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Avventura tra negozio e piscina

Sospensori leopardati? Qui? All’Olympus!? Beh, io non ero d’accordo,, ma a qualcuno potevano piacere… “Sospensori leopardati fluorescenti… Raccomandatati dai dottori. ” Perché i dottori avrebbero dovuto raccomandare sospensori fluorescenti? Oh bene… scelsi la mia taglia e li sganciai dalla sbarra… Mi guardai intorno nel negozio e vidi che c’erano solamente sei persone, un cliente (io) e cinque del personale… il mio sguardo si spostò sul ragazzo alla cassa verso cui stavo andando. Era alto quasi un metro e novanta, biondo e di circa vent’anni.

Misi il mio acquisto sul banco, lui lo prese, mi rivolse un piccolo sorriso e poi disse: “Le dispiace aspettare un momento, signore, devo andare a controllare una cosa per questo articolo. “
Scomparve in una stanza sul retro, così decisi di dare un’occhiata al resto del personale. Era giovedì pomeriggio e non avevano meglio da fare che chiacchierare tra di loro. Due ragazzi, due ragazze, tutti in tenuta sportiva (ma cosa ci si aspetta in un negozio sportivo?) E non erano molto interessanti, piuttosto tradizionali, niente di eccentrico!
Il biondo ritornò con un sorriso sfacciato sulla faccia, prese una borsa da dietro il banco e ci inserì la shitola, fece una breve pausa che portò la mia attenzione al pezzo di carta sulla shitola dove lessi “Urgente.

” Ero confuso mentre lo guardavo e lui disse “Sono sei e novantanove, per favore signore. ” Misi un biglietto da 10 sul banco: “Grazie, signore, ecco il resto. Ritorni presto. “
Finì con un altro sorriso e c’era dell’ironia alla sua voce. Presi la borsa, il mio resto ed uscii gettando uno sguardo al resto del personale che non sembrava aver notato la mia presenza. Guardai l’orologio. 13 e 15. Ora di pranzo!
McDonalds era il mio prossimo scalo.

Preso il cibo, mi misi a cercare un posto tranquillo (non era difficile, c’erano solo quattro altri clienti, ed uno di loro era un ubriacone che stava quasi per essere buttato fuori…) e l’angolo più privato del posto. Ora, questo era difficile, avete mai provato a trovare un angolo privato da McDonalds che non sia il bagno? Quei luoghi sono progettati per farti sentire vulnerabile mentre mangi, se sei completamente solo. Trovai un posto quasi ideale: al piano superiore, nascosto dietro una pianta di plastica.

A quel punto cedetti alla curiosità, appoggiai il vassoio e presi la shitola dalla borsa di Olympus, l’aprii e ne uscirono tre cose: sospensori nero e rosa; un bigliettino piegato con la scritta “Urgente” e un pacchetto in carta rosa e nero. Misi giù sospensori e pacchetto e aprii il biglietto. C’era scritto:
Ciao!
puoi ritenermi maleducato a mettere una comunicazione nel pacchetto dei tuoi sospensori, in tal caso non leggere questa lettera.

Mettila nel bidone più vicino.
(Io lessi…)
Allora hai deciso di continuare a leggere. Hai appena acquistato un articolo molto interessante e stavo chiedendomi se ti piacerebbe provarlo… presto… e magari con un aiuto.
OK, se non ti va per favore non portare il biglietto al mio direttore. Sto rischiando il mio lavoro nella speranza che tu voglia incontrarmi. Penso che tu l’abbia comprato per attirare l’attenzione e mostrare i sospensori. Quindi, ritorna al negozio e vai al banco accessori (dove sono tutti i sospensori ed i proteggi caviglie), ti incontrerò là così potremo sistemare qualche cosa.

Carlo.
Dannazione! Avevo comprato quei sospensori per attirare l’attenzione. Finii rapidamente il mio pasto, poi andai (leggi “feci una volata”!) da Olympus. Entrai nel negozio e vidi delle famiglie che stavano facendo acquisti per i loro bambini. Ora c’erano sei commessi, Carlo mi vide e si avviò verso il banco degli accessori. Andai a raggiungerlo e decisi di fare ‘la prima mossa. ‘ “Ciao! Ho trovato il tuo biglietto. “
“Sì, um, non hai pensato… “
“No, mi piacerebbe incontrarti.

Dove? “
La sua faccia si accese, e mi fece pensare… forse non era così vecchio. Ora avrei detto circa diciannove anni … quindi solo un anno più di me… e aveva anche un bell’accento. Rispose: “Beh, che ne diresti del centro divertimenti?”
“Sì, va vene. Quando?”
“Io stacco alle due. Posso incontrarti fuori dal centro alle due… e cinque”, e poi, quando uno dei bambini si avvicinò: “No, mi spiace signore, non ne abbiamo verdi fluorescente, solo rosa fluorescente, ma ce ne sono di altro tipo.

” Sorrise di nuovo ed andò ad aiutare il bambino. Mentre uscivo gettai uno sguardo al mio orologio, erano le 13 e 49, così attraversai lentamente la città ed arrivai al centro alle due.
Carlo arrivò in perfetto orario, indossava pantaloni della tuta neri ed una maglietta Olympus bianca, aveva anche una grande borsa “Head” blu. Toccava a lui di avviare la conversazione. “Ciao, vedo che ci sei”, sorrise indicando il centro. “Andiamo a nuotare?”
“Sì, perché no.

” Risposi entusiasta.
Poi lui sorrise e disse: “A proposito, non conosco il tuo nome!”
Risi e risposi: “Gianni per Giovanni. “
“OK, Gianni per Giovanni, entriamo. “
Salimmo la scalinata ed entrammo. La donna dei biglietti ci guardò appena. “Sì…?”
“Uh, due, per per favore per il nuoto. “
“Due euro e trenta. “
“OK, ecco qui, grazie. “
Carlo prese i biglietti e la chiave dell’armadietto, io lo seguii nello spogliatoio.

Come spogliatoio era piuttosto normale: piastrelle bianche, panche di legno, l’odore dolce di sudore, niente di insolito, a parte l’assenza di cabine private. C’erano altre tre persone oltre a Carlo e me, ascoltando le loro conversazioni, scoprii che si chiamavano Davide, Andy ed Igor.
Dovevano avere sui 18 anni e piuttosto ben piantati. Davide era alto un metro e settantacinque, piuttosto pallido e portava slip tradizionali bianchi. Aveva anche capelli bagnati. Capii che avevano già nuotato… quindi le mie speranze di vedere uno di loro nudo erano finite, pensai.

Andy comunque aveva ancora il costume da bagno, Speedo ‘Bikini’ bianchi, molto affascinanti.
In quel momento mi resi conto di non avere costume e asciugamano. Ne parlai a Carlo, lui tirò fuori un paio di Bikini neri ed un asciugamano. “Dunque”, disse sorridendo (che magnifico sorriso!i). “È probabile che tu abbia bisogno di questi!” Mi girai per riportare la mia attenzione su Andy, lo vidi lasciar cadere il costume e girarsi verso il muro.

Bel culo… Carlo mi disse: “Vado in bagno. ”
Poi Igor. Wow! Era alto più di un metro e ottanta, leggermente abbronzato, e molto ben fatto. Era entrato da poco dopo essere stato sotto la doccia, quindi chiaramente era nudo. Era piuttosto peloso, aveva un corpo molto muscoloso ed un grande pene intonso. Mi sorrise, raccolse il suo asciugamano, si voltò e cominciò ad asciugarsi.
Dov’era Carlo? Decisi di andare a cercarlo e mi avviai verso il bagno dove lo vidi che stava pisciando, si voltò e mi sorrise.

Sentii improvvisamente una spinta ad orinare. Quando finimmo ritornammo nello spogliatoio ed andammo al nostro angolo.
Non c’era nessun altro nella stanza ed io mi rivolsi a Carlo. Lui slacciò i bottoni della sua maglietta, se la sfilò dalla testa e la mise nella sua borsa. Si sedette e si tolse sneakers e calze (anch’io decisi a quel punto di togliermi scarpe e calze). Lui aveva uno splendido torace liscio, con braccia muscolose ed un ombelico peloso.

Mise i pollici tra il suo corpo ed i pantaloni e li portò ai fianchi. Li spinse giù, ne uscì e li mise nella sua borsa. Si girò verso di me, indossava sospensori leopardati… ed era enorme! Rimase a gambe aperte di fronte a me e disse: “Cosa ne pensi?”
Mi abbassai e piantai un bacio sul suo ombelico… poi indietreggiai. Le sue gambe erano muscolose come il resto del suo corpo, ed erano anche lievemente pelose.

Si girò, aveva un culo molto bello. Leggermente abbronzato e molto liscio, io gli baciai la schiena.
“Tocca a te” Disse girandosi verso di me, evidentemente eretto. Io mi slacciai i bottoni della camicia, poi me la tolsi e mi misi di fronte a lui, ora indossavo solo i miei Levi 501, senza mutande. Lui aspettò. Lentamente sbottonai la patta e spinsi giù i jeans, ne uscii e lo fissai negli occhi.
Lui si inginocchiò, continuando a guardarmi, e baciò lentamente il mio pene, spingendo la lingua nel mio prepuzio, poi si alzò e si tolse i sospensori.

Era enorme! Mi inginocchiai e lo baciai allo stesso modo. “Abbiamo tutto il tempo dopo che abbiamo nuotato” disse e prese il suo costume da bagno. Io mi misi quello nero che mi aveva dato lui e me lo sistemai, non che fosse troppo piccolo, ero io molto grosso, grazie a lui.
Andammo ai nostri armadietti, mettemmo via la nostra roba, poi uscimmo nella piscina. Lui fece un tuffo in corsa perfetto (gambe e braccia diritte) e nuotò velocemente verso l’altro lato della piscina.

Io, invece, ero più interessato ai corpi che ci circondavano! Contai solo dodici persone, non inclusi i bagnini e Carlo (ed io): sette femmine e cinque maschi. Le donne erano in gruppo, dovevano avere circa 14 anni, ridevano scioccamente e si guardavano intorno. I maschi? C’erano tre uomini più anziani e due ragazzi di circa 14 anni che sembravano conoscere le ragazze del gruppo.

Carlo ed io passammo l’ora seguente nuotando uno vicino all’altro.

Ad un tratto lui mi prese, mi tirò giù il costume e me lo strofinò leggermente, mi rimise il costume e poi ricominciò da capo… nessuno vide. Vedemmo andarsene tutti quando risalimmo e c’era solo un “congresso di donne” che passarono il loro tempo a guardarci guastandoci il divertimento. C’erano anche tre fustacci ma sembravano particolarmente etero.

Quando ritornammo nello spogliatoio, Carlo bisbigliò “Bene, qui è dove comincia il divertimento! Corriamo nelle docce.

” Io mi affrettai ma Carlo non mi seguì: andò al suo armadietto e prese qualche cosa.
I tre ragazzi erano nelle docce, come ho detto erano dei bei fusti e sbirciando oltre il muro della doccia, vidi che si stavano tutti masturbando. Una vista molto bella, ma appena girai l’angolo con un’erezione, scomparvero… evidentemente erano timidi.

Carlo venne dietro di me e mi baciò la nuca, poi cominciò a massaggiarmi l’ano con della gelatina lubrificante.

Proseguì massaggiandomi le palle, poi quando si inginocchiò di fronte a me, vidi che il suo pene, enorme tra le sue cosce, ora stava toccando il pavimento. Iniziò a succhiarmi con cura leccandomi delicatamente il prepuzio… e poi succhiando. Le mie mani andarono ai lati della sua testa a tirarlo lentamente avanti ed indietro lungo la mia asta.

Mi massaggiò ancora l’ano col lubrificante e sul pavimento vidi il tubo di lubrificante ed un involucro di preservativi, chiaramente! Io stavo avvicinandomi lentamente all’orgasmo, lui comprese e smise tutto quello che stava facendo, subito e completamente.

Io quasi venni, ma riuscii a calmarmi e mi ordinò di inginocchiarmi… era il suo turno.

Si mise in piedi di fronte a me e, quando fui inginocchiato, torreggiava sopra di me. Presi lentamente il suo pene nella mia bocca come lui aveva fatto col mio. Prese la mia testa… Io cominciai a leccare la punta del suo pene. Le sue mani cominciarono a fare forza tirandomi avanti ed indietro lentamente, mentre io gli leccavo il prepuzio il più profondamente possibile.

Aveva un sapore tanto buono quanto Carlo era bello. Lui cominciò a lamentarsi, io allungai una mano verso il pavimento, raccolsi il tubo di gelatina e cominciai lentamente a massaggiargli l’ano. Le sue mani fecero più forza…
Io mi fermai, presi il pacchetto dei preservativi e mi alzai. I nostri uccelli si toccarono. “Carlo, io voglio incularti. “
“Mmmmmm, per favore fallo. ” Rispose, e si voltò.

Dissigillai uno dei preservativi e lo srotolai sul mio pene.

Baciandogli un po’ la schiena, lo penetrai. Gemevamo ambedue molto rumorosamente e lui aprì le gambe il più possibile. Io cominciai a muovermi lentamente dentro di lui. Le sue mani mi tenevano le cosce ed io afferrai poi il suo pene, lentamente cominciai a masturbarlo e c’era ancora della gelatina sulla mia mano…

Il nostro grugnire e gemere non era passato inosservato e due ragazzi cominciarono a sbirciare dall’angolo. Io venni! Era l’orgasmo più sorprendente che avessi mai avuto.

I due ragazzi entrarono e cominciarono a masturbarsi mentre ci guardavano.

“Cosa state guardando? ” Disse Carlo (la sua voce era appena percettibile).
“Uh, nulla!”
“Venite qui. “
I ragazzi si avvicinarono. Io mi inginocchiai di fronte a quello col pene più grosso e lo presi in bocca. Mi venne in bocca trenta secondi più tardi, poco prima del suo amico che aveva avuto lo stesso trattamento da Carlo. Poi loro se ne andarono.

“Oh, bene, non erano eccezionali ma…” Dissi, ma fui interrotto da Carlo che mi aveva penetrato improvvisamente. Emisi un forte gemito e mi rilassai. Lui mi prese il cazzo e mi masturbò con forza… indietro ed avanti, mentre cominciava a lamentarsi. Anch’io lo feci e sborrammo insieme!

Appena finito ci facemmo una doccia e ci rilassammo. Io avevo appena avuto l’esperienza più formidabile della mia vita. Andammo a prendere i vestiti nei nostri armadietti e poi ritornammo vicini, avevamo ancora in bocca il sapore dello sperma dei ragazzi… Ci masturbammo… Poi ci asciugammo ed io mi misi i sospensori nuovi.

“Che ne diresti di una sauna ?” Disse Carlo.

Padrone VII

“Buon giorno”
“Buon giorno a lei!”
Era radiosa, ormai erano passati diversi giorni da quando Padrone l’aveva ricompensata con un’intera confezione delle sue caramelle preferite, ricompensa per aver messo il collare, ma questo non spiegava il motivo per cui lei lo togliesse solo per lavarsi e per dormire ma che comunque al mattino era la prima cosa che indossava appena aperti gli occhi. In ascensore, sola come al solito, si specchiava e si piaceva.

I capelli lunghi le scendevano sciolti quasi fino a metà schiena, le spalle con un po’ di abitudine erano aperte e tese senza più la voglia di nascondere i suoi seni prosperosi, ma la cosa che la allietava più di tutte era il sapere di avere un segreto al collo celato sotto un sottile strato di seta ma che nessuno notava.
Camminava con passo deciso facendo suonare i tacchi sul duro pavimento mentre si avvicinava alla sua postazione.

Non c’era ancora nessuno in ufficio, non che le importasse, avrebbe comunque fatto quella camminata da passerella con tutti gli occhi addosso, non si sentiva più in soggezione per il giudizio degli altri, non le importavano più i pensieri lussuriosi che poteva provocare, perché ora lei si sentiva appagata sapendo che Padrone la apprezzava e la valorizzava per quello che era.
Arrivò al suo angolino ed andò subito al cassetto. C’era un biglietto piegato, nient’altro.

Lo prese e lo aprì sapendo già di trovare un ordine.

Lascia la porta socchiusa ed aspettami alle 18 bendata ed in ginocchio in corridoio.
Padrone

Due sentimenti corsero paralleli e la attanagliarono. Finalmente avrebbe conosciuto Padrone, da soli loro due, avrebbero potuto parlare e lei… lei… l’altro pensiero si fece strada e sovrascrisse il primo, non aveva abbastanza tempo per prepararsi, per presentarsi al meglio, voleva andare dal parrucchiere, dall’estetista, ma non poteva uscire in anticipo dal lavoro, era in scadenza di contratto e voleva che glielo rinnovassero, cosa che non sarebbe accaduta se prendeva un pomeriggio libero senza preavviso.

Le salì l’ansia di non riuscire a prepararsi come aveva pianificato da tempo quando fantasticava su un loro possibile incontro, mentalmente escludeva una voce della lista per poi riprenderla quando toglieva qualcosa di più lungo ed impossibile da realizzare.
“Sempre la prima ad arrivare. ”
La voce di Claudia la fece saltare, si girò e nascose dietro la schiena il biglietto.
“… Già…”
rispose Rossana, ma finita di dire quell’unica sillaba si accorse che il minimo d’ordine che aveva fatto nei suoi pensieri svanì del tutto lasciandole una tabula rasa.

“Qualcosa non va? Ti vedo pensierosa. ”
“No no, tutto apposto…”
Dentro di sé si malediceva e malediceva la sua collega per aver interrotto i suoi pensieri, era sicura che senza quella spinta di adrenalina che aveva avuto alla prima impressione si sarebbe dimenticata qualcosa di fondamentale.
Si sedette, lasciando intendere a Claudia che avrebbe cominciato a lavorare subito affinché la lasciasse in pace, così fu e lei poté riprendere i suoi pensieri, ormai rovinati e da ricostruire dalle fondamenta e senza slancio.

Per tutto il giorno fu distratta, continuava a guardare l’orologio, ricontrollava la lista delle cose da fare nella mezz’oretta che aveva dal suo tipico orario di rientro a casa e l’appuntamento, riguardava l’orologio e non era passato neanche un minuto. Era una follia! Aveva un milione di cose da fare ed era bloccata lì, più pensava e più le saliva l’ansia.
Quando scoccarono le 17 shittò come una molla, aveva già sistemato la sua scrivania, prese le sue cose e si diresse verso l’ascensore alla velocità massima che i tacchi le permisero.

Per tutto il tragitto in autobus fissò l’orologio scoccare i secondi troppo lentamente. Arrivata a casa per prima cosa tolse le scarpe per muoversi più in fretta, per quanto era fortunata, invece della mezz’ora che aveva previsto aveva solo venti minuti. Niente doccia, non ce l’avrebbe mai fatta, passò in bagno solo per buttare nel cesto dei panni da lavare la camicetta che si era sfilata mentre camminava e per irrorarsi di profumo. Troppo! Dall’armadio in camera da letto prese una camicetta bianca che poteva andar bene con la gonna scura che indossava, la infilò e chiuse solo un bottone giusto per non farla muovere troppo, gli altri li avrebbe sistemati dopo.

Andò in salotto, come mai lei che è di solito così ordinata ora invece le sembra che tutto fosse fuori posto?! Prendendo a destra e a manca oggetti da mettere a posto o da far sparire dietro l’anta di un armadietto si fece strada verso la cucina, la guardò e le venne voglia di chiudere la porta a chiave e far finta che quella porta affacciasse sul nulla, era pulita e rassettata ma per lei era come vedere il cassetto dei calzini del padre… Tolse dalla vista tutto quello che nella sua mania e frenesia momentanea le sembrasse fuori posto.

Guardò l’orologio. 5 minuti! Come era possibile?! Cosa aveva fatto per tutto quel tempo? Guardò fuori dalla finestra per vedere se qualcuno che potesse essere Padrone fosse sotto il palazzo. Nulla. Corse in camera e prese tutto quello che sembrava portasse disordine e lo buttò nell’armadio, rassettò il letto, corse in bagno, spruzzò altro profumo e si spazzolò i capelli. Che disastro! Non riusciva più a pensare ad altro che non fosse una tragedia.

Si abbottonò la camicetta e per la fretta saltò un bottone e dovette ricominciare da capo. Guardò l’orologio. Era tardi! Andò alla finestra, nessuno, e se fosse già entrato nel palazzo? Lei lo doveva aspettare in corridoio. Corse alla porta d’entrata, infilò di nuovo le scarpe, abbassò la maniglia e lasciò uno spiraglio aperto. Fece un passo in dietro e si inginocchiò a terra con qualche lamentela da parte della gonna.
Il cuore le andava a mille, sentiva pulsare tutto il corpo, il respiro corto ed affannato tentava ogni volta di strappare un bottone alla camicetta.

In ginocchio era scomoda ed i tacchi di certo non aiutavano, lei guardava fissa lo spiraglio della porta aspettando che si allargasse. Una folgorazione, le tornò in mente il bigliettino, si doveva ancora bendare. Si guardò attorno per cercare qualcosa, con difficoltà cercò di alzarsi, rinunciò quando capì di poter usare il foulard che aveva al collo. Del resto stava per incontrare Padrone, non era necessario tener celato il collare. Annodò la stoffa e le si fece buio.

Che ora era? Quanto tempo era passato? Le sembrava un’eternità. Cercava di stare attenta ad ogni rumore che provenisse dalla porta. Il ronzio dell’ascensore più di una volta, la lasciò senza respiro mentre lentamente sorpassava il suo piano e continuava a salire lentamente. Se qualcuno del suo pianerottolo avesse visto la sua porta socchiusa e avesse provato ad entrare per sapere se andava tutto bene l’avrebbe trovata lì in ginocchio, bendata e con un collare, avrebbe dovuto cambiare appartamento per la vergogna.

Un rumore di passi cadenzati, dapprima lontani e poi sempre più vicini, le fece rizzare le orecchie. Sembrava che qualcuno stesse salendo le scale, gradino dopo gradino, quando si fermò era sicura che lo aveva fatto davanti al suo portoncino. Era Padrone, ne era sicura. Attraverso la stoffa della sua benda vide la luce aumentare e poi le arrivò un soffio d’aria gelida addosso. Fremette, non era mai stata così agitata, aveva paura che muovere un singolo muscolo avrebbe rovinato tutto.

Un passo più vicino e la porta si chiuse. Rimase immobile, sentiva la presenza di qualcuno davanti a lei ma rimaneva in silenzio, rimase pietrificata nonostante il dolore alle gambe per la posizione scomoda. I passi ricominciarono, si allontanavano da lei, andavano verso la sua camera, entrarono e tacquero di nuovo. Cosa stava succedendo? Aveva una voglia matta di togliersi la benda e correre in camera ma la paura di una punizione di Padrone non le fece neanche girare la testa in quella direzione, era paralizzata e tesa.

I passi ripresero, si avvicinavano, si fermarono davanti a lei. Le sembrava che insieme al profumo di muschio che ormai aleggiava riusciva a percepire il calore di un corpo, poi una mano le si poggio sulla testa e accarezzandole i capelli toccò la sua guancia infuocata. Non ci credeva, era tutto reale, non lo stava sognando, sospirò come per prendere il tempo prima di parlare ma la voce profonda dell’uomo che le stava davanti la colse di sorpresa

“Sei stata brava.

Fatti trovare pronta domani alle 22. ”

Dapprima sentì soltanto il suono di quella voce, era da molto che se la immaginava ed ora che l’aveva finalmente sentita la sua immaginazione le sembrò così povera. Era profonda, dura e severa ma in qualche modo rassicurante, faceva perfetto specchio alla personalità di Padrone. Quando la sua mente smise di fantasticare e soffermarsi su cose così velleitarie si accorse che c’era anche un messaggio in quel suono, quando lo capì sentì il rumore del portoncino chiudersi.

Padrone non le stava più accarezzando la guancia, non ne sentiva più la presenza. Improvvisamente si sentì sola, abbandonata e nello sconforto pronto a sfociare in disperazione. Tolse la benda, non le avrebbe più pesato un’eventuale punizione se era per lenire questo stato. Non c’era nessuno, era sola. Tentò di slanciarsi verso la porta per inseguire Padrone ma era stata per troppo tempo in ginocchio che le sue gambe non la ressero e cadde a faccia in avanti riuscendo a proteggersi solo all’ultimo istante.

Si sentiva una fallita abbandonata, una lacrima già le solcava il viso.
Dopo qualche minuto riuscì ad alzarsi, si affacciò per le scale ma non c’era nessuno, neanche un minimo suono. Andò alla finestra per guardare in strada, niente anche lì. Aveva solo voglia di rannicchiarsi sul letto e sfogare il pianto che stava trattenendo a stento, quando attraversò la soglia della camera rimase senza parole. Sul letto, affianco a della stupenda lingerie avorio, era steso con cura un abito blu scuro in velluto lucido, a terra, ai suoi piedi delle scarpe in raso dello stesso colore.

Non sapeva se ridere o piangere. Aveva un appuntamento con Padrone!

Potete trovare il seguito di questa storia e gli altri miei racconti sulla mia pagina de “I racconti di Milu”.

La mia seconda prima volta

Note al racconto:
Pubblico questa mia prima storia, divisa in cinque capitoli, tutta insieme. Non utilizzerò le strategie che molti usano per avere più numero di letture di centellinare un capitolo per volta. Non me ne frega niente. Chi lo vorrà leggere lo legga (sono proprio curiosa di sapere quanti vorranno sapere come va a finire). Ne sarò felice.

Com’è nel mio stile, non farò abuso di riferimenti espliciti ad atti sessuali.

E’ un racconto erotico giocato sul fil di spada…del dico ma non dico…faccio ma non faccio.

Sono i sogni, le aspettative, i desideri che si nascondevano in una giovane ragazza…tanti anni fa.

Prologo
Ormai mi sono presa l’impegno di scrivere la mia biografia erotica.

E lo farò…piano piano…cercando di ricordare onestamente la strada che mi ha condotto fin qui. Non so se mi farà bene, non so se vi interesserà.

Ma lo farò comunque mi ci volessero anni scriverò dei miei eccessi, delle mie follie, dei miei sbagli.

Ometterò, per pietà nei vostri confronti (e anche dei miei), la prima vera volta in cui ho avuto un rapporto sessuale. Vi dirò solamente che ero giovane, troppo giovane e che, come a molti (molte più che altro!!!) è capitato, l’esperienza non è stata delle più esaltanti. Anzi. Ricordo solo la delusione del gesto.

Mi immaginavo chissà cosa e invece, in pochi secondi, non ero più vergine e mi ero trasformata in donna (insoddisfatta!!!…. ah ah ah). Ma si sa…. le prime volte sono quasi sempre deludenti soprattutto se il fidanzatino è un tuo coetaneo, novizio come te, imbranato, emozionato…etc..etc.

Ricordo che era un sabato d’inverno e che lui aveva casa libera. Ci mettemmo più tempo a trovare il coraggio di farlo che non a farlo.

Come ci spogliammo, entrambi, eravamo in una sorta di sogno onirico. Io terrorizzata, lui eccitato oltre misura. La penetrazione non fu dolorosa e durò talmente poco che quasi non me ne accorsi. Alla delusione dell’evento si sommò anche il suo comportamento da stronzo: una volta ottenuto ciò che desiderava, oltre ad andarlo a raccontare ai quattro venti, non volle più saperne di me. Adolescente mezza sega!!!

Quell’esperienza davvero poco piacevole mi indusse a prendere la determinazione che se avessi dovuto scopare nuovamente, lo avrei fatto solo ed esclusivamente con una persona più matura che fosse in grado, oltre che compiacermi come donna, avesse anche la buona creanza di non sputtanarmi in giro.

Non sto a dirvi se ero minorenne o maggiorenne.
Ero già donna…. e parecchio donna!!! Con i miei sogni, le mie voglie, le mie speranze.

Spesso con Sara (la mia amica del cuore dai tempi delle elementari), parlavamo di sesso, di ragazzi, di sogni erotici tanto che, spesso, ci ritrovavamo eccitate a dismisura sognando che, prima o poi, avremmo incontrato “quello giusto”, quello che “ci avrebbe fatto diventare donne al 100%”.

Sogni adolescenziali che ci portavano, in una sorta di limbo erotico, a giocare reciprocamente con i nostri corpi, simulando quello che aspettavamo succedesse con “un bel maschione”.

Ma di questo ve ne parlerò un’altra volta.

Oggi voglio ricordarmi della mia seconda prima volta. Quella vera…direi. L’esperienza che mi ha fatto diventare donna davvero e che mi ha fatto capire quanto bello fosse il sesso.

L’estate successiva alla “prima volta” sarebbe stata, per mia scelta, l’estate della vera iniziazione alle meraviglie del sesso.

Non sarei tornata in città senza aver scopato come si deve. Me lo presi come punto d’impegno. Anzi, con Sara, il giorno in cui ci salutammo ce lo giurammo vicendevolmente: “O qui si scopa o si muore!!!” (eccessi di gioventù…. ah ah ah).

Sardinia’s dream
Quell’anno i miei avevano fissato una meravigliosa villetta vista mare in Sardegna.

Posto meraviglioso, oltre che dal punto di vista naturalistico, anche dal punto di vista della vita notturna.

Il tutto faceva sperare bene. Vero è che la villetta risultava un pò fuori dall’abitato…. parecchio fuori dall’abitato e, non avendoci la compagnia adatta, mi risultava abbastanza difficile uscire da sola la sera….

In qualche maniera avrei fatto !!!…. anche contro la volontà dei miei che, ovviamente, non volevano che me ne andassi in giro la notte sola soletta (paura del lupo cattivo???).

Di giorno cercavo di frequentare le spiaggie più frequentate da coetanei in maniera tale da trovare un punto d’appoggio per le uscite serali e in men che non si dica, riuscii a fare amicizia con un gruppo di ragazzi (e ragazze) di altre città.

Il problema era quello di raggiungerli in paese la sera. Alcuni, molto gentilmente, si offrirono di venirmi a prendere in motorino ma i miei ebbero, strano a dirsi, da obiettare.

E così mi ritrovai a trascorrere lunghe serate sul bellissimo terrazzo vista mare a giocare a carte con mia mamma !!!…..che palle !!!

Dopo neanche una settimana che eravamo in villeggiatura ci raggiunse Tiziano, il socio in affari di mio padre.

Di diversi anni più giovane di mio padre, Tiziano, era davvero un bell’uomo, atletico, sportivo, dinamico e con quel difettuccio di essere costantemente alla ricerca di donne!!! (o sesso???). Questo “difettuccio” gli era costato non solo la brusca fine del matrimonio ma anche una pesante crisi economica visto che la moglie (giustamente) lo aveva praticamente spogliato di tutti i suoi beni. Mio padre, rigido ed austero com’è tuttora, non lo apprezzava molto dal punto di vista umano ma, visto che ormai la loro collaborazione era più che ventennale, lo considerava una sorta di fratello minore…la pecora nera della famiglia.

Anche mia mamma ci era affezionata nonostante tutto ed il suo arrivo portò un po’ di allegria in casa.

Tiziano, un terremoto vivente, organizzò immediatamente per la serata un barbecue di pesce e la mattina successiva, andò in paese a noleggiare un gommone per poter effettuare escursioni in mare. Beh…qualcosa si stava muovendo e, in cuor mio, speravo davvero che lui si potesse trasformare in una sorta di alleato per le mie uscite serali.

Purtroppo non fu così !!! Nonostante l’aiuto di Tiziano, i miei furono irremovibili e non ne volevano sapere di mie uscite notturne a bordo di scooter guidati da emeriti sconosciuti.

Così, alla fine, mi costrinsero ad architettare un piano di fuga!!! Erano giorni ormai che frequentavo questo gruppo di ragazzi in spiaggia e, con uno di Torino in particolar modo, di cinque anni più grande di me, mi trovavo particolarmente bene. Concordai proprio con lui un appuntamento a tarda sera vicino a casa mia.

Erano circa le undici di sera. Tiziano era l’unico sveglio: per mia fortuna se ne stava sdraiato a fumarsi il suo sigaro toscano e a godersi la brezza marina. Di soppiatto me ne uscii dal retro, scavalcai il cancelletto per evitare rumori e, dopo aver attraversato un piccolo boschetto, raggiunsi il luogo dell’appuntamento: Riccardo (il mio nuovo amico torinese), se ne stava a bordo della sua Vespa in mia attesa…. che carino!!!….

e con la luce della luna che gli illuminava il volto…. mmmmhhh…quegli occhi nerissimi…quei riccioli…le spalle larghe…..oddio…. stavo quasi per saltargli addosso!!! Ma mi trattenni…. (che errore!!!)…e lui, carinissimo, spinse la Vespa a motore spento fino alla strada e poi…. brooom…in un battibaleno fummo in paese.

E via…in giro per locali, e via cocktail…e via…in discoteca…. e poi in spiaggia, il falò…la chitarra…. le canzoni di Battisti…. (bleah!!!)…. e in un balletto furono le quattro di notte.

Riccardo, dopo essere stato gentile nell’accompagnarmi, non mi aveva considerato per quasi tutta la serata e, nonostante lo marcassi stretto, sembrava quasi che mi volesse evitare.

Era tardi. Forse troppo tardi…e mio padre troppo mattiniero. Sarebbe stato meglio se fossi tornata a casa…sperando magari…. come dire…almeno in un “bacino della buonanotte”.
Così come all’andata fu gentile e premuroso, anche al ritorno fu altrettanto galantuomo…. anzi …oserei dire…(purtroppo)…indifferente e, nonostante mi fossi appiccicata alla sua schiena con le tette e che le mie mani scivolarono lungo le sue cosce….

niente…niente di niente. Nessun tipo di reazione. E fu così “gentile” tanto da accompagnarmi a piedi nel boschetto buio abbandonando la Vespa lungo la strada.

“Ok” – mi dissi – “…è il momento. Ora o mai più!!!”

Mi bloccai di fronte a lui. Gli occhi negli occhi. Lo abbracciai non lesinando un contatto completo del mio corpo. “…mi piaci…” – gli sussurrai. Silenzio. Alzai lo sguardo verso di lui….

Riccardo sospirò come se cercasse tutto il sangue freddo che aveva a disposizione.

“…lo avevo capito. Anche a me piaci…. però…. ”
“…però?…”
“…sono fidanzato. Fidanzato ed innamorato…e lei…. la mia ragazza, la prossima settimana viene qui da me…. capisci?…non voglio fare cazzate…. scusami se ti ho fatto sperare che ci potesse essere qualcosa tra di noi…. scusami…”

E detto questo, a testa china e camminando veloce, se ne andò. Sentii in lontananza il rumore della Vespa che tornava verso il paese.

PORCA PUTTANA !!!….

ma dico io!!!…fai tanto il carino, il galante…ti lancio messaggi, li assecondi…ci troviamo in una situazione d’oro…..e chi mi va a capitare??? …un bravo ragazzo che è fedele alla sua ragazza???….

Con questa rabbia addosso e con l’ansia che la mia fuga venisse scoperta mi accinsi a rientrare in casa cercando di non fare rumore ma, non appena varcato il cancelletto di servizio…..

“Signorina…. è questa l’ora di tornare a casa???….

Lanciai un urlo soffocato. Guardai in direzione della voce e vidi solamente il tizzone luminoso del sigaro di Tiziano.

“Cazzo…mi hai fatto prendere uno spaghetto…. ”
“Anche a me…ma lo sai che ore sono???…eh?…. mi sono accorto che eri uscita dal retro e mi sono messo qui ad aspettarti…..ma che fai?…esci di nascosto?…. e se ti beccano i tuoi?…. se ti succede qualcosa…lo sai che casino???…”
“…lo so lo so….

è la prima volta…scusami…. non credo che lo farò più…. ” – gli riposi con tono di scusa mista a delusione
“…vieni qua…che ti succede?…è andata storta la serata?…”

Mi stesi accanto a lui su di una sdraio. Gli raccontai di quello che era successo, della sfiga di incontrare l’unico uomo fedele, del fatto che chiusa in casa mi stavo davvero annoiando…. insomma…mi sfogai…mi confessai come mi sarei potuta confessare ad un amico….

quasi ad un fratello.

“Ah ah ah…. ti sei beccato quello “fedele”???…ah ah ah…incredibile…. a me non è mai riuscito resistere ad una cosa del genere…. ah ah ah…. che gioventù!!!…. ”
“…sì…sì…lo so fin troppo bene quali sono le tue…. diciamo…abitudini…. ”
“…ah…non mi giudicare male. Il fatto è che le donne mi piacciono troppo…. e probabilmente anche io piaccio a loro…ah ah ah…. non so resistere…. non ci posso fare niente….

Ci stavamo confidando reciprocamente in piena onestà i nostri segreti. In fondo lui era come uno di famiglia…. che, tra l’altro, mi aveva tenuto sulle sue gambe da piccola.

“Senti…ora andiamo a letto…. ti faccio una promessa…. per il tempo che sarò vostro ospite farò di tutto per farti divertire…. sei d’accordo? Lo so…. avresti il bisogno di stare con quelli della tua età…ma visto che i tuoi sono così…accontentati di me…e, se ti va, domattina escursione alle isolette qui davanti in gommone….

ok?…. ”
“…wow…bellissimo…ok…dai…. grazie…. mi raccomando con i miei…..acqua in bocca!!!…”
“…non ti preoccupare…. e tu promettimi che non farai più cazzate del genere…. ok?….
“…ok…..’notte…”

Una torrida giornata di mare
La mattina successiva, alla notizia che io e Tiziano, avremmo fatto un’escursione alle isolette in gommone, le obiezioni dei miei furono quanto di più noioso una ragazza potesse sopportare.

Adesso, da madre (e zia) mi domando se quelle obiezioni erano davvero di tipo contingente (del tipo: è pericoloso, non sai nuotare bene, tutto il giorno sotto il sole) oppure, di fatto, non nutrissero troppa fiducia in Tiziano considerandolo un po’ il “lupo cattivo”.

Di certo Tiziano non fece niente per tranquillizzare i miei visto che la mattina si presentò in slip bianchi che non nascondevano (anzi esaltavano) la sua esuberante mascolinità. Di certo si sentivano imbarazzati ed impotenti di fronte a quella decisione. Non avrebbero di fatto potuto seguirci visto che mio padre non sa nuotare e che mia madre soffre terribilmente il mal di mare.

Mentre con poderose vogate spingeva il gommone al largo, mi voltai.

Vidi solamente mio padre sul terrazzo con un binocolo seguire i nostri movimenti.

“Certo che non hanno proprio fiducia in noi due…ah ah ah…. ”
“…sono molto apprensivi…. troppo apprensivi!!!”

Di certo, il comportamento dei miei mi fece riflettere. Il loro essere in apprensione era sicuramente dettato dall’uscita in mare aperto…. però…però…anche la pessima reputazione di Tiziano…. e fu proprio in quel momento che vidi per la prima volta quell’abbronzatissimo quarantenne come papabile obiettivo erotico.

In fondo cosa volevo?

Un maschio. E lui era maschio. Parecchio maschio.

Possibilmente che non rompesse troppo le shitole con complicazioni sentimentali.
E lui su questo era una garanzia.

Che fosse decisamente esperto e che sapesse introdurmi ai piaceri del sesso.
E su questo Tiziano, per ciò che raccontava mio padre, era davvero il Number One. Pareva che buona parte del suo successo professionale fosse dovuto alla sua capacità di circuire le clienti.

Quindi…grossa esperienza.

Mentre se ne stava seduto alla guida del gommone lo osservai meglio. Davvero un bell’uomo e quei pochi giorni di mare gli avevano dato anche quell’aspetto più selvaggio che tanto mi piace ancora. Qualche filo bianco sulle tempie, il petto largo e muscoloso…e quello slip bianco che sembrava messo apposta per attirare lo sguardo. Per fortuna gli occhiali da sole mi consentivano di squadrarlo per bene tanto da arrivare alla conclusione che il mio Target Erotico dell’estate….

era proprio lui.

Certo…. c’erano da superare diverse difficoltà e rischi. In fondo mi aveva tenuto sulle gambe da piccola, mi aveva visto crescere ed inoltre, un eventuale gaffe sarebbe stata davvero difficile da gestire visti l’affetto e gli interessi che condivideva con mio padre. Sarebbe stato davvero disposto a scoparsi la figlia del suo socio e amico fraterno? Era davvero, come dicevano, uno senza scrupoli quando c’era da scopare? Dovevo agire con molta cautela ed indurre Tiziano a fare il primo passo.

Non c’è peggior cosa (o migliore?) per un uomo quando una donna si mette in testa che se lo deve scopare!!!

Arrivammo in posto circondato da isolotti, l’acqua celeste, i gabbiani padroni incontrastati. Approdammo su un’isoletta brulla e deserta, la spiaggia bianca. Stendemmo gli asciugamani e dopo un bagno rinfrescante ci stendemmo al sole.

E qui, con assoluta indifferenza, lanciai il primo attacco. Mi tolsi il reggiseno.

Tiziano, quasi come se non fosse successo niente di importante non reagì.

In fondo era “abituato” al corpo femminile. Quindi tetta più tetta meno….

“Tua mamma sarebbe d’accordo?…. ”
“…non credo…ah ah ah…. ma è lontana e non mi vede…”
“…e se ti bruci?…occhio che la pelle lì è molto sensibile…”

Secondo attacco. Crema solare!!!

“…mi spalmo un bel po’ di crema…così evito di ustionarmi…”

Ed iniziai un lento e lungo massaggio alle tette. Così…come se lui non fosse lì a guardarmi…

Infatti era proprio come se lui non ci fosse, visto che se ne stava bello rilassato ad occhi chiusi.

Non voleva guardare per rispetto o…. per evitare…???…

Il primo e il secondo attacco non ebbero grand’ effetto su di lui. In fondo era un uomo navigato che stava al mare con la figlia del suo miglior amico…. mica poteva…..

Mi sdraiai anche io riflettendo quale sarebbe potuto essere il terzo. Tiziano sembrava dormisse.

Decisi che il terzo attacco, dopo aver sollecitato la vista, sarebbe stato basato sul tatto.

Avrei dovuto inventarmi qualcosa per farmi toccare…o toccare io lui…. così decisi di gettarmi di nuovo in acqua. Tiziano si voltò a bocconi. La testa rivolta verso l’interno dell’isola. Manco mi guardava.

Un assalto alle spalle. Ecco…sì…. sarei potuta uscire dall’acqua e simulando un gioco…. un dispetto…stendermi sulla sua schiena col mio corpo gelido e bagnato…. in fondo poteva essere una cosa innocente…. e mi avrebbe consentito il contatto col suo corpo.

Una reazione l’avrebbe pur avuta…no???

Arrivai piano piano alle sue spalle…. sembrava davvero addormentato. Mi stesi sul suo corpo strusciandolo più che potevo. I capezzoli erano eretti a causa degli sbalzi di temperatura, il suo corpo come di fuoco….

“…. ahhhhh…. che bellezza…. mi ci voleva proprio una rinfreshita…. che bello !!!…” – rispose come se il massimo dell’effetto fosse dovuto allo shock termico.

Questo seppe solo dire. Rimasi su di lui finché le temperature dei corpi si equilibrarono.

Immobile a godersi il fresco. Nessun accenno al fatto che il mio corpo nudo strusciava sul suo….

Terzo attacco. Fallito. Speravo in una reazione …in un sobbalzo…magari…voltandosi ci saremmo trovati faccia a faccia…. petto contro petto…. sesso contro sesso…. ed invece…. nulla!!!

Delusa mi stesi nuovamente al sole. Meditando nuove strategie di seduzione. Quell’uomo, forse a ragione, mi giudicava un taboo: troppo giovane, troppo rischiosa. Non sapevo proprio più cosa inventarmi per lanciare segnali a Tiziano.

Caddi per l’ennesima volta in una sorta di smania dovuta alla delusione delle mie aspettative. Ma come??? Un uomo, una donna (anche se troppo giovane), un’isola deserta…il mare, il sole, il canto dei gabbiani…. e non ti viene in mente di fare una bella scopata??? Mi stava montando la rabbia quando, voltandosi supino, il mio sguardo cadde sullo slip bianco che si era gonfiato a dismisura.

“OK. ” – pensai felice tra me e me – “WOW….

allora…ah ah ah…. vuoi resistermi??…ecco…ma effetto te l’ho fatto!!!…non sei di legno…”

Daniela 1 – Tiziano 0

Probabilmente si accorse che il mio sguardo insisteva su quel promettente rigonfiamento e, balzato in piedi di shitto, si lanciò in acqua velocemente. Un raffreddamento gli avrebbe consentito di affrontare la permanenza sull’isolotto più serenamente??? Nuotò un po’, forse per sfogare l’eccitazione che gli avevo causato. Mentre lo osservavo nuotare stavo già studiando il quarto attacco: stimolare l’orgoglio (stupido orgoglio) maschile.

Come fu fuori dall’acqua, e presi di mira con delle battute allusive il suo costumino bianco (adesso sgonfio!!!)…

“Certo…quel costume bianco…. non nasconde proprio niente…” – dissi simulando quasi imbarazzo
“Ah ah ah…sì…è un po’…osé…ah ah ah…tua mamma stamani mi ha guardato come fossi un mostro…ma è davvero così osceno?…a me non sembra…. ”
“…quando è asciutto no…ma bagnato…. è come se tu fossi…. nudo…. ah ah ah…. ”
“…ooops…non volevo davvero imbarazzarti….

” – rispose coprendosi con le mani
“…figurati…. e poi mica sei il primo uomo che vedo nudo…” – gli risposi dandomi le arie di donna vissuta (ah ah ah…. )
“…ah sì?…e quanti uomini nudi hai già visto…signorina?…”
“…abbastanza…per la mia età…. ”
“…anche questo immagino debba restare un segreto tra noi due?…”
“…già…. ”

Cadde nuovamente il silenzio. Lui si rimise supino a prendere il sole. Io inquieta. Il tempo passava e non stava succedendo niente.

Non osavo affondare il colpo.

“…hai mai fatto nudismo?…” – mi chiese a bruciapelo
“…no!!!…ah ah ah…e dove?…. perché tu sì?…”
“…ah…io adoro prendere il sole nudo. Oggi no perché ci sei tu…ma quando sono andato in giro da solo in gommone…mi sdraio sul fondo e zac…. ah…..è una meraviglia…con una mia ex andavamo in Francia…. lì ci sono delle spiagge meravigliose per fare nudismo…e nessuno che rompe le palle…”
“…dev’essere bello…comunque se vuoi levarti il costume…non fare complimenti…non mi imbarazzo di certo….


“…no no…piccola. Non scherziamo. Non voglio creare problemi né a me…né a te…”
“…che problemi?…siamo qui…soli…io e te…. pensi che lo vada a dire ai miei?…ah ah ah”
“…meglio di no. Discorso chiuso. ” – rispose secco senza guardarmi

Mi sdraiai sorridendo. Anche il quarto attacco aveva prodotto risultati. Comunque Tiziano si era aperto, aveva confidato qualcosa di intimo e si era imbarazzato. Il nudismo con me non sarebbe stato solamente pratica di libertà.

Avrebbe potuto assumere aspetti maliziosi.

Daniela 2 – Tiziano 0 (?)

A questo punto dovevo dimostrargli che ero alla sua altezza e che potevo fare le cose che lui faceva (con la sua ex!!!). Senza che lui se ne accorgesse, slacciai il fiocco degli slip e lo feci scivolare rimanendo completamente nuda. La brezza marina che soffiava sul pelo della micina amplificava la sensazione eccitante che stavo vivendo. Lui immobile non si accorse di niente, io ridevo sotto i baffi in attesa di una sua reazione.

Che non si fece attendere.

“Ma che c…. ”
“ah ah ah…..” – gli esplosi a ridere in faccia – “che hai?…ti imbarazzo?…. ”
“Daniela!!!…non fare cazzate ti prego…. rimettiti il costume…. se casualmente qualcuno…”
“…ma qualcuno chi???…dai…mi hai fatto venir voglia di provare con i tuoi racconti…. la sensazione di libertà…il sole sulla pelle…. mica ti stai scandalizzando?…. ”

Struffiò come se fosse in difficoltà. Si mise a sedere meditabondo con lo sguardo lanciato verso l’orizzonte del mare.

Io invece mi sdraiai nuovamente (avendo cura di lasciare le gambe leggermente divaricate…hi hi hi…. malandrina!!!). Chiusi gli occhi in attesa di un qualche evento.

Mi aspettavo una carezza leggera, un dito che casualmente sfiora, un bacio…. o ancor meglio…. lui che si stende sul mio corpo e mi possiede lì…su quella spiaggia deserta…. sarebbe stato davvero un bell’esordio come donna. Persa com’ero in queste immagini, non me ne vergogno, mi bagnai talmente tanto che sentii chiaramente colare piacere tra le mie cosce.

E mi ripetevo mentalmente “dai coglione…che aspetti???…scopami!!!…non la vedi com’è eccitata…pulsa…..forza stallone…fammi diventare donna sul serio!!!…. ”

E invece….

“Ehi…svegliati…. sono quasi le quattro…ci vuole quasi un’ora a tornare…sennò poi i tuoi stanno in pensiero…. dai…. rivestiti che io preparo il gommone…. ”

Nel mio cervello ci fu una specie di CRASH…. come se si fosse spezzata un intero negozio di cristalli…. non feci neanche in tempo ad alzare lo sguardo che Tiziano era già chino sul gommone per preparare il ritorno.

Un po’ triste e sconsolata (per l’ennesima volta), mi rivestii e con il muso lungo, come quello di una bimba a cui è negata la gioia di un giocattolo, salii sul gommone.

Anche Tiziano non aveva molta voglia di parlare durante il ritorno. Qualcosa, di certo, era successo in lui. E il gonfiore del suo slip, per fortuna, me lo stava dimostrando!!!…Almeno quello!!!

Sogni e desideri di una notte d’estate
Come fummo a casa Tiziano fu preso in “consegna” da mio padre.

Se ne andarono sulla terrazza a fumare e vidi che stavano discutendo in maniera molto seria. Io, invece, fui “torchiata” da mia madre che mi seguiva ovunque bombardandomi di domande…del tipo “dove siete stati?…era bello?…c’era altra gente?…ti ha dato noia il mare?…il sole?…ti sei bruciata?…” …e da buona figlia…. le rispondevo evasivamente sottolineando ogni cosa con un bel “che palle !!!”….

Era evidente a quel punto che i miei non avevano troppa fiducia in Tiziano.

E se non avevano fiducia, tanto da sospettare che potesse fare il “lumacone” con la propria figlia…..voleva proprio dire che il nostro ospite era davvero un libertino impenitente.

Fu una cena un po’ mesta. Silenziosa. Tiziano se ne andò a letto molto presto adducendo la stanchezza della giornata in mare, mia madre non aveva voglia di giocare a carte e mio padre preferì mettersi a leggere un libro in terrazza piuttosto che a letto.

Sembrava davvero che qualcosa di strano fosse successo. Vista la situazione un po’ tesa, dopo aver educatamente salutato i genitori, mi diressi verso la mia cameretta.

Salendo le scale uno strano ritmico cigolio proveniente dalla stanza di Tiziano attirò la mia attenzione. Se non avessi saputo che era da solo avrei giurato che lì dentro c’erano due persone che stavano scopando. Con il cuore in gola per la paura di essere scoperta mi avvicinai alla porta e, come la peggiore delle curiose, accostai l’occhio al buco della serratura.

Non vedevo molto visto che l’interno era illuminato soltanto dalla luce della luna. Le lenzuola, i suoi piedi…e il ritmo del cigolio sempre più veloce…lamenti soffocati…. e poi la luce del comodino si accese. Balzai all’indietro riguadagnando la strada di camera mia. Ma la curiosità mi spinse a rischiare. Vedevo da sotto la porta la luce accesa…tremando…avvicinai nuovamente l’occhio.

Seduto sul letto, Tiziano, con l’aiuto di un asciugamano si stava ripulendo del proprio piacere.

Il suo membro pendeva tra le gambe arrossato dalla masturbazione che doveva essere stata particolarmente intensa. Una forte vampata di calore mi assalì tra le gambe. E poi fu buio.

Stesa sul mio letto non riuscivo a prendere sonno dopo quella scena. Si era masturbato pensando a me? Speravo di sì.

Daniela 3 – Tiziano 0 (??) … giochi da ragazzina…

Decisi che per darmi quiete e riuscire a dormire….

avrei ricambiato. Mi ci volle poco…..davvero molto poco. Dopo l’orgasmo davvero intenso crollai in un sonno profondo popolato da immagine erotiche davvero estreme. Ed il protagonista era solo e soltanto lui: Tiziano.
La mattina mi svegliai appagata ma smaniosa. Era come se avessi trascorso una folle notte di sesso e ne avessi avuto ancora voglia. Scesi veloce le scale per raggiungere gli altri. Avevo voglia di rivedere lui. Era diventata una sorta di fissazione.

“Buongiorno mamma, buongiorno papà…. e Tiziano?…. ”
“…mah…è uscito presto…ha preso il gommone…non saprei non ha detto niente…senti ci hanno telefonato i Brambilla…. ci aspettano oggi pomeriggio e poi restiamo a cena da loro…e poi il solito burraco…che ne dici???…. ”
“…non contate su di me…io non ci vengo di certo!!!…due palle…Il burraco poi…ma state scherzando vero?…già non volete che esca la sera…e che debba rimanere confinata qua…ieri perché sono andata con Tiziano in mare mi avete fatto un terzo grado.

Caspita…. ma sono un po’ cresciuta non ve ne siete accorti???…non sono più una bambina…. ”

Me ne tornai in camera continuando ad urlare improperi nei loro confronti. Nessuna reazione da parte loro. Rimasi a leggere tutta la mattina. Ogni tanto mi affacciavo alla finestra per vedere se riuscivo ad intravedere all’orizzonte Tiziano col gommone.

Toc toc…..mia mamma….

“Tesoro…noi andiamo…. sei proprio sicura di voler rimanere qua da sola?…a noi dispiace un po’ saperti sola….


“Starò benissimo…. e poi c’è Tiziano…no?…. mica starò sola tutto il giorno…”
“Senti…. per quanto riguarda Tiziano…. insomma io e tuo padre siamo un po’ sul chi va là…sai che tipo è…no?…e saperti da sola con lui…. ci fa un po’ paura…lo so…è stupido…però…ne ha combinate troppe in vita sua…”
“E pensi che possa insidiare me???…ah ah ah…. dopo che mi ha tenuta in collo da piccola???…ma dai…ieri, se lo vuoi proprio sapere, si è comportato davvero come un fratello maggiore e mi ha fatto passare una bellissima giornata!!! …e tutte le tue domande ansiose al ritorno mi hanno davvero stressato!!!” – risposi pensando che in fondo la miglior tecnica di difesa è proprio l’attacco
“…ok…ok….

scusami…. anzi…scusaci…. Io e tuo babbo siamo stati molto in ansia ieri. Ci sono cose di Tiziano che forse non conosci e probabilmente è bene che tu continui ad ignorare. Tuo padre stava quasi per disdire per oggi. Sono stata io a convincerlo. Ti dico solo una cosa. Stai attenta e comportati bene…. ho fiducia in te…dammi un bacino…. in frigo c’è pronto da mangiare…ok?…. noi torneremo tardissimo…. come al solito quando giochiamo a burraco….

ah ah ah…..ciao…. ”

Quelle parole, quelle raccomandazioni, quella “fiducia” …mi pesarono addosso come un macigno. In fondo ero io a volermi fare Tiziano…e non viceversa come sospettavano loro. Adesso avrei dovuto tradire la loro fiducia e procedere nel mio piano di “diventare donna”.

Il tempo passava. All’orizzonte il gommone non s’intravedeva. Scesi in spiaggia dove incontrai il gruppo di amici: Riccardo mi salutò mentre se ne stava abbracciato alla sua ragazza.

Che rabbia!!! Ed era pure brutta !!!…. ma di lui ormai non mi interessava più…e il mio sguardo, nonostante in maniera molto carina cercassero di coinvolgermi in giochi o discussioni, era piantato verso il mare. I miei pensieri rivolti al ritorno di Tiziano: cosa avrei potuto architettare…come potevo sedurlo???

Tornai alla villa. Il piano era: vestito elegante e scollatissimo, cena a lume di candela in terrazzo, cenetta condita con ottimo vino bianco fresco, musica di sottofondo…magari un languido lento abbracciati…..mi avrebbe resistito???… (quanta banale immaginazione da giovani!!!)

Cena a lume di candela
Tornò (finalmente) al tramonto.

Ed io ero pronta: vestito in lamé scollatissimo e cortissimo, tacchi a spillo, tavolo apparecchiato finemente, vino fresco cibo pronto.

Ed eccitatissima…direi…pronta all’uso!!!

Sembrava cotto dal sale e dal sole. I capelli impiastricciati di sabbia e salsedine, il corpo brunito dal sole di una giornata in mare. Che maschio !!!

“Ta taaaaaa…..i miei stasera non ci sono…. ed ho organizzato una cenetta a lume di candela…che ne dici?…” – esordii balzando in piedi come una stupida bimba
“…bene…sono a digiuno da stamani…ho una fame boia!!!…però prima dammi almeno il tempo di farmi una doccia…guarda in che stato sono ridotto…” – mi rispose bruscamente senza degnarmi di uno sguardo
“…dove sei stato di bello oggi?…perché non mi hai chiamata?…come mai sei rientrato così tardi?…è tutto il giorno che ti aspetto…” – non riusci a trattenere tutta questa valanga di domande come la peggiore delle fidanzate o delle mogli

Lui, che già sembrava stanco e un po’ ombroso nei miei riguardi, si diresse senza neanche considerarmi verso la doccia esterna…e calatosi il costume si gettò sotto il getto d’acqua.

“Oh…ma…. ”
“…passami un bagno schiuma…. e uno shampoo…. ” – mi ordinò bruscamente

Obbedii con le gambe che mi tremavano. Quel cambio di atteggiamento mi aveva spiazzato. Sempre allegro, giocoso e disponibile…. direi riguardoso nei miei confronti…adesso invece prepotentemente maschio che ordina e prende ciò che vuole. C’era una sorta di arroganza nel suo comportamento tanto che, a fine doccia, neanche si rimise il costume e stesosi su di una sdraio si accese il suo (maledetto) sigaro.

In piedi di fronte a lui sembravo una scolaretta sotto interrogazione. Non osavo fiatare ipnotizzata com’ero da quella carica ignorante di testosterone.

“Allora, signorina…. che hai da guardare?…non volevi questo ieri?…ti scandalizzo?…eh?…” – mi chiese in tono di sfida
“…non mi aspettavo che tu…”
“…ti è piaciuto spiarmi stanotte?…credi che non me ne sia accorto?…”
“…ah…scusa…io non…è che…ho…”
“…a me non piace essere spiato…per niente!!!…e tanto meno essere provocato da una ragazzina e dover far finta di niente….

lo sai che non è nella mia natura…cosa vuoi da me?…. cos’è questa carnevalata?…il vestitino elegante?…il vino fresco?…le candele?…. cosa vuoi da me?…. vuoi provocarmi?…per cosa?…ti piace questo gioco?…eh?…. perché sai che io non posso toccarti neanche con un dito?…”
“…io speravo …”
“…lo sai che palle mi ha fatto tuo papà ieri sera quando siamo tornati??? domande su domande…che mi hanno profondamente offeso…e alla fine abbiamo litigato…non so se io e lui potremo continuare a lavorare insieme….

credo che a settembre cercherò una situazione diversa…mi ha rotto veramente le palle!!!…”
“…che domande ti ha fatto?…”
“…nessuna diretta. Ovviamente, non avendo le palle necessarie. Ma era chiarissimo che il suo sospetto fosse quello che ti puoi immaginare…. e immagino che anche tua mamma ti abbia tartassato…”
“…sì…e oggi mi ha fatto anche delle raccomandazioni…” – risposi istintivamente sbagliando
“…. benissimo!!!…a questo punto mi sento definitivamente sciolto da ogni sorta di impegno morale nei loro confronti.

Vado su, preparo la valigia e me ne vado…..”

Gettò il sigaro in mezzo ad un cespuglio e, deciso ed incazzato come non lo avevo mai visto, se ne andò sparato in camera sua. Lo raggiunsi spaventata dagli eventi. Cercai in qualche maniera di rabbonirlo giustificando i miei che erano fatti in quella maniera e che erano preoccupati per me…e che…bla bla bla…

Senza neanche guardarmi con decisione metteva le sue cose dentro il borsone alla rinfusa.

Si infilò deciso un paio di pantaloni (senza neanche le mutande sotto)…una camicia aperta sul davanti. Mi passò accanto guardandomi incazzatissimo.
“…non ti preoccupare. Non ce l’ho con te…e non racconterò di certo a quel coglione di tuo padre tutta questa storia tra me e te…. ” – mi dette un bacino sulla fronte – “…in bocca al lupo, signorina…”

Dopo neanche un minuto la sua macchina stava percorrendo il vialetto sterrato alzando una nuvola di polvere.

In piedi col mio vestitino di lamé osservai il tavolo apparecchiato, il vino fresco, la candela che stava lentamente consumando.

Mi misi a sedere e piansi silenziosamente.

Ero solo una stupida, presuntuosa ed ingenua ragazzina.
E avevo creato, col mio comportamento solo un gran casino.

“…sei bella quando piangi…”

Lo spavento per quella voce mi fece alzare di shitto dalla tavola facendomi rovesciare (e rompere ahimé!!!) i bicchieri di cristallo che avevo scelto per quella cenetta romantica.

Riccardo, imbarazzato come un bimbo, se ne stava a pochi metri da me con la testa bassa a fissare il pavimento

“…che ci fai qui?…come sei entrato?…”
“…scusa…non volevo spaventarti…è che…oggi al mare…ti ho vista agitata…guardavi il mare…eri triste…e credevo che la colpa fosse mia…”
“…ma no…no…è che è successo un casino…”
“…ho litigato con la mia ragazza…. ci siamo lasciati…e se n’è già andata via…e allora sono corso qui…sono passato dal boschetto…e ho visto quel signore che se ne andava…e che eri sola…allora…ho trovato il coraggio di entrare…scusami io…”
“…che vuoi Riccardo?…questa è già una vacanza abbastanza di merda…”
“…sei bellissima…e io sono solo un coglione a non aver capito subito che ti amo…”

Le parole lasciarono spazio ai fatti.

La serata fu lunga, intensa e, alla fine di essa, mi ritrovai donna.

Epilogo
Riccardo mi fece diventare donna. Molto donna!!! Riuscimmo con complicati sotterfugi a vederci praticamente ogni sera. Una volta tornati nelle rispettive città, dopo un paio di lettere di amore intenso, scomparve nel nulla. Adesso siamo (incredibilmente) “amici” su Facebook!!!

I miei il giorno dopo, resesi conto della partenza di Tiziano e dopo un lungo interrogatorio a me, decisero che in fondo era meglio che le cose fossero andate così.

Erano anni che mio padre si lamentava del socio e del suo “stile” di vita e di lavoro.

Sentii solamente mio padre al telefono che urlava parole di fuoco nei confronti dell’ex amico fraterno.

Tiziano, per le notizie che ho potuto avere da mia madre, aprii a settembre un’agenzia per fare concorrenza spietata a papà.

Le cose non gli andarono troppo bene tanto che, dopo aver cercato di far pace con mio padre, dovette chiudere.

Pare che abbia trovato lavoro in tutt’altro settore come dipendente. Dopo alcuni anni si accasò con una ragazza russa bellissima.

Adesso Tiziano ha due figli, un’utilitaria rugginosa, un cane ed una suocera a carico.

Le mie storie (62)

Eccomi di nuovo qui pronta a raccontarvi quella che potrei definire “una scopata annunciata”. È un periodo in cui sto lavorando parecchi, mi ritiro a casa stanca morta e voglia di uscire non ne ho per niente. La settimana scorsa mi arriva sul cellulare un messaggio di Renata che diceva che era venuta a trovarla Robert uno dei ragazzi cubani che abbiamo conosciuto l’estate scorsa. Io naturalmente mi sono resa disponibile in caso di cene e feste, dicendole che avrei avuto piacere ha salutarlo.

Renata un paio di giorni dopo mi tiene al telefono 1 vita raccontandomi che era riuscita a mandare il figlio a casa del padre (lei è separata) e che se la stava passando molto bene con il suo “amico”. Effettivamente anche durante le vacanze cubane, fra di loro si era creato 1 bel feeling, tanto che lui avrebbe voluto venire in Italia anche prima, ma lei si era tirata indietro. Lunedì scorso (mentre vi scrivo è giovedì) Renata organizza una cena a casa sua insieme ad altre amiche ed amici alcuni dei quali cubani residenti a Napoli.

La serata è molto divertente, l’incontro con Robert è fin troppo affettuoso, infatti il suo abbraccio termina con 1 manata piena sul culo e lui che ridendo conferma i complimenti al mio didietro tra le risate di 1 paio di suoi amici e della stessa Renata che non sembra infastidita dai modi utilizzati verso la sottoscritta. Per la verità, tornando indietro con la memoria, in quel di Cuba avevamo diviso equamente i nostri accompagnatori, ed anche io ero stata con Robert.

Tra pasta, mozzarella, melanzane, salsicce e altro ben di dio che non scrivo per non farvi venire l’acquolina in bocca, tutto sembra andare per il meglio, fino a quando la padrona di casa non riceve 1 telefonata. Non volendo mi accorgo, pur senza capire cosa stia dicendo, che si sta alterando, così quando chiude il cellulare istintivamente le vado incontro per cercare di aiutarla. Lei mi dice che il figlio sta tornando a casa perché il padre ha dovuto anticipare un problema di lavoro e quindi glielo ha rispedito indietro.

Renata non sa come fare con Robert, perché chiaramente non può ospitarlo con il ragazzo in casa. Io le suggerisco di farlo andare a casa dei suoi compatrioti, dicendole che non ci sarebbe stato problema, lei invece mi chiede di ospitarlo a casa mia, lasciandomi un po’ stupita per una serie di motivi che potrete immaginare. Anzi quando io dopo aver tentato blandamente di rifiutare, pian piano accetto, lei ridendo mi fa “così ti diverti un po’ anche tu”.

A fine serata, lei spiega la situazione al suo amico dicendo che sarebbe stato soltanto per una sera (ed effettivamente è stato così, perché il figlio poi è partito per Capri con amici). Salutiamo tutti, ed andiamo via direzione casa mia. In macchina lui mi racconta che con Renata sta molto bene, che vorrebbe fare le cose più seriamente. Dalle sue parole capisco che vorrebbe trasferirsi qui, magari anche sposarla, dopo tutto nonostante sia più giovane di lei (ed anche della sottoscritta), è comunque un ragazzo laureato, di una certa cultura.

Arrivati a destinazione, lo porto nella camera cosiddetta degli ospiti e dopo aver fatto insieme a lui il letto gli dico che vado al bagno. Lui si sistema e quando esco lo trovo davanti al televisore. Sono circa le 2, io indosso una maglietta molto lunga e sotto la mutandina, lui invece è in canottiera e boxer, e devo dire che c’è 1 bel vedere davvero, nonostante ricordassi l’estate scorsa, vedermelo davanti un’altra volta non mi ha lasciata certo indifferente.

Chiacchieriamo sul divano ancora una mezz’oretta e poi ci salutiamo ognuno nella propria stanza. Mi infilo sotto il lenzuolo ed accendo la televisione, dopo averla guardata un po’ la spengo e mi giro di fianco per dormire. Passa qualche minuto e sento la mia porta socchiusa fare 1 leggera refola di vento; poi il mio lenzuolo si solleva e dopo 1 paio di secondi sento la sua presenza dietro la mia schiena. La sua mano si infila tra le mie cosce e dopo avere spostato di lato il bordo dello slip con 1 dito entra nella mia micia.

Io giro la testa e mi ritrovo le sue labbra che mi baciano mentre con gli occhi sorride. Piano piano mi toglie la maglia e poi la mutanda; sento le sue mani esplorare il mio corpo un po’ ovunque, mi prende 1 seno con la mano ed incomincia a stringere giocando con il capezzolo tra le dita, poi finalmente dietro poggia il suo uccello bello duro ed io mi piego un poco a cucchiaino spostando il sedere un po’ all’indietro verso di lui.

La sua mano mi allarga una natica e mi solleva un po’ la coscia giusto il tempo per mettermelo dentro ed incominciare a muoverlo avanti e indietro. La posizione non è delle più comode, ma il suo uccello liscio lungo esattamente come me lo ricordavo mi penetra con meravigliosa facilità. Poi lui si alza in mezzo al letto e dopo avermi invitato a fare lo stesso, mi fa mettere a quattro zampe per poi ricominciare a scoparmi.

Chiudo gli occhi e mi ritrovo a Cuba, un anno fa, in quella stanza d’albergo dove insieme a Renata ed ai suoi amici ci divertimmo tanto. Sento le sue dita giocare con le mie labbra e poi entrare in bocca, comincio a succhiarle mentre lui continua a farmi godere. Poi le braccia mi vengono meno, appoggio la faccia sul materasso e vengo; sento la sua voce che mi dice “brava, brava…” e poi la mia schiena si bagna del suo sperma.

Per un paio di minuti resto stesa a pelle di Leone per riprendermi, lui si appoggia allo schienale del letto e mi guarda. Riprendo le forze e vado in bagno a pulirmi; quando torno lo trovo esattamente come lo avevo lasciato, soltanto che il lenzuolo non copre più il suo uccello che “riposa” sulla sua gamba sinistra. Mi metto di fianco a lui appoggiata con la testa sul braccio, è da più di un mese che non dormivo con un uomo, è una bella sensazione.

Mi parla di Napoli, dice che somiglia a l’Avana, che i napoletani sono molto simpatici ed espansivi, poi il braccio sopra il quale ho appoggiato il mio collo all’improvviso si anima alla sua estremità. Poggia la mano sotto il seno sinistro e comincia a “palleggiare” letteralmente, mentre contemporaneamente continua a descrivere le meraviglie della nostra città. Si ferma, prende tutta la mammella nella mano ed incomincia a massaggiarla; mi guarda e con un veloce movimento di bacino sposta il suo uccello da sinistra a destra.

Io rido e poi allungo la mano fino a prenderlo fra le dita. Lentamente gli scopro la cappella fino a giù per poi risalire e nascondergliela. Robert reclina il capo all’indietro e chiude gli occhi mentre io continuo con la mia sega. Il suo uccello diventa sempre più grosso tra i miei polpastrelli piccoli, quando è finalmente duro e lungo, mi chino con la testa e glielo prendo in bocca. Cerco di andare più in fondo possibile, con le labbra arrivo a sfiorargli le palle, è tutto depilato, mi sembra un tubo tutto nero.

Comincio a sentire la sua punta umida, mi sollevo e con un gesto atletico (di cui mi sorprendo) gli salgo a cavalcioni. Lui scivola sul cuscino mentre io mi muovo sopra di lui facendo ballare le mie tettone. Ogni volta che torno giù, lo sento sempre più dentro, sempre più in fondo alla mia micia. Godo di nuovo come una pazza, mi fermo su di lui, che si solleva, mi fa poggiare la schiena sul letto, e dopo avermi allargato ed alzato le cosce, mi scopa fino a venirmi sulla pancia.

Sono circa le tre di notte quando dopo essermi lavata per l’ennesima volta, mi rimetto la maglietta per dormire. Lui si piazza di fianco a me girato dall’altro lato.
Apro gli occhi che sono le otto e qualche minuto; per fortuna approfittando della cena di Renata, ho lasciato detto allo studio che sarei arrivata per le 10:30. Robert dorme beato, lo guardo per qualche secondo e poi vado a fare il caffè.

Mentre aspetto, chiamo Renata e le dico che per le dieci ci dobbiamo incontrare in piazza. Lei mi chiede come sia andata la nottata, io ridendo le dico… bene, bene. Il caffè comincia ad uscire, saluto la mia amica e vado a svegliare il mio ospite con il profumo di Napoli. Mi seggo accanto a lui, che dopo aver aperto gli occhi mi saluta con un sorriso. Si mette seduto, mi ringrazia per l’ennesima volta dell’ospitalità mentre sorseggia il caffè, io gli dico che devo andare a fare la doccia, lui fa un cenno d’assenso, poi mentre mi allontano vedo con la coda dell’occhio che mi segue in bagno.

Mi tolgo la maglia ed entro nella cabina, lui fa pipì (particolarmente lunga) e dopo, mentre ancora sto regolando la temperatura si infila anche lui dentro. L’acqua comincia a scendere, lui mi abbraccia e comincia a baciarmi vigorosamente; i nostri corpi sono uniti più che mai, sento il suo uccello pulsare contro la mia micia. Le sue mani scendono entrambi dietro la mia schiena fino ad agguantarmi il sedere. Mi palpeggia con gusto, con determinazione, con un dito arriva a stuzzicare il buchetto del culo ; io non me lo aspetto e mi irrigidisco un attimo, lui con una mano su una chiappa e l’altra sotto un ginocchio, mi solleva e dopo avermi appoggiato al muro me lo mette dentro.

Fra l’eccitazione e l’acqua che scende, faccio fatica a respirare, mi aggrappo a lui con le braccia e con le gambe, mentre scivolo con la schiena lungo il muro sotto i colpi del suo uccello. Le mie urla tradiscono l’ennesimo orgasmo, lui continua ancora per un po’, poi si ferma, mi fa poggiare le gambe a terra e dopo averlo tirato fuori, con le mani se lo tocca fino a venirmi addosso. Con la spugna intrisa di bagnoschiuma, acqua e sperma, mi lavo, esco e lascio lui dentro continuare a lavarsi.

Mi vesto da lavoro, gonna e giacca blu, camicetta bianca e scarpe con tacco moderato. Lui indossa il pantalone ed una maglietta grigia, mi fa i complimenti per l’abbigliamento e dopo aver portato in cucina le tazzine di caffè (ed averle lavate), va nella camera degli ospiti a chiudere la valigia. Sono le dieci ed un quarto quando in piazza da lontano vedo Renata che mi saluta. Robert mi dà un bacio sulla guancia, la solita manata sul sedere e si avvia verso di lei.

Una bella nottata non c’è che dire, lui ripartirà a fine giugno… chissà.

UN INVITO A CENA- IL MERCOLEDÌ

Tornato a casa non faccio altro che pensare all umiliazione subita. Eppure non mi sono fermato, ho continuato a succhiare il dildo fino a che non restasse una sola goccia, una minima traccia del suo sperma. Anche quando lui è uscito, non ho smesso, volevo, desideravo tutta la sua sborra. Sono davvero così troia come dice lui?? Eppure nella mia vita ne ho combinate tante, a volte ho fatto di proposito la troia perché mi piaceva.

Ma non me ne sono mai preoccupato. Lui è riuscito a farmi sentire diverso, una sensazione più reale. Possibile che a 44 anni scopro di essere davvero cosi troia? Vado a letto molto confuso. Mi giro, mi rigiro, ma non riesco a dormire. Guardo il telefonino e sono le due. Lo spengo. Prendo mezzo sonnifero e mi addormento. Alle sette la maledetta sveglia suona. Questa volta la lascio suonare più volte. Poi con calma mi metto seduto sul bordo del letto e guardo il cell.

Ho quasi paura ad accenderlo, ma devo farlo. Mi aspetto un suo messaggio, invece niente. Strano, eppure ero sicurissimo. Mah forse si è stancato o ha capito che non deve rompere di notte. Un po’ mi dispiace, ma perché????? Comunque faccio la doccia, mi vesto, e quando sto per uscire vedo una busta ai piedi della porta. Giuro che rabbrividisco!!! Il solo pensiero che sia un suo messaggio mi spaventa a morte. La prendo in mano, la apro e dentro trovo una foto!!! Riconosco il suo cazzo in primo piano.

Giro la foto e c’è un suo mess scritto
” Notte troia, sono le due e mezza. Come vedi dalla foto sono eccitato e la colpa è tua. Più tardi al lavoro, alle 9. 30 esatte , devi andare nella sala ristoro, troverai un cappuccino ancora caldo con una schiuma speciale. Bevilo tutto. Notte troia!!!”
Non so se sono più preoccupato del fatto che sto coglione è venuto alle due e mezza del mattino davanti alla porta di casa mia, o se qualcuno al lavoro potesse accorgersi del gioco perverso che Ioan aveva partorito stamattina!!!
Agitatissimo corro al lavoro.

Per due ore faccio finta di fare qualcosa , ma in realtà continuo a fissare l’ora. Alle nove e 28 minuti mi alzo e dico a mia sorella che vado a prendere un caffè. Corro verso la sala ristoro, non c’era nessuno. Vedo sopra il tavolo un cappuccino ancora fumante. Cazzo l’ho mancato per poco. Mi avvicino e prendo il bicchiere in mano. Lo osservo bene e noto chiaramente che non è schiuma quella che galleggia , ma una calda, bianca, densa, copiosa sborrata.

Non ci potevo credere!!!! Ioan aveva macchiato un caffè con il suo sperma. Non so cosa fare, se bere tutto o gettarlo via. Ed ecco che mentre ho il bicchiere in mano entra mia sorella
” Sei scappato via, non ho fatto in tempo a dirti di portarmi un orzo!!! Tu che hai preso” mi chiede avvicinandosi alla macchina dei caffè
” Un cappuccino, bello schiumoso!!” Rispondo e inizio a berlo, piano piano, finché finisce.

Uno dei migliori cappuccini della mia vita!!!! In qualche modo è riuscito a farmi fare la troia anche stamattina.
Mentre mia sorella ritorna in ufficio, io devo trovare Ioan. Non so bene perché, lo devo vedere. Faccio il giro per dietro e arrivo al magazzino 3, sicuro di trovarlo la. Ma non c’è. Chiedo in giro, nessuno l’ha visto. Ma come? Nessuno lo ha visto oggi?? Eppure ci deve essere, mi ha preparato il cappuccino.

Ritorno in sala ristoro. Trovo dentro mio padre e altri due collaboratori. Li vedo ridere come pazzi. Chiedo a mio padre se avesse visto Ioan. E lui mi risponde che oggi non viene, che ha telefonato che sta male. E continua a ridere insieme agli altri. A quel punto completamente confuso chiedo cosa avessero tanto da ridere.
” È una scommessa che avevamo fatto con Ioan. Lui dice che tra le donne che lavorano qua ce n’è una in particolare più troia di tutte.

Ma tanto troia. Così tanto da essere sicuro al cento per cento che se avessimo lasciato sul tavolo un caffè pieno di sborra, lei trovandolo se lo sarebbe bevuto!!!!” Mi spiega mio padre
” E allora? Perché ridete? Cosa è successo? Che avete fatto???” Chiedo io con un groppo allo stomaco che quasi mi sento svenire.
” Ma niente, siccome per noi Ioan è sempre il solito esagerato, abbiamo voluto fare una prova, ma così per ridere!!” Continua mio padre.

” E quindi??? Dai sono curioso!!! Raccontami. ” gli dico facendo finta di essere allegramente curioso.
” Insomma alle nove abbiamo preso un caffè espresso dalla macchinetta e a turno tutti e tre siamo andati in bagno e…. si hai capito no..e poi lo abbiamo messo sul tavolo e siamo usciti. Dopo venti minuti siamo tornati e il caffè era sparito. E il bicchiere vuoto è dentro il cestino. Lo abbiamo segnato con una X.

È proprio quello!!!” E indica il bicchiere sul cestino e solo in quel momento mi accorgo della X scritta a penna!!!
” Quindi qualcuna delle ragazze lo ha bevuto? E avete visto chi?” Chiedo terrorizzato
” Macché Dio bono, è stata talmente veloce che non siamo riusciti a vedere nessuna!!! Ma Ioan aveva ragione, c’è una gran troia , e anche schifosa secondo me, perché solo una porca schifosa può fare una cosa del genere!!!” Sentenzia mio padre ancora ridendo.

” Secondo me ce n’è più di una qua dentro!!” Esclamo io. E poi chiedo a mio padre se posso andare a casa perché è tutta la notte che sto male e lui ovviamente acconsente. Esco dagli uffici e fuori c’è un caldo afoso tremendo. Inizio a sudare, mi sento male!!!! Arrivo alla macchina appena in tempo, accendo l’aria condizionata e mi stendo un po’. Sono sotto shock. Non riesco nemmeno a pensare.

Non voglio pensare!!! Squilla il cell. È lui. Accetto la chiamata ma non riesco a parlare.
” Chi è la mia troia????” La sua voce mi mette i brividi. Chiudo la chiamata senza dire nulla. Dentro la macchina mi gira la testa , e una frase rimbomba ovunque: chi è la mia troia?????? Chi è la mia troia???? CHI È LA MIA TROIA??????????.

I sogni di Krissy

Lezioni di vero

Quanti anni erano passati.
I ricordi dell’ infanzia gli tornavano in mente uno dopo l’altro, mentre percorreva gli stanzoni vuoti della vecchia casa.
Si erano trasferiti da oltre dieci anni, ora lui era praticamente un giovanotto.
Aveva passato da un’ altra parte tutta l’ adolescenza e la gioventù e, si sa, quegli anni per i giovani sono paragonabili ad un abisso temporale. Pieni di cambiamenti fisici e psicologici.

La crisalide diventa farfalla ed è pronta per affrontare il suo destino: forte e matura.

La vecchia casa di famiglia si era liberata, da poco, dagli inquilini e si erano detti: perche tenerla abbandonata?
D’ accordo con i genitori, avrebbe organizzato lì il suo studietto di disegno (aveva appena terminato il primo anno di Ingegneria) e, pensò tra se, per portarci anche qualcuna delle sue conquiste.
Cosi, per scopare, non avrebbe dovuto più ricorrere ai mille, scomodi espedienti che rendevano ancora più bramoso e intrigante il sesso
giovanile.

Immaginandosi le scene di cui sarebbe stato protagonista si senti come un pascià, pronto a spalancare la porta del suo Harem privato.
Qualche giorno dopo, entrando nel portone pieno di scartoffie da portare in casa, si incrociò con un giovanotto longilineo dall’ aspetto familiare.
Dopo un attimo di esitazione, lo squadrò, poi disse: – Ehi! Simone! –
L’altro rispose con un sorrisetto sardonico.
– Ciao – aggiunse Lucio – da quanto tempo… –
– Però! Mi avevano detto che eri tornato.

– disse Simone.
– E tu, invece? Non ti sei mai mosso dalla vecchia casa? – chiese.
– E dove vuoi che vada? I vecchi sono morti e mi hanno lasciato la casa. Almeno riesco a viverci… –
Lo guardò con comprensione e dissi: – Mi dispiace, non sapevo. –
E, Simone: – Lascia perdere è relativo, in realtà ero stato adottato.
– Dai, mi ha fatto piacere rivederti, io ci sarò spesso… Vieni a trovarmi, non farti problemi, attraversi il pianerottolo e sei da me… tanto sono sempre da solo.


– Ok! – disse – vedremo. Ciao, allora, adesso vado. – e Simone si perse tra i vicoletti antichi.
L’ attività di giovane dalle larghe prospettive si ampliò e si intensificò per Lucio. Inoltre si era alla fine degli anni settanta e le ragazze dell’ epoca erano in piena rivoluzione sessuale.
Le minigonne e i minishorts impazzavano, le discoteche per gli studenti erano aperte dalle 10 di mattina … le occupazioni universitarie e le “comuni” erano all’ ordine del giorno e il sesso si praticava in ogni sua forma: spesso e volentieri.

Cicciolina e Moana erano le nuove ambasciatrici della ricerca erotica.
Naturalmente per Lucio avere uno studio-garconniere non poteva che rappresentare un grande vantaggio.
Inutile dire che l’ andirivieni di amici e ragazze in abiti succinti non passava inosservato nel vicoletto. Ma i tempi erano cambiati, le case erano piene di studenti in affitto che arrivavano da tutto il Sud per frequentare le varie facoltà universitarie. Nessuno più si fossilizzava a controllare cosa succedeva agli altri: la vecchia città, diventava una metropoli.

Intanto, il povero Simone sbarcava il lunario alla meglio e soprattutto essendo chiuso e schivo: non batteva chiodo.
Gli incontri di pianerottolo si susseguivano e spesso, in tutta onestà di intenti, Lucio provò a inserirlo nel giro di facili scopate … ma con nessun risultato pratico.
Un pomeriggio di tranquillità relativa Lucio invitò l’ amico di infanzia ad accomodarsi per chiacchierare un poco e per fargli vedere i suoi progetti … e anche per dimostrargli che non era solo un satiro, ma anche uno studente attento e appassionato.

Parlarono del più e del meno … all’ epoca un whisky e una Marlboro accompagnavano di prassi ogni chiacchierata.
Il discorso, a un certo punto, cadde sull’ argomento: sesso.
Lucio incitava Simone a non farsi troppi problemi nell’ abbordare una ragazza, magari anche una di quelle amiche che spesso, seminude si aggiravano per casa sua.
Ma l’altro era “tosto” e proprio non se la sentiva di paragonarsi all’ amico, che nella sua immaginazione limitata era, praticamente, un vero play boy.

Quando l’ argomento diventò più diretto, Lucio disse: – Ma allora insomma, come fai? Non scopi? –
La risposta di Simone tendeva al vago e al sibillino, ma in realtà non negava di limitarsi all’ auto erotismo per soddisfare il suo piacere.
E Lucio ridacchiava.
I “rossori” e le titubanze dell’ amico, praticamente ancora vergine lo divertivano, e un po’ lo stimolavano.
Negli ultimi anni di grande attività fisica, Lucio non si era negato neppure come gigolò, e poco importava se i suoi amici generosi, erano donne mature o uomini importanti, con la passione per il “pisello”.

Parlare con un ingenuo come Simone lo stuzzicava.
L’ età era quella in cui, se non arrivava almeno due volte al giorno, si sentiva a disagio: e così un po’ per esibizionismo e un po’ per fare sesso con un uomo senza ricevere un compenso, ma per il puro piacere di dominare, lo eccitò.
Con disinvoltura seppe ritrovare nella mente dell’ amico i ricordi di infanzia e così, quasi per gioco, cominciarono a rinvangare il passato.

– Ricordi quando me lo prendevi in bocca – diceva Lucio, mentre tirava fuori il cazzo già duro dai pantaloncini.
– In quella stanzetta scura – disse – ricordo ancora quelle volte che arrivavi da sotto, da dietro alle mie gambe … mettevi la testa sotto le palle ed, io abbassandolo con la mano, ti premevo il cazzo in bocca. –
Simone non aveva né la forza né la volontà per reagire e così, ancora una volta, come se il tempo non fosse mai passato, si sedette sul divano e, senza remore, cominciò a fargli un bocchino.

In poche ore il leone rampante e arrapato che si nascondeva in Lucio aveva avuto di nuovo la meglio sull’ altro giovane.
Simone, ammirato e soggiogato dalla forte personalità dell’ amico, riprese il suo ruolo supino, di strumento sessuale, rassegnato e grato, nelle mani di Lucio, più furbo e dotato.
Naturalmente anche in lui si nascondeva una forte carica sessuale ed erotica.
Quel ruolo gli piaceva. Infatti mentre succhiava il cazzo dell’ amico e gli leccava la sacca dei coglioni, si sentiva in tiro il suo arnese, come mai prima.

Ripresero il menage da dove l’ avevano lasciato tanti anni prima.
Ma adesso erano uomini.
I cazzi erano grossi e duri.
E la sborra non era acquiccia, ma sperma abbondante, denso e gustoso.
Ora prendere il cazzo in mano di un altro non era più un gioco non meglio identificato, ma una precisa masturbazione dell’ altro.
Gli incontri omosessuali tra i due, non erano più supportati da uno scambio di figurine o di soldatini, e non si potevano più giustificare come un gioco … nonostante Simone amasse pensare di subire un piccolo maltrattamento, occasionale ma piacevole, e Lucio si giustificasse con se stesso, pensando di usare la bocca e le mani dell’ amico, come surrogato più arrapante di una masturbazione solitaria.

Infatti il rapporto si evolvette nei mesi successivi: diventando sempre più morboso e trasgressivo.
Simone rimaneva arroccato nella sua posizione di orso solitario, mentre la vita e le avventure di Lucio si arricchivano di nuove conquiste e di compagnie femminili sempre più coinvolgenti, eppure …
Eppure non passava un mese che, nell’ ombra segreta del suo studio, non si incontrassero almeno due o tre volte, per imparare i limiti e i confini del sesso proibito … sempre che questi confini esistessero davvero.

Dopo che Simone aveva ripreso il suo ruolo di gregario accondiscendente alle esigenze del capobranco, iniziarono a sperimentare le nuove vie del piacere omosessuale.
Così per Simone iniziò un tirocinio in cui l’ amico esperto gli insegnava come donargli piacere e trarne, dal semplice servirlo.
Il ragazzo fingeva di imparare con difficoltà, soprattutto per compiacere l’ amico e non deluderlo, ma intanto anche il suo coso, nei pantaloni si agitava come un serpente, mai domo.

Così Simone imparò a fare la sega a Lucio in maniera perfetta, aspettando fino alla sborrata, che di prassi, si faceva sgorgare nell’ altra mano, in attesa davanti al glande rubizzo, con le dita raccolte a forma di conchiglia.
Poi si perfezionò nel bocchino e imparò, per compiacere l’ amico, che lo pretendeva, a farsi arrivare in bocca, soffocando nella sborra e tossendo, avvilito, schizzi di sperma e saliva contemporaneamente.
Il suo amichetto gli diceva che le sue donne gli facevano questo e l’ altro non doveva essere da meno.

Sempre più spesso gli permetteva di togliersi i pantaloni e le ridicole mutande bianche, anni cinquanta.
Sempre più spesso gettava un occhio preoccupato verso il cazzo strano dell’ amico, dove i problemi di rapportarsi con gli altri, sembravano rappresentati “fisicamente”.
Il “coso” di Simone infatti era particolare secondo lui.
La pelle del prepuzio non aveva forse mai oltrepassato il glande per intero, infatti successivamente scoprì che, per l’ amico, era fonte di dolore lo scappellamento completo: soprattutto quando il pene era duro (cosa che per i loro incontri era la norma, del resto).

Aveva una forma che, contrariamente al normale, lo rendeva storto verso il basso, invece di svettare in alto nel classico “alzabandiera”.
Ma ancora più piacevolmente preoccupante era il fatto, che quando il cazzo dell’ amico era molto duro, diventava perfettamente diritto.
Era come un’ asta, un manico, che spuntava orizzontalmente dal corpo magro del giovane amico.
Inoltre, quando si eccitava sul serio, il suo cazzo diventava veramente notevole e, pensava con raccapriccio Lucio, probabilmente non era ancora al massimo delle sue capacità espressive, visto che dopo tutto, lui nemmeno glielo toccava … ancora.

Ovviamente, nell’intimità fisica dei primi rapporti, qualche volta il pene di Simone aveva sfiorato l’amico, che però non me aveva fatto un dramma. Magari poi nei suoi sogni ripensava a quel contatto infinitesimale, senza ammetterlo neppure con se stesso.
Lucio continuava a frequentare l’ università e a studiare.
Poi iniziò le prime attività e continuava a scopare con la sua ragazza fissa o con una conquista occasionale.
Ma la vera libidine inconfessabile lo attendeva in quel gioco di ruoli, estremamente complesso, che avveniva ogni tanto con l’ amico Simone.

Dopo le seghe lunghe e languide, offerte quasi come un servizio, erano passati a Simone che diventava sempre più bravo nel fargli i pompini.
La cosa era andata avanti e quindi, facendolo sembrare più un premio che un piacere personale, anche Lucio aveva cominciato a concedere qualche attenzione a Simone.
Questo lo faceva in modo distaccato, quasi controvoglia, non voleva rinnegare così apertamente la parte di maschio, dura e violenta, tipica dei giovani del suo stampo.

Però poi, in realtà, seguiva a ruota le performance di Simone.
Quindi anche Lucio imparò a prenderglielo in mano.
Una volta aveva provato a unire i loro due peni e a masturbarli in contemporanea, non poteva nascondere il piacere unico che questo sfregamento provocava.
Specialmente quando, in piedi l’ uno contro l’ altro, dai due piccoli orifizi la sborra eruttava quasi contemporaneamente, spandendosi, calda e appiccicosa, sulle sue mani.
Sempre per non dispiacere l’ amico, così disponibile e servizievole, aveva voluto tentare a prenderglielo in bocca.

Le prime volte il gesto era abbozzato, quasi controvoglia e con fredda partecipazione, ma poi … pian piano si era dovuto rendere conte che aspettava quegli incontri omosessuali, con maggior eccitazione di qualsiasi altro appuntamento erotico.
Desiderava imparare sempre meglio a fare il pompino a Simone e il sangue gli ribolliva nelle vene, quando si accorgeva che il cazzo del suo amico, sollecitato dalla sua lingua, si ingrossava a dismisura.
Spesso lo misurava controllandone il “calibro” sulla pancia di Simone.

Quando il ragazzo era al massimo del piacere e non capiva più niente, il suo cazzo superava di molto l’ ombelico e la pelle di seta era più tesa che mai.
Simone una volta aveva trovato il coraggio di chiedere: – Posso venire in bocca? – ma Lucio per orgoglio maschile (come se non fosse impegnato a fargli un languido bocchino), aveva risposto di no.
Salvo, in seguito, a desiderare nei suoi sogni, quello spruzzo di sborra, che tanto scioccamente aveva rifiutato.

Venne poi il tempo in cui cominciarono a desiderare qualcosa di più. Praticamente si ricordarono che, tanti anni prima, negli angoli più bui del vicolo o per le scale di sera, qualche volta, più per istinto che per conoscenza, Lucio aveva appoggiato il suo membro giovanile dietro le natiche di Simone.
Allora non sapevano nemmeno bene il perché, però sentivano il gusto proibito di quel gesto di possesso dell’ uno nei confronti dell’ altro che, supino, si donava.

Ora erano adulti e sarebbe stato ridicolo se, come allora, avessero contato quante “botte” l’ uno desse all’ altro, pur senza una effettiva penetrazione.
Così non senza reticenze da parte di Simone, Lucio vinse la sua ritrosia.
Forte dell’ esperienza fatta con le ragazze, riuscì ad ottenere che l’ amico si rassegnasse a dargli il culo … inutile dire che Simone era vergine, di dietro.
Un pomeriggio estivo, intimò a Simone di stendersi sul solito divano e di porsi su un fianco, abbassandosi il Jeans fino alle ginocchia, poi con calma, anche Lucio si stese sull’ angusto spazio del divano.

Il suo cazzo si indurì, come, e anche più, del solito, e per tenere tranquillo Simone, glielo prese in mano da sotto le gambe schiuse.
Poi, sempre per rendere arrendevole ed eccitato il suo amico, si abbassò dietro il suo culo, in bella mostra.
Da sotto il taglio netto delle natiche, fioriva lo scroto compatto di Simone, scuro e profumato di umido. Poco oltre, dalle gambe strette tra loro per bloccarlo in posizione, il cazzo del giovane sembrava una piccola terza gamba.

Lucio leccò ripetutamente tutto quel pacco, trovandolo delizioso.
Si divertiva a prendere il pene di Simone tra le labbra e poi, nel perderlo, perché la posizione forzata rendeva il cazzo del giovane elastico e sfuggente.
Intanto, frugando e baciando sotto i coglioni di Simone, Lucio iniziò a bagnargli il buchetto con delle linguate piene di saliva.
La libidine del rapporto era sempre più cocente, fino a quando Lucio si decise a provare a penetrarlo, questa volta sul serio.

Si mise ben piantato alle spalle dell’ amico.
Entrambi poggiavano sul lato destro del corpo. L’ altro era magro e abbastanza leggero, probabilmente ormai era rilassato e arrapato, infatti, Lucio, con le sue grosse e forti mani non trovava difficoltà a gestirne i fianchi in modo da portare la chiappe dischiuse del ragazzo a favore del suo cazzo in tiro.
Bagnò ancora una volta di saliva il buchetto dell’ altro, che sentiva morbido e arrendevole al massaggio delle dita.

Altre volte aveva penetrato un culo maschile o femminile, ma mai la verginità anale dell’ altro era stata per lui tanto significativa.
Non che ci tenesse sentimentalmente per Simone, ma di sicuro il loro era un rapporto estremamente particolare, che si combatteva a suon di posizioni psicologiche, più che a ritmo di semplice sesso.
Lucio dominava, nella vita e nel sesso, la personalità più arrendevole e pacata di Simone ma, allo stesso tempo, era come se si prendesse responsabilità dell’ amico e lo considerasse un suo paggio al quale era affezionato e a cui riservava le attenzioni migliori.

Il loro rapporto era segreto e intrigante.
Fuori da quella casa ogni uno tornava ad essere una persona perfettamente normale e, soprattutto, eterosessuale.
Lucio era deciso a godersi quei momenti al massimo per renderli memorabili. Così iniziò a rompere il sedere al suo amico con estrema cautela.
Il suo cazzo era veramente enorme però e dovette adoperare molta delicatezza.
Dopo alcuni estenuanti minuti di tentativi, il cazzo nerboruto di Lucio li teneva collegati come un grosso tubo, l’ uno nel culo dell’ altro.

Simone era esausto e dolente, e più volte si era lamentato nel subire quell’ ennesima mortificazione, eppure aveva accettato tacitamente di essere inculato dall’ amico più potente, come se fosse un atto dovuto, un segno del destino.
Ovviamente la cosa era anche eccitante al punto che con la mano si cercava il buco tra le gambe e lo trovava completamente invaso da quel tronco di carne, che sfociava alla radice nelle morbide palle piene di sperma.

Quello sperma, lo sapeva, inderogabilmente sarebbe confluito nella profondità del suo culo, ne era certo.
Ma non tutto successe così rapidamente.
Quando lo sfintere, con un ultimo gemito, aveva accettato lo spessore del cazzo di Lucio non erano che all’ inizio della bonaria punizione.
Gli uscì dalle terga e gli carezzò il culo, per dargli il tempo di riprendersi dai postumi della innaturale dilatazione.
Ma subito dopo l’ inculata riprese, con ben altri ritmi e maggiore decisione.

Lo trascinò davanti allo specchio e lo fece abbassare a novanta gradi.
Mentre il giovane si prendeva le caviglie per tenersi in equilibrio, Lucio lo impalò perfettamente, per non permettergli di cadere.
Il giovane si sentì venire meno, mentre assisteva allo specchio a quella scena da film, ben rendendosi conto dalle pulsazioni che gli si scaricavano nel culo, che il soggetto era lui stesso.
Venne poi posseduto, sempre nel culo e sempre per tutta la lunghezza del cazzo di Lucio, sia gitato di faccia che di dietro, poggiato sulla scrivania.

Infine dopo oltre mezz’ ora e una caterva innumerevole di penetrazioni, ritornarono sul divano.
A Simone bruciava il culetto, ormai definitivamente sfondato, ma non desisteva dal farsi fottere, perché il piacere di subire l’ inculata dall’ amico era troppo intenso.
Sul divano, si dovette stendere supino, con un cuscino sotto il bacino e una delle cosce, che per meglio spalancare il deretano, penzolava dal lato libero.
Lucio era sudato e arrapato.

Ancora una volta, sostenendosi sul braccio si posizionò dietro il giovane e ancora una volta lo inculò con decisione.
Il ritmo divenne costante e distaccato.
La mente di Lucio vagava nei paradisi del piacere, mentre si accasciava pesantemente su Simone, che pur soffrendo per quel peso invadente, non aveva il coraggio di fermarlo.
Infine, gli sentì accelerare il respiro e ansimare … e infine , pesando solo su di lui, gli strinse con le mani le chiappe intorno al cazzo che impalava quel minuscolo culo, come per farne una guaina più stretta, idonea al suo piacere, cattivo.

E così gli venne dietro.
Scaricando la sua rabbia e la sete di dominio, tutta nel sedere dolorante arrossato.
Sprofondava in lui con tutta la forza, e sborrò tanto profondamente nell’ ano del giovane, che ancora il giorno dopo, in bagno, egli si sentì scorrere dal sedere alcune gocce dello sperma ricevuto il giorno prima. L’ intimità tra i due arrivava a livelli sempre più profondi.
Lucio, sicuro dell’ affidabilità dell’ amico e certo della sua totale complicità, si lascio andare anch’ egli, senza più farsi troppi scrupoli o imporsi remore.

Giustificandosi con se stesso per il fatto che Simone gli dava tutto se stesso senza chiedere e senza pretendere nulla di più, gli piaceva pensare di fare dei piccoli sacrifici per l’ amico, che non aveva mai chiavato con una donna vera.
Cominciò a ingoiare il suo sperma, dopo avergli praticato il bocchino talmente in profondità, da aver spesso lacrimato per il soffocamento, in conseguenza dell’ introduzione esagerata del glande nella gola.

Aveva scoperto che la posizione più favorevole era quella in cui si stendeva sul divano a pancia in sopra, posizionando la testa rovesciata su un bracciolo.
La dominazione del cazzo in quella posizione era totale.
Il giovane era libero di chiavarglielo in bocca a suo piacimento, comodamente in piedi, con la possibilità di governare il ritmo e la profondità della penetrazione.
Dal canto suo, vedeva in primo piano il cazzo in arrivo o mentre lo pompava.

Vedeva anche il sacco coi coglioni, poteva carezzarlo e spesso, in un assurdo tentativo figurato, pur avendo la bocca piena fino alla radice del pene, cercava di spingerci dentro, almeno una, delle palle di Simone.
Spesso, questi gli sborrava in gola, senza che nemmeno riuscisse a sentirne il gusto. Infatti quando veniva così, Simone, diventava una corda tesa: tutto il corpo si irrigidiva e il cazzo fermo, sprofondato in bocca a Lucio, e lui era totalmente bloccato.

Il glande, gonfio, sborrava a fiotti vibrando violentemente insieme all’ asta. Aveva il dono di restare duro e in tiro a lungo, anche dopo la sborrata.
Capitava così che, Lucio, doveva soccombere per non contrariare l’ amico e aspettare a volte anche un quarto d’ora, fino a che il pescione di Simone, gli liberasse la bocca.
Dopo questo tipo di pompa, le mascelle erano indolenzite.
Di contro, però, la situazione era talmente arrapante che spesso Lucio si masturbava, tenendo in bocca quell’ asta prepotente che mandava odore e sapore di sborra calda.

Di questo passo, non ci volle molto per decidersi a sacrificarsi fino in fondo per l’ amico. Con la scusa di fargli provare com’ è fottere una ragazza, ammise il pene di Simone nel culo.
Non fu una passeggiata, come credeva.
Infatti la sua speranza era che sapendolo mettere dietro, sarebbe stato altrettanto bravo a prenderlo, tra le natiche.
Ma non era così.
La colpa era anche di Simone però, che si ritrovava quel cazzo ballerino, un pene che, alle sollecitazioni rispondeva fin troppo “elasticamente” … e così, quando si trattò di sverginare il culo dell’ amico, divenne grosso come quello di un cavallo.

Ormai non è che si potesse tirare indietro, anzi il gonfiore della cappella di Simone, lo rese ancora più lascivo e desideroso.
Si preparò stendendosi su un lettino, con un cuscino sotto la pancia.
Allargò le cosce per dare spazio a Simone che iniziò ad armeggiare dietro di lui.
Per prima cosa, con lo sfintere, sentì perfettamente la cappella tonda che si posizionava, al centro del punto giusto per penetrare.

Fu una sensazione difficile da raccontare: era come se vedesse quella grossa palla, estranea, che tentava di diventare parte della sua stessa carne.
Quando Simone iniziò a spingere, capì che era condannato.
Gli avrebbe fatto male.
Ma era troppo arrapato per dire di no.
Si rassegnò a diventare uno che lo prende “in culo”.
Cercò di scacciare tutti i preconcetti e le frasi fatte, volgari, legate in maniera figurata a questo evento.

Cercò di pensare che dopo tutto non era che una atto sessuale come gli altri, un momento di piacere che finiva lì.
Nulla di male. Una tantum.
Nel buio nascosto di quella casa dimenticata, donava un emozione all’ amico. Quell’ amico che si fotteva da quasi un anno, profittando del suo culo a suo piacimento.
Si convinse che era un dono.
Una sensazione da regalare a chi, diversamente, forse non avrebbe mai provato il piacere di … possedere.

Mentre i pensieri turbinavano nella testa, Simone si era bagnato il cazzo di saliva e ripartiva all’ attacco.
Riprese ad armeggiare col suo buchetto finché … finché, con un guizzo, la capocchià di Simone, gli spaccò l’ ano in due, superando la resistenza, involontaria, dello sfintere.
Il dolore fece saltare Lucio, che sgusciò in avanti; mortificato e offeso, col culo indolenzito.
Non aveva mai provato niente di simile. Mai.
Era un dolore deciso e umiliante, ma allo stesso tempo gli dava il desiderio perverso di provarlo ancora, per avere e dare piacere.

Si massaggiò le natiche, facendole vibrare con le dita, per rilassarsi.
Era confuso sul da farsi … non sapeva se tirarsi indietro, non sapeva se ormai, avere il culo rotto, non gli avrebbe permesso mai più di essere “maschio” come prima.
L’ amico era in attesa, arrapato e un po’ confuso.
– Mi hai fatto male! – disse Lucio, languido. – Fai piano. E’ la prima volta, lo sai. Lo faccio solo per te.


Purtroppo quelle parole non convinsero il maschio pratico che c’ era in lui. Si rese conto che era cambiato.
Il desiderio di prenderlo ancora nel culo non era da “macho”, né era un favore, semplice, da offrire ad un amico.
Dopo alcuni minuti si calmò e riprovarono.
Simone fu più dolce nell’ entrare e Lucio, con sorpresa, scoprì che il male era quasi del tutto sparito.
Restava quella strana sensazione di carne estranea che viaggiava nella sua.

Capì perché alle donne … e a molti uomini piaceva.
Era il colmo del piacere, darsi totalmente.
Dare il culo era un atto amorevole di sottomissione, che dava brividi di piacere e sensazioni profonde che nessun altro atto poteva eguagliare.
Simone se lo chiavò a lungo, sempre così: distesi sul letto.
Ogni tanto gli faceva cambiare la posizione delle gambe.
Prima il giovane lo aveva tenuto con le gambe e il culo spalancati, mentre lui, con le ginocchia serrate, si era messo dentro, oscenamente, spingendo spesso troppo a fondo l’ asta e provocandogli qualche fastidio, che lo faceva saltare in avanti.

Poi, al contrario, gli strinse le gambe e le serrò, mentre lui si sedette
praticamente sulle sue terga, col cazzo che sprofondava nel culo ben fatto di Lucio.
A volte, tenendosi sulle mani, il ragazzo si fermava col cazzo infisso nell’ ano solo per metà.
In quelle occasioni, Lucio, con le dita controllava sia il pene di lui, scoprendolo enorme e tosto, sia lo stato del suo sfintere.
Era molle e dilatato, al punto che ci poteva infilare anche il dito, per controllare i contorni del cazzo che lo stava ingroppando.

Una vera libidine.
Era stancante prenderlo nel culo ripetutamente, ma non si ribellò.
Quell’ esercizio lo aveva reso languido e passivo, lievemente femmineo.
Scoprì un piacere nuovo: aspettare che “l’altro” finisca di fottere.
Imparò la grande differenza tra l’ orgasmo maschile e quello femminile.
La donna, o chi “dona” e si “fa fare”, può permettersi di godersi tutta una serie di sensazioni, molto simili all’ orgasmo fisico, prolungandole all’ infinito e gustandosi tutti i momenti dell’ accoppiamento.

Il maschio, sopra di lui, col cazzo dentro, invece, non provava che un crescendo di arrapamento, concentrato violentemente sull’ atto materiale e sullo sfregamento fisico che lo avrebbe portato ad arrivare.
Lucio, sottomesso a quel cazzo, invece imparava a godere costantemente del piacere e della furia dell’ altro.
Simone sudato ed eccitato gli diede le ultime, selvagge botte, intensissime, poi uscì dal suo culo e fece in modo di farlo girare.

Lucio ebbe giusto il tempo di aprire la bocca, mentre l’ amico con un mugugno a****le, cominciò a schizzargli sperma in faccia e in bocca … a litri.
Col culo dolorante e indolenzito, ma non era mai stato così arrapato.
Aspettò che l’ amico stremato si poggiasse sul fianco.
Allora girò la testa, di quel tanto che bastava, per succhiargli il cazzo, miracolosamente duro, come prima che fosse venuto, e succhiando si diede pochi colpi al pene, che era quasi molle, piccolo e morbido,così sborrò copiosamente sulla sua pancia.

Restarono distesi per parecchio tempo, ritemprandosi.
Passò ancora qualche mese.
Dopo quella esperienza, Lucio era rimasto abbastanza turbato.
Era perplesso e aveva una leggera forma di crisi interna. I suoi rapporti con la sua donna si intensificarono: quasi volesse provare a se stesso che nulla era cambiato.
Era il maschio, lievemente prepotente di sempre.
Voleva essere superficiale, disincantato e “chiavettiere”.
Cercò anche qualche vecchia amicizia femminile, per il semplice gusto di scoparsela … ma il piacere proibito di donare il suo buco a Simone, non riusciva a toglierselo dalla testa.

Prima, quando lui si inculava l’ altro ragazzo, aveva spesso pensato di non dover temere alcuna implicazione. Anzi, giustificava il suo rapporto in maniera unilaterale: lui era più maschio che mai.
Ecco perché, vista la “potenza” sempre arrapata del suo sesso, prendeva tutto ciò che gli capitava d’ avanti.
Poco importava se si trattasse di una commessa diciottenne di passaggio, della sua donna o del suo amichetto: lui, tirava fuori il suo arnese … e fotteva.

Dietro, avanti, nella bocca … per lui erano solo buchi, foderi, in cui infilare la sua spada in cerca di soddisfazione.
Cercava di glissare con se stesso sul fatto che farlo con l’ altro, aveva per lui un gusto diverso, più rilassato, senza ansia da prestazione, nessuna gelosia o tensione …
Era sempre passato, con estrema superficialità, anche sulle emozioni intense che gli dava prendere in mano un altro membro; spesso metterselo in bocca e fargli schizzare sborra copiosamente.

Oppure scaricare, ora con foga, ora con delicatezza, il suo piacere nel sedere stretto dell’ altro.
Ma adesso che lo aveva preso nel culo, le sue certezze vacillavano totalmente.
Capi che il problema non era fisico, ma mentale.
Ma la cosa che non volle capire, ma che volle riprovare: era il piacere intenso di dare.
Dare piacere col suo ano dilatato, usato dall’ amico per goderne, era una sensazione che non lo abbandonava … capì, finalmente che non avrebbe più potuto, né voluto farne a meno.

Così decise con se stesso che, come a carnevale era lecito essere matti per un giorno, lui ogni tanto si sarebbe preso una pausa.
Avrebbe dimenticato per qualche ora la sua virilità, per donarsi al suo amico per il piacere omosessuale che traeva dal suo corpo.
Era passato quasi un mese … da quella che avrebbe dovuta essere la prima (e l’ ultima volta) che permetteva a Simone di farselo.
Per tutto quel tempo aveva evitato accuratamente di incontrarlo, ma adesso che era deciso, non si fece più problemi, anzi.

Aveva una grande voglia di tornare dal sua amico per stuzzicarlo e … per la prima volta, informarsi se anche a lui era piaciuto, il suo “dono”.
Quando, dopo pochi giorni, si incontrarono, Lucio capì che molte cose erano cambiate.
Il loro rapporto aveva adesso una connotazione affettiva e una complicità ancora più decisiva e netta.
Anche l’ altro era cambiato, era diventato più maschio e volitivo.
Aveva assaporato il desiderio di possesso.

Lucio, contro la sua volontà, non poté fare a meno di chiedergli, lascivamente, se lo aveva pensato e se lo aveva desiderato.
La risposta fu un sì duro, ma dopo gli fece capire che aveva sognato le sue natiche tonde, giorno e notte e che si era masturbato spesso pensando a lui. Invece di farlo rabbrividire, queste affermazioni gli diedero piacere.
Per la prima volta apprezzava il suo corpo, con un’ ottica estetica completamente nuova e provò piacere a constatare di avere veramente un bel culo.

Ricordò che anche delle donne glielo avevano detto e anche che aveva delle belle gambe.
Ci ripensò con un sorriso, cercando di decifrare se per caso, quelle furbe creature, avevano voluto sottintendere qualche “messaggio” che lui non aveva saputo cogliere, al momento.
Il loro rapporto da quella volta fu meraviglioso ed eccitante.
Dopo una caterva di preliminari, dopo un sessantanove che li aveva soffocati entrambi, più volte, Lucio aspettava, come una condanna inoppugnabile che l’ amico gli chiedesse di fargli, ancora un volta, il culo.

Sentiva che era il suo più grande desiderio. Forse nei suoi sogni, inculare Lucio, aveva anche il sapore nascosto di fottersi una donna.
E questo lo arrapava ancora di più.
Quando stava quasi per implorarlo di farselo, Simone si decise a prendere l’ iniziativa e gli sussurrò: – Dai, adesso fattelo mettere nel culo! –
Lucio ebbe un brivido caldo che gli attraversò tutto il corpo.
Aveva addosso solo la camicia, tutta stropicciata, ormai.

Non la tolse, però.
Si alzò dal divano e si poggiò sul tavolo, offrendo le natiche nude al membro rubizzo di Simone.
Quella volta imparò che il culo non ha verginità … lo sfintere non era un imene. Imparò che dopo un giorno o massimo due, nei quali non veniva sfondato, ritornava praticamente intatto e doveva essere forzato di nuovo.
Così, quando Simone lo penetrò, il dolore della dilatazione si ripresentò tale e quale, come la prima volta.

Lucio lo spinse con le mani fuori dall’ ano, e aspettò che la sensazione di spaccatura passasse.
Si sfregò le natiche con le mani e se le massaggiò, lamentandosi sommessamente.
Simone, in piedi, aspettava preoccupato, aveva paura che tutto finisse lì; che la sua “preda” non avesse più intenzione di farsi penetrare. Ma non era così. Lucio gli sussurrò: – Dai mettimelo adesso … ma fai piano. –
Simone lo accarezzò a lungo e lo lubrificò con la saliva.

Lucio imparò a rilassare il muscolo e ad abbandonarsi completamente.
L’ inculata riprese lenta e piacevole.
Dopo pochi minuti il culetto di Lucio era del tutto rilassato e il cazzone di Simone lo stantuffava senza remore.
Lucio si divertì a cambiare posizioni, imitando le donne con cui era stato.
Si fece fottere in piedi, dopo essersi portato davanti allo specchio di un armadio, vedere la scena del cazzo dell’ altro che gli viaggiava dietro, aggiunse piacere al piacere.

Poi si mise di nuovo sul tavolo da lavoro.
Stavolta però, girato di faccia, con le gambe all’ aria.
Simone pose gli avambracci sotto le ginocchia per sostenerlo e tenerlo fermo. Le sue natiche erano posizionate poco fuori il bordo del tavolo, e l’ altro giovane lo inculava facilmente, mentre spingeva, se lo tirava dalle gambe, verso il suo bacino.
Per la sborrata finale tornarono a mettersi in piedi, davanti allo specchio.

Quando capì lui era pronto a venire, Lucio si abbassò completamente in avanti,per dilatare al massimo le chiappe.
Simone intanto lo teneva per i fianchi, attirandolo con le mani verso il suo sesso, fino a quando, tremante per l’ eccitazione lo sborrò, spingendo, se possibile, ancora più dentro l’ enorme willy che si ritrovava e bloccandogli il culo. Lucio impazzì. La situazione di essere bloccato da quel palo, come se una volta inserito, dovesse per forza sottostare ai comandi e alle voglie dell’ amico gli diedero un senso di impotenza, femminea e lasciva, che gli fece salire la pressione.

Simone tirò fuori il pene dall’ ano e se lo controllò. Era scappucciato e totalmente e pieno di sperma. Si ricoprì il glande rosso con la pelle del prepuzio, ma per fortuna il cazzone gli restò in tiro.
Lucio non seppe rinunciarci.
Approfittando del suo culo aperto e lubrificato da una dose super di sborra, si spostò verso dietro e, senza aiutarsi con le mani, riuscì a “catturare” il cazzo di Simone, usando solo il suo buco come fosse una ventosa: aveva preso di nuovo il palo nel di dietro.

Era tutto bagnato e il pene dell’ amico sguazzava nella sborra.
Con la pressione a mille, lievemente chino in avanti, si tirò qualche colpo di sega. Subito, dal suo cazzo barzotto, cominciò a colare lo sperma, a fiotti e goccioloni.
Con la mano sporca di sborra si toccò l’ ano, dove trovò il liquido seminale dell’ amico, che ormai era diventato della spuma bianca.
Facendo sgattaiolare fuori il cazzo di Simone dal suo budello arrossato, si leccò le dita, assaporando quella strana panna, lievemente salata.

L’ attività tra i due amici restò cadenzata e piacevole ancora per alcuni mesi, poi la vita cambiò le cose.
La casa di Lucio fu venduta.
Il lavoro e gli impegni aumentarono … si persero di vista.

Seconda Parte: Perversi

Da quelle esperienze passarono oltre dieci anni.
Simone trascinava metodicamente più o meno la stessa vita. Aveva pochi amici ed ebbe ancor meno esperienze.
Qualcuno provò a presentargli una ragazza … ma con scarsi risultati pratici.

Lucio, più volitivo e agguerrito, invece fece una carriera fulminante, soprattutto perché accettò un lavoro che lo teneva quasi tutta la settimana in giro per l’ Italia e a volte per l’ Europa.
Ebbe una serie notevole di storie e di tresche e poi … si sposò.
Sua moglie, Filomena, si dimostrò sin dal primo momento una ragazza eccezionale, nonostante giovanissima e più piccola di lui di ben dodici anni.
Si conobbero infatti quando lui era un uomo fatto e lei una ventenne di provincia.

Filomena decise da subito che lui sarebbe stato l’ uomo della sua vita e si comportò di conseguenza, con fedeltà e abnegazione, sopportò il lavoro di Lucio che lo rendeva incontrollabile, soffrendo di gelosia, e soprattutto nella certezza che per lui, lei non era che una delle tante.
Come per i marinai, sapeva che Lucio aveva probabilmente una donna in ogni “porto”. Lo sapeva dagli amici che ne ammiravano “le imprese” e la simpatia.

Ma le cose, tra loro, non andarono per il peggio, al contrario …
Come lui amava dire: erano andati d’accordo perché si incontravano a metà strada. Lei era una ragazzina troppo matura, mentre lui era un uomo maturo ancora infantile.
Il lavoro di Lucio, col tempo, invece di essere un ostacolo si rivelò una buona opportunità, che sfruttarono al meglio.
Servì per permettere loro di viaggiare insieme e godersi dei lunghi e piacevoli periodi in giro per i posti più incantevoli, i ristoranti più occulti, le enoteche più esclusive.

Le altre, che significavano già poco per lui, sparirono rapidamente dalla sua vita. Cominciarono a convivere e poi si sposarono, sotto gli occhi increduli di familiari e amici.
Filomena era una ragazza semplice, senza grilli per la testa e trovò anche lavoro, così mise in pratica le sue capacità e cominciò a contribuire attivamente al menage: cosicché Lucio poté permettersi di adeguare la sua attività, ad un sistema di vita più regolare e a sempre minori viaggi di lavoro.

I loro rapporti erano ottimi. Filomena aveva praticamente imparato il sesso da lui.
Prima aveva avuto le normali e relative esperienza di una ragazza di provincia, un ragazzo, che probabilmente sarebbe diventato, per noia e per convenzione, il suo futuro marito.
Stare con Lucio era molto più impegnativo e lei faceva del suo meglio per stare al passo con i desideri, mai paghi del suo uomo.
Pur essendo molto “tranquilla” nel quotidiano, era disponibile: come le auto di grossa cilindrata, dava il meglio e il massimo, appena raggiunto il giusto numero di giri.

La sua serietà personale e il fatto che amici e colleghi, non conoscessero questa sua caratteristica, ne avevano fatto una donna estremamente fedele. Nell’ intimità, invece, non si tirava mai indietro, e lui aveva molto pepe e tantissime fantasie, sempre nuove, da proporle.
Lei accettava perché lui sapeva identificare il momento giusto per attuare i suoi sogni proibiti.
A Lucio non era difficile mantenersi “in tiro”, perché Filomena era stupenda, una modella e migliorava col passare del tempo, e diventare sempre più bona.

Bruna, tratti decisi, meridionale, con degli intensi ed espressivi occhi verdi, che risaltavano di più d’ estate, con l’ abbronzatura.
Altissima e prorompente, per anni Lucio non riusciva a credere che lei riuscisse ad essergli totalmente fedele.
Col tempo l’ uomo si dovette convincere che era proprio così: Filomena era tutta sua … un “impresa” impegnativa per un uomo solo.
Governare e soddisfare quel metro e ottanta di deliziosa carne ben tornita non era sempre facile.

Le lunghe cosce che sfociavano al vertice in una figa miracolosamente piccola e delicata, due seni da primato, grandi e prepotenti e un culo che era un vero giardino delle delizie.
Sua moglie era talmente “tanta” che spesso le loro fantasie vertevano sulla possibilità di avere un rapporto a tre, che avrebbe permesso a Filomena di provare nuove e intense esperienza (e un po’ di inconfessabile relax a lui), sapeva che con quel fisico e tanta eccitazione, la donna si sarebbe potuta permettere di spompare, con disinvoltura una mezza caserma.

La passione di lei era farlo all’ aperto e magari in luoghi dove avrebbero potuti essere visti o scoperti.
Spesso lei sentiva perfettamente che lui avrebbe desiderato rapporti promiscui e lei avrebbe fatto del suo meglio per accontentarlo, ma almeno all’ inizio era troppo gelosa e si addolorava a sopportare una esperienza simile … un paio di volte provarono con qualche amica occasionale, ma fu un disastro.
Anche lui non volle tirare la corda, rendendosi conto di quanto lei ne soffrisse.

Un aspetto della sessualità di lui, che capiva poco era il segretissimo piacere che lui provava a farsi toccare, baciare e leccare il culo.
Spesso lei si metteva sottosopra rispetto a lui nel letto e gli faceva il pompino da dietro, dopo ampie e prolungate linguate nel buchetto.
Capiva che questo gli piaceva tanto dalla durezza del membro e dall’ abbondanza dell’ eiaculazione.
Avevano anche tenuto, nascosti e segreti, un paio di cosi di gomma che avevano a volte adoperato per lei, ma anche per lui.

Filomena non poteva nascondere che dopo un poco aveva trovato eccitante, penetrare dietro al marito con quegli aggeggi.
La voluttà che lui provava le davano adrenalina pura.
Ovviamente … nei suoi pensieri, si era anche domandata, come e dove, lui avesse imparato a godere nel farsi penetrare il culo, ma non aveva mai avuto il coraggio di chiederlo.
Una cosa che le piaceva tantissimo era fargli il bocchino tenendogli due e anche tre dita infisse nel culo.

In effetti il sedere era un poco il centro del loro piacere.
Lui era espertissimo nel penetrarvi in maniera quasi indolore e sapeva gestire la durezza del pene con abilità: ficcandolo dentro appena appena rizzato, per poi lasciare che si gonfiasse tra le natiche della sua donna. Capitava molto spesso che la facesse venire una o due volte, poi, dato che non usavano preservativi e lei non prendeva niente, lui le chiedeva di preparargli il buchetto.

Allora Filomena si metteva di lato e aspettava paziente (e arrapata) che si masturbasse veloce dietro di lei.
L’ oscillazione veloce del glande faceva si che ogni tanto le urtasse le chiappe, sollecitando il buchetto in attesa, cosa che aumentava il piacere della ragazza.
Spesso mentre aspettava,con sottomissione la penetrazione imminente, si masturbava con delicatezza pure lei.
Lucio si dava gli ultimi colpi alla mazza e poi la infilzava, incurante del fatto che la sfondava senza preavviso.

Le infilava la canna dietro solo per metà, perché con le dita si teneva il cazzo e sentiva lo sperma che passava dal canaletto e si riversava in culo alla moglie.
Poi, una volta che aveva eiaculato per bene, lo tirava fuori per un attimo, permettendo allo sperma di raggiungere l’ esterno e gocciolare dall’ ano.
A volte questo esercizio era accompagnato dal gorgoglio della aria pompata in precedenza, che usciva dal sedere, mista alla sborra.

Ben conoscendo i gusti della sua donna, rientrava in lei, premendo forte e riempiendola tutta. Quello era il segnale per Filomena di finirsi in pace e con soddisfazione, la sua masturbazione.
Quella mattina Lucio non credette ai suoi occhi, quando nell’ androne del suo ufficio, incontrò Simone, che seduto aspettava qualcuno.
Lo salutò cordialmente e subito si fece accompagnare a prendere il primo caffè.
Parlarono a lungo e si raccontarono le rispettive esistenze negli anni passati senza sapere più nulla l’ uno dell’ altro.

Si scoprì così che Simone, da quasi un anno lavorava per una azienda di servizi che era collegata a quella di Lucio.
Che aveva anche saputo che dell’ amico, ma che non era riuscito a incontrarlo, fino ad ora.
Per caso, quel giorno era toccato a Simone venire in ditta a recuperare alcuni materiali.
Mai era successo che, alla luce del sole, facessero mai riferimento ai loro incontri segreti e anche quel giorno non venne fatto nessun accenno ai rapporti omosessuali che avevano vissuto.

Si lasciarono scambiandosi il numero dei rispettivi cellulari, con la promessa di rivedersi.
Quell’ incontrò risvegliò in lui tutta la libidine accumulata negli anni, mentre ripensava, arrossendo di piacere e non di vergogna, a quello che avevano fatto insieme e a quello che il suo amico era riuscito a ottenere da lui, in passato.
Come era già successo alcune volte, nel pomeriggio, quando tutti erano andati già via, Simone si collegò col PC a un sito porno, dove cercò un breve filmino amatoriale, nel quale si vedevano solo le
natiche di un uomo abbastanza grosso.

Dietro di lui si posizionava un altro, più magro e con un cazzo notevole.
Nei pochi minuti del filmato venivano immortalate ben due sborrata, che il magro depositava dietro il malcapitato compagno, che messo a pecora si prestava ad essere posseduto.
Si masturbò ricordando i vecchi tempi e cercando le similitudini con le inculate di Simone, fino schizzarsi sulla pancia tutto il piacere.
Dopo qualche giorno si sentirono e, naturalmente, ricominciarono a vedersi saltuariamente.

Simone purtroppo non sosteneva bene né l’ età, né lo stress psicologico, dovuto alla sua solitudine e al suo carattere molto passivo.
Però, incontrare Lucio fu per lui un toccasana e si riprese alla grande.
Un pomeriggio, ad esempio, chiamò l’ amico e gli comunicò di avere qualche ora da dedicargli, prima di rientrare, l’ amico gli disse che nel suo ufficio c’ erano gli operai per dei lavori di ristrutturazione.

Per il resto … era estate e gli altri colleghi erano in ferie.
Lucio credeva che non si sarebbero potuti vedere, ma l’ altro lo invitò a passare lo stesso.
Così fece, parcheggiò a qualche isolato di distanza e poi raggiunse la sede della ditta dove lavorava Simone.
Questi gli aprì, e lo fece entrare come un clandestino.
Invece di recarsi nel solito studio, l’ amico lo fece entrare in un piccolo sgabuzzino al piano terra, alle spalle del centralino.

Poi gli disse di aspettare un attimo e lo lasciò lì, praticamente al buio.
Lucio si sentì abbastanza maltrattato, quasi come una battona, che viene ricevuta per sfogarsi al più presto.
Infatti le cose andarono proprio così.
L’ amico tornò dopo pochi minuti, gli ribadì che di sopra c’ erano gli operai e che dovevano sbrigarsi.
Lui, quasi offeso, gli disse che sarebbe potuto tornare un altro giorno, ma niente da fare, l’ altro era sempre più ringalluzzito dalla disponibilità ormai sottomessa di Lucio, e gli disse di no.

– Fai presto, non perdere tempo, girati che te lo metto nel culo! – E così fece. L’amico, confuso e impreparato, si voltò e si slacciò i pantaloni, abbassandosi lievemente in avanti e poggiando le mani su un piccolo lavello.
Appena le terga furono a disposizione, Simone si mise dietro di lui e dopo essersi passato il palmo pieno di saliva sul glande, già gonfio, glielo ficco dentro, senza complimenti.
Lo fotté rapidamente per non più di tre minuti, poi gli sfilò il cazzo da dietro e lo fece inginocchiare davanti a lui, glielo mise in bocca con altrettanta foga e in pochi attimi,bloccandogli la nuca con la mano, gli scaricò in bocca un sacco di sperma.

Era tanta, come spesso accadeva, perché essendo di carattere pesante e metodico, preferiva programmare con anticipo notevole i loro incontri, in modo che nei giorni precedenti non si masturbava, per arrivare forte e carico all’ appuntamento.
Una volta profittato di lui, in culo e in bocca, l’ amico quasi lo cacciò via: il rischio di essere scoperti era troppo forte.
Lucio si ritrovò fuori, frastornato dalla rapidità con cui tutto era avvenuto.

Simone l’ aveva usato, come si chiava con una puttana.
Il culo indolenzito dalla rapida successione di botte ricevute all’ improvviso, la bocca sporca di seme, risalì in auto, arrapatissimo da quel trattamento e si recò a casa, dove, con una scusa portò Filomena nella veranda e se la fottette con la stessa veemenza con cui era stato preso.
Le sborrò sulla schiena, producendo un quantitativo incredibile di quel seme, che aspettava da ore di esplodere fuori.

Dopo, lei ancora eccitata lo baciò vogliosa e lui si augurò che non sentisse il senso di attaccaticcio e l’ odore dello sperma secco sulle sue labbra.
Intanto non bisogna pensare che il suo compagno si fosse trasformato in un accanito violentatore di culi. L’ uomo ormai era, se possibile, ancora più sensibile e schivo di quando era un ragazzo.
La sua natura non era cambiata e neanche i suoi desideri.

Fin da giovane aveva accettato e ammesso di essere servile e accondiscendente nei confronti del “capobranco”.
Anelava spesso di essere soddisfatto a sua volta e penetrato nel rapporto anale, ma i loro rapporti erano talmente occasionali che raramente Lucio si poteva dedicare alle sue natiche vogliose.
Quello a cui non rinunciava era di prenderlo in bocca, spesso durante uno struggente sessantanove.
Ma Lucio andava da lui soprattutto per prenderlo.
Si potevano vedere poche volte all’ anno e sempre per poco tempo.

Così l’ uomo, che faceva il maschio a tutto tondo, nella vita di tutti i giorni, ormai vedeva quei rapporti come la soddisfazione segreta di un suo alter ego, sempre più femmineo, obbediente e lascivo.
E il suo amico, messo per strada dalle parole e dalla sua gestualità esplicita, faceva del suo meglio per accontentarlo, a volte accumulando un ulteriore stress nella sua già travagliata e difficile esistenza.
Difficilmente aveva problemi di erezione, ma era importante che l’ appuntamento tra loro fosse fissato con qualche giorno di anticipo, altrimenti il giovane arrancava, senza poter concludere granché.

A volte gli era capitato di dovere rinviare qualche “visitina” perché troppo stanco e debole. Magari poche ore prima si era fatto una sega e non aveva recuperato ancora le sue labili forze.
Lucio, invece, andava da lui per farsi spaccare e Simone lo capiva, e ce la metteva tutta, ma non sempre riusciva a venire, a sborrare.
Anche questo era uno stress, perché sapeva di deludere le aspettative del suo amico.

Una volta aveva espresso il desiderio di pisciare in bocca a Lucio, che se ne stupì e rifiutò categorico … ma la volta successiva, al telefono, lo avvisò di non fare la pipì fino a quando, nel pomeriggio, non si sarebbero incontrati.
Infatti quel giorno, per prima cosa andarono in bagno.
Se Simone non avesse conservato tanto piscio nella vescica, non avrebbe mai trovato la forza per farlo, invece dopo alcuni tentativi riuscì a fare la pipì nella bocca del suo amico.

Erano davanti al cesso. Lucio in ginocchio di fianco al vaso e Simone in piedi. che orinava lentamente. Il piscio caldissimo inondava la bocca ora aperta ora chiusa di Lucio, che si lasciava riempire fino all’ orlo per poi far scorrere il liquido giallo fuori dalle labbra, senza fretta.
Ne sentiva il sapore strano e la puzza addosso. E godette di tanta sottomissione passiva a quel cazzo che orami era diventato il suo idolo del piacere.

Filomena dopo qualche tempo si accorse che qualcosa non andava per il verso giusto. Bisogna sapere che il marito non era più lo scavezzacollo di un tempo; l’ uomo dedicava alla famiglia tutto il suo tempo libero e, sul lavoro, era praticamente sempre rintracciabile e … tracciabile.
Per Lucio una moglie giovane, bella e fedele ormai bastava e avanzava, inoltre Filomena era quieta ma non schiva.
Le piaceva il sesso e le piaceva molto farlo col marito che sapeva sorprenderla e appagare, sempre.

Le piccole trasgressioni, lo strap-on che ogni tanto gli praticava, non facevano che eccitarla ulteriormente.
Quando facevano all’ amore erano tante le fantasie che lui inventava soprattutto in merito ai rapporti a tre.
Spesso le chiedeva se qualcuno aveva tentato di farsela e lei ingenuamente rispondeva di no. Allora era lui a prendere l’ iniziativa e a raccontarle quello che poteva succedere …
Inventava la situazione, l’ imbarazzo di lei che si trasformava in piacere e la paura che il marito la scoprisse, che si trasformava nel piacere sfrenato di fargli le corna.

Non solo lei si sarebbe dovuta far chiavare da un altro, ma Lucio avrebbe dovuto saperlo. Magari sarebbe stato di fuori, costretto ad aspettare che la moglie finisse di fottersi l’ altro.
Lei intanto eccitata e vincente, avrebbe esagerato, con grida e parole sconce, il suo piacere, in modo che lui si fosse sentito umiliato e impotente … e che questo “maltrattamento” gli avesse reso ancora più sextenata l’ eccitazione e il frutto di una feroce masturbazione.

A volte, Lucio, inseriva questo “terzo incomodo” invisibile e inesistente, anche nel loro menage erotico, allora raccontava di come sarebbe stato farlo in tre e di come avrebbe potuto essere intrigante se lui stesso, si fosse trovato a doverlo prendere in bocca.
A Filomena piacevano quei racconti.
Il fatto che Lucio inventasse anche delle storie in cui anche lui era costretto a prendere il cazzo di un estraneo la rendeva un po’ perplessa, ma non ne faceva un problema.

La dovizia dei particolari dei racconti davano da pensare … ma lei era una ragazza quieta e non amava speculare troppo.
Seguire il marito nelle sue esigenze e nelle sue fantasie erotiche era già fin troppo soddisfacente, per le sue aspettative.
Era certa che se non avesse sposato Lucio, molte delle cose che aveva scoperto e operato nei rapporti sessuali, non avrebbe nemmeno saputo che esistevano.
Le sue vecchie amiche e coetanee in paese, si erano ingrassate o lasciate andare, come donne e mamme.

Quindi, Filomena era una donna appagata.
Ma non era stupida e, naturalmente, era anche molto gelosa.
Non solo si accorse che il marito da qualche mese aveva spesso la testa da un’ altra parte, ma aveva anche notato una attività insolita del suo telefonino. Si era anche appuntata un numero “sospetto”, ma ad indagini più accurate, risultò trattarsi di uno studio tecnico che progettava la logistica per aziende di trasporto e stoccaggio.

Ma la cosa che fece shittare il campanello d’ allarme fu una scoperta che fece grazie alla distrazione e alla totale fiducia di lui.
A volte per i loro giochi erotici si servivano di preservativi.
Era lei stessa che ne comprava una shitola in farmacia, ogni tanto.
Poi venivano occultati in un armadio, lontani da occhi indiscreti … e spesso dimenticati, per l’ uso sporadico che ne facevano.
Quando Filomena diede un’ occhiata ai profilattici … scoprì che ne mancavano due.

Non poteva essere certa, né poteva affermare che fossero stati usati per tradirla, ma il sangue alla testa le salì ugualmente.
Pochi giorni dopo, era di sabato, un pomeriggio che lei si doveva recare dai genitori, Lucio evitò accuratamente di farsi coinvolgere e inventò una scusa per potersi liberare ed uscire da solo.
Aveva appuntamento con Simone, naturalmente.
Non immaginava neppure minimamente dei sospetti della moglie, inoltre non aveva mai pensato ai suoi giochi erotici come ad un tradimento; per lui quello era diventato quasi un hobby, una valvola di sfogo, alla ricerca di piaceri che nessun altro rapporto avrebbe potuto procurargli.

Verso le cinque si preparò.
Con civetteria evitò di indossare gli slip sotto i jeans e poi si ricordò
che l’ altro, come spesso accadeva, gli aveva chiesto di portare i preservativi.
Ma quando aprì la shitola si accorse che era del tutto vuota … tranne che per un bigliettino, scritto in fretta dalla moglie: “Ti stai divertendo?”
Il mondo gli crollò addosso. Una caterva di sentimenti simile a una valanga.

Era arrabbiato. Era impaurito. Era impreparato.
Cosa sapeva Lei? E quanto sapeva?
Come avrebbe potuto spiegarle o giustificare il suo comportamento?
Per assurdo, non aveva neppure un amante.
Infatti in quel momento, avrebbe preferito mostrare alla moglie una bella ragazza che usciva dall’ armadio, piuttosto che ammettere di avere rapporti sessuali con un uomo. Aveva paura che lei non avrebbe mai capito.
Quel giorno l’ umore di Filomena era nero come la pece e il marito, incapace di decidere che comportamento seguire, se ne stava sulle sue.

Faceva l’ offeso, cercando di sbottonarsi il meno possibile, con la speranza di salvarsi in corner, appena se ne fosse presentata l’ occasione.
Passarono alcuni giorni, quasi due settimane … erano in uno stato di stallo che non faceva bene a nessuno; poi lui decise di sbloccare la situazione.
Filomena era sua moglie e si era sempre dimostrata all’ altezza in ogni situazione, doveva tentare … non poteva lasciare che il loro rapporto si deteriorasse così, andando alla deriva.

Una notte le si avvicinò nel loro lettone e lei non lo respinse.
Con molta dolcezza le comunicò che c’ era qualcosa di lui che lei non sapeva … le parlò di una vecchia amicizia maschile, che si era protratta nel tempo: un rapporto che lui preferiva non spiegarle ancora a parole, ma che ci avrebbe tenuto lei capisse e … che gli credesse.
Per fare questo la invitò ad andare con lui a trovare questo suo amico
col quale, spiegò, in passato era successo qualcosa.

Niente d’ importante, qualcosa di puramente fisico … lui lo aveva incontrato e il “vizio” lo aveva tentato a riprovarci.
Filomena, dal canto suo, tirò un gran respiro di sollievo, non avrebbe sopportato di essere stata tradita proprio quando aveva la certezza della fedeltà di lui.
Certo non immaginava fin dove si era spinto il marito con l’ altro, il suo amico, però qualcosa lei aveva pur sospettato, quando lui le aveva fatto capire che il grosso pene di gomma che aveva portato una volta a casa, poteva servire a giocare con lei, ma anche a penetrare dietro di lui.

Lucio chiamò Simone, era parecchio che non si sentivano.
Gli comunicò di avere una sorpresa per lui, voleva fargli conoscere sua moglie … l’ amico non seppe rispondere né capiva le implicazioni di quella visita.
Non sapeva cosa e quanto sapesse di loro due la donna ed era certo che si sarebbe trovato in grande disagio, davanti a lei.
Tra tutti e tre, l’ unico che si scioglieva in brodo di giuggiole e di fantasie, era Lucio.

Mentre loro erano preoccupati, lui era gongolante: progettava che da quell’ incontro sarebbe nato ben altro che un semplice chiarimento delle rispettive posizioni.
Era deciso a trascinare l’ amico nel suo menage, anche se non osava pensare come questo si sarebbe potuto evolvere.
Una sera che Simone era di notte col turno, organizzò l’ appuntamento.
Arrivarono verso le dieci di sera e portarono qualcosa da mangiare da una rosticceria e una bottiglia di vino frizzante.

Prima di entrare lui disse alla moglie ancora una volta: – Tesoro, sicuro che te la senti di conoscerlo? – le carezzò la guancia con tenerezza – guarda che se non ti va, possiamo tornarcene a casa. Io voglio solo che tu sia tranquilla su di me e che mi creda. –
Ma lei era decisa ad affrontare la cosa; e poi conosceva troppo bene il marito per non sapere che tutto questo lo eccitava enormemente.

Entrarono nell’ ingresso dell’ ufficio silenzioso e deserto.
Lucio conosceva la strada per raggiungere l’ ufficio tecnico, dove il suo amico era impegnato in alcuni controlli di routine.
Essendo l’ unico tecnico che viveva da solo gli capitava spesso di lavorare la notte, durante le feste e in piena estate. Ma starsene da solo non gli dispiaceva.
Lucio ormai a suo agio, si comportò come sempre in maniera simpatica e brillante, li presentò e fece gli elogi dell’ uno e dell’ altra.

L’ altro, da persona semplice, si trovò subito in sintonia con Filomena; dopotutto anche lei era una persona semplice ed aperta, e poi, entrambi, subivano il fascino di suo marito.
Mangiarono qualche stuzzichino, assaggiarono il vino, chiacchierarono del più e del meno.
Il giovane ne aveva ancora per qualche minuto, intanto la coppia si spostò in una sala attigua, dove c’ era un tavolo per riunioni e un salottino in pelle.

Con disinvoltura, come se fosse del tutto a suo agio, lui si rivolse a sua moglie, invitandola ad accomodarsi.
Poi con complicità profonda le chiese di aspettare un attimo, le disse che voleva controllare come l’ avesse presa il suo amico. L’ aveva già avvertita che si trattava di un soggetto con le sue fisime e con dei tempi di reazione tutti suoi.
Tornò da Simone nella sala controllo e lo trovò teso e sulle sue.

– Ehi! – fece Lucio – che hai? Che te ne pare di Filomena? –
E l’ altro: – E’ una bellissima donna … un’ altra vittima? –
– Ma che cavolo dici? Sei sempre prevenuto. Chi pensi che ti abbia portato qui: una zoccola? – disse convinto – “Lei” è mia moglie, capisci? La donna che amo e con cui vivo. Cosa credi che la porto in giro a fottere? Siamo qui perché qui ci sei tu, e io ti stimo … lo sai.


Poi concluse: – E lei è qui perché si fida di me! –
– Ok, capito – disse l’ amico laconico – ma io che c’ entro? Che devo fare? State di là e io vi aspetto … –
– Ma tu sei scemo ? – lo apostrofò Lucio – Ho fatto il diavolo a quattro per portarla. Adesso finisci le tue cose e poi ci raggiungi … non ti preoccupare, non devi fare niente … tranquillo.


Poi aggiunse: – E io che pensavo che Filomena ti sarebbe piaciuta. – poi ironico – Scusa, sai? La prossima volta ti porto Miss Universo! –
– Ma cosa dici? – disse Simone – Per me è bellissima … ma, ma io che cosa c’ entro? –
– Basta … appena ti liberi vieni da noi … poi si vedrà; capito? –
Lucio tornò dalla moglie. Anche Filomena era abbastanza impacciata e confusa.

Lui capì che non era più tempo di chiacchierare.
Le si avvicinò e cominciò a baciarla, tirandola verso di lui e facendola alzare in piedi.
Nella sala le luci erano accese, non tutte, ma accese … andava bene così!
Lucio baciava e carezzava sua moglie. Fu contento che lei si fosse preparata al meglio: indossava una gonna lunga ma svasata ed ampia, morbidissima, e una maglietta nera attillata; non aveva messo il reggiseno e la maglietta non riusciva assolutamente a trattenere i suoi enormi, prorompenti seni.

Carezzandola spostò le mani sotto la gonna. Lei aveva scelto di indossare le calze di seta color carne, tenute da un reggicalze bianco.
Ottima scelta, pensò il marito.
La moglie si era preparata come si deve per l’ incontro, voleva dire che l’ idea l’ aveva solleticata alquanto. Bene!
Lucio decise che era ora di iniziare le danze.
Sempre tenendola vicino a se, come una coppia di studenti che si scambiano smancerie, la guidò verso una zona della stanza in cui, attraverso la porta, vedevano Simone, che si attardava tra le attrezzature.

Naturalmente, in quella posizione, anche Simone vedeva loro.
Infatti, il giovane notò le due figure. Gli sembrava di guardare un film impossibile, di cui lui non poteva essere certo il protagonista.
Cercò di sfuggire a quella realtà notando quanto gli sembrasse irreale
quella scena.
A pochi passi da lui il suo amico baciava, con la lingua che non trovava pace, la sua bellissima moglie.
La donna, che lui non aveva mai visto, era uno spettacolo.

Più alta di lui, aveva forme giunoniche che si intravvedevano da sotto gli abiti.
Quando Lucio, con gesto calcolato, le infilò la mano sotto la gonna, Simone sussultò. Cercava di non guardare, ma non riusciva a farne a meno.
L’ amico faceva in modo che lui potesse vedere … tutto, sotto la gonna della moglie, mostrandogliela poco a poco, come in uno spettacolo di spogliarello.
Intanto Filomena, dopo un attimo di smarrimento, capì che il marito stava facendo in modo che l’ altro uomo la vedesse, si lasciò andare per superare la vergogna.

Lo lasciò fare.
L’ idea di essere vista, spiata e, probabilmente, di piacere a quello sconosciuto, si rivelava sempre più intrigante ed eccitante.
La sensazione per la donna era fortissima, essendo lei molto seria e castigata nel quotidiano, non si era mai messa in mostra così … ma si fidò del marito, lasciando che lui facesse come meglio credeva.
Si godeva quei momenti intensi, sentendo gli occhi bramosi e increduli dello sconosciuto su di se, mentre il suo uomo le alzava completamente la gonna, facendole mettere in mostra le natiche chiare.

Il perizoma bianco di Filomena non ne nascondeva la rotondità, anzi le definiva in tutto il loro splendore.
L’ uomo. stupefatto e ipnotizzato da tanto ben di dio, si accorse che suo malgrado, il cazzo si induriva sotto i pantaloni.
Il marito visitava con le mani sapienti il corpo di lei e, facendo finta di niente, le alzava la gonna e poi la abbassava, spostandosi e carezzando le sue gambe. Si pose di fronte a lei e, rapidamente, le tirò fuori i seni dalla scollatura della maglietta, facendoli pendere in tutta la loro bellezza.

L’ altro restò di stucco. Le sue esperienza con le donne erano talmente esigue e limitate che era sbalordito da quelle montagne di carne e da quei capezzoli turgidi e puntati, grossi come un dito pollice.
La voglia matta di succhiare a quelle mammelle e di palparle lo colse impreparato.
Con la stessa semplicità con cui si sarebbe aggiustato la cravatta, il suo amico fece appoggiare la moglie a una sedia con le mani e si spostò dietro di lei, i seni della donna pendevano davanti come due palloncini chiari.

Quindi in un attimo, glielo chiavò in figa e cominciò a sbatterla: le due mammelle oscillarono in maniera sconvolgente.
Per lui fu facile infilarlo in un colpo solo, visto che lei aveva la figa bagnata e desiderosa. Lui se la scopava di botto, perché sapeva che alla moglie piaceva che si facesse così.
Lei era una donna abbastanza freddina nel quotidiano ma, e il marito lo sapeva bene, diventava un vulcano durante i loro amplessi.

Mentre sentiva che la sbatteva da dietro, godette a mostrare tutto di se allo sconosciuto, che la guardava inebetito dall’ altra stanza.
Lo sfidò con lo sguardo vacuo e invitante, mentre le due enormi tette ballonzolavano come campane, dove i capezzoli facevano da batacchio.
Simone aveva già inventato troppo lavoro per quella sera, non poteva restare a guardare come un idiota. Trovò il coraggio di avviarsi verso la stanza in cui l’ amico si stava chiavando la moglie senza ritegno.

– Vieni, entra … – gli disse con voce rotta Lucio.
Cercò di spiaccicare qualche parola che non si capì … poi si allontanò, dicendo: – Torno subito, voglio lavarmi le mani. –
Allora l’ amico tirò il cazzo fuori dalla figa della moglie, si mise al suo fianco e le disse: -Allora, amore, che ne dici?
Ti piace o vuoi che andiamo via?-
Lei sorrise, mentre si aggiustava la gonna e rimetteva i seni nella maglia: – Non lo so – disse – e tutto così strano … così nuovo.


Poi aggiunse: – Restiamo dai, per me l’ importante e che ci sia anche tu, il resto va bene. –
– Bello – disse il marito.
Nel frattempo il suo amico rientrò.
L’ altro lo invitò a sedersi sul divano, poi disse ammiccante: – Allora, che ne dici, ti piace Lei? –
L’ altro con un sorriso forzato e impacciato disse. – Che domande … è bellissima! –
– Ok – rispose – adesso te la faccio vedere bene.

– Poi, rivolto alla moglie aggiunse: – Vieni tesoro. –
Lei, pazza di piacere, si fece guidare davanti a Simone.
Si sentiva venire, ad essere esposta così, come un a****le alla fiera,
completamente in balia del marito, che faceva del suo corpo quel che
gli piaceva.
Venne posizionata a favore delle luci e a pochi passi dall’ uomo, che cercava di sembrare indifferente, mentre invece aveva la testa che gli girava come una trottola.

Forse per questo l’ amico lo aveva fatto sedere …
Invitò la sua donna a togliersi la gonna; cosa che lei fece non senza un pizzico di voluttà.
– Vieni, Simone, tirale i seni fuori dalla maglietta, lei vuole. –
Simone non poteva certo tirarsi indietro e poi l’ atmosfera nella stanza era talmente tesa, che i movimenti sembrava avvenissero al rallentatore.
Si alzò dal divano, mentre Filomena non riuscì a evitare di guardare con voluttà, il grosso rigonfiamento sotto la patta dei suoi pantaloni.

Le mani piccole e impacciate cercarono le due tette. Il giovane trafficava con mano inesperta e con molta vergogna; eppure quei palpeggiamenti non potevano che farle girare la testa, si sentiva profanata da mani estranee, per la prima volta dopo tanti anni.
Avere per le mani quei seni morbidi e consistenti era una sensazione mai provata. Il cazzo del giovane pulsava all’ impazzata.
Non aveva mai avuto rapporti con una donna.

Avendo abbondantemente superata la trentina, credeva che ormai non sarebbe mai successo, soprattutto perché si vergognava temendo di essere valutato come un imbecille.
Invece, adesso, tastando e cogliendo a piene mani i seni, che il suo amico gli aveva concesso, trovò la dolcezza infinita di quella moglie.
Per lei, sentire in maniera palpabile, l’ ingenuità dell’ giovane aumentava il piacere di donarsi, di farsi scoprire amorevolmente da quell’ uomo, praticamente ancora vergine.

I modi delicati e il rispetto reverenziale con cui toccava e saggiava, trasmettevano alla donna tutto l’ abisso di desideri repressi, che si celavano nell’ animo dell’ uomo.
Fu grata a suo marito, quando le tolse le mutandine e poi la invitò a sedersi a cosce aperte, per accontentare la vista dell’ amico.
Lei lo fece con voluttà, e il marito, portò il giovane per mano fino al divano, poi coi gesti lo invitò a mettersi in ginocchio davanti a lei e ad avvicinarsi, pericolosamente, alla sua figa spalancata.

Allora lui si lasciò andare con la bocca affamata su quella fessura, leccando, baciando, assaporando …era come se volesse rifarsi di tutte le mignotte che non si era fatto in vita sua.
L’ altro, svelto, si abbassò i calzoni e mise il suo cazzo tra le labbra della moglie. Mentre la piccola lingua dell’ altro, inesperto le esplorava la vagina, allora la donna, incapace di trattenersi, cominciò a venire, sospirando ed emettendo piccoli gemiti.

– Non fermarti – incitò il marito, di modo che il suo amico continuasse con scrupolo a slinguare nella figa di lei, mentre si aiutava anche con le dita per aprirle le grandi labbra.
Lei se ne veniva e mugolava, mentre teneva in bocca il cazzo duro di suo marito. Si fermarono e si calmarono.
La donna, ormai, era un’ altra: se ne stava tra i due uomini, come una troia esperta ed emancipata.

Non provava nessuna vergogna, pur essendo vestita solo della maglietta e del reggicalze. Le calze le aveva tenute, come aveva visto fare in qualche filmino porno, visto col marito. Si tenne anche le scarpe col tacco, convinta di sembrare più arrapante agli occhi dei suoi partner. I due si erano seduti al suo fianco.
Il marito, si era tolto tutto, ora indossava solo la camicia aperta sul petto.
Passando le mani sopra la moglie raggiunse il suo amico e gli tolse i pantaloni.

L’ altro non ebbe il coraggio di fermarlo e rimase con quelle sue mutande di cotone anteguerra, alte fino all’ ombelico.
Attraverso lo spacco laterale, Lucio fece svettare il suo cazzo diritto.
Filomena, nonostante si fosse lasciata andare tanto, provò un attimo di smarrimento alla vista di quel cazzone, tanto nuovo e tanto diverso da quello di Lucio.
Era grosso e lungo. Non poteva vedere lo scroto perché era dentro le mutande di lui.

Vedere che comunque il marito aveva maneggiato quel pene maschile con tanta disinvoltura e familiarità, le diede un brivido, che non sapeva ancora come interpretare.
– Carezza il cazzo a Simone, tesoro, gli piacerà! – disse lui e lei si fece rossa e calda … dal piacere.
Prese in mano quel grosso stantuffo, valutandone la durezza.
Era bellissimo sentirlo tra le dita.
Si accorse, che al contrario di altri cazzi, aveva la pelle del prepuzio quasi chiusa sul glande.

Dentro si intravvedeva il buchetto voglioso di Simone, che si schiudeva; le venne voglia di succhiarlo … ma non osava.
Allora il marito fece alzare in piedi il suo amico, e le disse di liberarlo delle sue mutande … e poi aggiunse:
– Amore, fai quello che desideri … non mi dispiace. –
Lei non se lo lasciò ripetere. Approfittò del giovane in piedi e gli baciò il cazzo. Lo leccò accuratamente e con la lingua scavò nella pelle morbida per raggiungere il glande, caldo e arrossato.

Poi assicurandosi che suo marito guardasse, lo prese tutto in bocca.
Era duro, ma liscio come una seta, lo testò con la lingua, cercando di scoprirne gusto e sapore e per cercare di conservare quella sensazione il più a lungo possibile. La ragazza amava masturbarsi, appena era sola e tranquilla e, così, desiderava che quel ricordo speciale si imprimesse bene nella sua mente.
Simone era nel pallone e quei pochi movimenti che faceva, li faceva in maniera veramente impacciata.

Era troppo per lui tutto quello e tutto insieme. Anche la donna era comunque lievemente impacciata.
Lucio capì che, come prima volta, poteva bastare.
Con discrezione aveva già deciso come dovesse finire quella serata. Guidò la moglie sul divano e fece cenno al suo amico di avvicinarsi, gli fece aprire le gambe e sistemarsi in piedi dal lato della testa della moglie.
Lui si mise dietro all’ amico, carezzandogli le cosce e la schiena e fece si che si prendesse il pene tra le mani.

Egli si tirò una sega, masturbandosi proprio come piaceva a lui e in pochi minuti venne, vibrando e mugolando mentre chiudeva gli occhi.
Lo sperma cadde addosso a Filomena come una pioggia estranea, zampillandole sul petto, sulla pancia e, in parte, un faccia.
Le gocce che raggiunsero le labbra vennero leccate avidamente dalla donna.
Allora suo marito, nel più tradizionale dei modi, le salì addosso e le penetrò tra le gambe.

Ordinò al suo amico di tenerle i piedi in alto, affinché si godesse la vista di quella chiavata, che avveniva davanti a lui.
A freddo, poi, avrebbe ripensato a tutto quello e avrebbe imparato a non divinizzare la sua donna, ma a desiderare che tornasse a trovarlo, per fotterla come un troia e per riempirla di cazzo. Proprio la “carica” che il marito desiderava sentire.
Intanto pompava con veemenza e velocemente, quando fu pronto, si mise in piedi sul divano, immediatamente intimò al suo amichetto:
– Fammi sborrare, presto! –
Simone ebbe un attimo di esitazione, ma poi l’ eccitazione ebbe la meglio e così dimostrò alla donna, quanto era bravo a fare il cazzo in mano a suo marito … dopotutto, gli tirava le seghe da quando lei era ancora alle elementari.

La seconda ondata di sborra spruzzò dal glande di Lucio e si aggiunse allo sperma già sparso sul petto di Filomena.
La donna, intanto si faceva il ditalino ed era perduta in un orgasmo tutto suo.
Subito dopo, andarono via, senza nemmeno lavarsi.
Abitavano fuori città e ci volle un po’ per tornare a casa. Fecero il viaggio in silenzio: lui le dava il tempo di sedimentare ciò che era accaduto.

Sapeva che in tre si sarebbe potuto ottenere molto di più, ma non aveva voluto strafare.
Suo moglie e il suo vecchio amico erano stati come “ubriachi”, e lui non voleva che andasse così; voleva che si conoscessero, si studiassero e imparassero a desiderarsi con prepotenza, per godersi, come lui, il meglio che quel rapporto poteva dare.
Arrivati a casa, lei, stanca e languida si recò verso la doccia, lasciando la porta del bagno aperta.

La donna fece scorre via tutti i vestiti, lasciandoli per terra.
Poi staccò il reggicalze e infine si fece scivolare via le calze di seta.
Tutta la sua roba era macchiata di goccioloni bianchi, era sperma misto agli umori della sua figa. La traccia tangibile che non aveva sognato.
Il fatto che non si potesse stabilire a chi dei due appartenesse la sborra le fece ribollire il sangue.
Suo marito l’ aveva seguita e l’ abbracciò teneramente di spalle.

La confortò con parole dolci, ma la sua voce era bassa e carica di erotismo. Mentre la carezzava tutta, la annusava.
Lei sapeva di sudore, di sperma e di lussuria.
Allora lui cambiò registro e cominciò a rimproverala con parole lussuriose, fingendo risentimento e sorpresa, per le porcate che le aveva visto fare quella sera, davanti ai suoi occhi, per giunta.
– E così hai appena provato un altro cazzone!Non ti vergogni? –
E lei, mentre lo baciava, rispose sfrontatamente di no.

– Ah … – disse lui – e poi ti ho vista mentre facevi il bocchino, ti pare bello? – Lei mugolo qualcosa di indefinito, e lui la incalzò: – E ti e piaciuto tenerlo nella bocca? –
– Oh, si – disse Filomena – era grosso e mi spingeva … –
Lucio, intanto le passò dietro e tirò fuori la verga, già arrapata.
– Sai disse – mentre cercava il buco della moglie, tra le sue cosce – sai ho visto che ti piaceva quando lui si tirava la sega … guardavi il suo cazzo, estasiata.

Ma ti piace così tanto? –
Intanto lei era a pecora, con le mani poggiate su uno sgabello e lui la scopava come a lei piaceva, facendo sbattere le palle sul suo sedere.
– Ma anche tu gli hai toccato il cazzo … anche a te piaceva. – disse con voce rotta lei.
Le dava alcune botte, poi si fermava con tutto il coso dentro e spingeva ancora, da fermo.
Continuò a parlarle come a lei tanto piaceva, ma stavolta le storie che raccontava non erano invenzioni o fantasie … solo un paio d’ ore prima, la timorata e tranquilla Filomena aveva assaggiato due cazzi e aveva ricevuto addosso una doccia di sperma emessa da due uomini.

Intanto che lei sognava, Lucio la chiavava.
Pensò al cazzo di Simone, lo desiderò ancora, pensò che sarebbe successo ancora e che l’ uomo, praticamente uno sconosciuto, quasi certamente l’ avrebbe montata … magari in quella stessa postura e le avrebbe spinto dentro un cazzo del tutto nuovo.
Chissà se a lui era piaciuta? Se la desiderava …
Ma era convinta di si.
Era troppo felice di succhiarle i seni, e con quanto gusto le aveva succhiato la figa … e la sua lingua, poi, era di fuoco, non si fermava mai.

Era decisa: voleva ancora quel cazzone, tutto dentro e voleva anche la sborra calda dell’ amico di suo marito: voleva che impazzisse per lei e che desiderasse di farsela continuamente.
Lucio, si accorse che lei si abbandonava e stava per venire, allora prese dal mucchio dei panni dismessi, il top nero.
Era intriso dello sperma del suo amico e lo piazzò sul viso della moglie.
Lei venne annusando e leccando la stoffa profumata, e lui le diceva di odorare, odorare la prova tangibile di quanto era stata puttana, a prendere un altro pene nella bocca … e, mentre lei aveva orgasmi multipli e costanti, lui aggiunse che era sicuro, che se quell’ altro le avesse chiesto di sborrare in bocca, lei gli avrebbe ingoiato tutto, senza batter ciglio.

Quanto aveva ragione …
Ma suo marito lo sapeva benissimo, mentre a sua volta veniva ancora sul morbido sedere della moglie, a goccioloni. Erano passate quasi due settimane dall’ incontro.
Lucio telefonò a Simone, ma il suo amico fu abbastanza laconico e vago nelle risposte; allora pensò che era meglio incontrarsi da vicino per capire le reazioni e le intenzioni del giovane.
Dopotutto c’ era di mezzo anche la moglie e, di conseguenza, il loro rapporto diventava una questione “di famiglia”.

In questo caso lui voleva andare sul sicuro. Mai si sarebbe sognato di tirare le persone che amava in qualche problema o in uno scandalo.
Si diedero appuntamento per il sabato sera, trovò una scusa plausibile e si recò al solito studio.
Alle otto il giovane era già da solo e lui lo raggiunse.
Dopo pochi convenevoli, arrivò al sodo.
– Allora, che ne dici? Che te ne pare di mia moglie? – come sempre, quando affrontava questo argomento, gli tremava lievemente la voce.

Simone era impegnato, o fingeva di esserlo, mentre sistemava delle cose su una specie di consolle.
– Come vuoi che risponda? Lo sai bene che è molto bella … il guaio è che è capitata nelle tue mani. – disse con un sorrisetto.
– E che vorresti dire? – rispose lui.
– Lo sai che voglio dire, tu usi le persone e sempre per il tuo comodo o i tuoi scopi! –
Conoscendolo, non se la prese, era un vittimista; ma cercò di chiarirgli le idee: – Tu sei mezzo scemo se credi che io approfitti di qualcuno …
specialmente se si tratta di mia moglie, che amo … o di te, che nonostante non lo apprezzi, sei un amico per me.


– Se, se … – disse Simone, col sorrisetto di prima – amico … poi fece una battuta scema.
– Certo, amico! E poi come puoi pensare che io ti faccia toccare mia moglie, la donna che amo, contro la sua volontà e, magari, da uno qualunque? –
Si mise seduto: – E’ certo che le ho parlato e che ho controllato se a lei va … e sai che ha detto? Che sei un bravo ragazzo e che le piaci.


Simone ebbe un brivido, ma sperò che il suo amico non se ne fosse accorto.
Al solo pensare al corpo e alla pelle di lei, gli mancava il fiato.
Naturalmente l’ intesa e la depravazione raggiunta con l’ altro era potente, come sempre, insomma: non è che lui avesse cambiato gusti o non desiderasse più di farsi l’ amico.
Ma il fatto che egli gli avesse offerta la moglie lo eccitava e lo faceva sentire più forte e più maschio.

Inoltre aveva intuito che in quel gesto erotico si nascondeva anche il piacere di fargli omaggio, una forma di sottomissione sottile, che superava di gran lunga in intensità, il dominio fisico che aveva già raggiunto.
– La vuoi vedere ancora? – gli chiese l’ amico all’ improvviso?
– Ti pare possibile che non mi farebbe piacere? Se vi va … si, mi piacerebbe. – ammise.
Allora lui disse, con voce roca: – A lei piaci.

L’ altra volta non l’ hai chiavata …
che ne dici?
Se ti va te la faccio scopare … –
– Uffa! – sbuffò l’ altro impacciato.
Lui capì che l’ amico si vergognava e non reggeva quella conversazione.
– Ok, allora te lo prometto, la prossima volta te la spoglio e te la faccio prendere, magari da dietro come piace a te! – rise, ma era già eccitato.
Ora Simone era seduto e lui decise di passare all’ azione, senza aggiungere altro.

Con estrema delicatezza si sedette e avvicinò la sedia alla sua.
Mentre il suo amico si occupava di sistemare gli ultimi moduli su un tavolo con la consolle, lui gli tastò il pantalone alla ricerca del pene.
Con naturalezza gli aprì la patta e liberò l’ arnese di lui dallo slippino: iniziò a accarezzarlo, stringerlo, scoprirlo.
Gli toccava l’ asta di sopra e di sotto, gli cercava la sacca con le palle con una mano, mentre l’ altra girava intorno al pene , già in tiro.

Mentre gli maneggiava il cazzo dalla pelle di seta, si accorse che l’ amico cominciava a essere sempre più eccitato.
Preferì non parlare più della moglie, visto che lui non sapeva sostenere quel discorso, ma si avvicinò al suo orecchio e sussurrò:
– Vuoi pisciarmi in bocca? –
– Uhm … sì – sussurrò quell’ altro.
Si abbassò con la testa e iniziò a baciare il cazzo del suo amico, intanto che lui sistemava le ultime cose.

Poi si alzarono. Si denudò completamente e precedette l’ amico in uno degli ampi bagni.
Mentre l’ amico faceva i suoi comodi, gli piacque dimostrargli la sua sottomissione, come se lo volesse pacifico e non arrabbiato.
Così si inginocchiò in uno dei vani doccia.
Erano pulitissimi, perche quasi nessuno li usava mai.
Aspettava, senza fretta, guardando con disinvoltura i movimenti di Simone.
Il giovane si sbottonò la camicia ma non la tolse.

Invece con calma si sfilò i le scarpe e i calzini, mettendoli da parte.
Poi tolse i pantaloni, che piegò e ripose su un porta asciugamani.
Il suo cazzo spingeva le mutande all’ antica, disegnando una protuberanza informe.
Poi anche le mutande vennero tolte.
Lui con libidine diversa dal solito, si godette lo spettacolo del fisico asciutto e sottile del ragazzo. Il cazzo dritto più che mai svettava da quel corpo, era grande e lungo.

I gesti lenti e la disinvoltura nel non affrettarsi, rendevano languida quella prolungata attesa. Invece di infastidirlo, aumentavano il desiderio.
Il giovane entrò nella doccia a sua volta, aveva acceso tutte le luci.
Lui capì che voleva umiliarlo e dominarlo … e stette al gioco.
L’ amico si abbassò e cominciò a carezzargli il corpo delicatamente.
Intanto l’ altro chiuse un attimo gli occhi e il suo pensiero volò a Filomena, immaginò quanto le sarebbero piaciute quelle carezze … e pensò anche che lui avrebbe permesso che l’ altro gliele facesse.

Dopo avergli carezzato i fianchi, le spalle e le natiche, si spinse con le mani tra le sue gambe. Il suo cazzo era moscio, ma questo non gli dispiacque, anzi gli diede delle forti strizzate, lasciando che le mani tremassero forte, mentre teneva tutto il pacco tra le dita.
Dopo alcuni minuti si alzò in piedi. Uscì un attimo dalla doccia per pendere alcuni asciugamani di carta e ritornò. Lucio, eccitato più che mai si era messo per terra a gambe aperte.

L’ amico, più intraprendente di come non era mai stato, si mise in piedi dinanzi a lui, col cazzo puntato, e disse: – Non ho pisciato da stamattina … perché volevo che tu la prendessi tutta quanta! –
– Va bene – rispose l’ altro – se vuoi, puoi farla. – Aveva capito che portargli sua moglie, era stato un gesto che aveva ingigantito il senso di potenza e di potere dell’ amico su di lui.

Questa sensazione, quasi femminea, di bonaria sottomissione, come se accontentare i desideri più porci dell’ amico fosse un suo preciso dovere, era per lui totalmente nuova.
Lo stupore massimo era che invece di fargli rabbia o di avere una reazione negativa, gli piaceva e lo rendeva languido e disponibile.
L’ altro aveva intuito bene, anche cedergli la moglie, per godersela, non era solo una forma di depravazione, ma anche un gesto di donare piacere e di permettergli la condivisione di un “bene” importante.

Era pronto e teso adesso, e gli disse:
-Adesso, stai zitto e apri la bocca! –
Lui lo accontentò subito. Spalancò le labbra piene di desiderio.
Il suo amico glielo infilò immediatamente in bocca, ma non tutto; il glande era libero. Chiuse gli occhi per concentrarsi.
I minuti passarono lentamente. Dai piccoli colpi di cazzo che gli sussultava sotto il palato, Lucio capì che l’ uomo era pronto per mingere, ma non riusciva a lasciarsi andare.

Senza fare il minimo rumore, e senza dargli alcuna fretta, se ne stette buono buono, cercando di nascondere il desiderio che aumentava ad ogni attimo di ricevere in gola quella pioggia, calda e dorata.
Infatti, pochi attimi dopo, lo spruzzo iniziò, cogliendolo di sorpresa.
L’ uomo, eccitato e carico, gli prese la testa tra le mani per impedirgli di lasciarsi uscire il coso di bocca.
Lucio, preso alla sprovvista e inondato di piscio, si avvilì e la bevve, cominciando a tossire.

Il resto della pisciata si svolse in maniera meno cruenta, l’ orina col suo calore, scorreva dalla sua bocca dopo averla inondata, passando sulla lingua, e percorreva tutto il corpo dell’ uomo, per poi gocciolargli a terra dalla punta del suo scroto, alla fine del percorso.
Soddisfatto il desiderio del suo “padrone” senza battere ciglio, si lavò sotto la doccia e dopo si asciugò.
In silenzio il giovane lo prese per un braccio e lo accompagnò di nuovo nell’ ufficio tecnico.

In genere andavano direttamente nella sala riunioni, ma quella volta, lo volle prendere sul tavolo da lavoro, dove c’ era la consolle, era leggermente inclinato.
Il suo amico si aspettava i soliti convenevoli, in genere si scambiavano seghe e pompini … ma non andò così quella volta.
Simone prese dalla tasca della camicia un preservativo, uno di quelli che gli aveva lasciato l ‘ amico durante una delle sue visite – Mettilo sul mio coso! – intimò, deciso.

L’ altro continuò felice ad obbedire. Recitava una parte sempre più sottomessa e supina; gli piaceva tanto quel nuovo tono del loro gioco ed era felice di accontentare l’ amico, che finalmente si era deciso a tirar fuori “le palle”.
Era pronto e prono per soddisfare i suoi comandi e i suoi desideri.
Infilò non senza difficoltà il profilattico sul cazzo dell’ amico più duro che mai. Era talmente di pietra e gonfio, che cominciò a nutrire un minimo di paura a vederlo così dotato e così aggressivo allo stesso tempo.

Dopotutto, sapeva che quei preliminari potevano voler dire solo una cosa, Simone voleva metterglielo nel culo.
Era titubante per il semplice motivo che non sempre era “pronto” a farsi fottere. A volte si era fatto male, altre volte ci era voluta molta pazienza ed estrema dolcezza. Intanto vedeva l’ amico torvo e deciso e si augurò con tutto il cuore di farcela a sopportare, perché era sicuro che lui era deciso a farselo e non avrebbe ammesso scuse.

– Appoggiati al tavolo – disse, brusco.
Per un attimo gli sembrò tanto strano e fuori posto, starsene nudo, là in quell’ ambiente estraneo, ad obbedire agli ordini stentorei di un altro maschio. Lievemente spaventato, si abbassò in avanti e con gesto rapido si riempì la mano di saliva, che sparse velocemente sull’ orifizio anale.
Senza altri preamboli, Simone gli mise la capocchia enorme tra le natiche e lo infilzò completamente.

Lucio lo prendeva nel culo molto saltuariamente ed ogni volta, il primo colpo, gli faceva male.
La prassi voleva che dopo averlo sfondato, il suo amico si fermasse e tirasse il pene fuori dal pertugio, aspettando tacitamente qualche minuto per dargli la possibilità di riprendersi.
Ma quella volta andò in maniera molto diversa.
Il cazzo non uscì. Al contrario, l’ uomo, restò fermo, aggrappato ai suoi fianchi, col corpo che pesava tutto sul sedere dell’ amico.

Il dolore fu notevole e la speranza che gli desse un attimo di respiro fu vana.
L’ altro non glielo tolse dal culo, anzi, dopo qualche secondo cominciò a scopare in un modo strano e violento, diverso dal solito.
Lo fotteva nel culetto come fanno i cani: una serie velocissima di affondo, sempre più in profondità, una ricerca spasmodica di penetrazione, fino poi a restare immobile, tutto infisso, per riprendere fiato.

Poi ricominciava a sfondarlo con tutto il peso e la forza.
Per un poco, la vittima cercò di sopportare gli assalti e di ignorare il bruciore delle natiche.
Voleva fare del suo meglio per accontentare le voglie dell’ amico, pur sapendo che poi, a casa, gli avrebbe bruciato per un paio di giorni e che, probabilmente, gli aveva spaccato il culo a sangue.
Ma la cosa terribile era che il cazzo era ormai troppo lungo: quando spingeva in fondo, con tutte le forze, la punta del glande, spingeva, dandogli una fitta insopportabile sul fondo del culo.

Dopo alcuni minuti, non ce la fece proprio più, e riuscì a divincolarsi.
Scappò via nella stanza dove cera il divano, massaggiandosi l’ ano indolenzito.
– Ehi – disse lamentoso – ma che vuoi farmi? Mi sfondi il culo se continui così … –
Dirlo era eccitante e così si decise a provare ancora. Mentre si stendeva sul divano per accontentarlo, disse: – Ti prego, non farmi male ancora … – ma fu inutile.

Simone, come un segugio, col pene gli ritrovò il buco e riprese a incularlo, come un forsennato. Ancora la dilatazione lo fece gemere e lamentarsi.
Sfuggì a quel maglio, scivolando in avanti, ma l’ altro, inesorabile, lo puntò di nuovo e riprese a dare colpi. Era diventata una vera caccia al suo buco dolorante. Impaurito, ma incapace di dire di no, Lucio si alzò e andò a poggiarsi alla scrivania, l’amico lo inseguì, incalzandolo e, messosi in una posizione favorevole, lo inculò ancora e ancora.

Dopo circa un quarto d’ ora di assalti sempre veloci e sempre violenti, lo sfintere era talmente bagnato e dilatato, che il pene dell’ amico non trovava più alcun ostacolo ad entrare. Il sedere della sua vittima era diventato largo come la figa di una battona, talmente aperto che per rincarare la dose di quella specie di vendetta punitiva, ogni tanto Simone, chiudeva le dita della sua mano, che per fortuna era piccola, e la affondava nel suo ano, fino al polso, senza incontrare resistenza.

L’ unica cosa che ancora lo faceva scappare dal maglio dell’ amico era il colpo finale, dato con tutto il peso, perché la punta estrema del cazzone diventava come uno stiletto e gli procurava fitte nella pancia.
Allora Lucio che cercava di sfuggire non faceva che trovare una nuova posizione, ma il cazzo rientrava in lui, implacabile.
A un certo punto, quando era sul divano senza forze, e tanto per non cambiare, stava prendendo una serie di colpi nel deretano, Simone si sfilò dal culo e gli si parò davanti, masturbandosi il cazzo.

Gli intimò: – Voltati e stai pronto, ti voglio sborrare in bocca! –
Si sfilò il profilattico, mentre l’ altro obbediva e si girava a faccia in su.
Ebbe la conferma della violenza subita appena vide il glande, completamente estroflesso del suo amico.
Nonostante la fìmosi non si fosse mai spezzata, la capocchia del ragazzo era tutta fuori dal prepuzio tesissimo e, quasi certamente, doveva fargli un gran male.
Si abbatté a quattro zampe sull’ amico e se lo chiavò in bocca, come stesse sverginando una fanciulla.

Venne a lungo e in grande quantità. Lucio, che non lo aveva mai visto così arrabbiato, bevve la sborra senza fiatare e senza un lamento.
Mentre ancora teneva in gola il suo cazzo che si calmava e si afflosciava;
mentre non si sentiva più il buco del culo per le troppe percosse subite: completamente sfiancato, Lucio si carezzò il glande del cazzo che finalmente aveva trovato un attimo di tranquillità per rizzarsi.

Senza vedere niente e senza provare particolare piacere, sentì che anche il suo sperma eruttava dal buchetto, come la lava, lenta erutta da un vulcano. Dopo molto tempo e senza una parola, trovò la forza di alzarsi dal divano bagnato. Gli faceva male dappertutto.
Le mandibole erano indolenzite per la forzata apertura a cui erano state sottoposte. A ogni passo gli faceva male il culo.
Quando si andò a lavare, lo trovò così sfondato che dubitò avesse potuto mai ritornare allo stato normale.

Per la prima volta, provò paura e sgomento per quei suoi strani rapporti omosessuali. Stavolta avevano superato ogni limite e lui temeva di non ritrovare più la sua personalità.
Si vestì in silenzio. Simone sembrava un toro che aveva perso le forze, ma non la rabbia. Si salutarono come al solito.
Probabilmente, entrambi dovettero pensare la stessa cosa: “forse questa è l’ ultima volta che lo facciamo”.
Montò in macchina.

Era tardissimo.
Guidando allucinato verso casa, per la prima volta si sentì non più come un uomo vizioso, ma più come una “femmina” profanata: come una puttana che per quel suo uomo avrebbe fatto qualsiasi cosa, anche quelle che non se la sentiva di fare.
A casa, Filomena lo aspettava sveglia e questo acuì le sue sofferenze.
Lei non disse nulla, né inveì contro di lui, però era chiaro che aspettava una spiegazione.

Lui si spogliò e la portò a letto, per mano.
Spensero le luci.
Prese la sua mano e pian piano la portò verso il basso, sul suo corpo nudo.
Ma non le fece toccare il cazzo, bensì il suo ano, discinto e aperto.
Lei sussultò temendo il peggio …
ma lui le disse:
– No, non ti preoccupare. Non è niente , però, devi sapere che … –
E cominciò a raccontarle molte cose della sua vita che la moglie ignorava completamente.

Lei era una brava ragazza, suo marito le aveva insegnato praticamente tutto e ascoltò con piacere e senza giudicare, quella parte nascosta della sessualità di lui. Lui temeva di disgustarla, ecco perché aveva taciuto, ma lei aveva già capito che qualcosa ci doveva essere stato tra lui e l’ amico Simone. Insomma, due più due fa quattro: che cosa facevano durante i loro incontri, che come ormai sapeva c’ erano sempre stati, fin da giovanissimi?
L’ unica cosa che gli chiese è se tra loro avessero dei “ruoli” definiti o se si facevano l’ un l’ altro indifferentemente.

Insomma, volle capire se anche il marito si inculava completamente l’ amico, visto che il trattamento che aveva ricevuto quella sera, la diceva lunga sul fatto che Lucio lo prendeva nel culo, eccome!
Infine l’ uomo le parlò di quella sera e dell’ aggressività, improvvisa, dell’ altro. Ne parlarono e sembrò lampante ad entrambi, che il fattore sextenante era stato conoscere sua moglie.
Lui gli disse anche di aver promesso all’ amico che si sarebbero incontrati ancora, o meglio, che lui gli avrebbe portato la sua bellissima moglie, per cedergliela e per permettergli di farne ciò che più gli piaceva.

Ormai giocavano un perverso gioco di ruolo.
Lui fingeva di essere succube dell’ amico e di non potergli negare nulla, compresa la sua moglie. Mentre lei, finse di essere risentita e spaventata da quella opportunità.
Allora gli sussurrò nel buio della loro camera: – Ma, come hai fatto a impegnarti così, amore? –
Lui si finse contrito e addolorato.
-Ti rendi conto, che ti sei impegnato anche per me? –
– E … adesso? – tacque, come se stesse valutando le ripercussioni di quelle affermazioni sulle sue prestazioni sessuali.

– E se lui ti chiede che vuole farmi?
E se lui volesse farmi lo stesso servizio che ti ha appena fatto … io dovrei obbedire e accettare che il suo cazzo, mi entri tutto dentro e tutto dietro?
Ce l’ ha pure abbastanza grosso … tra l’ altro.
A te non dispiacerebbe se mi incula a sangue? Sapresti sopportare questa umiliazione? –
Lucio arrapò e anche la moglie era bagnata ormai.

Disse: – E che posso fare ? Ho promesso. Sai cosa ha detto anche? Che vuole venire nella tua bocca! Ed io, ancora una volta, non ho saputo dire di no … – Continuando a stuzzicarsi con quelle parole, fecero all’ amore, grati a Simone, che anche se non c’ era rendeva così eccitante il loro rapporto.
Una settimana dopo, il marito chiese alla donna se stava prendendo la pillola e lei rispose di si e, inoltre, che erano da poco finite le mestruazioni.

Allora Lucio le chiese se per il sabato successivo poteva fare in modo che fossero soli, a casa. Lei capì che qualcosa bolliva in pentola e gli promise di fargli sapere al più presto.
Purtroppo non fu possibile, ma riuscì a fare in modo che la sorella venisse a casa loro per il sabato, con la scusa di una cena di lavoro, così loro avrebbero potuto uscire senza problemi e, magari, pernottare anche fuori.

Allora lui avvisò Simone. Il giovane cambiò turno con un collega, che fu ben felice di avere il sabato libero. Filomena era contenta di ritornare in quell’ ambiente così estraneo, pieno di lucette, rumori elettrici, strane attrezzature, stanze informali piene di finestroni e cristalli …
L’ ultima volta si ricordava che spogliarsi era stato eccitante, immaginava che, nascosti nell’ ombra mille occhi la potessero spiare; magari con delle telecamere nascoste avrebbero ripreso le sue prestazioni “da troia”, guardandosele più e più volte, e facendo sesso … usando le su immagini come quelle di una pornodiva.

L’eccitazione aumentava in lei, man mano che il sabato si avvicinava.
Un paio di volte uscì senza indossare gli slip, e bagnandosi segretamente mentre parlava con le persone del suo quotidiano.
Dentro di se sogghignava e le sarebbe piaciuto da impazzire stupire quella gente. La moglie casta, tranquilla, pacifica, in realtà, presto avrebbe fottuto con un estraneo.
Avrebbe maneggiato e ricevuto dentro un cazzo nuovo, mentre il suo proprio marito, aspettava e subiva l’ umiliazione di vederla profanata.

E lei avrebbe gridato ed esagerato il piacere che provava, per ostentare la sua puttanaggine.
Dal fruttivendolo, dove si sceglieva la frutta migliore, non le sfuggirono le solite occhiate del figlio del titolare. Il ragazzo era grezzo, ma piacevole. Aveva poco più di vent’ anni e lei immaginò che gli sarebbe piaciuto scoparla … non poteva certo mai immaginare che lei sarebbe stata ben lieta di farselo, lì e subito, perché aveva la figa completamente bagnata.

Non poteva farne a meno … allora, si guardò intorno per essere sicura che non ci fossero altri, poi, con la scusa di raccogliere un frutto che le era caduto di mano, si chinò, con le gambe abbronzate ritte sui tacchi delle Chanel color crema.
Lo fece lentamente, assicurandosi che il giovanotto vedesse. La stretta gonna bianca di tela venne sollevata in maniera esagerata, per permetterle di fingere di cercare il frutto tra le casse.

Il giovanotto da dietro, strabuzzò gli occhi, rimanendo impietrito: non riusciva a concepire con chiarezza quell’ immagine da sogno, che gli si parava davanti. La signora Filomena, quella bonona, che tante seghe gli aveva ispirato, si abbassava sempre più in avanti e non si accorgeva che la sua gonna saliva lentamente, come un sipario, liberando le gambe e mettendo in mostra fino a parte del il culo e le grandi labbra abbozzate. La visione durò un attimo, poi la donna si rialzò, in tutta la sua statuaria bellezza, era alta almeno dieci centimetri più di lui.

Si voltò e lo guardò, aveva un sorrisetto strano: – Ah, Salvatore,tu stai qui? – gli disse – guarda che mi è caduta una mela tra le ceste, prendila tu che io non ci arrivo! – E sculettando, passò davanti al giovane inebetito e andò verso la cassa, per pagare.
Salvatore era shoccato. Ci mise qualche minuto a riprendersi, poi scrollando la testa continuò a ripetersi che era stata una visione, e che quello che credeva di aver visto non era mai accaduto.

Però il cazzo grosso e spesso, gli era venuto durissimo, nel vecchio jeans logoro e sdrucito.
Il sabato successivo, la giornata sembrava non passare mai.
Mentre in casa facevano le solite azioni, meccanicamente, quasi non si parlarono. Nell’ aria c’ era un tensione che si sarebbe potuta toccare con un dito.
Suo marito aveva le farfalle in pancia, sicuro che l’ incontro della sera sarebbe stato decisivo. Stavolta avrebbe visto davvero l’ effetto che gli faceva vedere sua moglie chiavata da un altro e, per ora, non faceva che sentirsi molto su di giri … era come se una delicata tortura gli venisse inflitta, come una droga.

Quei pensieri gli facevano male ma, allo stesso tempo, non avrebbe saputo rinunciarvi.
Anche sua moglie era su di giri e aspettava con curiosità e apprensione l’ arrivo della sera.
Il suo chiodo fisso era il cazzo di Simone.
Per una strana forma di “transfert” lei vedeva l’ altro più sotto l’ aspetto del suo membro, che come persona. Idolatrava nei suoi pensieri quel cilindro di carne, meravigliosamente nuovo, a cui avrebbe voluto dedicarsi amorevolmente.

Era deciso: non avrebbe mai detto di no a nessuno dei desideri espressi dal possessore di quel cazzone.
Come una bacchetta magica (quale esempio più calzante) aveva potere su di lei: in pratica mentre Simone, per lei non significava quasi niente, amava il suo cazzo con tutto il cuore e lo voleva felice, appagato e coccolato.
La sera scelse con cura il suo abbigliamento: mini grigia elasticizzata, voleva che fosse ben chiaro che sotto indossava il reggicalze per tenere su le calze di seta nere con la riga.

Top nero, reggipetto nero, a mezza coppa.
Portò anche dei profilattici, sapeva che a volte, i due amici li usavano per i loro “giochetti”.
Le scarpe di vernice nera, con i tacchi a spillo, le aveva acquistate apposta per l’ occasione, ispirandosi ai filmini che qualche volta il marito le aveva mostrato. Niente profumo, usò solo un velo di deodorante ascellare, voleva che i suoi odori di donna, pian piano, si fondessero con quelli dei maschi, in quella serata che si profilava rovente.

Arrivarono poco dopo le dieci. Portarono dei pasticcini freschi e del vino frizzante. Simone li accolse amabilmente, ostentando anche troppa gentilezza nei modi, ma comunque era sincero … era contento di rivederli, e ancora più raggiante di rivedere la “bona” Filomena.
Era abbagliato. Si trovava di fronte una panterona, vestita da pin up, fasciata da una minigonna elegantissima, sotto si intravvedevano lievi protuberanze … probabilmente era il reggicalze.
Le calze nere le stilizzavano le gambe.

Di sopra indossava un top, che le modellava in modo incredibile i due grandi seni, che si sporgevano appetitosi.
Il giovane, una donna così, l’aveva vista solo in fotografia. Mentre sistemava le ultime cose da controllare, assaggiarono qualche dolcetto e sorseggiarono il vino nei bicchieri di carta.
Poi lui li invitò ad accomodarsi nello studio con i divani, mentre terminava i suoi controlli.
I due coniugi non trovarono obiezioni, Lucio intanto tirò fuori dal taschino una micro camera: sarebbe servita per immortalare i momenti più piccanti.

Tutti quei preparativi, quella specie di cerimoniale, caricarono di libido la donna: si senti preda di quei due maschi, che non aspettavano atro che di infilarle il pene da qualche parte ma, allo stesso tempo, si sentì padrona di un enorme potere.
Sapeva di potere e di dovere dare piacere a due uomini.
La gioia maggiore era data dal senso di totale libertà in cui si sarebbe potuta muovere … non è da tutte, godersi tutta la libidine della trasgressione e al tempo stesso agire, senza timore di essere scoperta, spiata, ricattata.

Nessun marito a cui dare conto, al contrario, suo marito era proprio lì, con lei e non vedeva l’ ora di vederla fottere da quel bastardo, che chissà quante seghe si era fatto ricordando il suo corpo nudo.
Si spostarono nella sala; la porta a doppia anta di cristallo, li divideva dallo studio tecnico. Lucio la baciò, cominciava ad essere eccitato più che mai.
Abbracciandola e carezzandola, le fece scivolare giù, giù la gonna, poi si abbassò per sfilargliela completamente.

Erano in penombra, ma la sua siluette era spettacolare, e glielo disse, poi aggiunse: – Sono sicuro che lo farai impazzire, stasera. Ti va? –
Lei assentì, felice di trovarsi lì, sentiva caldo alle tempie.
Sedettero affianco sul divano, lui la carezzava con tenerezza, ma non prendeva altre iniziative. La moglie capì che quella sera sarebbe stata una serata molto particolare … il marito voleva concedere “la preda” all’ amico del tutto intatta.

Dopo circa un quarto d’ora, le disse: – Tesoro, vai, vai pure a prenderlo di là, sono certo che aspetta che noi facciamo la prima mossa … è timido e, credo, che per lui sarai la prima donna in cui potrà penetrare. –
– Va bene – disse lei, complice – vado a tentarlo … – sorrise e se ne andò, ben felice di gironzolare senza gonna in quell’ ufficio estraneo, per presentarsi al cospetto di uno che a stento conosceva.

– Ciao – gli disse, una volta di là – non ci raggiungi? –
Il povero ragazzo, davanti a quella meraviglia, cercò di darsi comunque un tono: – Si, adesso vengo, … ehm … se volete cominciare, fate pure … –
– No, ti aspetto … Lui mi ha portata per te, lo sai? Ti stima molto. –
Il giovane non sapeva più cosa rispondere, poi trovò il coraggio e la forza per essere galante: – Bhe, ecco … io … io non vorrei assolutamente che tu ti sforzassi … io … – balbettò ancora qualche parolina senza senso.

Intanto Filomena si era avvicinata, anche troppo, a lui.
Era seduto sulla poltroncina con le rotelle, e cominciava a perdere il controllo … lei si fermò a pochi millimetri da lui, i fianchi e il sedere, la carnagione chiara spiccava sulle calze nere: si voltò per fargli ammirare il suo culo, completamente esposto, sottolineato solo dal sottilissimo perizoma.
Non si era mai sentita tanto esposta e tanto felice di esibire il suo corpo.

Si sentiva come una merce preziosa da esporre a quell’ uomo arrapato.
– Nessuno sforzo per me, caro – gli sussurrò con voce suadente – mi piace accontentarti … come Lucio del resto, vogliamo solo che tu stia bene, con noi. –
Diede uno sguardo alla porta vetrata, dietro, nella penombra, avverti il guizzo felino dello sguardo di suo marito.
Si avvicinò ancora di più, strusciandosi alle gambe e al volto dell’ amico.

Lui non ce la fece più e, con le piccole mani, cominciò a carezzarla con desiderio malcelato. Aveva sete di lei!
Si sentiva da come la toccava. Era impacciato, ma allo stesso tempo godeva talmente di quel contatto, che diventava il più arrapante dei partner.
Dal canto suo il giovane amico si lasciava sempre più andare: come un bambino che scarta piano un regalo troppo a lungo desiderato.
Questa volta non era più impacciato e insicuro … adesso la voleva.

E voleva imparare come era fatta, dove era morbida, in quali punti era soda, quali i punti più segreti da scoprire, quali parti di lei, una volta toccate, gli facevano maggior effetto sul cazzo.
Il marito, intanto, non riusciva a starsene seduto.
In piedi dietro la porta osservava la scena di Filomena, che più troia che mai, si comportava come una esperta spogliarellista dalle mosse feline.
Era estasiato e arrabbiato al tempo stesso … il terrore che la moglie gli sfuggisse di mano era presente e terribile, ma allo stesso tempo, vederla agire e farsi toccare il quel modo lubrico dal suo amichetto, che sbavava letteralmente per quel contatto.

A ogni carezza cercava di rubarle tutta l’ anima. Avrebbe dovuto essere impacciato e inesperto … invece vedeva la sua donna arrapare di lui e, ne era sicuro: lei rincarava la dose, per fargli ancora più male.
La vide accarezzargli il pene che gonfiava i pantaloni, ripetutamente, mentre lui le impastava le natiche con le mani e le spingeva la bocca tra i seni. La tirava a se con le manine sulle chiappe enormi e completamente nude.

Spingeva e si godeva il culo e le morbide tette della sua vera moglie, che stupendolo, lei prese l’iniziativa.
Tirò su dalla poltrona il loro amico, per le mani, e prese il suo posto sulla poltroncina; gli disse qualcosa, probabilmente: – Vieni, leccamela tutta! –
Infatti lei sedette tutta verso il davanti e allargò oscenamente le cosce sui due braccioli. L’ altro si inginocchiò per godersi quell’ anfiteatro meraviglioso. Iniziò ad esplorarla, con le mani, con le dita e con la bocca.

La mogliettina “innocente” aveva spostato il perizoma dalla figa, e lo teneva distante dal suo spacco.
Aveva la figa quasi rasata, con un piccolo triangolino di pelo al punto giusto, l’ altro la leccava con piacere e lena, Lucio vedeva la testa che si muoveva seguendo la lingua che penetrava in lei, a ripetizione.
La moglie era in visibilio, con gli occhi socchiusi e l’ espressione estatica. Sbuffava e soffiava dalla bocca.

Si fece trasbordare i due grossi seni, dal top. Il suo amico, lesto, ne prese possesso con le mani … impastandole da padrone, come fosse tutta roba sua.
Poi si alzava e succhiava i capezzoli, mentre si dedicava alla figa con le dita. Il marito si faceva una ragione di tutto questo, almeno ci provava; si era sbottonato il pantalone e si menava il cazzo da solo, come un collegiale sfigato e solitario.

Era chiaro che quei due non sentivano la sua mancanza, si cercavano, si strusciavano, arrapavano l’ uno dell’ altro.
Lui si senti offeso di ricevere tanto poco interesse … non era più la gelosia, ma il fatto che non si curavano per nulla di lui. Sua moglie e il suo più intimo amico, che aveva fatto incontrare personalmente, se la godevano, senza provare la minima considerazione per lui.
La cosa era ….

quanto di più arrapante gli fosse mai capitato.
La bocca dello stomaco gli doleva per la tensione incredibile, il cazzo cercava una immediata via di sfogo per una valanga di sperma, che a stento riuscì a trattenere. Era oltraggioso aspettare … aspettare che qui due porci sfogassero le loro voglie e le loro privazioni … a spese sue. Quell’ idiota che a oltre trent’ anni, non aveva mai avuto l’ onore di toccare nemmeno una bagascia, adesso si spassava sua moglie: la donna più irraggiungibile del paese, il punto di riferimento dei segaioli più insoddisfatti, ritenuta del tutto intoccabile, sdegnosa e schiva.

E sua moglie, dopo anni di continua, costante ed esagerata fedeltà, quasi incredibile a crederci, tutt’ a un tratto, si sbrodolava e si faceva slinguare a tutto spiano da quello, che aveva appena conosciuto.
E lui, l’ unico, vero chiavettiere del gruppo, mortificato e dimenticato … nella sala d’ attesa.
Nell’ altra stanza, intanto, l’ amico era completamente ubriaco di figa. Mai gli era capitato di immergere il viso in tanto bene, un profumo inebriante gli saliva per le nari, nuovo, mai senito … mentre un sapore delicatissimo, lievemente salato, delicatamente frizzante, si spandeva sulla sua lingua, che viaggiava, mai paga, in quello spacco meraviglioso e invitante.

Ogni tanto quella figa diventava talmente liquida, che lui era costretto a succhiare, ad asciugare quegli umori, che lui stesso, con la saliva, sollecitava. Era stupendo esplorare con le labbra e con la lingua quella figa, che doveva essere certamente estremamente piccola.
Tra chiacchiere da trivio e descrizioni sommarie aveva immaginato che molte fighe dovevano essere grosse e rigonfie, invece adesso gli si parava davanti alla bocca un taglietto delicato.
I pochi peli del pube raccoglievano, al di sopra, profumi e umidità.

Con le dita e con la lingua, la schiudeva, come si apre una rosa, e all’ interno nuovi petali, ancora più piccoli e delicati, facevano da cornice a un taglio più profondo, caldo e umido … immaginò che forse, tra poco e per gentile concessione, la sua verga avrebbe potuto essere accolta, in quella vagina paradisiaca. Il capogiro che seguiva a quel pensiero lo salvò dal venirsi nei pantaloni.
Sopra il buco caldo, un bottoncino di carne rosea e gustosissimo, attirava le sue labbra e si lasciava succhiare con voluttà.

Quando leccava e succhiava il bottone, la donna si inarcava e sussultava alle sue sollecitazioni: in quei momenti si sentiva un re!
Lei, sotto le mani e la bocca del giovane uomo, si godeva il rapporto, spietatamente fisico, che il marito le aveva regalato, ma il piacere più inteso le veniva dalla zoccolagine che esprimeva in quelle pose discinte, sapendo, perfettamente, che, nella stanza accanto, lui moriva letteralmente di piacere e di gelosia.

Sapeva che quella scena frustrante e anomala, gli sarebbe rimasta impressa per sempre nella mente … e immaginava le volte in cui, l’ avrebbe fatta venire, chiavando e sussurrandole all’ orecchio tutto il suo disappunto e i suoi rimproveri al piacere perverso che lei, evidentemente, stava provando. Filomena venne. In un turbinio di sensazioni, mugolii e languore.
Simone fu preso alla sprovvista quando lei, con una voce irriconoscibile, glielo comunicò … parlando a stento e spezzando le parole con i singulti del piacere.

Impazzì di orgoglio e di piacere, non aveva mai provato la sensazione di far arrivare una donna.
Si rilassarono un attimo. Poi, lasciata la poltroncina, si spostarono nella stanza accanto, dove raggiunsero Lucio, in piedi, che si carezzava il cazzo.
La donna si recò un attimo al bagno, anche per riprendersi.
Lucio, intanto, chiese a Simone se lei gli piaceva e, come per controllare di persona, gli infilò la mano nei pantaloni, passando da sopra la cintura.

Il pene di Simone, non era duro come si sarebbe immaginato: troppe emozioni, probabilmente. Quando la moglie tornò, trovò il marito che con la mano tastava il cazzo di Simone, ebbe un brivido, ma non disse nulla.
Lucio si spostò e la abbracciò, per consolarla.
Poi slacciò il pantalone dell’ amico, che lasciò fare, ed anche il suo.
Liberò dagli slip i due cazzi e, visto che il più in tiro era il suo, disse a Simone: – Guardami adesso, come la chiavo – e con delicata determinazione, mise la moglie in piedi, gambe aperte, lievemente china in avanti.

Con le mani le aprì la fessa e ce lo cacciò dentro, con noncuranza.
Poiché lo infilò fino alle sue palle, la moglie ebbe un sussulto per la spinta ricevuta.
Poi aggiunse: – Dopo, se ti va, la faccio chiavare pure a te! –
Cominciò a scopare la moglie, senza toccarla, come se la infilzasse con uno spiedo, poi tornasse indietro, per aggiustare il tiro e poi, subito dopo, ficcava di nuovo.

Con lentezza e costanza, procedeva nel corpo di lei, mentre l’ amico, in piedi, poco più in là guardava la scena con lo sguardo attento.
Dopo alcuni minuti, uscì dalla figa, ma disse alla moglie di aspettare, così come stava, piegandosi a novanta gradi.
Lei accettò l’ ordine senza un lamento e si abbassò, poggiando le braccia sulla spalliera di una poltrona, in attesa che qualcuno facesse il suo comodo con la sua figa.

Il giovane, capito che forse era il suo turno, si lasciò prendere dall’ emozione. Il coso tra le sue gambe si afflosciò, quasi senza vita.
Il suo amico, senza fretta, spense la luce nella sala, in modo che restasse in penombra, illuminata solo dalla luce dello studio attiguo.
Sott’ occhi, Filomena, eccitata e vogliosa, vide una scena che non sarebbe mai riuscita a immaginare: il marito si inginocchiò davanti al suo amico e gli prese il cazzo flaccido tra le labbra.

Lo vide lavorare con maestria. Dopo il primo sgomento, lo invidiò sia per la bravura con cui faceva il pompino, sia perché le venne voglia di cazzo in bocca. Ma non si mosse. Aspettò, come le era stato ordinato.
Passarono alcuni minuti, intensamente arrapanti.
Simone si rilassò, poi intostò e premette più volte il pene in gola a Lucio.
Questi, quando lo trovò abbastanza duro, avvicinò il cazzo di lui alla vagina della moglie, e trovato il buco, gli piazzò il cazzo del suo amico dentro.

L’ uomo restò per qualche attimo impappinato dalla goduria, ma in pochi minuti capì il sistema.
La ragazza, dal canto suo, cominciò a sentire che la verga si faceva sempre più grossa e dura. L’ amico spingeva con sempre maggior vigore, e per aggiungere potenza ai suoi colpi, la tratteneva per i fianchi con le mani sottili. Visto che le piaceva tanto farsi scopare dall’ altro, il marito si pose davanti e glielo infilò in bocca.

Simone stabiliva il ritmo e Filomena ad ogni colpo ricevuto nella figa, si spostava in avanti: nel far questo si ritrovava il nerbo di Lucio tutto in bocca.
Quando il giovane cominciò a sbuffare e a sudare dopo una estenuante chiavata, Lucio tirò via la moglie da quel cazzo voglioso, perché non arrivasse.
Si calmarono …
La donna sedette sul divano. Suo marito prese per mano il suo amico e lo guidò al fianco della moglie, lei anche se non esperta, subito divenne curiosamente interessata ai due grossi cazzi in tiro.

Li carezzò, studiò con gusto il cazzo nuovo, li valutò, li avvicinò per paragonarli. Era un gioco meraviglioso, che le provocava una lieve ebbrezza.
Volle vedere le palle dei due e poi leccarle, poi si fece coraggio e iniziò a praticare il doppio bocchino. Cercò di infilarli entrambi in bocca e, alla infine, ci riuscì. Mentre spompinava, suoni gutturali nascevano, rendendo ancora più oscena e arrapante la situazione.
La donna si godette a lungo la situazione, e se il marito non l’ avesse fermata, avrebbe continuato per ore.

L’uomo fece distendere il suo amico sul divano, con indosso solo la maglietta e il pene eretto, poi, sopra di lui, fece adagiare quello spettacolo meraviglioso che era sua moglie, solo con le calze, il reggicalze e il top, raccolto come una striscia, che le teneva i seni in bella mostra.
Lei non attese spiegazioni, si inserì il grosso pene in vagina e iniziò a strusciarci sopra, con movimenti circolari.
Subito dopo cominciò a mugolare e a eccitarsi pur mantenendo un pizzico di perplessità … era certa che il suo uomo avrebbe provato a incularla, approfittando della sua posizione.

Come chi si deve lanciare col paracadute, era preparata e l’ aveva desiderato da sempre di farsi fottere da dietro e davanti contemporaneamente, ma adesso, che era arrivato il momento della verità, aveva un poco di paura.
Come temeva lui arrivò. Ma per prima cosa cominciò a leccare tutto ciò che trovava davanti: quindi figa, culo, cazzo dell’ amico e anche le sue palle.
Un paio di volte, travolto dal desiderio, lo sfilò dalla vagina della moglie per ficcarselo tutto in bocca.

Subito dopo, quasi per scusarsi, era lui stesso a reindirizzare il cazzone di Simone, nella figa di Filomena, divenuta larga ed elastica.
Lei intanto, un poco sudata, si spostò con voluttà i lunghi capelli neri su un lato della testa; si teneva con le mani sulle spalle di Simone e aspettava la prossima mossa di suo marito.
Questi, smise di leccare e delicatamente si avvicinò alle spalle di lei.
Armeggiò col suo arnese, come se cercasse qualcosa, mentre con l’ altra mano sulla spalla della moglie, la spinse delicatamente ma con fermezza a introdursi dentro tutto il pene dell’ altro, per poi restare ferma e completamente chinata verso il davanti.

Fu così che all’ improvviso, provò la più grande divaricazione mai provata nella figa, non si fece male, ma restò senza fiato per l’ emozione …
Con sorpresa dovette accettare di averne ben due di cazzoni, dentro lei, adesso. Anche il suo amico ci mise un poco a capire cosa fosse accaduto.
Lui si fermò in figa, tutto dentro e immobile, per dare il tempo ai due che stavano chiavando di abituarsi alla sensazione nuova.

Sua moglie si riprese giusto per ritornare a sentirsi sconvolta ancora una volta, perché con le dita andò a frugarsi le grandi labbra e scoprirsi dilatata da due membri. Le palle morbide e umide dei due formavano un solo, soffice cuscino, una sensazione meravigliosa al tatto che la fece trasalire.
Dentro sentiva le due teste che spingevano, indipendenti, in punti diversi della sua figa. Poi, dopo alcuni minuti di assestamento, lento e inesorabile, Lucio diede il ritmo alla più fantastica pompata che la moglie potesse immaginare.

I due cazzi la divaricavano, scontrandosi dentro di lei, come due pistoni impazziti. Il moto era sorprendente e inconcepibile, cosicché, la figa di Filomena non riusciva ad abituarsi al moto incostante, ne ai guizzi che le capocchie effettuavano nell’ utero.
Cominciò a ululare dal piacere, mentre tutto le ruotava intorno e lei si sentiva di continuo tentata di svenire dal piacere. Passò un tempo incredibile e incalcolabile. Poi si alzarono in piedi e il marito si dedicò alla moglie, rimettendola a novanta gradi e chiavandosela, poi pregò l’ amico di spostarsi in avanti per metterglielo in bocca, cosa che Simone fece con molto piacere, tirandosi su la camicia per avere l’inguine libero.

Dopo poco Lucio decise di cambiare buco e con poco sforzo e senza patemi, lo mise in culo a Filomena che lo accolse con un gemito, non potè esprimersi meglio, perché stava succhiando l’ altro cazzo. Ma durò poco, perché Simone ormai era troppo arrapato e desiderava venire, con tutto se stesso.
Allora non si dimenticò del suo antico amore, il posticino confortevole e sicuro in cui aveva già versato litri di sperma, così con delicatezza, sgusciò col pene dalla bocca di lei e raggiunse le terga di Lucio.

Come se stessero effettuando una danza che conoscevano bene, il ragazzo si bagnò la testa del cazzo di saliva e adeguandosi al ritmo, poggiò la grossa capocchia all’ ingresso della ano del suo amico.
Al momento più opportuno si decise e assestò il colpo di grazia alle natiche del suo amichetto: glielo infilò senza complimenti fino alle palle, piene.
Lucio, troppo arrapato per sentire dolore, si godette quel paletto piantato nel culo col massimo della goduria.

Sua moglie sentì il nuovo ritmo dato dall’ inculata: ora erano le spinte date dalle natiche di Simone a propagarsi attraverso i due cazzi, arrivando dall’ amico del marito e attraverso il suo culo sfondato, fino al suo sedere, anche esso completamente divaricato.
L’ amico non riuscì a venire nel suo culo accogliente, come avrebbe desiderato, almeno non per quella prima sborrata, che sarebbe stata estremamente carica.
Infatti, quando il cazzo gli faceva male per quanto era gonfio, Lucio inventò un nuovo gioco, per il finale di quel “primo round”.

Li prese per mano e li portò con se nella stanza accanto, sistemo la moglie sulla sedia con le ruote, conoscendone anche le possibilità più segrete …
Filomena aprì le cosce e Simone fu invitato ad abusare della moglie del suo amico, nella più tradizionale delle chiavate.
L’ uomo trovò la posizione più comoda per penetrare in profondità la figa aperta, che lo allettava tra quelle stupende cosce, ammantate di arrapantissime calze nere.

Appena trovò il giusto ritmo, aiutandosi con la sedia con le ruote, chiavò l’ arnese in Filomena e iniziò a trapanarsela.
Svelto e felino il marito si pose seduto per terra sotto di loro.
Lo spettacolo in primo piano era da brivido: il cazzone che ben conosceva, ora veniva donato a sua moglie … cosicché lei si godeva la potente chiavata di un estraneo.
Vedeva il membro che usciva fino al glande, per poi riaprirsi un varco spazioso tra le grandi labbra e infilarsi come un locomotore infinito nel buco di sua moglie, spingendo fino a i coglioni, che sbattendole sulla figa bagnata emettevano una specie di schiaffo liquido.

Lui leccava da sotto e succhiava e la moglie con l’ ultimo urlo, comunicò ai due che ricominciava a venire. Infatti, gocciolava.
Il povero amico non era pratico di come viene una donna, ma da come lei lo disse e li avvertì, provo una stretta alle palle, incontenibile, e non preoccupandosi assolutamente di nulla, iniziò la più lunga e copiosa sborrata della sua esistenza.
Filomena non era stata avvertita e non poteva sapere che Simone aveva il dono di restare col cazzone in tiro, anche dopo la sborrata, a volte anche per un quarto d’ ora.

Caratteristica che Lucio sapeva adoperare in maniera sopraffina.
Così quando con sua sorpresa, nonostante annegata di sperma,
Lucio fece in modo di far continuare l’ esecuzione della chiavata dall’ amico, ormai in trance, lei non si fermò più, e venne in maniera multipla continuamente per un tempo interminabile.
La resistenza e la potenza di Simone fecero si che Lucio, da sotto si prendesse la sua buona dose di sborra in bocca, succhiando avidamente, e non solo; appena la situazione gliene dava adito, prendeva il cazzo dell’ amico tutto in bocca, giusto un paio di affondo, per pulirlo, e poi lo regalava di nuova alla sua lei, infilato nel suo grembo.

Quando finalmente Simone smontò dalla donna, esausto, il marito si mise in piedi e silenziosamente la sborrò tutta, seni, gambe, figa e bocca, dal pene lo sperma fuoriusciva silenzioso, con i fiotti che non trovavano fine.
Si riposarono e bevvero. Si lavarono e ogni uno di loro si diede una sistemata. Avevano passato insieme circa due ore di passione. Simone accese un piccolo televisore che trasmetteva i programmi della notte e mentre loro si riposavano un attimo, indecisi sul da farsi, si spostò nello studio tecnico per dare un tocco al lavoro e controllare dei resoconti.

Lucio, aveva rimesso su gli slip, mentre la sua signora provava un piacere perverso e nuovo a girare tutta nuda, di sotto. Sorseggiarono del vino, lui si abbandono sul divano, con uno sguardo distratto alla tv.
Dopo un poco, sua moglie disse: – Ma Simone che fine a fatto? –
Lucio rispose vago, poi le disse, sottovoce e senza cura: – Se vuoi puoi andare a vedere che fa … di là, no? –
Lei non se lo fece ripetere e si allontanò con entusiasmo.

Passarono altri minuti e nessuno dei due tornava … Lucio ebbe un presentimento e proprio non riuscì a starsene sulle sue.
Con passo felpato si accostò alla porta dello studio, ma niente.
I due non c’ erano. Sempre senza far rumore, cercò ancora in altre stanze, fino a che nella penombra di un archivio nascosto, li intravide tra gli scaffali, senza che loro si accorgessero di lui. Filomena civettava e Simone cercava di baciarla, poi lo vide riaprirsi i pantaloni e tirare fuori ancora una volta il suo pene, già duro, toccò le spalle di sua moglie per invitarla ad abbassarsi e fargli il bocchino, lei obbedì, come se quello fosse il suo mestiere, incurante che il marito non c’ era e neppure doveva sapere.

Dopo il pompino che durò giusto il tempo di fargli assaporare il suo dominio, l’ uomo, come tanto gli piaceva, volle farsi una sveltina, col preservativo.
Lo diede alla moglie, che sorridendo, glielo indossò sul cazzo, carezzandolo,
Simone allora, senza amore, ma solo con voglia, la trattò come una troia.
La fece adattare a pecora, tra gli scaffali e per fottere meglio, le fece poggiare il piede su un ripiano.
Senza togliersi i calzoni, con gesto rapido si fece uscire dalla patta i due coglioni, il profilattico rifletteva la luce, rendendo il pene di Simone estremamente visibile, così Lucio non potè non assistere a quella veloce e potente chiavata.

L’ amico se la scopò in poco meno di cinque minuti, tirandosela a favore del cazzo dai fianchi.
Ma la sua specialità era chiavarlo nel culo e non seppe resistere, le premette con la mano sulla schiena per far si che il suo sedere si inarcasse ancor di più, con la mano indirizzò il grosso membro tra le natiche della ragazza e senza ritegno la inculò selvaggiamente, sotto gli occhi di Lucio, che non poteva ribellarsi, pur vedendo l’uso selvaggio che il suo migliore amico faceva di sua moglie.

Lei, da vera puttana, se la godeva come se prenderlo in culo fosse una passeggiata.
Che troia … Lucio capì che se non lo aveva cornificato con mezzo paese era solo per la mancanza della giusta occasione.
Infatti, appena trovato uno sconosciuto col cazzo grosso, si era fatta infilzare, con estrema disponibilità, in ogni buco.
Il suo amico non si trattenne più e sborrò rapido nel preservativo, con lo sguardo perduto nel piacere.

La paura di essere scoperto, glielo fece estrarre subito dal buco del culo di lei. Filomena arrapatissima dalla sveltina, effettuata con la paura che Lucio arrivasse all’ improvviso, gli prese il preservativo pieno di sborra liquida e gli pulì il cazzo dai residui di sperma con la lingua, come lui le aveva intimato, secco.
Il marito fece appena in tempo a rientrare per non essere visto, mentre la bocca dello stomaco lo faceva soffrire, di piacere e di dolore.

Dopo poco, si rivestirono e si congedarono, come se niente di particolare fosse accaduto. Lucio invitò Simone a casa, qualche giorno che avesse potuto. Era ovvio che si sarebbe fermato anche per la notte.
– Sempre se vuoi ancora chiavare Filomena, voglio dire, se ti è piaciuto.
Magari vuoi prenderla anche da dietro? –
L’ amico, sorrise impacciato, confermando che gli era piaciuto tantissimo.
Avrebbe voluto aggiungere qualche complimento per la donna, ma non seppe cosa dire.

Si vergognò, dovendo nascondere all’ amico, che proprio poco prima aveva inzuppato a profusione il grosso membro nell’ ano dilatato di sua moglie.
Viaggiarono in silenzio per tutto il ritorno, finché arrivati nel giardino fuori casa, Lucio trovò la forza di dirle: – Ma dove sei stata, quando siete spariti tutti e due? – Lei arrossì, non per vergogna, ma per il ritorno di pensieri lascivi riguardanti quella serata veramente speciale.
Allora Lucio la incalzò:
– Non mi dire che ti sei fatta chiavare di nascosto? –
Lei tacque.

– Ti ha voluta ancora? – chiese – non gli era bastato? –
– Ti ho donata a lui, ti ho potata fino da lui per farlo fottere … e quello, quel cane, ti ha voluta chiavare anche di nascosto … ? –
Poi continuò: – E tu, come una troia ci sei stata, non sapevi dire di no? Come ha fatto? – la incalzava, mentre il cazzo gli tonava duro.
Ti ha voluto sborrare ancora … e dove… e quanta … era? E … il suo cazzo ti piaceva? –
E mentre le sussurrava con rabbia tante parole sconce e offensive, scesero dall’ auto e si spostarono sul sedile posteriore.

Le saltò subito addosso e spostato il filo dei tanga la sfondò ancora una volta. E quando stavano per venire insieme, con immenso amore, lei prese il profilattico pieno di sperma dell’ amico che aveva conservato. Ormai liquefatto, ma ancora profumato, fece scorrere lo sperma tra le loro bocche che si baciavano e leccavano, appassionate.
Un ultimo pensiero di gratitudine al grosso cazzo dell’ amico Simone, che quella sera aveva servito tutti i loro buchi e poi se ne venirono insieme, più complici e innamorati che mai.

.

L’odore del sesso

Cos’è successo?
Dove sei andata? Dove è finita la ragazzina a cui infilavo le margherite
tra i capelli, quelli fluenti, lunghi e lisci come seta, non quella
acconciatura da matrona romana che hai ora, che giocava e si rotolava nei
prati con me e rideva e si scherniva e poi mi baciava d’impluso con tutta
la foga spensierata dei vent’anni?

Ti guardo ora. Non sei più la stessa. L’espressione indurita tra gli occhi
e lo sguardo cupo che non si accende più per me.

Niente più corse nella
spiaggia deserta all’imbrunire, niente più falò e stelle cadenti e baci e
carezze e ansimi e sussurri e il tuo corpo morbido e il mio teso e proteso
verso di te.

Una fila interminabile di ombrelloni. Tutti dello stesso color ruggine,
perfettamente allineati. In questo nostro nuovo mondo non c’è più spazio
per il disordine.
Una casa di proprietà, due figli, un rassicurante conto in banca e un suv
nuovo fiammante come si conviene ad una famiglia come la nostra.

Tutte le
cose giuste e al loro posto.

Lo vedo. Lo vedo come lo guardi, non è una novità per me quel tuo sguardo
sornione e malizioso.
Mediamente alto, mediamente sovappeso e mediamento sposato. Pizzetto e
tempia rasata. Occhi azzurri.
Io gli occhi ce li ho marroni, il colore più anonimo dell’universo. Come me.
Sguardi ricambiati e insistenti tra le sdraio e i lettini unti di crema
solare e corpi bagnati.

Sguardi azzurri e neri che si intrecciano, sopra i nostri bambini che
giocano assieme, sopra la noia del matrimonio, sopra la noia di tutta
questa vita.
`Allora vado’
`Sì, resto io con i bambini’
Si è truccata. Solo un velo leggero, ma c’è. Non ci sarebbe nessun bisogno
di restare. Giulia e Federico dormono come sassi e in ogni caso sono
abbastanza grandi per poter stare qualche ora da soli.
Ma non ne ho voglia.

Non ho più voglia di attrezzatissimi villaggi con le
palme, di vialetti lindi e ordinati, di animatori forsennati e insistenti
e dei loro giochini demenziali. Ho voglia di disordine.
Chiudo gli occhi. In questo momento vorrei essere su una spiaggia deserta,
con il vento dell’oceano che ti soffia forte sul viso e una ragazza che si
lasci infilare fiori tra i capelli.

E invece esco. D’impulso. Aria. Ho bisogno di aria.

Il tirreno non è
l’atlantico ma se chiudo gli occhi potrei farlo diventare, non sono poi
così vecchio da non saper più sognare.
Passo accanto all’anfiteatro, tronfio di musica e baldoria.
Dall’altoparlante la voce del capo animazione che arringa la folla in
delirio da vacanza. Stanno facendo un gioco, mi sembra ci capire,
reclutano coppie tra gli uomini-bambini e li fanno giocare insieme proprio
come grossi bambinoni ritardati. Sto per passare oltre quando qualcosa mi
induce a fermarmi.

Una risata che ben conosco, in quel bosco di rumori e
schiamazzi. Una risata argentina, fresca e allegra come non la sentivo più
da vent’anni.
Infatti è lei sul palco. Accanto, tra lei e l’animatore c’è il tipo della
spiaggia.
Ondeggia, si muove e ride in quel gioco per bambini deficenti.
Il tipo col pizzetto è istrionico, si vede lontano un miglio che cerca di
far colpo su di lei, che d’altro canto non si rifiuta affatto.

Se volete
far colpo su mia moglie fatevi venire gli occhi blu. Sono una garanzia.
Ecco, dovrei sentire dolore adesso, gelosia la chiamano, e invece nulla.
Il vuoto.
Il gioco prevede che i due si struscino e si intrecciano in posizioni
complicatissime, chiaramente erotiche. I suoi seni si posano sulla schiena
dell’uomo, che si volta sopreso. Ha chiaramente gradito e lo sguardo che
le getta nella scollatura è carico di cupidigia.

Sorride soddisfatta. Ha notato l’abbraccio azzuro sui propri seni e lo
sguardo che gli rivolge è più di una promessa.
Non so perché lo faccio.
Perché me ne sto acquattato dietro un salice, nell’ombra deserta dei campi
sportivi a spiare come un guardone mia moglie che si concede ad uno
sconosciuto.
Neanche una traccia di quel dolore che dovrebbe arrivare e non arriva.
Rimango a guardarlo mentre le palpa il seno, lo stringe con forza, le mani
a coppa sopra la stoffa leggera del vestito estivo.

Non le aveva così grandi una volta le tette. Credo le siano cresciute con
le gravidanze e dopo sono rimaste lì voluminose e ingombranti, pronte a
far la gioia di qualche infedele con gli occhi azzurri e il pizzetto.
La bacia sul collo e subito vedo mia moglie arrendersi languidamente con
la libido sul viso.
Se volete scoparvi mia moglie baciatela sul collo. Non resiste, garantito.
Affonda una mano nella scollatura, impasta a lungo, a semicerchio poi le
sbottona il vestito.

Una mammella, grossa e pesante sguscia fuori dal reggiseno, mezzo
abbassato.
E’ bianca come il latte e la sua apparizione imprevista e prepotente
squarcia il buio della notte e mi suscita un brivido del tutto inspettato.
Non lo conosco più il tuo corpo. Non conosco queste tue nuove forme
procaci da signora. Troppo tempo è passato dall’ultima volta che ti ho
sfilato la camicia da notte e ammirato il tuo corpo nudo nella luce
tiepida e discreta della nostra camera.

Ti bacia le tette. Una alla volta. Succhia, e quei larghi alveoli viola
che così tante volte ho leccato, spariscono ingoiati nel lordo pizzetto di
una bocca estranea e sconosciuta.
Ti solleva la gonna, mentre tutto intorno i grilli iniziano a frignare
salmi ossequiosi.
Le mutandine bianche, nel fondo delle cosce abbronzate. La sua mano che vi
penetra, tu che reclini il capo e sospiri.
E’ fatta, chiaramente si è arresa, niente più impedirà a quest’uomo di
scoparsi mia moglie nel silenzio complice di quest’angolo appartato.

Non certo io che me ne sto impietrito dietro questo albero piangente a
ruminare sentimenti che dovrei provare e non provo e altri nuovi che non
dovrei avere e ho.
Si inginocchia davanti a te e la sua nuca rasata sparisce sotto la gonna
nera, le mutandine cadono alle caviglie e tu strabuzzi gli occhi, sospiri
e lasci che quest’uomo, di cui non conosci neanche il nome, ti lecchi
voluttuosamente la fregna.

Te l’ho insegnato io questo gioco. All’inizio non volevi saperne di
rapporti orali. Cose da a****li dicevi. Solo poco alla volta ti sei
lasciata andare ai miei baci e alle mie esplorazioni bagnate.
`porca miseria, sto venendo!’ mi hai urlato con voce ridicolmente ingenua
quella prima volta. Mi sembra di sentire ancora il bruciore delle tue
cosce sulle guance, il tuo sapore sozzo sulle lingua.
E’ la vampata di un attimo poi torno al presente.

Il presente ora è
davanti a me, sotto la luce diafana dei lampioni del campo di
pallacanestro. E’ mia moglie, quella che ho sposato più di dieci anni fa,
è la madre dei miei figli che poggiata contro un albero, le mutande calate
e le gambe divaricate, si fa leccare la fica da quest’uomo.
In fondo sapevo che sarebbe arrivato questo momento. Lo sapevo dal giorno
in cui ho iniziato a non guardarla più mentre si spogliava, la sera.

Ad
ignorarla per giornate intere a respingere digustato l’idea di dover fare
qualcosa con quell’arpia velenosa con cui avevo appena finito di
azzuffarmi per una luce lasciata accesa o per il volume troppo alto.
Qualche estemporanea e sbrigativa avventura extraconiugale, mi aveva
definitivamente spento ogni residuo trasporto.
Eppure mi sembra di scoprirti in una luce nuova mentre quest’uomo ti
spoglia e si spoglia a sua volta davanti a te.
Forse sarà per quel seno bianco che ciondola mollemente fuori dalla
spallina, o forse sarà anche per la mano che ora gli insinui nei
pantaloni, ma qualcosa mi si muove dentro.

Un desiderio nuovo che credevo
ormai scomparso mi assale nel vedere quella mano muoversi nei pantaloni
dello sconosciuto.
Gli stai toccando il cazzo. Stai stringendo un cazzo che non è il mio. E
muovi quella mano stancamente mentre lui ti abbassa vestito e reggiseno in
unica soluzione e le mammelle ti balzano fuori tremolando come due
sacchetti di gelatina.
Lavori per liberarlo, cinghia bottoni, lampo e infine arrivi.
Un brivido e una fitta violenta al costato quando finalmente ti vedo
stringergli il cazzo eretto.

Lo masturbi mollemente, con quel ritmo stanco
che ben conosco. Non dura molto. Lui ti pone le mani sulle spalle
costringendoti ad abbassarti. Lo sappiamo tutti e tre cosa devi fare, ora.
O almeno quello che lui pretende da te.
Ecco. Ora voglio proprio vedere cosa succederà. Se davvero mia moglie se
lo farà mettere in bocca quel cazzo schifoso. Perché lei la odia sul serio
questa cosa qui.
Dopo anni di insistenze e tentativi io ci avevo perso ogni speranza a
farmi fare una pompa da mia moglie finchè nella più inaspettata delle
sere, per la prima ed unica volta, successe davvero.

Era morta sua madre quella stessa mattina e non so se per la depressione
seguita o cosa ma finimmo a letto praticamente subito e lì tra un
singhiozzo e una lacrima mia moglie finalmente acconsentì a farselo
mettere in bocca.
Mi sembrò di toccare il cielo con un dito, anche se tecnicamente non fu
una gran cosa. Era la prima volta in vita sua che lo faceva e non sapeva
bene come muoversi.

Se lo strofinò un po’ tra le labbra aperte e quando
finalmente si decise ad infilarselo in bocca non gli riuscì di andare
oltre il glande.
Io comunque eiaculai quasi subito. Non me ne accorgo al momento, ma anche i grilli hanno smesso di lagnarsi e ora siamo tutti lì ad aspettare e vedere cosa farà mia moglie.
E finalmente Marianna si muove. Lo tiene tretto nel pugno, apre la bocca,
si china e –proprio in quel momento con un gran fracasso partono gli
irrigatori automatici.

Per una attimo la scena è comica, tu balzi in piedi
nuda e lui, che ti viene dietro, con quel cazzo penzoloni sembra quasi un
satiro che rincorre la preda.
Si rincorrono e cercando di allontanarsi dal getto d’acqua finiscono per
cadervi proprio sotto e avvinghiati uno all’altra tentano di liberarsi
degli ultimi indumenti che hanno indosso.

E ora guardate me. Sono quello di spalle, stempiato e un po’ ingobbito.
Guardatemi mentre mi masturbo guardando mia moglie fare sesso con un altro
uomo.

Guardatemi mentre le ammiro il corpo nudo e abbronzato e la riscopro
come fosse la prima volta.
Tra le pieghe della gonna sollevata in vita, le si intravede la fica.
Smetto anche di masturbarmi per osservare meglio questo buco che una volta
mi apparteneva e dove presto un altro uomo penetrerà al posto mio, se non
faccio niente.
E’ da così tanto tempo che non gliela vedo che mi sorprendo a scoprirla
perfettamente liscia e glabra.

Non sapevo si depilasse là. Ai nostri tempi
o alla nostra età, non c’era e non c’è questa moda di radersi il pube. Il
fatto che l’abbia fatto me la fa riscoprire più giovane e disponibile.
Forse non è ancora gelosia ma inizio a provare quantomeno invidia per
questo stronzo con gli occhi azzurri che è riuscito a portarsi a letto,
cioè sul prato, mia moglie con le sue nuove tette e la figa depilata.

Succede senza che me ne accorga. Lei è distesa prona e lui le è sopra
mordicchiandogli l’orecchio. Adesso dovrei intervenire e strappargliela
via. Mi accorgo che sta succedendo qualcosa solo quando vedo il culo nudo
di lui muoversi ritmicamente su e giù.
Una fitta mi trapassa il cuore. Dovrei scappar via ora oppure saltargli
sopra e strapparglielo di dosso, qualunque cosa. E invece rimango qui a
soffrire guardando mia moglie che si fa scopare come una cagna da un altro.

Vi vedo bene ora che ti ha fatto mettere carponi. Non si è preso neanche
il disturbo di toglierti il vestito. Hai la gonna arrotolata sulla schiena
e dalle spalline abbassate le pesanti mammelle, fuori dal reggiseno
oscillano violentemente, dal viso allo stomaco, infrangendosi con un tonfo
sordo ora su uno e poi sull’altro.
Neanche le più trucide mignotte si fanno sbattere così in mezzo al campo
di uno squallido giardino periferico.

Puttana! Puttana! Puttana! Grido.
Poi vengo sborrando copiosamente sulle margherite. Rientri che è quasi l’alba. Sgaiattoli in bagno cercando di non far
rumore. Mi assicuro che i bambini dormano e ti raggiungo. In mano tengo
stretta una sbarra di ferro.
Sei davanti allo specchio e ti bagni il viso. Hai gli occhi cerchiati di
rosso. Devi aver pianto. Sollevi lo sguardo e guardi senza capire la mia
faccia truce riflessa nel chiarore del neon.

Hai dei lividi sul collo e sulle braccia. Una spallina del vestito è
strappata e sotto si vede la mammella gonfiare il reggiseno. Puzzi di
sesso ed erba bagnata.
Sento un brivido alla schiena mentre sollevo la pesante sbarra. Mi fai
schifo, ti odio come non mai e ho una voglia matta di scoparti.
Senza una parola ti vengo dietro con la sbarra spianata. Ti strappo di
nuovo il vestito, denudantoti il petto e affondo il viso nell’incavo del
collo.

Ti irrigidisci, poi chiudi gli occhi e ti lasci andare e mi
carezzi, cercando con la tua bocca la mia. Sobbalzi quando senti la mia
sbarra infilarsi tra le tue chiappe.
Ti faccio chinare sul lavandino, scopro la tua fica, la tua nuova fica,
depilata e sozza e guardo la tua faccia attonita rattrappirsi in una
smorfia di piacere mentre la mia sbarra penetra lentamente dentro di te.

Insonnia d’Amore

La tua partenza è domani. Ci siamo salutati con eccessiva cordialità. In una tensione gravida di cose non dette. Io avrei potuto darti risposte concrete e assolute. Tu, troppo occupato ad inseguire il treno colmo d’iniziatici miraggi, hai dimostrato indolenza nel carpire e afferrare tutti i miei appunti di volo. E’ oramai notte fonda e devo ripararmi nella mia dimora. Ho fatto predisporre un piccolo scrittoio di legno di cedro. Pout pourri e coppe con petali di fiori, incensieri d’ottone e vasetti di cristallo pieni di confetti con tappi d’ambra molata.

Tovagliato e cortesia in morbido tessuto di fiandra e cuscini sparsi ovunque, odorosi di tegumenti d’olio essenziale di macis. Nella scelta della qualità dei singoli prodotti, regna un’indescrivibile eccitazione. Come una proverbiale direttrice di scena, ho immediatamente intuito l’esaltazione nell’occhio del mio sovrapposto. Ingiustificata, senza comprensione. Poiché la mia veglia cronica non è altro che una costipazione. Un’intossicazione di carta e d’Amore. Il giovane portiere, al piano terra, mi rifila tra le mani un prisma di bacetti al cioccolato.

Appeso alla corolla di raso blu, recita il biglietto: “Ora è notte”. Strano per la scrittura ed anche per lo stile. Quasi il nutrimento in un voluttuoso precetto di un immacolato utente dall’inchiostro simpatico. Deduco alla fine, sia l’omaggio dolce di un altro uomo, uscito timidamente in avanscoperta dal mio piccolo branco di scorpene melliflue. Ho lo stomaco pieno d’assenzio che mi torna in bocca, mentre l’ascensore del Grand Hotel Royal precipita verso le stelle.

Nella metafora comune dei più nobili Sentimenti, devo escogitare qualcosa per diluire ed evaporare la tua presenza. Questa modesta alterazione di nefandezze mi permette di rimirarmi ancora allo specchio con lo stesso coraggio di sempre. E depredare ogni palpito in eccesso. Senza cipria né rossetto, sento l’ultima stilla d’alcool adulterarmi il grembo. Nella peculiarità di un sentore intrepido, decido che qualcosa è incompiuto e devio il percorso, per raggiungerti nella tua stanza. E calare finalmente le mie carte.

Come nella chimica della libido, attribuisco lo stato d’agitazione e spoliazione, alla stessa stregua di una droga o di una pozione miracolosa. Per solitudine ritrovata, rinascerò stavolta nella sterminata fascia di petali del mio notturno, che tutti gli altri allentano, per seguire il ritmo del sonno confortevole. Sempre sposa alla naturale onniscienza, sto per congiungermi all’evento. Nell’incandescente fornace di ricercato stile, passerò le ore a macchiarti di percezione e penna. Conoscendo oramai a memoria tutte le tue pieghe e le opere stampate nei vecchi trafiletti di giornale.

Mirabilie che hanno germogliato fatua luce, per corrompere e adulterare il mio cuore. Ceralacca nobile e carta da lettere profumata. Incastro il passpartout e apro la porta. La notte appare semplice come una linea retta.
Nel mio delirante vanto mi aggiro intorno al letto matrimoniale disfatto. Tu dormi. Con circospezione, in gran segreto. Come un’ospite che non vuole disturbare, mi avvicino allo scrittoio, bruciando alla candela tutti i vessilli corteggiati sulle requie. Le parole che non hai detto.

Guardando il corpo disteso e nudo e mi convinco che ho ragione. Quella carne bianca e tenera come burro da spalmare sul pane degli Angeli. Pronta a lasciarsi infiltrare, bacio dopo bacio in una croccante competizione dietro la quale non ha mai smesso di pulsare l’arduo gioco delle sistole e delle diastole. Se potessi raccontarti i dettagli della mia vera storia, non riusciresti mai a capire. Oramai sei tu, invischiato in un groviglio d’apparenza e casualità obbligata.

Io ti ho solo istruito a svolgere un compito nel quale ogni mossa disorienta e porta lontano. Il mistero del passato, il corteggiamento degli animi, il minuetto degli aggettivi e della sintassi. Sei talmente confuso che non sai nemmeno distinguere in un abisso di benessere, il solenne godimento che interviene e soccorre gli amplessi trasudati di riflesso nelle specchiere lucenti. La mia maniacale propensione a vivisezionare tutte le ammonizioni illustrate e le intonazioni della voce.

Sono io che ti opprimo con i miei muri spessi, nei quali ho vissuto prigioniera spalancando porte e finestre per dare alla luce una libertà alacre ed evanescente. Aprendo i cancelli che non portano a nessun luogo, ieri come oggi, con tutta la sorveglianza rivolta alla mia insonne materia lignea, così visibilmente complice nel conservare la sua corteccia densa e contorta che annuso e sfoglio, a filo di pagina. La nostra camera. Le pause insolite in una fede di cavezza, più forte delle catene e più tenaci dei grani liberati nella galleria di quadri viventi.

Quella Primavera appesa che mi hai regalato. Il gruppo immobile di persone vive, sospese nel rossore del bengala su quello di tenue arancio. Il quadro che mi ha adeshito in silenzio, giace arrampicato verso l’arcata e sfrangiato d’antica filigrana. La tua bellezza arresa davanti ai miei occhi, vivifica una volontà di riaffermare la più grande Passione d’Amore in una stagione di picche senza prese né regine su cui puntare. Sul tavolo delle possibilità ancora esistenti, nell’onnipresenza potenziale dove ogni lembo di carta forma una coppia, solo io rimango in gara.

Tu, mio compagno, sei degnamente scartato. Mi avvicino al letto attraverso un fluido invisibile che mi unisce, la vena connettiva che ci lega l’uno l’altro e disegna un cerchio nuovo, freddo. Rotondo, come la ruota di uno zero. A quest’ora il silenzio è talmente profondo che pare di udire perfino il fruscio dell’acqua scorrere nelle vecchie tubature idrauliche. Come per vocazione, rimango in balia a seguire le scintillanti linee gemelle delle sopracciglia e le labbra morbide che si schiudono.

Sento le palpitazioni che mi picchiano le tempie, mentre fisso disfatta i tuoi occhi serrati e forieri. Se solo volessi, potrei scorgere sotto le lenzuola la collinetta rigonfia del tuo sesso. Che non oso toccare. Seguo il solco delle vive rughe con tenerezza. Io che non ho paura dei silenzi e delle facce vuote e bianche. Tremo di fronte a queste fessure cremisi, tralignando fuori dai limiti di questa nuova straripante contingenza. Le ombre si adagiano su di me, coprendomi con un fitto strato di tinte scure.

Penetro in grassetto la fitta cabala d’associazioni con parole sfatte e incantatrici. Sangue e inchiostro. Perché ogni esistenza ha la sua croce ed ogni corpo la sua crepa. Una convulsa fascia ludica intessuta di dialoghi morsicati. Spari, fuochi, dispacci, smentite. L’improvvisa esplosione avvolta in un omogeneo e insensato gioco di valori. L’esperienza drammatica d’Amore e Delitto forma blocchi imprevedibili. Sbocchi impossibili. Con te volevo credere che era ancora possibile amare ad antri aperti e scoscesi.

Che ogni volta appaiono più morbidi e impregnati. Rimangono lì, appesi alla parete o legati alle mie mani per invischiarmi nella viscosa ragnatela del pentimento fulmineo. Mi afferra la gola invece che le labbra e disonora la mia sbiadita e crudele Sindone che protegge il tempo e il ricordo. Quindi non è possibile sperare nell’umido scalpiccio di due cervi impigliati per le corna. Ammettere di aver perso è sventrarsi della prima crepa. Poi della seconda.

Mi chiedo oggi a che serve perseverare con una sensazione obliqua che è solo apparenza all’inclinazione degli eventi. Forse è venuto il momento di restituirmi quello che ho perduto. Se non per me, per l’altra donna che viene dopo di me. Magari più ironica e generosa, meno azzardata e attentatrice. Fuggo via nell’articolato intrigo di cunicoli, sporgenze, falsi angoli che rendono il mio animo complicato e labirintico. Sto per sgusciare da un’oscura lotta intestina o forse è un semplice cambio di guardia.

I recalcitranti Inseparabili cominciano a pestarsi la coda. Il risveglio brusco nella cesura netta tra la notte e il giorno, segue modalità squisitamente crude e accecanti. Oramai sono solo un trofeo da esibire con diritto e rassegnazione alla luce del sole. Il punto d’osservazione in cui mi trovo non mostra più niente di quello che ho scritto stavolta. Il riposo e la simulazione non sono richieste, in questo versante d’esplorazioni. Sono una somma d’immagini deformate dei miei trofei, che messe insieme celano dall’indiscrezione degli sguardi altrui.

Le identità utili, che più per compagnia e consolazione, sembrano sopravvissute per la solitudine e la viandanza. Rientro nel mio appartamento e sorprendo qualcuno in piedi, davanti allo scrittoio di legno di cedro, con le spalle curve e le mani nervose. Sta frugando tra i miei fogli segreti. E’ il giovane portiere. “Ora è giorno” mi sorride. Tra zuccherosi baci e note fresche come la vita buia scolpita dagli eventi, approda l’epilogo appassionato di una partita a carte, capace di rallegrare ogni specie d’indivisibile congiunto.

Consumiamo insieme la colazione, tra fasci ingombranti di giornali e novelle e indiscrezioni. Sussurrati e ridenti nella fragranza dei petali di fiori ed essenze di macis. Ho la lingua dolce di cioccolata mentre l’ascensore del Grand Hotel Royal si affretta a planare al piano terra. Grata di Veglia e d’Amore, costringerò anche oggi i miei interventi ad una morsa d’ali d’Angelo e di Demonio, per spalancare buoni modelli di vita in trama leggera. Capaci di ospitare e raccontare ogni specie d’Inseparabile riunito.

Noto in tutti i reparti, che qualche eletto ha predisposto celle aperte e spiragli su un qualsiasi lato. Un reticolato intelligente e adatto ad un fornito e ardito allevamento. Oramai il tuo sonno interminabile non mi riguarda. Ci penserà qualcun altro a somministrarti il conto, alla partenza. Non riconoscendo ostacoli mentali e sensibili, né penne sbavate d’inchiostro indelebile, rientro serena in ufficio. Le sistemazioni migliori per me insonne, rimangono sempre gli appunti di volo.

Non rischiando d’obliterare il biglietto, per un nuovo e surreale Romanzo d’Amore.

Rapita e torturata dal nemico

Quando aveva fatto le esercitazioni al campo militare Laura era stata avvertita che se fosse stata catturata non sarebbe stata un’esperienza facile. In quella regione del centro Africa le tribù locali sottoponevano i soldati prigionieri a ogni tipo di tortura. Ma la passione di Laura per l’esercito, benché donna e molto bella, le aveva fatto cancellare ogni paura.
E così era partita per la sua prima missione di ricognizione in quel territorio lontano e quasi inesplorato, nel bel mezzo della foresta.

Erano in perlustrazione con la sua squadra, quando all’improvviso dal folto della boscaglia erano comparsi decine e decine di ribelli locali. Presto furono circondati e sottoposti a un fuoco incrociato.
La sua squadra in breve si disperse, ognuno per cercare di salvarsi. Così Laura rimase sola, nascosta dietro un folto cespuglio, sperando di passarla liscia. Ben presto, invece, venne avvistata e catturata. Era sola, gli altri commilitoni evidentemente erano riusciti in qualche modo a salvarsi.

Dopo una lunghissima camminata venne condotta in un villaggio e qui incontrò l’unica persona che parlava la sua lingua. Questi era anche il capo villaggio e ben presto, in modo brutale, le spiegò la situazione: “maledetti bianchi, venite qui nella nostra terra e volete imporre la vostra legge, ma noi vi uccideremo tutti. Tu intanto resterai nostra prigioniera e useremo i filmati delle torture che ti faremo per convincere ogni altro invasore estero a lasciarci in pace”.

Venne portata in una capanna e legata all’interno di una gabbia e poi per qualche ora non successe più nulla. Dopo, il capo del villaggio, un negro alto quasi due metri con un corpo molto muscoloso, entrò nella capanna e le rivolse la parola. “Lurida troia, adesso vedrai cosa vuol dire far parte di un esercito nostro nemico. E stai tranquilla, filmeremo tutto e lo manderemo alle vostre televisioni”.
Quindi nella capanna entrarono altri due negri, uno con una telecamera e l’altro con una grande borsa.

Laura venne presa, fatta uscire dalla gabbia, spogliata violentemente dai due negri, messa sdraiata su un tavolaccio che c’era lì e legata con mani e piedi alle quattro gambe del tavolo. Si trovò così in una posizione molto scomoda, con la testa fuori dal tavolo e con le gambe aperte in modo osceno.
Intanto avevano aperto la borsa e avevano cominciato a tirare fuori fruste, candele, mollette da bucato, corde e una serie di altri oggetti.

Il capo del villaggio le si avvicinò, mentre un altro aveva già iniziato a riprendere tutta la scena con la telecamera. “Ora faremo vedere al mondo quanto sono troie le donne occidentali e cosa succederà a loro se continueranno a venire come forze di occupazione nella nostra terra”. Intanto aveva cominciato a toccarla con una mano, che partendo da una gamba risaliva fino all’inguine, passava sulla sua fica, sulla pancia e fino alle tette.

Laura aveva provato a urlare e a liberarsi: “maledetti bastardi lasciatemi stare”, ma uno schiaffo l’aveva immediatamente fatta desistere. Quella mano continuava a fare su e giù sul suo corpo, mentre il capo del villaggio parlava agli altri presenti in una lingua a lei incomprensibile. Laura, intanto, nonostante la situazione, con quelle carezze si stava un po’ sciogliendo. Incredibilmente si stava eccitando.
Improvvisamente il negro smise di toccarla, prese una frusta e cominciò a frustarla sulle tette e sulla fica.

La frusta era fatta con fibre vegetali e ad ogni colpo bruciava, ma non così tanto. La cosa strana era che Laura tra le carezze di prima e questa situazione imbarazzante ormai era molto eccitata. In fin dei conti uno dei suoi sogni erotici ricorrenti era quello di essere violentata da un negro, che la trattava male e la sculacciava. Quante volte di notte si era ritrovata nel suo letto a immaginarsi questa situazione, per poi masturbarsi fino a raggiungere orgasmi fortissimi.

Questa volta, però, la situazione era vera e lei ne era terrorizzata. Ma nonostante tutto il suo corpo reagiva agli stimoli sorprendendola come mai avrebbe immaginato. Piano piano, ad ogni colpo di frusta che la colpiva sui capezzoli o sul clitoride, lei si eccitava sempre di più. I mugolii di dolore per le frustate si mischiarono così anche a lamenti di piacere e capezzoli e clitoride erano gonfi, dritti e duri come mai prima nella sua vita.

Laura sperava che i suoi aguzzini non se ne accorgessero, perché sarebbe morta dalla vergogna a farsi scoprire in una situazione del genere, oltretutto mentre veniva filmata. Ma il capo del villaggio non ci mise molto a notare che la sua fica si era tutta bagnata. Immediatamente smise di frustarla e le mise una mano tra le gambe. Laura era un lago e i suoi umori le colavano ormai fuori dalla fica. Il capo scoppiò in una risata e disse qualcosa ai suoi compagni.

Quello con la telecamera si spostò subito in modo da poter riprendere bene in primo piano la sua fica. Quando il cameramen si fu ben posizionato, il capo le infilò brutalmente due dita nella fica, facendo gemere Laura. Iniziò a fare un lento dentro e fuori, ogni tanto tirando fuori la mano e dandole uno schiaffo proprio in mezzo alle cosce, sul clitoride. Laura ormai stava con le cosce apertissime, con gli occhi chiusi e sentiva l’orgasmo montarle dentro.

A ogni schiaffo sulla fica emetteva un urletto per il momentaneo dolore, ma la cosa la eccitava sempre di più. Il suo clitoride era ormai gonfio e sporgente e la sua fica grondante di umori. Ogni tanto il capo tirava fuori le dita dalla sua fica e le mostrava gocciolanti alla telecamera ridendo. Poi gliele mise anche in bocca: “lecca troia, facci vedere quanto ti piace”. Laura non aveva mai fatto una cosa del genere e si sentiva umiliata ma era eccitatissima.

In breve si trovò a leccare ben bene le dita di quell’uomo, che intanto con l’altra mano aveva ricominciato a toccarla tra le cosce.
Quando le dita furono ben pulite, con quella mano il negro cominciò a tirarle e a torcerle i capezzoli, che nel frattempo era anch’essi diventati lunghi e dritti. Laura mugolava, vinta dal dolore ma sopratutto dal piacere e ormai non capiva più niente. L’unica cosa che aveva in mente era l’orgasmo che le stava crescendo dentro e che tra breve sarebbe esploso.

Improvvisamente l’uomo si fermò: “stupida puttana, pensi che siamo qui per farti divertire?” le disse. Laura era furibonda per tutta la situazione, perché non era riuscita e raggiungere l’orgasmo e anche per questa sua reazione all’accaduto. In fin dei conti era stata catturata dai nemici e lei invece di provare schifo e paura si era lasciata coinvolgere in quello che era diventato un vero gioco erotico.
Il capo allora aveva preso un grosso ramo di legno, inciso a forma di grosso cazzo e perfettamente levigato e glielo aveva infilato nella figa.

Ma poi aveva anche preso le mollette da bucato e una ad una le aveva posizionate sui capezzoli e sul clitoride. Laura aveva le parti intime in fiamme, ma quella grossa presenza nella sua fica le teneva vivo il moto dell’orgasmo, che era sempre lì, presente e pronto ad arrivare, ma che non riusciva a sfogarsi. Con una mano il capo faceva fare dentro e fuori al cazzo di legno, mentre con l’altra tirava le mollette su capezzoli e clitoride.

Laura ormai gridava e gemeva come una cagna in calore, con la fica e le tette in fiamme ma bagnatissima. Soprattutto la molletta sul clitoride le dava sensazioni fortissime e stranissime. Sicuramente faceva male, ma in fondo proprio perché faceva male il suo corpo trovava la cosa eccitantissima. E nonostante tutto, ancora una volta stava per venire.
Il negro a quel punto le infilò un dito nel culo e iniziò un veloce e avanti e dietro che in breve portò Laura ad un orgasmo di un’intensità mai provata prima.

Dalla sua fica partì un getto di umori, uno schizzo vero e proprio, che bagnò tutto il negro che la stava masturbando. Con l’orgasmo Laura non riuscì s trattenere un potente urlo liberatorio, seguito da una serie infinita di mugolii, ansimando e gemendo veramente come una cagna in calore, con spasmi che le squassavano tutto il corpo. Dopo un po’ le sensazioni dell’orgasmo svanirono e per Laura fu come risvegliarsi e tornare alla dura realtà.

I negri ridevano e il capo le disse: “adesso mandiamo questo film alla CNN, così facciamo vedere al mondo di che pasta sono fatte le puttane bianche che vengono nel nostro paese”. Laura si sentì morire. Lei ripresa mentre veniva torturata, tutta nuda in posizione oscena e per di più che mostrava al mondo quanto la cosa le piacesse, con la sua fica tutta aperta e bagnata e con quell’orgasmo così umiliante per una soldatessa nella sua condizione.

Venne slegata e rimessa nella gabbia, seduta e con le mani legate ai lati: “così non puoi masturbarti, troia” le disse il capo ridendo. Il suo corpo era ancora incredibilmente eccitato e lei aveva una voglia matta di masturbarsi e di raggiungere l’orgasmo. La posizione in cui l’avevano messa, però, non le consentiva neanche di strusciare la fica contro il pavimento per provare a masturbarsi in quel modo. Era sfinita, eccitata come non mai nella sua vita e sconvolta dai mille pensieri che le frullavano nella testa.

Ormai sola da un bel po’ di tempo, riuscì comunque ad addormentarsi.
Il giorno dopo il capo venne nella capanna svegliarla. “Lurida troia, adesso riprendiamo con il trattamento di ieri e con il filmato”. Questa volta la portarono fuori dalla capanna, all’aperto, in mezzo al villaggio, e la legarono in piedi ad una croce di pali messi a X. Ancora una volta era nuda, con le cosce aperte, alla mercè di chiunque volesse divertirsi con lei.

Ben presto si avvicinò una piccola folla di abitanti del villaggio, che le urlavano contro, le tiravano contro frutta e ortaggi e le sputavano. Il capo venne e disse qualcosa e tutti smisero di darle addosso. E il suo compare con la telecamera si mise lì a fianco per filmarla di nuovo. Poi le disse: “ieri sembra proprio che ti sei divertita, adesso vediamo se è la stessa cosa”. Riprese a carezzarla sulla fica guardandola dritta negli occhi.

“Vediamo se questa puttana bianca anche questa volta si eccita davanti a tutti”.
Laura si vergognava come mai nella vita, eppure sentiva ancora una volta l’eccitazione montarle dentro. “Sporco negro, non credere che mi fai paura” disse, quasi per darsi coraggio. Ma non fece in tempo a finire la frase che il capo le prese il clitoride tra indice e pollice e glielo strinse. Laura si piegò sulle gambe ed emise un forte mugolio.

Sentì all’inizio una fitta dolorosa, ma poi come il giorno prima questo dolore si tramutò in eccitazione fortissima. Laura era stupita delle reazioni del suo corpo, che andavano assolutamente contro la sua volontà, ma non riusciva a trattenersi. Immediatamente il mugolio di dolore si tramutò in mugolio di piacere e la sua fica riprese a grondare succhi. Ancora una volta il capo le levò le dita dalla fica e mostrò alla folla quanto fossero bagnate, dicendo un qualcosa che sextenò l’ilarità di tutti.

“Questa volta, puttana, ti frusteremo ben bene, ma prima ti voglio fare un bel giochetto. Vedrai che sorpresa.
”Un altro negro venne con una corda in mano, una corda lunga, grossa e ruvida. Questa le fu legata in vita e poi passata da sotto in mezzo alle cosce. Tirata da davanti verso l’alto si andò a infilare tra le labbra della sua fica ormai lubrificatissima. La corda venne legata alla parte alta della croce e tirata molto forte.

Adesso Laura aveva la corda che le spaccava in due la fica e che le spingeva forte sul clitoride, già gonfio ed eccitato di suo. Inoltre ad ogni movimento la corda strusciava nelle sue parti intime. Un negro venne con una frusta e di nuovo Laura si trovò a dover subire colpi in tutte le parti del corpo, ma soprattutto sulle tette e sulla fica. Ad ogni colpo lei dava uno scossone con il corpo e la corda le schiacciava e irritava il clitoride.

Il capo credeva che questo sarebbe stato veramente troppo per Laura, ma incredibilmente invece il suo corpo dimostrò di volerne sempre di più.
Ormai Laura aveva perso ogni remora: “Sporco negro, dai frustami, tanto non mi fai niente” urlava. Ma intanto gemeva sempre più forte e di nuovo sentiva l’orgasmo salirle dentro. Improvvisamente il capo con un colpo di machete tagliò la corda e smise di frustarla, proprio quando ormai Laura era prossima all’orgasmo.

“Lurida troia, vuoi solo godere? E invece io non te lo permetterò”. Laura questa volta aveva veramente il terrore negli occhi. Si stava accorgendo che per lei la vera tortura non era ricevere frustate e maltrattamenti alla fica, ma non poter raggiungere l’orgasmo. Il negro prese a masturbarla quasi con dolcezza, ridendo e sghignazzando. Laura spingeva il bacino contro la sua mano con il viso stravolto dalla voglia di godere. Ma ogni volta che si avvicinava all’orgasmo, il capo levava la mano e un altro negro le tirava una secchiata di acqua gelida addosso.

L’acqua le toglieva il fiato per alcuni secondi e aveva il potere di azzerare quasi del tutto il suo livello di eccitazione.
Poi si ricominciava da capo con le carezze, alternate ogni tanto a schiaffi sulla fica e sul clitoride. Laura era stravolta, gemeva e mugolava, aveva i succhi della sua fica che le colavano lungo le cosce, era sempre prossima all’orgasmo ma non gli veniva mai permesso di raggiungerlo. Per la prima volta cominciò a cedere psicologicamente e a chiedere pietà: “Maledetto porco fammi godere, dai infilami qualcosa nella fica e fammi godere”.

Erano parole che fino a due giorni prima Laura non avrebbe mai immaginato che potessero uscire dalla sua bocca.
Ancora una volta il suo corpo prese alla sprovvista tutti, Laura per prima che in una situazione del genere aveva i sensi in fiamme, e il capo del villaggio che mai avrebbe creduto ad una reazione del genere da parte di una soldatessa bianca. Un nuovo potentissimo orgasmo si impossessò di Laura appena le dita del negro le strinsero con violenza per l’ennesima volta il clitoride e ancora una volta dalla sua fica sgorgarono copiosi umori come uno schizzo potente di sborra.

Laura era stravolta, ormai vinta fisicamente e psicologicamente, terribilmente combattuta internamente tra il terrore per la tortura subita e l’eccitazione sessuale che avrebbe trovato inimmaginabile fino a qualche giorno prima. Improvvisamente si sentirono partire dalla boscaglia dei colpi di mitragliatore. Dai margini del villaggio i suoi compagni militari stavano facendo un’irruzione tra i ribelli, che in brevissimo cominciarono a scappare e a dileguarsi nella boscaglia. Alcuni compagni immediatamente la slegarono e la portarono via, raccogliendo anche la telecamera che era caduta per terra.

Laura a quel punto svenne.
Quando riprese conoscenza era nell’ospedale da campo del suo accampamento, con i commilitoni che le erano più amici lì vicino. Lei in realtà avevo solo bisogno di essere rifocillata e già la flebo che durante la notte le avevano fatta l’aveva di nuovo rimessa abbastanza in forma. In breve, sentendosi decisamente meglio, chiese di essere dimessa, anche perché sapeva di dover andare dal suo comandante per fare rapporto.

Appena un’ora dopo era libera e si stava dirigendo verso la casa del comandante. Quando entrò venne accolta molto bene e fatta subito mettere a suo agio. Le fu chiesto di raccontare per filo e per segno quello che le avevano fatto, per denunciare la cosa alla corte suprema, che avrebbe processato i ribelli catturati. Laura però si vergognava di raccontare esattamente tutte le sensazioni provate e fu molto vaga. Il comandante iniziò ad irritarsi, perché capiva che il racconto non era veritiero.

Laura però non ce la faceva a confessare tutto. Allora l’atmosfera cambiò: “Cosa credi, che non l’abbiamo visto il filmato? Ti sei divertita a farti torturare dai negri ribelli? Ti sembra questo il comportamento per un soldato della nostra caratura?” Laura voleva morire per la vergogna, ma si ostinava a non voler ammettere al verità. Il comandante allora si alzò, girò intorno alla scrivania e le ordinò: “in piedi soldato”. Laura shittò sull’attenti. Il comandante le disse: “riposo soldato” e Laura assunse la classica posizione con le mani dietro la schiena e le gambe leggermente divaricate.

Il comandante le mise una mano tra le cosce sibilando: “immobile soldato, se non vuoi finire sotto corte marziale” e prese a muovere la mano e a cercarle il clitoride. E Laura in un attimo fu di nuovo un lago….

La rivincita

Mio marito mi tradiva. Da tempo. La prova scioccante la ebbi quando accettai di ospitare la sua segretaria a casa. La stronzetta veniva dalla Russia dove mio marito aveva diversi affari legati all’import export. Per ragioni di lingua ( ma pensa tu…. ) aveva assunto una specie di interprete/segretaria per aiutarlo a comunicare meglio. Quando la vidi capii subito l’andazzo, perchè lei, in effetti, l’italiano lo parlava anche benino, ma l’aria che aveva e il fisico lasciavano intendere anche tante altre cose.

Ma andiamo al sodo.
Fu terribile svegliarmi nel cuore della notte e non trovarlo di fianco a me. Scesi le scale per andare al piano di sotto e appena arrivata dietro la porta che separa la scala dal corridoio cominciai a sentire gemiti e grida. Andai avanti, dovevo andare avanti. Le grida della zoccola erano il canto della mia sconfitta. Dietro quella porta c’era mio marito, l’uomo cui avevo dedicato una vita e due figli, che stava sfondando letteralmente un’altra, più fortunata o, evidentemente, più bella e più brava di me.

Rimasi lì non so quanto tempo, ricordo solo che lei godeva continuamente, sentivo i suoi colpi forti, rapidi, affamati…. li conoscevo, ma quasi me li ero scordati, non mi scopava così da tempo, da troppo ora mai.
Tornai su e piansi.

Noi donne siamo forti e abbiamo la grande dote di risorgere sempre da ogni sconfitta, noi che doniamo la vita, possiamo donarne sempre una nuova anche a noi stesse. Così pensai quella mattina.

Ne parlai con Veronica, una delle mie migliori amiche, già separata, molto disinibita con gli uomini. Lei mi disse letteralmente di riprendermi la vita, che ero ancora bella e che potevo pendermi tutte le rivincite che volevo. E così fu.
Sono una bella donna tutt’ora, lo ero anche tre anni fa. Decisi di farmi avanti, con charme e classe, con tutti e tre i colleghi di mio marito. Tutti e tre. Sì, mi sarei fatta scopare da tutti e tre.

Uno di loro, mi piaceva anche parecchio e spesso mi ero sentita guardare da lui con un certo interesse. Con lui bastò un sms. Un semplice: ciao F, ti devo parlare. Ci incontrammo per un caffé. Da lì una eccitante travolgente discesa che ci portò dopo venti minuti ad avere la sua lingua tra le mie cosce sul divano di casa mia. Gli piacevo, gli piacevo eccome, mi riempì di complimenti, impazziva per le mie bocce ancora belle e turgide, piene di desiderio.

Leccava da Dio, e fremetti sorprendentemente in preda ad un orgasmo inondandogli il viso. Poi lo divorai, ingoiai tutto il suo bastone fino a leccargli le palle. Poi mi impalai su quel ben di Dio sbattendogli le mie pere infuocate in faccia. Poi mi prese da dietro sculacciandomi tenendomi per i capelli, sussultai altre tre volte, allagai quel divano, non godevo così da anni, da troppo…. quegli orgasmi ripetuti e crescenti spalancarono una porta su una nuova dimensione di me stessa, libera, disinibita, vogliosa e caparbiamente desiderosa di orgasmi!
Mentre mi spaccava a pecora, senza pietà, con la prepotenza che deve avere un uomo, gli chiesi di farmi delle foto, volevo le prove….

le prove da mostrare allo stronzo che io, forse più di lui, ero ancora molto desiderabile. Poi glielo presi in bocca lo appoggiai alla mia lingua e lo segai, mi spruzzò tutto quello che aveva e documentò tutta quella meraviglia con una serie di foto. La mia bocca piena di sborra, questo volevo che mio marito vedesse, forse non gli importava nulla, ma forse sì, in ogni caso era parte della mia rivincita.
Continuai a vedermi con F.

Era troppo piacevole e lui era molto bravo. Mio marito era in Russia e quindi ero libera di muovermi bene quando i bimbi erano a scuola. Con un amante si instaura spesso anche un rapporto di complicità che va al di là del sesso, si crea una certa confidenza che permette di spogliarsi di tanti cliché oltre che dei vestiti. Così lui mi raccontò che sia lui che gli altri due colleghi ce l’avevano a morte con mio marito perché la faccenda della Russia aveva preso una piega negativa per l’azienda.

In pratica quello stronzo si era accaparrato il portafoglio clienti per mettersi in proprio. Agli altri tre soci non era rimasto niente. Lui aveva già fatto sapere loro che a fine anno se ne sarebbe andato. Al che colsi la palla al balzo informandolo che il mio piano di rivincita prevedeva di farmi sbattere da tutti e tre. E F. , da grande maiale quale era, rilanciò la posta: fatti scopare da tutti e tre alla volta, ci vuole poco a convincerli, credimi, sai quante volte abbiamo parlato tra noi di te, di quanto sei bona? Basta che vieni un giorno durante la pausa, l’ufficio è chiuso dalle 13 alle 15, in due ore facciamo tutto.

L’idea mi sconvolse, i miei ormoni cominciarono a pensare a quell’evento e così gli proposi per l’indomani. La risposta fu scontata. Appena entrai nell’ufficio ci fu chiaramente un po’ di imbarazzo, ma F. ruppe il ghiaccio togliendomi la gonna, mi fece svaccare sulla scrivania e scostate le mutandine incominciò a masturbarmi. Non ebbi il tempo di realizzare che la mia prima gangbang era cominciata che avevo gli altri due cazzi che mi sbattevano in faccia cercando di entrarmi in bocca.

L’appellativo più gentile fu puttana. F. cominciò a spaccarmi la fregna sulla scrivania mentre gli altri due mi scopavano a turno la gola. Poi mi spostai sul divano mi impalai su uno, F. mi entrò nel culo senza ritegno, con forza, come si sfonda una vera vacca da monta, il terzo mi infilò l’uccello in bocca e prendendomi a schiaffetti affondò sempre di più fino a farmi sentire le palle che sbattevano sul mento.

I miei orgasmi furono diversi, non so quanti. Alla fine mi misero in ginocchio e fecero il video da mandare al cornuto traditore: io a bocca aperta e loro tre a turno a schizzarmi in gola. Alla fine ce l’avevo piena zeppa di crema bianca, mi chiesero di dire qualcosa a mio marito ma faticavo a parlare, non volevo che tutto quel ben di Dio uscisse dalla bocca. Ci giocai un po’, prima di ingoiare tutto.

La vendetta era compiuta per intero. Io ero soddisfatta, avevo anche rotto un tabù: quello di essere presa contemporaneamente da più uomini. Avevo goduto fino allo stremo: l’avrei fatto ancora e ancora e ancora……