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Avventura tra negozio e piscina

Sospensori leopardati? Qui? All’Olympus!? Beh, io non ero d’accordo,, ma a qualcuno potevano piacere… “Sospensori leopardati fluorescenti… Raccomandatati dai dottori. ” Perché i dottori avrebbero dovuto raccomandare sospensori fluorescenti? Oh bene… scelsi la mia taglia e li sganciai dalla sbarra… Mi guardai intorno nel negozio e vidi che c’erano solamente sei persone, un cliente (io) e cinque del personale… il mio sguardo si spostò sul ragazzo alla cassa verso cui stavo andando. Era alto quasi un metro e novanta, biondo e di circa vent’anni.

Misi il mio acquisto sul banco, lui lo prese, mi rivolse un piccolo sorriso e poi disse: “Le dispiace aspettare un momento, signore, devo andare a controllare una cosa per questo articolo. “
Scomparve in una stanza sul retro, così decisi di dare un’occhiata al resto del personale. Era giovedì pomeriggio e non avevano meglio da fare che chiacchierare tra di loro. Due ragazzi, due ragazze, tutti in tenuta sportiva (ma cosa ci si aspetta in un negozio sportivo?) E non erano molto interessanti, piuttosto tradizionali, niente di eccentrico!
Il biondo ritornò con un sorriso sfacciato sulla faccia, prese una borsa da dietro il banco e ci inserì la shitola, fece una breve pausa che portò la mia attenzione al pezzo di carta sulla shitola dove lessi “Urgente.

” Ero confuso mentre lo guardavo e lui disse “Sono sei e novantanove, per favore signore. ” Misi un biglietto da 10 sul banco: “Grazie, signore, ecco il resto. Ritorni presto. “
Finì con un altro sorriso e c’era dell’ironia alla sua voce. Presi la borsa, il mio resto ed uscii gettando uno sguardo al resto del personale che non sembrava aver notato la mia presenza. Guardai l’orologio. 13 e 15. Ora di pranzo!
McDonalds era il mio prossimo scalo.

Preso il cibo, mi misi a cercare un posto tranquillo (non era difficile, c’erano solo quattro altri clienti, ed uno di loro era un ubriacone che stava quasi per essere buttato fuori…) e l’angolo più privato del posto. Ora, questo era difficile, avete mai provato a trovare un angolo privato da McDonalds che non sia il bagno? Quei luoghi sono progettati per farti sentire vulnerabile mentre mangi, se sei completamente solo. Trovai un posto quasi ideale: al piano superiore, nascosto dietro una pianta di plastica.

A quel punto cedetti alla curiosità, appoggiai il vassoio e presi la shitola dalla borsa di Olympus, l’aprii e ne uscirono tre cose: sospensori nero e rosa; un bigliettino piegato con la scritta “Urgente” e un pacchetto in carta rosa e nero. Misi giù sospensori e pacchetto e aprii il biglietto. C’era scritto:
Ciao!
puoi ritenermi maleducato a mettere una comunicazione nel pacchetto dei tuoi sospensori, in tal caso non leggere questa lettera.

Mettila nel bidone più vicino.
(Io lessi…)
Allora hai deciso di continuare a leggere. Hai appena acquistato un articolo molto interessante e stavo chiedendomi se ti piacerebbe provarlo… presto… e magari con un aiuto.
OK, se non ti va per favore non portare il biglietto al mio direttore. Sto rischiando il mio lavoro nella speranza che tu voglia incontrarmi. Penso che tu l’abbia comprato per attirare l’attenzione e mostrare i sospensori. Quindi, ritorna al negozio e vai al banco accessori (dove sono tutti i sospensori ed i proteggi caviglie), ti incontrerò là così potremo sistemare qualche cosa.

Carlo.
Dannazione! Avevo comprato quei sospensori per attirare l’attenzione. Finii rapidamente il mio pasto, poi andai (leggi “feci una volata”!) da Olympus. Entrai nel negozio e vidi delle famiglie che stavano facendo acquisti per i loro bambini. Ora c’erano sei commessi, Carlo mi vide e si avviò verso il banco degli accessori. Andai a raggiungerlo e decisi di fare ‘la prima mossa. ‘ “Ciao! Ho trovato il tuo biglietto. “
“Sì, um, non hai pensato… “
“No, mi piacerebbe incontrarti.

Dove? “
La sua faccia si accese, e mi fece pensare… forse non era così vecchio. Ora avrei detto circa diciannove anni … quindi solo un anno più di me… e aveva anche un bell’accento. Rispose: “Beh, che ne diresti del centro divertimenti?”
“Sì, va vene. Quando?”
“Io stacco alle due. Posso incontrarti fuori dal centro alle due… e cinque”, e poi, quando uno dei bambini si avvicinò: “No, mi spiace signore, non ne abbiamo verdi fluorescente, solo rosa fluorescente, ma ce ne sono di altro tipo.

” Sorrise di nuovo ed andò ad aiutare il bambino. Mentre uscivo gettai uno sguardo al mio orologio, erano le 13 e 49, così attraversai lentamente la città ed arrivai al centro alle due.
Carlo arrivò in perfetto orario, indossava pantaloni della tuta neri ed una maglietta Olympus bianca, aveva anche una grande borsa “Head” blu. Toccava a lui di avviare la conversazione. “Ciao, vedo che ci sei”, sorrise indicando il centro. “Andiamo a nuotare?”
“Sì, perché no.

” Risposi entusiasta.
Poi lui sorrise e disse: “A proposito, non conosco il tuo nome!”
Risi e risposi: “Gianni per Giovanni. “
“OK, Gianni per Giovanni, entriamo. “
Salimmo la scalinata ed entrammo. La donna dei biglietti ci guardò appena. “Sì…?”
“Uh, due, per per favore per il nuoto. “
“Due euro e trenta. “
“OK, ecco qui, grazie. “
Carlo prese i biglietti e la chiave dell’armadietto, io lo seguii nello spogliatoio.

Come spogliatoio era piuttosto normale: piastrelle bianche, panche di legno, l’odore dolce di sudore, niente di insolito, a parte l’assenza di cabine private. C’erano altre tre persone oltre a Carlo e me, ascoltando le loro conversazioni, scoprii che si chiamavano Davide, Andy ed Igor.
Dovevano avere sui 18 anni e piuttosto ben piantati. Davide era alto un metro e settantacinque, piuttosto pallido e portava slip tradizionali bianchi. Aveva anche capelli bagnati. Capii che avevano già nuotato… quindi le mie speranze di vedere uno di loro nudo erano finite, pensai.

Andy comunque aveva ancora il costume da bagno, Speedo ‘Bikini’ bianchi, molto affascinanti.
In quel momento mi resi conto di non avere costume e asciugamano. Ne parlai a Carlo, lui tirò fuori un paio di Bikini neri ed un asciugamano. “Dunque”, disse sorridendo (che magnifico sorriso!i). “È probabile che tu abbia bisogno di questi!” Mi girai per riportare la mia attenzione su Andy, lo vidi lasciar cadere il costume e girarsi verso il muro.

Bel culo… Carlo mi disse: “Vado in bagno. ”
Poi Igor. Wow! Era alto più di un metro e ottanta, leggermente abbronzato, e molto ben fatto. Era entrato da poco dopo essere stato sotto la doccia, quindi chiaramente era nudo. Era piuttosto peloso, aveva un corpo molto muscoloso ed un grande pene intonso. Mi sorrise, raccolse il suo asciugamano, si voltò e cominciò ad asciugarsi.
Dov’era Carlo? Decisi di andare a cercarlo e mi avviai verso il bagno dove lo vidi che stava pisciando, si voltò e mi sorrise.

Sentii improvvisamente una spinta ad orinare. Quando finimmo ritornammo nello spogliatoio ed andammo al nostro angolo.
Non c’era nessun altro nella stanza ed io mi rivolsi a Carlo. Lui slacciò i bottoni della sua maglietta, se la sfilò dalla testa e la mise nella sua borsa. Si sedette e si tolse sneakers e calze (anch’io decisi a quel punto di togliermi scarpe e calze). Lui aveva uno splendido torace liscio, con braccia muscolose ed un ombelico peloso.

Mise i pollici tra il suo corpo ed i pantaloni e li portò ai fianchi. Li spinse giù, ne uscì e li mise nella sua borsa. Si girò verso di me, indossava sospensori leopardati… ed era enorme! Rimase a gambe aperte di fronte a me e disse: “Cosa ne pensi?”
Mi abbassai e piantai un bacio sul suo ombelico… poi indietreggiai. Le sue gambe erano muscolose come il resto del suo corpo, ed erano anche lievemente pelose.

Si girò, aveva un culo molto bello. Leggermente abbronzato e molto liscio, io gli baciai la schiena.
“Tocca a te” Disse girandosi verso di me, evidentemente eretto. Io mi slacciai i bottoni della camicia, poi me la tolsi e mi misi di fronte a lui, ora indossavo solo i miei Levi 501, senza mutande. Lui aspettò. Lentamente sbottonai la patta e spinsi giù i jeans, ne uscii e lo fissai negli occhi.
Lui si inginocchiò, continuando a guardarmi, e baciò lentamente il mio pene, spingendo la lingua nel mio prepuzio, poi si alzò e si tolse i sospensori.

Era enorme! Mi inginocchiai e lo baciai allo stesso modo. “Abbiamo tutto il tempo dopo che abbiamo nuotato” disse e prese il suo costume da bagno. Io mi misi quello nero che mi aveva dato lui e me lo sistemai, non che fosse troppo piccolo, ero io molto grosso, grazie a lui.
Andammo ai nostri armadietti, mettemmo via la nostra roba, poi uscimmo nella piscina. Lui fece un tuffo in corsa perfetto (gambe e braccia diritte) e nuotò velocemente verso l’altro lato della piscina.

Io, invece, ero più interessato ai corpi che ci circondavano! Contai solo dodici persone, non inclusi i bagnini e Carlo (ed io): sette femmine e cinque maschi. Le donne erano in gruppo, dovevano avere circa 14 anni, ridevano scioccamente e si guardavano intorno. I maschi? C’erano tre uomini più anziani e due ragazzi di circa 14 anni che sembravano conoscere le ragazze del gruppo.

Carlo ed io passammo l’ora seguente nuotando uno vicino all’altro.

Ad un tratto lui mi prese, mi tirò giù il costume e me lo strofinò leggermente, mi rimise il costume e poi ricominciò da capo… nessuno vide. Vedemmo andarsene tutti quando risalimmo e c’era solo un “congresso di donne” che passarono il loro tempo a guardarci guastandoci il divertimento. C’erano anche tre fustacci ma sembravano particolarmente etero.

Quando ritornammo nello spogliatoio, Carlo bisbigliò “Bene, qui è dove comincia il divertimento! Corriamo nelle docce.

” Io mi affrettai ma Carlo non mi seguì: andò al suo armadietto e prese qualche cosa.
I tre ragazzi erano nelle docce, come ho detto erano dei bei fusti e sbirciando oltre il muro della doccia, vidi che si stavano tutti masturbando. Una vista molto bella, ma appena girai l’angolo con un’erezione, scomparvero… evidentemente erano timidi.

Carlo venne dietro di me e mi baciò la nuca, poi cominciò a massaggiarmi l’ano con della gelatina lubrificante.

Proseguì massaggiandomi le palle, poi quando si inginocchiò di fronte a me, vidi che il suo pene, enorme tra le sue cosce, ora stava toccando il pavimento. Iniziò a succhiarmi con cura leccandomi delicatamente il prepuzio… e poi succhiando. Le mie mani andarono ai lati della sua testa a tirarlo lentamente avanti ed indietro lungo la mia asta.

Mi massaggiò ancora l’ano col lubrificante e sul pavimento vidi il tubo di lubrificante ed un involucro di preservativi, chiaramente! Io stavo avvicinandomi lentamente all’orgasmo, lui comprese e smise tutto quello che stava facendo, subito e completamente.

Io quasi venni, ma riuscii a calmarmi e mi ordinò di inginocchiarmi… era il suo turno.

Si mise in piedi di fronte a me e, quando fui inginocchiato, torreggiava sopra di me. Presi lentamente il suo pene nella mia bocca come lui aveva fatto col mio. Prese la mia testa… Io cominciai a leccare la punta del suo pene. Le sue mani cominciarono a fare forza tirandomi avanti ed indietro lentamente, mentre io gli leccavo il prepuzio il più profondamente possibile.

Aveva un sapore tanto buono quanto Carlo era bello. Lui cominciò a lamentarsi, io allungai una mano verso il pavimento, raccolsi il tubo di gelatina e cominciai lentamente a massaggiargli l’ano. Le sue mani fecero più forza…
Io mi fermai, presi il pacchetto dei preservativi e mi alzai. I nostri uccelli si toccarono. “Carlo, io voglio incularti. “
“Mmmmmm, per favore fallo. ” Rispose, e si voltò.

Dissigillai uno dei preservativi e lo srotolai sul mio pene.

Baciandogli un po’ la schiena, lo penetrai. Gemevamo ambedue molto rumorosamente e lui aprì le gambe il più possibile. Io cominciai a muovermi lentamente dentro di lui. Le sue mani mi tenevano le cosce ed io afferrai poi il suo pene, lentamente cominciai a masturbarlo e c’era ancora della gelatina sulla mia mano…

Il nostro grugnire e gemere non era passato inosservato e due ragazzi cominciarono a sbirciare dall’angolo. Io venni! Era l’orgasmo più sorprendente che avessi mai avuto.

I due ragazzi entrarono e cominciarono a masturbarsi mentre ci guardavano.

“Cosa state guardando? ” Disse Carlo (la sua voce era appena percettibile).
“Uh, nulla!”
“Venite qui. “
I ragazzi si avvicinarono. Io mi inginocchiai di fronte a quello col pene più grosso e lo presi in bocca. Mi venne in bocca trenta secondi più tardi, poco prima del suo amico che aveva avuto lo stesso trattamento da Carlo. Poi loro se ne andarono.

“Oh, bene, non erano eccezionali ma…” Dissi, ma fui interrotto da Carlo che mi aveva penetrato improvvisamente. Emisi un forte gemito e mi rilassai. Lui mi prese il cazzo e mi masturbò con forza… indietro ed avanti, mentre cominciava a lamentarsi. Anch’io lo feci e sborrammo insieme!

Appena finito ci facemmo una doccia e ci rilassammo. Io avevo appena avuto l’esperienza più formidabile della mia vita. Andammo a prendere i vestiti nei nostri armadietti e poi ritornammo vicini, avevamo ancora in bocca il sapore dello sperma dei ragazzi… Ci masturbammo… Poi ci asciugammo ed io mi misi i sospensori nuovi.

“Che ne diresti di una sauna ?” Disse Carlo.

La mia esperienza con una coppia cuckold parte 46

-Quarantaseiesima parte-

Il fine settimana trascorse senza particolari accadimenti, Paolo era rimasto a casa sua, sarebbe venuto a trovarci il venerdì successivo, scopammo come pazzi parlando sempre della possibile introduzione di Roberta nei nostri giochi, la cosa stava ormai diventando un chiodo fisso, anche per Simona che era ansiosa di fare sesso con la mia amante.
Lunedì sera quando rientrai dal lavoro trovai Simona particolarmente scura in volto, taciturna e triste, le chiesi il motivo e lei mi rispose che semplicemente le era arrivato il ciclo ed era dolorante, intuii subito che era una scusa, mi tornò in mente quello che mi aveva confidato Paolo, il vero motivo del suo cattivo umore non poteva essere altro che la delusione per non essere incinta, però prendeva la pillola, lo faceva spesso davanti ai miei occhi, come poteva anche solo minimamente sperarlo, decisi di chiarire la cosa per l’ennesima volta:
– “Io penso che tu non sia dolorante ma delusa, o sbaglio?”;
– “Perché delusa? Non capisco…”;
– “Hai capito benissimo a cosa mi riferisco Simona, non prendermi in giro, speravi di essere incinta vero?”;
– “Cosa? Non capisco Gianluca, cosa stai dicendo?”;
– “Simona, te lo ripeto per l’ultima volta: non voglio avere figli, soprattutto nella situazione in cui ci troviamo, la cosa mi sta davvero stufando!“.

Spalancò gli occhi ed arrossì vistosamente, deglutì nervosamente, poi mi rispose con un tono di voce estremamente turbato:
– “Lo sai quanto ci tengo, solo che rispetto il tuo pensiero, ciò non toglie che, nonostante prendo la pillola, si possa verificare un miracolo, non lo nego, mi conosci troppo bene ormai per continuare a non dirti come la penso, inoltre erano in ritardo. ”;
– “Questa tua fissa non deve diventare un’ossessione, sai come la penso, punto e basta, non ti azzardare a non prendere i dovuti provvedimenti per evitare di restare incinta perché sarebbe la fine dei nostri rapporti, mi sono spiegato?”;
– “Tranquillo Gianluca, non farei mai una cosa del genere…”;
– “Con questo considero il discorso chiuso per l’ultima volta, ok?”;
– “Promesso, ti chiedo scusa, saprò farmi perdonare promesso.

”.
Si avvicinò sculettando e guardandomi eccitata, mi fece un pompino straordinario, ingoiando di gusto il mio sperma, concluse l’opera guardandomi negli occhi con il viso colante del mio seme dicendo:
– “Questo consideralo solo l’antipasto…”.
Cenammo tranquillamente, era tornata sorridente, servizievole e sensuale come al solito, quella sera sapevo già che l’avrei inculata selvaggiamente, lo desiderava sempre quando aveva il ciclo ed anch’io avevo voglia di farle davvero male.
Mentre mi facevo la doccia suonò il suo cellulare, lo aveva dimenticato in bagno, rispose davanti a me, era Paolo, la avvisava che aveva bisogno di lei per alcune firme, sarebbe dovuta andare a casa loro mercoledì’ e restarci almeno per una settimana.

Non prese molto bene la notizia ma erano questioni importanti e si rassegnò ben presto alla richiesta del marito.
Durante la giornata successiva pensai che sarebbe stato bello avere Roberta con me nei giorni di assenza di Simona, le telefonai nel pomeriggio, proponendole di trasferirmi a casa mia per quella settimana, non sapevo come avrebbe preso la proposta ma accettò volentieri, anche perché aveva la possibilità di non frequentare l’università in quel periodo, poteva trascorrere tutto il tempo che voleva con me, era perfetto.

Quella sera lo dissi a Simona, ero sicuro che non avrebbe avuto niente da obiettare, infatti mi sorprese per l’ennesima volta:
– “Hai avuto un’ottima idea, vorrei essere li con voi, chissà cosa combinerete, posso far installare qualche telecamera? Ne uscirebbero delle scene eccitantissime”;
– “Davvero non ti secca?”;
– “Assolutamente, poi in qualunque caso non sono nella posizione di vietartelo, sei libero di fare quello che vuoi con lei, te lo ripeto, vorrei essere solamente con voi tutto il tempo, vi divertirete un sacco mentre io sarò con quel pirla di mio marito, però non farti sfinire troppo perché quando torno avrò finito il ciclo e dovremmo recuperare il tempo perduto.

”;
– “Tranquilla, lo sai che sono sempre pronto…”;
– “Lo so tesoro mio, a proposito me lo vuoi dare un saluto prima di non vederci per una settimana?”.
Eravamo seduti sul divano in sala, si sedette sulle mie gambe iniziando a baciarmi con molta passione, intanto si spogliò restando completamente nuda, mi slacciò i jeans, mi tolse gli slip, sedendosi sul mio cazzo ed inculandosi senza nessun preliminare, cominciò la sua solita danza, continuando a baciarmi ed a sussurrarmi fantasie su quello che avrei fatto con Roberta nei giorni successivi, durò parecchio e raggiunse un orgasmo meraviglioso, le sue gambe tremarono tantissimo, segnale di quanto le era piaciuto, terminai riempendola del mio seme sul viso, lasciandole ripulire come al solito ogni minima goccia.

Mercoledì mattina andai al lavoro, salutai Simona, avrebbe preso il treno alle 10,00, mi salutò con aria dispiaciuta, mi ribadì che mi sarei dovuto divertire in sua assenza, voleva una relazione dettagliata di cosa avevamo fatto io e Roberta, si raccomandò anche di approfittarne e cercare di convincerla ad un incontro a tre.
Telefonai a Roberta poco prima di cominciare il lavoro, la invitai a passare in ufficio a prendere le chiavi, così poteva sistemarsi prima del mio arrivo per pranzo.

Arrivò puntualissima, indossava un paio di jeans neri che fasciavano il suo meraviglioso culetto in maniera straordinariamente sensuale, pregustavo già il momento in cui lo avrei avuto davanti al cazzo, fu molto formale, in fin dei conti i miei colleghi avevano conosciuto Simona come la mia ragazza, sarebbe stato imbarazzante spiegare chi fosse per me. Con il passare del tempo ed essendo a stretto contatto si era creata una certa confidenza con Paola, la mia collega, la sua curiosità la fece insospettire:
– “Non mi dare della pettegola ma chi era quella bella ragazza?”;
– “Un amica, niente di che…”;
– “Scusa ma come mai le hai dato le chiavi di casa tua?”;
– “Hey, ma cos’è un terzo grado? Studia architettura, il palazzo dove vivo è di suo interesse, considerato che non c’è nessuno in casa è andata a fare delle foto per l’università.

”;
– “Ecco dove l’avevo già vista quella bella ragazza, è la figlia dell’Architetto Tonelli, uno dei nostri clienti più vecchi. “;
– “Con lui invece io non ho un buon rapporto, spero di non incontrarlo mai. ”;
– “E’ amico del direttore, ogni tanto si trovano nel suo ufficio, mi sa che ti toccherà incontrarlo prima o poi…”.
Quell’uomo mi perseguitava, me lo ritrovavo sempre in mezzo ai coglioni, prima al supermercato, adesso qui, speravo con tutto il cuore che non mi mettesse nuovamente il bastone fra le ruote.

Rientrai per la pausa pranzo, trovando Roberta ad accogliermi, ero teso per la notizia di suo padre, si accorse che qualcosa non andava e gliene parlai, purtroppo aveva praticamente tagliato i ponti con lui, però mi promise che se ce ne fosse stato bisogno lo avrebbe invitato a lasciarmi in pace.
Quando tornai al lavoro decisi che non potevo aspettare che scoppiasse la bomba, ero entrato in sintonia con il direttore e gli parlai di come avevo avuto problemi con quel tizio, cercai di essere sincero con lui, non omettendo i particolari più spiacevoli, mi confidò che gli aveva accennato di questo terribile ragazzo di sua figlia e si stupì che ero io, però mi promise che tutto ciò non mi avrebbe cerato problemi, quello che facevano i suoi dipendenti al di fuori del lavoro a lui non interessava, mi riteneva un elemento valido e non sarebbe stato sicuramente questo fatto a rovinarmi la reputazione, anzi mi accennò che presto avrei avuto un altro incarico all’interno dell’agenzia.

Le sue parole mi rincuorarono e continuai a lavorare tranquillamente, mi ero tolto un grosso peso dallo stomaco.
Quando rientrai a casa io e Roberta andammo a farci una corsa insieme, le parlai del mio colloquio con il direttore ed anche lei fu felice di come mi aveva risposto.
Mi preparò un’ottima cenetta al nostro ritorno, era brava ai fornelli, anche se quello che mi stimolava in maniera particolare era il dopo cena, era stata ammiccante e mi aveva stuzzicato tutta la giornata, senza però concedersi, sembrava quasi giocare come il gatto fa con il topo prima di mangiarselo.

Dopo aver sistemato la cucina mi disse che aveva bisogno di farsi un’altra doccia, si sentiva addosso la puzza di quello che aveva cucinato, avevo intuito che era una scusa per prepararsi meglio, la lasciai fare aspettandola in sala con molta ansia. Mi raggiunse poco dopo, indossava solamente un completino intimo rosa davvero sensualissimo ed un paio di scarpe rosse con il tacco altissimo, i capelli legati in una coda di cavallo alta come sapeva che adoravo, sfilò davanti ai miei occhi, il cazzo mi scoppiò negli slip, abbassò lo sguardo e sorrise, si piegò con la testa verso di me dandomi un bacio e mi sussurrò:
– “Allora come ti sembro?”;
– “Mi sembri una Dea scesa sulla Terra, fatti vedere meglio…”.

Sorrise compiaciuta, si girò e fece danzare le sue chiappe davanti ai miei occhi, erano uno spettacolo, secondo me negli ultimi tempi il suo culo si era ancora fatto più tonico e definito, presi il filo del perizoma, lo spostai leggermente, mi bagnai un dito e lo passai sui suoi buchetti, grondava umori in maniera esagerata, aveva voglia, mi concentrai infine su quello del culo, spinse verso la mia mano ansimando, delicatamente infilai la prima falange all’interno, si girò sorridendo, passandosi la lingua sulle labbra, infine con decisione fece entrare completamente il dito, ruotando il culo per farsi stimolare meglio, infilai anche un secondo dito, un fremito pervase il suo corpo, vidi la pelle d’oca sulle sue chiappe, ebbe un attimo di esitazione, probabilmente sorpresa, poi tornò a ruotarlo.

Le mie dita ormai esploravano in profondità le sue chiappe, feci ruotare la mano e con un altro dito le sgrillettavo il clitoride, penetrandole poi contemporaneamente anche la figa, la quantità di umori che grondavano erano un chiaro segnale di quanto ormai si fosse lasciata andare alle gioie del sesso anale, quella sera avrei fatto fare gli straordinari al suo culetto. La guardavo mentre come la più consumata della zoccole roteava il culo con le mie dita conficcate dentro, la ragazza timida e restìa a certe pratiche si era trasformata, era pronta a farsi inculare per compiacermi, dando pure dimostrazione di arrivare al punto di gradirlo, non solo accettarlo, mi aveva proposto di essere la mia amante, ruolo che da sempre criticava e condannava, l’eccitazione e la soddisfazione che mi regalava Roberta erano perfino superiori a quelle di Simona, lei era troia di natura, non si era trasformata per amore.

Ebbe un orgasmo, cosa che raramente le avevo visto provare masturbandole il culo, ansimò ed esclamò a gran voce:
– “Vengo Gianluca, vengo, non ti fermare ti prego!”.
Avevo la mano grondante dei suoi umori, si girò, si sedette sulle mie gambe baciandomi con passione, il suo respiro era affannato e mi sussurrava parole dolci, restammo a lungo in quella posizione, le nostre lingue si intrecciavano in maniera sensualissima, sentivo che i miei sentimenti per lei erano veri e profondi, avrei potuto trascorrere tutta la notte in quel modo senza stufarmi.

Ad un certo punto si alzò, mi guardò intensamente, prese la mia mano invitandomi a seguirla, nella sala c’era una poltroncina con la seduta molto ampia e piatta di tessuto bianco, piuttosto bassa, era talmente scomoda per sedersi che risultava solo un complemento di arredo, si inginocchiò su di essa, abbassandosi fino a far aderire i seni alle sue gambe, sollevò il suo magnifico culo, girò la testa guardandomi eccitata, con le mani aprì le chiappe mostrandomi il suo buco del culo arrossato e dilato dalla mia manipolazione di pochi minuti prima, lo sapeva quanto mi eccitava vederlo fare ad una donna, era consapevole che quel gesto sarebbe stato un invito per me irresistibile, sentii il cazzo gonfiarsi talmente tanto che avrebbe potuto scoppiare, glielo piazzai davanti al viso, lo prese in bocca cominciando a succhiarlo ed insalivandolo abbondantemente, colava letteralmente.

Era sempre stata brava con la bocca ma quella sera lo trovavo particolarmente stimolante, continuava a sorprendermi ogni volta per quanto si era lasciata andare, poco dopo tornai a piazzarmi dietro di lei, si bagnò con la saliva le dita di una mano, inumidendo abbondantemente il buco del culo, infilò dentro prima una, poi due dita, ruotandole all’interno per dilatarlo meglio, sentivo il sangue pulsare, ero eccitatissimo, mi stava invitando a fare quello che aspettavo da tutta la sera, appoggiai il cazzo sul suo buco culo, infilando dentro lentamente solo la cappella, scivolò facilmente al suo interno, mi fermai, attendevo che fosse lei a farmi vedere quanto e come lo desiderava, allungò una mano, arrivando a stringermi una chiappa del culo, puntò con le unghie e con decisone mi tirò verso di lei, il cazzo le entrò con forza tutto dentro, restò ferma per qualche secondo, girandosi verso di me con la bocca spalancata, notai la comparsa della pelle d’oca sulle sue gambe e sulle chiappe, si passò la lingua sulle labbra e mi sussurrò:
– “Fammi male Gianluca…”.

Cominciai ad incularla ad un ritmo sempre maggiore, tornò ad aprirsi le chiappe con forza per agevolare la penetrazione, notavo la tensione nelle sue braccia e come le gambe ogni tanto cedevano sotto i miei affondi, gemeva moltissimo, un misto di dolore e di piacere, senza però minimamente dare l’impressione che volesse che mi fermassi. Sovente estraevo il cazzo per ammirare come il buco del culo restasse dilatato ed arrossato per poi affondarlo nuovamente con forza al suo interno, la vedevo esausta, il suo culo non era abituato a questo tipo di sollecitazione, lo feci uscire, facendolo scivolare nella sua figa, gemette subito moltissimo, mi soprese però quanto fosse bagnata, segnale di grande eccitazione nonostante non amasse l’anale come Simona, cominciai a scoparla mentre con il pollice della mano destra le penetravo nuovamente il culo, bastarono pochi affondi per farle avere un altro orgasmo, fu intenso e lo evidenziò senza freni, chiedendo di non fermarmi.

Ad un certo punto mi chiese di fare una sosta, si inginocchiò e cominciò a spompinarmelo con foga, voleva farmi venire, era evidente come accompagnava con la mano, apriva la bocca e se lo segava pensando che dovessi sborrare, invece ero particolarmente in forma quella sera, la sollevai di peso baciandola, la appoggiai sul tavolo della sala, la feci girare di lato, appoggiai il cazzo sul suo buco del culo e le sussurrai:
– “Non ho ancora finito con te stasera…”.

La inculai nuovamente, in quella posizione il cazzo la penetrava con estrema facilità, alternai entrambi i suoi buchi a lungo, mi guardava eccitata e soddisfatta di come la stavo scopando, fu proprio il suo sguardo a portarmi al punto di raggiungere anch’io l’orgasmo, la feci rimettere in ginocchio e cominciai a segarmi davanti al suo viso, spalancò la bocca e chiuse gli occhi, sborrai in maniera abbondante schizzandola ovunque, aveva il volto completamente ricoperto del mio sperma, teneva gli occhi chiusi per non farli bruciare, se lo prese in bocca per ripulirlo, la guardavo ingoiare di gusto, con le dita tolsi quella che si era fermata sugli occhi porgendogliele da succhiare, quando ebbe gli occhi puliti li riaprì ringraziandomi, poi usando il cazzo si spinse in bocca il resto, adoravo vederle fare queste cose e lei lo sapeva.

La feci alzare, la feci sedere sul tavolo e la baciai con passione sussurrandole parole dolci:
– “Sei meravigliosa Roberta…”;
– “Mi piace tantissimo fare l’amore con te Gianluca, grazie per avermi invitata a stare da te…”;
– “Grazie a te per aver accettato…”;
– “Potrei prenderci gusto lo sai?”;
– “Mai dire mai, Roberta, chissà…”;
– “Sei stato solo un po’ cattivo, mi brucia tanto il sedere…”;
– “Sei stata te a dirmi di farti male, ricordi?”;
– “Ma tu mi hai preso alla lettera, a parte gli scherzi mi è piaciuto moltissimo.

”;
– “E’ piaciuto molto anche a me Roberta, davvero moltissimo. ”.
Continuammo a baciarci ancora per un po’, poi andammo a farci la doccia ed infine a letto, era ormai tardi, chiacchierammo ancora per una buona oretta prima di addormentarci.

Continua….

La mia seconda prima volta

Note al racconto:
Pubblico questa mia prima storia, divisa in cinque capitoli, tutta insieme. Non utilizzerò le strategie che molti usano per avere più numero di letture di centellinare un capitolo per volta. Non me ne frega niente. Chi lo vorrà leggere lo legga (sono proprio curiosa di sapere quanti vorranno sapere come va a finire). Ne sarò felice.

Com’è nel mio stile, non farò abuso di riferimenti espliciti ad atti sessuali.

E’ un racconto erotico giocato sul fil di spada…del dico ma non dico…faccio ma non faccio.

Sono i sogni, le aspettative, i desideri che si nascondevano in una giovane ragazza…tanti anni fa.

Prologo
Ormai mi sono presa l’impegno di scrivere la mia biografia erotica.

E lo farò…piano piano…cercando di ricordare onestamente la strada che mi ha condotto fin qui. Non so se mi farà bene, non so se vi interesserà.

Ma lo farò comunque mi ci volessero anni scriverò dei miei eccessi, delle mie follie, dei miei sbagli.

Ometterò, per pietà nei vostri confronti (e anche dei miei), la prima vera volta in cui ho avuto un rapporto sessuale. Vi dirò solamente che ero giovane, troppo giovane e che, come a molti (molte più che altro!!!) è capitato, l’esperienza non è stata delle più esaltanti. Anzi. Ricordo solo la delusione del gesto.

Mi immaginavo chissà cosa e invece, in pochi secondi, non ero più vergine e mi ero trasformata in donna (insoddisfatta!!!…. ah ah ah). Ma si sa…. le prime volte sono quasi sempre deludenti soprattutto se il fidanzatino è un tuo coetaneo, novizio come te, imbranato, emozionato…etc..etc.

Ricordo che era un sabato d’inverno e che lui aveva casa libera. Ci mettemmo più tempo a trovare il coraggio di farlo che non a farlo.

Come ci spogliammo, entrambi, eravamo in una sorta di sogno onirico. Io terrorizzata, lui eccitato oltre misura. La penetrazione non fu dolorosa e durò talmente poco che quasi non me ne accorsi. Alla delusione dell’evento si sommò anche il suo comportamento da stronzo: una volta ottenuto ciò che desiderava, oltre ad andarlo a raccontare ai quattro venti, non volle più saperne di me. Adolescente mezza sega!!!

Quell’esperienza davvero poco piacevole mi indusse a prendere la determinazione che se avessi dovuto scopare nuovamente, lo avrei fatto solo ed esclusivamente con una persona più matura che fosse in grado, oltre che compiacermi come donna, avesse anche la buona creanza di non sputtanarmi in giro.

Non sto a dirvi se ero minorenne o maggiorenne.
Ero già donna…. e parecchio donna!!! Con i miei sogni, le mie voglie, le mie speranze.

Spesso con Sara (la mia amica del cuore dai tempi delle elementari), parlavamo di sesso, di ragazzi, di sogni erotici tanto che, spesso, ci ritrovavamo eccitate a dismisura sognando che, prima o poi, avremmo incontrato “quello giusto”, quello che “ci avrebbe fatto diventare donne al 100%”.

Sogni adolescenziali che ci portavano, in una sorta di limbo erotico, a giocare reciprocamente con i nostri corpi, simulando quello che aspettavamo succedesse con “un bel maschione”.

Ma di questo ve ne parlerò un’altra volta.

Oggi voglio ricordarmi della mia seconda prima volta. Quella vera…direi. L’esperienza che mi ha fatto diventare donna davvero e che mi ha fatto capire quanto bello fosse il sesso.

L’estate successiva alla “prima volta” sarebbe stata, per mia scelta, l’estate della vera iniziazione alle meraviglie del sesso.

Non sarei tornata in città senza aver scopato come si deve. Me lo presi come punto d’impegno. Anzi, con Sara, il giorno in cui ci salutammo ce lo giurammo vicendevolmente: “O qui si scopa o si muore!!!” (eccessi di gioventù…. ah ah ah).

Sardinia’s dream
Quell’anno i miei avevano fissato una meravigliosa villetta vista mare in Sardegna.

Posto meraviglioso, oltre che dal punto di vista naturalistico, anche dal punto di vista della vita notturna.

Il tutto faceva sperare bene. Vero è che la villetta risultava un pò fuori dall’abitato…. parecchio fuori dall’abitato e, non avendoci la compagnia adatta, mi risultava abbastanza difficile uscire da sola la sera….

In qualche maniera avrei fatto !!!…. anche contro la volontà dei miei che, ovviamente, non volevano che me ne andassi in giro la notte sola soletta (paura del lupo cattivo???).

Di giorno cercavo di frequentare le spiaggie più frequentate da coetanei in maniera tale da trovare un punto d’appoggio per le uscite serali e in men che non si dica, riuscii a fare amicizia con un gruppo di ragazzi (e ragazze) di altre città.

Il problema era quello di raggiungerli in paese la sera. Alcuni, molto gentilmente, si offrirono di venirmi a prendere in motorino ma i miei ebbero, strano a dirsi, da obiettare.

E così mi ritrovai a trascorrere lunghe serate sul bellissimo terrazzo vista mare a giocare a carte con mia mamma !!!…..che palle !!!

Dopo neanche una settimana che eravamo in villeggiatura ci raggiunse Tiziano, il socio in affari di mio padre.

Di diversi anni più giovane di mio padre, Tiziano, era davvero un bell’uomo, atletico, sportivo, dinamico e con quel difettuccio di essere costantemente alla ricerca di donne!!! (o sesso???). Questo “difettuccio” gli era costato non solo la brusca fine del matrimonio ma anche una pesante crisi economica visto che la moglie (giustamente) lo aveva praticamente spogliato di tutti i suoi beni. Mio padre, rigido ed austero com’è tuttora, non lo apprezzava molto dal punto di vista umano ma, visto che ormai la loro collaborazione era più che ventennale, lo considerava una sorta di fratello minore…la pecora nera della famiglia.

Anche mia mamma ci era affezionata nonostante tutto ed il suo arrivo portò un po’ di allegria in casa.

Tiziano, un terremoto vivente, organizzò immediatamente per la serata un barbecue di pesce e la mattina successiva, andò in paese a noleggiare un gommone per poter effettuare escursioni in mare. Beh…qualcosa si stava muovendo e, in cuor mio, speravo davvero che lui si potesse trasformare in una sorta di alleato per le mie uscite serali.

Purtroppo non fu così !!! Nonostante l’aiuto di Tiziano, i miei furono irremovibili e non ne volevano sapere di mie uscite notturne a bordo di scooter guidati da emeriti sconosciuti.

Così, alla fine, mi costrinsero ad architettare un piano di fuga!!! Erano giorni ormai che frequentavo questo gruppo di ragazzi in spiaggia e, con uno di Torino in particolar modo, di cinque anni più grande di me, mi trovavo particolarmente bene. Concordai proprio con lui un appuntamento a tarda sera vicino a casa mia.

Erano circa le undici di sera. Tiziano era l’unico sveglio: per mia fortuna se ne stava sdraiato a fumarsi il suo sigaro toscano e a godersi la brezza marina. Di soppiatto me ne uscii dal retro, scavalcai il cancelletto per evitare rumori e, dopo aver attraversato un piccolo boschetto, raggiunsi il luogo dell’appuntamento: Riccardo (il mio nuovo amico torinese), se ne stava a bordo della sua Vespa in mia attesa…. che carino!!!….

e con la luce della luna che gli illuminava il volto…. mmmmhhh…quegli occhi nerissimi…quei riccioli…le spalle larghe…..oddio…. stavo quasi per saltargli addosso!!! Ma mi trattenni…. (che errore!!!)…e lui, carinissimo, spinse la Vespa a motore spento fino alla strada e poi…. brooom…in un battibaleno fummo in paese.

E via…in giro per locali, e via cocktail…e via…in discoteca…. e poi in spiaggia, il falò…la chitarra…. le canzoni di Battisti…. (bleah!!!)…. e in un balletto furono le quattro di notte.

Riccardo, dopo essere stato gentile nell’accompagnarmi, non mi aveva considerato per quasi tutta la serata e, nonostante lo marcassi stretto, sembrava quasi che mi volesse evitare.

Era tardi. Forse troppo tardi…e mio padre troppo mattiniero. Sarebbe stato meglio se fossi tornata a casa…sperando magari…. come dire…almeno in un “bacino della buonanotte”.
Così come all’andata fu gentile e premuroso, anche al ritorno fu altrettanto galantuomo…. anzi …oserei dire…(purtroppo)…indifferente e, nonostante mi fossi appiccicata alla sua schiena con le tette e che le mie mani scivolarono lungo le sue cosce….

niente…niente di niente. Nessun tipo di reazione. E fu così “gentile” tanto da accompagnarmi a piedi nel boschetto buio abbandonando la Vespa lungo la strada.

“Ok” – mi dissi – “…è il momento. Ora o mai più!!!”

Mi bloccai di fronte a lui. Gli occhi negli occhi. Lo abbracciai non lesinando un contatto completo del mio corpo. “…mi piaci…” – gli sussurrai. Silenzio. Alzai lo sguardo verso di lui….

Riccardo sospirò come se cercasse tutto il sangue freddo che aveva a disposizione.

“…lo avevo capito. Anche a me piaci…. però…. ”
“…però?…”
“…sono fidanzato. Fidanzato ed innamorato…e lei…. la mia ragazza, la prossima settimana viene qui da me…. capisci?…non voglio fare cazzate…. scusami se ti ho fatto sperare che ci potesse essere qualcosa tra di noi…. scusami…”

E detto questo, a testa china e camminando veloce, se ne andò. Sentii in lontananza il rumore della Vespa che tornava verso il paese.

PORCA PUTTANA !!!….

ma dico io!!!…fai tanto il carino, il galante…ti lancio messaggi, li assecondi…ci troviamo in una situazione d’oro…..e chi mi va a capitare??? …un bravo ragazzo che è fedele alla sua ragazza???….

Con questa rabbia addosso e con l’ansia che la mia fuga venisse scoperta mi accinsi a rientrare in casa cercando di non fare rumore ma, non appena varcato il cancelletto di servizio…..

“Signorina…. è questa l’ora di tornare a casa???….

Lanciai un urlo soffocato. Guardai in direzione della voce e vidi solamente il tizzone luminoso del sigaro di Tiziano.

“Cazzo…mi hai fatto prendere uno spaghetto…. ”
“Anche a me…ma lo sai che ore sono???…eh?…. mi sono accorto che eri uscita dal retro e mi sono messo qui ad aspettarti…..ma che fai?…esci di nascosto?…. e se ti beccano i tuoi?…. se ti succede qualcosa…lo sai che casino???…”
“…lo so lo so….

è la prima volta…scusami…. non credo che lo farò più…. ” – gli riposi con tono di scusa mista a delusione
“…vieni qua…che ti succede?…è andata storta la serata?…”

Mi stesi accanto a lui su di una sdraio. Gli raccontai di quello che era successo, della sfiga di incontrare l’unico uomo fedele, del fatto che chiusa in casa mi stavo davvero annoiando…. insomma…mi sfogai…mi confessai come mi sarei potuta confessare ad un amico….

quasi ad un fratello.

“Ah ah ah…. ti sei beccato quello “fedele”???…ah ah ah…incredibile…. a me non è mai riuscito resistere ad una cosa del genere…. ah ah ah…. che gioventù!!!…. ”
“…sì…sì…lo so fin troppo bene quali sono le tue…. diciamo…abitudini…. ”
“…ah…non mi giudicare male. Il fatto è che le donne mi piacciono troppo…. e probabilmente anche io piaccio a loro…ah ah ah…. non so resistere…. non ci posso fare niente….

Ci stavamo confidando reciprocamente in piena onestà i nostri segreti. In fondo lui era come uno di famiglia…. che, tra l’altro, mi aveva tenuto sulle sue gambe da piccola.

“Senti…ora andiamo a letto…. ti faccio una promessa…. per il tempo che sarò vostro ospite farò di tutto per farti divertire…. sei d’accordo? Lo so…. avresti il bisogno di stare con quelli della tua età…ma visto che i tuoi sono così…accontentati di me…e, se ti va, domattina escursione alle isolette qui davanti in gommone….

ok?…. ”
“…wow…bellissimo…ok…dai…. grazie…. mi raccomando con i miei…..acqua in bocca!!!…”
“…non ti preoccupare…. e tu promettimi che non farai più cazzate del genere…. ok?….
“…ok…..’notte…”

Una torrida giornata di mare
La mattina successiva, alla notizia che io e Tiziano, avremmo fatto un’escursione alle isolette in gommone, le obiezioni dei miei furono quanto di più noioso una ragazza potesse sopportare.

Adesso, da madre (e zia) mi domando se quelle obiezioni erano davvero di tipo contingente (del tipo: è pericoloso, non sai nuotare bene, tutto il giorno sotto il sole) oppure, di fatto, non nutrissero troppa fiducia in Tiziano considerandolo un po’ il “lupo cattivo”.

Di certo Tiziano non fece niente per tranquillizzare i miei visto che la mattina si presentò in slip bianchi che non nascondevano (anzi esaltavano) la sua esuberante mascolinità. Di certo si sentivano imbarazzati ed impotenti di fronte a quella decisione. Non avrebbero di fatto potuto seguirci visto che mio padre non sa nuotare e che mia madre soffre terribilmente il mal di mare.

Mentre con poderose vogate spingeva il gommone al largo, mi voltai.

Vidi solamente mio padre sul terrazzo con un binocolo seguire i nostri movimenti.

“Certo che non hanno proprio fiducia in noi due…ah ah ah…. ”
“…sono molto apprensivi…. troppo apprensivi!!!”

Di certo, il comportamento dei miei mi fece riflettere. Il loro essere in apprensione era sicuramente dettato dall’uscita in mare aperto…. però…però…anche la pessima reputazione di Tiziano…. e fu proprio in quel momento che vidi per la prima volta quell’abbronzatissimo quarantenne come papabile obiettivo erotico.

In fondo cosa volevo?

Un maschio. E lui era maschio. Parecchio maschio.

Possibilmente che non rompesse troppo le shitole con complicazioni sentimentali.
E lui su questo era una garanzia.

Che fosse decisamente esperto e che sapesse introdurmi ai piaceri del sesso.
E su questo Tiziano, per ciò che raccontava mio padre, era davvero il Number One. Pareva che buona parte del suo successo professionale fosse dovuto alla sua capacità di circuire le clienti.

Quindi…grossa esperienza.

Mentre se ne stava seduto alla guida del gommone lo osservai meglio. Davvero un bell’uomo e quei pochi giorni di mare gli avevano dato anche quell’aspetto più selvaggio che tanto mi piace ancora. Qualche filo bianco sulle tempie, il petto largo e muscoloso…e quello slip bianco che sembrava messo apposta per attirare lo sguardo. Per fortuna gli occhiali da sole mi consentivano di squadrarlo per bene tanto da arrivare alla conclusione che il mio Target Erotico dell’estate….

era proprio lui.

Certo…. c’erano da superare diverse difficoltà e rischi. In fondo mi aveva tenuto sulle gambe da piccola, mi aveva visto crescere ed inoltre, un eventuale gaffe sarebbe stata davvero difficile da gestire visti l’affetto e gli interessi che condivideva con mio padre. Sarebbe stato davvero disposto a scoparsi la figlia del suo socio e amico fraterno? Era davvero, come dicevano, uno senza scrupoli quando c’era da scopare? Dovevo agire con molta cautela ed indurre Tiziano a fare il primo passo.

Non c’è peggior cosa (o migliore?) per un uomo quando una donna si mette in testa che se lo deve scopare!!!

Arrivammo in posto circondato da isolotti, l’acqua celeste, i gabbiani padroni incontrastati. Approdammo su un’isoletta brulla e deserta, la spiaggia bianca. Stendemmo gli asciugamani e dopo un bagno rinfrescante ci stendemmo al sole.

E qui, con assoluta indifferenza, lanciai il primo attacco. Mi tolsi il reggiseno.

Tiziano, quasi come se non fosse successo niente di importante non reagì.

In fondo era “abituato” al corpo femminile. Quindi tetta più tetta meno….

“Tua mamma sarebbe d’accordo?…. ”
“…non credo…ah ah ah…. ma è lontana e non mi vede…”
“…e se ti bruci?…occhio che la pelle lì è molto sensibile…”

Secondo attacco. Crema solare!!!

“…mi spalmo un bel po’ di crema…così evito di ustionarmi…”

Ed iniziai un lento e lungo massaggio alle tette. Così…come se lui non fosse lì a guardarmi…

Infatti era proprio come se lui non ci fosse, visto che se ne stava bello rilassato ad occhi chiusi.

Non voleva guardare per rispetto o…. per evitare…???…

Il primo e il secondo attacco non ebbero grand’ effetto su di lui. In fondo era un uomo navigato che stava al mare con la figlia del suo miglior amico…. mica poteva…..

Mi sdraiai anche io riflettendo quale sarebbe potuto essere il terzo. Tiziano sembrava dormisse.

Decisi che il terzo attacco, dopo aver sollecitato la vista, sarebbe stato basato sul tatto.

Avrei dovuto inventarmi qualcosa per farmi toccare…o toccare io lui…. così decisi di gettarmi di nuovo in acqua. Tiziano si voltò a bocconi. La testa rivolta verso l’interno dell’isola. Manco mi guardava.

Un assalto alle spalle. Ecco…sì…. sarei potuta uscire dall’acqua e simulando un gioco…. un dispetto…stendermi sulla sua schiena col mio corpo gelido e bagnato…. in fondo poteva essere una cosa innocente…. e mi avrebbe consentito il contatto col suo corpo.

Una reazione l’avrebbe pur avuta…no???

Arrivai piano piano alle sue spalle…. sembrava davvero addormentato. Mi stesi sul suo corpo strusciandolo più che potevo. I capezzoli erano eretti a causa degli sbalzi di temperatura, il suo corpo come di fuoco….

“…. ahhhhh…. che bellezza…. mi ci voleva proprio una rinfreshita…. che bello !!!…” – rispose come se il massimo dell’effetto fosse dovuto allo shock termico.

Questo seppe solo dire. Rimasi su di lui finché le temperature dei corpi si equilibrarono.

Immobile a godersi il fresco. Nessun accenno al fatto che il mio corpo nudo strusciava sul suo….

Terzo attacco. Fallito. Speravo in una reazione …in un sobbalzo…magari…voltandosi ci saremmo trovati faccia a faccia…. petto contro petto…. sesso contro sesso…. ed invece…. nulla!!!

Delusa mi stesi nuovamente al sole. Meditando nuove strategie di seduzione. Quell’uomo, forse a ragione, mi giudicava un taboo: troppo giovane, troppo rischiosa. Non sapevo proprio più cosa inventarmi per lanciare segnali a Tiziano.

Caddi per l’ennesima volta in una sorta di smania dovuta alla delusione delle mie aspettative. Ma come??? Un uomo, una donna (anche se troppo giovane), un’isola deserta…il mare, il sole, il canto dei gabbiani…. e non ti viene in mente di fare una bella scopata??? Mi stava montando la rabbia quando, voltandosi supino, il mio sguardo cadde sullo slip bianco che si era gonfiato a dismisura.

“OK. ” – pensai felice tra me e me – “WOW….

allora…ah ah ah…. vuoi resistermi??…ecco…ma effetto te l’ho fatto!!!…non sei di legno…”

Daniela 1 – Tiziano 0

Probabilmente si accorse che il mio sguardo insisteva su quel promettente rigonfiamento e, balzato in piedi di shitto, si lanciò in acqua velocemente. Un raffreddamento gli avrebbe consentito di affrontare la permanenza sull’isolotto più serenamente??? Nuotò un po’, forse per sfogare l’eccitazione che gli avevo causato. Mentre lo osservavo nuotare stavo già studiando il quarto attacco: stimolare l’orgoglio (stupido orgoglio) maschile.

Come fu fuori dall’acqua, e presi di mira con delle battute allusive il suo costumino bianco (adesso sgonfio!!!)…

“Certo…quel costume bianco…. non nasconde proprio niente…” – dissi simulando quasi imbarazzo
“Ah ah ah…sì…è un po’…osé…ah ah ah…tua mamma stamani mi ha guardato come fossi un mostro…ma è davvero così osceno?…a me non sembra…. ”
“…quando è asciutto no…ma bagnato…. è come se tu fossi…. nudo…. ah ah ah…. ”
“…ooops…non volevo davvero imbarazzarti….

” – rispose coprendosi con le mani
“…figurati…. e poi mica sei il primo uomo che vedo nudo…” – gli risposi dandomi le arie di donna vissuta (ah ah ah…. )
“…ah sì?…e quanti uomini nudi hai già visto…signorina?…”
“…abbastanza…per la mia età…. ”
“…anche questo immagino debba restare un segreto tra noi due?…”
“…già…. ”

Cadde nuovamente il silenzio. Lui si rimise supino a prendere il sole. Io inquieta. Il tempo passava e non stava succedendo niente.

Non osavo affondare il colpo.

“…hai mai fatto nudismo?…” – mi chiese a bruciapelo
“…no!!!…ah ah ah…e dove?…. perché tu sì?…”
“…ah…io adoro prendere il sole nudo. Oggi no perché ci sei tu…ma quando sono andato in giro da solo in gommone…mi sdraio sul fondo e zac…. ah…..è una meraviglia…con una mia ex andavamo in Francia…. lì ci sono delle spiagge meravigliose per fare nudismo…e nessuno che rompe le palle…”
“…dev’essere bello…comunque se vuoi levarti il costume…non fare complimenti…non mi imbarazzo di certo….


“…no no…piccola. Non scherziamo. Non voglio creare problemi né a me…né a te…”
“…che problemi?…siamo qui…soli…io e te…. pensi che lo vada a dire ai miei?…ah ah ah”
“…meglio di no. Discorso chiuso. ” – rispose secco senza guardarmi

Mi sdraiai sorridendo. Anche il quarto attacco aveva prodotto risultati. Comunque Tiziano si era aperto, aveva confidato qualcosa di intimo e si era imbarazzato. Il nudismo con me non sarebbe stato solamente pratica di libertà.

Avrebbe potuto assumere aspetti maliziosi.

Daniela 2 – Tiziano 0 (?)

A questo punto dovevo dimostrargli che ero alla sua altezza e che potevo fare le cose che lui faceva (con la sua ex!!!). Senza che lui se ne accorgesse, slacciai il fiocco degli slip e lo feci scivolare rimanendo completamente nuda. La brezza marina che soffiava sul pelo della micina amplificava la sensazione eccitante che stavo vivendo. Lui immobile non si accorse di niente, io ridevo sotto i baffi in attesa di una sua reazione.

Che non si fece attendere.

“Ma che c…. ”
“ah ah ah…..” – gli esplosi a ridere in faccia – “che hai?…ti imbarazzo?…. ”
“Daniela!!!…non fare cazzate ti prego…. rimettiti il costume…. se casualmente qualcuno…”
“…ma qualcuno chi???…dai…mi hai fatto venir voglia di provare con i tuoi racconti…. la sensazione di libertà…il sole sulla pelle…. mica ti stai scandalizzando?…. ”

Struffiò come se fosse in difficoltà. Si mise a sedere meditabondo con lo sguardo lanciato verso l’orizzonte del mare.

Io invece mi sdraiai nuovamente (avendo cura di lasciare le gambe leggermente divaricate…hi hi hi…. malandrina!!!). Chiusi gli occhi in attesa di un qualche evento.

Mi aspettavo una carezza leggera, un dito che casualmente sfiora, un bacio…. o ancor meglio…. lui che si stende sul mio corpo e mi possiede lì…su quella spiaggia deserta…. sarebbe stato davvero un bell’esordio come donna. Persa com’ero in queste immagini, non me ne vergogno, mi bagnai talmente tanto che sentii chiaramente colare piacere tra le mie cosce.

E mi ripetevo mentalmente “dai coglione…che aspetti???…scopami!!!…non la vedi com’è eccitata…pulsa…..forza stallone…fammi diventare donna sul serio!!!…. ”

E invece….

“Ehi…svegliati…. sono quasi le quattro…ci vuole quasi un’ora a tornare…sennò poi i tuoi stanno in pensiero…. dai…. rivestiti che io preparo il gommone…. ”

Nel mio cervello ci fu una specie di CRASH…. come se si fosse spezzata un intero negozio di cristalli…. non feci neanche in tempo ad alzare lo sguardo che Tiziano era già chino sul gommone per preparare il ritorno.

Un po’ triste e sconsolata (per l’ennesima volta), mi rivestii e con il muso lungo, come quello di una bimba a cui è negata la gioia di un giocattolo, salii sul gommone.

Anche Tiziano non aveva molta voglia di parlare durante il ritorno. Qualcosa, di certo, era successo in lui. E il gonfiore del suo slip, per fortuna, me lo stava dimostrando!!!…Almeno quello!!!

Sogni e desideri di una notte d’estate
Come fummo a casa Tiziano fu preso in “consegna” da mio padre.

Se ne andarono sulla terrazza a fumare e vidi che stavano discutendo in maniera molto seria. Io, invece, fui “torchiata” da mia madre che mi seguiva ovunque bombardandomi di domande…del tipo “dove siete stati?…era bello?…c’era altra gente?…ti ha dato noia il mare?…il sole?…ti sei bruciata?…” …e da buona figlia…. le rispondevo evasivamente sottolineando ogni cosa con un bel “che palle !!!”….

Era evidente a quel punto che i miei non avevano troppa fiducia in Tiziano.

E se non avevano fiducia, tanto da sospettare che potesse fare il “lumacone” con la propria figlia…..voleva proprio dire che il nostro ospite era davvero un libertino impenitente.

Fu una cena un po’ mesta. Silenziosa. Tiziano se ne andò a letto molto presto adducendo la stanchezza della giornata in mare, mia madre non aveva voglia di giocare a carte e mio padre preferì mettersi a leggere un libro in terrazza piuttosto che a letto.

Sembrava davvero che qualcosa di strano fosse successo. Vista la situazione un po’ tesa, dopo aver educatamente salutato i genitori, mi diressi verso la mia cameretta.

Salendo le scale uno strano ritmico cigolio proveniente dalla stanza di Tiziano attirò la mia attenzione. Se non avessi saputo che era da solo avrei giurato che lì dentro c’erano due persone che stavano scopando. Con il cuore in gola per la paura di essere scoperta mi avvicinai alla porta e, come la peggiore delle curiose, accostai l’occhio al buco della serratura.

Non vedevo molto visto che l’interno era illuminato soltanto dalla luce della luna. Le lenzuola, i suoi piedi…e il ritmo del cigolio sempre più veloce…lamenti soffocati…. e poi la luce del comodino si accese. Balzai all’indietro riguadagnando la strada di camera mia. Ma la curiosità mi spinse a rischiare. Vedevo da sotto la porta la luce accesa…tremando…avvicinai nuovamente l’occhio.

Seduto sul letto, Tiziano, con l’aiuto di un asciugamano si stava ripulendo del proprio piacere.

Il suo membro pendeva tra le gambe arrossato dalla masturbazione che doveva essere stata particolarmente intensa. Una forte vampata di calore mi assalì tra le gambe. E poi fu buio.

Stesa sul mio letto non riuscivo a prendere sonno dopo quella scena. Si era masturbato pensando a me? Speravo di sì.

Daniela 3 – Tiziano 0 (??) … giochi da ragazzina…

Decisi che per darmi quiete e riuscire a dormire….

avrei ricambiato. Mi ci volle poco…..davvero molto poco. Dopo l’orgasmo davvero intenso crollai in un sonno profondo popolato da immagine erotiche davvero estreme. Ed il protagonista era solo e soltanto lui: Tiziano.
La mattina mi svegliai appagata ma smaniosa. Era come se avessi trascorso una folle notte di sesso e ne avessi avuto ancora voglia. Scesi veloce le scale per raggiungere gli altri. Avevo voglia di rivedere lui. Era diventata una sorta di fissazione.

“Buongiorno mamma, buongiorno papà…. e Tiziano?…. ”
“…mah…è uscito presto…ha preso il gommone…non saprei non ha detto niente…senti ci hanno telefonato i Brambilla…. ci aspettano oggi pomeriggio e poi restiamo a cena da loro…e poi il solito burraco…che ne dici???…. ”
“…non contate su di me…io non ci vengo di certo!!!…due palle…Il burraco poi…ma state scherzando vero?…già non volete che esca la sera…e che debba rimanere confinata qua…ieri perché sono andata con Tiziano in mare mi avete fatto un terzo grado.

Caspita…. ma sono un po’ cresciuta non ve ne siete accorti???…non sono più una bambina…. ”

Me ne tornai in camera continuando ad urlare improperi nei loro confronti. Nessuna reazione da parte loro. Rimasi a leggere tutta la mattina. Ogni tanto mi affacciavo alla finestra per vedere se riuscivo ad intravedere all’orizzonte Tiziano col gommone.

Toc toc…..mia mamma….

“Tesoro…noi andiamo…. sei proprio sicura di voler rimanere qua da sola?…a noi dispiace un po’ saperti sola….


“Starò benissimo…. e poi c’è Tiziano…no?…. mica starò sola tutto il giorno…”
“Senti…. per quanto riguarda Tiziano…. insomma io e tuo padre siamo un po’ sul chi va là…sai che tipo è…no?…e saperti da sola con lui…. ci fa un po’ paura…lo so…è stupido…però…ne ha combinate troppe in vita sua…”
“E pensi che possa insidiare me???…ah ah ah…. dopo che mi ha tenuta in collo da piccola???…ma dai…ieri, se lo vuoi proprio sapere, si è comportato davvero come un fratello maggiore e mi ha fatto passare una bellissima giornata!!! …e tutte le tue domande ansiose al ritorno mi hanno davvero stressato!!!” – risposi pensando che in fondo la miglior tecnica di difesa è proprio l’attacco
“…ok…ok….

scusami…. anzi…scusaci…. Io e tuo babbo siamo stati molto in ansia ieri. Ci sono cose di Tiziano che forse non conosci e probabilmente è bene che tu continui ad ignorare. Tuo padre stava quasi per disdire per oggi. Sono stata io a convincerlo. Ti dico solo una cosa. Stai attenta e comportati bene…. ho fiducia in te…dammi un bacino…. in frigo c’è pronto da mangiare…ok?…. noi torneremo tardissimo…. come al solito quando giochiamo a burraco….

ah ah ah…..ciao…. ”

Quelle parole, quelle raccomandazioni, quella “fiducia” …mi pesarono addosso come un macigno. In fondo ero io a volermi fare Tiziano…e non viceversa come sospettavano loro. Adesso avrei dovuto tradire la loro fiducia e procedere nel mio piano di “diventare donna”.

Il tempo passava. All’orizzonte il gommone non s’intravedeva. Scesi in spiaggia dove incontrai il gruppo di amici: Riccardo mi salutò mentre se ne stava abbracciato alla sua ragazza.

Che rabbia!!! Ed era pure brutta !!!…. ma di lui ormai non mi interessava più…e il mio sguardo, nonostante in maniera molto carina cercassero di coinvolgermi in giochi o discussioni, era piantato verso il mare. I miei pensieri rivolti al ritorno di Tiziano: cosa avrei potuto architettare…come potevo sedurlo???

Tornai alla villa. Il piano era: vestito elegante e scollatissimo, cena a lume di candela in terrazzo, cenetta condita con ottimo vino bianco fresco, musica di sottofondo…magari un languido lento abbracciati…..mi avrebbe resistito???… (quanta banale immaginazione da giovani!!!)

Cena a lume di candela
Tornò (finalmente) al tramonto.

Ed io ero pronta: vestito in lamé scollatissimo e cortissimo, tacchi a spillo, tavolo apparecchiato finemente, vino fresco cibo pronto.

Ed eccitatissima…direi…pronta all’uso!!!

Sembrava cotto dal sale e dal sole. I capelli impiastricciati di sabbia e salsedine, il corpo brunito dal sole di una giornata in mare. Che maschio !!!

“Ta taaaaaa…..i miei stasera non ci sono…. ed ho organizzato una cenetta a lume di candela…che ne dici?…” – esordii balzando in piedi come una stupida bimba
“…bene…sono a digiuno da stamani…ho una fame boia!!!…però prima dammi almeno il tempo di farmi una doccia…guarda in che stato sono ridotto…” – mi rispose bruscamente senza degnarmi di uno sguardo
“…dove sei stato di bello oggi?…perché non mi hai chiamata?…come mai sei rientrato così tardi?…è tutto il giorno che ti aspetto…” – non riusci a trattenere tutta questa valanga di domande come la peggiore delle fidanzate o delle mogli

Lui, che già sembrava stanco e un po’ ombroso nei miei riguardi, si diresse senza neanche considerarmi verso la doccia esterna…e calatosi il costume si gettò sotto il getto d’acqua.

“Oh…ma…. ”
“…passami un bagno schiuma…. e uno shampoo…. ” – mi ordinò bruscamente

Obbedii con le gambe che mi tremavano. Quel cambio di atteggiamento mi aveva spiazzato. Sempre allegro, giocoso e disponibile…. direi riguardoso nei miei confronti…adesso invece prepotentemente maschio che ordina e prende ciò che vuole. C’era una sorta di arroganza nel suo comportamento tanto che, a fine doccia, neanche si rimise il costume e stesosi su di una sdraio si accese il suo (maledetto) sigaro.

In piedi di fronte a lui sembravo una scolaretta sotto interrogazione. Non osavo fiatare ipnotizzata com’ero da quella carica ignorante di testosterone.

“Allora, signorina…. che hai da guardare?…non volevi questo ieri?…ti scandalizzo?…eh?…” – mi chiese in tono di sfida
“…non mi aspettavo che tu…”
“…ti è piaciuto spiarmi stanotte?…credi che non me ne sia accorto?…”
“…ah…scusa…io non…è che…ho…”
“…a me non piace essere spiato…per niente!!!…e tanto meno essere provocato da una ragazzina e dover far finta di niente….

lo sai che non è nella mia natura…cosa vuoi da me?…. cos’è questa carnevalata?…il vestitino elegante?…il vino fresco?…le candele?…. cosa vuoi da me?…. vuoi provocarmi?…per cosa?…ti piace questo gioco?…eh?…. perché sai che io non posso toccarti neanche con un dito?…”
“…io speravo …”
“…lo sai che palle mi ha fatto tuo papà ieri sera quando siamo tornati??? domande su domande…che mi hanno profondamente offeso…e alla fine abbiamo litigato…non so se io e lui potremo continuare a lavorare insieme….

credo che a settembre cercherò una situazione diversa…mi ha rotto veramente le palle!!!…”
“…che domande ti ha fatto?…”
“…nessuna diretta. Ovviamente, non avendo le palle necessarie. Ma era chiarissimo che il suo sospetto fosse quello che ti puoi immaginare…. e immagino che anche tua mamma ti abbia tartassato…”
“…sì…e oggi mi ha fatto anche delle raccomandazioni…” – risposi istintivamente sbagliando
“…. benissimo!!!…a questo punto mi sento definitivamente sciolto da ogni sorta di impegno morale nei loro confronti.

Vado su, preparo la valigia e me ne vado…..”

Gettò il sigaro in mezzo ad un cespuglio e, deciso ed incazzato come non lo avevo mai visto, se ne andò sparato in camera sua. Lo raggiunsi spaventata dagli eventi. Cercai in qualche maniera di rabbonirlo giustificando i miei che erano fatti in quella maniera e che erano preoccupati per me…e che…bla bla bla…

Senza neanche guardarmi con decisione metteva le sue cose dentro il borsone alla rinfusa.

Si infilò deciso un paio di pantaloni (senza neanche le mutande sotto)…una camicia aperta sul davanti. Mi passò accanto guardandomi incazzatissimo.
“…non ti preoccupare. Non ce l’ho con te…e non racconterò di certo a quel coglione di tuo padre tutta questa storia tra me e te…. ” – mi dette un bacino sulla fronte – “…in bocca al lupo, signorina…”

Dopo neanche un minuto la sua macchina stava percorrendo il vialetto sterrato alzando una nuvola di polvere.

In piedi col mio vestitino di lamé osservai il tavolo apparecchiato, il vino fresco, la candela che stava lentamente consumando.

Mi misi a sedere e piansi silenziosamente.

Ero solo una stupida, presuntuosa ed ingenua ragazzina.
E avevo creato, col mio comportamento solo un gran casino.

“…sei bella quando piangi…”

Lo spavento per quella voce mi fece alzare di shitto dalla tavola facendomi rovesciare (e rompere ahimé!!!) i bicchieri di cristallo che avevo scelto per quella cenetta romantica.

Riccardo, imbarazzato come un bimbo, se ne stava a pochi metri da me con la testa bassa a fissare il pavimento

“…che ci fai qui?…come sei entrato?…”
“…scusa…non volevo spaventarti…è che…oggi al mare…ti ho vista agitata…guardavi il mare…eri triste…e credevo che la colpa fosse mia…”
“…ma no…no…è che è successo un casino…”
“…ho litigato con la mia ragazza…. ci siamo lasciati…e se n’è già andata via…e allora sono corso qui…sono passato dal boschetto…e ho visto quel signore che se ne andava…e che eri sola…allora…ho trovato il coraggio di entrare…scusami io…”
“…che vuoi Riccardo?…questa è già una vacanza abbastanza di merda…”
“…sei bellissima…e io sono solo un coglione a non aver capito subito che ti amo…”

Le parole lasciarono spazio ai fatti.

La serata fu lunga, intensa e, alla fine di essa, mi ritrovai donna.

Epilogo
Riccardo mi fece diventare donna. Molto donna!!! Riuscimmo con complicati sotterfugi a vederci praticamente ogni sera. Una volta tornati nelle rispettive città, dopo un paio di lettere di amore intenso, scomparve nel nulla. Adesso siamo (incredibilmente) “amici” su Facebook!!!

I miei il giorno dopo, resesi conto della partenza di Tiziano e dopo un lungo interrogatorio a me, decisero che in fondo era meglio che le cose fossero andate così.

Erano anni che mio padre si lamentava del socio e del suo “stile” di vita e di lavoro.

Sentii solamente mio padre al telefono che urlava parole di fuoco nei confronti dell’ex amico fraterno.

Tiziano, per le notizie che ho potuto avere da mia madre, aprii a settembre un’agenzia per fare concorrenza spietata a papà.

Le cose non gli andarono troppo bene tanto che, dopo aver cercato di far pace con mio padre, dovette chiudere.

Pare che abbia trovato lavoro in tutt’altro settore come dipendente. Dopo alcuni anni si accasò con una ragazza russa bellissima.

Adesso Tiziano ha due figli, un’utilitaria rugginosa, un cane ed una suocera a carico.

La rivincita

Mio marito mi tradiva. Da tempo. La prova scioccante la ebbi quando accettai di ospitare la sua segretaria a casa. La stronzetta veniva dalla Russia dove mio marito aveva diversi affari legati all’import export. Per ragioni di lingua ( ma pensa tu…. ) aveva assunto una specie di interprete/segretaria per aiutarlo a comunicare meglio. Quando la vidi capii subito l’andazzo, perchè lei, in effetti, l’italiano lo parlava anche benino, ma l’aria che aveva e il fisico lasciavano intendere anche tante altre cose.

Ma andiamo al sodo.
Fu terribile svegliarmi nel cuore della notte e non trovarlo di fianco a me. Scesi le scale per andare al piano di sotto e appena arrivata dietro la porta che separa la scala dal corridoio cominciai a sentire gemiti e grida. Andai avanti, dovevo andare avanti. Le grida della zoccola erano il canto della mia sconfitta. Dietro quella porta c’era mio marito, l’uomo cui avevo dedicato una vita e due figli, che stava sfondando letteralmente un’altra, più fortunata o, evidentemente, più bella e più brava di me.

Rimasi lì non so quanto tempo, ricordo solo che lei godeva continuamente, sentivo i suoi colpi forti, rapidi, affamati…. li conoscevo, ma quasi me li ero scordati, non mi scopava così da tempo, da troppo ora mai.
Tornai su e piansi.

Noi donne siamo forti e abbiamo la grande dote di risorgere sempre da ogni sconfitta, noi che doniamo la vita, possiamo donarne sempre una nuova anche a noi stesse. Così pensai quella mattina.

Ne parlai con Veronica, una delle mie migliori amiche, già separata, molto disinibita con gli uomini. Lei mi disse letteralmente di riprendermi la vita, che ero ancora bella e che potevo pendermi tutte le rivincite che volevo. E così fu.
Sono una bella donna tutt’ora, lo ero anche tre anni fa. Decisi di farmi avanti, con charme e classe, con tutti e tre i colleghi di mio marito. Tutti e tre. Sì, mi sarei fatta scopare da tutti e tre.

Uno di loro, mi piaceva anche parecchio e spesso mi ero sentita guardare da lui con un certo interesse. Con lui bastò un sms. Un semplice: ciao F, ti devo parlare. Ci incontrammo per un caffé. Da lì una eccitante travolgente discesa che ci portò dopo venti minuti ad avere la sua lingua tra le mie cosce sul divano di casa mia. Gli piacevo, gli piacevo eccome, mi riempì di complimenti, impazziva per le mie bocce ancora belle e turgide, piene di desiderio.

Leccava da Dio, e fremetti sorprendentemente in preda ad un orgasmo inondandogli il viso. Poi lo divorai, ingoiai tutto il suo bastone fino a leccargli le palle. Poi mi impalai su quel ben di Dio sbattendogli le mie pere infuocate in faccia. Poi mi prese da dietro sculacciandomi tenendomi per i capelli, sussultai altre tre volte, allagai quel divano, non godevo così da anni, da troppo…. quegli orgasmi ripetuti e crescenti spalancarono una porta su una nuova dimensione di me stessa, libera, disinibita, vogliosa e caparbiamente desiderosa di orgasmi!
Mentre mi spaccava a pecora, senza pietà, con la prepotenza che deve avere un uomo, gli chiesi di farmi delle foto, volevo le prove….

le prove da mostrare allo stronzo che io, forse più di lui, ero ancora molto desiderabile. Poi glielo presi in bocca lo appoggiai alla mia lingua e lo segai, mi spruzzò tutto quello che aveva e documentò tutta quella meraviglia con una serie di foto. La mia bocca piena di sborra, questo volevo che mio marito vedesse, forse non gli importava nulla, ma forse sì, in ogni caso era parte della mia rivincita.
Continuai a vedermi con F.

Era troppo piacevole e lui era molto bravo. Mio marito era in Russia e quindi ero libera di muovermi bene quando i bimbi erano a scuola. Con un amante si instaura spesso anche un rapporto di complicità che va al di là del sesso, si crea una certa confidenza che permette di spogliarsi di tanti cliché oltre che dei vestiti. Così lui mi raccontò che sia lui che gli altri due colleghi ce l’avevano a morte con mio marito perché la faccenda della Russia aveva preso una piega negativa per l’azienda.

In pratica quello stronzo si era accaparrato il portafoglio clienti per mettersi in proprio. Agli altri tre soci non era rimasto niente. Lui aveva già fatto sapere loro che a fine anno se ne sarebbe andato. Al che colsi la palla al balzo informandolo che il mio piano di rivincita prevedeva di farmi sbattere da tutti e tre. E F. , da grande maiale quale era, rilanciò la posta: fatti scopare da tutti e tre alla volta, ci vuole poco a convincerli, credimi, sai quante volte abbiamo parlato tra noi di te, di quanto sei bona? Basta che vieni un giorno durante la pausa, l’ufficio è chiuso dalle 13 alle 15, in due ore facciamo tutto.

L’idea mi sconvolse, i miei ormoni cominciarono a pensare a quell’evento e così gli proposi per l’indomani. La risposta fu scontata. Appena entrai nell’ufficio ci fu chiaramente un po’ di imbarazzo, ma F. ruppe il ghiaccio togliendomi la gonna, mi fece svaccare sulla scrivania e scostate le mutandine incominciò a masturbarmi. Non ebbi il tempo di realizzare che la mia prima gangbang era cominciata che avevo gli altri due cazzi che mi sbattevano in faccia cercando di entrarmi in bocca.

L’appellativo più gentile fu puttana. F. cominciò a spaccarmi la fregna sulla scrivania mentre gli altri due mi scopavano a turno la gola. Poi mi spostai sul divano mi impalai su uno, F. mi entrò nel culo senza ritegno, con forza, come si sfonda una vera vacca da monta, il terzo mi infilò l’uccello in bocca e prendendomi a schiaffetti affondò sempre di più fino a farmi sentire le palle che sbattevano sul mento.

I miei orgasmi furono diversi, non so quanti. Alla fine mi misero in ginocchio e fecero il video da mandare al cornuto traditore: io a bocca aperta e loro tre a turno a schizzarmi in gola. Alla fine ce l’avevo piena zeppa di crema bianca, mi chiesero di dire qualcosa a mio marito ma faticavo a parlare, non volevo che tutto quel ben di Dio uscisse dalla bocca. Ci giocai un po’, prima di ingoiare tutto.

La vendetta era compiuta per intero. Io ero soddisfatta, avevo anche rotto un tabù: quello di essere presa contemporaneamente da più uomini. Avevo goduto fino allo stremo: l’avrei fatto ancora e ancora e ancora……

Kevin massaggiatore cubano

Ciao ragazzi,
ancora dolorante per la fantastica festa con i miei amichetti di circa 10 giorni fa’
mi sono concesso qualche giorno di digiuno sessuale, ero davvero arrossato e per almeno 3 giorni non riuscivo neanche ad andare al bagno, mi succede sempre quando esagero con grossi pistoloni.
Dopo qualche giorno torno per il mio appuntamento settimanale dalla mia estetista Gloria
che da qualche anno si occupa del mio fisico facendo di me una gran figa con una pelle vellutata come afferma soddisfatta lei.

In realtà mi ha chiamato chiedendomi di passare per provare un nuovo massaggiatore assunto qualche giorno prima che secondo lei sta risquotendo un discreto successo tra le sue clienti.
Più incuriosito che altro mi reco presso il salone e comincio a fare tutti i trattamenti di routine
mi fanno accomodare in una saletta per massaggi e mi sdraio aspettando il mio turno e socchiudendo gli occhi.
Improvvisamente la mia estetista entra accompagnando una persona che non conosco ma non vedo perchè sdraiato, passati davanti io sollevo la testa e vedo questo bellissimo ragazzo sorridente.

gloria ci presenta e si raccomanda di trattarmi bene e di fare tutto ciò che richiedo, lui sorride dicendo che vedrà di accontentarmi. Detto ciò comincia a massaggiarmi con le sue grandi mani , un massaggio energico, maschio che mi eccita tanto che per due volte chiedo di interrompere. ad occhi chiusi lo immagino nudo che mi massaggia a letto e poi mi scopa dolcemente come piace a me.
Finito il massaggio sono eccitatissimo, lui mi ha anche massaggiato le chiappe facendomi i complimenti per il mio fisico e la mia pelle bianchissima e soffice, io lo ringrazio lasciandogli una mancia e dicendo che non mi dispiacerebbe prendere un cafe fuori dal salone e lasciando il mio numero; spero ardentemente che mi chiami, mi sono innamorato di quella voce, del fisico e del modo gentile che ha di mostrarsi e comportarsi.

Ieri pomeriggio mi squilla il telefono , era Kevin, che piacevole sorpresa, ciao come va? Bene rispondo , tu?
lui mi ribatte: bene grazie, mi avevi chiesto di chiamarti e come vedi?
Sono al lavoro ma se vuoi alla chiusura ci possiamo vedere.
Sono basito, non pensavo di interessargli e invece….
Gli rispondo che sono a casa e non ho impegni, e se vuole possiamo vederci per un aperitivo.

Lui mi ribatte che mi chiama appena finisce e ci risentiamo più tardi.

Sono eccitatissimo, è davvero carino e chissà il resto, mi preparo mettendo roba comoda , non si sa mai. esco e vado all’appuntamento , in centro dove di solito mi fermo per l’aperitivo e dove ho conosciuto gran parte dei miei amanti.
il barman che mi conosce mi lascia sempre il solito tavolo, dico sempre che mi porta fortuna.

Kevin arriva con un pò di ritardo , si accomoda e mentre beviamo mi chiede sei conthai visto che ti ho chiamato?
Pur essendo contentissimo ed eccitato mantengo un contegno sobrio dicendo che comunque mi ha fatto piacere si sia ricordato e propongo un film al cinema, quindi ci alziamo e ci incamminiamo.
Vedo che lui non mi sembra entusiasta e a metà strada cambio idea: perchè non andiamo a casa mia dico
e lui :no , andiamo a casa mia, non mi sento di contraddirlo e lo accontento.

Zona loreto mi dice, viale Monza
mi dirigo verso lindirizzo indicatomi e in 10 minuti siamo a casa sua, piccolina ma molto bella e accogliente.
mi mette subito a mio agio: accomodati, mi dice mentre arriva con una bottiglia di vino bianco e due calici.
versa il vino e brindiamo , poi mi chiede: due minuti che mi cambio scusa
Mentre sorseggio il vino lui arriva con una canotta e un paio di calzoncini aderenti, BELLISSIMO, fisico da paura nerissimo e con due metri di altezza… un grosso mandingo che tra poco……..
Allora dimmi di te ,mi dice, io sono un pò confuso e lui lo sa, magari ha parlato con la mia estetista e lei , che mi vuole bene gli ha chiesto di farmi divertire.

In men che non si dica mi ritrovo il suo braccio dietro che mi avvicina a lui , siamo vicinissimi con i visi e io lo bacio teneramente, lui ricambia avvolgendomi tra le sue braccia, bacia benissimo ed ha un buonissimo sapore
mentre mi bacia mi accarezza dicendomi che tra poco mi farà impazzire.
E’ da quando mi ha massaggiato che non vede l’ora di possedermi. io sono arrapatissimo e gli chiedo: fammi andare in camera che mi spoglio e ti aspetto a letto amore, non avere fretta e alzandomi corro in camera da letto e in 30 secondi sono nudo sotto le lenzuola.

Condom e gel sul comodino, lo chiamo con voce soffusa, caro vieni.
Le luci sono basse e lui arriva nella penombra , si presenta con un grosso cazzo nero di almeno 23 cm. molto grosso almeno 5/6 cm di diametro eretto ,io mi avvicino e lo bacio sulla capela leccando l’apertura e dicendo :piacere di conoscerti spero non mi deluderai!!.
Si sdraia a fianco a me abbracciandomi e baciandomi, mi stringe a se, io allargo le gambe e mi faccio strusciare lo scroto dal suo grosso cetriolo nero che va avanti e indietro, sempre nella stessa posizione mi butto sopra , lui continua a pompare , è cosi lungo che viene fuori come se mi trapassasse.

Lui mi solleva con le sue grosse braccia e mi gira per un 69 , comincia a leccarmi il buchetto avidamente e io altrettanto avidamente comincio a leccare e ciuppare il suo grosso palo nero.
dopo qualche minuto mentre infoiatissimo lo lecco e succhio viene improvvisamente inondandomi la bocca con una quantita industriale di sperma.
Io eccitatissimo la lecco ed ingoio avidamente dicendo: ti è piaciuto allora??
Sei bravissimo ed io sono eccitatissimo, ma non è finita.

Lo credo bene ribatto, metti il condom gli dico mentre mi spalmo il gel nel buchetto avido, lui vuole fare la tua conoscenza, non si accontenta di una leccata e mettendomi nella mia posizione preferita: su un fianco aspetto che il mio amore mi penetri.
AAAhh è davvero grosso piano, fai piano amore è molto grosso.
Sento che quando entra la sua cappella le mie carni si allargano, decidiamo di cambiare gel, lui ne ha uno che usa da tanto che non conoscevo, appena spalmato lui comincia ad entrare , sento un enorme calore, ma niente dolore, lui è dentro e mi pompa lentamente sento tutta la sua grossezza e una goduria come non mai.

mi viene voglia di prenderlo a pecora e gli chiedo di uscire mettendomi in questa nuova posizione,
Dai inculami adesso amore, lui non si fa ripetere l’invito e spruzzando un po di gel mi incula mettendosi dietro di me.
AhHh dai bello esclamo mentre lui mi pompa , che bello, che grosso, come sono troia.
Sento che lui è eccitatissimo, si butta a pancia in aria e mi mette su di lui, e mi incula a smorzacandela
E’ bellissimo lui pompa velocemente ormai il mio culo lo ospita senza problemi, sto godendo cosi tanto che vengo sul suo petto, vengo sospirando e baciandolo in bocca con la sua lingua annodata alla mia
lui senza uscire mi gira su un lato e continua ad incularmi stringendomi a se finchè non viene spruzzando all’interno del condom nel mio culo.

Non ti fermare amore gli sussurro, non ti fermare sto per godere lui indemoniato continua finche non vengo nuovamente , quasi svengo dal piacere.
Lui estrae il suo cazzo e me lo infila in bocca, io succhio avidamente per ripulirlo mentre lui mi lecca il mio buchetto seviziato dicendomi che non aveva mai scopato una troia come me e che vuole rivedermi e conoscermi meglio.
Poi cadiamo esausti e dormiamo fino alla mattina dopo.

.

Sandra

La voce al telefono era un sommesso sussurro, ma aveva un tono deciso, quasi intransigente. Sandra sogghignò tra sé e sé: era sempre così… quando la chiamavano, parlavano sempre sottovoce per paura che qualcuno, chissà chi, li sentisse, ma allo stesso tempo le parlavano come se lei fosse di loro proprietà, come se lei fosse la loro serva. Illusi.
Mise giù il telefono e tornò a studiare. Qualche ora dopo, completamente nuda ed in ginocchio sotto un tavolo da poker, stava ancora sogghignando.

Passava a random da un cazzo all’altro, tutti ritti, tutti lucidi della sua saliva. Gli uomini cui quelle obbedienti appendici appartenevano stavano giocando, cercando di non perdere la concentrazione ogniqualvolta la ragazza imboccava il loro pene teso, lo succhiava, lo leccava, lo mordicchiava, per poi abbandonarlo e passare al prossimo: ritenevano che rendesse il gioco più interessante.
Ritenevano che lei fosse al loro servizio… poveri sciocchi, non sospettavano che fosse l’esatto contrario: erano loro, questi uomini di mezza età arrapati ed affamati di figa giovane che le garantivano divertimento e soldi.

La chiamavano, la scopavano, la pagavano. Tutti godevano, anche e soprattutto Sandra, ma i soldi fluivano dalle loro tasche a quelle di lei, quindi alla fine dei conti quella che usciva da quelle serate più ricca, e senza perderci nulla, era proprio lei.
Aveva capito presto che tra le gambe possedeva una miniera d’oro, anzi che l’intero suo corpo era una miniera d’oro.
Ricordava ancora con la massima chiarezza, dopo quasi quattro anni, la faccia del vicino quando, a quindici anni, si era tolta il vestitino sul bordo della di lui piscina per il primo bagno della stagione: avidità e desiderio passarono in un lampo distorcendogli i lineamenti.

La fortuna di Sandra fu di stare guardando proprio in quella direzione in quel preciso istante.
Imbarazzata e sorpresa aveva abbassato lo sguardo, che era capitato sul davanti del suo costume chiaro che iniziava a gonfiarsi. Lui se ne accorse e chiuse immediatamente i lembi dell’accappatoio.
La ragazza era giovane ma non ingenua, anzi.
Aveva capito subito cosa fosse successo. Era cresciuta molto quell’inverno sotto i vestiti pesanti: l’estate precedente era una ragazzina goffa e spigolosa, ora era sulla via di diventare una donna.

Le sue gambe si erano tornite, i suoi fianchi allargati e la sua vita stretta. Il seno, l’anno prima fresco e tondo, era cresciuto, e sarebbe cresciuto ancora un pochino, ma già riempiva abbondantemente i triangoli di un costume ormai troppo piccolo.
E ora un uomo l’aveva notato. Si era emozionata all’idea, si era anche eccitata, ma la sua mente pragmatica aveva iniziato a far girare le rotelline per capire come sfruttare la situazione a proprio vantaggio.

Sapeva, dai discorsi di amiche più grandi, dalla tv e dai libri, che c’erano uomini disposti a tutto per del sesso. E che c’erano uomini che prediligevano le ragazzine.
Non comprò costumi nuovi quell’anno, nonostante le insistenze della mamma che continuava a ripeterle che quelli che aveva erano troppo piccoli, fingendo fitte di rabbia adolescenziale verso la perfida madre che voleva privare la povera figlia dei capi d’abbigliamento preferiti.
E andò in piscina dai vicini il più possibile, con la scusa di chiacchierare con Angelica, la loro figlia che aveva un anno meno di lei, cercando di andarci soprattutto nel weekend quando lui era a casa, mostrandogli tutto quello che c’era da mostrare nei suoi costumi ristretti, carezzandosi mentre metteva la crema solare e a volte anche scoprendosi “accidentalmente” un capezzolo o un pochino di pelo inguinale quando nessun altro guardava, e rimanendo ogni volta soddisfatta delle reazioni che suscitava.

Il pover’uomo passò tutta la prima parte dell’estate semiseduto sulla sdraio con un giornale sulle gambe.
Si presentò sulla loro porta una domenica pomeriggio che sapeva benissimo che né Angelica né la madre sarebbero state a casa, fingendo di essersene scordata.
Il vicino ovviamente non ci pensò nemmeno a mandarla a casa.
Sandra gli chiese di tenerle compagnia in piscina, e senza aspettarlo si tuffò nella vasca. Ne riemerse senza la parte superiore del costume, “accidentalmente” persa nell’impatto con l’acqua…
Dieci minuti dopo era stesa sul lettino a bordo piscina, senza più nemmeno il pezzo sotto del costume e la testa del vicino tra le cosce.

Per la prima volta qualcuno che non fosse sua madre o il dottore aveva visto la sua intimità, la stava toccando, addirittura leccando… e a Sandra piaceva, oh se le piaceva. Più che masturbarsi, quello era sicuro. Venne sulle labbra avide dell’uomo che la bevvero tutta.
Ma non perse la testa: se la tenne ben stretta e funzionante sulle spalle: altri cinque minuti dopo aveva il glande del vicino che le accarezzava la vulva lubrificata di saliva e umori dell’orgasmo, e cinquecento euro nella borsa: il prezzo della sua verginità.

Il piacere provato non aveva diminuito l’eccitazione, anzi… il cuore le batteva a mille, la vagina pulsava pronta e bagnata, la mente era in fiamme per l’ottenuto traguardo e le infinite possibilità che le si aprivano davanti
Quando lui spinse, entrando dove nessuno era mai stato, aprendola, dilatandola, riempiendola, non provò il dolore che aveva preventivato ma solo piacere, piacere, piacere.
Venne di nuovo, proprio mentre lui la riempiva di sperma.
Finse disperata preoccupazione, accusandolo di non avere preso precauzioni (in realtà Sandra aveva iniziato di nascosto a assumere anticoncezionali un paio di settimane prima), e mezzora dopo gli si concesse di nuovo in cambio della promessa da parte di lui di pagarle la pillola ogni mese.

E scoprì che agli uomini piaceva versare lo sperma anche al di fuori della vagina: se lo sciacquò dal seno poco dopo, in piscina.
Imparò molte altre cose in quei mesi, sul sesso, sul corpo degli uomini e sul proprio corpo.
Fece pagare al vicino, in molti modi diversi (soldi, regali, passaggi in macchina, ricariche telefoniche) ogni singolo amplesso, ogni pompino che gli concesse per tutta la durata delle scuole superiori fino al giorno che era partita per una città lontana e l’università.

E non solo a lui… lasciò, se non proprio dei cuori infranti, parecchi cazzi a secco quando si trasferì.
Non le fu difficile farsi un nuovo “giro”, ben più ampio e lucroso, lontano dalla piccola cittadina di provincia da cui proveniva, in cui tutti conoscono tutti ed è difficile muoversi senza suscitare pettegolezzi.
Qui invece milioni di persone si incrociavano senza nemmeno guardarsi…
I suoi pensavano che facesse la cameriera in un pub per pagarsi le spese e contribuire all’affitto, mentre lei accumulava denaro in un conto di cui nessuno era a conoscenza.

Ma non erano solo i soldi che le interessavano: ci teneva a riuscire bene all’università, e ci teneva a farlo senza barare. Per questo aveva deciso che non sarebbe andata a letto con alcun professore o assistente per ottenere voti più alti. Ma ciò non le impediva di farlo coi compagni di corso più bravi…
Ce n’era uno, Luigi, un secchione sfigato talmente perso nel suo mondo che non parlava mai con nessuno, bravissimo ma da cui nessuno era mai riuscito ad ottenere una spiegazione, un aiuto nello studio.

Gli aveva preso la verginità nei bagni dell’ultimo piano del terzo dipartimento, un amplesso goffo e rapido fatto di colpi inesperti e gemiti soffocati per non farsi sentire dalla gente che passava di fuori. Ora lui trascorreva a casa di Sandra almeno un pomeriggio la settimana a scopare e studiare, e i voti già alti di lei avevano avuto un’impennata.
E ora era qui, come molte altre sere, perfettamente truccata, coi lunghi capelli biondi raccolti in cima alla
testa che le ricadevano sulle spalle, le scarpe dal tacco vertiginoso e nient’altro addosso, che passava da un cazzo all’altro tra le gambe di un tavolo da poker.

Loro, in giacca e cravatta con solo i falli che sporgevano dai calzoni slacciati, pensavano di dominarla ma era lei che aveva tutto il potere, il potere di farli impazzire di desiderio, il potere di dire di no quando non le andava sapendo che l’avrebbero richiamata, e soprattutto il potere di chi ha, letteralmente, i denti intorno alla parte del corpo più preziosa per un maschio.
Sapeva cosa sarebbe successo di lì a poco: uno di loro, probabilmente il biondo poiché aveva sentito il suo cazzo sobbalzare più degli altri tra le sue labbra, si sarebbe stancato di questo gioco, l’avrebbe tirata fuori da sotto il tavolo e l’avrebbe stesa sul piano da gioco, spargendo fiches ovunque.

Poi le avrebbe allargato le gambe e l’avrebbe penetrata con foga maltrattenuta, mentre un altro, presumibilmente il più vecchio del tavolo, le avrebbe infilato il membro in bocca, per tenersi caldo mentre gli altri, a turno, la scopavano in vagina o nel culo. Quando anche l’ultimo si fosse soddisfatto, avrebbero ripreso a giocare, e lei sarebbe tornata sotto il tavolo a resuscitare falli mosci coperti di sperma.
Avrebbero creduto che i suoni che emetteva ad ogni orgasmo fossero fasulli, e forse in fondo al proprio cuore uno di loro, tornando a casa e guardando le proprie figlie adolescenti addormentate, avrebbe anche provato pietà per lei.

A riprova del suo potere, le cose andarono quasi come le aveva previste: il biondo la fece uscire da sotto il tavolo e la spinse sullo schienale della poltrona, piegata in due con le gambe a penzoloni e la testa che sfiorava la seduta.
Poi il biondo si infilò uno dei preservativi che avevano posato sul tavolo, le allargò le gambe ed entrò in lei deciso, facendola gemere e tremare di piacere, mentre il più anziano le sollevava la testa e le imboccava un cazzo umido e teso.

Con la coda dell’occhio vide gli altri due che se lo menavano, in attesa.
Il biondo entrava e usciva da lei con foga, montandola con l’urgenza di chi si vuole svuotare le palle, e venne prima che lei potesse godere. Lo sostituì il riccio, col cazzo grosso e gonfio, che la riempì muovendosi con metodica calma. Dentro, fuori, dentro, fuori, le dita che cercavano e trovavano i capezzoli di Sandra, le palle che le premevano sul clitoride.

Il riccio, approssimandosi all’orgasmo, aumentò il ritmo e la forza delle spinte e la ragazza venne una volta, poi una seconda, mugolando intorno al membro che inesorabile le scopava la bocca.
L’uomo che la stava montando, un istante prima di venire si sfilò da lei, si tolse il preservativo e le venne sulla schiena.
Il terzo prese subito il suo posto: lungo e sottile le batteva sul fondo causandole un sublime mix di dolore e piacere.

Non ci mise molto: anche prima, mentre lo succhiava, era stato sul punto di venire un paio di volte, ma non aveva lo spirito di iniziativa del biondo e aveva aspettato che qualcun altro facesse la prima volta. Non vinceva mai nelle serate in cui Sandra rimaneva fino a mattina e li vedeva fare i conti, e non avrebbe mai vinto, pensò ora mentre lo sentiva sussultare e sobbalzare dentro di lei dopo solo pochi violenti, frettolosi e poco abili colpi.

Poi il più anziano del gruppo si mise dietro di lei e lentamente le penetrò la vagina con il pene incappucciato.
Era lui che la chiamava con quell’assurdo tono perentorio sotto voce. Si mosse con la calma del padrone, e mentre la prendeva le infilava il pollice nell’ano, allargando l’orifizio. Ben consapevole di quello che stava per accadere Sandra gemette, portando le mani indietro ad allargarsi le chiappe in un chiaro invito.

Lui si ritrasse dalla vagina e con un unico colpo glielo infilò nel culo. Sandra gridò, contorcendosi come un pesce preso all’amo venendo sotto i colpi inesorabili che le squassavano le viscere.
E poi via, di nuovo sotto al tavolo a resuscitare cazzi unti di lubrificante dei preservativi, con i propri umori vischiosi che le colavano tra le gambe.
Dopo la doccia, parte integrante dell’accordo che Sandra stipulava coi suoi clienti, la ragazza infilò con cura i propri vestiti, costosi ed eleganti, prese la borsa Vuitton originale, ora molto più pesante di quando era arrivata, e si avviò verso l’uscita.

I suoi clienti, ancora al tavolo da gioco, la salutarono.
Appagata e soddisfatta Sandra avviò la macchina e partì alla volta di casa. Domani aveva l’ultimo esame del primo anno ed era certa che l’avrebbe passato brillantemente, come gli altri.

Storie di provincia

Ho 42 anni e sono ancora una bella donna. Nata al Sud, avevo studiato per fare la maestra e poi ho seguito un corso di lingua inglese ma, nonostante il mio ottimo curriculum, non ero riuscita a trovare posto in nessuna scuola. Mi sono sposata giovane e poi, per anni, avevo lavorato in una fabbrica di scarpe finché mio marito non era stato trasferito al Nord.
Questa storia comincia un paio d’anni fa… Mia figlia era ormai grande (20 anni) e studiava all’Università.

Io e mio marito avevamo comperato una casa indebitandoci fino al collo finché non accaddero due cose: la ditta in cui lavoravo fallì e a mio marito venne un infarto che lo portò alla tomba. Vedova e piena di debiti, avevo cercato inutilmente un posto di lavoro finché avevo finalmente trovato un buon impiego negli uffici contabili una fabbrica tessile.
La mia ditta aveva un unico proprietario che aveva aveva imposto un regolamento aziendale decisamente severo, e spesso avevo assistito a operaie, operai e personale degli uffici che subivano sanzioni per non avere rispettato le regole.

Le sanzioni andavano dai rimproveri verbali, a lettere di biasimo, a sospensioni dal lavoro e ci furono anche dei licenziamenti per le infrazioni più gravi.
Io, assunta da pochi mesi, non avrei potuto permettermi alcun tipo di sanzione: vedova e piena di debiti mi serviva anche il più piccolo euro se volevo che mia figlia Francy continuasse a studiare. Mantenere stipendio e posto di lavoro era la cosa più importante!
Una collega poi mi mise in guardia da due personaggi; in particolare per noi impiegate, c’era il sig.

Franco, il perito elettronico, addetto ai PC di ufficio e alle macchine elettroniche in officina.
Il sig. Franco aveva anche il compito di controllo del personale e di riferire al proprietario tutto ciò che succedeva.
A sua volta lui si faceva aiutare per il controllo delle operaie dal sig. Giorgio, operaio capo reparto. Due vere spie quindi, che tenevano in continuazione tutti sotto i loro occhi pronti a riferire la minima infrazione.

Quel giorno ero da poco arrivata in ufficio, come al solito in anticipo, e dopo aver avviato il PC aprii la posta elettronica per gli eventuali messaggi dei nostri clienti o fornitori.
C’erano un decina di messaggi, uno dei quali aveva un allegato.
Scordai la disposizione del sig. Franco di non aprire mai e poi mai messaggi con allegati senza prima avvisarlo.
Fu un attimo…e l’allegato aperto fu il veicolo di un virus che infettò immediatamente il mio PC!
Fui presa dal panico!
Non sapevo cosa fare!
In un attimo mi accorsi che il mio posto di lavoro era in pericolo! che fare?
Pensai che l’unico modo che avevo per risolvere il problema era di chiedere aiuto al sig.

Franco per quanto lo temessi e ne provassi repulsione.
Era un uomo orrendo all’apparenza di circa 55 anni, alto e grosso, immagino 100 kg, capelli grigi e faccia sempre contratta in una smorfia di disprezzo. Spesso i suoi sguardi si fermavano su noi ragazze e quando capitava a me mi metteva a disagio.
Stesso personaggio un poco più magro era il suo braccio destro il sig. Giorgio, altrettanto sgradevole di aspetto e di sguardo con la caratteristica comune all’altro di essere un uomo scortese e volgare.

Ero pallida e sudavo freddo quando mi diressi verso l’ufficio del sig. Franco, lo vidi fuori dalla porta che parlava con un collega e beveva un caffè.
Mi avvicinai timidamente e lo chiamai.
“…tu che fai qui..? che vuoi..? non vedi che sto parlando?” mi rispose severamente.
“…hem…veramente avevo bisogno di dirle una cosa…”
“…beh ..allora dilla ‘sta cosa! Che c’è?” incalzò ancor più burbero!
“…avevo bisogno di dirla in privato…”
“..in privato..? va beh…! vai nel mio ufficio che arrivo…”
Mi diressi nel suo ufficio ed entrai; non osai sedermi e lo attesi in piedi vicino alla stanza.

Mi guardai attorno e mi accorsi che era un ufficio disordinato, impregnato di puzzo di fumo e dell’odore di quell’uomo.
Dopo poco entrò chiudendosi la porta alle spalle.
Seduto alla sua scrivania mi chiese in modo sgarbato cosa volevo da lui; con voce tremante raccontai quello che mi era successo.
Non appena ebbi terminato, si alzò in piedi sbattendo una mano sul tavolo ed iniziò, come sua abitudine, ad urlare imprecazioni ed insulti irripetibili, concludendo che con quel danno al PC il mio posto di lavoro aveva le ore contate.

Mentre urlava gli occhi mi si erano riempiti di lacrime ma, con quell’ultima frase, scoppiai in un pianto a dirotto, pregandolo di aiutarmi.
Si rimise seduto.
Con calma riconquistata, mi chiese: “…e se ti aiuto… io che ci guadagno?”
“..la prego! Farò tutto quello che vuole, ma mi aiuti!” dissi disperata.
“ hei…attenzione…hai detto tutto quello che voglio! Una frase importante! Sei sicura di quello che dici?”
“…la prego…non posso perdere il lavoro…io sono vedova piena di debiti per la casa! Mia figlia studia…Saremmo rovinate! …farò tutto quello che vuole se mi aiuta a mettere a posto il guaio!”
Allora il sig.

Franco si alzò, mi venne vicino e abbassando la voce fece le sue richieste…
“Ascolta…bambina…con questo aspetto da suorina…un modo lo avresti per farmi dimenticare la cosa…e mettere a posto quel pc.
Devi sapere che io e mio fratello, e anche il Sig. Giorgio, siamo appassionati di fotografia e piccoli filmati…e…se… tu sei disposta a fare …. qualche foto…. e un filmato …ti metto a posto tutto come se niente fosse successo! …garantito!”
Rimasi a bocca aperta …e..e chiesi “ che genere di filmato?”.

Lui continuò …“tu vieni a casa mia, noi ti facciamo una bella intervista davanti alla telecamera, tu rispondi alle domande, e poi ti chiediamo di fare alcune cose…e se fai tutto tutto quello che vogliamo e se il film viene bene, tutto è dimenticato.
Ricordati che devi fare TUTTO per farmi fare quel lavoretto al pc e coprirti col capo!” e nel dire questo allungo una mano verso il colletto della mia camicia, aprendomelo leggermente, per farmi capire che cosa avrei più o meno dovuto fare.

“Mi devo …svestire… davanti a voi …e poi anche fare cose con voi…???!!! no…no…non voglio…non posso!!!!”
“Fai come vuoi…cretina!
Ma pensaci bene!! il capo non viene nel pomeriggio…hai tempo tutto oggi per pensarci.. se non accetti domani saprà tutto…ed ora fuori di qui! Mi hai già rotto le palle abbastanza!”.
Tornai al lavoro confusa e e preoccupata. Avevo mal di stomaco e mal di testa per la tensione. Per di più il mio PC era fermo e non sapevo cosa fare.

Passai tutta la mattina in crisi e non facevo altro che pensare a cosa fare per togliermi da questo guaio.
Quel i due brutti ceffi mi facevano schifo e rabbia, immaginavo che anche il fratello del sig. Giorgio non sarebbe stato diverso se non peggio.
Cominciavo a pensare che forse avrei potuto provare ad accettare di andare a fare quella intervista e quel film; se mi avessero chiesto di fare cose che proprio non mi sentivo… sarei scappata!
Mi alzai e andai a bussare all’ufficio del sig.

Franco.
Senza avere il coraggio di guardarlo, dissi che mi stava bene la sua proposta a patto che fossero solo foto. Nessun implicazione sessuale!!
“ Benissimo !!! ! Certo: solo foto e un filmino… niente roba porno… solo sexy,,, hai la mia parola. E nessuno ti torcerà un capello… Non siamo delinquenti… Oggi appena usciamo di qui si va a casa mia in campagna…vieni verso le 17,45, così avremo tutto il pomeriggio fino all’ora di cena da dedicarti.

Ci sarai tu, io, mio fratello e Giorgio;. e non vestirti troppo, in pausa pranzo cambiati!”
Mi spiegò come arrivare alla casa e mi fece uscire dal suo ufficio.
Ero sola a casa per pranzo.
Mia figlia sarebbe rientrata solo dopo cena.
Seduta a tavola, con lo stomaco chiuso dalla tensione e dai pensieri, non mi riuscì di mangiare niente.
Prima di uscire per tornare al lavoro mi cambiai.
Mi avevano detto di vestirmi poco, decisi comunque di vestirmi non troppo diversamente dal solito : un vestito nero di cotone che mia arrivava alle ginocchia chiuso da una lampo sulla schiena e una giacchetta in cotone per coprire le spalle; sotto una canottiera leggera,mutande autoreggnti e reggiseno.

Il sig. Franco al pomeriggio non mi prestò la minima attenzione.
Notai però che alle 16,30 uscì dalla ditta insieme al Sig. Giorgio.
Quando arrivai li vidi nel cortile della casa che stavano trafficando attorno a degli attrezzi agricoli. Fu facile capire che il terzo uomo era il fratello del sig. Franco: molto simile a lui nella corporatura e nei tratti del volto, più vecchio, forse anche più sgradevole per via della canottiera sudicia e dei pantaloni vecchi che indossava.

“Eccoti qua!! …brava …puntuale… dai vieni che iniziamo subito”
Li seguii come in trance… come se fosse un’altra e non io, con quegli uomini, in quel posto, in procinto di fare cose che neanche immaginavo.
Era una casa isolata di campagna e si vedeva che non c’era nessuna donna che la curava.
Il disordine era notevole nell’entrata e in cucina, ma loro mi guidarono su per le scale verso una stanza buia ed enorme, credo proprio sopra la stalla.

Accesero le luci e la stanza si illuminò di luci di riflettori come se fosse uno studio fotografico.
Le pareti erano bianche, da un lato c’era un divano pieno di macchie da un altro lato un televisore ed alcune apparecchiature di registrazione con vicino decine di cassette, poi c’era un letto appoggiato al muro, matrimoniale, con lenzuola che non venivano cambiate chissà da quando; oltre a vari riflettori ancora spenti c’erano due telecamere sopra un cavalletto dirette verso il letto e un’altra appoggiata sul divano collegata al televisore.

C’erano anche due macchine fotografiche.
“hai visto che bravi che siamo? Ti piace il nostro studio per le riprese? Sei emozionata? Non parli? Vieni che ti presento mio fratello Achille”.
Lui mi venne incontro con un sorriso strano, mi strinse la mano e allungò le dita per farmi una carezza sulla guancia. D’istinto tentai di ritrarmi.
“Che bella pelle morbida, carina hai paura ?…non ti mangio mica!!! !!”
Diventai rossa e abbassai lo sguardo.

Quella mano enorme, ruvida, da contadino, mi aveva quasi svegliato dalla trance e mi resi conto che ero da sola nelle mani di tre uomini orribili.
Mi feci forza, non volevo perdere il posto di lavoro!
“dai che cominciamo!” disse il Sig. Giorgio e rivolto a me disse “tu mettiti là davanti al letto che accendo i riflettori e intanto leggi questi foglio che poi lo devi leggere ad alta voce davanti alla telecamera e firmarlo….

se non lo firmi e non lo leggi ad alta voce puoi andare via e domani si va dal capo. ”
Mentre leggevo il foglio loro si sedettero sul divano e i riflettori illuminarono la stanza di luce calda.
In pratica lessi che dichiaravo di essere stata io a richiedere di venire in quello “studio cine-fotografico” per effettuare un provino e mettermi alla prova come attrice e che inoltre ero consapevole del contenuto erotico delle riprese per le quali ero assolutamente consenziente; poi avrei dovuto firmare davanti alla telecamera.

Io ancora in realtà non avevo capito tutto quello che avrei dovuto fare; la parola contenuto erotico per me aveva un significato molto vago.
Ero ancora convinta che mi avrebbero fatto solo qualche foto e ripresa con qualche parte del mio corpo scoperta.
Giorgio accese le telecamere sui cavalletti e prese in mano quella sul divano, Franco accese la televisione mentre Achille mi guardava fisso seduto sul divano.
“Ora inizia l’intervista, noi facciamo domande e tu rispondi.

Ti ripeto che se il film viene bene la faccenda del PC si risolve del tutto. Ok?”
Risposi di SI con un filo di voce.
Franco continuò “ fra poco qui farà caldo con tutte queste luci, meglio che ci mettiamo un poco più leggeri tutti quanti…tu togliti quella giacchetta signorina!”
In effetti era una caldo terribile e stavo sudando, così mi tolsi la giacca, e mentre lo facevo notai che i tre uomini si stavano spogliando dalle maglie, rimanendo in canottiera.

I due fratelli erano grassi, grossi e pelosi e sudavano, Giorgio era un poco più magro ma sudava anche lui. Mi facevano schifo!
Giorgio puntò la telecamera verso di me ed iniziò a filmare; mi fece segno di leggere quello che c’era scritto sul foglio; io annuii con la testa e notai che mi potevo vedere nella televisione.
Mi imbarazzai ancora di più ma poi iniziai a leggere, un poco con la
voce tremante ma tutto in un fiato.

Lui si avvicinò con telecamera e penna e mi filmò mentre appoggiata a letto firmavo la “mia” dichiarazione “spontanea”.
Poco dopo iniziarono a farmi le domande:
“Rimani seduta sul letto! Paola…?”
“…Paola”
“quanti anni hai?”
“…fra due mesi compio i 42 anni”
“sei sposata?”
“…vedova…”
“…hai figli?”
“…sì una… studia”
“Hai avuto molti uomini prima di tuo marito defunto?”
“no…no …ci siamo conosciuti da ragazzini e ci siamo fidanzati”
“…allora hai scopato solo con lui,…e con nessun altro…??”
“….

con nessun altro…”
“…e ti piaceva scopare con lui?…ti scopava bene?”
Diventai rossa rossa e non risposi.
“…allora che fai sei muta…ti scopava bene o no il tuo caro maritino?
“…sì…sì..penso di sì…ci volevamo bene!
“Non ti ho chiesto se ti voleva bene !! voglio sapere se godevi!
Quante volte ti scopava e quando ti montava se ci mette molto a sborrare o veniva in tre minuti?
Quel modo volgare di parlare mi metteva in difficoltà, io non usavo certe parole :“… lo facevamo al sabato quando lui non era stanco…io non sono tanto portata per queste cose…e poi…si insomma non è che ci mettavamo molto tempo…”
“…cazzo…abbiamo capito … lui era il classico coniglio…tre minuti e poi dorme! Ha ha ha!”
“ma tu godevi almeno un poco?”
“…sì …credo di sì…mi faceva piacere che lui si soddisfasse…”
“ma che faceva…? ti apriva le gambe ti scopava tre minuti ti sborrava dentro e poi tutto finito?
“…più o meno…è così”
“..e basta…non facevate altro?”
“…no…no..noi facevamo solo quello che vi ho detto..”
Mentre mi facevano le domande avevano iniziato ad accarezzarsi sopra la patta.

Erano eccitati!
Si vedeva dalla forma di quello che si stavano toccando.
Io mi guardai in televisione…ero rossa paonazza e il mio imbarazzo si notava davvero!
“…hai detto che ti veniva dentro…prendi la pillola? Non mi sembri tipa da pillola…!”
“…la prendo per altri motivi…miei personali…”
“…ah …ok!”
“ e altri giochi non ne facevate? Tipo prendergli il cazzo in bocca, farti leccare il culo e la figa, o prendere il cazzo nel culo?”
Nel sentire quei termini chinai lo sguardo e non risposi.

Paola, alzati in piedi …così … brava… e non stare così gobba!! non guardare in terra guarda qua! Se stai così gobba non va bene! Hai delle belle tette grandi, vedo, e le devi mettere in mostra !
Ubbidii, alzai lo sguardo e mi misi più dritta, loro si accarezzavano sempre di più.
“ecco … che misura porti di reggiseno?”
“la terza …”
“Guarda in camera! Hai dei begli occhi… e hai anche dei bei capelli..lì porti sempre così?”
“quasi sempre”
“forse fai bene, ma prova ad alzarli sopra la nuca! ecco così…hai un bel collo…così scoperto…e poi sai più da bambina”
“chissà come sono belle e sode..le tue tette.

! Dai!prova a toccartele…prendile in mano…accarezzati!”
“…no…mi vergogno…”
“il filmino sta venendo bene, non rovinare tutto, ricordati del nostro patto…!! E poi non c’è niente da vergognarsi! Non hai detto che vuoi fare vedere che attrice brava che sei?!”
Piano piano alzai le mani e mi toccai il seno…”va bene così?”
“accarezzati più forte! Stringiti le tette e mentre lo fai apri la bocca e passati la lingua sulle labbra…ecco brava così… tira più fuori la lingua!”
Mentre lo facevo mi vidi in televisione, mi inquadravano le mani sul seno e poi la bocca.

Mi vergognai davvero!
“Sai che hai una bella bocca? Proprio una bella bocca ! E che lingua!!!”
“Con una bocca così puoi fare impazzire gli uomini!!! potresti fare dei bocchini paurosi!!!”
“sai cosa è un bocchino?”
“…sì…credo”
“sai come si deve fare?”
“no…non so fare”
“bene ne parliamo dopo…così vediamo cosa si può fare per insegnarti”
a quelle parole mi venne ancora più angoscia.
“ Il nostro filmino ha un titolo…” bocca , tette e culo” ha ha ha ha!
La bocca l’abbiamo vista, le tette solo dal di fuori, e ora girati….

passiamo al Culo che aspetti??? girati !!!”
Mi girai …
“cazzo…secondo noi anche a culo non sei messa male… hai dei bei fianchi … !!! tirati su il vestito, scopriti!”
esitai…” ALLORA SBRIGATI!!! CHE CAZZO ASPETTI!!” urlò Giorgio.
Mi venne quasi da piangere e mentre singhiozzavo tirai su il vestito fin sopra i fianchi.
“Cazzo che culo che hai!!! che belle chiappe tonde!! appoggia le mani sul letto…chinati in avanti così…dai che viene un bel film!! Ora girati e lascia su il vestito…”
Mi girai ancora singhiozzando con le lacrime che mi scendevano…e col vestito alzato…
“cazzo che figa che sei…chissà che bel pelo che c’è sotto quelle mutande…!”
Achille si alzò e mi si avvicino ancora toccandosi con una mano per farmi vedere come era eccitato.

Gli dissi di non toccarmi ma lui mi si mise dietro e mi ordinò di stare tranquilla e di obbedire. Ebbi paura e mi bloccai in attesa di quello che avrebbe fatto.
Sentii le sue mani sul collo…lasciai andare il vestito e vidi nello schermo del televisore Achille dietro di me, grosso e orribile e le sue mani scendevano verso il mio seno.
Mi toccava e mi ansimava sul collo, mi stringeva fino a farmi male e intanto si strofinava su di me facendomi sentire sui fianchi e sul sedere il contatto del suo corpo e quello che aveva fra le gambe eccitato.

“…NO…. NO…. STIA FERMO…MI…LASCI …MI FA SCHIFO!!!! NOOO!” urlai come una pazza cercando di staccarmi da lui, ma era forte e fu tutto inutile.
“Adesso signorina ti spoglio…vogliamo vederti bene! Quanto sei bella! Voglio sentire quanto sei calda! voglio stringerti e farti sentire il mio cazzo quanto è duro…!!” e con foga mi tiro giù la lampo e mi abbassò il vestito ai piedi.
Ero davanti a loro in lacrime…ma Achille non si fermò.

Ricominciò a strusciarsi e a stringermi il seno , io piangevo…gli chiedevo di smetterla, ma lui mi disse “ STAI ZITTA! Smetti di frignare e fatti toccare…sei una gran figa…hai una culo da favola delle tette dure. Fammi vedere i capezzoli…” infilò le mani sotto la canottiera nel reggiseno e guardò dentro.
Si strusciava stringendomi forte, e prese a leccarmi lungo il collo bagnandomi con la sua saliva. Aveva un odore terribile, le sue mani enormi che mi palpavano mi facevano male.

Mi prendeva i capezzoli fra le dita per stringerli e tirarli.
Nessuno mi aveva mai toccata in quel modo!
Mi teneva prigioniera, era veramente forte la sua stretta, e con una mano si infilò nelle mie mutande.
Cominciai a urlare…”MI LASCI, MI LASCI ANDAREEEE…NOOOO LI’ NOOOO!. “ piangevo.
Ma lui non si fermò, era eccitato e vidi nella televisione la sua faccia mostruosa appoggiata al mio collo…mi leccava sempre più vicino alla bocca fino quasi a leccarmi le labbra…mentre con la mano mi palpava fra le cosce.

“VUOI STARE ZITTA ALLORA!! MI HAI ROTTO IL CAZZO CON LE TUE STORIE!! cazzo che bel pelo morbido che hai ……uhmm oggi mi sa che con questa ci facciamo delle sborrate a fiumi!!!…ho il cazzo di marmo e le palle gonfie…e voi?
“anche noi …ma dai … anche la troietta dell’altro giorno ci ha fatto fare delle belle sborrate!!
“questa qui però è molto meglio!!! a parte il fisico, questa mi fa eccitare perché è proprio inesperta e si fa comandare, l’altra era una piccola troietta cicciottella… non c’è voluto molto per convincerla a farci divertire.

Con tutte le volte che è venuta qui ormai… fa tutto da sola! ! Che bocchini !!!”
“peccato che abbia la bocca piccola…del mio cazzo prende solo poco sotto la cappella!!!” disse Giorgio.
“Cazzo però la sborra l’ha presa…hahaha!! cazzo se ne ha presa ha ha ha!”
“e il culo?? all’inizio ha fatto fatica…ma poi…ora lo tiene fra le chiappe come una ventosa!!! L’ho pompata come un toro!!!”
“ha un bel culo ma senza il burro non l’avremmo avuto!!”
“una spalmata di burro nel buco del culo e…poi tutto è andato liscio!! ha ha haha!”
Quei discorsi mi avevano impaurita!! ero terrorizzata da quello che avrebbero potuto farmi ! Volevo scappare!!!!
“dai allora…andiamo tutti sul letto…!
Achille mettiti comodo che posizioniamo le telecamere…e tu ragazzina vieni qui da me”
Giorgio mi bloccò per le braccia, “adesso mi raccomando comportati bene che è la parte più importante del film!
Cara la mia attrice troia!
Stai ferma che ti tolgo ‘sta roba di dosso , STAI FERMA TI HO DETTO ! STRONZA!! NON HAI ANCORA CAPITO CHE DEVI UBBIDIRE!!! ALTRIMENTI …!!”
“.. sto ferma… sto ferma.. “e mi lasciai spogliare.

“cazzo…davvero hai delle belle tette dure…vieni a sentirle Giorgio”
Si misero a palparmi in due, Giorgio davanti e Franco da dietro.
Iniziarono a leccarmi.
Provai nausea nel sentire la loro lingua sul mio corpo.
Si alternavano a leccarmi il seno e i capezzoli e a palparmi fra le cosce.
Mi stringevano con i loro corpi sudati.
Sentivo il loro pene eccitato contro di me.
Mi palparono e leccarono a lungo, eccitati, con la faccia dallo sguardo eccitato, come maiali.

Dal seno, Franco passo a leccarmi il collo con foga e poi prendendomi per i capelli salì fino alla bocca obbligandomi a baciarlo…con la sua lingua che esplorava con violenza la mia bocca. Cercai ancora di sottrarmi a questo schifo divincolandomi e urlando, ma loro sempre tenendomi prigioniera per i capelli, si passavano la mia bocca l’un l’altro obbligandomi ai loro baci osceni.
“tira fuori la lingua troia!! DAI TROIA FACCI SENTIRE LA TUA LINGUA IN BOCCA!!!”
“…cazzo Franco…questa c’ ha una bocca e una lingua che di cazzi ne prende due interi alla volta!!! non ha una lingua c’ ha un serpente!!!”
Poi mi trascinarono sul letto sempre presa per i capelli.

Loro tre si piazzarono in fondo, in fila, con la schiena appoggiata al muro ed a dei cuscini, con le gambe aperte.
Io fui costretta ad inginocchiarmi sul letto, davanti a loro. Tutti e tre si tolsero i pantloni e restarono in mutande. ,,Achille stava in mezzo, e fu il primo a voler cominciare, mentre Giorgio con la telecamera in mano ci riprendeva da vicino.
“ dai …ciccia… datti da fare… hai visto che cazzo che ho sotto le mutande?… ALLORA CHE CAZZO ASPETTI!!! DATTI DA FARE CON QUELLE MANI !!!
TOCCAMI!”
Ricominciai a piangere…” no …no… per favore… non voglio…non voglio più fare niente…”
“AVVICINATI E TOCCAGLI IL CAZZO!!! STRONZA!!!” urlò Franco.

Mi avvicinai e lo toccai… “Brava…. brava… accarezza…con tutte e due la mani…le palle e il cazzo senti come cresce? …ecco così…uhm che mani che hai…continua…. ”
Sotto la mutande il pene del vecchio mi sembrava enorme; più grande di quello di mio marito e mentre lo accarezzavo vibrava e si muoveva…ma credo che ancora non fosse completamente eretto.
“ ..dai che aspetti…tiralo fuori…prendilo in mano!”
E mentre sotto gli sguardi orrendi di quei vecchi presi l’orlo delle mutande e lo abbassai …il pene uscì di colpo, grande, e feci come mi aveva ordinato …lo presi in mano…era caldo..grosso…”
“…brava così…ora abbassa la pelle…scopri la cappella…così…brava…uhm che goduria….

uhm..così…su…. e giù…. dai..uhm, con l’altra mano toccami le palle..uhm…mi stai facendo caricare di sborra!!!!! che troia che sei…! scommetto che ti piace il mio cazzo!! Dai così…troia!!!”
lo stavo masturbando come lui voleva…non facevo altro che ubbidire come una robot…come se non fossi io a farlo…con la mano destra impugnavo il suo pene che cresceva sempre di più …. duro e con l’altra accarezzavo i suoi testicoli umidi di sudore.
Tirai giù del tutto la pelle che ricopriva …come la chiamava lui, “la cappella”, piuttosto grande col buchino in alto aperto, poi ritirai su la mano e poi ancora giù…“fermati un attimo adesso!.. se no ti sborro in mano… mi stai facendo impazzire!”
Mi fermai.

Giorgio con la telecamera in mano filmava tutto e Franco con le mani sulle mutande mi fece un cenno…
“dai…bella…vieni da me ora tira fuori anche il mio cazzo!”
Mi spostai e iniziai ad accarezzare anche lui…poi scostai anche le sue mutande e feci uscire il suo pene già in erezione…enorme! anche a lui…poi…abbassai la pelle che copriva la sua “cappella” punta e iniziai a masturbarlo…. lentamente…
Mentre lo facevo tenevo lo sguardo basso non volevo guardarli ne farmi guardare ma durò poco…
“hei …che cazzo fai? Se tieni la testa così bassa non ti vediamo in faccia! Alza lo sguardo e guardaci in faccia ogni tanto! Devi guardare un po’ il cazzo che hai in mano e un po’ in faccia a noi! Non guardare le lenzuola del letto! CAPITO!..sei proprio un’attrice del cazzo!”
Alzai lo sguardo e, mentre continuavo a masturbare e toccare i testicoli guardando quei visi alterati dall’eccitazione che mi guardavano sbavando, riabbassai lo sguardo sul pene rosso e gonfio e sulla “cappella” turgida.

“Ora tocca a me “ disse Giorgio.
Mi spostai da lui che mi inquadrava da vicino con la telecamera.
“…dai…troia…toglimi le mutande sfilamele tutte…ecco…così che con la telecamera non riesco… cazzo che bella che sei… che tette…. ti piace il mio cazzo eh…? ecco …così…scappellalo uhm, hai visto che bella cappella…così…brava…uhm ti piace il mio cazzo …troia troia troia dai così…ora guarda in camera mentre mi tocchi le palle e il cazzo…così…guarda qui…tira fuori la lingua…passala sulle labbra…ecco così …brava che troia che sei!!!”
Continuai a cambiare posizione per un po’ prima uno poi l’altro…erano loro che mi dicevano quando smettere e passare all’altro, intanto avevo sfilato le mutande anche a Franco e ad Achille.

L’odore che emanavano era terribile…misto di sudore e …di…non so neanche io come descriverlo.
Quando mi ordinarono di avvicinarmi con la bocca fu terribile!
Fu Giorgio il primo a chiedermelo.
“ dai troia…ora basta con la mano, fatti riprendere mentre lo lecchi! DAI CAZZO ABBASSA QUELLA TESTA E TIRA FUORI LA LINGUA! “
Mi misi di nuovo a piangere…ma fra le lacrime piano piano scesi col viso…l’odore acre mi bloccava… fu allora che Achille mi prese per i capelli e mi obbligò ad abbassare la faccia sul pene di Giorgio.

“dai troia! Ti piace il cazzo eh …adesso lo lecchi tutto !! dalle palle fino alla cappella! DAI TIRA FUORI QUEL CAZZO DI LINGUA!! “
La tirai fuori e iniziai a leccare con la punta della lingua sempre ghermita per li capelli.
Mi veniva da vomitare.
“…uhm brava così…tirala fuori tutta quella lingua…a cucchiaio! Ecco…così tutta fuori e ora usala tutta! dalle palle fino alla cappella…così…brava…uhm..dai che ti filmo …uhm che lingua che hai, tirala fuori tutta ho detto!.

così ecco …sei brava…troia…!
Achille lasciala andare che continua da sola! Ecco…vedi…vedi come è brava…lo sa fare da sola…. la troia!”
Leccavo il pene dalla punta fino ai testicoli cercando di non pensare a niente…ogni tanto Giorgio con la mano sulla testa mi spingeva ritmicamente per farmi leccare meglio, poi mi disse di spalancare la bocca e mi abbassò la testa obbligandomi con tutta la sua forza ad ingoiare il suo pene…mi spinse fino in fondo e quando lo sentii in gola mi venne uno sforzo di vomito.

“..cazzo..non vomitare!!…non ora…!!riprendimi il cazzo in bocca … ecco così …brava e ora succhia…troia succhia!!! succhia forte!!”
Avevo il suo pene in bocca, in sapore acre…quasi salato, succhiavo e andavo su e giù con la testa, mi aiutavo con la mano per tenerlo fermo, sentivo l’uomo che tremava.
“..Cazzo che troia che sei! Rileccami le palle!!! voglio che siano cariche di sborra per dopo…quando schizzo!!! così…così, prendile in bocca…uff..ferma ferma…..basta se no sborro adesso…”
Mi fermò, e senza darmi tregua, Achille mi prese per i capelli e mi fece leccare anche il suo pene e i suoi testicoli.

Mentre succhiavo e leccavo gemeva e si contorceva mi diceva che ero una troia e che gli stavo facendo riempire le palle di sperma; mi spingeva la testa in basso e quando avevo tutto il suo pene in bocca si inarcava…” TROIA ! TROIA! SUCCHIALO COSI’ !INGOIALO FINO ALLE PALLE arggh uhm che cazzo di bocca che hai !”
Mi venne ancora da vomitare… e lui si arrabbiò… e per fortuna lo sforzo mi passò altrimenti gli avrei vomitato addosso.

Smise di tenermi per i capelli e lasciò che facessi da sola.
Lo leccai lungo tutto il pene e attorno alla punta e si mise anche lui a tremare…”..cazzo fermati se no mi fai sborrare…!”
Mi fermai, non ne potevo più, ero stravolta.
Il Sig. Franco mi lasciò riprendere fiato e poi mi prese fra le sue cosce.
“…dai …ormai dovresti aver capito come si lavora di bocca!…leccami il cazzo e le palle…ecco così…così senza ancora toccare la cappella…così…brava…uhm… fermati sulle palle…ecco leccale e succhiale …brava così mi carico di crema bianca tutta per te!…ed ora lecca il cazzo su e giù fino a lla cappella, ahhhh ahhhh così gira attorno alla cappella…così…brava…uhm e ora prendi tutto il cazzo in bocca! Ahhhh così così…così che troia che sei!! mentre lo hai in bocca dacci di lingua….

ecco ecco…ma tu mi vuoi far sborrare!!! non mi sono mai fatto fare una pompa da una bocca così! Cazzo come è fonda!!! fermati fermati!!!”
Mi fermai ansimando con un filo di saliva che mi scendeva dalle labbra fino al suo pene bagnato, ero distrutta ma… non sapevo che ero solo a metà e che volevano fare altri “giochi”.
“riposati un attimo…sei stata brava…e intanto sdraiati a pancia in su con le gambe fuori dal letto.

Noi spostiamo le telecamere”
Feci come avevano detto mentre loro trafficavano, guardavo nel vuoto e pensavo a come ero potuta finire in quella storia.
Forse avrei fatto meglio ad affrontare il capo, ma d’altra parte la paura d rovinare la mia vita non mi aveva lasciato alternative.
Si riavvicinarono al letto.
Ero ancora sdraiata.
Achille si inginocchiò di fianco a me, Giorgio dall’altro fianco con la telecamera, e davanti a me ai piedi del letto si mise Franco.

Lo guardai aprirmi le gambe e abbassarsi con la testa in mezzo alle mie cosce.
Mi accarezzò sopra le mutande, poi spostandole un poco di lato, mi accarezzava anche sotto“…cazzo che bella figa che hai! …via questo cazzo di mutande!”
Me le abbassò di colpo, e mentre io cercavo di fermarlo, quasi strappandole me le tolse di dosso.
Iniziai ad urlare “NOOOOO NON VOGLIOOO “ lui mi disse di stare tranquilla.

“…ehi che pensi io rinunci a scoparti??? La tua figa ha bisogno di sapere cosa vuol dire farsi scopare! E poi tu hai bisogno di sapere cosa vuol dire godere!…. ora ti lecco fino a farti godere, ti lecco anche il culo, ti voglio ficcare la lingua dentro per aprirlo!”
Sentii la su lingua percorrere le grandi labbra su e giù fino al sedere, mi allargava le natiche e si infilava dentro con la lingua nel buco penetrandomi per poi tornare su a cercare il clitoride allargandomi con le dita.

sentivo solo nausea mentre i porci commentavano…
“…ti piace eh!? Ti piace farti leccare la figa … ti faremo bagnare come una troia!
.. e mi leccò ancora più forte, con violenza poi sentii il suo dito farsi largo fra le mie natiche spalancate e penetrare nel mio sedere.
Non mi fece male, sentii che scivolò dentro facilmente bagnato credo di saliva, e mentre continuava a leccarmi il clitoride mi penetrava ritmicamente col dito, spingendolo in fondo, per poi tirarlo fuori.

Ogni tanto toglieva il dito, e poi lo sentivo ritornare nel buco più in alto dentro di me…poi…due dita…dentro con forza…con movimenti anche circolari, e poi di nuovo nel sedere allargandomi fino a…. entrare con due dita, affondando nel mio sedere sempre più bagnato di saliva. Provavo schifo!!
“Calma…dopo ti faccio strillare col mio cazzo! “
Franco si alzò in piedi ed i tre si cambiarono posto.
Mi leccarono tutti e tre, mi fecero tremare ed urlare…
Mentre uno mi leccava gli altri mi giravano la testa prendendomi per i capelli e mi facevano succhiare il loro grosso pene, e con l’altra mano mi stingevano i seni fino quasi a farmi male, ma ormai ero in loro potere…in tutti i sensi.

Quando all’improvviso chi mi stava leccando, in quel momento, Franco, disse: “…e ora basta…lingua ..è ora di prendere il cazzo!
Mi spalancò le gambe, e mentre io iniziai ad urlare di lasciarmi stare …di non farlo, mi puntò la sua cappella all’entrata della fica e mi penetrò, in un colpo solo, fino in fondo.
Lo sentii arrivare tutto dentro di me e il mio pianto, piano piano, si trasformò in singhiozzi, sotto i suoi colpi violenti.

Sentivo i testicoli sbattere sul mio sedere, e lui emettere dei rantoli che mi ricordavano un grugnito, ritmicamente ad ogni spinta dentro di me.
Si passarono l’un l’altro il mio corpo e la mia bocca per un po’, poi…arrivò il momento che temevo…“…. dai ragazzina ora facci sborrare, che non ne possiamo più!
Uno alla volta…prendilo in gola…leccalo…come prima… ci fai un bel lavoro di bocca!”
Cercai di non pensare e ubbidii.

Mi infilai fra le gambe aperte di Franco e iniziai a leccare…aiutandomi con le mani…leccavo e succhiavo come volevano loro.
“ ecco troia …prendimi il cazzo in bocca così …ingoialo fino alle palle …uhm così …lo senti come è duro? LE SENTI COME E’ DUROOO!”
“…sì…è duro …lo sento…”risposi io e ripresi a succhiarlo.
Capii che era quasi al suo culmine e avevo capito che sarei stata obbligata a succhiare e leccare… tutto…e avevo paura, paura dello schifo, non avevo vai visto lo sperma di altri uomini, ne tanto meno messo in bocca; cercavo di immaginarne il sapore e allo stesso tempo pensavo al disgusto di avere in bocca quel liquido.

Sapevo che mi avrebbero costretta e che non avevo altra scelta.
Decisi di non pensarci e e di affrettare la cosa.
Con la mano presi a mastrurbarlo più velocemente, alternavo con il succhiarlo in tutta la sua lunghezza, per poi estrarlo e leccare la punta fino ai testicoli.
Lo sentii tremare sotto di me e gonfiarsi e indurirsi nella mia mano…ero pronta…
“cazzo che brava …. godoooo.
Fra poco sborroooo, eccomi, dai TROIA, dai dai ecco ecco AAAAAAHHHHH! SBORROOOOOO!!”
D’istinto, mentre con la mano lo mastrurbavo, alzai la testa per guardare, ed uno spruzzo denso e caldo mi colpì sulla guancia e sulle labbra, e dalla punta gonfia del pene ad ondate continue, lo sperma bianco usciva, colando sulla mia mia mano.

“ che cazzo fai puttana!!?? continua a succhiare che voglio riempirti la bocca di sborra “e con la mano mi spinse la testa in basso.
Mi costrinse a leccare…e…cominciando dai testicoli… tirai fuori la lingua e leccai.
Rapidamente lo sperma caldo, che colava lungo il pene, mi entro in bocca.
Cercai di reprimere il vomito fermandomi, con la bocca spalancata, in un conato, che per fortuna passò.
Poi con le labbra e la faccia piene di quella viscida crema, salii verso la punta.

Non era il sapore dolciastro a farmi schifo…..ma era l’idea di leccare, mettere in bocca e ingoiare lo sperma proveniente da quel vecchio orrendo.
“…ecco…. così…. troia ti piace la sborra, succhia…troia, riprendimi il cazzo in bocca fino alle palle …. aahhhhhh così così…cosìì succhiami tutto. Aahhhhh che sborrata!!”
Mi fermai solo quando lui smise di tenermi per la testa e mi disse di smettere.
Ero piena di sperma su tutta la faccia, gli occhi, lungo il collo ed anche i capelli e… molto ne avevo in bocca.

Giorgio passò la telecamera a un altro e disse ” e ora tocca noi a sborrare… mettiti seduta in fondo al letto appoggiata al muro sui cuscini che voglio scoparti fra le tette!”
Mi spostai e come mi girai e appoggiando la schiena al mucchio di cuscini mi ritrovai la faccia di Giorgio davanti a me.
Seduto a cavalcioni sulla a mia pancia, e il pene eretto fra il solco dei miei seni.

“ecco ragazzina, fammi una bella sega con le tette… aspetta che mi sistemo meglio…dai prenditi le tette con le mani e stringi il cazzo…in mezzo …così …cazzo che tette …abbassa la testa e leccalo quando la cappella è sulle tue labbra…. dai abbassa quel cazzo di testa!!”
Era un godimento assoluto per lui …il suo pene masturbato dal mio seno e succhiato tutte le volte che lo spingeva in avanti dentro la mia bocca aperta.

Con le mani mi teneva la testa spinta in giù con forza.
Si muoveva col bacino avanti e indietro sempre più eccitato spingendomi forte la punta la punta del suo pene sulla lingua e in bocca.
“ ti piace eh? Troia! Ti piace si o no?… eh?”
“…sì…. sì…mi piace…” mentii
“…sì …dai che fra poco ti sborro in bocca…sulle tette…. ti annego di sborrare. Eccomi …ECCOMI… ARRIVA…..AAAAAHHHHHH ! DAI …CAZZOOOO CHE POI TI SCOPO IN BOCCA!! ”
Mi tenne con forza la testa e tutti gli schizzi caldi arrivarono sulla mia lingua, sulle mie labbra…sul collo e fra i seni.

Non finivano mai i getti, e sempre andando avanti e indietro mi costrinse a leccare.
Sputai quello che riuscii a sputare.
Quando mi costrinse a prenderlo tutto in bocca per accogliere gli ultimi getti, ne lasciai colare ai lati della bocca, ma altri ne inghiottii.
Achille prese velocemente il posto di Giorgio.
“spalanca le labbra troia che voglio scoparti in bocca, ti voglio sborrare in gola!!! riempirti la bocca della mia crema !!!”
Mi prese la testa a due mani e si alzò un poco sulle ginocchia.

Avevo il suo enorme pene davanti a me.
Prima mi fece leccare i testicoli poi salire fino alla punta, e una volta dischiuse le labbra, affondò nella mia bocca.
Mi faceva andare con forza le testa avanti e indietro, ed ogni volta che arrivava in gola mi provocava un conato di vomito, ma non se ne curava, come se proprio volesse farmi vomitare.
“…dai troia, prendilo tutto il mio cazzo! voglio riempirti di cazzo! Fino in gola….

aaahhh mi piace guardarti quando lo senti in gola. Mi piace quando stai per vomitare…. sì…dai …dai !”
Lui voleva farmi vomitare! Il porco schifoso! E ci riuscì quasi.
Nell’ultimo conato, non riuscii quasi a a trattenermi, proprio nel mentre lui era al culmine dell’orgasmo, e con la bocca spalancata nello sforzo, lui si fermò un attimo a guardarmi eccitatissimo.
Fu quella vista che lo fece eccitare ancora di più.
“…cazzo ora sborro….

ECCO ECCO ECCOOO, INGOIAAAA TROIAAA!!”
Lo sentii indurirsi e gonfiarsi in bocca e poi una marea calda mi schizzò sul palato allagando la gola , la lingua…tutto.
Mi obbligò a bere… stringendomi la bocca fra le dita, e continuando a colarmi dentro il suo sperma.
Un poco usciva gocciolando sul seno, ma molto ne ingoiai, fra le sue urla e le risate degli altri.
“BEVI TROIA! INGOIA TUTTO!! BEVI AAAHHHHHH!!!MI FAI GODERE COSI’ !”
Non si accontentò di quello che mi aveva messo dentro…mi fece leccare tutto quello che aveva fra le sue cosce e, parte di quello che avevo su di me togliendolo con le sue dita e facendomele leccare.

Finalmente mi lasciarono libera: nuda sul letto, piena di sperma dalla testa alla pancia, e mi inquadrarono per un ultima volta con la telecamera in quella umiliante condizione compiacendosi del risultato finale.
In quel momento presi coscienza del mio stato, e cercai di coprirmi in qualche modo.
Mi vergognavo della mia nudità.
Cercai anche i miei vestiti.
Loro si stavano ripulendo, e gettarono sul letto anche per me, un rotolo di scottex per pulirmi.

Mi girai dall’altra parte e mi tolsi di dosso tutto lo sperma che avevo, poi infilai le mutande, il reggiseno, la canottiera ma, quando passai al vestito mi fermarono…. ”..hei…che fai…aspetta…c’è tempo!…non sono ancora le sette!…adesso ci beviamo un poco di vino dolce …coi biscotti del forno…Tu vieni sul divano con noi e ci tieni compagnia.
Non hai mai visto dei filmini porno?”
“…no…no …non li ho mai visti…ma io voglio andare a casa…!
“CAZZO! SE DICO CHE TU DEVI VENIRE QUI , VIENI QUI E NON ROMPERE IL CAZZO!” CHIARO ???”
Achille andò giù; tornò poco dopo con un vassoio carico di roba: vino, bicchieri, biscotti e una ciottolina di burro.

Appoggiò tutto sul mobile della televisione.
Mi convinsero a bere e mangiare.
Il vino era buono e ne bevvi abbastanza assieme ai biscotti.
La testa mi girava un pochino, e quando iniziammo a guardare i filmini che loro avevano girato con ragazze della ditta probabilmente ricattate come me, fu normale lasciarmi di nuovo toccare dai tre uomini.
Riconobbi varie ragazze e signore.
Guardare in tv quello che a cui erano state sottoposte mi turbò un poco.

Le vidi in varie posizioni, costrette come me, a soddisfare i loro ricattatori.
Alcune sembravano quasi esperte, e non tanto dispiaciute, ma altre piangevano in continuazione, provando ogni tanto a ribellarsi e ricevendo in cambio urla e minacce.
Le vidi prese da uno da dietro mentre davanti erano costrette a ingoiare il pene di un altro.
Le vidi piangere mentre venivano sodomizzate con forza, tra le risate e le urla di godimento.

La situazione si era scaldata di nuovo, le loro carezze su di me, mentre guardavamo i filmini si erano fatte più eccitate.
Non mi lasciarono il tempo neanche di finire di bere: seduta in mezzo a loro ripresero a baciarmi in bocca spingendo la loro lingua dentro a cercare la mia.
Mi spogliarono in fretta e poi, a turno, mi abbassarono la testa prima per leccare loro il collo… il petto villoso…il loro ventre …e infine il loro pene non ancora eretto.

Il vino e forse i filmini avevano fatto effetto su tutti, me compresa.
Uno alla volta li feci eccitare di nuovo aiutandomi con le mani e la lingua, facendo crescere grosso e duro il loro penne dentro la mia bocca, masturbando e succhiando con foga, come ubriaca del vino.
“…cazzo che troia che sei! Ci sai fare col cazzo! Ti piace il cazzo duro!!”
Mi misi in ginocchio sul pavimento e già loro avevano ricominciato a riprendere con la telecamera.

Passavo da uno all’altro velocemente
Il grosso dito di Franco entrò facilmente, mi stava spalmando il sedere di burro, capii cosa voleva fare.
“…no..nel sedere no…mi fa male…. non voglio…”
Lui non mi ascoltò..e stavolta entrò con due dita unte, spingendole dentro tutte fino in fondo e roteandole come per allargare di più il buco.
“…nooooooo mi lasci! non voglio…nel sedere, nooooo!”
“Apri le chiappe e rilassati che vedrai che si infila bene nel tuo bel culo caldo!! non vedo l’ora, e voi due tenetela ferma.

Mi bloccarono e mentre io piangevo, sentii la punta del suo grosso pene appoggiata al mio buco del sedere…mi prese per le natiche allargandomele.
Con la prima spinta sentii, con molto dolore, la punta penetrarmi, e con la seconda tutto in un colpo affondo il suo pene dentro di me.
Un urlo di dolore mi usci dalla bocca spalancata per lo sforzo, era un dolore terribile essere penetrata nel sedere.
Mi scappò un altro urlo quando lo sentiì nel mio ventre, ma anche lui si mise ad urlare come un pazzo…
“ ARRGGHH CHE CAZZO DI CULO!” poi con dei versi che sembravano dei grugniti di un maiale inizio a sodomizzarmi con forza, ripetutamente, a lungo, sbattendomi forte.

Io stringevo i denti, ma per fortuna il male iniziale era quasi scomparso.
Il burro lo aiutava a scivolare nel mio ventre ed i muscoli del mio sedere avevano ceduto, adattandosi ad accogliere la carne dura di quel uomo.
Sentirlo dentro di me, nella mia pancia, era una sensazione terribile…violenta… e stringevo i denti…tremando…mentre venivo sodomizzata.
“dai troia che ti piace essere inculata …ti piace troia…troia! Aventi, dillo che ti piace dai dillo DILLOO!!
“…sì mi piace….

mi piace …mi piace…” mentii di nuovo
Durò a lungo poi si fermò, mi fece alzare, ci spostammo dietro al divano poi mi fece chinare in avanti appoggiata con la pancia sullo schienale del divano.
“…dai puttana che ora ti inculo di brutto…!
Mi allargò ancora le natiche e mi penetrò in un colpo solo, sodomizzandomi con colpi violenti.
“…TI PIACEEEE?? EH? TROIAAA? DILLO !! TI PIACEEE?”
“…Siiii…siiii…mi piaceee…. ” dissi sottovoce sconvolta dalla vergogna.

All’improvviso Franco si portò davanti a me e mi obbligò a prendere in bocca il suo pene durissimo.
Stava per godere di nuovo, ed allora io iniziai a succhiarlo forte mentre lui andava avanti e indietro nella mia bocca.
Achille si mise dietro di me “ ora voglio incularti io, a dovere!
Mentre succhi il cazzo di Franco, voglio vedere come ti lecchi la sborra mentre si sfondo il culo!”
All’improvviso mi allargò le natiche e mi penetrò fino in fondo, in un solo colpo!
Lui mi sodomizzò lentamente…grugnendo come un porco ad ogni spinta in avanti fermandosi e spingendo contro le mie natiche come se dovesse infilare dentro anche i testicoli.

Non mi dava colpi violenti perché si stava “godendo lo spettacolo” di quello che stavo facendo con la bocca.
Franco con un urlo mi riempì la bocca di sperma…liquido…caldo..che ingoiai e non smisi di farlo fino a che lui non si staccò dalla mia bocca esausto.
“…cazzo…mi hai prosciugato i coglioni…troia…bocchinara!”
Achille però non mi diede tregua. Si chinò in avanti ed aggrappandosi al mio seno iniziò a sodomizzarmi con violenza, mi faceva male al seno tanto lo stringeva e il suo enorme pene affondava in modo spaventoso dentro di me.

Strinsi i denti ancora. Poi si fece portare una cinghia e mentre mi sodomizzava cominciò a frustarmi sulla schiena.
“ ahhhh che inculata!!! che culo che hai puttana!!! troia !!! ti voglio ti voglio ti voglio, sei mia!!! sei stata brava a succhiare la sborra!!! “
Credetti che volesse venire dentro di me, tanto mi sbatteva con eccitazione , invece si fermò e sbuffando dalla fatica, si tirò fuori, correndo rapidamente verso la mia bocca, senza arrivare in tempo; il primo schizzo caldo mi colpì in faccia colandomi lungo il naso, ma subito dopo aprii la bocca e ingoiai anche il suo sperma succhiando forte.

Giorgio sempre con la telecamera in mano volle filmarsi, chiese aiuto ad Franco che mi aprì le natiche, e poi sentii anche il suo pene duro farsi strada nel mio sedere. , tutto fino in fondo.
Franco mi teneva sempre per le natiche e mi spingeva con ritmo verso Giorgio.
Fui sodomizzata a lungo. E tutti avevano anche cominciato a usare la cinghia sulla mia schiena e sulle natiche. Ero distrutta e non vedevo l’ora che finisse questa sottomissione.

Giorgio dopo avermi sbattuta a lungo si cavò fuori e mi disse di girarmi e d inginocchiarmi.
Mi inquadrò con la telecamera dall’alto mentre a bocca spalancata, la lingua fuori e il suo pene in mano mi facevo inondare il volto dal suo sperma abbondante.
Mi inquadrò a lungo mentre il liquido bianco mi colava dagli occhi, dal naso e dalle guance, lungo il collo e sui seni.
Speravo di aver concluso quella mia umiliante performance ma evidentemente mi sbagliavo.

Giusto il tempo di ripulirmi che Giorgio, instancabile era nuovamente su di me.
Mi costrinse nuovamente a prendere in mano il suo pene in modo da eccitarlo e quando, fu nuovamente in tiro, si stese sul materasso, obbligandomi ad impalarmi fronte a lui.
Io iniziai un movimento lento, mentre le sue mani mi martoriavano le tette ed i capezzoli.
Poi mi fece abbassare sul suo ventre, ed io capii le sue intenzioni.

Da dietro, Franco era salito sul letto e puntava la sua asta al mio culo.
“Oh mio Dio, una doppia penetrazione, non credo che riuscirò a resistere” pensai.
Non feci in tempo a rendermene conto che mi trovai infarcita, con un pene nella fica e l’altro nel culo.
Achille riprendeva tutto con la telecamera.
I due si muovevano all’unisono, grugnendo.
Di lì a poco i miei due aguzzini scaricarono nella mia fica e nelle mie viscere il loro liquido caldo.

Mi adagiai sul materasso colando sperma da tutti gli orifizi.
Fu l’ultima scena del film: ripiena di sperma, con tre uomini soddisfatti attorno a me. Pensavo tutto fosse ormai finito e mi alzai per andare in bagno prima di rivestirmi.
“Dove vai, sgualdrina?”
Dissi che non potevo vestirmi se prima non avessi fatto una doccia. Franco si mise a ridere “Doccia?! Ma quella te la facciamo noi adesso, puttana!! Andiamo in bagno… a lavarci tutti e quattro!”
Feci per alzarmi ma Franco me lo impedì… “Ferma lì… tu sei una cagna e quindi ti porteremo in bagno al guinzaglio… Achille, porta qui collare e guinzaglio di Sansone…” Nel giro di pochi secondi mi misero al collo un collare di cuoio al quale assicurarono un guinzaglio “Su da brava, vieni a quattro zampe in bagno… ti ci porta il tuo padrone…” e mi trascinò nuda e lurida di sperma, con le autoreggenti tutte sporche e smagliate mezze arrotolate sulle gambe, fino in bagno.

“Ora ci laviamo tutti… e tutto… anche i buchi del culo…” disse Franco. “Ma prima devo cagare…”
E si accomodò sul water, sempre tenendomi al guinzaglio. mentre gli altri due ridevano.
Franco fece tutti i suoi bisogni poi mi strattonò fino ad avermi vicina.
“Puliscimi il culo, cagna! Prendi la carta igienica… un foglietto soltanto!! Ti consiglio di usarlo bene, perché finito quello non ne potrai prendere altri… se rimane il buco ancora sporco lo finirai di pulire con la lingua… Eccoti il pezzetto di carta” disse dandomi quel rettangolino di carta e poi alzandosi in piedi e girandosi col culo verso di me.

“Pulisci, zoccola!”
Mi ritrovai davanti agli occhi e al naso quel culo peloso, puzzolente, con i peli sporchi di merda. Mi venne un conato di vomito… riuscii a stento a trattenermi.
“Cosa aspetti? Pulisci!!! Se non lo fai ti costringerò a pulire tutto solo con la lingua… comincia!!”
Non avevo scampo. Cercai con il quadratino di carta di togliere il più merda possibile dal buco e dall’interno chiappe, ma la carta era così esigua… la piegai e ripiegai più volte finché fu possibile… poi mi ritrovai in mano un quadratino di pochi centimetri tutto pieno zeppo di merda.

Usarlo ancora sarebbe solo servito a peggiorare la situazione. Lo buttai nel water.
“Brava… ora pulisci di fino con la lingua… quando hai finito passerò un fazzoletto bianco tra le chiappe, proprio sul buco del culo… voglio che rimanga candido… se vedo anche una sola ombra leggera di sporco… tutto quello che hai fatto oggi sarà stato inutile… ti farò licenziare comunque !! Perciò ora datti da fare…”
Avevo cercato di pulire il più possibile… ma ancora qualche striscia di merda sporcava quel culo peloso… e la puzza che emanava era insopportabile.

Non avevo scelta e cominciai a leccare. Lecai con la lingua piatta, poi misi la lingua arrotolata a sigaro per poter pulire bene all’interno del buco. Franco nel frattempo si dimenava.. e mi incitava a pulire bene. Leccai senza posa per almeno un quarto d’ora poi, esausta, staccai la mia lingua da quell’orrendo culo.
Franco si girò: aveva il membro d’acciaio teso davanti a sé. “Brava, me lo fai tirare… ma prima di sborrarti ancora in gola fammi controllare il lavoro fatto”.

Prese un fazzoletto di lino bianco e se lo strusciò per bene sul buco del culo. Poi, non contento, lo infilò col dito su per il buco e lo fece girare più volte all’interno. Poi controllò il risultato.
“Sì… hai fatto un lavoro discreto… non perfetto… ma discreto… ne terrò conto… ora esegui lo stesso lavoro sui miei due compari”.
Sia Giorgio sia Achille pretesero lo stesso servizio e lo stesso risultato.

Ma Achille, dopo quasi venti minuti di leccamento, non fu del tutto soddisfatto e lo disse a Franco.
“Male… molto male… dovrò valutare stanotte il tuo comportamento… ma cercherò di essere comprensivo. Ora finiamo questo bel pomeriggio con tre bei bocchini” e me lo infilarono a turno in bocca obbligandomi poi a bere tutto lo sperma fino all’ultima goccia.
Tornai a casa distrutta nell’anima ma anche nel fisico. Dopo molte ore di pompini e di leccamenti avevo bocca in fiamme e le mascelle indolenzite.

Presi una pillola di sonnifero per non ripensare a ciò che avevo subito, mi infilai nel letto e cercai di dormire.
Al mattino seguente, arrivata al lavoro trovai un bigliettino sul mio PC -“TUTTO A POSTO”-
Franco non era nel suo ufficio. Ma pensai: come aveva potuto in così poco tempo rimettere a posto il mio PC infetto? Forse, il famoso virus…l’aveva mandato lui??
Un piccolo virus creato apposta per spaventarmi e obbligarmi a un pomeriggio di sesso e ricatti??…mah!?.

Comunque, dopo circa venti minuti, squillò il telefono. Era la segretaria del grande capo: il proprietario della ditta, il padrone, voleva vedermi! Io lo avevo incontrato solo un paio di volte nei corridoi della fabbrica e l’avevo trovato arcigno. La sua fama, peraltro, era terribile: aveva modi burberi e il licenziamento facile. Un vero e proprio padrone, di quelli che c’erano una volta.
Corsi in bagno, cercai di darmi una pettinata e di controllare che fossi a posto e andai verso il suo ufficio.

Le sue tre segretarie mi fecero aspettare in piedi pochi minuti. Inutilmente chiesi se sapessero qualcosa, il perché di quella strana convocazione, ma furono tutte glaciali. “Non bene” pensai.
Finalmente una di loro venne avvisata dal gran capo che era giunto il mio momento e mi accompagnò fino alla porta.
All’interno di quell’ufficio, tutto in boiserie e in pelle verde bottiglia con una libreria immensa, dietro a un’imponente scrivania c’era lui, il commendator Salvini.

Davanti alla scrivania c’erano due grandi poltrone: una era vuota, l’altra era occupata ma non potevo vedere chi ci fosse seduto perché gli alti schienali facevano da schermo.
“Ah, eccola, signora Cantoni… stia pure in piedi ma si avvicini…” Aveva lo sguardo glaciale e la voce non prometteva nulla di buono… Che quel mascalzone di Franco non le avesse aggiustato il pc? Perché il padrone aveva voluto vederla?
Restai di ghiaccio quando, fatti pochi passi fino a raggiungere la scrivania vidi, seduto alla poltrona c’era proprio Franco!
“Dunque signora Cantoni, il signor Franco mi ha riferito che lei è una brava ragazza, lavoratrice… ma con i pc davvero non ci sa fare… se non fosse stato per lui avremmo avuto dei problemi con un virus che lei aveva fatto entrare in azienda… ma il signor Franco ha un cuore d’oro e, dopo averle aggiustato il pc è venuto da me ad avvisarmi.

Io volevo sbatterla fuori dalla ditta ma lui mi ha chiesto di non farlo… dice che si fa garante lui e che in qualche mese la trasformerà in una donna superesperta di pc. Perciò mi ha chiesto – e ottenuto – di averla come segretaria particolare: da subito lavorerà nel suo ufficio alle sue dirette dipendenze. L’ufficio del signor Franco non è grande, ma c’è posto per una scrivania supplementare… Veda di non deluderlo perché altrimenti si troverà fuori ditta in un attimo! E gli dica “GRAZIE” perché se non fosse stato per lui io l’avrei già spedita a casa.

Lo ringrazi, svelta!”
“Grazie”, balbettai, ancora sotto choc.
“Bene, signor Franco… ora può andare… lei invece, signora Cantoni, rimanga qui”.
Quando Franco fu uscito il commendator Salvini mi squadrò da capo a piedi più volte. Indossavo una camicetta di nylon rosa e una gonna blu notte. Avevo un collant scuro e scarpe con tacco medio… dopo l’esperienza di ieri non volevo essere appariscente… in quel momento il sesso e gli uomini mi disgustavano…
“Venga qui, di fianco a me!” disse con tono burbero.

Io ubbidii e mi misi al suo fianco.
Sul piano della scrivania c’erano tre foto grandi: nella prima ero seminuda con le mie autoreggenti, nella seconda facevo un pompino, nella terza ero posseduta da Giorgio mentre sbocchinavo il fratello di Franco.
“Non sarà brava coi pc ma per altre cose ci sa fare…”
Ero impietrita dalla situazione e non riuscivo ad aprir bocca.
“Sollevi un po’ la gonna… presto che ho molte cose da fare…”
Ero sconvolta ma sapevo anche che il mio lavoro era appeso a un filo… sollevai la gonna.

“Di più… di più…”
Ubbidii.
“Ah… le donne d’oggi… i collant… li odio i collant… da domani verrà in ufficio con calze e reggicalze, come piace a me, chiaro?”
Annuii con la testa.
“Bene, adesso si sbottoni la camicetta e si metta qui sotto la scrivania… in ginocchio.. svelta!!”
Quando fui sotto, lui si aprì la patta dei pantaloni e tirò fuori il membro. Era grosso ma flaccido.
“Lo lecchi bene, signora Cantoni… palle, asta e cappella.. in continuazione finché non glielo dico io.. chiaro? Adesso cominci a leccare.. svelta!”
Pochi secondi dopo che la mia lingua accarezzava quel cazzo, il membro iniziò a gonfiarsi e indurirsi.

Continuai a lungo mentre il grande capo si impegnò in alcune telefonate di lavoro.
“Bene… ora cominci a succhiare, signora Cantoni… e non smetta finché non glielo ordino io, chiaro? Quando verrò nella sua bocca lei dovrà inghiottire ogni cosa… odio vedere in giro rimasugli… del mio sperma… e quando ha smesso di succhiare la mia linfa continui a tenerlo in bocca… chiaro? Decido io quando dovrà smettere. “.

Alexandra

In spiaggia, Alexandra diceva di saper annodare il pareo in cento modi diversi, e ogni tanto ritornava sull’argomento mettendosi in piedi nuda sul letto ed io là sotto a godermi tutta la meraviglia di tanta grazia di Dio.
Vedi, diceva, lo annodi così ed è un pantaloncino, due un top, tre annodandolo dietro il collo, un vestito da pomeriggio, quattro un asciugamano da bagno, cinque un pantalone indiano…
Non saprei dire se Alexandra davvero conoscesse cento modi di annodare un pareo, perchè ho resistito massimo fino a diciotto prima di saltarle addosso.

Nella lingua spagnola todavia esprime la continuazione di qualcosa iniziata in un momento precedente: quando per esempio, un amico comune mi chiede con un sorrisino, ma Alexandra sta sempre con te? E tu gli rispondi: todavia…ma sai che non è vero e lo sa pure lui.
Puoi usarlo per qualcosa che accade adesso o in un futuro immediato:
Sono le quattro di mattina e Alex non è tornata, todavia…
Puoi anche usarlo come malgrado tutto questo, nonostante:
Alexandra mi fa soffrire ma la amo, todavia.

Oppure nel senso concessivo, correggendo una frase anteriore: Perchè Alexandra è sempre in giro, la notte? Todavia, se avessimo un figlio, avrebbe altro da pensare e starebbe in casa ad accudirlo, o no? In alcuni casi questo avverbio mostra un aumento o la ponderazione: Alex si comporta così ma da alcuni segnali che percepisco, io so che todavia mi ama..
Ho settant’anni e sono emigrante da quando ne avevo diciannove. Il console di Corfù mi ha detto che ora non siamo più emigranti ma residenti all’estero.

Bene io sono residente all’estero da più di cinquant’anni e ho imparato le lingue dei luoghi dove sono emigrato, andando a scuola, leggendo i giornali, ascoltando la radio e mai frequentando gli altri italiani per costringermi ad adattarmi più rapidamente alla lingua che volevo imparare.
Nascere povero mi ha dato un grande privilegio: ho letto Il Gattopardo in lingua originale, cioè la mia, ma anche Mefistofele in tedesco, Shakespeare in Inglese, Zorba in Greco, Voltaire in francese, Borges in tutte le lingue in cui l’ho incontrato, e Cervantes in Spagnolo.

Tutte lingue che ho imparato studiando, tranne lo Spagnolo, perchè per una specie di presunzione tutta italica, noi tendiamo a sottovalutare la lingua spagnola in quanto crediamo che usando un dialetto veneto e aggiungendo qualche esse, si possa padroneggiare la lingua, ma non è così.
Quando mi lasciai con mia moglie haitiana, andai a Cuba mi capitò un fatto che mi fece capire che sarei dovuto andare a scuola per imparare la lingua.

Conobbi un ragazzo fuori dall’hotel, sai, quelli che vanno agganciando i turisti e si offrono di accompagnarli per scroccare qualche pasto e guadagnarsi una mancia. Era inverno e all’Avana fa freddo, almeno per loro, ci sono notti gelate. Questo figliolo aveva un paio di ciabatte, un pantaloncino liso e una camicina estiva che lo faceva tremare dal freddo. Non volevo offenderlo nè metterlo in imbarazzo, perchè l’orgoglio dei cubani oltrepassa la loro fierezza, ma avevo un ormai inutile soprabilto con il quale ero arrivato nel Caribe per rimanerci, e volevo regalarglielo, ma non volevo metterlo in imbarazzo, ripeto.

Allora pensai a come dirglielo, e mi uscì questa frase:
– No voria imbarazarte, ma tu tieni el capoto?
Fece uno shitto indietro con la testa e spalancò gli occhi. Non avrebbe mai creduto di trovarsi in una tale situazione. Infatti, lo seppi tempo dopo, io gli avevo chiesto:
– Non vorrei metterti incinta, hai il preservativo?
Ecco, solo per dire di non fidarsi troppo di una lingua orecchiata, perchè le parole sono insidiose e occorre conoscerne bene il significato, perchè a volte tradiscono.

Le parole sono come Alexandra.
Anche entonces è un avverbio dai molti significati. Lo puoi usare: come in tal caso, essendo così. Se me lo dici tu, entonces ti credo. Un po’ come il nostro: allora, quindi…
Oppure lo puoi usare come espressione che dà ad intendere che quello che stai dicendo deriva da una conseguenza logica: no, Alexandra, non voglio venire, non lo sai che odio la discoteca? Da entonces!
Oppure lo puoi usare come rafforzativo per iniziare una frase:
Entonces, credi che io sia un pedofilo!
No, questa frase è troppo dura, la riscrivo:
Entonces, credi davvero che io sia un pedofilo? Così va meglio.

Sai quando leggo tutte queste levate di scudi contro un vecchio che approfitta di una giovane, sono certo di non parteggiare per il mostro ma mi chiedo, io sono quel mostro? Sono io, il vecchio che quando aveva sessantatre anni incontrò Alexandra che ne aveva sedici, e si comportò in modo indegno?
Non lo so. Io so solo che quando la vidi mi battè forte il cuore. All’età non ci pensai, nè alla sua e neppure alla mia.

Mi battè il cuore e basta.
La guagua che a mezzogiorno arriva dalla capitale, passando dalle vicinanze dalle scuole, carica i bambini che tornano a casa, ed essi salgono vociando, spingendosi, gridando. A qualcuno danno fastidio, io invece mi rallegro con tutto quel cinguettìo, paiono rondini che volano gridando, e passano vicino al mio sedile che era proprio il primo di fronte alla portiera.
Pfui, fece l’aria compressa, aprendo alla fermata.

Una zaffata d’aria calda entrò nell’ambiente con l’aria condizionata e alzai lo sguardo.
Entonces salì Alexandra. con la sua bella uniforme della scuola, la camicina azzurra ben stirata, la gonna a pieghe color militare, i calzettoni bianchi, e due tette, ma due tette da sturbo. Eh, sì, perchè in quella marea di bambini della scuola elementare, lei svettava come un corpo estraneo, era alta, con due spalle così, due zigomi alti e un sorriso che quando apriva la bocca i suoi denti parevano perle.

Non poteva avere dodici anni, era evidente. Poi seppi che non li aveva affatto, ma aveva perso molti anni di studio, e una zia che ora la ospitava l’aveva iscritta a scuola con notevole ritardo. Praticamente faceva le elementari con un’età da liceo, ma sempre bambina era. Lo diceva il viso innocente, il sorriso pulito, lo sguardo curioso ma non malizioso.
Si sedette accanto a me e il respiro un poco affannato per la corsa agitava il suo seno che pareva voler uscire prepotentemente da quella camicina che lo teneva imprigionato.

Era un seno grande, ma non sproporzionato, forse lo sarebbe diventato con l’età, ma ora la gioventù, la verginità, il fatto che fosse ben soda, tutta, dava una consistenza al suo seno che ti faceva venire voglia di toccarglielo per verificare se fosse vero. Maneggiava un telefonino che non riusciva ad usare e quando alzò lo sguardo su di me, feci appena in tempo a distogliere il mio dal suo seno e a dirle, dove vai? Oh, mi aspettano i parenti, vado a fare il bagno.

Vestita così? Mia zia lavora in un ristorante sulla spiaggia mi cambio da lei. Se mi dai il tuo numero di telefono, vado a cambiarmi e vengo a fare il bagno con te. Certo, disse e me lo diede. Io lo composi subito, per vedere se non mi volesse imbrogliare, e il suo cellulare squillò! Oh, che bello! Entonces funziona! Quando scese, scesi anch’io per vedere dove andasse e la seguivo a distanza. Lei si girava ogni tanto e sorrideva.

Finalmente arrivò ad un gruppo che la stava aspettando, un paio di zie, un giovanotto e qualche bambina. Lei li salutò e mi indicò agli altri che mi scrutarono senza alcuna reazione apparente.
Ora sapevo dov’erano, mi avviai al residence dove abitavo, mi cambiai e aspettai una mezz’oretta per lasciarle il tempo di cambiarsi. Poi la chiamai, allora vengo? Entonces.
Il costume da bagno non era suo, e la misura che le stava bene per le slip invece non riusciva a trattenere quel suo gran ben di Dio che ad ogni mossa spingeva per voler prepotentemente uscire dal reggiseno.

Inutile fare il bagno, mi bastava guardare. C’era molta gente in acqua ma lei stava solo coi bambini come lei e faceva tutti i giochi dei bambini, ma i miei occhi poco innocenti lo vedevano che era fuori posto. Lei avrebbe dovuto nuotare con ampie bracciate, in modo sensuale, invece sbatteva le mani sull’acqua per fare scherzi innocenti agli altri, e rubava la palla, e cinguettava, e si aggiustava il reggiseno, e ogni tanto si guardava il petto per vedere se non avesse provocato qualche danno con movimenti troppo rapidi…
Dovresti comprarti un costume da bagno nuovo, le dissi.

Domani vado in città, se vieni, te lo regalo. Lei guardò la zia che disse sì. Il giorno dopo non ci sarebbe stata lezione e si poteva fare. Ecco fatto, pensai, la trappola è shittata. Basta offrire una compera per mostrare di avere soldi in tasca ed essere piuttosto generoso, e queste squinzie cadono come pere. Tutte.
Il sole era calato ed era l’ora dei saluti. La zia, la mia amata zia, che Dio la benedica, ruppe l’imbarazzo e disse, Ale, perchè non lo inviti da noi a prendere un caffè? Così impara la strada dove abitiamo.

Cominciò così.

§

Il giorno dopo passai a prenderla per andare in città a fare compere.
Sorpresa! Non sarebbe venuta da sola, ma con la zia. Mentre camminavamo per la via affollata. canticchiavo: Io Mammeta e tu ma non era proprio così, la zia era dolce e comprensiva, solamente stava attenta al suo investimento. Proprio così, lo scoprii dopo, vedendo come crescevano la sorella minore di Ale, che aveva un paio d’anni meno.

Seguii la vicenda per anni, e me lo dissero chiaramente: la mantenevano vergine a disposizione di un “gringo” che un giorno se la sarebbe portata via. O che l’avesse messa incinta, e ritornato in patria, le avesse mandato dinero per mantenere il figlio e con lui tutto il codazzo della famiglia che si trainava al seguito. Pure Ale, l’avevano conservata illibata ed ora era lì, bella e confezionata a disposizione del gringo, che in questo caso ero io…
“Gentili signore, io vi sono grato per la gentilezza con cui mi accogliete.

Ma ormai lo sapete, io non posso più nascondervelo, amo pazzamente vostra nipote. Mi rendo conto della grande differenza d’età, inoltre non ho nulla da offrirle: non sono divorziato e non posso sposarla, non potrò fare figli con lei perchè sono sterile, non ho una casa e nemmeno un lavoro. Non voglio creare scandalo, ma vi prego solamente di permettermi di frequentarla fino a quando non giudicherete siano maturate le condizioni adatte per farla venire a vivere con me, naturalmente se vostra nipote è d’accordo…”
Splendido discorso.

Chiaro e conciso.
Il problema è che tutta questa pappardella che si può leggere in un fiato, io la pronunciai a spizzichi e bocconi durante i sette mesi che durarono le mie visite a quella famiglia!
Eh, sì. Proprio sette mesi. Io arrivavo, e la trovavo con la ramazza in mano mentre lavava il pavimento. Visione sublime, solo più tardi scoprii che quella era una famiglia con lavori altamente specializzati, Ale era specializzata nel lavare il pavimento e quando venne a vivere con me, non faceva altro, nè lavare i piatti o la biancheria, non stirava, non puliva i vetri… nulla.

Solo lavava il pavimento. Io con dolcezza le dissi che non poteva fare solo quello e lei dopo un poco capì tanto bene, che smise pure di ramazzare.
Allora dicevo, io arrivavo nel patio dove c’era tutta la famiglia, chi si lavava i piedi, chi i capelli, chi si faceva le unghie mentre i bambini correvano schiamazzando qua e là. Davo ai bimbi cento pesos e andavano a comprare i limoni lo zucchero e il ghiaccio così lei mi preparava una freschissima limonata che noi sorbivamo in silenzio, sedia contro sedia, in un angolo del patio.

Senza parlare, perchè lei, non parlava MAI!
All’imbrunire chiamavo un moto-concho che mi riportasse a casa e castamente com’ero venuto, così castamente me ne andavo giù, dove c’erano i bar, dove sempre castamente andavo a puttane.
Così per i primi sette mesi.

§

Ma come può essere successo tutto questo?
Come è possibile mi chiedo che una ragazzina ben educata, pulita, cresciuta in una famiglia povera ma ineccepibile, poi sia diventata tutto questo?
Certo, la colpa dev’essere anche mia.

Ma prima di tutto dell’ambiente, perchè noi non siamo tutto quello che abbiamo ereditato col patrimonio genetico. A formare quello che noi siamo è stato determinante anche la famiglia in cui siamo cresciuti e l’ambiente attorno a noi, dove siamo maturati.
E le persone che abbiamo incontrato. Eh sì, perchè pensaci bene, le persone che incontri plasmano la tua vita. è come una lotteria, chi pesca bene e chi pesca male. Io penso che non ci sia alcuna differenza sostanziale tra l’assassino e il suo giudice, la differenza la fa dove sono nati, l’ambiente in cui sono cresciuti e le persone che hanno incontrato.

Alexandra. Chiamiamola così, ma non è il suo vero nome.
E invece si chiama proprio così ma scrivo che non è il suo vero nome perchè da queste parti tutto quello che vedi non è così come appare, pure in un racconto.
Insomma c’è tanta di quella confusione tra quel che vedi e quello che sembra, da poter affermare che da queste parti non c’è niente di vero.
Nemmeno la frase precedente.

E neppure la frase prima della precedente.
Hai capito come stanno le cose?
Bene, Alexandra, chiamiamola così, e andiamo avanti.
Se Alexandra era stata tollerata nella classe con le bambine malgrado fosse una pennellona, ora che era venuta a vivere con me era stata dirottata verso la scuola serale, la prima corruttrice delle giovani di queste parti.
Il Corriere pubblicò un reportage sul turismo sessuale e rimasi colpito dalle cose che descriveva e che io non avevo mai visto in giro.

Le scrissi chiedendole spiegazioni, e lei mi disse di andare a passeggiare giù al Corso, e aprire gli occhi.
Eh, sì. Aveva proprio ragione la giornalista, inoltre seduto ai tavolini del primo caffè vicino al parco, ascoltavo i commenti di un paio di stanziali appoggiati alla loro gippetta bianca, con amici appena arrivati, che appunto dicevano che invece del solito troiaio che si trovava là sotto, era meglio andare ad aspettare queste squinzie all’uscita della scuola serale.

La scuola di qui assomiglia alla nostra Scolastica medievale. Il professore detta i capitoli delle materie e le ragazze scrivono. Molto spesso non detta nemmeno, ma dà loro da copiare da pagina…a pagina, il tempo giusto perchè suoni la campanella e vadano a casa. E all’uscita le solite chiacchiere delle ragazze, i capelli finti, le unghie false, la telenovela… poi ci sono i discorsi
più interessati: “a me il vecchio ha regalato la ricarica…” a me ha regalato questo cellulare…” …lo porto a fare la spesa al supermercato…” e le più piccole ascoltano e pensano: “Ma è davvero tutto così facile?”
Poi vanno a passeggiare un poco prima di rientrare in casa, ma dagli sguardi i più scafati capiscono quando sono interessate…
Va bene, ho aperto gli occhi.

Stasera vado all’uscita dalla scuola a vedere di persona…
Scese la sera e alle otto e mezza ero fuori dalla scuola ad aspettare. Mi misi in un angolo buio e notai che c’erano anche alcuni “gringos” che aspettavano fingendo indifferenza. Là avanti c’era pure la gippetta bianca di quei bellimbusti che si erano ripromessi di venire a cacciare carne fresca e insomma pensai che la giornalista del Corriere ci aveva visto giusto…
C’era stata una polemicuccia con la scuola per via di tutto questo, tanto che il ministero aveva deciso di mettere guardie giurate per proteggere le minorenni.

Uscirono ad ondate, cinguettando come uccellini di bosco, erano molte le risa, mettevano il buonumore…
Uscì pure Alexandra con la poliziotta, attraversarono la strada e…. salirono sulla gippetta bianca!
Rimasi di sasso, senza fiato, hai capito la poliziotta? Messa lì per proteggere le bambine era la prima a salire sulle auto dei turisti in cerca di emozioni, e portandosi pure una delle studentesse che avrebbe dovuto proteggere!
Tornai a casa ad aspettare.
Rientrò che era quasi mezzanotte e le chiesi, dove sei stata? Oh, niente a bere qualcosa al drin con i miei compagni di classe…
Il drin sarebbe la forma spagnoleggiante del Drinks, un luogo che vende super alcoolici all’ingrosso e che la sera spaccia al minuto ai dominicani che affollano la strada tutta intorno.

Guarda che sono venuto giù e ti ho visto andare via con la poliziotta. Niente compagni di scuola quindi, ah sì erano amici suoi ma poi sono andata da Jennifer e con lei siamo andate al drin, guarda che Jennifer era qui da sua zia..
sì ma dopo. Guarda che quelli della gippetta sono turisti italiani in cerca di avventure, ah certo. Uno di loro è innamorato del mio insegnante che è “pagaro” (omosessuale) e la poliziotta le portava un messaggio.

Le portava un messaggio ma loro si portavano via voi… no, io sono scesa subito per andare da Jennifer! Guarda che Jennifer era qui!
Inutile. Tutto inutile, quando un essere razionale, con tanto di logica, con avvenimenti che vengono dopo altri e quindi ne conseguono, con lo scorrere del tempo uniforme e progressivo, incoccia in una discussione con un essere tribale auditivo mitologico, con il tempo che può essere prima e dopo, sopra e sotto, qui e là si equivalgono, la discussione non riesce ad andare oltre l’ incomprensione reciproca.

Ti faccio un esempio, così capisci prima.
Un giorno torno a casa e trovo Alexandra con un foulard viola in testa, chiusa nella cameretta davanti all’altarino della Santeria, che sbatte le maracas cantando nenie. Cosa stai facendo? Le chiedo. Nulla di speciale, si è rotta la televisione e sto invocando Santa Marta perchè me la ripari.
Piccolo inciso: Santa Marta non è la nostra santa ma un’entità della Santeria dominicana che non è compresa negli Orisha.

Sarebbe Santa Marta dei Serpenti, una specie di dea Kalì che possiede le persone durante riti collettivi chiamati tamboor, dove la gente si agita fino ad essere “posseduta”.
Alexandra, le dico, se si è rotta la televisione devi chiamare il tecnico non Santa Marta, ti pare? No, sarà lei a ripararmela. Va bene, fa quello che ti pare, le dico chiudendo la porta della stanzetta “dei miracoli” e andando sul balcone. Mi affaccio e chi ti vedo? Plomerito, l’elettricista faccio-tutto-io e lo chiamo.

Guarda se puoi ripararmi la televisione altrimenti chiamiamo tuo cugino che è il tecnico. Plomerito prende in mano il controllo remoto, armeggia un pochino poi dice, guarda non c’è nulla di guasto, è solo andato fuori sintonia, adesso fai ripartire il tutto e vedrai che funziona come prima. Infatti.
Lo ringrazio, lo accompagno alla porta e rientro nella “stanza dei miracoli”. Smetti con quella nenia, la televisione funziona e puoi finalmente vedere la tua telenovela…
Hai visto? Dice lei, Santa Marta ha riparato il televisore… No, guarda che casualmente è salito Plomerito e il televisore l’ha riparato lui.

Certo, ma se non c’era Santa Marta che lo faceva passare qui sotto, noi avevamo il televisore rotto, ma non era rotto, sei tu che chissà cos’avrai smanazzato per metterlo fuori sintonia, aspetta che ringrazio Santa Marta per avermi riparato il televisore e poi vengo…
Capisci? Tra il razionale e l’irrazionale non c’è partita.
Alexandra avrà cambiato una decina di telefonini. O li perdeva, o fingeva di perderli per regalarli o impegnarli per racimolare qualche soldo, o li sbatteva a terra perchè il modello era vecchio, o le cadeva nel cesso (è successo pure quello) insomma c’erano periodi in cui usava il mio.

Era troppo naif per cambiare il chip o cancellare le chiamate o i messaggi che riceveva, così senza che le dicessi nulla sapevo tutte le porcheria che stava combinando.
Era scesa al colmado per comprare qualcosa per il pranzo quando suona il telefono, pronto c’è Alice? Alice chi? Ah – capisco tutto al volo – Alice, no, è passata di qui stamattina ma ha dimenticato il telefono. Tu sei quello di ieri sera? Sì, sono Andrea.

Senti tu dovresti essere il suo fidanzato… Ma no, cosa dici? Queste sono gallinelle intercambiabili. Me la scopo ogni tanto, niente di più. Lei vive a casa sua ed io a casa mia… Ah ecco. Perchè è venuta di corsa stamattina per dirmi che il fidanzato ha scoperto tutto e che devo dire di essere innamorato del suo insegnante, ma sai, non mi va di passare per frocio…
Hai ragione! Ma non ti devi lasciar coinvolgere, sai sono sgualdrinelle che un giorno vanno con uno, un giorno con l’altro….

…e si fanno pagare! Dice lui.
Rido, ah ah ah, perchè l’avresti pagata forse? Mah, sai. Trombare l’ho trombata, poi mi ha chiesto 800 pesos per andare dal parrucchiere, cosa vuoi è sempre un buon prezzo per una prostituta…
Non riuscii a trattenere le lacrime.
Avevano ragione gli antichi quando misero l’amore in fondo al cuore, perchè è lì che senti qualcosa che si rompe.
T’innamori e batte forte il cuore, scopri che si vende, e il cuore si spezza..

§

Le cose cominciarono a prendere una piega non piacevole, diciamo che gli affari e l’amore cominciarono ad andare in discesa, prima impercettibilmente poi con un’accelerazione imprevedibile.

Capirai anche tu, che accettando prestiti al 10% ogni quindici giorni e il lavoro stagionale, capitava nei mesi morti di dover chiedere prestiti per pagare gli interessi sui prestiti precedenti e questo avveniva sempre a fine mese, quando c’erano da pagare gli stipendi al personale e la luce, carissima. Scelta improrogabile per non chiudere, ma ad Alexandra la cosa non importava poi molto. Lei viveva nel suo mondo e comprava vestiti che poi regalava alle amiche o alle zie, comprava capelli finti che una volta applicati la involgarivano in modo esagerato, comprava scarpe (decine e decine) si metteva unghie finte, cambiava telefonino con la velocità della luce.

Insomma, finchè al mattino poteva mettere mano ai soldi che le necessitavano per le sue inutili esigenze, come andassero gli affari non le importava molto.
Rientrava sempre più tardi nella notte, invece di copiare le lezioni dal libro di scuola passava le ore in classe a scrivere lettere d’amore ai suoi spasimanti, e quando quelli rispondevano conservava le missive nella sua cartella di scuola.
Una perfetta cretina, se avesse voluto tenere nascosti i suoi altarini, una menefreghista invece se pensava che tanto innamorato com’ero non avrei potuto lasciarla per nulla al mondo.

Corna comprese.
Ho letto da qualche parte la descrizione degli stati d’animo quando si apprende di avere un cancro. Prima l’incredulità, poi la ribellione, quindi la rassegnazione. Succede anche con le corna, te lo posso garantire.
Cominciai a tener sotto controllo i messaggi sul telefonino, le carte che le scrivevano gli spasimanti, quello che scriveva lei sui suoi quaderni. Mi stupì leggere come mi descriveva, un bruto che le faceva violenza e la rendeva infelice.

I biglietti degli spasimanti invece erano epici: “Da quando ti ho conosciuto so che esistono gli angeli… il profumo della tua pelle… ti aspetto tra le rose…” proprio così, tra le rose, scriveva. Speriamo si pungesse!
Quando la notte tardava oltre ogni limite accettabile uscivo a cercarla senza rendermi conto che mi esponevo a pericoli di ogni sorta, un vecchio di notte che cammina per strade secondarie è una facile preda, ma io volevo trovarla per avere dagli occhi la conferma di tutto quello che ormai il cuore sapeva da un pezzo.

Una notte entro in uno di questi “drin” dove c’è pure una musica assordante. Non la trovo e mi metto in un angolo scuro ad osservare la gente. Bevono e conversano, come facciano – a conversare, intendo – non capisco proprio con tutto quel rumore. Ad un certo punto entra lei, le braccia alzate e passi sincopati seguendo la pachata che gli altoparlanti diffondono al massimo.
Grida della folla, è arrivata! Una diva.

Mentre ballando si porta al centro della sala la voce di un amico la sfotte:
– Alexandra, e tuo marito?
– Dorme! – risponde, e tutti ridono.
Guadagno l’uscita alla chetichella, anche perchè non c’e niente da dire. Se non sottolineare un dettaglio insignificante: a quell’ora dormo perchè mi alzo alle quattro per andare a fare il pane. è buio alle quattro, l’ora più buia del giorno, quella prima dell’alba. Passo dalle case di tolleranza ed escono le puttane con i clienti che con loro hanno fatto mattina.

è tutto uno scoppiettare di moto-conchos, gente che ha aspettato fuori tutta la notte per fare da taxi a questi ultimi clienti, e guadagnarsi 50 pesos…
Non c’è nessuno in giro a quell’ora, io, le puttane e qualche volta Alexandra che torna a casa.
Non ho voglia di tornare, faccio un giro camminando, la strada è centrale e ben illuminata, non corro pericoli. Sulla via del ritorno proprio da quel “drin” scorgo cento metri più avanti, Alexandra che esce abbracciata con un vecchio, e la seguo a distanza.

Lui è uno di quegli scalcagnati italiani in braghette, infradito e canottiera che infestano il parco di pomeriggio, lei pare divertirsi. Arrivano all’angolo della via dove abito e si baciano. Lui la lascia e lei si gira per salutarlo e mi vede sopraggiungere. Non fa una piega.
Io invece dico a lui:
– Scusa, adesso che hai finito me la mandi a casa ed io ho schifo. Fammi un piacere, tienitela fino a domani e me la mandi dopo che si è fatta almeno una doccia
Lui è uno sportivo e non si agita troppo.

Nella conversazione che segue mi dice che si chiama Giorgio, è proprietario di macchine che smuovono la terra e vive noleggiandole. No, che me la tenga pure io, che a lui la proposta non interessa…
– Ma come, la usi e me la rimandi. Tienitela tu, e ogni tanto me la scopo io…
-Eh, se tu sapessi…- disse e lasciò tutto in sospeso.
Se io sapessi che? Mah, non l’ho mai più saputo, ma la frase in sospeso mi colpì molto.

Da quella notte, decisi di non seguire più Alessandra ma di aspettarla a casa, a qualsiasi ora fosse tornata.
Perchè aspettarla fa soffrire, ma a trovarla si soffre molto di più.

§

Soldi non entravano e stringere la cinghia era diventato doloroso. Alexandra invece attraversava gli eventi come una lama nel burro, senza preoccupazioni. La scuola era finita, ma lei usciva di casa alle undici di mattina e faceva ritorno alle ore più impensate.

A volte portava sacchetti della spesa con pasta, formaggio, biscotti, e altre vettovaglie.
Chi te li da? Oh, un’amica che ha preso a cuore la nostra situazione e ha deciso di aiutarmi. Guarda che al mondo non esistono pasti gratis e questa tua amica se ti dà qualcosa qualcos’altro poi vorrà, ma no cosa dici. è gente buona, pure suo marito…
Alcune volte tornava alle sette di sera per vedere la telenovela e prima di uscire per la notte volle imparare a navigare col Facebook che diceva avevano le sue amiche.

L’avvocato che nel frattempo era diventato mio amico diceva che per il ristorante c’erano complicazioni ma che non avremmo tardato molto ad avere ragione, intanto il tempo passava e mettere insieme il pranzo con la cena sempre più difficile.
Io saltavo un pasto e con un panino e un pomodoro (dieci pesos) arrivavo a sera. Ale invece o andava a mangiare dalle amiche oppure tornava di notte soddisfatta e non pareva avere mai fame.

Un giorno disse: abbiamo ottenuto un credito dal colmado. Possiamo fare la spesa per un mese e pagare quando ti arrivano i soldi. Che bello, si mangia!
Una notte che smanettavo sul computer in attesa del ritorno di Ale, incappo nel suo profilo che apro perchè la password è fin troppo semplice. Oltre a suoi messaggi in giro per il Caribe di un’oscenità impareggiabile, trovai pure il chatting che aveva fatto recentemente col proprietario del colmado che aveva miracolosamente deciso di farci credito.

Ale:- Prestami mille pesos
Renè:- Sai quello che mi devi fare
Ale:- Per quello ce ne vogliono duemila
Renè:- Ma io non voglio scopare per non mancare di rispetto nei confronti di Ronnie che è mio amico. Voglio solo toccare di sotto e ciucciare di sopra
Ale:- Sempre duemila. Vieni a casa
Renè:- Mia moglie mi controlla
Ale:- Tu portami a casa l’acqua
Renè:- E quando?
Ale:- Alle 7,30 quando Aldo va ad aprire il negozio
Renè:- E quando andiamo al monte?
Ale:- Quando vuoi ma sempre 2.

000 pesos sono

Ero allibito. Leggevo cose che mi lasciavano di sasso, non per lo scandalo in sè, ma perchè non riuscivo a comprendere come Alexandra avesse potuto cambiare in quell’essere volgare che scoprivo dai suoi scritti.
In quel momento rientra lei ed erano le due del mattino. Inutile chiederle dove sei stata, ormai…
Solo che stanotte ha un succhione sul collo da far paura e l’incazzatura mi viene non solo per l’accumulo degli avvenimenti ma soprattutto perchè vuol convincermi che quel pò pò di segno glielo avrei fatto io!
Nacque una lite furibonda, con rinfacci, insulti, e lei che pareva piano piano perdere terreno dalle sue convinzioni, finchè messa in un angolo con le lacrime agli occhi sbottò:
– Basta! Tu, mia madre, i miei parenti che mi avete preso per una prostituta! Sono stufa di tutto questo, basta! Adesso mi ammazzo…
E si suicidò.

Per la verità si suicidò quattro volte, la prima, prese una manciata di pillole dal cassetto, se le ficcò in gola poi tracannò un bicchier d’acqua e rimase così, impalata aspettando l’effetto. Forse si credeva che ingurgitare una manciata di pilloline zuccherate in vendita al colmado magari con effetto placebo, l’avrebbero fatta cadere indietro stecchita. Invece non successe nulla.
– Ah, sì? – gridò visto che non aveva ottenuto nessun effetto – e allora mi taglio le vene – andò in cucina prese un coltello e si tagliò le vene.

Oddio, tagliò è una parola grossa, diciamo piuttosto che mise il coltello sui polsi e lo fece andare avanti indietro un paio di volte. Ma non uscì il sangue. Buttò il coltello per terra e spalancò la porta del giardino: – Mi butto nel pozzo! – disse ed uscì.
Sentii nitidamente il rumore del coperchio metallico che copriva la cisterna e poi sentii pure uno splash. Poi più nulla, solo il canto dei grilli.

Aspettai il tempo sufficiente, rimisi al suo posto il coltellaccio da cucina del ristorante che non aveva fatto il suo dovere coi polsi di Ale, poi uscii e la trovai in piedi sull’orlo della cisterna, con i pantaloni bagnati fino alla cintola ed il resto perfettamente asciutto. Evidentemente si era seduta sull’orlo della botola in attesa dell’ispirazione che non era arrivata.
– Via Ale, – dico cercando di sdrammatizzare- Per questa notte ti sei suicidata abbastanza, adesso vieni a dormire che sennò prendi freddo…
-Ah, mi prendi pure in giro? Te lo faccio vedere io! Adesso vado sull’autopista e mi butto sotto alla prima guagua che passa – sbattè la porta uscendo ed io aspettai.

Perchè il messaggio non era per niente chiaro: l’ultima guagua passava alle dieci e trenta ed erano ormai le due di notte. Si butta sotto la prima guagua vorrebbe dire che aspetta quella del mattino alle 6,30 oppure qualsiasi mezzo pesante che passa va bene?
Tornò dopo una ventina di minuti. Si vede che il traffico sull’autopista non le era piaciuto, oppure chissà. Sta di fatto che senza dire una parola, si buttò sul letto e prese sonno nel giro di un paio di minuti.

Da quel giorno non si parlò mai più di suicidio.

I giorni passano, le settimane volano.

L’estate è passata, arriva settembre iniziano le scuole, i primi malanni di stagione non si fanno aspettare, la ditta dove lavora mamma ha deciso di organizzare una gita cui possono partecipare dipendenti e clienti. Il programma: da VENEZIA crociera del mediterraneo otto giorni sette notti,
partenza il 23. Al mattino Anna le accompagna all’autobus
per raggiungere la località di partenza. Non riuscivo ad accompagnarle ero assente per un servizio. In mattinata Marina era salita da Anna con un pacchetto di punture da far fare alla figlia
e si era raccomandata di badare ai due ragazzi, lasciandoli la massima libertà di agire nei loro
confronti come se fosse una vera e propria zia.

La mia giornata trascorre nella normalità; nel pomeriggio Anna mi telefona dicendomi di passare al market ed comprare due bottiglie di Coca Cola, affettati ed un po’ di frutta. Passando davanti al negozio di intimo in vetrina mi innamoro di un trittico che senza batter ciglio acquisto e mi faccio fare un pacchettino. Con il borsello (degli strumenti), sacchetto della spesa, e pacchetto mi avvio a casa sua.
Portone come sempre aperto, suono Marco mi apre la porta.

Lui con un amico giocano davanti al pc in cameretta, sulla console un sacchetto di carta, (ero allo scuro di tutto il pacchetto sulla consolle era la cura:quattro confezioni di Epagriseovit) poso sulla sedia la mia borsa sul cuscino di Anna lascio il pacchetto appena acquistato e richiudo, in cucina,bottiglie e l’affettato in frigo e
mi siedo sul divano. Dal bagno esce Anna in tuta,mi abbraccia senza dirmi nulla, parliamo del più e del meno, mi chiede se ho sentito la mamma.

Nell’accompagnarle ha incontrato Tommaso e Marina che partivano anche loro per festeggiare i 25 anni di matrimonio, le hanno chiesto di badare ai ragazzi che erano più tranquilli ed in particolare ad Elisa che doveva seguire la cura. Si sono trasferiti nel mese di Agosto
nell’appartamento al primo piano ricevuto in eredità dopo aver ristrutturato, Mattia 14 è nato lo stesso giorno di Marco, frequentato la stessa classe praticamente tra loro c’è sempre stato un cordone ombelicale.

La sorella era andata dalla nonna ed alle 19 doveva rientrare.
Anna, aspettava l’affettato per finire di preparare le pizze, finito chiede a Mattia di inviare
un messaggio a Elisa. (allo scuro di tutto il pacchetto sulla consolle era la cura della quattro
confezioni di iniezioni), neanche il tempo di inviarlo, arriva: Elisa, carattere forte, un bel tipetto alta 1. 65 castana chiara, in ballerine e leggings una maglietta che copriva il sedere, da entra
in cucina si avvicina ad Anna e la bacio, mi saluta.

E curiosa tra i fornelli, Anna chiede se pizza
questa sera e di suo gradimento conferma. Si siede sul divano ed inizia a fa mille domande,
la cosa che più la scoccia e la preoccupa sono le punture, io sto a sentire i loro discorsi, per
correttezza non intervengo. Elisa racconta che tutti gli anni all’inizio dell’anno scolastico
sua mamma di concerto con il medico la obbligano a fare una cura ricostituente contro la sua
volontà, e mentre per gli anni scorsi era una praticona vicina di casa francese di settant’anni
che quando pungeva faceva male, quest’anno cambiando abitazione la mamma parlando con
Anna si era tolta la preoccupazione affidandosi a lei.

Mentre apparecchiava tavola e facendosi
aiutare, Anna”vuoi toglierti il pensiero subito o dopo cena” – Elisa “non saprei, se…. lo/la
chiami subito (non sapendo che ero io a doverla bucare) quanto ci mette ad arrivare?”
la mamma, la chiamava quando ero in casa, era sempre disponibile anche se solitamente
veniva alle sette prima di cena. Continuando la conversazione Anna le chiede vuoi farla
sempre alle sette? Elisa: “no, domani e domenica visto e considerato che, ci mettiamo d’accordo”
Anna, si rivolge a me:”sulla consolle ci sono le shitole prendile e prepara.

Elisa, in un attimo sentendo Anna dandomi quell’ordine sbiancò in volto. Dalla sua bocca
un sibilo……………. NOOOOOOOOOOOOOO.
Io nel mentre mi ero alzato a prendermi medicinale e borsello, ed in bagno per alcol e cotone [Marco che ha una vista che fulmina in casa nessuno e capace di muovere un dito che lui non si accorga rivolgendosi a Mattia inizia il rito], Elisa non aveva paura delle iniezioni, ma una buona
dose di vergogna nel doversi mostrare ad una persona che vedeva per la prima volta ed un uomo seppur più grande di qualche anno.

a confortandola Anna: me ne ha fatta quaranta ha una mano leggera. non ho sentito male, e solo un tipo di medicinale mi ha infastidita, Marco e Mattia fanno
gli assistenti, mentre Anna ed Elisa vanno in camera mentre io finisco di preparare, come entra in
camera Anna vedendo il pacchetto sul letto lo apre, dentro un coordinato intimo, entro con la
siringa Elisa è seduta sul letto e annuisce.
Mi vergogno un po’ – alla fine confessa.

Ma dai, è solo una puntura, abbassa i leggings da brava e sdraiati. Sarò delicato.
Davvero? Mi fido.
Leggings calati fin ai polpacci e le cosce coperte da un paio di mutandine nere, di pizzo, coprenti
che lo fasciano strette le natiche sode di una diciassettenne, Anna, le tira giù fino a metà e le prende
le mani per consolarla, – Da che parte vuoi che iniziamo: destra o sinistra.
Elisa: Sinistra – risponde lei.

Inizio a massaggiare il gluteo interessato. E’ sodo da morire.
Anna osserva ogni mia mossa, ogni mio sguardo verso le natiche di Elisa come nuovo le mani
gelosa.
Sei pronta?
Si
Allora buco! Con la mano sinistra sollevo la carne bianca a mò di pizzicotto, ed infilo l’ago.
che entra come se fosse burro, è già nel culetto e le inietto piano il liquido.
Anna:”Non ha fatto storie, è stata brava”.

Finito… – Lei di già… Tolgo l’ago e massaggio soffermandomi per bene.
Anna, dall’altra parte del letto si leva la tuta si prova le mutandine, ed il reggiseno.
Elisa la guarda fissa: “ma tu……………………. ti spogli davanti ad un uomo così ed ha una
donna. Anna: “tranquilla mi ha già vista nuda più volte ed anche davanti al ginecologo, poi sia
io che te Elisa siamo fatte uguali”. Entrambe si rivestono ed andiamo un cucina.

Ormai la pizza ci aspetta, ed i ragazzi son impazienti di mangiare, Elisa ogni tanto si
massaggia, finito tutti i piatti nel lavandino ci sediamo sul divano, i ragazzi continuano in
cameretta con il pc. Io ed Elisa ci accordiamo come fare domattina e domenica.

Buona Notte.

Sfida di Mezzanotte

Orgasmi familiari

Stravaccato beatamente nel salotto di casa mia, alle nove di sera, ragionavo su come la situazione in cui mi trovavo stesse diventando piacevolmente abituale per me, quasi di routine. Mi stavo aprendo la patta dei pantaloni e prendendo in mano un cazzo già duro: di fronte a me infatti due donne stavano limonando tra loro in piedi e nude dalla vita in su. Se la cosa può risultare sorprendente, lo è ancor più sottolineare come le due, non solo avessero due età piuttosto differenti, una 24 e l’altra 41 anni, ma si somigliassero notevolmente trattandosi infatti di mamma e figlia.

Porca puttana! Stavano pomiciando come due liceali e spogliandosi con foga da amanti allupate. A questo punto aggiunge solo un po’ più di pepe alla faccenda notare che la più giovane, Luciana, fosse mia moglie da circa un anno e quindi la sua perversa mammina fosse la mia giovane suocera. Le due ansimavano e slinguavano toccandosi e palpandosi soprattutto le belle tette. Entrambe portavano jeans a vita bassa. Mia moglie aveva scarpe da ginnastica, mia suocera stivali da cavallerizza con i pantaloni infilati dentro.

In quanto a seno sembravano gemelle. Enrica infatti, la mamma, se lo era “gonfiato “ un po’, recentemente, ringiovanendolo di una decina d’anni almeno. Continuarono pomiciare a lungo e a leccarsi le tette, tanto che avevo il cazzo così duro da farmi male.
Mi viene da pensare che non avrebbero smesso più se non le avessi brevemente richiamate con un “Venite qua!”. Si voltarono entrambe a guardarmi: accidenti che belle! Sembravano due gemelle, i volti quasi identici, con le guance paffute tendenti al rossore, il naso un po’ largo ma corto, i capelli biondo chiaro, che mia moglie aveva lisci e lunghi fin quasi al sedere, raccolti in un’unica coda e mia suocera a caschetto, rasati sulla nuca, con ciocche più lunghe davanti.

Le labbra carnose senza eccessi e del tutto naturali, mi facevano pregustare il pompino di coppia che stavo per chiedere loro. Se i visi si somigliavano, i fisici erano praticamente identici, alte 1. 75 e solide senza ciccia inutile, Enrica solo più muscolosa della figlia, dato che per mantenere il fisico giovane si sfiniva quotidianamente in palestra. E i risultati c’erano, se, appena passati gli “anta” e con un tipo di fisico col rischio di ingrasso, si manteneva asciutta e praticamente senza cellulite.

Tutte e due erano molto curate nell’aspetto: niente peli superflui, dalle ascelle alle sopracciglia e ovunque trattate entrambe con depilazione definitiva, una leggera abbronzatura integrale da lampada, unghie curatissime per delle mani belle ed eccitanti, se le si immagina a segare il cazzo mentre succhiano la cappella. Due vere cavalle da monta, fu il pensiero che mi venne in quel momento, e stavo per formularlo se non mi avesse interrotto mia moglie:

“Non vuoi che continuiamo con dei giochino più spinti? Ho una gran voglia di farmela leccare…”, mi chiese.

“Dopo”, le risposi “voglio prima un pompino ‘svuota-coglioni’, che è da stamattina che é duro, da quando mi hai svegliato nel letto salutandolo con la bocca. Non ho avuto modo di usare Antonietta (la mia segretaria, ma questa è un’altra storia), con tutto il lavoro che abbiamo ed ho le palle che mi fanno male. Sai che spreco venirmi in mano mentre vi guardo!”.

Entrambe per mano attraversarono i tre metri di sala che ci separavano e si inginocchiarono davanti al divano, tra le mie gambe.

Erano esperte ed estremamente affiatate da decine e decine di pompini a due bocche fatti nella loro vita.
Aldo, mio suocero e patrigno di Luciana, non le aveva mai risparmiate né con sé, né con gli amici.
Enrica affondò subito giù fino alle palle, strappandomi un gemito di sorpresa, con una facilità a cui non riuscivo ad abituarmi. Non sono un superdotato, ma a 19cm ci arrivo. Eppure lo ingoiava come una caramella, senza esitazione, senza un conato, premendomi piacevolmente la cappella sulla parete del suo esofago (ho sempre pensato che la punta arrivasse ben oltre la sua faringe…).

Nel frattempo la mia dolce mogliettina non era inoperosa, ma leccava con voglia i miei testicoli e più giù la pelle fino al buco del culo. Dopo cinque o sei potenti affondi di mia suocera, si scambiarono ruolo. Luciana si dette a succhiare la cappella brevemente e poi anche lei andò giù per l’ingoio. Non era ai livelli della mamma, ma non per questo il mio cazzo ne godeva meno e non resistetti alla tentazione di tenerla premuta per la nuca.

Solo un poco, per farle guadagnare qualche millimetro nella gola. Qualche colpo di tosse, un mezzo conato, una lacrima, ma lei prosegui su e giù a succhiare senza protestare. Del resto spesso l’ho trattata peggio, scopandola in bocca fino a farla vomitare. Enrica si dava da fare leccando anche lei palle e culo, succhiava la bava che colava dalla figlia, condivideva il leccaggio ed il pompaggio, finendo per limonare con lei con la mia cappella nel mezzo.

Cominciava ad essere infoiata, era sempre così nei pompini, la eccitano da morire. Quando se lo riprese in gola fino ad affondare il naso nel mio pube – depilato come i testicoli – cominciavo ad essere al limite dell’orgasmo. Invece che rallentare i ritmi per durare di più, lasciai fare mia suocera ed il suo arrapamento, per svuotarmi presto i coglioni, certo che la serata mi avrebbe concesso almeno un’altra erezione. Anzi la presi decisamente per la nuca con entrambe le mani sollevandomi quasi dal divano nella foga e la scopai in gola con lo stesso vigore che se fosse stata la sua fica.

Enrica aiutava i miei movimenti andando incontro al cazzo il più possibile, senza un rantolo, una lacrima, una forza di stomaco. Solo le usciva di bocca un rivolo di bava collosa incontrollato, incapace com’era di deglutire.
Pompai fino a venire e quando è la prima schizzata di giornata, significa che sono almeno sette od otto getti piuttosto corposi, a volte densi e lenti, più spesso liquidi e poderosi. Non ebbi modo di vederli perché, anche se mi ero fermato e le avevo lasciato la nuca, mia suocera si teneva la punta del cazzo tra le labbra per non perdersi neanche uno schizzo.

Come ebbi finito mi sentii di colpo esausto e mi lascia i sprofondare sul divano, intuendo lo spettacolo che mi stavano per offrire.
Enrica infatti si era tenuto tutto lo sperma in bocca ed, in ginocchio ma dritta, aspettò che Luciana le si facesse sotto ed aprisse la bocca e poi le rovesciò dentro tutto. Mia moglie sembrò indecisa se ingoiare o no, poi si sollevò sui talloni per essere all’altezza della mamma e le riversò di nuovo tutto in bocca.

E così per tre o quattro volte, sputandosi letteralmente lo sperma di bocca in bocca fino a concludere con una limonata appassionata sul pavimento. Alla fine non ne avevano persa neanche una goccia.
Le mie donne non si fermarono qui ed Enrica, la più eccitata delle due, mantenne l’iniziativa. Sbottonò i jeans della figlia e glieli sfilò lasciandola in perizoma. La fece mettere carponi sul tappeto davanti al divano e le abbassò anche l’elastico dello striminzito indumento.

In quella posizione il culo di mia moglie esprime il meglio di sé, solo e polposo, così rotondo che sembra fatto col compasso. Enrica non perse tempo e le si mise sotto, fra le cosce ed i glutei leccandola e succhiandola con foga, la fica, il clito, il culo. Ci metteva passione, col viso affondato nel sesso della figlia, fin quasi togliersi il respiro. Passava e ripassava la lingua affondandola dentro, entrandoci pure col naso.

Con le mani le strizzava forte le chiappe aprendogliele e tirandogliele, affondandoci le unghie perfette, dandole violente pacche sul culo, per farla fremere e mugghiare. Luciana rispondeva bene al trattamento, eccitata, e roteava il sedere strofinandosi sulla faccia di sua madre e tenendosi con le mani aperte le chiappe, faccia a terra, per mostrarmi i suoi buchi depilati. La mamma le aveva già affondato prima un dito, poi due, nel culo, così, a secco, facendola urlare, ma, per contro, arrapandola di più, tanto che ora grugniva come una scrofa.

Non le ci volle molto a venire con la lingua nella fica e le dita in culo. Rantolò e sussultò a lungo nell’orgasmo, per terminare a terra sfiancata, inebetita dal piacere.

Enrica le si sfilò da sotto e mi guardò, con espressione soddisfatta e di trionfo, consapevole che stava educando la figlia a godere sempre meglio, con più frequenza e più violenza, rendendola schiava del proprio orgasmo, così come lo era lei.

Le feci cenno di sedersi sul divano accanto a me, mentre Luciana ancora guaiva, rannicchiata a terra, con una mano tra le cosce. La baciai con passione, come per ringraziarla di ciò che aveva fatto, proprio con la sua bocca golosa di sessi, sia maschili che femminili. Con la mia lingua nella sua gola, non rinunciai a palparle le tette, sode e dure, strizzandole un po’ e soffermandomi sui capezzoli duri e puntuti che schiacciai tra l’indice ed il pollice con una certa forza.

Strillò immediatamente, segno che erano molto delicati, anche se si dice che chi si rifà il seno perde di sensibilità tattile sulla parte. Il bello di mia suocera è che anche quando la faccio soffrire non si ritrae, anzi, pur non considerandola una vera masochista, lei va incontro al dolore, forse non lo cerca e ne ha addirittura paura, ma non si rifiuta mai di soffrire e immancabilmente si eccita.

“Spogliati”, le dissi, come mi staccai dalla sua bocca e dal suo seno e lei senza batter ciglio si tolse stivali e calze, si alzò in piedi e si sfilò gli aderentissimi jeans.

Poi mi voltò le spalle e piegandosi il più possibile col busto in avanti, mi offrì lo splendido spettacolo delle sua chiappe nude. Non portava mutandine, neanche il più piccolo dei perizomi, e questo lo sapevo. Diceva che le piaceva il ruvido dei jeans che le sfregava la passera glabra ed in più era anche, di solito, il volere di mio suocero.

Poi, senza aspettare che le ordinassi nulla, salì in piedi sul divano, sempre dandomi le spalle e quindi rifilandomi davanti al viso il suo culone.

Si piegò di nuovo in avanti, finché la sua bocca non fu all’altezza del mio cazzo moscio. Finimmo così in un sessantanove volante, con lei che, in precario equilibrio, aveva cominciato a succhiarmi, strofinandomi il solco delle sue chiappe sulla faccia.
Intanto mia moglie si era un po’ ripresa e, appoggiata su un gomito, ci osservava fare.
Enrica era eccitatissima, la leccavo e sditalinavo al meglio che sapessi fare e lei rispondeva con grugniti e muggiti sempre più alti, sbavando sul cazzo e colando umori copiosi dalla fica.

Mi davo da fare e ce la feci a farla venire con due dita di una mano nella sua fica fradicia e il pollice dell’altra direttamente in culo. Certo fu un orgasmino; guaì per un po’ senza scomporsi troppo, mentre io conoscevo i suoi veri orgasmi che erano dirompenti e la lasciavano devastata. Sapevamo entrambi che era però soltanto l’inizio della serata e, nel frattempo, il mio cazzo nella sua bocca aveva riacquistato una certa consistenza.

Enrica si sedette accanto a me sul divano e mia moglie, alzandosi da terra, prese posto dall’altro lato. Mentre mia suocera, sudata e un po’ stordita, si stava riprendendo, passandosi le mani tra i capelli, io mi alzai con Luciana e iniziammo a limonare in piedi. Era già eccitata e si strusciava la fica sulla mia coscia, mentre con una mano mi segava. Enrica però non si concesse riposi ed, inginocchiandosi, si abboccò subito al cazzo.

Che bocca ingorda! Succhiare e ingoiare sembrano per lei una vocazione; è una missionaria del pompino, una consacrata della fellatio e del cunnilingus. Se lo sprofondò in gola, di nuovo fino alla radice, e non potei fare a meno, con la lingua in bocca a mia moglie e una mano sul suo culo, di assecondare il golino, tenendo mia suocera per la nuca e scopandola di nuovo in bocca. Ormai era di nuovo duro ed, anzi, mi tirava da far male, come succede quando si ha la seconda erezione senza un minimo di riposo.

“Ti prego scopami…” mi chiese a quel punto mia moglie, “Ho voglia del tuo cazzo!”.

Fosse per me, sarei venuto di nuovo nella bocca di Enrica, ma non mi feci ripetere l’invito due volte: il dovere coniugale prima di tutto.

“Ti sbatterò fino a farti urlare”, dissi a Luciana nell’orecchio e senza complimenti spinsi col piede mia suocera rovesciandola all’indietro. Cazzo! Con due donne come quelle mi sembra il minimo essere brutali!

Afferrai mia moglie per le cosce e la sollevai inforcandola in piedi.

Gridò di sorpresa e goduria, ma subito si mise a cavalcarmi ed io a spingere. Scopavamo come a****li, con Luciana che mi stava avvinghiata al collo ed io che la tenevo da sotto le chiappe. Ci davo dentro più che potevo e mi sentivo vigoroso come un leone e la insultavo forse banalmente, ma così mi arrapavo di più.

“Dai troia, ti piace il cazzo? Impalati zoccola… zoccola… Che troione di moglie!”.

Lei per tutta risposta urlava ogni volta che la facevo ricadere pesantemente sul mio cazzo teso, del resto glielo avevo promesso, che l’avrei fatta sgolare come una maiala al macello.

Andammo avanti per dieci minuti e cominciavo a sentire male alle gambe, dato che non è un fuscello con i suoi 58 chili. Per fortuna all’improvviso la sentii partire: le arrivò un orgasmo dirompente. Dalla bocca singultava suoni disarticolati e sembrò soffocare, tremando tutta, mentre con più foga la facevo saltare sul cazzo.

Quando l’orgasmo le cominciò a scemare ero esausto dal mal di muscoli e la gettai letteralmente sul divano. Ruggii di eccitazione e mi sentivo così arrapato da essere inferocito. Mentre Luciana ancora gemeva, gli occhi fuori dalle orbite, le assestai due sonori ceffoni che la lasciarono senza fiato, ma che incassò senza alcuna ribellione. A quel punto Enrica, che era rimasta in disparte sditalinandosi a tutto spiano, si fece avanti perché mi dedicassi a lei e fu un bene, perché forse non mi sarei fermato e mia moglie l’avrei picchiata ben bene.

Mi afferrò il cazzo di spalle, premendomi il seno sulla schiena e sussurrandomi:

“Inculami ti prego… Sbattimi il cazzo in culo. ” Non ci vidi più. La sollevai di peso portandola dietro il divano. Si sistemò a pecora, in piedi, appoggiata alla schienale, spingendo indietro il culo. Le sfondai l’ano con un colpo secco, del resto lei se lo tiene sempre pulito e lubrificato, pronto all’uso. Emise solo un lungo gemito, che curiosamente sembrava di sollievo, come quando uno ti inizia un massaggio.

Le ero entrato fino ai coglioni e sentivo il suo intestino fasciarmi il cazzo, stretto. Lo sarebbe stato per poco, perché, tenendola energicamente per i fianchi con entrambe le mani, cominciai a sbatterla violentemente. “Stoc, stoc” era il rumore del mio bacino che schioccava sulla sue natiche piene. Lei stava in punta dei piedi per arrivare meglio col suo buco all’altezza della mia verga, ma nonostante questo, affondando nelle sue viscere, la sollevavo appesa con l’ano al mio cazzo, facendola guaire come una cagna.

Infoiato com’ero, non trattenei la mia tendenza a diventare violento e le davo sonori schiaffoni sulla parte alta delle chiappe. Luciana strillava e mi incitava: “Dai, dai… mandami a fuoco, sbattimi il culo, sbattimi il culo!”. Era fantastico come si muoveva venendo incontro al mio cazzo ad ogni affondo, implorando di essere sfondata. Uscivo fino a intravedere la cappella per poi spingerlo dentro fluidamente ed energicamente. Luciana era con le mani aggrappate al divano, che spesso mordeva per l’arrapamento.

Io ero vicino all’orgasmo e non potevo trattenermi oltre: ero stanco ed i coglioni mi dolevano. Anche lei stava per venire di nuovo e lo implorava: “Vengo col culo… Fammi venire, vengo col culo…”. Godette come un’indemoniata: ruggiva e mulinava il culo. Quando si sollevò dal divano per incollarsi con la sua schiena al mio petto, mentre continuava a roteare le chiappe sfondate dal mio cazzo, non resistetti più. Il suo anello anale si era fatto così stretto che c’ero incastrato dentro fino alla radice.

Venni così, con una sborrata lunga e quasi dolorosa, da prosciugamento totale, visto che era la seconda in una serata sola. La spinsi di nuovo con la faccia sul divano e tenendola per i fianchi finii di godere nel suo intestino sfregando la cappella con delicatezza sulle pareti del suo retto. Luciana non si era persa la scena e si era subito fatta sotto quando ci aveva sentito venire. Come uscii dal culo di mia suocera, lei era pronta a ripulirmi la verga, con un risucchio che mi fece quasi urlare, data la sensibilità della cappella dopo una sborrata.

Poi si dedicò alla mamma che, sfinita, era letteralmente riversa sullo schienale del divano. Si riprese un po’ quando sentì la figlia che le allargava le chiappe e l’aiutò a farlo. Luciana le leccava il buco del culo da cui colava sperma e la madre le facilitò l’operazione cominciando a spingere come se dovesse defecare. La rosa dell’ano era ancora spaventosamente dilatata e lo sperma usciva copioso ad ogni spinta e sbucava fuori anche la carne enfiata e rosa acceso dell’interno dell’ano.

Mia moglie non si perse neanche una stilla del succo delle mie palle ed in breve il culo di Enrica fu ripulito della mia sborrata. Eravamo tutti e tre sudati e sfiniti. Le donne si sdraiarono pesantemente sul divano carezzandosi i capelli e dandosi bacetti. Come erano dolci!

“Come godo con voi due non mi succede con nessuno…” disse Enrica tenendo il volto della figlia tra le mani, “neanche con Aldo o col negro più cazzuto… sarà per via della perversione dell’i****to.

” “Mamma! Che troia che sei! Come faresti senza il sesso? Vivi solo per godere…” le rispose mia moglie. “E’ vero… ma anche tu non scherzi e tuo marito è un gran scopatore” aggiunse Enrica sorridendomi, “e poi mi piace quando diventa violento… mi sento cagna…schiava…”.

“Già. E stasera eri in vena, vero amore?” mi chiese Luciana girandosi verso di me. “Cazzo! M’avete fatto godere due volte, tanto che ora mi gira la testa!” risposi, “con due come voi sarò sempre in vena e poi mi sembra che non ti dispiacciano gli schiaffoni…”.

“Certo…mi farei sculacciare anche ora, anche se sono venuta fino allo sfinimento…lo sai che sono tua e il mio corpo è cosa tua…”.

Misi fine a questi discorsi masochisti andando a prendere da bere. Un bel drink forte era quello che ci voleva, poi tutti a letto, ognuno a casa sua. Enrica che abitava a cinquecento metri da noi, nella stessa tenuta di campagna, rincasò nuda.

“Sfida a mezzanotte”

Quella sera soffiava un vento gelido che spingeva i pochi paesani riluttanti verso le proprie abitazioni alla ricerca di un ambiente caldo, dove consumare con i familiari una cena riparatrice del fuggevole pasto di mezzogiorno e dei disagi imputabili ad un inverno che proprio quell’anno si era particolarmente accanito con acqua, bufere di neve, temperature gelide e tramontana, sul tranquillo paesino dell’Italia centrale.

Raramente al paese avevano avuto inverni così duri.
Quello “mitico” del ‘29 era materia inesauribile dei racconti degli anziani al bar che facevano a gara per aumentare i metri di neve caduta in quell’anno.
Lo pensava proprio quella sera Aldo, il gestore del “Bar Commercio”, che nonostante l’ora canonica del pasto serale sostava ancora nel locale, bestemmiando per il ritardo della moglie con la quale si davano i “cambi”.
Proprio un tempaccio.

La cosa non gli dispiaceva, il suo locale era adeguatamente riscaldato e attirava più gente degli altri bar. Oltre che dotato di una bella stufa e rilevanti canalizzazioni che mantenevano costante la temperatura, c’era il modo singolare del barista di gestire il rapporto con i clienti.
Del resto non era un caso se anche d’estate poteva vantare il maggior numero d’ombrelloni aperti sulla piazza principale, a far da cappello a giocatori di carte, calciofili, filosofi dell’ovvio, giovani perditempo dai discorsi monotematici sulle ragazze.

Da “quelli” della politica che si miscelavano con “quelli” del calcio che a loro volta intrecciavano discussioni con “quelli del ciclismo”, tutti insieme a spettegolare di corna altrui con molti presenti, più o meno inconsapevoli, soggetti delle storie narrate.
Al solito tavolo il temuto e rispettato Giovanni, “gigante” irsuto delle granaglie, che unico si permetteva gli ordini “alla voce” tuonando l’inconfondibile: “Aldo!!!!!……un Chivas”, intendendo la marca più costosa di whisky. A fargli compagnia, mal sopportato, ma come tutti i ruffiani, indispensabile per tessere la rete boccaccesca che poi il nostro possente Casanova avrebbe raccolto con la preda dentro, il barbiere Belindo.

L’ingresso del bar era sulla piazza, ma c’era una porticina nella sala biliardo che, oltre a comunicare con i vicoli retrostanti, era utilizzata come via di fuga per avventori in incognito nel caso di visite inaspettate o inopportune.
Il signor Aldo era un uomo tarchiato, di forma a “barilote”, coi pochi capelli sempre spettinati a formare due teorici “cornetti” luciferini e l’immancabile “sinalone” legato in vita alla maniera dei croupier, ma con l’aggiunta di alcune macchie leopardate multicolori di varia estrazione e provenienza.

Il “Bar Commercio”, era punto di riferimento e ritrovo dei paesani, anche se il carattere del proprietario non era dei migliori, ma proprio le sue sfuriate, i litigi, il suo partecipare attivamente a tutte le chiacchiere anche quando il suo “ruolo” ne avrebbe sconsigliato l’intervento, rendeva il luogo “unico” e irrinunciabile.
D’altra parte dove potevano passare il tempo i giovani e gli anziani delle famiglie del paese? Certamente non al paludato bar del “Circolo Culturale”.

Maggior concorrente del sor Aldo e con vista a fronte il Circolo che situato in cima alla via che portava in piazza, godeva di maggior altezza, nel senso della struttura dello stabile e del “censo” sociale dei suoi iscritti.
Nelle ampie e ben arredate sale si pavoneggiavano i figli, i padri e gli zii, con rispettive signore, di quella borghesia di paese, umoristicamente eccessiva e pomposamente fuori del tempo.
Il presidente era il signor Battista, un gemello del Vittorio de Sica gloria del cinema nazionale, al quale somigliava in maniera impressionante.

Sempre elegante, con la “farfalla” a pois e l’incedere aristocratico, con unico neo lo scricchiolare delle scarpe ad ogni passo; il suo passato era abbastanza misterioso, ma con un’elezione tutta da raccontare.
Quella sera nella sala centrale del circolo la lotta, all’ultimo voto, era fra il Generale in pensione e il Presidente della locale squadra di calcio.
Nella sala, percorsa in modo febbrile dai supporter dell’uno o dell’altro aspirante, l’unico quieto era un personaggio fin allora sconosciuto: un signore di grand’eleganza e distinzione, compostamente seduto, silente ed attento all’ennesima, inutile operazione di scrutinio dei voti.

La presenza del quale fu notata da uno dei tanti “infiltrati” del Bar Commercio, presenti in sala per seminare zizzania. Il ragazzo, Alberto il suo nome, non era nuovo a burle e scherzi poi assurti all’onore delle cronache paesane.
L’idea che gli balenò nel cervello fu la seguente: come nel calcio paesano, un giocatore proveniente “da fuori”, al di là delle qualità, otteneva immediatamente il posto da titolare in squadra, così lo “straniero” in sala, col suo fascino misterioso, poteva influenzare quel branco di pecoroni costituenti l’Assemblea e fungere da terzo incomodo nella lotta, determinando una situazione inattesa con esito imprevedibile.

Il passa parola e soprattutto il passa bigliettini di voto, ottennero un risultato clamoroso, non solo si creò “casino”, che era lo scopo reale dell’operazione, ma addirittura il sig. Battista, sconosciuto a tutti, stravinse alla grande al primo ballottaggio, e fu eletto nuovo Presidente del Circolo Culturale con grande scorno per i titolati pretendenti e tutte le conseguenze festose al Bar Commercio, nel quale si fece l’alba per il ridere ed il bere che un raggiante sor Aldo erogò con abbondanza.

Basterebbe soltanto quest’aneddoto per comprendere, senza alcuno sforzo, che l’inimicizia era nella pelle. Nulla accomunava i due ritrovi e i suoi frequentatori, se non una: la passione per il gioco del biliardo.
Un tappeto verde univa il popolo del paese: quello del calcio domenicale.
Un tappeto verde lo divideva: quello della “stecca”.
Nei due luoghi antagonisti ci si preparava tutto l’anno per le due sfide, una da giocare in casa, l’altra in trasferta, in giugno e in gennaio, al meglio delle tre partite a “48” punti.

Con la fronte imperlata di sudore o con le dita intorpidite dal freddo, i due campioni designati dalle rispettive “colonie”, si sfidavano all’ultimo birillo.
Nei mesi successivi era sollazzo e prese in giro da parte dei vincenti, fino alla successiva sfida dove i perdenti cercavano di rivalersi sull’avversario.
La partita era vissuta in modo diverso dai due ambienti.
Al Circolo della Cultura, la maggior parte dei signori non più giovani riponeva l’interesse in cose più “nobili”, come giocare il cospicuo pokerino notturno, causa di tante fortune dilapidate e brillanti carriere bruscamente stroncate.

Al Bar del Commercio, oltre la briscola ed il tressette “da consumazione” non si andava e tutti seguivano la preparazione al biliardo.
Meno uno.
Il sor Giovanni, commerciante in granaglie in Italia e udite, udite, anche all’estero!
Questo particolare cliente, quando gli impegni di lavoro non lo portavano nell’Est Europa, era presente tutti i giorni ai tavoli del bar, per raccontare con l’immancabile bicchiere di Chivas in mano, avvolto dal fumo dell’eterna sigaretta, circondato da ammiratori in silenziosa adorazione, le sue avventure amorose con le belle straniere e le spionistiche avventure oltre cortina.

Per lui, oltre il lavoro, le donne e il Chivas non s’andava; del biliardo e del Circolo, non gliene poteva fregare di meno.
Quella sera, della quale narravamo in inizio di racconto, il barista Aldo aspettava con impazienza il “cambio” da parte della moglie, per ritornare rapidamente, dopo aver consumato una cena frugale, al bar Commercio ed organizzare la sala per la riunione che avrebbe avuto come ”ordine del giorno” la disfida di sabato 23 gennaio.

Soltanto tre giorni per sapere…
A giugno, purtroppo, il campione dei “peones” era stato battuto “in casa” dall’avversario, soprattutto per un incidente verificatosi durante lo svolgimento della gara nella quale era in vantaggio.
Era successo in un’uggiosa serata di giugno.
La sala, nel seminterrato del Bar Commercio, era gravida di popolo tifoso grondante sudore, avvelenato dalla spessa cortina fumosa, che seguiva in silenzio le carambole delle palle sul panno verde nel folle balletto dei piroli.

Bisogna premettere che all’ingresso della sala, sulla destra, era posta una panca per quattro/cinque persone, solitamente usata per lo scherzo dello “straniero” che consisteva nel lasciare libero il primo posto ed occupati gli altri. Quando un nuovo frequentatore si sedeva sull’unico posto libero, gli altri quattro si levavano contemporaneamente in piedi facendo volare per forza d’inerzia il malcapitato in aria, accompagnato dai sollazzi dei frequentatori abituali.
Orbene, nel momento in cui il campione del Circolo Broccolino tentava un tiro “di calcio” a palla coperta, difficoltà massima e l’attenzione nella sala era lancinante, il campione di casa, il sor Penni, decideva improvvidamente di sedersi sul posto dell’impiccato; quelli della panca, fosse la tensione o la disattenzione, abituati a quel movimento, meccanicamente s’erano alzati, determinando l’immancabile capitombolo del “nostro”.

Le conseguenze furono pesanti.
A partita iniziata le sostituzioni non erano ammesse e il sor Penni pur continuando con orgoglio ed abnegazione per la causa, perdette in malo modo.
La sconfitta angosciò il sor Aldo che, dato il carattere nervoso, si rifece coi quattro panchinari duramente malmenati e cacciati a tempo indeterminato dal bar.
Tutta l’estate fu un tormento, non fosse altro per il modo nel quale era maturata la sconfitta.

Dal terrazzo del Circolo, lassù in alto, gli scherni e i sollazzi erano quotidiani e non bastavano certo le mani alzate a mo’ di corna, per sollevare dubbi sull’onorabilità delle Signore, a chetare i vincitori, cornuti ma contenti.
S’attendeva il “ritorno” da giocare fuori casa, ma da vincere con tutti i mezzi: leciti ed anche, perché no, illeciti.
Nella riunione della serata bisognava decidere il sostituto del signor Penni.
S’era fatto di tutto per rimetterlo in sesto e lui stesso aveva provato e riprovato, ma lo spostamento di due costole abbisognava di ben altri tempi per recuperare e a malincuore avevano dovuto alzare bandiera bianca.

Il sor Penni era un giocatore sopraffino, della scuola sudamericana, dalla quale aveva mutuato lo stile perfetto col quale interpretava il tango “figurato” nei veglioni di carnevale.
Longilineo, coi capelli tirati a brillantina e divisi lateralmente da una riga geometrica, eleganza all’inglese mai vistosa fatte salve le scarpe bicolori, foulard al collo e sigaretta montata su bocchino d’ambra: era il cuore delle donne che lo mangiavano con gli occhi, ma i suoi interessi erano altri.

Se un ipotetico forgiatore d’uomini avesse dovuto costruire un modello opposto al suddetto, non poteva far di meglio che aver creato il signor Broccolino, l’avversario di sempre.
Questi era un commerciante di pellami che dell’olezzo relativo non riusciva mai a liberarsi.
Nonostante ciò era considerato un gran cacciatore di donne o almeno per tale si accreditava, con qualche perplessità degli auditori soprattutto perché considerato di “bocca buona” contentandosi di qualunque soggetto respirasse.

Il suo era un non stile: uomo grossolano, gran lavoratore, si era arricchito e negli affari andava per le spicce adoperando spesso le maniere forti, avendo in gioventù tirato di boxe.
Al biliardo però era un satanasso, non aveva certo lo stile del Penni, ma era concreto ed efficace.
Avversario mai domo e duro da battere per chiunque, non disdegnava trucchetti che mai avrebbe adottato l’avversario.
Ora per sfidare questo maglio si doveva trovare, rapidamente, un fuoriclasse all’altezza del compito e soprattutto con la certezza che lo battesse.

Dopo tre ore di dibattito litigioso, dove si era rischiata la rissa quando il Bellini per l’ennesima offesa rivoltagli di eccedere nel bere, era uscito, rientrando dopo pochi minuti mulinando la pala da muratore bloccata dal pronto intervento del sor Aldo, si arrivò all’ovvia ed unica conclusione: al paese il “campione” non c’era.
Dovendo comunque designare l’uomo della “sfida di mezzanotte”, si procedette per votazioni successive arrivando più volte allo scontro fisico, con lancio di cestini, cappotti, berretti ed anche dell’ultima “pasta” rimasta sul bancone che guarda caso è chiamata “bomba”.

Fu la goccia che fece traboccare il vaso: il sor Aldo con passo svelto aprì la porta principale del bar e in un baleno spalancò quella secondaria.
La forza della natura che premeva da giorni per entrare nel locale e n’era stata respinta, si prese la sua rivincita. Un turbine di vento gelido fece volare tutto quanto riuscì a sollevare: cappelli, giornali, ombrelli, un vecchio quadro raffigurante figura di donna discinta ed il telo verde del biliardo che provetto aquilone veleggiò sulle teste degli astanti.

Tutti cercarono di difendersi come potevano e in questo sforzo sbollirono i loro spiriti.
Qualcuno tentò vane proteste che il ghigno del gestore scoraggiarono dal proseguire.
In poco tempo si stabilì che, per quanto ancora giovane, Giorgio Mondroni era il più dotato ed avrebbe rappresentato un’indubbia sorpresa nel campo nemico: fu votato all’unanimità, complice la solita “truffa Alberto” suo intimo amico.
Mentre si ultimavano le ultime operazioni di conta, Aldo, seppur soddisfatto per la sua opera unificatrice, non lo era affatto per la scelta, seppur inevitabile.

Qualcun altro, all’esterno, sorrideva soddisfatto, ma per le ragioni opposte a quelle del barista.
All’angolo della casa dei Rossi, il “colonnello”, appoggiato al suo scopone, il corpo deforme ed inerte, simile al monumento che in mezzo alla piazza celebrava l’eroina del paese, aveva spiato per il Circolo e questo nessuno poteva immaginarlo.
Il povero ragazzo, nato gobbo e per questo oltremodo dileggiato dagli assidui clienti del Bar Commercio, era figlio d’una famiglia umile.

Il soprannome di “colonnello” gli derivava da quest’episodio: gettatosi dal secondo piano della povera abitazione ed essendo atterrato senza gravi conseguenze, ai primi soccorritori che chiedevano increduli come si fosse salvato, il ragazzo farfugliò con voce nasale: “coll’ombello!”, ed, in effetti, lì nei pressi un povero ombrello giaceva, fiero del salvataggio.
Da quel “coll’ombello” a “Colonnello” ci volle poco, in quel paese dove anche le mosche avevano il soprannome.
Il “colonnello” era per la sua povera natura fatto bersaglio d’ogni genere di scherzi volgari e pesanti e per reazione alle umiliazioni quotidiane era diventato la perfida “quinta colonna” del signor Maurizio, suo capo al dipartimento della nettezza urbana e soprattutto facente funzioni di consigliere al Circolo della Cultura.

Quando il nostro Giuda, con passo sbilenco, entrò sogghignante nel salone al primo piano del Circolo, trovò Maurizio al tavolo del poker; bastò uno sguardo e i due s’appartarono nella saletta della segreteria.
Maurizio teneva giustamente nascosto il loro vero rapporto, altrimenti il suo informatore sarebbe stato bruciato in tutti e due i sensi: metaforico e reale.
Gli iscritti del Circolo, vedendoli insieme, pensavano che il capo dipartimento stesse comandando il lavoro per il giorno dopo.

Quando la notizia passò dalle labbra del “colonnello” all’orecchio di Maurizio, la certezza e la gioia di festeggiare un carnevale “brasilero” pervase il consigliere che, liquidato il suo “agente” lasciandogli per l’indomani giornata libera, radunò con discrezione il gran consiglio.
Erano presenti, il presidente signor Battista, il vicepresidente dr. Pecchio, il segretario Mario Cingoletti, uno dei probiviri il maresciallo Chieti, il Broccolino, il miglior esperto di biliardo e suo compagno di allenamento il Sor Cesare e Maurizio che comunicò loro la notizia.

Sorrisetti mal celati, toccatine benauguranti, richiami alla discrezione ed al silenzio e soprattutto: “calma e gessetto”.
Furono messi a punto gli ultimi particolari per l’organizzazione della serata che avrebbe visto l’arrivo degli odiati rivali; fu incaricato il Cingoletti dell’approvvigionamento di una partita di bottiglie di “schiumante” di marca per i festeggiamenti.
Ormai la domenica era vicina, il tempo stringeva, soprattutto per gli avversari.
Al Bar Commercio, nei due giorni successivi fu come alla vigilia dei grandi match di pugilato, tutti intorno al biliardo, silenzio in sala e allenamento continuo del giovane Mondrioni sotto gli occhi esperti del Penni.

Questi, seduto dolente sul ballatoio, impartiva direttive come l’ammiraglio Nelson dalla tolda del suo “Victory” a Trafalgar prima della vittoria, con l’unica differenza che neanche il più inguaribile degli ottimisti avrebbe scommesso una lira su quel pivello.
Era talmente alta la tensione per gli allenamenti, che il popolino del Bar trascurava i maneggi giornalieri della bella pizzicagnola che solitamente faceva girare le teste, secondo i suoi spostamenti all’interno del negozio, alternativamente a destra e sinistra, come avviene nelle partite di tennis.

Ciò provocava la felicità di Alfonsino, un rosso dai piedi piatti di mezz’età, che mentre aiutava nei lavori della salumeria, gustava in esclusiva, ogni mossa, della Venere, pur consapevole che quel bocconcino e quelle forme, erano destinate al “tocco” del Sor Giovanni Tettavalle.
Il ruvido dongiovanni, dall’interno del poderoso Mercedes parcheggiato di fronte al negozio, inviava l’ambasciatore Belindo a perfezionare gli ultimi particolari per l’incandescente serata.
Al mattino della domenica il vento di tramontana, che aveva imperversato per giorni interi, era all’improvviso caduto, lasciando il campo al silenzio inquietante che precede la tempesta, ma al momento il cielo era terso e la giornata festiva stupenda per colori e nitidezza di paesaggio.

Alle undici ci fu il rituale della chiacchiera in piazza, l’uscita della messa, lo “struscio” dei ragazzi con le ragazze, il pranzo, il derby calcistico del pomeriggio col paese vicino. Le scazzottate con gli avversari e il classico inseguimento dell’arbitro, reo di aver concesso un rigore inesistente che aveva determinato la sconfitta dei “nostri”.
Fin li tutti i paesani, signori e plebei, s’unirono nei rituali suddetti.
Ma a partire dalle sei del pomeriggio il gelo scese sul proscenio della sfida serale.

La bomba esplose, inattesa, alle 11 di quella sera, all’arrivo della delegazione del Bar Commercio nella sala da biliardo del Circolo della Cultura, gremita di tifosi assetati di sangue per la sfida di mezzanotte.
Da detonatore fece l’arrivo inatteso, nella mattinata, di Aurelio, nipote del Sor Quintino, macellaio del paese e padre del giovane Alberto.
Aurelio era il figlio di sua sorella Elvira residente a Lecco.
Ora, cosa c’entri tutto questo con le vicende fin qui narrate sarebbe difficile da spiegare, se non per un particolare per nulla trascurabile: Aurelio era campione regionale di biliardo della Lombardia, ma nessuno ne sapeva nulla.

Lo scoprì per caso, parlando con lui a tavola, Alberto che da quel momento non riuscì ad ingoiare nemmeno un bicchier d’acqua.
Il suo pensiero, lungi dal farsi corrompere da altri ragionamenti, correva alla partita di biliardo, alla più che probabile sconfitta ed al miracolo manifestatosi coll’apparizione di suo cugino Aurelio che, cinta l’aureola, avrebbe guidato alla vittoria il suo bar.
Come il Sor Quintino si assentò per imprescindibili necessità fisiologiche, Alberto mise in atto una rapida fuga da casa che, pur non essendo una novità assoluta, (per solito avveniva per i tetti, essendogli preclusa la porta dalla figura minacciosa del babbo), lasciò i commensali di stucco.

Col cuore in gola, risalì ansimante il vicolo, entrò nel Bar dalla porta sul retro, scese le scalette che immettevano nella sala del biliardo e crollò sulla brandina che era usata dal sor Aldo per il notturno.
Nella saletta era presente il team al gran completo: Giorgio Mondrioni alla stecca con il sor Penni alla “consolle”, il sor Aldo dall’alto del vano bar con cipiglio imbronciato all’indirizzo degli avventori che avessero tentato l’ordinazione.

Gli altri silenti e preoccupati seguivano le evoluzioni delle palle e dei piroli che, in realtà erano involuzioni in quanto il Giorgio, emozionandosi per l’avvicinarsi dell’ora fatidica, peggiorava le proprie prestazioni.
Quando i presenti videro Alberto in quelle condizioni, pensarono che a differenza di altre volte, fosse stato raggiunto dal sor Quintino e giustiziato. Con l’aiuto di un cognacchino decifrarono da quelle frasi sconnesse la grandiosità del messaggio e nella sala calò un silenzio irreale.

Il sor Aldo, come sempre, ebbe la reazione più rapida: cacciò in malo modo i pensionati già nel mirino per il nulla consumare, corse ad abbassare la serranda di accesso al bar collocandoci la scritta “chiuso per la partita di calcio”.
La discussione iniziò non appena Alberto si fu ripreso e vertette non tanto sul tentativo d’ingaggio immediato e segreto del campionissimo, ma su come affrontare la cosa col sor Quintino.
Qualcuno sorriderà, ma per l’incoscienza o la non conoscenza del soggetto che andiamo a trattare.

Il sor Quintino, uomo dal cuore d’oro che sfamava gratuitamente tutte le famiglie bisognose dei vicoli, era però un iroso “bastian contrario”, allergico ad ogni forma di autorità, nemico giurato del potere in qual si voglia sua forma si configurasse: sindaco, prete, farmacista, direttore della locale banca e via dicendo.
Il tutto non per un motivo specifico ma solo perché agli occhi dei compaesani rappresentavano qualcosa d’importante e lui l’importanza la riconosceva soltanto alla bella carne, alla “coppa”, alle salsicce e soprattutto alla caccia, sua unica passione assoluta e totale.

Al minimo sgarbo su queste materie shittava la terribile reazione.
Il figlio Alberto ne sapeva qualcosa, le rincorse sui tetti da parte del babbo, erano ormai proverbiali.
Ora affrontare in una siesta domenicale il sor Quintino, con in casa quattro o cinque fucili carichi a portata di mano, non era cosa da ridere.
L’idea vincente non poteva venire da altri che non fosse il figliol prodigo, che suggerì il coinvolgimento del compare Zerbino, grande amico di famiglia, compagno di cacciate appassionanti del nostro macellaio.

Sulla “millecinque” Fiat, messa a disposizione e guidata da Terzilio il noleggiatore, presero posto con gran difficoltà: Alberto, il barbiere Piedipiatti, Rossi (famoso antiquario di mobili antichi religiosi, di dubbia provenienza), Bruno Fretti, supertifoso della Juventus e Ginetto il fruttarolo.
Il sor Aldo col Penni continuarono l’allenamento del Mondrioni, nel caso in cui il tuonare del fucile avesse messo fine al bel sogno finora soltanto accarezzato.
La banda fece tappa al macello del sor Quintino dove, con la doppia chiave, Alberto trafugò vari “tagli” di prima scelta da usare come viatico col compare.

La regalia e la promessa dell’uso della bicicletta da corsa nuova fiammante di Alberto fecero breccia nel buon cuore di Zerbino che, comunque aveva già deciso autonomamente, ma si guardò bene dal dirlo, di andare a trovare il compare per proporre una battuta di caccia per quella nottata.
Così ci guadagnarono tutti, meno Quintino che alla riapertura del negozio, scoperto l’ammanco, avrebbe cercato di saldare i conti con chi sapete voi, naturalmente senza riuscirvi, come sempre.

Il compar Zerbino salì le scale di casa, con Alberto ben allineato e coperto dietro di lui e trovò la Sora Lella che giocava a briscola col nipote Aurelio e sul comodo divano l’organo a settantacinque canne di Quintino in piena funzione, talmente impegnato in quel roboante concerto che soltanto l’uso dei richiami da caccia riuscì nell’opra di risvegliarlo.
Non appena l’ingannevole squittire del tordo giunse all’orecchio del sor Quintino, l’aprire gli occhi e imbracciare la doppietta in posizione di sparo fu un tutt’uno e soltanto la visione del compare, a braccia in alto, in segno di resa, non fece shittare i due cani del fucile.

Tutto sommato non fu così difficile ottenere il benestare all’utilizzo del nipote, bastò scambiarlo con la promessa di un nugolo di storni e beccacce, avvistati nella campagna e pronti per finire sul bancone della macelleria: per il primato cittadino del Sor Quintino, miglior cacciatore al cospetto dei tanti invidiosi pretendenti.
Aurelio, accettò con entusiasmo, felice di sfuggire alle grinfie dell’invadente zia e alla briscola, in favore di un sicuro divertimento ai danni di quei poveri provinciali.

L’affare era fatto.
La brigata s’incamminò festante per il vicolo con destinazione Bar Commercio, pregustando una serata da non dimenticare.
Il Sor Quintino e il compare Zerbino, pregustando un cannoneggiamento nella campagna di Ospedaletto.
Alle 11 precise, la delegazione del Bar Commercio fece il suo ingresso solenne nella sala da biliardo del Circolo della Cultura gremita di tifosi starnazzanti per…… la sfida di mezzanotte.
Quando l’Aurelio, accompagnato dal Sor Penni, dopo aver salutato il pubblico con un aristocratico inchino, si diresse alla rastrelliera delle “stecche” per la scelta dello “strumento”, dal proscenio si levò un “ooohhhh!” di stupore.

Broccolino, che si stava scaldando da oltre mezz’ora, provando stecca personale e tiro sul campo di gara, quando si vide porgere la mano dall’emerito sconosciuto e capì che sarebbe stato il suo sfidante, cercò con lo sguardo, in mezzo al pubblico, il sor Cesare.
Ma il sor Cesare, già all’ingresso della delegazione in campo, vedendo quel volto non conosciuto ed avendo frequentato le più titolate sale da biliardo della Capitale, aveva avvertito un disagio crescente, intuendo che qualcosa non andava, e mentre lo sguardo del Broccolino monitorava la sala alla sua ricerca, egli era già arrivato, col suo incedere sincopato alla porta della Presidenza, aveva bussato ed era entrato, carico di dubbi e foschi presagi.

All’interno trovò un Signor Battista piuttosto agitato, intento a riempire una valigetta con documenti ed effetti personali. Messo al corrente della situazione imprevista, non mostrò grande interesse.
La cosa non sorprese il sor Cesare, che aveva già notato altre volte la stranezza del personaggio e la poca partecipazione alle vicende del Circolo, ma in quella circostanza la cosa lo preoccupò particolarmente e con maniere energiche e parole spicce lo convinse a recarsi nella sala del biliardo.

Quando entrarono nell’arena strepitante, i due contendenti stavano “arrotando” le stecche col “gessetto”, le due palle parallele, pronte per l’accostaggio che avrebbe determinato il diritto al primo tiro.
Il presidente del Circolo Culturale, riavutosi dal suo torpore, afferrò energico il microfono e col suo stile forbito richiese ed ottenne il silenzio assoluto ed attaccò:
“Questa straordinaria disfida è stata sempre disputata da concorrenti locali, poiché mi sembra di capire che il signor…?”
Qualcuno dal pubblico mormorò: “Aurelio” ed il sor Battista, “che il signor Aurelio, non fa parte del consesso paesano, senza alcun’offesa per lei, evero, ritengo che soltanto il benestare del nostro caro Broccolino possa autorizzare l’avvio di questa nobile tenzone.

Diversamente ci vedremmo costretti ad annullare la gara. ”
Il suo parlare magniloquente e la velata minaccia di una serata tanto bramata mandata in fumo, colpì la platea che, insolitamente silenziosa, rivolse la sua attenzione al campione del Circolo.
Il Broccolino non conosceva la paura anche se le viscere consigliavano, col loro sommovimento pericoloso, una certa cautela.
Guardò il tavolo della giuria e finalmente incrociò gli occhi del sor Cesare che inviò il messaggio tramite lo scuotimento orizzontale della testa: “NOOO!”.

L’allievo, nel silenzio più assoluto, vide in quell’interminabile attimo sfumare la possibilità di passare alla storia delle sfide cittadine come colui che aveva respinto l’assalto straniero alle mura del suo “Circolo”. Così, forte della propria sbruffoneria, tuonò il fatidico: “SI !!”.
La sala scoppiò in un irrefrenabile giubilo, alimentato soprattutto dai “nostri” conosciuti furbacchioni che unici in quel consesso si potevano leccare i baffi, davanti ad un bel Broccolino cucinato arrosto con patate.

Ad un imperioso gesto del temuto probiviro Chieti la sala zittì.
Il sor Cesare inquieto fumava nervosamente l’ennesima “muratti”.
Col classico scorrimento delle stecche sul pollice e l’indice della mano sinistra formanti una forcina, il tocco impercettibile del puntale sulla palla, s’iniziò il match.
Era l’accostaggio per stabilire chi, dei due contendenti, dovesse tirare per primo.
Il dolce ruotare delle sfere verso la sponda di partenza. Il silenzio. Gli ultimi impercettibili giri delle palle.

Quella del Broccolino ferma ad un centimetro dalla verde proda, l’altra a baciare.
Un vulcano eruttò nella sala, scaricando tutta la tensione accumulatasi nelle ultime giornate, ore, minuti e furono rombi, lava, cenere e lapilli.
Finalmente si giocava.
Al primo tiro, del primo “quarantotto”, Aurelio mandò con tocco perfetto la palla avversaria sui piroli che crollarono tutti sul panno e poi come telecomandata terminò la corsa nelle fauci della buca.

“Due.. quattro.. sei.. otto…e quattro fanno dodici, più due della buca: quattordici!!!” compitò il “Barone” Armando addetto alle “palline” colorate che segnavano i punti dei due contendenti.
I supporter del Bar esultarono a lungo, il Broccolino guardò sconcertato verso il posto occupato in precedenza dal sor Cesare, ma lo trovò vuoto come il suo stomaco secernente acidi gastrici letali.
Il presidente col Cesare ed il segretario Cingoletti erano chiusi nel salottino attiguo.

Dopo un breve parlottare decisero che il Cingoletti Mario, centralinista del Posto Telefonico pubblico, avrebbe raggiunto la sua postazione giornaliera e preso contatto coll’Associazione nazionale biliardo per scoprire qualche cosa sul conto del misterioso straniero.
Già al primo colpo il Sor Cesare aveva capito con chi avevano a che fare.
Al “Commercio”, Aldo sostava dietro la vetrina del suo bar vuoto e si godeva in pace l’ennesima “esportazione” senza filtro, guardando, in lontananza, le finestre illuminate del Circolo e prestando orecchio ai rimbombi che da esso giungevano.

Era certo del risultato finale della gara e comunque mai era andato in campo avverso, i suoi piedi si sarebbero rifiutati di varcare l’odiata soglia.
Nella piazza vuota, illuminata fiocamente dai lampioni, comparve all’improvviso, strisciando rasente i muri, una figura sghemba, con le lunghe gambe magre che aravano rapidamente l’asfalto.
Quando fu di fronte alle vetrate del Bar Commercio, istintivamente gettò uno sguardo sfuggente all’interno, ma fosse per i pensieri che gli correvano in testa o per la miopia cronica, non vide nemmeno lo sgradito spettatore di quella sua cavalcata notturna e proseguì “stortignaccolo” verso il posto telefonico pubblico, laggiù in fondo alla piazza.

Il sor Aldo invece lo aveva riconosciuto subito e cominciò a preoccuparsi: “Il Cingoletti, durante la gara che va al lavoro? Non può essere…a meno che…”.
Nella sala fumosa, la partita si stava trasformando da tragedia in farsa.
All’inizio il pubblico seguiva con partecipazione rumorosa la sfida ed era attento e nervoso, ma coll’andare delle carambole, dei colpi più spettacolari dell’Aurelio e di contro coll’affannarsi di Broccolino che oltre a non raccogliere un punto, non riusciva nemmeno a colpire la palla avversaria, cominciò a rumoreggiare all’unisono.

In aria già volavano cartocci di vecchi giornali e la situazione rischiava di degenerare.
Alla caserma dei carabinieri il maresciallo Casella si apprestava a salire sulla camionetta con due militi, il suo volto inespressivo nascondeva un gran turbamento, la destinazione era il Circolo Culturale.
Il centralinista Cingoletti dopo aver armeggiato nervosamente con gli spinotti, ottenne la comunicazione desiderata. Dopo le prime risposte alle sue domande, il suo volto scheletrico da cinereo divenne nero di rabbia, le spesse lenti da miope volarono in aria.

Lasciata la comunicazione aperta e il posto incustodito, si precipitò di gran carriera, per quanto consentitogli da quella struttura dinoccolata, nella direzione del Circolo.
Il sor Aldo che non s’era spostato d’un centimetro dal primo passaggio, assistette al secondo con turbamento misto a disperazione: era del tutto evidente che la “partita” si metteva male ed allora spense le luci, serrate le porte, prese cappello e data la buonanotte ai “suonatori”, si recò da Venanzia, eterna consolatrice delle anime in pena.

Mentre la camionetta dei carabinieri parcheggiava davanti al cinema, locale attiguo al Circolo, ed il segretario Cingoletti imboccava di gran carriera la rampa delle scale del medesimo, una lussuosa Lancia “Ardea” arrivava da Perugia con all’interno tre signori di gran classe, vestiti con abiti scuri e garofano all’occhiello, accompagnati da altrettante signore emananti grande charme.
Nella sala biliardo del Circolo la partita era giunta all’ultimo atto.
Dopo il primo “48” a zero punti, anche il secondo stava terminando nella stessa maniera.

Il Cingoletti irruppe concitato in sala, si precipitò al tavolo del presidente e, dopo un breve conciliabolo col sor Cesare, afferrò il microfono, accese l’amplificatore e chiese con voce tremolante il silenzio.
L’Aurelio, con la stecca in mano, non riuscì a tirare un “rinquarto” finale che avrebbe sancito la fine delle ostilità.
Il signor Battista, presidente del Circolo della Cultura, prese la parola con aria solenne:
“l’incontro ha da considerarsi nullo, lo sfidante sig.

Aurelio Fanti è un professionista, campione della Lombardia, pertanto la vittoria va a tavolino al signor Broccolino, campione del nostro Circolo, ora ci attendiamo pubblicamente le scuse da parte dei rappresentanti del bar Commercio. ”
Dopo pochi attimi di sbalordito silenzio, la sala esplose in un boato di proteste, accuse, invettive e contraccuse.
I più facinorosi dei campi avversi cercarono di passare alle vie di fatto, ma non vi riuscirono perché irruppe nella sala, con tutta l’autorità conferitagli dalla divisa e dal categorico cipiglio, il maresciallo Casella coi due carabinieri: le parole che pronunciò dal microfono fecero il resto.

“Signor Battista, la prego di seguirci in caserma: la dichiaro in arresto per falsa identità, truffa aggravata, appropriazione indebita, falso in bilancio, peculato ed abbandono del tetto coniugale. ”
A questa terribile sentenza il falso signor Battista divenne paonazzo e svenne.
Soltanto in seguito si seppe che don Ciccillo Chiuccio, noto truffatore di Aversa, discendente da una nobile famiglia del posto, aveva sin da giovane dissipato la sua esistenza con ogni sorta di mal comportamenti, girovagando per l’Italia, inseguito da mandati di cattura fino ad allora andati a vuoto ed approdato per l’ennesimo raggiro al paese che ben conosciamo.

Ma torniamo sulla scena del “delitto”.
Nell’accumularsi di tutti quegli avvenimenti, nessuno aveva notato l’arrivo in sala dei tre signori in redingote e delle signore in abito lungo, ma dopo che il Chiuccio ripresosi dal malore era stato trasferito nella locale galera, lo sbalordimento di tutte e due le compagini lasciò il campo alla curiosità per quell’insolita compagnia.
E come nella vita ogni dolore è mitigato dalla ricerca di una consolazione che aiuti a tirare avanti così in quell’amara circostanza il dottor Pecchio, facente funzione di Presidente pro-tempore, presentò con il microfono i fratelli Angeletti: il cavalier Virgilio e il professor Gianni, con le rispettive consorti, benemeriti del paese e ben introdotti nei migliori circoli del capoluogo.

Essi stessi presentarono il terzo Signore: il Campione del Mondo in carica Pablo Suarez, a Perugia per un’esibizione al famoso Circolo dei Filandoni e grazie a loro qui in sala per una pubblica dimostrazione individuale.
A questo stupefacente annuncio fece seguito un uragano di applausi, urla, grida e fischi alla pecorara (Alberto, Mondrioni e soci).
Altrettanta gioia non poteva provare il povero Ciccillo Chiuccio che dalle sbarre della piccola cella, privato delle stringhe delle scarpe e del suo papillon, meditava amaramente sulla sua vita scellerata e contemplando il cielo stellato ricordava le parole di suo padre: “Attento Franciè, le palle male adoperate giocano sempre brutti scherzi!”.

Sotto quello stesso cielo, ma in tutt’altra posizione, nella campagna silenziosa, una macchina di grossa cilindrata col motore spento era comunque scossa da convulsi fremiti.
All’interno, Giovanni Tettavalle stava raggiungendo l’estasi per merito dei pregevoli servigi orali dell’avvenente salumaia.
Al chiarore della luna, qualche chilometro più in là, il Sor Quintino ed il compar Zerbino, fregandosene di tutte quelle stronzate paesane, attendevano fiduciosi l’arrivo di uno stormo di pasciute beccacce.