con chi mi aveva catturato.
Qualcuno mi levo’ il dildo,ma il sollievo duro’ poco ,fu sostituito da un altro piu’ grande,
Comincio’ a parlare Daniela”Devi abituarti a farti allargare il buchetto cara mia,la tua padrona vuole giocare a farti fare la donna. Domani ti porta in clinica per l’operazione,comunque visto che ti considera un buon acquisto vuole essere carina con te,vuole che tua moglie ti faccia godere come uomo per l’ultima volta in vita tua,non sa ancora chi sei,un bavaglio e un cappuccio a entrambi cosi’ tu non puoi parlare per farti riconoscere.

A proposito,non so se l’hai capito,ma ormai e’ drogata,non so se faranno lo stesso con te,preparati a goderti la serata”
Mi slego’ l’anello che avevo in bocca,mi mise un bavaglio a forma di pene,un cappuccio,mi fece alzare e mi tiro’ con un guinzaglio fuori dalla stanza.

 .

Dopo i quaranta la voglia è tanta

Sono stata, proprio oggi pomeriggio, in un nuovo negozio di abbigliamento intimo. I prezzi sono invitanti. I costumi da bagno splendidi e anche l’intimo e’ carino.
Cosi’ ho infilato in borsa la carta di credito e mi sono preparata psicologicamente allo shopping selvaggio ! La mia intenzione era di acquistare un paio di bikini per il mare, qualche mutandina carina e un paio di reggiseni. Il negozio e’ molto carino, open space. Oltre all’abbigliamento esposto ordinatamente sulle grucce, vi sono angoli accoglienti con divani e poltroncine.

Mi e’ venuta incontro una bella signora sui 45 – 50 anni, molto elegante, ben truccata. Ha allontanato con garbo la giovane commessa , e , stimando che la mia eta’ fosse vicina alla sua , ha deciso che sarebbe stato suo compito accontentarmi, mentre la ragazza avrebbe pensato ad un gruppetto di studentesse curiose e vocianti.
Ho chiesto subito alla proprietaria di poter provare qualche costume e qualche reggiseno. Dopo essersi accertata di quali fossero le mie preferenze e la mia taglia , mi ha fatta accomodare in camerino e , poco dopo , e’ arrivata con una montagna di costumi….

uno piu’ bello dell’altro.
“Provi con comodo, fra poco tornero’ e mi dira’ quali siano le sue preferenze”.
Mi e’ parso che la signora, nel chiudere la porta, abbia lanciato uno sguardo di ammirazione alle mie lunghe gambe snelle , ormai nude…Io infatti, nell’attesa , avevo gia’ sfilato la gonna e mi preparavo a slacciare anche la camicetta.
Ho pensato che la colpa fosse tutta della mia fantasia e della mia “voglia di donna” che , in questo periodo, piu’ che in altri, mi accompagna e mi eccita.

Non so cosa darei, infatti, per provare le attenzioni di una lesbica.
E’ un desiderio, un sogno che coltivo da almeno vent’anni. Non ho mai avuto una vera esperienza lesbo. Una sola volta nella vita ho invitato a casa una cara amica , dopo averle fatto confessare che anche lei sarebbe stata curiosa di provare…ma non fu una serata particolarmente eccitante…probabilmente entrambe avremmo desiderato che fosse l’altra a prendere l’iniziativa. Cosi’ fini’ che ci masturbammo a vicenda senza provare il desiderio di ripetere l’esperienza.

Personalmente ho continuato a desiderare di restare in balia di una vera

lesbica per alcune ore, sarei disposta ad assoggettarmi a tutte le sue voglie ed ai suoi capricci, pur di godere della sua lingua esperta e delle sue attenzioni.
Quindi , probabilmente, la mia permanente eccitazione e la mia fervida fantasia …. hanno fatto scorgere, nello sguardo della Signora, un interesse piu’ profondo di quello che solitamente riserva una proprietaria di boutique ad una cliente bendisposta agli acquisti.

Infatti la Signora (la chiamero’ in questo modo, ignorando il suo nome) poco dopo ha discretamente bussato al camerino chiedendo di poter entrare per constatare di persona quali fossero le mie esigenze e quale fosse la vestibilita’ dei costumi che mi aveva proposto. In quel momento indossavo un due pezzi Calvin Klein color petrolio che mi stava davvero bene. La Signora , molto soddisfatta, mi ha aiutato ad aggiustare le spalline ed e’ tornata di corsa in magazzino per sottopormi premurosamente altri modelli e colori.

Nella totale solitudine del camerino mi sono sentita un tantino disillusa. Di nuovo, per l’ennesima volta, avevo creduto di poter suscitare l’interesse sessuale di una donna…e invece, come al solito, avevo preso lucciole per lanterne.
Nel frattempo la Signora entrava ed usciva sottoponendomi una quantita’ di modelli e colori da capogiro. Ero stanca di provare ed avevo quasi deciso per due modelli semplici ma decisamente sexy…Si avvicinava l’ora di chiusura , non mi ero resa conto di avere trascorso quasi 40 minuti chiusa in quel bugigattolo privo di aerazione.

Ho sentito la Signora congedare la commessa e mi sono affrettata ad indossare l’ultimo costume …per lasciare che la Signora potesse chiudere e tornare a casa.
Indosso lo slip e sto per afferrare il reggiseno, sto studiando i lacci ed i ganci, giusto per capire come andra’ allacciato …. quando la porta del camerino si apre.
La Signora non ha bussato, questa volta……imbarazzata, mi copro come posso il seno, abbondante e prosperoso.

La Signora si scusa. Credeva che io lo avessi gia’ indossato, e si offre di aiutarmi ad allacciarlo.
Si pone alle mie spalle. Afferra il reggiseno e lo appoggia sui miei seni nudi. Sento le sue mani che cercano di afferrare i lacci per la chiusura, ma curiosamente le sue mani indugiano abbastanza a lungo sui miei fianchi e sulla schiena.
Sara’ colpa della mia solita immaginazione….
Le mani di lei , alla ricerca dei lacci, quasi accarezzano i miei fianchi, poi si

attardano sulle coppe del costume, quasi a sistemarlo meglio….

poi , inequivocabilmente, le sue mani scivolano sotto la stoffa e , da dietro, indugiano alla ricerca dei capezzoli che, pronti, si induriscono al contatto. Percepisco il suo respiro sul collo e sento il suo corpo aderire completamente alla mia schiena ed ai miei glutei, appena coperti da un misero slip da mare. Questa volta non posso dare la colpa alla mia fervida fantasia. La Signora mi sta accarezzando lentamente, languidamente. Le sue mani e le sue dita stuzzicano i miei seni , vedo nello specchio ,che campeggia di fronte a me , la sua sagoma alle mie spalle.

Sento che con abilita’ e dolcezza sta liberandomi del’inutile stoffa del costume che avrei dovuto provare. Lo fa scivolare sfilandomelo dalla testa. Ora sono in piedi, mi vedo allo specchio. Ho indosso solo la parte inferiore del costume ed ho una magnifica donna alle mie spalle che mi massaggia sapientemente il seno. Vedo le sue dita abilissime stringersi intorno ai capezzoli per eccitarli. Mi sfugge un gemito. Ho paura di cio’ che potrebbe accadere , ma al contempo ho una voglia folle di abbandonarmi al piacere.

La Signora interpreta il mio gemito come un apprezzamento alla sua abilita’ ed ora le sue mani scendono sui miei fianchi ed abbassano lo slip. Sono immobile come una statua. Ho voglia ed ho paura di cio’ che potrebbe accadere. Attendo, fremente, che Lei si spinga a fare di piu’. Ora sono nuda. La Signora e’ sempre alle mie spalle ed accarezza il mio corpo in silenzio, con lentezza passa dai seni al monte di Venere, si sofferma sui fianchi, scende alle cosce, risale al seno.

Percepisco ora la sua lingua sul collo ..la sento guizzare , umida, la sento leccare la nuca …. Percepisco un comando dolcissimo e vi obbedisco diligentemente. Le sua mani spingono affinche’ io ruoti su me stessa ed offra la totale visione del mio corpo nudo ed inerme alle sue voglie perverse. Mi guarda. Mi studia. Mi sorride ora… Mi spinge verso la poltroncina che campeggia in un angolo, straripante di costumi. Le sue braccia , forti e volitive, mi accompagnano affinche’ io mi sieda.

Subito lei e’ sopra e dentro di me. La sua bocca sfiora la mia e vi penetra con dolce violenza. La sua lingua esplora tutta me stessa , strappandomi nuovi gemiti di sorpresa e di piacere. Le sua mani sono inarrestabili, irraggiungibili e giocano, carezzano, titillano, si muovono…
Ora la sua lingua scende verso i seni , li bagna di saliva e carezza dolcemente prima un capezzolo, poi l’altro. Percepisco un lieve morso su entrambi.

Gemo. Non posso fare altro. Lei non parla. Io non oso pronunciare altro che gemiti di sommesso piacere.
E’ come se fra noi fosse nata una tacita intesa…godere senza sapere nulla l’una dell’altra…. senza presentazioni, senza nomi…. sono sufficienti i nostri corpi e le nostre voglie.
La Signora scende verso l’ombelico , vi penetra con la punta della lingua. Io, oltre a godermi le mille sensazioni che Lei sa donare…mi godo lo spettacolo allo specchio.

Mi vedo semisdraiata sulla poltroncina, in totale balia di questa insaziabile troia, che vuole farmi godere….
La sua lingua sa farsi desiderare. Ormai io la vorrei sentire dentro di me, profondamente …vorrei godere fra le sue labbra senza ritegno alcuno…. ma la porca sa bene come farsi desiderare e presto abbandona il mio ventre per dedicarsi alle braccia…. ora scende dolcemente a leccarmi le cosce…. dopo un istante lambisce con lussuria il polpaccio ed afferra il mio piede.

Infila alcune delle mie dita nella sua bocca, bagnandole di saliva e senza smettere di guardarmi negli occhi.
Io vorrei urlare. Vorrei implorarla di farmi godere, di farmi venire ,ma non oso interrompere questo silenzio carico di tensione e di attesa….
Sta deliberatamente succhiando i miei piedi come fossero falli maschili, infila il mio alluce frale labbra umide e succhia…. lecca…. La mia vagina ormai ha abbondantemente bagnato la poltroncina in attesa di quanto desidera piu’ d’ogni altra cosa …e finalmente la Signora abbandona il mio piede, sale lentissimamente, sempre fissando il mio viso , con la lingua , a lambire la gamba, si avvicina alla coscia , istintivamente mi apro..Ora la voglio, lo voglio ! Lei alza lo sguardo , mi fissa e fa comparire la lingua fra le labbra , la muove velocemente guardandomi negli occhi …Io gemo e per la prima volta imploro:

“ Ti prego….


Sorride, abbassa il capo e finalmente percepisco il muscolo bagnato e bollente guizzarmi fra le cosce.
Mi apro ancora di piu’.
Lei raggiunge il mio bottoncino e lo accudisce con amore, con perizia, con esperienza consumata.
Sento finalmente un brivido bollente partire dal cervello e raggiungere il clitoride. Finalmente godo…. finalmente mi abbandono alle sensazioni straordinarie di questa porca abilissima ed esperta. Mi sento gemere, mi sento gridare, le afferro il capo e me lo spingo contro.

La sua lingua saetta sul clito, le sue labbra lo afferrano e lo suggono , simulando un pompino. La sua lingua scende fra le mie labbra e penetra in me. Sento un cazzetto bagnato , piccolo , ma muscoloso …. che mi penetra con piccoli colpi ben assestati… Non so quante volte abbia gridato ed abbia implorato di non smettere, di continuare, di farmi venire ancora e ancora…. Ora Lei torna sul clitoride duro e percepisco due, forse tre delle sue dita spingersi dentro di me…prepotenti ed abili…fino a farmi urlare per l’ennesimo orgasmo….

mentre la lingua e le labbra non smettono di succhiare e leccare il bottoncino durissimo e teso. Non so per quanto tempo Lei si sia divertita a farmi godere…. Sono semplicemente certa di non avere mai goduto tanto. La Signora si e’ dedicata alla mia fica per minuti interminabili, ore …. Senza nulla chiedere in cambio. Ancora completamente vestita ha semplicemente dedicato al mio piacere tutte le sue abilita’. Ma ora sento che si muove….

Si allontana da me e mi lascia , sola ed abbandonata sulla poltroncina del camerino. Penso che , dopo tanta dedizione, abbia diritto ad un attimo di pausa, magari a bere un sorso d’acqua…. chissa’…
Sento che sta trafficando a qulche passo da me. Porte che si aprono e si richiudono. Passi che tornno verso il camerino. La Signora ricompare sulla porta. In braccio tiene un magnifico cagnolino bianco, un batuffolo di peli candidi circonda un musetto malizioso e vispo…In un istante mi domando dove abbia tenuto nascosto quel cane durante le ore di apertura negozio…a poi un altro pensiero attraversa fulmineamente la mia mente…Mi chiedo cosa voglia fare la mia dolce e perversa Signora offrendomi quel dolcissimo esemplare di White Terrier da guardare.

Un breve istante ed immediatamente comprendo. La Signora e’ sola , sicuramente e’ una lesbica convinta e …. probabilmente quando la voglia di sesso la possiede…si concede alle grazie di una linguetta maliziosa e discreta.
Non ho il tempo di riflettere. Lei appoggia il batuffolo a terra poi afferra le mie mani e , con decisione mi costringe ad accomodarmi sul pavimento del camerino. Mi accompagna con la schiena a terra, dolcemente.

Apre le mie cosce e tiene divaricate le mie gambe forzando le mie ginocchia. Quasi immediatamente percepisco un soffio caldo sulla fica …e subito dopo sento il nasino bagnato del Terrier farsi strada fra i miei umori , abbondantissimi ed umidi. Ho sentito dire che molte donne stimolano il cane con del burro o dello yogurth …. ma probabilmente il Terrier non ne ha bisogno in questo momento. Io sono talmente bagnata ed eccitata che lui , immediatamente , si insinua a leccare voracemente la mia femminilita’.

La Signora sorride e si accomoda sulla poltroncina. Io sono a terra, completamente umiliata dalla sua volonta’ ed , al contempo, eccitata in modo estremo dalla situazione …. Apro , mio malgrado, le gambe fino a poggiare quasi le ginocchia sul pavimento…la linguetta di lui non si fa attendere. Dopo avermi annusata ed avere percepito la mia calda eccitazione il cane insinua con consumata abilita’ la linguetta fra e mie labbra gonfie e inizia una estenuante, terribile, lunghissima ….

danza sul mio clito e nella mia vagina dischiusa, Sento l sua lingua dura e muscolosa muoversi velocissima sul clitoride…. sento la stessa lingua frugarmi dentro a caccia di umori e di liquidi…. che non si fanno certamente attendere.
Godo copiosamente sulla lingua del Terrier che mi penetra e mi fa gridare…..Ho gli occhi quasi sempre chiusi, ma quando il coraggio di un istante mi spinge ad aprirli, intravvedo la Signora che osserva lo spettacolo con ingorda ammirazione….

La sento incitare il fedele amico , sottovoce, quasi il suo fosse un linguaggio segreto e totalmente incomprensibile.
Certamente deve essere estremamente eccitante guardare la mia passerina lambita dalle avide e velocissime leccate del cagnolino…. Mi sollevo lievemente alzando il bacino…il piccolo si insinua fino a leccarmi il culetto…poi torna, disordinatamente , all’imbocco della vagina..per poi tornare al clitoride, ormai durissimo, estremamente eccitato e gonfio…. Sto impazzendo, sto sognando…sto venendo in modo vergognoso.

E mi rendo conto che e’ eccitante da morire il fatto che lei mi guardi mentre lo faccio. Mi contorco, nell’ultimo , spasmodico orgasmo…. in modo esageratamente plateale…per darle l’opportunita’ di beneficiare fino in fondo di questo mio anomalo spettacolo… Espello un ultimo fiotto di piacere che il cane sugge avidamente …fino a ripulirmi completamente. Sono scioccata, sconvolta, distrutta dalla vergogna, dal piacere, dallo stupore. Lei afferra semplicemente il cane, lo accarezza con amore e se ne va con lui.

Probabilmente lo riaccompagna la’ dove lui e’ abituato a stare durante le ore di apertura del negozio. Poi torna da me. Io mi sono rivestita in qualche modo…. lei e’ tornata da me sorridendo …. mi ha accompagnato all’uscita sul retro del negozio.
Per la prima volta l’ho sentita parlare….
“ Sei una troia formidabile, ti aspetto domani sera , dopo la chiusura…per continuare a giocare con te. Ma domani, ricorda bene, dovrai anche tu farmi godere.


E dopo avermi leccato con sensualita’ le labbra per l’ultima volta, mi ha spinta fuori dal suo negozio chiudendo a chiave il portoncino del retro- bottega.

Lezioni di vero
di antonio andrea fusco
Collegamento:.

Cristina, la sexy estetista

Qualche anno fa un caro amico decise di aprire un centro estetico e di li a poco, non essendo lui abilitato ad operare sui clienti, assunse una responsabile tecnica con diploma da estetista.
Un giorno andai a trovarlo e vidi questa ragazza intenta a lavorare sulle unghie di una cliente.
Me la presentò, disse di chiamarsi Cristina e colsi l’occasione per farle qualche battuta approfittandone per guardarla meglio.

Era una bellissima ragazza, non molto alta, fisico snello, seno proporzionato, culetto sodo, capelli castani, occhi verdi molto maliziosi e splendide labbra carnose.

Essendo esperta del settore poi riusciva ad enfatizzare al meglio la bellezza del suo viso con abile uso di makeup, cosa che non faceva che renderla ulteriormente sexy e attraente.

Subito la mia fantasia iniziò a galoppare immaginando le mani fatate di questa splendida fanciulla prendersi cura di me con delicati e sensuali massaggi…
Appena a casa la cercai su Facebook per poterla osservare con attenzione, primo perché mi eccitano i dettagli di una donna, poi ero curioso di sapere un po’ come fosse la sua vita, le sue abitudini e se magari aveva un fidanzato.

Più la guardavo nelle foto e più mi arrapava, era sensualità allo stato puro, i suoi occhi grandi e verdi, molto espressivi, li immaginavo mentre mi fissavano inginocchiata durante un pompino…creai pure una cartella nel pc contenente le sue foto per masturbarmi.

Dopo un po’ di tempo a meditare la cosa e parecchie seghe, mi feci coraggio e decisi di prendere un appuntamento presso il centro estetico per un trattamento di pulizia viso, una cosa banale purché fosse stata lei a mettermi le mani addosso, era la sola cosa che desideravo!
Mi preparai per bene, lavandomi e profumandomi e mi presentai all’appuntamento parecchio nervoso, ma eccitato al tempo stesso.

Lei era li che mi aspettava, coi capelli che le scendevano sul camice bianco, perfettamente truccata coi suoi bellissimi occhi verdi da gattona ben marcati.
Mi fece accomodare sul lettino e iniziò i lavori.
Il suo profumo mi inebriava e appena sentii le sue mani su di me iniziò e venirmi duro.
Mi premeva contro i pantaloni e approfittando di un momento in cui era voltata me li slacciai e lo tirai fuori.

Mi sentivo svenire, avevo brividi, poi caldo, non avevo idea di quale sarebbe stata la sua reazione, ormai mi ero lanciato nel vuoto…
si voltò, la sentii sussultare e disse:
“beh? Quello? Che è???”
il tono era alterato come ovvio, anche se avevo come l’impressione che sotto sotto un po’ se lo aspettasse, allora cercai di stemperare dicendole:
“visto che effetto mi fai? Ogni volta che ti vedo mi succede questo!”
“Ah sì?” disse lei
“E quindi? Che colpa ne ho io?”
“Hai solo la colpa di riuscire a farmi arrapare come poche” risposi io continuando a massaggiarmi il cazzo.

Lei rimase ferma per un attimo senza dire nè fare nulla mentre io mi scappellavo il cazzo, cercando di farle vedere al meglio la mia asta dura, con tutte le sue nodosità e venosità, i movimenti della mia mano, il prepuzio che scendeva e risaliva scoprendo e ricoprendo il glande nella sua interezza, la vedevo che era come ipnotizzata da questo movimento così maschile e virile, ormai inebriata dall’odore acre e maschio del mio cazzo voglioso di lei.

Di colpo si alzò in piedi e andò verso la porta, temevo se ne andasse, ma inaspettatamente una volta vicina all’uscita chiuse la porta a chiave e tornò da me.

Una volta risedutasi mi guardò e mi disse:
“Senti, se parli a bassa voce e non racconti nulla adesso possiamo starcene un attimo tranquilli, ma mi devi promettere che ciò che succederà qui dentro non esce da qui, non voglio che si spargano strane voci perché ci tengo al mio lavoro e alla mia reputazione ok?”

Io ovviamente la tranquillizzai, dicendole che non volevo assolutamente procurarle casini e che ci tenevo alla sua realizzazione professionale.

A quel punto, una volta tranquillizzata vidi la sua bellissima mano viaggiare sul mio basso ventre e fermarsi contro la mia che in quel momento teneva ancora il cazzo tra le mani.
Me la spostò e iniziò a fare lei gli stessi movimenti che facevo io prima scappellando il cazzo delicatamente col suo tocco delicato e femminile. La sua mano era curatissima con unghie lunghe laccate e french bianche.

“Che bel cazzo hai” mi disse sorridendomi

La vedevo concentrata mentre si prendeva cura amorevolmente della mia asta e per agevolare il massaggio si avvicinò e sputò sopra la cappella.

Diede ancora qualche colpo di mano, poi si avvicinò con la bocca e iniziò a darmi qualche leccatina tenendo il glande completamente scoperto.

Dopo poco mi disse “dai alzati in piedi, voglio succhiartelo bene”

Ero in estasi, mi alzai e lei si mise in ginocchio, se lo prese tutto in bocca come fosse un Calippo e cominciò a spompinarmi come una forsennata.

Io le tenevo la testa tra le mani seguendo i movimenti, le accarezzavo i capelli morbidi e setosi, si sentiva il rumore di saliva e le succhiate mentre lei mi guardava; i suoi occhi sensualissimi esaltati dalle lunghe ciglia piene di mascara ora li potevo osservare dalla prospettiva migliore…

Ci fissavamo, i nostri sguardi erano come fusi insieme, ogni cellula del mio corpo chiedeva di sborrare, di svuotarmi le palle nella morsa delle sue labbra carnose truccate di rossetto, le cui tracce rimanevano sul mio cazzo sbavato…sentivo che mi fissava per cercare di capire quando stavo per venire, voleva guardarmi negli occhi per godersi lo spettacolo della mia cavalcata verso l’estasi da sborrata, e così fu…mi diede delle succhiate rapide, tenendomi solo la cappella in bocca, sentivo la sua lingua stimolarmi il frenulo, la parte più sensibile, iniziai a non capire più nulla, mi massaggiava le palle con l’altra mano, sentii un fremito ed infine venni in un orgasmo violentissimo.

La guardavo negli occhi e vedevo che ingoiava ogni singolo fiotto, uno dopo l’altro, mentre la mia asta pulsava nervosamente nella sua bocca, finché le contrazioni si calmarono, lo tenne ancora qualche secondo in bocca, me lo ripulì bene con la lingua e si rialzò in piedi, pulitissima, come se nulla fosse accaduto, aveva ingoiato tutto la bella Cristina…

Mi rivestii, la salutai e la ringraziai della bellissima esperienza. Lei mi disse di ricordarmi di mantenere il segreto, andò alla porta, la aprì assicurandosi che non ci fosse nessuno e mi disse di andarmene, prima che qualcuno si accorgesse che c’era qualcosa di strano.

Le diedi un ultimo bacio, godendomi più che potevo le sue labbra carnose e sensuali che mi hanno regalato momenti di estasi pura e la salutai, portando per sempre nei pensieri quell’esperienza favolosa.

IL MIO PLUG

Prima di iniziare per quelli che non sanno cosa sia un plug anale andate a vedere una mia foto qua. Il mio plug ha un nome, o meglio io gli ho dato un nome. Per tutto quello che ha subito e gli ho fatto passare il nome che più lo rappresenta , a mio avviso chiaramente, è SPARTACO!!! Nome che mi ricorda un gladiatore romano, maschio e cazzuto. Io amo il mio Spartaco. Ricordo come fosse ieri la sera che entrò a far parte della mia vita , e non fu il solo posto in cui entrò !! Non sapevo cosa fare e avendo già un reparto giochi ben fornito , decisi di prendere la macchina e andare a fare visita al mio amico Fausto, titolare di un piccolo sexyshop non lontano da casa mia, per completare la mia collezione con un oggetto che scandalosamente mi mancava: un bel plug !!! Arrivai al negozio, erano le 23 circa , e quando entrai Fausto, conoscendo le mie esigenze particolari, come di consueto chiuse il negozio, attaccando sulla porta un foglio con scritto VENGO SUBITO.

Se avesse scritto ” torno subito” sarebbe stata una menzogna!!!! Lo era comunque, anche se iin modo più veritiero, nel senso che Fausto non era un uomo che veniva subito, ma ci metteva un bel po’. Comunque dopo avermi salutato alla sua solita maniera, cioè togliendosi i pantaloni e restando col cazzo a penzoloni, e facendo lo stesso con me, lasciandomi a culo scoperto, mi chiese che cosa mi servisse. Risposi un plug.

E lui me ne fece vedere diversi , di diverse misure e materiali. Allora nel vedermi indeciso volle sapere su quale misura ero più indirizzato. Non ebbi esitazioni nel rispondere che la misura che stavo cercando era esattamente quella del suo uccello, che ritenevo di circonferenza perfetta. Al che lui mi propose di provarne qualcuno non prima di avermi messo il suo cazzo nel culo, in modo da trovare con più precisione quello giusto.

Mi sembrò un’ottima idea!!! Fausto, che aveva un occhio di riguardo per il suo cliente preferito approfittò per farmi provare un lubrificante nuovo che a detta sua non lasciava le mani unte o appiccicose. Ritenni cortese accettare il suo invito. Apri’ una confezione nuova mentre io gli stavo succhiando il cazzo per farglielo venire il più duro possibile. Mi lubrifico’ il buco del culo e mi infilo il suo grosso membro dentro il mio corpo.

Senza troppi movimenti, mi lasciò il tempo per memorizzare la circonferenza del suo pene, e quando gli dissi che ero pronto per provare il primo plug, lui tolse di colpo il cazzo dal mio culo e dopo un altra svelta spatolata di quel devo ammettere molto efficace lubrificante mi infilò di netto il primo plug. Ahia!!! che maniere Fausto!! Sempre il solito. Comunque convenni che quel plug non aveva la circonferenza che volevo.

Allora lo tolse con la stessa grazia che usò nel mettermelo. Mi fece provare il secondo. Niente , nemmeno questo era quello giusto. Nella sua immensa saggezza Fausto ritenne che fosse il caso di rinfrescare la mia memoria e mi impalò di nuovo il culo col suo pisellone. Questa volta avendolo prima ben lubrificato mi scopo’ , e bene direi, mi fece suo tra i vibratori e i dildo. Gli scaffali tremarono finché non si lasciò andare e urlò di godimento nel riempirmi il culo di sperma caldo.

Forza Fausto, proviamo il terzo plug!!! E finalmente lo trovai. Il mio Spartaco. Avendo il culo pieno di sborra decidemmo che era meglio che lo tenessi su, almeno finché non fossi arrivato a casa e potessi scaricare tutto lo sperma che avevo dentro di me. Quindi pagai, mi rivestii, e con Spartaco nel culo uscii dal negozio. Fui felicissimo!!!! Spartaco mi fece godere fin da subito!!! Quando salii in macchina e mi sedetti con Spartaco che spingeva dentro di me mi sembrò di essere in paradiso.

Tanto che neanche me ne accorsi che nel passare sula corsia opposta per dirigermi verso casa, una volante della polizia mi fermò. Proprio di fronte al negozio. Forse mi stavano aspettando, non lo so. Ricordo solo che quando mi chiesero patente e libretto mi accorsi di non avere il portafogli in tasca della tuta. Lo avevo probabilmente dimenticato da Fausto. Che gran casino. Quando spiegai al poliziotto che la patente non l’avevo con me, allora lui mi chiese cosa avessi comprato al sexyshop.

Non ebbi il coraggio di parlargli dì Spartaco. Tanto più che Fausto non mi fece nemmeno lo scontrino. Allora risposi che non avevo comprato nulla. E perché allora avevo tirato fuori il portafogli per poi dimenticarlo in negozio? La domanda fu più che lecita. Ma non ottenendo nessuna risposta, il poliziotto mi invitò a scendere dalla macchina. Fu allora che mi ricordai che il mio amico cazzone Fausto vendeva popper di sottobanco!!! E di sicuro il poliziotto volle accertarsi che io non avessi acquistato della droga.

Scesi e mi fece mettere di spalle con le mani dietro la nuca. Non fece nemmeno in tempo a perquisirmi che accadde l’inverosimile che tuttavia mi tolse da quella spiacevole situazione. Io indossavo un paio di pantaloni neri della tuta tagliati al ginocchio, chissà perché non misi gli slip quella sera. Io cercai con tutto me stesso e con tutta la volontà di stringere le chiappe. Ma complice tutto il lubrificante usato in precedenza e lo sperma di Fausto che spingeva , SPARTACO quella sera volle fare il suo debutto in società , e si lasciò scivolare fuori dal mio buco per poi cadere a terra passando da un lato dei miei pantaloni.

Si fermo’ proprio davanti agli stivali del poliziotto. Con tutta la sua imponenza, unto di sborra ma fiero, restò immobile finché con un calcio il poliziotto lo allontanò facendolo ruzzolare sotto la mia macchina, restai in silenzio ma preoccupato per il mio Spartaco. Finché il poliziotto non mi disse di andarmene , forse più scandalizzato e imbarazzato lui di me. Recuperai il mio amore da sotto la mia auto, e di fretta me ne andai verso casa!!! Durante il tragitto mi assicurai che Spartaco stesse bene e non avesse subito danni.

Fu in quell’istante che ci innamorammo l’uno dell’altro!!! Un amore vero, sincero, eterno. La nostra storia continua tutt’ oggi, e continuerà per tutta vita. Il mio grande amore, SPARTACO!!!.

days:hours:minutes – La versione di Marla

La versione di Marla – hh:mm:ss

Tratto male le persone. Le persone mi evitano. Sono sola da ormai quindici anni e ho desideri irraccontabili. Lavoro dal lunedì al venerdì seduta su una sedia davanti ad un terminale e ho accumulato grasso sui fianchi. Sono segretamente attratta da un mio collega di stanza. Mi attragono tanti altri uomini e a volte anche le donne riescono a farmi shittare qualcosa, ma con questi mi limito a ricamarci sopra, a rimuginarci e a trarne piacere fantasticando e toccandomi a sazietà.

Con lui è un po’ diverso. Direi molto diverso. Nel senso che vorrei tanto passare alle vie di fatto.
Ma ripeto, io tratto male le persone, ed anche lui.
Le persone mi evitano ed anche lui.
Quasi sempre sono la prima ad arrivare in studio e lui, molto metodico, anzi direi proprio noioso, entra, dall’ingresso dice buongiorno abbastanza forte da farsi sentire da tutti, poi si affaccia sulla soglia di ogni stanza e saluta chiamando per nome chi ci trova dentro, alla fine del suo giro viene nella nostra stanza e mi saluta con un tono dolce e confidenziale, “Buongiorno, Marla,”.

Capisco che vuole sapere come mi girano, e ci sono delle volte che non rispondo nemmeno. Posa la borsa accanto alla sua postazione e va subito in sala ristoro a far colazione. In pratica se la dà a gambe levate.
E’ una persona educata e purtroppo rispetta le persone più anziane anche se alquanto str**ze come me.
Direi che siamo tutti daccordo. Io sarò pure una lunatica, così come mi definiscono loro.

Ma sfido chiunque a starsene tutti i giorni con questi quattro smidollati. Ma che ne so? Sembrano tutti cerebrolesi.
Nessuno ha le palle di incazzarsi davvero.
Non mancano mai di borbottare però. Prendete questo rammollito, sempre lui, che lavora nella mia stessa stanza. A parte che per spiccicare una parola gli deve cadere una secchiata d’acqua addosso, qli puoi fare e dire di tutto. L’ho denigrato apertamente non so quante volte per riuscire a tirargli fuori finalmente le palle.

Quella volta che finalmente mi ha mandata a quel paese sbattendo i fascicoli sulla scrivania, allora si che mi è piaciuto. Ma faccio sempre troppa fatica a smuoverlo, anche se ogni tanto cede. Va bene, è il più esposto perchè può evitarmi certamente meno degli altri ma so di certo che i controlli alla sala server se li pianifica tutti insieme proprio per starmi lontano il maggior tempo possibile.
Ma chi se ne frega!
Finalmente è venerdì e me ne potrò stare per i fatti miei per un paio di giorni.

Che bello starmene a casa mia tutta concentrata solo su me stessa. Le tette, per esempio, la libertà di giocarci quando e come voglio. Mi si gonfia la patata al solo pensiero. Potrei starmene persino digiuna per l’intero fine settimana.
Mi vien fame di ben altro.
Mi esalta sapere che è già tutto pronto per quando arriverò a casa. Ed eccomi, finalmente. Neanche voglio fare la doccia però resisto. Do solo un’occhiata agli angoli dove ho piazzato le videocamere e decido di non farmi prendere dalla foga.

Di tempo ce n’è in abbondanza. Comunque via le scarpe, uffa che palle questo cuoio intrecciato. Son già bella concentrata però. Già mi piace sentire la pelle sfiorata dai polpastrelli. Guarda come si accappona! Incredibile, a volte penso sinceramente, a parte tutto il resto, di essere proprio fortunata. Ma soprattutto so che bisogna saper essere piuttosto brave. E visto che per fortuna me lo riconoscono in tanti, qualcuno che se ne intende esiste ancora.

Ma guarda un po’ come mi piace il pavimento freddo sotto i piedi!
Mi muovo piano. Sinuosa. Lo so, lo so. Non ho un fisico da sfilata e vado per i sessanta ma non possono essere tutte fregnacce quando quelle pesti del canale mi raccontano vorrebbero farmi.
Via i vestiti.
Via reggiseno e mutandine. Finalmente.
Ora doccia e poi mi fermo un attimo a salutare gli amici del canale.
Entro nel canale e saluto i presenti.

Poi scrivo un post in cui dico di tenersi pronti, in questi due giorni caricherò un bel po’ di materiale. Chiudo tutto ed eccomi qua.
Da dove cominciamo? Calma, calma. La doccia mi ha spento un po’. Mi sento un po’ assonnata.
Niente di grave.
Niente ansia.
Vado in camera e mi tolgo l’accappatoio umido.
Vediamo…
Seta. Una vestaglietta corta di seta nera. Una rapida occhiata allo specchio e già mi sento più in forma.

Mi faccio una passeggiatina per la casa. La seta striscia sui capezzoli mentre i seni ondeggiano liberi.
La sento pulsare. Mi sto già bagnando.
Devo andarci piano, il weekend è bello lungo.
Concentrazione.
Luci basse il giusto.
Divano.
Chino la testa fino a poggiare il mento sul petto. Chiudo gli occchi un po’ controvoglia. Anche se mi piace sbirciare cosa sto facendo devo lavorare bene di fantasia per caricarmi meglio.

Ho ricordi freschi di appena qualche ora, molto buoni, molto utili per fare cose molto eccitanti. Sto sul pianerottolo ad aspettare l’ascensore quando si spalanca di shitto la porta dello studio. “Marla dove c***o vai!?”, è lui, il mio collega. Non grida ma è comunque come se in un certo qual modo stesse ruggendo. Wow. Mi ha spaventata tanto che ho il cuore in gola e fatico a rimanere fredda.
“Non hai finito di validare i controlli… con che coraggio te ne vai!?”.

“Sono le due e il mio orario è terminato”, gli rispondo senza neanche guardarlo.
Tiro la maniglia dell’ascensore e lui con impeto blocca la porta con una spallata. Ora ci guardiamo negli occhi, c’è tensione in lui. Non vuol farmela passare liscia. So che sta zitto perchè altrimenti la voce gli tremerebbe. E a un uomo può dar molto fastidio sentire la propria voce tremare. E’ una persona molto tenera. Ed ancor di più quando gli girano.

Gusto ogni microsecondo di questa piccola battaglia finchè decido di chiuderla lì. “Domattina mi collego in remoto e faccio anche le rotazioni, ok? Fammi passare. “, gli dico. Lui fa un passo di lato permettendomi di aprire la porta e mi fa: “Mi raccomando Marla, non bidonarmi. “. Io entro in ascensore e dopo mezzora eccomi qui a casa. Ci ho pensato un po’ lungo la strada. Anche questa volta, è andata così. Ha tirato fuori le palle ma alla fine si è scansato.

Peccato. Avrebbe potuto dirmi di tornare dentro a finire il lavoro. Insultarmi se avessi resistito ancora. Un lieve strattone. Magari. Troppa grazia. E’ già troppo pretendere che mi parli. Ma apprezzo che almeno lui sappia ribellarsi. Nessuno lì dentro avrebbe mosso un dito nella stessa situazione. Avrebbero incassato il bidone e finito il lavoro al posto mio. Ho già detto che sono un branco di rammolliti? Basta. Basta a divagare. La situazione, come ho detto, porge spunti interessanti.

Scosto la vestaglia e dischiudo le gambe. Sfioro le labbra di venere con due dita. Rilasso le palpebre. Mi rituffo nella situazione. Lui continua a bloccare la porta dell’ascensore. Io tiro forte la maniglia usando il peso del mio corpo. Finalmente un contatto: mi afferra per i polsi e mi stacca la presa dalla maniglia. Sarebbe questa la prima volta che mi tocca volontariamente. Lo tiro a me contro la parete. ritraggo le braccia e gli faccio sentire la morbidezza dei miei seni contro le sue nocche.

Rischio e mi lancio. Gli assalto il collo succhiando forte fino a fargli male. Mi lascia i polsi. So che è spaesato. Io, pazza, non so neanche se gli sono mai interessata! Attenzione! Sta lasciando fare! Sono eccitatissima. Lo spingo verso l’ascensore. Entriamo. Pulsante del piano terra. Gli afferro il pacco dentro i pantaloni. Mi afferra le tette e me le fa arrivare quasi in faccia. Ha la lingua morbida e le labbra molto rilassate, tenere.

Vorrei andare giù, slacciargli i pantaloni e succhiarglielo a modo mio. Ma siamo già al piano terra. Non c’è nessuno. Corriamo verso l’uscita. Lui mi da una manata fortissima su una natica. Gli dico che è uno st****o. Usciamo in strada e corriamo verso l’auto parcheggiata a pochi passi. Parto, gli afferro una mano e me la porto tra le gambe. La gonna sale fino a scoprirmi tutte le cosce. Un motorino ci sorpassa piano e sbanda dopo che il guidatore si è accorto di cosa sta succedendo.

Parcheggio storta. Ci baciamo di nuovo. Tasto il suo pene contrito nei pantaloni. Usciamo. Procediamo a passo veloce verso il portone di casa mia. Mi tremano le mani mentre maneggio le chiavi, apro ed entriamo nell’androne. C’è un tizio che riempie le cassette della posta con dei volantini. Tiriamo dritto fino all’ascensore. Aspettiamo che arrivi ma non resistiamo. Prendiamo le scale e arriviamo al terzo piano con il fiatone. Mentre apro la porta tendo un braccio all’indietro per tenerlo lontano.

Sul pianerottolo c’è una pensionata che spia sempre dall’occhiello. Siamo dentro. Mi afferra da dietro. Dischiudo le gambe e inarco la schiena. Gli porgo le natiche. Lo sento premere. Mi piego in avanti e mi cadono gli occhiali. Appoggio una mano al tavolinetto dell’ingresso. Lo sento sbuffare. “Fallo, ti prego, fallo!” lo imploro.
Si scosta leggermente il tempo di tirarlo fuori dai pantaloni, sento scostare le mutandine e poi il calore della sua cappella si posa sulla fessura umida.

Allora premiamo entrambi l’uno contro l’altro. E’ dentro di me senza alcuna frizione ma sobbalzo di colpo quando arriva in fondo. Se ne sta un attimo fermo lì. Come se volesse ambientarsi. Ma io non resisto. Mi muovo avanti ed indietro. Comincia a tempestarmi di colpi che riecheggiano nell’ingresso e attraverso la porta in tutta la scala. Soffoco i miei gemiti mentre sento colare i miei liquidi lungo le cosce. Lui va veloce e potente.

Strizzandomi i fianchi fino a farmi male. Ancora e ancora finchè a un certo punto non lo sento più dentro e vedo cadere per terra tra i nostri piedi il suo denso liquido biancastro. Non sa se son venuta. In realtà si, vengo sempre molto presto per mia fortuna. Lo rimette dentro, cambiando angolazione per sentire meglio le mie pareti. Lo aiuto contraendole. Quando è dinuovo nel pieno del vigore riprende a martellarmi forte come prima.

Vengo di nuovo e questa volta glielo faccio capire. “Non ce la faccio più, ti prego basta. ” Gli dico.
La clitoride è gonfia tra i miei polapastrelli che continuano ormai quasi scollegati da me il loro massaggio circolare. Dischiudo leggermente gli occhi, e sbircio attraverso le lenti appannate dal mio stesso affanno, una tetta è sgusciata fuori dalla vestaglia, ho le cosce completamente divaricate, infilo due dita nella passera e contraggo le pareti.

Sento arrivare di nuovo il culmine. Lo sento crescere. Accompagno la progressione senza forzare. Richiamo fotogrammi dalla mia fantasia. Lo scontro, la breve lotta, la fuga e la foga. Stramazzo quasi esanime mentre i polpastrelli continuano premurosi a massaggiare la clitoride indolenzita. Ho smesso da un pezzo di preoccuparmi del fatto che ne voglio sempre ancora. E ancora.
E quindi funziona così. Mi ci sono esercitata alquanto. Prendo un fatto che realmente mi è capitato.

Poi immaggino come sarebbe potuta andare a partire da come è andata realmente. Se necessario, faccio qualche piccola variazione alla versione reale dei fatti, ma solo se tali variazioni sono abbastanza piccole ed ininfluenti per qualsiasi altra catena di eventi, e se no pazienza, d’altronde alcune fantasie è davvero difficile tenerle a bada. Dal fatto copiuto, ed eventualmente in piccola parte modificato, parte, come dicevo, la fantasia vera e propria. E li, il più delle volte, sono fuochi d’artificio.

Buonaserata a tutti.
Marla.

Mi sveglio di soprassalto quando è già pieno giorno. Il cellulare vibra due volte. Che stupida a non averlo spento ieri sera. Alla faccia di andarci piano. Ho tirato fino alle quattro, quando ho perso il conto dei miei orgasmi.
Devo andare ad aprire lo studio al mio tenero mentecatto.
Mi sbolognano sempre queste rotture di shitole. Di sabato quell’imbecille ha deciso di andare a lavorare e si dimentica le chiavi.

Mi do una sciacquata veloce. Indosso due stracci ed esco.
E’ una bellissima giornata di inizio maggio non abbastanza calda da andare al mare ma una di quelle che ti fa venir voglia di nuotare. Di solito quando è così vado alla piscina comunale che ha una parete tutta a vetri che affaccia sul parco pubblico antistante. Pazienza.
Sto camminando sotto i platani leggermente smossi dal vento e comincio a divagare.

E se succedesse qualcosa di inusuale. Se il caso si stesse organizzando per materializzare i miei desideri inenarrabili. Lo sbatto contro una parete e gli tiro giù i calzoni con violenza e poi piano piano gli lecco il pacco da sopra le mutande. poi glielo tiro fuori guardandolo in faccia e me lo infilo in bocca e non glielo mollo finchè mi spruzza tutto in gola.
Sono arrivata ed eccolo lì. In tuta e scarpe da tennis.

Ma dove crede di andare? Che pirla.
Si, si, scusa. Scusa un c***o, sto per rispondergli. Ma mi vien da ridere. Con sforzo rimango impassiile, sospiro alzando gli occhi al cielo, odiosissima, e lo accompagno dentro il palazzo fino allo studio. Apro la porta ed entriamo. Lui, che è l’ultimo, lascia la porta aperta dietro di se. Gli dico di chiudere. O abita al colosseo?
Ha pensato che io dovessi uscire subito. Gli dico che si è sbagliato e deve chiudere, mi volto e vado a prepararmi un caffè, che la notte è stata agitata.

Lo sento prendere un respiro profondo, tipico di quando si sta sforzando di non mandarmi a quel paese. Ha un autocontrollo che gli invidio. Sorseggio il caffè ad occhi chiusi. Mentre si sente già il rumore dei tasti dalla sua postazione. Rifletto, la tuta che indossa oggi gli stringe i fianchi esaltando la forma della schiena, un t****zio rovesciato ben modellato di solito nascosto dalle giacche di velluto da sfigato che indossa durante la settimana.

Si, si, è proprio un bel tipo. Oddio, Marla, stai calma. Mi si accapona la pelle e mi vibra il coccige. Se me lo portassi a casa con una scusa? Un rubinetto che perde? Soliti pretesti squallidi. No, no. No, no. O adesso o mai più. Mi piace troppo. Oddio, Marla, stai calma. Tu non sei una ragazzina. Di lui in pratica non sai proprio nulla. Al limite potrebbe essere anche gay e tu non lo sai come non sai se…
Sono nell’ingresso e ho chiuso la porta a doppia mandata.

Il dado è tratto. Non ho più il controllo di me.
Lo ho immobilizzato contro il muro. Gli afferro il pacco e stringo forte. Gli strizzo il sedere con l’altra mano, poi la infilo nelle mutante e sento il suo ano serrarsi impedendomi di infilarci un dito.
Che shock!
Mi ha mollato un ceffone. Lo voglio definitivamente.

Tutte le mie fantasie, tutte le mie indecisioni. Ed eccoci qui, facile-facile a casa mia.

L’ho lasciato supino sul letto. Torno in camera da letto completamente nuda. Ha il pene eretto e pulsante. Grande il giusto. Oddio, Marla, ti ricordi ancora come si fa? Nella realtà? Mi lascio guardare ancora un po’. Sono ingrassata non poco da dieci anni a questa parte. Da quando mi son messa a studiare da programmatore per guadagnare di più e non dover lavorare più sotto il caldo e il freddo. Ero proprio una pin up all’epoca.

Sempre in movimento a potare cespugli e a strappare erbacce. La vita stretta, si, come ancora oggi, ma i fianchi allora erano meno larghi e belli sodi, il culo sempre bello grande e all’infuori e le gambe affusolate. Oddio, Marla come ti piacevi. Del fisico di allora mi son rimaste sicuramente le mani forti, nerborute e rovinate dalle cesoie che usavo tutto il tempo. So che non sono bellissime. Le sta guardando. Le porto sui fianchi.

Piano le faccio scivolar sul ventre. una la mando lentamente sù a palpare un seno mentre l’altro viene sollevato dall’avambraccio. L’altra mano è scesa affondando le dita nel pelo folto. Lo vuole tanto anche lui. A questo punto, penso, chissà da quanto. Gli si legge in faccia. Dall’espressione sorpresa e magari forse anche un po’ terrorizzata. Forse non mi ignorava quanto dava a vedere. L’ha preso in mano. Dovrebbe significare che non ha più voglia di aspettare o che invece la voglia in realtà gli sta passando? Salto sul letto a cavalcioni su di lui.

Gocciolo tutta tra le gambe divaricate e visto che in pratica già sto per venire, prima di infilarlo dentro, rompo il silenzio e gli dico senza pesare le parole “Durerà poco, ma alla fine avrai quello che ti sei meritato. “

La prima volta che venni con un uomo, parecchi anni fa, mi vergognai parecchio. Perchè venni subito. Tre, massimo, quattro penetrazioni, toccai il culmine, fisicamente molto piacevole e intenso, e basta, scoppiai a piangere.

Avevo ventiquattro anni ed era la prima volta che avevo un rapporto sessuale. Prima era stato tutto un gran masturbarmi. Avevo una cara amica, e non ci toccavamo l’un l’altra. Ci mettevamo l’una accanto all’altra e ognuno faceva per se. E’ strano? Lo pensavo e lo penso anch’io. Io avrei tanto voluto toccarla ma lei me lo proibiva, minacciandomi che altrimenti non ci saremmo viste più. E, certo, avrei tanto voluto essere toccata ma io, molto attaccata alla sua compagnia, mi dicevo “Marla, zitta e ubbidisci”.

Poi lei trovò il suo uomo quando ormai non ci sperava più. Diciamo che non era bellissima, ma aveva una gran personalità e questa evidentemente bastò. Non l’ho più vista ne sentita da qualche giorno dopo il suo fidanzamento. Cominciò a tirarmi per le lunghe anche solo per prendere un caffè insieme finchè capii che non voleva più frequentarmi. La odiai per un bel po’. Poi accettai la sua decisione e cominciai semplicemente a ricordarla con affetto.

Dicevo? Il mio primo rapporto. Era il periodo in cui ero ancora incazzata con la mia amica del cuore. Mi toccavo appena ne avevo la possibilità ancora immaginando che lei stesse facendo lo stesso al mio fianco. Cominciai ad avere la voglia forte di un contatto, che ricercai contro ogni tipo di superficie e arredo e attrezzo che mi capitava sotto gli occhi. Finchè non rischiai di farmi male seriamente mentre cercavo di soddisfarmi su un pomello della pediera del letto, quando un piede perse aderenza e scivolando rischiai letteramente di squartarmi.

Dissi basta. Accettai il primo invito a cena che mi porsero. Era un cliente della ferramenta in cui lavoravo tutti i pomeriggi. Gli piacevano, diceva, i modi rudi che usavo con i clienti. Clienti abituali e testati, naturalmente. Mica con il primo che entrava, altrimenti mi avrebbero cacciato all’istante. Volevamo entrambi la stessa cosa. Uccelli ne avevo visti tanti sui giornaletti che rubavo nell’edicole degli ipermercati ma non ne avevo mai ne visto ne tantomeno toccato uno vero.

Era carino. Si, lui era un bell’uomo di quasi cinquant’anni, molto tirato, un vero fascio di nervi forgiato dalla campagna. Successe nella sua rimessa per gli attrezzi. Io mi ero vestita di tutto punto e lui pure. Letteralmente irriconoscibili. Cena semplice in una trattoria a trenta chilometri dal paese, qualche bicchiere di vino della casa ed io che non scostai mai la gamba ogni volta che lui, volontariamente o no, strisciò la sua contro la mia.

Accettai di andare a vedere la motozzappa che gli era arrivata dalla Cina quella settimana. Finii su un pianale carico di teli protettivi antigrandine, a gambe divaricate e con le mutandine attorcigliate ad una caviglia. Aveva un bel ceppo intarsiato di vene pulsanti. Mi piacque impugnarlo e non resistevo più dalla voglia di sentirlo dentro. Successe in un attimo. Nessun dolore. Solo calore fortissimo che salì dalla pancia fino alle guance. Uno, due, tre e… come dicevo, scoppiai a piangere.

Lui si fermò ed io lo tirai immediatamnte dinuovo contro di me. No, non te ne andare, continua. Lui, interdetto, esitò. Premuroso, mi chiese cosa mi fosse successo. Io, imbarazzatissima, non ebbi il coraggio di dirgli, sciocca a ripensarci, che ero semplicemente già venuta. Dissi solo di continuare. Lui mi chiese se non mi stesse piacendo. No, no, mi piaceva eccome. Che vergogna, continuavo a frignare. Si tranquillizzò, per così dire, e fu una furia che mi sconquassò le viscere.

Venivo, venivo a ripetizione e piangevo senza sapere, a un certo punto, se ancora per la stessa stupida vergogna o chissà chè.

Chi abita in un paesino lo sa bene. Ci possono essere situazioni in cui o decidi di andar via oppure rimanere, marchiata, a fare una vita di m***a.
Il titolare della ferramenta mi diede la liquidazione e mi mandò via perchè mettevo a repentaglio gli affari. Le signore del paese non compravano più ed obbligavano mariti, figli e nipoti a svenarsi nel grande magazzino di bricolage a venti chilometri dal paese.

Ovunque andassi mi ridevano dietro. Qualcuno si spingeva oltre scimmiottando il pianto di un bambino.
E così lasciai il paesello per la grande città.
Trovai quasi subito un lavoro come manutentore del verde urbano. Pagavano una miseria per il costo della vita in quel posto. Andai avanti incazzata come una iena per circa due anni. E incazzata come una iena mi misi a cercare un altro lavoro. Feci l’addetta alle pulizie in un albergo, stessa paga da fame.

Entrai in una fabbrica di pneumatici e uscii il giorno stesso. Aria irrespirabile. senza una qualifica avrei potuto solo spazzare la sala mensa. Decisi di studiare. Ero tornata a fare la giardiniera quando, al termine del corso per programmatore ed amministratore di sistema, il mercato delle reti aziendali era ormai una solida realtà in ricerca continua di gente con le mie competenze. Merce rara all’epoca. Fui assunta al primo colloquio dallo studio di consulenza in cui tuttora mi trovo, annoiata fino allo sfinimento.

[continua in: “days:hours:minutes – The patent – Il Brevetto”].

La caduta di Serena – capitolo 8

Capitolo 8.
Serena rimaneva impalata, fremente, rendendosi conto di essere eccitata allo spasimo e, purtroppo, di esserlo davanti a Paola… non voleva assolutamente concederle di vederla ancora implorare, ma le stimolazioni continue la stavano trascinando oltre ogni sopportazione…
Pur non volendo, pur rifiutando l’idea del bisogno dell’orgasmo, si spostò in avanti di pochissimo, pronta a impalarsi nuovamente…
“No, gran signora, immobile adesso. ” Le ordinò Paola, occhi che scintillavano. Ed era ovvio… aveva al guinzaglio la sua preda, nuda, angosciata dal piacere mancato e dal fatto che doveva sottostare ai suoi ordini… Naturale che fosse al settimo, anche se si sentiva a sua volta incendiare tra le cosce… ma per lei, l’attendere era una delizia… presto sarebbe giunto il momento della ricompensa, e si sarebbe sfogata per bene.

Intanto si crogiolava guardando la donna davanti a lei, esasperata da quell’ultima imposizione, lo stare immobile…
Serena, con mezza asta dentro, la guardò implorante. La furia era già svanita, cancellata dal bisogno di scorrere avanti e indietro…
“Non… posso…io…” singhiozzava disperata.
“Oh! Le è tornata la voce!” sogghignò Paola “Devi sforzarti, gran signora… sai qual è il problema? Ne hai troppo dentro…” e detto questo, tirò la catena, riportandola ad avere solo mezzo centimetro dentro di lei.

Serena piangeva apertamente ora, pur tirando facendo forza sulle ginocchia per ritrovare l’intera penetrazione.
“Sei… sadica!!” esplose, rinunciando al tirare e ricadendo sui gomiti, faccia a terra. Si sentiva sfinita, pur con l’eccitazione a livelli incredibili.
“Sadica? Per così poco, gran signora? Guarda che so essere molto peggio…” e lo disse mentre staccava il dildo dal muro e lo riattaccava al pavimento, davanti al viso della donna. Usò ancora il guinzaglio per imporle di alzare la testa.

Serena aveva gli occhi stravolti, ancor di più ora che si ritrovava il cazzo finto davanti al suo viso, inequivocabilmente pronto per un altro tipo di servizio…
“Su, gran signora. Marco lo vuole lucido. Cinque minuti di riposo alla tua bella fighettina… non vogliamo che tu goda fuori programma eh, quindi, lavori il tuo amichetto di bocca. E lo voglio lucido fino in fondo. Non vorremmo fare arrabbiare Marco…” E si posizionò ritta, avendo cura che il dildo fosse tra i suoi piedi divaricati.

L’effetto era quello voluto… Paola se la godeva un mondo a vederla alzare la testa, così prostrata davanti a lei, così indicibilmente sottomessa…
“Paola… che senso ha farmi tutto questo… non hai un briciolo di…” stava dicendo Serena.
“No, non ce l’ho. ” Tagliò corto la donna “e se fossi in te, non mi perderei in chiacchiere. Marco passerà di sicuro a controllare. ”
“Non posso… per favore. ” Implorò ancora Serena.
“Succhia.

Ora. ” L’espressione di Paola rasentava la pura cattiveria adesso, e Serena seppe che non c’era spazio per qualche forma di pietà… Un ultimo sguardo al dildo… vi si avvicinò piano… la bocca vicino alla punta… che si aprì.
Cominciò prendendone un pezzetto, un centimetro di quell’oggetto in cui riconobbe anche il gusto dei suoi umori… ad occhi chiusi faceva un lieve su e giù impacciato, dettato da una vergogna che non le lasciava scampo.

Fu la mano nei capelli di Paola a farle capire che non bastava. La afferrò saldamente, e a forza, guidò un su e giù dapprima energico, poi profondo… ogni volta che Serena si chinava sul dildo, Paola la teneva giù un paio di secondi più del necessario… saliva andava così ad aggiungersi a saliva, visto la profondità dell’ingoiare che l’altra imponeva…
“Così, gran signora” diceva la sua aguzzina, continuando a dettare i ritmi del succhiare “dato che con questa bocca ci faranno di tutto, è meglio che ti abitui…” e spingeva, a fondo, la testa di lei.

Per tre volte Serena fece lo shitto improvviso, semi soffocata, facendo fuoriuscire il cazzo dalla bocca e tossendo saliva, ma sempre Paola la riprendeva al volo e la obbligava a riprendere il pompare… Il risultato era un pavimento reso viscido sia sotto la sua figa, che attorno alla base del dildo…
D’improvviso, entrò Marco. Serena poteva solo intuire che fosse lui, la posizione prona non le permetteva di vedere oltre le sue scarpe…
“Allora, come lavora la persona?” chiese a Paola.

“Direi chela stiamo ridimensionando un pochino… forse, se glielo chiedi, non sarà più così piena di sé da definirsi persona…” disse sorridendo la donna, alzando di colpo la testa di Serena, per farle guardare direttamente Marco, che si chinò accanto a lei.
“Cosa sei?” le chiese Marco, fissandola negli occhi.
Serena si rendeva conto di essere stata spogliata di ogni dignità… era inutile mostrare una qualsiasi forma di orgoglio… assecondare. Ubbidire.

Totalmente.
Questo voleva. Questo otteneva. Sempre.
“Una putt… puttana…” disse piano.
“La mia puttana. ” Precisò Marco.
“La… la tua puttana…” singhiozzò Serena.
“Eppure mi avevi detto di essere una persona… ma sbagliavi, vero puttana?” rincarava lui, passandole un dito lungo il viso.
“Io… sì… sbagliavo… adesso… posso riposare… per favore…” chiese disperata Serena.
Marco si rialzò. Prese le polsiere dalla scrivania e fece un cenno a Paola, che fece inginocchiare Serena, tirandola per i capelli.

Marco non trovò opposizione da parte della sua preda, quando le congiunse dietro la schiena e le legò assieme.
“Torno di là” disse Marco rivolto a Paola “continua come ti ho detto. ” E fece per andarsene.
“Io… ti prego Marco… ho detto quello che volevi, ti scongiuro!” diceva Serena, inginocchiata, cercando compassione.
Lui sorrise.
“Dire è un conto… quello che pretendo è molto, molto di più. Paola, la voglio in calore.

” E se ne andò, chiudendo la porta.
Serena si afflosciò sulle ginocchia, a capo chino. Implorare, scusarsi… nulla, non serviva a nulla. Ed ora sentiva di nuovo la mano di Paola tra i capelli… la strattonava, lasciando per un attimo il guinzaglio che ciondolava tra i suoi seni… lei era costretta a muoversi sulle ginocchia, e la destinazione la conosceva… ecco… Paola la posizionava a due centimetri dal fallo di gomma… con un piccolo tocco del piede sulle cosce le imponeva di divaricare le ginocchia…
E poi si piazzava, guinzaglio in mano, a due passi di distanza… a contemplare…
“Difficile talvolta dover attendere…” pensava Paola, guardando Serena, deliziosamente nelle sue mani… Nuda e splendida.

Legata, inginocchiata e quindi meravigliosa. Al guinzaglio e pronta all’uso… divino…
La lingua passò sulle labbra, golosa, prima di parlare.
“Ricominciamo la pulizia, gran signora. Ora ti abbasserai, e scoperai per bene il tuo amichetto. Quando dico di fermarti, lo farai uscire. Senza se, e senza ma. Il godere non è una scelta tua. Chiaro?”
Serena la guardava sconcertata. Giocavano a farla impazzire, tra le tante cose… sessualmente, era stravolta, un gioco perverso del genere, l’avrebbe fatta precipitare nel baratro.

E gli occhi di Paola… passavano famelici sul suo corpo… cosa voleva ancora da lei…
Temeva la risposta…. Perché inconsciamente, la conosceva…
Paola era in attesa. E lei era senza possibilità di scelta.
“Sì…” bisbigliò.
“Comincia, gran signora. Giù, subito. ” Ordinò Paola.
Serena non potè far altro che obbedire… scese lentamente… nonostante le mani legate, fu un attimo farlo entrare, mentre l’espressione del viso diveniva tirata… era oltremodo bagnata, spinta troppo verso il limite… Scese fino ad averne metà nella figa… si fermò un secondo, occhi chiusi frementi, cercando di contenere gemiti che si accumulavano in gola…
“Tutto, gran signora.

Voglio vedere sparire il tuo amichetto, eh. ” Disse Paola, dando un leggero strappo alla catena, per sottolineare l’ordine.
Serena ansimava, mentre proseguiva la discesa… lenta… lentissima… ogni millimetro era un’agonia di piacere. Ma l’ordine era chiaro… e le rimbombava nella mente… non godere… non godere…
“Ah…ahhh…” le uscì dalle labbra, quando l’ebbe preso tutto. Tremava. E gocciolava. Lo sentiva lungo l’interno coscia, sentiva il lago che si formava dentro lei… Controllarsi… muoversi lentamente…
Paola sorrideva.

Vederla nel disperato tentativo di contenere le emozioni… di controllare con la mente ciò che il corpo chiamava a gran voce, beh, dava quel tocco in più… per meglio dire, un’altra difesa di lei da mandare in frantumi…
Lasciò andare il guinzaglio, che ricadde tra le tette di Serena, e appoggiò le mani delicatamente sulle spalle della preda… Il piacere di vederla ritrarsi leggermente… le dava fastidio essere toccata da un’altra donna, ma la predatrice era ben sveglia dentro Paola… fece scivolare lentamente le mani verso i capezzoli… lievissima… per poi prenderli tra pollice e indice…
“N-n-non… toc… armi… t-ti p-prego…” mormorava Serena.

Uomo o donna, il suo corpo era una corda di violino pronta a saltare… se si fosse concessa il lusso di godere, se gliel’avessero permesso, cosa sarebbe accaduto? Marco era stato intransigente in modo assoluto su quel punto… ma Paola voleva a tutti i costi renderle un inferno ogni secondo…
“Non penserai di riposare, gran signora… qui si fa allenamento…” disse la predatrice, iniziando a tirare i capezzoli verso l’alto, obbligando Serena a seguire il movimento… lentissimo… un millimetro alla volta… la faceva impazzire, rompeva quel flebile auto controllo… resistere… rifiutare il godere…
Ma come poteva farcela… Paola adesso alternava delicatamente il suo comandare tramite i capezzoli… su… giù… su… giù… e lei soccombeva…
“Io… miodio… miodio… sto…” era vicina… disperatamente vicina…
E il tocco sui capezzoli divenne assurdamente doloroso, e la obbligava ad alzarsi sulle ginocchia quel tanto che bastava a fare uscire il dildo dalla figa.

“NOOOOO!!!! Basta torturarmi!!!!” urlò Serena. Ma non per il dolore. Tentava adesso di rimettersi a cavalcioni del fallo, sembrava realmente impazzita. Con rapidità Paola riprese il guinzaglio, cortissimo nelle sue mani…
“No…” diceva mentre l’altra si contorceva… “No no no” ripeteva, con il tono di chi sgrida una bimba capricciosa… “Non mi dire che ho rovinato qualcosa…”
“Stro… stronza maledetta… man… mancava… poco… poco…” le sputava in faccia Serena, gli occhi infuocati.
“Davvero, gran signora?? Scusami… non me ne ero accorta… ma conosco io un metodo per portarti un passo indietro, prima di ricominciare…” e tenendola stretta per la catena, diede un ceffone sul seno sinistro della sua preda.

“Ahiaaaaa!!!” urlò Serena, presa totalmente di sorpresa.
Immediatamente, fu raggiunta dal secondo, sempre sullo stesso punto.
“SMETTILA!!! Ti prego bastahhhhhh!!!” urlò ancora al terzo. Ora ansimava, arrendevole, sempre inginocchiata e chinandosi leggermente in avanti, quanto il guinzaglio le permetteva.
“Bene, gran signora… possiamo riprendere ora. ” Disse Paola, riposizionandola sul cazzo finto.
“T-tu mi v-vuoi tor… tormentare…” disse tra gli ansiti Serena, preparandosi alla nuova impalata…
“Dai, su… magari è l’ultima volta…”la scherniva l’altra, quasi con tono dolce…
“AHHHHDDDIOOOOOO!!!” gemette Serena, quando Paola la rispinse giù, fino in fondo.

“Su gran signora… è quasi finita…” disse ancora la sua aguzzina, e Serena la guardò stravolta.
Dopo mezz’ora, gli orgasmi mancati erano sette.
Quando Marco aprì la porta, fu colpito per prima cosa dai profumi… di bagnato, di figa… netti, nell’aria…
Poi si concentrò sulle due donne.
Paola lo guardava, trionfante. Teneva il guinzaglio, mentre ai suoi piedi, Serena era chiaramente stata interrotta mentre leccava il dildo. Il viso era stravolto, il respiro accelerato.

Era visibilmente sudata… nell’insieme, Serena era nella condizione che lui aveva chiesto…
In calore.
Marco si avvicinò, e prese in consegna la catena da Paola “Molto bene. Sono soddisfatto. ” Disse.
“Grazie signore. Passo di là?” chiese la donna, contenta.
“Sì, dieci minuti e arriviamo. Intanto ho sistemato il video dove la puttana implora per essere scopata, l’ho inviato anche sul tuo cellulare, casomai avesse qualche problema con la disciplina, in futuro…”
“Benissimo signore.

Vado. ” Disse, passando nel negozio.
Appena fu uscita, Marco si chinò davanti a Serena, la prese per i capelli, facendola inginocchiare.
“Mi sembri sfinita, puttana… o ti devo chiamare persona…” chiese sorridendo.
Serena era ben oltre la vergogna ormai. Che l’insultasse come voleva, che la degradasse pure… al momento desiderava solo una cosa… poi avrebbe avuto il tempo di pentirsene, ma adesso il suo corpo prima, e la mente poi, focalizzavano solo un bisogno…
“Sono… quello che vuoi… posso…” chiedeva a occhi chiusi.

“Sì? Puoi cosa, puttana?” la istigava Marco.
“… bagno… andare in bagno… sola…” e strinse le palpebre chiedendolo… sapeva di umiliarsi, ma aveva necessità, doveva toccarsi, assolutamente…
Il sorriso di Marco si allargò. “In bagno sola… e come mai, puttana?”
Serena si morse il labbro. “Ho bisogno di fare pipì… e…”
“Uhm… no no, se non sento la verità , non posso concederti così tanto, puttana…” disse lui, passandole il dito lungo il collo.

Serena adesso lo guardava, disperata. “Per favore… ho solo bisogno… io…” tergiversava, ma quando quelle dita scesero lungo il seno, a prenderle il capezzolo, rinunciò ai giri di parole…
“Ho bis-bisogno… di toc-carmi…” e lo disse con occhi lucidi. La resa era stata data.
“Toccarti? Non mi sembra si dica così… riprova…” continuava incalzandola lui, ora avvicinando la bocca a quelle tettone così ben esposte…
“Cazzo, ho…” un sospiro, mentre lui passava la lingua sul seno… “ho… bi-bisogno di… mast-masturbarmi!”
Marco sospese il suo leccare.

“No. ” Disse semplicemente.
“Perché… dio perché??? Ho fatto di tutto, di tutto!!!!” piangeva lei, senza curarsi che il suo disperarsi davanti a lui era per chiedere l’umiliazione totale… era giunta a chiedere il permesso di masturbarsi…
“E’ già previsto come e quando godrai oggi… non sei libera di scegliere, puttana. Ma se hai tanta voglia di cazzo…” e lasciò la frase in sospeso, mentre la liberava dalle polsiere. Serena, ricadde a quattro zampe, mentre Marco prendeva una sedia e si accomodava davanti a lei.

Serena alzò il capo, e vide come lui teneva le gambe divaricate, le braccia incrociate sul petto.
“Su, puttana. Tiramelo fuori. ” Ordinò Marco, con assoluta calma.
Lei scosse il capo, in un “no” che sapeva di avvilimento… eppure si mosse, facendo strisciare il guinzaglio sul pavimento. Le mani le tremavano, mentre slacciava il bottone dei pantaloni… poi fu la volta della zip…
Ed ora esitava… il fiato corto. Un’agitazione la scombussolava… non voleva servirlo, ne detestava l’idea, e quello concorreva a renderla così elettrica.

Ma c’era poi l’altra parte… l’avevano portata così al limite che solo l’idea di cazzo la rendeva disposta a tutto…
Alzò gli occhi… l’espressione di Marco era di chi non avrebbe atteso oltre. Lentamente, scostò il bordo delle mutande… E lo prese in mano, per farlo uscire. Lo mollò subito, appena l’ebbe estratto.
“Passami il guinzaglio, puttana. ” Ordinò Marco, e lei eseguì, con angoscia crescente. Non c’era tregua, mai.
Marco prese il capo che le tendeva la donna, e immediatamente ridusse la catena a venti centimetri, tirando il viso di lei tra le sue gambe, il viso a pochissima distanza dal suo cazzo duro.

“Perfetto puttana. Guardalo, guardalo per bene. E nel mentre, masturbati i capezzoli. Solo quelli. ” Le disse, soddisfatto della reazione di delusione che le lesse in volto… Ciò nonostante, Serena portò le mani ai suoi chiodini, duri all’inverosimili e, considerava lui vedendola sospirare , sensibili come non mai…
“Accarezzali per bene, puttana” le diceva guardando quelle labbra a breve distanza dal suo cazzo “proprio come te li lavoro io…”
E lei eseguiva, ogni carezza, una fitta di piacere.

Erano da sempre stati un punto particolarmente sensibile del suo corpo, ma ora Serena capiva quanto potevano diventare tortura… li rigirava tra le dita, accarezzando, stringendo piano… lasciandosi rubare la mente… non importava a chi apparteneva il membro che aveva davanti alla faccia, la sua figa non aveva occhi… solo bisogno… troppo…
“Dunque puttana, mentre ti diverti” disse sarcastico lui “ti spiego alcune cose, che serviranno a partire da questo momento e sempre. Primo, il tuo cellulare lo gestiamo noi…”
Serena ebbe un sussulto.

Il cellulare! Dov’era adesso?? Erano ore che per forza di cose non lo guardava…
“Ma… i-io…” voleva chiedere, ma senza interrompere l’accarezzarsi, non riusciva a formulare la frase completa.
“Non interrompere, puttana. Noi decidiamo a chi rispondi, chi chiami e tutto il resto. Abbiamo già provveduto a spulciare bene bene anche quello… trovando interessanti spunti…” disse con un ghigno.
Serena non riusciva ad immaginare cosa potessero aver trovato… lo teneva abbastanza pulito, il marito non controllava mai, ma non si poteva mai sapere… a cosa alludeva quel bastardo?
“Seconda cosa.

Il mercoledì è il tuo giorno libero. Smetti pure di prendere impegni. Lo passerai sempre con me. ”
Lei recepiva, come frustate quelle parole. Il problema era l’eccitazione… recepiva, annuiva sottomessa, senza realmente rendersi conto di quanto la sua vita stava finendo interamente nelle mani di Marco… E intanto gocciolava… i capezzoli bruciavano sotto le dita… e un cazzo era lì… a pochi centimetri…
“Terzo punto. Al mattino verremo a prenderti noi a casa, per venire a lavorare, e verrai sempre riaccompagnata da noi.

Chiaro?” Chiese lui secco, iniziano a passarsi la mano sul cazzo, un gesto che fece provocò una velocissima leccatina sulle labbra da parte di Serena… che riscuotendosi, disse un semplice “s-sì…”
“Quarto punto. Non che mi preoccupi, visto che il cornuto non sa apprezzare una puttana come te, ma non dovrai mai più essere penetrata da tuo marito. E credimi che non sarai mai fuori dal mio controllo, riguardo a questo…”
“M-ma… “ iniziò a dire Serena “m-mi… mi s-stai chiedendo… Mar… Marco… io…” farfugliò, rossa in viso, occhi fissi sul menare di lui.

“Non devi preoccuparti. La useremo così tanto che neanche ti passerà per la testa di farlo con lui. Io decido chi può ficcartelo dentro. ” E detto questo, diede uno strappo al collare, tirandola ancor di più verso il suo cazzo. Guinzaglio in una mano, con l’altra la prese per i capelli e si posizionò la bocca di lei sul membro.
Sorpresa da quella foga, Serena puntò le mani sulle gambe di lui, per cercare quantomeno di limitare quello che non era un pompino, ma uno scoparle la bocca.

Difatti Marco ad ogni affondo le spingeva la testa a fondo, impedendole di deglutire… la saliva colava, mentre lui aumentava la velocità, incurante dei gemiti soffocati di lei…
Un minuto dopo, le portò il capo all’indietro e, mentre lei tossiva, le venne sul seno. Stremata, Serena ricadde nuovamente a quattro zampe. Istintivamente, si guardava attorno per cercare qualcosa con cui pulirsi…
“Spalmatelo bene su quelle tettone, puttana. Devi sapere di me. Sempre. ” Sentenziò Marco.

Ai suoi piedi, Serena non potè far altro che eseguire. Serrando le palpebre, si passò una mano sul seno, fino a che non ebbe spalmato tutto il seme dell’uomo su di sé…Nel mentre, si rendeva conto di cosa gli aveva annunciato per il futuro… Le stava rubando nuovi pezzi di vita, un altro giro di vite, un’altra stretta alla gabbia… Lo odiava… lo odiava con tutta sé stessa… specialmente per quello che sentiva dentro… la voglia di scoparsi persino lui, pur di mettere fine a quell’eccitazione che non voleva lasciarla…
Sentì le mani di lui sganciarle il collare.

“Alzati puttana, e rimettiti gonna e camicetta. Avrai fame immagino, dopo questa lunga giornata…. ” Le chiese, sorprendendola. Sembrava quasi dolce nel tono di voce.
“S-sì, Marco… non mangio da stamattina…” ammise lei.
“Bene. Vestiti, puttana. ” Ordinò lui.
Serena non capiva… Non capiva quella piccola attenzione inaspettata… Fece quanto le era stato detto… la camicetta, prima, senza osare andare oltre il secondo bottone, poi la gonna… mentre considerava quanto si sentisse gonfia e pulsante tra le cosce.

Aveva bisogno di venire, aveva bisogno di una doccia, aveva bisogno di stendersi e riposare…
Non osava però aprire bocca e chiedere…
Quando fu pronta, i due uscirono dalla stanzetta. Qualche cliente, ovvi sguardi verso di lei. Ovvio sorriso di Paola, da dietro il bancone.
Marco si avvicinò, seguito da Serena.
“Mamma mia Sere, che profumino di buono sento…” disse lei, facendola arrossire violentemente.
“Si può sempre fare meglio. ” Disse Marco, tranquillo.

“Hai preparato il computer?” proseguì, riferendosi al piccolo portatile che aveva immortalato Serena qualche ora prima.
“Certo” rispose Paola “non rimane traccia di nulla. Il video integrale l’ho messo al sicuro per noi… Poi l’ho predisposto per la connessione… insomma, è pronto. ”
Serena ascoltava, senza parole. Stavano allestendo il reale collare che la teneva sottomessa… raccoglievano e catalogavano per bene tutto quello che serviva per tenerla in pugno.
“E il cellulare della puttana?” chiese ancora lui.

“Sistemato. Hai i due programmini che avevi chiesto… uno la segue passo passo, e possiamo sapere sempre dove si trova, l’altro monitora il suo traffico telefonico, chiamate sms e, ovviamente, il programmino speciale per il gioco… contenta Serena? Possiamo sapere sempre dove sei e con chi parli… non che resterai spesso da sola, comunque. ” Concluse la donna, guardandola.
Serena non capiva più nulla. Non potevano essere arrivati a tanto! E cos’era il gioco??
“Ma… cosa state dicendo?? Voi pretendete di avermi a disposizione sempre??” riuscì a non urlare, visto la clientela presente, ma era esterrefatta.

Stavano dimostrando un’assoluta determinazione nel volerla come schiava, sempre e ovunque!
Marco fece un sorriso disarmante.
“In effetti, puttana, è così. Tu mi appartieni. Ma ovviamente, puoi andare fin da subito. Chiaro che appena rifiuti, tuo marito riceverà tutto il materiale, del tuo amichetto di chat, degli altri amici con cui giocavi virtualmente, i commenti che facevi di tuo marito… poi il video dove implori di essere scopata da me… E se non sbaglio, Paola è pronta a riferire di quanti altri ti sei fatta qui…”
“Ma… ma non è vero!!” esclamò Serena, disperata.

“Beh… credo che poco importeranno le tue parole, dopo quello che il maritino si troverà davanti… ma forse, sarà comprensivo… “
Serena si prese il volto tra le mani… poi li guardò… “quello che mi chiedete è pazzesco…”
Marco la fissò, duro.
“Chiedere? Io non chiedo, ottengo. Questo è quanto. Hai finito adesso, puttana, o vuoi ancora farmi perdere tempo?”
Gli occhi di Serena vedevano i panorami futuri… controllata, in modo assoluto, usata a piacimento.

Vedeva insomma un inferno, fatta di una ragnatela dov’era stata invischiata… il ragno era Marco, che giocava con lei, con le sue voglie… con la sua vita… Quello che non riusciva a vedere, era una via d’uscita.
“Va bene…” sussurrò…
“Bene, perché è ora che tu mangi, mia cara puttana. Non sei contenta?” chiese lui.
Assecondare. Ubbidire. “S-sì, certo Marco…”
“Però, prima di andare, ti manca ancora qualcosa… Paola, preparala. ” Stabilì Marco.

“Certo, vieni qui, gran signora, dietro al bancone, in piedi. ” Le disse sorridendo.
Serena eseguì, piena di angoscia. Era semi nascosta ai clienti, ma non aveva la minima idea di quello che la donna voleva ancora farle…
“No…” bisbigliò, quando sentì la mano di Paola risalirle da dietro, lungo le cosce… Cercò anche di serrarle, quando la sua aguzzina iniziò a forzarle il taglio per far entrare qualcosa…
“Ma ch-che fai… no… nooo!!!” gemeva Serena, mentre Paola spingeva, non vista un oggetto dentro di lei…
“Ferma… ferma che ti fa solo bene, gran signora… ecco, entrato!” disse trionfante.

In effetti, il piccolo cilindretto di plastica era penetrato in lei facilmente, visto il lago che si portava dentro…
“Che… che cosa… diomio… ma che avete fatto?!?!” chiese sconcertata.
“E’ un gioco molto simpatico… e… un modo di renderti più veloce nell’ubbidire, puttana. ” Le disse Marco, che nel contempo, prese un piccolo telecomando dal bancone, spingendo un tasto.
“ohhh!!!” esclamò Serena, piegandosi leggermente sul bancone. L’oggetto che aveva dentro aveva preso a vibrare.

Marco sfiorò ancora il telecomando, e la vibrazione cessò.
“Ora sei pronta puttana. Prendi con te il cellulare e il portafoglio, ti serviranno. ” Disse, e Paola prontamente tese gli oggetti a Serena, che aveva un’espressione incredula.
“Seguimi. ” Ordinò ancora Marco, con il consueto gesto di battere la mano sulla gamba.
E Serena cominciò a comprendere che il pasto avrebbe rappresentato una nuova agonia… ai primi due passi, un lieve gemito le sfuggì dalle labbra… il cilindretto che portava nella figa, anche se spento, stimolava comunque il suo piacere, già portato ad alti livelli…
Ogni passo diveniva così una prova… doveva concentrarsi per non ansimare, e senz’altro Marco lo sapeva bene, visto che teneva un’andatura veloce, uscendo dal negozio.

Lo raggiunse con fatica, rendendosi conto che per quante volte affrontasse la gente della galleria, non si abituava mai a quell’imbarazzo generato dal suo essere così esposta… e nemmeno le persone attorno rimanevano indifferenti…
C’era poco da fare… una scollatura del genere, su un seno come il suo, calamitava gli sguardi. L’aspetto stravolto poi non faceva che accentuare quell’aria da donna da sbattere… senza contare l’odore che si sentiva addosso… di lui, del suo sperma… E la vergogna saliva in forma di rossore sul suo viso.

Anche per la paura adesso di incrociare persone che avevano potuto in qualche modo giocare con lei… Gianni, Sonia, i quattro ragazzini…
Sì, Marco tesseva una rete… dove lei si ritrovava sempre più circondata da persone che l’avevano vista in situazioni più o meno oscene e umilianti… non osava pensare ai giorni a venire… la costante tensione a cui sarebbe stata sottoposta anche solo per passeggiare lungo il centro commerciale…
Lo stimolo continuo. Lo sentiva, tra le cose.

Fortunatamente, Marco si era già fermato, davanti ad uno dei bar del centro, quello più vicino al negozio, un ambiente piuttosto grande, con tavolini, ma anche cinque panche da sei persone a spalliera alta, addossati al muro, che riempivano il muro davanti al bancone. Un locale dove spesso anche lei consumava qualche caffè. Certo… era una fortuna fossero già arrivati, per quello che segretamente portava nella figa… non per come era vestita e per il fatto che conosceva il gestore del bar, Enrico, e la sua compagna, Sandra che spesso gli dava una mano come banconiera…
Che avrebbero pensato a vederla così… ovvio, quello che pensavano tutti… che era in cerca di cazzo…
La vergogna.

Marco l’aveva resa sua stretta compagna di vita in poche ore…
Lui ancora non entrava. Si voltò invece a guardarla.
“Entra, e vai a sederti nell’ultima panca in fondo, rivolta verso la galleria. Ordina un toast e un qualcosa da bere. Tieni il cellulare a portata di mano. Io ti raggiungerò tra poco, puttana. ” Disse, e la lasciò lì senza dare altre spiegazioni.
Non le rimase che procedere… il posto era poco affollato, nonostante ciò, occhi ammirati la osservarono mentre sfilava per raggiungere il tavolo.

Si sedette, lieta di essersi tolta dal centro dell’attenzione.
Non trovava però pace. Il corpo estraneo che si portava dentro si faceva sentire ad ogni movimento… non con scariche di piacere assoluto, ma indubbiamente la manteneva calda… e soprattutto, ad agitarla, c’era il pensiero dei progetti di Marco… dove fosse ora, cosa pretendeva di nuovo da lei… e le nuove regole che aveva stabilito per la sua vita futura.
Cellulare sotto controllo.

Il fatto che sarebbero passati loro a prenderla al mattino. Giorno libero totalmente nelle mani dei due bastardi. E… niente più penetrazioni da parte di suo marito… non che accadesse spesso… ma… Volevano lei. Dentro e fuori. Totalmente.
“Serena, buon pomeriggio!” disse Enrico, richiamandola dai suoi pensieri.
“Salve Enrico… ho… un po di appetito…” disse con un sorriso imbarazzato e tenendo le braccia incrociate sul petto per cercare di nasconder almeno in parte le sue forme.

“Spara pure, quello che vuoi. ” Si mise a disposizione lui, gentile come sempre. Si era sempre dimostrato un bravo ragazzo, da quando lo conosceva, come del resto Sandra, la sua ragazza, anche se lei tendeva ad essere più acida.
“Un toast, e un succo di frutta all’ananas, per cortesia. ” Ordinò, e lo vide scrivere veloce, e andare a passare la consegna a Sandra.
In quel mentre entrò Marco, che si posizionò ad un tavolino all’inizio del locale, in contatto visivo con lei, a quattro cinque metri di distanza.

Serena non si spiegava perché la lasciasse sola. Lo vide solo armeggiare con il telefono.
E sul suo, arrivò un whatsapp… “Rialzati, e siediti a diretto contatto con la panca. Niente gonna tra la tua figa e il legno. ”
Bastardo. La voleva controllare pur facendola stare sola. Un ordine che non sarebbe nemmeno stato difficile, se non fosse stato per quel colare che sentiva… questo la portò ad esitare…
“uhh!” le sfuggì dalla bocca il gemito.

Il cilindro vibrava… e l’effetto si faceva sentire fin da subito… era troppo carica per tentare di simulare indifferenza… doveva ubbidire, ovviamente, e subito… e sperare che…
Veloce, appena fu sicura che nessuno guardava, si alzò quel tanto che bastava per togliersi la gonna da sotto il sedere… E persino l’effetto della pelle nuda sul legno lucido le rimandò una scossa di piacere…
La vibrazione si placò, lasciandola comunque provata. Guardò Marco, tra l’implorante e il rabbioso… Lui, espressione che pareva quasi annoiata, la fissava di rimando.

Fu l’arrivo di Enrico con il succo a distrarla.
“Ecco qui Serena, fresco fresco. Tutto bene in negozio?” chiese discorsivo, da buon gestore.
“Grazie, sì e-ehhh…” fece decisa un piccolo shitto in avanti, sentendo la vibrazione riprendere. Le mani si attaccarono al tavolo, rivelando ad Enrico lo spettacolo della sua scollatura. Serena, intanto, era nel panico, dovuto al piacere montante.
“Serena, tutto a posto?” chiedeva Enrico, non perfettamente in grado di evitare sguardi sulle tette di lei.

“s-sì… io… s-solo… un… un po di… s-stan-chezza…” disse, e tornò a guardare Marco, che seduto a gambe accavallate si godeva lo spettacolo.
“Capita, quando si lavora tanto. ” Disse Enrico, sorridendo, e, fortunatamente per lei, allontanandosi.
E la vibrazione, che la faceva gocciolare direttamente sulla panca, si fermò. Purtroppo, chi continuava a vibrare era lei. Quel nuovo gioco iniziato da Marco, la lasciava senza fiato. Il bastardo adesso poteva decidere di spingerla al massimo e di farla godere anche lì, senza alcun preavviso.

E se realmente lui avesse deciso così? Se veramente l’avesse fatta godere davanti a tutti… con la voglia che si sentiva, non osava pensare a quale figura avrebbe potuto fare…
Il segnale di un nuovo whatsapp. Marco, ovviamente.
“Ti devi far dare il numero di telefono di Enrico. E deve capire bene perché lo vuoi. Fai vedere bene quanto sai essere puttana. ”
L’orrore di dipinse sul viso di lei. Era impossibile chiederle anche questo! Era un bel ragazzo, per carità, ma non poteva fare quei giochetti lì, a pochi metri da dove lavorava! E in più, con la compagna di lui presente!
“Non posso! Non posso fare una cosa del genere!!” scrisse di getto come risposta.

Non passarono nemmeno dieci secondi, e il cilindretto si attivò. Serena strinse istintivamente le cosce, sentendo la vibrazione che cambiava di velocità… da blanda, cresceva velocemente di intensità, per divenire poi un pulsare che la squassava…
Il problema era che non riusciva più a stare ferma… il corpo ondeggiava avanti e indietro… e quel piccolo vibratore insisteva, insisteva…
“Oddio… oddio…” mormorava piano, cercando di non farsi sentire da nessuno… ma mancava poco… se Marco non spegneva quel dannato affare, l’avrebbero sentita eccome…
Sapeva l’unico modo per fermarlo… sapeva dipendeva da lei… il piacere la stava sovrastando…
La mano corse al cellulare, le sfuggì una prima volta, poi lo riagguantò e veloce scrisse “ok”, senza nient’altro, non riusciva ad articolare i movimenti.

Inviò.
E la vibrazione cessò ancora, lasciandola ansante, la mano sugli occhi, nel tentativo di ritrovare un minimo di calma. Che non giungeva… Era seduta ormai sui suoi stessi umori, colava, e l’imbarazzo era accresciuto dal fatto che dentro di lei si andava convincendo che tutti potevano intuire cosa stava passando anche solo guardandola in faccia… Come si poteva non notare quanta voglia avesse in questo momento?
E ancora Marco scriveva.
“Per la tua esitazione, dovrai anche fargli capire PERFETTAMENTE che non porti reggiseno.


Ancora la mano sugli occhi, dopo aver letto… e ancora sotto l’umiliazione dell’esporsi, come pure tornava alla mente il numero di scelte possibili… zero…
E Sandra stava passando il toast ad Enrico, che adesso veniva nella sua direzione.
“Ecco qua Serena, buon appetito. ” Disse sorridendo.
“Ehm… Enrico…” bisbigliò lei, rossa in viso.
“Sì, dimmi pure” si soffermò lui, poggiando le mani al tavolo, in attesa. Poteva essere cortese e sapeva stare al suo posto, ma era un fatto che l’occhio inevitabilmente cadesse sulle forme di lei…
“Io…” ricominciò Serena, lanciando un’occhiata a Marco, che la stava fissando fermo come una statua di marmo “… io … mi chiedevo… sì insomma, se tu potessi… vorrei il tuo numero di telefono…”
Ecco.

L’aveva chiesto. Abbassò gli occhi subito dopo, sprofondando nella vergogna. Però anche lui sembrava veramente imbarazzato, e abbassò la voce a sua volta.
“Ehm… Serena… non so se sia il caso, sai, Sandra è piuttosto gelosa di queste cose… ma… per cosa ti servirebbe?” chiese lui, che in altre occasioni non avrebbe nemmeno pensato a doppi fini da parte di lei, ma vedendola vestita così, il dubbio si mescolava a segreta speranza.
Serena aveva un groppo in gola… di parole non ne venivano più… ma sapeva anche che di esitare non se ne parlava…
Il corpo di Enrico la celava agli occhi della sua compagna, così iniziò posando un dito sul bordo esterno della camicetta… lo fece scorrere fino al profilo del seno… e alzò il tessuto…
Enrico rimase folgorato dalla visione di quella tetta stupenda… sormontata da un capezzolo eretto, da passarci la lingua per ore… Inghiottì, dimentico di dove si trovava.

E stupido lui, che aveva sempre visto quella donna come una santarellina…
Un colpo di tosse alle spalle di Enrico, che ebbe l’effetto di congelare l’uomo e di far saltare il cuore in gola a Serena. L’unico che segretamente si divertiva era Marco, che da principio aveva visto la sua puttana obbedire in tutto e per tutto a quello che le era stato richiesto, e che ora si gustava la scena di Sandra che, pur non avendo visto la scenetta, non apprezzava affatto quella complicità tra i due…
Bene, pensava lui, ogni tassello andava al suo posto… per il resto, occorreva solo un po di tempo…
Vedeva intanto Sandra con una scusa riportare il compagno al bancone e dargli un’occhiata pesantissima… mentre la sua puttana, costernata e avvilita piluccava il toast, guardando unicamente il tavolo.

Più che bene… ottimo. Più avanti, con Sandra avrebbe parlato lui…
Ma adesso era tempo di chiudere la faccenda… mancava il numero di telefono… ma, a quanto pareva, mentre Serena pagava il toast al tavolo in quel momento, Enrico passava un foglietto…
Difatti, Marco non sbagliava… Serena aveva teso i soldi ad Enrico, che prendendoli, le aveva fatto ricadere nella mano il numero, fregandosene a quanto pareva della possibile furia della compagna, se l’avesse beccato… E Serena non sapeva se essere contenta per aver raggiunto l’obbiettivo, o essere disperatamente a terra… del resto, ora un altro uomo era appena stato convinto da lei stessa del fatto che fosse una puttana in piena regola…
Non ebbe il tempo per pensarci… un nuovo messaggio di Marco.

“Alzati ed esci, puttana. ”
Lei non perse tempo, e si alzò veloce, lasciando sul tavolo toast e succo consumati a metà. Veloce… troppo.
Sentiva il cilindro, la stimolazione… ogni movimento la rendeva liquida… Camminò piano quindi per raggiungere l’uscita, passando davanti al banco con un saluto rapido, a cui Enrico rispose languido, ma Sandra… aveva occhi di fiamme…
Serena abbassò la testa, e raggiunse Marco, già nella galleria.
“Fammi… Mar-co… Fammi to-gliere questooonhh!” un urletto… il bastardo aveva acceso e spento velocemente… un’altra dimostrazione del giogo che aveva messo su di lei.

“Puttana, per il momento il cilindro resta dov’è. Piuttosto… a che ora torna a casa quel cornuto di tuo marito?” chiese duro.
Serena sentiva una fitta a sentire quelle parole… il sentire offendere la persona che aveva sposato… ed era stata lei a permettere tutto questo… lei e solo lei…
“Alle sette…” sussurrò piano.
Marco sorrise “Ottimo. Allora è il momento di avviarsi a casa tua. Voglio studiarmela, prima della cena, e prima che arrivi quell’imbecille che hai sposato.


Lo sguardo di Serena si fece carico di rabbia per un attimo. Lui estrasse il piccolo telecomando dalla tasca, in modo plateale, così che lei lo vedesse bene… e disse ancora “Quell’imbecille che hai sposato. Problemi, puttana?”
Sconfitta, lei abbassò lo sguardo.
“Immaginavo, puttana. Ora andiamo, abbiamo tanto da fare…” e si incamminò, con lei che lo seguiva, torturata passo dopo passo dal vibratore che urlava la sua presenza tra le cosce…
Non finiva… quell’inferno non finiva… anzi, si spostava direttamente nella sua casa.

Davanti a suo marito.

La caduta di Serena – Capitolo 7

Capitolo 7.

Sonia li stava guidando verso gli articoli richiesti, e Marco non poteva evitare di pensare che l’atteggiamento della ragazzina l’aveva comunque sorpreso… non avrebbe detto nascondesse una vena sadica, a prima vista. Mora, minuta, una ventina d’anni… sul metro e cinquantacinque, fisico snello, vestita di un jeans e una semplice maglia abbondante, dava più l’impressione dell’annoiata da tutto, che… che della… curiosa… ecco, quello era il termine.
Eppure, tant’era, e non guastava, visto quello che aveva in mente… Con la coda dell’occhio intanto sorvegliava Serena, il suo seguirlo passo passo, a capo chino… “Bene” pensò “si piega, ma fa di tutto per non spezzarsi e rialzarsi… ma la renderò devota al mio cazzo… piano piano…”
Serena dal canto suo, era frastornata.

Si era svegliata convinta dovesse essere un giorno come tanti, e si ritrovava nelle mani di un uomo che stava adesso scegliendo una ciotola per cani… sul cui utilizzo non c’erano dubbi… Era stata legata, scopata, ridotta a implorare per godere, spogliata e totalmente sottomessa… Poi il guinzaglio, la catena…
C’era poi il tocco da maestro di Marco, agire sulle sue voglie represse per far cadere ogni volta le minime difese che poteva opporre… Infatti, nonostante si andasse oltre la definizione di umiliazione, Marco la rendeva anche estremamente e costantemente eccitata, seppur contro la sua volontà, ma era un fatto che camminasse con un lago tra le cosce.

Adesso seguiva Marco e la stronzetta verso la cassa, conscia del fatto che uscita dal negozio, le sarebbe toccata l’ennesimo passeggiata pubblica a seno quasi scoperto… Marco non le aveva ancora lasciato un secondo per riprendersi… la martellava di continuo… fisicamente, mentalmente… una morsa, una gabbia attorno a lei che sentiva stringersi sempre più…
Quanto meno, lo spettacolo davanti a Sonia era finito, e magari, non l’avrebbe nemmeno più incontrata…
Sbagliava a non pensare all’assenza di limiti di sadismo dell’uomo.

Giunti alla cassa, Marco pagò i vari articoli, vale a dire il collare, il guinzaglio e in più due ciotole, sceltae davanti agli occhi di Serena, che si era vista tutto il dialogo intercorso tra Marco e Sonia riguardante la grandezza giusta dell’oggetto, svoltosi come se lei non ci fosse.
L’uomo aveva appena riposto il portafoglio, quando si rivolse nuovamente a Sonia.
“Spero non abbiamo recato troppo disturbo, signorina…” disse cordialmente.

“No… nessun disturbo” disse Sonia, poi a voce più bassa, deviando lo sguardo, aggiunse “anzi… è stato… interessante”
Serena l’avrebbe presa a sberla lì sul posto… si era divertita, la stronza… si trattenne… ormai erano quasi fuori, doveva imporsi… ubbidienza.
Marco però non aveva finito.
“Interessante dice? Bene, perché avrei una richiesta in particolare…” proseguì lui, serio.
“Mi dica pure, sono qui per servirla. ” Sonia lo disse in tono quasi fremente.

“Potrebbe capitare più avanti che qualche impegno mi occupi la giornata, a me e all’altra addestratrice della… signora… qui presente…” disse Marco, non facendo nemmeno caso alla reazione avvilita di Serena al suono della parola “addestratrice”…
“Sì… se posso fare qualcosa…” interloquì la commessa.
“Appunto… con la dovuta preparazione, potrebbe darci una mano come, sì, per così dire, una sorta di dog sitter…” concluse, con un atteggiamento assurdamente normale, di chi pone una domanda tra le più comuni.

Ma gettò nel terrore la sua preda. Che stava dicendo quel porco?? In quel centro commerciale lei ci lavorava!!! La conoscevano!!! E stava addirittura chiedendo una dog sitter???
Si voltò di shitto verso Marco, che l’attendeva però al varco. Fu lui a dire le prime parole.
“C’è per caso qualche problema?” chiese con voce ruvida.
Serena ne aveva di problemi, li sentiva montare dentro, era pronta a urlargli in faccia quello che pensava… E poi? A parte il piacere dello sfogo, cosa sarebbe rimasto? Cosa sarebbe accaduto? Una punizione esemplare? Marco avrebbe inviato la documentazione a suo marito? Cosa?
Impotenza.

Sottomissione.
Ubbidienza. L’unica via.
E lo sguardo così carico di orgoglio… si spense.
“No…” sussurrò, chinando il capo.
“Bene. ” Disse lui, tornando a rivolgersi a Sonia. “Quindi, signorina, potrebbe dare disponibilità? Chiaramente, il suo disturbo verrebbe ricompensato… in modo adeguato…”
Sonia non finse neanche di pensare.
“Sì certo! Quando dovrei cominciare?” chiese tutta eccitata.
Marco sorrise. “Con calma… mi dia il numero di telefono, mi farò vivo senz’altro.


E ancora Sonia non perse tempo, scribacchiando su un foglietto il numero e consegnandolo all’uomo. Non si poteva nemmeno dire fosse sfacciata, era semplicemente entusiasta… il discorso era che le veniva data la possibilità di giocare, e giocare pesante, ad avere potere… non voleva perdere quell’occasione. E poi, il signore era un uomo decisamente piacente…
“A presto allora, signorina, arrivederci… e grazie di tutto…” sorrise Marco, avviandosi verso l’uscita.
“Arrivederci e grazie a lei…” disse Sonia, abbassando la testa al passaggio di Serena, che l’incendiò con lo sguardo.

Piccoli inutili gesti di ribellione.
Tornati nella galleria del centro commerciale, Marco consegnò le due buste con gli acquisti, quelli fatti da Gianni e gli ultimi, nel negozio di a****li, alla donna. Lui notava come, tra abbigliamento ed espressione, desse proprio l’idea che lui voleva… di una donna che ha appena fatto del gran sesso ed è pronta a rifarlo… E lui stesso, doveva ammettere, era pronto a prenderla lì dove lei si trovava… beh, ancora un pochino di pazienza… sorrise, in effetti, lui poteva farsela ovunque e comunque.

Solo che la tabella di addestramento andava rispettata… e lui era un professionista.
Serena era ferma, davanti a lui. Attendeva ordini. Bene, pensò lui, considerando che non faceva un passo senza una sua parola. Si prese un minuto di tempo, prendendo la penna da un taschino e scrivendo alcune cose su un foglietto, che ripiegò, e tenne per sé. Poi si rivolse a lei.
“Puttana, si torna al mio negozio. Cammina davanti a me, sola.

” Comandò. Un ordine semplice. Eppure, Serena si ritrovò con il cuore in gola… Erano due minuti di cammino, nulla più, ma ora si rendeva conto di una cosa, e se ne rendeva conto drammaticamente. Farla camminare sola, l’avrebbe esposta a tal punto da farle desiderare che lui le stesse accanto… Come con Gianni… Serena era stata umiliata davanti a lui, ma era la presenza di Marco che limitava l’agire dell’altro…
“Non è chiaro quello che devi fare?” chiese ancora Marco, spazientito.

Ubbidienza. Al di là di pensieri e tristi considerazioni. Cominciò a indirizzarsi verso il negozio, testa ben eretta e viso serio, a voler almeno simulare un contegno che, tra scollatura e capezzoli così visibili attraverso il tessuto, non poteva pretendere.
Serena avvertiva la presenza di Marco, poco più indietro, ma ancor di più, sentiva le occhiate, più prolungate ed esplicite, adesso che appariva come una donna sola. Un gruppetto di quattro ragazzi sui diciannove anni che stava incrociando lungo la via non nascose i sorrisi sguaiati mentre la fissavano… né si preoccupò di abbassare la voce per commentare… “Tettona”, l’ovvia parola fiorita sulle loro bocche…
Accusava i colpi… silenziosa, seria… guardando tutti e non guardando nessuno allo stesso tempo.

Doveva solo sbrigarsi… Mancava poco al negozio, trenta metri… venti…
“Signora?” si sentì chiamare da dietro. Lei si gelò. Non ebbe il tempo di voltarsi, visto che fu raggiunta al volo dal proprietario della voce… e dai suoi amici.
Erano i quattro ragazzini che aveva incrociato poco prima. D’istinto, cercò Marco tra la gente. Era poco lontano, braccia incrociate sul petto, che guardava nella sua direzione, fermo.
Serena non capiva. Cosa volevano? Si sentiva in ansia… aveva visto i loro sguardi poco prima, e sentito i commenti… esposta a quel modo, si sentiva vulnerabile.

Anche se i ragazzi non sembravano ora baldanzosi, ma imbarazzati… perplessi… pur passando e ripassando gli occhi sulle sue grazie.
“Sì… cosa… cosa volete?” chiese, il respiro accellerato.
“ehm…” iniziò quello che aveva davanti a sé “un signore ci ha detto di fermarla e…” continuò impacciato mentre alzò a livello sguardo un foglietto… lo stesso che aveva visto nelle mani di Marco qualche minuto prima.
Serena lo riconobbe subito. E l’ansia crebbe.

“Quindi…?” chiese rossa in volto.
“… ci ha detto di fermarla e di rivolgerle queste tre domande… lei ci deve rispondere e noi gli diremo cosa ci ha detto…” disse d’un fiato il ragazzo.
Lei non riusciva a crederci. Alzò lo sguardo verso Marco, furiosa, come pure implorante… E lui stava là, stessa posizione, in attesa, ad osservare lei e i quattro ragazzi che a semicerchio le stavano attorno. Lo sguardo di Marco sembrava trasmetterle anche il futuro prossimo, se non avesse obbedito… Lei.

E i quattro ragazzi… La rendeva quasi isterica la precisione millimetrica della pressione a cui lui la sottoponeva… Frecce sempre perfette, a colpire il bersaglio, cioè lei stessa…
Ubbidire.
O sarebbe stata offerta ai quattro, ne era certa.
Umiliarsi. Sempre e costantemente l’unica via.
Senza guardare i ragazzi attorno a sé, assumendo un’aria che sapeva di agnello sacrificale, disse un “Ditemi…” che servì a liberare la spavalderia dei quattro.
“Roba da non credere” disse uno di loro.

“Dai dai, parti, fai le domande, che sono curioso!” disse un altro.
“ok ok” esordì quello che gestiva il foglietto, sghignazzando “prima domanda: cosa indossi sotto i vestiti?”
Serena chiuse gli occhi un momento. Non era una domanda, era una sorta di pugno nello stomaco. Deviò lo sguardo verso un punto imprecisato, per non dover guardare in faccia quei mocciosi che traevano divertimento dal vederla a loro disposizione in quell’oscena versione del gioco della verità.

“Niente…” disse in un sussurro.
“Niente???” esclamarono insieme i ragazzi.
“Cazzo, questa non porta neanche le mutande!!!” esclamò uno, senza curarsi del fatto che erano in mezzo alla gente.
“Aspettate, aspettate!! C’è la seconda!! Questa è forte!!” riprese il tipo con il foglietto, mentre Serena sentiva la pelle velarsi di un sudore freddo.
“Allora, prossima domanda, quando le hanno palpato le tettone l’ultima volta?” e il ragazzo non si trattenne, ridendo alla fine della domanda, mentre gli altri tre rimanevano attentissimi, nell’ascolto e nello spogliarla con gli occhi.

Serena tremava dalla vergogna. Si disperava ancora per l’essersi messa in una situazione del genere… un ultimo sguardo a Marco… il bastardo se ne stava sempre immobile, a godersi la scena… l’avrebbe preso a calci un giorno o l’altro… l’avrebbe… no. Non doveva perdersi nei pensieri… se esitava, sarebbe accaduto di peggio…
“quindi… quindici minuti fa…” sussurrò, sextenando un’altra serie di commenti nei ragazzi.
“Che razza di puttanone…” “Beato chi ti scopa, tettona…”
Lei si mise una mano sul viso, scuotendo il capo… ancora una domanda… ancora una e sarebbe finita…
Finita? No… non sarebbe finita.

Avrebbe solo cambiato tipo di tormento, ma non sarebbe finita. Marco la voleva ridotta a schiava, spogliata di ogni dignità… poteva solo sperare di confinare quel degrado ad ambienti non pubblici…
“Terza domanda… che ha scritto qui… oh! Bella questa!!! Descrivi cosa e come devi chiedere al tuo padrone quando devi andare in bagno. ” e finita la domanda, i quattro la fissarono, frementi.
Serena scosse il capo, disperata. Guardò i ragazzi, che attendevano la risposta… ma lei si sentiva un blocco al centro dello stomaco… non riusciva più a proferire parola…
Se ne accorse anche Marco, che si avvicinò, ponendosi dietro alla schiera di ragazzi.

“Ti hanno fatto una domanda, rispondi. ” Disse all’indirizzo della donna. I quattro lo guardarono un attimo, subito però si riconcentrarono su di lei.
“io…” cominciò Serena, ma quel blocco al centro dello stomaco non se ne andava. Invece della risposta, uscì una protesta “Sei solo un pervertito!!” disse ad occhi lucidi.
I ragazzi rimasero perplessi, ma Marco sciolse subito quella tensione.
“Domani, se riuscite, ripresentatevi qui alla stessa ora… avrete altre domande che vi indicherò.

” E la piccola banda si rilassò immediatamente “Certo, io ci sono” “pure io!” disse un altro.
“Ma… oltre le domande?? Si può fare altro” chiese il quarto, baldanzoso.
Marco fissò Serena. E lei comprese l’ovvio… In lei stava l’essere lasciata completamente in balia dei ragazzini… si asciugò le piccole lacrime appena affiorate sotto gli occhi e guardò di lato, mentre rispondeva…
“Io… io devo inginocchiarmi davanti a lui… e chiedere il permesso di andare in bagno…” disse in un sussurro, lasciando stupefatti i quattro.

“Ma che troione è questo?” chiedeva uno di loro.
“Uno che mi tromberei anche subito” intervenne un altro.
“Bene ragazzi, vi ringrazio tanto per la collaborazione. Adesso noi andiamo. ” Disse, cingendo un’avvilita Serena con il braccio.
“Ma… ma domani allora, ci troviamo qui?” chiedeva quello del foglietto, evidentemente eccitato.
“Certo” rispose Marco “le domande non sono finite… a presto ragazzi…” e si voltò assieme alla donna. Sentiva il corpo di lei tremare sotto le dita, mentre la vedeva mordersi il labbro e voltarsi a controllare che i ragazzini se ne fossero effettivamente andati…
Un minuto dopo, rientravano nel negozio.

Paola stava seguendo una cliente, ma indirizzò a Marco un sorriso a piena bocca. Marco guidò la sua preda verso la stanzetta e, una volta dentro, chiuse la porta alle loro spalle.
Serena aveva bisogno di fermarsi… riposare un attimo… era sfinita in tutti i sensi e a tutti i livelli. L’ultima esperienza poi, l’aveva lasciata completamente svuotata… Umiliazioni del genere solo un giorno prima le sarebbero apparse impensabili e inaccettabili, ed invece ora passava da una all’altra in maniera continuativa.

Quella stessa stanzetta assumeva ai suoi occhi il ruolo di piccola stanza delle torture… Quando sarebbe finita la giornata? Erano appena le quattro… e si rendeva conto adesso che Marco non le aveva neanche concesso il tempo di mangiare… Era l’ultimo dei problemi, comunque. Lo stomaco le si era chiuso ore prima…
Solo che lo sfinimento le prendeva tutto il corpo…
La giornata non finiva… senza considerare la cena… cosa avevano in mente di fare a casa sua? Perché l’avevano costretta ad invitarli… ?
“Posa gli acquisti, puttana e inginocchiati.

” Ordinò Marco.
Serena posò le buste a terra, accanto alle altre portate da Paola, poi, con remissione, si inginocchiò. Stordita dall’ultima prova, non opponeva alcuna resistenza… si limitava ad apprezzare il fatto che almeno lì non c’era altro pubblico… Rimaneva solo da capire cosa Marco aveva in mente. Il sadico che dimorava in quell’uomo la teneva in un’inquietudine che non si spegneva mai.
Ora lui prese a girarle attorno, con tranquillità.

“Poche semplici cose, puttana. Hai esitato un po’ troppo oggi, e di questo se ne occuperà Paola più tardi. ”
“Ma… ma che stai dicendo” chiedeva lei stupefatta, dalla sua posizione sottomessa “mi hai… ti rendi conto di quello che mi hai costretta a fare? Mi hai esibito come… come…” singhiozzava adesso.
“Come una puttana? Come una cagna in calore? Tu sei entrambe le cose…” diceva lui, continuando a girarle attorno “Ed è bene che là fuori se ne accorgano… del resto, hai tradito tuo marito perché la tua figa ha fame…”
Gli occhi di lei si chiusero… Marco la riportava all’origine, alla sua colpa.

La sua condizione era dovuta alle sue voglie. Il senso di colpa. La annichiliva.
Marco intanto proseguiva.
“Ti ho dimostrato che di te posso fare quello che voglio, in qualsiasi momento. E, allo stesso modo, con il mio permesso, lo può fare Paola. ” Disse, notando come gli occhi di lei si spalancarono, gonfi di paura e di odio, ma notava anche come la donna rimanesse zitta, a subire il suo discorso.

“Non mi interessa se tu pensi di aver fatto abbastanza. L’abbastanza, lo decido io, e credimi che i miei standard sono molto elevati. Totale ubbidienza. Sempre. Ovunque. ” E a quelle parole si chinò a sussurrarle nell’orecchio “Oppure non esiterò a concederti a Gianni, e a chiunque ne abbia voglia…”
Parole che sortivano l’effetto voluto… Serena si irrigidiva, spaventata all’idea di essere usata da chiunque…
“Ma… e se… io posso, sì insomma, vuoi soldi? Posso pagarti se mi lasci in pace, se dimentichi tutto…” chiese sottovoce.

Lui rialzò, riprendendo a camminarle attorno.
“Soldi? Dici che mi mancano? Ricordati chi ti paga lo stipendio… a proposito, a partire da domani, controllerò io le tue spese. ”
“Cosa? Che stai dicendo?” chiese confusa Serena.
“Capirai domani. Come capirai, con le buone o con le cattive, che tu non vai in bagno se non ti do il permesso. Tu non mangi, se non te lo dico io. Tu non godi, se non hai il mio permesso.

E’ tutto chiaro?”
“Non… io sono una persona e… ahi!!!” gemette Serena, quando lui la prese per i capelli.
“Sì? Sei una persona? Vediamo subito allora. ” Disse lui. Poi fu un attimo. La costrinse ad abbassare la testa fino a terra, tenendole però il culo ben in alto. Fatto questo, le abbassò d’un colpo la gonna.
“Allarga le cosce, persona. ” Disse con tono duro.
Serena respirava affannosamente, sapeva di aver sbagliato ancora, ma non si aspettava di trovarsi nuovamente e così presto con la figa a sua disposizione.

La stimolazione al negozio di a****li era stata prolungata e, nonostante l’episodio con i ragazzini, si sentiva vulnerabile in quanto ad eccitazione.
“Ahiiaaaa!!” urlò, quando uno schiaffo le raggiunse il culo
“Cosce aperte, ho detto, persona. ” Ordinò spazientito Marco.
E lei eseguì, sentendosi bruciare il punto in cui era stata colpita. Sentiva ora una mano di lui sul collo, a tenerla giù, mentre l’altra iniziava a frugarla… e si maledisse… perché senz’altro il porco trovava fin da subito i residui della manipolazione di mezz’ora prima…
“Ma sentila, la persona, non riesci proprio a stare asciutta…” la schernì lui, infilandole tre dita dentro.

“OHHHHH!!!” Serena scrollò il culo, quasi a volersi liberare di quella mano, ma questa volta non erano i tocchi leggeri che miravano a fala impazzire lentamente. Marco stantuffava veloce, a fondo, riportandola rapidamente ad ansimare sotto i suoi colpi.
“Sme… smet… Bas..ta!!” di nuovo i lamenti, di nuovo il contrasto tra il lamentare e l’iniziare a muovere il culo in sintonia al dentro e fuori delle dita di Marco. E il colare.

Lei stringeva le palpebre, a cercare di escludere il rumore della sua figa, che agognava l’orgasmo.
“Sentila… sentila la persona come cola sulla mia mano… senti… cos’è, dignità della persona questa?” continuava lui, sempre dicendo quella parola come se stesse sputando qualcosa di disgustoso dalla bocca… e nel frattempo la vedeva sempre più al limite… eccola… ecco la bocca della sua preda che si spalancava pronta all’urlo liberatorio… e tolse le dita.
“Bastardo!!!!!! Sei un pezzo di merda!!!!” urlò Serena, scrollando il culo frustrata, tentando di divincolarsi da quella presa sul collo che la schiacciava viso a terra.

In quel mentre, aprì la porta Paola. Un’altra donna sarebbe rimasta colpita, o quantomeno perplessa dalla scena. Paola invece sorrise.
“Oh! Ha fatto la cattiva?” chiese sibillina.
Marco nel frattempo era tornato al gioco perfido dello sfiorare senza penetrare…
“Decisamente… figurati che ha detto di essere una persona…” disse fissando quel corpo che non smetteva di agitarsi e contorcersi sotto la sua morsa.
“Mamma mia… no no Sere, queste sono parole brutte, sai?” disse avvicinandosi.

“St… stronza… s-sei una S…” niente. Non riusciva a finire una frase. Marco sapientemente gestiva i suoi tocchi per spezzare ogni suo dire.
“C’è nessuno di là?” chiese lui a Paola.
“No, al momento no. ” Rispose l’altra, fissando con voglia la donna ai suoi piedi.
“Sbrighiamoci allora, presentiamogli il suo nuovo amico. Per un’ora potrai gestire tu. ” Sentenziò lui.
Il sorriso di Paola era adesso quello del serpente.

“Con piacere…” disse, recandosi ad una delle buste che lei stessa aveva portato al mattino. Prese un oggetto, poi tornò vicino a Marco.
Serena sentì la presa al collo sparire, e la voce di Paola che chiedeva “dove lo vuoi?” e Marco che rispondeva “altezza cagna. ” Non capiva, non le interessava. Disperatamente, voleva solo godere in quel momento.
La mano di lui di nuovo nei capelli, la guidava a camminare a quattro zampe verso il muro, dove attendeva anche Paola.

Era costretta a capo chino, vedeva solo i piedi dei due, e le sue mani che alternavano i movimenti in quell’umiliante passeggiata. Capiva che la punizione sarebbe stata esemplare… infatti Marco non le diede l’ordine di togliersi la camicetta, provvide lui stesso a sganciare i due bottoni e a sfilarla brutalmente.
Tre secondi dopo, ancora Marco su di lei, a metterle il collare con il guinzaglio, e consegnare un capo di esso a Paola.

Nuda. Alla catena. Una condizione appena subita, una condizione a cui era impossibile abituarsi. Non con due sadici attorno a lei. Non per una donna che fino a poco prima era stata assolutamente padrona di sé stessa. Alzò gli occhi, affranta.
E lo vide.
Era un dildo a ventosa, rosa, attaccato al muro. Di dimensioni medie, un quindici centimetri per due. Pronto per lei, a quanto pareva.
“Che… che volete farmi ancora…” chiese lei in un sussurro, costretta a guardarli dal basso verso l’alto.

“Te lo spiego subito. Quello è il tuo miglior e amico ora, e lo devi tenere sempre lucido. ” Disse Marco, portandola a girarsi con il taglio rivolto verso il dildo.
“Voi non siete normali… voi siete pazzi!!” disse al limite del pianto.
“Bah! Secondo me, Sere, tra poco la penserai in maniera diversa…” le sorrise Paola. Marco invece si chinò accanto a lei. “Lucido… ricorda… ogni volta che io controllerò, voglio vedere il tuo nuovo amico contento… e lui è contento quando è pulito pulito… lucido, appunto.


“Io… ma che ho fatto per meritarmi questo??” singhiozzò Serena.
“Nulla. Ma è meglio toglierti subito certe idee dalla testa, cara la mia persona. Mi raccomando, lucido non vuol dire godere… solo io posso dirti quando puoi venire… e per ora, non ne hai il permesso… Ma vedrai che Paola provvederà a spiegarti come funziona per benino…”
Si rialzò, e guardò Paola. “Un’ora. Sai come la voglio. Una ricompensa la riceverai stasera.

Con questo, avrai anche il bonus. ”
Paola era raggiante, ma shittava anche la sua deferenza “Sì, signore. ” Rispose. E Serena, seppur ridotta al guinzaglio, non poteva fare a meno di notare come Paola si muovesse molto liberamente, ma poi mostrava un che di sottomissione verso di lui… indubbiamente, però, al di là di Marco, Paola voleva usarla come e più di lui… e lo sguardo da fiera della foresta non poteva che confermarlo…
La temeva… temeva quegli occhi che mostravano quanto fosse pronta a farle di tutto… a maggior ragione ora che Marco stava uscendo dalla stanza, generandole ancora quella sensazione… verso il suo aguzzino… astutamente l’uomo creava in lei l’assurdo bisogno della sua presenza… lui la teneva nella gabbia… lui garantiva un’assurda sicurezza…
Marco uscì, chiudendosi la porta alle spalle.

E a conferma dei suoi timori, Paola mutò il sorriso in uno sguardo duro…
“ora si comincia, gran signora…” e la prese per i capelli, facendola indietreggiare a forza, fino ad avere la figa a contatto del dildo…
Sentendolo, Serena tentò di ritrarsi, senza però nemmeno tentare di alzarsi, cosa che le sarebbe stata comunque impossibile, adesso che Paola aveva accorciato la catena. E fu con quella che la donna dette uno strattone significativo.

“uno…” disse semplicemente… e Serena andò nel panico. Umiliazione, degradazione… ma anche la vergogna di cose assurde… una donna che la schiavizzava, tenendola al guinzaglio, la richiesta di impalarsi da sola…
“due…” continuava Paola… e peggio ancora… quanto poteva andare avanti senza perdere di nuovo il controllo… era stata stimolata a più riprese… ed ora… ed ora… Paola contava… e se fosse arrivata al tre…
Piano… se si fosse mossa piano, forse avrebbe conservato la lucidità… forse…
Lentamente cominciò ad andare indietro…
“a-ah-ahhh…” sospirò quando l’oggetto iniziò a farsi strada dentro di lei.

Non faceva certo fatica ad entrare, la lubrificazione era abbondante, e lei a occhi chiusi fece entrare i primi due centimetri con estrema facilità e, doveva ammetterlo, con involontario piacere… tanto da cercare di procedere…
Ma la catena la trattenne. Paola la bloccava.
“No no no… per ora tieni pulita la punta… avanti e indietro solo con un pezzettino, gran signora…” le disse chinandosi davanti a lei, il viso a tre centimetri dalla sua faccia.

Lo sguardo di Serena era sì carico d’odio, ma si stemperò subito in una smorfia di piacere, quando cominciò ad eseguire quanto le era stato ordinato… Avanti… lentissima… indietro di pochissimo, a prenderne solo la punta… piano… piano… poi ancora… e ancora…
Sentiva la figa pulsare. Si odiava per questo. Lei stessa diveniva una volta di più l’avversario più terribile… guardava Paola, pronta a dirle ciò che pensava di lei, ma le parole venivano affogate dal piacere, dalla voglia… per tre volte aveva tentato di impalarsi di più, ma la donna che teneva il guinzaglio l’aveva sempre bloccata…
“Allora, gran signora, ti piace il tuo nuovo amico?” chiese divertita Paola.

Serena stringeva le labbra, mentre proseguiva l’oscena masturbazione. Non voleva darle la soddisfazione di sentirla rantolare.
“Uh, gran signora, siamo silenziose… vabbè, pazienteremo, vedrai che poi mi parlerai…” e detto questo, si posizionò al suo fianco, tirando la catena, in modo che il corpo di Serena fosse costretto ad inghiottire due centimetri in più di quel cazzo finto.
“Ahhh… n-non…” niente, non riusciva a dire niente. Però riusciva ad aumentare il ritmo… o meglio, non poteva farne a meno… le labbra si dischiusero… gemiti sommessi iniziarono a susseguirsi… la catena le imponeva di prenderne ben meno di quello che desiderava… e non si accorgeva che la lucidità che avrebbe voluto mantenere, se n’era già andata…
Avanti, indietro.

Avanti indietro. Veloce, veloce. Piccole gocce precipitavano dalla sua figa verso le piastrelle… voglia… tanta… da soddisfare… subito…
Un tirare della catena, continuo ed inesorabile, che le faceva perdere piano piano il contatto con il dildo. E Serena che puntava mani e ginocchia per resistere a quel tirare. Aveva bisogno… tanto…
Uno strappo deciso, e la sua figa fu vuota.
Uno sguardo furioso verso Paola, che contraccambiò con un sorriso sadico e tornò a chinarsi davanti a lei.

“Questo era solo l’assaggino, gran signora…” le sussurrò piano.
Non fu l’odio, ma la frustrazione a portarla a sbagliare.
“Fottiti, stronza!” sibilò Serena.
Paola si erse in tutta la sua altezza, l’espressione da predatrice in viso.
“Tra un’ora, ti garantisco che striscerai ai miei piedi. ” Disse secca.
Poi si mise dietro di lei, guinzaglio in mano, le riposizionò il dildo sul taglio, e con un gesto secco, la tirò indietro, facendo sparire tutta l’asta di gomma dentro il ventre di lei.

“ODDDDDDDDDDDIIIOOOOO!!!”
L’urlo di agonia dovuta al piacere, riempì la stanzetta.