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Quasi amici

Racconto (in parte) immaginario

Quando tornai a casa, dopo l’incontro con il bidello, ero naturalmente spaesato, il mio stato d’animo era agitato, quasi sconvolto. Cosa avevo fatto??? Anni di educazione moralista mi facevano sentire in colpa a tal punto che nelle ore successive la frase che continuavo a ripetermi era; “Hai voluto provare un’esperienza nuova, l’hai fatto, ti sei tolto questo dubbio, ora basta non farlo più. ”

Nel frattempo erano passati giorni, forse una settimana ed ogni tanto il bidello dava segni della sua presenza con un sms, o una chiacchierata veloce nei corridoi.

Chiaramente cercava un approccio, cercava di capire il perché di tanta mia diffidenza. Io nel frattempo inventavo scuse: impegni familiari, i compiti, influenza, ma avevo vergogna a dirgli la verità, a confessargli che non me la sentivo di incontrarlo ancora. Da quella fatidica mattina tante cose erano cambiate in me, soprattutto vedevo le cose con altri occhi, sotto un’altra prospettiva, percependo cose che prima non avrei mai notato. Passai quindi attraverso diversi stati emotivi prima di tornare ad avere un discreto equilibrio, e catapultato in quella nuova dimensione dopo quella volta a casa sua …il gioco mi sfuggi un po’ di mano e cominciammo gradualmente ad incontrarci almeno una volta alla settimana, diventando ufficialmente la sua femminuccia personale!

Purtroppo nella mia scuola quello che facevo con il bidello aveva fatto il giro dell’istituto.

Alcuni bulli vociferavano che io ci stavo con tutti, altri che ero una troia, un ricchione, frocio di merda, ecc.. Ammetto che non è stato facilissimo all’inizio, anche perché tra una lezione e l’altra ero così preso dal dover fare pompini e prenderlo nel culo dal bidello che pure la mia pagella era quasi un disastro! (Continuando così non sarei arrivato al secondo anno.

)
Durante la ricreazione, cercavo sempre di rimanere lontano da Zio Franco, per evitare di alimentare i soliti sospetti su di me… ma cosi facendo Iniziai ad avvicinarmi “involontariamente” ad altri bidelli… Notando anche in loro certi atteggiamenti sempre più ambigui.
“Ormai lo capito da come mi guardano! Come provano il contatto!..” In apparenza sembravano persone tranquille, molto rispettose che salutano sempre gentilmente, però se mi vedevano da solo, lontano dai professori o qualche stupido compagno di classe, cercano in ogni modo il modo di toccarmi, e alcune volte venivano a sbattermi addosso di proposito! Facendomi sentire quei pacchi perennemente in tiro!!!!

Oltre gli sguardi a me rivolti, nel giro di pochissimo tempo, aggiungevano sempre qualche commento volgare! Hanno iniziato con: “Ciao belli capelli! Che belle gambe ” poi… “culo da favola, bocca da pompini, quanto prendi? Ecc..!” Arrivando quindi alla facile conclusione che Zio Franco aveva raccontato tutto ai suoi colleghi… E come una vera (ma ingenua) puttanella, per la prima volta venni anche rimproverata per il mio modo di camminare! “Sempre a sculettare in mezzo ai bidelli! Ma non ti vergogni ?” Mi disse l’anziana Prof di Matematica.

“Non c’è niente da capire! Non lo devi fare più, altrimenti ti gireranno intorno per tutta la vita! Capito?” Dal Io non capivo, limitandomi a dire che non ci vedevo nulla di male.

E’ il mio modo di camminare! Dal mio ingenuo punto di vista, non ancheggiavo! …cioè non lo facevo proprio apposta….

Poi fu la volta del vecchio prof. di Inglese: con la sua espressione arcigna mi fece un sacco di domande sulla mia famiglia, sulle mie abitudini extrascolastiche, su come mi vestivo quando non andavo a scuola, ecc. Facendomi capire che la sessualità fosse un argomento troppo importante, e naturalmente questo all’inizio un po’ mi spaventava. (Anche lui mi guardava sempre in modo strano, ma questa è un’altra storia…)

Ritornando a scuola; (un anonimo lunedì di inizio marzo).

Giornata calda e stranamente afosa rispetto alle giornate tipiche di quel periodo. Volevo essere in qualunque altro posto rispetto all’aula piccola in cui mi trovavo, con i muri scrostati e sbiaditi dal tempo. Si scoppiava dal caldo! Ora di matematica! Dio che noia! Sempre le stesse identiche cose, sempre le stesse lagne e prediche della vecchia professoressa che cerca di far capire ad un branco di idioti che: 1 + 1 fa 2 ..? Io invece, com’è mia abitudine, utilizzo questa inutile ora per andare in bagno, dove in genere ho la possibilità di staccare la spina e sgranchirmi un po’ le gambe…Alzai la mano, cercando di avere il mio visino più sofferente possibile, e chiedo alla Prof di poter andare al bagno…Lei! Se pur capendo la sceneggiata, da il via libera per il mio quarto d’ora di libertà! Ripetendomi:“Ragazzino, mi raccomando non stare troppo fuori! Come tuo solito però!”

Mentre sono li a fumarmi la sigaretta dopo nemmeno 5 minuti sentì bussare; Toc, Toc ..e aprì la porta… Pensavo si trattasse di un mio compagno di classe, (anche lui sfuggito a quelle ore di noia mortale).

Ma riconobbi subito quelle mani enormi e callose sulle mie spalle, che mi spinsero indietro con forza… facendomi quasi sedere sulla tazza del cesso!! Tra le novità di quel periodo, c’era la così detta “sveltina” nei bagni di scuola, con zio Franco… “Mah… Cosi si entra ?? Che vuole, ma è impazzito? Se ci vede qualcuno? Se ci sente qualcuno ?? ” Parlando sempre con un filo di voce! Guardandomi con disprezzo rispose; “Tranquillo non esagerare! Ormai lo sanno tutti che sei ricchione!!!” (Gli voglio bene! Però è fatto cosi.

Certe volte dall’eccitazione non sa nemmeno lui quello che dice. ) In quei momenti deliranti… In primis a scuola, avevo solo paura di essere vista dai tanti e anche troppi, ragazzi omofobi che giravano nell’istituto.

(La mia classe ne era piena)

Finita la sigaretta mi feci coraggio! Aprii la bocca e iniziai a ciucciare quel cazzone enorme, in modo veloce. Avevo voluto la bicicletta e ora dovevo pedalare. Certo, il fatto era che la bicicletta in questione era un grosso cazzo da soddisfare in cambio di una misera paghetta, (che non avrebbe mai colmato il vuoto che avevo dentro).

Dopo neanche 2 minuti di gioco, con quella mazza, (sperando invano che sborrasse subito), prendendomi per i capelli mi spinge violentemente faccia al muro! Cominciando a incularmi freneticamente senza pietà, quasi come un a****le! Ormai lo conosco, lo lascio fare. Sperando che finisca il prima possibile. Il mio buchino con un po’ di saliva cominciava ad accoglierlo molto bene, nonostante le grosse dimensioni. Ma all’inizio faceva sempre tanto male… e Lui a dire il vero se ne sempre fregato altamente del mio dolore iniziale, ma in quelle situazioni non lo biasimo troppo.

In bagno, e penso anche nel corridoio… si iniziava a sentire solo i miei gemiti sempre più acuti e il rumore del suo grosso corpo che picchia contro il mio culetto. Ma quella volta! Non contento dei miei mugolii, che assecondavano quelle spinte esagerate, pronta per accogliere la sua sborra ovunque e comunque, mi tolse completamente i pantaloni, e mi annuncia! “Aspetta Bimba, vediamo chi c’è fuori. ”

Chiusa in quel cesso, aspettando che ritornasse al più presto, guardavo tutte quelle scritte oscene sui muri del bagno, e ogni volta che ci entravo per fumare, la voglia di cazzo mi assale, suscitandomi desideri e pensieri indicibili…

Persa tra quelle scritte volgari e ignoranti, un po’ di piscio qua e là, e qualche mozzicone di sigarette dopo qualche minuto, vidi spalancare la porta, all’improvviso! Trovando dall’altra parte; Zio Franco con il resto dei Bidelli!!!
“Stai tranquilla, e fai la brava! Amici sono!!” La mia mente era confusa, in totale imbarazzo! Tranquilla? Amici? Fai la brava? Cosa voleva dire? E cosa volevano fare?
Ammetto che con Tony non mi sarebbe dispiaciuto, ma… Uno che non mi piaceva e mai pensavo ci sarei andata era Stefano, (anche lui bidello, addetto al terzo piano).

Il classico tamarro all’antica di circa 40 anni. Pieno di tatuaggi, anelli, e collane d’oro al collo!!
Inizialmente cercavo di sdrammatizzare presentandomi a loro con un tono di voce da femminuccia. E Tony (il bidello più vecchio del gruppo) con disprezzo spiegava ai colleghi.. “con molto sarcasmo” che faccio la troia solo perché non voglio faticare! “Ma tranquilla qualche giro ce lo facciamo lo stesso!” …rivolgendosi a me!
Che dovevo fa’? Bè…di fronte a quelle parole, non so cosa mi è successo realmente… Ricordo solo che Stefano si piazzò per primo dietro di me cominciando a incularmi lentamente fino a mettermelo tutto nel culo.

(Fortuna che ero già dilatata). Ma nonostante ero in paranoia perché dovevo rientrare in classe, cominciavo a godere, quasi come una pazza…
Devo premettere che pur essendo passivissimo per me la penetrazione anale è sempre dolorosa, soprattutto all’inizio, la causa è dovuta al fatto che il mio ano è stretto e si adatta molto lentamente a chi mi penetra e quella volta, più del solito l’inculata è stata Dolorosissima!!!

Cercai di divincolarmi per riprendermi un attimo, ma la giostra sembrava non si fermasse mai, e quando persero interesse verso il mio culo sfondato, (dopo un intenso quarto dora), si misero in piedi intorno a me, iniziando a sborrarmi in faccia… Tutti Insieme …In modo quasi sincronizzato.

NON avevo Mai provato una cosa così… ho pure due conati come di vomito, per il forte e acido odore di sperma che ho sul viso, nei capelli, ed anche i vestiti!… “E adesso…? Che figura ci faccio in classe?” Ho tutti i capelli fradici di Sborra! Cazzo! E dovevo pure correre immediatamente in classe! (A prescindere dalla sborra che avevo in testa, era passata un abbondante mezzora!!)

In fretta e furia.. iniziai con dei fazzolettini imbevuti, a pulirmi il viso, incazzata per il tempo che mi stava facendo perdere, e malgrado il mio nervosismo, Stefano con un tono malizioso se ne uscì sfottendomi pure; “Puttana, avevamo paura che restavi incinta” La risposta mi offese e mi fece incazzare, anche perché ridevano tutti, e con il mio buchetto che ancora mi bruciava e pulsava, gli dissi che avrebbero potuto venirmi in bocca o nel culo, in mille modi!! Ma non c’era certo bisogno di imbrattarmi i capelli in quel modo.

Quello che hanno fatto, vista la loro età, non me l’aspettavo proprio, e non aveva senso. Comunque ormai quello che era fatto era fatto e non c’era molto da aggiungere..
Dopo quell’orgia ero consapevole di aver firmato con i bidelli l’ennesima condanna per quei 5 anni. Il mio destino da liceale non era più solo quello di studiare, e vedermi ogni tanto con Zio Franco! Ma diventare la puttana della sua comitiva.

(I Bidelli)…

Il ragazzo dagli occhi marroni

Il ragazzo dagli occhi marroni
“Per favore, Tom, fa male” Disse il biondo il cui sedere stavo fottendo. Lui era sulle ginocchia di fronte a me, la testa girata lateralmente sul cuscino e guardava indietro verso di me con una faccia contratta per il dolore.
Riuscii ad ansare: “Un altro minuto. Puoi resisterei. ” Stavo per venire e non volevo quel frocetto mi rovinasse tutto.
“Affrettati”, lui disse, o meglio piagnucolò. Pappamolla!
Cominciai a sentire i segnali, così scavai con le unghie nelle sue anche e spinsi in lui con tutta la forza che potevo.

Lui gridò il suo dolore al ritmo delle mie spinte. Poi venni. Tutto il mio corpo si irrigidì e gridai qualche cosa in una lingua sconosciuta. Quando ebbi finito crollai sulla sua schiena.
“Oh, sì” Respirai: “È stato grande. Sei stato bravo. ” Mi tirai indietro facendo correre la mia mano sulla sua schiena e sul suo sedere liscio.
Feci scivolare il cazzo fuori da lui e mi sedetti appoggiandomi al muro.

Lui allungò lentamente le gambe e si sdraiò piatto sul letto, poi cominciò a piangere piano. Dannazione, era un piagnucolone. Dopo mi avrebbe chiesto se lo tenevo con me o stronzate del genere. “Ok, cosa c’è che non va?” Dissi con tono un po’ esasperato.
“Non so, credo che non sia stato quello che pensavo sarebbe stato. ” Mi guardò con occhi tristi ed impauriti: “Mi terrai con te?” Cosa vi avevo detto?

Mi chiamo Tom, ed il biondo represso che avevo tra le braccia era Michele.

O Marco. O qualche cosa del genere. Il suo nome non è tanto importante, perché mi ero limitato a farlo con lui. Avevo trovato quello che volevo da lui ed era ora che me ne andassi.

Ho avuto il mio primo uomo a quindici anni. Era uno studente universitario e l’avevo incontrato in una sala giochi. Lui pensava di avermi sedotto ma non avrebbe mai fatto la prima mossa se io non avessi avviato le cose.

Mi feci inculare sul sedile posteriore della sua macchina. Io ora ho diciannove anni e ho avuto più uomini di Madonna. Ne ho avuti di vecchi e giovani, gay ed etero, colorati o bianchi. Il più vecchio fu il mio quarantacinquenne insegnante di matematica, il più giovane fu il quindicenne fratello del capitano della mia squadra di pallacanestro.

Sesso. È la mia vita. È quello che faccio.

“Ehi Tom!”
Mi guardai intorno per vedere chi fosse.

Tiziano. Me l’ero fatto tre settimane prima. Avevo pensato che con lui sarebbe stato più di una sfida. Lui era il mio equivalente nel mondo etero. Si era fatto ogni ragazza della scuola che valesse la pena, ed anche alcune che non ne valeva. Lo invitai a venire a vedere un film con noi e lui mi fece una sega là nel cinema. Più tardi quella sera, tornando a casa mia, mi inculò. La prima volta insieme e subito una penetrazione completa.

“Ehi, Tiziano, come va?” Io misi via i miei libri e chiusi il mio armadietto. Lui mi si mise di fianco e ci avviammo verso l’ingresso della scuola.
“Hai programmi per questo fine-settimana?” Mi chiese.
“Perché me lo chiedi?”
“Stavo pensando che se non avevi niente da fare, potevamo, sai, fare qualche cosa. ” E mise un po’ più di enfasi sulla parola ‘fare’.
“Ah. Io ho qualche progetto. ”
“Oh.

” Sembrò un po’ deluso. Non affranto, solo deluso. “Hai messo gli occhi su qualcuno?”
“Forse. ”
“Chi?”
Io accennai col capo alla mia sinistra mentre passavamo accanto al ragazzo in oggetto. Tiziano seguì il mio cenno.
“Chi? Lisa?”
“Lisa?” Dissi: “Sii realista. Anche se mi faccio delle tipe, non lo farei con Lisa. Il ragazzo vicino a lei. ”
Lui guardò di nuovo. “Oh. Il ragazzo nuovo. Dovrebbe essere nella mia classe.

Come si chiama?”
“Savino, o qualche cosa di strano del genere. ” Savino aveva cominciato a venire alla nostra scuola circa due settimane prima. Era un tranquillo. Molto tranquillo. Nessuno, ed intendo nessuno, lo conosceva molto. Il suo posto era in fondo alla classe e prendeva sempre appunti. Aveva fatto i compiti ed aveva preso 6. Non aveva mai parlato con qualcuno; ma, ad essere sincero, nessuno gli aveva mai parlato. Era un mistero, un mistero carino.

Non era molto alto, circa un metro e settanta, magro, con corti capelli castani ed occhi marroni veramente belli. La pelle era piuttosto pallida. Portava degli occhiali veramente fighi, rotondi come quelli di John Lennon ma con vetri chiari.
“Savino? I suoi genitori dovevano aver perso una scommessa per dargli un nome del genere?”
“Sai quanti anni ha?”
“Mi spiace, no. Quindi il fine-settimana è out?”
“Te lo dirò se vuoi veramente fare qualche cosa.

” E misi la stessa enfasi su ‘fare’: “Perché non viene a casa mia venerdì sera. ”
“Venerdì che è domani. Verso le sette?”
“Sette, ok. ”
“Bene. Ci vediamo. ” E se ne andò.
Io mi fermai alla fontanella a bere mentre davo un’occhiata in giro. Savino si stava avviando alla biblioteca. Aspettai alcuni minuti, poi lo seguii. Non mi ero mai sentito a mio agio nella biblioteca. Troppi libri. Era raccapricciante, tutta quella storia infagottata ed immagazzinata sulle mensole.

Savino era al catalogo ed aveva aperto il cassetto della D.
Dopo un momento scrisse qualche cosa su un biglietto ed andò verso il fondo della biblioteca. Lo guardai di sottecchi e lo vidi andare ad un tavolo con un libro. Dopo un minuto mi avvicinai al tavolo, tirai fuori una sedia e mi sedetti.
“Ciao” Dissi io allungando una mano. “Io sono Tom. ”
Lui mi guardò confuso. “Uh, ciao. ” E mi diede la mano.

“Sei nuovo?”
“Uh, sì. Tu sei Tom Verdi, vero?”
“Sì. Hai sentito parlare di me?”
“Sì. ”
“Cose buone, spero. ”
“Beh, no. ”
Io sorrisi. “Però, ho una così cattiva reputazione?”
“Sì. Vuoi qualche cosa?”
“No, volevo solo salutarti, benvenuto, qualsiasi cosa tu abbia bisogno, chiedimelo. ”
“Ok, grazie. Ho bisogno…” Prese il suo libro: “… ho bisogno di leggere. ”
“Beccato!” Presi la sua penna e scrissi il mio numero di telefono sul suo quaderno: “Se hai bisogno di qualche cosa, fammi una chiamata.

Anche se vuoi solo parlare, ok?” Vidi il suo nome stampato sul suo quaderno, Savino Ratti.
“Uh, sì, sicuro. ”
Mentre mi alzavo gli feci l’occhiolino: “Ci vediamo, Savino. ” Ed uscii dalla biblioteca senza guardarmi indietro.

Era venerdì sera. Ero sdraiato sul mio letto a leggere un fumetto. Tiziano era appena arrivato ed era seduto su una sedia di fianco al mio letto. Stava blaterando di qualche cosa mentre si slacciava le scarpe.

Quando fece una pausa, io feci un verso e lui proseguì. Si sfilò la camicia dalla testa e smise di parlare. Io lo guardai.
“Quindi” Disse: “Non ti spogli?”
“Sì, un minuto. Ho quasi finito. ”
“Bello?”
“Non lo so ancora. Non ho ancora capito. ”
“Dovrebbe essere buono. ” Lui si tolse jeans e boxer e cominciò a masturbarsi pigramente mentre mi aspettava. Io finii l’ultima pagina e misi da parte il libro.

“Ehi, aspettami” Dissi e cominciai a togliermi i vestiti. Tiziano era piuttosto attraente per essere un ragazzo apparentemente etero. Aveva la mia età, capelli biondi ed occhi verdi. Era piuttosto ben fatto: “Allora cosa facciamo?” Dissi togliendomi le mutande.
“Stavo pensando che potresti farmi un pompino. È una settimana che non me ne fanno uno buono. ”
“Ok, prima ti succhio e poi ti inculo. ”
“Va bene. ” Disse anche se non sembrava troppo entusiasta.

Odiava ammettere che anche a lui piaceva che gli fottessero il culo.
“Sai che ti piace!” Dissi inginocchiandomi tra le sue gambe.

Dopo che Tiziano se ne fu andato rimasi solo nella mia stanza. Le luci erano spente, la finestra era aperta e la brezza fresca faceva rabbrividire il mio corpo nudo. Amavo la sensazione. Stavo sdraiato sul mio letto su di un fianco. Il letto era ancora caldo dove Tiziano era stato sdraiato sulla schiena.

Desideravo che qualche volta mi permettesse di baciarlo. C’era qualche cosa in Tiziano che era diverso da tutti gli altri. Lui era l’unico con cui avevo fatto qualche cosa più di una volta. Di solito, una volta che mi ero fatto qualcuno, non mi interessava più. Il brivido è nella caccia, sapete?
Tiziano, invece… Tiziano era un trionfo particolare. Lui era un simbolo, un’icona di come dovevano essere le cose. Lui era quello a cui tutti i ragazzi etero guardavano, anche se non l’avrebbero mai ammesso.

Era quello che mi piaceva fottere. Quando il mio cazzo era nel suo sedere, io non stavo solo inculando lui, io stavo inculando tutta la società. Ma se avessi potuto baciarlo… se avessi potuto baciarlo la mia vittoria sarebbe stata completa.
Lui però non me lo lasciava fare. Diceva che era “troppo gay”. Sì, perché farsi inculare da me non lo era!

Comunque Tiziano era andato via ed io ero sdraiato nudo sul mio letto con l’aria serale che mi dava la pelle d’oca.

Cominciai a pensare a Savino. Lo volevo. L’avrei avuto. Il solo pensiero di fissarlo in quei begli occhi marroni mentre sparavo la mia sborra nel suo culo, me lo stava facendo diventare duro.
Guardai l’orologio dal mio letto. Non ancora le otto. Il tempo per una veloce sega.

Lunedì mattina, a metà lezione di biologia mi resi conto improvvisamente che non avevo sentito una parola di quello che aveva detto l’insegnante.

Normalmente non era una anormale, ma lui mi aveva fatto una domanda, ed io non avevo idea della risposta. La domanda era stata qualche cosa come “Chi postulò per primo l’idea di riproduzione asessuata?” Stavamo parlando delle cellule delle piante e cazzate del genere. Probabilmente ci aveva detto a chi era venuta l’idea alcuni minuti prima, ma io non l’avevo sentito per niente.
“Sua moglie?” Dissi. Ci fu un improvviso silenzio e poi una risata sbalordita scoppiò nella stanza.

L’insegnante mi fissò freddamente: “Perché non vieni a farmi visita dopo la scuola. ” Disse. Talvolta lasciavo che una risata avesse priorità sul mio buon senso.

Mentre stavo prendendo il libro di storia dal mio armadietto, vidi Tiziano. Quando fu un po’ più vicino lo salutai agitando la mano e lui accennò col capo. Si allontanò dalla ragazza con cui stava camminando, probabilmente la sua prossima vittima, e mi si avvicinò.

“Sì?” Disse.
“Puoi farmi un favore?”
“Cosa?”
“Savino avrà scienze con te questo pomeriggio, vero?”
“Sì. ”
“Potresti litigare con lui?”
“Cosa? Perché?”
“Mi hanno messo in punizione oggi. Vorrei che ci sia anche Savino. ”
Tiziano sorrise: “Ahh. Sei un vero bastardo, sai?”
Io sorrisi: “In quello hai torto. I miei genitori sono sposati. Lo farai?”
“E a me cosa ne verrà?”
“Non so. Che ne dici che io sia il tuo schiavo per una notte?”
“Affare fatto.

Qualche idea per evitare che sia punito anch’io?”
“Te ne verrà qualcuna. ”
“Cavoli, grazie!”
“Tu sei intelligente. ”
Mi guardò per un momento: “Hai notato che le uniche volte che mi dici quache cosa di bello è quando vuoi qualche cosa da me?”
“Ehi, non arrabbiarti. Non è solo così. ”
“Sì, come questo aiuto. Savino sarà là con te. E poi tu sarai mio per una notte. ”
“Fico. Sei un amico.

” Ma lui non lo era, non veramente. Lui era un concorrente a dire il vero. Non concorrevamo per lo stesso territorio, ma era un concorrente per la mia fama. Inoltre lui era l’unico con cui potevo vantarmi, il solo che capiva il brivido della caccia.

Poco dopo la campanella della fine delle lezioni arrivai nel laboratorio di scienze. Il professore stava leggendo delle carte alla sua scrivania e Savino, con aspetto imbronciato, era seduto in fondo alla stanza.

Il professore alzò lo sguardo dalle carte: “Ah, signor Verdi. Perché non si trova un posto e rimane tranquillo per prossimi 30 minuti. ”
“Sì signore” Dissi tentando di non sembrare troppo felice. Mi misi al banco vicino a Savino. Lui mi lanciò un’occhiata strana. Io gli sorrisi.
Dopo alcuni minuti il professore prese la sua tazza di caffè e la portò alle labbra. Poi si appoggiò indietro e ci guardò aggrottando le sopracciglia.

Si alzò e lasciò la stanza.
“Ehi” Disse Savino: “Ho sentito del tuo scherzo. Non era male. ”
“Sì, lo era, non è vero? Comunque non è mio. È da un film. Wargames. Non l’hai mai visto?”
“No, ma le cose che sento di te… sono vere?”
“Probabilmente. Cosa hai sentito?”
“Beh, che tu… voglio dire… ho sentito che tu… um…”
“Gay?”
“Sì. ” Lui sorrise nervosamente.
“Oh. ” Non stavo facendoglielo sembrare facile.

“Beh, um, lo sei?”
“Gay? “
“Sì. ”
“Sì. E tu?”
“No”
“Peccato!”
“Um, sì, um…è vero di quanti ragazzi tu hai… uh…”
“Inculato?”
Di nuovo il suo sorriso: “Sì. È vero?”
“Probabilmente. Mi sono fatto alcuni ragazzi. ”
“Si dice… uh… che li usi e poi li abbandoni. È vero?”
“Generalmente. Io non ho mai costretto nessuno a fare qualche cosa. Sono solo molto persuasivo. ”
Ora lui sembrava un po’ più nervoso.

“E, che io… uh… io sono…”
“Il prossimo?”
Lui sorrise nervosamente: “Sì. Sono il prossimo?”
“Lo spero. ”
“Sei piuttosto diretto. ”
“Non sempre. L’anno scorso ho sedotto uno dei miei insegnanti. In classe. E solo lui ed io sapevamo che stava accadendo. ”
“Come hai potuto… um… sai… farlo in classe senza qualcuno se ne accorgesse?”
“No, non l’abbiamo fatto in classe, lì ho solo organizzato la cosa. Ci siamo incontrati dopo la scuola e l’abbiamo fatto.

Quel trimestre mi sono preso un bel nove. ”
Mi guardò per un momento, come sbalordito. “È così strano. ”
“Cosa?”
“Tu. Sto pensando. Voglio dire, sembra che tu non abbia rimorso. Ti stai vantando di questo, di questa cosa terribile, e mi hai detto che vuoi fottermi ed abbandonarmi. ”
“Io voglio fotterti ed abbandonarti. ”
“Vedi? È come un gioco, per te mandare a monte la mia vita è un divertimento. ”
“Io non voglio mandare a monte la tua vita.

Io voglio solo allargare il tuo buco. ”
Lui rise: “Oh, Dio, capisci cosa voglio dire? E sai qual è la parte peggiore? Lo sai?”
“No”
“La parte peggiore è che non so perché ma tu mi piaci. ”
“A sì?”
“Sì. Voglio dire che tu mi piaci. E questo è tutto. Nulla più. C’è una parte di me malata e contorta che ti trova divertente. ”
“Fico. A quella parte malata e contorta di te piacerebbe andare da McDonald’s quando usciamo di qui?”
“Per l’inferno.

” Disse. “Mangeremo e parleremo, ma nulla di più, ok?”
“Come vuoi. ”

Dopo aver lasciato il laboratorio andammo in bicicletta da McDonald’s. Io presi una bibita e lui una patata al forno. I suoi occhi brillavano mentre parlava e mi accorsi che il mio sguardo era attratto continuamente da loro. Non ricordavo niente di quello che aveva detto. Dannazione non ricordavo neanche quello che avevo detto. Ero distratto. Ce l’avevo duro come l’acciaio.

Io lo volevo.
“Stai ascoltandomi?” Pausa. “Tom?”
Feci sbattere palpebre. “Cosa?” Dissi
“Stai ascoltandomi?”
“Uh, sì. Cos’hai detto?”
“Dove siamo?”
“Non saprei. ”
“Simpatico! Ma…” Lui si leccò le labbra. “Voglio chiederti qualche cosa. ”
“Vai avanti. ”
Si guardò intorno: “Perché io?”
“Cosa intendi?”
“Voglio dire, perché hai deciso che io dovrei essere il prossimo?”
“Oh… Per come mi guardi. ”
“Ma perché? Voglio dire, non sono particolarmente bello, sono magro, porto gli occhiali…”
“Ti sei guardato ultimamente in uno specchio?”
“Sì.


“La prossima volta guarda meglio. Guarda quelle leggere lentiggini che hai sul naso, nota che uno dei tuoi denti inferiori è un po’ piegato, il modo in cui cammini, come sei totalmente inconscio di te stesso, tu sei il classico teenager. Ma la cosa più grande sono i tuoi occhi. I tuoi occhi prendono la luce e la riflettono in tutta la stanza. Non sono esattamente dello stesso colore, lo sai?”
“Non lo sono?”
“No, non è una cosa che tu potresti notare.

” Mi chinai attraverso la tavola e lo guardai profondamente negli occhi. “Il tuo occhio destro è un po’ più chiaro del sinistro. Ma ambedue hanno qualche cosa di scintillante. Penso di non aver mai visto occhi così belli. ” Tornai a sedermi sulla mia sedia. Lui stava arrossendo. “Questa è la risposta alla tua domanda?”
Lui sorrise timidamente e disse: “Sì, credo. Realmente lo pensi o stai solo tentando di portarmi a letto?”
“Tutte e due le cose.


“Um, io non dormirò con te. È un no, ok?”
“Vedremo. ”
“L’unica ragione per cui sono qui, non so, perché non stai tentando di nasconderlo. Ti stai avvicinando a me ad armi spianate. Sai quello che voglio dire? Tu non sei subdolo. È solo questo che mi interessa. ”
“È evidente. E questo ti piace. ”
“Sì, credo di sì. Um, senti, stavo pensando di andare a vedere un film venerdì, forse Godzilla, ma non ho nessuno con cui andare.

Verr…?”
“Ci sarò. A che ore?”
“Direi alle sette, ci vediamo là?”
“Ci sarà la fila. Sarà meglio incontrarci alle sei e trenta?”
“Sì, probabilmente è una buona idea. ”
“Bene. ” Gli sorrisi: “Il nostro primo appuntamento. ”
Lui mi guardò: “O potremmo dimenticare tutto. ”
“Sei così paranoico. ”

Quella sera, più tardi ero a casa, seduto sul divano col telefono incollato all’orecchio. Suonò tre volte, poi qualcuno rispose.
“Pronto.


“Salve. ” Risposi: “C’è Tiziano?”
“Oh, Tom” Era il padre di Tiziano: “Solo un minuto. ” E appoggiò il telefono.
Un momento più tardi il telefono fu raccolto e Tiziano disse: “Ciao, Tom. ”
“Ehi. Come va?” “
“Non so. Cosa c’è?”
“Bene, non so cosa hai fatto, ma ha funzionato. ”
“Bene. Tu mi devi qualche cosa. ”
“Lo so. Sarò il tuo schiavo per una notte. ” Mia madre mi diede un’occhiata triste dall’altra parte della stanza.

Era da molto che la scioccavo.
“Qualsiasi cosa io voglia, ok?”
“Sì, qualsiasi cosa tu voglia. ”
“Allora, dimmi di lui. ”
“Ok. Dopo che abbiamo lasciato la scuola, siamo andati da McDonald’s. Fra patatine e coca abbiamo parlato. Lui è piuttosto intelligente. Comunque all’uscita sono riuscito a dare una bella palpata al suo culo. ” Mia madre si alzò ed uscì dalla stanza.
“E cosa ha detto?”
“Mi ha detto di smetterla.


“Tutto qui?”
“Questo è tutto. Andiamo a vedere Godzilla venerdì sera”.
“Non male. ”
“Mi aspetto di non guardare molto del film. ”
“Pensi che un film serva?”
“Con te è servito. ”
“Um, sì…ma quello ero io. Savino sembra un po’… sai… um… inesperto. ”
“Come lo sai?”
“Beh, ho sentito che è vergine. ”
“E anche se lo è? Da qualche parte dovrà cominciare. ”
“Sì, devo andare. La cena è pronta.


“Ok, a più tardi. ”
“Sì, a più tardi. ” E appese.

Era giovedì sera; ero a casa, in soggiorno, sdraiato sul divano a guardare la TV. Non saprei dire cosa stava accadendo sullo schermo, ero mezzo addormentato e mezzo perso nei miei pensieri. Un colpetto nervoso sulla mia spalla mi svegliò. Mia madre stava inginocchiata sul pouf con in mano il telefono cordless.
“È per te. ” Non l’avevo sentito suonare.

Presi il telefono, gli sorrisi e lei se ne andò. “Pronto?”
“Tom?”
“Sì. Ciao, Savino, cosa c’è?”
“Sono annoiato. Vuoi guardare un film?”
“Sicuro. Quale?”
“Non so. Potremmo vederci da Blockbustere ne affitteremo uno. ”
“Mi va. Ci sarò in 20 minuti. ”
Quindici minuti più tardi stavo spulciando sulle scaffalature di Blockbuster. Non mi è mai piaciuta particolarmente la loro selezione. Sicuro, c’erano dozzine di copie di tutti i titoli nuovi e popolari, ma se avessi voluto qualsiasi cosa un po’ fuori della normalità non l’avrei trovato.

Alcuni minuti più tardi entrò Savino. Si guardò intorno, mi vide, mi sorrise e si avvicinò.
“Trovato qualche cosa?”
Avevo in mano due contenitori: “Dovrei decidere fra ‘Il club delle babysitter’ e ‘Angus’. ”
Mi guardò per un momento.
“Sto scherzando! Cazzo, un po’ di senso dell’umorismo!”
Lui sorrise: “Non capisco mai quando stai scherzando. Non so cosa realmente aspettarmi da te. ”
“Bene. Diamoci un bacio. ”
“Assolutamente no. Scegli un film.


“Bene. Che ne dici di ‘L’armata delle tenebre?’”
“Cos’è?”
“Non l’hai mai visto?”
“No”
“Oh, allora prendiamolo. Fidati di me, ti piacerà. ”
“Va bene. ” Ma non sembrava molto convinto.
Un paio d’ore più tardi eravamo a casa sua, a metà film.
Sul suo viso c’era un’espressione del tipo ‘cosa diavolo è questo?’ Stava ridendo, ma non penso che fosse sicuro di doverlo fare. A quel punto il padre di Savino entrò nella stanza.

“Puoi abbassare, Savino? Tua madre ed io stiamo andando a letto. Non stare alzato fino a tardi. ”
“Sicuro papà. Lo faremo non appena finisce il film. ”
“Ok. Buona notte, ragazzi. ” Ed uscì dalla stanza.
Io mi chinai all’orecchio di Savino dissi: “Sai, se la genetica funziona, quando sarai più vecchio sarai eccitante come lui. ”
Lui mi guardò scioccato e disse: “Taci!. È una cosa sporca. ”
“Cosa?”
“Tu vuoi mio papà!”
“No, io voglio te.

Però è bello sapere che se ci vorranno 20 anni, tu ne varrai ancora la pena. ”
“Gesù, Tom, lui ha quarantacinque anni!”
“E quindi? Conosci il signor Radi?”
“Intendi l’insegnante di matematica?”
“Sì. ”
“Sì. E allora?”
“Lui ha quarantacinque anni. ”
“E quindi? Cosa…. Oh, non esiste! Tu ed il signor Radi?”
“Sì. E non era niente male anche. ”
Savino cominciò a ridere. Quando si calmò disse: “Sei incredibile sai?”
“È quello che mi è stato detto.


“No, voglio dire che non hai idea di che buco di culo tu sia. ”
“Il problema è che non ho idea di che buco del culo tu abbia. ”
Lui rise di nuovo: “Non ho mai conosciuto uno come te. ”
“Se sono un tale stronzo, perché mi frequenti?”
“Beh, tu fai delle buone cose per la mia immagine. ”
“Um, cosa vuol dire?”
“Prima nessuno si interessava a me, ma ora la gente lo fa e mi parla.


Io risi: “E questa è una buona cosa?”
“Sì. Sanno che niente… capisci…nulla è accaduto tra noi, perché noi continuiamo a vederci. Sanno tutti che appena tu… um… sai… ti fai qualcuno, poi lo metti da parte. Quindi se usciamo ancora vuol dire che non ho fatto sesso con te. ”
“Ah. Logico. Comunque stai prendendo troppo sul serio gli altri. ”
“Forse. Comunque anche se pensassero che tu… um…” Sorrise: “Mi hai fottuto, non me ne preoccuperei.

Almeno finalmente mi considerano. ”
“Oggi stavo guardando su MTV. ”
“Tu… cosa?”
“Stavo guardando su MTV. ”
“Oh, un nuovo programma?”
“Sì. ”
“Quindi stavi guardando MTV. E…?”
“Hai visto il ragazzo nuovo? Jesse qualche cosa?”
“Sì. Il ragazzo con quella voce…”
“Lui. Non pensi che sia eccitante?”
“Io penso che sia irritante. ”
“Beh, anche. ”
“Voglio dire, come può aver trovato quel lavoro con quella voce?”
“Penso che sia stato per la sua faccia.


“Forse. ”
“Posso baciarti?”
“Aspetta… uh…no. Ferma!”
“Ferma cosa?”
“Cambia soggetto. ”
“Andiamo! Solo un bacio. Solo questo per stasera. Lo prometto. ” Andai più vicino a lui e gli misi una mano sulla coscia.
“Tom…”
Mi chinai vicino alla sua faccia.
“Tom, per favore non farlo. ”
“Un bacio. ”
Lui guardò verso la scala: “Potrebbero sentire. ”
“Sì? C’è solo un modo per chiudermi la bocca. ”
“Perché non vai a casa.


Sorrisi: “Va bene. ” Dissi piuttosto forte: “Se tu non vuoi…”
“Taci!” Bisbigliò disperatamente.
“Cosa succederà?”
Mi guardò per un minuto, rabbia e divertimento sulla sua faccia.
Alla fine disse: “Niente lingua. ”
“Niente lingua. ” Mi chinai verso di lui, le mie labbra si mossero verso le sue. Lui cominciò a muoversi per incontrarmi, le nostre facce erano ad un centimetro ed io mi tirai indietro. Lui mi seguì per qualche centimetro ma non ci fu bacio.

Mi alzai: “Buona notte, Savino. Grazie per il film. ”
“Aspetta, ma…”
“Ci vediamo domani a scuola. ”
“Uh, sì. Buona notte. ” Sembrava confuso. Io andai via.

Erano le sei e trenta ed ero davanti al cinema. La fila non era così lunga come mi ero aspettato. Savino non si era visto. Mi aveva evitato per tutto il giorno a scuola, come se non esistessi. Mi ero spinto troppo in là? Alle sei e quarantacinque finalmente lo vidi arrivare in bicicletta.

La legò e venne verso di me.
“Mi stavo chiedendo se non saresti venuto. ” Dissi.
“Mi spiace. Ho avuto una telefonata. ”
“Ah. ”
Prendemmo biglietti e trovammo dei posti. Il cinema era mezzo vuoto. Parlammo di cose futili finché le luci non si spensero.
Mentre proiettavano i trailer si chinò e mi bisbigliò in un orecchio: “Perché ti sei fermato?”
Io mi chinai al suo orecchio e dissi: “Perché tu non volevi.


“No, ma lo stavo per fare. ”
“Perché?”
Fece una pausa, poi disse: “Era solo perché tu lo volevi molto, ed era solo un bacio, non era… sai… qualcosa di peggio. ”
“Mi è stato detto che sono un amante piuttosto bravo. ”
“Non è questo che voglio dire. ”
“Quindi, ora mi baci?”
“Cosa, qui? Assolutamente no. Ci sono persone. ”
“Allora dopo. ”
“Vedremo. ”
Io risi piano.
Dopo il film andammo per un hamburger.

C’erano dei tavolini fuori, prendemmo gli hamburger ci sedemmo e parlammo. Dapprima parlammo del film, ma mentre il tempo passava cominciò a chiedermi un po’ dei miei innamorati precedenti (Le vittime li chiamava. ) di quello che avevamo fatto, come li avevo convinti. Mi sembrava che tutto andasse per il meglio. Alla fine ci dirigemmo verso casa sua. Io rimasi sulla mia bicicletta e ci demmo la buona notte. Lui si avviò ed io feci per ripartire.

Lui si fermò.
“Tom. ”
Io lo guardai di nuovo. Lui si guardò intorno e poi cominciò a muoversi verso l’oscurità sul fianco della sua casa: “Vieni qui. ”
Io appoggiai la bicicletta e lo seguii.
Era fermo nell’ombra e disse: “Niente lingua. ” La sua voce era scossa.
“Niente lingua!” Dissi e mi avviai verso l’ombra.

La settimana dopo passò. Dopo quel primo bacio divenne più riservato ma alcuni giorni dopo tutto ritornò normale.

Lui non mi permise di baciarlo ancora, Era frustrante ma, in un certo qual modo, anche divertente.
Domenica mattina stavo leggendo nella mia stanza quando il telefono suonò. Io ero da solo in casa, così andai a rispondere.
“Ciao?”
“Ehi, schiavo, cosa fai questa sera?”
“Ehi, Tiziano. Non so. ”
“I miei genitori sono fuori di città e stavo pensando…” La sua voce si abbassò.
“Stavi pensando di cuccare, ho ragione?”
“Sì.

Che ne dici?”
“Dannazione. Sto trascurando…. Sarà meglio riprendere l’esercizio. ”
“Grande. Dopo le sei, ok?”
“Ok, ci sarò. ” E riagganciai.

Ero esaurito. Tiziano aveva messo alla prova la sua immaginazione. Forse non avrei dovuto promettergli che avrei fatto qualsiasi cosa lui volesse. Ero sdraiato sul suo letto, le gambe sulle sue spalle. Giudicando dalla sua faccia, era vicino al suo terzo orgasmo di quella sera. Non l’avrei mai ammesso ma ero impressionato.

I suoi occhi erano allargati, la sua bocca aperta e faceva quello strano forte rumore che faceva quando veniva. Spinse dentro di me un altro paio di volte, poi crollò pesantemente su di me. Io allungai le gambe e lui rotolò di fianco respirando pesantemente.
“Questo è tutto?” Chiesi.
“Sì” Ansò: “Questo è tutto quello che posso fare. Sei ok?”
“Penso di sì. Ma domani mattina mi farà piuttosto male. ”
Lui rise: “Grazie, sei troppo gentile.


“Affatto. Una cosa tuttavia. Ho notato che sei venuto tre volte ed io non sono venuto neppure una volta. ”
“E quindi?”
“Vorrei qualche cosa prima di andarmene. ”
“Quindi cosa vuoi che faccia?”
“Potresti farmi una sega. ”
“Perché non te la fai?”
Io guardai sopra la mia testa. “Beh, per una cosa, mi hai legato i polsi alla testata del letto. ”
Lui rise: “Oh, sì. Me ne ero dimenticato. Ok.

” Lui cominciò a masturbarmi. Non ci volle troppo dopo di che eravamo sdraiati uno di fianco all’altro sul suo letto.
“Va meglio?”
“Sì. Grazie. ”
“Nessun problema. Allora come stanno andando le cose con Savino?”
“Lentamente. Senti, potresti slegarmi? Sono un po’ scomodo. ”
Lo fece e cominciai a strofinarmi le mani per riportarle in vita.
“Cosa intendi per lentamente?”
“Solo quello che ho detto. Non ha ancora ceduto. ”
“Sono passate due settimane.


“E quindi. ”
“Quindi penso che tu stia perdendo il tuo tocco. Prima non avevi mai avuto bisogno di due settimane. ”
“Savino è diverso. Lui è più tosto degli altri. Mi piace. ”
Tiziano mi guardò, sulla faccia aveva un’espressione divertita: “Diverso?”
“Sì, diverso. Mi piace parlargli, è intelligente. Lui sa quello che sono ma continua ad uscire con me. ”
“Lui è diverso. Lui è intelligente. Ti piace parlargli. Sai cosa penso?”
“Cosa?”
“Penso che sei innamorato.


Mi alzai a sedere rapidamente e guardai la sua faccia che sorrideva furbescamente. “Cosa? Assolutamente no. ”
“Sì caro. È così completamente ovvio. ”
“Hai torto. I ragazzi si innamorano di me. Io non mi innamoro di loro. ”
Lui cominciò a ridere forte.
“Cosa c’è?” Chiesi.
Lui continuò a ridere, gli scendevano lacrime sul viso. Quando finalmente riuscì a riprendere il controllo disse: “Ci sei dentro. E non lo sai.

Sei così patetico quando tenti di negarlo. Sai cosa vuol dire questo?”
“Cosa intendi?”
“Vuol dire che ho indovinato. ”
“Tu sei pazzo. ” Dissi. “Devo andare. Ci parleremo a scuola, se avrai ripreso il senno. ” Mi misi rapidamente i vestiti sopra il corpo sudato ed andai a casa. Arrivato ignorai le proteste impotenti di mia madre. Lei aveva perso da più di un anno il suo potere su di me. Feci una rapida doccia e poi gettai il corpo nudo sul letto.

Tirai su di me le lenzuola e spensi la lampada.

Un’ora più tardi ero ancora sveglio. Non potevo smettere di pensare a quello che aveva detto Tiziano. Quando tentai di costringermi a pensare a qualche cosa d’altro, finii per pensare a Savino, il che mi fece ritornare a Tiziano. Poteva avere ragione? Poteva essere che fossi inn…
Pensai al tempo che avevo passato con Savino nelle ultime due settimane. Avevo tentato di portarmelo a letto.

L’avevo spinto e lui mi aveva respinto. Non era interessato. Questo è tutto. Avevo tentato continuamente di logorarlo e lui continuava a resistere. Non era amore, io cercavo solo di incularlo.
Chi stavo prendendo in giro? Io non avevo tentato veramente. Dopo il bacio mi ero limitato a godere della sua compagnia. Sì, avevo fatto alcuni sforzi, ma erano deboli sforzi. Se avessi veramente tenuto a lui, ora l’avrei avuto e l’avrei messo da parte.

Messo da parte. Nell’istante che ci ho pensato, si aprì come un buco dentro di me. Non volevo metterlo da parte.
Cazzo! Ero innamorato!
Rimasi sdraiato per non so quanto tempo, sentendomi indifeso. Ma sapete una cosa? Più ci pensavo, meno mi sentivo cattivo. Quando il sole sorse, mi sentivo abbastanza buono. Ero innamorato. E mi piaceva. Cantai sotto la doccia. A colazione parlai a mia madre. Fui gentile con lei. E la spaventai a morte.

Quando arrivai a scuola presi i libri per la prima ora e poi aspettai presso l’armadietto di Savino. Un po’ prima dell’inizio della prima ora, lui arrivò barcollando, sembrava stanco morto.
“Savino” Dissi.
Lui mi guardò intontito, poi sorrise. Aveva un sorriso meraviglioso.
“Ciao. ”
“Mi sembri abbattuto. ”
“Sì, ero in ritardo. Compiti da fare. ”
Mi avvicinai e mi chinai verso il suo viso. Lui sorrise nervosamente e disse: “Cosa stai facendo?”
“Ho bisogno di parlarti” Dissi piano.

“Ok, vai avanti. ”
“No, privatamente. Bigia la scuola oggi. ”
“Cosa? Sei matto?”
“Sì, penso che probabile lo sono. ”
“Cosa intendi?”
“Fallo. ”
“No, non posso non andare a scuola. ”
“Per favore, è importante. Solo questa volta. ”
“Perché?” Ho capito dalla sua che stavo avendo effetto.
“Forza! Non ti chiederò di farlo un’altra volta. Ho bisogno veramente di parlarti e se devo aspettare tutto il giorno esploderò. ”
Lui sospirò: “Ok.

Dove andiamo?”
“Um, che ne dici a casa mia?”
“Va bene, da qualsiasi parte. ”
Uscimmo dell’edificio sentendoci un po’ impacciati. Dopo un breve percorso in bicicletta, arrivammo a casa mia. Andammo in cucina dove gli offrii una bibita e poi ci sedemmo a tavola.
“Bene. ” Disse appoggiando la sua coca cola: “Cosa c’era di così importante. ”
“È questo. La notte scorsa non sono riuscito a dormire. Avevo compreso qualche cosa.

Dapprima mi sono dannatamente spaventato, ma più ci pensavo e più la cosa mi sembrava buona. ”
“Di cosa stai parlando?”
“Prometti che non ti spaventerai?”
“Sì. ”
“Prometti!”
“Ok, prometto. ”
“Va bene. ” Mi leccai nervosamente le labbra. “La notte scorsa ho compreso che ti amo. ”
Lui tacque.
“Mi hai sentito?” Chiesi.
“Um, sì. ” Sorrise. “Mi ami?”
Sembrava quasi pieno di speranza mentre lo diceva.
“Sì. Hai capito?”
“Dillo di nuovo.


“Io ti amo. ”
“Wow. Tom Verdi, il terrore del liceo, mi ama. Dimmi, hai mai amato qualcun’altro?”
“No, loro erano nessuno per me. ”
“Ed io non lo sono?”
“Beh lo sei stato dapprima, ma poi ti ho conosciuto. Allora sei diventato qualcuno. Non so come sia successo. Io non ho voluto che accadesse, ma ora che è successo, mi fa piacere. ”
Lui fece un grande sorriso, un grande sorriso a trentadue denti: “Sai cosa vuol dire questo?”
“Uh, no.

Cosa?”
“Vuol dire che ti ho battuto al tuo stesso gioco. ”
Fu la mia volta di fare una pausa: “Cosa?”
“Io ho giocato il tuo gioco contro di te e ho vinto. ”
“Io non…”
“Game over. Ho vinto. ”
Non lo stavo seguendo: “Cosa stai dicendo?”
“Sto dicendo, Tom, che tutto è finito. ” Lui si alzò ed allungò una mano. Io gliela strinsi automaticamente: “È stata una bella partita. ”
“Savino…”
“Fermati, Tom, ti stai imbarazzando.

Affronta il fatto, ti ho battuto. Ho fatto con te quello che tu hai fatto a non so quanti ragazzi. Ti ho fottuto e ti ho messo da parte, ed ora ti sto lasciando. Tu sei con la schiena a terra, questo è tutto. ” Si girò ed uscì dalla casa.
Rimasi a lungo seduto a fissare il nulla. Ero incazzato. Stavo male. Mi sentivo vuoto. Non sentivo niente. Girai per la casa pieno di autocommiserazione e confusione.

Precisamente alle 14 e 33 avevo avuto una rivelazione che aveva provocato una lacerazione dentro di me.

Doveva essere quello che le mie ‘vittime’ avevano sentito. Io l’avevo fatto ma non sapevo quante persone si sentissero così. L’autocommiserazione porta all’odio per se stesso. Avrei voluto vomitare. Ero andato al di là dello specchio e non riuscivo a guardarmi. Prima di allora avevo sempre pensato di me come di una persona splendida, ma non lo ero.

Io ero orribile. Facevo inorridire. Lasciai la casa, presi la bicicletta e pedalai come un pazzo. Non avevo idea di dove stavo andando, volevo solo andarmene. Ma per quanto andassi veloce, non potevo allontanarmi da me stesso.

Finii al centro studentesco dell’università. Entrai e presi una coca alla caffetteria. Rimasi seduto ad una tavola per un’ora, poi lasciai la coca cola intatta. Andai alla sala giochi e misi una moneta in Street Fighter e per la prima volta vinsi contro il computer.

Quando fui stanco di giocare mi girai per andarmene. Vicino alla porta notai un biondo familiare.
“Michele!” Chiamai. Non ci fu reazione. Mi guardai intorno per vedere se qualcuno l’avesse notato, poi chiamai: “Marco!”
Lui si guardò intorno sorridendo, ma quando mi vide il sorriso svanì. Mi guardò per un momento, poi si girò e se ne andò. Io gli corsi dietro.
“Marco, per favore!” Lo presi per un braccio e lo fermai.

“Lasciami in pace. ”
“Posso parlarmi?”
“No”
“Per favore?”
“Perché? Ce l’hai duro o qualche cosa del genere?” Non mi aveva ancora guardato.
“No, le cose sono… le cose sono cambiate. ”
Lui continuò a camminare.
“Mi spiace!”
Lui si girò verso di me con espressione irritata: “Ti spiace? Sei fottutamente dispiaciuto?” Mi afferrò per la camicia e mi spinse contro il muro: “Hai idea di quello che mi hai fatto? Ce l’hai?”
“Sì, ce l’ho!” Dissi piano.

Lui rise con una risata adirata. “Come puoi? Come puoi sapere cosa vuol dire? Io pensavo di piacerti. Io pensavo finalmente di aver trovato qualcuno con cui stare. Qualcuno che capisse quanto mi stava succedendo. E tu volevi solo un culo da usare. ”
“Hai ragione. Ero uno stronzo completo. Mi spiace. Mi spiace veramente. ”
La rabbia sulla sua faccia diminuì, solo un po’. Scosse la testa come per cercare di scuotere via la confusione: “Cosa stai cercando di fare?”
“Sto tentando di scusarmi.


“Perché? Perché dovrei crederti?”
“Hai ragione. Non c’è ragione per cui dovresti fidarti di me. ”
“E non lo faccio. Dimmi perché dovrei crederti. ”
“Perché è accaduto a me. ”
“Cosa ti è accaduto?”
“Quello che ho fatto a te. Ho incontrato un ragazzo, mi sono innamorato e lui mi usato e poi mi ha scaricato. Io non avevo idea di quello che tu hai provato, ma ora lo so e, veramente, mi spiace.


Lui lasciò andare la mia camicia: “Veramente? Ti ha scaricato?”
“Sì. Lui non mi ha mai voluto bene. Lui sapeva quello che facevo e lo ha fatto a me. ”
“Wow. Mi spiace. ”
Io sbattei le palpebre: “Ti spiace?”
“Sì. Io so come ci si sente e nessuno dovrebbe provarlo. ”
Io scossi la testa: “Non capisco. Io ti ho fatto sentire così di merda e quando qualcuno mi fa sentire così, a te dispiace.


“Sì. Io non cerco vendetta. Tu mi hai fatto qualche cosa di terribile, ma forse ora che sai come ci si sente, non lo farai a nessun altro. ”
“No, non lo farò. Lo giuro. ”
Mi guardò per un momento, un’occhiata di valutazione, poi disse: “Che ne diresti di andare a prendere qualche cosa da bere?”
“Cosa dici?”
“Sì. Forse possiamo tentare di nuovo. Ricominciare, sai? Col piede giusto questa volta. ”
“Dici sul serio?”
“Sì.

C’era evidentemente qualche cosa di te che mi piaceva. Altrimenti non saremmo in questa situazione. Forse potremmo essere amici. Sono accadute cose strane. ”
“Sì” Dissi lottando contro le lacrime. “Mi piacerebbe qualche cosa da bere. ”
Il giorno seguente a scuola ero felice. Marco ed io avevamo parlato per alcune ore. Se non mi avesse infastidito parlargli prima, avrei capito quanto era figo. Aveva anche i più begli occhi marroni che avessi mai visto.

Eravamo amici.
Tra la terza e la quarta ora vidi Tiziano al suo armadietto. Stava parlando con una bella ragazza. Aspettai che se ne andasse poi mi avvicinai.
“Ciao, Tiziano. ” Dissi allegramente.
“Ehi. ”
“Tu e lei…?”
“Sembra di sì. ”
“Stai diventando pigro? Pensavo che tu cercassi sempre nuove sfide. ”
“Ehi, si prende quello che si trova. ”
Gli allungai il mio libro: “Per favore tieni questo. ” Lui lo prese.

Mentre aveva le mani occupate, gli afferrai la faccia, pigiai le mie labbra sulle sue e misi la lingua nella sua bocca. Ci volle qualche secondo prima che reagisse e mi spingesse via.
“Cosa cazzo stai facendo?” Chiese.
Io gli sorrisi: “Hai perso!”.

PADRE E FIGLIA-prima parte

Qualche estate fa, 5 o 6 non ricordo, avevo come tutti gli anni affittato un ombrellone e un lettino in riva al mare in uno stabilimento balneare che andava molto di moda. Per lo più era frequentato da ragazzi giovani, ma soprattutto non da gente del posto e non da famiglie con bambini. Amavo andarci in settimana perché l’ambiente era molto tranquillo e ci si poteva rilassare. Il primo ombrellone della prima fila proprio a ridosso della battigia era ormai mio.

Il padrone sapeva che non doveva darlo a nessun altro. Ero l’unico del posto ad avere questo privilegio. Gli altri erano tutti forestieri di città, chi veniva giornaliero, chi per una settimana. Quindi i miei vicini di ombrellone erano sempre diversi. Era luglio, e un lunedì dopo pranzo con lo scooter mi recai al mare. L’ombrellone vicino al mio era stato affittato per tutta la settimana da un signore padovano. Un bell’uomo sulla quarantina, molto distinto, riservato, sempre con occhiali da sole e una barba nera molto curata, che gli conferiva ancor più un aria seriosa.

Quando arrivai al mio posto lui era già steso sul lettino, un po’ all’ombra un po’ al sole. Indossava un classico costume a slip da uomo, stretto al punto giusto, che gli faceva un bel pacco davanti. Pensai che stesse dormendo, quindi non lo salutai e iniziai a spogliarmi. Dopo essermi steso anche io sul lettino, sentii una voce che mi chiamava ” Ehi ragazzo, piacere sono Mario ” , mi alzai seduto e vidi che era lui che mi tendeva la mano.

” Piacere, io sono Guerrino ” risposi ricevendo una stretta di mano forte e vigorosa. ” Che nome strano, Guerrino…sei di queste parti?”. Gli risposi di si , e che il mio nome era appunto un nome tipico chioggiotto. Mi chiese se avessi una sigaretta da offrirgli, perché le sue etc etc …manco lo ascoltavo, intento a prendere il pacchetto dallo zaino. Vi sfilò una sigaretta e se la mise tra le labbra coperte dalla barba nera e ne tirò fuori un altra e me la mise in bocca.

Gli passai un accendino e prima accese la mia e poi la sua. Fu un gesto molto galante. Così fumando iniziammo a parlare. Venne fuori che lui era fresco di divorzio, che lavorava in tribunale, e che aveva una figlia poco più che dodicenne, che viveva con la madre. Ma che forse l’avrebbe raggiunto li al mare per qualche giorno. Se la troia della madre le avesse dato il permesso. Testuali parole. Mi racconto’ della sua situazione familiare molto complicata, mentre io lo ascoltavo e ogni tanto gli fissavo il pacco.

Aveva un bel pelo nero folto, che gli usciva dai lati del costume. Poi il discorso si fece stucchevole, e la sua voce grossa e profonda rotta dal pianto, e smisi di guardargli il pacco. Insomma gli mancava sua figlia, erano molto legati, la madre gliela faceva vedere poco, bla bla bla. Persi l’interesse. Nei due giorni seguenti ci conoscemmo meglio, era un uomo colto e intelligente, mi piaceva ascoltarlo. Mi affascinava. E pure io gli stavo simpatico, visto che mi ripeteva continuamente ” Se viene mia figlia te la presento, se viene mia figlia….

“. Durante quei giorni, ogni tanto, veniva a salutarmi qualche amico che era anche lui in quella spiaggia. Tutti gay. Qualcuno palesemente gay. E qualcuno con il solito tatto da checca si lanciava in sproloqui e battute decisamente tendenziose. Mario si stendeva sul lettino, ascoltava, e quando se ne andavano ritornava come nulla fosse a chiacchierare con me. Pensai che di sicuro avesse capito che ero gay, ma molto educatamente si faceva gli affari suoi.

Il mercoledì restammo al mare più del solito. Verso le sette della sera si stava da Dio, e il mare era una tavola piatta. Mi propose di fare un bagno. Era un momento ideale, e quindi accettai. Ci alzammo e dopo due passi avevamo già i piedi in acqua. Era ancora calda. Camminammo un po’ prima di raggiungere un livello sufficiente per tuffarci. Mario conto’ fino a tre e ci tuffammo assieme. Una sensazione piacevolissima.

Quando emersi in superficie , l’acqua mi arrivava appena sotto l’ombellico. Ma non vidi Mario. Dopo qualche secondo riemerse anche lui, a circa tre metri da me. Mi avvicinai a lui nuotando a rana. L’acqua era limpidissima , e subito mi accorsi che Mauro non aveva il costume. Piuttosto un bel pesciolone che galleggiava appena sotto la superficie del mare. Lui con le mani si asciugò gli occhi, ma del costume non c’era traccia.

” Mauro , che fine ha fatto il tuo costume?”gli chiesi sbalordito. Lui si guardò sotto, si tocco’ il pacco e disse ” Cazzo!!!! Vuoi vedere che mi si è sfilato durante il tuffo?”. Non credetti nemmeno per un attimo a quella eventualità, ma stetti al gioco. ” Sarà sott’acqua allora , bisogna trovarlo!!!” Dissi. ” Ma io non riesco a tenere gli occhi aperti sott’acqua, mi bruciano!!!! Per favore guarda tu se lo trovi!!!” Rispose con tono preoccupato.

Allora due erano le cose, o era serio e veramente aveva perso il costume, o era furbo e molto bravo a recitare. Ero curioso di scoprire quali delle due era quella vera. Così mi tuffai piano sotto acqua. Per prima cosa gli guardai il cazzo. Uno spettacolo , un pezzo di barriera corallina!!! Poi subito dopo guardai il fondale, e vidi che teneva il costume sotto un piede. Beccato!!!! Mauro era un bel furbetto!!! Riemersi per respirare, a distanza ravvicinata, e lui mi chiese ” Lo hai visto?”.

E io risposi” Il costume che tieni sotto il piede o il cazzone che tieni tra le gambe?”. Lui allora, per la prima volta dopo tre giorni sorrise, e il bianco dei denti che risaltavano ancor più tra il nero scuro della barba fece di quel sorriso uno dei sorrisi più sexy che avessi mai visto. ” Dai scemotto, ti ho fatto uno scherzo!!! Ora spostati che devo fare la pipì !!” Esclamò Mauro , mentre il cazzo galleggiava davanti alla mia faccia.

” E che scherzo sarebbe spiegami!!” Dissi, non spostandomi di un centimetro. ” Dai volevo solo giocare, mica te la sarai presa? Se non ti sposti però ti becchi una pisciatona addosso, e allora si che ti incazzi!!!”. Senza dire una parola, gli afferrai i fianchi e tornai con la testa sott’acqua e gli presi il cazzo in bocca. ” Che fai guerrino??? Ti ho detto che devo pisciare, e ne devo fare così tanta che dubito che resisterai senza respirare sott’acqua!!!! E ‘ questo che vuoi? Affogare col mio piscio? Vediamo, io vado eh…Ecco,ecco che arriva!!! Aaaahhhh!!!”.

Giuro che piuttosto che dargliela vinta sarei stato disposto pure ad annegare. Ma non successe, ho dei buoni polmoni io!!! E solo quando finì di pisciare, mi staccai dal suo enorme pesce e riemersi. ” Non credevi che ci sarei riuscito eh? Di la verità !” Gli dissi con espressione soddisfatta. ” Sono allibito !!!! Ma in senso piacevole, intendiamoci!!! Mi hai stupito. Mi viene da pensare quante altre cose mi stupirebbero di te!!!!!” ” Ah guarda, non puoi nemmeno immaginare!!!! Mettiti il costume va, che torniamo a riva!!” E mentre ci incamminammo verso terra , lui disse una cosa che mi lasciò perplesso.

Disse ” Eh si, devo proprio farti conoscere mia figlia!!!” Ci asciugammo, ci vestimmo, ci salutammo e tornammo a casa. Ma quella frase mi tormento’ per tutta la notte. Il giorno dopo andai al mare più che intenzionato a cercare di capire quale fosse il nesso tra quello che era successo e l’ossessione di farmi conoscere la figlia. Mauro non c’era. L’ombrellone era chiuso, il lettino vuoto. Pensai che forse sarebbe arrivato più tardi.

E mentre lo aspettavo mi addormentai sotto il sole. Non so per quanto tempo dormii. Forse qualche ora. Finché nell’oscurità del sonno sentii una voce dapprima flebile ” Guerrino, Guerrino” poi più forte tanto da riportarmi nel mondo reale ” Guerrino, Guerrino, su svegliati!!!” Aprii piano piano gli occhi, abbagliato dal sole. Mi ci vollero alcuni minuti per destarmi del tutto. Fu allora che vidi in piedi di fianco a me una ragazzina, coi codini, molto molto carina.

” Chi sei tu?” Gli chiesi. ” Sono Anna e tu se Guerrino vero?”. Anna, Anna, ah si mi venne in mente che la figlia di Mauro si chiamava proprio così. ” Sei la figlia di Mauro per caso?” Le chiesi, buttando l’occhio sul l’ombrellone, che però era ancora chiuso. ” Si sono io , tu se un amico del mio papà!!!”. La osservai bene. Era davvero bella, con un vestitino rosa, molto simpatica e solare.

” Scusa Anna, ma dove è il tuo papà??? Come sei arrivata fin qua?” Non riuscivo a darmi una spiegazione. ” La mamma mi ha fatto prendere la corriera a Padova, e sono arrivata qua da sola, volevo fargli una sorpresa,vedi ho la borsa!” E mi fece vedere una piccola valigia. ” E come facevi a sapere che questa è la spiaggia dove ha l’ombrellone il papà? E come facevi a sapere chi sono io???!!”.

Per un attimo non mi resi conto che la stavo quasi sgridando, e che forse era pure spaventata. ” Scusami Anna, vieni siediti qua vicino a me che cerchiamo insieme di capire cosa è successo” le dissi con tono rassicurante. Lei si sedette sul lettino con me e mi spiegò ” Tutte le sere io e papà ci telefoniamo. Mi ha raccontato tutto, il nome della spiaggia, e che ha come vicino di ombrellone un ragazzo simpatico che si chiama Guerrino, che avete fatto amicizia e il bagno insieme.

Sono venuta qua oggi per fargli una sorpresa. Ma non c’è il mio papà. Per fortuna che ci sei tu, ho capito subito che sei l’amico di mio papà. Ma lui dove è????” Mi fece una tenerezza immensa. ” Il tuo papà non è venuto oggi, non so perché, anche io pensavo di trovarlo. Ma tu non sai dove dorme, in quale albergo???” Le chiesi. Lei mi disse che il padre aveva affittato un appartamento, ma non sapeva dove.

” Non hai il numero di cellulare di tuo papà , lo chiamiamo subito. ” Dalla borsetta tirò fuori un telefonino, me lo diede e mi disse ” Cerca papà nella rubrica e chiamalo tu, ho paura che si arrabbi con me!!!”. Piccola!!! Cercai il numero e lo trovai. Chiamai Mauro. Quasi subito rispose ” Ciao piccola zoccoletta di papà!!! Come stai???”. ” Mauro, sono Guerrino, dove sei???” Dissi un po’ imbarazzato. ” Guerrino??? E perché chiami col telefono di Anna? Mi è apparso il suo nome!!! Che minchia succede?” Mai sentito così incazzato.

Gli spiegai tutta la situazione, gli passai sua figlia. Poi parlò ancora con me. La sera prima si era slogato una caviglia e non riusciva a guidare la macchina. Mi spiegò dove aveva l’appartamento. Mi vestii. Mi caricai sullo scooter la ragazzina e il bagaglio e mi diressi verso casa di lui. Quando arrivai, feci scendere Anna, presi la sua borsa e ci dirigemmo verso casa del papà. Suonai il campanello, e quando Mauro ci apri era completamente nudo!!! La figlia gli saltò addosso per abbracciarlo tutta felice, e lui le mise una mano su per là gonnellina e le palpò il culo.

CONTINUA.

Le mie storie (61)

Sono passati quasi due mesi da quando ho raccontato del weekend di Pasquetta passato insieme a Davide, mi sembra ormai 1 eternità. In privato mi avete chiesto cosa fosse successo, ed io vi rispondo in modo che anche per il futuro non ci siano equivoci. Tutto è cominciato 1 ventina d’anni fa quando mi frequentavo con 1 ragazzetto alcuni anni più piccolo di me (chi ha letto le mie storie sa di chi sto parlando).

All’epoca ero spensierata, ero piuttosto libera di testa e non solo, così, quando lui ebbe regalato 1 delle prime macchinette digitali, io non ebbi problemi a farmi fotografare anche nuda da lui. Ricordo ancora che nel computer aveva oltre alle mie foto, 1 serie di foto rubate a zie ed amiche della madre. Mentre scrivo, a ripensarci adesso scappa ancora 1 sorriso, per quanto fosse “malato” di sesso; i patti però erano chiari, le mie foto le avrebbe dovute e potute vedere solo lui.

Invece 1 giorno scoprii che le aveva fatte vedere ad 1 suo amico, e quel giorno il nostro rapporto si incrinò in maniera decisa. Passarono mesi in cui lui fece di tutto per chiederne scusa, io alla fine lo perdonai anche ma sotto sotto sapevo che, quel tipo di curioso rapporto nato per caso, non sarebbe più potuto riprendere. Sia chiaro, non sono una che porta rancore assolutamente, tanto che l’ho rivisto l’anno scorso e lo abbiamo fatto in nome dei vecchi tempi, ma la fiducia in determinate situazioni è alla base di tutto.

Così quando ho deciso di infilarmi in quest’altra situazione tutt’altro che usuale (stare con 1 ragazzo di vent’anni più giovane non mi era mai capitato), dissi a Davide che non avevo particolari tabù per quanto riguarda il sesso, ma non avrebbe mai dovuto fotografarmi “nuda”. Lui lo aveva promesso, mi aveva detto che non c’erano problemi, che era 1 cosa che non avrebbe mai fatto. Invece in maniera del tutto casuale, qualche giorno dopo quel famoso weekend, ho trovato delle mie foto nel suo cellulare, del mio corpo, mentre dormivo.

Mi disse di rispondere, ma da imbranata quale sono, sbagliai il tasto, attivando la memoria delle foto dove uscirono 1 decina di shitti fatti in Umbria. Da quel momento abbiamo chiuso, nonostante lui stia cercando di raddrizzare la situazione. Ribadisco, soprattutto quando si crea 1 determinata intimità, e chi mi legge sa di quale grado di intimità stia parlando, la mancanza di fiducia azzera tutto.
Naturalmente però se sono qui a scrivere, vuol dire che qualcosa è successo e così, dopo questa lunga premessa (che risponde anche alle vostre richieste di 1 mia foto), comincio il racconto del weekend appena passato.

La delusione per come è finita con Davide, non è stata poca, oltretutto purtroppo mi si leggeva in faccia. Ancora 1 volta, è mancata la sincerità dall’altra parte. Per fortuna sul lavoro non mi sono fatta prendere da tristezze e cose varie. All’inizio della settimana scorsa, il mio capo dopo essere stato, in maniera molto gentile, respinto di nuovo, avendo capito che stavo passando un periodo non proprio dei migliori, ha deciso di mandarmi in trasferta per il weekend ad una riunione di lavoro a Bari.

All’inizio ho tentennato, poi lui (che sotto sotto oltre ad essere un gran professionista, mi vuole anche bene) mi ha convinta, dicendo che avrei incontrato sicuramente altri coetanei e mi sarei divertita visto che il posto dove si teneva il tutto era particolarmente bello. Così venerdì mattina dopo essermi fatta la valigia, finalmente piena di cose estive, mi sono messa in macchina direzione Puglia. Sapevo che da Napoli sarebbero venute delle altre persone, ma non conoscendole ho preferito partire da sola anche perché non ero nello stato d’animo adatto.

L’unica cosa che mi spingeva in maniera positiva ad andare, erano state le foto dell’albergo che oltre ad avere la piscina esterna ed interna, quasi a voler esorcizzare il mio passato, aveva anche la beauty farm.
Arrivata sul posto, mi sembrava di essere partita per un viaggio lontanissimo, all’ingresso ho avvertito un’aria nuova, i profumi ed il caldo mi hanno subito rilassata. Dopo aver velocemente preso possesso della stanza, mi sono messa il costume e sono andata in piscina a fare un bagno.

Il primo incontro di lavoro ci sarebbe stato il pomeriggio quindi avevo almeno quattro ore di sole da prendere. Al di là dei quattro/cinque napoletani che naturalmente conoscevo, degli altri sapevo soltanto qualche nome oppure al massimo qualche foto legata ad un gruppo che abbiamo sul cellulare, al quale però io partecipo pochissimo. Mentre ero immersa nei miei pensieri stesa, come piace a me, sul lettino, mi si avvicina uno che si presenta “piacere Giacomo da Firenze” io lo guardo un po’ sorpresa, dopo tutto ignoravo totalmente chi potesse essere.

Lui avendo capito la mia freddezza continua “scusami ma ho chiesto se fossero venuti già quelli dello studio, gentilmente una bella accoglienza mi ha detto che c’eri tu “. Dopo aver fulminato con il pensiero colui che aveva scelto la sottoscritta per far fare amicizia a tale Giacomo, la mia napoletanità nonche istintiva indole amichevole faceva il suo ingresso “ciao io sono Francesca vengo da Napoli”. Dopo aver ascoltato il mio nome, come se fosse stato colto da un fulmine, si allarga in un sorriso e mi ricorda che l’anno scorso, prima delle vacanze avevamo seguito una pratica insieme a colpi di e-mail reciproche, dove si era instaurata anche una simpatia destata naturalmente da coinvolgimento lavorativo.

Effettivamente aveva ragione, appena mi ha ricordato la cosa, mi sono un po’ rilassata anche perché all’epoca ricordo benissimo le sue battute scritte, per cercare di alleggerire la cosa. Poi con la mia partenza, quello strano scambio epistolare era terminato senza più ricominciare, ed io naturalmente lo avevo completamente dimenticato. Sedutosi di fianco a me abbiamo cominciato a chiacchierare, ed anche lui era venuto solo, anche perché a Firenze diciamo che “la nostra struttura” è piuttosto piccolina (scusate se sono vaga circa il mio lavoro, ma preferisco così).

Ad ora di pranzo nella sala ristorante erano arrivati praticamente tutti, da Milano, da Roma e quelli che conoscevo da Napoli. Si è formato subito un bel gruppone metà donne e metà maschietti, i quali nel progettare la serata avevano già avuto informazioni su un locale dove andare. Naturalmente il lavoro doveva essere tabù nelle discussioni, salvo quando si era nella sala conferenze dove ci saremmo dovuti vedere nel pomeriggio. Così, tornata in stanza, mi sono concessa un po’ di relax con un dildo (ricordo di Davide) e quella pennichella che in genere faccio soltanto nel weekend, rilassata e contenta per aver deciso di andare.

Svegliata dal rumore del cellulare, ho indossato il tailleur classico (gonna e giacca blu e camicetta bianca) e sono scesa. Neanche a farlo apposta, ero di fianco a Giacomo che dagli sguardi però tutt’altro che contento di lavorare. Per fortuna dopo un paio d’ore, eravamo liberi di nuovo che si trattava soltanto di decidere cosa fare dopo cena. Intanto un paio di ragazzi di Napoli (Laura e Marco, due colleghi che oltretutto sono sposati tra loro), dopo aver visto chiacchierare con il fiorentino, ridendo mi hanno fatto presente che su di lui, nel gruppo telefonico, giravano parecchie leggende metropolitane visto che in Toscana era praticamente l’unico rappresentante.

Quando ho saputo questa notizia, la mia curiosità nei suoi confronti è aumentata a dismisura. Prima di cenare, la maggioranza aveva deciso di andare in un locale a passare la serata. All’ora di cena, il mio nuovo amico era piuttosto lontano dalla sottoscritta, seduto tra due colleghe di Milano (piuttosto esuberanti in tutti i sensi). La curiosità mischiata a un tantino di gelosia, e non ricevere più le sue attenzioni, mi hanno fatto chiedere chi fossero quelle tipe; in breve ho capito che lui aveva avuto una mezza storia con entrambe (non contemporaneamente), e che adesso cercavano di palleggiarselo, visto che, sempre secondo alcune leggende, era un grosso amatore.

Ad essere sincera, prima di sapere tutte queste cose su di lui, io al ho avuto l’impressione di un quarantenne piacevole, simpatico e brillante ma non particolarmente farfallone. Mentre mangiavo, da lontano cercavo di cogliere qualche sua sfaccettatura, qualche altro lato del suo carattere. Intanto le due milanesi (guardie del corpo), facevano di tutto per non essere indifferenti al resto del tavolo. Certo, essendo sempre sincera, devo dire che non erano affatto male, visto che oltre ad essere alte più di una settanta ognuna, avevano anche un fisico piuttosto invidiabile.

L’unica cosa che a me non piaceva (ma sono gusti molto personali) era un trucco eccessivo che le faceva entrambi, più volgari di quanto in realtà non fossero.
Tornata in stanza, un po’ delusa, e anche rosicante, ho deciso che per la serata nel locale mi sarei messa, piuttosto in tiro (per quanto possibile). Così ho indossato 1 mutandina nera trasparente e sopra 1 vestitino elasticizzato che per quanto mi rendesse grosso il sedere, mi esaltava allo stesso tempo i seni lasciando scoperte le spalle.

Certo le altre donne del gruppo erano parecchio più vistose della sottoscritta, anche perché io insieme ad 1 altra eravamo le più anziane diciamo; però come spesso succede, le mie belle tettone non passavano inosservate, alimentando le classiche battute alle quali sono abituata da 1 vita. Il locale era molto bello, ci siamo divertiti e devo dire che il fiorentino è stato piuttosto galante oltre che spesso vicino. Ho capito di non essergli indifferente da come metteva le mani sui fianchi quando ballavamo insieme e dalle cose che ogni tanto mi sussurrava all’orecchio.

Ma appena tornati in albergo, ognuno è andato nella propria stanza. Io ho fatto appena in tempo a mettermi la maglietta lunga che uso in questo periodo come pigiama, e sono crollata. Sabato mattina 1 gruppetto di noi dopo colazione si è dato appuntamento nella palestra dell’albergo per fare qualche esercizio. Giacomo con la scusa di controllare i miei esercizi per i glutei (ahimè credo inutili), ogni tanto 1 mano sulla chiappa la allungava, ed io sorridendo lo lasciavo fare.

Poi il pranzo e dopo l’ultima riunione di lavoro alla quale siamo andati tutti vestiti in maniera assolutamente casual (io ero in maglietta e gonna a jeans), siamo saliti in camera mia perché dovevo lasciargli delle carte. Eravamo seduti sul letto, dopo aver preso la pratica in questione ed avergliela data, lui l’ ha infilata nella sua borsa e poi si è girato a guardarmi. È stata 1 cosa quasi automatica, ci siamo baciati subito, molto a lungo.

La sua mano si è insinuata fra le mie cosce, poi 1 volta arrivata alla mutandina mi ha stesa con la schiena sul letto, e dopo avermela sfilata velocemente, si è fiondato con la lingua in mezzo. Mi sono ritrovata con gli occhi a guardare il soffitto, le gambe allargate e piegate, la gonna tirata su e la sua bocca che giocava con la mia micia. Dopo poco ero lì che ansimavo di piacere, bagnata e felice, sentivo alternarsi dentro di me le sue dita e le sue labbra.

Poi i miei gemiti sono diventati sempre più frequenti sino all’orgasmo. Allora, solo allora si è tirato su, e dopo essersi sbottonato di pantaloni, è salito a cavalcioni sopra di me. Io mi stavo ancora riprendendo dalla fatica e dall’eccitazione, ho preso 1 cuscino e dopo averlo messo sotto la testa l’ho guardato in faccia ringraziando; non mi ero ancora accorta che aveva il pantalone aperto. I suoi occhi si sono rivolti verso il basso, io ho seguito lo sguardo ed ho visto il boxer grigio; ho messo a fuoco bene ed ho notato la sagoma enorme del suo uccello che arrivava quasi fino al fianco sinistro.

Essendo la mutanda attillata, la forma del suo membro veniva esaltata dal grigio, ed io mi sono chiesta se fosse vero tutto quel ben di dio. Ho allungato la mano verso di lui, l’ho messa dentro all’elastico e quando lo ho impugnato mi sono resa conto di avere a che fare con qualcosa che non vedevo e sentivo da parecchio (dai tempi del ragazzino). L’ho tirato fuori ed era grosso dannatamente grosso e lungo; lui sorrideva, probabilmente non era la prima volta che si trovava di fronte ad una reazione così stupita.

“Benedica!” Mi è uscito spontaneo. Lui mantenendo il sorriso a 32 denti come di quello contento per questo regalo di madre natura, mi ha guardato e mi ha detto “è bello vero?” Ed allora mi è scappata 1 risata “ma quanto è grosso?” Gli ho fatto, mentre con la mano piccola che mi ritrovo cercavo di misurarlo scorrendo lungo lungo. Neanche il tempo di ricevere la sua risposta che si era fatto minacciosamente più avanti poggiandosi sui miei seni ed avvicinando la sua cappella a pochi centimetri dalle mie labbra.

Il passo successivo è stato naturale, ho sollevato il capo e con la lingua gli ho leccato la punta. Piano piano la mia bocca ha cominciato a prenderlo sempre più dentro, lui lentamente lo infilava sempre di più ed io ho cominciato a fare avanti e indietro succhiandolo. Adesso le parti erano completamente invertite, io avevo in mano (anzi in bocca) il pallino del gioco, mentre lui con le mani appoggiate sul letto respirava sempre più affannosamente.

Ma ero un po’ scomoda, così, dopo essermelo tolto momentaneamente di dosso, l’ho fatto appoggiare sullo schienale del letto. Un altro sguardo compiaciuta e stupita al suo uccello e poi mi sono chinata con la testa a riprendere quel meraviglioso pompino che avevo interrotto. La bocca e le mani si muovevano armoniosamente lungo la sua asta, e mentre godeva io succhiavo. Poi gli ho sentito dire “sto per venire, sto per venire” e dopo qualche secondo la sua felicità è cominciato ad uscire copiosa più che mai.

Io non mi sono tirata indietro, e mentre godeva con la bocca cercavo di sentire il suo sapore che effettivamente non era male. Dopo essermi pulita, ed aver pulito anche lui con 1 fazzolettino di carta, mi sono avviata verso il bagno, mentre lui mi faceva presente che si era fatta una certa ora e doveva vedersi con altri 2 colleghi. Ci siamo dati appuntamento a cena, 1 veloce bacio e le 2 porte che si chiudevano quasi contemporaneamente.

Seduta sulla tazza a fare pipì, con in bocca ancora il sapore aspro ma piacevole del suo sperma, mi sono soffermata a pensare a quell’uccellone ed al fatto che allora le leggende su quel collega fiorentino non erano poi così infondate. Mi sono buttata sotto la doccia per cercare di togliermi quel pensiero fisso dalla mente, ma ormai era quasi impossibile. Tra 1 cosa e l’altra mi sono preparata per la serata, con l’intento di concludere la notte in bellezza.

Vestitino un po’ sopra le ginocchia, molto leggero (faceva 1 caldo pazzesco), stivaletti e perrizoma (rigorosamente senza reggiseno). Così sono scesa a cenare, prendendo posto accanto al mio nuovo amico… Mentre mangiavamo, sotto al tavolo le nostre mani ogni tanto si toccavano e toccavano quanto di bello avevamo l’1 per l’altra. Lui mi tirava su il vestitino accarezzandomi la coscia sinistra, io con la mano gli palpavo il pacco da sopra al pantalone. Poi siamo usciti tutti per l’ultima sera e già nella macchina che ci portava al locale, le sue dita erano a caldo nella mia micia bagnata, mentre io cercavo di mantenere l’eccitazione senza farmene accorgere dagli altri ragazzi presenti nell’auto.

Vi risparmio le 2 ore di discoteca, dove ci siamo sextenati senza mai perderci di vista. Finalmente verso le 2 abbiamo ripreso la via dell’albergo e per non destare nell’occhio, siamo andati in 2 auto diverse. Poi arrivati nella hall, un messaggino sul mio cellulare diceva “camera tua oppure mia?” Io naturalmente ho scelto di giocare in casa… in camera pardon. Così dopo qualche minuto ho sentito bussare, il tempo di aprire ed eravamo di nuovo soli faccia a faccia.

Le sue mani sul mio culo che rapidamente cercavano di sollevare il vestitino per poi infilarsi nel perizoma, le mie mani a sbottonare il suo pantalone per tirare fuori dallo slip il suo uccello che al momento era ancora dormiente. Mentre le nostre lingue si incrociavano, sentivo sotto i polpastrelli crescere il suo membro ad ogni movimento della mia mano. Poi mi ha presa in braccio e dopo avermi portata sul letto, ed aver indossato il preservativo nel giro di 10 secondi, mi ha allargato le cosce e me lo ha messo dentro.

Era grosso, faceva anche un po’ male, ma lui spingeva ed io mischiavo l’eccitazione con il leggero dolore. Avevo le gambe per aria, le sue braccia intanto mi avevano abbassato il vestitino da sopra, i miei seni erano debordati fuori letteralmente, e dopo aver visto lo stupore nei suoi occhi, per quanto fossero grossi, ci si è fiondato sopra con la bocca leccandoli in maniera alternata, prima 1 poi l’altro. Intanto ero venuta , ma lui no, e continuava a spingere sempre più dentro, mettendo a dura prova l’elasticità della mia povera patata, mai così bagnata, ma mai così allargata (non era più abituata a certe grandezze, nonostante Cuba).

Poi 1 ultima penetrazione ed il suo profilattico si è riempito di sperma. Stanco si è steso accanto a me, poi, con molta calma, dopo aver tolto tutto ciò che lo proteggeva, è andato a buttarlo nel bagno. “Era l’unico che avevo, adesso come facciamo? Io voglio ancora scoparti!” Questa è stata la sua frase appena tornato. Io l’ho guardato sorridendo e gli ho detto “calmo calmo, prima di tutto prendo la pillola, poi chi ti ha detto che io voglio scopare ancora?” Mentre parlavo però, la mia faccia appena soddisfatta, ed ancora con un po’ d’affanno per l’eccitazione, mi tradiva.

Lui così mi ha preso 1 coscia con la mano e mi ha detto “lo so che ne vuoi ancora, bella Napoletana”. Sono sgattaiolata nel bagno, mi sono spogliata, anche perché i vestiti erano già quasi tolti e dopo essermi data una sciacquata ed una risistemata generale sono uscita, solo con le mutandine. Dopo avermi vista per la prima volta in piedi come mamma mi ha fatta, il buon fiorentino ha di nuovo magnificato la grandezza dei miei seni con un’espressione toscana che adesso non ricordo ma che al momento mi ha fatto tanto ridere.

Lui intanto aveva ancora su i pantaloni e la camicia; io mi sono messa sotto le coperte, e dopo aver tolto anche il perizoma ed averglielo mostrato, gli ho detto semplicemente “allora? Che si fa?” Nel giro di pochi secondi era nudo anche lui, sopra di me, con l’uccello che cercava avidamente di trovare l’ingresso della mia micia anche se non era ancora completamente duro; le mani incollate alle tette, le labbra alle mie labbra ed eravamo di nuovo lì a godere insieme.

Quel grosso uccello aveva il potere di farmi venire subito, così per rilassare un po’ la mia patatina, dopo aver avuto un orgasmo, nonostante lui fosse ancora super eccitato, me lo sono sfilato da dentro e l’ho invitato a mettermelo fra le tette (cosa che piace sempre fare a tutti i maschietti). Avevo sotto controllo la situazione, ma non avevo considerato che all’ennesima apparizione della sua cappella che usciva dai miei seni, mi è venuto letteralmente in faccia, inondandomi di sperma.

Non sapevo cosa prendere per pulirmi, lo avevo dappertutto, poi mi ha passato un po’ di carta igienica e ho ritrovato la vista, mentre lui sorrideva soddisfatto.
Era notte inoltrata, quando è tornato nella sua stanza. La mattina dopo ci siamo salutati come se nulla fosse, i miei colleghi di Napoli appena mi hanno incontrata a colazione hanno capito che avevo passato la notte con lui, lei sottovoce mi ha chiesto se fossero vere le voci che giravano intorno a lui; dopo aver avuto la mia conferma, mi ha guardata con un po’ di invidia (simpatica).

Poi ho preso la mia macchina e sono tornata a Napoli… forse dovrebbe venire per lavoro a fine giugno… in tal caso, abbiamo già detto che ci vedremo.

Storie di provincia

Ho 42 anni e sono ancora una bella donna. Nata al Sud, avevo studiato per fare la maestra e poi ho seguito un corso di lingua inglese ma, nonostante il mio ottimo curriculum, non ero riuscita a trovare posto in nessuna scuola. Mi sono sposata giovane e poi, per anni, avevo lavorato in una fabbrica di scarpe finché mio marito non era stato trasferito al Nord.
Questa storia comincia un paio d’anni fa… Mia figlia era ormai grande (20 anni) e studiava all’Università.

Io e mio marito avevamo comperato una casa indebitandoci fino al collo finché non accaddero due cose: la ditta in cui lavoravo fallì e a mio marito venne un infarto che lo portò alla tomba. Vedova e piena di debiti, avevo cercato inutilmente un posto di lavoro finché avevo finalmente trovato un buon impiego negli uffici contabili una fabbrica tessile.
La mia ditta aveva un unico proprietario che aveva aveva imposto un regolamento aziendale decisamente severo, e spesso avevo assistito a operaie, operai e personale degli uffici che subivano sanzioni per non avere rispettato le regole.

Le sanzioni andavano dai rimproveri verbali, a lettere di biasimo, a sospensioni dal lavoro e ci furono anche dei licenziamenti per le infrazioni più gravi.
Io, assunta da pochi mesi, non avrei potuto permettermi alcun tipo di sanzione: vedova e piena di debiti mi serviva anche il più piccolo euro se volevo che mia figlia Francy continuasse a studiare. Mantenere stipendio e posto di lavoro era la cosa più importante!
Una collega poi mi mise in guardia da due personaggi; in particolare per noi impiegate, c’era il sig.

Franco, il perito elettronico, addetto ai PC di ufficio e alle macchine elettroniche in officina.
Il sig. Franco aveva anche il compito di controllo del personale e di riferire al proprietario tutto ciò che succedeva.
A sua volta lui si faceva aiutare per il controllo delle operaie dal sig. Giorgio, operaio capo reparto. Due vere spie quindi, che tenevano in continuazione tutti sotto i loro occhi pronti a riferire la minima infrazione.

Quel giorno ero da poco arrivata in ufficio, come al solito in anticipo, e dopo aver avviato il PC aprii la posta elettronica per gli eventuali messaggi dei nostri clienti o fornitori.
C’erano un decina di messaggi, uno dei quali aveva un allegato.
Scordai la disposizione del sig. Franco di non aprire mai e poi mai messaggi con allegati senza prima avvisarlo.
Fu un attimo…e l’allegato aperto fu il veicolo di un virus che infettò immediatamente il mio PC!
Fui presa dal panico!
Non sapevo cosa fare!
In un attimo mi accorsi che il mio posto di lavoro era in pericolo! che fare?
Pensai che l’unico modo che avevo per risolvere il problema era di chiedere aiuto al sig.

Franco per quanto lo temessi e ne provassi repulsione.
Era un uomo orrendo all’apparenza di circa 55 anni, alto e grosso, immagino 100 kg, capelli grigi e faccia sempre contratta in una smorfia di disprezzo. Spesso i suoi sguardi si fermavano su noi ragazze e quando capitava a me mi metteva a disagio.
Stesso personaggio un poco più magro era il suo braccio destro il sig. Giorgio, altrettanto sgradevole di aspetto e di sguardo con la caratteristica comune all’altro di essere un uomo scortese e volgare.

Ero pallida e sudavo freddo quando mi diressi verso l’ufficio del sig. Franco, lo vidi fuori dalla porta che parlava con un collega e beveva un caffè.
Mi avvicinai timidamente e lo chiamai.
“…tu che fai qui..? che vuoi..? non vedi che sto parlando?” mi rispose severamente.
“…hem…veramente avevo bisogno di dirle una cosa…”
“…beh ..allora dilla ‘sta cosa! Che c’è?” incalzò ancor più burbero!
“…avevo bisogno di dirla in privato…”
“..in privato..? va beh…! vai nel mio ufficio che arrivo…”
Mi diressi nel suo ufficio ed entrai; non osai sedermi e lo attesi in piedi vicino alla stanza.

Mi guardai attorno e mi accorsi che era un ufficio disordinato, impregnato di puzzo di fumo e dell’odore di quell’uomo.
Dopo poco entrò chiudendosi la porta alle spalle.
Seduto alla sua scrivania mi chiese in modo sgarbato cosa volevo da lui; con voce tremante raccontai quello che mi era successo.
Non appena ebbi terminato, si alzò in piedi sbattendo una mano sul tavolo ed iniziò, come sua abitudine, ad urlare imprecazioni ed insulti irripetibili, concludendo che con quel danno al PC il mio posto di lavoro aveva le ore contate.

Mentre urlava gli occhi mi si erano riempiti di lacrime ma, con quell’ultima frase, scoppiai in un pianto a dirotto, pregandolo di aiutarmi.
Si rimise seduto.
Con calma riconquistata, mi chiese: “…e se ti aiuto… io che ci guadagno?”
“..la prego! Farò tutto quello che vuole, ma mi aiuti!” dissi disperata.
“ hei…attenzione…hai detto tutto quello che voglio! Una frase importante! Sei sicura di quello che dici?”
“…la prego…non posso perdere il lavoro…io sono vedova piena di debiti per la casa! Mia figlia studia…Saremmo rovinate! …farò tutto quello che vuole se mi aiuta a mettere a posto il guaio!”
Allora il sig.

Franco si alzò, mi venne vicino e abbassando la voce fece le sue richieste…
“Ascolta…bambina…con questo aspetto da suorina…un modo lo avresti per farmi dimenticare la cosa…e mettere a posto quel pc.
Devi sapere che io e mio fratello, e anche il Sig. Giorgio, siamo appassionati di fotografia e piccoli filmati…e…se… tu sei disposta a fare …. qualche foto…. e un filmato …ti metto a posto tutto come se niente fosse successo! …garantito!”
Rimasi a bocca aperta …e..e chiesi “ che genere di filmato?”.

Lui continuò …“tu vieni a casa mia, noi ti facciamo una bella intervista davanti alla telecamera, tu rispondi alle domande, e poi ti chiediamo di fare alcune cose…e se fai tutto tutto quello che vogliamo e se il film viene bene, tutto è dimenticato.
Ricordati che devi fare TUTTO per farmi fare quel lavoretto al pc e coprirti col capo!” e nel dire questo allungo una mano verso il colletto della mia camicia, aprendomelo leggermente, per farmi capire che cosa avrei più o meno dovuto fare.

“Mi devo …svestire… davanti a voi …e poi anche fare cose con voi…???!!! no…no…non voglio…non posso!!!!”
“Fai come vuoi…cretina!
Ma pensaci bene!! il capo non viene nel pomeriggio…hai tempo tutto oggi per pensarci.. se non accetti domani saprà tutto…ed ora fuori di qui! Mi hai già rotto le palle abbastanza!”.
Tornai al lavoro confusa e e preoccupata. Avevo mal di stomaco e mal di testa per la tensione. Per di più il mio PC era fermo e non sapevo cosa fare.

Passai tutta la mattina in crisi e non facevo altro che pensare a cosa fare per togliermi da questo guaio.
Quel i due brutti ceffi mi facevano schifo e rabbia, immaginavo che anche il fratello del sig. Giorgio non sarebbe stato diverso se non peggio.
Cominciavo a pensare che forse avrei potuto provare ad accettare di andare a fare quella intervista e quel film; se mi avessero chiesto di fare cose che proprio non mi sentivo… sarei scappata!
Mi alzai e andai a bussare all’ufficio del sig.

Franco.
Senza avere il coraggio di guardarlo, dissi che mi stava bene la sua proposta a patto che fossero solo foto. Nessun implicazione sessuale!!
“ Benissimo !!! ! Certo: solo foto e un filmino… niente roba porno… solo sexy,,, hai la mia parola. E nessuno ti torcerà un capello… Non siamo delinquenti… Oggi appena usciamo di qui si va a casa mia in campagna…vieni verso le 17,45, così avremo tutto il pomeriggio fino all’ora di cena da dedicarti.

Ci sarai tu, io, mio fratello e Giorgio;. e non vestirti troppo, in pausa pranzo cambiati!”
Mi spiegò come arrivare alla casa e mi fece uscire dal suo ufficio.
Ero sola a casa per pranzo.
Mia figlia sarebbe rientrata solo dopo cena.
Seduta a tavola, con lo stomaco chiuso dalla tensione e dai pensieri, non mi riuscì di mangiare niente.
Prima di uscire per tornare al lavoro mi cambiai.
Mi avevano detto di vestirmi poco, decisi comunque di vestirmi non troppo diversamente dal solito : un vestito nero di cotone che mia arrivava alle ginocchia chiuso da una lampo sulla schiena e una giacchetta in cotone per coprire le spalle; sotto una canottiera leggera,mutande autoreggnti e reggiseno.

Il sig. Franco al pomeriggio non mi prestò la minima attenzione.
Notai però che alle 16,30 uscì dalla ditta insieme al Sig. Giorgio.
Quando arrivai li vidi nel cortile della casa che stavano trafficando attorno a degli attrezzi agricoli. Fu facile capire che il terzo uomo era il fratello del sig. Franco: molto simile a lui nella corporatura e nei tratti del volto, più vecchio, forse anche più sgradevole per via della canottiera sudicia e dei pantaloni vecchi che indossava.

“Eccoti qua!! …brava …puntuale… dai vieni che iniziamo subito”
Li seguii come in trance… come se fosse un’altra e non io, con quegli uomini, in quel posto, in procinto di fare cose che neanche immaginavo.
Era una casa isolata di campagna e si vedeva che non c’era nessuna donna che la curava.
Il disordine era notevole nell’entrata e in cucina, ma loro mi guidarono su per le scale verso una stanza buia ed enorme, credo proprio sopra la stalla.

Accesero le luci e la stanza si illuminò di luci di riflettori come se fosse uno studio fotografico.
Le pareti erano bianche, da un lato c’era un divano pieno di macchie da un altro lato un televisore ed alcune apparecchiature di registrazione con vicino decine di cassette, poi c’era un letto appoggiato al muro, matrimoniale, con lenzuola che non venivano cambiate chissà da quando; oltre a vari riflettori ancora spenti c’erano due telecamere sopra un cavalletto dirette verso il letto e un’altra appoggiata sul divano collegata al televisore.

C’erano anche due macchine fotografiche.
“hai visto che bravi che siamo? Ti piace il nostro studio per le riprese? Sei emozionata? Non parli? Vieni che ti presento mio fratello Achille”.
Lui mi venne incontro con un sorriso strano, mi strinse la mano e allungò le dita per farmi una carezza sulla guancia. D’istinto tentai di ritrarmi.
“Che bella pelle morbida, carina hai paura ?…non ti mangio mica!!! !!”
Diventai rossa e abbassai lo sguardo.

Quella mano enorme, ruvida, da contadino, mi aveva quasi svegliato dalla trance e mi resi conto che ero da sola nelle mani di tre uomini orribili.
Mi feci forza, non volevo perdere il posto di lavoro!
“dai che cominciamo!” disse il Sig. Giorgio e rivolto a me disse “tu mettiti là davanti al letto che accendo i riflettori e intanto leggi questi foglio che poi lo devi leggere ad alta voce davanti alla telecamera e firmarlo….

se non lo firmi e non lo leggi ad alta voce puoi andare via e domani si va dal capo. ”
Mentre leggevo il foglio loro si sedettero sul divano e i riflettori illuminarono la stanza di luce calda.
In pratica lessi che dichiaravo di essere stata io a richiedere di venire in quello “studio cine-fotografico” per effettuare un provino e mettermi alla prova come attrice e che inoltre ero consapevole del contenuto erotico delle riprese per le quali ero assolutamente consenziente; poi avrei dovuto firmare davanti alla telecamera.

Io ancora in realtà non avevo capito tutto quello che avrei dovuto fare; la parola contenuto erotico per me aveva un significato molto vago.
Ero ancora convinta che mi avrebbero fatto solo qualche foto e ripresa con qualche parte del mio corpo scoperta.
Giorgio accese le telecamere sui cavalletti e prese in mano quella sul divano, Franco accese la televisione mentre Achille mi guardava fisso seduto sul divano.
“Ora inizia l’intervista, noi facciamo domande e tu rispondi.

Ti ripeto che se il film viene bene la faccenda del PC si risolve del tutto. Ok?”
Risposi di SI con un filo di voce.
Franco continuò “ fra poco qui farà caldo con tutte queste luci, meglio che ci mettiamo un poco più leggeri tutti quanti…tu togliti quella giacchetta signorina!”
In effetti era una caldo terribile e stavo sudando, così mi tolsi la giacca, e mentre lo facevo notai che i tre uomini si stavano spogliando dalle maglie, rimanendo in canottiera.

I due fratelli erano grassi, grossi e pelosi e sudavano, Giorgio era un poco più magro ma sudava anche lui. Mi facevano schifo!
Giorgio puntò la telecamera verso di me ed iniziò a filmare; mi fece segno di leggere quello che c’era scritto sul foglio; io annuii con la testa e notai che mi potevo vedere nella televisione.
Mi imbarazzai ancora di più ma poi iniziai a leggere, un poco con la
voce tremante ma tutto in un fiato.

Lui si avvicinò con telecamera e penna e mi filmò mentre appoggiata a letto firmavo la “mia” dichiarazione “spontanea”.
Poco dopo iniziarono a farmi le domande:
“Rimani seduta sul letto! Paola…?”
“…Paola”
“quanti anni hai?”
“…fra due mesi compio i 42 anni”
“sei sposata?”
“…vedova…”
“…hai figli?”
“…sì una… studia”
“Hai avuto molti uomini prima di tuo marito defunto?”
“no…no …ci siamo conosciuti da ragazzini e ci siamo fidanzati”
“…allora hai scopato solo con lui,…e con nessun altro…??”
“….

con nessun altro…”
“…e ti piaceva scopare con lui?…ti scopava bene?”
Diventai rossa rossa e non risposi.
“…allora che fai sei muta…ti scopava bene o no il tuo caro maritino?
“…sì…sì..penso di sì…ci volevamo bene!
“Non ti ho chiesto se ti voleva bene !! voglio sapere se godevi!
Quante volte ti scopava e quando ti montava se ci mette molto a sborrare o veniva in tre minuti?
Quel modo volgare di parlare mi metteva in difficoltà, io non usavo certe parole :“… lo facevamo al sabato quando lui non era stanco…io non sono tanto portata per queste cose…e poi…si insomma non è che ci mettavamo molto tempo…”
“…cazzo…abbiamo capito … lui era il classico coniglio…tre minuti e poi dorme! Ha ha ha!”
“ma tu godevi almeno un poco?”
“…sì …credo di sì…mi faceva piacere che lui si soddisfasse…”
“ma che faceva…? ti apriva le gambe ti scopava tre minuti ti sborrava dentro e poi tutto finito?
“…più o meno…è così”
“..e basta…non facevate altro?”
“…no…no..noi facevamo solo quello che vi ho detto..”
Mentre mi facevano le domande avevano iniziato ad accarezzarsi sopra la patta.

Erano eccitati!
Si vedeva dalla forma di quello che si stavano toccando.
Io mi guardai in televisione…ero rossa paonazza e il mio imbarazzo si notava davvero!
“…hai detto che ti veniva dentro…prendi la pillola? Non mi sembri tipa da pillola…!”
“…la prendo per altri motivi…miei personali…”
“…ah …ok!”
“ e altri giochi non ne facevate? Tipo prendergli il cazzo in bocca, farti leccare il culo e la figa, o prendere il cazzo nel culo?”
Nel sentire quei termini chinai lo sguardo e non risposi.

Paola, alzati in piedi …così … brava… e non stare così gobba!! non guardare in terra guarda qua! Se stai così gobba non va bene! Hai delle belle tette grandi, vedo, e le devi mettere in mostra !
Ubbidii, alzai lo sguardo e mi misi più dritta, loro si accarezzavano sempre di più.
“ecco … che misura porti di reggiseno?”
“la terza …”
“Guarda in camera! Hai dei begli occhi… e hai anche dei bei capelli..lì porti sempre così?”
“quasi sempre”
“forse fai bene, ma prova ad alzarli sopra la nuca! ecco così…hai un bel collo…così scoperto…e poi sai più da bambina”
“chissà come sono belle e sode..le tue tette.

! Dai!prova a toccartele…prendile in mano…accarezzati!”
“…no…mi vergogno…”
“il filmino sta venendo bene, non rovinare tutto, ricordati del nostro patto…!! E poi non c’è niente da vergognarsi! Non hai detto che vuoi fare vedere che attrice brava che sei?!”
Piano piano alzai le mani e mi toccai il seno…”va bene così?”
“accarezzati più forte! Stringiti le tette e mentre lo fai apri la bocca e passati la lingua sulle labbra…ecco brava così… tira più fuori la lingua!”
Mentre lo facevo mi vidi in televisione, mi inquadravano le mani sul seno e poi la bocca.

Mi vergognai davvero!
“Sai che hai una bella bocca? Proprio una bella bocca ! E che lingua!!!”
“Con una bocca così puoi fare impazzire gli uomini!!! potresti fare dei bocchini paurosi!!!”
“sai cosa è un bocchino?”
“…sì…credo”
“sai come si deve fare?”
“no…non so fare”
“bene ne parliamo dopo…così vediamo cosa si può fare per insegnarti”
a quelle parole mi venne ancora più angoscia.
“ Il nostro filmino ha un titolo…” bocca , tette e culo” ha ha ha ha!
La bocca l’abbiamo vista, le tette solo dal di fuori, e ora girati….

passiamo al Culo che aspetti??? girati !!!”
Mi girai …
“cazzo…secondo noi anche a culo non sei messa male… hai dei bei fianchi … !!! tirati su il vestito, scopriti!”
esitai…” ALLORA SBRIGATI!!! CHE CAZZO ASPETTI!!” urlò Giorgio.
Mi venne quasi da piangere e mentre singhiozzavo tirai su il vestito fin sopra i fianchi.
“Cazzo che culo che hai!!! che belle chiappe tonde!! appoggia le mani sul letto…chinati in avanti così…dai che viene un bel film!! Ora girati e lascia su il vestito…”
Mi girai ancora singhiozzando con le lacrime che mi scendevano…e col vestito alzato…
“cazzo che figa che sei…chissà che bel pelo che c’è sotto quelle mutande…!”
Achille si alzò e mi si avvicino ancora toccandosi con una mano per farmi vedere come era eccitato.

Gli dissi di non toccarmi ma lui mi si mise dietro e mi ordinò di stare tranquilla e di obbedire. Ebbi paura e mi bloccai in attesa di quello che avrebbe fatto.
Sentii le sue mani sul collo…lasciai andare il vestito e vidi nello schermo del televisore Achille dietro di me, grosso e orribile e le sue mani scendevano verso il mio seno.
Mi toccava e mi ansimava sul collo, mi stringeva fino a farmi male e intanto si strofinava su di me facendomi sentire sui fianchi e sul sedere il contatto del suo corpo e quello che aveva fra le gambe eccitato.

“…NO…. NO…. STIA FERMO…MI…LASCI …MI FA SCHIFO!!!! NOOO!” urlai come una pazza cercando di staccarmi da lui, ma era forte e fu tutto inutile.
“Adesso signorina ti spoglio…vogliamo vederti bene! Quanto sei bella! Voglio sentire quanto sei calda! voglio stringerti e farti sentire il mio cazzo quanto è duro…!!” e con foga mi tiro giù la lampo e mi abbassò il vestito ai piedi.
Ero davanti a loro in lacrime…ma Achille non si fermò.

Ricominciò a strusciarsi e a stringermi il seno , io piangevo…gli chiedevo di smetterla, ma lui mi disse “ STAI ZITTA! Smetti di frignare e fatti toccare…sei una gran figa…hai una culo da favola delle tette dure. Fammi vedere i capezzoli…” infilò le mani sotto la canottiera nel reggiseno e guardò dentro.
Si strusciava stringendomi forte, e prese a leccarmi lungo il collo bagnandomi con la sua saliva. Aveva un odore terribile, le sue mani enormi che mi palpavano mi facevano male.

Mi prendeva i capezzoli fra le dita per stringerli e tirarli.
Nessuno mi aveva mai toccata in quel modo!
Mi teneva prigioniera, era veramente forte la sua stretta, e con una mano si infilò nelle mie mutande.
Cominciai a urlare…”MI LASCI, MI LASCI ANDAREEEE…NOOOO LI’ NOOOO!. “ piangevo.
Ma lui non si fermò, era eccitato e vidi nella televisione la sua faccia mostruosa appoggiata al mio collo…mi leccava sempre più vicino alla bocca fino quasi a leccarmi le labbra…mentre con la mano mi palpava fra le cosce.

“VUOI STARE ZITTA ALLORA!! MI HAI ROTTO IL CAZZO CON LE TUE STORIE!! cazzo che bel pelo morbido che hai ……uhmm oggi mi sa che con questa ci facciamo delle sborrate a fiumi!!!…ho il cazzo di marmo e le palle gonfie…e voi?
“anche noi …ma dai … anche la troietta dell’altro giorno ci ha fatto fare delle belle sborrate!!
“questa qui però è molto meglio!!! a parte il fisico, questa mi fa eccitare perché è proprio inesperta e si fa comandare, l’altra era una piccola troietta cicciottella… non c’è voluto molto per convincerla a farci divertire.

Con tutte le volte che è venuta qui ormai… fa tutto da sola! ! Che bocchini !!!”
“peccato che abbia la bocca piccola…del mio cazzo prende solo poco sotto la cappella!!!” disse Giorgio.
“Cazzo però la sborra l’ha presa…hahaha!! cazzo se ne ha presa ha ha ha!”
“e il culo?? all’inizio ha fatto fatica…ma poi…ora lo tiene fra le chiappe come una ventosa!!! L’ho pompata come un toro!!!”
“ha un bel culo ma senza il burro non l’avremmo avuto!!”
“una spalmata di burro nel buco del culo e…poi tutto è andato liscio!! ha ha haha!”
Quei discorsi mi avevano impaurita!! ero terrorizzata da quello che avrebbero potuto farmi ! Volevo scappare!!!!
“dai allora…andiamo tutti sul letto…!
Achille mettiti comodo che posizioniamo le telecamere…e tu ragazzina vieni qui da me”
Giorgio mi bloccò per le braccia, “adesso mi raccomando comportati bene che è la parte più importante del film!
Cara la mia attrice troia!
Stai ferma che ti tolgo ‘sta roba di dosso , STAI FERMA TI HO DETTO ! STRONZA!! NON HAI ANCORA CAPITO CHE DEVI UBBIDIRE!!! ALTRIMENTI …!!”
“.. sto ferma… sto ferma.. “e mi lasciai spogliare.

“cazzo…davvero hai delle belle tette dure…vieni a sentirle Giorgio”
Si misero a palparmi in due, Giorgio davanti e Franco da dietro.
Iniziarono a leccarmi.
Provai nausea nel sentire la loro lingua sul mio corpo.
Si alternavano a leccarmi il seno e i capezzoli e a palparmi fra le cosce.
Mi stringevano con i loro corpi sudati.
Sentivo il loro pene eccitato contro di me.
Mi palparono e leccarono a lungo, eccitati, con la faccia dallo sguardo eccitato, come maiali.

Dal seno, Franco passo a leccarmi il collo con foga e poi prendendomi per i capelli salì fino alla bocca obbligandomi a baciarlo…con la sua lingua che esplorava con violenza la mia bocca. Cercai ancora di sottrarmi a questo schifo divincolandomi e urlando, ma loro sempre tenendomi prigioniera per i capelli, si passavano la mia bocca l’un l’altro obbligandomi ai loro baci osceni.
“tira fuori la lingua troia!! DAI TROIA FACCI SENTIRE LA TUA LINGUA IN BOCCA!!!”
“…cazzo Franco…questa c’ ha una bocca e una lingua che di cazzi ne prende due interi alla volta!!! non ha una lingua c’ ha un serpente!!!”
Poi mi trascinarono sul letto sempre presa per i capelli.

Loro tre si piazzarono in fondo, in fila, con la schiena appoggiata al muro ed a dei cuscini, con le gambe aperte.
Io fui costretta ad inginocchiarmi sul letto, davanti a loro. Tutti e tre si tolsero i pantloni e restarono in mutande. ,,Achille stava in mezzo, e fu il primo a voler cominciare, mentre Giorgio con la telecamera in mano ci riprendeva da vicino.
“ dai …ciccia… datti da fare… hai visto che cazzo che ho sotto le mutande?… ALLORA CHE CAZZO ASPETTI!!! DATTI DA FARE CON QUELLE MANI !!!
TOCCAMI!”
Ricominciai a piangere…” no …no… per favore… non voglio…non voglio più fare niente…”
“AVVICINATI E TOCCAGLI IL CAZZO!!! STRONZA!!!” urlò Franco.

Mi avvicinai e lo toccai… “Brava…. brava… accarezza…con tutte e due la mani…le palle e il cazzo senti come cresce? …ecco così…uhm che mani che hai…continua…. ”
Sotto la mutande il pene del vecchio mi sembrava enorme; più grande di quello di mio marito e mentre lo accarezzavo vibrava e si muoveva…ma credo che ancora non fosse completamente eretto.
“ ..dai che aspetti…tiralo fuori…prendilo in mano!”
E mentre sotto gli sguardi orrendi di quei vecchi presi l’orlo delle mutande e lo abbassai …il pene uscì di colpo, grande, e feci come mi aveva ordinato …lo presi in mano…era caldo..grosso…”
“…brava così…ora abbassa la pelle…scopri la cappella…così…brava…uhm che goduria….

uhm..così…su…. e giù…. dai..uhm, con l’altra mano toccami le palle..uhm…mi stai facendo caricare di sborra!!!!! che troia che sei…! scommetto che ti piace il mio cazzo!! Dai così…troia!!!”
lo stavo masturbando come lui voleva…non facevo altro che ubbidire come una robot…come se non fossi io a farlo…con la mano destra impugnavo il suo pene che cresceva sempre di più …. duro e con l’altra accarezzavo i suoi testicoli umidi di sudore.
Tirai giù del tutto la pelle che ricopriva …come la chiamava lui, “la cappella”, piuttosto grande col buchino in alto aperto, poi ritirai su la mano e poi ancora giù…“fermati un attimo adesso!.. se no ti sborro in mano… mi stai facendo impazzire!”
Mi fermai.

Giorgio con la telecamera in mano filmava tutto e Franco con le mani sulle mutande mi fece un cenno…
“dai…bella…vieni da me ora tira fuori anche il mio cazzo!”
Mi spostai e iniziai ad accarezzare anche lui…poi scostai anche le sue mutande e feci uscire il suo pene già in erezione…enorme! anche a lui…poi…abbassai la pelle che copriva la sua “cappella” punta e iniziai a masturbarlo…. lentamente…
Mentre lo facevo tenevo lo sguardo basso non volevo guardarli ne farmi guardare ma durò poco…
“hei …che cazzo fai? Se tieni la testa così bassa non ti vediamo in faccia! Alza lo sguardo e guardaci in faccia ogni tanto! Devi guardare un po’ il cazzo che hai in mano e un po’ in faccia a noi! Non guardare le lenzuola del letto! CAPITO!..sei proprio un’attrice del cazzo!”
Alzai lo sguardo e, mentre continuavo a masturbare e toccare i testicoli guardando quei visi alterati dall’eccitazione che mi guardavano sbavando, riabbassai lo sguardo sul pene rosso e gonfio e sulla “cappella” turgida.

“Ora tocca a me “ disse Giorgio.
Mi spostai da lui che mi inquadrava da vicino con la telecamera.
“…dai…troia…toglimi le mutande sfilamele tutte…ecco…così che con la telecamera non riesco… cazzo che bella che sei… che tette…. ti piace il mio cazzo eh…? ecco …così…scappellalo uhm, hai visto che bella cappella…così…brava…uhm ti piace il mio cazzo …troia troia troia dai così…ora guarda in camera mentre mi tocchi le palle e il cazzo…così…guarda qui…tira fuori la lingua…passala sulle labbra…ecco così …brava che troia che sei!!!”
Continuai a cambiare posizione per un po’ prima uno poi l’altro…erano loro che mi dicevano quando smettere e passare all’altro, intanto avevo sfilato le mutande anche a Franco e ad Achille.

L’odore che emanavano era terribile…misto di sudore e …di…non so neanche io come descriverlo.
Quando mi ordinarono di avvicinarmi con la bocca fu terribile!
Fu Giorgio il primo a chiedermelo.
“ dai troia…ora basta con la mano, fatti riprendere mentre lo lecchi! DAI CAZZO ABBASSA QUELLA TESTA E TIRA FUORI LA LINGUA! “
Mi misi di nuovo a piangere…ma fra le lacrime piano piano scesi col viso…l’odore acre mi bloccava… fu allora che Achille mi prese per i capelli e mi obbligò ad abbassare la faccia sul pene di Giorgio.

“dai troia! Ti piace il cazzo eh …adesso lo lecchi tutto !! dalle palle fino alla cappella! DAI TIRA FUORI QUEL CAZZO DI LINGUA!! “
La tirai fuori e iniziai a leccare con la punta della lingua sempre ghermita per li capelli.
Mi veniva da vomitare.
“…uhm brava così…tirala fuori tutta quella lingua…a cucchiaio! Ecco…così tutta fuori e ora usala tutta! dalle palle fino alla cappella…così…brava…uhm..dai che ti filmo …uhm che lingua che hai, tirala fuori tutta ho detto!.

così ecco …sei brava…troia…!
Achille lasciala andare che continua da sola! Ecco…vedi…vedi come è brava…lo sa fare da sola…. la troia!”
Leccavo il pene dalla punta fino ai testicoli cercando di non pensare a niente…ogni tanto Giorgio con la mano sulla testa mi spingeva ritmicamente per farmi leccare meglio, poi mi disse di spalancare la bocca e mi abbassò la testa obbligandomi con tutta la sua forza ad ingoiare il suo pene…mi spinse fino in fondo e quando lo sentii in gola mi venne uno sforzo di vomito.

“..cazzo..non vomitare!!…non ora…!!riprendimi il cazzo in bocca … ecco così …brava e ora succhia…troia succhia!!! succhia forte!!”
Avevo il suo pene in bocca, in sapore acre…quasi salato, succhiavo e andavo su e giù con la testa, mi aiutavo con la mano per tenerlo fermo, sentivo l’uomo che tremava.
“..Cazzo che troia che sei! Rileccami le palle!!! voglio che siano cariche di sborra per dopo…quando schizzo!!! così…così, prendile in bocca…uff..ferma ferma…..basta se no sborro adesso…”
Mi fermò, e senza darmi tregua, Achille mi prese per i capelli e mi fece leccare anche il suo pene e i suoi testicoli.

Mentre succhiavo e leccavo gemeva e si contorceva mi diceva che ero una troia e che gli stavo facendo riempire le palle di sperma; mi spingeva la testa in basso e quando avevo tutto il suo pene in bocca si inarcava…” TROIA ! TROIA! SUCCHIALO COSI’ !INGOIALO FINO ALLE PALLE arggh uhm che cazzo di bocca che hai !”
Mi venne ancora da vomitare… e lui si arrabbiò… e per fortuna lo sforzo mi passò altrimenti gli avrei vomitato addosso.

Smise di tenermi per i capelli e lasciò che facessi da sola.
Lo leccai lungo tutto il pene e attorno alla punta e si mise anche lui a tremare…”..cazzo fermati se no mi fai sborrare…!”
Mi fermai, non ne potevo più, ero stravolta.
Il Sig. Franco mi lasciò riprendere fiato e poi mi prese fra le sue cosce.
“…dai …ormai dovresti aver capito come si lavora di bocca!…leccami il cazzo e le palle…ecco così…così senza ancora toccare la cappella…così…brava…uhm… fermati sulle palle…ecco leccale e succhiale …brava così mi carico di crema bianca tutta per te!…ed ora lecca il cazzo su e giù fino a lla cappella, ahhhh ahhhh così gira attorno alla cappella…così…brava…uhm e ora prendi tutto il cazzo in bocca! Ahhhh così così…così che troia che sei!! mentre lo hai in bocca dacci di lingua….

ecco ecco…ma tu mi vuoi far sborrare!!! non mi sono mai fatto fare una pompa da una bocca così! Cazzo come è fonda!!! fermati fermati!!!”
Mi fermai ansimando con un filo di saliva che mi scendeva dalle labbra fino al suo pene bagnato, ero distrutta ma… non sapevo che ero solo a metà e che volevano fare altri “giochi”.
“riposati un attimo…sei stata brava…e intanto sdraiati a pancia in su con le gambe fuori dal letto.

Noi spostiamo le telecamere”
Feci come avevano detto mentre loro trafficavano, guardavo nel vuoto e pensavo a come ero potuta finire in quella storia.
Forse avrei fatto meglio ad affrontare il capo, ma d’altra parte la paura d rovinare la mia vita non mi aveva lasciato alternative.
Si riavvicinarono al letto.
Ero ancora sdraiata.
Achille si inginocchiò di fianco a me, Giorgio dall’altro fianco con la telecamera, e davanti a me ai piedi del letto si mise Franco.

Lo guardai aprirmi le gambe e abbassarsi con la testa in mezzo alle mie cosce.
Mi accarezzò sopra le mutande, poi spostandole un poco di lato, mi accarezzava anche sotto“…cazzo che bella figa che hai! …via questo cazzo di mutande!”
Me le abbassò di colpo, e mentre io cercavo di fermarlo, quasi strappandole me le tolse di dosso.
Iniziai ad urlare “NOOOOO NON VOGLIOOO “ lui mi disse di stare tranquilla.

“…ehi che pensi io rinunci a scoparti??? La tua figa ha bisogno di sapere cosa vuol dire farsi scopare! E poi tu hai bisogno di sapere cosa vuol dire godere!…. ora ti lecco fino a farti godere, ti lecco anche il culo, ti voglio ficcare la lingua dentro per aprirlo!”
Sentii la su lingua percorrere le grandi labbra su e giù fino al sedere, mi allargava le natiche e si infilava dentro con la lingua nel buco penetrandomi per poi tornare su a cercare il clitoride allargandomi con le dita.

sentivo solo nausea mentre i porci commentavano…
“…ti piace eh!? Ti piace farti leccare la figa … ti faremo bagnare come una troia!
.. e mi leccò ancora più forte, con violenza poi sentii il suo dito farsi largo fra le mie natiche spalancate e penetrare nel mio sedere.
Non mi fece male, sentii che scivolò dentro facilmente bagnato credo di saliva, e mentre continuava a leccarmi il clitoride mi penetrava ritmicamente col dito, spingendolo in fondo, per poi tirarlo fuori.

Ogni tanto toglieva il dito, e poi lo sentivo ritornare nel buco più in alto dentro di me…poi…due dita…dentro con forza…con movimenti anche circolari, e poi di nuovo nel sedere allargandomi fino a…. entrare con due dita, affondando nel mio sedere sempre più bagnato di saliva. Provavo schifo!!
“Calma…dopo ti faccio strillare col mio cazzo! “
Franco si alzò in piedi ed i tre si cambiarono posto.
Mi leccarono tutti e tre, mi fecero tremare ed urlare…
Mentre uno mi leccava gli altri mi giravano la testa prendendomi per i capelli e mi facevano succhiare il loro grosso pene, e con l’altra mano mi stingevano i seni fino quasi a farmi male, ma ormai ero in loro potere…in tutti i sensi.

Quando all’improvviso chi mi stava leccando, in quel momento, Franco, disse: “…e ora basta…lingua ..è ora di prendere il cazzo!
Mi spalancò le gambe, e mentre io iniziai ad urlare di lasciarmi stare …di non farlo, mi puntò la sua cappella all’entrata della fica e mi penetrò, in un colpo solo, fino in fondo.
Lo sentii arrivare tutto dentro di me e il mio pianto, piano piano, si trasformò in singhiozzi, sotto i suoi colpi violenti.

Sentivo i testicoli sbattere sul mio sedere, e lui emettere dei rantoli che mi ricordavano un grugnito, ritmicamente ad ogni spinta dentro di me.
Si passarono l’un l’altro il mio corpo e la mia bocca per un po’, poi…arrivò il momento che temevo…“…. dai ragazzina ora facci sborrare, che non ne possiamo più!
Uno alla volta…prendilo in gola…leccalo…come prima… ci fai un bel lavoro di bocca!”
Cercai di non pensare e ubbidii.

Mi infilai fra le gambe aperte di Franco e iniziai a leccare…aiutandomi con le mani…leccavo e succhiavo come volevano loro.
“ ecco troia …prendimi il cazzo in bocca così …ingoialo fino alle palle …uhm così …lo senti come è duro? LE SENTI COME E’ DUROOO!”
“…sì…è duro …lo sento…”risposi io e ripresi a succhiarlo.
Capii che era quasi al suo culmine e avevo capito che sarei stata obbligata a succhiare e leccare… tutto…e avevo paura, paura dello schifo, non avevo vai visto lo sperma di altri uomini, ne tanto meno messo in bocca; cercavo di immaginarne il sapore e allo stesso tempo pensavo al disgusto di avere in bocca quel liquido.

Sapevo che mi avrebbero costretta e che non avevo altra scelta.
Decisi di non pensarci e e di affrettare la cosa.
Con la mano presi a mastrurbarlo più velocemente, alternavo con il succhiarlo in tutta la sua lunghezza, per poi estrarlo e leccare la punta fino ai testicoli.
Lo sentii tremare sotto di me e gonfiarsi e indurirsi nella mia mano…ero pronta…
“cazzo che brava …. godoooo.
Fra poco sborroooo, eccomi, dai TROIA, dai dai ecco ecco AAAAAAHHHHH! SBORROOOOOO!!”
D’istinto, mentre con la mano lo mastrurbavo, alzai la testa per guardare, ed uno spruzzo denso e caldo mi colpì sulla guancia e sulle labbra, e dalla punta gonfia del pene ad ondate continue, lo sperma bianco usciva, colando sulla mia mia mano.

“ che cazzo fai puttana!!?? continua a succhiare che voglio riempirti la bocca di sborra “e con la mano mi spinse la testa in basso.
Mi costrinse a leccare…e…cominciando dai testicoli… tirai fuori la lingua e leccai.
Rapidamente lo sperma caldo, che colava lungo il pene, mi entro in bocca.
Cercai di reprimere il vomito fermandomi, con la bocca spalancata, in un conato, che per fortuna passò.
Poi con le labbra e la faccia piene di quella viscida crema, salii verso la punta.

Non era il sapore dolciastro a farmi schifo…..ma era l’idea di leccare, mettere in bocca e ingoiare lo sperma proveniente da quel vecchio orrendo.
“…ecco…. così…. troia ti piace la sborra, succhia…troia, riprendimi il cazzo in bocca fino alle palle …. aahhhhhh così così…cosìì succhiami tutto. Aahhhhh che sborrata!!”
Mi fermai solo quando lui smise di tenermi per la testa e mi disse di smettere.
Ero piena di sperma su tutta la faccia, gli occhi, lungo il collo ed anche i capelli e… molto ne avevo in bocca.

Giorgio passò la telecamera a un altro e disse ” e ora tocca noi a sborrare… mettiti seduta in fondo al letto appoggiata al muro sui cuscini che voglio scoparti fra le tette!”
Mi spostai e come mi girai e appoggiando la schiena al mucchio di cuscini mi ritrovai la faccia di Giorgio davanti a me.
Seduto a cavalcioni sulla a mia pancia, e il pene eretto fra il solco dei miei seni.

“ecco ragazzina, fammi una bella sega con le tette… aspetta che mi sistemo meglio…dai prenditi le tette con le mani e stringi il cazzo…in mezzo …così …cazzo che tette …abbassa la testa e leccalo quando la cappella è sulle tue labbra…. dai abbassa quel cazzo di testa!!”
Era un godimento assoluto per lui …il suo pene masturbato dal mio seno e succhiato tutte le volte che lo spingeva in avanti dentro la mia bocca aperta.

Con le mani mi teneva la testa spinta in giù con forza.
Si muoveva col bacino avanti e indietro sempre più eccitato spingendomi forte la punta la punta del suo pene sulla lingua e in bocca.
“ ti piace eh? Troia! Ti piace si o no?… eh?”
“…sì…. sì…mi piace…” mentii
“…sì …dai che fra poco ti sborro in bocca…sulle tette…. ti annego di sborrare. Eccomi …ECCOMI… ARRIVA…..AAAAAHHHHHH ! DAI …CAZZOOOO CHE POI TI SCOPO IN BOCCA!! ”
Mi tenne con forza la testa e tutti gli schizzi caldi arrivarono sulla mia lingua, sulle mie labbra…sul collo e fra i seni.

Non finivano mai i getti, e sempre andando avanti e indietro mi costrinse a leccare.
Sputai quello che riuscii a sputare.
Quando mi costrinse a prenderlo tutto in bocca per accogliere gli ultimi getti, ne lasciai colare ai lati della bocca, ma altri ne inghiottii.
Achille prese velocemente il posto di Giorgio.
“spalanca le labbra troia che voglio scoparti in bocca, ti voglio sborrare in gola!!! riempirti la bocca della mia crema !!!”
Mi prese la testa a due mani e si alzò un poco sulle ginocchia.

Avevo il suo enorme pene davanti a me.
Prima mi fece leccare i testicoli poi salire fino alla punta, e una volta dischiuse le labbra, affondò nella mia bocca.
Mi faceva andare con forza le testa avanti e indietro, ed ogni volta che arrivava in gola mi provocava un conato di vomito, ma non se ne curava, come se proprio volesse farmi vomitare.
“…dai troia, prendilo tutto il mio cazzo! voglio riempirti di cazzo! Fino in gola….

aaahhh mi piace guardarti quando lo senti in gola. Mi piace quando stai per vomitare…. sì…dai …dai !”
Lui voleva farmi vomitare! Il porco schifoso! E ci riuscì quasi.
Nell’ultimo conato, non riuscii quasi a a trattenermi, proprio nel mentre lui era al culmine dell’orgasmo, e con la bocca spalancata nello sforzo, lui si fermò un attimo a guardarmi eccitatissimo.
Fu quella vista che lo fece eccitare ancora di più.
“…cazzo ora sborro….

ECCO ECCO ECCOOO, INGOIAAAA TROIAAA!!”
Lo sentii indurirsi e gonfiarsi in bocca e poi una marea calda mi schizzò sul palato allagando la gola , la lingua…tutto.
Mi obbligò a bere… stringendomi la bocca fra le dita, e continuando a colarmi dentro il suo sperma.
Un poco usciva gocciolando sul seno, ma molto ne ingoiai, fra le sue urla e le risate degli altri.
“BEVI TROIA! INGOIA TUTTO!! BEVI AAAHHHHHH!!!MI FAI GODERE COSI’ !”
Non si accontentò di quello che mi aveva messo dentro…mi fece leccare tutto quello che aveva fra le sue cosce e, parte di quello che avevo su di me togliendolo con le sue dita e facendomele leccare.

Finalmente mi lasciarono libera: nuda sul letto, piena di sperma dalla testa alla pancia, e mi inquadrarono per un ultima volta con la telecamera in quella umiliante condizione compiacendosi del risultato finale.
In quel momento presi coscienza del mio stato, e cercai di coprirmi in qualche modo.
Mi vergognavo della mia nudità.
Cercai anche i miei vestiti.
Loro si stavano ripulendo, e gettarono sul letto anche per me, un rotolo di scottex per pulirmi.

Mi girai dall’altra parte e mi tolsi di dosso tutto lo sperma che avevo, poi infilai le mutande, il reggiseno, la canottiera ma, quando passai al vestito mi fermarono…. ”..hei…che fai…aspetta…c’è tempo!…non sono ancora le sette!…adesso ci beviamo un poco di vino dolce …coi biscotti del forno…Tu vieni sul divano con noi e ci tieni compagnia.
Non hai mai visto dei filmini porno?”
“…no…no …non li ho mai visti…ma io voglio andare a casa…!
“CAZZO! SE DICO CHE TU DEVI VENIRE QUI , VIENI QUI E NON ROMPERE IL CAZZO!” CHIARO ???”
Achille andò giù; tornò poco dopo con un vassoio carico di roba: vino, bicchieri, biscotti e una ciottolina di burro.

Appoggiò tutto sul mobile della televisione.
Mi convinsero a bere e mangiare.
Il vino era buono e ne bevvi abbastanza assieme ai biscotti.
La testa mi girava un pochino, e quando iniziammo a guardare i filmini che loro avevano girato con ragazze della ditta probabilmente ricattate come me, fu normale lasciarmi di nuovo toccare dai tre uomini.
Riconobbi varie ragazze e signore.
Guardare in tv quello che a cui erano state sottoposte mi turbò un poco.

Le vidi in varie posizioni, costrette come me, a soddisfare i loro ricattatori.
Alcune sembravano quasi esperte, e non tanto dispiaciute, ma altre piangevano in continuazione, provando ogni tanto a ribellarsi e ricevendo in cambio urla e minacce.
Le vidi prese da uno da dietro mentre davanti erano costrette a ingoiare il pene di un altro.
Le vidi piangere mentre venivano sodomizzate con forza, tra le risate e le urla di godimento.

La situazione si era scaldata di nuovo, le loro carezze su di me, mentre guardavamo i filmini si erano fatte più eccitate.
Non mi lasciarono il tempo neanche di finire di bere: seduta in mezzo a loro ripresero a baciarmi in bocca spingendo la loro lingua dentro a cercare la mia.
Mi spogliarono in fretta e poi, a turno, mi abbassarono la testa prima per leccare loro il collo… il petto villoso…il loro ventre …e infine il loro pene non ancora eretto.

Il vino e forse i filmini avevano fatto effetto su tutti, me compresa.
Uno alla volta li feci eccitare di nuovo aiutandomi con le mani e la lingua, facendo crescere grosso e duro il loro penne dentro la mia bocca, masturbando e succhiando con foga, come ubriaca del vino.
“…cazzo che troia che sei! Ci sai fare col cazzo! Ti piace il cazzo duro!!”
Mi misi in ginocchio sul pavimento e già loro avevano ricominciato a riprendere con la telecamera.

Passavo da uno all’altro velocemente
Il grosso dito di Franco entrò facilmente, mi stava spalmando il sedere di burro, capii cosa voleva fare.
“…no..nel sedere no…mi fa male…. non voglio…”
Lui non mi ascoltò..e stavolta entrò con due dita unte, spingendole dentro tutte fino in fondo e roteandole come per allargare di più il buco.
“…nooooooo mi lasci! non voglio…nel sedere, nooooo!”
“Apri le chiappe e rilassati che vedrai che si infila bene nel tuo bel culo caldo!! non vedo l’ora, e voi due tenetela ferma.

Mi bloccarono e mentre io piangevo, sentii la punta del suo grosso pene appoggiata al mio buco del sedere…mi prese per le natiche allargandomele.
Con la prima spinta sentii, con molto dolore, la punta penetrarmi, e con la seconda tutto in un colpo affondo il suo pene dentro di me.
Un urlo di dolore mi usci dalla bocca spalancata per lo sforzo, era un dolore terribile essere penetrata nel sedere.
Mi scappò un altro urlo quando lo sentiì nel mio ventre, ma anche lui si mise ad urlare come un pazzo…
“ ARRGGHH CHE CAZZO DI CULO!” poi con dei versi che sembravano dei grugniti di un maiale inizio a sodomizzarmi con forza, ripetutamente, a lungo, sbattendomi forte.

Io stringevo i denti, ma per fortuna il male iniziale era quasi scomparso.
Il burro lo aiutava a scivolare nel mio ventre ed i muscoli del mio sedere avevano ceduto, adattandosi ad accogliere la carne dura di quel uomo.
Sentirlo dentro di me, nella mia pancia, era una sensazione terribile…violenta… e stringevo i denti…tremando…mentre venivo sodomizzata.
“dai troia che ti piace essere inculata …ti piace troia…troia! Aventi, dillo che ti piace dai dillo DILLOO!!
“…sì mi piace….

mi piace …mi piace…” mentii di nuovo
Durò a lungo poi si fermò, mi fece alzare, ci spostammo dietro al divano poi mi fece chinare in avanti appoggiata con la pancia sullo schienale del divano.
“…dai puttana che ora ti inculo di brutto…!
Mi allargò ancora le natiche e mi penetrò in un colpo solo, sodomizzandomi con colpi violenti.
“…TI PIACEEEE?? EH? TROIAAA? DILLO !! TI PIACEEE?”
“…Siiii…siiii…mi piaceee…. ” dissi sottovoce sconvolta dalla vergogna.

All’improvviso Franco si portò davanti a me e mi obbligò a prendere in bocca il suo pene durissimo.
Stava per godere di nuovo, ed allora io iniziai a succhiarlo forte mentre lui andava avanti e indietro nella mia bocca.
Achille si mise dietro di me “ ora voglio incularti io, a dovere!
Mentre succhi il cazzo di Franco, voglio vedere come ti lecchi la sborra mentre si sfondo il culo!”
All’improvviso mi allargò le natiche e mi penetrò fino in fondo, in un solo colpo!
Lui mi sodomizzò lentamente…grugnendo come un porco ad ogni spinta in avanti fermandosi e spingendo contro le mie natiche come se dovesse infilare dentro anche i testicoli.

Non mi dava colpi violenti perché si stava “godendo lo spettacolo” di quello che stavo facendo con la bocca.
Franco con un urlo mi riempì la bocca di sperma…liquido…caldo..che ingoiai e non smisi di farlo fino a che lui non si staccò dalla mia bocca esausto.
“…cazzo…mi hai prosciugato i coglioni…troia…bocchinara!”
Achille però non mi diede tregua. Si chinò in avanti ed aggrappandosi al mio seno iniziò a sodomizzarmi con violenza, mi faceva male al seno tanto lo stringeva e il suo enorme pene affondava in modo spaventoso dentro di me.

Strinsi i denti ancora. Poi si fece portare una cinghia e mentre mi sodomizzava cominciò a frustarmi sulla schiena.
“ ahhhh che inculata!!! che culo che hai puttana!!! troia !!! ti voglio ti voglio ti voglio, sei mia!!! sei stata brava a succhiare la sborra!!! “
Credetti che volesse venire dentro di me, tanto mi sbatteva con eccitazione , invece si fermò e sbuffando dalla fatica, si tirò fuori, correndo rapidamente verso la mia bocca, senza arrivare in tempo; il primo schizzo caldo mi colpì in faccia colandomi lungo il naso, ma subito dopo aprii la bocca e ingoiai anche il suo sperma succhiando forte.

Giorgio sempre con la telecamera in mano volle filmarsi, chiese aiuto ad Franco che mi aprì le natiche, e poi sentii anche il suo pene duro farsi strada nel mio sedere. , tutto fino in fondo.
Franco mi teneva sempre per le natiche e mi spingeva con ritmo verso Giorgio.
Fui sodomizzata a lungo. E tutti avevano anche cominciato a usare la cinghia sulla mia schiena e sulle natiche. Ero distrutta e non vedevo l’ora che finisse questa sottomissione.

Giorgio dopo avermi sbattuta a lungo si cavò fuori e mi disse di girarmi e d inginocchiarmi.
Mi inquadrò con la telecamera dall’alto mentre a bocca spalancata, la lingua fuori e il suo pene in mano mi facevo inondare il volto dal suo sperma abbondante.
Mi inquadrò a lungo mentre il liquido bianco mi colava dagli occhi, dal naso e dalle guance, lungo il collo e sui seni.
Speravo di aver concluso quella mia umiliante performance ma evidentemente mi sbagliavo.

Giusto il tempo di ripulirmi che Giorgio, instancabile era nuovamente su di me.
Mi costrinse nuovamente a prendere in mano il suo pene in modo da eccitarlo e quando, fu nuovamente in tiro, si stese sul materasso, obbligandomi ad impalarmi fronte a lui.
Io iniziai un movimento lento, mentre le sue mani mi martoriavano le tette ed i capezzoli.
Poi mi fece abbassare sul suo ventre, ed io capii le sue intenzioni.

Da dietro, Franco era salito sul letto e puntava la sua asta al mio culo.
“Oh mio Dio, una doppia penetrazione, non credo che riuscirò a resistere” pensai.
Non feci in tempo a rendermene conto che mi trovai infarcita, con un pene nella fica e l’altro nel culo.
Achille riprendeva tutto con la telecamera.
I due si muovevano all’unisono, grugnendo.
Di lì a poco i miei due aguzzini scaricarono nella mia fica e nelle mie viscere il loro liquido caldo.

Mi adagiai sul materasso colando sperma da tutti gli orifizi.
Fu l’ultima scena del film: ripiena di sperma, con tre uomini soddisfatti attorno a me. Pensavo tutto fosse ormai finito e mi alzai per andare in bagno prima di rivestirmi.
“Dove vai, sgualdrina?”
Dissi che non potevo vestirmi se prima non avessi fatto una doccia. Franco si mise a ridere “Doccia?! Ma quella te la facciamo noi adesso, puttana!! Andiamo in bagno… a lavarci tutti e quattro!”
Feci per alzarmi ma Franco me lo impedì… “Ferma lì… tu sei una cagna e quindi ti porteremo in bagno al guinzaglio… Achille, porta qui collare e guinzaglio di Sansone…” Nel giro di pochi secondi mi misero al collo un collare di cuoio al quale assicurarono un guinzaglio “Su da brava, vieni a quattro zampe in bagno… ti ci porta il tuo padrone…” e mi trascinò nuda e lurida di sperma, con le autoreggenti tutte sporche e smagliate mezze arrotolate sulle gambe, fino in bagno.

“Ora ci laviamo tutti… e tutto… anche i buchi del culo…” disse Franco. “Ma prima devo cagare…”
E si accomodò sul water, sempre tenendomi al guinzaglio. mentre gli altri due ridevano.
Franco fece tutti i suoi bisogni poi mi strattonò fino ad avermi vicina.
“Puliscimi il culo, cagna! Prendi la carta igienica… un foglietto soltanto!! Ti consiglio di usarlo bene, perché finito quello non ne potrai prendere altri… se rimane il buco ancora sporco lo finirai di pulire con la lingua… Eccoti il pezzetto di carta” disse dandomi quel rettangolino di carta e poi alzandosi in piedi e girandosi col culo verso di me.

“Pulisci, zoccola!”
Mi ritrovai davanti agli occhi e al naso quel culo peloso, puzzolente, con i peli sporchi di merda. Mi venne un conato di vomito… riuscii a stento a trattenermi.
“Cosa aspetti? Pulisci!!! Se non lo fai ti costringerò a pulire tutto solo con la lingua… comincia!!”
Non avevo scampo. Cercai con il quadratino di carta di togliere il più merda possibile dal buco e dall’interno chiappe, ma la carta era così esigua… la piegai e ripiegai più volte finché fu possibile… poi mi ritrovai in mano un quadratino di pochi centimetri tutto pieno zeppo di merda.

Usarlo ancora sarebbe solo servito a peggiorare la situazione. Lo buttai nel water.
“Brava… ora pulisci di fino con la lingua… quando hai finito passerò un fazzoletto bianco tra le chiappe, proprio sul buco del culo… voglio che rimanga candido… se vedo anche una sola ombra leggera di sporco… tutto quello che hai fatto oggi sarà stato inutile… ti farò licenziare comunque !! Perciò ora datti da fare…”
Avevo cercato di pulire il più possibile… ma ancora qualche striscia di merda sporcava quel culo peloso… e la puzza che emanava era insopportabile.

Non avevo scelta e cominciai a leccare. Lecai con la lingua piatta, poi misi la lingua arrotolata a sigaro per poter pulire bene all’interno del buco. Franco nel frattempo si dimenava.. e mi incitava a pulire bene. Leccai senza posa per almeno un quarto d’ora poi, esausta, staccai la mia lingua da quell’orrendo culo.
Franco si girò: aveva il membro d’acciaio teso davanti a sé. “Brava, me lo fai tirare… ma prima di sborrarti ancora in gola fammi controllare il lavoro fatto”.

Prese un fazzoletto di lino bianco e se lo strusciò per bene sul buco del culo. Poi, non contento, lo infilò col dito su per il buco e lo fece girare più volte all’interno. Poi controllò il risultato.
“Sì… hai fatto un lavoro discreto… non perfetto… ma discreto… ne terrò conto… ora esegui lo stesso lavoro sui miei due compari”.
Sia Giorgio sia Achille pretesero lo stesso servizio e lo stesso risultato.

Ma Achille, dopo quasi venti minuti di leccamento, non fu del tutto soddisfatto e lo disse a Franco.
“Male… molto male… dovrò valutare stanotte il tuo comportamento… ma cercherò di essere comprensivo. Ora finiamo questo bel pomeriggio con tre bei bocchini” e me lo infilarono a turno in bocca obbligandomi poi a bere tutto lo sperma fino all’ultima goccia.
Tornai a casa distrutta nell’anima ma anche nel fisico. Dopo molte ore di pompini e di leccamenti avevo bocca in fiamme e le mascelle indolenzite.

Presi una pillola di sonnifero per non ripensare a ciò che avevo subito, mi infilai nel letto e cercai di dormire.
Al mattino seguente, arrivata al lavoro trovai un bigliettino sul mio PC -“TUTTO A POSTO”-
Franco non era nel suo ufficio. Ma pensai: come aveva potuto in così poco tempo rimettere a posto il mio PC infetto? Forse, il famoso virus…l’aveva mandato lui??
Un piccolo virus creato apposta per spaventarmi e obbligarmi a un pomeriggio di sesso e ricatti??…mah!?.

Comunque, dopo circa venti minuti, squillò il telefono. Era la segretaria del grande capo: il proprietario della ditta, il padrone, voleva vedermi! Io lo avevo incontrato solo un paio di volte nei corridoi della fabbrica e l’avevo trovato arcigno. La sua fama, peraltro, era terribile: aveva modi burberi e il licenziamento facile. Un vero e proprio padrone, di quelli che c’erano una volta.
Corsi in bagno, cercai di darmi una pettinata e di controllare che fossi a posto e andai verso il suo ufficio.

Le sue tre segretarie mi fecero aspettare in piedi pochi minuti. Inutilmente chiesi se sapessero qualcosa, il perché di quella strana convocazione, ma furono tutte glaciali. “Non bene” pensai.
Finalmente una di loro venne avvisata dal gran capo che era giunto il mio momento e mi accompagnò fino alla porta.
All’interno di quell’ufficio, tutto in boiserie e in pelle verde bottiglia con una libreria immensa, dietro a un’imponente scrivania c’era lui, il commendator Salvini.

Davanti alla scrivania c’erano due grandi poltrone: una era vuota, l’altra era occupata ma non potevo vedere chi ci fosse seduto perché gli alti schienali facevano da schermo.
“Ah, eccola, signora Cantoni… stia pure in piedi ma si avvicini…” Aveva lo sguardo glaciale e la voce non prometteva nulla di buono… Che quel mascalzone di Franco non le avesse aggiustato il pc? Perché il padrone aveva voluto vederla?
Restai di ghiaccio quando, fatti pochi passi fino a raggiungere la scrivania vidi, seduto alla poltrona c’era proprio Franco!
“Dunque signora Cantoni, il signor Franco mi ha riferito che lei è una brava ragazza, lavoratrice… ma con i pc davvero non ci sa fare… se non fosse stato per lui avremmo avuto dei problemi con un virus che lei aveva fatto entrare in azienda… ma il signor Franco ha un cuore d’oro e, dopo averle aggiustato il pc è venuto da me ad avvisarmi.

Io volevo sbatterla fuori dalla ditta ma lui mi ha chiesto di non farlo… dice che si fa garante lui e che in qualche mese la trasformerà in una donna superesperta di pc. Perciò mi ha chiesto – e ottenuto – di averla come segretaria particolare: da subito lavorerà nel suo ufficio alle sue dirette dipendenze. L’ufficio del signor Franco non è grande, ma c’è posto per una scrivania supplementare… Veda di non deluderlo perché altrimenti si troverà fuori ditta in un attimo! E gli dica “GRAZIE” perché se non fosse stato per lui io l’avrei già spedita a casa.

Lo ringrazi, svelta!”
“Grazie”, balbettai, ancora sotto choc.
“Bene, signor Franco… ora può andare… lei invece, signora Cantoni, rimanga qui”.
Quando Franco fu uscito il commendator Salvini mi squadrò da capo a piedi più volte. Indossavo una camicetta di nylon rosa e una gonna blu notte. Avevo un collant scuro e scarpe con tacco medio… dopo l’esperienza di ieri non volevo essere appariscente… in quel momento il sesso e gli uomini mi disgustavano…
“Venga qui, di fianco a me!” disse con tono burbero.

Io ubbidii e mi misi al suo fianco.
Sul piano della scrivania c’erano tre foto grandi: nella prima ero seminuda con le mie autoreggenti, nella seconda facevo un pompino, nella terza ero posseduta da Giorgio mentre sbocchinavo il fratello di Franco.
“Non sarà brava coi pc ma per altre cose ci sa fare…”
Ero impietrita dalla situazione e non riuscivo ad aprir bocca.
“Sollevi un po’ la gonna… presto che ho molte cose da fare…”
Ero sconvolta ma sapevo anche che il mio lavoro era appeso a un filo… sollevai la gonna.

“Di più… di più…”
Ubbidii.
“Ah… le donne d’oggi… i collant… li odio i collant… da domani verrà in ufficio con calze e reggicalze, come piace a me, chiaro?”
Annuii con la testa.
“Bene, adesso si sbottoni la camicetta e si metta qui sotto la scrivania… in ginocchio.. svelta!!”
Quando fui sotto, lui si aprì la patta dei pantaloni e tirò fuori il membro. Era grosso ma flaccido.
“Lo lecchi bene, signora Cantoni… palle, asta e cappella.. in continuazione finché non glielo dico io.. chiaro? Adesso cominci a leccare.. svelta!”
Pochi secondi dopo che la mia lingua accarezzava quel cazzo, il membro iniziò a gonfiarsi e indurirsi.

Continuai a lungo mentre il grande capo si impegnò in alcune telefonate di lavoro.
“Bene… ora cominci a succhiare, signora Cantoni… e non smetta finché non glielo ordino io, chiaro? Quando verrò nella sua bocca lei dovrà inghiottire ogni cosa… odio vedere in giro rimasugli… del mio sperma… e quando ha smesso di succhiare la mia linfa continui a tenerlo in bocca… chiaro? Decido io quando dovrà smettere. “.

ANGELO, IL CAMIONISTA -prima parte

Devo confessare che durante gli anni, di camionisti ne ho incontrati tanti. Non saprei nemmeno approssimare una cifra, tanti comunque , diciamo solo che ho sempre avuto un debole per loro, fin da giovane. Alcuni li ho dimenticati, altri li ricordo ancora benissimo. I camionisti sono una categoria a parte. Per un gay come me sono sicuramente il massimo di mascolinità, sex appeal, voglia di fare il porco. Sono rudi, grezzi, sporchi, sudati!!! Non si offendano tutti quei camionisti, come mio cognato, che sono puliti, educati, di buone maniere.

Io non parlo di loro, ma di quelli che piacciono a me!! Fin da quando ho iniziato a battere, ho cuccato camionisti dappertutto!!! Nei parcheggi , in autostrada, negli autogrill, al porto, nelle zone industriali, nelle locande a pranzo, persino in corsa in macchina esiste un metodo per farsi capire che sei interessato. Insomma ovunque. Vale la pena di raccontarvi di un avventura che ho avuto con uno in particolare, a mio parere la migliore tra tutte quelle che ho avuto.

Si chiamava Angelo, e sembrava davvero provenire dall’eden, tanto era bello e sexy. Io avevo trent’anni, lui poco più di 50. Un bellissimo uomo del sud, forse il più bello di tutti. Sicuramente il più maschio e eccitante. Il fattaccio successe quasi casualmente. Era luglio, una giornata caldissima, e io avevo appena finito di lavorare. Lavoravo in porto a Venezia, facevo il classico scaricatore di porto. Erano le sei di pomeriggio, e avevo la consuetudine , prima di andare diretto a casa, di farmi un giro in una zona fuori del porto un po’ dismessa, dove la sera c’era un bel giro, e dove spesso sostavano i camionisti la notte.

Così appena uscito dal porto, mi sono diretto verso quella zona, più per curiosità che per voglia di sesso. Infatti come sempre lungo il vialone non c’era anima viva. Non una macchina, ne’ un camion, neanche un carretto dei gelati!!!!! Percorro tutto il viale fino in fondo, rassegnato a fare inversione e tornare indietro. Ecco che proprio alla fine del viale mi accorgo di un tir parcheggiato non sulla strada , in vista, ma dentro una trasversale che portava a dei capannoni abbandonati da anni, col muso rivolto verso la strada e la portiera del passeggero completamente aperta come da fare da paravento o per nascondere qualcosa.

. Rallento , cerco il proprietario ma non lo vedo. Finché proprio all’ultimo secondo vedo un uomo completamente nudo scendere dal camion dalla parte dell’autista. Sogno o son desto???? Forse un miraggio??? Non mi fermo e percorro quel poco di strada che mancava alla fine e faccio inversione. Nel tornare indietro ripasso davanti al camion. Rallento , la porta del guidatore era chiusa. Mentre quella del passeggero era spalancata, ed essendo ad una certa altezza, vedo le gambe del camionista che probabilmente stava lavorando su qualcosa, nudo!!!! Proprio il pensiero che fosse nudo mi fa trovare il coraggio di parcheggiare l’auto e andare a spiare.

Scendo , cammino un po’ indietro, e mi trovo sull’angolo tra la strada principale e quella dove era parcheggiato il tir. Era un camion molto grande, almeno la motrice dava quel l’impressione. Come tutti i camionisti , anche lui aveva il nome sul gigantesco parabrezza. Si chiamava Angelo. Mmmmmm che bel nome per un uomo nudo, come l’angelo dell’amore cupido !!! Provo a spiare dietro la portiera, e lo vedo andare avanti e indietro , e ammiro quelle gambe massicce , finché si accuccia leggermente e gli vedo quel meraviglioso culo che mai scorderò nella mia vita.

Il culo più perfetto che io avessi mai visto prima!!! Duro, sodo, all’infuori quel tanto da formare una esse con la schiena. Peloso tra le chiappe. Sarebbe bastato solo questo per convincermi a tentare un approccio, ma il colpo di grazia lo ebbi nel vedere tra le sue gambe divaricate, di schiena, due grosse palle tonde e dure penzolare a mezz’aria. Dovevo escogitare un modo per conoscerlo e pure in fretta. Il problema era decidere se passare sotto la portiera o fare tutto il giro del tir per arrivare da lui quatto quatto.

Era la soluzione migliore, un imboshita improvvisa passando sotto la portiera mi sembrava oltre che imbarazzante anche pericolosa. Optai quindi per fare il giro completo del tir, almeno ad una sua reazione negativa avrei avuto il tempo di filarmela di corsa. Ma ancora non bastava. Dovevo fare in modo che lui non pensasse ad un aggressione o cose simili. Anche se di aggressione si trattava. Dunque mi si accese la lampadina. Un idea perfetta che forse avrebbe funzionato.

Mi spoglio nudo anche io!!! Ma si che cazzo, proviamoci. Torno alla macchina e lascio tutti i miei vestiti nel sedile, tranne le scarpe. E parto all’avventura, ignaro delle conseguenze. Cammino velocemente fino a raggiungere il fondo del tir. Faccio un bel respiro e mi infilo tra il camion e la rete ricoperta di foglie che costeggiava tutta la stradina. Cazzo, non ci avevo pensato, era come un lungo corridoio senza via di scampo.

Lui mi vede subito. Mi fa cenno di avanzare. Mi avvicino un po’ sospettoso. Il sole batteva proprio su quel lato del tir. Accecante. Non riuscivo a vedere bene perché mi impediva di aprire gli occhi. ” Vieni pure, avvicinati, ho proprio bisogno di una mano” dice con un timbro di voce profondo ma amichevole. Mi avvicino più rapidamente e alzo lo sguardo. Finalmente vedo l’uomo dal nome così paradisiaco. Alto come me, capelli mori lunghi qualche centimetro, spettinato, barba lunga di un paio di giorni, nera, petto , braccia e stomaco pelosi.

Ma il mio sguardo si perde nella sua foresta nera sotto l’ombellico. Mi ricordo’ una scultura greca, il LAOCOONTE , non so perché, forse per la perfezione delle proporzioni. Senza farmi domande , mi dice” Mi dai una mano ad appendere la tanica d’acqua su quel gancio così ci facciamo una doccia? Fa un caldo bestiale oggi”. E notando un sacco trasparente di plastica pieno d’acqua con un occhiello da una parte è un tappo nero nella parte opposta, rispondo di sì.

” Vedo che hai due spalle grosse, riesci a sollevarmi ?”. Da buon scaricatore di porto gli rispondo ” Nessun problema!!!!”. Allora prende la sacca d’acqua in braccio, divarica le gambe e io infilo la mia testa tra le sue cosce e lo sollevo. Avevo praticamente il suo pacco sul collo. Caldo, bollente e sudato. La cosa era più complicata del previsto, e lui appoggiandosi con un piede su un ferro della locomotrice si alzò quel tanto da arrivare ad agganciare la sacca e a ritrovarmi le sue palle sulla mia fronte sudatissima.

Eravamo entrambi sudati. ” Ecco fatto!!! Fammi scendere ora” e così feci. ” Sei bello forzuto, che lavoro fai?” Mi chiese. ” Non ti prendo in giro, ma sono uno scaricatore portuale”. Il suo sorriso mi stese del tutto. ” Comunque piacere, io sono Angelo” dandomi la mano. ” Piacere Guerrino ” e mi venne il cazzo duro!!!! Sempre nei momenti meno opportuni. Lui si accorse e ci scherzo’ sopra in modo molto intelligente e decisamente ambiguo.

Prese il mio cazzo in mano e si presentò ” Piacere cazzo di Guerrino, io sono Angelo!!!!” E subito dopo rise. ” Ti chiedo scusa, ma il mio uccello funziona come vuole lui”. Cercando una giustificazione. ” A me sembra che funzioni benissimo!!!” Altra risata. ” Senti a sto punto presentami anche il tuo!!!” chiesi ironico. E invitandomi ad afferrarlo con una mano, gli presi il cazzo in mano. ” vedi , il mio è più timido.

Ha bisogno di essere incitato. Su dai, non essere vergognoso, fai la conoscenza di Guerrino come si deve!!!” Rivolgendosi al suo uccello, che in pochi secondi si gonfia e si indurisce nella mia mano!!!! ” Ecco bravo, guerrino questo è il pisellone di Angelo!!!! ” risposi piacere. Allora ci fu una risata da entrambi le parti. ” Bene, dopo tutti questi convenevoli, che ne dici di una doccia??” Mi disse Angelo. ” Una doccia assieme?” Chiesi io.

” E certo, assieme. Te la meriti per avermi aiutato. Poi visto che sei nudo…..” lasciando intendere che il motivo perché ero nudo lo aveva capito subito. ” Allora ci stai o no? Ci insaponiamo a vicenda, ci rinfreschiamo da sto caldo. A meno che prima tu non abbia in mente altro!!! ” mi chiese Angelo con un sorriso da porco. ” Mi scapperebbe una gran pisciata!!!! Che ne pensi?” Disse. ” Che sarebbe fantastico se mi pisciassi addosso prima della doccia!!!” Risposi emozionato.

” Allora mettiti in ginocchio e apri la bocca” mi ordinò. E con mia meraviglia, a cazzo duro, mi regalò una golden shower da manuale!!!! Mi piscio’ ovunque, usando il cazzo come un pompiere , come un adulto Grisù, fino a finire nella mia bocca e farmi bere l’ultima parte, deliziosa e salata al punto giusto. A quel punto , in quella posizione, con il cazzo duro, si lasciò fare un pompino , uno dei migliori che avessi mai fatto, ero scandalosamente ben ispirato.

Mi scopo’ la gola con prepotenza fino a riempirmi la faccia e il corpo di sborra calda. ” Cazzo se ti meriti una doccia adesso!!!!” Esclamo’ Angelo. E ci accingemmo a lavarsi insieme. CONTINUA.

Le mie storie (60) (seconda parte)

… Ho aperto gli occhi e l’orologio impietoso indicava le 8:30; avrò dormito non più di 4 ore, ma mi sentivo come nuova. Mi sono girata, e la sua mano era ancora “a cucchiaino”, mentre lui era immerso nel mondo dei sogni. Silenziosamente sono scivolata via per andare nel bagno dove mi sono fatta 1 doccia calda. Dopo essermi velocemente vestita (faceva piuttosto freddino) sono scesa a fare colazione, e non vi dico il ben di Dio che ho trovato sulla tavola.

Mentre ero ordinatamente in fila, mi si è avvicinato 1 ragazzo che voleva palesemente attaccare bottone. Io come al solito sono stata educata, salvo poi scuotere il capo alla vista della sua ragazza o moglie che appena arrivata nella sala, lo ha redarguito con 1 sguardo per poi riprenderlo 1 volta arrivati al loro tavolino. Ma si sa gli uomini sono tutti uguali. Io guardavo la scena da lontano mentre sorseggiava il mio caffè con il cornetto.

Quando poi mi sono passati davanti per tornare in stanza, lui mi ha sorriso di nuovo come per far vedere che non era successo nulla. Io intanto avevo preso 1 caffè ed 1 brioche da portare a Davide in camera. Quando sono tornata lui dormiva ancora placidamente, così sono rimasta un po’ a pensare come doverlo risvegliare; poi dopo essermi sfilata di dosso il vestito ed essere rimasta in mutandine ed autoreggenti, sono sparita sotto il piumone fino ad arrivare al suo uccello che con la lingua ho cominciato a stuzzicare.

Piano piano l’ho messo in bocca e poi con le labbra l’ho fatto scivolare fino in gola. Si stava svegliando, ad ogni movimento cresceva sempre di più e diventava sempre più duro; fino a quando ho sentito dirgli “buongiorno” e con 1 mano che mi accarezzava i capelli spingeva la mia faccia contro il suo uccello. Dopo un po’ mi è venuto in bocca ed io, dopo essere risalita fino a guardarlo negli occhi, ho buttato giù tutto, per dargli ulteriore dimostrazione di quanto sia bene con lui.

Dopo 1 lavaggio veloce, si è vestito ed è andato a fare colazione, mentre io mi sono messa il costume e sopra l’accappatoio per poi scendere giù nel centro benessere. Prima tappa una piscina riscaldata all’interno di una grotta… mi sono immersa ed ho chiuso gli occhi rilassata. Insieme a me c’erano non più di cinque persone, ognuna a debita distanza l’una dall’altra, dopo una decina di minuti è arrivato anche Davide che dopo avermi chiesto come fosse l’acqua, si è calato giusto di fianco a me.

Io non so se fosse l’ambiente, che avendo una luce soffusa (in parte naturale in parte artificiale) alimentasse certe situazioni, ma tra le persone presenti in acqua, ognuna pensava al proprio partner. Le voci si percepivano appena, così come i corpi che con delicatezza ed educazione magari si accarezzavano. Dal lato opposto al nostro c’erano due stranieri un po’ avanti con l’età, (dall’aspetto immaginavo fossero tedeschi) il cui uomo, posto dietro le spalle della donna, la massaggiava delicatamente in un quadretto molto romantico.

Al contrario il mio partner, con un braccio era appoggiato al bordo mentre l’altro si era insinuato tra le mie cosce accarezzandomi la micia da sopra al costume. Il suo dito strisciava su e giù contro il cotone elastico, ed ogni tanto premeva verso l’interno come a voler entrare; io inizialmente avevo soltanto 1 senso di totale relax, ma piano piano ho cominciato a sentire i brividi e la micia che non era bagnata più soltanto di acqua.

Così gli ho spostato la mano dentro e lui mi ha affondato subito 2 dita, provocando 1 fremito che lo ha fatto molto eccitare. Ha cominciato a guardarmi mentre sott’acqua sapientemente faceva il suo dovere, io con gli occhi chiusi godevo come 1 matta, poi quando stavo per venire li ho aperti ed ho visto il suo sguardo che, molto eccitato, si affannava a compiere la sua missione aiutato dalla mano. Dopo la piscina, ci siamo spostati nell’area massaggi, dove ho scoperto di avere muscoli fino ad allora inesistenti.

Poi dopo il massaggio, lui ha deciso di non farsi imbalsamare dalla creta, al contrario della sottoscritta. Quindi è uscito a farsi 1 passeggiata mentre 1 ragazza sapientemente mi copriva di fango il tutto accompagnato dal solito massaggio miracoloso. Poi mi ha detto che sarei dovuta rimanere in quella situazione per 1 mezz’oretta, ed io ho provato a prendere sonno di nuovo, aiutata anche da 1 musica in sottofondo che nella mia mente avrebbe dovuto conciliare il tutto.

Invece dopo qualche minuto, dalla porta d’ingresso ha fatto capolino Davide che dopo essersi fatto una immensa risata le mie condizioni si è avvicinato minaccioso al mio lettino e sapendo che io dovevo stare ferma, ha cominciato a stuzzicarmi la micia, pizzicandomela e giocandoci con le dita. Mi sono eccitata ma non sono venuta anche perché dopo poco è rientrata la massaggiatrice. Praticamente restaurata, siamo andati a pranzo al ristorante, e dopo esserci mangiati di tutto di più, accompagnato con un buon vino, ci siamo avviati in stanza.

Un po’ la testa che mi girava, un po’ il relax del massaggio, appena ho toccato con la schiena il letto, me lo sono ritrovato sopra che cominciava a spogliarmi e baciarmi dappertutto. La pelle più liscia che mai sentiva le sue mani forti che con vigore toccavano i punti giusti, le cosce allargate, il suo boxer che non appena scoperto mostrava il suo grosso uccello duro, e stavamo di nuovo facendo sesso. Ad ogni suo colpo, la mia schiena si inarcava, la mia micia si bagnava ed io ero sempre più eccitata.

Poi quasi a volermi sfondare, un’ultima spinta e mi sono sentita piena di lui e del suo seme dentro di me. La pennichella pomeridiana era d’obbligo dopo quell’ultimo sforzo così con il televisore che trasmetteva non ricordo neanche più cosa, mi sono addormentata con le mutandine ed una maglietta sua. Un paio d’ore dopo ho sentito qualcosa sfiorarmi le labbra, poi le guance. Istintivamente con una mano mi sono grattata il viso e mi sono girata dall’altro lato, ma dopo qualche secondo di nuovo ho sentito qualcosa toccarmi il mento e salire più su.

Il tempo di capire cosa fosse e mi sono resa conto di avere la sua cappella morbida appoggiata alla mia bocca. Con gli occhi semichiusi ho leggermente aperto le labbra e piano piano l’ho messo dentro. Ho cominciato a succhiarlo e man mano che salivo e scendevo il suo uccello diventava sempre più grossi ed io mi svegliavo di più. Tornata in me, ho guardato Davide che era completamente sopra il mio torace e mentre godeva mi sorrideva.

Poi ha deciso di metterlo un po’ fra le tettone mentre io con le mie mani le stringevo fino a farglielo sparire in mezzo. Mi è venuto letteralmente in faccia, ed è così che è cominciato il pomeriggio. Una sciacquata veloce, il costume e di nuovo giù a farci un bel bagno caldo nelle vasche enormi. Un altro massaggio e si era fatta ora di cena. Davide avrebbe voluto mangiare in camera, ma io mi ero portata due vestiti e quindi da buona femmina, dovevo indossarli entrambi.

Così per dargli un contentino gli ho fatto scegliere che intimo dovessi indossare. Sono scesa con un vestito nero elasticizzato che arrivava alle ginocchia, scoperto sulle spalle e senza reggiseno. Le autoreggenti ed un tanga (l’unico che ho) completavano il mio abbigliamento insieme ad una scarpa con il tacco (non eccessivo). La sala era piena, noi eravamo leggermente defilati e nell’attesa della cena, ci siamo messi a guardare le altre coppie presenti. C’era una fauna piuttosto varia, dagli anziani tedeschi innamorati che già avevo notato la mattina, alla coppia in cui lui mi aveva fatto il filo e che mi guardava palesemente; poi c’erano un paio di coppie anonime ed alcune famiglie i cui bambini per fortuna rendevano vivo l’ambiente.

Lui aveva dannatamente fretta di tornare in camera, dopotutto sarebbe stata l’ultima notte, io ero già rilassata e contenta per come è andata fino ad allora, visto che comunque venivo da un periodo di lavoro piuttosto pesante. Ma, non potevo certo deluderlo per cui dopo avere mangiato velocemente il dolce, ed avergli fatto notare che non erano neanche le undici, uno schiaffo sul culo mi ha fatto capire come sarebbe proseguita la serata/nottata.

Nell’ascensore mi ha sollevato il vestito cercando di aprirsi il pantalone per scoparmi durante il tragitto, ma essendo al primo piano, non ha fatto neanche in tempo ad abbassarsi la cerniera; in compenso al suono del campanello che anticipava l’apertura delle porte, io avevo messo culo di fuori, ed all’ingresso c’erano due signori anziani che mi hanno squadrata per bene. Con la faccia color porpora sono uscita e spinta dalle sue mani siamo arrivati in stanza.

Era irrefrenabile, mi ha abbassato il vestito per far uscire i seni, mentre li succhiava in modo alternato, mi ha alzato la parte di sotto, mi ha appoggiata alla porta del bagno e dopo aver spostato il tanga, lo ha messo dentro con forza tanto da farmi anche un po’ male. Mentre si muoveva dentro di me, gli dicevo di fare più piano, dopotutto la fica era la mia, ma neanche il tempo di cominciare ad eccitarmi per bene che è venuto.

A quel punto però sono stata io a dirgli che era il mio turno di godere e doveva continuare a spingere, lui ridendo mi ha ascoltata, poi senza toglierlo da dentro mi ha portata sopra al letto e dopo avermici poggiata, ha preso uno dei suoi giochini ed ha continuato a metterlo dentro mischiandolo al suo sperma fin quando non sono venuta anche io. La sua irruenza certe volte mi mette a disagio, perché non riesco più a gestirla come avrei potuto fare tanti anni fa, ma alla fine però rimango sempre contenta.

Dopo essermi spogliata completamente ed aver lasciato su, su sua richiesta, soltanto Le autoreggenti, sono andata in bagno a sciacquarmi e lavarmi i denti, mentre lui con i fazzolettini era dedito a pulire il suo uccello insieme al dildo (così ho scoperto che si chiama quell’affare morbido, dopo averlo letto sulla shitola). Poi l’ho visto rivestirsi e quando gli ho chiesto come mai, mi ha risposto che doveva scendere 1 attimo giù per 1 caffè che lo tenesse sveglio.

Sono rimasta sola e il mio sguardo è finito (e non era la prima volta che succedeva) sull’ultimo dei giochini che si era portato dietro il mio giovane amico: quelle palline legate da 1 corda. Così, dopo averle studiate un po’ (non avevano nessun involucro), ho capito che andavano inserite dentro, e piano piano 1 dopo l’altra ne ho messe alcune nella fica, per poi tirarle via delicatamente e sentire quel brivido che avevo immaginato dovesse arrivare.

Mentre giocavo, ho sentito bussare alla porta, era lui che tornando ne aveva approfittato per portare su un po’ di roba da mangiare (marmellate, biscotti eccetera). Quando ha visto sul letto le palline, mi ha chiesto se le avessi provate, alla mia risposta affermativa, un po’ arrabbiato mi ha chiesto di rifarlo davanti a lui. Io per l’ennesima volta gli ho detto di stare tranquillo che la notte era ancora giovane. Il tempo di posare il vassoio sul mobile di fronte al letto che ero alle sue spalle abbracciata a modi zainetto e con le labbra gli baciavo il collo e i lobi delle orecchie.

Lui per un po’ mi ha lasciata fare, poi mi ha girata di fronte ed abbiamo continuato a baciarci. Con le mani gli ho sbottonato il pantalone, ed eccolo di nuovo li, il suo uccello pronto a soddisfare ogni mia voglia per l’ennesima volta. Mi sono seduta su di lui ed ho cominciato letteralmente a cavalcare quel manzo che mi teneva su di sé. Più spingeva più godevo ed ancora 1 volta dalla sua cappella ho visto uscire fiumi di sperma che hanno sporcato il lenzuolo.

Sarà stata dopo mezzanotte quando a lui è venuta l’idea più bizzarra dei 2 giorni. Mi ha detto di indossare l’accappatoio, e dopo averlo fatto anche lui siamo scesi nella zona piscine. Avevamo letto che erano aperte 24 ore su 24 ma non credevamo si potessero utilizzare. Invece con nostra somma sorpresa, la prima che abbiamo “visitato” era occupata da 1 coppia che placidamente nuotava come se fosse giorno. Allora mi sono ricordata che girando ne avevo vista 1 piccolina, poco più grande di 1 idromassaggio ma molto caratteristica per le luci e le pareti in pietra.

All’ingresso abbiamo visto che era vuota ma le porte di vetro non si aprivano; ho messo messo dentro la carta d’ingresso della nostra stanza e come per incanto si sono spalancate permettendoci di entrare. Eravamo tutti e 2 completamente nudi, siamo entrati dentro ed abbiamo cominciato a fare sesso, io con le spalle a bordo e le gambe aggrappate al suo torace e lui che piano piano entrava ed usciva da me. Naturalmente gli ho fatto mettere il profilattico per non sporcare l’acqua della piscina; è stata 1 cosa meravigliosa, i movimenti erano più leggeri, l’acqua calda faceva aumentare la mia eccitazione ed anche quando mi ha sussurrato nell’orecchio che voleva il mio culo, quasi con naturalezza mi sono girata concedendoglielo.

Dopo aver goduto entrambi, così com’eravamo arrivati in maniera silenziosa, siamo tornati in stanza per fortuna senza incontrare nessuno. Sarà stata l’adrenalina dell’uscita notturna, sarà stato il rilassamento, ma entrambi eravamo quanto mai svegli nonostante fosse notte inoltrata. Abbiamo acceso il televisore e mentre io lo benedicevo per aver portato in stanza quella serie di dolciumi che stavano placando la mia fame, lui ancora 1 volta mi ha mostrato le palline. Al contrario io avevo 1 altra idea in mente, così sono sparita sotto il piumone munita di Nutella e dopo essermi aperta 1 spiraglio di luce sul fondo del letto, ho cominciato a spalmargli la cioccolata sul uccello.

Vi confesso che non era la prima volta che lo facevo, visto che è 1 delle mie debolezze sessuali. Con Davide era già successo di fargli e farmi questo giochino orale, così quando ha sentito cosa stessi facendo, è stato ben felice di lasciarmelo fare. Piano piano però mi sono messa più comoda sino ad essere a cavalcioni al contrario, insomma il classico 69. Inizialmente il suo uccello tutto marrone non era particolarmente bello da vedere, ma vi assicuro che 1 volta in bocca, sentirlo indurirsi mentre si assapora la Nutella, è qualcosa di eccezionale.

(1 giorno vi racconterò come ho scoperto questo giochino). Non avevo fatto i conti però con il fatto che lui si trovava di faccia il mio grosso culone nonché la mia micia. Ed ecco che mentre assaporavo il mio dolce uccello, ho sentito qual cosa premere all’ingresso della fica: aveva preso l’iniziativa di mettermi dentro le palline. Una, due e 3, con l’aiuto delle sue sapienti dita, le aveva messe dentro, e piano piano le ha tirate fuori provocandomi quel gemito che già avevo assaporato ma che insieme all’eccitazione per la pompa che stavo facendo mi ha fatto andare alle stelle.

1 volta tolte le palline ho sentito dentro le sue dita cominciare a spingere ed a bagnarsi. Mi sono tolta la coperta di dosso e lui dopo avermi messa a pecorina ha iniziato a scoparmi per l’ennesima volta, fino a farmi sentire la schiena bagnata dal suo sperma. Dopo essermi ripresa da non so più quale orgasmo (avevo cominciato a contarli ma invano), mi sono messa a pelle di leone e gli ho chiesto di pulirmi visto non avevo la forza per 1 doccia.

Dopo aver preso la sua maglietta, mi sono girata su 1 fianco e sono letteralmente crollata. Alle 8 la sveglia ci ha drammaticamente riportato alla realtà. Il pomeriggio avrei dovuto lavorare, così dopo essermi fatta l’ennesima doccia, questa volta da sola (lui dormiva ancora), ho preparato la valigia e sono scesa a fare colazione. Così come il giorno prima,, mi sono imbattuta nel mio estimatore, che tanto per cambiare ha cercato di fare il fenomeno, ma questa volta, un po’ devo dire ci è riuscito visto che, non so come, ma mi sono ritrovata il suo biglietto da visita vicino al posto dove avevo deciso di mangiare.

Intanto Davide aveva fatto il suo ingresso nella sala, ho aspettato che finisse, poi siamo tornati sopra abbiamo salutato la nostra meravigliosa suite ed in 3 ore ero di nuovo a Napoli, pronta a ricominciare la solita routine.
Mentre ho scritto, ho ripensato a quel weekend in maniera sempre più minuzioso nonché con 1 velo di tristezza, per cercare di essere precisa ma anche perché, oggi 10 maggio diciamo che i rapporti con Davide non sono proprio dei migliori.

Ma questa è 1 altra storia.

una giornata alla spa – parte terza

Sara e Giovanna fecero una veloce doccia per andare a mangiare qualcosa perché con tutto quel movimento ne sentivano veramente il bisogno e se fossero rimaste distese sul letto la stanchezza avrebbe potuto giocare qualche brutto tiro facendole addormentare.
Entrate nel semideserto ristorante della spa si diressero verso il primo tavolo libero in attesa che arrivasse il cameriere a cui avevano fatto cenno.
Mentre mangiavano il frugale e leggero pasto, bevendo solamente acqua minerale, parlarono dell’esperienza appena vissuta e Sara fu veramente contenta quando Giovanna ripeté con ancora maggior entusiasmo quanto avesse apprezzato, e goduto, quello che Sara aveva architettato per portarla verso la scoperta di una nuova dimensione del sesso.

“Sapevo, anzi speravo, che lo avresti apprezzato anche se una minima paura l’avevo. Se non avessi capito che stavo facendo tutto quello solamente per il tuo piacere, e non per il mio come poteva sembrare, la nostra amicizia poteva anche risentirne. ”
“ma che dici” rispose Giovanna con voce leggermente incazzata “ la nostra amicizia non terminerà mai! Anzi ora è ancora più forte e … divertente perché mi fai godere come una pazza”
Sara scoppiò a ridere a quelle parole e pensò che anche lei godeva molto quando era in presenza di Giovanna.

Tornate nella stanza Sara obbligò Giovanna a prepararsi mentalmente e fisicamente per il seguito mentre lei cercava di recuperare un po’ di forze facendo un breve riposino, e fu così che

Sara si trovava in una stanza buia e e fredda, molto fredda e quando cominciò a rabbrividire ne capì il motivo che era completamente nuda!
Questo eliminò il primo pensiero che le era venuto in mente e cioè che fosse rimasta chiusa in un ascensore e che fosse caduta battendo la testa, che comunque le doleva, facendole perdere conoscenza.

La paura s’assalì e lei iniziò a gridare a squarciagola con la speranza che qualcuno la sentisse ma non successe nulla, almeno fino a quando, stanca e ormai con la voce roca, smise di gridare e scoppiò a piangere.
Una luce trapassò il buio pesto e lei, guardando verso la fonte di quella striscia luminosa, vide che passava attraverso una piccola feritoia che fu chiusa dopo pochi secondi.
Sara non sapeva cosa pensare e soprattutto non ricordava nulla tranne che appena uscita dal lavoro si era fermata a ….

dove si era fermata? Non lo ricordava però aveva delle immagini sfocate di un bar o di un autogrill
“qualunque posto fosse ha poca importanza ormai” pensò singhiozzando “mi devo preoccupare dove sono e non dove ero”
Ecco i pensieri si facevano più lucidi e almeno questo era un buon segno
Questa volta sentì dei passi prima di vedere la luce trapassare il buio pesto.
Si fece coraggio e si alzò coprendo con le mani le parti del corpo che venivano illuminate e
“si è svegliata” sentì dire da una voce sconosciuta e subito dopo la stanza fu illuminata a giorno da una serie di faretti attaccati sul soffitto
La violenta ed inattesa illuminazione quasi l’accecò ma le diede la possibilità, finalmente, di vedere dove si trovava.

La stanza era larga circa un metro e sembrava quadrata con diversi fori, ad altezze diverse, su tutte le pareti. Questi erano chiusi all’esterno e proprio da uno di questi, che lei aveva erroneamente associato ad una feritoia, era entrata quella luce.
Di colpo senti il classico rumore di una, due, tre, tante serrature che venivano aperte e tutti i fori si aprirono dall’esterno
Dal foro che aveva di fronte vide spuntare una cosa dall’aria familiare che sembrava un cazzo barzotto
“ma no, non può essere” pensò un attimo prima che un altro cazzo spuntasse dal foro alla sua destra, e poi un altro, e poi un altro, fino a quando tutti i fori furono occupati da cazzi di diversi colori e dimensioni.

Alcuni erano ancora barzotti, altri mosci (o giù di lì) ed altri invece erano già eccitati
“Sara, sai cosa vogliamo da te?” disse una voce gracchiante che usciva da un interfono fissato al centro della soffitta
“chi siete? perché sono qui?” gridò Sara perdendo il controllo
“chi siamo non è importante. Perché sei qui lo dovresti aver capito. Ho bisogno di soldi, tanti soldi e mi stavo domandando come potevo risolvere il problema quando ho sentito parlare di te da due uomini che erano seduti accanto al mio tavolo.

Dicevano che ti dai tante arie, che ti metti in mostra come una zoccola ma che poi li lasci a bocca asciutta, e fin qua nulla di interessante per me ma poi hanno continuato dicendo che avrebbero pagato chissà quanto pur di scoparti, di farsi fare un bocchino o di incularti, ed io in quel momento ho capito che avevo risolto il mio problema. Dovevo solamente organizzare la cosa, contattare le persone, decidere il prezzo, rapirti e farmi pagare.

Ora tu non sai chi sono loro e mai lo saprai, mentre loro sanno chi sei ma non sanno cosa riceveranno da te, e di conseguenza quanto dovranno pagare, ma ti assicuro che c’è la fila. Quando avrai soddisfatto tutti sarai liberata, senza un graffio perché sono sicuro che non farai nulla per rintracciarmi, per darmi fastidio, per il semplice motivo che filmerò il tutto e lo terrò per me, solo per me, a meno che tu non vada alla polizia.

In quel caso il web e le mail di tutti i tuoi conoscenti riceveranno il filmato e … hai capito. Gli invitati entrano nella stanza esterna alla tua completamente nudi e quindi non hanno la possibilità di shittare foto o fare filmati. Troia ora non farmi perdere tempo e comincia a lavorare, come vuoi, ma soddisfa questi primi “concorrenti” perché gli altri si stanno stufando di aspettare”
Mentre la voce parlava Sara poté notare che sopra i fori da cui pendevano i cazzi ce n’erano altri da cui era possibile, per i partecipanti, vederla mentre era all’opera.

Riluttante Sara si avvicinò al primo cazzo, scegliendo quello più grande, e si inginocchiò per imboccarlo e poté udire un “oooohhhh” collettivo delle persone all’esterno della sua prigione.
Pur essendo in una situazione psicologicamente traumatica Sara aveva capito che doveva per forza accettare la cosa e che a quel punto tanto valeva che si comportasse come sempre, come se dietro a tutti quei cazzi ci fosse solamente Luigi, e questo pensiero l’aiutò a superare lo scoglio iniziale e a lavorare di buon lena su quel cazzo tosto e saporito fino al momento in cui sentì in bocca la classica vibrazione preorgasmo e dopo pochi secondi i fiotti di sborra bollente che le invasero la bocca.

Tossendo sputò tutto lo sperma che le fu possibile ma si bloccò quando dall’interfono riprese a gracchiare dicendo
“prima di uscire dovrai leccare tutto lo sperma che sputerai, quindi ti conviene ingoiare tutto. Questo signore ha diritto ad una prestazione gratis che prenderà più tardi. Per farti capire che non scherzo inizia a ripulire quello che hai appena sputato”
Sara rimase di ghiaccio nel sentire quelle parole ma poi si inginocchiò e leccò il lurido pavimento.

Dopo tre o quattro ingoi Sara aveva la bocca che le doleva a forza di fare pompini e poi era eccitata come una cagna in calore, aveva la fica che le colava, continui spasmi che la torturavano, quindi prese un altro cazzo e, dopo averlo masturbato un po’ per farlo diventare tosto, si girò e se lo infilò dentro la grata fica
Questa volta udì solamente il “ohohoho” che uscì dalle sue labbra mentre il cazzo entrava in profondità nella sua umida caverna personale
Cominciò a sbattere il culo sulla parete e pensò che stava provando la stessa sensazione di quando Luigi la inculava e la schiaffeggiava, anche se le sue mani non erano dure come la parete, e questo la infoiò ancora di più facendole aumentare la velocità, a sbattere sempre più velocemente le chiappe sulla dura parete fino al momento in cui che urlò il suo orgasmo a grande voce prima di estrarre al volo il cazzo vibrante per portarlo alla bocca e ingoiare lo sperma che ne fuoriusciva con schizzi così potenti che avrebbero potuto raggiungere la soffitta.

Si abbandonò per un attimo appoggiata alla parete per riprendere fiato prima di inginocchiarsi e agguantare un cazzo con la mano destra e, con un po’ di difficoltà, uno con la sinistra per masturbarli in sintonia e portarli ad una consistenza degna di lei, una donna talmente eccitata che avrebbe voluto soddisfarli tutti insieme, averne uno in bocca, uno nella fica, uno culo e due nelle mani e questo non per accelerare la fine di quello che era iniziato come un incubo ma per realizzare un desiderio sempre nascosto nella sue mente.

Quel pensiero aumentò, se possibile, la sua voglia di cazzo quindi scelse tra i due quello meno consistente per infilarselo nel culo ancora inutilizzato e godersi il momento in cui la gonfia cappella superò lo sfintere per la prima volta per poi spingere il culo fino ad appoggiarlo sulla parete. Si fermò così perché il proprietario del cazzo iniziò a muoversi, all’inizio con una calma apparente ma ben presto con un ritmo forsennato al punto che Sara a volte sentiva dei grugniti dovuti forse ai colpi che le palle davano alla parete.

Nella posizione in cui si trovava poteva tranquillamente allungare una mano per masturbare l’altro cazzo che nel frattempo si stava ammosciando e prese a menarlo a velocità alternate, a stringerlo quando intuiva che era vicino all’orgasmo, ad accarezzarlo lentamente, a impugnarlo stretto e segarlo con violenza.
I grugniti dietro al suo culo aumentarono e con essi la velocità, ancora, ancora fino al momento in cui si sentì invadere il retto dallo sperma del fortunato partecipante scelto tra tanti per godere nel suo culo.

Sara si staccò dalla parete per tuffarsi sul cazzo che aveva maltrattato fino a quel momento e lo ingoiò per tutta la lunghezza, succhiandolo come se fosse una deliziosa caramella, leccandolo come se fosse un gelato, e poi, quando capì che stava esplodendo, lo riprese tutto in bocca cominciando a bere la calda sborra come se fosse un dolce nettare.
Dopo aver soddisfatto con qualunque parte del suo corpo tutti i cazzi rimanenti, e dopo un numero imprecisato di orgasmi sempre più forti, vide apparire di nuovo il cazzo nero che aveva sbocchinato per primo e ne fu felice perché lo stava aspettando.

Era il più grosso tra quelli che aveva provato e, dopo aver scelto con cura calibri sempre più crescenti per il culo, era giunto il momento di farselo riempire da quel bastone.
Prima lo prese in bocca per tirarlo a lucido ed insalivarlo bene e poi lo appoggiò sull’ano e spinse sentendo la cappella forzare l’ingresso, un leggero brivido accompagnò quel momento, e poi giù, sempre più giù fino a quando il culo toccò la parete e lei ….

si sentiva piena, estremamente piena.
Si mosse con lentezza per gustare tutta la lunghezza di quel cazzo duro come un pezzo di marmo che trapanava le sue viscere facendola gridare dal piacere che provava. +
Poi sentì una lingua leccare la fica che sgorgava i suoi fluidi, leccava e succhiava il clitoride portandola in pochi secondi in un orgasmo ancora più violento e ….
Sara aprì gli occhi capendo all’istante e con delusione che aveva sognato, ma poi percepì ancora la lingua e vide la testa di Giovanna tra le sue gambe.

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Una Spagnola Nelle Tettone Della Zia

Da piccolo passavo parecchio tempo a casa dei miei zii in quanto avevano una bella casa in campagna con tanto spazio per giocare all’aperto.
I miei zii erano persone molto normali e mia zia in particolare era una bella donna con forme generose.
Quando ero un po’ più grandicello avevo anche fantasticato su mia zia…
Lei era non tanto alta ma abbastanza in carne , un sedere non piccolo ed un seno che si faceva notare.

Credo di essermi chiuso qualche volta in bagno con delle sue mutande prese dalla biancheria sporca ed essermi masturbato pensando alle sue tettone.
Ma questo faceva parte del passato.
In età più adulta c’erano stati alcuni screzi familiari che mi avevano portato all’allontanamento dai parenti, compresi questi zii.
Venne però il giorno in cui la loro figlia, mia cugina, decise di sposarsi ; fu così che mi vidi recapitare l’invito per le nozze.

Sentendomi leggermente a disagio decisi di chiamare mia zia prima del giorno del matrimonio ; volevo chiarire alcune cose onde evitare che si creassero situazioni imbarazzanti proprio in quel giorno.
La chiamai una sera dopo il lavoro ; mi rispose gentilmente e mi disse che era passato talmente tanto tempo che non ricordava neanche più i motivi del nostro distacco ; lo intesi come un modo per riappacificarsi.
Anzi , mi disse di passare da lei una sera qualche giorno prima del matrimonio , così , tanto per rivedersi dopo tanti anni.

Decidemmo la sera e finito il lavoro passai da lei.
Mi aprì il cancello e mentre percorrevo il vialetto la vidi uscire di casa ; era rimasta più o meno uguale ed essendo non molto magra già molti anni prima, non si denotava un particolare invecchiamento.
Era d’estate ed indossava una canotta nera con un reggiseno nero che conteneva a stento quell’enorme decolletè ; sotto aveva una gonna scura ed il fondo schiena forse era un po’ lievitato.

Mi diede un caloroso abbraccio e due baci sulla guancia e mi fece entrare in casa ; tutto era rimasto più o meno uguale. Lo zio non era in casa ma sarebbe arrivato più tardi.
Mi fece accomodare e mi preparò un caffè ; parlammo del matrimonio imminente e del più e del meno.
Fu allora che decise di sedersi vicino a me sul divano ed iniziò a dirmi che mi ero un po’ irrobustito e che avevo un po’ di pancetta…ma che a lei quella pancetta piaceva molto.

Scherzammo molto su storie riguardanti la mia infanzia e su quando mi aveva sorpreso semi nudo (ma ancora piccolo) che correvo dietro a mia cugina !!
“Vorrei vedertelo fare ora” disse e poi si mise a ridere.
“Beh son vestito leggero e faccio in fretta a spogliarmi e correre” ribattei io mettendomi a mia volta a ridere.
Lei però mi fece notare che mia cugina non c’era ed io risposi che avrei rincorso lei ; la risposta fu “altro che correre , mi prenderesti subito!!”.

Gli attimi che seguirono furono ambigui ; da una parte avrei voluto dirle “dai proviamo lo stesso!” ma dall’altra pensavo che come al solito ero solo io ad avere pensieri strani e rischiavo di farmi una figuraccia.
Proprio in quei momenti sentimmo aprire la porta di casa ed una attimo dopo entrò mio zio.
Era un uomo basso di statura e mingherlino ; mi salutò e parlammo ancora per una decina di minuti del più e del meno.

Venne quindi l’ora di congedarmi e mio zio mi salutò e sparì a farsi una doccia.
Rimasi nuovamente solo con mia zia davanti alla porta ; mi saluto con un caloroso abbraccio e due baci stampati sulle guance e mi diede appuntamento al matrimonio.
Qualche giorno dopo , partecipai alla cerimonia ; rividi molte persone ed ebbi l’occasione di salutare parenti ed amici che non vedevo da molto tempo.
Il rinfresco fu organizzato nel parco di una villa del posto ; la giornata di sole e l’atmosfera di allegria rendeva il tutto piacevole.

Mia zia si dava molto da fare nell’intrattenere gli ospiti , nel curare mia cugina e … nel curare me ; per tutto il giorno ebbi la netta sensazione che mia zia mi gironzolasse attorno.
Verso la fine della cerimonia mi ero accomodato su una panchina leggermente distante dai festeggiamenti ; mi godevo un po’ di fresco tipico del sopraggiungere della sera e mi guardavo il gonfiore della pancia piena di ciò che avevo mangiato al banchetto nuziale.

D’un tratto dal vialetto spuntò mia zia che si avvicinò e si sedette accanto a me.
“Non ti vedevo più e allora son venuta a cercarti” mi disse sorridendomi e dandomi un buffetto sulla pancia.
“Ti è piaciuta la cerimonia?” risposi di si e lei mi elencò brevemente tutte le cose che aveva dovuto organizzare per far funzionare al meglio quella giornata ; lei parlava ed io non riuscivo a staccare gli occhi dal quel seno prorompente che si muoveva davanti a me.

Aveva un vestito color pesca abbastanza classico , lungo con spalline e scollatura ; sulle spalle poi si era messo un velo.
Era molto abbronzata e questo faceva risaltare ancora di più la sua pelle e… la sua carne.
Quella carne che riempiva il suo seno sodo e le sue cosce e che iniziavano a farmi sudare leggermente.
Lei come tutte le donne se ne accorse e ebbi l’impressione che giocasse su questa cosa ; accavallò le gambe ed inevitabilmente il vestito salì su scoprendo ancor di più quelle fantastiche gambe.

Lei concluse il suo discorso dicendo che era veramente contenta che io fossi lì e che mi trovava proprio un bell’uomo , capace di far girare la testa alle donne ,
“Se fosse così come dici tu cara zia, avrei una donna qua con me ed invece sono single” ribattei io.
“Le giovani donne di oggi capiscono poco in fatto di maschi” disse ; ai miei tempi , uno come te non me lo sarei fatto scappare”.

“Beh io sona qua” dissi mettendomi a ridere e sperando di non aver calcato troppo la mano.
“Hai ragione” rispose lei mettendosi a sua volta a ridere ed appoggiandomi una mano sulla mia coscia.
Nel far la risata si abbassò in avanti ed il suo seno fu completamente sotto i miei occhi … mi stava venendo una voglia pazzesca di scoparmi mia zia .. lì .. in quel preciso istante.
In un attimo mi feci un film mentale su cosa avrebbe potuto accadere nel caso avessi forzato la mano.

Ma non ebbi tempo di terminare il mio pensiero perché lei con una voce calma e bassa mi sussurrò “caro nipote tua zia ad un giovanotto come te , potrebbe far del male…”.
In quel momento comparvero mia cugina ed il suo neo marito che ci invitarono ad iniziare il saluto dei parenti in quanto i festeggiamenti volgevano al temine.
Ci alzammo ed io lanciai un’occhiata a mia zia ; lei mi guardò per un instante e socchiuse le labbra ; ero in totale confusione.

Mi avviai anche io a salutare un po’ tutti e alla fine feci per andarmene ; mia zia però mi chiamò.
Aveva necessità di un passaggio in auto in quanto mio zio era andato a portare a casa i suoi genitori che essendo molto anziani non guidavano più da molto tempo.
Dissi che per me andava bene ma che doveva scarpinare un po’ perché avevo lasciato l’auto al fondo del viale , dopo il parcheggio della villa ; lei disse che non c’era problema.

Ci avviammo facendo un po’ di attenzione perché ormai era buio ; al fondo del viale alberato si vedeva la mia auto solitaria , al confine con il parco della residenza.
Lei mi parlò nuovamente del matrimonio ed io capii che era ora di abbandonare l’idea di un seguito hot con lei…
Salimmo in auto e qua accadde l’imprevedibile.
Così come fino ad un istante prima stava elogiando la bellezza del matrimonio appena concluso , mi fissò negli occhi e mi disse “è tutto il giorno che me lo guardi…vuoi vedere com’è dal vivo ?”
E senza lasciarmi il tempo di dire qualcosa , si abbassò leggermente il vestito da una parte con la sua mano ; l’altra mano la mise sotto il seno sinistro e ne tirò fuori una tetta bella grossa.

Con la stessa mano la schiacciò e me la protese in avanti , mentre con la mano prima posata sul vestito , mi prese per la nuca e mi abbassò sul suo capezzolo gonfio.
Mi trovai con la sua tettona in bocca e lei che mi spingeva contro , quasi con violenza … “forza tesoro succhiamela tutta perché si vede che muori dalla voglia di farlo…succhiala bene..”
Nel pieno dell’eccitazione obbedii … avevo quella grossa quantità di carne nella mia bocca…succhiai e leccai avidamente e dalle sue parole si capiva che stava godendo.

Ad un certo punto pensai che era rischioso stare lì , qualcuno poteva vederci ; lei annuì e si ricordò che abitavo da solo ; “portami da te” disse. E così feci.
La villa si trovava non lontana da casa mia e quindi presi la strada.
Lei si risistemò il vestito ma ancora prima che io potessi dire qualcosa , lei mi sbottonò i pantaloni ed iniziò a toccarmi il cazzo che ormai era gonfio.

“Zia ma…”, “taci e guida “ mi disse.
Lei si chinò su di me ed iniziò a leccarmelo ; sentivo il calore della sua bocca e della sua mano.
Era pazzesco , stavo guidando mentre mia zia mi spompinava. stavo quasi per venire ma la fermai “evitiamo incidenti stradali” le dissi.
Lei mi sorrise e mi chiese quanto mancava per arrivare a casa mia ; “arrivati ora” risposi.
Parcheggiai l’auto e scendemmo ; in un attimo fummo in casa.

Mi chiedette che intenzioni avevo ; “te lo rimetto in bocca e tu mi pompi come hai fatto fino ad un minuto fa “
Mi guardò con aria furbetta “no, cambiamo … io apro le gambe e tu mi lecchi la figa …mi devi far bagnare ancora più di adesso… e quando sarò abbastanza bagnata , mi scoperai con il tuo bel muscolo di carne” era molto autoritaria.
Si allungò sul divano , si sfilò le mutandine ed apri le cosce ; per la prima volta visi la sua spacca , leggermente pelosa con delle labbra molto gonfie.

Andai avanti a leccarla e tutto ciò la faceva godere molto.
Ad un certo puntò mi spostò la testa “ora tesoro sei pronto a scopare la tua zia “.
Mi alzai e con un colpo di reni la penetrai violentemente ; lei gridò , un misto dolore e godimento.
“Sai che non ti facevo così porca zia?” e dicendole le tirai fuori le tettone dal vestito.
Lei annui ma da come aveva riversato indietro la testa mi parve di capire che stesse godendo molto.

Andai avanti per un buon quarto d’ora a pomparla con foga fino a quando le dissi che era meglio cambiar posizione. ”E perché mai” disse lei, “perché voglio godere di te in ogni posizione” risposi io.
La risposta la soddisfò , mi spostò indietro e seduta davanti a me inizio nuovamente a succhiarmi il cazzo.
Era brava , molto brava … usava poco le mani ma con la bocca si muoveva dalla base fino alla cappella … quel suo roteare la lingua intorno al mio muscolo di carne , mi faceva morire!
Le avvolsi la testa nelle mie mani e spinsi la spinsi contro il mio cazzo duro , lei non batteva ciglio e continuava a succhiare.

Esplosi in un violento fiotto di sborra che in parte venne ingoiato d in parte produsse un rivolo che colava giù dalle sue labbra.
Lei continuò a leccarmi in maniera più dolce e poi mi fece sedere ; mi baciò in bocca e mi passò parte del mio sperma.
Esausti ci guardammo un po’ senza proferire parola poi attaccò lei “beh magari questa cosa ce la teniamo per noi” , io ovviamente annuii sperando che quella fosse solo una prima volta seguita da altre.

Guardammo l’ora e mia zia disse che mio zio sarebbe quasi stato di ritorno…capii che dovevo riaccompagnarla.
Ma mi sbagliai ; lei mi guardò con aria furba e poi ricominciò ad accarezzarmi la verga.
“Abbiamo qualche minuto , non sprechiamolo” e detto questo salì sopra di me in quanto il mio cazzo era nuovamente di marmo.
Iniziò con un movimento lento mentre mi baciava e mi strofinava le tettone contro di me ; andava su e giù molto lentamente godendosi ogni centimetro del mio bastone di carne.

Io intanto godevo di quello spettacolo di seno ; era lì davanti a me che si muoveva lentamente su e giù , i capezzoli durissimi e gonfi.
Ogni tanto le mettevo una mano sotto per “soppesare” quel ben di Dio , poi lo tiravo a me e lo succhiavo.
Scoprii che le piaceva farsi strizzare i capezzoli … più li strizzavo più lei aumentava l’intensità della cavalcata!
Io ero in estasi e faticavo a non venire ; poi lei cacciò un urlo soffocato e venne , bagnandomi completamente il cazzo.

Scese da me e si rimise seduta sul divano ; poi mi volle nuovamente un piedi davanti a lei.
Mi prese il cazzo in bocca e lo succhiò per un paio di minuti ; poi se lo infilò in mezzo alle tettone ed iniziò una spagnola folgorante.
Sentivo il cazzo stretto in quella morsa di carne calda mentre la punta della mia cappella veniva solleticata dalla sua lingua.
Come previsto , non resistetti molto ; la sborra le inondò il seno e lei mi sbattè il cazzo contro i suoi capezzoli.

Poi me lo leccò ancora per qualche minuto e quando lo ebbe ripulito per bene disse “dai ricomponiamoci che mi devi portare a casa” ; io annui e mi preparai.
Prima di uscire da casa m feci coraggio e le dissi “zia tutto questo avrà un seguito?”. Lei si avvicino ed ancor un po’ eccitata mi diede un bacio passionale , caldo e lunghissimo “conosci una ragione per non continuare? E poi io di buchetto non è ho mica uno solo”.

A quelle parole il cazzo mi torno duro ma ovviamente non avevamo più tempo.
Durante la discesa in garage ci fermammo a baciarci ancora , incuranti dei rischi.
La riaccompagnai ed una volta sotto casa ed approfittando del buio , la baciai e le diedi una vigorosa palata alle tettone morbide. “così ti voglio!” disse lei “ e ricordati del mio buchetto che attende un tuo massaggio carnale”. Scese dall’auto e la guardai entrare nel portone di casa.

Girai l’auto e tornai indietro ; dopo poco ricevetti un messaggio da lei.
“Tuo zio dorme dai genitori…se non sei troppo stanco potremmo…”.
Corsi da lei e ….

Sfida di Mezzanotte

Orgasmi familiari

Stravaccato beatamente nel salotto di casa mia, alle nove di sera, ragionavo su come la situazione in cui mi trovavo stesse diventando piacevolmente abituale per me, quasi di routine. Mi stavo aprendo la patta dei pantaloni e prendendo in mano un cazzo già duro: di fronte a me infatti due donne stavano limonando tra loro in piedi e nude dalla vita in su. Se la cosa può risultare sorprendente, lo è ancor più sottolineare come le due, non solo avessero due età piuttosto differenti, una 24 e l’altra 41 anni, ma si somigliassero notevolmente trattandosi infatti di mamma e figlia.

Porca puttana! Stavano pomiciando come due liceali e spogliandosi con foga da amanti allupate. A questo punto aggiunge solo un po’ più di pepe alla faccenda notare che la più giovane, Luciana, fosse mia moglie da circa un anno e quindi la sua perversa mammina fosse la mia giovane suocera. Le due ansimavano e slinguavano toccandosi e palpandosi soprattutto le belle tette. Entrambe portavano jeans a vita bassa. Mia moglie aveva scarpe da ginnastica, mia suocera stivali da cavallerizza con i pantaloni infilati dentro.

In quanto a seno sembravano gemelle. Enrica infatti, la mamma, se lo era “gonfiato “ un po’, recentemente, ringiovanendolo di una decina d’anni almeno. Continuarono pomiciare a lungo e a leccarsi le tette, tanto che avevo il cazzo così duro da farmi male.
Mi viene da pensare che non avrebbero smesso più se non le avessi brevemente richiamate con un “Venite qua!”. Si voltarono entrambe a guardarmi: accidenti che belle! Sembravano due gemelle, i volti quasi identici, con le guance paffute tendenti al rossore, il naso un po’ largo ma corto, i capelli biondo chiaro, che mia moglie aveva lisci e lunghi fin quasi al sedere, raccolti in un’unica coda e mia suocera a caschetto, rasati sulla nuca, con ciocche più lunghe davanti.

Le labbra carnose senza eccessi e del tutto naturali, mi facevano pregustare il pompino di coppia che stavo per chiedere loro. Se i visi si somigliavano, i fisici erano praticamente identici, alte 1. 75 e solide senza ciccia inutile, Enrica solo più muscolosa della figlia, dato che per mantenere il fisico giovane si sfiniva quotidianamente in palestra. E i risultati c’erano, se, appena passati gli “anta” e con un tipo di fisico col rischio di ingrasso, si manteneva asciutta e praticamente senza cellulite.

Tutte e due erano molto curate nell’aspetto: niente peli superflui, dalle ascelle alle sopracciglia e ovunque trattate entrambe con depilazione definitiva, una leggera abbronzatura integrale da lampada, unghie curatissime per delle mani belle ed eccitanti, se le si immagina a segare il cazzo mentre succhiano la cappella. Due vere cavalle da monta, fu il pensiero che mi venne in quel momento, e stavo per formularlo se non mi avesse interrotto mia moglie:

“Non vuoi che continuiamo con dei giochino più spinti? Ho una gran voglia di farmela leccare…”, mi chiese.

“Dopo”, le risposi “voglio prima un pompino ‘svuota-coglioni’, che è da stamattina che é duro, da quando mi hai svegliato nel letto salutandolo con la bocca. Non ho avuto modo di usare Antonietta (la mia segretaria, ma questa è un’altra storia), con tutto il lavoro che abbiamo ed ho le palle che mi fanno male. Sai che spreco venirmi in mano mentre vi guardo!”.

Entrambe per mano attraversarono i tre metri di sala che ci separavano e si inginocchiarono davanti al divano, tra le mie gambe.

Erano esperte ed estremamente affiatate da decine e decine di pompini a due bocche fatti nella loro vita.
Aldo, mio suocero e patrigno di Luciana, non le aveva mai risparmiate né con sé, né con gli amici.
Enrica affondò subito giù fino alle palle, strappandomi un gemito di sorpresa, con una facilità a cui non riuscivo ad abituarmi. Non sono un superdotato, ma a 19cm ci arrivo. Eppure lo ingoiava come una caramella, senza esitazione, senza un conato, premendomi piacevolmente la cappella sulla parete del suo esofago (ho sempre pensato che la punta arrivasse ben oltre la sua faringe…).

Nel frattempo la mia dolce mogliettina non era inoperosa, ma leccava con voglia i miei testicoli e più giù la pelle fino al buco del culo. Dopo cinque o sei potenti affondi di mia suocera, si scambiarono ruolo. Luciana si dette a succhiare la cappella brevemente e poi anche lei andò giù per l’ingoio. Non era ai livelli della mamma, ma non per questo il mio cazzo ne godeva meno e non resistetti alla tentazione di tenerla premuta per la nuca.

Solo un poco, per farle guadagnare qualche millimetro nella gola. Qualche colpo di tosse, un mezzo conato, una lacrima, ma lei prosegui su e giù a succhiare senza protestare. Del resto spesso l’ho trattata peggio, scopandola in bocca fino a farla vomitare. Enrica si dava da fare leccando anche lei palle e culo, succhiava la bava che colava dalla figlia, condivideva il leccaggio ed il pompaggio, finendo per limonare con lei con la mia cappella nel mezzo.

Cominciava ad essere infoiata, era sempre così nei pompini, la eccitano da morire. Quando se lo riprese in gola fino ad affondare il naso nel mio pube – depilato come i testicoli – cominciavo ad essere al limite dell’orgasmo. Invece che rallentare i ritmi per durare di più, lasciai fare mia suocera ed il suo arrapamento, per svuotarmi presto i coglioni, certo che la serata mi avrebbe concesso almeno un’altra erezione. Anzi la presi decisamente per la nuca con entrambe le mani sollevandomi quasi dal divano nella foga e la scopai in gola con lo stesso vigore che se fosse stata la sua fica.

Enrica aiutava i miei movimenti andando incontro al cazzo il più possibile, senza un rantolo, una lacrima, una forza di stomaco. Solo le usciva di bocca un rivolo di bava collosa incontrollato, incapace com’era di deglutire.
Pompai fino a venire e quando è la prima schizzata di giornata, significa che sono almeno sette od otto getti piuttosto corposi, a volte densi e lenti, più spesso liquidi e poderosi. Non ebbi modo di vederli perché, anche se mi ero fermato e le avevo lasciato la nuca, mia suocera si teneva la punta del cazzo tra le labbra per non perdersi neanche uno schizzo.

Come ebbi finito mi sentii di colpo esausto e mi lascia i sprofondare sul divano, intuendo lo spettacolo che mi stavano per offrire.
Enrica infatti si era tenuto tutto lo sperma in bocca ed, in ginocchio ma dritta, aspettò che Luciana le si facesse sotto ed aprisse la bocca e poi le rovesciò dentro tutto. Mia moglie sembrò indecisa se ingoiare o no, poi si sollevò sui talloni per essere all’altezza della mamma e le riversò di nuovo tutto in bocca.

E così per tre o quattro volte, sputandosi letteralmente lo sperma di bocca in bocca fino a concludere con una limonata appassionata sul pavimento. Alla fine non ne avevano persa neanche una goccia.
Le mie donne non si fermarono qui ed Enrica, la più eccitata delle due, mantenne l’iniziativa. Sbottonò i jeans della figlia e glieli sfilò lasciandola in perizoma. La fece mettere carponi sul tappeto davanti al divano e le abbassò anche l’elastico dello striminzito indumento.

In quella posizione il culo di mia moglie esprime il meglio di sé, solo e polposo, così rotondo che sembra fatto col compasso. Enrica non perse tempo e le si mise sotto, fra le cosce ed i glutei leccandola e succhiandola con foga, la fica, il clito, il culo. Ci metteva passione, col viso affondato nel sesso della figlia, fin quasi togliersi il respiro. Passava e ripassava la lingua affondandola dentro, entrandoci pure col naso.

Con le mani le strizzava forte le chiappe aprendogliele e tirandogliele, affondandoci le unghie perfette, dandole violente pacche sul culo, per farla fremere e mugghiare. Luciana rispondeva bene al trattamento, eccitata, e roteava il sedere strofinandosi sulla faccia di sua madre e tenendosi con le mani aperte le chiappe, faccia a terra, per mostrarmi i suoi buchi depilati. La mamma le aveva già affondato prima un dito, poi due, nel culo, così, a secco, facendola urlare, ma, per contro, arrapandola di più, tanto che ora grugniva come una scrofa.

Non le ci volle molto a venire con la lingua nella fica e le dita in culo. Rantolò e sussultò a lungo nell’orgasmo, per terminare a terra sfiancata, inebetita dal piacere.

Enrica le si sfilò da sotto e mi guardò, con espressione soddisfatta e di trionfo, consapevole che stava educando la figlia a godere sempre meglio, con più frequenza e più violenza, rendendola schiava del proprio orgasmo, così come lo era lei.

Le feci cenno di sedersi sul divano accanto a me, mentre Luciana ancora guaiva, rannicchiata a terra, con una mano tra le cosce. La baciai con passione, come per ringraziarla di ciò che aveva fatto, proprio con la sua bocca golosa di sessi, sia maschili che femminili. Con la mia lingua nella sua gola, non rinunciai a palparle le tette, sode e dure, strizzandole un po’ e soffermandomi sui capezzoli duri e puntuti che schiacciai tra l’indice ed il pollice con una certa forza.

Strillò immediatamente, segno che erano molto delicati, anche se si dice che chi si rifà il seno perde di sensibilità tattile sulla parte. Il bello di mia suocera è che anche quando la faccio soffrire non si ritrae, anzi, pur non considerandola una vera masochista, lei va incontro al dolore, forse non lo cerca e ne ha addirittura paura, ma non si rifiuta mai di soffrire e immancabilmente si eccita.

“Spogliati”, le dissi, come mi staccai dalla sua bocca e dal suo seno e lei senza batter ciglio si tolse stivali e calze, si alzò in piedi e si sfilò gli aderentissimi jeans.

Poi mi voltò le spalle e piegandosi il più possibile col busto in avanti, mi offrì lo splendido spettacolo delle sua chiappe nude. Non portava mutandine, neanche il più piccolo dei perizomi, e questo lo sapevo. Diceva che le piaceva il ruvido dei jeans che le sfregava la passera glabra ed in più era anche, di solito, il volere di mio suocero.

Poi, senza aspettare che le ordinassi nulla, salì in piedi sul divano, sempre dandomi le spalle e quindi rifilandomi davanti al viso il suo culone.

Si piegò di nuovo in avanti, finché la sua bocca non fu all’altezza del mio cazzo moscio. Finimmo così in un sessantanove volante, con lei che, in precario equilibrio, aveva cominciato a succhiarmi, strofinandomi il solco delle sue chiappe sulla faccia.
Intanto mia moglie si era un po’ ripresa e, appoggiata su un gomito, ci osservava fare.
Enrica era eccitatissima, la leccavo e sditalinavo al meglio che sapessi fare e lei rispondeva con grugniti e muggiti sempre più alti, sbavando sul cazzo e colando umori copiosi dalla fica.

Mi davo da fare e ce la feci a farla venire con due dita di una mano nella sua fica fradicia e il pollice dell’altra direttamente in culo. Certo fu un orgasmino; guaì per un po’ senza scomporsi troppo, mentre io conoscevo i suoi veri orgasmi che erano dirompenti e la lasciavano devastata. Sapevamo entrambi che era però soltanto l’inizio della serata e, nel frattempo, il mio cazzo nella sua bocca aveva riacquistato una certa consistenza.

Enrica si sedette accanto a me sul divano e mia moglie, alzandosi da terra, prese posto dall’altro lato. Mentre mia suocera, sudata e un po’ stordita, si stava riprendendo, passandosi le mani tra i capelli, io mi alzai con Luciana e iniziammo a limonare in piedi. Era già eccitata e si strusciava la fica sulla mia coscia, mentre con una mano mi segava. Enrica però non si concesse riposi ed, inginocchiandosi, si abboccò subito al cazzo.

Che bocca ingorda! Succhiare e ingoiare sembrano per lei una vocazione; è una missionaria del pompino, una consacrata della fellatio e del cunnilingus. Se lo sprofondò in gola, di nuovo fino alla radice, e non potei fare a meno, con la lingua in bocca a mia moglie e una mano sul suo culo, di assecondare il golino, tenendo mia suocera per la nuca e scopandola di nuovo in bocca. Ormai era di nuovo duro ed, anzi, mi tirava da far male, come succede quando si ha la seconda erezione senza un minimo di riposo.

“Ti prego scopami…” mi chiese a quel punto mia moglie, “Ho voglia del tuo cazzo!”.

Fosse per me, sarei venuto di nuovo nella bocca di Enrica, ma non mi feci ripetere l’invito due volte: il dovere coniugale prima di tutto.

“Ti sbatterò fino a farti urlare”, dissi a Luciana nell’orecchio e senza complimenti spinsi col piede mia suocera rovesciandola all’indietro. Cazzo! Con due donne come quelle mi sembra il minimo essere brutali!

Afferrai mia moglie per le cosce e la sollevai inforcandola in piedi.

Gridò di sorpresa e goduria, ma subito si mise a cavalcarmi ed io a spingere. Scopavamo come a****li, con Luciana che mi stava avvinghiata al collo ed io che la tenevo da sotto le chiappe. Ci davo dentro più che potevo e mi sentivo vigoroso come un leone e la insultavo forse banalmente, ma così mi arrapavo di più.

“Dai troia, ti piace il cazzo? Impalati zoccola… zoccola… Che troione di moglie!”.

Lei per tutta risposta urlava ogni volta che la facevo ricadere pesantemente sul mio cazzo teso, del resto glielo avevo promesso, che l’avrei fatta sgolare come una maiala al macello.

Andammo avanti per dieci minuti e cominciavo a sentire male alle gambe, dato che non è un fuscello con i suoi 58 chili. Per fortuna all’improvviso la sentii partire: le arrivò un orgasmo dirompente. Dalla bocca singultava suoni disarticolati e sembrò soffocare, tremando tutta, mentre con più foga la facevo saltare sul cazzo.

Quando l’orgasmo le cominciò a scemare ero esausto dal mal di muscoli e la gettai letteralmente sul divano. Ruggii di eccitazione e mi sentivo così arrapato da essere inferocito. Mentre Luciana ancora gemeva, gli occhi fuori dalle orbite, le assestai due sonori ceffoni che la lasciarono senza fiato, ma che incassò senza alcuna ribellione. A quel punto Enrica, che era rimasta in disparte sditalinandosi a tutto spiano, si fece avanti perché mi dedicassi a lei e fu un bene, perché forse non mi sarei fermato e mia moglie l’avrei picchiata ben bene.

Mi afferrò il cazzo di spalle, premendomi il seno sulla schiena e sussurrandomi:

“Inculami ti prego… Sbattimi il cazzo in culo. ” Non ci vidi più. La sollevai di peso portandola dietro il divano. Si sistemò a pecora, in piedi, appoggiata alla schienale, spingendo indietro il culo. Le sfondai l’ano con un colpo secco, del resto lei se lo tiene sempre pulito e lubrificato, pronto all’uso. Emise solo un lungo gemito, che curiosamente sembrava di sollievo, come quando uno ti inizia un massaggio.

Le ero entrato fino ai coglioni e sentivo il suo intestino fasciarmi il cazzo, stretto. Lo sarebbe stato per poco, perché, tenendola energicamente per i fianchi con entrambe le mani, cominciai a sbatterla violentemente. “Stoc, stoc” era il rumore del mio bacino che schioccava sulla sue natiche piene. Lei stava in punta dei piedi per arrivare meglio col suo buco all’altezza della mia verga, ma nonostante questo, affondando nelle sue viscere, la sollevavo appesa con l’ano al mio cazzo, facendola guaire come una cagna.

Infoiato com’ero, non trattenei la mia tendenza a diventare violento e le davo sonori schiaffoni sulla parte alta delle chiappe. Luciana strillava e mi incitava: “Dai, dai… mandami a fuoco, sbattimi il culo, sbattimi il culo!”. Era fantastico come si muoveva venendo incontro al mio cazzo ad ogni affondo, implorando di essere sfondata. Uscivo fino a intravedere la cappella per poi spingerlo dentro fluidamente ed energicamente. Luciana era con le mani aggrappate al divano, che spesso mordeva per l’arrapamento.

Io ero vicino all’orgasmo e non potevo trattenermi oltre: ero stanco ed i coglioni mi dolevano. Anche lei stava per venire di nuovo e lo implorava: “Vengo col culo… Fammi venire, vengo col culo…”. Godette come un’indemoniata: ruggiva e mulinava il culo. Quando si sollevò dal divano per incollarsi con la sua schiena al mio petto, mentre continuava a roteare le chiappe sfondate dal mio cazzo, non resistetti più. Il suo anello anale si era fatto così stretto che c’ero incastrato dentro fino alla radice.

Venni così, con una sborrata lunga e quasi dolorosa, da prosciugamento totale, visto che era la seconda in una serata sola. La spinsi di nuovo con la faccia sul divano e tenendola per i fianchi finii di godere nel suo intestino sfregando la cappella con delicatezza sulle pareti del suo retto. Luciana non si era persa la scena e si era subito fatta sotto quando ci aveva sentito venire. Come uscii dal culo di mia suocera, lei era pronta a ripulirmi la verga, con un risucchio che mi fece quasi urlare, data la sensibilità della cappella dopo una sborrata.

Poi si dedicò alla mamma che, sfinita, era letteralmente riversa sullo schienale del divano. Si riprese un po’ quando sentì la figlia che le allargava le chiappe e l’aiutò a farlo. Luciana le leccava il buco del culo da cui colava sperma e la madre le facilitò l’operazione cominciando a spingere come se dovesse defecare. La rosa dell’ano era ancora spaventosamente dilatata e lo sperma usciva copioso ad ogni spinta e sbucava fuori anche la carne enfiata e rosa acceso dell’interno dell’ano.

Mia moglie non si perse neanche una stilla del succo delle mie palle ed in breve il culo di Enrica fu ripulito della mia sborrata. Eravamo tutti e tre sudati e sfiniti. Le donne si sdraiarono pesantemente sul divano carezzandosi i capelli e dandosi bacetti. Come erano dolci!

“Come godo con voi due non mi succede con nessuno…” disse Enrica tenendo il volto della figlia tra le mani, “neanche con Aldo o col negro più cazzuto… sarà per via della perversione dell’i****to.

” “Mamma! Che troia che sei! Come faresti senza il sesso? Vivi solo per godere…” le rispose mia moglie. “E’ vero… ma anche tu non scherzi e tuo marito è un gran scopatore” aggiunse Enrica sorridendomi, “e poi mi piace quando diventa violento… mi sento cagna…schiava…”.

“Già. E stasera eri in vena, vero amore?” mi chiese Luciana girandosi verso di me. “Cazzo! M’avete fatto godere due volte, tanto che ora mi gira la testa!” risposi, “con due come voi sarò sempre in vena e poi mi sembra che non ti dispiacciano gli schiaffoni…”.

“Certo…mi farei sculacciare anche ora, anche se sono venuta fino allo sfinimento…lo sai che sono tua e il mio corpo è cosa tua…”.

Misi fine a questi discorsi masochisti andando a prendere da bere. Un bel drink forte era quello che ci voleva, poi tutti a letto, ognuno a casa sua. Enrica che abitava a cinquecento metri da noi, nella stessa tenuta di campagna, rincasò nuda.

“Sfida a mezzanotte”

Quella sera soffiava un vento gelido che spingeva i pochi paesani riluttanti verso le proprie abitazioni alla ricerca di un ambiente caldo, dove consumare con i familiari una cena riparatrice del fuggevole pasto di mezzogiorno e dei disagi imputabili ad un inverno che proprio quell’anno si era particolarmente accanito con acqua, bufere di neve, temperature gelide e tramontana, sul tranquillo paesino dell’Italia centrale.

Raramente al paese avevano avuto inverni così duri.
Quello “mitico” del ‘29 era materia inesauribile dei racconti degli anziani al bar che facevano a gara per aumentare i metri di neve caduta in quell’anno.
Lo pensava proprio quella sera Aldo, il gestore del “Bar Commercio”, che nonostante l’ora canonica del pasto serale sostava ancora nel locale, bestemmiando per il ritardo della moglie con la quale si davano i “cambi”.
Proprio un tempaccio.

La cosa non gli dispiaceva, il suo locale era adeguatamente riscaldato e attirava più gente degli altri bar. Oltre che dotato di una bella stufa e rilevanti canalizzazioni che mantenevano costante la temperatura, c’era il modo singolare del barista di gestire il rapporto con i clienti.
Del resto non era un caso se anche d’estate poteva vantare il maggior numero d’ombrelloni aperti sulla piazza principale, a far da cappello a giocatori di carte, calciofili, filosofi dell’ovvio, giovani perditempo dai discorsi monotematici sulle ragazze.

Da “quelli” della politica che si miscelavano con “quelli” del calcio che a loro volta intrecciavano discussioni con “quelli del ciclismo”, tutti insieme a spettegolare di corna altrui con molti presenti, più o meno inconsapevoli, soggetti delle storie narrate.
Al solito tavolo il temuto e rispettato Giovanni, “gigante” irsuto delle granaglie, che unico si permetteva gli ordini “alla voce” tuonando l’inconfondibile: “Aldo!!!!!……un Chivas”, intendendo la marca più costosa di whisky. A fargli compagnia, mal sopportato, ma come tutti i ruffiani, indispensabile per tessere la rete boccaccesca che poi il nostro possente Casanova avrebbe raccolto con la preda dentro, il barbiere Belindo.

L’ingresso del bar era sulla piazza, ma c’era una porticina nella sala biliardo che, oltre a comunicare con i vicoli retrostanti, era utilizzata come via di fuga per avventori in incognito nel caso di visite inaspettate o inopportune.
Il signor Aldo era un uomo tarchiato, di forma a “barilote”, coi pochi capelli sempre spettinati a formare due teorici “cornetti” luciferini e l’immancabile “sinalone” legato in vita alla maniera dei croupier, ma con l’aggiunta di alcune macchie leopardate multicolori di varia estrazione e provenienza.

Il “Bar Commercio”, era punto di riferimento e ritrovo dei paesani, anche se il carattere del proprietario non era dei migliori, ma proprio le sue sfuriate, i litigi, il suo partecipare attivamente a tutte le chiacchiere anche quando il suo “ruolo” ne avrebbe sconsigliato l’intervento, rendeva il luogo “unico” e irrinunciabile.
D’altra parte dove potevano passare il tempo i giovani e gli anziani delle famiglie del paese? Certamente non al paludato bar del “Circolo Culturale”.

Maggior concorrente del sor Aldo e con vista a fronte il Circolo che situato in cima alla via che portava in piazza, godeva di maggior altezza, nel senso della struttura dello stabile e del “censo” sociale dei suoi iscritti.
Nelle ampie e ben arredate sale si pavoneggiavano i figli, i padri e gli zii, con rispettive signore, di quella borghesia di paese, umoristicamente eccessiva e pomposamente fuori del tempo.
Il presidente era il signor Battista, un gemello del Vittorio de Sica gloria del cinema nazionale, al quale somigliava in maniera impressionante.

Sempre elegante, con la “farfalla” a pois e l’incedere aristocratico, con unico neo lo scricchiolare delle scarpe ad ogni passo; il suo passato era abbastanza misterioso, ma con un’elezione tutta da raccontare.
Quella sera nella sala centrale del circolo la lotta, all’ultimo voto, era fra il Generale in pensione e il Presidente della locale squadra di calcio.
Nella sala, percorsa in modo febbrile dai supporter dell’uno o dell’altro aspirante, l’unico quieto era un personaggio fin allora sconosciuto: un signore di grand’eleganza e distinzione, compostamente seduto, silente ed attento all’ennesima, inutile operazione di scrutinio dei voti.

La presenza del quale fu notata da uno dei tanti “infiltrati” del Bar Commercio, presenti in sala per seminare zizzania. Il ragazzo, Alberto il suo nome, non era nuovo a burle e scherzi poi assurti all’onore delle cronache paesane.
L’idea che gli balenò nel cervello fu la seguente: come nel calcio paesano, un giocatore proveniente “da fuori”, al di là delle qualità, otteneva immediatamente il posto da titolare in squadra, così lo “straniero” in sala, col suo fascino misterioso, poteva influenzare quel branco di pecoroni costituenti l’Assemblea e fungere da terzo incomodo nella lotta, determinando una situazione inattesa con esito imprevedibile.

Il passa parola e soprattutto il passa bigliettini di voto, ottennero un risultato clamoroso, non solo si creò “casino”, che era lo scopo reale dell’operazione, ma addirittura il sig. Battista, sconosciuto a tutti, stravinse alla grande al primo ballottaggio, e fu eletto nuovo Presidente del Circolo Culturale con grande scorno per i titolati pretendenti e tutte le conseguenze festose al Bar Commercio, nel quale si fece l’alba per il ridere ed il bere che un raggiante sor Aldo erogò con abbondanza.

Basterebbe soltanto quest’aneddoto per comprendere, senza alcuno sforzo, che l’inimicizia era nella pelle. Nulla accomunava i due ritrovi e i suoi frequentatori, se non una: la passione per il gioco del biliardo.
Un tappeto verde univa il popolo del paese: quello del calcio domenicale.
Un tappeto verde lo divideva: quello della “stecca”.
Nei due luoghi antagonisti ci si preparava tutto l’anno per le due sfide, una da giocare in casa, l’altra in trasferta, in giugno e in gennaio, al meglio delle tre partite a “48” punti.

Con la fronte imperlata di sudore o con le dita intorpidite dal freddo, i due campioni designati dalle rispettive “colonie”, si sfidavano all’ultimo birillo.
Nei mesi successivi era sollazzo e prese in giro da parte dei vincenti, fino alla successiva sfida dove i perdenti cercavano di rivalersi sull’avversario.
La partita era vissuta in modo diverso dai due ambienti.
Al Circolo della Cultura, la maggior parte dei signori non più giovani riponeva l’interesse in cose più “nobili”, come giocare il cospicuo pokerino notturno, causa di tante fortune dilapidate e brillanti carriere bruscamente stroncate.

Al Bar del Commercio, oltre la briscola ed il tressette “da consumazione” non si andava e tutti seguivano la preparazione al biliardo.
Meno uno.
Il sor Giovanni, commerciante in granaglie in Italia e udite, udite, anche all’estero!
Questo particolare cliente, quando gli impegni di lavoro non lo portavano nell’Est Europa, era presente tutti i giorni ai tavoli del bar, per raccontare con l’immancabile bicchiere di Chivas in mano, avvolto dal fumo dell’eterna sigaretta, circondato da ammiratori in silenziosa adorazione, le sue avventure amorose con le belle straniere e le spionistiche avventure oltre cortina.

Per lui, oltre il lavoro, le donne e il Chivas non s’andava; del biliardo e del Circolo, non gliene poteva fregare di meno.
Quella sera, della quale narravamo in inizio di racconto, il barista Aldo aspettava con impazienza il “cambio” da parte della moglie, per ritornare rapidamente, dopo aver consumato una cena frugale, al bar Commercio ed organizzare la sala per la riunione che avrebbe avuto come ”ordine del giorno” la disfida di sabato 23 gennaio.

Soltanto tre giorni per sapere…
A giugno, purtroppo, il campione dei “peones” era stato battuto “in casa” dall’avversario, soprattutto per un incidente verificatosi durante lo svolgimento della gara nella quale era in vantaggio.
Era successo in un’uggiosa serata di giugno.
La sala, nel seminterrato del Bar Commercio, era gravida di popolo tifoso grondante sudore, avvelenato dalla spessa cortina fumosa, che seguiva in silenzio le carambole delle palle sul panno verde nel folle balletto dei piroli.

Bisogna premettere che all’ingresso della sala, sulla destra, era posta una panca per quattro/cinque persone, solitamente usata per lo scherzo dello “straniero” che consisteva nel lasciare libero il primo posto ed occupati gli altri. Quando un nuovo frequentatore si sedeva sull’unico posto libero, gli altri quattro si levavano contemporaneamente in piedi facendo volare per forza d’inerzia il malcapitato in aria, accompagnato dai sollazzi dei frequentatori abituali.
Orbene, nel momento in cui il campione del Circolo Broccolino tentava un tiro “di calcio” a palla coperta, difficoltà massima e l’attenzione nella sala era lancinante, il campione di casa, il sor Penni, decideva improvvidamente di sedersi sul posto dell’impiccato; quelli della panca, fosse la tensione o la disattenzione, abituati a quel movimento, meccanicamente s’erano alzati, determinando l’immancabile capitombolo del “nostro”.

Le conseguenze furono pesanti.
A partita iniziata le sostituzioni non erano ammesse e il sor Penni pur continuando con orgoglio ed abnegazione per la causa, perdette in malo modo.
La sconfitta angosciò il sor Aldo che, dato il carattere nervoso, si rifece coi quattro panchinari duramente malmenati e cacciati a tempo indeterminato dal bar.
Tutta l’estate fu un tormento, non fosse altro per il modo nel quale era maturata la sconfitta.

Dal terrazzo del Circolo, lassù in alto, gli scherni e i sollazzi erano quotidiani e non bastavano certo le mani alzate a mo’ di corna, per sollevare dubbi sull’onorabilità delle Signore, a chetare i vincitori, cornuti ma contenti.
S’attendeva il “ritorno” da giocare fuori casa, ma da vincere con tutti i mezzi: leciti ed anche, perché no, illeciti.
Nella riunione della serata bisognava decidere il sostituto del signor Penni.
S’era fatto di tutto per rimetterlo in sesto e lui stesso aveva provato e riprovato, ma lo spostamento di due costole abbisognava di ben altri tempi per recuperare e a malincuore avevano dovuto alzare bandiera bianca.

Il sor Penni era un giocatore sopraffino, della scuola sudamericana, dalla quale aveva mutuato lo stile perfetto col quale interpretava il tango “figurato” nei veglioni di carnevale.
Longilineo, coi capelli tirati a brillantina e divisi lateralmente da una riga geometrica, eleganza all’inglese mai vistosa fatte salve le scarpe bicolori, foulard al collo e sigaretta montata su bocchino d’ambra: era il cuore delle donne che lo mangiavano con gli occhi, ma i suoi interessi erano altri.

Se un ipotetico forgiatore d’uomini avesse dovuto costruire un modello opposto al suddetto, non poteva far di meglio che aver creato il signor Broccolino, l’avversario di sempre.
Questi era un commerciante di pellami che dell’olezzo relativo non riusciva mai a liberarsi.
Nonostante ciò era considerato un gran cacciatore di donne o almeno per tale si accreditava, con qualche perplessità degli auditori soprattutto perché considerato di “bocca buona” contentandosi di qualunque soggetto respirasse.

Il suo era un non stile: uomo grossolano, gran lavoratore, si era arricchito e negli affari andava per le spicce adoperando spesso le maniere forti, avendo in gioventù tirato di boxe.
Al biliardo però era un satanasso, non aveva certo lo stile del Penni, ma era concreto ed efficace.
Avversario mai domo e duro da battere per chiunque, non disdegnava trucchetti che mai avrebbe adottato l’avversario.
Ora per sfidare questo maglio si doveva trovare, rapidamente, un fuoriclasse all’altezza del compito e soprattutto con la certezza che lo battesse.

Dopo tre ore di dibattito litigioso, dove si era rischiata la rissa quando il Bellini per l’ennesima offesa rivoltagli di eccedere nel bere, era uscito, rientrando dopo pochi minuti mulinando la pala da muratore bloccata dal pronto intervento del sor Aldo, si arrivò all’ovvia ed unica conclusione: al paese il “campione” non c’era.
Dovendo comunque designare l’uomo della “sfida di mezzanotte”, si procedette per votazioni successive arrivando più volte allo scontro fisico, con lancio di cestini, cappotti, berretti ed anche dell’ultima “pasta” rimasta sul bancone che guarda caso è chiamata “bomba”.

Fu la goccia che fece traboccare il vaso: il sor Aldo con passo svelto aprì la porta principale del bar e in un baleno spalancò quella secondaria.
La forza della natura che premeva da giorni per entrare nel locale e n’era stata respinta, si prese la sua rivincita. Un turbine di vento gelido fece volare tutto quanto riuscì a sollevare: cappelli, giornali, ombrelli, un vecchio quadro raffigurante figura di donna discinta ed il telo verde del biliardo che provetto aquilone veleggiò sulle teste degli astanti.

Tutti cercarono di difendersi come potevano e in questo sforzo sbollirono i loro spiriti.
Qualcuno tentò vane proteste che il ghigno del gestore scoraggiarono dal proseguire.
In poco tempo si stabilì che, per quanto ancora giovane, Giorgio Mondroni era il più dotato ed avrebbe rappresentato un’indubbia sorpresa nel campo nemico: fu votato all’unanimità, complice la solita “truffa Alberto” suo intimo amico.
Mentre si ultimavano le ultime operazioni di conta, Aldo, seppur soddisfatto per la sua opera unificatrice, non lo era affatto per la scelta, seppur inevitabile.

Qualcun altro, all’esterno, sorrideva soddisfatto, ma per le ragioni opposte a quelle del barista.
All’angolo della casa dei Rossi, il “colonnello”, appoggiato al suo scopone, il corpo deforme ed inerte, simile al monumento che in mezzo alla piazza celebrava l’eroina del paese, aveva spiato per il Circolo e questo nessuno poteva immaginarlo.
Il povero ragazzo, nato gobbo e per questo oltremodo dileggiato dagli assidui clienti del Bar Commercio, era figlio d’una famiglia umile.

Il soprannome di “colonnello” gli derivava da quest’episodio: gettatosi dal secondo piano della povera abitazione ed essendo atterrato senza gravi conseguenze, ai primi soccorritori che chiedevano increduli come si fosse salvato, il ragazzo farfugliò con voce nasale: “coll’ombello!”, ed, in effetti, lì nei pressi un povero ombrello giaceva, fiero del salvataggio.
Da quel “coll’ombello” a “Colonnello” ci volle poco, in quel paese dove anche le mosche avevano il soprannome.
Il “colonnello” era per la sua povera natura fatto bersaglio d’ogni genere di scherzi volgari e pesanti e per reazione alle umiliazioni quotidiane era diventato la perfida “quinta colonna” del signor Maurizio, suo capo al dipartimento della nettezza urbana e soprattutto facente funzioni di consigliere al Circolo della Cultura.

Quando il nostro Giuda, con passo sbilenco, entrò sogghignante nel salone al primo piano del Circolo, trovò Maurizio al tavolo del poker; bastò uno sguardo e i due s’appartarono nella saletta della segreteria.
Maurizio teneva giustamente nascosto il loro vero rapporto, altrimenti il suo informatore sarebbe stato bruciato in tutti e due i sensi: metaforico e reale.
Gli iscritti del Circolo, vedendoli insieme, pensavano che il capo dipartimento stesse comandando il lavoro per il giorno dopo.

Quando la notizia passò dalle labbra del “colonnello” all’orecchio di Maurizio, la certezza e la gioia di festeggiare un carnevale “brasilero” pervase il consigliere che, liquidato il suo “agente” lasciandogli per l’indomani giornata libera, radunò con discrezione il gran consiglio.
Erano presenti, il presidente signor Battista, il vicepresidente dr. Pecchio, il segretario Mario Cingoletti, uno dei probiviri il maresciallo Chieti, il Broccolino, il miglior esperto di biliardo e suo compagno di allenamento il Sor Cesare e Maurizio che comunicò loro la notizia.

Sorrisetti mal celati, toccatine benauguranti, richiami alla discrezione ed al silenzio e soprattutto: “calma e gessetto”.
Furono messi a punto gli ultimi particolari per l’organizzazione della serata che avrebbe visto l’arrivo degli odiati rivali; fu incaricato il Cingoletti dell’approvvigionamento di una partita di bottiglie di “schiumante” di marca per i festeggiamenti.
Ormai la domenica era vicina, il tempo stringeva, soprattutto per gli avversari.
Al Bar Commercio, nei due giorni successivi fu come alla vigilia dei grandi match di pugilato, tutti intorno al biliardo, silenzio in sala e allenamento continuo del giovane Mondrioni sotto gli occhi esperti del Penni.

Questi, seduto dolente sul ballatoio, impartiva direttive come l’ammiraglio Nelson dalla tolda del suo “Victory” a Trafalgar prima della vittoria, con l’unica differenza che neanche il più inguaribile degli ottimisti avrebbe scommesso una lira su quel pivello.
Era talmente alta la tensione per gli allenamenti, che il popolino del Bar trascurava i maneggi giornalieri della bella pizzicagnola che solitamente faceva girare le teste, secondo i suoi spostamenti all’interno del negozio, alternativamente a destra e sinistra, come avviene nelle partite di tennis.

Ciò provocava la felicità di Alfonsino, un rosso dai piedi piatti di mezz’età, che mentre aiutava nei lavori della salumeria, gustava in esclusiva, ogni mossa, della Venere, pur consapevole che quel bocconcino e quelle forme, erano destinate al “tocco” del Sor Giovanni Tettavalle.
Il ruvido dongiovanni, dall’interno del poderoso Mercedes parcheggiato di fronte al negozio, inviava l’ambasciatore Belindo a perfezionare gli ultimi particolari per l’incandescente serata.
Al mattino della domenica il vento di tramontana, che aveva imperversato per giorni interi, era all’improvviso caduto, lasciando il campo al silenzio inquietante che precede la tempesta, ma al momento il cielo era terso e la giornata festiva stupenda per colori e nitidezza di paesaggio.

Alle undici ci fu il rituale della chiacchiera in piazza, l’uscita della messa, lo “struscio” dei ragazzi con le ragazze, il pranzo, il derby calcistico del pomeriggio col paese vicino. Le scazzottate con gli avversari e il classico inseguimento dell’arbitro, reo di aver concesso un rigore inesistente che aveva determinato la sconfitta dei “nostri”.
Fin li tutti i paesani, signori e plebei, s’unirono nei rituali suddetti.
Ma a partire dalle sei del pomeriggio il gelo scese sul proscenio della sfida serale.

La bomba esplose, inattesa, alle 11 di quella sera, all’arrivo della delegazione del Bar Commercio nella sala da biliardo del Circolo della Cultura, gremita di tifosi assetati di sangue per la sfida di mezzanotte.
Da detonatore fece l’arrivo inatteso, nella mattinata, di Aurelio, nipote del Sor Quintino, macellaio del paese e padre del giovane Alberto.
Aurelio era il figlio di sua sorella Elvira residente a Lecco.
Ora, cosa c’entri tutto questo con le vicende fin qui narrate sarebbe difficile da spiegare, se non per un particolare per nulla trascurabile: Aurelio era campione regionale di biliardo della Lombardia, ma nessuno ne sapeva nulla.

Lo scoprì per caso, parlando con lui a tavola, Alberto che da quel momento non riuscì ad ingoiare nemmeno un bicchier d’acqua.
Il suo pensiero, lungi dal farsi corrompere da altri ragionamenti, correva alla partita di biliardo, alla più che probabile sconfitta ed al miracolo manifestatosi coll’apparizione di suo cugino Aurelio che, cinta l’aureola, avrebbe guidato alla vittoria il suo bar.
Come il Sor Quintino si assentò per imprescindibili necessità fisiologiche, Alberto mise in atto una rapida fuga da casa che, pur non essendo una novità assoluta, (per solito avveniva per i tetti, essendogli preclusa la porta dalla figura minacciosa del babbo), lasciò i commensali di stucco.

Col cuore in gola, risalì ansimante il vicolo, entrò nel Bar dalla porta sul retro, scese le scalette che immettevano nella sala del biliardo e crollò sulla brandina che era usata dal sor Aldo per il notturno.
Nella saletta era presente il team al gran completo: Giorgio Mondrioni alla stecca con il sor Penni alla “consolle”, il sor Aldo dall’alto del vano bar con cipiglio imbronciato all’indirizzo degli avventori che avessero tentato l’ordinazione.

Gli altri silenti e preoccupati seguivano le evoluzioni delle palle e dei piroli che, in realtà erano involuzioni in quanto il Giorgio, emozionandosi per l’avvicinarsi dell’ora fatidica, peggiorava le proprie prestazioni.
Quando i presenti videro Alberto in quelle condizioni, pensarono che a differenza di altre volte, fosse stato raggiunto dal sor Quintino e giustiziato. Con l’aiuto di un cognacchino decifrarono da quelle frasi sconnesse la grandiosità del messaggio e nella sala calò un silenzio irreale.

Il sor Aldo, come sempre, ebbe la reazione più rapida: cacciò in malo modo i pensionati già nel mirino per il nulla consumare, corse ad abbassare la serranda di accesso al bar collocandoci la scritta “chiuso per la partita di calcio”.
La discussione iniziò non appena Alberto si fu ripreso e vertette non tanto sul tentativo d’ingaggio immediato e segreto del campionissimo, ma su come affrontare la cosa col sor Quintino.
Qualcuno sorriderà, ma per l’incoscienza o la non conoscenza del soggetto che andiamo a trattare.

Il sor Quintino, uomo dal cuore d’oro che sfamava gratuitamente tutte le famiglie bisognose dei vicoli, era però un iroso “bastian contrario”, allergico ad ogni forma di autorità, nemico giurato del potere in qual si voglia sua forma si configurasse: sindaco, prete, farmacista, direttore della locale banca e via dicendo.
Il tutto non per un motivo specifico ma solo perché agli occhi dei compaesani rappresentavano qualcosa d’importante e lui l’importanza la riconosceva soltanto alla bella carne, alla “coppa”, alle salsicce e soprattutto alla caccia, sua unica passione assoluta e totale.

Al minimo sgarbo su queste materie shittava la terribile reazione.
Il figlio Alberto ne sapeva qualcosa, le rincorse sui tetti da parte del babbo, erano ormai proverbiali.
Ora affrontare in una siesta domenicale il sor Quintino, con in casa quattro o cinque fucili carichi a portata di mano, non era cosa da ridere.
L’idea vincente non poteva venire da altri che non fosse il figliol prodigo, che suggerì il coinvolgimento del compare Zerbino, grande amico di famiglia, compagno di cacciate appassionanti del nostro macellaio.

Sulla “millecinque” Fiat, messa a disposizione e guidata da Terzilio il noleggiatore, presero posto con gran difficoltà: Alberto, il barbiere Piedipiatti, Rossi (famoso antiquario di mobili antichi religiosi, di dubbia provenienza), Bruno Fretti, supertifoso della Juventus e Ginetto il fruttarolo.
Il sor Aldo col Penni continuarono l’allenamento del Mondrioni, nel caso in cui il tuonare del fucile avesse messo fine al bel sogno finora soltanto accarezzato.
La banda fece tappa al macello del sor Quintino dove, con la doppia chiave, Alberto trafugò vari “tagli” di prima scelta da usare come viatico col compare.

La regalia e la promessa dell’uso della bicicletta da corsa nuova fiammante di Alberto fecero breccia nel buon cuore di Zerbino che, comunque aveva già deciso autonomamente, ma si guardò bene dal dirlo, di andare a trovare il compare per proporre una battuta di caccia per quella nottata.
Così ci guadagnarono tutti, meno Quintino che alla riapertura del negozio, scoperto l’ammanco, avrebbe cercato di saldare i conti con chi sapete voi, naturalmente senza riuscirvi, come sempre.

Il compar Zerbino salì le scale di casa, con Alberto ben allineato e coperto dietro di lui e trovò la Sora Lella che giocava a briscola col nipote Aurelio e sul comodo divano l’organo a settantacinque canne di Quintino in piena funzione, talmente impegnato in quel roboante concerto che soltanto l’uso dei richiami da caccia riuscì nell’opra di risvegliarlo.
Non appena l’ingannevole squittire del tordo giunse all’orecchio del sor Quintino, l’aprire gli occhi e imbracciare la doppietta in posizione di sparo fu un tutt’uno e soltanto la visione del compare, a braccia in alto, in segno di resa, non fece shittare i due cani del fucile.

Tutto sommato non fu così difficile ottenere il benestare all’utilizzo del nipote, bastò scambiarlo con la promessa di un nugolo di storni e beccacce, avvistati nella campagna e pronti per finire sul bancone della macelleria: per il primato cittadino del Sor Quintino, miglior cacciatore al cospetto dei tanti invidiosi pretendenti.
Aurelio, accettò con entusiasmo, felice di sfuggire alle grinfie dell’invadente zia e alla briscola, in favore di un sicuro divertimento ai danni di quei poveri provinciali.

L’affare era fatto.
La brigata s’incamminò festante per il vicolo con destinazione Bar Commercio, pregustando una serata da non dimenticare.
Il Sor Quintino e il compare Zerbino, pregustando un cannoneggiamento nella campagna di Ospedaletto.
Alle 11 precise, la delegazione del Bar Commercio fece il suo ingresso solenne nella sala da biliardo del Circolo della Cultura gremita di tifosi starnazzanti per…… la sfida di mezzanotte.
Quando l’Aurelio, accompagnato dal Sor Penni, dopo aver salutato il pubblico con un aristocratico inchino, si diresse alla rastrelliera delle “stecche” per la scelta dello “strumento”, dal proscenio si levò un “ooohhhh!” di stupore.

Broccolino, che si stava scaldando da oltre mezz’ora, provando stecca personale e tiro sul campo di gara, quando si vide porgere la mano dall’emerito sconosciuto e capì che sarebbe stato il suo sfidante, cercò con lo sguardo, in mezzo al pubblico, il sor Cesare.
Ma il sor Cesare, già all’ingresso della delegazione in campo, vedendo quel volto non conosciuto ed avendo frequentato le più titolate sale da biliardo della Capitale, aveva avvertito un disagio crescente, intuendo che qualcosa non andava, e mentre lo sguardo del Broccolino monitorava la sala alla sua ricerca, egli era già arrivato, col suo incedere sincopato alla porta della Presidenza, aveva bussato ed era entrato, carico di dubbi e foschi presagi.

All’interno trovò un Signor Battista piuttosto agitato, intento a riempire una valigetta con documenti ed effetti personali. Messo al corrente della situazione imprevista, non mostrò grande interesse.
La cosa non sorprese il sor Cesare, che aveva già notato altre volte la stranezza del personaggio e la poca partecipazione alle vicende del Circolo, ma in quella circostanza la cosa lo preoccupò particolarmente e con maniere energiche e parole spicce lo convinse a recarsi nella sala del biliardo.

Quando entrarono nell’arena strepitante, i due contendenti stavano “arrotando” le stecche col “gessetto”, le due palle parallele, pronte per l’accostaggio che avrebbe determinato il diritto al primo tiro.
Il presidente del Circolo Culturale, riavutosi dal suo torpore, afferrò energico il microfono e col suo stile forbito richiese ed ottenne il silenzio assoluto ed attaccò:
“Questa straordinaria disfida è stata sempre disputata da concorrenti locali, poiché mi sembra di capire che il signor…?”
Qualcuno dal pubblico mormorò: “Aurelio” ed il sor Battista, “che il signor Aurelio, non fa parte del consesso paesano, senza alcun’offesa per lei, evero, ritengo che soltanto il benestare del nostro caro Broccolino possa autorizzare l’avvio di questa nobile tenzone.

Diversamente ci vedremmo costretti ad annullare la gara. ”
Il suo parlare magniloquente e la velata minaccia di una serata tanto bramata mandata in fumo, colpì la platea che, insolitamente silenziosa, rivolse la sua attenzione al campione del Circolo.
Il Broccolino non conosceva la paura anche se le viscere consigliavano, col loro sommovimento pericoloso, una certa cautela.
Guardò il tavolo della giuria e finalmente incrociò gli occhi del sor Cesare che inviò il messaggio tramite lo scuotimento orizzontale della testa: “NOOO!”.

L’allievo, nel silenzio più assoluto, vide in quell’interminabile attimo sfumare la possibilità di passare alla storia delle sfide cittadine come colui che aveva respinto l’assalto straniero alle mura del suo “Circolo”. Così, forte della propria sbruffoneria, tuonò il fatidico: “SI !!”.
La sala scoppiò in un irrefrenabile giubilo, alimentato soprattutto dai “nostri” conosciuti furbacchioni che unici in quel consesso si potevano leccare i baffi, davanti ad un bel Broccolino cucinato arrosto con patate.

Ad un imperioso gesto del temuto probiviro Chieti la sala zittì.
Il sor Cesare inquieto fumava nervosamente l’ennesima “muratti”.
Col classico scorrimento delle stecche sul pollice e l’indice della mano sinistra formanti una forcina, il tocco impercettibile del puntale sulla palla, s’iniziò il match.
Era l’accostaggio per stabilire chi, dei due contendenti, dovesse tirare per primo.
Il dolce ruotare delle sfere verso la sponda di partenza. Il silenzio. Gli ultimi impercettibili giri delle palle.

Quella del Broccolino ferma ad un centimetro dalla verde proda, l’altra a baciare.
Un vulcano eruttò nella sala, scaricando tutta la tensione accumulatasi nelle ultime giornate, ore, minuti e furono rombi, lava, cenere e lapilli.
Finalmente si giocava.
Al primo tiro, del primo “quarantotto”, Aurelio mandò con tocco perfetto la palla avversaria sui piroli che crollarono tutti sul panno e poi come telecomandata terminò la corsa nelle fauci della buca.

“Due.. quattro.. sei.. otto…e quattro fanno dodici, più due della buca: quattordici!!!” compitò il “Barone” Armando addetto alle “palline” colorate che segnavano i punti dei due contendenti.
I supporter del Bar esultarono a lungo, il Broccolino guardò sconcertato verso il posto occupato in precedenza dal sor Cesare, ma lo trovò vuoto come il suo stomaco secernente acidi gastrici letali.
Il presidente col Cesare ed il segretario Cingoletti erano chiusi nel salottino attiguo.

Dopo un breve parlottare decisero che il Cingoletti Mario, centralinista del Posto Telefonico pubblico, avrebbe raggiunto la sua postazione giornaliera e preso contatto coll’Associazione nazionale biliardo per scoprire qualche cosa sul conto del misterioso straniero.
Già al primo colpo il Sor Cesare aveva capito con chi avevano a che fare.
Al “Commercio”, Aldo sostava dietro la vetrina del suo bar vuoto e si godeva in pace l’ennesima “esportazione” senza filtro, guardando, in lontananza, le finestre illuminate del Circolo e prestando orecchio ai rimbombi che da esso giungevano.

Era certo del risultato finale della gara e comunque mai era andato in campo avverso, i suoi piedi si sarebbero rifiutati di varcare l’odiata soglia.
Nella piazza vuota, illuminata fiocamente dai lampioni, comparve all’improvviso, strisciando rasente i muri, una figura sghemba, con le lunghe gambe magre che aravano rapidamente l’asfalto.
Quando fu di fronte alle vetrate del Bar Commercio, istintivamente gettò uno sguardo sfuggente all’interno, ma fosse per i pensieri che gli correvano in testa o per la miopia cronica, non vide nemmeno lo sgradito spettatore di quella sua cavalcata notturna e proseguì “stortignaccolo” verso il posto telefonico pubblico, laggiù in fondo alla piazza.

Il sor Aldo invece lo aveva riconosciuto subito e cominciò a preoccuparsi: “Il Cingoletti, durante la gara che va al lavoro? Non può essere…a meno che…”.
Nella sala fumosa, la partita si stava trasformando da tragedia in farsa.
All’inizio il pubblico seguiva con partecipazione rumorosa la sfida ed era attento e nervoso, ma coll’andare delle carambole, dei colpi più spettacolari dell’Aurelio e di contro coll’affannarsi di Broccolino che oltre a non raccogliere un punto, non riusciva nemmeno a colpire la palla avversaria, cominciò a rumoreggiare all’unisono.

In aria già volavano cartocci di vecchi giornali e la situazione rischiava di degenerare.
Alla caserma dei carabinieri il maresciallo Casella si apprestava a salire sulla camionetta con due militi, il suo volto inespressivo nascondeva un gran turbamento, la destinazione era il Circolo Culturale.
Il centralinista Cingoletti dopo aver armeggiato nervosamente con gli spinotti, ottenne la comunicazione desiderata. Dopo le prime risposte alle sue domande, il suo volto scheletrico da cinereo divenne nero di rabbia, le spesse lenti da miope volarono in aria.

Lasciata la comunicazione aperta e il posto incustodito, si precipitò di gran carriera, per quanto consentitogli da quella struttura dinoccolata, nella direzione del Circolo.
Il sor Aldo che non s’era spostato d’un centimetro dal primo passaggio, assistette al secondo con turbamento misto a disperazione: era del tutto evidente che la “partita” si metteva male ed allora spense le luci, serrate le porte, prese cappello e data la buonanotte ai “suonatori”, si recò da Venanzia, eterna consolatrice delle anime in pena.

Mentre la camionetta dei carabinieri parcheggiava davanti al cinema, locale attiguo al Circolo, ed il segretario Cingoletti imboccava di gran carriera la rampa delle scale del medesimo, una lussuosa Lancia “Ardea” arrivava da Perugia con all’interno tre signori di gran classe, vestiti con abiti scuri e garofano all’occhiello, accompagnati da altrettante signore emananti grande charme.
Nella sala biliardo del Circolo la partita era giunta all’ultimo atto.
Dopo il primo “48” a zero punti, anche il secondo stava terminando nella stessa maniera.

Il Cingoletti irruppe concitato in sala, si precipitò al tavolo del presidente e, dopo un breve conciliabolo col sor Cesare, afferrò il microfono, accese l’amplificatore e chiese con voce tremolante il silenzio.
L’Aurelio, con la stecca in mano, non riuscì a tirare un “rinquarto” finale che avrebbe sancito la fine delle ostilità.
Il signor Battista, presidente del Circolo della Cultura, prese la parola con aria solenne:
“l’incontro ha da considerarsi nullo, lo sfidante sig.

Aurelio Fanti è un professionista, campione della Lombardia, pertanto la vittoria va a tavolino al signor Broccolino, campione del nostro Circolo, ora ci attendiamo pubblicamente le scuse da parte dei rappresentanti del bar Commercio. ”
Dopo pochi attimi di sbalordito silenzio, la sala esplose in un boato di proteste, accuse, invettive e contraccuse.
I più facinorosi dei campi avversi cercarono di passare alle vie di fatto, ma non vi riuscirono perché irruppe nella sala, con tutta l’autorità conferitagli dalla divisa e dal categorico cipiglio, il maresciallo Casella coi due carabinieri: le parole che pronunciò dal microfono fecero il resto.

“Signor Battista, la prego di seguirci in caserma: la dichiaro in arresto per falsa identità, truffa aggravata, appropriazione indebita, falso in bilancio, peculato ed abbandono del tetto coniugale. ”
A questa terribile sentenza il falso signor Battista divenne paonazzo e svenne.
Soltanto in seguito si seppe che don Ciccillo Chiuccio, noto truffatore di Aversa, discendente da una nobile famiglia del posto, aveva sin da giovane dissipato la sua esistenza con ogni sorta di mal comportamenti, girovagando per l’Italia, inseguito da mandati di cattura fino ad allora andati a vuoto ed approdato per l’ennesimo raggiro al paese che ben conosciamo.

Ma torniamo sulla scena del “delitto”.
Nell’accumularsi di tutti quegli avvenimenti, nessuno aveva notato l’arrivo in sala dei tre signori in redingote e delle signore in abito lungo, ma dopo che il Chiuccio ripresosi dal malore era stato trasferito nella locale galera, lo sbalordimento di tutte e due le compagini lasciò il campo alla curiosità per quell’insolita compagnia.
E come nella vita ogni dolore è mitigato dalla ricerca di una consolazione che aiuti a tirare avanti così in quell’amara circostanza il dottor Pecchio, facente funzione di Presidente pro-tempore, presentò con il microfono i fratelli Angeletti: il cavalier Virgilio e il professor Gianni, con le rispettive consorti, benemeriti del paese e ben introdotti nei migliori circoli del capoluogo.

Essi stessi presentarono il terzo Signore: il Campione del Mondo in carica Pablo Suarez, a Perugia per un’esibizione al famoso Circolo dei Filandoni e grazie a loro qui in sala per una pubblica dimostrazione individuale.
A questo stupefacente annuncio fece seguito un uragano di applausi, urla, grida e fischi alla pecorara (Alberto, Mondrioni e soci).
Altrettanta gioia non poteva provare il povero Ciccillo Chiuccio che dalle sbarre della piccola cella, privato delle stringhe delle scarpe e del suo papillon, meditava amaramente sulla sua vita scellerata e contemplando il cielo stellato ricordava le parole di suo padre: “Attento Franciè, le palle male adoperate giocano sempre brutti scherzi!”.

Sotto quello stesso cielo, ma in tutt’altra posizione, nella campagna silenziosa, una macchina di grossa cilindrata col motore spento era comunque scossa da convulsi fremiti.
All’interno, Giovanni Tettavalle stava raggiungendo l’estasi per merito dei pregevoli servigi orali dell’avvenente salumaia.
Al chiarore della luna, qualche chilometro più in là, il Sor Quintino ed il compar Zerbino, fregandosene di tutte quelle stronzate paesane, attendevano fiduciosi l’arrivo di uno stormo di pasciute beccacce.