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La maratona lacustre

UNO

Sguardo concentrato sull’obiettivo, respiro lento e regolare, passo svelto e deciso: è così che corro con il mio zaino tecnico sulle spalle senza indugio, ma anche senza fretta, verso una piccola insenatura lacustre nascosta da un folto canneto…un paradiso sconosciuto alle grandi masse che frequentano il lago nella stagione estiva.
La corsa non cambia ritmo nonostante il fondo sconnesso, continuo a respirare regolarmente e mi lascio catturare dalla natura circostante, uno stretto sentiero incastonato tra la montagna a destra e l’ampia distesa azzurra a sinistra, in un tratto di lago ben lontano dai centri abitati, un luogo precluso alle auto e perciò rimasto sconosciuto ai più.

La corsa regolare, i colori ed i profumi della bella stagione calmano il mio spirito frustrato dal lavoro e dagli affanni…un passo dopo l’altro, ancora ed ancora, sempre più avanti senza riposo, a testa alta nella corsa come nella vita…

L’ultimo cambio di pendenza è il più ostico ma il respiro non cambia ritmo: tra poco arriverò alla mia insenatura, potrò finalmente fermarmi, buttarmi in acqua e poi godermi il panorama in totale silenzio e libertà.

Giunto alla biforcazione del sentiero rallento il passo, cerco con lo sguardo la presenza di estranei; non c’è nessuno attorno: “Bene, ottima notizia” – penso inconsciamente, quindi mi inoltro nel canneto ed inizio la breve discesa verso l’insenatura…

Giunto a metà strada mi blocco: che ci fa un asciugamano steso sulla rena? Per di più attorno non c’è nessuno…chissà chi sarà colui che mi ha anticipato…

Che fare?

Tornare indietro o proseguire?

“La corsa fatta fin qui non può andar sprecata così” – penso tra me e me – “vero che non c’è molto posto in questa caletta e che avrei preferito starmene solo con i miei pensieri, però in due ci si sta comunque bene e di più di tornare indietro non se ne parla…almeno un bagno me lo merito, poi eventualmente me ne andrò!”.

Giungo al fondo della baia e mi guardo attorno: asciugamano, foulard rosa e borsa sportiva…. di sicuro una donna, probabilmente un’anziana della zona, le uniche che hanno voglia spingersi fin qui.

”Poco male dai, non avrà tanta voglia di conversare” penso risollevato “tra l’altro qui non c’è realmente nessuno, mancano le ciabatte e sarà andata a farsi una passeggiata, meglio così…”

Mi fermo vicino all’acqua, apro lo zaino tecnico e estraggo l’asciugamano; il leggero vestiario da corsa lo ripongo al suo interno e mi fermo con i piedi nell’acqua, assaporando la freschezza che sale tra le membra…poi deciso avanzo verso l’acqua più alta, mi tuffo e ad ampia bracciate mi inoltro fuori dall’insenatura naturale e dalla riva per raggiungere in breve tempo un tratto di lago più profondo dove finalmente mi rilasso…

DUE

Dopo un tempo che mi pare infinito, finalmente in pace con il mondo, faccio ritorno a nuoto alla mia insenatura…e qui con amarezza scopro che la proprietaria dell’asciugamano è tornata.

“Va beh dai, sono stato comunque fortunato” penso “mi sdraio un po’ aspettando di asciugarmi e poi farò ritorno a casa”.

Appena fuori dall’acqua guardo la mia vicina di asciugamano: “Cazzo, ma tu sei Giovanna” – esclamo con meraviglia e sorpresa – “che ci fai qui? Come fai a conoscere questa baia?”
Altroché anziana locale, Giovanna è un’amica di vecchia data che non vedo da tempo, bionda e giunonica, bella da spezzare il fiato.

Il rammarico iniziale lascia spazio alla gioia di questo incontro inaspettato…ed è così che ci mettiamo a parlare del più e del meno, come sempre si faceva in amicizia per telefono ma raramente di persona causa estrema lontananza che ci separava.
Tra una chiacchiera, una risata ed una confessione le ore scorrono piacevolmente senza che nessuno dei due se ne renda conto…

Il pomeriggio è avanzato ed è ormai ora che io mi riavvii verso casa…

“Aspetta un attimo” – mi dice Giovanna – “il tempo di un ultimo bagno e poi anch’io torno a casa” e senza aspettar risposta si butta in acqua!
“Il tempo per un’ultima nuotata c’è sempre” – le urlo io dalla riva – “aspettami lì in acqua che mi tuffo anch’io!!”

…ed è così che ad ampie bracciate la raggiungo: lei galleggia in acqua e mi sorride, un sorriso genuino che rende subito felici… Io la guardo e ricambio il sorriso…poi il mio sguardo scivola più in basso e mi accorgo che il freddo dell’acqua ha intirizzito la sua pelle ma anche i suoi capezzoli, che come due piccoli chiodi sporgono dal suo costume floreale, un bikini che solo ora mi accorgo contenere non proprio agevolmente il seno di Giovanna, una quarta piena e soda.

Una strana sensazione pervade il mio corpo fino a raggiungere il basso ventre: guardo quelle labbra rosee e carnose, i suoi occhi dolci e marroni, i suoi lunghi capelli biondi e i turgidi capezzoli…e mi ritrovo a perdermi nel desiderio folle di baciarla, folle e forse sbagliato perché siamo amici, folle ma quanto mai vivo e reale…

Non so se lei intuisca i miei pensieri e forse li condivida…

“Ho freddo…” – mi dice Giovanna.

“Vieni, ti scaldo un po’ e poi usciamo ad asciugarci” – le rispondo io…

Lei si avvicina ed io l’abbraccio in acqua: sento il profumo dei suoi capelli e della sua pelle ed è un profumo che inebria i miei sensi…lei si lascia andare al mio abbraccio e preme il suo abbondante seno contro il mio petto e quel contatto sextena un folle desiderio dentro me. Il cazzo mi si ingrossa di colpo e questo gonfiore preme contro il ventre di Giovanna…la quale anziché sottrarsi alla sua presenza come temo si appoggia invece a me in maniera ancor più provocante: ovviamente l’erezione aumenta.

“Qui in basso mi sembra ci sia qualcosa che inizia a muoversi” – mi dice sorridendo e con uno sguardo malizioso che non lascia spazio a fraintendimenti.
“Certo che si muove, dolcezza” – le rispondo io – “è merito tuo e non hai ancora visto nulla!”.

Il desiderio di baciarla esplode nel suo fragore: le prendo il viso con le mani ed inizio a baciarla, prima lievemente sulle labbra, poi con più avidità e veemenza; lei apre la sua bocca e le nostre lingue iniziano a toccarsi, a conoscersi, a danzare fra loro…le sue mani mi accarezzano la testa, mandando brividi giù lungo tutta la mia schiena, mentre le mie mani scorrono dal suo collo al prosperoso seno, soffermandomi su di esso con ampie carezze a piene mani…

Per entrambi il battito cardiaco aumenta e con esso anche la nostra voglia di stare insieme; le mie mani scorrono lungo la sua schiena, liscia, vellutata e perfetta…e da lì si spingono ancor più giù verso il suo sedere, sodo e pieno; le sue mani invece continuano ad accarezzarmi la testa mentre il nostro lungo bacio non ha fine.

Il mio cazzo si ingrossa ancora di più e l’eccitazione sale…sale…. sale..

Scosto gli slip e con le mani cingo le sue chiappe, rotonde e morbide come piacciono a me…e poi con il dito medio mi avvicino al suo buchetto; lei spinge indietro il culo per sentire meglio le mie carezze ed il mio dito inizia a scorre tra la vagina perfettamente rasata ed il culetto, senza però penetrarla in alcun modo, e da lì lungo le grandi labbra, che piano piano si bagnano…

Il respiro di Giovanna inizia ad aumentare di frequenza, ci stacchiamo un attimo e ci guardiamo…i miei occhi scivolano giù verso l’incavo del seno e guardo con avidità le sue tette, lei mi sorride e di colpo si slaccia il pezzo sopra, mettendo in mostra due enormi mammelle, sode e ben proporzionate, lisce, morbide e perfette, ben divaricate fra loro e coronate da due rosei areole perfette e tondeggianti al cui interno spiccano due capezzoli turgidi.

“Che tette fantastiche che hai, Giovanna, le voglio tutte per me” – le sussurro all’orecchio – ed è così che inizio a far scorrere la lingua lungo il collo e sull’orecchio destro…. poi più giù verso il suo petto sentendo la fragranza della sua pelle…e da lì lungo la tetta destra fino a raggiungere il capezzolo…la lingua inizia a trastullarlo mentre con il dito medio infilato nel costume continuo ad accarezzare avanti ed indietro il tratto tra la vagina ed il sedere, inumidendolo con gli umori che la figa di Giovanna inizia a produrre per il piacere provocato dai miei baci, dalla mia lingua e dalle mie carezze.

Con la bocca ingoio la tetta destra e dolcemente inizio a succhiare la mammella…poi mi sposto sulla tetta sinistra e la lecco allo stesso modo…e dopo averla lungamente succhiata inizio a stringerla dolcemente con la mia mano sinistra, mentre giù di sotto mi soffermo con le dita sul limitare della figa, accarezzando la grandi labbra che sento ingrossarsi per l’eccitazione del momento. Con la mano sinistra gioco con i suoi capezzoli, prima l’uno e poi l’altro, titillandoli e leccandoli con la lingua e dolcemente stringendoli, strizzandoli e tirandoli verso di me con le dita….

”Che seno formidabile” – penso tra me – “è perfetto…”

Guardo Giovanna e mi perdo nei suoi occhi…

…e poi mi avvicino di nuovo al capezzolo sinistro con la bocca, lo succhio e me lo porto tra i denti, con la lingua che continua a dargli colpetti decisi; dolcemente inizio a mordicchiarlo mentre più in basso, con un colpo deciso ma anche dolce, affondo con il dito medio nella sua figa bagnata, che inizia a grondar piacere! Giovanna emette un respiro strozzato, mi morde l’orecchio mentre io inizio a muovere lentamente il mio dito dentro il suo fiore, uscendo e rientrando subito per non dar modo di richiudersi, provocandole un fremito sempre maggiore…lei con la mano libera mi abbassa il costume, prende in mano la mia asta ed inizia a scappellarmi il cazzo, con movimenti rapidi e sapienti, saggiando la venosità del mio bastone e accarezzandomi le palle, tese ed ingrossate.

Entrambi i respiri aumentano di intensità…

Al dito medio aggiungo l’indice, che scivola dolcemente al suo interno…e ad ogni colpo delle mia dita sento aprirsi il suo fiore, ingrossarsi il clitoride e spezzarsi il suo respiro…tolgo le dita inumidite e le avvicino al suo sedere sodo, titillando con il medio il suo buchetto…e poi senza fretta lo infilo dolcemente dentro, sentendolo schiudersi come un germoglio. Giovanna mi guarda eccitata e ci baciamo mentre ci masturbiamo reciprocamente…
Improvvisamente si sposta da me ed il dito esce dal suo culetto sodo e rotondo…ma la sua mano rimane sul mio cazzo pulsante continuando a tirarmelo…

“Dai che usciamo fuori sulla spiaggia, ho voglia di te” – mi sussurra eccitata Giovanna sempre con il mio cazzo in mano, per poi aggiungere maliziosa: “Ma lo sai che dietro i canneti del lago si nasconde sempre qualche guardone??”
“E se ci sono, cosa facciamo, tesoro?” – rilancio io, nell’eccitazione del momento.

“Li lasciamo guardare: a me non dispiacerebbe guardare qualcuno che si masturba mentre sto facendo l’amore con un uomo…tu non dirmi che sei geloso e bigotto, vero?”
“Macché, dolcezza” – rispondo eccitato io – “Anzi non si sa mai che qualcuno di loro, ammesso che ci sia, voglia partecipare al nostro gioco: vorrei vedere come ti comporteresti con due cazzi contemporaneamente…” rilancio io, ma per nulla convinto delle sue reali intenzioni.
“Ti potrei anche sorprendere, sai…e non ti conviene provocarmi, caro!” ribatte lei eccitata all’idea, con un seno orgoglioso, stupendo e maestoso ormai fuori dall’acqua ed un corpo rotondo e pieno, eccitante e voglioso.

Io la guardo e penso che la timida ragazza che conoscevo ora non esiste più, sostituita ad un’altra Giovanna, più conscia della sua sessualità, di certo più disinibita, sicuramente più donna…ma mi rinfranca sapere che questa baia sia sconosciuta ai più: confrontarmi con un altro cazzo più grande mi inquieta sempre…e poi dividere questo momento con un altro non mi esalta di certo…

TRE

Fuori dall’acqua ci mettiamo in piedi sul suo asciugamano; con un rapido gesto lei si lascia scivolare ai piedi gli slip e mi toglie il costume…poi si china davanti a me ed avvicina il dolce viso al mio cazzo duro e pulsante, iniziando con piccoli e timidi baci…poi leggere leccatine tra frenulo e glande…poi lunghe leccate lungo la mia asta nodosa: io le prendo il viso tra le mani ed affondo con calma il mio pene interamente dentro la sua bocca, che si apre per accoglierlo tutto, fino a sentirlo giù nella sua gola, con il piercing che struscia sull’asta vibrante.

Giovanna inizia a muovere avanti ed indietro la testa per farmi un pompino indimenticabile, mentre io assecondo i suoi movimenti spingendo il mio cazzo nella sua bocca avida e lasciando sulla mia cappella la sua saliva, che si mescola al mio liquido.

Dopo alcuni ampie ingoiate, lei scosta il viso ed inizia una lunga leccata dell’asta, accarezzando con le mani il mio culo sodo ed avvicinando le dita al mio buchetto.
Di solito questo contatto mi genera sempre un po’ di ansia ma stavolta è diverso e mi piace; Giovanna, forse conscia di questo piacere improvvisamente esclama: “Dai caro, stenditi sull’asciugamano che ti faccio un gioco particolare!”.

Io le ubbidisco senza fiatare (ormai sono in suo possesso) mi sdraio e lei si accovaccia tra le mie gambe.

“Ora rilassati” – aggiunge Giovanna – ed inizia nuovamente a leccarmi il cazzo con lingua sapiente…e poi questa lingua si avvicina alle mie palle dure e gonfie ed inizia a succhiarle.
Mi piace questo gioco ed allargo le gambe; lei scivola con la lingua più in basso e si avvicina al mio culo, iniziando a saggiare nuovamente il mio buchetto.

Un sospiro strozzato in gola, il gioco mi piace, non voglio che si fermi…Dopo lunghe leccate per aprirmi il sedere, lei si inumidisce un dito e senza darmi modo di fiatare o protestare lo infila dentro dolcemente ma senza indugio alcuno …
Il mio culo si apre inaspettatamente e la prima diffidenza lascia spazio ad una piacere diverso ed inaspettato: “sìì Giovanna, che bello: continua, ti prego” mormoro io eccitato…e lei spinge più a fondo il dito nel mio deretano, lo ritrae e lo rinfila: io sono in suo potere e mi piace, il gioco lo conduce lei ed io ho ormai perso ogni volontà..
Il mio cazzo è durissimo ed il suo dito che esplora il mio interno, stimolando la prostata, mi sextena un piacere nuovo e sconosciuto come scariche elettriche che, risalendo l’asta, mi fanno vibrare la cappella; Giovanna ammira la mia asta e del tutto inaspettatamente se lo mette tra le tette sode, iniziando a muoversi ritmicamente per aumentare il mio piacere.

Guardo il mio cazzo scomparire fra le sue tette morbide e riemergere subito dopo, mentre i suoi capezzoli sempre più turgidi strusciano sul mio corpo e questa visione mi eccita ancora di più; il suo dito fruga con sempre maggior intensità e velocità nel mio culo ed io inizio a mugolare ed ansimare: “Piano, Giovanna, piano, così mi fai sborrare subito” – le dico tutto frastornato.

Lei mi guarda accalorata con il cazzo fra le tette: “No, tesoro, prima devo venire io…e poi voglio vedere come te la cavi con il sesso orale, visto che tu ti vanti sempre di essere un maestro in quest’arte”…e quindi ritrae il dito dal mio culo.

“Peccato” – penso io – “mi piaceva tantissimo…”.
Giovanna si stende sull’asciugamano fronte a gambe aperte, mostrandomi la sua vagina rasata e curata ed il suo culetto morbido: è un corpo perfetto, sodo, giunonico e ben proporzionato; la pelle liscia e profumata; il viso dolce ed eccitato al tempo stesso; il suo fiore è già bagnato di fresca rugiada e sboccia di piacere, pronto a ricevere le mie attenzioni.

Mi chino sul suo viso e le nostre lingue iniziano nuovamente a danzare fra loro…poi scendo sul suo morbido collo…e poi di nuovo più giù verso il suo maestoso seno: lecco tutto attorno le sue rosee e tonde areole ed in seguito allungo dei teneri baci ai capezzoli.

Li porto tra le mie labbra e li succhio avidamente: sono come morbidi e fragranti cicchi d’uva matura, li mordo dolcemente e li assaporo con gusto.
La lingua scende sotto le coppe lungo la pancia verso l’ombelico, lentamente, millimetro su millimetro: la pelle è vellutata e morbida al tatto, profumata come un tappeto di rose, e mi perdo in queste sensazioni…non so più se lei sia una donna o una dea scesa dal cielo.

La voglia è tanta e piano piano scendo giù, verso il monte di venere e lungo le sue morbide cosce.

Mi metto tra le sue gambe che lei prontamente divarica ed ammiro la sua forma, perfetta, rosea e profumata; il cuore martella nel petto, ogni influenza esterna scompare, rimango estasiato alla sua vista ed un sacro fuoco mi pervade: con ampie lappate percorro le grandi labbra, dapprima dolcemente e poi con maggior intensità, assaporandone la morbidezza e pregustando il suo fiore.

Con la mano destra le divarico le labbra piene della mia saliva e mostro il suo interno bagnato ed il clitoride, che per l’eccitazione si è ingrossato e fa capolino dall’alto. Io guardo questa meraviglia di vagina, incantato da tanta meraviglia, e poi ritorno a leccarla così divaricata, infilando la lingua a punta nel suo fiore e poi spingendola verso il clitoride, in modo da darle tempo di prepararsi al prossimo trattamento.

La mia lingua scorre sempre più all’interno della vagina…ed una volta inumidita la parte alta della patatina mi avvio verso il basso, portando gli umori di Giovanna mista alla mia saliva verso il suo dolce culetto.

Con la lingua, senza mai staccarla dalla pelle, ritorno poi verso il centro della figa, tra le piccole labbra, e la penetro fin dopo posso, immergendola nei suoi sapori profumati e cominciando a leccarla al suo interno con la punta della mia lingua, con fare ritmico e costante: Giovanna mugola di piacere e la figa risponde con umori sempre più intensi, un nettare dolce e vischioso che io, come un’ape avida di polline, assaporo senza perdermi nemmeno una goccia…
La sua figa è bellissima e questo sesso orale mi eccita da morire; dopo averla penetrata con la lingua fradicia di piacere mi avvio verso il clitoride, che mi sta aspettando.

Inizio dapprima a stimolarlo con ritmo leggero per non infastidire Giovanna…e poi in maniera via via più sostenuta con la punta della lingua…poi dolcemente lo metto tra le mie labbra ed inizio a succhiarlo, prima con calma e poi con avidità crescente, che genera in Giovanna una sorta di piacere misto dolore che le spezza il respiro.
I suoi capezzoli sono gonfi e turgidi, il suo viso etereo ora arrossato dall’estasi e dal piacere, la sua figa grondante di piacere che raggiunge il suo culetto.

Mentre continuo a succhiare il clitoride, con la mano destra mi avvicino alla sua vagina bagnata e con due dita la penetro velocemente: è così bagnata che le dita scivolano senza problemi schiudendo il suo fiore. Il respiro di Giovanna si fa roco e rapido ed ogni penetrazione delle dita le strappa un gemito di piacere…

Mi stacco dal clitoride e la guardo, con le dita sempre immerse nel suo piacere: lei si sta stringendo le tette, torcendo i capezzoli, turgidi e bellissimi, al centro di areole perfette e quasi marroni perché irrorate di sangue, e spinge senza sosta il bacino verso di me per godersi pienamente le mie dita…una visione paradisiaca.

“Sei magnifica Giovanna, una dea del sesso: spingi, tesoro, spingi” – la incito io e lei spinge ancora ed ancora senza sosta…

I movimenti del suo corpo e delle mie dita hanno allargato la sua vagina, dapprima stretta ma ormai molto larga e bagnata come un lago, e questi movimenti hanno divaricato anche il suo buchetto del culo, che si apre e si richiude senza sosta…
A questa incredibile visione il mio cazzo, che durante il cunnilinguo si era leggermente riposato, si rialza fremente; in un attimo tolgo le dita e mi avvento con la lingua sull’ano, leccandolo prima esternamente e poi infilandole la punta della lingua dentro, con movimenti ritmici avanti ed indietro.

Giovanna, colta di sorpresa, lancia un alto grido di piacere; io, entusiasta, non mi fermo e la penetro in profondità con la lingua, assaporando i suoi umori fuoriuscire che si mescolano a quelli della figa originando un nettare dolcissimo.

Con la lingua immersa nel culo lecco, lecco, lecco ed assaporo tutto il piacere che cola…

…e poi senza esitazione tolgo la lingua, mi stendo su di lei in posizione missionaria e con un alto gemito la penetro con il mio cazzo, gonfio e nodoso, direttamente nel profondo del suo fiore, bagnato di fresca rugiada: il glande le entra senza sforzo e le sue piccole labbra si serrano alla base dell’asta, una volta che tutto è dentro lei: “Sìììì” – sospira lei di piacere – “Sììì, spingi tesoro, non ce la facevo più ad aspettarti!”

Io inizio a spingere con la mia asta venosa e dura con lunghi e lenti colpi, facendola fuoriuscire tutta e ripenetrandola per non darle tempo di serrare il suo fiore, gustandomi la morbidezza della sua fonte, mentre i miei lenti movimenti avanti ed indietro lasciano i suoi fragranti umori sul mio cazzo, che misti ai miei diffondono nell’aria suoni e profumi d’amore…

…mi chino su di lei, le prendo la tetta destra con la mano, la stringo e la accarezzo sentendola più dura di prima e ci lanciamo così in un lungo, profondo ed appassionato bacio con la lingua, che sextena la parte più selvaggia di me: inizio perciò a spingere con più intensità dentro lei, facendo l’amore come mai mi era successo prima d’ora, e ad ogni colpo profondo e veloce Giovanna risponde con altrettante spinte del bacino, con veemenza ed ardore, in una passione che tutto travolge.

I nostri corpi accaldati si mescolano in un dolce suono d’amore e tutto si fonde all’unisono con i nostri intensi mugolii di piacere soffocati dal lungo bacio …le sue mani percorrono la mia schiena ed un lungo brivido scende verso il sedere, lì dove le sue mani si fermano assecondando e aumentando i miei movimenti dentro la sua vagina bagnata….

L’eccitazione velocemente risale dalle palle alla cappella con queste profonde e veloci spinte, mentre lei inizia a dimenarsi sempre più velocemente aumentando l’intensità dei colpi e dei sospiri di piacere; libero le tette e le guardo ondeggiare: una visione sublime, un mare di piacere, una melodia di suoni ove ci perdiamo l’un l’altra…Giovanna è una dea d’amore scesa in terra ed io non posso che adorarla senza tregua!

E spingo, spingo, spingo ed il mio cazzo infuocato scivola nella sua vagina così splendente e bagnata…sempre più a fondo con ardore…sempre più velocemente….

sempre più intensamente…e ancora…ancora…ancora fino quasi a scoppiare…

…ma prima che entrambi si sgorghi in una fontana impetuosa, mi ritraggo dal suo fiore con un lungo sospiro, rimanendo con il cazzo durissimo e teso di fronte al suo corpo scosso da fremiti, un cazzo pulsante e lucido da cui cola parte del divino nettare di Giovanna, che nitidi filamenti riuniscono alla vagina appena abbandonata…

QUATTRO

Con ampi e profondi respiri entrambi cerchiamo di calmarci prima che l’orgasmo ci travolga impetuoso, per proseguire la nostra maratona d’amore più tardi; il sole sta ormai tramontando dietro la ripida collina: in un attimo si è fatto sera e nessuno dei due se ne è accorto, tanto è il trasporto dei sensi.

Stesi a fianco l’un l’altra, con le dita intrecciate ed i visi vicini, cerchiamo un attimo di quiete, guardandoci negli occhi senza parlare, ebbri di passione e felicità, accaldati e vivi, rapiti nell’estasi d’amore…

…quando improvvisamente un sordo rumore proveniente dal canneto retrostante noi rompe il silenzio ed i nostri respiri:
“Che diamine è stato?” – mi allarmo io, abbracciando Giovanna per proteggerla.
“Nulla che ci possa distrarre, tesoro” – mi sussurra Giovanna tra un sospiro ed un altro, accarezzandomi il viso – “nulla che ci riguardi…o preferisci andar a vedere rinunciando a me?”
La guardo tra l’imbronciato ed il divertito.

“Rinunciare a te? E perché mai, tesoro, non hai ancora visto nulla! Ma non sei preoccupata? E se davvero ci fosse qualcuno qui che ci spia??”
“E se anche fosse? Ti darebbe fastidio?” – rilancia lei in maniera maliziosa – “O sei geloso??”…
“Ma figurati” – ribatto io fieramente…

…ma di fiero non c’è nulla, c’è solo l’imbarazzo di un’eventuale presenza sconosciuta che ci guarda ed un’insana gelosia nei confronti di Giovanna: in questo momento è mia, perché mai dovrei dividerla con qualcuno? Un intruso fra noi? Non voglio nessuno che turbi la nostra passione..
Ma sono pensieri irrazionali che come un lampo abbagliante nella notte attraversano la mia mente: lei è qui, è mia, e siamo soli, consumati di abbagliante passione l’un per l’altra: che perdo tempo a fare?

Inizio perciò a baciarla nuovamente mentre con una mano le accarezzo il seno; lei, pronta, allunga la mano sul mio pene per farlo tornare duro come prima ed inizia a masturbarmi, dapprima con calma e poi con rinnovata energia.

“Sei proprio fantastica, tesoro, ed io ti adoro, hai una manina divina, un corpo da dea e fai l’amore con passione travolgente: dai, adesso sdraiati ancora e divarica le gambe…aspetta, ti metto sotto il mio asciugamano piegato, voglio farti un gioco nuovo adesso” le dico.
Lei ubbidisce staccandosi dal mio abbraccio, spalancandomi nuovamente le gambe e mostrando entrambe le sue fonti di piacere di fronte a me.
“Cosa vuoi farmi, caro??” mormora divertita e maliziosa Giovanna per stuzzicarmi…

Senza una parola mi sdraio tra le sue gambe; un leggero bacio alla sua patatina e mi dirigo senza indugio di nuovo a leccarle il sederino: con lappate lente e regolari assaggio l’incavo del suo buchetto mentre Giovanna alza le gambe per offrirmelo in dono.

Io con decisione spingo la punta della lingua al suo interno e lo riempio della mia saliva continuando a trastullarlo con decisione fino a che è totalmente bagnato; lei apprezza il gioco e con la mano scivola giù ad accarezzarsi il clitoride, con sospiri di piacere, mentre con l’altra mano si accarezza le tette, subito raggiunte anche dalle mie mani.

La mia eccitazione è risalita senza fine, la sua pure: con un dito mi avvicino al suo buchetto e dolcemente lo infilo dentro al suo deretano, con un leggero gemito della mia amata.

Come un germoglio esso si chiude ed il mio dito si immerge al suo interno per ritrarsi subito dopo….

…lo spingo di nuovo a fondo per tutta la sua estensione, lo piego e lo muovo all’interno per saggiarne l’intorno e poi lentamente lo tiro indietro…e lo reinfilo e lo estratto…e ancora e ancora, sempre più velocemente: a Giovanna piace ed i sommessi respiri aumentano. Dopo qualche attimo aggiungo al primo un altro dito: senza forzare anch’esso penetra dolcemente nel suo buchetto, molle e bagnato, fremente di piacere e più largo di prima, in attesa della prossima mossa; piego le dita al suo interno, le muovo e poi le ritraggo: inizio così un lento, profondo e regolare movimento per godermi ogni attimo di piacere, e più passa il tempo e più il movimento acquista velocità.

Giovanna rialza la testa e mi guarda, io ritraggo le dita ebbre di piacere e le sorrido: il suo culetto si apre e si richiude con spasmi di piacere e la mia asta è dura e venosa, mai prima d’ora avevo provato sensazioni così intense e primordiali.

Nei suoi occhi mi perdo come nella vastità del mare, lei mi sorride ed il mio cuore è un martello nel petto.
Mi sdraio e la bacio…

…poi mi ritraggo, prendo in mano il mio cazzo e con la cappella grossa ed arrossata mi avvicino al suo buchetto fradicio, spingendolo leggermente.

Giovanna respira profondamente e non mi ferma.
“Sì tesoro, fammelo sentire dentro” – mi incita lei.

Io forzo leggermente e penetro con la cappella, fermandomi subito dopo per dar modo al suo germoglio di sbocciare pienamente, allargandosi ed abituandosi alla mia presenza. Esco e ripenetro il suo sfintere per qualche tempo con la sola cappella, aspettando che si allarghi e diventi sempre più bagnato…. e poi lentamente la penetro con tutta la mia asta fino alle palle, fermandolo dentro così.

“E’ bellissimo Giovanna, è bellissimo” – esulto con un fremito io – “ hai un culo fantastico: sei una dea, tesoro, lasciati inculare bene da me…”

…e lei alza le gambe appoggiandole alle mie spalle ed apre il suo culo sempre più…ed io come un mantice inizio a spingere con rinnovato ardore dentro di lei: ad ogni colpo il suo germoglio sboccia e si allarga sempre più…e poi come un’onda in piena che tutto travolge la passione si riprende i nostri corpi: io aumento i miei colpi dentro il suo culetto divino, percorrendolo con tutta l’asta venosa, sempre più intensamente, senza sosta, e ad ogni colpo si bagna di un piacere simile e pure diverso da quello vaginale: è la mia prima volta anale ed è una meravigliosa scoperta.

Dolore misto a piacere percorre con rapide scosse il corpo di Giovanna, rossa in viso e tutta sudata, che asseconda le mie spinte con movimenti alternati del bacino e che anzi rilancia con ardore infuocato: come fa l’amore lei non l’ho mai visto fare da nessun’altra donna prima d’ora!

…ed io spingo, spingo, spingo…ed in queste spinte annego ogni dolore ed ogni pensiero: esistiamo solo io e lei in questo momento, il resto del mondo non conta.

Siamo un universo in espansione, brucianti di vivida passione l’uno per l’altra, un fuoco d’amore inestinguibile che si è impossessato dei nostri corpi e delle nostre menti: chi ci potrà mai fermare??!

CINQUE

CLACK!

Un sordo rumore di ramo frantumato spezza l’incanto!

…non siamo più soli, questa è la verità!

“Ciao, non vi volevo disturbare, nessuna paura” – afferma una voce profonda alle nostre spalle.

In un attimo esco da Giovanna (di malavoglia) e la cingo per proteggerla, il cuore in gola, avvampati entrambi nel fuoco d’amore.

“E tu chi cazzo sei? Cosa vuoi?” – esclamo sorpreso ed infastidito all’uomo che ci guarda sorridendo, tra un ansimo ed un altro.

Nella penombra della sera (“Che diavolo di ore sono?” – penso all’istante – “Non capisco più nulla: da quanto tempo siamo qui?”) la sua presenza alle nostre spalle è massiccia: lui è nudo e ci domina dall’alto, in piedi di fronte a noi.

I vestiti sono riposti accanto a lui sulla rena. Corpo giovanile, atletico e slanciato, capelli corti, i muscoli massicci in mostra, la pelle abbronzata o forse scura, lo sguardo fiero…ed una verga venosa che ci sovrasta, almeno 20 cm di asta dura e larga che sorpassa abbondantemente ed annichilisce le mie dimensioni.

“E’ da un pò che vi guardo…” – aggiunge tranquillo lui in un italiano zoppicante (Brasiliano o Cubano? O forse Colombiano? Non riconosco la cadenza, ma la pelle ambrata e l’accento ne tradiscono l’origine latina) – “…siete bravissimi e mi chiedevo se potevo unirmi a voi: sarei stanco di masturbarmi e se mi volete sono qui”.

Nessun imbarazzo, nessuna incertezza nella sua voce profonda e rassicurante.
“Se non mi volete me ne vado oppure resto a guardarvi” – aggiunge di nuovo lui – “Tanto qui sono di casa e ci vengo spesso”.
“Alla faccia del posto segreto che credevo fosse questa caletta…” – penso io amaramente.

Io guardo lui, lui guarda Giovanna e lei guarda me piuttosto intimorita senza che nessuno fiati più: se non fosse che tutti e tre siamo nudi, la scena avrebbe un che di comico.

La sua erezione rimane stabile in attesa di una nostra risposta, la mia invece ha perso di importanza vista lo spavento di questa improvvisata inaspettata..
Lo sguardo intimorito di Giovanna si sposta ad ammirare il corpo atletico dell’altro maschio latino, soffermandosi sul suo sesso eretto che la sovrasta: una lampo di eccitazione le attraversa gli occhi.
“Io credo che sia cubano” – mi dice senza guardarmi – “e mi ispira fiducia: perché non proviamo?”.

In effetti sarà per la sua presenza o per il suo modo di fare ma anch’io mi sento stranamente rassicurato e la paura (mista vergogna) del primo momento ha lasciato il posto ad una certa curiosità…curiosità mista però a gelosia: condividere chi, anche se per poco tempo, è stata esclusivamente mia, spezza la mia anima a metà…una sorta di desiderio/repulsione che mi lascia inquieto.

Senza attendere risposta Giovanna si avvia però a gattoni verso il cubano e la sua cappella così maestosa, inginocchiandosi di fronte ad essa.

In un attimo la fa scomparire all’interno della bocca: è così grande che lei deve aprirla totalmente per prenderlo tutto. Con fare sapiente lei comincia subito a succhiarlo, a baciarlo e a leccarlo, mentre lui le accarezza il viso, i capelli e la schiena.
Io sono rimasto indietro a godermi la scena.

Godermela non è però il termine giusto: da una parte la scena alla quale assisto è certamente eccitante, ma dall’altra parte brucia l’amarezza dell’abbandono.

Forse abbandono è una sensazione esagerata e forte, però mi sento escluso e messo da parte: l’altro uomo è certamente più giovane, forte ed atletico di me, come potrei competere?

…ma Giovanna non è dello stesso avviso: si stacca dal suo nuovo membro e si volta verso di me: non dice nulla ma con un cenno mi invita ad unirmi. Guardo i suoi occhi ed in essi mi perdo nuovamente: ogni volontà viene meno, ogni remora scompare: è solo un gioco diverso da prima, nella realtà siamo ancora uniti! Giovanna ritorna al suo pompino, io mi avvicino da dietro e comincio ad accarezzarle le tette a piene mani, alternando compressioni a leggeri sfioramenti delle mammelle e dolci ma decise strizzate ai capezzoli.

Le mie mani si alternano a quelle del cubano, in un gioco a 4 che disorienta Giovanna: lei non sa più chi è che cosa sta facendo, prova solo piacere per questo nuovo gioco e si abbandona al suo trasporto …
Improvvisamente lei si stacca e, voltata la testa, in un attimo prende in bocca il mio cazzo, cominciando a succhiarlo forte per farmi tornare l’erezione e la voglia che la comparsa del terzo incomodo e le mie ritrosie avevano inficiato, mentre con la mano destra afferra la possente asta del cubano continuando a toccarlo con mani esperte.

Dopo qualche attimo afferma la mia asta con la sinistra e, rimettendosi in bocca il cazzo dell’altro, inizia a massaggiarmi il pene per mantenere alta la mia libidine…ed è così che Giovanna, alternando ingoi con la bocca a massaggi manuali, prosegue il gioco a tre, mentre io e l’altro maschio continuiamo ad accarezzarla senza sosta a piene mani.

E’ la prima volta che affronto un incontro d’amore così, per di più con un perfetto sconosciuto, ma Giovanna sembra sapere il fatto suo: io la guardo passare dal mio cazzo all’altro e mi ritrovo a pensare come in fondo nemmeno lei io la conosca veramente, come tutto appaia torbido e nebuloso nell’incertezza della comprensione e come tutto sia invece semplice e naturale una volta caduto il velo della diffidenza.

Certo sono pensieri strani in questi casi, ma ammirare Giovanna alla prese con due gonfie aste pronte per darle piacere è un’esperienza travolgente che annienta ogni volere contrario, anche se la lama di un’irrazionale gelosia trapassa ancora il mio cuore.

Il cubano afferra dolcemente il viso di Giovanna, interrompendo il doppio pompino; senza dir nulla le cinge la grossa tetta destra con la mano, la stringe e l’accarezza ed un attimo si abbassa a succhiarle il capezzolo turgido; io lo guardo e mi abbasso a mia volta, per cominciare a leccarle la tetta sinistra: ora siamo in due contemporaneamente che giochiamo con il suo seno, che lecchiamo e gustiamo queste mammelle preziose e le nostre mani l’accarezzano tutta con avidità e ardore, mentre lei spinge indietro la bionda chioma fluente e sospira di intenso piacere…

D’improvviso l’intruso straniero si alza ed invita la mia amata a sdraiarsi sull’asciugamano; soddisfatto, si china verso i suo vestiti e ne estrae un profilattico.

Strappata la custodia, si infila con decisione la protezione aiutato da Giovanna, messasi seduta, che glielo srotola non senza fatica fino a coprire tutto il possente membro.
Il cubano afferra con decisione le sue tette ed inizia a strusciarvi addosso il suo cazzo, portandolo fra le mammelle per poi batterlo con colpi decisi sui capezzoli: io guardo rapito questa spagnola e li lascio giocare senza intervenire, finché Giovanna si stende e divarica le gambe, mostrando al cubano la sua splendida vagina imperlata di umori, che poco tempo prima era stata solo mia; l’uomo non attende oltre, si avvicina alla missionaria e con una leggera spinta infila la maestosa cappella nel suo fiore, strappando a Giovanna un forte gemito di piacere.

Il cubano spinge l’asta al suo interno e Giovanna grida di piacere: quel cazzo così grande le sta aprendo la figa come mai prima d’ora e la sta facendo sentire veramente donna.

L’uomo non attende oltre e comincia a spingere con forza: in un attimo la vagina di Giovanna si allaga di piacere e lascia sulla sua asta leggeri rivoli biancastri, il dolce nettare del suo fiore, profumato ed intenso, che espandono nell’aria l’aroma di piacere.

Giovanna asseconda come può la furiosa cavalcata dell’uomo e sotto i suoi colpi le tette sobbalzano senza sosta, aumentando la mia eccitazione; la sua pelle si accalora ed i gemiti di piacere vengono strozzati da un dito che si infila in bocca per non urlare.

Il cubano si ferma un attimo per far riprendere fiato a Giovanna…. poi, tenendole il cazzo sempre spinto dentro, si gira sul fianco portando la mia amata sopra di lui come un’amazzone.

Giovanna è sopra, il cubano sotto: lei inizia a dimenarsi strusciando il clitoride sul sottostante corpo e la sua vagina lascia la sua scia sulla sua asta e sul suo pube, che i suoi continui e rapidi movimenti la fanno sussultare senza posa. Giovanna spinge dall’alto ed i suoi gemiti di piacere si spandono nell’immota aria circostante, accompagnati da suoni e profumi d’amore.

A questa visione non resisto oltre e decido di uscire dal mio immobilismo: afferro con decisione lo stupendo seno di Giovanna che sobbalza ad ogni spinta ed inizio a massaggiarlo, a toccarlo, a strizzarlo, mentre con la mia bocca cerco avidamente la sua.

Trovatala, le nostre morbide lingue si avvinghiano tra loro in una nuova estenuante danza, mentre soffocano le grida di piacere in sommessi gemiti.

La mia libidine è tornata massima: mi stacco dalle sue labbra e avvicino il mio cazzo alla sua bocca; lei, prontamente, la apre e se lo infila tutto dentro in modo da poter giocare con due membri contemporaneamente: uno sotto, grande e possente, che spinge a forte ritmo nella figa bagnata, e l’altro in bocca, più contenuto ma gentile.

Le nostre mani percorrono tutto il corpo di Giovanna, come una spirale avviluppata all’infinito, trasmettendole sensazioni nuove ed intense, ben al di là di ogni altra forma precedente.
Giovanna si muove selvaggia il cazzo sotto di lei mentre succhia avidamente il mio, con una mano dietro al mio sedere per non lasciarmi andare. La sua lingua percorre tutta la mia asta, fermandosi sulla mia cappella arrossata, succhiata avidamente dalle sue carnose labbra…poi riprende la discesa e la risalita del membro finché le cingo il viso tra le mani ed inizio a scoparla in bocca, mentre sotto di lei l’altro uomo spinge intensamente senza posa, sextenandole grida di piacere soffocate dal mio pene in bocca.

Mai prima d’ora ho visto una donna (ma lo è davvero o è una dea?) così, ogni altra ragazza svanisce al suo confronto: che ne sarà di me domani, quando tornerò solo??!

SEI

Esausti, ci fermiamo di colpo per prendere fiato: io mi stacco dalla sua bocca e Giovanna si accascia sul petto del cubano, che tutto sudato la riceve tra le sue braccia. Morbide carezze calmano il suo corpo fremente e con lunghi respiri ognuno di noi cerca di ritrovare la giusta calma: ormai l’eccitazione ha raggiunto il suo apice.

La mia cappella è gonfia e arrossata causa della continua stimolazione sessuale e le mie palle sono tese nelle sforzo spasmodico di trattenere l’orgasmo per perdermi completamente nell’estasi d’amore, tuttavia non credo di poter resistere ancora per tanto tempo prima di esplodere perché ho già lungamente sorpassato i miei limiti. Giovanna respira affannosamente, la pelle è tirata ed accaldata, ela vagina grondante sicuramente infuocata dal continuo attrito e dalle dimensioni forse eccessive del cubano, che sotto di lei ansima pur mantenendo inalterata la penetrazione in lei.

Mi avvicino all’orecchio di Giovanna, china a cavalcioni del cubano.
“L’ultimo gioco, tesoro” – le sussurro – “un ultimo scambio, il più difficile, e poi ci liberemo in un orgasmo infinito…”.

In quella posizione china il culo di lei è in alto, maestoso, sodo, adorabile; il cubano ha intuito le mie intenzioni e le mette le mani possenti sulle chiappe, allargandole per offrimi il buchetto di Giovanna, che i miei trattamenti precedenti avevano già allargato per bene.

Anche lei ha intuito le mie intenzione ed inizio a mugolare, forse per la paura, probabilmente per l’eccitazione, allargando ancor di più il buchino quanto più le riesce.

La visione di quel culo sodo all’aria e della sottostante vagina riempita dall’enorme sesso del cubano è disarmante ma al tempo stesso incredibilmente eccitante ed il mio corpo risponde al richiamo sessuale: il mio cazzo è nuovamente duro, accarezzo con le mani la sua schiena e le sue chiappe morbide.

Con la lingua mi avvicino nuovamente al suo germoglio già violato e lo inumidisco, baciandolo e pregustando una nuova penetrazione …

…. poi appoggio la cappella arrossata all’ingresso del suo culetto…e con una leggera ma costante spinta penetro in lei!

Il buchetto cede mollemente nel gemito disincantato di Giovanna, ed i suoi muscoli si serrano dolcemente alla base dell’asta; il cubano da sotto le da una spinta nella figa, subito imitato da me con un’altra spinta alternata, dolce ma impenitente, ed i muscoli iniziano a rilassarsi offrendomi pienamente il suo germoglio: sento i suoi umori scendere nuovamente sull’asta e, sotto di me, la presenza imponente dell’altro cazzo che come un palo riempie la sua bellissima figa.

Appoggio le mani sulla mia schiena ed inizio lentamente ad inculare questa principessa di nome Giovanna, mentre il cubano sotto di lei spinge in maniera alternata; il corpo della mia amata è una favola e lei è una vera dea scesa in terra per offrire piacere agli uomini ed ottenere da quest’ultimi la loro più fervida e mistica adorazione. Lei inizia perciò a godere e dimenarsi per farci godere a nostra volta e le nostre grida di piacere si fondono tra loro e si spandono nell’immota caletta, che assiste silenziosa al nostro gioco d’amore.

Il cubano arresta la sua cavalcata e lascia che io sfoghi la mia calorosa passione giocando con lo splendido culetto di Giovanna, stesa a pecorina sul sottostante corpo…ed io spingo, spingo, spingo appassionatamente nel suo dolce culo e la mia asta scivola a gran velocità dentro e fuori di lei…spingo, spingo, spingo e lei geme di piacere ed io con lei mentre la mia cappella freme di gioia e di amore…. spingo, spingo, spingo e aumento i colpi sempre più in maniera selvaggia ed i nostri corpi sudati sono scossi da fremiti incontrollati.

“Giovanna, non ce la faccio piùùù…non resisto più…dove vuoi che ti sborri??” – le ansimo io.
“Dove vuoi …dove vuoi…dove vuoi tu” – tra un gemito e l’altro.
…ed è così che l’eccitazione sale dalle palle alla cappella infuocata lungo l’asta piantata in profondità nel culo, fino ad esplodere…
“Amore, sborrooooooooooo…”
“Anch’iooooooooooo…. ”

…ed il mio seme le riempie in profondità le viscere mentre all’unisono il suo piacere come un’onda si abbatte su di noi, tutto sommergendo in un mare di piacere: un duplice orgasmo ci ha alla fine travolto in un esplosione di piacere frenetico ed inarrestabile, il giusto trionfo di una sublime maratona d’amore, il coronamento più nobile della passione che per ore ha infiammato i nostri corpi e obnubilato i nostri sensi…

SETTE

…ed è così che ci lasciamo andare a lunghi gemiti ed ansimi troppo a lungo sopito, scossi da brividi incontrollati: l’esperienza è stata travolgente e non esiste null’altro attorno a parte noi ed il nostro piacere!!

Lentamente mi ritraggo dal suo culetto ma lo faccio a malincuore, conscio che ciò che è stato non tornerà mai più ma al tempo stesso entusiasta di averlo vissuto…ed il suo buchetto spasmodicamente si apre e si chiude, privato della mia presenza, lasciando colare un rivolo di piacere: un’immagine forte e totalizzante, un’esperienza unica ancorché irripetibile…

Il cubano (“ma come cazzo si chiama” – mi domando io – “nemmeno glielo abbiamo chiesto…”) abbraccia Giovanna e la calma, poi le sussurra qualcosa all’orecchio che non percepisco: sono ancora scosso dall’orgasmo e la mia testa, come tutto il resto del corpo, è svuotata di ogni energia.

Giovanna acconsente con un leggero movimento del capo ed il cubano esce dalla sua figa bagnatissima; io non capisco cosa possa succedere ancora…poi mi accorgo con sorpresa che il suo cazzo è ancora in tiro e non ha ancora sborrato!

Velocemente si toglie il profilattico e mette in bocca a Giovanna il suo cazzo; lei, da vera dea qual è, nonostante la fatica passata e l’orgasmo appena ottenuto, inizia a succhiarlo con rinnovata avidità, spinta da un desiderio infiammante di offrire piacere anche all’altro uomo, in un adorazione perpetua.

La sua lingua è un serpente sinuoso che assapora la lunga asta dell’amante e le sue labbra un rosso fuoco che scaldano senza posa la cappella arrossata del cubano…ancora…ancora…ancora…
…finché quest’ultimo prende il viso tra le mani e con un alto gemito esplode in una violenta sborrata in bocca a Giovanna: lei succhia ed ingoia come può, ma l’orgasmo è talmente copioso che parte del suo liquido le cola dalla bocca, scendendo lungo il collo per fermarsi sul seno..

…esausta, si accascia infine sull’asciugamano.

Io rimango in disparte ad osservare la scena, poi lentamente mi avvicino, la prendo tra le braccia e la tengo stretta così; a sua volta l’altro uomo le si avvicina dall’altra parte e la cinge con rispetto e riverenza: la nostra dea ci ha amato con passione inarrestabile, donandosi senza freni ed offrendoci un’incontro indimenticabile e noi altro non possiamo fare che adorarla all’infinito.

…e la notte cala su di noi come un sipario, avvolgendoci con il suo abbraccio materno, mentre gli ultimi spasmi d’ardore si dissolvono nell’immota insenatura che ci ha visto vivere, e forse morire, d’amore….

Rosita e Caterina in una gangbang

Certo che non ci facciamo mancare proprio niente quando gli incontri vengono organizzati da quella sgualdrina di mia moglie e da quel pervertito di suo fratello. Lei non ha ancora finito di farsi coprire la schiena dalla sborra della sua amica trans che già si getta a pulire il cazzo del negro appena uscito dal culo di mio cognato. E che cazzo, ragazzi! Quando s’è calato le brache a inizio serata mi sono spaventato alla vista di quell’affare.

-Scordatevi che entri nel mio culo! – ho annunciato. – Amo anche i piaceri del secondo canale, ma non ho intenzione di aver il buco in fiamme per una settimana! –
-Meglio così – è intervenuto il fratellone frocio, – me lo tengo tutto per me – così dicendo si è fiondato su quella tremenda minchia di cioccolato. Se l’è fatta sparire in bocca e ha cominciato a spompinarlo con foga. E da lì è partita la nostra serata.

Adesso guardo lui e sua sorella bere dalla fontana di panna che sprizza da Efe, una trans più dolce della più zuccherosa delle femmine, con l’attrezzo che piace a mio cognato.
Ne sono entusiasti. Potrei dire con sicurezza che mia moglie, Caterina, è una sommelier dello sperma. Ne ha assaggiato così tanto che potrebbe scrivere un elenco telefonico dei suoi preferiti. Non ne perde mai una goccia e non va mai a dormire se prima non me l’ha succhiato fuori tutto.

Caterina in alcune mattine me lo spreme sulle fette biscottate. Dice che non c’è nulla di più energetico.

Ho sposato davvero una troia di prim’ordine ! E suo fratello non è da meno.
È un appassionato culo; passerebbe la giornata a farsi fottere da maschioni palestrati pieni di tatuaggi oppure da forze dell’ordine in divisa, ma non disdegna anche le trans dalle misure extra-large. Una volta s’è fatto montare per quattro ore consecutive da cinque superdotati.

Ma il suo piacere è anche attivo. Scopa tutto quello che si muove, infila l’uccello dove capita e schizza come un coniglio. Non ho mai visto nessuno sborrare così lontano. Quando ti fotte a pancia in su e lo toglie sul più bello ti ritrovi col viso e i capelli impiastricciati.
Si è trovata anche una moglie, una donna dalle forme un po’ esagerate, una del tipo Milly Carlucci a cui prepara incontri extra, da vero cornutone.

La moglie si Chiama Rosa, Rosita per gli amici perchè ha fatto capire a tutti che è snob, milionaria ed adore prendere i cazzi tra le sue tettone. Insomma, un nome spagnoleggiante per una che avvicina tutti con le sue spagnole prima di iniziare maratone di sesso. Sono davvero due porci, della serie Dio li fa e il Diavolo li accoppia…ma si sa, i parenti non si possono scegliere.
Anche se questi due sono semplicemente vergognosi nei loro comportamenti sessuali, riescono a mascherare bene ogni cosa e tutta Milano li considera come una coppia perfetta, adorabile per quante coccole si fanno in pubblico.

Inutile contare i cazzi che consumano tra le quattro pareti di casa, ed anche in trasferta. Una volta ad Andrea e Rosita ho dovuto anche procurare uno stallone. Dopo le preghiere di Caterina e qualche regalino che mi aveva fatto (nulla di che, aveva semplicemente indossato delle calze che valorizzavano le sue gambe ed un perizoma sexy, promettendomi di farsi sottomettere come avrei voluto io in quella festicciola) andai a procurare lo stallone a Rosita.

Dopo aver contattato, tramite internet, Sergio, lo incontro. Andiamo insieme io ed Andrea a parlare con il bull di Rosita.
Il bull di fiducia dovrebbe essere il miglior amico del marito. Ci sono cose che un marito è bene che non chieda alla moglie. Anche se gli piacerebbe vederle vivere delle situazioni, magari anche estreme, è restio a proporglielo. Così marito e moglie devono convivere, e certi ricordi potrebbero inquinare il rapporto, e magari rovinarlo per sempre.

Se invece questo compito se lo assume il bull, moglie e marito hanno qualcuno su chi scaricare le responsabilità. Nel peggiore dei casi, non ci si vede più e chi s’è visto s’è visto. Andrea precisò, in quell’incontro, a Fernando che la coppia funzionava e Rosita amava molto scambiarsi.
“Beh, contenti voi – rispose Fernando – ma ti assicuro che tua moglie è già una gran troia però ha le potenzialità per migliorare ancora, per diventare una…supertroia.

“L’ hai conosciuta da poco su internet, come fai a esserne così sicuro?” “Fidati, l’ ho vista. Quel che fa le piace. “
Si interruppe, come se temesse di dire troppo.

“Ma, dimmi, tua moglie cosa ti ha detto di quel che è successo?” “Tutto !”

“Tutto ? Bene…. allora……vedi, a tuo moglie piace il sesso, e fin qui tutto normale, ma le piace anche essere dominata, le piace che le si ordini di fare questo o quello, e le piace ubbidire.

Io ho una certa esperienza, e so distinguere fra chi subisce passivamente, magari per far piacere al marito da chi, come tua moglie, si eccita ad essere coinvolta in certe situazioni. Per esempio, quando mi ha pregato di fare smettere quello che la stava inculando……beh mi hai capito…..io l’ ho fatto, ma sono sicuro che se le avessi detto di no non si sarebbe ribellata. “
“E quindi -aggiunse mio cognato – secondo te mia moglie potrebbe migliorare? E come si svolgerebbe la cosa?”
“Tua moglie – si guarda in giro e abbassa la voce – quella gran troia di tua moglie, ha dei grossi margini di miglioramento, fidati.

E’ semplice, per cominciare la porti da me, a casa, dove inizio ad educarla, e intanto vedo come procedere. Poi, quando penso che sia pronta a procedere con la dominazione, le faccio vivere situazioni più hard, più estreme. Tutto qui. “
“Tutto qui ? – svuotò il bicchiere – gliene parlo e sento cosa dice. Però, voglio chiarire subito una cosa, perchè non ci siano malintesi. Non voglio sentir parlare di contratti, di schiave o altre cazzate del genere.

Altra cosa: l’ unico che può filmare o fare foto sono io e, in qualsiasi momento io lo decida, il..gioco si interrompe. D’accordo su questo?”
“D’accordissimo, figurati. Ciao, è stato un piacere conoscerti…e, quando pensi di portarla?”
“Questo sarà sempre e solo lei a deciderlo Ciao”
Arrivo a casa che sono quasi le nove. Caterina mi ha aspettato per cenare e, appena seduti a tavola.
“Allora, com’è andata? Cosa ti ha detto?” – sembra addirittura più impaziente di Fernando anche se quella di cui si parlava era la cognata, Rosita.

Quella serata, mia e della mia Caterina ci siamo divertiti e dopo un primo round di sesso, io ed Efe siamo ancora appiccicosi del nostro sperma. Mi ha donato il suo culo cavalcandomi sul divano, dandomi la schiena e permettendomi di stringere e massaggiare le sue meravigliose tette. È una delle mie posizioni preferite. Fotto e posso muovere le mani a mio piacimento. Posso toccare le cosce, le chiappe, le tette, infilare le dita in bocca della mia compagna, masturbarle il cazzo lungo e duro, farla sborrare insieme a me.

E così è proprio successo. Mentre mia moglie si faceva spanare il culo da un’altra amica di Efe, la Sissy, col suo uccello dal diametro formidabile, forse non lungo, ma davvero temibile, e mio cognato gemeva come una cagna sotto i poderosi colpi dell’ariete di ebano, il culo di Efe correva veloce sulla mia asta dritta come un fuso e dura come il marmo. L’aria era ebbra di sesso allo stato puro, i corpi si muovevano frenetici alla spasmodica ricerca del piacere totale, salivano ansiti e incitamenti a spingere più in fondo.

La mia mano segava velocemente quel bell’uccello trans e dalle mie palle venivano le avvisaglie di una prossima eruzione. Sborrammo insieme in una fontana di piacere assoluto. Mentre il suo uccello trans veniva nelle mie mani, Efe si toglieva il mio dal culo e si faceva schizzare sulle cosce e sulla pancia. Mia moglie che si stava leccando ancora le labbra dopo aver gustato quella calda salsa di sperma, si avvicina, lasciva, al nostro divano e si getta con voluttà sui nostri uccelli mezzi molli.

Afferra il mio con la mano e si mette a succhiare quello di Efe, poi cambia, come la più navigata delle pornostar. E mentre ci succhia ci guarda negli occhi, vuole leggere il nostro piacere ed eccitarci ancora di più. Si sbatte i cazzi sulla lingua, li lecca a partire dalla base dell’asta, si piega a succhiare le palle.
In breve ci rimette in forze. Io e la trans ci troviamo di nuovo dritti ed eccitati, ci baciamo e ci tocchiamo lasciando che quella troia di mia moglie si prenda cura dei nostri cazzi.

Gli altri si sono seduti in poltrona, sfiniti dalla cavalcata. La nera nerchia di Sissy giace esanime tra le gambe del suo padrone, mio cognato si massaggia il culo che sicuramente gli brucia dopo essere stato ripassato a dovere. Mia moglie continua il doppio bocchino. È talmente ingorda che cerca di infilarsi entrambi i nostri uccelli in bocca insieme ma non ci riesce. Forse nella figa sarebbe più facile.
Glielo propongo e lei accetta.

Che io sappia non ha mai provato, ma con lei nulla si può dire.
Chiamo il finocchio perché lui sa come architettare certe cose. In quei giorni stavano facendo dei lavori di manutenzione all’impianto elettrico e di sorveglianza dell’hotel alcuni operai di una ditta.
Gli sguardi degli operai furono subito catturati dal corpo e come al solito dal culo di mia moglie che anche vestita sportiva non passava inosservata ogni volta che entravamo nell’hotel.

Passai all’azione: parlai con uno degli operai che mi fece parlare con il loro capo Giorgio, un bel ragazzo sulla quarantina, moro, abbronzato e dal fisico muscoloso, aveva un espressione sprezzante e strafottente. Ascoltò la mia richiesta di conivolgere lui e i suoi operai in una gangbang con mia moglie con un ghigno compiaciuto mentre masticava una cingomma. L’idea era di suo gradimento, avrebbe pensato lui a chiamare un pò di amici e a decidere un posto appartato dove organizzare l’ammucchiata, dovevo passare dal suo magazzino la sera seguente e mi avrebbe detto dove saremmo andati.

Avevo già detto tutto a Caterina togliendole questa volta il fattore sorpresa, anzi volevo eccitarla portandola con me a conoscere uno dei “protagonisti”, ovvero Giorgio.
Suonai al magazzino di Giorgio, il quale mi aveva dato il giorno prima l’indirizzo, verso sera all’orario di chiusura quando ci sarebbe stato solo lui in magazzino.
Giorgio mi aprì ed entrai con Caterina che Giorgio guardò un pò stupito. “Giorgio questa è Caterina…”
Giorgio le guardava le tette e il culo nemmeno la degnò di uno sguardo in viso, “Ah bene, il nostro giochino lo facciamo dopodomani alle 6 di sera in un capannone abbandonato subito fuori del paese qui su questo foglio ti ho scritto l’indirizzo”
Caterina aveva un paio di leggins aderenti che le esaltavano le forme del culo e le tette seppur di dimensione contenuta spuntavano dalla t-shirt scollata in maniera provocante.

Giorgio era quasi ansimante dall’eccitazione e colsi la palla al balzo. “Katy perchè non ti presenti a Giorgio con un bel pompino…”
Katy, senza esitare, si inginocchiò davanti a Giorgio, il quale incredulo tirò fuori il cazzo dalla zip dei pantaloni, ed iniziò a succhaire il pene di Giorgio che era già bello duro e di dimensioni non esagerate ma ampiamente sufficiente perchè mia moglie ci si potesse divertire per bene. Si accompagnava ogni tanto con la mano e si fermava ogni tanto per sbavarci in cima, per poi leccarlo tutto comprese le palle.

Lo tirai fuori anche io e Katy iniziò a alternare il suo spompinare tra il mio cazzo e quello di Giorgio mentre con le mani smanettava il cazzo che non aveva in bocca. Giorgio le schizzò una mega sborrata in viso e io alla vista dei Caterina che ripuliva il suo cazzo, leccando lo sperma rimasto, mi accorsi che stavo per venire.
La spinsi verso di me e le venni tutto in bocca.

Ci richiudemmo i pantaloni, Katy si alzò e salutai Giorgio che mi rispose “Vedrai che la facciamo divertire la puttana di tua moglie, hai fatto bene a presentarmela oggi, ora ho capito di cosa ha bisogno e di come le va dato. ” e le diede una bella tastata al culo.

Giochi di sesso

Alexandra: e le altre
di antonio andrea fusco

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Maria Cristina

Mi faccio chiamare da tutti gli amici Francesca. Il nome di Maria Cristina lo utilizzo solo quando svolgo le mie funzioni di magistrato.
Francesca è il mio alter ego, serve per raccontarmi e narrare la mia “educazione sentimentale”, visto che ho un marito molto geloso e due bambini. Il mio lavoro mi consente, appena lo voglio, di scegliere gli uomini più belli, che apprezzano le mie lunghe gambe, la mia eleganza ed il mio fondoschiena.

Avendo in casa un altro magistrato, in odore di promozione a Presidente dei G. I. P. , ho l’assoluta disponibilità del mio stipendio che se ne va tutto per le mie cure di bellezza, massaggi, trattamenti al volto, cura delle gambe, depilazione e tutto quello che serve ad una donna per presentarsi al meglio.
Ovviamente, tutto il mio stipendio è impiegato anche per comprare vestiti griffati e scarpe con calze, cose di cui vado veramente pazza.

In filarsi un paio di collant , dopo una ceretta, fatta con crema al miele, sentire la seta o il collant setificato che scivola fino alla mia gattina , mi porta quasi sempre a concludere con una grande masturbazione. Poi, però, devo quasi sempre correre in tribunale e, vivendo in una città come Napoli, non è facile arrivare puntuale.
Così, non indosso quasi mai le mutandine e gli slip, lascio che l’odore della mia gattina si spanda per tutta la macchina di servizio e, sono convinta, faccio eccitare così anche il primo uomo che incontro nella mattinata: il mio autista di servizio.

Chissà se, un giorno, per farlo arrossire, gli svelerò che ho capito la sua perversione ed il desiderio di bere il mio succo afrodisiaco, e gli spalancherò le gambe con collant Wolford sotto il vaso e sotto il Tribunale per costringerlo a lecccarmi e per licenziarlo, ricattandolo dicendo che aveva iniziato a violentarmi. In quella occasione avrò tutti dalla mia parte, giudici ed avvocati. Nessuno potrebbe prendere le parti di Edoardo, il mio autista, visto che ho un potere seduttivo su tutti e con qualcuno ci sono anche finita a letto.

Mi piacciono molto i collant della Wolford e, possibilmente quelli color visone, o castoro, anche se le migliori marche tendono a vendere i loro colori moda e quindi per essere fashion, acquisto quello che mi propone la mia fidata commessa, Tina. Per l’acquisto delle scarpe ho invece un commesso che mi ha già dichiarato la sua sottomissione al mio piede, taglia trentasette, quando mi propone e mi fa indossare le scarpe più costose, e alla moda, del negozio che è nel centro di Napoli.

Non gli lascio mai toccare troppo i miei piedi che lui, disperatamente. cerca di annusare. Anzi, una volta, appena indossate le scarpe che avrei comprato, gli diedi un calcio al volto, fingendo di essermi distratta , perchè andavo di fretta mentre il mio autista, parcheggiando in modo assurdo la macchina blindata, aveva bloccato ogni ingresso per quella strada. Quella mattina tutti i negozi di quella strada erano per me, io ero la principessa dello shopping e mi sentivo come la principessa Pignatelli, libera di fare ogni cosa.

Feci in tempo a scusarmi con il commesso che stava perdendo un po’ di sangue dal naso a causa del mio gesto “sgraziato”, ma fu lui a scusarsi con me, parlando di una, sconosciuta, fragilità capillare.
Questo posto mi fa sentire come una dea moderna, onnipotente e riverita da tutti.
Mi ritengo orgogliosa e sprezzante, fiera dei miei primi quaranta anni e della sudata laurea in giurisprudenza, conseguita all’età di ventitrè anni e con il massimo dei voti.

Dal momento del conseguimento della laurea in poi, ebbi la sensazione che avrei potuto avere tutto dalla vita.
Da modesta figlia di insegnanti, si svelarono, all’improvviso, i miei obbiettivi professionali. Se avevo ben chiara la strada da percorrere per la carriera, avevo già fatto un lungo percorso nella conoscenza del sesso maschile.
La mia parte esibizionista e trasgressiva venne subito fuori. Avevo conosciuto l’anatomia dei maschietti sin dai giochi che facevamo da bambini.

Utilizzavo la componente esibizionista della mia indole per essere sempre vicino ai miei amichetti e così iniziarono, verso i dieci anni, le prime esplorazioni genitali.
Rispetto alle mie amiche che potevano permettersi di praticare nuoto e ginnastica artistica, la mia condizione economica mi rendeva una ragazza alta ed un po’ sgraziata nelle forme.
Insomma camminavo, sempre, senza scarpe con i tacchi, e sembravo un fenicottero; indossavo pantaloni molto economici e scarpe da ginnastica.

Così mentre la mia prima giovinezza si divideva tra il desiderio di esplorare la sessualità ed esaltare le mie forme ed un corpo, coperto male, da vestiti poco costosi, che tradivano più l’aspetto di una beghina, frustrata e restia ad ogni volontà di contatti con l’altro sesso, l’adolescenza si stava burlando di me.
Da brutto anatroccolo, fenicottero sgraziato, nelle forme e nel portamento, osservavo le mie compagne di classe che diventavano donne ed arrotondavano le loro forme per le attività extra-scolastiche che svolgevano.

Queste amiche, osservate da me con molta invidia per la sicurezza che ostentavano e le famiglie nobili e potenti che le proteggevano e garantivano loro una eccezionale istruzione, alle scuole medie iniziarono a truccarsi e ad indossare abiti corti e le prime minigonne per tirarsi dietro quanti più sguardi maschili potevano.
I corteggiamenti iniziavano, ma io ero tagliata fuori, anche alle feste cui venivo invitata.
Quasi alla fine della seconda media, ebbi il mio primo ciclo; diventai, con mia grande soddisfazione, una signorina che assiste, giorno dopo giorno, alle continue metamorfosi del proprio corpo.

Piano piano, il mio seno cominciò a prendere forma, nel giro di pochi mesi arrivai ad avere una terza taglia davvero graziosa.
I miei due seni erano davvero due calici da cui i miei compagni di classe avrebbero sorseggiato ogni sorta di liquido, i miei capezzoli somigliavano a due fragranti ciliegine che stimolavano baci e leccatine. Ma, oltre a contemplare questi due seni nello specchio della mia stanza da letto e a farli toccare e assaggiare a qualche mia amica, il primo fidanzatino non arrivava.

Fui contenta di non essere più piatta e avrei ringraziato ogni divinità, di ogni misterioso pantheon, per le mie due nuove “bimbe”.
Oltretutto, immaginate queste due creature, che praticamente avevano vita propria, su una tipetta molto alta.
Quell’estate feci la felicità delle mie amiche che alla vista di quella novità, come se avessero visti degli alieni, non facevano altro che chiedermi di mostrarle. È inutile dire che passai tutta l’estate cercando di coprirmi, come se, anche con il costume da bagno, a mare mi sentissi nuda e osservata da tutti.

Il ritorno in città invece, quell’anno, mi fece particolarmente piacere anche perché non vedevo l’ora di mostrare alle mie compagne di classe la mia novità. Infatti, dopo un paio di giorni di scuola, come per incanto, grazie alle mie tette, entrai nel gruppetto delle ragazzine più invidiate da tutti. Non è che all’improvviso fosse diventata bella, ma in breve tempo mi resi conto che i maschietti soprattutto a quell’età sono particolarmente attirati da certe forme.

Io, però, in quel gruppetto di ragazze proprio non mi sentivo a mio agio, loro parlavano di baci con la lingua, di toccatine, eccetera, io ero completamente a secco di tutto ciò che riguardava la parola sesso.
Il mio massimo era stato un bacio a stampo che il più brutto della classe, con l’apparecchio ai denti, e gli occhiali spessi, mi aveva dato in seguito al gioco della bottiglia. Loro, le mie amiche, parlavano di toccarsi la gattina e di provare piacere.

Io ci provavo a casa, ma non succedeva niente. Mi chiedevo se fosse un problema soltanto mio, per questo ascoltavo con attenzione i loro consigli, le loro lezioni.
Poi venne il giorno della festa di Giulia, una mia compagna di classe. Come al solito mi preparai, per modo di dire, alla mia maniera, cioè scarpe da ginnastica, jeans e camicetta,
A questa festa le mia compagne di clesse si divertivano, ammiccavano con i compagni di classe più carini, io cercavo goffamente di stare loro indietro, ma con risultati molto scarsi.

Ad un certo punto, chiesi alla padrona di casa dove fosse il bagno, lei fece un cenno al fratello di aiutarmi. Questo ragazzo aveva all’epoca circa quindici anni, partecipava alla festa della sorella e naturalmente era guardato, essendo più grande, un po’ da tutte. Facemmo il corridoio insieme, poi mi aprì la porta del bagno, la richiuse ma entrò con me.
Lo osservai interdetta: dovevo fare pipì, forse non aveva capito. Ma lui mi prese per mano e mi fece sedere sul bordo della vasca da bagno, mettendosi a fianco a me.

“Ti stai divertendo?” mi chiese, ed io gli risposi di sì, mentre cominciava questo strano scambio di parole, sentì che il suo braccio saliva sulla mia spalla. Non mi era mai successo niente del genere, non sapevo come comportarmi, rimasi bloccata tra il terrore e lo stupore di ciò che stava succedendo. La sua mano in pochi secondi entrò nella mia camicetta, prima mi accarezzo’ un po’ sopra il reggiseno, poi mi prese un seno, cominciò a toccarlo, a massaggiarlo.

Io diventai rossa ma, mano a mano che toccava, provavo una sensazione mai provata fino ad allora.
La camicetta era chiusa, ma lui aveva fatto uscire entrambi i seni dal reggiseno e li palpava ansiosamente entrambi, con forza.
Quando cominciai a provare piacere, dalla mia bocca iniziarono ad uscire dei gemiti, silenziosi, che tradivano quello che stavo provando.
Lui ,in silenzio, continuando a toccare, si aprì il pantalone, prese la mia mano e la mise sul suo uccello in erezione.

Non ne avevo mai visto uno in vita mia, quando la mia mano lo toccò, sentii un brivido, ma nello stesso tempo non sapevo cosa fare.
Lui allora mise la sua mano sulla mia e cominciò a farmela muovere sul suo coso. Io, quasi in maniera automatica, continuai da sola quel gesto, per me assolutamente nuovo, senza sapere cosa stessi facendo.
Però scrutavo la sua faccia, vedevo che anche lui provava piacere proprio come me, così continuai.

Intanto mi resi conto che la mia passerina si era bagnata: avevo avuto il mio primo orgasmo.
Ma proprio mentre prendevo atto di questa situazione, lui si alzò di shitto, andò verso il gabinetto e, dopo pochi secondi, cacciò fuori un liquido bianco. Io al momento pensai che stesse male; non avevo assolutamente idea che quello fosse sperma e che avevo contribuito al suo piacere.
Lui si pulì, mi sorrise ed uscì dal bagno.

Io rimasi un po’ di minuti da sola a pensare a tutto ciò che mi era accaduto. Feci la pipì e tornai dalle mie amiche. Naturalmente non raccontare niente. La sera, però, tornata a casa, mi toccai e questa volta con mia somma soddisfazione ebbi il mio primo orgasmo solitario.
Avevo avuto il mio primo approccio con il sesso. La mia vita era cambiata.
Quella sorta di avventura nel bagno con il fratello della mia compagna di classe, mi aveva aperto un mondo nuovo.

Ero diventata grande, ero affascinata da quel piacere tutto nuovo che all’improvviso avevo incontrato. Quell’anno di terza media lo passai all’insegna delle scoperte insieme ad un mio compagno di classe che si mi dichiarò il suo amore.
Tra toccatine e maldestri tentativi di rapporti orali reciproci, a casa sua quando i genitori erano assenti, cercavo di crescere per stare al passo delle mie amiche più smaliziate. Anche se a dire la verità non è che raccontassi loro proprio tutto, visto che la mia timidezza e il mio pudore aveva spesso il sopravvento.

Oltretutto non è che fossi pariticolarmente fiera di raccontare della sua lingua che leccava la mia albicocca come un gelato, oppure della mia bocca che faceva appena in tempo a poggiarsi sul suo uccello che veniva subito.
Solo qualche anno dopo mi sarei resa conto che i ragazzini in fase di pubertà hanno questa sorta di eiaculazione precoce, per cui durano molto poco.
L’estate che mi trasportò dalle medie alle superiori, mi vide anche perdere la verginità.

Un coetaneo della mia comitiva, mi faceva da cavaliere quando uscivamo tutti insieme, portandomi sul suo motorino. Non era uno di quelli “esperti”, anzi se possibile era anche meno istruito della sottoscritta. Ci baciavamo, ci toccavamo, insomma stare insieme era piacevole per entrambi. Poi un pomeriggio si fece avanti chiedendomi di farlo, io tutto sommato non aspettavo altro. Diciamo che per me la verginità non è che avesse particolare valore, anzi era più un qualcosa di cui liberarsi il prima possibile.

D’altra parte ero sempre un passo indietro le mie amiche ma accompagnai questo ragazzo a comprare i preservativi.
Una di queste sere d’estate indossai, cosa rarissima, una gonna un po’ sopra il ginocchio; andammo sulla spiaggia e lui porto’ la chiave della sua cabina. Entrammo dentro, cominciammo a toccarci, lui come al solito mi ravanava le tettone come se stesse impastando la pizza. Infine lo vidi indossare il preservativo ed io mi tolsi le mutandine.

Mi appoggiò al muro, mi allargò le gambe e… nel giro di un minuto era tutto finito.
Non sentii dolore ma nemmeno piacere, lui mi guardò con un misto di soddisfazione e delusione visto i tempi brevi in cui si era svolta la cosa. Ci guardammo, sorridemmo comunque compiaciuti. Per il resto dell’estate lo facemmo ancora, non tante volte, senza dircelo capimmo che entrambi preferivamo toccarci e farci del sesso orale.
Ma a prescindere da tutto, lui è stato il primo a raccogliere il frutto succoso.

Il passaggio dalle medie al liceo è stato una svolta sotto tanti punti di vista. Il primo fra tutti e che mi resi subito conto di non essere femminile. Le mie compagne di classe erano già donne, si vestivano e si truccavano come io non sapevo fare. A differenza delle scuole medie però, mi inserii subito nel gruppetto delle ragazze più sveglie, un po’ perché ero simpatica, un po’ perché le mie belle tette erano un biglietto da visita prestigioso.

Il mio abbigliamento veniva sempre criticato, ma io non riuscivo ad andare oltre pantaloni, camice e maglioni larghi, anfibi alternate a scarpe da ginnastica. Per quanto riguarda l’abbigliamento intimo quasi mi vergogno a parlarne; ho sempre utilizzato delle comodissime mutandine di cotone, non ho mai capito come si possono indossare i perizoma, con quel filo che dà fastidio alle natiche. Rischiavo di assomigliare a Bridget Jones ma lo specchio, ogni mattino, mi restituiva l’immagine piacevole del mio seno che avrei voluto ostentare.

Erano seni proporzionati, pieni e morbidi al tatto, e passava delle ore a toccare la mia pelle di seta.
Ho sempre avuto una sorta di insofferenza per il reggiseno e così, soprattutto durante l’inverno, evitavo ed evito tutt’oggi di indossarlo. Per fortuna, le mie tette mi stanno ancora su.
Il sabato dovevo subire le angherie delle mie compagne che venivano a casa per vestirmi “come si deve” dicevano loro. Il “come si deve” significava scarpe con il tacco, trucco e scollatura.

Il tutto con il consenso di mia madre che, per tutta la vita, ha cercato di cambiare le mie brutte abitudini.
Ogni Natale dovevo fingere sorpresa quando mia madre e mia nonna mi regalavano completini intimi. Tra l’ilarità generale dovevo subire anche il coro “indossali, indossali”. Ma questo succede ogni anno, ormai nella mia famiglia era diventata una consuetudine, quasi come l’albero. Completini che ancora oggi giacciono nel fondo dei miei cassetti nuovi.

Durante gli anni del liceo ho avuto le mie storie, né poche. nè tante.
L’estate dei miei sedici o diciassette anni vide una svolta.
Avevo una comitiva bellissima fatta di molti ragazzi e ragazze e ci divertivamo da morire, quell’anno però non successe granché se non una sera, quando in seguito ad un paio di birre di troppo mi baciai e non solo con una mia amica.

2
Alla frontiera con mia moglie Laura
Sono ormai alcuni anni che con mia moglie Laura ci concediamo un po’ di simpatiche ed eccitanti divagazioni sul tema sesso.

Abbiamo sperimentato lo scambio di coppia, la frequentazione di club privè e anche qualche intrigante situazione pubblica tipo discoteca, spiagge nudiste ecc…, ma mai avevamo vissuto un’esperienza come quella che ci è capitata la scorsa estate.
Avevamo trascorso alcuni giorni a girovagare allegramente fra Austria e Ungheria, avevamo visitato la splendida Vienna e l’affascinante e conturbante Budapest. Poi un paio di giorni, per altro un po’ noiosi, sulle spiagge del lago Balaton per dirigerci successivamente alla volta della Croazia.

Percorsa un’autostrada semideserta e di recentissima inaugurazione, siamo giunti al punto di dogana con la Croazia. Al gabbiotto di frontiera ci viene richiesta per la prima volta la carta verde di assicurazione internazionale da uno scorbutico militare croato. A quel punto io e Laura ci siamo guardati negli occhi scoprendo che nessuno dei due aveva pensato di procurarsi il documento ormai necessario solo in caso di viaggio in paesi non comunitari.
Abbiamo cercato di essere simpatici e di dimostrare la nostra buona fede, ma quello non ci considerava neppure e ci ha fatto capire che stava per multarci per una cifra di oltre 1000 euro e minacciava anche il possibile sequestro della vettura.

A quel punto la situazione era veramente delicata e non sapevamo che pesci prendere. Intanto il militare era stato raggiunto da 2 colleghi e fra loro se la ridevano sulla nostra situazione.
Non sapevamo che fare. A un certo punto, con un po’ di disgusto, ho notato che il loro parlare incomprensibile era alternato a numerosi sguardi e sorrisetti alla volta di mia moglie e la cosa si faceva via via più insistente.

Li odiavo profondamente, avessi potuto gli avrei rotto il naso a tutti e tre. Improvvisamente il capo mi si avvicina e, questa volta in perfetto italiano, mi chiede cosa avevamo deciso di fare. Chiesi se potevo pagare con carta di credito (che altro potevo fare) e se potevamo evitare il sequestro della vettura.
Come se niente fosse, quello stronzo mi propose senza mezzi termini di far divertire lui e i suoi amici con mia moglie e di chiudere lì la vicenda.

Mi si accappnò la pelle, avrei voluto dargli un pugno su quel sorriso beffardo, ma allo stesso tempo la situazione creatasi mi apparve estremamente eccitante e, perchè no, vantaggiosa.
Non risposi, ma mi girai verso Laura che mi guardava con uno sguardo interrogativo.
Era bellissima e molto sexy, aveva i capelli biondi sciolti sulle spalle, una gonnellina estiva turchese che lasciava ben in vista le sue gambe abbronzate e affusolate su dei sandali con tacco alto; e poi quella camicetta bianca, allacciata in vita che avvolgeva il suo seno meraviglioso lasciat libero…
Laura era molto, molto attraente.

Dissi all’uomo di aspettare un attimo e mi diressi verso di lei. Le spiegai senza giri di parole cosa mi aveva proposto quello e lei rimase esterefatta, non disse nulla sul momento, poi mi guardò in un certo modo e fu sufficente per capire che stavamo per vivere un’esperienza incredibile.
All’uomo risposi che si poteva fare e lui senza dir nulla fece segno agli altri 2 di andare ai punti di controllo; prese mia moglie per mano e fece cenno a me di seguirli.

Mi fece fermare all’angolo fra un container e la strada dicendomi di controllare che non arrivasse nessuno; loro si misero dietro, a qualche metro da me, li guardavo come guardassi un film; era una situazione irreale.
Laura era tesa come una corda di violino, ma lui, con dei modi da bovaro, ci mise poco a sciogliere la situazione. L’apoggiò alla parete del container, le mise la lingua in bocca senza alcun complimento, le infilò una mano sotto la gonna e lo vedevo muoverla alla ricerca dello slip; capii benissimo quando le infilò le dita nella figa: lei mugolò portando la testa all’indietro.

Lui si sbottonò i pantaloni militari e ne tirò fuori un cazzo ancora non duro; le prese la testa staccandosi da lei e gliela portò all’altezza dell’uccello.
Laura si inginocchiò e cominciò a succhiarlo e leccarlo con avidità. Ci mise ben poco a svuotarle in bocca e sulla camicetta, all’altezza del seno, una sborrata colossale che la imbrattò anche nei capelli. Laura rimase lì, a carponi, con la camicetta fradicia e ora divenuta semitrasparente; lui si mise a posto il cazzo e contemporaneamente chiamò un collega.

Passandomi a fianco mi sorrise e mi diede una pacca sulle spalle.
Il secondo arrivò scambiando una risata col primo, si avvicinò a Laura, le slacciò la camicetta bagnata dello sperma dell’altro, le palpò le sue morbide e abbondanti tette, poi la girò, la spinse contro il container, la sistemò allargandole le gambe, si tirò fuori un cazzo duro e grosso, lo spinse all’altezza del culo cercando la figa e glielo ficcò dentro con un sol colpo.

Lei quasi nitrì per il piacere e lui cominciò a darle colpi violenti mentre parlava dicendo cose incomprensibili, ma quando si girò verso di me ebbe cura di parlare in italiano per dirmi: “sapessi com’è bagnata questa troia! Fatti una sega mentre la scopo, coglione!”.
Mi andò il sangue alla testa, ma non seppi resistere e comincia a masturbarmi furiosamente.
Andò avanti almeno per un quarto d’ora, sempre nello stesso modo e con la stessa violenta cadenza di colpi.

Laura godette, urlò il suo piacere come una cagna, e quando lui la girò per sborrarle addosso, lei si mise carponi e si fece piovere lo sperma sul viso e sulle tette, leccando poi golosamente l’uccello dell’uomo.
Lui si ricompose ridendosela e dicendomi che una troia così poteva essere solo italiana, le diede una sculacciata e poi andò a chiamare il terzo.
Era un ragazzino di neppure vent’anni; arrivò vicino a Laura eccitatissimo e spavaldo.

Lei era appoggiata alla parete con lo slip scivolato attorno a una caviglia, la gonna fermata con un giro alla cintura e le tette fradicie e scoperte alla vista del ragazzo e alla mia. Era splendida, laida e affascinante allo stesso tempo. Aspettava di essere presa ancora una volta. Il ragazzo faceva il duro, ma si capiva bene che non stava nella pelle. Era impacciato, ma riuscì a tirare fuori il cazzo in tempo per sborrarle come un fiume, ancora una volta in bocca e sul seno.

Neanche fece in tempo a penetrarla. Si asciugò il cazzo con i capelli di lei con fare quasi umiliante.
Mi guardò strafottente e se ne andò. Ora eravamo soli io e Laura. Avevo ancora il cazzo duro in mano e la voglia di svuotarglielo addosso. Lei cercò di riassettarsi alla meno peggio. Mi avvicinai. Incrociammo lo sguardo. Sentii mettermi una mano sulle spalle, mi girai, era il primo militare che mi guardava sferzante.

Mi scostò. Aveva già il cazzo fuori, si avvicinò a mia moglie, mentre lei lo guardava un po’ stranita.
La fece accovacciare per infilarle di nuovo l’uccello mezzo moscio in bocca. Poi lui mi guardò e mi disse: “mi ero dimenticato del culo”.
Laura succhiava di fianco a me un cazzo che si gonfiava sempre di più; era avida e aveva sentito quello che lui mi aveva detto. Quando fu duro e pronto fu lei stessa che si alzò, si girò, inclinò bene il suo splendido culo, girò lo sguardo verso l’uomo e gli prese l’uccello in mano; lo diresse verso il suo buco di culo, lo posizionò,poi, guardandolo come una mignotta, lo pregò di fotterla.

Con un sol colpo la impalò mentre lei cacciò un grido di dolore misto a piacere. Prese a incularla con una violenza inaudita, mentre io mi masturbavo a meno di un metro da loro.
Il bastardo mi guardò con un ghigno beffardo sotto la fronte madida di sudore, mentre le tirava i capelli per far aumentare l’inclinatura della schiena e del culo. Non finiva più di incularla, ma Laura ora ne traeva solo piacere e cominciò a godere furiosamente scuotendosi sulle gambe e gridando in continuazione una sola parola: “Siiiii”.

Quando lui le sborrò nel culo con dei colpi tremendi, lei tremava come una foglia e rimase in quella posizione per alcuni minuti, stremata, sfiancata contro la parete, con le gambe larghe, mentre lui se ne andava come se nulla fosse, sudato come un maiale e dicendomi: “gran troia, potete andare”.
Laura era ancora girata di pecora, non parlava, ma il suo volto raccontava il piacere di quell’esperienza.
Io non seppi trattenermi e le sborrai anch’io sulla schiena.

Risaliti alla meno peggio in macchina, rimanemmo in silenzio per alcuni chilometri, poi ci fermammo a una fontanella a ripulirci un poco. Per giorni e giorni, ogni volta che abbiamo scopato, le ho raccontato quello che le avevo visto fare, rigodendo in continuazione di quell’esperienza.

3
Donne deliziose come perle pregiate

Il salone per sole donne

Parte I

Il negozio di ferramenta in cui lavoravo era situato appena fuori del centro, vicino ad un salone di bellezza per sole donne.

Quel “Per sole donne” dell’insegna mi aveva sempre fatto sorridere, perché poteva quasi voler intendere che il salone fosse frequentato solamente… come dire, da donne che amano le donne. Non c’ero mai entrata in vita mia, perché mi piacevo al naturale e poi preferivo mantenere intatta la fantasiosa illusione che si trattasse di un club in incognito per sole donne. Devo dire però che mi affascinava osservare le clienti dalla mia vetrinetta. Continuavo a veder entrare e uscire donne di ogni età, arrivavano con un aspetto e uscivano con un altro, sembrava quasi una forma di stregoneria.

All’epoca ero sola e mi piaceva la mia condizione di single. Di tanto in tanto andavo a caccia di donzelle per passare una serata in dolce compagnia, ma finiva sempre tutto lì, nessuna mi colpiva mai al punto da tentare di intraprendere una frequentazione. Anche se, come dicevo prima, non mi piacevano gli eccessivi artifici nell’aspetto fisico, avrei passato volentieri del tempo con alcune delle clienti che se ne uscivano restaurate dal salone di bellezza.

Un bel giorno vidi arrivare una donna sui quarant’anni, bella, molto bella, coi capelli biondi e un abbigliamento largo che sembrava voler nascondere le forme sottostanti, un po’ come si tende a fare in adolescenza. Quando fece la sua comparsa stavo lavando a fatica la vetrata del negozio e dopo averla individuata non potei toglierle gli occhi di dosso. Lei invece gettò uno sguardo su di me con distrazione, come avesse tutt’altro per la testa.

Passò più o meno un’oretta e quando uscì dal salone, io me ne stavo appoggiata al muro appena fuori della porta d’ingresso a godermi un caffè della macchinetta. Sembrava un’altra persona, stentai quasi a riconoscerla. La sua bellezza, già presente prima ma forse leggermente trascurata, era magicamente rifiorita grazie alle delicate cure del “Salone per sole donne”. Mi sorpresi nuovamente a fissarla mentre si avvicinava a me con passo deciso. Ora che potevo osservarla da più vicino, notai come l’abbigliamento largo sembrasse adatto alla sua figura e creasse un’aspettativa rispetto al suo corpo nascosto lì sotto, che io avrei volentieri scoperto e palpeggiato senza riserve.

Iniziai a chiedermi con preoccupazione come mai si avvicinasse a me, aveva forse notato che la squadravo e intendeva dirmene quattro? No, il suo scrutare la vetrina mi fece capire che era interessata al negozio. Ferma davanti al vetro, senza staccare lo sguardo dalla superficie che io avevo appena finito di lucidare, mi chiese se vendessimo catene e lucchetti. Per un breve istante la mia folle fantasia volò su un’immagine di lei avvolta di catene e lucchetti.

Continuò quindi dicendo che le servivano per la sua bicicletta. Quest’immagine invece fece fatica a formarsi nella mia mente, non riuscivo a vederla su una bicicletta con l’aria raffinata che aveva. “Si, certo”, le risposi, “entri pure”. Gettai nel cestino il bicchiere di plastica del caffè ed entrai mentre lei mi seguiva. “Ecco qua”, dissi, “ci sono tutti i lucchetti che vuole e alle sue spalle troverà ogni tipo di catena”. “La ringrazio”, disse, accennando un sorriso.

Scelse ciò che le serviva, estrasse dalla borsetta il portafogli e pagò in fretta. Se ne andò quasi correndo, come avesse scordato una pentola sui fornelli e temesse per il peggio. Appena abbassai lo sguardo sul banco vidi un biglietto da visita rosa e dorato con scritto “Carla, Massaggiatrice erotica”. Anche in quel caso il mio cervello, che quel giorno pareva dotato di un inedito senso dell’umorismo, pensò “a Carla piace darla”. Emisi una veloce risata a quella mia squallida battuta interiore e cercai di capire cosa potesse essere un massaggio erotico.

Si trattava forse di un massaggio in zone erogene? Rimasi immobile a pensarci per un po’, infine mi dissi che avrei potuto scoprirlo solamente prenotando una seduta da quella misteriosa Carla.

Parte II

“Pronto, si salve, ehm… vorrei prendere un appuntamento per un massaggio”, dissi timidamente appena la voce di Carla giunse al mio orecchio. “Certo, quando preferirebbe? Domani ho l’agenda piena, può andarle bene mercoledì?”, chiese impassibile la donna. “Si… sarebbe meglio nel tardo pomeriggio, anzi alle sette di sera, ma credo sia troppo tardi per lei magari”, risposi, quasi intenzionata a ritrattare lasciando perdere tutto.

“No no, non si preoccupi, va benissimo, facciamo mercoledì alle sette, l’indirizzo ce l’ha sul biglietto da visita se non sbaglio”. Quest’ultima osservazione mi fece sobbalzare, perché mi fece sospettare che si ricordasse di me e mi avesse persino riconosciuta dalla voce. “Si infatti”, ammisi imbarazzata. “Va bene, ci vediamo mercoledì”, concluse la donna e riagganciò senza dilungarsi ulteriormente. Ero spaventata e nello stesso tempo fortemente eccitata, non avevo idea di ciò che potesse aspettarmi nel corso di un massaggio erotico.

Quel mercoledì sera cercai di chiudere il negozio prima possibile e ci riuscii, non c’era così tanta gente a quell’ora. Mi fiondai a casa per fare una doccia a tutta velocità e pur essendo ormai affamata e priva di forze presi la macchina e mi diressi dalla massaggiatrice. Giunta al portone dell’edificio in cui la donna riceveva rimasi sorpresa nel trovare scritto sul campanello “Carla, massaggiatrice erotica” esattamente come sul biglietto da visita. Suonai.

“Si”, rispose decisa la sua voce. “Salve, sono…”, “Ah si, quella delle sette”, mi interruppe lei, “salga pure”. E sentii lo shitto secco della serratura. Salii le scale già sentendo un intenso profumo di rose. Il suo studio, se così lo si può chiamare, si trovava al primo piano. Carla mi accolse alla porta sorridendo. “Entri pure”, mi disse, “guardi, laggiù c’è il bagno, si spogli completamente e mi aspetti lì”. Io mi impietrii, non capivo il senso dello spogliarmi completamente per poi aspettarla in bagno.

Comunque obbedii. Il bagno era caldo e profumato e la vasca era piena di schiuma bianca e vaporosa. “Eccomi”, disse Carla comparendo chiudendosi la porta del bagno alle spalle, “entri pure nella vasca, l’acqua è alla giusta temperatura”. “Ah, e io che mi ero anche fatta la doccia prima di venire qui”, ammisi con una risatina isterica. “Non penso che lei sia sporca”, rispose la donna ridendo, “fa parte del mio trattamento”. “Ah beh, se è così non parlo più”, dissi cercando di sdrammatizzare.

“No no, parli pure, ci mancherebbe”, continuò divertita lei. Il tepore della vasca mi accolse come un abbraccio intenso e rassicurante. La temperatura sembrava matematicamente studiata per procurare piacere al corpo umano, mai nessuno sarebbe riuscito a replicare la cosa a casa propria. Ricoperta di schiuma fino al collo cercai di rilassarmi. “Bene, quindi lei lavora al negozio di ferramenta”, disse, forse per fare un po’ di conversazione. “Vedo che lei ha la memoria buona”, risposi.

Tacque e dopo aver immerso entrambe le mani nella schiuma prese a massaggiarmi un seno. Sospirai e socchiusi gli occhi. Nessuna tra le donne con cui ero stata era mai riuscita a farmi sentire ciò che in quel momento sentivo. “Le piace?”, mi chiese, riuscendo ad imbarazzarmi di nuovo. “Si”, risposi sperando che non mi facesse altre domande. Iniziò a massaggiare anche l’altro seno. Sembrava cercasse di plasmarli, di dar loro una forma diversa e perfetta.

Non riuscii a trattenermi ed emisi un gemito. “Non si preoccupi, se vuole può anche gridare”, disse lei, “il massaggio è fatto apposta”. “Cioè, è fatto apposta per far gridare?”, chiesi sorpresa. “No”, continuò lei ridendo, “è fatto apposta perché la gente si liberi, sia gridando, gemendo, sospirando o facendo qualsiasi altra cosa”. Entrambe rimanemmo zitte per un po’, mentre lei continuava a massaggiarmi i seni iniziando ad allungare le mani anche verso l’addome.

“Vede, ho ideato io questo tipo di massaggio. Ci sono molte donne che non vivono bene la loro sessualità, ma più in generale non hanno rapporti sessuali, sia per scarsa fortuna in amore o perché troppo prese dal lavoro e via dicendo. Io le aiuto ad esprimersi facendo loro un massaggio erotico. Una volta conclusa la mia seduta si sentono soddisfatte come avessero una vita sessuale intensa e continua. Beh, almeno per un periodo, l’effetto non dura certo in eterno”.

Rimasi allibita, non avevo mai sentito niente del genere. “E pensare che io fantasticavo tanto sul salone per sole donne”, dissi io sospirando. “Il salone per sole donne?”, esclamò lei, “quello è un bel posto, ma è solo per le iniziate”. “Mi scusi?”, chiesi pensando che ormai mi prendesse in giro. “Intendo dire che in quel luogo accedono solo quelle donne che intendono esplorare un nuovo tipo di sessualità che va oltre le consuete regole sociali”, spiegò.

“Oddio, così mi spaventa”, ammisi spalancando gli occhi. “No, non si preoccupi niente di illecito o i*****le”, rise, “si tratta semplicemente dell’esplorazione di luoghi del piacere che la maggior parte delle donne non arriverà mai ad esplorare”. “Beh, se mi dice questo mi incuriosisce”, dissi. “La porterò volentieri con me la prossima volta che ci vado”, mi rispose. Detto questo le sue mani raggiunsero il mio ventre sott’acqua.

Parte III

Improvvisamente sembrò entrare in trance.

Continuava a strofinare le mani bagnate e scivolose sul mio ventre, proprio sotto l’ombelico, potevo sentirle sfiorare i miei peli pubici. Non ricordavo di aver mai provato prima di allora sensazioni di così elevato benessere. Iniziai a desiderare che allungasse le mani ulteriormente, fino a raggiungere le mie labbra che, immerse in quell’acqua calda, sembravano annoiarsi rispetto al resto del corpo. Presi a sospirare quando le sue mani esaudirono quel mio desiderio.

Non entrarono dentro perché si trattava pur sempre di un massaggio, non certo di un rapporto sessuale, ma se ne rimasero lì a muoversi avanti e indietro in superficie. Dopo cinque minuti di quel trattamento quasi non sapevo più dove mi trovassi. E tutto finì improvvisamente. “Abbiamo concluso”, annunciò lei sorridendo. Sul momento non risposi, ero ancora immersa in quelle sensazioni rigeneranti, che lentamente però si allontanavano da me. “Ah, peccato”, riuscii a dire dopo un paio di minuti, durante i quali lei aveva riassettato la stanza.

Poco dopo le chiesi di passarmi l’asciugamano e mi decisi a uscire dall’acqua. Il suo sguardo si posò fugacemente sul mio corpo coperto di schiuma. “Ah, si… scusi, dimenticavo”, balbettò, ora visibilmente in imbarazzo. Afferrò il telefono della doccia alle mie spalle e me lo porse. “Si sciacqui pure via la schiuma di dosso con questo”, disse poi accennando un sorriso. “Ah, la ringrazio”, risposi e in quel momento la vidi come la prima volta, quando se ne entrava e usciva dal salone per sole donne.

Rividi quel fascino che allora mi aveva colpita e incuriosita. Aprii l’acqua e iniziai a sciacquare la schiuma, portando alla vista il mio corpo spoglio e semi tremante. La massaggiatrice mi guardò ancora una volta e si avvicinò per togliere il tappo alla vasca in modo da far uscire l’acqua dallo scarico. Chinandosi però scivolò dentro immergendo le braccia. Sbuffò e da quella strampalata posizione guardò verso l’alto, incontrando il mio viso che cercava di trattenere una risatina.

Fu lei invece che a quel punto scoppiò in una fragorosa risata. Le porsi una mano per aiutarla a tirarsi su e l’affascinante donna la afferrò decisa. Si alzò in piedi e i nostri sguardi rilassati si incontrarono. La risata cessò da entrambe le parti. Non ci pensai più, le posai le mani sulle guance per avvicinare il suo viso al mio e la baciai. Inaspettatamente non si ritrasse, se non per scavalcare i bordi della vasca così da potermi raggiungere.

Riprendendo il nostro bacio dopo quella fugace interruzione ci abbracciammo, io completamente nuda, lei vestita dalla testa ai piedi anche se ormai bagnata. Mi baciò il seno e fece ruotare la lingua attorno ad un capezzolo. Le sensazioni che provavo durante il massaggio si stavano già ripresentando, sotto forma però di una bocca calda che mi baciava dappertutto. All’improvviso poi, come riprendendo ciò che il massaggio aveva lasciato in sospeso, le sue dita si avvicinarono alla mia vagina e questa volta entrarono senza indugiare.

Prima il massaggio e ora quella penetrazione, cui un po’ per volta si aggiunsero altre dita… non ero mai stata tanto bene in così poco tempo. Sentii le pareti della mia vagina dilatarsi, accogliendo quindi l’intera mano della massaggiatrice, che senza alcuno sforzo da parte mia si intrufolò. Il pollice rimase a metà tra l’interno e l’esterno, così da poter stimolare il clitoride. Nessuna tra le decine di ragazze con cui ero stata mi aveva fatto sentire così.

Quando raggiunsi l’orgasmo mi si oscurò la vista per quasi un minuto, ma non mi spaventai, ero in una dimensione in cui esisteva solamente il piacere. “Forse ora sei pronta per entrare nel salone per sole donne”, fu ciò che mi sentii dire da Carla mentre riacquistavo la vista.

Parte IV

In una mattinata fresca e frizzante, mi avvicinavo al mio solito negozio di ferramenta, non per aprirlo questa volta, ma per aspettare Carla.

Dopo un paio di minuti la mia pazienza già vacillava, così presi a camminare avanti e indietro, leggermente nervosa, non sapendo ciò che mi aspettava al salone per sole donne. Poco dopo vidi l’affascinante massaggiatrice comparire all’orizzonte, camminando decisa nella mia direzione mentre i capelli biondi rimbalzavano qua e là ai suoi passi. “Eccoci”, sorrisi con voce nervosa quando Carla fu abbastanza vicina. “Eccoci”, rispose lei, scrutandomi come a chiedersi se io fossi pronta per ciò che mi stava per propinare.

“Andiamo?”, chiese quindi dirigendosi al Salone per sole donne, che si trovava a due passi da lì. “Si”, risposi a testa bassa facendo un respiro profondo. “Ti vedo nervosa, non so che idea tu abbia, ma non aspettarti orge, gente mascherata o altre stupidaggini simili”, disse in tono risoluto. “Ah”, esclamai sottovoce, tradendo così il mio temere di trovare proprio quel genere di cose. Carla si concesse una risatina ironica e suonò il campanello, eravamo proprio di fronte al salone e stavamo per entrare.

La porta si aprì automaticamente e lei la spinse invitandomi a seguirla. All’ingresso mi voltai per un istante a guardare un passante che ci lanciava uno sguardo incuriosito e pensai “ha ha, qui dentro sono ammesse solo le donne”. Quindi entrai e richiusi la porta d’ingresso dietro di me. “Ciao Carla”, squittì una ragazza seduta alla scrivania, “dove vuoi andare?”. “Io vado a trovare Stella e poi a farmi una maschera per il viso, vorrei accompagnare lei da Samantha a fare due chiacchiere”, rispose Carla, confondendomi con tutti quei nomi femminili.

“Va bene”, rispose la ragazza alla reception, “stamattina sono tutte abbastanza libere, entrate pure”. “Grazie”, sorrise Carla, “andiamo”. Senza aprire bocca entrai con lei in un’altra stanza, invasa di un incenso dall’aroma indecifrabile, che dava su un corridoio, tappezzato di porte di diversi colori. “In fondo a quel corridoio c’è una porta”, mi sussurrò Carla all’orecchio, “è la stanza di Samantha, bussa e lei ti aprirà. Ti saluto, vado a fare il mio giro”.

Detto questo, scomparve dietro un’altra porta senza lasciarmi il tempo di dire una parola. Così mi ritrovai a camminare intimorita verso la stanza di quella misteriosa Samantha e a chiedermi se quel posto non fosse in realtà una sorta di bordello tutto al femminile. In ogni caso, una volta pronta, feci un respiro profondo e bussai timidamente alla porta azzurra. “Avanti”, rispose una voce di donna dall’interno della stanza. Agguantai la maniglia e aprii lentamente la porta.

Dinnanzi ai miei occhi comparve una stanza fatta di luci viola e gialle, nella quale aleggiava un fortissimo odore di lavanda. “Salve”, dissi, quasi con una risatina isterica, “sono Lucia”. “Ciao, entra pure Lucia”, rispose lei, seduta a gambe incrociate al centro della stanza, “siediti pure di fronte a me”. Chiusi la porta cercando di essere più delicata possibile, visto l’aspetto quasi mistico dell’ambiente, e mi sedetti goffamente sulla moquette di fronte a lei.

“Io sono Samantha, piacere”, disse, “come mai sei qui, Lucia”. “Ehm, beh, mi ci ha portata una persona che conosco, non so se l’abbia presente, si chiama… Carla”, raccontai con voce affannosa. “Ah, certo, Carla, la

nostra affezionata massaggiatrice. Pensa, lei svolge un lavoro molto importante anche al di fuori di questo salone”, disse con orgoglio Samantha. Le luci gialle e viola disseminate qua e là sul pavimento alle sue spalle non mi permettevano di vederla in faccia, potevo solo percepire una silhouette dai voluminosi capelli ondulati.

“Ma non mi hai risposto”, insistette, “perché sei qui?”. Rimasi in silenzio per qualche istante, immobilizzata dalla paura di dire qualcosa che mi facesse sembrare una stupida, non sapendo in realtà perché mi trovassi lì. “Forse ti senti frustrata? Non riesci ad esprimere la tua sessualità?”, chiese con un tono così gentile, che mai avevo sentito prima di allora. Ripensando alla mia vita, allo squallore delle mie fugaci relazioni e a come mi avesse fatto rinascere il massaggio erotico di Carla, mi incupii e iniziai a precipitare in un vortice di triste consapevolezza.

“In effetti”, sospirai, “credo di non essere troppo felice della mia vita sentimentale e sessuale”. “Ti senti forse un po’ bloccata? Oppure sei convinta di non aver finora trovato una persona giusta per te?”, chiese. “Forse”, risposi, non sapendo più che dire. “Non ti preoccupare”, rise serenamente lei, “se ti va, possiamo aiutarti. Vedi, purtroppo in molti casi le donne si accontentano del loro cosiddetto partner sessuale, spesso anzi non si conoscono profondamente, sono bloccate, non sanno interagire soprattutto con se stesse.

La cosa è sottovalutata, ma attraverso il sesso si possono raggiungere zone della propria intimità che difficilmente emergono in altro modo. L’orgasmo può essere la chiave per accedere ad altre dimensioni interiori, ma vi si può accedere solo sentendosi libere di esprimersi. Purtroppo viviamo in un mondo che cerca di negarci questa libertà, e noi del salone per sole donne siamo qui per aiutare coloro che vogliono liberarsi”. Non potevo credere alle sue parole, quello che diceva era surreale eppure anche così vero.

Era come se avesse centrato in pieno il punto, il tasto dolente della mia vita e, chissà, forse di quella di molte altre donne. “Che cosa posso fare per liberarmi?”, sussurrai trattenendo le lacrime, messa davanti alla pochezza di quella che finora era stata la mia vita. “Lo devi prima di tutto volere, non sarà una passeggiata, ma ce la farai, come ce l’hanno fatta tante altre donne”, mi rassicurò. Non riuscii a trattenermi e mi misi a piangere, scusandomi, convinta di aver finalmente fatto la figuraccia che mi aspettavo di fare.

“Non ti preoccupare”, sospirò Samantha, “le lacrime rappresentano spesso l’inizio di una guarigione”. Mentre mi sfogavo, lei se ne rimase in silenzio ad aspettare che finissi. “Cosa faccio adesso?”, chiesi una volta che fui di nuovo calma. “Se vuoi, uscita da quella porta, segui il corridoio che ti ha portata qui, gira a destra e bussa alla porta verde che troverai lì”, spiegò Samantha. “Grazie”, dissi, asciugandomi gli occhi nel buio. “Di niente”, rispose lei.

Mi alzai dalla moquette e mi diressi alla porta, sentendomi molto più serena di quand’ero entrata. “E… come mai le donne escono di qui più belle… esteticamente?”, chiesi infine, prima di uscire. “Perché la liberazione interiore e il raggiungimento della soddisfazione sessuale fanno sì che i muscoli si rilascino, le rughe si distendano e il viso assuma un’espressione serena e finalmente viva”, spiegò. “La ringrazio, mi sento già molto più leggera”, dissi. “Di niente”, rispose con voce profonda.

Afferrai la maniglia come quand’ero entrata e lasciai la stanza. Feci un respiro profondo, guardai il fondo del corridoio e pensai: “ecco, sono dentro il salone per sole donne”.

5
Racconto d’autunno
Con un sobbalzo secco Miranda tornò di peso alla vita cosciente. Supina sul letto si ritrovò a fissare il buio mentre le coperte al suo fianco si muovevano pigramente. Samantha le si avvicinò strusciandosi fra le lenzuola felpate. “Sei sveglia?”, chiese.

“Si”, rispose Miranda con un sospiro profondo e stanco. Immersa in quel buio totale sentì la sua compagna avvicinarsi a lei per lambirla con il corpo caldo. Quando le sue labbra bagnate le sfiorarono il collo un brivido pungente le pugnalò la schiena. La lingua di Samantha percorse un piccolo tratto di superficie della sua pelle e ritornò al punto da cui era partita, quindi lo rifece ancora e poi ancora senza fermarsi. Quando si stancò di dedicarsi al collo scese più in basso e costrinse uno dei morbidi seni di Miranda ad uscire dalla canotta larga e tiepida.

Qui la sua lingua procedette sinuosa in movimenti circolari attorno al capezzolo. Le labbra vi si chiusero attorno per succhiarlo con bramosa lussuria, mentre Miranda sospirava immersa nell’oscurità. I denti di Samantha stuzzicarono quella carne dura, impreziosita dal sudore, vi si strofinarono quasi fino a procurare dolore, tuttavia fermandosi prima di raggiungere tale effetto. Il piacere provato da Miranda era indescrivibile, ma non bastava a sedare la sua inquietudine. Smise di gemere, quindi Samantha si fermò chiedendo “che c’è che non va?”.

“È iniziato l’autunno”, rispose lei e l’altra sospirando si distanziò riversandosi supina sul letto. Calò un silenzio di tomba, intonato al nero circostante che pareva denso come la pece. Samantha sapeva già a cosa l’altra si riferisse, l’autunno era per lei una stagione nefasta, seguita da un’altra, l’inverno, che lo era più ancora. La notte passò lenta e tormentata tanto per Miranda, atterrita dall’idea del periodo depressivo che la aspettava, quanto per Samantha, consapevole che anche stavolta sarebbe rimasta al suo fianco per sostenerla.

Il mattino seguente un cielo sereno sfumava all’orizzonte in cupi toni di grigio. Miranda si alzò dal suo sfatto giaciglio e incontrò Samantha in cucina che si apprestava a fare colazione. Per un istante quella scena le sembrò rassicurante e serena, ma subito questa sensazione lasciò spazio ad una crudele disillusione. Miranda non credeva nella felicità, era convinta di poter solamente vivere sporadici e casuali momenti sereni, spesso prologhi di discese nei baratri che invadevano la sua interiorità.

Quella mattina Samantha la guardò con occhi colmi di preoccupazione. “Perché oggi non fai una passeggiata? Potrebbe farti bene”, le propose. “Vedremo”, rispose lei fissando il pavimento, per nulla intenzionata a seguire quel consiglio. Tuttavia, quando nel pomeriggio si ritrovò sola a casa perché l’altra era al lavoro, Miranda cambiò inaspettatamente idea e si avventurò nei campi dietro casa, dove fu accolta da ampi spazi colmi di steli gialli e rinsecchiti di granoturco. In una pozzanghera d’acqua piovana vide riflesso il proprio viso, appesantito da un’espressione seria e smunta.

Aveva sempre pensato che la vita in campagna fosse depressiva, ma vedendosi specchiata in quell’acqua torbida rise di sé, avendo ormai realizzato che la depressione non era emanata da quanto la circondava, ma risiedeva invece in lei. Camminò lentamente guardando spesso il cielo, ormai coperto da uno strato di nuvole

talmente omogeneo da sembrare una superficie d’argento. Dopo circa una mezzora Miranda giunse ai margini di un bosco. Un’improvvisa folata di vento la trasportò improvvisamente al centro di una nevicata di foglie dai colori sgargianti, accompagnata da lievi risate a mala pena udibili.

Cólta di sorpresa da quel fenomeno provò un’improvvisa ed intensa emozione. “C’è qualcuno?”, chiese al vento, ma non ottenendo risposta riprese a camminare a testa bassa. Inoltratasi nel bosco si lasciò ancora una volta travolgere dalla melancolia autunnale. Giunta in una radura si sedette sull’erba e si ridestò dal torpore nel vedere una lepre scappare a nascondersi tra i rovi ormai rinsecchiti. Stava per ripiombare di nuovo nel suo buio interiore quando sentì ancora una volta le allegre risate di poco prima e alzando gli occhi al cielo rivide le foglie cadenti.

E fu allora che abbassando lo sguardo notò due ragazze nude tra gli alberi raccogliere foglie arancioni di platano. Un’altra ragazza, anch’essa nuda, se ne stava invece in disparte seduta a terra a cucire le foglie tra loro, un’altra ancora, al fianco di questa, indossava un abito di foglie autunnali. Incredula e spaventata, Miranda si alzò da terra con l’intenzione di andarsene, ma si fermò impietrita non appena le ragazze la videro. Inizialmente queste si guardarono tra loro con aria interrogativa, infine come raggiungendo una verità comprensibile a loro soltanto le si avvicinarono.

Una di loro, completamente nuda, avanzò per prima e allungò le braccia come per accoglierla. Miranda ebbe ancora una volta la tentazione di ritrarsi per fuggire, ma fissando gli occhi castani della ragazza cambiò improvvisamente idea e la fuga divenne improvvisamente l’ultimo dei suoi pensieri. Si lasciò abbracciare e sentì un trasporto emotivo talmente forte da indurla a scoppiare in lacrime. La ragazza le accarezzò una guancia bagnata di pianto, poi la invitò a togliersi tutti gli abiti.

Anche di fronte a quel gesto, che quasi poteva sembrare un rituale di iniziazione, Miranda non mostrò più alcun timore. Si denudò e si sentì a suo agio col proprio corpo come mai le era capitato in precedenza. Le altre si presero per mano formando un cerchio, cui fu invitata a prendere parte anche lei. Le cinque ragazze nude danzarono assieme in una sorta di girotondo in cui però Miranda non percepì alcun capogiro.

La sua risata si fuse con la loro e con le altre decine che lentamente si avvicinavano alla scena. In quell’universo di selvaggia femminilità Miranda si sentì rinascere, come avesse recuperato le lontane origini perdute. Tornata a casa avrebbe condiviso con Samantha ciò che aveva imparato quel giorno, il giorno in cui aveva lasciato che in sé emergesse l’autunno.

6
La donna alla finestra
Nel quartiere in cui abitavo da adolescente c’era una casa grigia e cupa, situata in fondo ad una stradina di ghiaia circondata di abeti.

I bambini dicevano che vi abitasse una strega e quand’ero piccola lo pensavo io stessa. Crescendo mi convinsi invece che fosse disabitata, ma mi ricredetti scoprendo un giorno il postino dirigersi proprio lì. Incuriosita, lo seguii con lo sguardo e in lontananza riuscii a vedere una figura chiaramente femminile, ma dall’età indefinibile a quella distanza, ritirare la posta e rientrare furtivamente in casa. Sempre più incuriosita mi avvicinai con la puerile speranza di intravvedere la donna da una delle finestre aperte, ma mi sbagliavo.

Non si muoveva una foglia e vista dall’esterno la stamberga poteva sembrare disabitata da qualche decennio. Me ne andai delusa, pensando che forse avrei dovuto trovare altri passatempi anziché badare a cose del genere, neanche fossi una bambina. Invece, il giorno seguente vi ritornai senza sapere nemmeno io il motivo preciso, o meglio, non volendo forse ammettere di provare ormai una curiosità morbosa nei confronti di quella casa e di chi ci abitava. Le cime degli abeti lungo il viale dondolavano lentamente e un temporale era ormai vicino, ma non mi importava, in fondo non ero molto lontano da casa.

Cercando di non farmi vedere, sebbene a volte mi venisse spontaneo chiedermi se lì dentro ci fosse veramente qualcuno, appoggiai le braccia incrociate al muretto che circondava la lugubre casa e rimasi ferma a fissare le finestre. Non appena la prima goccia di pioggia mi sfiorò il viso, una finestra si spalancò all’improvviso, così finalmente ebbi conferma che non si trattava di una mia fantasia, la donna misteriosa c’era veramente. Avrà avuto una quarantina d’anni, non era bella ma nel complesso la sua figura emanava tutto il fascino dell’età matura.

Aveva i capelli color bruno-grigiastro e un’espressione vuota in viso. Chiuse le imposte e scomparve all’interno della casa, che a causa del temporale in arrivo sembrava sempre più cupa. Lo stesso fece per ogni singola finestra ancora aperta, eccetto l’ultima al secondo piano, alla quale si soffermò. Qui osservò il cielo e respirò a fondo, poi scomparve all’interno della stanza, lasciando le ante aperte. Sobbalzai vedendola riapparire qualche secondo dopo completamente nuda. La donna allungò le braccia verso l’esterno e si sporse, esibendo i seni al vento temporalesco.

Sembrava fosse rimasta in letargo per un lungo periodo e avesse deciso, appena sveglia, di far prendere aria alla pelle. Io ero in parte spaventata e in parte eccitata. Quella donna, che aveva tutta l’aria di essere completamente pazza, mi attraeva come mai mi era successo in precedenza. Quasi gridai di paura quando si accorse di me. Improvvisamente immobile coi seni coperti dalle braccia, mi fissò con aria interrogatoria, poi, come fosse riuscita a scrutare indiscretamente dentro di me, lasciò ricadere la braccia sul davanzale affinché io potessi vederla nuda.

Accorgendomi di questo tentativo di comunicazione da parte sua mi spaventai ancora di più e mi ritrassi per scappare, ma la fuga non mi riuscì e tornai a guardarla di nuovo. Lei allora chiuse gli occhi e iniziò a strofinarsi i seni con entrambe le mani. Mi piaceva ciò che stava facendo e speravo che continuasse, ma lei invece si fermò d’improvviso, si

ritrasse chiudendo la finestra di colpo e mi lasciò lì come una cretina a fissare la sua casa.

Tutte quelle sorprese una dietro l’altra mi disorientarono e spaventarono, lasciandomi però addosso ancora una buona dose di curiosità nei confronti della donna misteriosa. Di una cosa ero sicura, prima o poi sarei tornata a spiare la sua casa sperando che ancora una volta si affacciasse a quella finestra.

7
Labirinto di sguardi

Con un respiro profondo e tremante avvicinai l’occhio destro al buco della serratura di Roberta. La porta del suo appartamento era di fronte a quella del mio e da ormai un anno io e lei ci spiavamo a vicenda.

Era una sorta di gioco dichiarato in cui ciascuna di noi cercava di pizzicare l’altra proprio mentre si spogliava o si trovava in atteggiamenti intimi con se stessa. Sembrava incredibile ad entrambe ma la cosa non ci aveva ancora stancate, anzi sembrava farsi sempre più eccitante, esattamente come nel giorno in questione. La beccai in mutande mentre si sfilava le calze nere di nailon guardando distrattamente dalla finestra che dà sulla strada. Amavo le sue cosce, erano sode e lisce, la perfetta depilazione avrebbe potuto permettere alla mia lingua di slittarci comodamente sopra.

Gettò le calze sul divano e rimase immobile a guardare attraverso le tende semi-trasparenti. Spostò la mano destra in direzione del suo ventre e scostò la tenda come per vederci meglio. Sembrava che ora fissasse qualcosa in direzione degli edifici dall’altra parte della strada. All’inizio non mi era chiaro cosa facesse, ma non mi importava, a me bastava guardarla. Ora però ero rimasta un po’ delusa perché aveva smesso di spogliarsi, mentre io speravo che si sarebbe liberata anche dell’intimo.

Improvvisamente capii dalla sua posizione che la mano nascosta alla mia vista era infilata sotto le mutande nere di pizzo e che per di più si muoveva. Non ci potevo credere, guardava qualcosa, o meglio, qualcuno dalla finestra e intanto si masturbava! In qualche modo mi sentii tradita perché quello era il nostro gioco e non doveva includere altre persone. Avrei quasi voluto entrare per dirle che se le cose stavano così non mi andava di continuare, ma mi rendevo conto che era assurdo, io non potevo pretendere niente da lei.

Così, un po’ per ripicca, mi slacciai i pantaloni e feci esattamente ciò che stava facendo lei in quel momento, forse il fatto che io la spiassi proprio mentre mi “tradiva” poteva considerarsi una sorta di vendetta. Sia quel che sia, la cosa cominciò a non dispiacermi affatto, vedevo Roberta in piedi di spalle che ansimava agitando la mano tra le gambe, zona completamente lontana dal mio sguardo, e trovavo la situazione sempre più eccitante.

Contemporaneamente io stessa stuzzicavo le mie parti intime con la punta delle dita, sentendo i miei respiri aumentare in numero e in velocità insieme ai battiti cardiaci. Nel vedere lei avvicinarsi inesorabilmente all’orgasmo, smisi di solleticarmi e mi penetrai completamente con due dita. Roberta insistette nel suo intimo e martellante toccarsi finendo per gemere di piacere, mentre io aumentavo la potenza del gesto che infliggevo a me stessa. Non appena raggiunsi l’orgasmo sentii un altro gemito provenire improvviso dal fondo del corridoio alla mia destra.

Spaventata, ritrassi la mano dal mio ventre, voltando di shitto la testa in quella direzione e sentii distintamente un leggero colpo alla porta e passi che si allontanavano. Allora capii, ero osservata a mia volta attraverso un buco della serratura da una persona che aveva sorpreso me sorprendere qualcun’altro spiare. Mi trovavo in una sorta di labirinto di sguardi curiosi e indiscreti, in cui non mi era più chiaro ormai quale fosse il mio ruolo.

8
Perla nera
Era l’inizio di un autunno come un altro quando mi accadde il fatto più singolare di tutta la mia vita. Quell’anno mi ero ritrovata a rimpiangere l’estate più degli altri anni, quella calda e sensuale stagione, che trovava sempre in me un’entusiasta seguace. Una sera, mentre uno strano vento soffiava tra le deboli foglie degli alberi, me ne andavo al lavoro a piedi, incaricata di aprire la pizzeria d’asporto in cui lavoravo.

Non ne ero molto felice, perché ritenevo che il mio titolare si stesse un pochino approfittando della mia disponibilità, tuttavia fu una fortuna per me trovarmi da sola in quell’occasione, perché i miei colleghi si sarebbero fatti quattro maligne risate nel vedere la sorpresa che mi attendeva. Appena tirata su la serranda della pizzeria non mi accorsi della busta bianca abbandonata sul gradino, stavo addirittura per pulirmici i piedi. La afferrai sbuffando, convinta si trattasse dell’ennesima bolletta, ma quasi mi cadde a terra per l’emozione quando vidi scritto sul retro “per Elisa”.

Turbata ma anche incuriosita, mi precipitai ad aprirla e la lessi tutta d’un fiato. “Da un po’ di tempo non riesco a toglierti gli occhi di dosso, ci ho provato, ma non ce la faccio. Se la cosa ti infastidisce o se sei già impegnata, butta immediatamente questa lettera e fai finta di non averla mai ricevuta. Se invece la cosa ti intriga o ti incuriosisce vediamoci domani pomeriggio alle tre alla casetta di legno nel bosco, non lontano da casa tua. Con dedizione e desiderio.

G. ” Non ci potevo credere, un cliente della pizzeria mi osservava da chissà quanto tempo e si era preso la briga di scrivermi una lettera, la cosa aveva dell’incredibile! Leggere quelle poche righe subito prima di iniziare a lavorare non fu un bene, perché non feci altro che pensarci per tutta la sera, mentre i clienti mi osservavano dubbiosi, nel vedermi così distratta. Per fortuna, come sempre arrivò il momento di tornare a casa, dove però continuai ossessivamente a pensare alla lettera.

Non solo, ma anche all’idea di recarmi alla casetta nel bosco per vedere chi fosse il misterioso cliente che mi desiderava così tanto. La cosa incredibile era che, proponendomi di vederci il giorno dopo, lo spasimante aveva addirittura azzeccato il mio giorno libero. Tutto ciò mi inquietava, ma una parte di me iniziava a considerare l’idea di non mancare all’appuntamento. Il mattino seguente mi svegliai più stanca che riposata, avevo dormito male a causa di quel chiodo fisso: chissà cosa sarebbe successo recandomi a quell’appuntamento! Anche la mattinata trascorse con il tormento, ero terrorizzata e stuzzicata al tempo stesso.

Arrivarono le due e mezza del pomeriggio e decisi che fosse il caso di andare, in fondo che avevo da perdere? Sarebbe bastato tenermi pronta alla fuga e col cellulare a portata di mano, qualora si fosse trattato di uno psicopatico. Così, con le gambe leggermente tremanti di emozione, mi incamminai in direzione del bosco, i cui colori autunnali mi ricordarono ancora una volta l’addio dell’estate. Le foglie frusciavano allegramente al susseguirsi dei miei passi, mentre mi addentravo nell’oscura selva, le cui fronde erano violate qua e là dai raggi di un sole tiepido, in una sorta di penetrazione panica.

Camminai per qualche minuto, finché non vidi comparire d’un tratto la vecchia casetta di legno dall’aspetto cadente, quello stesso rudere che guardavo con curiosità fin da bambina. Mi soffermai a scrutarla per un po’, dopo di che mi rimisi in moto per raggiungerla, visto che ormai mancava poco alle tre. Non avevo visto nessuno arrivare, quindi se c’era qualcuno doveva già essere dentro. Raggiunsi il rudere semicoperto di edera scura e dopo aver sospirato profondamente bussai.

Non si udiva il minimo rumore dall’interno della casa, mentre attendevo di vedere la porta aprirsi. In quel breve istante la mente mi si riempì di dubbi e paure. Cominciai a chiedermi che diavolo ci facessi lì e per quale motivo una persona bramosa di incontrarmi non mi potesse lasciare il suo numero di telefono, anziché propormi un incontro clandestino. Tornai sui miei passi, pronta a darmi alla fuga, quando sentii la porta alle mie spalle aprirsi con un cigolio.

Mi voltai di shitto, ma ancora non vidi nessuno sporgersi, così mi avvicinai di nuovo. Fu allora che sbucò dalla porta socchiusa il viso di una ragazza dalla pelle nera e dai lunghi capelli crespi che le ricadevano su una spalla nuda. “Oh, scusa”, dissi, completamente disorientata, “credevo ci fosse un’altra persona, scusa tanto, me ne vado”. Detto questo mi voltai e alzai i tacchi, ma non feci in tempo a fare più di tre passi che la ragazza mi rispose.

“Sono io”, disse a voce bassa. Mi si gelò il sangue nelle vene. “Tu… mi hai scritto la lettera?”, chiesi, tornando a posare lo sguardo su di lei. “Si, non vuoi entrare?”, mi invitò. “Io… non lo so”, risposi, confusa ma sentendomi in qualche modo a mio agio. Mi avvicinai e finalmente la riconobbi, era Giada, una cliente della pizzeria, sul momento non l’avevo capito, abituata com’ero a vederla tutta d’un pezzo, coi capelli raccolti e un’aria quasi arcigna.

Le sue scure e carnose labbra sorrisero, rivelando denti color avorio. Mi lasciai rapire da quel sorriso e accettai l’invito. La porta si richiuse alle mie spalle con il solito cigolio, mentre la mia bocca si spalancava in un’espressione di stupore. L’interno della casetta era tutt’altro che un rudere, sembrava arredata di recente, con gusto semplice ma elegante, in stile chalet di montagna. “Ma… che posto è questo? Io credevo fosse abbandonato da decenni…”, balbettai.

“Invece è sempre stato così”, sorrise Giada. Mi voltai a guardarla, scoprendo così una bellezza che mai avrei pensato di riconoscere e apprezzare a tal punto in una donna. I lunghi capelli nero corvino sfioravano le spalle nude, che disegnavano due curve perfette. La sua pelle color cioccolato al latte sembrava di un altro mondo, levigata e vellutata come un tessuto pregiato. Braccia e gambe leggermente muscolose sbucavano da un vestitino giallo, colore accecante, sommato a quello della moquette rossa.

“Quindi, eri tu la G. della lettera…”, dissi sottovoce. “Eh, si”, sorrise Giada, “ti dispiace?”. Mi bloccai a fissarla in silenzio per qualche secondo. “Non l’avrei mai detto, ma… no, non mi dispiace”, risposi, esibendo probabilmente un sorriso ingenuo. “Allora siediti”, disse, indicandomi un divano rosso fuoco. “Va bene”, risposi e mi sedetti senza indugi sull’accogliente divanetto. “Da quanto… mi… pensavi, insomma?”, balbettai. “Credo dalla prima volta che sono entrata in quella pizzeria, sarà stato… circa due anni fa”, confessò Giada con un sorriso imbarazzato, “naturalmente, come puoi vedere, mi ci è voluto un po’ per decidermi”.

“Si”, sussurrai, ipnotizzata dai suoi occhi neri, “meno male che l’hai fatto”. Mi stupii nel sentirmi dire quelle parole, ma neanche più di tanto, cullata dall’inedita sensazione di benessere che avevo addosso. Mi sentivo bene, in pace con me stessa e con il mondo guardando quegli occhi magnetici, incastonati in un viso dal colore prezioso. Percependo il mio apprezzamento per lei, Giada si gettò verso di me con un movimento felino e posò le carnose labbra sulle mie.

Ci fu solo quel lieve contatto, lento, intenso, dopo di che la ragazza si staccò da me e tornò a guardarmi negli occhi, come a chiedermi se avessi provato qualcosa con quel bacio. “Si”, risposi, nonostante non me l’avesse chiesto verbalmente. Il suo sorriso divenne disteso e sereno, il suo corpo sembrò rilassarsi, diventando più sinuoso. Giada mi prese dolcemente una mano e mi invitò con lei sul pavimento, dove ci attendeva ora un soffice tappeto bianco.

“Ma io…”, obiettai, spaventata da quanto stava per accadere. “No, quello che ti frena in questo momento è solo un riflesso di ciò che ti hanno messo in testa per tutta la vita, noi siamo molto più libere di così”, sorrise. Fu come se quelle parole mi attraversassero l’intero corpo, in una sorta di penetrazione totale. Accettai di seguirla a braccia aperte su quel tappeto ovattato, memore forse di intensi momenti d’amore passati, e mi lasciai ancora una volta toccare da quelle labbra, che però stavolta mi travolsero.

La sua lingua infuocata entrò nella mia bocca e si strofinò sulla mia, facendomi sfiorare le stelle all’improvviso. Il mio corpo si afflosciò sul tappeto, sotto l’influsso del sensuale potere che Giada aveva su di me. Mi solleticò il collo con un dito, poi lo baciò e ne succhiò avidamente, ma sempre con dolcezza, una piccola superficie. La sua mano quindi cercò alla cieca i bottoni della mia felpa e lentamente li sfilò, per poi intrufolarsi sotto il tessuto, strofinandosi quindi su un seno.

Con una serie di movimenti lenti ma decisi, Giada mi spogliò completamente e se ne rimase per un attimo in piedi, spogliandosi lei stessa, a guardarmi mentre incrociavo le braccia attorno al petto, intimorita ma anche eccitata come non mai. I suoi seni dal capezzolo pungente color caffè non mi ricordavano nulla che avessi già visto in precedenza. Mi venne un’improvvisa voglia di baciarli e carezzarli, delicatamente. Un triangolino nero primeggiava tra le gambe dalle cosce muscolose e levigate.

Sembrava una divinità nera. Nel vederla piegarsi su di me sobbalzai di emozione e ansimai precocemente al contatto con la sua pelle bollente. Chiusi gli occhi ed ebbi l’impressione per un istante di trovarmi immersa in un paesaggio tropicale, con lo sguardo rivolto ad un cielo blu, che gradualmente si infuocava all’orizzonte in una serie di sfumature rosso e arancio mozzafiato. Riaperti gli occhi, ritrovai la dea, pronta a baciarmi e a regalarmi nuovi emozionanti viaggi nell’eros.

Incrociando le gambe in un modo particolare, sfiorò il suo pube contro il mio, mentre le mie mani accoglievano i perfetti seni in una morbida e calda stretta. Mi sembrò che l’inguine mi prendesse fuoco, mentre i suoi peli si strofinavano contro i miei. Le nostre mani si incontrarono e si accarezzarono vicendevolmente, poi scesero lungo l’addome e, raggiunto il colle di Venere, si infilarono indiscrete tra i nostri inguini accalorati. Giada mi guardava negli occhi raccontandomi con lo sguardo storie di luoghi lontani e felici, condividendo memorie di un passato remoto eppure in qualche modo molto vicino.

Le nostre mani continuavano ad andare avanti e indietro sulla pelle delle nostre grandi labbra bagnate, esattamente com’erano bagnate di sudore le nostre fronti. Presto giunse l’umido risvolto di quel piacere, a sedare il fuoco che nasceva al nostro intimo contatto. Io non ero più io, lei non era più lei, tutto ciò che rimaneva era un lungo, interminabile piacere, che mai avrei vissuto in seguito, se non nel ricordo di quell’esperienza. Mentre tutto questo lentamente sfumava, vidi allontanarsi anche lei da me, un’ultima volta con quel sorriso luminoso, diventando gradualmente sfocata.

Poi non so che accadde, non ricordo più nulla. A dire la verità, non so se quel fatto si collochi nella realtà, nel sogno o in qualche altra dimensione possibile. Comunque sia, in me si è verificato e ha lasciato una traccia indelebile, che ha reso il mio corpo e il mio mondo dei luoghi migliori in cui vivere.

9
Racconto d’inverno
Nina respirava a pieni polmoni l’aria profumata di neve, procedendo a passo lento lungo il sentiero che conduceva al bosco.

Giunta ad un ponticello si soffermò per guardarsi attorno sfiorando con le dita, nascoste sotto i guanti neri, lo strato di neve che ricopriva la staccionata del ponte. “Sono molto fortunata”, pensò, “chi vive lontano da qui non ha idea di quello che si perde”. L’atmosfera era gelida e immobile, gli unici suoni udibili erano i tonfi della neve che cadeva di tanto in tanto da qualche ramo d’albero. Nina si sentì improvvisamente innamorata, forse dell’inverno, forse della vita stessa.

Riprese il passo, decisa a seguire il sentiero fin dentro il bosco. “Non ci sono impronte sulla neve”, sussurrò tra sé e sé, “sembra che io sia la prima a passare di qui”. Ora lei si avvicinava al bosco e il bosco si avvicinava a lei come volesse accoglierla col manto bianco di cui era rivestito. Giunta ai suoi margini, dove il sentiero si confondeva con le forme create a terra dalla neve, respirò a fondo ancora una volta.

Si immerse poi tra le piante spoglie e continuò il suo viaggio in quello che ora sembrava un mondo in cui il ghiaccio avesse trionfato su tutto il resto. Non le passò nemmeno lontanamente per la testa l’idea di potersi perdere, eppure era stata più volte messa in guardia sulla pericolosità dei boschi, dove tutti gli alberi sembrano uguali. Ma addentrandosi più del previsto e svoltando di tanto in tanto qua e là accadde proprio questo.

Nina non aveva più la benché minima idea di quale direzione prendere per tornare indietro e sapeva bene che quello in cui si trovava non era propriamente un boschetto. Tuttavia, riprese il cammino, guidata da quel senso di innamoramento che provava prima. Non passò molto tempo che comparve ai suoi occhi una casa. Sembrava una di quelle graziose baite di montagna che fino ad allora Nina aveva visto solamente in foto. “Chissà se è abitata”, pensò, ma immediatamente si accorse che alcune finestrelle emanavano luce.

“Peccato non conoscere chi ci abita”, disse, e fece marcia indietro. Proprio allora sentì un rumore e voltatasi scorse una persona sulla porta dell’abitazione. Vedendo distintamente che la figura faceva un gesto di saluto si avvicinò. “Temo di essermi persa”, disse a voce alta ridendo. Dalla risata della persona sull’uscio capì che si trattava di una donna. Una bella donna, poté appurare quando fu abbastanza vicina. “Entra pure a prendere un tè caldo, ti starai congelando lì fuori”, disse la donna.

“La ringrazio, accetto volentieri”, rispose Nina dopo una brevissima esitazione. L’interno era incantevole, tutto in legno. L’odore di resina si mescolava a quello del fumo che usciva da un caminetto crepitante. “Ma lei vive qui?”, chiese Nina. “Eh si”, rispose la donna, “ti piace?”. “Da impazzire”, continuò lei. Sembrava però che a sua volta la donna impazzisse per lei, la guardava come si può fissare incantati un qualche miracolo della natura. “Perché mi guarda così?”, chiese Nina incuriosita, ma senza paura.

“Trovo che tu sia molto bella”, rispose la donna. “La ringrazio”, arrossì la ragazza sorseggiando dalla tazza che aveva ricevuto. “Dammi pure del tu”, sorrise con sguardo trasognato l’altra. Il tè era squisito, Nina non aveva mai sentito una tale miscela di aromi di sottobosco. “Dovrei andare, lei saprebbe… voglio dire, tu sapresti dirmi come uscire dal bosco?”, chiese. “Certo, uscita di qui vai a sinistra e cammina fino a trovare una grande quercia, la riconoscerai di sicuro perché è enorme.

Da quel momento gira ancora a sinistra e dopo un centinaio di metri sarai fuori”, la rassicurò la donna. Nina si alzò ringraziandola e le si avvicinò per stringerle la mano. L’imprevedibile signora però le afferrò il viso e la baciò delicatamente sulle labbra. Nina rimase turbata, affascinata. La sua preoccupazione di ritrovare la strada svanì e si sostituì alla voglia di rimanere lì con lei. La donna la abbracciò e lei provò di nuovo quel senso di innamoramento verso la vita e la natura che l’aveva accolta entrando nel bosco, solo che ora era rivolto a quella figura femminile dalle forme rotonde e sensuali.

La donna le posò le mani sui fianchi e la tirò a sé. Nina sentì i seni premersi morbidamente contro i suoi e sobbalzò dall’emozione. “Ma chi sei?”, chiese con un filo di voce. “Ha importanza?”, rispose l’altra. Nina si avvicinò alla sua bocca e si fece baciare di nuovo. Non aveva mai baciato una donna, o forse si, al momento la sua mente era offushita da ciò che sentiva dentro. Le due si sedettero sul divano, una di fianco all’altra, e qui si sfiorarono il viso reciprocamente con le mani.

I polpastrelli di Nina balzarono sui capezzoli dell’altra le cui forme emergevano da sotto la lana. Il divano su cui sedevano dava le spalle a una finestra. Voltandosi la ragazza si rese conto che aveva ripreso a nevicare, ma non le importava, sarebbe potuta rimanere in quella casa per un tempo indefinito. Si stese sul divano e accolse su di sé il corpo caldo della donna, i cui bruni capelli le solleticarono il viso, inducendola a ridere divertita.

Una mano dell’altra finì inavvertitamente tra le sue gambe che lentamente si divaricarono per accoglierla. La stessa mano si infilò sotto i pantaloni e si strofinò a lungò sulle mutande, mentre Nina sprofondava tra i morbidi cuscini del divano, avvolta da una vampata di piacere, che aumentò quando la mano della donna si infilò sotto le mutande finendo con lo strofinarsi sulla nuda pelle. La respirazione di Nina aumentò in velocità e frequenza, mentre il viso della sconosciuta si schiacciava tra i suoi seni infuocati.

“Cos’hai messo in quel tè per farmi fare questo?”, chiese la ragazza tra un sospiro e l’altro. “Assolutamente niente”, rispose sicura la donna, “stai facendo tutto seguendo unicamente la tua volontà”. Nina chiuse gli occhi e iniziò a gemere sentendo che le dita della misteriosa signora entravano dentro di lei con un savoir- faire che nemmeno lei stessa era mai riuscita ad ottenere. “Hai ragione, sono io a non essere più la stessa”, concluse Nina e si lasciò completamente travolgere dal calore che sentiva sprigionarsi tra le gambe.

Strusciando il viso sui suoi seni e la mano nelle sue più intime cavità, la donna la trasportò in un baratro di piacere, dal quale la ragazza avrebbe voluto non risalire. Un ultimo gemito nel toccare il culmine e Nina, nonostante la sua volontà, ritornò alla coscienza. Riaprì gli occhi e si trovò ancora una volta su quel divano, con quella donna sconosciuta eppure così familiare che la abbracciava, mentre fuori silenziosamente continuava a nevicare.

10
Il piacere dell’attesa

Fuori pioveva a dirotto mentre aspettavo impaziente Gianna. Desideravo vederla ardentemente, toccarla, baciarla, leccarla in tutto il corpo. Avevo sete di lei, ma lei non arrivava. Mi chiesi cosa potessi fare nell’attesa, ma non mi venne in mente altro che rimanere lì immobile a fissare la pioggia che scorreva sui vetri in piccoli ruscelli. Sapevo che quando avesse bussato alla porta l’avrei fatta entrare e trovandola tutta bagnata avrei insistito perché si spogliasse subito, per non ammalarsi al contatto coi vestiti fradici.

L’avrei avvolta in un grande asciugamano colorato affinché la sua pelle divenisse al più presto asciutta, per poi bagnarla nuovamente con la mia lingua. Immaginando tutto questo il mio desiderio di lei aumentò a dismisura. Sospirai a fondo e cercai di portare il mio pensiero altrove per non tormentarmi inutilmente. Ma non ci riuscii e tornai a pensare a lei. Gianna aveva due piccoli seni, teneri e appuntiti. Amavo toccarli, stavano perfettamente nei palmi delle mie mani.

Non avrei potuto sperare di toccare seni migliori dei suoi. Nel momento in cui fosse arrivata l’avrei probabilmente assalita, tanto era forte ormai il mio desiderio. Dopo averla costretta ad estrarre i seni da sotto gli abiti bagnati, li avrei aggrediti con la mia bocca calda e vorace, per leccarli e tormentarne i capezzoli con la punta della lingua, finché lei esausta mi avrebbe pregato di smettere. La mia eccitazione aumentava sempre più immaginando tutte queste delizie, ma Gianna non arrivava.

E io attendevo il suo corpo liscio e slanciato, per trascinarlo nel dolce baratro dell’estasi. Le sue cosce avrebbero tremato sotto l’effetto dei miei morsi a****li. Il suo ventre avrebbe gioito alle indiscrete ispezioni della mia lingua serpentina. Tremavo ormai dal bisogno di Gianna, che continuava a non arrivare. I miei sguardi sulla porta silenziosa erano ormai l’eterna ripetizione del medesimo fotogramma vuoto, riempito dal mio solo desiderio di lei. Non potei più resistere, mi slacciai i pantaloni e con un sospiro quasi di sollievo infilai la mano dentro le mie mutande.

Le mie dita vennero a contatto con la pelle umida delle labbra sotto la folta peluria. Iniziai a toccarmi per sedare la mia eccitazione, quasi sperando che Gianna arrivasse trovandomi in quella situazione, ideale preludio alle pratiche sessuali più sfrenate. Ma lei non arrivò e io continuai con me stessa. Dopo aver strofinato le dita a lungo mi decisi a farle entrare e uscire velocemente per alcune volte, ma il mio livello di eccitazione era talmente alto che venni nel giro di un paio di minuti.

Ciò che da me avevo ottenuto non mi bastò, così continuai ad infliggermi quel piacere che, se dapprincipio rappresentava un semplice ripiego, ora stava diventando l’unico piacere possibile. Ma dopo il quinto orgasmo tornai a pensare a Gianna. Andai ancora una volta alla finestra a guardare la pioggia. Di lei ancora nessuna traccia. Forse non sarebbe mai arrivata, ma io avrei continuato imperterrita ad aspettarla, desiderando ardentemente il suo corpo, sedando di tanto in tanto il dolore dell’attesa con il piacere della mia mano, sperando che prima o poi Gianna entrasse da quella porta.

11
Eravamo amiche io e Rebecca

Sola e sconsolata sul mio vecchio divano, aspettavo che Rebecca telefonasse. Mi sentivo fortemente angosciata e il mio rendermi conto che l’ansia che provavo aveva sempre meno a che fare con l’amicizia aumentava ulteriormente l’angoscia. Aveva detto che avrebbe telefonato, ma il mio cellulare era ancora immobile e silenzioso sul tavolino vicino a me. Di tanto in tanto lo fissavo sperando che emettesse qualche suono, ma niente.

Improvvisamente sentii suonare il campanello e la mia ossessione per il cellulare mi indusse in un primo momento a credere che fosse questo a squillare. Il campanello suonò una seconda volta, così rendendomene conto mi diressi a malincuore verso la porta, pensando fosse la solita vicina di casa scocciatrice. Aperta la porta mi trovai di fronte Rebecca col viso bagnato di lacrime. Allibita ma felice di vederla, la invitai ad entrare e ad accomodarsi sul divano.

Non appena si sedette scoppiò in lacrime senza dire una parola. “Cosa succede”, chiesi timidamente dopo qualche minuto, appoggiandole una mano sulla spalla. Lei continuando a piangere fece cenno con la mano di non volerne parlare. La mia mano prese a carezzarle la spalla su cui poggiava, poi scese lungo il braccio coperto di calda lana. Rebecca singhiozzava, era come avesse qualcosa da dirmi ma non riuscisse in alcun modo a farlo. “Mi vuoi forse parlare di qualcosa?”, chiesi sottovoce.

“Si”, rispose a stento dopo alcuni secondi. Ero convinta si trattasse dell’ennesimo sfogo in merito al suo lavoro, anche se mi sembrava evidente che stavolta fosse successo qualcosa di più pesante del solito. Lei invece disse qualcos’altro, una cosa che mi fece sentire decisamente bene. “Non so come dirtelo, ma è inutile che continui a tenermi dentro questa cosa, o la va o la spacca”, esordì, mentre io la fissavo in silenzio. “Io… ti amo”, disse con un filo di voce.

Dopo un primo istante di stupore, durante il quale sentii una sorta di brivido lungo la schiena, non potei trattenere una risata di sfogo. La abbracciai continuando a ridere come una pazza mentre lei mi guardava come se effettivamente lo fossi. Infine asciugai le sue lacrime con una mano e le baciai delicatamente le labbra, sotto il suo sguardo instupidito e ormai rasserenato. Abbracciandola sentii il suo corpo abbandonarsi pesantemente sul divano, come se finalmente fosse giunto il momento di un meritato relax.

La invitai a stendersi e mi posai delicatamente sul suo corpo caldo. “Ti amo anch’io”, le sussurrai ad un orecchio. Rebecca chiuse gli occhi e mi strinse a sé sospirando. Fu allora che le baciai il collo e glielo leccai con avida voglia di lei, dei suoi sospiri spaventati, di quella pelle ispiratrice di lussuriosi sogni. La baciai nuovamente sapendo che si trattava solamente del primo di una infinita serie di altri baci, che si sarebbero moltiplicati nel tempo.

I suoi seni caldi e morbidi mi attendevano sotto il maglione di lana. Ne toccai uno facendo sobbalzare Rebecca dall’inaspettato piacere. Infilai la mano sotto la maglia mentre lei rimaneva immobile ad aspettare che io la trascinassi in un flusso di intenso piacere. E questo io feci, allora per la prima volta e in seguito infinite volte.

Racconto d’aprile

Parte I

Le lacrime scendevano copiose lungo le mie guance mentre Lucia mi teneva le mani, stringendole fra le sue.

D’un tratto ne portò una al mio viso bagnato e lo asciugò con un fazzoletto. Rimasi senza fiato quando con l’altra mi sfiorò il seno. La fissai con gli occhi carichi di stupore, quasi a volerle chiedere perché mai avesse aspettato quel momento per mettere le mani su di me, proprio gli ultimi minuti in cui eravamo insieme, prima che mi venissero a prelevare per farmi uscire. Ebbene si, mi trovavo in prigione da una decina d’anni.

Io e Lucia stringemmo amicizia solo qualche anno dopo il mio ingresso. Col tempo diventammo più che amiche, non ci perdevamo mai d’occhio. Finché un giorno iniziai a desiderarla. All’inizio pensai fosse la semplice conseguenza dell’astinenza sessuale, per cui essendo ormai rinchiusa lì da molto tempo mi venisse spontaneo rivolgere il mio interesse ad una persona con cui passavo tanto tempo. Poi mi accorsi che in realtà non si trattava solo di questo. L’interesse verso mio marito, che era fuori ad aspettarmi, diminuì fino a scomparire del tutto, insieme alla mia voglia di uscire da quella dannata prigione.

L’unica cosa che invece aumentava era il mio desiderio per di lei, che un bel giorno scoprii essere reciproco. Ci trovavamo nell’assolato prato della prigione in cui una volta al giorno avevamo un’ora e mezza di libertà. Trovai dei fiorellini azzurri che non avevo mai visto vicino ad un piccolo stagno e li mostrai a Lucia. Lei mi disse che conosceva quel fiore, ma non ne ricordava il nome. E aggiunse che un fiore così grazioso avrebbe potuto portare il mio nome.

Io le chiesi scherzosamente se mi amasse e lei del tutto seria rispose di si. I nostri visi abbandonarono l’espressione di giovialità, per assumere quella dell’istantanea consapevolezza. Da allora parlammo spesso di noi, crogiolandoci tra dolci parole sussurrate e piccole confessioni, ma non ci toccammo mai con un dito. Non so perché, forse il nostro amore era nato tra quelle sgretolate mura, ma aspettava di esprimersi altrove, in un qualche imprecisato luogo lontano. Ora che io stavo per andarmene, lei aveva improvvisamente deciso di toccarmi, sebbene in modo fugace e fortuito, ma quanto bastava per rendere più tormentosa la mia dipartita.

Eppure avevo anche la strana sensazione che mi nascondesse qualcosa. Già da un paio di settimane si comportava in modo diverso dal solito, aveva stretto amicizia con alcune detenute che mai prima di allora aveva considerato. Non le avevo chiesto spiegazioni perché mi sembrava volesse tenere per sé le cose di cui confabulava. In ogni caso, ormai era tardi per parlarne. Paola, la guardia bionda e dalla rosea carnagione, arrivò a prelevarmi. “Avanti cara”, disse sorridendo, “il tuo uomo ti aspetta all’uscita”.

“Chiusi gli occhi e abbassai il capo, mentre le mani bollenti di Lucia si allontanavano da me, lasciandomi in una solitudine peggiore della morte. Sorrisi con ironia, visto che Paola sapeva benissimo che non mi importava niente di mio marito. “Paola, come avrei fatto qui senza di te”, sospirai girandomi a guardarla. “Come avrei fatto io invece senza di te”, replicò con aria molto seria, che

per un attimo mi fece sospettare che anche lei mi amasse.

“Beh, ma ti lascio tutte queste donne”, continuai. “E meno male”, gridò Paola, sarcastica, rivolgendosi al corridoio lungo il quale erano incastonate le varie celle, ottenendo come risposta qualche sberleffo. Mi alzai e andai verso di lei, le baciai una guancia, dicendole: “ti auguro di trovare quella giusta”. Lei sorrise e mi invitò a uscire da quella gabbia, unica vera dimora che oramai conoscessi. Con un piede dentro e uno fuori mi voltai a guardare Lucia un’ultima volta.

“Nontiscordardime”, disse lei sottovoce, stesa sul suo grigio lettino. “Certo che no”, risposi con voce strozzata, “come potrei…”. “Nontiscordardime, è il nome di quei fiori azzurri che abbiamo trovato vicino allo stagno”, sussurrò. “Coraggio”, disse la carceriera, “dobbiamo essere puntuali con l’orario di uscita, non sia mai che la prigione ti abbia sulle spalle un minuto in più del previsto”. Risi, anche se i miei occhi continuavano a lacrimare. “Addio”, dissi voltandomi verso Lucia un’ultima volta.

Ma lei era sparita, probabilmente nel microbagno interno alla cella. Qualche minuto dopo il portone della prigione si spalancò. Il sole era così abbagliante che mi sembrò di aprire gli occhi per la prima volta. Solo in quel momento mi resi conto che era primavera. Vidi Lorenzo, mio marito, di spalle che fumava. Non lo vedevo da almeno due anni, ma quando si girò a guardarmi mi accorsi che non era cambiato affatto. “Ciao Alice”, disse gettando a terra il mozzicone di sigaretta per poi schiacciarlo sotto una scarpa.

Non risposi. “Non sei contenta di vedermi?”, chiese con un sorriso beffardo stampato sulla faccia, “beh, nemmeno io, abbiamo già le carte pronte, basta che firmiamo, se è consensuale non c’è alcun problema”. Ero entrata in prigione sposata e me ne uscivo separata, anche se dovevo ancora firmare. Ma in fondo questo era solo un dettaglio, ero comunque separata da molto più tempo, anzi posso dire che la mia separazione fosse iniziata appena pronunciato il fatidico “si”.

“Non ti preoccupare”, lo rassicurai, “firmerò appena arriveremo, poi andrò nella vecchia casa dei miei e non mi vedrai più”. Non più di un’ora dopo ero già in viaggio verso la casa di campagna in cui ero nata e cresciuta, che non vedevo da almeno quindici anni. Ormai là non c’era più nessuno, ma da quanto mi diceva mia sorella per lettera, doveva essere ancora tutto in buono stato. Il viaggio in treno fu piacevole, ma nello stesso tempo devastante.

Vedendo prati verdi e colline fiorite ripensai a Lucia e al contatto con le sue mani nella nostra gelida cella. Mi immaginai insieme a lei sui prati che mi scorrevano dinnanzi agli occhi, a rotolarci sull’erba come due adolescenti innamorate, a rincorrere farfalle, ridendo per ogni piccola stupidaggine. Chiusi gli occhi e la vidi, stesa sull’erba completamente nuda. Il suo corpo roseo e delicato sembrava il ritratto di una Venere pittorica. Anch’io ero nuda.

Mi avvicinai e stendendomi al suo fianco posai una mano sui seni che abbondavano sul petto bianco. Li sfiorai, come si trattasse di un oggetto prezioso e delicatissimo. Abbassando la testa li baciai, portando ora la mano sui suoi fianchi e infine sui rotondi glutei. Fui violentemente strappata a quella fantasia da uno scossone del treno, che si preparava a fermarsi alla mia stazione. Un’ora dopo mi avvicinavo a piedi alla vecchia casa di famiglia, che

percorrendo una lunga strada sterrata emergeva sulla collina tra i ciliegi in fiore.

Nel vederla lasciai cadere a terra la valigia e scoppiai in lacrime.

Parte II

Avrei voluto che Lucia fosse lì a sostenermi nel mio ritorno alla vita, una vita che, sebbene mi sembrasse quella di un’altra persona, stava lentamente ritornando mia. Arrivata di fronte alla casa ingrigita, mi affrettai ad entrare, visto che stava arrivando un temporale. Gettai la valigia a terra vicino alla porta d’ingresso e ne estrassi un lenzuolo pulito, che portava con sé l’odore della prigione.

Non me la sentii di tornare in quella che era la mia vecchia camera, così mi diressi nella stanza degli ospiti e mi gettai insieme al mio lenzuolo su un impolverato materasso. Dormii per ore e ore, mentre i tuoni scuotevano i muri del rudere che mi ospitava. Subito prima di svegliarmi feci un sogno. Ero nel giardino sul retro della casa e con me c’era Lucia. Sedute a terra ci raccontavamo a vicenda i più intimi pensieri del presente e del passato.

Io le dissi quanto mio marito non avesse più alcun significato per me e quanto invece fossi felice di passare la mia vita con lei. Poi mentre allungavo una mano per toccarla mi svegliai improvvisamente. Era mattina e i raggi del sole entravano violentemente dalla finestra, priva di tende. Spesso, dopo aver sognato qualcosa di intenso, mi succedeva che la sensazione del sogno mi accompagnasse durante la giornata. Fu così anche quel giorno. Sentivo addosso, quasi come una resina appiccicosa, la sensazione che Lucia mi stesse veramente aspettando in giardino.

La prima cosa che feci alzandomi dolorosamente dal letto fu andare a verificare se si trattasse davvero di un sogno, ma in fondo solo per mantenere intatta ancora per un po’ quell’amara illusione. Vidi dunque il giardino. Era incolto e caotico rispetto a una volta, ma in compenso aveva acquisito un fascino selvaggio. I roseti intricati erano ricchi di rose rosse e le farfalle svolazzavano le une attorno alle altre, piroettando in una specie di danza primaverile.

La vita che vedevo risvegliarsi in quel giardino era anche dentro di me, seppur ancora in forma embrionale. Mi distesi sull’erba alta, che mi accolse con i suoi lunghi denti verdi e mi ingoiò completamente. Chiusi gli occhi e cercai di immaginare cosa potesse fare Lucia in quella dannata prigione. Non ci riuscii, ma in compenso ricordai una cosa che mi turbò, esattamente come mi aveva turbato allora. Ero appena uscita dalla doccia insieme alle altre, perché purtroppo per noi ci lavavamo assieme.

La privacy non era certo il piatto forte della prigione, ma se così non fosse stato probabilmente non sarebbe mai accaduto questo fatto. Mentre uscivo dalla doccia, avvolta nel mio asciugamano giallo, incontrai Lucia che, completamente nuda, si apprestava invece ad entrare insieme ad un altro gruppo di detenute. Nel vedermi abbassò lo sguardo al pavimento gelido, come fosse stata sorpresa a rubare. Lucia non aveva certo un corpo come quelli che a volte vedevamo alla tv nella nostra cella.

No, certo che no, lei era molto più bella, più vera. Il suo seno era onestamente pendente, i fianchi molto larghi e le gambe pelose, ma non avrei potuto immaginarla diversamente. Quella era la sua

verità, il suo unico inevitabile essere e a me piaceva così. Ritornai bruscamente al presente. La mia prima giornata nella vecchia casa di famiglia fu lunga e crudele. Verso sera iniziai a chiedermi se sarebbe sempre stato così.

Arrivò il tramonto e dopo una cena noiosa e priva di gusto, pensai di fare ancora due passi, prima che il sole scomparisse del tutto all’orizzonte. Camminando arrivai ad un fossato, dal quale saltarono fuori due anatre che volarono via, facendomi spaventare a morte. Trassi un sospiro, abbassai lo sguardo e li vidi: ai miei piedi c’era una distesa di nontiscordardime. Mi inginocchiai e con le lacrime agli occhi ne strappai uno. Sentendo un fruscio nell’erba alle mie spalle, immaginai che lei fosse lì e mi dicesse “hai trovato i nostri fiori?”.

Invece dietro di me, e non per effetto dell’immaginazione, udii la sua voce dire “che ci fai inginocchiata per terra?”. Mi voltai di shitto e la vidi. Era lì sporca e infangata che mi guardava con un sorriso beffardo sulla faccia. Per qualche frazione di secondo non capii se si trattasse di un sogno o del mio cervello che dava i numeri, poi invece mi resi conto che era davvero lì. “Beh che accoglienza”, mi disse, visto che ero pietrificata e non riuscivo a dire una parola.

“Ma, che scherzo è?”, riuscii a biascicare. “Ma quale scherzo”, rise Lucia, “non ti sei proprio accorta di niente allora”. “Di cosa?”, chiesi, allibita. “Che ultimamente stavo organizzando la mia fuga per poter stare con te!”, esclamò, scoppiando a ridere. Mi alzai e iniziò a girarmi la testa, ma invece di svenire piroettai verso Lucia, lasciandomi infine cadere fra le sue braccia. Mi aiutò a stendermi sull’erba, tra le farfalle che svolazzavano. Si chinò su di me e mi baciò, sfiorandomi delicatamente.

Io ripresi alla svelta coscienza di me e di ciò che mi circondava. Allungai allora le braccia e posai le mani sui suoi seni, carezzandoli. Lucia si stese sull’erba al mio fianco e si rotolò con me fino al fossato dove c’erano i nontiscordardime. Mi fece spogliare di tutto, vestiti e inibizioni, poi se ne rimase immobile, seduta a gambe incrociate, ad ammirarmi, come per vendicarsi di quando io l’avevo vista nuda senza che lei potesse fare lo stesso con me.

Stesa di nuovo al mio fianco, mi baciò il collo con labbra umide e morbide. Rabbrividii di fronte alla sensazione di appagante piacere che provavo, da tanto tempo bramata e per la quale ero ormai rassegnata. In estasi com’ero ad occhi chiusi sotto i salici, non mi accorsi che anche Lucia si era spogliata. Sentii, improvviso e caldo, il suo corpo avvolgermi e tutte le sue molli rotondità premere contro la mia pelle inumidita dall’erba.

Le mie membra si abbandonarono completamente a quelle sensazioni. Restammo sul tappeto erboso d’aprile ad accarezzarci, mentre qualche rana appena risvegliata dal tepore primaverile gracidava con scarsa convinzione. “Non avrei più potuto stare senza di te”, sussurrò Lucia, cullandomi tra le sue braccia. Io chiusi gli occhi, sorrisi ma non dissi nulla. Non sapevo se saremmo rimaste lì o fuggite in qualche luogo sperduto per non farci trovare, Lucia evasa e io oramai sua complice.

Sapevo solo che dietro le sbarre della prigione avevamo trovato la nostra libertà e che ora non avrei permesso a niente e a nessuno di portarcela via.

12

La confessione di Amelia

“Ebbene si, l’ho fatto”, ammise Amelia con lo sguardo rivolto al pavimento. “Avevo appena finito di lavorare e mi stavo dirigendo a casa. Ovviamente a piedi come al solito. Ad un certo punto mi sono sentita afferrare una spalla e mi sono spaventata.

Era Rosa”. “Ah si? E quindi?”, chiese la donna che la interrogava. “E quindi niente, mi sono girata e le ho detto di lasciarmi perdere, che non avevo niente da dirle e volevo solamente tornarmene a casa perché ero stanca”, disse con la voce rotta dal pianto. “Continua”, la invitò l’altra. “Allora”, riprese Amelia, “appena le ho detto che non volevo più avere a che fare con lei mi ha dato uno schiaffo. Appena ho sentito la mia guancia surriscaldarsi per effetto del suo ceffone ho sentito anche un’altra cosa”.

“Sarebbe?”, chiese la donna indagatrice con un sorriso a metà tra il sadico e il dolce. “Ho sentito un pizzicorino allo stomaco… e a quel punto ero perduta. Cioè intendo dire che mi stavo eccitando”, continuò sentendosi un po’ in imbarazzo. “Bene”, fu tutto ciò che aggiunse l’indagatrice. “A quel punto”, riprese Amelia, “quando lei si è avvicinata per baciarmi non ho resistito. È stato un bacio violento, mi ha sconvolta… piacevolmente intendo. Subito dopo mi ha afferrata per un polso.

Sentendo la sua mano farmi male intorno al polso… ho iniziato ad ansimare. Ormai ero troppo eccitata, volevo a tutti i costi che mi portasse a casa sua, ma non osavo chiederglielo”. “E lei che ha fatto quindi?”, chiese incuriosita l’ascoltatrice. “Mi ha trascinata per il polso fino a casa sua, che era lì vicino. Non ha mai detto una parola. Una volta in casa mi ha sbattuta sul divano e mi ha dato un altro schiaffo.

A quel punto ero sua, la mia volontà era praticamente inesistente”. “Come al solito”, rispose l’interlocutrice con un velo di amarezza. “Mi spiace”, sussurrò Amelia, “comunque è andata così. Oramai mi era addosso e io speravo soltanto che mi strappasse i vestiti, cosa che ovviamente lei ha fatto di lì a poco. E senza vestiti ha iniziato a strapazzarmi su quel divano freddo e spoglio. Era violenta, ma a me non bastava, volevo facesse di più”.

“Amelia”, si intromise l’indagatrice, “com’è possibile tutto questo? Pensavo fosse cambiato qualcosa ormai”. “Certo, lo pensavo anch’io, purtroppo però ormai è andata così. Volevo che continuasse a schiaffeggiarmi, a un certo punto le ho persino chiesto di darmi un pugno”. “E lei che ha fatto?”, chiese l’altra. “Lei me l’ha dato, sembrava proprio disposta a soddisfarmi in tutto e per tutto, non ha avuto alcuna difficoltà a darmi un pugno. Comunque è andata così.

Io ero nuda sul divano e lei mi rigirava tra le sue mani. A un certo punto… mi ha messo le mani sui seni e li ha stretti, poi mi ha infilato due dita…”, si interruppe. “Non si preoccupi Amelia, non deve dirmi proprio tutto. “Forse sarebbe meglio”, dissentì Amelia, “mi ha infilato due dita nella vagina in modo molto violento. Ho provato dolore e volevo continuare a provarlo. So che non avrei dovuto, ma quel misto di piacere e dolore mi faceva impazzire… beh lo sa anche lei”.

“Si, lo so”, ammise l’interlocutrice. “In ogni caso”, continuò Amelia, “mi ha penetrata con le dita velocemente e crudelmente. E io godevo. Per un attimo ho anche pensato a lei”, disse con la voce che si spezzava una seconda volta. “Non capisco, a lei… intende Rosa?”. “No, intendevo lei”, rispose

indicando l’interlocutrice, “nel senso che pensavo ai nostri discorsi e ai suoi consigli”. “Giusto, quindi com’è andata a finire la cosa?”, volle sapere l’altra.

“Che mi sono sentita travolgere dal piacere, ormai non esisteva più il dolore, anzi… anche il dolore era piacere, il piacere nel vedere Rosa trattarmi in quel modo, così violento, autoritario. Mi vengono ancora i brividi a pensarci. Dottoressa, che devo fare, questa volta mi è andata bene, ma quella prima mi sono dovuta tenere i lividi per due mesi?”. “Eh, continueremo a lavorarci, non si preoccupi. È comunque importante che lei riesca ad essere così sincera come stavolta, vedrà che alla prossima occasione andrà già meglio”, spiegò la donna impassibile.

“Sa, a me piace farmi trattare così”, si lamentò Amelia. L’altra alzò lo sguardo su di lei e con un sorriso malizioso disse “beh, non pensi di essere l’unica”.

13
La rinuncia

Ciò che forse nella vita non riescono ad insegnarci è ad avere cura di se stessi, cosa che dovrebbe riuscirci spontanea, ma non è così. Ci penserà la vita con i suoi pugni in faccia a insegnarti che se non ti prendi cura di te stessa, nessuno lo farà per te.

Capitolo 1: Idillio (Si fa per dire)

Un tempo amavo perdutamente una donna che si chiamava Lara. Non so perché mi sia tornata in mente questa vecchia storia che all’epoca mi aveva procurato tanto dolore. Io ero una studentessa un po’ avanti negli anni, fuori corso da un pezzo e non riuscivo a venirne fuori. Vivevo con altre due studentesse, anche loro lesbiche, sebbene molto più giovani di me. All’epoca mi sentivo spesso frustrata e amareggiata perché l’università procedeva a tentoni, mi barcamenavo tra un lavoretto e l’altro per mantenermi e le poche storie sentimentali che intraprendevo finivano quasi sempre sul nascere.

Insomma, un bel quadretto allegro e promettente. Ero solita naturalmente frequentare le chat per sole donne per coltivare di tanto in tanto l’illusione che nella mia vita vi fosse anche un lato sentimentale. Era in chat che avevo il primo approccio con quelle che sarebbero diventate in un secondo momento le mie mancate storie e fu lì che incontrai anche Lara, l’unica che fece la differenza dentro di me e di conseguenza la sola che mi lasciò in uno stato di devastazione senza precedenti nel momento in cui la cosa finì.

Ci vedemmo la prima volta in un banalissimo bar della città in cui studiavo. Lei era vestita come una ragazzina, nonostante avesse più di quarant’anni, ed esibiva un sorriso candido e sicuro di sé. La mia cupezza rimase abbagliata da tanta solarità e si eclissò, lasciando il posto alla ragazza propositiva che era in me, di cui io non sospettavo quasi l’esistenza. Sedute al tavolo del bar ci raccontammo le solite storielle che ci si racconta in quelle circostanze, poi dopo cinque minuti lei mi disse che mi trovava carina.

Sprofondai nell’imbarazzo, ma contemporaneamente, percepii un certo piacere nel sentirmi fare quel complimento, insieme alla speranza che ne arrivassero altri. Parlammo per un’oretta del più e del meno, infine lei mi disse che doveva andare, così ci salutammo baciandoci sulle guance. Ci scrivemmo via sms per alcuni giorni, sms coi quali Lara si divertiva di tanto in tanto a provocarmi, inserendo tra le righe fugaci ma mirate allusioni sessuali. Poco dopo decidemmo di vederci di nuovo, stavolta di sera, e ci trovammo in un minuscolo bar gay, frequentato prevalentemente da donne.

Qui parlammo ancora e ancora, ma dal suo sguardo sembrava che Lara fosse interessata ad altro, cosa che trovava in me terreno fertile, da quanto ero in astinenza. Alle 11, nonostante mi fossi divertita, dissi che dovevo andare a casa perché il giorno dopo avevo l’ultima lezione di un corso che seguivo all’università. Lara si offrì di accompagnarmi e io accettai, nonostante mi tremassero le gambe per la paura che fra noi potesse già accadere qualcosa.

Ho sempre cercato di andare per gradi in queste cose, ma avevo sempre avuto difficoltà perché le ragazze che frequentavo il più delle volte volevano tutto e subito, il che mi spingeva ad assecondarle per paura di perdere un’occasione. Cosa non si fa per mancanza di sicurezza in se stesse! Naturalmente le mie frequentazioni scomparivano subito dopo aver ottenuto quel breve e poco intenso rapporto sessuale. In ogni caso, avevo l’impressione che Lara fosse invece molto interessata a me e lasciandomi trasportare da quell’impressione le chiesi se volesse salire.

Fu così che consumammo il nostro primo rapporto sessuale alla seconda uscita. Non fu nemmeno male devo dire, solo che il mattino seguente a lezione ebbi serie difficoltà a stare attenta. Frustrata e paranoica non riuscivo a liberarmi dell’idea che non ci saremmo più viste, esattamente come succedeva di solito. Ma intorno a mezzogiorno Lara ricomparve con uno dei suoi soliti messaggi, facendomi capire che nulla era cambiato rispetto a prima che facessimo l’amore.

Questo per me fu più che sufficiente per lasciarmi andare, avevo avuto la prova del suo interesse per me, ora tutto sarebbe andato bene automaticamente.
Ci sono delle volte in cui è come se la vita cercasse di insegnarti qualcosa, quasi volesse dirti “hey, svegliati, non vedi come stanno realmente le cose?”. “Nossignora, non lo vedo come stiano realmente le cose altrimenti limiterei le cazzate che faccio”, sarebbe la risposta adatta.

Capitolo 2: Sconfitta (Ma dipende dai punti di vista)

Racconti lesbo, La rinuncia, di LadyluDopo un paio di mesi di frequentazione accadde la cosa che mai mi sarei aspettata.

Stavamo andando a pranzo assieme, ero persino andata a prenderla all’uscita dell’ufficio ed ero al settimo cielo per questo. Ridevamo come due ragazzine sedute al tavolo del bar, non mi ero mai sentita così legata a qualcuno. D’improvviso un uomo sulla cinquantina si avvicinò al nostro tavolo e rivolto a Lara disse: “ciao, come mai da queste parti?”. Lei si voltò e si soffermò a guardarlo per qualche istante, mentre il sorriso sulla sua faccia non cambiava di una virgola.

“Ciao, non lo vedi? Sto pranzando con una collega”, rispose prontamente, mentre nella mia testa si mescolavano svariate sensazioni sgradevoli. “Bene, ci vediamo più tardi a casa, buon pranzo”, rispose lui, voltando le spalle e allontanandosi. Io rimasi agghiacciata, mi sembrò per un attimo che lì, seduto a quel tavolo, ci fosse solamente il mio corpo, ma non io nella mia interezza. Mordendo nuovamente il suo panino Lara mi disse che si trattava di suo marito e, quasi come fosse una cosa normale, aggiunse che non me ne aveva parlato perché era seriamente interessata a me e non voleva rovinare tutto.

Cosa non si fa quando si è presi a tal punto da qualcuno e l’autostima continua a scarseggiare! Ebbene si, io ci passai sopra, anzi arrivai a sentirmi vicina a lei, a comprendere le sue problematiche, obliando completamente le mie. E quali furono le conseguenze di tutto questo? Che la nostra frequentazione continuò per un anno e mezzo, tra una gastrite e uno svenimento da parte mia, con tanto di “Chissà che cosa mi succede? Eppure le analisi del sangue dicono che è tutto regolare!”.

“Non sai vivere, cara mia”, continuava a rispondermi la vita, mettendomi continuamente di fronte ad evidenze che i miei occhi rifiutavano di vedere. Un anno e mezzo di evidenze: lei che la sera, dopo aver visto me, tornava a casa da suo marito, lei che passava il giorno del suo compleanno con il marito e la famiglia per poi incontrare me a fine serata a bere qualcosa in uno squallido bar, lei che quando incontravamo qualcuno che conosceva per strada continuava a dire che eravamo colleghe, lei, sempre lei! La vita mi diede l’ennesima lezione quando un giorno io e Lara ci incontrammo in uno dei soliti bar.

Aveva il suo solito sorriso e io uno dei miei consueti mal di stomaco. Iniziò a dirmi che nella vita c’era una cosa che bramava più di ogni altra e che fino a quel momento non era ancora riuscita ad ottenere. Le chiesi di che si trattasse e lei rispose che era incinta. Lì vigliaccamente mi sentii leggermente sollevata, perché una cosa del genere faceva sì che non dovessi essere io a prendermi la briga di interrompere quella relazione, era come se la vita avesse deciso per me, ma si trattava di un’illusione.

Immediatamente infatti, la vita mi lanciò l’ultima sfida per vedere se stavolta l’avrei còlta. Lara disse che nulla sarebbe cambiato, che voleva ancora vedermi, amarmi, fare l’amore con me, pur rimanendo con suo marito a crescere il bambino. E fu lì che finalmente mi si aprirono gli occhi, realizzando che avevo di fronte a me una persona priva di qualunque forma di criterio e che io finora, esponendomi a quell’elevata quantità di mancata autostima, avevo dimostrato di essere priva della stessa cosa.

Quindi la vita era tornata a dirmi ancora una volta che dovevo essere io a decidere e io scelsi di concludere lì. La guardai per l’ultima volta negli occhi, chiedendomi amaramente se fosse minimamente cosciente di sé e di ciò che faceva, dopo di che mi alzai e la salutai per sempre, senza versare nemmeno una lacrima. I mesi successivi furono molto duri per me, Lara mi mancava, insieme ai suoi baci e alle sue parole dolci e purtroppo non riuscii a pensare a quanto invece stessi male mentre ci frequentavamo, in primo piano c’era solo il senso di vuoto.

Ma fortunatamente quel periodo passò, io riuscii a concentrarmi sull’università e iniziai a fare il conto alla rovescia verso la laurea. Presi ad autostimolarmi, somministrandomi piccole sfide, piccoli obiettivi. Dopo la laurea mi trasferii e non tornai più nella città in cui studiavo. Ripensando oggi a quel periodo non riesco a non provare una profonda tristezza, accompagnata però alla solidarietà verso me stessa per com’ero allora. Oggi la mia vita è completamente diversa e non somiglia più neanche lontanamente a quella, che stento quasi a riconoscere.

14
Proibita visione

Annoiata e sfinita dai rumori del traffico provenienti dalla finestra spalancata, mi alzai dal divano, decisa a trovare qualcosa da fare in quella soffocante giornata estiva. Gironzolai per alcuni secondi al centro della stanza, facendomi venire se possibile ancora più caldo, ma non mi venne in mente niente da fare. Essere a casa quel giorno avrebbe dovuto darmi uno slancio attivo verso le cose cui non riuscivo mai a dedicarmi a causa del lavoro, invece niente, il caldo sembrava bloccarmi in una trappola di noia e insofferenza.

D’un tratto un pensiero inaspettato e singolare mi attraversò la mente: chissà se la mia coinquilina era a casa! Difficile a dirsi, essendo Amanda la ragazza più silenziosa del mondo! Mi venne la strana idea di guardare dal buco della serratura della porta che divideva le nostre camere da letto. Cercando di inquadrare per bene ciò che vedevo, mi grattai vicino all’inguine a causa della lieve irritazione che il sudore iniziava a procurarmi. Vidi distintamente Amanda seduta sul letto con i gomiti appoggiati alle ginocchia, corrucciata in un’espressione che sembrava più annoiata della mia.

La mia bocca si allargò in un sorriso, insieme al pensiero di bussare immediatamente alla porta per chiedere alla coinquilina di fare qualcosa insieme. Ma proprio in quell’istante la porta alle spalle di Amanda si aprì. Entrò una ragazza bruna, molto ma molto bella, cui la mia coinquilina saltò praticamente addosso. Davanti al mio sguardo attonito, le due ragazze si gettarono sul letto l’una sull’altra, in un impeto di passione come raramente mi era capitato di vedere.

Senza che me ne rendessi conto, la mia mano raggiunse l’inguine e si strusciò più in basso, raggiungendo le labbra. La visione delle due ragazze, ora completamente nude, stava procurando in me un’eccitazione senza precedenti, scacciando decisamente via la noia. Strusciando le dita dolcemente tra le mie labbra umide, rimasi in ginocchio a guardare le due avvinghiate sulle lenzuola. I loro corpi in movimento sembravano una specie di miracolo della natura, i loro sospiri e il crescente ansimare suonava come il respiro della vita, che si manifesta nell’amore.

Non coglievo i particolari di quanto facevano, nascondendo la schiena di Amanda gran parte della scena, ma assistere a quel gioco tutto al femminile mi fece rinascere, mentre il mio corpo, sempre più sudato, godeva dell’intensa visione percepita dagli occhi. I gemiti e i sospiri di Amanda e la sua amica raggiunsero l’apice, mentre giungeva caldo e sudato il mio orgasmo, che con incredibile simultaneità si aggiunse a quello delle altre due. Accasciatami poi a terra mi resi conto che, nonostante fossi ora decisamente più sudata, mi sentivo anche rinfreshita e mi preparai per andare in doccia, custodendo gelosamente in me il segreto di quella visione proibita, che con un po’ di fortuna avrebbe potuto ripetersi nel corso di quell’estate.

15
Alina
Parte I
Alina lavorava in un bar poco fuori del centro, uno di quei locali di campagna che sembrano dimenticati da Dio, ma che in realtà, una volta che ci sei entrata, scopri essere grandemente frequentati. Una collina verdeggiava a qualche centinaio di metri dal bar, rendendo oscura l’atmosfera, quando la sera il sole scompariva precocemente dietro la gobba verdeggiante. Qualcosa di magico risiedeva tra le fronde degli alberi che si agitavano di fronte al bar di Alina, mentre il vento soffiava impetuoso e le nubi sembravano correre alla velocità della luce.

“Come sei bella”, pensai fra me e me incantata, la prima volta in cui vidi Alina e la sorpresi a ridere timidamente sotto gli sguardi maliziosi di certi clienti. Quei suoi occhi azzurri erano gelide perle preziose. La pelle lattea e i capelli biondi la facevano sembrare una specie di divinità lunare. “Sei così bella che per te potrei anche fare una follia”, avevo pensato. Ma le due volte successive in cui tornai a bermi una birra al bar, appositamente per vedere lei, non mi riuscì ancora di fare alcuna follia.

Nell’avvicinarmi al banco per sondare il terreno ero rimasta terrorizzata da quello sguardo glaciale e bollente al tempo stesso, che sembrava volermi stringere in una morsa di ghiaccio e fuoco. Così avevo desistito e confinato Alina nelle zone più ombrose e intime della mia immaginazione. Ma un venerdì sera, dopo una giornata lavorativa decisamente poco gradevole, durante la quale stavo per mettere le mani al collo al mio capo, mi recai al bar e mi sentii rinascere nel vedere Alina sorridere alla cameriera che per pochi spiccioli le dava di tanto in tanto una mano.

“Una birra?”, chiese Alina quando vide che mi trascinavo al banco. “No, ti ringrazio”, sorrisi, “stavolta ho bisogno di qualcosa di diverso, dammi una vodka”.
“Ah, ottima scelta, ho una vodka che mi ha inviato mia madre”, esclamò col suo accento russo.
“Bene, mi piace”, sorrisi, sentendomi già ebbra prima di iniziare a bere, “viene dalla Russia quindi?”.
“Eh, si”, sospirò lei in un modo che sembrava nascondere una grigia malinconia. Alina mi porse un bicchierino di vodka secca e tornò a maneggiare bicchieri e bottiglie, mentre il suo sorriso si spegneva lasciando il posto ad un’espressione di triste amarezza.

Nel vederla così incupita ebbi l’impulso di correre dietro il banco per stringerla a me. Quel pensiero, unito al primo sorso di vodka, mi fece sentire un calore interno che mi diede una specie di stimolo a reagire. “Ti manca il tuo paese?”, chiesi.
Lanciandomi uno sguardo fugace, Alina sorrise, ma non rispose, come volesse sorvolare. Fissandola mentre andava a servire ad un tavolo, mi accorsi che fingere non era l’attività che le riuscisse meglio. Aveva gli occhi lucidi e sembrava che i muscoli del suo viso si sforzassero faticosamente per non piegarsi in un’espressione disperata.

Abbassai lo sguardo al banco, ingobbendomi sul mio bicchierino e afferratolo trangugiai tutta d’un fiato quella vodka secca, che mi pugnalò lo stomaco. Dopo qualche secondo mi sentii più leggera, quasi svolazzante sul soffitto di legno del locale, anziché seduta sullo sgabello.
“Senti, me ne daresti un altro?”, chiesi ad Alina, non appena ricomparve sul retro del banco.
“Certo”, sorrise lei, con aria leggermente risollevata, “però non posso darti la stessa vodka di prima, quella era solo un assaggio per una cliente speciale, ti do un’altra vodka”.

Quelle parole mi lasciarono di stucco. Perché io ero una cliente speciale, forse perché sembravo solidale con lei? Forse perché le piacevo? La mia confusione si riversò anche all’esterno e mi fece dire una cosa che mai avrei pensato di poter dire.

Parte II

“Sei molto bella, mi piacerebbe farti un po’ di compagnia qualche volta”, dissi tutto d’un fiato.
Senza scomporsi minimamente, Alina prese un altro bicchierino, lo posò sul banco con forza e dopo aver versato altra vodka russa sia a sé che a me, lo sollevò in aria.

“Salute”, disse guardandomi negli occhi.
“Salute”, risposi io facendo lo stesso.
Bevemmo tutto d’un fiato il bruciante liquido e posammo il bicchiere sul banco. Durante la successiva mezzora, mentre cercavo di ritornare coi piedi per terra in modo da riuscire ad andarmene a casa, guardai Alina muoversi fra i tavoli di legno nerastro del bar. Il modo in cui riusciva a scivolare tra gli angusti spazi del locale muovendo i fianchi come una danzatrice del ventre, la faceva sembrare un’artista del ballo succube di uno scherzo di cattivo gusto.

Dopo un altro quarto d’ora di rintronamento, decisi di provare a trascinarmi verso casa, che fortunatamente non era lontano dalla zona. Mi sembrava che tutte le persone del bar fossero dentro la mia testa, insieme al loro confuso vociare. Mi voltai lentamente da tutte le parti per vedere Alina, in modo da poterla salutare, ma in quel momento sembrava scomparsa. Senza aspettare oltre, onde evitare di impazzire, agguantai la giacca e corsi verso l’uscita.

Un secondo dopo mi ritrovai lunga e distesa per terra, inciampata su una manica della mia stessa giacca che mi stava scivolando da sotto il braccio. Nell’ubriachezza del momento mi resi conto di aver battuto forte un ginocchio, ma l’alcool attutì il dolore. Sentii una mano che dolcemente si posava sulle mie spalle. “Tutto bene?”, chiese con un filo di preoccupazione la voce di Alina.
Ancora stesa a terra alzai lo sguardo al soffitto e vidi i suoi dolcissimi occhi impegnati in un’espressione vagamente contrita.

“Si si, ti ringrazio”, risposi alzandomi più velocemente che potevo.
“Aspetta…”, sentii ancora pronunciare dalla sua voce, mentre mi scaraventavo fuori. L’aria gelida di dicembre mi riportò immediatamente alla dura realtà delle cose.

Facevo un lavoro che mi faceva schifo, tanto quanto mi faceva schifo il mio capo, non avevo una storia da due anni e le poche donne con cui ero uscita negli ultimi tempi mi avevano fatto sperare che la serata finisse il prima possibile.

Lanciai uno sguardo a sud, dove la collina veniva rischiarata dalla gelida luce lunare. Alcune nubi arrivavano da est, proprio come Alina, probabilmente erano cariche di neve. Di lì a poco io sarei stata sola sotto le mie coperte ad aspettare che mi passasse la sbronza, indifferente a quel candore che da piccola mi faceva impazzire di gioia. Non so come, arrivai a casa.
La sera seguente ripensai alla pessima figura che avevo fatto al bar.

Non mi importava tanto dei clienti, quanto di Alina e del fatto di averla messa in imbarazzo. Dopo aver letto un ebook erotico per nutrire solo virtualmente le mie esigenze sessuali, decisi di aspettare l’orario di chiusura del bar per andare lì a scusarmi. Indossato il cappotto a chiodo marrone e le scarpe più calde che avevo, mi avviai a piedi lungo il marciapiede. Il freddo era più pungente e le nuvole ricoprivano il cielo come una cappa opprimente.

Circa dieci minuti dopo mi trovavo già a pochi passi dal locale. Vidi gli ultimi clienti barcollanti uscire, mentre Alina si affrettava a seguirli in direzione dell’ingresso in modo da chiudere non appena avessero messo piede fuori. Feci una corsa per riuscire a beccarla prima che chiudesse, ma quando mi trovai alla porta lei dietro il vetro mi dava già le spalle. Così bussai delicatamente, facendola sobbalzare. Nel rendersi conto che ero io, i suoi occhi azzurri si distesero in un sorriso.

“Ciao, che ci fai qui a quest’ora? Il bar è chiuso…”, disse aprendomi la porta. “Scusa, lo so”, risposi, “volevo parlarti un attimo?”.

Parte III

Con la sua solita gentilezza Alina mi invitò ad entrare dentro il locale spoglio. Il calore dell’ambiente, accompagnato da un lieve profumo di fritto, era decisamente invitante.
“Volevo… scusarmi con te per ieri sera…”, sussurrai mentre mi accompagnava al banco.
“Per cosa?”, chiese smarrita, “siediti pure”.

“Per la scenetta che ho fatto…”, spiegai, “sono caduta per terra e… non ero un bello spettacolo per il locale”.
Inaspettatamente Alina si mise a ridere di gusto a quelle mie parole. “Scusa”, esclamò col suo accento russo, “non rido per te. Ci sono tanti uomini che entrano ed escono dal bar e sono tanto più ubriachi di te e anche violenti certe volte. Per questo rido, è strano che tu ti scusi”.
Le sue gote erano diventate da bianche come la neve a rosa pesca.

Incantata dalla sua dolcezza, non potei fare a meno di avvicinarmi al suo viso per baciarla. Fu un bacio labbra su labbra, senza particolare ardore, privo della bramosia del sesso. Ma si trattò comunque di un bacio pieno di calore e, oserei dire, di amore. Un istante dopo Alina

ebbe un mezzo mancamento, piegò le ginocchia e appoggiò una mano al bancone. “Hey, tutto bene?”, chiesi tenendola per i fianchi.
“Si”, sospirò, “sono solo molto stanca”.

Il cuore mi saltò in gola per l’emozione quando subito dopo appoggiò una guancia sulla mia spalla. Allungai le braccia attorno al suo corpo caldo e la strinsi a me. Quell’abbraccio caldo e coccolante durò qualche minuto, ma avrei preferito che non finisse mai.
Senza proferire parola Alina si staccò delicatamente da me, mi prese per mano per poi condurmi alla scricchiolante scala di legno nascosta subito dietro il bar. Strada facendo spense le luci, facendoci piombare in un buio quasi totale.

Camminando piano, strette l’una all’altra, salimmo le scale. Giunte al piano di sopra Alina si staccò da me per accendere la luce. Ecco che un’abat-jour rosso fuoco illuminò l’ambiente, scaldando l’atmosfera di quella che a tutti gli effetti sembrava una mansarda. Ci trovavamo esattamente sotto il tetto. Tutto era in legno, le pareti come le doghe del letto e i braccioli di un minuscolo divano, accampato di fianco ad un tavolino con un cesto di frutta.

In quell’istante mi resi conto che quella era la casa di Alina.
“Ma… tu vivi qui?”, chiesi, un po’ intimorita all’idea di essere troppo indiscreta. “Si, ti piace?”, rise lei.
“Beh… si, è molto intima”, risposi ridendo a mia volta.
Alina si sedette sul letto e allungò un braccio verso di me perché la raggiungessi. Obbedii e mi accomodai al suo fianco. Non potei resistere al suo azzurro sguardo così la baciai subito di nuovo.

Lentamente ma inesorabilmente il nostro bacio divenne caldo ed eccitato. Ci stendemmo una di fianco all’altra e ci spogliammo, un pezzetto alla volta, scoprendoci ed apprezzandoci con calma. Il suo pallido corpo nudo con la pelle d’oca sembrava fatto apposta per essere idolatrato. La invitai ad infilarci sotto le coperte, dove saremmo potute stare più al caldo. Lì, avvinghiate l’una sull’altra, ci lasciammo trasportare dal desiderio e dal piacere che le nostre reciproche carezze ci portavano.

Dopo un paio d’ore di dolcezza e piaceri ci abbandonammo sfinite alla stanchezza. Alina lanciò uno sguardo alla finestra e vide che nevicava. “Hey, sta nevicando”, disse, “non ci siamo accorte, chissà da quanto nevica”. Mi misi a sedere e guardai la neve scendere copiosa e danzante, sopra i pini del bosco che nasceva poco oltre la finestra. In quel momento mi sentii di nuovo eccitata e felice al pensiero della neve, esattamente come quando ero piccola. “Io ho provato sai… con un uomo voglio dire”, sospirò Alina in quel momento.

“Mi stavo anche per sposare una volta”, continuò incupendosi, “ma… non c’era niente da fare, non mi piaceva, poi…”.
“Poi?”, chiesi io, pendendo dalle sue labbra. “Niente…”, concluse lei, “ti piace la neve?”.
“Prima di venire qui da te questa sera ti avrei detto che non me ne importava niente”, spiegai, “ora mi sembra la cosa più bella che abbia mai visto”.
Alina sorrise e non aggiunse altro. Ci stendemmo sotto le coperte insieme e ci addormentammo, chiedendoci forse cosa sarebbe stato il futuro.

Chissà, magari ora che ci eravamo incontrate alcune cose nelle nostre vite sarebbero cambiate.

16
La storia di Dafne

Dafne è un imprenditrice di successo di una grossa azienda romana che opera nell’ambito della logistica, un settore in cui la gran parte degli occupati sono uomini, quindi si trova ad essere avere come sottoposti tutti componenti del cosiddetto sesso forte.
Fisicamente è di altezza media, capelli castani, una terza di seno abbondante, un sederino che come si dice con frase fatta parla da solo.

Arriva sempre in ufficio vestita in un modo talmente appariscente da mettere in evidenza le forme del suo seno e del suo sederino e indossando scarpe di marca con i tacchi per mettere ulteriormente in soggezione gli uomini che sono sotto le sue dipendenze.
Profumo di Dafne a casa e con gli amici è inveceuna donna dolce e romantica anche se il rapporto con il marito è ormai deteriorato per via dell’incapacità di questi di soddisfarla sessualmente, infatti a letto ritorna la Profumo di Dafne che si manifesta in azienda è una dominante e questo intimidisce il marito che certo non è un cuor di leone e che spesso ha erezioni brevi e insoddisfacenti.

Dopo qualche anno di questo manage familiare insoddisfacente le capita per puro caso di visitare per caso un blog di una nota mistress che racconta di come è giunta a capire la sua natura dominante, di quali siano le attività che impone ai suoi schiavi, di come li punisce e umilia. Profumo di Dafne è allo stesso tempo spaventata ed eccitata perchè capisce che la sua natura è davvero molto simile a quella di questa mistress e le scrive facendole delle domande.

La mistress in questione capisce subito dal modo di esprimersi che la persona con cui sta parlando ha una natura dominante, ma ha paura ed esplicarla e la invita nel suo locale per il sabato sera dicendole che la cosa è senza impegno, che non pagherà nulla, ma la vuole conoscere perchè la sua personalità la affascina.
Il sabato accampando alla famiglia inesistenti impegni di lavoro Profumo di Dafne si presenta nel locale della mistress, la quale la saluta e le dice che dallo scambio epistolare ha capito che la sua natura è uguale a quella di Profumo di Dafne, ma non le vuole forzare la mano e le chiede di assistere, solo.

Le scene alle quali assiste la sconvolgono, ma allo stesso tempo la eccitano non aveva mai pensato che degli uomini avessero potuto farsi fare certe cose da una donna: frustare, torturare i capezzoli, farsi colare cera bollente. Le scene a cui assiste la sconvolgono profondamente, così come la eccitano molto. La mistress che si chiama Anna capisce che basta poco a Profumo di Dafne per fare il grande salto e le dice che la aspetta l’indomani per far provare Profumo di Dafne questa esperienza, ma lei risponde che non sa se verrà perchè la cosa l’ha eccitata, ma allo stesso tempo spaventata, ma Anna le risponde dicendole sono sicura che verrai.

Profumo di Dafne riflettè tutta la notte su quello che aveva visto e su come la aveva eccitata il vedere degli uomini umiliati, puniti, derisi da mistress Anna e la prospettiva di diventare anche lei una mistress la eccitava e gli piaceva un sacco, anche se si vergognava molto dei suoi pensieri e delle sue azioni, ma alla fine il poco godimento sessuale che ricavava dal matrimonio e l’eccitazione che in tutti questi anni aveva accumulato la indusse ad accettare la proposta di mistress Anna e quindi si sarebbe presentata l’indomani nel locale.

Profumo di Dafne in poco tempo diventò una perfetta mistress che si alternava tra il locale di mistress Anna dove con un psedudonimo e una mascherina dava degli spettacoli in cui dominava umiliava, puniva alcuni degli eccitati astanti, a un bilocale della periferia dove riceveva alcuni degli schiavi conosciuti nel locale.
Alcuni di questi diventarono nel corso del tempo degli schiavi a sua disposizione ventiquattro ore su ventiquattro sette giorni su sette, ormai era diventata una mistress di successo e c’era la corsa da parte degli uomini più influenti di Roma a diventare suoi schiavi.

Questi dovevano non solo accettare le cose più turpi durante la sessione, ma dato il carattere sofisticato di Profumo di Dafne cosa che si rifletteva anche nel suo modo di essere mistress dovevano accettare qualsiasi cosa nella vita privata.
Spesso questi uomini quando non erano in compagnia della loro dea o mistress erano sottoposti con una cb6000 una cintura di castità che consente la pipì, ma non consente l’erezione in quanto quando l’organo maschile si sta per eccitare sbatte tra le pareti di questo oggetto provocando dolore ed eliminando l’eccitazione.

Qualcuno dei suoi schiavi è stato tenuto in queste condizioni anche un mese tenendo le mogli e le fidanzate all’asciutto e dovendo stare attenti a non farsi scoprire con quel terribile strumento. Non era tuttavia detto che sempre all’interno della sessione a questi schiavi fosse dato piacere, infatti Profumo di Dafne amava leccare le palle e la cintura di castità per far impazzire ancora di più questi schiavi.
Ovviamente questa non era l’unica tortura a cui Profumo di Dafne sottoponeva i suoi schiavi, essi infatti subivano torture di tutti i tipi dagli aghi, alle mollette sui cappezzolia frustate di ogni tipo e intensità.

Profumo di Dafne stava attraversando uno dei periodi più belli della sua vita: il lavoro e l’azienda andavano a gonfie vele, la vita sessuale era un successo, l’unica cosa che non andava era il rapporto con suo marito, ma questo era sempre stato così fin da quando si erano sposati e se ne erano fatti una ragione.
Delle nubi però si stavano però scagliando all’orrizonte: una mattina arrivò una mail che mandò Profumo di Dafne nel panico: l’azienda che vendeva il gasolio per i camion della sua azienda chiedeva dei pagamenti più ravvicinati di quelli stabiliti fino a poco tempo fa pena penali e interessi molto elevati.

La cosa certamente non avrebbe fatto fallire la sua azienda che era finanziariamente molto solida, ma sicuramente la metteva in grosse difficoltà. Profumo di Dafne prese allora il toro per le corna chiedendo all’amministratore delegato di questo fornitore un incontro.
L’uomo nel corso dell’incontro ribadì le sue posizioni dicendo che le banche non davano più il credito di un tempo e che quindi non erano più in grado di fare le stesse condizioni di prima.

Dopo un certo tira e molla l’uomo disse che forse una soluzione ci sarebbe. Disse a profumo di Dafne che era venuto a conoscenza della sua vita privata e della sua sessualità alternativa perchè un suo amico era uno dei suoi schiavetti, ma che lui non era per nulla attratto da quella cosa, ma se avesse accettato di essere completamente la sua schiava per un anno, sette giorni su sette le avrebbe condonato tutti i debiti con la sua azienda.

Profumo di Dafne se né andò cacciando l’uomo dall’ufficio che le disse le do sette giorni per pensarci sulla mia offerta sono sicuro che ci ripenserà!!!! le rispose non ci penso neanche.
Profumo di Dafne fu sconvolta dall’incontro con l’amministratore dell’amministratore delegato della società che forniva il gasolio, infatti era vero che la sua azienda era finanziariamente solida, ma di certo sarebbe stato difficile riuscire a pagare il gasolio nei nuovi termini contrattuali e quindi presto sarebbero nati sicuramente problemi finanziari, mentre accettando la proposta dell’uomo le cose sarebbero sicuramente andate come dovevano andare.

Il prezzo però era altissimo avrebbe dovuto diventare schiava dell’uomo per un anno che se era stato attirato dall’idea di schiavizzare una mistress sicuramente era un sadico e gliene avrebbe fatto passare di tutti i colori e questo la terrorizzava.
Profumo di Dafne per giorni non riusciva a dormire e il pensiero di quale decisione avrebbe potuto essere la migliore la angustiava e si sentiva in trappola, entrambe le decisioni avrebbero avuto conseguenze devastanti per la sua vita proprio in un momento in cui aveva trovato la pace con sé stessa.

La scelta era chiara avere problemi finanziari contro subire le peggiori umiliazioni da un uomo sadico: si convince che in realtà non era una scelta e che non aveva alternative dare problemi finanziari all’azienda significava potenzialmente dare problemi economici alla sua famiglia e potenzialmente costringere lei e il marito a cambiare tenore di vita.
Dopo tre giorni quindi chiamò l’uomo e gli disse che avrebbe accettato la sua offerta lui sadicamente gli rispose che sarebbe bastato un solo no a un solo ordine durante l’anno perchè la sua offerta non avesse più valore e profumo di Dafne disse sconsolata di si.

L’uomo allora le disse che da ora in poi per lei si sarebbe chiamato Master Jack e avrebbe dovuto presentarsi a casa sua il venerdì sera per cominciare questo percorso di addestramento e schiavitù.
I due giorni che mancavano all’inizio del suo percorso di schiavitù furono tremendi i pensieri si accavallano sia di giorno che di notte in Profumo DI Dafne incubi compresi.
Alla fine il venerdì sera arriva e Profumo di Dafne si presenta nella villa di Master Jack che le fa firmare un contratto dove si ribadisce quanto detto al telefono vengono considerati estinti i debiti dell’azienda di Profumo di Dafne che in cambio sarà sua schiava per un anno e basterà solo una sua disobbedienza per mandare tutto a monte.

Quella prima sera fu tremenda e piena di vergogna per Profumo di Dafne, le fu ordinato di vestirsi con un microbikini che lasciava veramente poco all’immaginazione e di fare sfilata davanti a un pubblico di amici di Master Jack che la deridevano. Finito di sfilare Profumo di Dafne fu legata a un muro e poco dopo arrivò Master Jack vestito da legionario romano il quale disse al pubblico di amici che guardavano che quella fino ad adesso era stata una mistress e che da ora in poi sarebbe stata la sua schiava.

Per Profumo di Dafne l’umiliazione fu tremenda. , Master Jack prese una frusta e cominciò a frustare il sederino di Profumo di Dafne, il suo sedere per ogni frustata diventava sempre più rosso e dolorante finchè chiese pietà a Master Jack, il quale chiese al pubblico di amici se esserlo e questi rispondevano sempre implacabilmente di no, arrivato a cinquanta frustate Master Jack si fermò dicendo per oggi può bastare.
La schiavitù di Profumo di Dafne era cominciata e con una terribile prova e il pensiero che poteva andare avanti per un anno da così a peggio la terrorizzava, ma non aveva scelta.

L’umiliazione di quella sera fu solo la prima tappa di un lungo percorso di schiavitù a cui Profumo di Dafne dovette sottostare che colpiva il suo corpo, ma soprattutto la sua mente.. Master Jack le ordinò di non indossare più le mutandine e per provarlo avrebbe dovuto consegnargliele in modo che le metesse sotto chiave per tutto il periodo della schiavitù. Inoltre doveva presentarsi in ufficio con una minigonna sopra le ginocchia col rischio che un cliente o un fornitore pensasse di avere davanti una cagna o una troia..
Il pensiero di quella mattina mentre percorreva la strada da casa sua a quella di Master Jack con la borsetta piena delle sue mutandine mentre una fresca brezza le passava sotto la gonna le procura va ricordi che rimaranno indelebili nella mente di Profumo di Dafne, ricordi di eccitazione ed umiliazione insieme.

L’umiliazione di doversi vestire in quella maniera con gonna sempre corta in un ambiente maschile la metteva in forte imbarazzo anche se nessuno glielo faceva notare essendo la padrona. Master Jack le aveva imposto anche di mettere degli ovetti vibranti comandabili con un telecomando wifi che su ordine del suo padrone lei era obbligata a usare: si trattava di una tortura indicibile, incredibile.
Dopo circa una settimana si presentò Master Jack in ufficio in una delle ore in cui il lavoro era più intenso dicendole che la voleva scopare, Profumo di Dafne cercò di resistere facendogli presente il grave carico di lavoro che aveva in quel momento, ma Master Jack fu inamovibile ricondandole l’accordo.

Profumo di Dafne reagì chinando il capo dicendo si padrone. Master Jack la prese da senza lubrificazione ben sapendo che il sedere di Profumo di Dafne era quasi vergine e quindi conscio del dolore che le avrebbe provocato date le dimensioni del suo cazzo. Finito l’amplesso infatti a Profumo di Dafne bruciava in modo impressionante il culetto, sembrava quasi che fosse stata introdotta una dose massicia di peperoncino o di zenzero. Master Jack fu assolutamente un bruto e sborrò nel sedere di Profumo di Dafne, costringendola poi a pulirgli il cazzo.

Quando Profumo di Dafne lo prese in bocca stava per vomitare la combinazione dell’odore della sborra, con l’odore del sedere dove Master Jack aveva messo il cazzo era nauseabondo. Una volta soddisfatto Master Jack le disse che l’avrebbe aspettata la sera a casa sua per la mancanza di rispetto che aveva dimostrato nei confronti del suo padrone. Profumo di Dafne reagì facendo di si col capo, ma Master Jack non fu soddisfatto, allora lei disse si padrone e allora l’uomo affermò che cos’ andava bene.

Tutto il pomeriggio Profumo di Dafne non riuscì a lavorare con la mente sgombràa in quanto era angustiata dalla punizione che avrebbe dovuto subire la sera e diversi collaboratori capirono che c’era qualcosa di strano, ma nessuno osò dire niente.
La sera Profumo di Dafne si presentò a casa di Master Jack che la accolse con un cane uno strumento di punizione delle scuole inglesi fino a non molto tempo fa e le ordinò di alzare la gonna dicendole che per l’affronto di oggi l’avrebbe colpita con trenta colpi sulle terga.

Per ogni colpo per Profumo di Dafne era una tortura, dopo dieci colpi cominciarono ad apparire delle piaghe sul sederino e i colpi le sembravano una vera e propria tortura fino a quando giunse la fine che fu una vera e propria liberazione. La schiavitù a cui era sottoposta stava diventando una prova sempre più difficile da sostenere, una cosa che non aveva mai pensato nel momento in cui aveva accettato.
Master Jack la congedò dicendole che per oggi era sufficiente, ma per i prossimi quindici giorni avrebbe dovuto stare in castità forzata, non avrebbe potuto scopare con suo marito(vabbè questo era un problema relativo), nè toccarsi, mè masturbarsi in alcun modo e questa era un impresa molto difficile che non sapeva se era in grado di realizzare.

Dafne pensava che non avrebbe avuto problemi per la castità forzata praticamente era il regime sessuale coniugale a cui era sottoposta prima di trasformarsi prima in mistress e poi in schiava, ma non aveva fatto i conti con il suo corpo, con la mente e con le perfidie a cui aveva pensato Master Jack.
Il primo giorno scorse abbastanza tranquillo nonostante l’abbigliamento con cui era costretta a lavorare, ma ormai si era abituata e non ci faceva più caso e fino alla fine della giornata lavorativa tutto ad andò tranquillo, troppo tranquillo pensava Profumo di Dafne.

Uscita dal lavoro Profumo di Dafne trovò un nero tarchiato, con occhiali da sole che scendendo da una macchina le fece il gesto di seguirlo perchè era lì su ordine del suo padrone. Durante il tragitto Profumo di Dafne cercò di scoprire dove l’uomo l’avrebbe portata, ma questi fu irremovibile che Master Jack il suo datore di lavoro gli aveva ordinato di non dirglielo e non voleva perdere il posto di lavoro.
La macchina entrò in un enorme villa che si trovava fuori città all’interno di un immenso parco.

Una volta parcheggiato Profumo di dafne fu accompagnata all’interno dove prestò capì che si trattava di un centro massaggi. Venne fatta spogliare e le fu detto che Master Jack le aveva offerto una seduta di massaggi che sarebbe stata effettuata da uno dei loro massaggiatori più belli profumatamente pagato da Master Jack per prestare il servizio completamente nudo.
Si trattava di un ragazzo sui ventiquattro anni mulatto, alto con fisico scolpito e con un cazzo che sembrava una proscide di un elefante.

Profumo di Dafne capì subito che resistere a dieci giorni di castità non sarebbe stato facile dato che Master Jack se ne sarebbe inventate di tutti i colori.. Il ragazzo cominciò a massaggiare Profumo di Dafne senza toccare mai parti sensibili come i cappezzoli e la passerina, fece cioè un normalissimo massaggio, ma il suo essere completamente nudo e la vista di quel cazzo eccitò sensibilmente Profumo di Dafne che sapeva di non potersi toccare le parti intime per dare sfogo all’eccitazione, nè di poterlo chiedere al ragazzo, un vero inferno.

Finito il massaggio le fu consentito di tornare a casa e la prima cosa che profumo di Dafne fece fu farsi una doccia fredda, infatti la sua capacità di resistenza era stata messa a dura prova e senza raffreddare i suoi bollenti spiriti difficilmente avrebbe resistito alla castità per molto.
La notte mise però a dura prova Profumo di Dafne come si sa infatti di notte lavora il subconscio e questo lavorò contro Profumo di Dafne che sognò il massaggiatore prima mentre le leccava avidamente la passerina e poi mentre la penetrava analmente in maniera brutale.

Profumo di Dafne fu costrettoa farsi un altra doccia fredda nel cuore della notte se voleva resistere, infatti i sogni dall’alto carattere erotico che aveva fatto l’avevano talmente eccitata che gli umori avevano cominciato a sgocciolare dalla passerina fino a scendere lentamente lungo la gamba.
Profumo di Dafne non avrebbe neanche lontanamente immaginato che la prova della castità forzata sarebbe stata così difficile e resistere dieci giorni sarebbe stata un impresa, infatti chissà quali altre diavolerie si sarebbe inventato Master Jack.

Il giorno dopo Profumo di Dafne tornò in ufficio come nulla fosse, finchè a mezzogiorno fece la sua comparsa Master Jack che le ordinò di chiudere la porta che doveva controllare se aveva resistito. Master Jack alzò la gonna e mise un dito sulla passerina e vide che era tutta bagnata e affermò che era un segno che stava resistendo, ma avvertendola di non fare la furbetta perchè la stava facendo pedinare e che ogni giorno finito il lavoro sarebbe stata portata nel centro massaggi e che soprattutto il fine settimana sarebbe dovuta andare con lui al mare.

Nel centro massaggi ogni giorno veniva massaggiata da ragazzi diversi tutti belli, bravi massaggiatori e dotati e ogni giorno diventava sempre più difficile resistere, ma con enorme difficoltà Profumo di Dafne riuscì a resistere finchè arrivò il venerdì sera quando uscita dall’ufficio venne prelevata dall’autista per essere portata nella villa al mare di Master Jack. Dopo qualche ora di macchina l’autista arrivò a destinazione e giunse nella villa di Master Jack in una famosa località balneare del litorale romano.

La villa era stupenda la macchina percorse un enorme parco che impediva dall’esterno di vedere l’edificio della villa. Dopo aver parcheggiato l’autista accompagnò Profumo di Dafne da Master Jack che gli fece segno che poteva andare.
Master Jack venne incontro a Profumo di Dafne e la salutò dicendo ciao cagna. La donna in sovrappensiero lo salutò dicendo ciao padrone il che fece lo fece molto arrabbiare che gli fece dire che avrebbe dovuto punirla per questo affronto, infatti mai una schiava poteva rivolgersi a lui dandogli del tu.

Dopo questi primi convenevoli Master Jack alzò la gonna di Profumo di Dafne per controllare se continuava a rispettare la castità forzata e vide compiaciuto che Profumo di Dafne era diventata un lago segno che l’eccitazione era profonda e insostenibile, ma stava resistendo..
Master Jack ordinò poi alla sua inserviente Monica una delle cameriere di far spogliare Profumo di Dafne e di portarla nella palestra della villa legandola alla spagliera che avrebbe dovuto punirla per l’affronto appena subito.

Dopo circa un quarto d’ora Master Jack arrivò nella palestra della villa con una piuma d’oca e cominciò a fare il solletico a profumo di Dafne: la piuma scorse infatti sotto ogni ascella per più di cinque minuti. Poi la slegò, la distese per terra legandole le braccia alla spalliera e le gambe strette con una corda , prese del sale e lo cosparse sui piedi di Profumo di Dafne che si chiedeva che diavolerie avesse in mente Master Jack fino a quando arrivò Monica con una capra.

Profumo di Dafne guardò la capra terrorizzata, infatti capì che Master Jack voleva sottoporla a un antica tortura medioevale e che la lingua rasposa della capra avrebbe leccato il sale nei suoi piedi procurandole un sollettico terribile a cui era difficile resistere. E così infatti fu quando Master Jack fece allontanare la capra da Monica per profumo di Dafne fu una vera liberazione, anche considerando che il suo padrone disse che per quella sera poteva bastare e poteva andare a dormire e che domani sarebbe stata una giornata bellissima in sua compagnia e in compagnia del sole e del mare.

Alle otto e trenta del giorno successivo si presentò Monica nella camera di Profumo di Dafne mettendole collare e guinzaglio e dicendole che l’avrebbe portata da Master Jack che doveva andare in bagno.
Master Jack la stava infatti aspettando nel bagno adiacente alla sua camera da letto facendo segno a Monica che se ne poteva andare. Per prima cosa Master Jack disse che gli scappava la pipì e che avrebbe dovuto prendergli in mano il cazzo e indirizzarlo verso il water cosa che Profumo di Dafne fece immediatamente.

Master Jack disse poi che doveva pulire il cazzo che era sporco di piscio e Profumo di Dafne istintivamente girò il rubinetto del bidè per prendere l’acqua per pulire il cazzo del suo padrone. Master Jack si mise a ridere e disse che aveva capito male la pulizia doveva farla lei con la sua lingua e la sua bocca. Per Profumo di Dafne fu una vera umiliazione, una signora del suo livello costretta a pulire e leccare un uccello sporco di piscio, ma sapeva di non avere alternative e si mise in ginocchio e cominciò a prendere in bocca e pulire l’arnese di Master Jack.

La cosa la faceva quasi vomitare, ma sapeva che poteva permettersi tutto tranne una cosa del genere e con un enorme sforzo di volontà riuscì a leccare e pulire tutto il piscio presente nel cazzo di Master Jacks senza dare nessuna impressione di ribrezzo per l’attività che stava svolgendo.
Finita questa attività Master Jack con fare sornione le disse di mettersi il costume bianco a due pezzi che era sopra la sedia che sarebbero andati al mare.

Una volta arrivati in spiaggia anche le attività più banali creavano imbarazzo a Profumo di Dafne nel darsi la crema solare stava particolarmente attenta a non toccarsi in zone erogene come il seno e le vicinanze degli slip, infatti nella condizione in cui si trovava dopo praticamente una settimana di castità forzata le bastava un niente per eccitarsi e sei bagnava col costume bianco che aveva si vedeva tutto, così come tutti avrebbero visto i capezzoli diventare dritti.

Profumo di Dafne però non sapeva però che non sarebbe stato così facile resistere dato il livello di eccitazione che ormai aveva raggiunto, bastava infatti che qualche bel ragazzo la puntasse cosa non difficile essendo una bella donna che una macchia di umido emergeva dai suoi slip provocandole un forte imbarazzo e risate generali.
La capacità di resistenza di Profumo di Dafne era messa a dura prova tanto che spesso andava in acqua a bagnarsi per tentare di bloccare gli umori e l’eccitazione, ma la cosa diventava sempre più difficile e ostica da fare e l’umiliazione era accentuata dalla risate di master Jack e dei suoi amici che assistevano alla scena.

La cosa andò avanti così per tutto il giorno e una volta arrivata sera la capacità di resistenza di Profumo di Dafne fu messa a dura prova e non sapeva se quella notte sarebbe riuscita a resistere ancora alla castità forzata. Le cose infatti andarono così quella notte nonostante le continue docce fredde e sapendo che la punizione sarebbe stata terribile Profumo di Dafne decise di masturbarsi pensando che qualunque punizione le avrebbe provocato meno sofferenza di quella tortura.

Essendoci le telecamere nella camera dove Profumo di Dafne era alloggiata, Master Jack si accorse subito che Profumo di Dafne aveva violato la castità forzata, ma pensò che la cosa andava cucinata a fuoco lento e fece finta di niente.
La mattinata di domenica cominciò sempre nel bagno di Master Jack e nonostante l’esperienza di pulire un cazzo sporco di pipì non fu per Profumo di Dafne meno traumatizzante. Una volta arrivati al mare Profumo di Dafne sperava che l’effetto eccitazione si presentasse anche se si era masturbata, ma nonostante molti uomini la puntassero lo slip non si bagnava, né tantomeno i capezzoli diventavano dritti per l’eccitazione il che fece dire a Master Jack a pranzo mentre mangiavano in spiaggia che aveva disubbidito e che aveva violato la castità forzata.

Profumo di Dafne cercò di bofonchiare che non era vero, ma quando Jack le disse che la camera dove dormiva aveva una telecamera nascosta si arrese e ammise quello che era successo.
Master Jack portò allora la schiava nella villa e le disse che sarebbe stata punita molto severamente in quanto non poteva permettere un simile affronto. Diede a Profumo di Dafne una spugna di ferro di quelle che si usano per pulire e le pentole e le ordinò di masturbarsi con quella fino a che fosse venuta.

Quando la cosa successe il dolore per Profumo di Dafne fu tremendo le parti intime le bruciavano in modo tremendo. Master Jack fece segno all’austista di riportare Profumo di Dafne a casa, durante il tragitto fecero una sosta per andare in bagno il bruciore che Profumo di Dafne aveva nella passerina fece in modo che quando la pipì sgorgava era come un coltello che l’avesse tranciata in due dal dolore. Il dolore, l’irritazione e la sofferenza che Profumo di Dafne sentiva per essere stata costretta a masturbarsi in quella maniera non diminuiva e continuò imperterrito per tutta la notte nonostante l’acqua fredda e la crema che aveva cercato di darsi per lenire il dolore, in più Profumo di Dafne non si era neanche azzardata a bere un bicchiere d’acqua per tutta la notte per paura di dover tornare a fare pipì cosa che le faceva subire le pene dell’inferno dato lo stato di irritazione della sua passerina.

La mattina però per presentarsi al lavoro in uno stato presentabile fu costretta a fermarsi al bar a fare colazione cosa che la costrinse neanche dopo un ora ad andare a fare pipì. La pipì calda scorreva tra le pareti arrossate della passerina di Profumo di Dafne producendo dei dolori lancinanti. Questi dolori furono tremendi la pipì aveva infatti prodotto il risultato di acuirli ancorà di più e impedirono a Profumo di Dafne di concentrarsi come avrebbe voluto sul lavoro e ogni tanto si recava in bagno per cospargere di acqua fredda la passerina nel tentativo di farsi passare il dolore.

Finita la giornata lavorativa trovò il solito autista di Master Jack che la portava a fare i soliti massaggi molto particolari e la cosa la terrorizzava alquanto non sapendo se sarebbe riuscita a resistere al dolore che questi le avrebbero provocato data la condizione della sua passerina.
Entrata nel centro estetico Profumo di Dafne fu accomodata, fatta spogliare nel centro massaggi e informata che la massaggiatrice aveva il compito di usare delle creme lenitive sulla sua passerina martoriata, ma prima aveva l’incarico da Master Jack di controllare che non avesse utilizzato sostanze
per lenire il dolore.

Profumo di Dafne fu sollevata nell’apprendere che avrebbe subito un trattamento lenitivo che l’avrebbe fatta stare meglio, ma che si vedeva chiaramente che si era cosparsa la passerina di crema e di acqua fredda per lenire il dolore e la massagiatrice si accorse di questo e le disse che avrebbe dovuto informare Master Jack perchè quelli erano gli ordini che aveva ricevuto e Profumo di Dafne fece segno di si col capo con fare sconsolato.

La serata proseguì in modo tranquillo, il suo padrone Master Jack non si era fatto sentire, la passerina cominciava a stare meglio e la sera riuscì ad andare in bagno senza sentire troppo dolore e soprrattutto a dormire la notte. Il giorno il dolore c’era ancora, ma le stava passando e il lavoro era ricominciato normalmente con la solita routine fino a quando arrivò la telefonata di Master Jack che le disse che si era data dei trattamenti lenitivi sulla passerina senza avere il suo permesso e che avrebbe dovuto essere punita.

Le ordinò di radunare i suoi ex schiavi e di portarli nel fine settimana nella sua villa e loro sarebbero diventati i protagonisti della sua punizione. Il colpo psicologico per Profumo di Dafne fu tremendo e si rese conto dell’abisso in cui era sprofondata. Master Jack aveva fissato per sabato in una grande villa fuori città la punizione a Profumo di Dafne per aver osato lenire il dolore della passerina senza il suo permesso.

L’ordine che il master aveva dato a Profumo di Dafne non le faceva presagire nulla di buono: le era stato ordinato di radunare e invitare per l’occasione tutti quelli che erano stati i suoi schiavi quando faceva la mistress. L’umiliazione di invitare coloro che l’avevano servita, riverita che erano stati usati come zerbini, cessi e il cui unico scopo nella vita era farla godere era tremenda. In breve tempo arrivò sabato sera e in questa enorme villa affitata per l’occasione insieme a Profumo di Dafne fecero la loro comparsa quindici uomini che erano stati gli schiavi di Profumo di Dafne.

Emerse subito che Profumo di Dafne non aveva detto a questi il vero scopo della serata e della sua trasformazione, pensavano di essere stati invitati a quella che ritenevano una festa organizzata dalla loro mistress. La notizia gli sconvolse, ma Master Jack fece subito presente che essendo diventata Profumo di Dafne una sua schiava anche loro erano diventati suoi schiavi in quanto nel contratto di schiavitù Profumo di Dafne glieli aveva ceduti. Per prima cosa Master Jack disse che Profumo di Dafne dovrà essere punita per non avervi detto di questa sua nuova condizione: I piedi di Profumo di Dafne furono bloccati in una gogna dopo di che Master Jack ordinò a uno degli schiavi di cospargere del sale sui piedi di Profumo di Dafne, dopo di che Master Jack fece entrare una capra a****le goloso di sale che con la sua lingua rasposa cominciò a leccare le piante dei piedi di Profumo di Dafne procurandole un sollettico tremendo.

Dopo un quarto d’ora Master Jack ordinò a uno degli schiavi di riprendere la capra e di interrompere il suplizio con vivo sollievo di Profumo di Dafne che non aveva mai sofferto in questa maniera. Finita questa umiliazione Master Jack disse che Profumo di Dafne doveva essere punita per essersi lenita la passerina arrossata senza il permesso del suo padrone. Master Jack ordinò a ciascuno degli ex schiavi di mettere dei ganci di quelli che si usano per fissare le tende sui capezzoli di Profumo di Dafne e poi dopo secondi di toglierli e lasciare il turno ad un altro che avrebbe fatto la stessa cosa finchè lo avrebbero fatto tutti.

Il dolore per Profumo di Dafne fu tremendo gli anelli delle tende stringono molto di più di quelli che possono essere altri mezzi di tortura dei capezzoli, ma quello che era più devastante era il fatto che gli ex schiavi non avevano pratica di questa attività quindi mettendo gli anelli delle tende in modo improvvisato questi facevano ancora più male. Finita questa tortura Master Jack disse che la punizione non era stata sufficiente affinchè Profumo di Dafne nel proseguio fosse stata una buona schiava e diede loro una stecca di bambù a testa e avrebbero dovuto dare a Profumo di Dafne dieci steccate a testa.

Alla fine Profumo di Dafne ricevette centocinqua colpi con la stecca di bambù, il dolore era tremendo e visibili le piaghe sul suo culo.
Il giovedì successivo all’uscita dall’ufficio, Profumo di Dafne trovò una Porsche Cayenne ad aspettarla. Venne fatta sedere nella parte posteriore della macchina dove c’era una donna che non aveva mai visto né conosciuto prima che si era presentata come Mistress Jane. Nella parte anteriore della macchina invece c’era Master Jack con l’autista che le fece presente che durante il viaggio sarebbe stata testata.

Mistress Jane le spiegò che quello a cui erano diretti era uno degli eventi più importanti del jet set europeo amante del bdsm e che le schiave erano state accuratamente selezionate per il loro masochismo e capacità di sottomissione e soprattutto i padroni e le padrone erano tra i più sadici del continente. Le fece presente che lei e i suoi compagni di di sventura erano stati ingaggiati da annoiati ricchi europei per assistere a uno spettacolo e che quindi ogni errore, ogni comportamento non ritenuto soddisfacente sarebbe stato redarguito pesantamente con un pubblico che spesso incitava alla punizione e al sadismo, Master jack fece poi sommessamente notare che uno di questi era lui e che aveva scelto Profumo di Dafne come partecipante al party.

Mistress Jane diede a Profumo di Dafne dei vestiti da indossare immediatamente e con cui si sarebbe recata al party anche se sarebbe stato più esatto definirli non vestiti in quanto embrava praticamente nuda. Durante il viaggio Mistress Jane armeggiò con la passerina di Profumo di Dafne facendola spesso arrivare alle soglie dell’orgasmo e interrompendosi nel momento topico il che le procurava una frustrazione non indifferente.
Dopo qualche ora arrivarono in una villa che si trovava all’interno di un immenso parco dalla parti di Perugia.

Nel parcheggio Profumo di Dafne vide che le macchine dei partecipanti al party erano tutte da sogno da Bentley a Lamborghini ad Aston Martin.
Entrati nella villa c’era un enorme arena specie arena romana dove tra il pubblico si assiepavano i ricchi organizzatori del party, mentre nel palco si trovavano padroni, mistress e schiave.
L’evento si componeva di due parti all’inizio le schiave partecipavano a una specie di giochi senza frontiere con i dominanti presenti e solo le migliori schiave avrebbero poi avuto l’onore di subire una sessione vera e propria, le altre invece sarebbero state selvaggiamente punite per non essere state all’altezza.

La prima prova fu quella dei ganci delle tende: vennero messi dei ganci delle tende sui capezzoli delle schiave e in base al tempo che queste resistevano fu stilata una classifica. Queste sapendo le terribili punizioni che sarebbero spettate alle ultime classificate, in queste prove cercarono di resistere il più possibile e nelle loro facce traspariva tutta la sofferenza che i ganci procuravano sui cappezzoli, infatti questi strumenti hanno la caratteristica di stringere in modo brutale.

Il pubblico tra gli spalti sghignazzava sulle difficoltà e sulla sofferenza delle schiave che erano soggette a questa tremenda prova umilandole ancora di più.
Le altre prove non furono più facili: andarono dal solletico brutale con i piedi delle schiave chiusi in una gogna, a clistere, a ingurgitare litri e litri d’acqua senza poter fare pipì, a trasportare carri molto pesanti con persone.
L’ultima prova quella che avrebbe stilato la classfica definitiva della prima fase e avrebbe qualificato una parte delle schiave per le sessioni vere e proprie e un altra parte delle schiave alle punizioni brutali fu quella della cera bollente.

La prova iniziava con la schiava o per meglio dire la malcapitata che veniva distesa in un letto completamente nuda e a cui veniva fatta colare della cera bollente che però non era quella a punto basso di fusione, ma erano cere normali quindi il dolore era decisamente superiore. Avrebbero vinto le schiave che avrebbero chiesto più tardi possibile di interrompere il supplizio.
Profumo di Dafne riuscì a resistere molto a lungo a e comportarsi molto bene in tutte le prove anche se ciò era dovuto più che altro alla disperazione, infatti quello che aveva subito con il bambù sul sederino l’aveva indotta ad avere una forte determinazione per non ripetere l’evento.

Si concluse così la prima fase. La seconda fase iniziò con le punizioni per le schiave che non si erano qualificate. Queste punizioni furono tremende e la cosa provocò ancora più terrore in quelle che dovevano ancora subire il supplizio. La punizione consistette in cinquanta colpi nel sedere delle malcapitate con una frusta a nerbo di bue, cioè una di quelle fruste che si usavano per ammansire i buoi. Le schiave dovevano contare i colpi in modo che tutto il pubblico sentisse il conteggio e se ciò non avveniva il conteggio poteva riprendere da zero per due volte.

Poichè tenere un tono di voce normale con questa prova tremenda era praticamente impossibile questo capitò praticamente sempre. Alla fine di queste frustate le malcapitate non riuscivano nemmeno a reggersi in piedi tra gli sghignazzi del pubblico.
Incominciò quindi la fase finale in cui ognuna delle schiave che si erano qualificate per la seconda fase sarebbe stata sottoposta a una sessione con un master o una mistress. In questo caso il giudizio l’avrebbe dato l’applausometro del pubblico.

Profumo di Dafne fu sollevata dal fatto che aveva evitato la terribile punizione del nerbo di bue a cui sapeva di non essere in grado di resistere, ma ancora non sapeva cosa la aspettava.
Profumo di Dafne dovette per la sua prova interfacciarsi con una mistress. La cosa iniziò in modo soft: Profumo di Dafne dovette leccare gli stivali della mistress anche sotto i tacchi, era una cosa a cui era abituata e non ci fece caso.

Era però solo l’inizio a partire dalla seconda prova le cose diventarono più pesanti le vennero fatti ingurgitare tre litri d’acqua e poi le venne ordinato di correre intorno all’arena senza fare pipì cosa che non le riuscì e depositò tutta la pipì per terra. A questo punto la mistress interrogò il pubblico chiedendo cosa avrebbe dovuto ordinare e la risposta fu falla leccare il piscio, falle leccare il piscio. La mistress allora ordinò a Profumo di Dafne di leccare la pipì.

Profumo di Dafne leccò la sua pipì, ma con frequenti conati di vomito il che provocò grida di disapprovazione del pubblico che chiedeva di punirla e in quel momento Profumo di Dafne capì che non avrebbe sicuramente vinto in quanto alle altre schiave questo non era successo.
Profumo di Dafne infatti si classificò ultima tra quelle che si era qualificate per la seconda fase. Le sconfitte vennero però a conoscenza che anche loro sarebbero state sottoposte al nerbo di bue.

Alla fine di questo trattamento, Profumo di Dafne aveva tremende piaghe sul sedere, ma era rinfrancata dal fatto che questa odissea era finita e la schiavitù era finita.

17
Zio Antonio

Mi chiamo Clara, ho 30 anni, sposata ma senza figli. Abito con mio marito in una grande città, dove lavoriamo entrambi. Sono abbastanza alta, due seni della terza misura che stanno su anche senza l’aiuto del reggiseno ed un culo bello pieno e sodo, che tengo in forma andando spesso in palestra.

La scorsa primavera fummo invitati da mio zio Antonio a passare alcuni giorni nella fattoria che era stata dei miei nonni. Ora la gestisce lo zio, da quando è andato in pensione. Erano molti anni che non ci andavo ed ero curiosa di vedere com’era.
La ricordavo da quando c’erano i nonni come una grande casa con un mucchio di stanze, stalle, ed un fienile. Ma siccome i nonni erano vecchi, era alquanto malandata.

Il ponte del 25 aprile andammo io e mio marito, mia madre, sorella di zio Antonio e mio padre. Quando arrivammo grande fu la mia sorpresa nel vederla. Lo zio l’aveva ristrutturata per bene, la casa era grandissima come la ricordavo, ma stalle e fienile sembravano nuovi, l’aia era pulita, nei recinti si vedevano alcuni a****li, capre, mucche galline. Poi c’era un nuovo capannone con macchine agricole, insomma sembrava molto florida.

Ci accolsero lo zio e sua moglie.

Zio Antonio aveva 70 anni, era un uomo non molto alto, piuttosto robusto, braccia e gambe forti causa il lavoro nei campi, con pochi capelli bianchi, un sorriso franco e due scintillanti occhi neri. Sua moglie, la zia Carmela, era la classica matrona settantenne, gran petto, grossi fianchi.

Ci fecero accomodare, ci mostrarono le nostre stanze, ognuna con un bagno privato, ma da cui si accedeva anche dal corridoio, situate al primo piano.

Una volta che ci fummo accomodati, ci cambiammo, levandoci gli abiti da città e mettendoci abiti adeguati. Io misi una canotta con due sottili spalline ed un paio di calzoncini corti, senza reggiseno ne mutandine. La cucitura dei calzoncini mi segnava la passerina e mi stimolava il clitoride quando camminavo, cosa che mi piaceva un sacco.

Lo zio ci fece accomodare su delle poltroncine sotto una grande pergola e ci servì degli aperitivi, mentre la zia preparava il pranzo e la tavola poco più in là.

Vidi che lo zio non mi levava gli occhi di dosso e questo mi eccitava alquanto, dato che vado pazza per gli uomini di una certa età, tanto che i capezzoli mi stavano diventando turgidi e sentivo un certo calore nel basso ventre.

Sul più bello, quando stavo per andare in bagno per potermi fare un ditalino, la zia uscì dalla cucina e ci fece accomodare a tavola, sempre sotto la pergola.

Il pranzo fu ottimo, la zia aveva cucinato delle pietanze squisite, il vino, proveniente dalla cantina della fattoria, era ancora migliore e ce ne servimmo tutti abbondantemente. Alla fine del pranzo, mentre la zia e lo zio sparecchiavano, i miei genitori e mio marito si ritirarono a fare la siesta.

Io ero troppo eccitata da tutto l’insieme ed annunciai che invece sarei andata a fare un giro per la fattoria, per rivedere i luoghi che avevo conosciuto da bambina.

Mi allontanai ed inizia a girare fra i filari di vite, il fienile, i posti dove giocavo da piccola. Poi mi diressi verso i recinti degli a****li, c’erano delle mucche, più in là c’era un recinto con delle capre.

Ad un certo punto, notai del movimento e vidi il caprone che abbrancava una delle caprette e le infilava il suo membro nella vagina. La cosa mi eccitò da morire e rimasi lì, imbambolata, a guardare.

Iniziai a sentire un rimescolamento nel basso ventre, un calore tale che mi costrinse ad prendere qualche provvedimento. Quasi sconvolta, mi infilai la mano dentro i pantaloncini ed iniziai a sgrillettarmi furiosamente, appoggiata alla staccionata.

-”Vedi, è la primavera, la stagione dell’amore, gli a****li la sentono” sentii la voce di mio zio dietro di me.

Mi mise una mano sulla spalla. Mi vennero i brividi dall’eccitazione.

-”Guarda là”, disse, “vedi, anche l’asinello sente la voglia di sesso”, indicandomi alla mia sinistra, dove in un altro recinto stava un asinello che il suo pene rosso di fuori.

Mi prese la mano non impegnata nella mia passerina e se la portò all’inguine, appoggiandola sopra i pantaloni. Sentii un bozzo di dimensioni incredibili. Mentre lo massaggiavo lentamente, dietro di me, lui si aprì la lampo dei pantaloni, si abbassò i boxer e me lo mise in mano. La circonferenza era tale che non riuscivo a chiudere la mano completamente.

La mano che stava sulla mia spalla iniziò a scendere lungo la mia schiena e, mentre con una mano lo segavo lentamente, con l’altra mi sgrillettavo furiosamente, come ipnotizzata.

Poi, la sua mano giunse all’altezza del mio culetto e, con mossa leggera, mi sfilò i calzoncini e li lasciò cadere a terra. Poi, con un dito, da dietro, mi entrò nella patatina allagata.

Si mise dietro a me, mi fece piegare leggermente in avanti e mi aggrappai con le mani alla staccionata mentre lui appoggiava il glande all’ingresso delle mia fighetta. Poi mi afferrò con entrambe le mani sui fianchi e, con un colpo deciso, entrò tutto in me, fino alle palle.

La sua nerchia era enorme, ne ho prese tante in vita mia, anche dopo sposata, ma come quella nessuna. Mi fece un po’ di male all’inizio, ma scivolò dentro senza troppa fatica tanto ero bagnata.
Mi sentivo piena come mai prima di allora.

Iniziò a pompare lentamente, con degli affondi lunghi, prima quasi fuori, poi fino a schiacciarmi l’utero. Mi sembrava mi arrivasse in gola, da tanto era lungo.

Ebbi un primo orgasmo quasi subito.

Stavo per urlare dal godimento, quando lui fece :

-”Fai silenzio, altrimenti richiamerai tutti”.

-”Oh, zio, mamma mia, quanto sto godendo, ti prego non fermarti, ancora, sììììììììììì”.

-”Che porcellina che sei. Ti piace il cazzone dello zio, vero ?”

-”Sììììììììììììììììì, zione, sìììììììììììììììì, mi piace da morire”

-”Sei una troietta, ti piace scopare, vero ?”

-”Sìììììììììììììììììììììì, zio, sono la tua troietta, ho sempre sognato un cazzone bello grande come il tuo”.

-”Ora ti sfondo per bene”

-”Sì, zio sfondami, ancora ti prego”

A tutto questo, lo zio Antonio continuava a pompare come un dannato ed io avevo oramai degli orgasmi a ripetizione. Ma lui non era stanco, anzi, sembrava avere un’energia inesauribile.

Si sfilò da me, lasciandomi una sensazione di vuoto, mi fece girare e mi appoggiò alla parete del fienile, che ci nascondeva dalla casa, mi alzò una gamba portandosela fin sulla spalla e mi inzilò nuovamente il suo uccellone nella mia patatina bollente.

Mi sbatteva letteralmente contro la parete ed io continuavo a venire in continuazione.

Infine mi fece mettere le braccia attorno al suo collo, mi fece serrare le gambe attorno ai suoi fianchi e, sostenendomi con le mani sotto il culo, mi portò dentro al fienile, dove si sdraiò con me sopra. Mi strappo il top e, mentre io lo cavalcavo selvaggiamente, mi massaggiava le tette, mi pizzicava i capezzoli, fino a che venne mentre io avevo l’ennesimo orgasmo.

Mi lasciai cadere sul suo petto, esausta. Lui pure era stanco, sudato da morire, c’era odore di sesso e di sudore che pervadeva l’ambiente.

Pian piano il suo enorme pisellone si sgonfiò al che me lo sfilai e mi sdraiai al suo fianco.

-”Ah, che bella scopata, erano mesi che non facevo una scopata così” disse, finalmente.

-”Zio, mi hai distrutta” dissi a mia volta, mentre gli accarezzavo l’uccello, che a riposo aveva dlle dimensioni considerevoli.

-”Non mi sembra ti sia spiaciuto, vero?”.

-”Oh, no, è stato grande. Non avevo mai goduto tanto. Non avevo mai preso un cazzone grosso come il tuo, zio”.

-”Bé, quando vuoi, si può ripetere” disse, sogghignando.

-”Ora sarà difficile, ho la figa in fiamme”. Guardai l’orologio. “Oddio, sono passate quasi due ore, staranno per alzarsi tutti”.

Mi alzai e corsi dentro a casa, nuda com’ero, infilandomi da una porta secondaria senza far rumore, salii silenziosamente le scale ed entrai nel bagno senza far rumore e mi misi sotto la doccia.

In quello entrò mio marito, che si era appena svegliato dalla siesta.

-”Che ci fai qui ?” chiese.

-”Be, sai, fuori faceva caldo, ho sudato tanto ed allora ho pensato di farmi una doccia”, risposi.

Lui si abbassò i boxer e tirò fuori il suo pisello per fare la pipì. Mi venne da confrontarlo con quello dello zio. Il membro di mio marito non è piccolo, ma in confronto con quello di zio Antonio sembrava uno stuzzicadenti.

Quando se ne andò, finii di lavarmi, mi asciugai ed andai in camera per vestirmi. Mio marito, a quel punto, era già sceso. Mentre stavo pensando a cosa mettere, la porta si aprì ed entrò mio zio con i miei calzoncini ed il top che indossavo prima.

-”Pensavo sarebbe stato imprudente per te lasciarli in giro, non trovi ?” disse, dopo aver chiuso la porta dietro di sé, “certo che ti sei fatta proprio una bella gnocca”.

-”Zio, mi hai distrutto, la figa mi brucia da morire” replicai, ancora nuda dopo la doccia, “non so quando potremo rifarlo, ma stai sicuro che lo rifaremo. Ora vai, prima che qualcuno ci becchi così”.

Lui se ne andò, mi rivestii, mettendo un altra maglietta ed una minigonna. Rimasi senza reggiseno, ma misi un perizoma, vista tutta la gente che c’era per casa.

La sera mio marito volle fare l’amore ma dovetti rifiutare con una scusa, avevo mal di testa perchè avevo bevuto troppo, dissi.

Nei giorni seguenti, mi riposai. In fin dei conti, la campagna era proprio riposante, se non si hanno lavori urgenti da fare.

Il giorno prima di ritornare in città, lo zio disse che doveva andare a fare delle commissioni al paese vicino. Io mi offrii di accompagnarlo. Mi misi un corto vestitino, di quelli senza spalline, con la zona del seno elastica, che mi copriva appena il sedere, con dei sandali bassi.

Sotto avevo messo un perizomino di pizzo bianco.

Non appena partimmo da casa, me lo levai, rimanendo con la fighetta nuda. Lo zio mi mise subito la mano sull’inguine ed iniziò a massaggiarmi il clitoride. Io, a mia volta, iniziai a massaggiargli quell’enorme membro. Io mi bagnai immediatamente, mentre a lui venne subito duro, tanto che dovetti aprirgli i pantaloni, mentre lui mi infilava il suo dito fino in fondo nella patatina.

Quando fummo abbastanza lontani da casa, lo zio s’infilò in una stradina laterale, scese prendendo una coperta e mi fece andare con lui, dietro un cespuglio che ci nascondeva dalla strada.

Mi levò il vestito, si calò i pantaloni, mi fece stendere e si posizionò sopra di me, puntellato sulle braccia. Io gli presi l’uccellone, lo puntai sull’entrata della mia patatina e lui, con un colpo deciso, affondò tutto in me, riempiendomi tutta.

Mi scopò in tutte le posizioni e, alla fine, mi riempì la passerina di sborra calda. Io godetti da morire, ebbi almeno una decina di orgasmi. Lo zio era insaziabile, una durata incredibile. Alla fine ero distrutta.

Mi rimisi il vestito, tendomi le mutandine per evitare che la sborra dello zio allagasse la macchina, gli ripulii ben bene l’uccello con la bocca e ripartimmo per le commissioni. Io ero talmente stanca che lo aspettai in macchina.

Quando ritornammo, mi rifugiai in camera con una scusa e scesi solo per cena. Al mattino seguente ripartimmo, con quella che ci saremmo rivisti tutti.

Penso proprio che ritornerò spesso a far visita a zio Antonio.

18
L’odore del sesso

Cos’è successo?
Dove sei andata? Dove è finita la ragazzina a cui infilavo le margherite
tra i capelli, quelli fluenti, lunghi e lisci come seta, non quella
acconciatura da matrona romana che hai ora, che giocava e si rotolava nei
prati con me e rideva e si scherniva e poi mi baciava d’impluso con tutta
la foga spensierata dei vent’anni?

Ti guardo ora.

Non sei più la stessa. L’espressione indurita tra gli occhi
e lo sguardo cupo che non si accende più per me. Niente più corse nella
spiaggia deserta all’imbrunire, niente più falò e stelle cadenti e baci e
carezze e ansimi e sussurri e il tuo corpo morbido e il mio teso e proteso
verso di te.

Una fila interminabile di ombrelloni. Tutti dello stesso color ruggine,
perfettamente allineati. In questo nostro nuovo mondo non c’è più spazio
per il disordine.

Una casa di proprietà, due figli, un rassicurante conto in banca e un suv
nuovo fiammante come si conviene ad una famiglia come la nostra. Tutte le
cose giuste e al loro posto.

Lo vedo. Lo vedo come lo guardi, non è una novità per me quel tuo sguardo
sornione e malizioso.
Mediamente alto, mediamente sovappeso e mediamento sposato. Pizzetto e
tempia rasata. Occhi azzurri.
Io gli occhi ce li ho marroni, il colore più anonimo dell’universo.

Come me.
Sguardi ricambiati e insistenti tra le sdraio e i lettini unti di crema
solare e corpi bagnati.
Sguardi azzurri e neri che si intrecciano, sopra i nostri bambini che
giocano assieme, sopra la noia del matrimonio, sopra la noia di tutta
questa vita.

`Allora vado’
`Sì, resto io con i bambini’
Si è truccata. Solo un velo leggero, ma c’è. Non ci sarebbe nessun bisogno
di restare. Giulia e Federico dormono come sassi e in ogni caso sono
abbastanza grandi per poter stare qualche ora da soli.

Ma non ne ho voglia. Non ho più voglia di attrezzatissimi villaggi con le
palme, di vialetti lindi e ordinati, di animatori forsennati e insistenti
e dei loro giochini demenziali. Ho voglia di disordine.
Chiudo gli occhi. In questo momento vorrei essere su una spiaggia deserta,
con il vento dell’oceano che ti soffia forte sul viso e una ragazza che si
lasci infilare fiori tra i capelli.

E invece esco.

D’impulso. Aria. Ho bisogno di aria. Il tirreno non è
l’atlantico ma se chiudo gli occhi potrei farlo diventare, non sono poi
così vecchio da non saper più sognare.
Passo accanto all’anfiteatro, tronfio di musica e baldoria.
Dall’altoparlante la voce del capo animazione che arringa la folla in
delirio da vacanza. Stanno facendo un gioco, mi sembra ci capire,
reclutano coppie tra gli uomini-bambini e li fanno giocare insieme proprio
come grossi bambinoni ritardati.

Sto per passare oltre quando qualcosa mi
induce a fermarmi. Una risata che ben conosco, in quel bosco di rumori e
schiamazzi. Una risata argentina, fresca e allegra come non la sentivo più
da vent’anni.
Infatti è lei sul palco. Accanto, tra lei e l’animatore c’è il tipo della
spiaggia.
Ondeggia, si muove e ride in quel gioco per bambini deficenti.
Il tipo col pizzetto è istrionico, si vede lontano un miglio che cerca di
far colpo su di lei, che d’altro canto non si rifiuta affatto.

Se volete
far colpo su mia moglie fatevi venire gli occhi blu. Sono una garanzia.
Ecco, dovrei sentire dolore adesso, gelosia la chiamano, e invece nulla.
Il vuoto.
Il gioco prevede che i due si struscino e si intrecciano in posizioni
complicatissime, chiaramente erotiche. I suoi seni si posano sulla schiena
dell’uomo, che si volta sopreso. Ha chiaramente gradito e lo sguardo che
le getta nella scollatura è carico di cupidigia.

Sorride soddisfatta. Ha notato l’abbraccio azzuro sui propri seni e lo
sguardo che gli rivolge è più di una promessa.

Non so perché lo faccio.
Perché me ne sto acquattato dietro un salice, nell’ombra deserta dei campi
sportivi a spiare come un guardone mia moglie che si concede ad uno
sconosciuto.
Neanche una traccia di quel dolore che dovrebbe arrivare e non arriva.
Rimango a guardarlo mentre le palpa il seno, lo stringe con forza, le mani
a coppa sopra la stoffa leggera del vestito estivo.

Non le aveva così grandi una volta le tette. Credo le siano cresciute con
le gravidanze e dopo sono rimaste lì voluminose e ingombranti, pronte a
far la gioia di qualche infedele con gli occhi azzurri e il pizzetto.
La bacia sul collo e subito vedo mia moglie arrendersi languidamente con
la libido sul viso.
Se volete scoparvi mia moglie baciatela sul collo. Non resiste, garantito.
Affonda una mano nella scollatura, impasta a lungo, a semicerchio poi le
sbottona il vestito.

Una mammella, grossa e pesante sguscia fuori dal reggiseno, mezzo
abbassato.
E’ bianca come il latte e la sua apparizione imprevista e prepotente
squarcia il buio della notte e mi suscita un brivido del tutto inspettato.
Non lo conosco più il tuo corpo. Non conosco queste tue nuove forme
procaci da signora. Troppo tempo è passato dall’ultima volta che ti ho
sfilato la camicia da notte e ammirato il tuo corpo nudo nella luce
tiepida e discreta della nostra camera.

Ti bacia le tette. Una alla volta. Succhia, e quei larghi alveoli viola
che così tante volte ho leccato, spariscono ingoiati nel lordo pizzetto di
una bocca estranea e sconosciuta.
Ti solleva la gonna, mentre tutto intorno i grilli iniziano a frignare
salmi ossequiosi.
Le mutandine bianche, nel fondo delle cosce abbronzate. La sua mano che vi
penetra, tu che reclini il capo e sospiri.
E’ fatta, chiaramente si è arresa, niente più impedirà a quest’uomo di
scoparsi mia moglie nel silenzio complice di quest’angolo appartato.

Non certo io che me ne sto impietrito dietro questo albero piangente a
ruminare sentimenti che dovrei provare e non provo e altri nuovi che non
dovrei avere e ho.
Si inginocchia davanti a te e la sua nuca rasata sparisce sotto la gonna
nera, le mutandine cadono alle caviglie e tu strabuzzi gli occhi, sospiri
e lasci che quest’uomo, di cui non conosci neanche il nome, ti lecchi
voluttuosamente la fregna.

Te l’ho insegnato io questo gioco. All’inizio non volevi saperne di
rapporti orali. Cose da a****li dicevi. Solo poco alla volta ti sei
lasciata andare ai miei baci e alle mie esplorazioni bagnate.
`porca miseria, sto venendo!’ mi hai urlato con voce ridicolmente ingenua
quella prima volta. Mi sembra di sentire ancora il bruciore delle tue
cosce sulle guance, il tuo sapore sozzo sulle lingua.
E’ la vampata di un attimo poi torno al presente.

Il presente ora è
davanti a me, sotto la luce diafana dei lampioni del campo di
pallacanestro. E’ mia moglie, quella che ho sposato più di dieci anni fa,
è la madre dei miei figli che poggiata contro un albero, le mutande calate
e le gambe divaricate, si fa leccare la fica da quest’uomo.
In fondo sapevo che sarebbe arrivato questo momento. Lo sapevo dal giorno
in cui ho iniziato a non guardarla più mentre si spogliava, la sera.

Ad
ignorarla per giornate intere a respingere digustato l’idea di dover fare
qualcosa con quell’arpia velenosa con cui avevo appena finito di
azzuffarmi per una luce lasciata accesa o per il volume troppo alto.
Qualche estemporanea e sbrigativa avventura extraconiugale, mi aveva
definitivamente spento ogni residuo trasporto.
Eppure mi sembra di scoprirti in una luce nuova mentre quest’uomo ti
spoglia e si spoglia a sua volta davanti a te.
Forse sarà per quel seno bianco che ciondola mollemente fuori dalla
spallina, o forse sarà anche per la mano che ora gli insinui nei
pantaloni, ma qualcosa mi si muove dentro.

Un desiderio nuovo che credevo
ormai scomparso mi assale nel vedere quella mano muoversi nei pantaloni
dello sconosciuto.
Gli stai toccando il cazzo. Stai stringendo un cazzo che non è il mio. E
muovi quella mano stancamente mentre lui ti abbassa vestito e reggiseno in
unica soluzione e le mammelle ti balzano fuori tremolando come due
sacchetti di gelatina.
Lavori per liberarlo, cinghia bottoni, lampo e infine arrivi.
Un brivido e una fitta violenta al costato quando finalmente ti vedo
stringergli il cazzo eretto.

Lo masturbi mollemente, con quel ritmo stanco
che ben conosco. Non dura molto. Lui ti pone le mani sulle spalle
costringendoti ad abbassarti. Lo sappiamo tutti e tre cosa devi fare, ora.
O almeno quello che lui pretende da te.
Ecco. Ora voglio proprio vedere cosa succederà. Se davvero mia moglie se
lo farà mettere in bocca quel cazzo schifoso. Perché lei la odia sul serio
questa cosa qui.
Dopo anni di insistenze e tentativi io ci avevo perso ogni speranza a
farmi fare una pompa da mia moglie finchè nella più inaspettata delle
sere, per la prima ed unica volta, successe davvero.

Era morta sua madre quella stessa mattina e non so se per la depressione
seguita o cosa ma finimmo a letto praticamente subito e lì tra un
singhiozzo e una lacrima mia moglie finalmente acconsentì a farselo
mettere in bocca.
Mi sembrò di toccare il cielo con un dito, anche se tecnicamente non fu
una gran cosa. Era la prima volta in vita sua che lo faceva e non sapeva
bene come muoversi.

Se lo strofinò un po’ tra le labbra aperte e quando
finalmente si decise ad infilarselo in bocca non gli riuscì di andare
oltre il glande.
Io comunque eiaculai quasi subito.

Non me ne accorgo al momento, ma anche i grilli hanno smesso di lagnarsi e
ora siamo tutti lì ad aspettare e vedere cosa farà mia moglie.
E finalmente Marianna si muove. Lo tiene tretto nel pugno, apre la bocca,
si china e –proprio in quel momento con un gran fracasso partono gli
irrigatori automatici.

Per una attimo la scena è comica, tu balzi in piedi
nuda e lui, che ti viene dietro, con quel cazzo penzoloni sembra quasi un
satiro che rincorre la preda.
Si rincorrono e cercando di allontanarsi dal getto d’acqua finiscono per
cadervi proprio sotto e avvinghiati uno all’altra tentano di liberarsi
degli ultimi indumenti che hanno indosso.
E ora guardate me. Sono quello di spalle, stempiato e un po’ ingobbito.
Guardatemi mentre mi masturbo guardando mia moglie fare sesso con un altro
uomo.

Guardatemi mentre le ammiro il corpo nudo e abbronzato e la riscopro
come fosse la prima volta.
Tra le pieghe della gonna sollevata in vita, le si intravede la fica.
Smetto anche di masturbarmi per osservare meglio questo buco che una volta
mi apparteneva e dove presto un altro uomo penetrerà al posto mio, se non
faccio niente.
E’ da così tanto tempo che non gliela vedo che mi sorprendo a scoprirla
perfettamente liscia e glabra.

Non sapevo si depilasse là. Ai nostri tempi
o alla nostra età, non c’era e non c’è questa moda di radersi il pube. Il
fatto che l’abbia fatto me la fa riscoprire più giovane e disponibile.
Forse non è ancora gelosia ma inizio a provare quantomeno invidia per
questo stronzo con gli occhi azzurri che è riuscito a portarsi a letto,
cioè sul prato, mia moglie con le sue nuove tette e la figa depilata.

Succede senza che me ne accorga. Lei è distesa prona e lui le è sopra
mordicchiandogli l’orecchio. Adesso dovrei intervenire e strappargliela
via. Mi accorgo che sta succedendo qualcosa solo quando vedo il culo nudo
di lui muoversi ritmicamente su e giù.
Una fitta mi trapassa il cuore. Dovrei scappar via ora oppure saltargli
sopra e strapparglielo di dosso, qualunque cosa. E invece rimango qui a
soffrire guardando mia moglie che si fa scopare come una cagna da un altro.

Vi vedo bene ora che ti ha fatto mettere carponi. Non si è preso neanche
il disturbo di toglierti il vestito. Hai la gonna arrotolata sulla schiena
e dalle spalline abbassate le pesanti mammelle, fuori dal reggiseno
oscillano violentemente, dal viso allo stomaco, infrangendosi con un tonfo
sordo ora su uno e poi sull’altro.
Neanche le più trucide mignotte si fanno sbattere così in mezzo al campo
di uno squallido giardino periferico.

Puttana!
Puttana!
Puttana! Grido.
Poi vengo sborrando copiosamente sulle margherite.

Rientri che è quasi l’alba. Sgaiattoli in bagno cercando di non far
rumore. Mi assicuro che i bambini dormano e ti raggiungo. In mano tengo
stretta una sbarra di ferro.
Sei davanti allo specchio e ti bagni il viso. Hai gli occhi cerchiati di
rosso. Devi aver pianto. Sollevi lo sguardo e guardi senza capire la mia
faccia truce riflessa nel chiarore del neon.

Hai dei lividi sul collo e sulle braccia. Una spallina del vestito è
strappata e sotto si vede la mammella gonfiare il reggiseno. Puzzi di
sesso ed erba bagnata.
Sento un brivido alla schiena mentre sollevo la pesante sbarra. Mi fai
schifo, ti odio come non mai e ho una voglia matta di scoparti.
Senza una parola ti vengo dietro con la sbarra spianata. Ti strappo di
nuovo il vestito, denudantoti il petto e affondo il viso nell’incavo del
collo.

Ti irrigidisci, poi chiudi gli occhi e ti lasci andare e mi
carezzi, cercando con la tua bocca la mia. Sobbalzi quando senti la mia
sbarra infilarsi tra le tue chiappe.
Ti faccio chinare sul lavandino, scopro la tua fica, la tua nuova fica,
depilata e sozza e guardo la tua faccia attonita rattrappirsi in una
smorfia di piacere mentre la mia sbarra penetra lentamente dentro di te.

Dolce e perversa

” Vita MIA,quante cose vorrei dirti, quante cose vorrei farti, tutte quelle cose che non ti ho mai detto e fatto, ahimè!
Quante cose mi sono perso di te.

Da parecchio tempo ti penso oramai, più ti penso e più ti sento nel segreto del mio cuore.
Affiora la gelosia, la paura di perderti, non lo nascondo, è finita l’era dell’uomo che non deve chiedere mai, non c’è più l’uomo sciocco, il tempo trasforma, e migliora, avvicina ecco … non mi vergogno di cercarti, a chiederti un abbraccio, a volere il tuo calore delle tue intimità accoglienti, la tua intelligenza, la tua grazia.

Quante volte non mi sono comportato a dovere, quante volte ho mancato?
SANNGU MIU,quando mi scrivi, quando sento la tua voce, sapessi come ti sento, si sveglia tutto il desiderio di darmi tutto, di stringerti, di ….

Duci NICA MIA, ti adoro da morire …
tuo Già “

La lettera era datata cinque giorni prima, l’aveva imbucata a Roma durante il soggiorno per partecipare a una conferenza sulla gestione delle emergenze e proprio durante quei giorni lontano di casa, dalle responsabilità, dai figli, da tutto, aveva sentito fortemente la sua mancanza.

L’estate passata a fare l’amore nella penombra del suo appartamento a Milano era appena trascorsa.
Tutti quei pomeriggi e quelle notti a soffocare gli orgasmi in baci voraci, lascivi, rabbiosi, avevano cambiato per sempre la sua vita.
Non aveva mai tradito prima la moglie ma a lei, alla sua bocca, non aveva saputo dire di no.
Ora nel mentre di quella breve pausa in una città che non era la sua, alcuni ambienti, perfino alcune ore del giorno lo rimandavano a quei momenti di puro piacere ed autentica intimità, tutto ciò che desiderava, era quel contatto caldo e rassicurante, quelle labbra premute contro le sue in un bacio tenero e lunghissimo che poi finiva sempre per avvolgere tutto il suo essere maschio in un budello di sensazioni armoniche e vischiose che gli regalavano brividi violenti e deliziosi.

Quella bocca, la custode di tutto il suo piacere e dei loro segreti era separata dal corpo, viveva di vita propria.
I denti che ogni tanto si facevano sentire per alimentare un leggero e piacevole dolore che scardinava di netto la colonna vertebrale subito prima che la lingua, quella lingua velenosa, lo schiantasse immobilizzando ogni pensiero, ogni muscolo, annullando completamente la sua volontà ed assecondando solo quella di lei.
Partiva sempre spogliandolo lentamente e facendolo distendere al centro del letto, comodamente, la testa affondata in un mare di cuscini e quegli occhi verdi fissi nei suoi a cercare di carpire ogni emozione per amplificarla, sfilacciarla, dilatarla e poi annullarla.

Due smeraldi colombiani in un viso di porcellana.
Una creatura divina.
Dolce, perversa e guastata.
Un’anima strappata alla costante ricerca di colmare un vuoto.
Un legno cavo, cicatrizzato, la parte sinistra del suo essere cosciente.
Impossibile arrivare fino a lei.
Chiusa dietro una porta senza serratura, senza maniglia, eppure a tratti a portata di mano.
Tre anime in un corpo.
Una bambina.
Una femmina lasciva.

Un essere informe senza coscienza, braccato.
Tre identità riconoscibili, per chi sa vedere i segni del loro avvicendarsi.
Dietro la maschera, un mondo in tempesta.
Per chiunque altro una donna comune.
Per Giacomo la sua femmina, la sua Nica ( piccola ).
Partiva dal ginocchio, carezzandolo, strusciandosi contro come una gatta, poi baci a salire nell’interno coscia, prima la destra, poi la sinistra, per affondare il viso, in fine, fra i testicoli.

Alzare le gambe di lui, esporlo come sarebbe esposta una donna nell’atto di donarsi completamente, per affondare nell’intimità dell’uomo con la lingua, prendere in bocca un testicolo e lavorarlo, leccarlo, succhiarlo, massaggiarlo, farlo fuoriuscire leggermente poi riprenderlo, in una danza lenta, umida poi liquida.
Alzare leggermente la testa e farlo fuoriuscire dalla bocca, inchiodando lui con uno sguardo che non abbandonerà mai più la sua memoria, poi passare all’altro testicolo e riservargli lo stesso trattamento.

Il cazzo esige una mente senza pensieri per poter godere.
Così la sua bocca.
Usata per conoscere il maschio, per appagare l’uomo.
Dopo il lento peregrinare, finalmente, sul cazzo.
Le labbra carnose premute con decisione sulla cappella nel bacio più intimo e carnale mai conosciuto dall’uomo, la lingua avvinta alla carne pulsante.
Un attimo di distacco, un sussurro di lei: ” magnifico! “
Come i bambini di pochi mesi usano la bocca per conoscere il mondo che li circonda portando qualunque cosa gli arrivi fra le mani al suo interno, così lei conosce gli uomini attraverso il rapporto orale.

E molte cose si capiscono di un uomo in questo modo.
L’umore, il carattere, la libido e il sapore, sempre diverso, sempre vischioso, comunemente salato.
Il suo succhiotto personale.
Il suo giocattolo preferito.
E come tale lo tratta, lo guarda, ci gioca, lo tocca, lo stuzzica, un maschio una volta ha tentato di interrompere questo momento per cambiare posizione o prendere iniziativa ma lei non lo ha permesso.
Quando comincia vuole portarlo fino alla fine nella spirale delle sue fantasie.

Non ha tutti è concesso il rapporto orale.
Lei è molto selettiva sul maschio e sul cazzo.
Ma chi gode di questo privilegio, non ne vorrebbe mai più fare a meno.
E’ meglio di qualunque cosa.
Meglio di una scopata.
Meglio del culo.
Chi non lo prova non può capire.
Mai potrà.
La maestria necessaria non è solo tecnica, è prima di tutto un vero, sincero atto d’amore.

Non per l’uomo, per il cazzo, ovviamente.
L’uomo in quel momento non esiste.
Potrebbe essere chiunque.
Non ha importanza.
Lei lo succhia, lo prende in bocca fino a quando lo stomaco di lui fermano la sua discesa.
La lingua lo massaggia incessantemente.
Lei sente ogni nervo, ogni vena, ogni pulsazione e la asseconda in un modo talmente dolce e arrendevole da togliere il fiato.
Una sensazione che blocca il respiro, la voce sale in gola strozzata.

La sua bocca non lascia scampo.
La sua bocca ti suona come uno stradivari.
E mugola di piacere, ansima, geme, come lo stessero facendo a lei.
L’uomo tenta di tenere gli occhi aperti ma è veramente impossibile.
Si viene richiamati a forza trascinati nell’oscurità complice di mille pensieri o nessuno.
Lei ti prende e ti plasma come creta.
Scintille partono per tutto il corpo.
Un tremore sconosciuto s’impossessa delle tue cosce, poi sale allo stomaco, alle spalle, al cervello.

Lei: ” voglio berti “
Due semplici parole.
Un effetto devastante.
La carica riparte più decisa, cadenzata.
Ti prende le mani, le appoggia sulla sua testa, vuole sentire che le dai il ritmo, vuole sentire che la scopi in bocca, vuole sentire il suo maschio che la fotte, ti vuole sentire.
Ti vuole sentire.
Lo pretende.
E tu lo fai.
Prima piano, poi cominci a non ritrovare più il filo di te stesso e parti a carica come un toro.

La scopi.
Tremi.
Gemi.
La fotti.
Sei ancora nella sua bocca.
Vorresti restare nella sua bocca per sempre.
Arriva il primo getto di sborra e ti squassa l’anima con la stessa forza di una cinghiata sulla schiena.
Poi un altro getto, un altro, un altro, un altro.
La riempi.
La bagni.
Ti svuoti i coglioni, la mente, l’anima.
Ti svuoti dentro di lei che ti accoglie, ti tiene, non si muove.

Senti qualcuno gridare, ringhiare.
Sei tu ma non te ne accorgi, sei altrove.
Il pene rimpicciolisce, raggrinzisce.
Lei appoggia la testa sulla tua coscia.
Ti tiene ancora in bocca.
Ti tiene fino a quando non capisce che hai davvero finito.
Ti tiene al caldo.
Ti conforta.
Ti coccola.
Le sue labbra sono tutto ciò di cui hai bisogno, tutto ciò che desideri.
Finalmente ti lascia e torna a guardarti in viso.

Sorride.
Si sposta.
Ti lascia rilassare.
Si asciuga il mento.
Nello sguardo la consapevolezza di averti regalato un attimo di appagamento totale, assoluto, indimenticabile.

21
Condivisa da padre e figlio

Mi chiamo Liliana, ho quasi trentanove anni, da diciotto, sono sposata con Carlo, che ne ha due più di me. Abbiamo un figlio di nome Luca che avrà diciotto anni fra un mese. Sono appena uscita dalla doccia, sono nuda, ammiro il mio corpo.

Alta uno e settantacinque, seno terza, anzi più quarta, capelli castano chiari, occhi scuri, viso aperto, sorriso solare bocca ampia e labbra carnose.
Gambe abbastanza lunghe, ben tornite e sedere che molti definiscono, “ un bel culo!”, mani ben curate nonostante la mia sola occupazione di casalinga. Mentalmente faccio un resoconto della mia esistenza fino a questo momento della mia vita, e non mi lamento. Sono giunta al matrimonio “quasi vergine. ” dico, quasi perche a sedici anni avevo un debole per un mio cugino più grande.

All’epoca abitavamo insieme, e fra noi vi era molta confidenza.
Fra un gioco e l’altro mi ritrovai il suo cazzo in bocca. All’inizio fu una vera sorpresa, poi lentamente imparai a succhiarlo veramente bene, e quando mi scaricò in bocca, la sua semenza ne fui veramente estasiata. Mi piaceva molto ingoiare il suo sperma, ne ero diventata golosa e non perdevo occasione per gustarlo. Ovviamente anche da parte sua la cosa lo riempiva di vero orgoglio, mi chiamava “ la sua piccola bocchinara ” io ne ero veramente fiera.

Poi i suoi genitori decisero di emigrare, un mese prima della partenza ci ritrovammo io e lui da soli in casa mia.
Ero dispiaciuta e nello stesso tempo desideravo donargli un ricordo indelebile, volevo essere sua!. Dopo averlo succhiato molto e a lungo, ero eccitatissima, lui mi leccava la lumachina facendomi schiumare da matti, ero pronta, glie lo dissi, ma lui dopo un momento mi disse che era una cosa che dovevo donare al mio futuro marito, mentre lui si sarebbe accontentato di un altro regalo.

Mentre parlava, un suo dito mi stuzzicava il fiorellino anale, compresi e approvai all’istante la sua idea.
Mi fece una vera preparazione, leccandomi molto e infilando lentamente le dita dentro l’ano per farlo abituare. Mi lubrificò con dell’olio profumato, ero pronta, lo volevo, mi misi distesa di lato, e lui si distese dietro di me. Mi pose la mia gamba sopra la sua e mentre sentivo la dura cappella appoggiarsi dietro di lui, con la mano mi torturava davanti il bottoncino provocandomi delle sensazioni di immenso piacere.

Spinse per metà il cazzo dentro, con un colpo deciso ma delicato, sentii un dolore che subito fu sostituito dal piacere che mi dava davanti. Dopo un momento mi spinse tutto il randello dentro.
aaaaaahhhhhhhh..uuummmhhhmm. sssssssssiiiiiiiiiiiiiii
Un lungo gemito di misto piacere /dolore uscì dalla mia bocca. Rimase immobile per un po’, sempre toccandomi davanti, poi quando si rese conto che mi ero rilassata, prese a muoversi dentro e fuori. Prima lentamente, poi sempre più velocemente con il risultato che io incominciai a godere e lo incitavo a fare più forte.

. sssssssssiiiiiiiiiiiiiii. ddddaaaaaaiiiiii..sfondamiiiiiiiii!!!!!! vengooooooooo!!.
Dopo che avevo ripetutamente goduto, lui esplose dentro di me con un grido bellissimo. Sentire l’ano riempito da un calore intenso, mi provocò l’ennesimo orgasmo. Non ci furono altre occasioni, e da allora non l’ho più fatto, nemmeno mio marito me l’ha mai chiesto ed io per serbare ancora quel ricordo non e l’ho mai cercato. Dopo un po anche i miei genitori si sono trasferiti in città, ed io avevo già conosciuto Carlo, uno studente dell’ultimo anno, mi piaceva, sentivo la mancanza di mio cugino, e ci fidanzammo.

Per giustificare la mia particolare bravura nel succhiarlo dissi che me lo aveva insegnato un precedente fidanzato. Una sera, quando avevamo festeggiato il mio diciottesimo compleanno, fui sua. Fu subito piacere anche con lui. Fu bravo, mi portò a un tale livello di eccitazione che quando mi sverginò ho sentito solo un lieve fastidio, poi tanto piacere. Inesperti e incoscienti nessuno dei due si prese la briga di prendere delle precauzioni, così mi ritrovai incinta.

Dopo un comprensibile casino, le nostre famiglie si accordarono per farci sposare.
Carlo aveva terminato gli studi di ragioneria e grazie a una conoscenza di mio suocero iniziò a lavorare in banca. Poi che possedevano una casa grande ci ricavarono una camera matrimoniale e andammo a vivere con loro. Lavorando tutti, io restavo a casa ad accudire mio figlio e a prendermi cura della casa. All’inizio mi sembrò un po dura, poi lentamente la cosa incominciò a piacermi.

Passarono gli anni, morirono sia i miei genitori che mia suocera, lei dopo una lunga malattia sempre accudita da me. Con mio marito non ho mai avuto problemi, il classico uomo tutto casa lavoro. Pochi svaghi e molta famiglia.
A letto è molto attivo, anche ben messo fra le gambe. Mi scopa sempre con molto impeto, non mi lascia mai insoddisfatta, anche se non ha molta fantasia, io ne sono soddisfatta. Dopo tutti questi anni mi ritrovo ad ammirare il mio corpo, ne sono fiera, l’ho sempre curato molto, mi riguardo nello specchio che abbiamo nella piccola palestra che abbiamo ricavato nella nostra nuova casa che abbiamo acquistato dopo che abbiamo venduto le altre proprietà.

Nuda mi trasferisco di sopra, vado in camera per vestirmi esento il rumore del portone chiudersi, e Franco mio suocero che ritorna dalla sua passeggiata quotidiana. Da due mesi è in pensione, e mi stò abituando alla sua presenza. Prima ero sempre sola, ora invece pranziamo insieme ci facciamo compagnia, mentre Carlo torna tardi dal lavoro e Luca ha sempre il pomeriggio impegnato fra studio, sport e ragazze.
Franco, è un bell’uomo.

Alto, spalle larghe, fisico asciutto, ha sessantadue anni, ma non li dimostra. Di recente ho sentito una signora dire a un altra che si sarebbe fatta un giretto volentieri con lui. Mi reco in cucina mentre lui generalmente legge il giornale, ma quando lo vedo, ho come l’impressione che mi guardi in modo diverso, più intenso e poi ignoro la vistosa erezione che gli gonfia il pacco. Mentre pranziamo, lui mi osserva decisamente, con occhi diversi, mentre i nostri discorsi finiscono sulle imminenti feste di Natale.

“ mi piacerebbe farvi un regalo, che ne dici se si va una settimana in montagna?” – mi chiede sempre con lo sguardo fisso su di me.
Mi sento un poco a disagio per l’insistenza del suo sguardo, ma gli rispondo che non vi sono problemi, sia a Carlo che Luca piace tantissimo sciare. Così al pomeriggio del giorno di Natale partiamo per la montagna. Arrivati, ci sistemiamo in una piccola baita affittata per noi.

Carlo ed io, in camera insieme mentre lui e Luca dormono nella cameretta con i letti singoli. I due giorni a seguire furono tutto un girare di funivie e piste di sci.
Poi Luca trovò degli amici che lo invitarono assieme al padre a fare il giro delle piste nere. Poi che era molto bello decisero di accettare, anche se questo comportava di dormire una sera in un rifugio in alta quota. L’indomani partirono di buon mattino, mentre, Franco ed io, ci dedicammo al puro relax.

Nel pomeriggio eravamo in paese con la moto slitta, compresa nell’affitto della baita, vedemmo delle foto di alcune cashite completamente gelate, quindi prese delle informazioni e trovato il sentiero che vi conduceva siamo partiti. Dopo circa una mezza ora di viaggio abbiamo trovato il posto, era meraviglioso. shittate tante foto, ci siamo rimessi in viaggio per il ritorno, anche perche si stava facendo velocemente notte, quando improvvisamente a iniziato una vera tormenta di neve.

Ci troviamo subito in seria difficoltà.
Nevica fortissimo e nel buio il piccolo faro del mezzo non fa vedere bene il sentiero, con il rischio di finire in un dirupo. Improvvisamente Franco nota delle cataste di tronchi a poca distanza dal sentiero, e si dirige verso di loro. Ci sono tronchi grandi e altri piccoli, fra le cataste è stato ricavato un piccolo rifugio, coperto, chiuso dietro e con dentro un grosso telo, lui mette la motoslitta davanti e copre con la neve l’ingresso, stende il telo e ne ricava un posto asciutto e riparato.

Sono congelata.
Batto i denti in maniera incontrollata, stò quasi al limite dell’ipotermia.
“ spogliati!, togliti i vestiti bagnati” – mi ordina perentorio. Lo guardo stupita, mi ordina di spogliarmi ed io muoio di freddo! Deve essere matto!
Non aspetta la mia reazione, si toglie la giacca a vento, poi la mia e la mette sotto di noi, poi mi denuda parzialmente e velocemente lui fa lo stesso. Mi avvolge con il telo e si distende su di me e mi stringe fra le braccia donandomi il suo calore.

Per un momento credo di morire, poi lentamente il piccolo rifugio si rivela provvidenziale, mi sto riscaldando, e sento che sul mio ventre qualche cosa di duro preme.
Fuori infuria la tormenta mentre dentro di me un turbine d’idee stà lasciando il posto alla ragione. I nostri occhi abituati al buio s’incontrano, poi senza che nessuno dica nulla le nostre bocche si uniscono in un bacio furioso, fatto di labbra che si mordono, lingue che s’intrecciano e succhiano impazzite.

Le sue mani mi tolgono quel poco che è rimasto dei miei indumenti e mentre mi bagno in maniera assolutamente inusuale, lo sento premere con la dura cappella delle labbra della mia vagina che lo lascia entrare senza opporre nessuna resistenza.
Scivola dentro di me fino in fondo. Sento il suo corpo aderire al mio, sento le palle battere sui glutei, mentre il mio clito è schiacciato meravigliosamente dal suo peso. Godo all’istante! Tremo, e non per il freddo ma per il piacere che mi da sentirlo dentro.

Mi sembra molto più grande di quello di Carlo, e lo lascio sbattermi senza nessun ritegno. Lo incito, lo invito a farmi godere, cosa che fa meravigliosamente.
. sssssiiiiii..dddddaiiii spacccaaamiiiiii..ssiiiiiiiii goddddoooooo..oraaaaa!!.
Mi pompa con esperta maestria. Lo sento affondate e poi uscire e ricominciare fin quando non gli urlo il mio piacere, poi mi pompa ancora più forte e mi fa urlare di nuovo. Infine lo avvolgo con le mie gambe, le serro dietro di lui e lo imploro di venire.

Mi sbatte con furia selvaggia. In fine gode con un grido che lo scuote tutto.
aaaaaaaahhhhhhhhhhh..SSSIIIIII…SBORROOOO!!..
Mi scarica dentro un fiume di caldo seme che non riesco a trattenere. Lo sento colare dalle labbra della mia dilatata fichetta. Immobili e in silenzio ci addormentiamo mentre fuori la tormenta infuria. All’alba ci guardiamo in faccia, mentre cerchiamo di recuperare la nostra roba per tornare alla baita. Lui mi sorride. Poi andiamo a casa. Dentro ci infiliamo sotto la doccia.

Lui mi lava mentre l’acqua calda tonifica i nostri corpi. Siamo eccitati e lui mi prende da dietro. Lo sento entrare con impeto, mi apre, scopa divinamente, godo lo assecondo spingendo indietro il mio corpo andando incontro al suo meraviglioso palo che mi sfonda meravigliosamente.
sssiiiii..spingiiii..piùù..forteeee..sssiiiii…ddaiiiii..godoooooo..
Mi serra per i fianchi, mi sbatte…Ti piace è?. lo sapevo che eri una troia nascosta..ti ho visto qualche giorno fa mentre ti ammiravi davanti allo specchio, mi sono dovuto segare per quanto ero eccitato….. senti come ti sfondoooo….

Intuisco ora la sua insistenza a tavola, mi eccita ancora di più sapere che mi ha spiata.
ssscopammiiiii…ssssiiiii. sono una troiaaaa..ma fammiii godereeeee…
Mi pompa a lungo, resto stupita dalla sua resistenza, poi si sfila da me. Sento come un senso di vuoto, lasciato da quel cuneo di carne. Lo sento lubrificarmi il fiorellino anale, mi giro lo guardo, lo voglio anche lì.
“ fai piano, sono quasi vergine. ” – gli dico e mi giro di nuovo, appoggio le mani al muro e inarco indietro il culo per riceverlo meglio.

“ Quasi vergine? Mi vuoi far credere che mio figlio non si gode tutto questo splendore?”
Lo guardo e annuisco. Mi lubrifica con della schiuma, poi lentamente mi penetra fino in fondo, molto lentamente, facendomi assaporare centimetro dopo centimetro per tutta la sua lunghezza. Godo. Mi fa impazzire e sento che dentro di me qualche cosa sta cambiando. Mi sento troia e ne vado fiera. Mi sbatte il culo come un dannato. Mi serra i fianchi, poi esplode dentro facendomi provare la stessa sensazione di allora e ne godo in maniera sconvolgente.

Dopo esserci rivestiti, sentiamo mio marito al cellulare. M’informa che essendo rimasti bloccati anche loro per la tormenta e che ora che splende il sole, vorrebbero approfittare per un po di fuori pista, quindi tornano l’indomani.
Franco ascolta, poi finita la conversazione, mi dice che la sera mi porta cena fuori. Passiamo tutto il resto della giornata distesi davanti al caminetto a scambiarci coccole ed io glie lo succhio ripetutamente senza farlo venire.

Mi eccita tantissimo sentire quel palo in gola, lui ne gode tantissimo e mi apostrofa i più sconvolgenti epitaffi.
. dai succhialo troia…ssssiiiii cosiiiii a che bocchinara seiiii…vacca ..puttana.. troia da bordello…ti faccio impazzire di piacere…ti sfondo anche la gola..zoccola!!!
Godo nel sentirlo parlare, gode del piacere delle mie labbra e questo mi fa impazzire. La sera usciamo a cena, mi metto così in tiro che a lui viene subito di nuovo duro.

Dopo cena torniamo e la notte ci vede uniti in un instancabile amplesso che mi sfinisce. Alla fine sono costretta ad arrendermi, lui è sempre in tiro. Gli chiedo come fa e lui mi risponde che non scopava così dalla morte di mia suocera e che sono io che lo eccito, anche se poi ho scoperto certe pasticchine blu ben nascoste. Nel pomeriggio tornano gli altri. Sono sfiniti, Carlo decide di andare alla sauna per rilassarsi mentre Luca va a dormire, la sera esce con gli amici e vuole essere in forma.

Alla sauna, data l’ora del pomeriggio, non c’è nessuno, io sono tentata di farmi scopare da mio marito. Dopo qualche moina lui è già in tiro, mentre io ho bisogno di scaldarmi di più. Mi distendo sulla lastra di marmo calda, e lui si mette in ginocchio, mi lecca divinamente, ora mi sto veramente eccitando. Siamo così intenti a divertirci che non ci accorgiamo di Luca, che non riuscendo a dormire ha deciso di raggiungerci.

Ci osserva attraverso il vetro che c’è sulla porta, mi vede succhiare il cazzo di suo padre, poi che apro le cosce e mi lascio penetrare fino in fondo. Godo, non posso urlare ma la situazione intrigante mi eccita da morire. Carlo mi scopa di buona lena, mi fa raggiungere alcuni orgasmi, mi sento veramente troia, la notte con il suocero e il pomeriggio con mio marito, godo e impazzisco quando voltato lo sguardo, incrocio quello estasiato di mio figlio che ci osserva.

Ho un tremendo orgasmo e sento anche Carlo che sta per venire, lo esorto a uscire e me lo infilo in gola, facendo in maniera che Luca si goda bene la scena.
Quando rialzo il capo lui se ne andato, io dentro di me sento che ora voglio anche lui. Non ho nessuna remora, voglio godermi anche mio figlio! Il giorno dopo è un continuo scambio di dolci occhiate fra me e lui, piccole provocazioni e casuali contatti.

Ci stiamo eccitando, ma nessuno dei due vuole fare il primo passo. A cena siamo in compagnia dei loro amici con cui sciano, io indosso una gonna e degli stivali. A tavola lo sento vicino a me, che spesso tocca con la mano la mia coscia. Dopo cena decidono di recarsi a giocare a curling, uno strano gioco con bocce di pietra da far scivolare sul ghiaccio.
Luca ed io, ci sediamo sugli spalti a guardare, ma poi che il mio abbigliamento non è appropriato, sento freddo, decido di tornare e mi faccio accompagnare da mio figlio, che saluta tutti e scambia un cenno di saluto con il padre.

A casa, appena dentro mi abbasso per ravvivare il fuoco nel caminetto, lui è in piedi davanti a me, vedo il gonfiore del pacco sui suoi pantaloni.
“ ti sei divertito a spiarci nella sauna?, ti è piaciuto? E chissà cosa pensi ora di tua madre? – gli chiedo sempre restando accovacciata davanti al focolare.
“scusa, ma eri così erotica che non ho potuto resistere, e devo dire che sei molto bella e brava, in quanto a cosa penso è presto detto, sei meravigliosa, e papà è molto fortunato ad avere una bella donna come te al fianco.

” – mi risponde abbassando lo sguardo mentre arrossisce in viso.
“ Grazie, ma anche tu sei fortunato ad avermi come madre, anche se non mi reputo tanto bella, confrontata poi con le giovani ragazze che frequenti io sono da buttare. ” – gli rispondo guardandolo negli occhi.
“ da buttare???.. ma scherzi, io se non fossi mia madre non so cosa ti farei!!” – mi risponde con impeto.
Era quello che volevo sentire.

Mi avvicino gli apro i pantaloni e infilo la mano nei suoi boxer. Sento subito un bel cazzo duro che vibra fra le mie dita, lo estraggo e senza dire nulla lo infilo in bocca.
ooooooohhhhhhh mammaaaaaa!!!.. seiii meravigliosaaa..sborroooooooo..
Non regge il gioco, m’inonda di calda semenza la bocca. L’ingoio è tanta e devo deglutire velocemente, ma riesco a mandarla tutta giù. Mi spoglio e anche lui lo fa velocemente, poi ci trasferiamo sul letto, lui mi lecca avidamente è stupenda la sua esuberante inesperienza che mi fa impazzire.

Lo faccio calmare un poco poi lo voglio dentro di me. Segue attentamente i miei consigli, si muove bene e mi pompa a lungo. Godo, e ho due orgasmi bellissimi, poi anche lui è al limite, mi pompa con vigore, io urlo l’ennesimo orgasmo e anche lui si svuota dentro il mio ventre.
Restiamo un momento abbracciati, poi, lo invito ad andare in camera sua, non voglio che suo padre lo trovi con me, lui esce e quando è sulla porta, si gira e mi guarda con un sorriso allusivo che non comprendo al momento Poco dopo tornano mio marito e mio suocero, si salutano e Carlo entra subito nel letto, è eccitato, mi penetra rapidamente con impeto.

Resto un poco sorpresa, ho ancora dentro di me il seme di Luca, non ho avuto modo di lavarmi, e ho, paura che lui, se ne renda conto, invece lui mi scopa con tale vigore che mi fa godere subito e poi anche lui esplode dentro di me riempiendo ulteriormente la mia fica di seme che si mischia all’altro.
Finito, vado a lavarmi in bagno, quando torno, ho una grande sorpresa. Distesi sul letto trovo tutte tre che mi guardano nudi con i loro cazzi gia in tiro.

“ amore vieni a letto che ora ti facciamo impazzire. ” – mi dice Carlo invitandomi a braccia aperte.
Li guardo stupita. Loro mi sorridono, poi Carlo mi trascina fra loro, mi sussurra che poi mi spiega tutto, ma ora vuole che io goda fra loro. Una notte indimenticabile, mi hanno scopato ripetutamente in tutti i buchi e ricoperto ogni millimetro del mio corpo di caldissima sborra. All’alba sfiniti ci siamo addormentati, poi nel pomeriggio, fatti i bagagli siamo ripartiti e lungo il viaggio di ritorno mi hanno dato tutte le spiegazioni che volevo, ma c’era poco da spiegare, i tre si erano messi d’accordo per condividermi fra loro e io ora mi godo le loro mazze, ma con la chiara promessa che Luca deve trovarsi una giovane donna per lui, magari un po troia da condividere con noi.

22
Una studentessa e la sua perdizione
Pamela era una bella ragazza. Non era magra come tutte le veline che si vedono in tv, ma era molto bella: alta, con un bel paio di tette (una quinta abbondante), un culo alto e sodo, abbondante, fianchi morbidi, gambe tornite. Un gran bel pezzo di gnocca, insomma.
E lei lo sapeva, si vestiva sempre in modo provocante, con minigonne attillate, top e reggiseni a balconcino, per mettersi in mostra.

Nonostante questo, però, non si era mai spinta più in là di qualche pompino, le piaceva tantissimo la sborra, ma i ragazzi della sua età non la soddisfacevano.
Pamela voleva essere dominata, trattata come la puttana che era, le sarebbe piaciuto molto un uomo più vecchio di lei.
Spesso, anzi, almeno tre, quattro volte al giorno, si masturbava furiosamente, immaginando di essere usata come una puttana, dominata e scopata a sangue.

Quella mattina, quella in cui tutto ebbe inizio, era vestita come sempre, da zoccola.
Una minigonna di jeans, che le arrivava appena sotto il culo, coprendo a stento la figa, come sempre leggermente umida, solo a guardarsi allo specchio si eccitava come una cagna.
Una maglia che le copriva a stento le tette, lasciando scoperto il solco; i lunghi capelli neri erano sciolti lungo la schiena, fino al culo, e i grandi occhi verdi, da bambina e da puttana, erano circondati da uno spesso strato di eye-liner.

Quel giorno andava in una nuova scuola, doveva attirare l’attenzione.
Pamela era stata sbattuta fuori dalla scuola che frequentava prima perché troppo sfacciata e maleducata e suo padre, un importante uomo d’affari, l’aveva spedita nel suo nuovo istituto, rinomato per la sua severità. Adesso vi doveva affrontare la quinta superiore, e sapeva che sarebbe stata bocciata, Pamela non studiava mai, passava i pomeriggi a masturbarsi.
Lei non aveva potuto obiettare, sua madre era scappata, la vacca, anni prima, e suo fratello maggiore non la difendeva mai, lo stronzo.

Alla fine si era rassegnata ed era andata a scuola. Era arrivata abbastanza soddisfatta, sul pullman un uomo di circa una quarantina d’anni le aveva palpato il culo e le aveva infilato il cazzo tra le natiche, strusciandosi contro di lei. Ovviamente, Pamela si era eccitata come una troia, e aveva la fica grondante.

Appena entrata in classe, salutati senza entusiasmo i suoi compagni di classe, era andata in bagno fingendo un’urgenza impellente.

In effetti un’urgenza l’aveva, ficcarsi qualcosa su per la fica. Si guardò intorno nel corridoio, nessuno. E una porta socchiusa prima dell’angolo. Si chiuse dentro ed accese la luce, uno sgabuzzino…
Estrasse dalla borsetta, che portava sempre dietro, un piccolo vibratore, delle dimensioni di un rossetto. Sorrise tra sé e lo leccò, abbassandosi il perizoma.
Si sedette su uno shitolone, divaricando al massimo le gambe, e se lo infilò dentro, accendendolo alla massima velocità.

Cominciò presto ad ansimare, cercando di soffocare i gemiti, mentre si tormentata le tette e si artigliava i capezzoli.

– Ahh, fottimi, scopami dai, sfondami… – sussurrava tra sé, ficcandosi un dito su per il culo.

Venne velocemente, eccitata dalla situazione, e si riassettò i vestiti, pulendo accuratamente il vibratore e rimettendolo al suo posto.

Uscì e si guardò attorno con noncuranza, andando verso alla sua classe. Erano passate ben cinque ore e Pamela non ce la faceva più.

Aveva solo professoresse vecchie e bigotte, che l’avevano guardata malissimo.

“Che due coglioni” pensò, rifacendosi il trucco nello specchietto. I suoi compagni la guardavano con la bava alla bocca, pensando a come farsela (avrebbe giurato di aver visto due con delle erezioni davvero notevoli) e le ragazze sembravano sul punto di accoltellarla.
Sospirò, chiudendo lo specchio all’entrata dell’ultimo insegnante della giornata, il prof. di latino, italiano e storia, il signor Rainelli Matteo.

Gioia selvaggia, l’avrebbe visto ben 12 ore la settimana. Alzò lo sguardo e incontrò quello dell’uomo. Era esattamente il suo tipo d’uomo.
Alto, leggermente stempiato, coi capelli brizzolati, il viso leggermente squadrato, occhiali rettangolari e sguardo duro. Nonostante dimostrasse più di quarant’anni, quasi cinquanta, aveva un bel fisico…

“Dio, quanto mi piacerebbe che mi scopasse” pensò, sentendo la figa che si infradiciava.

Restò tutto il tempo a fissarlo, tremando dal desiderio di masturbarsi davanti a tutti.

A fine ora quasi sospirò di sollievo, mentre si alzava.

– “Un attimo, signorina Ambrosi. Devo parlarle. “

Fremendo d’eccitazione e di aspettativa, la puttanella si avvicinò alla cattedra.

Come le sarebbe piaciuto che lui la sbattesse sulla cattedra e le sbattesse nella figa colante il suo grande, caldo, pulsante cazzo.

Quasi gemette quando la porta si chiuse e l’uomo le fece cenno di andare vicino a lui.

– “Professore, io dovrei andare…”

– “Zitta. Tu parli quando lo dico io, puttana. “

Lei spalancò gli occhi, ma prima che potesse capire cosa stava succedendo, aveva già risposto.

– “Sì signore…” – il suo corpo aveva agito bene, era esattamente quello che voleva.

L’uomo estrasse il cellulare di tasca e lo aprì, schiacciando qualche tasto.

– “Guarda. ” – glielo mise davanti, e lei si ritrovò a guardarsi mentre si masturbava.

– “Ma cosa…lei…”

– “Ti ho filmato oggi, puttanella. ” – lei ancora fremette, eccitata da quella parola.

Anche se la sua mente era confusa, il suo corpo urlava di desiderio.

– “Da oggi sarai la mia puttana, altrimenti questo video finirà nelle mani di tutti, anche di tuo padre. “

Lei sgranò gli occhi.

– “Sì, lo conosco da anni, siamo amici dal liceo, e se vedrà questo filmato la tua vita finirà.

Cosa vuoi fare?”

Che domanda stupida, era ovvio quello che avrebbe fatto, non avrebbe mai rinunciato alla possibilità di farsi sfondare da quello stallone.

Sorrise.

– “Tutto quello che vuole lei, signore”

– “Dammi del voi puttana! E chiamami padrone!” – esclamò l’uomo, tirandole un ceffone.

– “Sì padrone. ” – mormorò lei.

– “Vieni qui e alza la gonna. “

Pamela si avvicinò si più a lui e si sollevò la gonna, mostrando la sua fica depilata e grondante, coperta appena dal perizoma.

– “Sei proprio una cagna, guarda, stai sbrodolando. ” – mormorò lui. Poi, prima che lei potesse fare qualunque cosa, le afferrò i laccetti laterali del perizoma e tirò con forza verso l’alto.

Lei quasi urlò, aggrappandosi alla cattedra: il filo centrale del perizoma si era conficcato della sua figa, premendo direttamente sul clitoride.

Matteo cominciò a muovere le mutandine, sfregandole avanti e indietro, tirandole sempre più un su, strappando a Pamela dei guaiti.

– “Guarda, una cagnetta in calore” – mormorò.

Prese un evidenziatore dalla cattedra e glielo sbattè su per la figa, strappandole un urletto.

Lo tolse subito e, con un sorriso sadico, glielo infilò su per il culo.

Lei gemette, piegandosi in avanti.

– “In ginocchio, zoccoletta!”

– “Sì, padrone” – si inginocchiò davanti a lui, slacciandogli i pantaloni con desiderio.

Si ritrovò davanti ad una nerchia enorme, solcata di vene pulsanti, dalla cappella rossa e congestionata.

Nessuno dei coetanei aveva una verga del genere.

– “Apri la bocca, puttana. ” – lei schiuse le labbra e Matteo, senza aspettare un minuto, le ficcò l’asta in bocca, fino ad urtarle il fondo della gola ed ancora ne avanzava fuori.

Cominciò a scoparle la bocca, facendole fare avanti e indietro lungo il suo cazzo, tenendola per i capelli.

Lei gemeva, gli occhi socchiusi e lucidi, eccitata come una puttanella.

– “Che bocca che hai, forse perfino meglio della fica. Quanti cazzi hai succhiato, cagna? Sei un cesso, apposta per scaricarci la sborra e così ti userò, puttana schifosa. “

Un attimo prima di venire si staccò da lei, sbattendola per terra, e si masturbò furiosamente, scaricandole una quantità enorme di sborra in bocca, sulla faccia, nei capelli…

Pamela beveva tutto con ingordigia, leccandogli il cazzo e gemendo, tre dita su per la fica che grondava di umori, tanto che aveva fatto una pozza per terra.

Matteo si riallacciò i pantaloni e si alzò, tirandole un calcio.

– “Rivestiti puttana. Domani ci rivediamo e anche domani pomeriggio. Tuo padre mi ha chiesto di darti ripetizioni, ci vedremo ogni giorno…”

Pamela a quelle parole quasi svenne dalla gioia.

23
Segregata e abusata

Come posso raccontare l’indicibile? Tutt’ora faccio troppa fatica a parlarne, perché la storia di cui sono stata protagonista in prima persona non ha nulla di umano.

Provo persino vergogna a raccontarla. E’ così esagerata e crudele che potrebbe persino sembrare incredibile. Troppo l’orrore, troppa la violenza, troppa la sofferenza che ho patito per colpa degli uomini.
Per un anno intero sono stata segregata nella cantina di un casolare di campagna, trattata peggio di una schiava da un gruppo di rumeni che hanno fatto di me ciò che volevano. Ogni mattina mi svegliavo e avevo la certezza che sarei tornata a vivere un’altra giornata d’inferno.

Ho urlato, pianto, supplicato, ho cercato aiuto, ma le mie grida sono rimaste inascoltate, perse nel vuoto di quattro umide mura.
Per dodici mesi sono stata costretta alle più umilianti delle violenze, brutalizzata e sodomizzata da uomini che non avevano niente di umano, mentre le loro donne, complici in un reiterato silenzio, pur non partecipando alle violenze di cui sono stata fatta oggetto, vedevano e tacevano senza mai ribellarsi.
All’inizio ho sperato nel loro aiuto, sbagliando, perché tutto quello che ho ricevuto dalle loro mani è stato soltanto un po’ di cibo e dell’acqua, alimenti che mi hanno permesso di sopravvivere durante tutto il tempo in cui sono rimasta prigioniera.

La mia storia potrebbe concludersi qua, ma a distanza di tre anni dal compimento di questa triste vicenda, di cui sono stata vittima, ho finalmente trovato la forza di raccontarla per intero, a cominciare dalla sera in cui ha avuto inizio.
Sento il bisogno di ripulirmi per tornare a essere quella che ero prima di essere violentata, ma per raggiungere questo obiettivo devo raccontarmi perché solo in questo modo potrò uscire dallo stato comatoso in cui sono precipitata.

L’orrore che mi porto dentro di quei giorni di prigionia, in un incredibile labirinto di folli perversioni, occupa stabilmente la mia mente. Provo un senso di vergogna, sono angosciata, e seguito a rimproverare me stessa per quanto è accaduto, invece non dovrei farlo, lo so bene, ma non ci riesco.
Lo psicologo che mi ha in cura, cui sono stata affidata dai servizi sociali della ASL, sostiene che il senso di colpa di cui soffro rientra nella normalità di una donna che come me ha subito un’ aggressione sessuale.

Mi esorta continuamente a parlare dell’accaduto, vuole che ricordi anche i minimi particolari, persino quelli che a me appaiono meno importanti, perché a suo dire parlare mi restituirà la salute, mentre se tengo tutto dentro non potrò che peggiorare il mio stato.

Sono trascorsi quattro anni dalla notte in cui la banda di rumeni mi ha fatto prigioniera. Quel sabato sera stavo facendo ritorno a casa, dopo avere trascorso la serata in discoteca, quando il motore della Mini Cooper di cui ero alla guida si spense d’improvviso mentre percorrevo la Via Emilia.

Ormai ero prossima a Parma, mancavano solo una decina di chilometri al cartello che indicava la città. Feci appena in tempo ad accostare la vettura al ciglio della strada prima che la Mini Cooper sospendesse definitivamente la corsa.
Dopo alcuni inutili tentativi di fare ripartire il motorino d’avviamento mi arresi. Alla sfiga d’essere rimasta in panne si aggiunse anche quella di non essere in grado di effettuare una qualsiasi telefonata.

Il cellulare che custodivo nella borsetta, malauguratamente, aveva le pile scariche.
Bloccata e impossibilitata a fare ripartire l’automezzo decisi di percorrere a piedi la distanza che mi separava dalla città. Neanche per un istante presi in considerazione l’eventualità di effettuare l’autostop. Troppo pericoloso, pensai.

Quella sera indossavo un vestito abbastanza scollacciato, lungo a mezza coscia, che durante il cammino verso la città non mancò di attirare su di me l’attenzione di un gran numero di automobilisti che percorrevano la Via Emilia.

Impedita a muovermi agevolmente per colpa dei tacchi da 12 centimetri che calzavo ai piedi, mi liberai delle scarpe e proseguii a piedi scalzi camminando sulla striscia d’erba, a lato della strada, dove trovavano posto i paracarri.
Fatta segno di frasi ingiuriose, pronunciate dagli automobilisti di passaggio, scambiata per una prostituta intenta ad adescare clienti, stanca e impaurita, accettai un passaggio da un ragazzo dal viso angelico che si fermò con la sua Citroen station-wagon chiedendomi, unico fra tutti, se avevo bisogno d’aiuto.

Mica potevo immaginare che quello sarebbe stato uno dei miei carnefici. Tuttora, ripensando a quei giorni di prigionia, faccio fatica a pensare a lui come a uno dei mostri che mi hanno violentata ripetutamente.
Per un anno intero, la banda di rumeni, mi ha tenuta prigioniera in una cantina, priva di luce elettrica, carente di servizi igienici, impossibilita persino a lavarmi, subendo una infinita serie di abusi.
I giorni di prigionia, trascorsi in quella cantina, sono stati un continuo incubo.

Nella solitudine di quelle quattro mura mi sono interrogata più volte sul senso della vita. Non sapevo quali fossero le loro reali intenzioni, oltre a quelle di violentarmi e godere del mio corpo. La mia paura era che prima o poi mi avrebbero uccisa e seppellita in una fossa scavata in aperta campagna. Probabilmente erano queste le loro intenzioni se non fossero intervenuti i carabinieri a liberarmi. Liberazione avvenuta in modo del tutto casuale perché le forze dell’ordine raggiunsero il casolare per caso, seguendo una pista del traffico di droga.

Oltre a essere obbligata a subire i loro appetiti sessuali fui costretta a portare a termine, in più di una occasione, per loro divertimento, a dei rapporti sessuali con uno dei loro cani; un dobermann, che probabilmente si era congiunto con altre donne prima di me, perché quando si trattò di infilare il suo coso nella mia vagina trovò subito la strada fra le cosce, nonostante mi divincolassi, tenuta ferma dai miei aguzzini.

I rumeni parevano divertirsi nel vedermi cavalcata da quell’a****le, lo stesso che durante il giorno faceva da cane da guardia nell’aia mentre loro erano assenti.

Quando il ragazzo si premurò di farmi salire sulla station- wagon, dopo che gli ebbi rivelato quanto era accaduto alla mia autovettura, mi propose garbatamente di aiutarmi, carpendo la mia fiducia.
– Ti accompagno a casa mia, dista solo un paio di chilometri.

Lì potrai telefonare a un elettrauto. Oppure se vuoi ti accompagno a casa tua. – disse il ragazzo
Dopo la serata trascorsa in discoteca, dove avevo ecceduto nel bere e assunto un po’ di roba, non mi ero accorta che il ragazzo alla guida della station-wagon non era italiano, altrimenti non avrei mai accettato il passaggio in auto.
Abbandonata la Via Emilia, raggiungemmo una cascina. Solo allora, nella oscurità di quel luogo, lontano dalla strada statale, presi coscienza dell’errore che avevo fatto e cominciai a essere preoccupata.

Bloccata l’auto nel cortile della cascina il ragazzo fu lesto ad abbandonare il posto di guida. Scese dalla macchina e venne nella mia direzione. Una volta aperta la portiera mi trascinò fuori dalla vettura e mi spinse verso la cascina. Tutt’a un tratto da una porta della casa colonica uscirono fuori un paio di uomini che ci vennero incontro. Spaventata cercai di fuggire rincorsa dappresso dal ragazzo che stava alle mie spalle. Sollevata di peso dai tre uomini fui trasportata nel casolare.

Quella notte, fino al sorgere del nuovo giorno, dovetti subire le ripetute violenze di quel gruppo di rumeni che abusarono a turno di me in tutti i modi, lacerandomi le pareti del culo fino a farlo sanguinare con i loro atti violenti. Dopo lo shock provocatomi dalle botte ricevute perché mi ero ribellata all’aggressione sessuale, cercando d’oppormi in tutti i modi alle violenze, mi ritrovai preda di un profondo stato di confusione.

Intorpidita in tutto il corpo a causa delle ecchimosi e delle scorticature, residui delle botte ricevute e dalle tracce di sangue rappreso attorno alle mie cavità, ero disperata.
I primi giorni trascorsi in quella casa furono i più terribili da sopportare. Non sapevo rassegnarmi a essere ripetutamente violentata dai miei aguzzini. Rifiutavo il ruolo di schiava, mentre l’unica cosa a cui pensavo era di fuggire da lì, anche se non sapevo come sarei riuscita a farlo.

Col passare delle settimane diventai insensibile a tutto ciò che mi accadeva. Sopportai passivamente ogni tipo di violenza, perché quello che desideravo non era più di fuggire, ma soltanto morire.
Il ricordo di quei lunghi mesi trascorsi da schiava, privata della libertà, sottoposta ad abusi infami e vergognosi, mi si ripresentano quotidianamente nella mente, ma soprattutto mi tengono compagnia di notte quando mi sveglio nel letto della mia casa impaurita e tutta sudata.

Oramai sono trascorsi tre anni da quando ho riacquistato la libertà. Non sono ancora tornata alla normalità, mi sento intorpidita, distaccata, come se la realtà in cui sono costretta quotidianamente a vivere sia soltanto un sogno.
Percepisco il mondo che mi circonda in modo del tutto irreale, come se il mio inconscio riconoscesse come unica realtà il periodo vissuto dentro quella cascina. Rivivo continuamente i momenti di quelle aggressioni. Sono pensieri ossessivi, ricordi, incubi, visoni mostruose.

Vorrei mettere fine a quelle brutture, rimuovendo i particolari di quei giorni e delle aggressioni subite, invece ho difficoltà a concentrarmi sulle cose di tutti i giorni.
Soffro di crisi di ansia e la sera fatico a prendere sonno. Sempre più spesso penso che dovrei farla finita con questa vita. Ho tanta rabbia in corpo e non so come fare a sfogarla. Da quando sono stata liberata ho evitato il contatto con l’altro sesso.

Ho paura di innamorarmi di un uomo e d’avere con lui un qualsiasi rapporto sessuale. Ho messo in atto delle strategie per difendermi dal dolore, anche se mi stanno provocando troppo disagio, ma che potrei fare di diverso?
Ho provato a contenere l’ansia che mi porto addosso assumendo degli psicofarmaci, poi ho assunto dell’alcool, ma non è servito a niente, anzi, assumere queste sostanze ha contribuito soltanto a fare diminuire quelle energie positive che dovrebbero servirmi a contenere le mie paure.

Parlare di quanto mi è accaduto spero che possa servire a guarire dagli attacchi di panico che a distanza di tre anni da quell’accadimento seguitano a colpirmi. Mi manca solo una cosa, il tempo per guarire.

24

Veline e vallette
disposte a tutto

Ho conosciuto Simone un paio d’anni fa, abbiamo fatto sesso nel suo studio di geometra. Mi ha contattata altre volte ma, con scuse varie, vere o inventate, ho sempre declinato ogni suo invito.

E’ ben dotato ma la scopata con lui è stata abbastanza dozzinale, nessuna emozione.
Mi contatta per l’ennesima volta, per il tramite di una chat di un sito di incontri.
“C’è una coppia che vuole conoscermi ed è anche interessata ad una trav, ho fatto il tuo nome. ”
“E chi sarebbero? Sei sicuro che non è il solito singolo che si spaccia per coppia?” Sono diffidente, penso che la sua sia una scusa.

Mi comunica il “nick” della coppia. Li contatto io direttamente. Confermano che il loro interesse è reale, soprattutto dopo aver visto le foto nel mio profilo. Gli chiedo il loro numero di telefono. Li chiamo, parlo direttamente con la lei della coppia. Ho la conferma che si trattano di una coppia reale. Ci diamo appuntamento per il giorno seguente, alla sera, a casa mia.
Arrivano tutti e tre insieme, si presentano, Mario e Beatrice.

Lei è una bella donna, trentacinque anni, mora, alta e longilinea, quindici anni, almeno, più giovane di suo marito. Lui è un uomo abbastanza interessante. I soliti convenevoli, seduti sul divano. Lei ed io siamo in mezzo ai due uomini. Un rum, giusto per iniziare a scaldare l’ambiente.
“Perché non ci fate vedere come siete porcelline?” Mario è già eccitato.
Non ho un grande interesse verso le donne, preferisco di gran lunga gli uomini, ma quando si tratta di giocare non mi tiro indietro.

Beatrice mi prende per mano e, insieme, ci alziamo in piedi. Ci abbracciamo e ci baciamo in bocca, le nostre mani sfiorano, accarezzano, il corpo dell’altra. Le faccio calare la gonna lungo le sue gambe. Resta in reggicalze. Lei fa lo stesso con me, resto anche io in reggicalze.
Continuiamo a strofinare i corpi, una con l’altra, a ritmo della musica soft che avevo preparato nel lettore CD.
I due uomini si sono spogliati, nudi entrambi, si stanno masturbando mentre guardano le nostre effusioni.

Abbandono il corpo di Beatrice e mi avvicino a suo marito. Mi inginocchio fra le sue gambe e gli prendo il cazzo in bocca. E’ abbastanza dotato anche lui, come Simone. Beatrice infila la sua testa fra le gambe del mio amico. Stiamo succhiando il membro guardandoci negli occhi, sorridendo. Ci baciamo sulla bocca e ritorniamo a far gustare ai nostri due partner le meraviglie delle nostre labbra e lingue. Ci vogliono penetrare.
Beatrice ed io ci sistemiamo, una accanto all’altra, appoggiate al divano, con i nostri sederi offerti ai due maschi
“Simone mettiglielo nel culo, a mia moglie piace da morire” Mario invita l’amico
Ci entrano dentro.

Beatrice ed io ci baciamo in bocca, ci scambiamo la saliva con la lingua, mentre veniamo inculate a fondo. Simone sta venendo, esce dal culo dell’amica. Si sfila il preservativo.
“In bocca, sborra in bocca alla troia di mia moglie” Mario è eccitato mentre mi penetra in culo. Eccitato anche alla vista della moglie posseduta da un altro sotto i suoi occhi.
“Si, si, Julia prendila in bocca con me” Beatrice dimostra di voler condividere il suo godimento con me.

Simone si siede sul divano, si mena l’uccello. Il suo membro è fra le nostre due bocche mentre Mario continua ad affondare i suoi colpi dentro di me. L’amico viene, lo sperma esce violento dal suo glande. Colpisce le labbra di entrambe. Apriamo le bocche, insieme, permettendo al liquido bianco di versarsi sulle nostre lingue, unite. Aspettiamo ferme l’ultima goccia di sperma. Ci baciamo scambiandoci una nella bocca dell’altra la sborra di Simone.

Anche Mario sta per venire.
“Inginocchiatevi, vi sborro in bocca a tutte e due, vacche!” Abbiamo ancora in bocca lo sperma dell’amico. Ci inginocchiamo. Una di fronte all’altra. Abbracciate. Lingua contro lingua. Mario viene, anche lui copiosamente, dentro le nostre bocche. Ci baciamo di nuovo con il sapore di sperma dei due maschi nelle nostre bocche. Ci baciamo a lungo. Alla fine ingoiamo tutto ciò che è sulle nostre lingue, sperma e saliva.

Ci guardiamo negli occhi e sorridiamo, contente di esserci conosciute di aver instaurato un buon feeling, di sesso.
Giusto il tempo di riposare un attimo, di riprendere tutti e quattro le nostre forze, bevendo insieme qualche cosa di alcolico.
I due uomini si fiondano su di me, mi vogliono prendere insieme. Beatrice prende la macchina fotografica ed inizia a shittare una foto dietro l’altra, mentre il marito e Simone mi prendono, uno in bocca e l’altro nel culo, alternandosi.

Lascio il mo posto alla nuova amica, ora è lei che si prende a turno i due uomini, in bocca e in figa, contemporaneamente. Io li fotografo.
Stanno per venire, tutti e due, Beatrice ed io ci inginocchiamo, nuovamente abbracciate una all’altra, davanti a loro ed attendiamo impazienti il loro sperma. Ci riempiono, di nuovo, le nostre bocche. Assaporiamo insieme il sapore di entrambi.
Ho passato una bella serata, altamente erotica e ricca di sesso.

Con Simone non mi sono più rivista ma, invece, con Mario e Beatrice mi sono rivista altre volte. Divertendomi il più possibile con entrambi. Non ho mai penetrato la mia amica, ma ogni volta ho condiviso con lei il gustoso succo del marito.

25

I collant a rete

Una delle email più curiose che ho ricevuto per i miei annunci è stata senz’altro quella di Gualtiero, si definiva un uomo sulla cinquantina, assolutamente non bello, alto un metro ottanta, di cento chili di peso, senza capelli, camionista spesso di passaggio dalle mie parti, desideroso di conoscermi ed invitarmi a cena una sera, di non essere assolutamente interessato ad un rapporto sessuale, ma solo di passare una serata in piacevole compagnia, è un feticista dei collant a rete, reputandomi, per quello che io avevo scritto sui miei annunci, una persona che merita, di essere sicuro di non ricevere alcuna risposta da parte mia in quanto si riteneva non alla mia altezza.

Leggo attentamente la sua mail, sono curiosa, gli rispondo chiedendogli di farmi sapere dove e quando.
Mi risponde, incredulo, mi fissa un appuntamento presso il parcheggio di un ristorante che conosco, raccomandandosi di indossare dei collant a rete perché vuole ammirare le mie gambe.
Arriva il giorno, mi preparo, un trucco leggero, indosso un vestito corto ed elegante, di color verde, con le spalline il perle bianche, intimo color nero sotto, un paio di collant a rete a maglia media verdi, sandali verdi, mi guardo allo specchio, alzandomi il vestito, mi sembra strano vedermi le gambe ed il sedere fasciati in quel collant, io che sono abituata alle calze o alle autoreggenti, comunque sto bene, mi davano realmente un’aria sexy, prendo la Smart e mi avvio all’appuntamento.

Arrivo con circa un quarto d’ora di ritardo, nel parcheggio c’è una motrice di un camion. Parcheggio e mi avvio verso il camion, scende un uomo, senza capelli, alto, molto robusto, anche se non eccessivamente grasso, non bello, indossa un paio di jeans ed una camicia nera aperta all’ultimo bottone, che cadeva fuori dai pantaloni, mi viene incontro
“Julia?”
“Si sono io”
“Piacere Gualtiero” mi guarda come sono vestita “Complimenti anche per il vestito e per la scelta del colore, non il solito nero”
Entriamo nel ristorante, chiede alla cameriera un posto nella saletta al piano superiore, ci accompagna sulle scale, ci fa accomodare al tavolo.

Prende l’ordinazione. Carne alla brace e vino rosso. Consumiamo la nostra cena, Gualtiero mi guarda spesso le gambe, il vestito si è alzato mostrando completamente le cosce. Mi parla dei suoi viaggi, spesso nel Nord Europa. Dei locali in cui va, frequentati da trav e trans, dice di essere timido e di non aver mai avuto il coraggio di avvicinarne una, neanche per parlare. Sono l’unica che ha risposto al suo messaggio, ne ha inviati parecchi, dice.

Fa anche domande sulla mia vita “en femme”. Mi guarda le gambe, ma non mi sfiora mai. Resta sempre al suo posto, educatamente.
Ordiniamo il caffè.
Sto passato una piacevolissima serata parlando con un uomo che, pur non essendo assolutamente nei canoni dei miei gusti in fatto di genere maschile, si dimostra una persona molto corretta, simpatica, socievole, scendiamo le scale, Gualtiero va a saldare il conto, usciamo dal ristorante e mi accompagna verso la mia macchina
“Grazie Julia per la piacevolissima serata, spero di poterti invitare ancora a cena”
“Più che volentieri, cosa fai adesso?”
“Ho il rimorchio posteggiato ad un paio di chilometri da qui, vado là e mi riposo, domattina mi sveglio abbastanza presto proseguendo fino a Napoli”
“Non è tardissimo – guardo sul mio cellulare l’orario – “Non sono neanche le 11,00, se ti va possiamo continuare a chiacchierare un po’”
“A me andrebbe benissimo, dobbiamo però andare all’altro parcheggio”
“Nessun problema, ti seguo con la mia auto”
Gualtiero prende la sua motrice, sia avvia, lo seguo, decisa che mi sarei fatta scopare.

Neanche cinque minuti di strada, arriviamo nei pressi del suo rimorchio, avvicina la motrice, scende dal camion ed aggancia il rimorchio. Sono in piedi fuori dalla mia auto, lo guardo mentre fa le manovre. Ha finito, mi fa un segno di salire in cabina. Apre un frigobar all’interno dell’abitacolo e mi chiese cosa voglio da bere, ha acqua, lattine di bibite e birra, opto per la birra. Riprendiamo la conversazione interrotta al ristorante, parlando ancora di qualche suo viaggio e di me.

Stiamo parlando da mezz’ora, lui continua a guardare le mie gambe, accavallate sul sedile. Visto che lui non fa una mossa, prendo io l’iniziativa
“Ti piacciono veramente tanto le mie gambe?” alzo il vestito sopra i miei fianchi, in modo che lui possa vedere completamente le mie gambe, lasciando intravedere anche il nero della stoffa del mio perizoma sotto le maglie larghe e verdi del collant
“Si molto” vince la sua timidezza ed allunga, finalmente, una sua mano verso la mia coscia “Sono fatte benissimo, morbide” le sta toccando
“Ma ti piacciono solo le mie gambe? Ed il resto?” lo stavo provocando
“Si Julia mi piaci molto, anche come persona” è emozionato
Mi avvicino spostandomi sul sedile, mi giro di tre quarti verso di lui, la sua mano scorre sulle mie gambe, E’ caldissima, di dimensioni tali che con le dita riesce a prendermi gran parte della coscia.

Non parla più, io resto zitta concentrandomi al tocco della sua mano. Con respiri profondi continua a toccarmi le gambe, anche con l’altra mano. Do un ultimo sorso alla lattina di birra, la appoggio, vuota, al cruscotto. Allungo la mia mano e la porto fra le sue gambe, accarezzandoglielo attraverso la stoffa dei jeans
“Julia?”
“Shhhh lasciami fare”
Continuo ad accarezzarglielo. La sua testa è rivolta all’indietro, la sua mano destra sempre sulle mie gambe.

Sta godendo di quel mio strofinamento fuori dai suoi pantaloni, lo sento crescere attraverso la tela dei jeans, indurirsi, sono piacevolmente sorpresa dalla sua grossezza. E’ molto dotato. Lo accarezzo per tutta la sua lunghezza, dall’attaccatura dei testicoli fino all’apice che preme contro la cinta dei jeans. Sono appoggiata con la mia fronte alla sua spalla, sono eccitata, con le dita cerco la cintura dei pantaloni, la trovo, slaccio il bottone e gli tiro giù la cerniera.

“Si continua, ti prego” sta ansimando
Prendo il suo cazzo nella mia mano, non riesco a chiudere il pugno da quanto è grosso, iniziai a masturbarlo.
“Aspetta Julia” si solleva dal sedile, oscura interamente i vetri laterali ed il parabrezza. “Così nessuno ci vede, andiamo qui dietro, stiamo più comodi” mi mostra un letto dietro una tendina posta al di là del sedile.
“Si penso sia meglio” sorrido “Spogliati”
Mi aiuta a salire sul lettino.

Posso stare tranquillamente comoda seduta sulle mie ginocchia. Gualtiero si spoglia completamente da seduto, sale anche lui sul letto. Si sdraia sulla schiena, sono in ginocchio fra le sue gambe, gli faccio una sega per fargli riprendere la durezza che ha leggermente perso. E’ tornato duro, come prima, grosso
“Che bel cazzo che hai” abbasso la testa e lo prendo in bocca, la sento piena per quanto è gonfia la sua cappella, lo succhio, lo lecco.

E’ lungo, in bocca me ne sta solo la metà. Mentre gli sto facendo il pompino, cerco con la mano la mia borsa, la trovo, prendo un preservativo. Gualtiero mi guarda, ansimando
“Lo voglio in culo” gli infilo il profilattico
Mi fa sdraiare sulla schiena, prende le mie gambe e le spinge verso il mio viso, le ginocchia mi arrivarono al petto, con la mano sinistra mi tiene entrambi i piedi, ho ancora le scarpe.

Mi spinge ancora i piedi, raccolgo con le mie braccia le mie gambe serrandomele al petto. Sono arcuata sulla schiena con il sedere staccato dal letto, il vestito è risalito sino alla vita. Con l’altra mano, Gualtiero, cerca l’estremità del mio collant dietro la mia schiena, me lo fa risalire all’altezza dei miei testicoli. Appoggia le sue mani alle mie cosce, facendomi mantenere la posizione presa. Si abbassa per leccarmi il buchetto posteriore, protetto unicamente dal solo filo del mio perizoma, me lo ammorbidisce con la sua saliva.

Si rialza, prese il suo enorme uccello nella mano ed appoggia la cappella al mio buchetto, spinge con la forza delle sue reni e del suo peso, lancio un urlo, non solo di dolore ma anche di godimento appena lo sento entrare
“Ti ho fatto male” mi chiede preoccupato, fermandosi per un istante
-“No continua, mettimelo dentro tutto”
Si fa forza sulle sue ginocchia, me lo spinge fino in fondo con tutto il peso del suo corpo.

E’ enorme dentro il mio intestino, continua a spingere
“Si così, che bel cazzo grosso,continua, scopami dimmi che sono una troia, dimmelo”
“Si sei una troia, ti sto scopando il culo, troia” finalmente anche lui accompagna a parole la scopata, come piace a me
Le sue palle sbattono sulle mie natiche, me lo spinge in culo fino alla radice, esce quasi fino alla cappella per rientrare dentro totalmente, in rapida successione,
“Sto venendo, Julia, sto venendo”
“Sì, porco, sborra”
“Ecco, ecco, troia ti sto sborrando in culo” è totalmente dentro di me, resta così, con colpi energici del bacino fino a quando non scarica anche l’ultima goccia di sperma nel preservativo.

Mi lascia cadere le gambe, si riversa all’indietro, appoggiandosi alla parete del camion. Resto immobile, sdraiata, con le gambe larghe, i collant calati a mezza coscia, i piedi appoggiati sulla coperta del letto. Con le dita cerco il mio forellino posteriore, è ancora aperto, grazie alle dimensioni del suo cazzo, per la scopata che si è fatto nel mio culo per più di mezz’ora.
“Julia che scopata”
“Gualtiero, hai un uccello magnifico, mi hai sfondata”
“Posso chiederti una cosa prima che te ne vai?”
“Si certo”
“Tu baci in bocca gli uomini?”
“A volte si”
“Mi piacerebbe farlo”
Gli sorrido, si sdraia ancora nudo al mio fianco, mi abbraccia, si avvicina con le labbra semichiuse verso di me, dischiudo le mie, mi mette la lingua in mia bocca, mi bacia con passione.

Mentre mi bacia gli tocco ancora l’uccello, è moscio, ma sempre grande, grosso
“Contattami quando torni ancora da queste parti, voglio ancora il tuo cazzo in culo”
“Senz’altro tesoro, e tu indossa sempre i collant a rete” mi sorride
Mi ricompongo,si riveste anche lui.
Scende dal camion con me per accompagnarmi alla mia auto. Mi bacia in bocca nuovamente. Salgo sulla mia auto e parto. Nel tragitto per casa ripenso ancora al suo uccello, penso a tutti i dotati che mi hanno scopata.

Non so se lui è il più grosso, ma senz’altro è fra i primi cinque.
Sono passati u paio di mesi, ricevo una sua nuova mail, mi ringrazia per la serata, per la scopata, ma mi ringrazia soprattutto per averlo aiutato a vincere la sua timidezza. E’ tornato in qualche locale del Nord Europa ed è riuscito a conoscere qualche altra travestita, un paio se le è anche scopate. La prossima settimana torna dalle mie parti.

Mi farò inculare ancora sul suo camion.

26

Una notte scostumata in autostrada

Nel mese di agosto avevo fissato con un mio amico in un luogo di incontri quando sono arrivata l’ho trovato che stava facendosi fare un pompino da un ragazzo efebico … al mio arrivo il ragazzo è scappato via … lui mi ha detto che non era male, ma che andava meglio così perchè preferiva la mia femminilità (il mio amico è bisex più tendente all’etero).

Siamo rimasti qualche decina di minuti in attesa di capire se il ragazzo sarebbe tornato, oppure se qualcun’altro sarebbe arrivato, ma purtroppo nessuno si è fatto vivo.

Allora lui mi ha proposto di fare un giro in autstrada, ad agosto non è il massimo, però mi pareva una cosa carina, si sarebbe stati insieme e magari qualcun’altro poteva approfittarne 😉

Alla prima area di sosta non c’erano auto, scendiamo per aspettare, il buio di una notte senza luna e le stelle cadenti ci elettrizzano, lo tocco un pochetto e gli diventa subito duro, allora lo lecco ma … un faro! ci ristemiamo e guardiamo meglio, un camion …

Ci mettiamo ai bordi di un boschetto, visibili ma un po nascosti, glielo ritiro fuori e lo prendo tutto in bocca … lo sento diventare durissimo mentre lui controlla cosa fa il camionista … scende dalla cabina e viene verso di noi … si sbottona i pantaloni e lo tira fuori, ancora molle ma già grande, appena glielo tocco diventa turgido e … in bocca diventa durissimo.

Spompino entrambi finchè il mio compagno non mi gira mettendo il mio sedere vicino al cazzo durissimo del camionista che non aspettava altro e in solo qualche secondo mi penetra violentemente facendomi urlare dal piacere e dal dolore mentre il mio compegno continua a mettermelo in bocca e, tenendomi i fianchi, mi spinge verso il cazzo del camionista per farlo entrare fino in fondo, e io sentendomi smembrare, urlo di piacere col suo pene in bocca …
Il camionista allunga una mano sul mio davanti e toccandomi aumenta il ritmo fino ad un suo urlo di godere che è coinciso con il mio orgasmo e quello del mio compagno … che goduta fenomenale …

Scambiamo i contatti con il nostro nuovo amico, così quando sarebbe ripassato dalle nostre parti ci avrebbe potuto contattare … mmmm …

In questo fremito di godimenti non ci eravamo accorti di un camion che aveva posteggiato dietro al nostro nuovo amico camionista, che dopo che se ne è andato ci ha permesso di vedere un bellissimo ragazzo dai capelli lunghi nella cabina illuminata.

Il mio amico mi dice di fare un giro intorno a quel camion. Ma appena sotto il suo finestrino lui mi chiede se voglio salire, gli dico che sono con il mio compagno e lui mi chiede di chiedergli se posso andare da sola. Il mio compagno ovviamente è contento e salgo in cabina.
Lui si spoglia e iniziamo a pomiciare, mi tocca dietro, mi sculaccia dolcemente facendomi mugolare di piacere, poi mi mette anche due diti nel sedere … e allora non ci ho più visto, godevo come una porca … l’ho preso in bocca e lui continuava da dietro a toccarmi … finchè non ce la facevo più e mi sono tirata su, ma lui a quel punto mi ha toccata anche davanti e ha iniziato a strofinare il suo pene sulle mie calze e … mentre con le mani mi teneva le natiche ben larghe, con uno strattone mi ha girata e penetrata col suo cazzone durissimo.

Mi ha letteralemnte sbattuta sul lettino e ha iniziato a pompare dentro il mio sedere come un forsennato. E’ durato pochissimo, mi ha levato il pene dal sedere e mi ha schizzato tutta la sua sborra tra i capelli e sulla schiena …. mmmmmmmmm …

Siamo scesi dalla cabina e il camionista ha detto al mio compagno che ha una bella zoccola tra le mani di non lasciarsela sfuggire, che anche lui avrebbe fatto salti mortali per averne una simile 🙂
A quel punto mi ha dato un bacio in bocca con la lingua così improvviso che non sono riuscita a evitare, ma era così eccitante che anche il mio compagno se ne è accorto e mi ha alzato la gonna e toccata dietro eccitatissimo.

Dopo un po che non passavano altri camion o auto, abbiamo deciso di andare al parcheggio successivo (Crocina in direzione Arezzo), c’erano tre-quattro camion fermi di cui due con le luci di cabina accese, facciamo un giro e uno di questi inizia a venirci dietro, allora ci fermiamo, il camionista scende immediatamente e ci propone una cosa a tre nella sua cabina, saliamo e … non aveva capito che io ero una trav 🙁
Ma continua a guardarmi e il mio compagno capisce una curiosità nel camionista e mi alza la gonna e mi carezza dietro mostrando il sedere a lui che si tira giù la cerniera dei pantaloni e lo tira fuori.

Non ancora completamente duro mi prende per i capelli e mi spinge la bocca al suo pene che sento crescere nella sua bocca fino a diventare durissimo e grossissimo … mi tira su per i capelli e mi tocca il sedere dicendo “però che bel culo per essere una trav, quasi meglio di una donna!”, mi gira e vuole che lo prenda in bocca al mio compagno, mentre lui continua a contemplare il sedere, me lo unge ben benino e poi, io sempre a pecora con la bocca sul cazzo del mio compagno, mi inzia a strofinare il suo pene sul buchetto … e lo affonda facendomi impazzire di gioia … mentre il mio compagno eccitatissimo mi spinge la testa su e giù e il camionista mi afferra i fianchi e mi muove a suo piacimento … quando lo sento un po più fermo mi alzo e mi muovo facendolo godere come un porco sia andando su e giù che muovendo le natiche lateralmente, ma è talmente un movimento eccitante che sento il suo pene pulsare dentro di me in una sborrata fortissima mentre il mio compagno sfila il pene dalla mia bocca e mi schizza in faccia, sono esausta ma felicissima.

Scendiamo dalla cabina e il nostro nuovo amico camionista si congratula per la mia femminilità che mi eccita di nuovo, il mio compagno lo capisce e mi propone di andare a Arezzo per tornare indietro e fermarsi all’area di sosta nell’altra direzione, visto che qui i camion e le auto hanno tutte spento fari e luci.

Nell’are di sosta Crocina Est troviamo coppie in azione, singoli e un camion buio.

Usciamo e facciamo due passi nei giardinetti, solo dopo oltre 5 minuti l’unico ad avvicinarsi è il camionista, degli altri presenti nessuno/a è sceso dall’auto.
Il mio compagno mi dice di andargli un po più vicino, come mi stacco da lui il camionista viene verso di me e mi invita in cabila, gli dico che sono col mio compagno, ma mi chiede se posso venire da sola, dopo che anche il mio compagno è daccordo salgo in cabina e mi trovo un uomo con il pene fuori dai pantaloni durissimo e con una cappella enorme, non faccio in tempo a levarmi la gonna che lui lo ha talmente tanto avvicinato al mio viso che non posso fare altro che leccarglielo e poi prenderglielo in bocca tutto … mi tocca ovunque, davanti, dietro, i capelli e spinge la mia testa così a fondo che quasi soffoco.

Mentre riprendo fiato e mi appogio alla branda lui si appoggia su di me, non c’è bisogno di fargli trovare il buco, è entrato da solo e io inizio a godere. Lui spinge e lo sento parlare “che troia” … “che fica” … “godi maiala” … questo turpiloquio mi manda in estasi e comincio a ansiamre con la bocca e sento che mi sta facendo godere proprio dietro … “sto venendo!” urlo … e mentre ho le contrazioni del mio orgasmo anale, sento le sue contrazioni dell’ogasmo, e poi la sua schizzata nel mio didietro … crollo sulla sua branda e lui continua a muoversi su e giu dicendomi le cose più porche … ce l’ha ancora duro e la sua cappellona la sento ancora dentro di me … solo allora capisco che gli piace mentre sono così inerme … continua e lo sento sempre più eccitato, dalle parole che mi dice “cagna”, “sei mia”, ecc.

… mi lascio andare, sono eccitatissima e così mi piace da morire, mi prende per i fianchi con forza e mi sculaccia fino allo spasmo … non resisto, sto per godere ovunque, iniziano le mie contrazioni del secondo orgasmo … sento anche le sue … godo davanti e dietro insieme e lui si accascia su di me mentre il suo pene pulsa nel mio sedere pulsante con un’altra schizzata memorabile.
Sono distrutta resto accasciato sulla branda mentre lui si rialza e mi dice parole gentili, “sei favolosa”, “mai fatta una scopata così”, “che fica divina” … e molto altro … scendiamo e il mio compagno vede il mio stato con stupore, ma il camionista ci chiede se ci si può rivedere … scambiamo i contatti, poi salgo in auto del mio compagno che mi chiede e io racconto … tornando verso casa … mentre racconto non mi ero accorta che le mie parole lo hanno eccitato talmente tanto che … si ferma nell’area di sosta successiva, mi prende la mano e l’appoggia sul suo pacco durissimo … lo carezzo e mi metto a pecorina sul seggiolino per prenderlo in bocca … mentre gli faccio una pompa prendendolo in bocca fino in fondo … lui mi laza la gonna e mi dice nell’orecchio “ci stanno guardando” alzo lo sguardo e vedo un’altra auto e un ragazzo carinissimo che si tocca davanti i pantaloni … mmmm … il mio compagno apre il finestrino e gli fa qualche cenno che non vedo, io continuo a succhiarglielo … poi rialzato lo sguardo vedo l’altro ragazzo col cazzo in mano davanti al nostro finestrino, si avvicina e glielo lecco un po, poi torno a leccare il mio compagno, sento che il inestrino dall’altro lato si apre (il mio compagno l’ha aperto) e una mano che mi carezza le natiche … poi rialzo lo sguardo e lui è di nuovo li davanti al mio finestrino … glielo prendo in bocca mentre il mio compagno mi tocca davanti e dietro ….

vado da un cazzo in bocca all’altro … poi rialzo la testa dal pene del mio compagno e lui non lo ritrovo, ma sento che qualcosa mi strofina il sedere, è lui dall’altro finestrino aperto … continuo col mio compagno e sento sempre più che lui strofina vicino al buchetto … finchè non entra … mmmmm …. godo … lui stantuffa dentro di me dal finestrino, il mio compagno è eccitatissimo … mi prende la testa e me la muove su e giù fino alla base del suo pene lasciandomi senza fiato, mentre l’altro mi prende i fianchi e mi tira e se e mi respinge in un urbine di violenza delicata … ma sento il mio compagno iniziare a pulsare e anche io provo forti spasmi di eccitazione … i miei spasmi sono avvertiti dal ragazzo fuori dall’auto che mi afferra più deciso e spinge in fondo e allora sento il suo pene gonfiare e pulsare mentre il mio compagno mi riempie la bocca col suo caldo liquido e io vengo davanti e dientro …

Abbiamo fatto un po’ tardi e il mio compagno mi riaccompagna a casa e abbracciandomi e baciandomi mi dice che una come me la vorrebbe tutti i giorni ….

vediamo una stella cadente, gli sorrido e ci abbracciamo.

27

Festa di compleanno

Il taxi veloce e discreto che l’aveva prelevata a Malpensa la lasciò esattamente di fronte al cancello in acciaio, perfettamente lucido e ben tenuto. All’interno si poteva vagamente intuire uno splendido giardino.
“Tutto questo non ha senso”
si disse Raf, appena ebbe pagato il tassista frettoloso. Solo un paio di ore prima era a casa sua, nella sua comoda e tranquilla vita di sempre.

Però spinse il campanello con decisione, lisciandosi la sottile camicetta di seta beige che si era sicuramente sgualcita in aereo.
Il cancello che si apriva la fece sobbalzare.
L’interno era decisamente meglio di come se lo fosse immaginato.
Sapeva che era un ricco uomo di affari, ma della sua vita reale non sapeva praticamente nulla.
Di come vivesse, di dove abitasse, di cosa gli piacesse fare nel tempo libero, a parte andare a caccia di donne e scopare.

Entrò nell’enorme villa da un portoncino in legno e vetro satinato. Dava su di un salone grande come tutto il suo appartamento, arredato con mobili di design difficilmente confondibili, per lei.
I divani erano Le Corbusier, diverse sedie Macintosh attorno ad un tavolo Cassina in vetro e acciaio. Una chaise loungue, sempre Le Corbusier, ovunque erano sparsi mobili di Writgh e di altri architetti che avevano fatto la storia dell’arte mondiale, tutti riuniti in quel salone spettacolare.

Il tutto era condito da una serie di accessori di squisita fattura, oggetti etnici, ricordi di numerosi viaggi fatti attorno al mondo.
Non si notava l’assenza femminile in quell’arredamento, nonostante fosse una casa prettamente e tipicamente maschile.
Max spuntò fuori all’improvviso, come se si fosse materializzato dal nulla.
Sorrise felice alla sua ospite gradita.
Si rese conto che dal vivo era davvero come l’aveva sognata tante e tante volte.

Le andò incontro con le braccia tese, e le baciò le guance leggero come un soffio. Il contrasto strideva molto, era un uomo alto e possente, dallo sguardo un po’ rude, ma aveva dei modi estremamente garbati, esattamente come su msn.
Si guardarono a lungo negli occhi, era incredibile che dopo tutto quel chattare fossero davvero arrivati al punto di stare di fronte.
“Fatto buon viaggio?”
Oddio, anche la voce era imperiosa.

Averlo di fronte un po la intimoriva.
Max se ne accorse al volo. Era uno che le donne le conosceva molto bene.
“Si, grazie”.
Raf continuava a starsene in piedi,impacciata. Max la invitò a sedersi in poltrona. Più la guardava e più sentiva che doveva trovare il tasto giusto per accenderla. Non doveva avere fretta. Lui non l’aveva mai, fretta.
Si sedettero uno accanto all’altra, sul costoso divano Cassina in pelle nero.

La sensazione di fresco della pelle dette un brivido a Raf, ed i capezzoli si inturgidirono. Era facile vederli spuntare dalla camicetta di seta, nonostante il reggiseno.
Max le passò un polpastrello sopra uno di essi, e Raf lo guardò senza smarrimento. Aveva una luce strana negli occhi. Come se non avesse aspettato altro.
“Sto correndo?”
Max non era solito fare quel tipo di domande. Non uno come lui. Ma Raf era qualcosa che andava ben oltre le donne con le quali era stato finora.

“Non dire cazzate – disse Raf rilassandosi – non sono venuta a Milano per fare conversazione”.
Gli occhi di lei si erano puntati nei suoi. Max era quasi a disagio, quello sguardo era talmente eloquente che sentì il cazzo esplodergli nei pantaloni. Fu li che capì come si sarebbe comportato, cosa avrebbe fatto, come si sarebbe mosso.
Le si mise a cavalcioni, e con le mani abili iniziò a sbottonarle la camicetta.

Il reggiseno nero, di elegante fattura, conteneva a fatica lo splendido e generoso seno della ragazza.
Le passò le braccia dietro alla schiena per sganciarlo. Nel farlo il suo viso si avvicinò a quello di lei, e decise di baciarla. Lui non amava baciare le donne, era un passatempo troppo da ragazzini, ma Raf se li meritava i suoi baci, lo sapeva bene.
Mentre con le mani sganciava il reggiseno, posò le labbra su quelle di lei.

Raf rimase colpita da quel bacio, mai se lo sarebbe aspettato. Rispose con foga, aprendo la bocca eccitata e cercando con la lingua le profondità della bocca di lui. Max sospirò e le fece scivolare il reggiseno lungo le braccia. Si staccò dal bacio solo per guardarle i seni.
“Avevo visto giusto – disse con la voce già rotta dall’eccitazione – li immaginavo meravigliosi e avevo proprio ragione”.
Max si abbassò per succhiare un capezzolo, e con la lingua compose piccoli cerchi e tocchi, e lo morse e lo succhiò avido.

Raf mugolava piano, la sentiva già sciogliersi tra le sue braccia.
Passò all’altro capezzolo, succhiandolo con forza, e non dimenticandosi dell’altro che continuò a torturare con le dita.
Durò poco l’abbandono di Raf al piacere. Max sentì le sue dita gentili sfilargli con forza la maglia per lasciarlo a torso nudo.
Aveva un bel fisico, possente e molto ben tenuto.
Profumava di uomo sano e pulito. Eccitato.
Raf gli addentò una spalla, e gli succhiò la carne soda delle braccia.

Era già molto eccitata.
Max scese velocemente lungo la pancia, e le sganciò i pantaloni, facendoglieli scorrere lungo le gambe.
Aveva un paio di slip di tulle color carne, e quando le aprì le gambe con le mani si accorse che il tulle era trasparente e bagnato.
Max aveva paura di parlare. Aveva detto solo poche frasi ed erano già a quel punto.
Lui adesso era inginocchiato di fronte al divano, e Raf, ormai nuda se non per il trasparente slip, era seduta con il sedere in avanti, e le cosce aperte

Max infilò un dito sotto gli slip, facendosi appena largo tra le pieghe umide.

Raf lo guardò vogliosa.
“Sai come farmi cedere, vero Max?”
Lui rise. Sfilò il dito e lo succhiò con piacere.
“Saprò farti fare cose che neppure immagini, tesoro”
detto questo le sfilò gli slip. Era rimasta vestita anche troppo.
Le allargò con le mani le cosce, e abbassò la testa sulla fica.
Il profumo che emanava era molto promettente.
Con le dita si fece spazio tra le grandi labbra, e le leccò il clitoride tenendo la lingua rigida e a punta.

Ci vollero pochissimi istanti perché Raf gridasse di un piacere forte e desiderato.
“Siiii, cosi, non fermarti”.
Continuando a leccarla con un ritmo blando, le infilò un dito dentro, trovandole subito il bottoncino. I gemiti si fecero ancora più forti.
Le dita diventarono prima due, poi tre. Tentò di infilare anche il quarto ma si rese conto che non era così allenata.
Mosse le dita con forza, mentre continuava a leccarle il clitoride.

Si rese conto che era già molto vicina all’orgasmo.
Sfilò le dita e ritirò la lingua, lasciandola ad un passo dal piacere, e solo con l’aiuto del suo lubrificante naturale le infilò due dita nell’altro buco.
Era già abbastanza allenato, lo sapeva.
Raf tirò su il bacino per aiutarlo nell’operazione, così mentre Max le muoveva con forza le dita nel culo ricominciò a leccarle il clitoride.
Le urla di piacere si fecero di nuovo forti.

Raf gemeva, riversa sul divano di pelle nera, mentre Max sentiva il cazzo scoppiargli nei pantaloni.
Solo un orgasmo, si disse, mia bella e dolce troietta, e poi mi servirai a dovere.
Decise di accelerare i tempi.
Insieme alle dita nel culo aggiunse tre dita nella fica, e con due colpi di lingua sul clitoride la sentì arrivare di un orgasmo fortissimo. Continuò a leccarla e a muovere le dita finché non la sentì arrendersi.

Si allontanò da lei per guardarla. Aveva perso l’aria innocente. Adesso, così abbandonata e nuda, umida dei suoi stessi umori e del suo stesso orgasmo, era esattamente come l’aveva sempre sognata.
“Sei un lurido bastardo – disse sorridendo sensuale – mi hai fatta davvero morire. Mi sa che dovrò darmi da fare per compensarti”.
Detto questo si alzò in piedi e lo invitò a prendere il suo posto.
Gli si inginocchiò ai piedi, e gli sganciò i pantaloni gonfi.

Quando gli ebbe abbassato anche le mutande Raf si ritrovò faccia a faccia con un cazzo di dimensioni così notevoli che non ne aveva mai visto uno.
Max sapeva che le donne facevano facce strane quando gli vedevano il cazzo per la prima volta, ma Raf ebbe un guizzo di gioia quasi comico.
Lo prese tra le mani e lo accolse in bocca gustandolo come un dolce tanto atteso. Max capì fin da subito che Raf lo avrebbe fatto divertire
La sua novellina71 non era affatto novellina.

Gli succhiò con tale foga la cappella da fargli quasi male, ma il piacere fu incredibilmente forte. La vide staccarsi, e tirare fuori la lingua. Gli leccò tutta la lunghezza dell’asta, e rimase a lungo a giocare con la punta della lingua sulla cappella.
Max la guardava estasiato.
Non era mai stato un problema, per lui, trovare qualche troia di passaggio che gli facesse un bel pompino, ma poche volte aveva visto quella devozione, quel piacere innato nel farlo.

Gli era venuta voglia di leccargliela ancora, ma decise che voleva godersi un po lo spettacolo.
Raf lo prese di nuovo in bocca; le dimensioni erano così notevoli che prenderlo tutto era impossibile, ma si impegnò ed usare anche le mani per coprirglielo tutto. Succhiava in modo preciso e costante, aiutandosi con le mani. Max le appoggiò la mano sulla testa, e sentirla muovere lo fece godere ancora di più.
Quando si rese conto di essere quasi al limite le allontanò la testa.

“Finiscimi con una sega, tesoro – le disse roco col sorriso sulle labbra – voglio vederti ubbidiente”.
Raf continuò con le sole mani, e ben presto un caldo fiotto di sborra finì sulla pancia e sul petto di Max.
“Adesso sai che fare”
E Raf si chinò per leccarlo senza neppure replicare.
Assaporò con gusto il seme di Max, era salato e aspro, ma gradevole.
Quando ebbe finito di leccargli pancia e petto, Raf era di nuovo estremamente eccitata.

Max si alzò subito, come se l’orgasmo non avesse lasciato segni su di lui, e le tese le mani.
“Voglio andare in camera, tesoro – le disse – i miei giocattolini li tengo di la”.
In camera, dove troneggiava un bellissimo letto Flou in legno wengè, c’erano molte candele accese, alcune profumate, e l’atmosfera era incredibilmente eccitante.
Max si diresse sul comodino a lato, ed aprì un cassetto pieno di aggetti sessuali di tutti i tipi.

“Adesso ti esibirai per me per farmelo tornare in tiro, ok? Scegli cosa ti piace di più di tutta questa roba”.
Trovò uno stimolatore uguale a quello che aveva anche lei a casa.
Max si inginocchiò sul bordo del letto, lei gli si stese davanti spalancando le gambe e guardandolo eccitata.
Prese il giocattolino e lo penetrò a fondo nella fica bagnatissima.
Max deglutì. Aveva già voglia di entrare in lei.

Il suo cazzo cominciava già a dare segni di vita, ed erano passati pochi minuti.
Lei accese con il tasto la vibrazione ed appoggiò la parte zigrinata al clitoride. Il piacere arrivò forte, soprattutto per lo sguardo eccitato di Max che la guardava masturbarsi.
Gemette un po’ più forte del necessario, e lo guardò vogliosa mentre si masturbava con quell’aggeggio infernale.
Arrivò in pochissimi istanti, aveva messo la vibrazione al massimo e lo sguardo eccitato di Max che la guardava l’aveva eccitata furiosamente.

Decise di aspettare qualche istante prima di ricominciare, e le si stese accanto. Raf gli si accoccolò contro, e lui le cinse la vita con le braccia.
Averla li a disposizione era veramente bello.
Sapeva che lei si aspettava molto da quell’incontro, perché aveva dovuto affrontare tante cose per quei due giorni di sesso.
Le baciò con dolcezza le labbra che avevano ancora il sapore del suo sperma. Le era grato per quella dimostrazione di ubbidienza che aveva fatto prima.

Sapeva quanto lei odiasse leccare lo sperma.
“Quanto resti, tesoro?”
“Domani pomeriggio alle tre ho l’aereo per Pisa”.
“Ho tutto il tempo per farti davvero vedere chi sono”
“Vale anche per me. Io resterò la tua novellina, ma quando sarò uscita da qui voglio poter dire che ho fatto tutto quello che fanno le mie protagoniste”.
Max rise di gusto.
Le sue protagoniste.
Ne aveva lette tante di storie di Raf, alcune erano così hot che le aveva lette in compagnia di qualche calda compagnia per recitarle dal vivo.

Scriveva in maniera semplice e diretta.
Una volta gli aveva dedicato una storia per il suo compleanno, e al termine si era dovuto fare una sega dalla disperata eccitazione.
“Cosa ti aspetti davvero da me?”
“Voglio che tu mi faccia tutto quello che scrivo”.
Max fu felice di aver fatto quella chiacchierata in ufficio, quel mattino. Sapeva che Raf gli sarebbe stata grata.
Fu Raf a riprendere i giochi.

Cominciò a leccargli con dolcezza il collo e le spalle, a succhiargli i capezzoli, e quando arrivò al sesso lo prese di nuovo in bocca.
Lo succhiò per qualche minuto, avvicinandolo e allontanandolo a piacere dall’orgasmo, poi glielo imprigionò tra le tette, e cominciò a fargli scorrere il cazzo nel mezzo.
Lo spettacolo che gli offrì fece eccitare Max al punto di non ritorno.
Fu semplice e chiaro per entrambi che adesso era ora di smettere di giocare.

Max andò al cassetto e tirò fuori un doppio fallo.
Raf lo guardò sorridendo, tremando dall’eccitazione.
Mise un po’ di lubrificante sul fallo più piccolo, e la invitò a mettersi a quattro zampe. Lei si mise in posizione, tirando bene su il culo ed aprendo bene le cosce.
Max si concedette qualche secondo di panorama.
Aveva un culo fantastico.
La fica rasata di fresco era semplicemente uno spettacolo.

Offertagli così non poté fare a meno di leccarle prima la fica, e le infilò a lungo la lingua dentro, poi le leccò il secondo buco, usando saliva e lubrificante naturale finche non riuscì a penetrarla con la lingua stessa. Sentì la ragazza gemere ed implorare il suo nome, e la vide strusciarglisi contro il viso. La leccò ancora a lungo, aprendole con forza le natiche e penetrandola a fondo con la lingua nel buco secondario.

Non voleva farla arrivare così, ma si rese conto che ormai era vicina.
Così si staccò da lei e le dette una forte pacca sul sedere.
Raf sussultò al dolore della natica.
“Non volevo farti male a caso, tesoro – le disse con voce pacata – eri troppo vicina all’orgasmo”.
Detto questo prese di nuovo in mano il doppio fallo e la penetrò contemporaneamente nella fica e nel culo.

Raf non resistette a lungo al piacere. Si dimenò con forza, gridò e gemette a pieni polmoni. Per completare l’opera, Max si stese ed infilò la testa sotto il bacino, in modo da avere la possibilità di leccarle il clitoride.
Il piacere scoppiò violento, e mentre arrivava contemporaneamente dal clitoride e dal culo, sognò di essere con tre uomini diversi, e che tutti e tre la stavano scopando.
Le ci volle qualche minuto per tornare in se.

Max si era steso accanto a lei, e la osservava respirare affannata, stesa sul ventre, con le gambe ancora aperte.
Raf sentì una mano accarezzarle dolcemente il viso.
L’orologio sul comodino le fece notare che stavano facendo sesso da due ore. Si girò e si stese di schiena. Il seno le si abbassava ed alzava ritmicamente.
“Sei stato magnifico, Max. Mi hai fatta letteralmente andare fuori di testa”
“Tu ti stai concedendo a me completamente.

Sei tu la magnifica”.
Detto questo le si stese sopra.
Aveva l’impellente bisogno di scoparsela. Non aveva ancora deciso se l’avrebbe scopata dal culo o no, ma quando l’aveva leccata aveva sentito un culetto ancora poco sfruttato. Sinonimo di piacere forte e sicuro.
“Che ne dici se adesso mi godo un po’ il tuo culo?”
Raf sorrise. Averlo addosso era veramente eccitante e bellissimo.
Max era un uomo estremamente dolce e gentile, ma aveva un’esperienza in campo sessuale da far impallidire chiunque.

Sembrava impossibile, ma lui sapeva sempre cosa fare, quando fare, dove e come premere, come e quanto leccare. Ma soprattutto conosceva sempre la donna che aveva davanti.
E Raf era una di quelle che preferiva.
Era la classica donna alla quale piace il sesso, in tutte le sue forme.
Suo marito non l’aveva saputa sfruttare, la sua possibilità.
Adesso toccava a lui premere i tasti giusti ed ottenere tutto.
Perché, sapeva bene, che gli avrebbe concesso tutto.

Prese il lubrificante e lo mise sul culo di lei, poi le prese le gambe sotto le ginocchia e se la avvicinò.
Senza quasi aiuto delle mani la penetrò, infilando fino in fondo il suo cazzo nel buco più stretto.
Cominciò subito a sbatterla con forza, riuscendo a malapena a contenersi. Aveva il culo ancora stretto, che lo riempiva di piacere.
D’altra parte per Raf avere a che fare con un cazzo così grosso era magnifico.

Si sentì completamente riempita per un buon po’, finché non si rese conto che avrebbe dato qualsiasi cosa per averne uno anche davanti. Senza minimamente vergognarsi sussurrò
“Ti avanzerebbe mica qualche vibratore per scoparmi anche la fica mentre ti dai da fare col mio lato B?”
Max sorrise deliziato dalla richiesta.
“Vuoi finalmente una doppia come dici tu? Cazzo vero in culo e vibro in passera? Lo sai che non chiedo altro che accontentare tutte le tue richieste, tesoro”.

Senza prendersi la briga di uscirle dal culo, si avvicinò al cassetto e ne tirò fuori un vibratore di dimensioni ragguardevoli. Si fermò solo un istante, il tempo per penetrarla col vibratore, poi ricominciò a sbatterla con violenza, ed ogni colpo di bacino erano due colpi per Raf, due piaceri forti che si mischiavano.
Il volto di lei era sfigurato dal piacere, poteva quasi toccarli i sogni che stava facendo.
“Lo so che sogni un altro uomo, con noi – disse lui gemendo – sogna pure, godi delle tue fantasie e dei cazzi che ti stanno scopando.

Stasera ci sei tu al centro dell’attenzione. Goditela, tesoro, goditela”.
Le parole di Max la fecero arrivare all’orgasmo senza riuscire a trattenersi oltre. Dopo pochi minuti Max le scaricò completamente dentro il culo tutto il seme accumulato.
Di solito non premeva mai per fare una terza ravvicinata, ma quando tornò dal bagno con il sesso completamente pulito, si rese conto che, invece, quella volta avrebbe insistito.
Raf era ancora stesa sul dorso, le gambe spalancate e le mani adagiate sulla pancia.

Aveva entrambi i buchi ancora dilatati, dal “lato B” come diceva lei, stava uscendo un filo di sperma. Max si chinò su di lei e glielo leccò via. A giudicare dal gemito non doveva essere passata nemmeno a lei la voglia.
“Che dici, ci facciamo una cenetta frugale?”
Raf annuì con gusto. Aveva giusto una discreta fame.
“Cucino per te?”
“Oh, no! Sei mia ospite, dolcezza. Tutto quello che devi fare per me è rendermi felice”.

La cena era già pronta, era tutta nelle pentole appoggiate sui fornelli.
Non si erano vestiti, e cenarono completamente nudi, seduti su degli asciugamani che aveva portato Max dal guardaroba.
La cena fu squisita.
“Non cucino io – disse Max – ho una domestica tuttofare, che oggi ha avuto una giornata di festa in più che non si aspettava… mi sono fatto fare cena per due”.
Dal frigo tirò fuori anche un ottimo dolce, che mangiarono con gusto.

Poi a Max, finito il dolce, venne voglia di panna.
Ne aveva una ciotola in frigo, perfettamente montata e zuccherata.
Tirò fuori la ciotola dal frigo e sparecchiò la tavola. Poi chiamò a se Raf e la invitò a sedersi sul tavolo di fronte a lui.
Raf si sedette sul bordo del tavolo, con le gambe ben aperte e le mani appoggiate dietro al culo, in modo da offrirglisi completamente.

Aveva appoggiato i piedi a due sedie appositamente messe a quello scopo.
Max la guardò in quella posizione, e sentì il cazzo fargli una impennata.
Avrebbe giocato ancora un po, con lei. Aveva ancora tanta voglia di insegnarle.
Prese un cucchiaio di panna e glielo stese su una spalla, poi gliela leccò voluttuosamente. Raf gemette.
Ne prese ancora un po, gliela posò su un capezzolo, e gliela leccò con la lingua, facendola roteare a lungo attorno alla punta turgida.

Raf sospirò ancora e gemette. Max capì che le piaceva.
Prese la panna con la mano, e gliela stese sui seni e sul ventre, per poi cominciare a leccargliela con devozione. Ogni centimetro di panna era un sospiro roco e profondo di Raf.
Max la fece stendere sulla schiena, col culo ancora sul bordo e le gambe ben aperte, e le spalmò la panna su tutto il sesso. Quando prese a leccargliela Raf gridò di piacere, un piacere forte ed intenso.

Gliela leccò a lungo, indugiando sul clitoride ormai gonfio e rosso, e sulla fica bagnata e profumata. Max infilò tre dita dentro e le mosse con forza.
“Adesso di cosa avresti voglia?”
Raf cercava di trovare il modo di parlare tra un gemito ed un altro, ma non era semplice con tre dita che la scopavano ed un altro dito di un’altra mano che le stuzzicava il clitoride.
“Adesso scopami – disse perentoria – voglio sentire quanto davvero è grosso il tuo cazzo dentro la mia fichetta poco allenata”.

Max la prese per le gambe e con un unico colpo forte e secco la penetrò fino in fondo. Restò qualche istante fermo, sentendo il sesso di lei avvolgerlo come un guanto. Era eccitatissima eppure la sua fica era davvero stretta. Quella era una piacevole scoperta.
La tenne per le gambe, e cominciò a sbatterla con decisione, scopandola con forza e determinazione.
“Si, così mi piace, tesoro – disse Raf gemendo – voglio sentire un cazzo vero che mi scopa forte, che mi vuole davvero sbattere, siiiiii”.

Max godeva nel sentirla parlare, nel sentirla godere e lasciarsi completamente andare.
“A me piace sbatterti, come si sbattono le vere donne, quelle donne che vogliono godere e che vogliono scopare”.
“Si tesoro, scopami, scopami, scopami con il tuo fantastico cazzone, ti prego non fermarti mai”.
Max doveva davvero far forza per non avvicinarsi troppo, tra la posizione fantastica per cui vedeva il suo cazzo affondare dentro di lei, la fica stretta che lo massaggiava meravigliosamente, le parole infuocate di Raf… tutto complottava per non farlo resistere a lungo.

“Vorrei poterti sbattere per sempre, tesoro, vorrei non uscire mai da questa fica, vorrei poterti far godere ogni minuto della tua vita”
“Fammi godere adesso, tesoro, fammi sentire che uomo sei, come scopi e come sbatti le tue donne, perché anche io adesso sono la tua donna”.
Max aumentò ulteriormente forza e velocità delle spinte. Il tavolo era fortunatamente un massiccio e pesante tavolo in legno.
Raf si sentiva piena di lui, delle sue attenzioni, delle sue parole, del suo cazzo grande e del modo unico in cui lo usava.

Senza rendersene conto arrivò all’orgasmo. Lo guardò stupita, non le era mai accaduto, per arrivare era sempre dovuta ricorrere al clitoride. Era la prima volta che arrivava all’orgasmo con una scopata.
Max si accorse del breve smarrimento della sua compagna.
“Basta avere pazienza, piccola, e tutto si risolve, come vedi”.
La sbatté sul tavolo di cucina ancora a lungo, facendola arrivare altre due volte, poi alla fine decise di arrivare anche lui, e decise di arrivarle dentro.

Non era una cosa che faceva spesso, a lui piaceva eiaculare sulle tette delle sue donne, ma Raf meritava un trattamento migliore.
Lasciò che ogni goccia del suo sperma si depositasse nella sua fica, poi la abbracciò stretta.
“Sei meravigliosa, Novellina. Mi fai perdere la testa”.
Tornarono in camera, e dopo essersi entrambi lavati si coricarono.
Max si sentì abbracciare nel buio.
“Mi mancherai moltissimo”
“Lo sai che ci sono dei limiti che non possiamo superare”
“Lo sappiamo entrambi, ma in questi due giorni i limiti non ci sono.

Ci saranno dopo”.
“Sei tu quella che ha problemi, io sono libero”.
“Io non ho problemi. Io ho famiglia, e lo sai. Sai che amo mio marito e mia figlia, che amo la mia famiglia e tutta la mia vita”.
Max annuì nel buio.
L’ennesima donna sessualmente insoddisfatta.
Uomini disattenti, poco inclini a perdere tempo a guardare un film porno col la propria moglie, o a comprare qualche gioco erotico od un capo di biancheria speciale.

Forse con una donna accanto a vita si sarebbe comportato anche lui così, ma lui per scelta non voleva una sola donna. Lui voleva essere libero di potersi scopare chiunque avesse voluto.
Con Novellina le cose erano sempre state un po speciali.
“Sai che nemmeno io potrei amarti…”
“E’ per questo che ho deciso di venire. Volevo che fossi tu, e nessun altro”
“Lo avevi sempre detto che se tu avessi voluto fare una scappatella avresti scelto me.

Ma mi spieghi cos’è accaduto?”
Raf rimase un attimo in silenzio.
“Non ti deve interessare. Adesso sono qui. A tua disposizione fino alle tre di domani. Questo è tutto quello che saprai”.
“In ogni caso grazie della fiducia che mi hai dimostrato venendo qui. Potevo essere un qualsiasi cialtrone che ti ha raccontato un sacco di bugie, e ne hai incontrati tanti di questo tipo, in chat”
“Io sapevo che tu non eri così.

Io ti voglio bene, Max, te ne voglio davvero. Te lo dissi che io non riesco a scindere sesso e sentimenti, e che io fondamentalmente scopo con la testa e col cuore… se non provassi affetto per te non mi sarebbe mai riuscito neppure bagnarmi”
Max si girò e la abbracciò. Se la stese sotto il suo corpo, e le accarezzò con dolcezza la curva dei seni e l’incavo del collo.
Era di nuovo in erezione.

Aveva di nuovo voglia di scoparla, quella volta però non era solo sesso. Quella volta anche lui avrebbe scopato col cuore. Le allargò le gambe con le ginocchia, e la penetrò con dolcezza.
Raf lo accolse abbracciandolo e baciandolo a lungo sulle labbra.
Fecero qualcosa che non fu sesso, ma non fu nemmeno amore.
Fu un atto di tenerezza estrema, dove il piacere fisico si sciolse con il piacere morale, col la vicinanza, con la complicità e l’affetto.

“Sono felice che tu domani vada via” disse Max ancora dentro di lei, anche se ormai era arrivato da qualche minuto.
Il cazzo gli era ormai tornato piccolo e probabilmente, per quella sera, dopo la quarta volta, avrebbe preteso riposo assoluto.
Raf continuava a passargli le dita sui muscoli della schiena.
A quelle parole si irrigidì.
“Cosa significa?”
“Significa che potresti essere una donna per la quale potrei perdere la testa.

Che se tu rimanessi a lungo a Milano probabilmente mi potrei innamorare di te”.
“L’amore tra di noi non era compreso”
Max rise di gusto
“L’amore non è mai compreso e mai gradito, almeno per me. Per questo ti dico menomale vai via”.
Rimasero uniti e si addormentarono poco dopo, scivolando ognuno nei propri sogni.

Il mattino dopo Raf si svegliò da sola nel grande letto dalle lenzuola rosse di seta.

Si godette il fresco contatto della stoffa sulla pelle nuda, e si scoprì già eccitata al solo pensiero che Max era in quella stessa casa.
Si stiracchiò dolcemente, poi scese dal letto. In terra trovò un paio di deliziose pantofole di seta nera con ricami giapponesi, mentre in fondo al letto era stata deposta con cura una vestaglia in seta nera, con gli stessi ricami delle pantofole. La infilò direttamente sul corpo nudo, infilò le pantofole e si diresse in bagno, dove fece una lunga doccia.

Max non aveva mancato di farle trovare un accappatoio nuovo, ed un bagnoschiuma speziato al profumo di sandalo ed ylang ylang.
Ne uscì profumata e rinvigorita. L’orologio del bagno segnava le 8. 30, il pensiero di avere ancora tanto tempo a disposizione non fece che eccitarla ancora di più. Mentre si lavava non aveva potuto fare a meno di concedersi un piccolo massaggio supplementare alla fica, senza arrivare.
Adesso, con la vestaglia di seta e le pantofole ai piedi, si incamminò nel corridoio che conduceva alla cucina.

Ad ogni passo poteva avvertire l’aria che le passava sulla fica bagnatissima. Era sicura di aver fatto un favore a Max, quando avrebbe scoperto che era già pronta per lui.
Si affacciò alla cucina illuminata dal sole con sensualità ma si accorse che Max non era solo. Seduto ad un lato del tavolino, con una tazza di caffè di fronte, c’era un ragazzo.
Raf trasalì alla scoperta. Max le andò incontro, intuendo il suo stupore.

La abbracciò discreto e la baciò sulle guance.
“Questo è il mio braccio destro Federico. Lavora con me da cinque anni, ed è un ragazzo estremamente in gamba. Probabilmente sarà quello che mi darà una pedata nel culo quando sarò vecchio!”
Federico rise e si alzò per salutare Raf.
Era alto almeno quanto Max, con un fisico asciutto e muscoloso, messo in risalto da una maglietta bianca e nera aderente di D&G, ed indossava un paio di pantaloni a vita bassa che sottolineavano il culo perfetto.

Raf gli tese la mano, un po in imbarazzo dal pensiero di essere praticamente nuda di fronte ad uno sconosciuto.
Fede la guardò a lungo. Max lo aveva avvisato che non era una delle solite troie da monta, e che non era nemmeno una di quelle strafighe.
Era una bella donna, in carne, la vestaglia di seta conteneva a stento i suoi seni generosi ed i suoi fianchi. Una donna così Fede non l’aveva mai neppure sfiorata.

Aveva avuto paura di non eccitarsi nemmeno, quando l’avrebbe vista. La descrizione che ne aveva fatto il suo capo era decisamente inferiore alla realtà.
Più che altro aveva un odore da far girare la testa. Quando le si era avvicinato aveva sentito subito che sarebbe stato estremamente facile e piacevole eccitarsi.
Raf si sedette, e Max le servì una colazione perfetta, cappuccino non bollente ed una sfoglia alla crema ancora calda.
Mangiò con appetito, accompagnata dalle chiacchiere frivole di Max e Fede, alle quali non partecipò più che altro per imbarazzo.

Fede era decisamente quello che si dice un bellissimo ragazzo.
Mai Raf aveva avuto a che fare con tipi così belli, se non per amicizia. Era una categoria che non si era mai potuta e voluta permettere.
Fede ogni tanto la guardava e le sorrideva con un certo calore, lei rispondeva abbassando lo sguardo e sorridendo.
Se non fosse stato per la presenza di Max, avrebbe pensato che Fede stava spudoratamente flirtando con lei.

Ma come poteva permettersi di fare una cosa simile con il padrone di casa presente?
Quando la colazione fu terminata, Raf si alzò e tornò in bagno, dove si lavò i denti e raccolse i lunghi capelli rossi in una semplice coda di cavallo.
Uscì dal bagno e fuori dalla porta trovò Federico che la stava aspettando, appoggiato alla parete. Le andò incontro e la prese per le spalle, per poi appoggiarla al muro e guardarla con attenzione.

Raf non ebbe il tempo di dire nulla che le aveva già sciolto il nodo della vestaglia, e la sua prorompente nudità venne allo scoperto.
Raf stava ansimando, per la sorpresa e l’imbarazzo.
“Federico, come ti salta in mente?”
Fu la voce di Max a risponderle.
Era improvvisamente spuntato dietro a Federico.
Raf per un attimo non riuscì a capire.
Poi fu chiaro.
“Gliel’ho dato io il permesso.

Avevo voglia di vederti scopare con un altro uomo in mia presenza. Ti va? Se non vuoi hai solo da dirlo, tesoro”.
Raf guardò Fede, che le stava di fronte con uno sguardo chiaramente eccitato. Il tocco delle mani sulle spalle era forte e deciso. Probabilmente scopava bene almeno quanto Max.
“Si, mi va” disse in un soffio.
“Ho anche un’altra cosa da chiederti. Hai voglia di farti shittare delle foto? Voglio godermi lo spettacolo e potermelo rigodere”
Raf annuì, con la testa che le girava dall’eccitazione.

Aveva due uomini.
Insieme.
Fede le fece scorrere le mani lungo il seno ed i fianchi. La vestaglia scivolò lungo le braccia e si ritrovò nuda di fronte ad un perfetto estraneo. Era eccitata come poche volte era stata in vita sua.
Fede chinò la testa per succhiarle un capezzolo, mentre con una mano le afferrò con forza una natica.
Il fresco del muro a contatto con la schiena era l’unica cosa che teneva Raf nel mondo reale.

Levò la maglia di Federico con un gesto perentorio, e con altrettanta passione gli sbottonò i pantaloni.
Glieli calò assieme ai boxer aderentissimi, liberando un cazzo di dimensioni pari a quelle di Max. Gli si inginocchiò di fronte ed accolse in bocca quel sesso sconosciuto, di quel ragazzo sconosciuto, mentre Max era tornato con la macchina fotografica ed aveva cominciato a shittare foto.
Fede grugnì di piacere al contatto della lingua. Era probabilmente una ottima pompinara, sapeva perfettamente come farlo godere, un uomo.

Lo fece arrivare velocemente, in pochissimi istanti, e si fece arrivare in bocca senza darsi troppi problemi.
Quando si staccò Fede la vide sorridergli.
Era indubbiamente una bella donna, eccitante e disinibita.
La condusse in camera deve la invitò a stendersi.
Max si sedette sulla poltroncina in fondo alla stanza, con la sua macchina fotografica al collo. Vedere Raf con un altro uomo gli piaceva moltissimo.
E Raf era evidentemente felice di farsi anche il suo braccio destro.

Fede le spalancò le cosce con le mani, ed ammirò la fica perfettamente rasata, già umida e rossa.
“Ti è piaciuto farmi quel pompino?”
Fede era incredibilmente diretto. Quasi più di Max.
“Si, mi è piaciuto molto”
“E ti è piaciuto farti arrivare in bocca?”
“Certo, l’ho voluto io”.
Raf fece scorrere lo sguardo sul corpo di Fede e vide che aveva di nuovo il cazzo in tiro. Gli era bastato veramente un nulla per eccitarsi ancora.

I suoi tempi di ripresa erano incredibilmente brevi, al pari di quelli di Max.
Fede si girò verso Max, che non aveva ancora shittato nessuna foto in camera, e gli fece un sorriso eloquente.
Probabilmente non era la prima volta che scopavano la stessa donna insieme. Quel pensiero non fece altro che eccitare ancor di più Raf.
“Se vuoi shittare qualche bella foto avvicinati, adesso la faccio divertire”.
Detto questo Fede si chinò verso il sesso di Raf, e la annusò profondamente.

Aveva un odore da far girare la testa.
Tirò fuori quanta più lingua poteva e cominciò a leccarla freneticamente. Max shittò diverse foto a ripetizione, e si rese conto che il suo cazzo gli stava esplodendo nei pantaloni.
Sentire Raf che gemeva e gridava di piacere con un altro uomo, di fronte a lui, lo eccitava da morire.
Fede si stava dando da fare come poche volte lo aveva visto fare.

Era molto selettivo, e non amava molto i preliminari.
Riuscire ad immortalarlo mentre si dedicava con tanta passione a leccare una fica era una vittoria anche per Max.
Raf gridò di piacere, ogni stoccata di lingua era ben dosata, della forza giusta. Fede si accompagnò con due dita nella fica, e cominciò a muoverle con forza dentro di lei.
I gemiti divennero grida. Fede sapeva esattamente cosa fare. La condusse all’orgasmo in pochi istanti, e continuò a leccarla finche non la sentì arrendersi al piacere.

Fede ormai era così eccitato da non riuscire neppure a pensare.
Aveva solo una cosa in testa, scoparla.
Attese pochissimi istanti, poi le si mise sopra e la penetrò con forza.
Max si avvicinò, e shitto a raffica foto del cazzo di Fede che entrava nella fica della sua amante.
Max era così eccitato che avrebbe già voluto partecipare.
Ma non era ancora arrivato il suo momento.
Sapeva che Fede aveva tempi di recupero migliori dei suoi, e che la sua migliore era la terza.

Continuò a shittare, godendosi lo spettacolo unico che gli stavano offrendo in quel momento.
Fede lo stata stupendo sempre di più, stava scopando ben oltre le sue potenzialità. Gemeva con voce roca e maschia, e il fatto che Raf lo avesse afferrato alle natiche non sembrava affatto dargli noia. Anzi.
Max li guardò eccitato, si fece da parte facendosi forza, cercando di godere nel vedere un altro uomo che scopava la sua Novellina.

Fede le arrivò dentro. Max si congratulò dentro di se col ragazzo.
Aveva capito da solo che Raf non era di quelle da sborrata sulle tette.
Si alzò dal corpo della ragazza e si stese accanto a lei, che rimase stesa di schiena con le cosce ancora spalancate.
Max, a quel punto posò la macchina fotografica e si spogliò.
Raggiunse Fede e Raf sul letto, che si stavano ancora riprendendo dalla magnifica scopata appena conclusa.

C’era un patto preciso tra Max e Fede. Dovevano completamente ignorarsi. Erano entrambi estremamente eterosessuali, la sola idea di fare qualcosa tra loro li schifava al punto da fargli diventare il cazzo minuscolo. Solo che molte delle amiche di Max sognavano di essere scopate da due uomini contemporaneamente, spesso erano proprio loro a chiederglielo, e per caso aveva scoperto che Fede era uno che sguazzava benissimo nelle orgette a tre. Era un ragazzo giovane e molto bello, aitante, sportivo, molto pulito, con un bell’arnese a disposizione che sapeva usare molto bene.

Inoltre aveva delle capacità di recupero degne di un ragazzo di 32 anni. Era accaduto ormai già una ventina di volte che si ritrovassero a fare una orgetta con una delle troie di passaggio di Max, una delle tante donne che erano passate dal suo letto.
Ma quella volta sapevano entrambi che c’era qualcosa di diverso.
Raf si ritrovò con i due uomini a fianco.
Non le ci volle molto per capire le intenzioni di Max.

Quante volte gli aveva detto che avrebbe voluto fare una vera doppia.
Con due cazzi veri.
Gliel’aveva servita.
Fede ormai era di nuovo in tiro, pazzescamente quella volta si era eccitato al solo pensiero di fare una doppia a quella splendida donna.
Le si avvicinò e la baciò a lungo sulle labbra. Aveva le labbra morbide e carnose, delicatamente profumate. Le succhiò lentamente una ad una, mentre sentì che Max agiva con la bocca da qualche altra parte.

Infatti la senti mugolare contro la sua bocca, e capì che Max la stava leccando.
Fede si staccò dalle labbra e cominciò a succhiarle i capezzoli turgidi, mentre Max continuava a succhiarle il clitoride.
Raf era in preda ad un piacere che rischiava di farla rimanere senza fiato. I due uomini si davano da fare su di lei, e lei era al centro dell’universo, in un turbine estremo di piacere e di lussuria.

Fu fede a staccarsi dai sui seni. Si stese sulla schiena e le prese una mano.
“Adesso, mia dolce amica, cavalcami per bene. Fammi vedere quanto sei brava a scoparmi”.
Raf gli montò sopra, e lasciò che il sesso di Fede le entrasse di nuovo dentro. La sensazione fu bellissima. Appoggiò le mani al petto muscoloso del giovane ragazzo, e si mosse con forza, in una cavalcata ai limiti del piacere.

Max la guardò scopare ancora col suo braccio destro. Poi gli si mise dietro, la abbracciò alla vita e le fece appoggiare le spalle al suo petto.
Raf ce lo aveva dietro, poteva sentire l’alito caldo di Max sulla sua nuca.
“Adesso faremo finalmente quello che hai sognato per tanto tempo, tesoro. Come vedi stai scopando con un ragazzo giovane con un cazzone notevole. Io invece entrerò nel tuo adorabile culetto, e ti scoperemo insieme, e ti arriveremo dentro insieme”.

Detto questo la fece stendere completamente sul corpo di Fede, che la accolse tra le braccia baciandole le labbra e succhiandole la lingua voluttuosamente. Max si era già coperto il sesso di lubrificante, così appoggiò la punta al culo di lei e lasciò che entrasse senza troppi problemi.
Il gemito arrivò subito, fortissimo, sensuale, caotico.
Era nel mezzo, con i due cazzi entrambi dentro di lei. I due uomini la stavano entrambi coccolando, in attesa che uno dei due cominciasse le danze.

E fu proprio Max ad iniziare a muoversi, senza preliminari, cominciò subito a sbatterla con forza, come era abituato a fare, quasi con rabbia. Fede si mosse in controtempo, per compensare le spinte di Max.
Raf godeva di un piacere inaspettato e fortissimo, qualcosa di unico e speciale, un’esperienza difficile anche da vivere.
Arrivò dopo pochissime spinte, e gli orgasmi cominciarono a susseguirsi senza freni, prima dalla fica, poi dal culo, un crescendo di piacere che la stavano facendo gridare senza ormai nessun freno.

Fede si godeva la scena, il volto della ragazza era trasformato dal piacere, dal godimento estremo, dalla consapevolezza di quello che stava facendo.
Si godette il suo ruolo quasi passivo finche non riuscì più a contenersi, e le arrivò di nuovo dentro. Max le arrivò dentro a sua volta poche spinte dopo Fede. Quando si staccarono da lei Raf rimase qualche minuto stesa sulla schiena, completamente abbandonata e felice.
Aveva avuto la sua meravigliosa e desiderata doppia.

Max le si stese accanto, magicamente Fede svanì nel nulla.
“Sapevo di renderti felice, tesoro”
“Mi hai fatto un regalo stupendo”
“Difficile vedere una donna tanto appassionata, ma con la tua serietà”
“Lo sai che tutto sommato sono una brava ragazza”
“Il fatto che ti abbiamo scopata in due non rende te una cattiva ragazza, tesoro… ti rende solo diversa, più completa”
“Era quello che mi ci voleva, Max. Adesso potrò tornare alla mia vita di sempre con più serenità, perché so che donna sono adesso”.

“Ti piaci di più o di meno?”
“Adesso mi amo. Mi amo veramente. So di cosa sono capace, e provo un gran rispetto di me stessa”.
Max la baciò a lungo sulle labbra e poi sussurrò
“Adesso vattene, per favore. Non rimanere un minuto di più in questa casa. Se scopiamo ancora un volta non potrò mai più lasciarti andare via”.
Si baciarono a lungo, accarezzandosi e vicenda i corpi stanchi e sudati.

“Non dimenticherò mai questi due giorni, tesoro”.
Con quelle parole Max si alzò e si chiuse in bagno.
Raf si vestì in fretta.
Capì che non sarebbe riuscita a salutarlo decentemente.
Gli lasciò due brevi righe scritte ed uscì in fretta dalla casa. Non aveva neppure salutato Fede, ma sapeva che non sarebbe potuta rimanere un solo istante in più. Troppo coinvolti.
Max uscì dal bagno sospirando.
Trovò il biglietto appoggiato sul tavolo di cucina.

“Mi hai aiutata a capire, ad accettarmi, a sapere davvero cosa volere dalla vita. Non ti ringrazierò mai abbastanza, Max. Sarai per sempre il mio amante preferito”.
Max rise. Capì che non era un addio.
Fede sbucò dall’altro bagno.
Si era già rivestito.
“E’ andata via Raf?”
“Si giusto qualche istante fa”.
“Ti da fastidio se la corteggio un po’ in msn?”
“Perché dovrebbe darmi fastidio?”
“Perché lei è tua”
“E’ qui che ti sbagli.

Lei non è di nessuno. Lei è di se stessa e basta”.
Max sospirò di nuovo.
Scrisse un indirizzo mail.
“Voi due state bene insieme. Vi ho visti scopare davvero bene. Secondo me dovresti provarci”.
Fede si mise in tasca il biglietto, proprio mentre Raf saliva su un taxi che l’avrebbe ricondotta a casa sua.
Con una consapevolezza nuova nel cuore.

Sessuofollia
di antonio andrea fusco.

A disposizione di tutti

Non sono che una semplice impiegata, un po’ sul precario (come tutti noi, comuni mortali, al giorno d’oggi), pendolare, ma anche casalinga e mamma (non potendomi permettere “personale di servizio”).
Oh, intendiamoci, non sono neppure un’educanda … forse, da questo, nasce il mio sfogo nello scrivere racconti erotici.
La seconda cosa è che sì, lo confesso, anche io ho la mia piccola (?) forma di depravazione. Da ragazza, quando facevamo all’amore col fidanzatino di turno, ci si arrangiava … niente alberghi; raramente si rimediava una casa o una precaria garconnière.

Per lo più si scopava alla buona in macchina o in qualche luogo, più o meno appartato. Ora, dato che sono molto lenta nel provare piacere, in quell’epoca non riuscivo a venire quasi mai.
Mentre la precarietà e i pericoli (questo l’ho capito molto dopo) giocavano a favore del porcellino di turno.
Tutti gli adolescenti “soffrono” o, meglio, godono, di eiaculazione “veloce”, quindi, se la cavavano alla svelta con i preliminari (che a noi ragazze piacciono tanto) e cercavano subito di andare al sodo, sborrando il più presto possibile.

Magari, se la pace della “location” lo permetteva, se ne facevano due o anche tre.
Ma queste sono solo puntualizzazioni che tutti conoscono, ovviamente.
Il preambolo serve solo a confessarvi la mia “perversa” fantasia sessuale.
Quando, finalmente, raggiungevo la mia casetta tranquilla e gli spazi a me familiari, dopo la tempesta, diciamo, nella quiete di camera mia o nel bagno, ben chiuso a chiave, mi dedicavo a una lunga e deliziosa masturbazione.

Libera da affanni e senza fretta, mi attardavo deliziosamente sulle mie grandi labbra e sul clitoride, che, spesso, era ancora arrossato dalle decise e ripetute penetrazioni degli irruenti “compagni di gioco”.
Mi piaceva titillarmi e cercavo di farlo al più presto, in modo da ritrovarmi la pancia o la fighetta, ancora irrorate di sperma, a volte secco, altre volte, caldo, liquido e copioso.
Lo lasciavo fuoriuscire, a goccioloni, dal mio buco, e me lo trastullavo tra le dita, usandolo come lubrificante: era odoroso d’uomo … e molto eccitante.

Questi momenti di estasi mi portavano a fantasticare e, le mie fantasie, erano incentrate su questi punti fondamentali: essere vista o spiata mentre facevo sesso col mio ragazzo e, inoltre, donare piacere a uno sconosciuto.
Non era tanto l’idea di essere posseduta per mio “gusto”, al contrario, il mio gusto, nei ditalini solitari, era rappresentato dal poter donare, il mio corpo, a chi tanto lo aveva spiato, desiderato, agognato.
Una specie di premio inaspettato, la vincita a una lotteria in cui non avresti mai sperato.

Tutte fantasie che credevo irraggiungibili o irreali, subito dopo che avevo goduto.
Poi sono passati gli anni e, grazie al mio attuale compagno, che come ho detto più volte, mi permette di esprimere la mia sessualità come meglio credo e, anche grazie a internet, qualche sfizio me lo sono potuta togliere.
Poca cosa, intendiamoci.
Con il mio uomo abbiamo imbastito, qualche volta, del sesso a tre, il cosiddetto: cuckold. Altre, poche volte, abbiamo fatto l’amore davanti a tutti, diciamo così, in web cam, su un sito porno.

In entrambi i casi, nonostante io abbia goduto, abbondantemente, nel compiere l’atto (mio marito è molto attento alle mie esigenze) ho conservato la mia vecchia abitudine giovanile: una sana masturbazione, in pace e tranquillità, ricercando e ritrovando i segni dell’avventura appena trascorsa.
La seconda cosa che dovete sapere è che, quello che vi racconto ora, è successo proprio a me, ieri pomeriggio, in maniera del tutto inattesa.
Era venerdì, ovviamente, e dato che la settimana prossima è Natale, la direzione della ditta per cui lavoro, ha preferito incontrare anticipatamente i dipendenti, per gli auguri di rito.

Classica fetta di panettone che, notoriamente, ti resta sullo stomaco con le solite chiacchiere, affettate e inutili.
La cosa positiva è che, non potendo rientrare sul lavoro fuori sede, sono riuscita a tornare a casa verso le tre, in notevole anticipo, insomma.
Ero completamente sola e, al contrario, mio marito sarebbe tornato la sera, e pure abbastanza tardi.
Stressata dal venerdì prenatalizio e con in testa già tutti i pensieri delle cose che dovevo fare, mi concessi una stravaccata occasionale sul divano.

Il tempo di togliere le scarpe, chanel nere a mezzo tacco, ideali, sotto il tailleur grigio indossato quel giorno, per non presentarmi col solito jeans alla festa.
Indugiavo, con le gambe stese, tentata dall’idea di un piccolo, innocente, pisolino ma non me la sentivo di abbassare troppo la guardia.
Comunque, dopo, sarei dovuta uscire, avevo ancora delle cose da fare e, a volte, riposare cinque minuti per poi rientrare in attività, mi rendeva ancora più stanca e nervosa.

Svogliatamente diedi una controllata alla borsetta, che avevo lasciato cadere al mio fianco, mentre cercavo di rinvenire, sperduto in qualche anfratto misterioso del divano, il telecomando della televisione.
Mi accorsi che sul cellulare c’era un messaggio e lo aprii. Era Eddy, mio marito, mi diceva che sarebbe tornato verso le nove e che ci avrebbe pensato lui a recuperare nostra figlia dai nonni.
Che tesoro: un pensiero in meno!
Dovevo fare pipì, ma i bagni sono di sopra, e io non trovavo la forza per alzare le chiappe dal divano.

Intanto, il telecomando non veniva fuori.
Il silenzio del meriggio e la luce soffusa che attraversava le tende, invitavano al relax.
Mentre mi concedevo ancora qualche minuto di pausa, improvviso, il classico ronzio di una sega elettrica, mi riscosse, colpendomi di sorpresa. E’ un suono a cui siamo abituati: vivo in campagna. Novembre e dicembre sono dedicati alla potatura e, nelle macchie e nei frutteti che ci circondano, è un concertino che non si ferma mai.

D’altro canto, non è un suono spiacevole, se ci fai l’abitudine.
Però, stavolta, il suono era un po’ troppo vicino per non attirare la mia attenzione. Per prima cosa, significava che c’era qualcuno molto vicino a casa mia; non che avessi paura ma,visto che abbiamo le porte sempre aperte (pessima abitudine, lo so), mi decisi, comunque, a dare una controllata di fuori.
Era anche un buon motivo per scuotermi dal torpore e riprendere l’attività.

Le pantofole erano lontane, rimisi le scarpe, non troppo idonee alla vita di campagna, ma non me la sentivo di recuperare le ciabattine adesso.
Uscii, ancora in tailleur, senza cappotto, tanto fuori era tiepido perché era stata una bella giornata, piena di sole.
Intanto, le raffiche della sega, risuonavano a shitti, ma ancora non ne vedevo l’autore.
Girai dietro la casa e, a pochi metri, su una scala, vidi don Liborio, un vecchio pensionato delle ferrovie, che faceva servizi da giardiniere un po’ per tutto il vicinato.

Come gli uomini di una volta, aveva la campagna nel sangue e lavorare con le piante era la sua passione.
Nella sua casetta, molto più sopra della nostra, aveva pure qualche a****le, che sapeva governare a regola d’arte, infatti era tra i nostri fornitori di fiducia, altro che “prodotti bio”.
Don Liborio, a prezzi d’amatore, ci procurava spesso qualche soppressata genuina, formaggi, uova e altre prelibatezze.
Era una figura tipica del nostro sentiero, a stento carrozzabile, ed era sempre impegnato a fare qualcosa.

Insomma, un brav’uomo. Nonostante avesse di certo superato la settantina era ancora in forma: asciutto, con la pelle che sembrava di cuoio, per il colore che gli dava la vita all’aria aperta.
Le sue grosse mani armeggiavano con la sega, colpendo, senza titubanze, i rami di un grosso castagno, le cui foglie erano ormai tutte cadute.
Approfittai di una pausa per salutarlo:
– Ehilà, buongiorno! – gli gridai, facendomi scherno per gli occhi con il palmo della mano.

Lui si accorse subito di me e si voltò, con il suo solito sorriso bonario.
Mi scaldò il cuore: pensai che in oltre dieci anni, non lo avevo mai incrociato, senza che mi donasse un sorriso. Che brava persona … eh, gli uomini di una volta!
– Buongiorno, signò! – rispose immediatamente e si precipitò a scendere dallo scaletto, per venirmi a salutare da vicino – Scusate, vi ho disturbata? Io pensavo che non ci stavate, mi era sembrato che non c’era la macchina vostra … –
– Ma no, don Liborio – risposi sorridendo apertamente a mia volta – non vi preoccupate … anzi, mi fate compagnia.

Quando ci state voi in giro, mi sento più sicura … –
– E … signo’, ormai so’ vecchio. – mentre parlava, notai che, comunque, adesso che non aveva la luce del sole negli occhi, pur facendo finta di niente, non riusciva a evitare di spiare le mie gambe, slanciate dalle calze grigie e dalle scarpette col tacco. Avevo la gonna sopra il ginocchio, non abbastanza da essere una mini (non si addiceva alla mia età e alla mia mentalità).

Mi piaceva però, in certe occasioni, ricordare ai miei colleghi, che sotto il maglione abbondante, si nascondeva una donna, che, nonostante i quaranta fossero vicini, si manteneva ancora tonica e femminile.
– Ma che dite, don Liborio, voi vi mantenete così in forma? Fossero come voi gli uomini di città, dove lavoro io. – risi sincera – I miei colleghi sono tutti rammolliti e parlano solo del pallone. – a quel punto, come di prassi, gli chiesi se gradiva un caffè o qualcosa da bere.

Don Liborio si schernì, era troppo discreto, ma poi ammise:
– Veramente un bel caffè lo gradisco, voi lo fate troppo buono … è logico, siete napoletana! –
– Bravo, – gli dissi – mo’ ce lo facciamo proprio: anche io ne ho bisogno. Sono appena tornata e mi stava prendendo la sonnolenza. Appena è pronto vi chiamo. –
E me ne tornai verso casa, rapidamente. Stavo per andare di sopra prima, per spogliarmi e per fare la pipì, ma invece preferii indugiare.

Il caffè sarebbe stato pronto in un attimo.
Mentre aspettavo che salisse nella macchinetta, la mia mente vagò, forse solleticata, dallo sguardo sorpreso e affascinato del vecchio contadino.
Sapevo che era vedovo e, pensai: chissà se si masturba? Chissà se magari lo ha mai fatto pensando proprio a me?
Dopotutto, ero decisamente la più bella donna del circondario. Senza nessuna presunzione, ma le altre erano dei veri gabinetti, come diceva mio marito.

Là intorno erano tutte famiglie contadine, dopo il matrimonio, le ragazze si lasciavano andare e, a trent’anni, erano già dei bidoni.
Non senza un pizzico di civetteria, decisi di farlo venire dentro, a prendere il caffè.
Così, mi affacciai dal retro e lo chiamai:
– Don Liborio, venite, il caffè è pronto! –
Il vecchio stava controllando alcune cicas, sul bordo del nostro giardino, e si voltò, forse un po’ sorpreso.
Aveva sempre da fare e difficilmente entrava in casa di qualcuno, ma non ebbe il coraggio di chiedere che glielo portassi fuori.

Di buona lena, si lavò le mani alla fontanina e, asciugandosi con un fazzoletto che teneva in tasca, si avviò verso casa.
– Non volevo dare tanto disturbo, signo’! – disse fermando sulla porta, poi aggiunse – e vostro marito non c’è? –
– No, – risposi – oggi io ho fatto prima; non c’è la macchina perché mi ha accompagnato una collega. Sono sola soletta … ma venite, accomodatevi. –
Leggermente impacciato, il brav’uomo fece qualche passo verso la cucina.

– E sedetevi due minuti, don Liborio – risi portando le tazze con il caffè fumante.
Sul tavolo avevo già messo una bottiglia di acqua minerale, fresca di frigorifero.
– Voi mi avete fatto il complimento? – continuai – E adesso il caffè ve lo dovete prendere come Dio comanda. –
Lui accettò di buon grado e sedette su una sedia, mentre io civettai e mi tornai a sedere sul divano, naturalmente la gonna scivolò in su, in su, sulle collant scure.

– Assaggiate … e ditemi la verità! – lo guardai con la tazza in mano, fingendo di non vedere il suo sguardo, incollato sulle cosce.
Don Liborio sorseggiò il caffè:
– E’ buono, lo sapevo già. Voi fate il più buon caffè del vicinato. – disse cordialmente.
– Grazie … ve l’ho fatto con la mano del cuore! – poi aggiunsi – Mi ero un poco appisolata … –
– Mi dispiace – disse lui, veramente confuso – io non sapevo … –
– Ma che dite? Si, si … io ho mille cose da fare … figuratevi – accavallai le gambe e mi misi più comoda sul divano – Volevo solo dire che adesso, riprendere mi rincresce.

Figuratevi, parlando con decenza, che non sono ancora salita sopra, neppure per fare la pipì! –
Don Liborio, preso alla sprovvista, si agitò leggermente sulla sedia. Era un vecchio ed era all’antica, non era abituato a certe confidenze.
Gli sorrisi sfrontata: – Beati voi uomini, che potete farla dovunque … –
Il contadino rise.
– Signò, in campagna così si faceva … – poi prese coraggio – senz’offesa, lo sapete quando io ero ragazzo, tanti anni fa, come si faceva? –
– No … dite … – dissi curiosa, non sapendo dove volesse andare a parare.

– Solo le ragazze giovani portavano i mutandoni, le donne che avevano figliato, insomma le femmine sposate che lavoravano in campagna, non portavano proprio le mutande … tranne quando non potevano farne a meno, voi mi capite … –
– Ah ah … e perché? – risi spontaneamente.
– E perchè … perchè … non vorrei offendere … – e si fece una risatina nervosa, mentre si alzava, visibilmente accaldato.
– Ma dite, don Liborio, mica sono una ragazzina … – lo presi in giro, mentre il suo impaccio mi dava carica.

Non riuscivo a non pensare al suo sesso … ero curiosa. Come lo aveva? Si faceva ancora duro … da quanto tempo non veniva?
– Non le portavano perché pisciavano all’erta … in piedi insomma! – disse lui facendosi coraggio.
– Cosa? Non si accovacciavano neppure? – incalzai.
– Qualche volta si … – sorrideva, ancora un po’ impacciato, ma l’argomento lo divertiva pure a lui.
– Noi ragazzini le spiavamo, proprio con la speranza che si abbassassero per vederle nude.

Per questo pisciavano in piedi … allargavano le gambe, ma non si vedeva niente. –
– Una vita campagnola … – dissi perplessa – e io che pensavo che si proteggessero, di sotto intendo, con due paia di mutande.
– E signò … il mondo è sempre uguale, credetemi. Anche allora si face all’amore. –
mi guardò con un’espressione sognante, credo ripensasse al passato.
– Il padrone se le ripassava quasi tutte, spesso senza vergogna … come il cane.

Se ne portava una dietro una pianta e la voleva trovare già pronta. –
Un calore intenso mi invase la vagina, costringendomi ad accavallare le cosce dall’altro lato.
– Aspettate … volete un liquorino? – gli dissi, alzandomi a mia volta.
– No, grazie, signo’ … sto bene così. Grazie per il caffè … squisito e pure per le chiacchiere … –
– Ma volete scherzare? – risposi io – Mi fa piacere sentire le vostre storie … Eh! Chissà quante ne avete fatte pure voi … –
Don Liborio rise, ma non disse niente.

– Sapete una cosa? – gli dissi con complicità – Sono anni che vivo in campagna … ma non ho mai fatto pipì all’aperto … qua fuori, dico … –
Don Liborio rise sinceramente: – Ah signora mia, e che ci vuole, voi vi fate un problema che non esiste. –
– Sapete che cos’è? Sono troppo abituata a farmi il bidet, dopo … –
Il povero vecchio, del tutto impreparato a tanta confidenza, trasalì, non riuscendo a trovare niente da rispondere alla mia sfrontatezza.

Mi ero eccitata ormai.
I pensieri libidinosi che mi avevano invaso la testa, le curiosità morbose su quel povero vecchio, mi avevano catapultata in un mondo di fantasie erotiche.
Giocai la mia carta … ero decisa a vedergli il cazzo, il pensiero della sua probabile astinenza, mi faceva uscire di senno.
– Vi accompagno. – dissi, seguendolo dietro la casa. Poi, più diretta e un po’ troia, dissi con fina ingenuità – Mi avete fatto venire proprio la curiosità, vorrei farmi passare lo sfizio … me lo fate un favore? –
Il vecchio era nel pallone, non riuscì a darmi una vera risposta.

– Volete farmi la guardia? – dissi complice e sorridente –Voglio fare la pipì, voi vedete se viene qualcuno?
Tanto … non ho vergogna di voi, potreste essere mio padre … –
Don Liborio non capiva più niente. Era talmente confuso che non sapeva nemmeno se facevo sul serio; non sapeva se lo stavo trascinando in un brutto scherzo oppure no.
Non si aspettava nulla di quello che gli stava succedendo: era frastornato.

E quella sua, sincera, confusione fu la molla che mi diede la forza di essere più esplicita di quanto non lo fossi mai stata … in genere sono abbastanza passiva, sessualmente. Tanto … a che servirebbe industriarmi troppo?
Sin da ragazza, sono sempre stata abbastanza bella da dovermi più difendere dalle voglie di un uomo, che dal manifestargli le mie.
Insomma, se cercavo la possibilità di fare sesso non me ne mancava l’opportunità.

La sua ingenuità lo rese innocuo e indifeso, ai miei occhi.
D’altro canto ero più che sicura che l’uomo non avrebbe mai parlato di quella strana avventura. Non era un pagliaccio da osteria.
– Dove mi metto? – dissi, con la stessa ingenuità di una poppante.
Ero stata talmente diretta da fugare ogni dubbio in don Liborio, che ormai alla mia mercé, mi indicò, meccanicamente, uno spazio dietro un basso cespuglio di rose.

Con disinvoltura, essendo ormai eccitata, mi spostai di poco, nella direzione da lui indicata, ma feci bene attenzione da restare abbastanza in vista per il mio vecchio “amico”.
Cercai un cantuccio dove la terra era abbastanza piana da permettermi di effettuare la mia minzione senza rotolare sul terreno, dopotutto, ero ancora in tacchi e tailleur.
Caricando molto i miei gesti e facendo tutto molto lentamente, mi alzai la gonna stretta, fino ai fianchi, e mi scoprii il grosso culo bianco, abbassando le collant, fino alle ginocchia … ma non bastava … provai ad abbassarmi ma con le calze strette rischiavo di perdere l’equilibrio.

Don Liborio era sbiancato, guardandomi da dietro, a parte lo spettacolo a cui non era preparato, dovette credere che ero pure senza mutandine.
Probabilmente non aveva mai visto una donna in perizoma davanti a sè.
Calai giù piano piano anche quello, il filo nero scendeva lungo le mia cosce chiare, sottolineando le mie forme e mandando il povero vecchio in visibilio.
Il posto che avevo scelto, per farmi vedere meglio dal vecchio, era lontano da ogni appiglio … non un solo ramo per tenermi con la mano.

Allora divenni ancora più sfacciata, rischiando anche di offendere il malcapitato.
L’età c’era. E se era impotente … oppure aveva subito qualche operazione?
Alle persone anziane succede.
– Don Liborio – dissi a bassa voce – mi date una mano? Io qua cado sicuro! –
Lui si avvicinò, guardandosi nervosamente intorno … probabilmente aveva più vergogna per lui che per me.
Mi tenni alla sua mano, in precario equilibro, e finalmente lasciai sgorgare la mia abbondante pipì, acuita anche dal freddo che comunque iniziava a farsi sentire.

Il vecchio trovò la forza di sussurrare solo queste parole:
– Madonna mia, madonna … signò, vuje me fate morì, a me! –
– Ma no, perchè? Voi siete così bravo. – finsi una grande ingenuità – adesso mi asciugo e abbiamo finito, va bene? Tenete un fazzoletto pulito? –
Come un automa, prese il fazzoletto pulito, dove si era asciugato le mani poco prima, e me lo porse, ma io, infoiata e non paga, mi voltai verso di lui col sedere e chinandomi in avanti dissi:
– Potete asciugarmi voi, don Liborio? Io ho paura di inciampare nelle calze.


Il vecchio balbettò qualcosa, ma si decise e, con grande delicatezza, mi tamponò la vagina con la stoffa.
Standogli abbastanza vicino, potei costatare ciò di cui ero già certa, conoscendolo: era un uomo pulito e non puzzava.
Eccitata come mi ritrovavo, probabilmente, non mi sarei fatta troppi scrupoli … ma il fatto che, qualsiasi cosa sarebbe successa, mi trovavo in compagnia di un uomo pulito, mi rincuorava e mi faceva sentire libera … a mio agio.

– Signò, perdonatemi … io … forse è meglio che me ne vado! – sudava e quasi incespicava sulle parole – Non mi fate fare nu’sproposito! Io vi rispetto … –
– Ma lo so, lo so … voi siete un angelo. – dissi.
In quella assurda situazione, nel boschetto di pomeriggio, io ero di fronte al vecchio contadino, e, come se fosse la cosa più naturale del mondo, tenevo giacca e top di sopra , mentre di sotto, ero nuda e discinta, come mamma mi ha fatto.

La gonna accartocciata in vita, lasciava alla vista dalla vita in giù.
Lui mi guardava la passerotta, che io depilo solo ai lati, mentre al centro la lascio naturale, con la folta peluria castano scuro.
Sembrava una conchiglia scura, un riccio di mare … forse, e spiccava nettamente sulla mia carnagione molto chiara.
Lungo le gambe, collant e mutandine che mi impedivano un poco nei movimenti.
Come se fosse la cosa più naturale del mondo, gli presi la mano, senza far parola e me la infilai sotto la maglietta, facendo venire le sue dita a contatto col seno, enorme e morbido.

Toccare la mia pelle delicata lo fece trasalire, cercava di dire qualcosa, ma ormai era in mia completa balia.
– Restiamo cinque minuti, si sta ancora cosi bene … – parlavo per stemperare la tensione, le mie guance ormai erano di fuoco, per l’eccitazione ma anche per un po’ di vergogna, dopotutto stavo veramente esagerando.
Don Liborio, non più padrone dei suoi sentimenti, si strinse a me, abbracciandomi in maniera grossolana e impacciata.

Mi teneva il seno, poi mi toccava la pancia, le sue dita erano forti e ruvide; sentii la sua forza e la sue decisione: quando mi strinse la vulva, come si spreme un limone … mi fece trasalire.
– Voi siete vedovo, è vero? – dissi, pur di fare finta che niente fosse … non so cosa mi aveva preso, una specie di frenesia folle.
Intanto gli aprii il pantalone, un vecchio jeans con i bottoni di plastica, ma sotto portava un’altra difesa … poverino.

Certo, a stare sempre all’aria aperta, doveva riguardarsi: infatti indossava, di sotto un pantalone grigio, leggero, certamente un vecchio pigiama.
Non oppose resistenza, quando gli tirai giù anche quello, con una certa decisione.
Aveva le mutande bianche, gli slip che, in vita mia non avevo mai visti indossati.
Ero sorpresa che esistessero ancora.
Erano di cotone a coste e portavano una cucitura ribattuta, triangolare; un lato era aperto, per permettere la fuoriuscita del pisello.

Non mi fermava più niente, in quel momento, poteva indossare anche la minigonna ero decisa a trovare il suo cazzo, nonostante il cumulo di panni che lo ricopriva.
Non volevo niente di particolare … la mia frenetica ricerca aveva un solo scopo primario, esaltante: volevo vedere che effetto avevo fatto a quel vecchio. Volevo vedere come manifesta il piacere che gli donavo.
Che libidine!
Don Liborio ormai affannava. Aveva gli occhi socchiusi e biascicava qualcosa tipo:
– Bella, che bella che siete … – intanto, goffamente, si muoveva a shitti, cercando, a modo suo di accarezzarmi, tutta.

Sussultò, per poi bloccarsi subito dopo, quando si accorse che la mia mano, senza vergogna, cercava di intrufolarsi sotto l’elastico delle mutande.
Trovai la pelle rugosa e liscia dell’inguine, poco tonica, poi, seguendo i peli arruffati e caldi, trovai la radice del suo pene.
Era molliccio, barzotto, ma pulsava e tendeva a gonfiarsi.
Lui si riprese e tornò a martoriarmi le zinne, arrancando sui capezzoli turgidi, mentre io cercavo di prendere dimestichezza con quel suo arnese.

Non poteva essere duro, poverino, schiacciato com’era, e a testa in giù.
Glielo scorsi tutto, con la mano appiattita, che si intrufolava in profondità, tra le gambe dell’uomo.
Quando gli catturai il glande, abbastanza spropositato, lo trovai bagnato di smegma tiepido e succoso. La scoperta mi fece rabbrividire, lanciandomi nel corpo fitte di piacere, che mi facevano piegare su me stessa.
– Controllate che nessuno ci possa vedere – gli intimai, visto che non avevo alcuna intenzione di portarmelo in casa … volevo gustarmelo tutto, quel rapporto bucolico … Già sognavo di essere presa e sbattuta, senza riguardi, come faceva il “signorotto” di turno, tanti anni fa.

Ci spostammo ancora più dietro al grosso castagno e io mi abbassai di nuovo, cercando di non cadere. Mi aggrappai ai pantaloni del vecchio e gli tirai tutto giù, lasciandolo nudo, di sotto, con le sue gambe abbastanza glabre e magre.
Tra le cosce, alla luce del meriggio inoltrato, una massa molto scura, attraeva tutto il mio interesse e la mia libidine.
Il suo cazzo era cupo e per niente piccolo, solo non era in erezione totale, oscillava, libero, come una proboscide a ogni piccolo movimento del vecchio.

Però la cosa veramente grande era lo scroto … io non ero mai stata con un uomo anziano e non potevo saperlo, aveva le palle grosse, in una sacca rugosa, testa di moro, sembrava una sacca di cuoio … l’immagine era magnetica, aveva qualcosa di osceno che, però, mi attraeva … un certo fascino del peccato, del proibito.
Non mi ero mai sentita tanto trasgressiva.
Inoltre, e quel pensiero mi cadde addosso come una valanga in montagna, era la prima volta che vivevo da sola una mia iniziativa sessuale.

Mio marito non ne sapeva niente, non lo poteva nemmeno immaginare.
Era la prima volta, in venti anni che lo tradivo, in realtà.
Glielo avrei anche confessato volentieri ma tutto era successo così in fretta … come avrei potuto?
Ero certa che l’uomo non subisse un pompino chissà da quanto … forse era solo una mia illazione, ma mi piaceva pensarlo.
– Si sta facendo scuro – dissi, senza particolare motivo, giusto per non fare tutto in silenzio, don Liborio era un automa nelle mie mani e non profferiva un pensiero compiuto da oltre un quarto d’ora.

Puntellandomi bene gli presi in mano tutto il pacco e me o tirai verso le labbra.
Ebbi la netta sensazione che il vecchio cercasse di evitarmi, forse era troppo sorpreso per credere che tutto quello stesse succedendo veramente.
La sua titubanza mi rese ancora più accanita. Mi avventai sulle sue gonadi, succhiando e arrancando, decisa a prendergli in bocca una di quelle grosse, morbide, palle.
Ci riuscii.
I peli bianchi del vecchio erano umidicci e odoravano di maschio.

Dopo una gustosa leccata, mi dedicai alla sua asta, che, attimo dopo attimo, diventava sempre più rigida e imponente.
Don Liborio doveva aver avuto un cazzo notevole, da giovane.
Me lo indirizzai tra le labbra e gli presi il glande in bocca, succhiandolo con veemenza.
Lui mi stava cadendo addosso e dovette aggrapparsi alla scala. Stringeva le gambe e cercava di sottrarsi, involontariamente, probabilmente era per la goduria.
– Signò che mi fai, mamma mia … che mi fai.


Non potevo né volevo rispondere. Vista la sua reazione spropositata, mi dedicai anima e corpo al bocchino, cercando di portare don Liborio alle stelle.
Quando riuscivo a prenderlo quasi tutto in bocca, lui si piegava sulla pancia, come se dovesse pisciare e non riuscisse a trattenersi.
Lo stesso io, non riuscivo a fermarmi, ero molto eccitata e mi strusciavo, frenetica, le dita sulle grandi labbra, incapace di resistere alla voglia di trastullarmi.

– Tra poco ve ne dovete andare, facciamo presto. – gli dissi liberandomi la gola – Riuscite a venire? Volete venire? –
Capii che affermava, ma era troppo sperduto nella sua estasi, per rispondere in maniera sensata; allora mi alzai e cercai di portare a termine l’accoppiamento prima possibile.
Era tardi. Era rischioso … e, infine, non sapevo il vecchio che tempi avesse, poteva pure metterci ancora mezz’ora.
Non mi andava di lasciarlo andare via a bocca asciutta poverino, chissà da quanto non scopava; ma neppure mi andava di menarglielo in tutti i modi pur di farlo arrivare.

Sarebbe diventato noioso e seccante: non era mica andato a puttane, dopo tutto.
L’albero che ci faceva da paravento, verso la casa e il resto del giardino, aveva una comoda sporgenza: era lo spezzone di un ramo potato chissà quanti anni prima.
Mi ci accostai e usai quello spezzone per ancorami con la mano, così, potei mettermi a 90°, considerando che era la posizione migliore per gestire l’introduzione del suo pene e, dopotutto, eravamo così precari, là fuori, che non è che ci potessimo permettere grandi performance.

Tutti quegli arzigogoli mentali, su luogo e posizioni, le poche parole scambiate con lui, senza amore, senza trasporto ma solo con l’obiettivo, preciso, di fare una porcata con un vecchio laido, mi rinvigorirono il piacere. E ricaricavano di umori la patatina.
“Ottimo, pensai, fradicia come sono, il cazzo dovrebbe scivolarmi dentro facilmente. ”
Guardai con attenzione il membro di lui, che era al mio fianco. Si masturbava aspettando, compostamente, il suo turno.

Riflettei un attimo e capii tutta la situazione: don Liborio era stato un superdotato, negli anni d’oro. Ora, con l’età, il sangue non aveva più la stessa forza e, nonostante fosse gonfio come un palloncino, non era molto duro.
– Venite dietro! – gli ordinai e lui eseguì, senza dire una sola parola.
Mi puntò subito il glande in figa, ma quando premeva per entrarmi dentro, il suo pene si piegava.

Mi impossessai della punta del cazzo, con la mano libera, e, da sotto, con le dita cercai di pressarlo tra le mie grandi labbra.
Lo mollai di nuovo, mi riempii la mano di saliva e me la ripassai in figa per essere lubrificata al massimo.
La mia cosina era per natura molto stretta, purtroppo e, se un cazzo non era bello, consistente, non era facile introdurcelo; mi era già successo.
Ricominciammo ad armeggiare: io col glande che forzavo l’apertura e don Liborio, che si teneva il lungo bastone con due mani, stringendolo come un capitone, per non farlo sgusciare via.

“Ecco, ci siamo” pensai, quando finalmente, avvertii il suo ingresso nella mia natura.
Piano piano don Liborio, forzando e spingendo molto lentamente, s’intrufolò in me, col suo lungo serpente gonfio e mi possedette.
Dopo alcuni secondi mi era dentro fino ai coglioni, il cui contatto, mi diede un rovente piacere, che mi attraversò fino alla nuca.
Avevo la pelle d’oca, e non per il freddo della sera, ve lo assicuro.

Il vecchio, ora che comandava e fotteva, si bloccò dentro di me. Per non rischiare di uscire dalla vagina, non chiavò, piuttosto, esercitava dei piccoli movimenti sussultori,
delle piccole spinte, aiutandosi con le mani che mi avevano bloccata per i fianchi.
Sentirmi tutta riempita da quel coso che sussultava mi portò a un lungo stato d’estasi.
Quando il vecchio, raggiunto un ritmo che gli confaceva, con una mano si spinse in avanti per cercarmi le poppe, gliele liberai dalla maglia e dal reggiseno, per evitare che mi rovinasse gli indumenti.

Ora eravamo nel giardino … compivamo l’antica copula in mezzo al verde. In mezzo alla natura, fredda, di dicembre.
In modo discinto, in totale abbandono, mi lasciavo chiavare da quel poveretto che non vedeva una figa da anni. Mi toccava con bramosia il culo e poi, quando ci riusciva, si aggrappava a una delle tette, che ballonzolavano sotto i colpetti di cazzo che mi imponeva.
Don Liborio aveva le gambe un po’ piegate per mettersi al meglio a favore della mia vagina spalancata.

Quando mi accorsi che l’eccitazione gli aveva reso il cazzo estremamente più duro, quando ne sentivo la presenza viva fino alla pancia, i movimenti del vecchio diventarono più virili e, anche se per poco, iniziò a chiavarmi veramente.
Era pur sempre un uomo muscoloso e sano. Si rizzò sulle gambe e cominciò a stantuffare come un toro sulla giovenca.
Tirava, annaspava e chiavava. Dopo nemmeno due minuti, soffiando dal naso, si irrigidì, gemendo, e allora capii che stava per sborrare.

Me lo tolsi dal corpo mentre già le prime gocce di sperma mi irroravano la figa, ma non rinunciai a voltarmi e a prendergli il cazzo in mano …
Volevo vederla e sentirla la sua sborra, alla fine, tutto quello che era accaduto, era frutto della mia curiosità riguardo a come sarebbe venuto il vecchio contadino.
Lo sperma gocciolava a fiotti, come spinto da pulsazioni, era bianco, diafano, mi sembrava molto liquido rispetto a quello denso e appiccicoso di mio marito.

Ero in estasi, tenevo il cazzone con una mano e le sue palle nel palmo dell’altra.
Lo presi in bocca.
La sborra usciva ancora. Succhiai, ne ricevetti ancora in bocca, sulla lingua.
Il sapore del suo sperma era più o meno il solito, mentre l’odore era meno penetrante.
Mentre mi accanivo, sovreccitata, con la figa gocciolante, non feci caso al poveretto, che per poco non mi sveniva addosso, dal piacere e dalla stanchezza.

Si aggrappò all’albero per tenersi in piedi.
– Mamma mia, mamma mia … signò! – mormorava – Signò, non mi tengo, non mi tengo … –
Non capii. Ero troppo intenta a succhiare il pene molliccio ma piacevole; mi resi conto del suo avvertimento solo quando un fiotto salato mi invase la bocca: arretrai.
Ecco cosa voleva dire, il poveretto stava pisciando e proprio non riusciva a trattenerla.
Non mi arrabbiai, non volevo mortificarlo.

Mi alzai subito e, messami di fianco, gli tenni il pisello per tutta la sua lunga pisciata, divertendomi a indirizzare il suo cazzo a destra e a manca.
– Vado dentro, don Libo’ … s’è fatto tardi. Buonaserata! – in un attimo mi ricomposi e lo lasciai là fuori, a riprendersi, nell’oscurità della sera, incombente.
Arrivata a casa, davanti allo specchio mi resi conto della devastazione del mio abbigliamento.
La maglietta era sporca di sborra, ancora umida, le calze si erano sfilate in più punti e il tailleur era tutto stropicciato.

Ma ne era valsa la pena.
Non mi potei permettere di venire a mia volta, come mi piace fare, s’era fatto veramente tardi.
Però, la notte, tentai il tutto per tutto e quando mio marito, completamente ignaro del mio tradimento, arrivò a letto, lo aspettavo tra le lenzuola, completamente nuda.
Lui percepì subito il mio messaggio e lentamente iniziò a carezzarmi, delicatamente.
Nascosta, dietro la schiena, tenevo la maglietta nera intrisa di sperma.

Appena sarebbe stato più eccitato, gliel’avrei mostrata per raccontargli questa storia, così come l’ho appena confessata a voi.

Che ne dite, mi perdonerà?

Sonia, la mia sorellastra

“Mi dispiace Sonia, non so cosa mi è preso, fatto sta che leggere quello che scrivevi, beh, hai visto no che reazione?”
“Ho visto sì scemino” “E…” “Pensaci per Martedì …. “
Cosa mi devo aspettare adesso? Una volta premuto INVIO non si torna indietro, e da una semplice battuta ne è nato un invito in piena regola, un invito a casa mia, per Martedì mattina, da me, io e lei ….

Era da un po’ che non ci sentivamo, le nostre vite non riuscivano a combaciare, vuoi il lavoro, vuoi le famiglie, anche se questo termine mi fa un po’ sorridere, visto che lei E’ parte della mia famiglia ….
Sonia, trenta anni di sorella, sorellastra per la precisione, figlia di mio papà e …. Più di dieci anni di differenza, un legame mai sbocciato definitivamente, c’è sempre stato affetto ma con distanza, negli ultimi anni qualche
messaggio di circostanza, gli auguri per le ricorrenze, niente di più.

Io, 42 anni persi per la nebbia, traducendo una locuzione tipicamente veneziana, una famiglia persa per strada, una moda degli ultimi anni evidentemente questa, un padre che non c’è mai stato, una sorella, una sorellastra, Sonia appunto, un fratellastro da qualche parte nel mondo, credo, e mi fermo qui, nessun cugino perché mio papà ha compensato anche per il resto della famiglia.
Con Sonia ci siamo sentiti ultimamente perché giravano voci che suo marito le facesse le corna, la volevo mettere in guardia su quello che si diceva in giro, poi un messaggio tirava l’altro, un prima confidenza velata, una seconda meno velata, fino a che è sbottata, confessandomi con non poco imbarazzo la loro situazione.

Io leggevo attonito quello che lei mi scriveva, senza dir niente scoprivo che lo sapeva, che non ne andava di certo orgogliosa, ma che comunque era ricambiato, lei sapeva di lui ma non il contrario.
Mi ha confidato il nome dell’amante e per poco non mi prendeva un colpo visto che lo conosco bene, mi ha confidato com’è cominciata, quando si vedevano, poi come per togliersi un sasso dallo stomaco, ha iniziato a raccontarmi cosa facevano nei loro incontri, a grandi linee come uno scambio di messaggi può lasciar immaginare, ma pur sempre confidenze parecchio intime….

Non mi sono sconvolto dai racconti, mi ha fatto pensare solo il fatto che la povera ed innocente sorellina fosse in realtà capace di architettare una cosa del genere. Poi si sa che la mente di un uomo vola in un istante quando si parla di sesso, e immaginarla in quegli atteggiamenti è stato un attimo, e, sempre come un lampo, un certo desiderio si è fatto strada in me ….
Non che mi facesse schifo la sorellina, anzi, c’è da dire che papà ha dei buoni geni in corpo da trasmettere, e le sue compagne non sono state da meno, quindi ci difendiamo egregiamente tutti quanti in famiglia, Sonia probabilmente ha una marcia in più, almeno adesso nella mia mente, e immaginarla nuda nel mio letto, beh, fa il suo bel effetto.

Tra una sua confidenza e l’altra sono riuscito a mandarle anch’io qualche messaggio, facendo un po’ il cascamorto dicendole quanto fosse una bella donna, di come capivo tutti gli uomini che le ronzavano attorno, le confessavo la mia solitudine, la mia voglia di avere una donna vicino, dal canto suo qualche complimento di facciata, sul fatto che fossi un bell’uomo anch’io, per metterla in ridere poi mi ha detto che se solo avesse avuto l’occasione mi avrebbe fatto la festa ….

E l’occasione perché non crearla?
“Sonia, martedì sono a casa da solo la mattina, visto che sei in ferie, passa a trovarmi no? Che un paio di idee ce le avrei per sopperire a questa sensazione di solitudine che ho …. “
E’ partita un po’ così la cosa

“Ah si? Visto che siamo fratello e sorella non so proprio cosa tu possa avere in mente, perché niente possiamo fare … “ la sua risposta

“Ti mando una foto così vedi che effetto FRATERNO mi stai facendo???”

E senza attendere risposta le invio una mia foto a torso nudo, in slip aderenti, con l’AMICO in piena salute compresso tra gli elastici.

“TU SEI FUORI………!!!!!!”

“Scusa Sonia, mi sono lasciato prendere un po’ la mano, ma sai …. “

E lascio il discorso cadere, sperando che il mio finto pentimento la faccia restare, e non scappare come temo ….
Sono seguiti altri messaggi, fino all’ultimo, dopo averle augurato la buonanotte, senza risposta da parte sua …
Non mi aspetto niente, anche se idee ne ho tante, nella mia mente ho già preparato l’incontro, nei piccoli dettagli, dal farla accomodare in divano all’offrirle da bere, dal chiederle come vanno le cose a casa al parlare anche di frivolezze, dal volerla abbracciare al darle un casto bacio sul collo, dal tenerla stretta sperando che non si voglia staccare al cominciare a sussurrarle quanto bella è nell’orecchio ….

NUOVO MESSAGGIO

“E’ sempre valido l’invito per stamattina?” Mezzo infarto ….
“Certo!!!! Sempre per te!!!”

“Arrivo tra mezz’ora, ma non farti strane idee però 😉 “ Ecco, mani avanti, e adesso?
Al momento della premiazione agli Oscar come miglior film erotico del secolo, ecco che mi sveglia dal sogno col suo pragmatismo, mettendo ste benedette mani avanti!!!!

La mezz’ora vola via velocissima per sistemare la casa, suona alla porta, le apro, sale le scale, entra, si accomoda, mi sta ad almeno un metro di distanza, il sorriso che avevo stampato in faccia lascia il posto ad un velo di tristezza, me l’ero immaginata diversamente la mattinata ….

Sono in piedi come un ebete e lei è seduta in cucina, un po’ spazientita della scarsa accoglienza, un po’ nervosa, le dita delle mani che tamburellano sulla tavola, mani lisce, mani curate, mani affusolate che al solo pensiero di cosa potrebbero prendere in quel momento ….

Mani che mi passano davanti agli occhi “Ehi??? Ci sei??? Sei imbambolato????” “Scusa Sonia, ero un attimo sov****nsiero”
“Ho visto…. comunque un’altra volta evita di mandarmi foto del genere, per due motivi, mio marito l’ha vista e non ti dico che rottura di palle, gli ho spiegato che avevi sbagliato numero e non era per me, che nella foto eri tu, se ne è capacitato solo dopo che ha riconosciuto il tatuaggio in un’altra foto che avevo per fortuna ….

“Mi dispiace Sonia, non so cosa mi è preso, fatto sta che leggere quello che scrivevi, beh, hai visto no che reazione?”

“Ho visto sì, scemino”

“E scusa, ma mi ha detto per due motivi, o sbaglio? Uno è tuo marito, l’altro?”

“L’altro è …. “

Un lampo

“Ma Sonia, che fai?”

“Che faccio? Mi hai fatto venire una voglia l’altra sera stronzo !!!!”

Il film ha preso una piega un po’ diversa, dal provarci, adesso mi ritrovo piacevole vittima della sua voglia, la sua mano che mi prende il membro nel pieno della sua erezione, la sua bocca che mi cerca, il suo corpo che si fa contro il mio ed non sto certo lì a guardare e “subire”.

Con la forza della mia età la faccio sentire bella, desiderata, la spoglio con la foga e la capacità che l’esperienza mi ha dato in questi anni, un piacevole gioco eccitante, non volgare, non banale, la sento sempre contro di me, la sento desiderosa e desiderabile, le mie mani che per la prima volta la scoprono in questa nuova veste di amante, mani che cercano di capire perché la natura ci ha fatti così, belli ma fratelli, mani che se ne fregano di questi spiacevoli convenevoli, mani che le uniche barriere che incontrano non sono quelle mentali ma i vestiti che abbiamo addosso ….

La bimba è capace, si sente, si vede, la maestria con cui mi accarezza la dice lunga su quello che mi aspetta, quelle mani nervose hanno lasciato il posto a mani sicure, che sanno, che vogliono, che fanno ….
Mi massaggiano, l’asta, la base, i testicoli, il glande, indistintamente, con leggerezza ed erotismo, mani che accarezzano il mio corpo, mani che mi regalano piacere, mani che aiutate dalla bocca si prodigano in un pompino da brividi alla schiena, lingua che da piacere infinito, occhi che mi guardano complici mentre la testa esegue il più naturale dei movimenti …
Le mie accompagnano i movimenti della testa, la tentazione di spingerla verso di me è forte, forte come la sua capacità di far sparire dentro la sua bocca tutto il mio pene, senza soffocare ….

Ma voglio godere anch’io di quel corpo tanto bello, di quel regalo che Madre Natura ha fatto a noi uomini, la prendo sopra la tavola, lei, bagnata, si lascia andare, sentire quel piacevole calore è una sensazione che non sentivo da un po’, sempre un bel posto, sempre un bel porto dove approdare.
La guardo distesa sulla tavola, i seni liberi, le mani che si tengono le gambe, per darle più piacere gioco un po’ con il suo clitoride mentre la penetro, cosa che le piace tanto anche, e quel piacere non me lo voglio perdere, mi sfilo, mi chino, mi tuffo con tutta la faccia tra le sue gambe, a godere appieno dei suoi umori, della sua voglia, del suo desiderarmi ….

I suoi piedi mi spingono via delicatamente, scende dalla tavola e si gira, si china regalandomi lo spettacolo del suo culetto in primo piano, mi rialzo e senza pensarci rientro dentro, per la porta principale, le prendo i capelli con la mano destra, glieli tiro un po’ così da farle inarcare la schiena, si morde le labbra, si prende i seni tra le mani, io la prendo per un fianco, la cavalco a più non posso, forti mugolii le escono dalle labbra che si sta mordendo, sta godendo, ed io con lei, non c’è tempo in questo momento, non ci sono né le ore né i minuti, un secondo come una vita, un piacere infinito, un piacere che non tarda però a venire, in tutti i sensi.

Lei trema, le lascio i capelli, la testa si appoggia al tavolo, le prendo i fianchi con entrambe le mani, gli ultimi affondi, uno, due, esco, me lo prendo in mano, grosso e duro, le appoggio il glande sul solco delle natiche, il contatto col suo corpo mi fa venire, le vengo lungo la schiena fino a prenderle i capelli ….
Il tempo di recuperare due forze in croce, e poi a far la doccia, assieme, dove li abbiamo ancora qualcosa da dirci, da darci, forse anni di desideri soffocati ed inespressi ….

Rosita e Caterina in una gangbang

Certo che non ci facciamo mancare proprio niente quando gli incontri vengono organizzati da quella sgualdrina di mia moglie e da quel pervertito di suo fratello. Lei non ha ancora finito di farsi coprire la schiena dalla sborra della sua amica trans che già si getta a pulire il cazzo del negro appena uscito dal culo di mio cognato. E che cazzo, ragazzi! Quando s’è calato le brache a inizio serata mi sono spaventato alla vista di quell’affare.

-Scordatevi che entri nel mio culo! – ho annunciato. – Amo anche i piaceri del secondo canale, ma non ho intenzione di aver il buco in fiamme per una settimana! –

-Meglio così – è intervenuto il fratellone frocio, – me lo tengo tutto per me – così dicendo si è fiondato su quella tremenda minchia di cioccolato. Se l’è fatta sparire in bocca e ha cominciato a spompinarlo con foga.

E da lì è partita la nostra serata.

Adesso guardo lui e sua sorella bere dalla fontana di panna che sprizza da Efe, una trans più dolce della più zuccherosa delle femmine, con l’attrezzo che piace a mio cognato.

Ne sono entusiasti. Potrei dire con sicurezza che mia moglie, Caterina, è una sommelier dello sperma. Ne ha assaggiato così tanto che potrebbe scrivere un elenco telefonico dei suoi preferiti. Non ne perde mai una goccia e non va mai a dormire se prima non me l’ha succhiato fuori tutto.

Caterina in alcune mattine me lo spreme sulle fette biscottate. Dice che non c’è nulla di più energetico.

Ho sposato davvero una troia di prim’ordine ! E suo fratello non è da meno.

È un appassionato culo; passerebbe la giornata a farsi fottere da maschioni palestrati pieni di tatuaggi oppure da forze dell’ordine in divisa, ma non disdegna anche le trans dalle misure extra-large. Una volta s’è fatto montare per quattro ore consecutive da cinque superdotati.

Ma il suo piacere è anche attivo. Scopa tutto quello che si muove, infila l’uccello

dove capita e schizza come un coniglio. Non ho mai visto nessuno sborrare così lontano. Quando ti fotte a pancia in su e lo toglie sul più bello ti ritrovi col viso e i capelli impiastricciati.

Si è trovata anche una moglie, una donna dalle forme un po’ esagerate, una del tipo Milly Carlucci a cui prepara incontri extra, da vero cornutone.

La moglie si Chiama Rosa, Rosita per gli amici perchè ha fatto capire a tutti che è snob, milionaria ed adore prendere i cazzi tra le sue tettone. Insomma, un nome spagnoleggiante per una che avvicina tutti con le sue spagnole prima di iniziare maratone di sesso. Sono davvero due porci, della serie Dio li fa e il Diavolo li accoppia…ma si sa, i parenti non si possono scegliere.

Anche se questi due sono semplicemente vergognosi nei loro comportamenti sessuali, riescono a mascherare bene ogni cosa e tutta Milano li considera come una coppia perfetta, adorabile per quante coccole si fanno in pubblico.

Inutile contare i cazzi che consumano tra le quattro pareti di casa, ed anche in trasferta. Una volta ad Andrea e Rosita ho dovuto anche procurare uno stallone. Dopo le preghiere di Caterina e qualche regalino che mi aveva fatto (nulla di che, aveva semplicemente indossato delle calze che valorizzavano le sue gambe ed un perizoma sexy, promettendomi di farsi sottomettere come avrei voluto io in quella festicciola) andai a procurare lo stallone a Rosita.

Dopo aver contattato, tramite internet, Sergio, lo incontro. Andiamo insieme io ed Andrea a parlare con il bull di Rosita.

Il bull di fiducia dovrebbe essere il miglior amico del marito. Ci sono cose che un marito è bene che non chieda alla moglie. Anche se gli piacerebbe vederle vivere delle situazioni, magari anche estreme, è restio a proporglielo. Così marito e moglie devono convivere, e certi ricordi potrebbero inquinare il rapporto, e magari rovinarlo per sempre.

Se invece questo compito se lo assume il bull, moglie e marito hanno qualcuno su chi scaricare le responsabilità. Nel peggiore dei casi, non ci si vede più e chi s’è visto s’è visto. Andrea precisò, in quell’incontro, a Fernando che la coppia funzionava e Rosita amava molto scambiarsi.

“Beh, contenti voi – rispose Fernando – ma ti assicuro che tua moglie è già una

gran troia però ha le potenzialità per migliorare ancora, per diventare una…supertroia.

“L’ hai conosciuta da poco su internet, come fai a esserne così sicuro?” “Fidati, l’ ho vista. Quel che fa le piace. “
Si interruppe, come se temesse di dire troppo.

“Ma, dimmi, tua moglie cosa ti ha detto di quel che è successo?” “Tutto !”

“Tutto ? Bene…. allora……vedi, a tuo moglie piace il sesso, e fin qui tutto normale, ma le piace anche essere dominata, le piace che le si ordini di fare questo o quello, e le piace ubbidire.

Io ho una certa esperienza, e so distinguere fra chi subisce passivamente, magari per far piacere al marito da chi, come tua moglie, si eccita ad essere coinvolta in certe situazioni. Per esempio, quando mi ha pregato di fare smettere quello che la stava inculando……beh mi hai capito…..io l’ ho fatto, ma sono sicuro che se le avessi detto di no non si sarebbe ribellata. “

“E quindi -aggiunse mio cognato – secondo te mia moglie potrebbe migliorare? E come si svolgerebbe la cosa?”

“Tua moglie – si guarda in giro e abbassa la voce – quella gran troia di tua moglie, ha dei grossi margini di miglioramento, fidati.

E’ semplice, per cominciare la porti da me, a casa, dove inizio ad educarla, e intanto vedo come procedere. Poi, quando penso che sia pronta a procedere con la dominazione, le faccio vivere situazioni più hard, più estreme. Tutto qui. “

“Tutto qui ? – svuotò il bicchiere – gliene parlo e sento cosa dice. Però, voglio chiarire subito una cosa, perchè non ci siano malintesi. Non voglio sentir parlare di contratti, di schiave o altre cazzate del genere.

Altra cosa: l’ unico che può filmare o fare foto sono io e, in qualsiasi momento io lo decida, il..gioco si interrompe. D’accordo su questo?”

“D’accordissimo, figurati. Ciao, è stato un piacere conoscerti…e, quando pensi di portarla?”

“Questo sarà sempre e solo lei a deciderlo Ciao”

Arrivo a casa che sono quasi le nove. Caterina mi ha aspettato per cenare e, appena seduti a tavola.

“Allora, com’è andata? Cosa ti ha detto?” – sembra addirittura più impaziente di Fernando anche se quella di cui si parlava era la cognata, Rosita.

Quella serata, mia e della mia Caterina ci siamo divertiti e dopo un primo round di sesso, io ed Efe siamo ancora appiccicosi del nostro sperma. Mi ha donato il suo culo cavalcandomi sul divano, dandomi la schiena e permettendomi di stringere e massaggiare le sue meravigliose tette. È una delle mie posizioni preferite. Fotto e posso muovere le mani a mio piacimento. Posso toccare le cosce, le chiappe, le tette, infilare le dita in bocca della mia compagna, masturbarle il cazzo lungo e duro, farla sborrare insieme a me.

E così è proprio successo. Mentre mia moglie si faceva spanare il culo da un’altra amica di Efe, la Sissy, col suo uccello dal diametro formidabile, forse non lungo, ma davvero temibile, e mio cognato gemeva come una cagna sotto i poderosi colpi dell’ariete di ebano, il culo di Efe

correva veloce sulla mia asta dritta come un fuso e dura come il marmo. L’aria era ebbra di sesso allo stato puro, i corpi si muovevano frenetici alla spasmodica ricerca del piacere totale, salivano ansiti e incitamenti a spingere più in fondo.

La mia mano segava velocemente quel bell’uccello trans e dalle mie palle venivano le avvisaglie di una prossima eruzione. Sborrammo insieme in una fontana di piacere assoluto. Mentre il suo uccello trans veniva nelle mie mani, Efe si toglieva il mio dal culo e si faceva schizzare sulle cosce e sulla pancia. Mia moglie che si stava leccando ancora le labbra dopo aver gustato quella calda salsa di sperma, si avvicina, lasciva, al nostro divano e si getta con voluttà sui nostri uccelli mezzi molli.

Afferra il mio con la mano e si mette a succhiare quello di Efe, poi cambia, come la più navigata delle pornostar. E mentre ci succhia ci guarda negli occhi, vuole leggere il nostro piacere ed eccitarci ancora di più. Si sbatte i cazzi sulla lingua, li lecca a partire dalla base dell’asta, si piega a succhiare le palle.

In breve ci rimette in forze. Io e la trans ci troviamo di nuovo dritti ed eccitati, ci baciamo e ci tocchiamo lasciando che quella troia di mia moglie si prenda cura dei nostri cazzi.

Gli altri si sono seduti in poltrona, sfiniti dalla cavalcata. La nera nerchia di Sissy giace esanime tra le gambe del suo padrone, mio cognato si massaggia il culo che sicuramente gli brucia dopo essere stato ripassato a dovere. Mia moglie continua il doppio bocchino. È talmente ingorda che cerca di infilarsi entrambi i nostri uccelli in bocca insieme ma non ci riesce. Forse nella figa sarebbe più facile.

Glielo propongo e lei accetta.

Che io sappia non ha mai provato, ma con lei nulla si può dire.

Chiamo il finocchio perché lui sa come architettare certe cose. In quei giorni stavano facendo dei lavori di manutenzione all’impianto elettrico e di sorveglianza dell’hotel alcuni operai di una ditta.

Gli sguardi degli operai furono subito catturati dal corpo e come al solito dal culo di mia moglie che anche vestita sportiva non passava inosservata ogni volta che entravamo nell’hotel.

Passai all’azione: parlai con uno degli operai che mi fece parlare con il loro capo Giorgio, un bel ragazzo sulla quarantina, moro, abbronzato e dal fisico muscoloso, aveva un espressione sprezzante e strafottente. Ascoltò la mia richiesta di conivolgere lui e i suoi operai in una gangbang con mia moglie con un ghigno compiaciuto mentre masticava una cingomma. L’idea era di suo gradimento, avrebbe pensato lui a chiamare un pò di amici e a decidere un posto appartato dove organizzare l’ammucchiata, dovevo passare dal suo magazzino la sera seguente e mi avrebbe detto dove saremmo andati.

Avevo già detto tutto a Caterina togliendole questa volta il fattore sorpresa, anzi volevo eccitarla portandola con me a conoscere uno dei “protagonisti”, ovvero Giorgio.

Suonai al magazzino di Giorgio, il quale mi aveva dato il giorno prima l’indirizzo, verso sera all’orario di chiusura quando ci sarebbe stato solo lui in magazzino.

Giorgio mi aprì ed entrai con Caterina che Giorgio guardò un pò stupito.

“Giorgio questa è Caterina…”

Giorgio le guardava le tette e il culo nemmeno la degnò di uno sguardo in viso, “Ah bene, il nostro giochino lo facciamo dopodomani alle 6 di sera in un capannone abbandonato subito fuori del paese qui su questo foglio ti ho scritto l’indirizzo”

Caterina aveva un paio di leggings aderenti che le esaltavano le forme del culo e le tette seppur di dimensione contenuta spuntavano dalla t-shirt scollata in maniera provocante.

Giorgio era quasi ansimante dall’eccitazione e colsi la palla al balzo. “Katy perchè non ti presenti a Giorgio con un bel pompino…”
Katy, senza esitare, si inginocchiò davanti a Giorgio, il quale incredulo tirò fuori il cazzo dalla zip dei pantaloni, ed iniziò a succhaire il pene di Giorgio che era già bello duro e di dimensioni non esagerate ma ampiamente sufficiente perchè mia moglie ci si potesse divertire per bene. Si accompagnava ogni tanto con la mano e si fermava ogni tanto per sbavarci in cima, per poi leccarlo tutto comprese le palle.

Lo tirai fuori anche io e Katy iniziò a alternare il suo spompinare tra il mio cazzo e quello di Giorgio mentre con le mani smanettava il cazzo che non aveva in bocca. Giorgio le schizzò una mega sborrata in viso e io alla vista dei Caterina che ripuliva il suo cazzo, leccando lo sperma rimasto, mi accorsi che stavo per venire.
La spinsi verso di me e le venni tutto in bocca.

Ci richiudemmo i pantaloni, Katy si alzò e salutai Giorgio che mi rispose “Vedrai che la facciamo divertire la puttana di tua moglie, hai fatto bene a presentarmela oggi, ora ho capito di cosa ha bisogno e di come le va dato. ” e le diede una bella tastata al culo.

Come acqua sulla pelle

La ragazza gemette languidamente e si spinse contro di lui, premette il sedere contro il sesso turgido del ragazzo e lo stuzzicò muovendolo provocante.

Senza rendersene conto si ritrovò dentro di lei
Non era tipo dal rimpianto facile, ma in quel frangente si malediceva per non aver mai acquistato un navigatore satellitare portatile.
– Eppure… non posso già essere qui! – mormorò mentre fissava un punto sulla carta IGM
Estrasse la vecchia bussola in ottone per orientare la carta mentre analizzava la vegetazione per valutare la quota in cui si trovava, in modo da stimare la propria posizione.

Studiò per qualche istante la carta quindi si convinse.
– Se non mi si è fermato l’orologio ho percorso tre ore di sentiero in meno di due… qualcosa non quadra.
Dinanzi a lui il sentiero nel bosco si divideva in tre rami, due ben battuti ed il rimanente chiaramente abbandonato da tempo. In questo la vegetazione ne aveva, quasi completamente, cancellato il tracciato.
Si sedette per risposare qualche istante mentre ripensava alle parole del vecchio, giù al paese, ed alle indicazioni sulla strada da seguire; giunto in quel punto doveva continuare a salire lungo la costa della montagna costeggiando il torrente che scendeva verso valle.

In cima al sentiero, dopo altre due ore di marcia, avrebbe trovato la cashita che alimentava il lago di Aela.
Si era incamminato nel primo pomeriggio per giungere al lago al tramonto in modo da poterlo fotografare in quell’ora particolare. Secondo il vecchio solo al calar del sole il lago si tingeva di un blu profondo nonostante riflettesse il rosso del cielo mentre la cashita si colorava di giallo oro. Uno spettacolo unico in quella zona che meritava la fatica per raggiungerlo ed il pericolo del ritorno a valle nella notte.

Proprio per evitare di dover ripercorrere il sentiero al buio si era attrezzato con sacco a pelo e numerose provviste, avrebbe dormito sulle sponde del lago, magari su di un materasso di morbida erba in compagnia della borraccia di grappa ed un buon sigaro per poi ridiscendere al mattino.
Qualcosa, però, non coincideva con le istruzioni ricevute, aveva raggiunto il bivio troppo presto, quindi o non era il sentiero giusto oppure le indicazioni non erano poi così precise.

Inutile dire che il lago sulla carta non era segnalato, solo uno scarabocchio del vecchio ne indicava la posizione.
– E se fosse il tipico scherzo dei vecchi del luogo?
Ricordava la notte trascorsa, tempo prima in valle d’Aosta, alla ricerca dei “Dahù”: i tipici erbivori valligiani con le zampe anteriori più corte a furia di brucare l’erba in salita. Oppure dei fantomatici volatili che atterrando sui ghiacciai scivolavano sui genitali emettendo il loro richiamo “hoy-hoy” e da qui il loro nome volgare.

Almeno quegli scherzi non li aveva subiti da solo, chi lo aveva macchinato si era passato la notte con lui su per i monti.
(nda: questa non me la sono inventata!)
Forse qui, all’imbocco della valle di Susa, erano peggio degli altri montanari quando si trattava di prendere in giro il nuovo arrivato o, forse, aveva solamente camminato più veloce del previsto.
Riprese il cammino lungo il sentiero in stato d’apparente abbandono.

Si rese conto di sentire solamente il rumore dei propri passi nonostante prestasse attenzione a non calpestare rami secchi o foglie, non un refolo di vento tra le foglie e nessun segno di vita a****le se non qualche traccia. Era circondato dal silenzio assoluto. Per questo riuscì a cogliere in anticipo l’avvicinarsi alla cashita, il fragore dell’acqua gli giungeva all’orecchio attraverso i faggi rifratto dai tronchi a tal punto che era impossibile stabilirne l’origine.

Non era salito molto di quota, il sentiero dopo una ripida impennata si era stabilizzato quasi in piano e correva lungo tutto il fianco della montagna. La meta era un piccolo altipiano posto a metà tra il fondo valle e la vetta, qui si trovava il lago e da una parete verticale di almeno cinquanta metri cadeva l’acqua proveniente dai ghiacciai.
Accelerò il passo spronato dal suono che annunciava l’approssimarsi della meta senza rendersi conto che il sentiero andava nettamente migliorando.

I faggi lottavano per contendere lo spazio alle prime betulle e alle conifere, segno che il clima di quella zona era generalmente più fresco, ma così non pareva quel pomeriggio tanto che l’acqua sicuramente fresca del lago iniziava ad apparire come un miraggio. E come tale apparve all’improvviso dietro una curva del sentiero.
Dapprima vide la cashita. Non appariva maestosa come s’era immaginato, la minima portata dovuta alla stagione avanzata e la relativamente scarsa altezza non giocavano a suo favore, ma le rocce rosse ed il verde della rigogliosa vegetazione la rendevano bellissima.

La lunga marcia stava dando i suoi frutti.
Il lago apparve poco dopo, appena guadagnati i pochi metri che lo separavano dal pianoro. Era un piccolo specchio d’acqua circondato per almeno tre quarti del perimetro da altissime conifere. Da un lato, però, confinava con i limiti del pianoro e nessun albero nascondeva il paesaggio sottostante. Il gioco ottico dei piani e la superficie riflettente dell’acqua lo facevano apparire inclinato verso valle, come se fosse un fiume che si precipitava giù.

Era davvero un luogo di rara bellezza e vivo. Pareva che gli a****li della montagna si fossero radunati tutti lì, se prima tutto appariva silenzioso e privo di vita ora era un concerto di richiami. Riconobbe varie specie di volatili ed in lontananza vide alcuni caprioli pasteggiare tranquillamente.
Non si era ancora fermato, i muscoli reclamavano una sosta ma intendeva raggiungere la riva prima di riposarsi, e fu qui che scoprì qualcosa di inaspettato.

Sul momento pensò ad una visione mistica generata dalla stanchezza e dal caldo, poi si rese conto di non sognare.
Seduta su di un sasso affiorante a pochi metri dalla cashita, levigato dai secoli, stava una figura femminile, splendidamente nuda, dai lunghissimi capelli corvini. Lei era voltata verso la parete di roccia e non poteva né vederlo, né sentirlo a causa del fragore. S’avvicinò con il timore di rompere un incantesimo e vederla sparire all’improvviso, quindi s’accomodò sulla riva e sganciò finalmente lo zaino.

La ragazza era intenta in quello che pareva un solitario bagno ristoratore, raccoglieva l’acqua con le mani e se la versava lentamente sulla pelle chiara, quasi albina. Era bellissima vista di spalle, la schiena ed i fianchi emanavano una sensualità incredibile grazie ai lenti e sinuosi movimenti. Non poteva scorgere il resto ma riusciva ad indovinarlo. Era tentato di denunciare la sua presenza ma quella figura nell’acqua riempiva la totalità dei suoi pensieri.

Lentamente lei si alzò e, barcollando elegantemente sui sassi del fondo, s’avvicinò alla cashita. Ora si mostrava in tutta la sua armonia, i glutei e le lunghe gambe erano il degno complemento di quella schiena e dei magnifici capelli.
In quel momento, il ragazzo, si ricordò della macchina fotografica. Mentre apriva la custodia con mani tremanti pensava d’avere pochissimo tempo prima che lei s’accorgesse della sua presenza ed immaginava il suo risentimento nel scoprirlo con una fotocamera in mano.

Scacciò quei pensieri per concentrarsi sulle regolazioni della temperatura colore, sensibilità del sensore e diaframma; preferiva shittare sempre in priorità di diaframmi, in modo d’avere il controllo sulla profondità di campo. Quando la inquadrò era pienamente cosciente e non più vittima del suo fascino, mise a fuoco e si preparò a shittare. La ragazza aveva il busto inclinato da un lato ed il braccio opposto sollevato per cercare un equilibrio sulle rocce del fondo; le gambe unite e tese nello sforzo tendevano i glutei.

Era perfetta!
Il dito del ragazzo sfiorò il pulsante di shitto, la macchina regolò ancora una volta la messa a fuoco e calcolò l’esposizione. Era pronta a shittare ma lui indugiò, aveva l’impressione di “rubare” l’intimità di quella ragazza, di violare il suo segreto piacere, d’irrompere nei suoi sogni. Poi il dito scese da solo per shittare la prima immagine. Il delicato suono dell’otturatore lo riportò alla realtà, allora iniziò a shittare in sequenza, variando solamente la focale dell’obbiettivo.

La vide entrare sotto il getto della cashita e sollevare le mani verso l’alto mentre inarcava la schiena, era un immagine carica d’erotismo, pareva che la ragazza si offrisse ad un immaginario amante, che esponesse il suo corpo al gelido abbraccio dell’acqua. Dolcemente lei portò le mani sotto i capelli e li aprì a ventaglio, li fece inzuppare poi se li buttò dietro la schiena.
Il tempo non aveva più senso in quel luogo, il ragazzo era attratto a tal punto da quello spettacolo da non accorgersi che il sole stava calando.

Improvvisamente la cashita assunse i colori dell’oro, il corpo della ragazza pareva un gioiello, un diamante bianco e lucente, incastonato in un meraviglioso fascione di quel metallo prezioso. Il giovane non si chiedeva come lei potesse resistere tanto a lungo sotto quel getto di acqua gelida dei ghiacciai, shitto ancora delle foto dopo aver aumentato la sensibilità equivalente del sensore. Sperava solamente di non saturare la scheda di memoria per non rischiare di perdere nemmeno un fotogramma durante la sostituzione.

Quando lei uscì da sotto la cashita riprese la via verso il masso affiorante, sempre con molta cautela camminava nel centro di uno specchio blu profondo increspandone appena la superficie. Il contrasto del suo corpo bianco con l’acqua ed il cielo rosso era un altro spettacolo inaspettato, ma il ragazzo preferì non portare la macchina al viso per shittare altre immagini ora che lei poteva vederlo. Ripose la fotocamera nella sua sacca e si sollevò in piedi in modo da farsi notare.

Si aspettava tutta una serie di reazioni da lei, tranne un sorriso.
Una ragazza intenta a bagnarsi nuda nelle solitarie acque di un lago montano che si scopriva spiata da uno sconosciuto, normalmente, avrebbe urlato il suo sdegno inveendo contro il guardone; invece lei sorrise. Oltrepassò il masso dove l’aveva vista accomodata la prima volta e si diresse verso lui seguendo un percorso serpeggiante sopra le pietre affioranti. Era davvero bella, ora che i dettagli del viso e del corpo si facevano sempre più chiari appariva incredibilmente attraente.

Giunta dinanzi al ragazzo tese una mano verso di lui e disse:
– Mi aiuti?
Lui, stordito da quanto vedeva, non comprese subito e tentenno, quindi finalmente afferrò la sua mano e l’aiutò a salire sulla riva.
– Grazie! – disse lei
La ragazza superò il giovane per dirigersi verso un faggio, lì vicino, dove stava appeso ad un basso ramo un vestito bianco. Lui rimase con gli occhi fissi sui glutei sin che la ragazza non si voltò offrendogli una vista ancora più piacevole del suo corpo, quindi stese sull’erba il vestito e vi si accomodò sopra.

Per nulla imbarazzata dalla propria nudità si presentò:
– Ange! – disse fissandolo negli occhi – È un diminutivo, ma tutti mi chiamano così.
– Luca. – rispose lui impacciato.
– Non viene molta gente quassù, cosa ti ha portato sin qua? – domandò lei mentre raccoglieva i lunghi capelli per strizzarli esponendo in modo spettacolare il seno.
– Emm… mi hanno tanto parlato di questo lago e della sua bellezza al tramonto che non ho potuto fare a meno di salire.

– Già, questo lago è davvero unico… come quella cashita!- ammise lei voltandosi verso lo specchio d’acqua.
– Vuoi… vuoi qualcosa per asciugarti? – domandò lui che non riusciva a staccare gli occhi da alcune gocce d’acqua che scivolando sul seno cadevano dai capezzoli sulle gambe della giovane.
– No, ti ringrazio, ma tra pochi minuti il vento mi avrà asciugata del tutto. – rispose lei, poi continuò – Parlami di te… da dove vieni?
Il ragazzo si sforzò di non fissarla nelle parti intime e di non puntare spudoratamente gli occhi nei punti erogeni, quindi iniziò a raccontarle la sua storia.

Scoprì che era davvero facile parlare con lei, liberarsi d’ogni cosa, aprirsi completamente rivelandole anche i più intimi segreti. Non provava alcun dolore nel ricordare eventi, più o meno recenti, che ancora lo facevano soffrire, come la recente conclusione della sua storia d’amore che lo aveva spinto ad accettare quel lavoro in valle, lontano dalla città e dai ricordi. Parlare con quella splendida ragazza completamente nuda gli faceva bene, sentiva di potersi fidare di lei anche se ancora non sapeva chi era in realtà.

Aveva intervallato le sue rivelazioni con alcune domande mirate, ma lei le aveva sempre abilmente eluse; oltre al suo nome non aveva scoperto altro.
La pelle della ragazza si stava asciugando ed i capelli avevano riacquistato il loro volume quando lei esordì domandando:
– Non hai fame?
– Sì, in effetti, inizio a sentire un feroce buco allo stomaco. – ammise lui mentre afferrava lo zaino. – Se vuoi qui ho un po’ di provviste.

– Vediamo! – rispose lei allungandosi verso la sacca.
Il ragazzo svuotò lo zaino sull’erba per iniziare l’inventario ma lei lo precedette:
– Carne in shitola, insaccati, formaggio… due uova ed un po’ di pane… hai solo questo?
– Sì… è roba nutriente e golosa… poi ho anche da bere.
– Non ti offendi vero se offro io? – domandò lei
Senza attendere risposta si alzò in piedi e lo invitò con un gesto a seguirla.

– Qui! – indicò poco dopo – Raccogli le more… solo quelle più mature, io vado a cercare dei lamponi!
Il ragazzo fissò il cespuglio spinoso e ripensò al salame che aveva nello zaino, quindi gli ormoni vinsero la battaglia con lo stomaco ed iniziò la sua raccolta mentre seguiva con lo sguardo la ragazza. Notò come si muoveva agilmente, nonostante non indossasse alcuna calzatura, sulle rocce e tra i cespugli, la sicurezza che dimostrava lo convinse che doveva essere nata in quei luoghi.

Non sapeva attribuirgli con sicurezza un’età, appariva molto giovane ma dimostrava una sicurezza ed una proprietà di linguaggio inusuale. Quando lei tornò aveva raccolto in una larga foglia una gran quantità di lamponi ed alcuni frutti più grandi.
– Pesche? – domandò lui
– Sì, c’è un albero poco più in là… tempo fa qualcuno aveva impiantato un piccolo frutteto quassù, c’era anche un ciliegio ma poi un fulmine lo ha abbattuto. Il clima di questo piccolo anfratto è davvero unico.

– Incredibile! – riuscì solo a commentare lui
Tornarono al loro posto, lui si accomodò su di una roccia e lei tornò a stendersi sul vestito. Il giovane apprezzò questa scelta, temeva che si sarebbe rivestita. Si era in qualche modo abituato alla sua nudità, ed ora non era più in difficoltà dinanzi alle sue grazie, ma era sempre fortemente attratto da lei.
Mangiarono lentamente mentre lei lo incitava a parlare, ben presto s’accorse di non aver più nulla da dire, aveva raccontato tutto di sé e continuava a non sapere nulla di lei.

Allora decise di forzarla a parlare con domande pressanti.
– Assaggia questo! – disse lei, eludendo una delle tante domande.
La ragazza si sporse per infilargli tra le labbra un lampone enorme e profumatissimo. Fu in quel momento che vide per la prima volta i suoi occhi da vicino. Grigi, profondi, sinceri, grandi ed illuminati dalla luna erano magnifici. Rimase immobile senza riuscire ad ingoiare il lampone.
– Cosa c’è? – domandò lei sottovoce
Non ottenendo risposta avvicinò il viso tanto da recuperare con le proprie labbra il lampone da quelle del ragazzo.

Avvenne tutto in un modo così naturale che lui si stupì di non averlo fatto prima, le loro labbra s’incollarono poi le lingue si cercarono. Fu un bacio per certi aspetti casto, sicuramente dolce, ma carico di passione. Venne invaso dal naturale profumo della ragazza, la sua pelle ed i capelli sapevano di femmina. Non quell’odore di sesso tanto eccitante per l’a****le che si nasconde nell’uomo, ma un aroma naturale, primordiale, che risvegliava lo spontaneo istinto riproduttivo.

Iniziò a sognare un lungo amplesso con quella ragazza, doveva accoppiarsi con lei non tanto per soddisfare la ricerca del piacere ma per qualcosa di più profondo. Spesso identifichiamo la ricerca del piacere sessuale con l’istinto a****le, ma gli a****li si accoppiano per riprodursi, il piacere che ne ricavano è solamente un sottoprodotto estremamente appagante. Siamo noi uomini ad aver elevato il sesso oltre alla pura procreazione, ad averne fatto una delle principali fonti di piacere.

In quel momento il ragazzo stava regredendo allo stato a****le: doveva inseminare quella femmina che profumava di fertilità.
Timidamente il ragazzo avvicinò le mani al corpo della ragazza e le posò sulla pelle ricavandone una sensazione di soda morbidezza un contrasto che nasceva dai muscoli tesi nella tensione erotica e dalla pelle liscia, morbida, ma tesa. Era calda, straordinariamente calda, emanava un’energia che si riversava, attraversando le mani, direttamente nella zona genitale del giovane.

Ora la desiderava più d’ogni altra cosa. Si ritrovò a giocare con i suoi capezzoli, a raccogliere nei palmi il seno per poi disegnare strani ghirigori sfiorando la pelle con le dita. Lei osservò le mani sorridente sin che non sollevò lo sguardo per fissarlo sugli occhi del ragazzo, dalle labbra socchiuse pareva in procinto d’uscire una frase, qualche parola, forse un offerta o una richiesta. Il giovane si fermò nell’attesa ma meglio d’ogni parola quella luce negli occhi, le labbra umide e la lingua stretta tra i denti indicavano chiaramente il desiderio della ragazza.

Lui la baciò ancora cercando di credere a quanto gli stava accadendo, pareva impossibile salire su di un monte e trovare una splendida ragazza nuda e pronta a donarsi completamente a lui. Se ci pensava stentava a credere che fosse la realtà, forse aveva già scolato la riserva di grappa e stava sognando nel suo sacco a pelo steso sotto le stelle. Poi lei fece la mossa decisiva: con estrema disinvoltura appoggiò la mano sui calzoni del giovane all’altezza dei genitali, lo accarezzo apprezzando l’erezione che percepiva attraverso il tessuto, quindi li slacciò liberando il membro.

Il giovane abbassò lo sguardo e vide quella mano stringersi intorno al pene, allora prese coraggio e spinse la sua mano verso la vulva della ragazza. Lei non oppose alcuna resistenza, anzi aprì leggermente le gambe per facilitarlo. La scoprì ancora più calda in mezzo alle gambe, era umida ed invitante, chiaramente disponibile. Voleva dire qualcosa, una frase qualsiasi, un complimento forse o una domanda diretta del tipo: “lo vuoi?”. Non ebbe il tempo di formulare alcunché, lei lasciò la presa sul membro e si voltò per mettersi carponi con il sedere rivolto verso di lui.

Ancheggiò invitante mentre sistemava le ginocchia sul fondo irregolare del prato, quindi voltò il viso verso di lui e sorrise ancora una volta, sempre più invitante.
Il messaggio del corpo era chiaro, desiderava essere presa in quella posizione e a lui non dispiaceva affatto l’idea. Ammirò il sedere perfetto, esaltato dalla posizione che aveva assunto, e mentre si levava i calzoni per essere più libero si domandava per quale motivo parlasse così poco.

Non le sarebbe dispiaciuto sentire la sua voce in quel momento, il suono delle parole poteva essere eccitante quando il quel corpo esposto ed offerto in quel modo, ma l’istinto prese il controllo. Si pose dietro di lei e guidò il membro verso la vulva, lo punto tra le labbra strofinandolo per aprirsi la strada e si preparò a spingere quando la sentì aprirsi. Lei fu più veloce, spinse in alto ed indietro il sedere risucchiando completamente il membro.

Finalmente sentì il suono della sua voce anche se limitato ad un lungo gemito. Era scivolato in lei con una facilità estrema, indice di quanto fosse eccitata e questa considerazione lo indusse a spingere con forza per entrarle ancora più dentro. La cinse per i fianchi e la trattenne mentre si muoveva sempre più veloce, lei pareva gradire molto il ritmo, si contorceva e gemeva, cercava di muoversi a tempo con lui ma spesso perdeva il controllo.

I suoi capelli disegnavano ampi archi ogni volta che reclinava indietro la testa per poi tornare a posarla a terra. Era fantastica! Non era solo bella da guardare con quella magnifica schiena che terminava in uno splendido sedere, ma si muoveva in un modo tale da amplificare le sensazioni. Il ragazzo temeva di non reggerla a lungo, benché fosse completamente dilatata e bagnata al punto da lubrificare alla perfezione l’asta del pene, il suo ventre si stringeva ogni volta che era tutto dentro di lei.

Non potendo osservarne il viso non capiva quanto stesse godendo, non riusciva a capire quanto dovesse forzare il suo controllo per non venire immediatamente. Voleva, doveva, chiederle a che punto era, ma non osava rompere quell’incanto. Deciso a farla urlare di piacere al più presto fece scivolare una mano sotto il ventre e quindi la spinse sino al pube, cercò tra le labbra il clitoride ma trovò subito il proprio pene che entrava in lei, poi a tentoni trovo il punto giusto.

N’ebbe conferma da un suo improvviso rantolo e da un lungo fremito che scosse tutto il corpo. La ragazza appoggiò il viso in terra e sollevò ancora di più il sedere, rimase immobile a godersi la penetrazione e lo stimolo esterno sin che, finalmente, un lunghissimo sospiro precedette un urlo di piacere. Lui continuò a stimolarla e a muoversi dentro di lei, vederla godere gli donava un ulteriore aiuto nella gestione del proprio piacere.

Voleva con tutte le sue forze farla godere sino allo sfinimento, sognava di vederla crollare distesa e di portarsi sopra di lei per farle bere tutto il suo seme, attendeva solo il momento giusto ma lei piegò la testa in modo da guardarlo negli occhi e lui comprese.
Rallentò il ritmo della penetrazione ma allungò al massimo la corsa. Usciva completamente da lei per poi rientrare penetrandola a fondo. Lei rimaneva immobile, con lo sguardo sognante e languido, accettava tutto, era totalmente disponibile e la sentiva sua come mai nessuna aveva sentito prima di lei.

Sapeva che stava per iniettarle dentro tutto il seme che aveva ma voleva godersela ancora un po’, desiderava che quel momento non avesse mai fine ma lei mosse il bacino, spostò il pube verso il basso stringendosi intorno al membro del ragazzo che non riuscì più a trattenere l’orgasmo. Quando stava per venire guardò in direzione del viso della ragazza, in cerca di una conferma che ottenne quindi riversò in lei il proprio succo vitale.

Si separarono a malincuore per crollare stesi a terra. Lei gli si fece contro dandogli le spalle per farsi abbracciare, non disse nulla solo il suo respiro rompeva il silenzio della notte. L’intenso calore del corpo della giovane spinse nel torpore il ragazzo. In qualche sprazzo di lucidità pensò di tirare fuori il sacco a pelo dallo zaino per coprire i loro corpi appagati, ma la ragazza era così calda e morbida tra le sue mani che si addormentò.

Fu un sonno agitato dal timore di risvegliarsi solo, stringeva la ragazza per convincersi che era reale, che aveva davvero fatto l’amore con lei quella sera. Lei mugolava soddisfatta nel sonno e si spingeva istintivamente contro di lui alla ricerca di calore e, forse, protezione. Tanti sogni interrotti e continui risvegli non avevano giovato al suo riposo, per questo alle prime luci dell’alba fu tentato di alzarsi. Osservo i lungi capelli della ragazza mentre avvicinava il viso inspirando a fondo con il naso, fu invaso dal loro profumo e si ritrovò nuovamente schiavo dei suoi istinti.

Spinse lo sguardo lungo la schiena ed i fianchi accompagnando la mano che scivolava su quella pelle morbida, raggiunse i glutei ed indugiò su di essi prima di spingersi verso il bacino ed il pube. La ragazza gemette languidamente e si spinse contro di lui, premette il sedere contro il sesso turgido del ragazzo e lo stuzzicò muovendolo provocante. Senza rendersene conto si ritrovò dentro di lei, il torpore della notte andava lentamente dissolvendosi rendendo sempre più chiare e forti le piacevoli sensazioni dell’amplesso.

Lei si muoveva in modo da far scorrere completamente il membro, una danza erotica resa ancora più efficace dalle contorsioni che imprimeva al pube. Lui fece scivolare una mano sotto il busto all’altezza del seno e l’altra sopra, afferrò quindi con forza le mammelle e la strinse a sé. Erano strettamente vincolati e si muovevano all’unisono, pareva che il bosco si fosse fermato per assistere al loro amplesso, persino il fragore della cashita era ridimensionato dai lunghi gemiti.

Lei iniziò a fremere, una vibrazione che si estese in tutto il corpo unendosi alle contorsioni erotiche, sembrò che le si bloccasse il respiro ma inarcò la schiena e spinse la testa contro il petto del ragazzo prima di immobilizzarsi per godere del suo orgasmo. Le convulsioni interne della ragazza spinsero anche lui verso il piacere e, per la seconda volta, le riversò dentro tutto il suo seme.
La tenne stretta a sé mentre il respiro si regolarizzava, lei era avida di coccole e lo comunicava gemendo sommessamente ad ogni carezza.

Sarebbe rimasto così tutto il giorno se lei, improvvisamente, non avesse proposto un bagno nel lago.
Il ragazzo era indeciso, la guardò mentre si avvicinava alla sponda per poi entrare in acqua. Nonostante i suoi richiami lui tentennava, era sicuro che l’acqua fosse gelata e non se la sentiva di congelarsi di primo mattino. Tuttavia, osservandola giocare con l’acqua, si sentì fortemente attratto da lei al punto di sfidare il freddo. Si avvicinò alla sponda e mise un timidamente un piede a mollo, scopri con suo stupore che l’acqua non era fredda, anzi pareva tiepida, invitante quanto la ragazza.

Entrò deciso e la raggiunse.
Giocarono per un tempo indefinibile sin che il sole non si trovò quasi sulla loro verticale, a quel punto la ragazza disse che doveva andare e, senza badare alle sue proteste, si diresse verso la riva. Quando la raggiunse lei si era già infilata il vestito, era la prima volta che non se la trovava dinanzi nuda e scoprì che era bellissima anche così.
– Dove vai? – domandò lui
– Devo tornare a… casa.

– E dove?
– Di la… – rispose lei enigmatica.
– Non sapevo ci fosse un sentiero in quella direzione.
– Oh! Sono tante le strade che conducono a questo lago, solo che pochi le conoscono… per fortuna!
– Senti, Ange… vorrei rivederti! – ammise lui
– Anche io!
– Ma come…
– Ogni volta che lo vorrai… tranquillo!
Senza aggiungere altro lei si diresse lungo la sponda del lago nella direzione opposta al sentiero tramite il quale era giunto lui, s’infilò nel bosco e poco prima di scomparire dietro ad un cespuglio di rovi lo salutò.

Lui rimase attonito dalla veloce fuga della ragazza, perché proprio di una fuga si trattava, inutile definirla in altro modo. Il maggior stupore era dovuto al fatto che lui non avesse fatto nulla per trattenerla o per strapparle almeno un indirizzo dove ritrovarla. Non sapeva neppure da quale paese o frazione venisse. Non riusciva a spiegarsi la sua stessa arrendevolezza, non era nel suo carattere accettare gli eventi senza almeno un tentativo.
Dentro di sé sentiva che l’avrebbe rivista, credeva alla promessa della ragazza.

Senz’altro indugio si mise a recuperare le sue cose per conficcarle con forza nello zaino, giunto alla macchina fotografica fu tentato di controllare nel piccolo monitor le riprese della sera prima, ma si stava facendo tardi e la strada era lunga. S’incamminò stupendosi di non sentire la fatica nelle gambe e si complimentò con se stesso meditando su frasi del genere: “complimenti, due scopate e non ne risenti affatto… che fisico!”. Amenità del genere che lo misero di buon umore.

Giunto in prossimità del paese a valle decise di far sosta dal vecchio che gli aveva indicato la via, per ringraziarlo e, forse, raccontargli la sua avventura. Abitava fuori del paese, ma era di strada. Avvicinandosi alla sua casa notò che le finestre erano sbarrate e una piccola selva d’erbacce cresceva intorno alle mura in pietra. Si fermò dinanzi al vialetto domandandosi che fine avesse fatto il vecchio quando una voce lo richiamò:
– Cerca qualcuno?
– Sì… qui non abitava un uomo… anziano…
– E lei chi sarebbe? – domandò la voce sospettosa di un’energica vecchietta.

– Ah. sì, sono il nuovo guardaparco e stavo scendendo al paese da quel sentiero…
La vecchietta si avvicinò quasi a sfiorarlo fissandolo con due occhi miopi ma vivaci.
– Il vecchio Giuspin è morto due anni fa.
– No… non è possibile… – stava per raccontarle di averci parlato solo il giorno prima ma l’anziana donna lo precedette.
– Se va al cimitero lo trova la! – disse lei seccata e se ne andò.

Sconcertato dalla notizia si recò di buon passo verso il camposanto, era convinto di scoprire che l’uomo cui si riferiva l’anziana non era il vecchio che conosceva lui. Aveva stampata in mente l’immagine di un anziano montanaro seduto sulla soglia di casa intento a decantare le meraviglie di quel lago poco conosciuto. Erano fatti accaduti solo pochi giorni prima, quindi non poteva essere morto da due anni!
Quando trovò la lapide il mondo prese a girare intorno a lui, all’improvviso nulla aveva più senso.

La fotografia incollata sulla pietra ritraeva il viso del vecchio, non c’erano dubbi. S’inginocchiò per studiare meglio i dettagli, sfiorò con le mani l’immagine e le parole incise nella pietra per convincersi di non sognare.
– Lo avevo detto che era qui… ma lei non mi voleva credere! – disse la voce della vecchietta dietro di lui.
– Ma… ma, non è possibile! Io ho parlato con quest’uomo solo due giorni fa! – ammise lui senza voltarsi ma domandandosi come poteva già essere lì con il suo passo malfermo.

– Ci ha parlato! – non era una domanda.
– Sì. Sono sicuro che era lui… due giorni fa sulla soglia di quella casa che ora pare abbandonata. – Si liberò lui.
– Succede! – ammise candidamente lei
“Succede?” si domandò mentalmente lui prima di voltarsi e trovare solo l’aria dietro di lui.
– Cosa vuol dire che “succede”? – domandò ad alta voce in mezzo al cimitero deserto.
Diede ancora uno sguardo alla lapide poi riprese il cammino verso casa.

Lungo la strada si rifiutò di pensare, di ricordare o analizzare tutti i dati che premevano nel suo cervello. Gli ultimi eventi avevano quasi cancellato la stupenda notte con la ragazza dai suoi pensieri, solo quando collegò la fotocamera al pc tutte quelle magnifiche sensazioni lo invasero nuovamente. Era talmente sicuro del risultato degli shitti che scaricò tutta la memoria prima di visualizzarli sul monitor. Aprì la prima immagine della serie e stentò a credere a ciò che vedeva.

Il lago appariva in tutta la sua bellezza, ma oltre all’acqua e al bosco intorno non c’era altro. Passò in rapida sequenza tutte le foto ma in nessuna di esse appariva la ragazza. Pensò d’impazzire, prima il vecchio che non esisteva più poi la ragazza che non appariva in alcun’immagine. Eppure le inquadrature testimoniavano la volontà di riprendere un soggetto preciso, non un panorama; aveva shittato a qualcosa che ora non veniva visualizzato.
“Impossibile!” pensò.

Ingrandì qualche immagine nella zona centrale, la dove avrebbe dovuto trovarsi il soggetto, ma non scoprì nulla. Quasi sull’orlo della disperazione iniziò ad ingrandire una delle immagini della cashita e qui notò, finalmente, qualcosa di innaturale: l’acqua che scendeva s’infrangeva contro un ostacolo invisibile. La forma non era chiara ma qualcosa fermava le gocce d’acqua prima che giungessero a terra. Ridusse ed ingrandì più volte il dettaglio nel tentativo di scoprire una forma umana in quello strano disturbo, quindi iniziò ad applicare dei filtri in successione senza una regola precisa non ottenendo nulla di chiaro sin che non attivò il filtro basso rilievo e qui, finalmente, riuscì ad intravedere qualcosa.

Pareva che a deviare le gocce d’acqua fosse un quadrupede dal collo massiccio e molto lungo. Fissò a lungo l’immagine nel tentativo d’identificare quell’a****le ma non riuscì a capire a quale specie appartenesse. Richiamò alla mente i suoi studi, la sua esperienza di lavoro nei vari parchi naturali, ma la linea di quell’a****le gli era sconosciuta, e poi era sicuro d’aver fotografato una splendida ragazza!
Stanco e con gli occhi che bruciavano spense il computer e si buttò sul letto senza spogliarsi, crollò immediatamente rapito da un sonno profondo che lo trattenne sino al mattino quando si svegliò con un pensiero preciso in mente: “centauro”.

Questo era l’essere ritratto nella foto.
Stentava a crederci ma si sforzò di non lasciar campo alla parte razionale del suo cervello, non richiamò neppure la foto che aveva elaborato la notte precedente. Si preparò una veloce ma abbondante colazione mentre verificava il contenuto dello zaino che non aveva ancora svuotato, quindi s’infilò gli scarponi e uscì incamminandosi verso il sentiero del lago.
Ora che conosceva la via camminava spedito e raggiunse la meta stabilendo un record personale.

Il lago era deserto, si era immaginato di trovare la ragazza ad attenderlo ma comprese che era solo un’illusione. Deluso si sedette su di un masso e fissò la cashita come se intendesse contare le gocce d’acqua. Rimase immobile con lo sguardo fisso per un tempo indeterminato e sarebbe rimasto lì sino alla fine del tempo se:
– Ciao! Mi aspettavo di trovarti qui. – disse la voce della ragazza alle sue spalle.
Lui si voltò lentamente, quasi timoroso di trovare conferma alla teoria che aveva sviluppato nelle ultime ore, ma trovò semplicemente la ragazza con il suo vestito bianco.

– Ciao! – rispose lui
– Cosa ti ha portato qui? – domandò lei
– Fai sempre le stesse domande?
– Mi piace sentire come cambiano le risposte.
Allora, cosa ti ha portato qui questa volta?
– Tu! – ammise lui

La ragazza sorrise e fece un passo verso di lui.
– Voglio sapere chi sei. – la bloccò lui
– Non mi vedi?
– No, devo sapere chi sei realmente.

La ragazza fece ancora un passo sino a giungere a pochi centimetri da lui quindi disse:
– Sono quella che tu vuoi vedere.
– Intendo dire che voglio conoscere il tuo vero aspetto.
– Quello che vedi ora.
– No, non è questo. Ti ho shittato delle foto e….
– Non stai sognando e tutto questo è reale… qui, e solo qui, intorno a questo lago.
Lui la fissò negli occhi e seppe che non mentiva.

Lei sollevò il viso offrendogli le labbra che lui accettò.
Il mattino seguente scese a valle per procurarsi l’occorrente per costruire un rifugio, una casa, dove vivere sulle sponde di quel lago. Lontano da tutti, dal mondo intero e dalle sue assurde regole, insieme a quella incredibile stupenda ragazza.

Sara e Diana

In una giornata grigia e piovosa Sara se ne stava sola alla finestra con gli occhi rossi di pianto, mentre la sua gatta, Milly, la guardava con compassione.

Il sole aveva smesso di splendere dal momento esatto in cui Diana aveva messo piede fuori casa per scappare sconvolta a piedi nudi. Sara continuava a chiedersi perché mai fosse successo, come Diana avesse potuto tradirla, spezzando in tal modo la loro intesa così esclusiva. Stentava a crederci, eppure aveva ammesso lei stessa di averlo fatto e la sua reazione era stata quella di cacciarla di casa in
malo modo, gridandole di non volerla vedere mai più.

Certo, da un po’ di tempo si vedevano poco, si erano lasciate prendere più del solito dal lavoro, ma tutto Sara avrebbe pensato tranne una simile confessione quando Diana aveva preannunciato di voler chiarire una cosa importante. E ora le sembrava di non poter affrontare una simile delusione, anche se però iniziava già a pentirsi di aver reagito in maniera così violenta. Guardando la pioggia che inondava il mondo oltre i vetri percepì il vuoto della stanza alle sue spalle e, come non si vedessero da una vita, iniziò a soffrire per l’assenza di Diana.

Le sembrò di sentire già la mancanza dei suoi capelli biondi e di quel particolare profumo di lavanda che emanavano, si vide sfuggire da sotto gli occhi i gesti della quotidianità, dalla colazione consumata velocemente insieme, alla sensazione provata durante un inaspettato e morbido strusciamento procurato dal lenzuolo di seta su un capezzolo. Sapeva di non poter più immergere le mani nella dolce acqua calda che scorreva sulla pelle levigata di Diana e strofinarle, unte d’olio alle ventisette erbe, sulla sua schiena inarcata dal piacere.

Sara non aveva idea di cosa fare, per ora le sarebbe bastato dormire per dimenticare tutto.

Episodio 2 | Il tradimento

Sara si svegliò quasi di soppiatto dopo una lunga e agitata notte. Si strofinò gli occhi intorpiditi e, voltatasi in direzione di Diana, riscoprì dolorosamente che la sua parte del letto era vuota. Il giorno prima si era consumata la furiosa scenata, sfociata nella sua fuga sotto un cielo plumbeo.

Ora fuori continuava a piovere dando quasi l’impressione che fosse così da sempre, che avesse piovuto dalla lontana notte dei tempi senza mai smettere, con l’intenzione di continuare in eterno. Sentendo lo scroscio dell’acqua nella grondaia, a Sara tornò in mente il sogno fatto durante la notte: si trovava in una vasca da bagno, la stessa in cui la schiuma aveva più volte carezzato i suoi seni, uniti a quelli di
Diana in un morbido abbraccio.

Annaspando cercava di uscire dall’acqua, ma una forza sconosciuta la respingeva sotto, costringendola ad affogare. E ora, complici le sensazioni rimaste dopo quel sogno, aveva l’impressione di dover andare a fondo senza Diana al suo fianco. Nonostante quella mattina non dovesse andare al lavoro, Sara si costrinse ad alzarsi dal letto, consapevole di rischiare di impazzire se fosse rimasta tra le lenzuola. Prima però, pur rendendosi conto di compiere un atto autolesionistico, si allungò verso il cuscino di Diana e ne assaporò il profumo.

Fu come immergersi in un mare tiepido e limpido, situato in una lontana e dimenticata zona del mondo, un luogo in cui nulla avrebbe potuto nuocerle. In cucina, la gatta si strusciò su una gamba, quasi a ricordarle che era lì per consolarla. Sara però non era troppo in vena di badarle, le diede il suo pasto mattutino per poi gettarsi sul divano, singhiozzante. Sarebbe voluta uscire sotto la pioggia per gridare il nome di Diana nel vento.

Alzando lo sguardo, vide un vaso colmo di rose bianche ormai rinsecchite, rose candide, quasi un’immagine di purezza, eppure colte dalla stessa persona che l’aveva tradita, la stessa che le aveva promesso fedeltà eterna, pur non avendo bisogno di uno stupido contratto per farlo. Fu così che dopo aver a lungo rimuginato, Sara decise di prendersi un po’ di tempo, magari dopo qualche giorno avrebbe visto le cose più chiaramente e deciso cosa fare.

Uscita sotto il portico di casa per fumare una sigaretta, si mise a fissare il grigio paesaggio invaso dalla pioggia e le sembrò di trovare un attimo di quiete, ma immediatamente ripiombò nel baratro dello sconforto più nero. Le tornò infatti alla memoria che lei e Diana si erano baciate per la prima volta proprio sotto la pioggia. In quell’occasione, la sua mano aveva afferrato con decisione la spalla di Diana, che voltandosi di shitto era rimasta rapita dal suo sguardo vorace.

Quella stessa mano lentamente era scesa lungo il braccio, mentre le labbra si avvicinavano, sfiorandosi prima delicatamente, poi con crescente bramosia, per sfociare infine in un vortice di inattesa passione, in cui le lingue si avvinghiavano con un’enfasi tale da togliere il fiato. La pioggia era stata quindi testimone del loro primo lungo bacio, uno di quei momenti che si ricordano per tutta la vita. Ora Sara aveva l’impressione che il cielo sanguinasse e che il suo sangue fosse quella pioggia ghiacciata.

Episodio 3 | La notte

In quel triste giorno di tarda primavera non smise mai di piovere. La giornata di Sara passò lentamente fra distratte letture e fugaci sguardi alla televisione. Una cena veloce insieme all’affezionata gatta non sedò il senso di solitudine e smarrimento e, senza che lei se ne accorgesse, arrivò di nuovo l’immancabile coltre oscura che da sempre ricopre ogni cosa: la notte. Andare a dormire era l’unica cosa che le potesse venire in mente di fare dopo una
giornata triste e sonnolenta come quella appena trascorsa, pur sapendo che ritornare a letto significava ricordare che Diana non era lì ad aspettarla.

Sotto le lenzuola non avrebbe sentito il calore del suo corpo, odorato il profumo della sua pelle bianca e vellutata, accarezzato i suoi capelli color grano e il suo volto angelico, non avrebbe potuto saziarsi baciando infinite volte i suoi seni perfetti. Sedendosi timidamente sul letto ricordò i lieti momenti in cui lei e Diana giocavano a rincorrersi per casa, momento di preparazione ad altri più arditi giochi. Si ripresentarono nella sua testa, rimbombanti, le risate di Diana quando lei le faceva il solletico e le morsicava i fianchi scultorei, le scene d’amore di film visti e rivisti assieme infinite volte.

Ricordò quando, guardando i suoi meravigliosi occhi verdi, la baciava teneramente, si tormentò pensando al contatto della lingua sulla sua pelle, con l’eccitazione che cresceva impetuosa, così come il turgore dei capezzoli, immaginando ancora i loro corpi avvinghiati, stretti uno contro l’altro, bacio su bacio, ventre contro ventre, per fondersi in un unico oggetto d’amore. La cosa che più adorava Sara era il godimento che lei stessa procurava a Diana facendola urlare di piacere.

Infinite volte aveva stuzzicato ogni più piccolo punto del suo corpo e altrettante volte lei l’aveva ricambiata dicendole di amarla. Solo sfiorandosi, l’eccitazione tra loro due diventava padrona e la passione un fiume in piena inarrestabile. Allora perché Diana l’aveva tradita? Sara pianse ancora, quasi gridando, lacerata dal dolore e dalla crescente mancanza di lei. Così facendo riuscì ad addormentarsi solo quando ormai era l’alba. Si svegliò il giorno dopo con la tentazione di chiamarla, ma dopo aver allungato di shitto la mano verso il cellulare la ritrasse altrettanto in fretta.

In fondo si era ripromessa di aspettare qualche giorno e così avrebbe fatto. Ma se fosse stata troppo avventata cacciando Diana a quel modo? Questo dubbio iniziava a farsi strada in lei, così come l’idea che magari non fosse troppo tardi per rimettere a posto le cose. Nonostante questi pensieri accomodanti però il tarlo dell’orgoglio la divorava dentro, unito in maniera molto stretta alla delusione che provava. Rimase quindi ad assecondarlo, anche se amaramente, e si ripromise ancora una volta di aspettare che arrivasse il momento giusto per fare qualcosa.

Quella mattina qualche discreto raggio di sole illuminava finalmente la campagna circostante e Sara non riuscendo più a restare chiusa in casa decise di uscire. Come le nuvole si erano squarciate per lasciare posto alla luce, così forse quella stessa luce poteva entrare dentro di lei.

Episodio 4 | La casa nel bosco

Diana osservava immobile un posacenere che poggiava su una Venere nuda in pietra. Il suo sguardo attonito quasi non muoveva le palpebre e sembrava rivolto ad un indefinito altrove.

Dal momento della sfuriata Diana viveva sotto il tetto dell’amica Cristina e non aveva più avuto alcuna notizia di Sara. Il silenzio del suo viso pallido si infranse all’improvviso quando Cristina entrò nella stanza chiedendole
se volesse fare colazione. Purtroppo però il suo stomaco era chiuso, così come la sua bocca, che pareva sigillata da due giorni.
L’amica, seppur ansiosa di capire cosa fosse successo, rispettò il suo silenzio pensando che appena fosse giunto il momento avrebbe parlato di sua spontanea volontà.

Al momento l’unica cosa che a Diana riuscisse bene era pensare a Sara con dolore e rammarico. Fra una miriade di ricordi si sentiva particolarmente affezionata a quelli dei tempi in cui si erano conosciute. La prima volta in cui i loro occhi si incontrarono fu in ospedale, dove Diana lavorava come infermiera e Sara si era recata per alcune consulenze professionali. Quel primo veloce incontro non l’aveva lasciata indifferente e le aveva riempito la testa di fantasie.

A quell’epoca, Diana era spesso immersa in storie d’amore immaginarie e perfette, non avendo ancora avuto modo di innamorarsi sul serio. Il suo temperamento passionale e sognatore la trascinava in luoghi mentali in cui non c’era bisogno di contenersi o di avere paura. Quando però si trattava della realtà tutto era diverso, difficile, impossibile. E la stessa cosa era accaduta con Sara. Rapita da quegli occhi da cerbiatta sognante e dal movimento sensuale delle sue labbra sottili, Diana era partita immediatamente per un viaggio attraverso i sensi del sogno ad occhi aperti.

Nel loro primo immaginario incontro, le due si trovavano in un rifugio al centro di un bosco fatato. Il fuoco ardeva nel camino, oltre che nel petto prosperoso di Diana, mentre fuori pioveva a dirotto e il vento creava spaventosi suoni tra gli alberi. Sara era distesa sul tappeto davanti al fuoco con lo sguardo rivolto a lei, che ad un tratto le si avvicinò per poi allargarle lentamente le gambe. Appoggiato il tallone a terra e la punta del piede sul suo inguine fremente, iniziò a sfregare le dita in quella zona proibita, mentre Sara si mordeva le labbra voluttuosamente.

Stanca del gesto preliminare, Diana si inginocchiò e si protrasse sul corpo bollente dell’altra ad esplorarne le rotondità, delicate e solide al tempo stesso. Le sue mani curiose le strapparono senza indugio la camicia, da cui uscirono prorompenti i seni candidi. La lingua di Diana non si poté fermare e solcò avidamente tutti i sentieri più reconditi di quel corpo pallido e sensuale. Le due si strofinarono poi una sull’altra fino a raggiungere un piacere intenso, che le trasportò per qualche frazione di secondo in universi non ancora conosciuti.

Purtroppo si trattava solo di una fantasia. Nella realtà Diana dubitava che le cose potessero andare così, ma si sbagliava, perché di lì a poco ci sarebbe stata la rivelazione e il bacio sotto la pioggia strappatole a sorpresa da Sara. E ora, dopo anni passati assieme era cambiato qualcosa e lei accidentalmente si era concessa a un’altra. Si potevano ancora rimettere a posto le cose o era ormai troppo tardi?

Episodio 5 | Debolezza

Era una giornata di sole, gli uccelli cinguettavano in lontananza e le cicale riempivano l’aria col loro verso monotono.

Diana aveva la giornata libera, così, colta dal senso di solitudine che provava in quel periodo, si recò a trovare Giulia, una sua collega infermiera che la corteggiava da quasi due anni, cosa di cui Sara era al corrente, pur non essendosene mai preoccupata. Diana sapeva di andare incontro ad un pericolo recandosi a casa di Giulia, ma per ripicca nei confronti di Sara, che a suo parere la trascurava, volle correre il rischio.

A Giulia non sembrò vero di trovarsela di fronte in tutta la sua fragile bellezza, il tanto agognato oggetto del desiderio era a portata di mano e si apprestava ad accomodarsi in casa sua. Diana si sfogò a lungo, raccontando come la sua compagna non la degnasse quasi di uno sguardo, mentre la collega la ascoltava con attenzione usando infidamente ogni frase da lei pronunciata per mettere Sara in cattiva luce. Giulia espresse infine la sua comprensione dicendo di aver passato lei stessa un periodo del genere con una ex e carezzando fugacemente il viso di Diana, che non potendosi più trattenere scoppiò in lacrime.

L’altra capì che era dunque giunto il momento di passare all’azione, così si avvicinò e abbracciò Diana, accarezzandole i capelli. Le sollevò il mento e poggiò l’altra mano sul suo viso umido di lacrime. Dopo un attimo di esitazione, Diana si lasciò cullare da quella mano consolatrice. Il passo successivo fu un furtivo bacio di semplice contatto labbra su labbra. Diana però sentì che la sua indole selvaggia e passionale stava emergendo. Fu così che il secondo baciò durò di più e il terzo di più ancora, mentre il quarto divenne lungo e infuocato.

Giulia non aspettava altro e propose di spostarsi immediatamente in camera e l’altra, ormai rapita dalle tentazioni dei sensi, non si fece pregare. Le due si scaraventarono sul letto e quasi lo sfondarono nell’enfasi dei loro movimenti affannati. Giulia dominava la scena e Diana le permetteva di farlo con lasciva sottomissione. Gli abiti di entrambe volarono per tutta la stanza andando a precipitare ovunque. L’ultimo ostacolo erano gli slip di Diana, che l’altra fece scivolare via con decisione e che, prima di gettare insieme agli altri indumenti, annusò a pieni polmoni, quasi si trattasse di una rosa appena fiorita.

Ormai non era più possibile fermarsi, la lussuria aveva rapito entrambe. Senza indugiare ulteriormente, le dita di Giulia oltrepassarono il confine proibito, entrando tremanti nella vagina di Diana, che sembrava schiudersi come un fiore, e ne uscirono bagnate del suo piacere. Senza pensarci due volte Giulia le leccò con avidità, quasi si trattasse della ricompensa dopo una lunga attesa. Infine la sua lingua penetrò completamente in quell’umida fessura, sempre più dilatata e disposta a soccombere al piacere più estremo.

Diana ansimava in modo crescente e ad ogni suo gemito l’altra aumentava la potenza del suo gesto. La sua bocca si muoveva avanti e indietro sul ventre di Diana, la quale a un certo punto non resistette più e si mise a gridare. Negli ultimi attimi prima che la sua dea raggiungesse l’orgasmo, Giulia iniziò a masturbarsi violentemente per godere completamente insieme a lei. Il tutto si concluse con le grida di Diana e i mugugnii soffocati dell’altra.

Infine giunse la quiete, che come una tiepida brezza sembrava sfiorare i loro corpi sudati. Questo era quanto accaduto a casa di Giulia in quel fatidico giorno. Ora Diana si apprestava a raccontarlo a Cristina, mettendo in primo piano le motivazioni che l’avevano spinta a tradire Sara e tenendo invece per sé i particolari più intimi di quel gesto bastardamente piacevole.

Episodio 6 | Un bagno bollente

Dopo quasi una settimana Sara decise che era giunto il momento di avere notizie di Diana, ma non volendo dare a quest’ultima la soddisfazione di essere stata cercata da lei, decise di chiamare Cristina.

Afferrato il telefono, iniziò a pigiare i tasti, ma il suo sguardo si bloccò vacuo sulla tastiera, mentre la sua mente si preparava a rivisitare un momento del passato. Un giorno in cui era libera dal lavoro, Sara ebbe una brillante
idea e senza dire di che si trattasse chiamò Diana a metà pomeriggio per sapere a che ora avrebbe staccato per tornare a casa. Quando ormai mancava poco al suo rientro, riempì d’acqua bollente la vasca da bagno, ci aggiunse bagnoschiuma in gran quantità e alcune gocce di essenza di lavanda, il profumo che Diana preferiva in assoluto.

Infine, per rendere ancora più gradevole e avvolgente l’atmosfera, adornò i bordi della vasca con candele profumate e cosparse petali di rose rosse sul pavimento. Non appena sentì le chiavi sferruzzare nella serratura Sara corse ad accogliere Diana, le sfilò la giacca e la invitò a seguire il percorso tracciato dai petali di rosa. Spalancata la porta del bagno, Diana fu accolta da un invitante tepore e dagli aromi emanati dall’intera stanza. L’altra continuò a spogliarla e levandole la camicetta le baciò il collo facendola gemere inaspettatamente.

La gatta manifestò una mezza idea di entrare, ma le due la chiusero fuori, intenzionate a immergersi in quella rigenerante atmosfera. In piedi si scambiarono qualche effusione, continuando a denudarsi. Sara accarezzò il ventre di Diana, per poi spostare la mano dentro i suoi slip per poterli poi sfilare. Questa piegò la testa all’indietro per il piacere procuratole da quell’incursione improvvisa. Sara la invitò quindi ad entrare in acqua, dopo di che si precipitò in cucina, per ricomparire poco dopo con un vassoio colmo di capezzoli di Venere, i dolci che la sua amata preferiva, soprattutto per la forma, che stimolava l’erotismo.

A quel punto si immerse lei stessa in quell’invitante effluvio di caldi profumi. Sara aveva pensato ad un bagno rilassante, ma una volta in acqua non poté contenere la passione. Il suo corpo bollente abbracciò Diana da dietro, mentre le mani si riempivano del suo magnifico e abbondante seno. Strusciò un capezzolo di venere sul suo collo e glielo portò infine alla bocca, mentre le dita dell’altra mano andavano a intrufolarsi tra le sue piccole labbra.

Diana iniziò a gemere, non ancora per il piacere, ma perché sapeva che così facendo avrebbe fatto impazzire l’altra dal desiderio di farla godere ancora di più, fino allo sfinimento. Allargò quindi le gambe più che poteva, dovendo fare i conti con le pareti della vasca, e iniziò ad ansimare copiosamente mentre le dita di Sara spingevano e andavano sempre più a fondo. Diana allora condusse la propria mano destra dietro la schiena per farle provare il medesimo piacere, reso forse ancora più intenso dall’immersione nell’acqua, che si agitava sempre più come un mare in tempesta.

Le due donne, vibrando all’unisono, raggiunsero il tanto agognato orgasmo, per trovare poi un attimo di quiete. In seguito avrebbero ripetuto la pratica d’amore più e più volte, per lasciarsi infine cullare stremate dall’acqua ormai fredda. Ricordando quel momento, Sara si rese conto che non avrebbe potuto stare ancora a lungo senza Diana. Fu così che il telefono di Cristina iniziò a squillare insistentemente.

Episodio 7 | Un massaggio passionale

Cristina rispose stupita al telefono, vagamente rassicurata però dal fatto che Diana fosse altrove e non lì ad origliare, cosa che avrebbe creato in lei un certo imbarazzo.

Sara si informò sulle condizioni mentali e fisiche di Diana e venne a sapere che quest’ultima era andata a godersi un massaggio rilassante per cercare di risollevarsi un po’. Salutò quindi tristemente Cristina per tornare al suo malinconico rimuginare. Sia lei
che Diana avevano una passione di vecchia data per i massaggi. L’altra amava riceverli, mentre Sara preferiva riempirsi le mani di olio e strofinarle a lungo sul corpo della sua amante.

Grazie all’ispirazione da lei trasmessa il massaggio diventava un’opera d’arte, il cui risultato finale era un’esplorazione del territorio dei sensi. Una volta, in un pomeriggio d’estate, Diana leggeva un libro in camera da letto e aveva chiesto a Sara di prepararle una tazza di tè. Aperta la porta, con la tazza in mano, quest’ultima fu accolta dal fumo di un dolce incenso e trovò l’altra nuda sul letto che la guardava con desiderio.

Ciò che vedeva le sembrò quasi un’immagine divina. Le gambe di Diana pallide come il marmo si incrociavano con delicata eleganza, una mano copriva il ventre e l’altra si avvinghiava lasciva tra i capelli. Sara si avvicinò, ma lentamente per prolungare la durata della visione e accrescere il desiderio. Allungò una mano verso un seno sedendosi sul letto. In quel momento non c’era bisogno di parole, non era necessario dirsi “ti amo” o “ti desidero”, le due donne si capivano tramite sguardi infuocati.

Diana si girò di schiena per suggerire ciò che voleva. A breve le mani di Sara, unte di olio alle ventisette erbe, si impossessarono di quel corpo dal colore glaciale, ma caldo e accogliente al tatto. Fuori stava arrivando un temporale, il che rendeva l’atmosfera estiva ancora più opprimente, tanto che anche Sara si decise a spogliarsi. Massaggiando le spalle di Diana, strusciava il proprio ventre sulle sue natiche sode e invitanti. Le mani poi si trasferirono sui fianchi, che Sara morsicò, procurando un piacevole solletico all’altra, che ne chiese ancora, insaziabile.

I morsi successivi furono più forti, quanto basta per ottenere quel connubio di lieve dolore e godimento. Quando l’eccitazione oltrepassò il livello di guardia, Diana allargò le gambe, desiderosa di essere violata. Sara si infiltrò con le dita in quella foresta selvaggia. Qui, rapita dall’istinto, entrò con le dita tra le labbra bagnate di Diana, mentre con l’altra mano le palpava il seno, che se ne stava accoccolato sul materasso. Diana improvvisamente si voltò e invitò l’altra ad avvicinarsi al suo viso.

Durante un lungo intenso bacio, le due presero a penetrarsi reciprocamente. I loro movimenti sensuali si fecero sempre più ansiosi, mentre i muscoli si contraevano. Ansimando freneticamente, giunsero all’orgasmo e proprio in quel momento il cielo tuonò fragorosamente, quasi volesse rendersi partecipe di quel magico amplesso. Sudate ed esauste si stesero sul letto, cullate dal suono della pioggia, che aiutò le loro membra a rilassarsi per godersi così la quiete dei sensi, temporaneamente placati.

Ricordando quell’episodio Sara pianse nuovamente. Ora il suo dubbio era che Diana continuasse a vedere Giulia, l’oggetto del tradimento. Questo pensiero la gettò per qualche minuto in un baratro di disperazione, dal quale però si costrinse ad uscire. Riuscì un po’ alla volta a trovare la determinazione per rimettere a posto le cose. Prese quindi in mano il telefono per la seconda volta, questa volta con l’intento di telefonare a Diana.

Episodio 8 | Tentazioni

Guardando il cielo che lentamente si annuvolava per l’ennesima volta Sara accese una sigaretta, una di quelle che si fumano con la scusa di trovare il coraggio necessario per compiere una certa azione.

Mentre la cenere si sfaldava cadendo a terra, lei fissava un punto nel vuoto, riflettendo su ciò che avrebbe potuto dire non appena Diana avesse risposto al telefono. Posò lo sguardo sul fumo che saliva al cielo e per un
istante ebbe l’impressione che quella plumbea nube disegnasse la sagoma di Diana, per poi dissolverla velocemente nell’aria. Non era il caso di aspettare oltre, le sue dita si spostarono velocemente sulla tastiera del cellulare per cercare in rubrica il numero di Diana.

Uno squillo, due squilli, dieci squilli e infine la segreteria, ma nessuna risposta. Innervosita ma ancora decisa a volerla chiamare, Sara decise di aspettare una mezzoretta per poi ritentare. Non ricevendo risposta nemmeno la seconda volta, le inviò un messaggio per farle sapere che intendeva parlarle al più presto. Anche stavolta non vi fu alcuna risposta, così dopo un ultimo vano tentativo di chiamata, Sara ricontattò Cristina. Nel momento in cui venne a sapere da quest’ultima che Diana era fuori casa dal giorno prima, il sangue le salì alla testa.

Lei stava cercando in tutti i modi di mettere da parte l’orgoglio per chiarire la situazione e Diana oltre a non farsi trovare se la stava magari spassando ancora con Giulia! Con la rabbia e la frustrazione che la opprimevano, Sara chiamò Arianna, una sua ex che le era tuttora amica. Dopo il lungo sfogo iniziale, l’amica, che provava ancora un segreto interesse per lei, le propose di uscire quella sera per andare al cinema.

Arianna era appassionata di film, in particolare se contenevano tematiche erotiche o scabrose. A Sara invece bastava uscire per svagarsi un po’, dato che da quel che sapeva Diana non si stava facendo mancare niente. Si incontrarono in un bar per prendere un aperitivo prima di immergersi nell’oscurità della sala. Arianna non era cambiata affatto da quando stavano insieme, portava sempre i capelli castani sciolti sulle spalle e possedeva ancora quel suo sguardo malizioso e intrigante di allora.

Sara non sapeva che film stessero per vedere e, quando in sala si spensero le luci, il titolo “Pioggia sul ventre” che apparve sullo schermo la solleticò piacevolmente. Il film narrava la storia di due donne che vivevano una serie di esperienze sessuali tra loro. La trama non era particolarmente complessa e non mostrava molto di nuovo, ma le scene erotiche erano notevoli. Nel corso della visione, l’eccitazione di Sara dapprincipio emerse timidamente, poi crebbe gradualmente, raggiungendo il suo culmine quando, in una scena, le due protagoniste fecero l’amore sulla spiaggia, mentre il tramonto disegnava l’ombra dei loro corpi sulla sabbia.

In quella scena le due protagoniste si esploravano reciprocamente, non tralasciando nemmeno un centimetro della superficie del loro corpo. A Sara sembrava di sentire su di sé quelle sensazioni travolgenti e si rese conto di quanto le mancasse il contatto fisico. Si voltò a osservare Arianna e la sorprese in uno sguardo rapito sul film. Nel suo immedesimarsi con la situazione, quasi si mordeva le labbra. In quel momento Sara avrebbe desiderato allungare una mano e toccarla, senza più pensare a tutto il resto.

L’amica si accorse dell’eccitazione da lei emanata e questo alimentò a dismisura il suo desiderio di possederla ancora una volta. Nel buio della sala, tra i gemiti provenienti dallo schermo, Arianna si allungò verso Sara e la avvolse con un braccio. Questa allora poggiò una mano tremante su una sua coscia. Continuando così, l’a****lità che c’era in loro rischiava di prendere il sopravvento. Quando le luci si riaccesero, le due avrebbero voluto che il film non fosse ancora finito.

Arianna propose di fare un giro in macchina e Sara, decisamente attizzata dalle immagini appena consumate, accettò di buon grado. La loro auto si allontanò furtiva nella notte stellata, non più incupita dalle nubi comparse nella giornata da poco trascorsa.

Episodio 9 | I sospiri di una notte estiva

Il buio avvolgeva ogni cosa, compresa l’auto che lentamente procedeva a fari spenti tra i campi. Non fosse stato per la presenza della luna non si sarebbe visto nulla in mezzo alla campagna nella quale si addentravano le due donne.

Sara era combattuta tra la libidine che la pervadeva e l’idea di scappare. Non sapendo decidere quale delle due tendenze assecondare rimase immobile, seduta di fianco alla sua amica che scrutava nei limiti del possibile ogni angolo della zona per trovare una stradina appartata. Durante quella snervante attesa Sara guardò verso il cielo, ormai svuotato delle nubi del pomeriggio appena passato, desiderando che anche la sua condizione interiore fosse così limpida. Si lasciò ancora una volta
trasportare dalla malinconia, ricordando che una situazione simile a quella in cui si trovava ora l’aveva vissuta anche con Diana.

Dopo una delle loro prime uscite assieme, le due donne si erano rifugiate in mezzo ai campi di grano per fare l’amore, impossibilitate dall’impeto del momento ad aspettare di arrivare a casa. Il tepore di quella notte d’estate aveva permesso loro di abbandonare lo scomodo abitacolo della macchina per uscire all’aria aperta. L’erba della strada isolata che avevano scovato era asciutta e accogliente, così le due avevano potuto stendersi dolcemente lì, come su un magico tappeto volante.

Nonostante l’ansia dimostrata fino a poco prima, Sara e Diana si sfiorarono lentamente e si concessero per gradi come si addiceva all’occasione, ideale inizio del loro scoprirsi reciproco. Intorno a loro concerti di grilli allietavano la notte estiva e qualche cinguettio rapace in lontananza faceva venire di tanto in tanto la pelle d’oca. I seni di Diana sotto il firmamento potevano sembrare non semplicemente parte di un corpo, ma un qualcosa che si fondeva, nella sua essenza, con il mondo naturale circostante.

Delicati giungevano i baci di Sara su quei capezzoli esposti alla notte e silenziosi i sospiri ricambiati da Diana. Dita timide ma ugualmente indiscrete esploravano ogni angolo, percorrevano ogni curva aggraziata che il corpo disegnava. Il tempo si era fermato, le due erano immerse in un momento eterno, quasi uno shitto fotografico, la cui atmosfera rimane sempre invariata dentro la cornice. Si dimenticarono della civiltà umana, mentre il vero mondo, quello che conta, era lì ad assisterle nel loro momento di estasi.

Di fronte ad un simile ricordo Sara, chiusa in macchina insieme ad Arianna, rise nervosamente. Si era appena resa conto di non poter prescindere da Diana e il suo tentativo di tentare il contrario l’aveva fatta ridere amaramente di se stessa. Pensò che avrebbe fatto qualunque cosa per tentare una riconciliazione, anche andare a cercarla, costringendola a parlare contro la sua volontà. Fece fermare improvvisamente Arianna chiedendole di tornare indietro. Si scusò dicendo di non sapere cosa le fosse passato per la testa.

L’amica la portò fuori dai campi e la ricondusse in centro, verso la sua macchina. Quella sera, nel suo letto, Sara non si sentì più sola e disperata, ma solidale con se stessa nel voler rimettere a posto le cose. Il giorno dopo il sole sarebbe sorto ancora e lei avrebbe una volta per tutte perseguito il suo intento.

Episodio 10 | Un’oasi d’amore

Diana, bloccata di fronte alla porta come in uno stato di ibernazione, non riusciva a decidersi.

Dal giorno dell’immane errore non si era più trovata di fronte a quella casa ed ora era lì, spinta da una sorta di un impulso malato e masochista. Voleva rivedere Giulia, lo strumento con cui aveva distrutto il rapporto con Sara. Non sapeva di preciso per quale motivo incontrarla, ma voleva farlo urgentemente, non fosse stato per
quel blocco che la impietriva. Ma la porta ad un tratto si aprì.

Giulia stava uscendo per innaffiare i fiori e sobbalzò trovandosi di fronte quel viso cadaverico. Diana non era più come l’aveva vista l’ultima volta, pareva che qualcosa la stesse divorando dall’interno. Alquanto disorientata, Giulia la fece entrare e la invitò a sedersi sul divano insieme a lei. Diana non seppe dare spiegazioni sul perché si trovasse lì e ad un tratto si allungò verso la collega per baciarla, ma questa si ritrasse chiedendole spiegazioni.

La cadaverica ragazza, con gli occhi lucidi di lacrime, disse che al momento la sua vita non aveva più molto senso. Giulia quindi comprese la sua situazione e si sentì un mostro per averla trascinata in quel baratro. Capì che Diana stava prendendo la strada dell’autodistruzione e sentendosene responsabile cercò di farla ragionare, dicendole che non era troppo tardi per rimettere a posto le cose. Tentando di spiegare a Sara come si sentiva e perché avesse agito a quel modo, forse questa avrebbe capito, anche se ci sarebbe voluto un po’ di tempo per accettarlo.

In ogni caso era necessario che le due si affrontassero. Diana passò alcuni minuti in un silenzio di tomba. Non era chiaro se quelle parole fossero cadute nel vuoto o avessero a tal punto colto nel segno da averla zittita. Infine, risvegliatasi dal torpore, Diana diede ragione a Giulia. Per quanto l’idea di affrontare Sara la atterrisse, decise comunque di tentare. L’altra quindi la accompagnò alla porta, quasi sorreggendola per un braccio. Diana capì che Giulia stava rinunciando alla possibilità di averla per assecondare la sua innata, anche se finora latente, capacità di amare a dispetto di tutto, che in questo caso si traduceva in un romantico e doloroso mettersi da parte.

Allontanandosi dal grazioso giardino Diana decise di fare qualche passo a piedi lungo un fiumiciattolo grigio che costeggiava la strada. Vedendo i gabbiani che chiassosamente si posavano sui detriti delle sponde brulle, le tornò alla mente una scena sulla spiaggia che in quel momento le sembrò molto lontana nel tempo. Sara le massaggiava la schiena, mentre un tiepido venticello e strilli di gabbiani al largo rendevano l’atmosfera ovattata. Il sole che nel pomeriggio era stato crudelmente caldo, ora sfiorava i loro corpi nudi in quell’oasi isolata e nascosta alle masse.

Sara leccava la pelle salata di Diana con ardore, senza però rinunciare a dolci parole sussurrate. Si era divertita a lungo a tormentare le sue parti del corpo meno sensibili, per prolungare l’attesa verso quelle che invece lo erano di più. Le baciò infine i seni e affondò la lingua nelle sue intime cavità, come fa un’ape con un fiore che delicatamente si schiude. Mentre il sole, unico spettatore indiscreto, le salutava per dirigersi verso terre sconosciute, le due ninfe giunsero al piacere tanto atteso, dimentiche del luogo in cui si trovavano e del tempo a cui solitamente erano asservite.

La poesia di quel momento, difficilmente ricostruibile a posteriori, era impressa nella sua mente, come un episodio eterno richiamabile alla memoria infinite volte. Diana ora si era calmata e si dirigeva verso casa di Cristina per raccogliere alcune cose, come il telefono con cui finalmente avrebbe telefonato alla sua Sara.

Episodio 11 | La lucidità ritrovata

Cristina non era in casa quando Diana arrivò trafelata a causa della corsa che aveva fatto.

Senza fermarsi a prendere fiato andò in camera a cercare il cellulare e lo trovò morto. In quei due giorni in cui era stata altrove si era dedicata alla visione di film romantici per deprimersi ancora di più e aveva pernottato da sua madre, lasciando il cellulare acceso, che aveva giustamente esaurito la batteria, a casa di Cristina. Collegatolo al caricabatteria, lo accese e trovò svariate chiamate perse di Sara risalenti a due giorni prima, nonché un messaggio in cui quest’ultima le diceva di volerle parlare.

Le vennero le lacrime agli occhi per la commozione e in parte per il senso di colpa. Questo le ricordò una volta in cui non riusciva a contattare in alcun modo Sara, che era uscita di casa dicendo di dover comprare una cosa mantenendo un’aria di mistero.
Scomparve per almeno due ore e mezza, durante le quali Diana continuò a chiamarla, trovandola sempre non disponibile. Senza preavviso Sara tornò con una gattina di tre mesi tra le mani, che sarebbe poi diventata la loro gatta, Milly.

Una sorpresa per la sua amata, che desiderava da una vita avere un gatto. Diana la abbracciò forte per poi farla stendere sul divano. Lei invece, seduta su una poltrona, iniziò lentamente a spogliarsi mentre l’altra la guardava, concedendosi in una sorta di striptease privato. Gli sguardi infuocati che Sara le lanciava aumentavano la lussuria dei gesti con cui si sfiorava, spogliandosi. Una volta nuda si avvicinò a Sara e, divaricate le gambe, si sedette su di lei cavalcioni.

L’altra non poté fare a meno di morderle il collo avidamente, per poi spostare le mani sui suoi seni, per succhiarne i capezzoli. Portò poi la mano destra sulla sua vagina e la accarezzò delicatamente. Diana iniziò a muoversi ritmicamente facendosi penetrare dalle sue dita vogliose. La cosa continuò finché Sara non si decise a slacciarsi i pantaloni e a infilare la mano che aveva libera sotto gli slip, per fare la stessa cosa su di sé.

Quel doppio movimento, che aveva l’aspetto di una pulsazione continua e rigenerante, sfociò in un piacere intenso e meritato, incoronato da gocce di sudore sulla fronte di entrambe. Il trasporto di questo ricordo fu bruscamente interrotto dal rumore della porta d’ingresso. Diana si alzò dal letto su cui sedeva e uscì dalla stanza per andare a scusarsi con Cristina, in fondo la sua amica l’aveva ospitata e lei era praticamente scomparsa per due giorni.

Una volta giunta di fronte alla porta il cuore le balzò in gola nel trovarsi davanti Sara. L’amore della sua vita, che lei aveva ferito e umiliato, si era improvvisamente materializzato dopo dieci giorni di silenzio. Avrebbe voluto piangere e gridare e saltarle al collo chiedendole perdono, ma non poteva, non ancora. Senza che nessuna delle due dicesse una parola Cristina le fece accomodare in soggiorno. Sara si accese una sigaretta, azione che generalmente le dava coraggio, poi con lo sguardo rivolto al pavimento chiese a Diana se stesse bene.

Dopo alcuni brevi convenevoli Diana non resistette più e scoppiò in lacrime. Sara ebbe l’istinto di prenderla fra le braccia per consolarla, dicendole che andava tutto bene, ma la ragione le suggeriva di aspettare. In fondo però non si sentiva più profondamente delusa, ma ben disposta a cercare di perdonarla. Diana, non riuscendo a dire una parola né a soffocare il pianto, si alzò di shitto per fuggire, ma Sara la afferrò per un braccio, si alzò in piedi e a quel punto non poté più fare a meno di abbracciarla.

La sua amata affondò singhiozzando il viso nella sua spalla, quasi nascondendosi per la vergogna che provava. Fu allora che Sara, intenerita, iniziò a sussurrarle che tutto col tempo si sarebbe messo a posto. Una volta tranquillizzata, Diana sembrò addormentarsi come una bambina con il viso sul suo petto. Sfinita, fu accompagnata in macchina per tornare a casa insieme a Sara, dove le due avrebbero potuto, un passo alla volta, chiarire la loro situazione.

Mentre l’auto procedeva senza fretta, Diana con gli occhi gonfi guardava dal finestrino, vedendo scie colorate di giardini fioriti, come quello colmo di rose che la aspettava a casa.

La storia di Alexandra

In spiaggia, Alexandra diceva di saper annodare il pareo in cento modi diversi, e ogni tanto ritornava sull’argomento mettendosi in piedi nuda sul letto ed io là sotto a godermi tutta la meraviglia di tanta grazia di Dio.

Vedi, diceva, lo annodi così ed è un pantaloncino, due un top, tre annodandolo dietro il collo, un vestito da pomeriggio, quattro un asciugamano da bagno, cinque un pantalone indiano…
Non saprei dire se Alexandra davvero conoscesse cento modi di annodare un pareo, perchè ho resistito massimo fino a diciotto prima di saltarle addosso.
Nella lingua spagnola todavia esprime la continuazione di qualcosa iniziata in un momento precedente: quando per esempio, un amico comune mi chiede con un sorrisino, ma Alexandra sta sempre con te? E tu gli rispondi: todavia…ma sai che non è vero e lo sa pure lui.

Puoi usarlo per qualcosa che accade adesso o in un futuro immediato:
Sono le quattro di mattina e Alex non è tornata, todavia…
Puoi anche usarlo come malgrado tutto questo, nonostante:
Alexandra mi fa soffrire ma la amo, todavia. Oppure nel senso concessivo, correggendo una frase anteriore: Perchè Alexandra è sempre in giro, la notte? Todavia, se avessimo un figlio, avrebbe altro da pensare e starebbe in casa ad accudirlo, o no? In alcuni casi questo avverbio mostra un aumento o la ponderazione: Alex si comporta così ma da alcuni segnali che percepisco, io so che todavia mi ama..

Ho settant’anni e sono emigrante da quando ne avevo diciannove.

Il console di Corfù mi ha detto che ora non siamo più emigranti ma residenti all’estero. Bene io sono residente all’estero da più di cinquant’anni e ho imparato le lingue dei luoghi dove sono emigrato, andando a scuola, leggendo i giornali, ascoltando la radio e mai frequentando gli altri italiani per costringermi ad adattarmi più rapidamente alla lingua che volevo imparare.
Nascere povero mi ha dato un grande privilegio: ho letto Il Gattopardo in lingua originale, cioè la mia, ma anche Mefistofele in tedesco, Shakespeare in Inglese, Zorba in Greco, Voltaire in francese, Borges in tutte le lingue in cui l’ho incontrato, e Cervantes in Spagnolo.

Tutte lingue che ho imparato studiando, tranne lo Spagnolo, perchè per una specie di presunzione tutta italica, noi tendiamo a sottovalutare la lingua spagnola in quanto crediamo che usando un dialetto veneto e aggiungendo qualche esse, si possa padroneggiare la lingua, ma non è così.
Quando mi lasciai con mia moglie haitiana, andai a Cuba mi capitò un fatto che mi fece capire che sarei dovuto andare a scuola per imparare la lingua.

Conobbi un ragazzo fuori dall’hotel, sai, quelli che vanno agganciando i turisti e si offrono di accompagnarli per scroccare qualche pasto e guadagnarsi una mancia. Era inverno e all’Avana fa freddo, almeno per loro, ci sono notti gelate. Questo figliolo aveva un paio di ciabatte, un pantaloncino liso e una camicina estiva che lo faceva tremare dal freddo. Non volevo offenderlo nè metterlo in imbarazzo, perchè l’orgoglio dei cubani oltrepassa la loro fierezza, ma avevo un ormai inutile soprabilto con il quale ero arrivato nel Caribe per rimanerci, e volevo regalarglielo, ma non volevo metterlo in imbarazzo, ripeto.

Allora pensai a come dirglielo, e mi uscì questa frase:
– No voria imbarazarte, ma tu tieni el capoto?
Fece uno shitto indietro con la testa e spalancò gli occhi. Non avrebbe mai creduto di trovarsi in una tale situazione. Infatti, lo seppi tempo dopo, io gli avevo chiesto:
– Non vorrei metterti incinta, hai il preservativo?
Ecco, solo per dire di non fidarsi troppo di una lingua orecchiata, perchè le parole sono insidiose e occorre conoscerne bene il significato, perchè a volte tradiscono.

Le parole sono come Alexandra.
Anche entonces è un avverbio dai molti significati. Lo puoi usare: come in tal caso, essendo così. Se me lo dici tu, entonces ti credo. Un po’ come il nostro: allora, quindi…
Oppure lo puoi usare come espressione che dà ad intendere che quello che stai dicendo deriva da una conseguenza logica: no, Alexandra, non voglio venire, non lo sai che odio la discoteca? Da entonces!
Oppure lo puoi usare come rafforzativo per iniziare una frase:
Entonces, credi che io sia un pedofilo!
No, questa frase è troppo dura, la riscrivo:
Entonces, credi davvero che io sia un pedofilo? Così va meglio.

Sai quando leggo tutte queste levate di scudi contro un vecchio che approfitta di una giovane, sono certo di non parteggiare per il mostro ma mi chiedo, io sono quel mostro? Sono io, il vecchio che quando aveva sessantatre anni incontrò Alexandra che ne aveva sedici, e si comportò in modo indegno?
Non lo so. Io so solo che quando la vidi mi battè forte il cuore. All’età non ci pensai, nè alla sua e neppure alla mia.

Mi battè il cuore e basta.
La guagua che a mezzogiorno arriva dalla capitale, passando dalle vicinanze dalle scuole, carica i bambini che tornano a casa, ed essi salgono vociando, spingendosi, gridando. A qualcuno danno fastidio, io invece mi rallegro con tutto quel cinguettìo, paiono rondini che volano gridando, e passano vicino al mio sedile che era proprio il primo di fronte alla portiera.
Pfui, fece l’aria compressa, aprendo alla fermata.

Una zaffata d’aria calda entrò nell’ambiente con l’aria condizionata e alzai lo sguardo.
Entonces salì Alexandra. con la sua bella uniforme della scuola, la camicina azzurra ben stirata, la gonna a pieghe color militare, i calzettoni bianchi, e due tette, ma due tette da sturbo. Eh, sì, perchè in quella marea di bambini della scuola elementare, lei svettava come un corpo estraneo, era alta, con due spalle così, due zigomi alti e un sorriso che quando apriva la bocca i suoi denti parevano perle.

Non poteva avere dodici anni, era evidente. Poi seppi che non li aveva affatto, ma aveva perso molti anni di studio, e una zia che ora la ospitava l’aveva iscritta a scuola con notevole ritardo. Praticamente faceva le elementari con un’età da liceo, ma sempre bambina era. Lo diceva il viso innocente, il sorriso pulito, lo sguardo curioso ma non malizioso.
Si sedette accanto a me e il respiro un poco affannato per la corsa agitava il suo seno che pareva voler uscire prepotentemente da quella camicina che lo teneva imprigionato.

Era un seno grande, ma non sproporzionato, forse lo sarebbe diventato con l’età, ma ora la gioventù, la verginità, il fatto che fosse ben soda, tutta, dava una consistenza al suo seno che ti faceva venire voglia di toccarglielo per verificare se fosse vero. Maneggiava un telefonino che non riusciva ad usare e quando alzò lo sguardo su di me, feci appena in tempo a distogliere il mio dal suo seno e a dirle, dove vai? Oh, mi aspettano i parenti, vado a fare il bagno.

Vestita così? Mia zia lavora in un ristorante sulla spiaggia mi cambio da lei. Se mi dai il tuo numero di telefono, vado a cambiarmi e vengo a fare il bagno con te. Certo, disse e me lo diede. Io lo composi subito, per vedere se non mi volesse imbrogliare, e il suo cellulare squillò! Oh, che bello! Entonces funziona!

Quando scese, scesi anch’io per vedere dove andasse e la seguivo a distanza.

Lei si girava ogni tanto e sorrideva. Finalmente arrivò ad un gruppo che la stava aspettando, un paio di zie, un giovanotto e qualche bambina. Lei li salutò e mi indicò agli altri che mi scrutarono senza alcuna reazione apparente.
Ora sapevo dov’erano, mi avviai al residence dove abitavo, mi cambiai e aspettai una mezz’oretta per lasciarle il tempo di cambiarsi. Poi la chiamai, allora vengo? Entonces.
Il costume da bagno non era suo, e la misura che le stava bene per le slip invece non riusciva a trattenere quel suo gran ben di Dio che ad ogni mossa spingeva per voler prepotentemente uscire dal reggiseno.

Inutile fare il bagno, mi bastava guardare. C’era molta gente in acqua ma lei stava solo coi bambini come lei e faceva tutti i giochi dei bambini, ma i miei occhi poco innocenti lo vedevano che era fuori posto. Lei avrebbe dovuto nuotare con ampie bracciate, in modo sensuale, invece sbatteva le mani sull’acqua per fare scherzi innocenti agli altri, e rubava la palla, e cinguettava, e si aggiustava il reggiseno, e ogni tanto si guardava il petto per vedere se non avesse provocato qualche danno con movimenti troppo rapidi…
Dovresti comprarti un costume da bagno nuovo, le dissi.

Domani vado in città, se vieni, te lo regalo. Lei guardò la zia che disse sì. Il giorno dopo non ci sarebbe stata lezione e si poteva fare. Ecco fatto, pensai, la trappola è shittata. Basta offrire una compera per mostrare di avere soldi in tasca ed essere piuttosto generoso, e queste squinzie cadono come pere. Tutte.
Il sole era calato ed era l’ora dei saluti. La zia, la mia amata zia, che Dio la benedica, ruppe l’imbarazzo e disse, Ale, perchè non lo inviti da noi a prendere un caffè? Così impara la strada dove abitiamo.

Cominciò così.

§

Il giorno dopo passai a prenderla per andare in città a fare compere.
Sorpresa! Non sarebbe venuta da sola, ma con la zia. Mentre camminavamo per la via affollata. canticchiavo: Io Mammeta e tu ma non era proprio così, la zia era dolce e comprensiva, solamente stava attenta al suo investimento. Proprio così, lo scoprii dopo, vedendo come crescevano la sorella minore di Ale, che aveva un paio d’anni meno.

Seguii la vicenda per anni, e me lo dissero chiaramente: la mantenevano vergine a disposizione di un “gringo” che un giorno se la sarebbe portata via. O che l’avesse messa incinta, e ritornato in patria, le avesse mandato dinero per mantenere il figlio e con lui tutto il codazzo della famiglia che si trainava al seguito. Pure Ale, l’avevano conservata illibata ed ora era lì, bella e confezionata a disposizione del gringo, che in questo caso ero io…
“Gentili signore, io vi sono grato per la gentilezza con cui mi accogliete.

Ma ormai lo sapete, io non posso più nascondervelo, amo pazzamente vostra nipote. Mi rendo conto della grande differenza d’età, inoltre non ho nulla da offrirle: non sono divorziato e non posso sposarla, non potrò fare figli con lei perchè sono sterile, non ho una casa e nemmeno un lavoro. Non voglio creare scandalo, ma vi prego solamente di permettermi di frequentarla fino a quando non giudicherete siano maturate le condizioni adatte per farla venire a vivere con me, naturalmente se vostra nipote è d’accordo…”
Splendido discorso.

Chiaro e conciso.
Il problema è che tutta questa pappardella che si può leggere in un fiato, io la pronunciai a spizzichi e bocconi durante i sette mesi che durarono le mie visite a quella famiglia!
Eh, sì. Proprio sette mesi. Io arrivavo, e la trovavo con la ramazza in mano mentre lavava il pavimento. Visione sublime, solo più tardi scoprii che quella era una famiglia con lavori altamente specializzati, Ale era specializzata nel lavare il pavimento e quando venne a vivere con me, non faceva altro, nè lavare i piatti o la biancheria, non stirava, non puliva i vetri… nulla.

Solo lavava il pavimento. Io con dolcezza le dissi che non poteva fare solo quello e lei dopo un poco capì tanto bene, che smise pure di ramazzare.
Allora dicevo, io arrivavo nel patio dove c’era tutta la famiglia, chi si lavava i piedi, chi i capelli, chi si faceva le unghie mentre i bambini correvano schiamazzando qua e là. Davo ai bimbi cento pesos e andavano a comprare i limoni lo zucchero e il ghiaccio così lei mi preparava una freschissima limonata che noi sorbivamo in silenzio, sedia contro sedia, in un angolo del patio.

Senza parlare, perchè lei, non parlava MAI!
All’imbrunire chiamavo un moto-concho che mi riportasse a casa e castamente com’ero venuto, così castamente me ne andavo giù, dove c’erano i bar, dove sempre castamente andavo a puttane.
Così per i primi sette mesi.

§
Ma come può essere successo tutto questo?
Come è possibile mi chiedo che una ragazzina ben educata, pulita, cresciuta in una famiglia povera ma ineccepibile, poi sia diventata tutto questo?
Certo, la colpa dev’essere anche mia.

Ma prima di tutto dell’ambiente, perchè noi non siamo tutto quello che abbiamo ereditato col patrimonio genetico. A formare quello che noi siamo è stato determinante anche la famiglia in cui siamo cresciuti e l’ambiente attorno a noi, dove siamo maturati.
E le persone che abbiamo incontrato. Eh sì, perchè pensaci bene, le persone che incontri plasmano la tua vita. è come una lotteria, chi pesca bene e chi pesca male. Io penso che non ci sia alcuna differenza sostanziale tra l’assassino e il suo giudice, la differenza la fa dove sono nati, l’ambiente in cui sono cresciuti e le persone che hanno incontrato.

Alexandra. Chiamiamola così, ma non è il suo vero nome.
E invece si chiama proprio così ma scrivo che non è il suo vero nome perchè da queste parti tutto quello che vedi non è così come appare, pure in un racconto.
Insomma c’è tanta di quella confusione tra quel che vedi e quello che sembra, da poter affermare che da queste parti non c’è niente di vero.
Nemmeno la frase precedente.

E neppure la frase prima della precedente.
Hai capito come stanno le cose?
Bene, Alexandra, chiamiamola così, e andiamo avanti.
Se Alexandra era stata tollerata nella classe con le bambine malgrado fosse una pennellona, ora che era venuta a vivere con me era stata dirottata verso la scuola serale, la prima corruttrice delle giovani di queste parti.
Il Corriere pubblicò un reportage sul turismo sessuale e rimasi colpito dalle cose che descriveva e che io non avevo mai visto in giro.

Le scrissi chiedendole spiegazioni, e lei mi disse di andare a passeggiare giù al Corso, e aprire gli occhi.
Eh, sì. Aveva proprio ragione la giornalista, inoltre seduto ai tavolini del primo caffè vicino al parco, ascoltavo i commenti di un paio di stanziali appoggiati alla loro gippetta bianca, con amici appena arrivati, che appunto dicevano che invece del solito troiaio che si trovava là sotto, era meglio andare ad aspettare queste squinzie all’uscita della scuola serale.

La scuola di qui assomiglia alla nostra Scolastica medievale. Il professore detta i capitoli delle materie e le ragazze scrivono. Molto spesso non detta nemmeno, ma dà loro da copiare da pagina…a pagina, il tempo giusto perchè suoni la campanella e vadano a casa. E all’uscita le solite chiacchiere delle ragazze, i capelli finti, le unghie false, la telenovela… poi ci sono i discorsi
più interessati: “a me il vecchio ha regalato la ricarica…” a me ha regalato questo cellulare…” …lo porto a fare la spesa al supermercato…” e le più piccole ascoltano e pensano: “Ma è davvero tutto così facile?”
Poi vanno a passeggiare un poco prima di rientrare in casa, ma dagli sguardi i più scafati capiscono quando sono interessate…
Va bene, ho aperto gli occhi.

Stasera vado all’uscita dalla scuola a vedere di persona…
Scese la sera e alle otto e mezza ero fuori dalla scuola ad aspettare. Mi misi in un angolo buio e notai che c’erano anche alcuni “gringos” che aspettavano fingendo indifferenza. Là avanti c’era pure la gippetta bianca di quei bellimbusti che si erano ripromessi di venire a cacciare carne fresca e insomma pensai che la giornalista del Corriere ci aveva visto giusto…
C’era stata una polemicuccia con la scuola per via di tutto questo, tanto che il ministero aveva deciso di mettere guardie giurate per proteggere le minorenni.

Uscirono ad ondate, cinguettando come uccellini di bosco, erano molte le risa, mettevano il buonumore…
Uscì pure Alexandra con la poliziotta, attraversarono la strada e…. salirono sulla gippetta bianca!
Rimasi di sasso, senza fiato, hai capito la poliziotta? Messa lì per proteggere le bambine era la prima a salire sulle auto dei turisti in cerca di emozioni, e portandosi pure una delle studentesse che avrebbe dovuto proteggere!
Tornai a casa ad aspettare.
Rientrò che era quasi mezzanotte e le chiesi, dove sei stata? Oh, niente a bere qualcosa al drin con i miei compagni di classe…
Il drin sarebbe la forma spagnoleggiante del Drinks, un luogo che vende super alcoolici all’ingrosso e che la sera spaccia al minuto ai dominicani che affollano la strada tutta intorno.

Guarda che sono venuto giù e ti ho visto andare via con la poliziotta. Niente compagni di scuola quindi, ah sì erano amici suoi ma poi sono andata da Jennifer e con lei siamo andate al drin, guarda che Jennifer era qui da sua zia..
sì ma dopo. Guarda che quelli della gippetta sono turisti italiani in cerca di avventure, ah certo. Uno di loro è innamorato del mio insegnante che è “pagaro” (omosessuale) e la poliziotta le portava un messaggio.

Le portava un messaggio ma loro si portavano via voi… no, io sono scesa subito per andare da Jenifer! Guarda che Jennifer era qui!
Inutile. Tutto inutile, quando un essere razionale, con tanto di logica, con avvenimenti che vengono dopo altri e quindi ne conseguono, con lo scorrere del tempo uniforme e progressivo, incoccia in una discussione con un essere tribale auditivo mitologico, con il tempo che può essere prima e dopo, sopra e sotto, qui e là si equivalgono, la discussione non riesce ad andare oltre l’ incomprensione reciproca.

Ti faccio un esempio, così capisci prima.
Un giorno torno a casa e trovo Alexandra con un foulard viola in testa, chiusa nella cameretta davanti all’altarino della Santeria, che sbatte le maracas cantando nenie. Cosa stai facendo? Le chiedo. Nulla di speciale, si è rotta la televisione e sto invocando Santa Marta perchè me la ripari.
Piccolo inciso: Santa Marta non è la nostra santa ma un’entità della Santeria dominicana che non è compresa negli Orisha.

Sarebbe Santa Marta dei Serpenti, una specie di dea Kalì che possiede le persone durante riti collettivi chiamati tamboor, dove la gente si agita fino ad essere “posseduta”.
Alexandra, le dico, se si è rotta la televisione devi chiamare il tecnico non Santa Marta, ti pare? No, sarà lei a ripararmela. Va bene, fa quello che ti pare, le dico chiudendo la porta della stanzetta “dei miracoli” e andando sul balcone. Mi affaccio e chi ti vedo? Plomerito, l’elettricista faccio-tutto-io e lo chiamo.

Guarda se puoi ripararmi la televisione altrimenti chiamiamo tuo cugino che è il tecnico. Plomerito prende in mano il controllo remoto, armeggia un pochino poi dice, guarda non c’è nulla di guasto, è solo andato fuori sintonia, adesso fai ripartire il tutto e vedrai che funziona come prima.
Infatti.
Lo ringrazio, lo accompagno alla porta e rientro nella “stanza dei miracoli”. Smetti con quella nenia, la televisione funziona e puoi finalmente vedere la tua telenovela…
Hai visto? Dice lei, Santa Marta ha riparato il televisore… No, guarda che casualmente è salito Plomerito e il televisore l’ha riparato lui.

Certo, ma se non c’era Santa Marta che lo faceva passare qui sotto, noi avevamo il televisore rotto, ma non era rotto, sei tu che chissà cos’avrai smanazzato per metterlo fuori sintonia, aspetta che ringrazio Santa Marta per avermi riparato il televisore e poi vengo…
Capisci? Tra il razionale e l’irrazionale non c’è partita.
Alexandra avrà cambiato una decina di telefonini. O li perdeva, o fingeva di perderli per regalarli o impegnarli per racimolare qualche soldo, o li sbatteva a terra perchè il modello era vecchio, o le cadeva nel cesso (è successo pure quello) insomma c’erano periodi in cui usava il mio.

Era troppo naif per cambiare il chip o cancellare le chiamate o i messaggi che riceveva, così senza che le dicessi nulla sapevo tutte le porcheria che stava combinando.
Era scesa al colmado per comprare qualcosa per il pranzo quando suona il telefono, pronto c’è Alice? Alice chi? Ah – capisco tutto al volo – Alice, no, è passata di qui stamattina ma ha dimenticato il telefono. Tu sei quello di ieri sera? Sì, sono Andrea.

Senti tu dovresti essere il suo fidanzato… Ma no, cosa dici? Queste sono gallinelle intercambiabili. Me la scopo ogni tanto, niente di più. Lei vive a casa sua ed io a casa mia… Ah ecco. Perchè è venuta di corsa stamattina per dirmi che il fidanzato ha scoperto tutto e che devo dire di essere innamorato del suo insegnante, ma sai, non mi va di passare per frocio…
Hai ragione! Ma non ti devi lasciar coinvolgere, sai sono sgualdrinelle che un giorno vanno con uno, un giorno con l’altro….

…e si fanno pagare! Dice lui.
Rido, ah ah ah, perchè l’avresti pagata forse? Mah, sai. Trombare l’ho trombata, poi mi ha chiesto 800 pesos per andare dal parrucchiere, cosa vuoi è sempre un buon prezzo per una prostituta…
Non riuscii a trattenere le lacrime.
Avevano ragione gli antichi quando misero l’amore in fondo al cuore, perchè è lì che senti qualcosa che si rompe.
T’innamori e batte forte il cuore, scopri che si vende, e il cuore si spezza..

§

Le cose cominciarono a prendere una piega non piacevole, diciamo che gli affari e l’amore cominciarono ad andare in discesa, prima impercettibilmente poi con un’accelerazione imprevedibile.

Capirai anche tu, che accettando prestiti al 10% ogni quindici giorni e il lavoro stagionale, capitava nei mesi morti di dover chiedere prestiti per pagare gli interessi sui prestiti precedenti e questo avveniva sempre a fine mese, quando c’erano da pagare gli stipendi al personale e la luce, carissima. Scelta improrogabile per non chiudere, ma ad Alexandra la cosa non importava poi molto. Lei viveva nel suo mondo e comprava vestiti che poi regalava alle amiche o alle zie, comprava capelli finti che una volta applicati la involgarivano in modo esagerato, comprava scarpe (decine e decine) si metteva unghie finte, cambiava telefonino con la velocità della luce.

Insomma, finchè al mattino poteva mettere mano ai soldi che le necessitavano per le sue inutili esigenze, come andassero gli affari non le importava molto.
Rientrava sempre più tardi nella notte, invece di copiare le lezioni dal libro di scuola passava le ore in classe a scrivere lettere d’amore ai suoi spasimanti, e quando quelli rispondevano conservava le missive nella sua cartella di scuola.
Una perfetta cretina, se avesse voluto tenere nascosti i suoi altarini, una menefreghista invece se pensava che tanto innamorato com’ero non avrei potuto lasciarla per nulla al mondo.

Corna comprese.
Ho letto da qualche parte la descrizione degli stati d’animo quando si apprende di avere un cancro. Prima l’incredulità, poi la ribellione, quindi la rassegnazione. Succede anche con le corna, te lo posso garantire.
Cominciai a tener sotto controllo i messaggi sul telefonino, le carte che le scrivevano gli spasimanti, quello che scriveva lei sui suoi quaderni. Mi stupì leggere come mi descriveva, un bruto che le faceva violenza e la rendeva infelice.

I biglietti degli spasimanti invece erano epici: “Da quando ti ho conosciuto so che esistono gli angeli… il profumo della tua pelle… ti aspetto tra le rose…” proprio così, tra le rose, scriveva. Speriamo si pungesse!
Quando la notte tardava oltre ogni limite accettabile uscivo a cercarla senza rendermi conto che mi esponevo a pericoli di ogni sorta, un vecchio di notte che cammina per strade secondarie è una facile preda, ma io volevo trovarla per avere dagli occhi la conferma di tutto quello che ormai il cuore sapeva da un pezzo.

Una notte entro in uno di questi “drin” dove c’è pure una musica assordante. Non la trovo e mi metto in un angolo scuro ad osservare la gente. Bevono e conversano, come facciano – a conversare, intendo – non capisco proprio con tutto quel rumore. Ad un certo punto entra lei, le braccia alzate e passi sincopati seguendo la pachata che gli altoparlanti diffondono al massimo.
Grida della folla, è arrivata! Una diva.

Mentre ballando si porta al centro della sala la voce di un amico la sfotte:
– Alexandra, e tuo marito?
– Dorme! – risponde, e tutti ridono.
Guadagno l’uscita alla chetichella, anche perchè non c’e niente da dire. Se non sottolineare un dettaglio insignificante: a quell’ora dormo perchè mi alzo alle quattro per andare a fare il pane. è buio alle quattro, l’ora più buia del giorno, quella prima dell’alba. Passo dalle case di tolleranza ed escono le puttane con i clienti che con loro hanno fatto mattina.

è tutto uno scoppiettare di moto-conchos, gente che ha aspettato fuori tutta la notte per fare da taxi a questi ultimi clienti, e guadagnarsi 50 pesos…
Non c’è nessuno in giro a quell’ora, io, le puttane e qualche volta Alexandra che torna a casa.
Non ho voglia di tornare, faccio un giro camminando, la strada è centrale e ben illuminata, non corro pericoli. Sulla via del ritorno proprio da quel “drin” scorgo cento metri più avanti, Alexandra che esce abbracciata con un vecchio, e la seguo a distanza.

Lui è uno di quegli scalcagnati italiani in braghette, infradito e canottiera che infestano il parco di pomeriggio, lei pare divertirsi. Arrivano all’angolo della via dove abito e si baciano. Lui la lascia e lei si gira per salutarlo e mi vede sopraggiungere. Non fa una piega.
Io invece dico a lui:
– Scusa, adesso che hai finito me la mandi a casa ed io ho schifo. Fammi un piacere, tienitela fino a domani e me la mandi dopo che si è fatta almeno una doccia
Lui è uno sportivo e non si agita troppo.

Nella conversazione che segue mi dice che si chiama Giorgio, è proprietario di macchine che smuovono la terra e vive noleggiandole. No, che me la tenga pure io, che a lui la proposta non interessa…
– Ma come, la usi e me la rimandi. Tienitela tu, e ogni tanto me la scopo io…
-Eh, se tu sapessi…- disse e lasciò tutto in sospeso.
Se io sapessi che? Mah, non l’ho mai più saputo, ma la frase in sospeso mi colpì molto.

Da quella notte, decisi di non seguire più Alessandra ma di aspettarla a casa, a qualsiasi ora fosse tornata.
Perchè aspettarla fa soffrire, ma a trovarla si soffre molto di più.

§

Soldi non entravano e stringere la cinghia era diventato doloroso. Alexandra invece attraversava gli eventi come una lama nel burro, senza preoccupazioni. La scuola era finita, ma lei usciva di casa alle undici di mattina e faceva ritorno alle ore più impensate.

A volte portava sacchetti della spesa con pasta, formaggio, biscotti, e altre vettovaglie.
Chi te li da? Oh, un’amica che ha preso a cuore la nostra situazione e ha deciso di aiutarmi. Guarda che al mondo non esistono pasti gratis e questa tua amica se ti dà qualcosa qualcos’altro poi vorrà, ma no cosa dici. è gente buona, pure suo marito…
Alcune volte tornava alle sette di sera per vedere la telenovela e prima di uscire per la notte volle imparare a navigare col Facebook che diceva avevano le sue amiche.

L’avvocato che nel frattempo era diventato mio amico diceva che per il ristorante c’erano complicazioni ma che non avremmo tardato molto ad avere ragione, intanto il tempo passava e mettere insieme il pranzo con la cena sempre più difficile.
Io saltavo un pasto e con un panino e un pomodoro (dieci pesos) arrivavo a sera. Ale invece o andava a mangiare dalle amiche oppure tornava di notte soddisfatta e non pareva avere mai fame.

Un giorno disse: abbiamo ottenuto un credito dal colmado. Possiamo fare la spesa per un mese e pagare quando ti arrivano i soldi. Che bello, si mangia!
Una notte che smanettavo sul computer in attesa del ritorno di Ale, incappo nel suo profilo che apro perchè la password è fin troppo semplice. Oltre a suoi messaggi in giro per il Caribe di un’oscenità impareggiabile, trovai pure il chatting che aveva fatto recentemente col proprietario del colmado che aveva miracolosamente deciso di farci credito.

Ale:- Prestami mille pesos
Renè:- Sai quello che mi devi fare
Ale:- Per quello ce ne vogliono duemila
Renè:- Ma io non voglio scopare per non mancare di rispetto nei confronti di Ronnie che è mio amico. Voglio solo toccare di sotto e ciucciare di sopra
Ale:- Sempre duemila. Vieni a casa
Renè:- Mia moglie mi controlla
Ale:- Tu portami a casa l’acqua
Renè:- E quando?
Ale:- Alle 7,30 quando Aldo va ad aprire il negozio
Renè:- E quando andiamo al monte?
Ale:- Quando vuoi ma sempre 2.

000 pesos sono

Ero allibito. Leggevo cose che mi lasciavano di sasso, non per lo scandalo in sè, ma perchè non riuscivo a comprendere come Alexandra avesse potuto cambiare in quell’essere volgare che scoprivo dai suoi scritti.
In quel momento rientra lei ed erano le due del mattino. Inutile chiederle dove sei stata, ormai…
Solo che stanotte ha un succhione sul collo da far paura e l’incazzatura mi viene non solo per l’accumulo degli avvenimenti ma soprattutto perchè vuol convincermi che quel pò pò di segno glielo avrei fatto io!
Nacque una lite furibonda, con rinfacci, insulti, e lei che pareva piano piano perdere terreno dalle sue convinzioni, finchè messa in un angolo con le lacrime agli occhi sbottò:
– Basta! Tu, mia madre, i miei parenti che mi avete preso per una prostituta! Sono stufa di tutto questo, basta! Adesso mi ammazzo…
E si suicidò.

Per la verità si suicidò quattro volte, la prima, prese una manciata di pillole dal cassetto, se le ficcò in gola poi tracannò un bicchier d’acqua e rimase così, impalata aspettando l’effetto. Forse si credeva che ingurgitare una manciata di pilloline zuccherate in vendita al colmado magari con effetto placebo, l’avrebbero fatta cadere indietro stecchita. Invece non successe nulla.
– Ah, sì? – gridò visto che non aveva ottenuto nessun effetto – e allora mi taglio le vene – andò in cucina prese un coltello e si tagliò le vene.

Oddio, tagliò è una parola grossa, diciamo piuttosto che mise il coltello sui polsi e lo fece andare avanti indietro un paio di volte. Ma non uscì il sangue. Buttò il coltello per terra e spalancò la porta del giardino: – Mi butto nel pozzo! – disse ed uscì.
Sentii nitidamente il rumore del coperchio metallico che copriva la cisterna e poi sentii pure uno splash. Poi più nulla, solo il canto dei grilli.

Aspettai il tempo sufficiente, rimisi al suo posto il coltellaccio da cucina del ristorante che non aveva fatto il suo dovere coi polsi di Ale, poi uscii e la trovai in piedi sull’orlo della cisterna, con i pantaloni bagnati fino alla cintola ed il resto perfettamente asciutto. Evidentemente si era seduta sull’orlo della botola in attesa dell’ispirazione che non era arrivata.
– Via Ale, – dico cercando di sdrammatizzare- Per questa notte ti sei suicidata abbastanza, adesso vieni a dormire che sennò prendi freddo…
-Ah, mi prendi pure in giro? Te lo faccio vedere io! Adesso vado sull’autopista e mi butto sotto alla prima guagua che passa – sbattè la porta uscendo ed io aspettai.

Perchè il messaggio non era per niente chiaro: l’ultima guagua passava alle dieci e trenta ed erano ormai le due di notte. Si butta sotto la prima guagua vorrebbe dire che aspetta quella del mattino alle 6,30 oppure qualsiasi mezzo pesante che passa va bene?
Tornò dopo una ventina di minuti. Si vede che il traffico sull’autopista non le era piaciuto, oppure chissà. Sta di fatto che senza dire una parola, si buttò sul letto e prese sonno nel giro di un paio di minuti.

Da quel giorno non si parlò mai più di suicidio.

Letizia, sottomessa e schiavizzata

Alle sette in punto Chiara si svegliò. Avvertì un piacevole solletico alle piante dei piedi, una carezza gentile su ogni dito ed un bacio appena accennato sul tallone. Mosse i piedi ed il dorso della sue estremità destra colpì la guancia di Letizia, che in ginocchio in fondo al letto e con la bocca appoggiata ai piedi di Chiara sospirava paziente.

-“Aaahhh!”- sbadigliò la padroncina, distendendo le braccia e le gambe e girandosi con la schiena in giù sul morbido materasso. “Buon giorno, mia povera schiavetta”-
Letizia scostò un poco la testa, si voltò verso il viso di Chiara e poi tornò a chinarsi con la fronte fin quasi a sfiorare il pavimento. Vedere quella persona adorante al suo servizio compiacque moltissimo la signorina, che scese una gamba oltre il bordo del letto andando a premere un piede sulla nuca di Letizia.

La serva rimase immobile e Chiara aumentò la pressione della sua gamba schiacciandole la testa sulle mattonelle.
La padroncina rise.
-“Eh eh…sei puntuale. ”- disse –“Brava”-
-“Grazie, padroncina”-
-“Tu hai dormito bene?”-
-“Certo”- rispose Letizia –“Grazie, signorina”-
In realtà Letizia aveva dormito sotto al letto di Chiara, adagiata su di una sottile coperta di lana ed un minuscolo cuscino ruvido. Chiara aveva disposto da qualche tempo che la serva dormisse così, alla sua portata, poiché essa doveva essere sempre presente e a disposizione per quando ne avesse avuto bisogno.

Ogni tanto, nel cuore della notte, Chiara si svegliava con la voglia di farsi leccare i piedi o di urinare; allora allungava una mano sotto al materasso, afferrava la serva per i capelli e la costringeva a venire fuori dal letto, talvolta incitandola con schiaffi e strattoni. La poverina si svegliava di soprassalto e nel dormiveglia, ancora mezza tramortita, era costretta ad obbedire alla bella aguzzina e a bere la sua calda urina. Poi Chiara la congedava e ritornava a dormire.

Spesso la serva era esiliata sotto al letto con l’ausilio di calci e schiaffi.
Quella sera la padroncina aveva bevuto molto ed aveva avuto bisogno di scaricarsi per ben due volte. Letizia aveva bevuto tutto con solerzia.
Andava avanti così da un mese o poco più, da quando la padrona aveva deciso che una schiava part-time durante le due ore di scuola non era più sufficiente. Gliene serviva una a tempo pieno e dato che Letizia veniva da una famiglia allo sbando, nella quale nessuno si sarebbe accorto della sua mancanza, la scelta ricadde su di lei.

Chiara permetteva generosamente alla schiava di ritornare a casa tre o quattro volte la settimana al fine di cambiarsi d’abito e prendere la roba che le occorreva. Letizia aveva sistemato la faccenda con i genitori dicendo che per l’anno scolastico corrente si era trovata una camera in affitto a poco prezzo e che vi sarebbe rimasta a lungo, almeno fino alla pagella di giugno.
Il problema maggiore per la convivenza di Letizia e Chiara nella casa di quest’ultima era però rappresentato dalla madre della giovane padroncina.

La signora Elisabetta era una donna di classe e bellezza inconsuete. Aveva poco più di quarant’anni ed una linea da modella, capelli bruni e lisci, labbra carnose e occhi neri e profondi. Era una donna abituata a comandare, grande manager di un’altolocata società d’azioni e personalità molto forte. Chiara l’aveva vista comandare ed umiliare molti dipendenti sul posto di lavoro, sia uomini che donne. La cosa interessante era che la madre andava particolarmente fiera di queste dimostrazioni di superiorità davanti alla figlia.

Era come se volesse insegnarle a dominare gli altri Chiara aveva appreso fin troppo bene quelle prime lezioni ed aveva fatto pratica sulle sue compagne di scuola. I ragazzi non le davano altrettanta soddisfazione, purtroppo, erano troppo rozzi.
Un paio d’anni prima la signora Elisabetta aveva assunto una segretaria appena laureata e quest’ultima aveva cominciato a lavorare a casa di lei. Chiara ricordava quel periodo in modo speciale, gran parte dei rudimenti della sua vita da padrona li aveva appresi allora.

In principio la segretaria svolgeva compiti di routine, sistemava scartoffie, riordinava moduli, sbrigava pratiche. Poi il legame fra lei e la sua bella datrice di lavoro si fece più stretto, velocemente e morbosamente più stretto. Chiara prese a spiare l’ufficio della madre dove lei e la giovane praticante lavoravano una volta vide…
Elisabetta lavorava alla scrivania, seduta su di un’ingombrante ma comoda poltrona in pelle e con le gambe abbandonate sul bracciolo di destra.

La segretaria se ne stava di fronte a lei, in ginocchio, ingobbita e sottomessa, praticando un rilassante massaggio ai piedi della manager. La donna sorrideva ed osservava con aria annoiata e un po’ snob la serva. Ogni tanto sfilava un piede dalla stretta carezzevole delle sue mani e glielo strofinava in faccia, sulle labbra, forzando la sua bocca con le dita e giocherellando con il suo mento, il naso ed i capelli. Di solito era Elisabetta a parlare, quando dalla stanza si udivano delle voci.

La servetta parlava poco e se lo faceva era con una voce flebile e timida. Probabilmente la padrona le aveva dato l’ordine di parlare solo in determinate occasioni. Non è che le due donne trascorressero tutto il giorno in una stanza a non far nulla, naturalmente. A volte Chiara andava a spiarle e le trovava entrambe immerse nel lavoro. Di solito le ore migliori per osservare le strane pratiche a cui Elisabetta sottoponeva la serva erano quelle precedenti alla cena, quando cominciava a far buio ed ormai il grosso del lavoro della giornata era stato sbrigato.

Una volta Chiara vide la segretaria che lucidava le deliziose scarpe nere con il tacco alto di sua madre. La donna aveva messo prima l’uno poi l’altro piede su di uno sgabellino alto trenta centimetri e la ragazza era inginocchiata davanti a lei, indaffarata con spazzola e lucido da scarpe per toglierle l’ultima traccia di polvere dal tacco. La madre di Chiara la guardava dall’alto in basso, dominandola in altezza come una montagna domina un verme che striscia a valle.

Con un’ ultima dimostrazione di superiorità Elisabetta aveva abbassato il piede sul pavimento e, facendo finta di nulla, era andata a posare la suola della scarpa sulla mano della servetta. Questa non aveva replicato nulla, si era limitata ad emettere gemiti soffocati ed ad attendere che la dominatrice sollevasse il suo bellissimo piede.
In un’altra occasione Chiara vide la segretaria che dava lo smalto alle unghie di Elisabetta e rimase ben sorpresa nell’osservare quanta cura la giovane ponesse nel mettere quella rossa tintura brillante sulla punta delle dita della madre.

Un’altra volta ancora la donna era seduta sul piano della scrivania, le sue lunghe gambe accavallate penzolavano in aria sospese ad un palmo da terra. Indossava scarpe col tacco e bellissime calze nere. Le segretaria doveva aver commesso qualcosa di molto grave perché era inginocchiata davanti a lei, col capo chino e le mani dietro la schiena. La donna la guardava, dominandola con uno sguardo freddo come il ghiaccio ed i suoi occhi erano colmi di collera e disprezzo.

Poco prima Chiara aveva udito due voci levarsi dalla stanza ed aveva riconosciuto anche quella della ragazza; ciò era molto strano perché la segretaria era solita parlare sempre a bassa voce.
Come se niente fosse la madre di Chiara avvicinò un piede alla faccia della serva. La punta della preziosa decolté dal tacco a punta le indicava la radice del naso come un dito inquisitore.
La giovane sollevò impercettibilmente lo sguardo, esitò alcuni istanti e la donna mormorò una parola breve.

Infine la segretaria le prese piede e scarpa fra le mani e baciò. Iniziò dalla suola, polverosa e sudicia che fosse, andò al tacco, la sua lingua mulinò sulla pelle nera e brillante, poi passò al piede, sfilò la calzatura e leccò le dita e la pianta del piede. Elisabetta trovò piacere nella dimostrazione di sottomissione della sua serva, le affondò nella bocca prima un piede, poi l’altro, infine tutti e due assieme, lasciò che un altro essere umano si mortificasse al livello di un verme in ginocchio al suo cospetto.

Per tutto il tempo lo sguardo di Elisabetta rimase tuttavia freddo ed ostile. Dai movimenti frenetici delle sue mani e del suo collo si vedeva chiaramente che lo spettacolo offertole dalla ragazza che si stava umiliando prostrata sotto la scrivania le era molto gradito. Quando i suoi piedi furono evidentemente sazi di attenzioni Elisabetta passò all’umiliazione successiva. Si fece togliere le calze dalla giovane ed essa obbedì silenziosamente ed efficientemente, raccolse l’indumento dalle mani della succube, ne fece una palla e la infilò nella bocca della segretaria, naturalmente dopo avergliele strofinate sotto al naso per alcuni istanti.

Infine Elisabetta scese dalla scrivania, posando i piedi sulle mani della serva e si infilò nuovamente le scarpe. Prese la ragazza per i lunghi capelli mori e la strattonò violentemente perché essa la guardasse negli occhi. La segretaria aveva ancora le calze della datrice di lavoro in bocca.
In quel momento Chiara udì un rumore per le scale, s’accorse che era tornato suo padre e s’allontanò dalla porta. La segretaria uscì dalla stanza pochi minuti dopo, era scarmigliata e rossa in viso.

Apparentemente se ne stava tornando a casa come tutti i giorni, ma Chiara la spiò sulla porta d’ingresso mentre si infilava il cappotto.
-“Arrivederci”- disse alla dipendente della madre.
La giovane non osò replicare al suo saluto, non dischiuse neppure le labbra.
Aveva ancora le preziose calze di Elisabetta custodite della sua tiepida e sicura bocca.
Continuò a tornare per qualche tempo, un paio di settimane o tre, infine Elisabetta la licenziò in tronco per chissà quale altra disobbedienza.

Dopo quella esperienza Chiara capì non solo di essere la figlia di una affascinante amazzone, ma di possedere essa stessa il carattere di una dominatrice. Perciò, quando Letizia divenne schiava a tutti gli effetti di Chiara, la giovane padroncina si premurò ben presto di portarla a casa propria. Voleva farla conoscere a sua madre, mostrarle che anche lei era benissimo in grado di dominare qualcun altro. Voleva condividere il gusto della supremazia su di un essere umano con uno spirito affine.

Era sicura che Elisabetta avrebbe approvato il talento della figlia, che l’avrebbe incitata e soprattutto che avrebbe usufruito ella stessa della faccia e della lingua di Letizia. Ma le cose non andarono esattamente così.

Fu durante un giorno autunnale uggioso e grigio che la padroncina Chiara condusse Letizia per la prima volta a casa propria. C’era anche Elisabetta. La donna si stava preparando ad uscire perché doveva presenziare ad un importante riunione di lavoro.

Era in bagno a rifarsi il trucco quando le due ragazzine entrarono in casa.
Chiara portò Letizia in salotto e si sdraiò comodamente sul divano, stendendo le gambe snelle ed allenate sui morbidi cuscini di seta. Aveva ancora le scarpe. Indicò con l’indice un punto sul tappeto.
-“A terra”- disse rivolta alla schiava.
Letizia s’inginocchiò.
-“Toglimi le scarpe”-
-“Si, Chiara”- lo fece.
-“Ora rinfrescami un po’ i piedini. Sono stanchi e sudati”- disse, strofinando le piante sulla faccia della schiava.

Era vero, i calzini di spugna bianca erano madidi di sudore. Letizia fece per toglierli ma Chiara la calciò lontana con i talloni, colpendola al mento e strappandole un gridolino roco di dolore e stupore.
-“Ti ho detto di togliere i calzini?”-
-“No, Chiara. Mi dispiace”-
-“Lecca, che aspetti?”- ordinò Chiara con voce alterata. Era magnifica e terribile al contempo nella sua comoda posizione di dominatrice. Altezzosa ed irraggiungibile come una piccola dea ma sensuale e maliziosa come una principessina viziata.

La povera Letizia leccò come meglio poteva le calze della padrona mentre quella si godeva lo spettacolo beatamente adagiata sul divano. Chiara ridacchiava ogni volta che la lingua della serva le solleticava gli spazi fra le dita; la colpa era del tessuto ruvido dei calzini che quando si strofinava sulle piante le dava un poco di prurito. Allora la giovane muoveva i piedini, li sfilava e li riavvicinava alle labbra di Letizia, le graffiava la faccia con le unghie degli alluci, le premeva le punte negli occhi e sul naso.

Dopo qualche minuto si fece levare i calzini.
-“Poggiali pure sulle scarpe”-
Letizia obbedì.
-“Ora ricomincia da capo. Mi raccomando, bene fra le dita. Succhia fino all’ultima goccia di sudore. Voglio che tu me li lecchi così bene da non avere più bisogno di lavarli, d’accordo?”- In quel momento s’udì un rumore proveniente dal bagno. Elisabetta aveva quasi terminato di prepararsi e stava uscendo.
-“La prego…sua madre sta per arrivare qui e se ci vedesse…”- balbettò Letizia –“Potrebbe…”- -“Mia madre è affar mio, lecchina.

I miei piedi e la loro igiene il tuo. Bada ai fatti tuoi e non seccarmi”-
-“Ma..”-
Chiara sollevò un piede e lo puntò contro il viso implorante di Letizia.
-“Lecca, troia!”-
-“Si, subito”- rispose mestamente Letizia.
La ragazzina aveva sempre avuto un rispetto al limite dell’adorazione per la madre di Chiara. Elisabetta era la madre premurosa e buona che non aveva mai conosciuta, provenendo da una famiglia di disadattati. Teneva molto all’opinione della donna e le poche volte che l’aveva vista a scuola s’era sempre prodigata in inchini e complimenti, cose a cui Elisabetta aveva replicato con sorrisi cordiali ed affettuose carezze sul capo.

Ma in quella occasione non poté fare altro che obbedire alla padroncina. Si chinò un po’ di più e tirò fuori la lingua come aveva fatto altre centinaia di volte prima d’allora. Leccò ogni millimetro della vellutata pelle dei piedi di Chiara, che dal canto suo la lasciava fare con assoluta noncuranza.
Elisabetta terminò di truccarsi ed uscì dal bagno in quel momento. Si andò a mettere le scarpe e poi si avviò verso la porta.

Per farlo dovette passare dal salotto. Giunse sulla soglia e ciò che vide la stupì non poco. Sua figlia era adagiata sul divano e teneva le gambe stese sui cuscini ad un angolo del morbido sedile. Inginocchiata davanti a lei una ragazzina della stessa età le stava leccando con ardore i piedi. Chiara la guardava tranquillamente, ogni poco muoveva i piedini, forse per farsi leccare più a fondo le estremità o forse solo per infastidirla maggiormente.

Fatto sta che Elisabetta sulle prime rimase un po’ sbalordita. Ma la sorpresa fu di breve durata.
-“Che succede, Chiara?”- chiese.
La figlia s’accorse della madre e la salutò; Letizia divenne di colpo rossa in viso e s’irrigidì come un bastone di legno. Chiara la colpì in faccia con un calcetto.
-“Continua, tu”- ordinò con un tono che non ammetteva repliche. Letizia riprese, si sentiva avvampare di vergogna e disprezzo verso se stessa.

Qualche lacrima premette per uscire dai suoi occhi.
-“Ciao, mamma”-
-“Chi è lei?”- chiese la donna.
-“Tutto a posto. E’ quella mia compagna di classe che conosci anche tu”-
-“Ah!”-
-“Letizia”-
-“Bene, ma cosa sta facendo? E’ un nuovo gioco?”-
Chiara spinse indietro la testa e rise. Anche la donna sorrise. Ogni traccia di sorpresa se ne era andata dal suo splendido volto.
-“No…no, Letizia è la mia schiava, hai presente?”-
-“La tua schiava, eh?”- chiese divertita la donna.

Si avvicinò al divano. Letizia affondò ancor più la testa fra i piedi della giovane Chiara, sperando che ciò fosse sufficiente a nascondere il proprio volto dallo sguardo della signora Elisabetta.
-“Ah!”- rise Chiara –“Guarda come si nasconde il topo pur di non farsi vedere da te! Si vergogna, sai?”-
-“Poverina”- disse la madre. Era in piedi ad un metro di distanza dalla schiava. -“Gli sto insegnando ad essere fedele”-
-“A si?”-
-“Si, apprende con lentezza.

E’ stupida”-
-“Chiara…!”- esclamò la donna con tono di bonario rimprovero.
-“No, sul serio. Avrebbe bisogno, secondo me, di un’altra padrona. Sai, per cambiare un po’ mano…o piede”- rise –“A volte è utile”-
-“E allora?”-
-“Potresti insegnarle qualcosa tu”-
-“Io?”-
“Perché no?”-
-“Chiara, ha la tua stessa età. Ha diciotto anni! Potrebbe essere mia figlia!”-
-“Ah ah…ma non lo è! E’ solo la nostra schiava. La tua e la mia! E poi di anni ne ha diciannove”- Tirò indietro i piedi, allontanandoli dalla schiava.

Letizia, come vedendo nei magnifici piedini di Chiara l’ultima barriera fra se e lo sguardo di Elisabetta, si spinse in avanti per quanto le fosse possibile, cercandoli, bramandoli. Ma Chiara glielo proibì. La serva non aveva più difese, era allo scoperto.
Pianse, si sgomentò silenziosamente. Alcune lacrime solcarono le sue guance.
-“Serva, saluta padron Elisabetta come si conviene ad una schiava come te”- disse Chiara, che ora sedeva sul divano con le gambe raccolte contro i guanciali di seta.

Letizia si inchinò davanti alla donna sfiorando il tappeto con la fronte, strisciò fino alla punta delle sue scarpe pulite e gliele baciò. Due baci per ogni scarpa. Poi sollevò il tiro e le sue labbra andarono a posarsi sul dorso del piede di Elisabetta.
La donna la lasciò fare per un poco, poi indietreggiò.
-“Basta, basta…brava sch…piccola”- disse
-“Ma mamma! Non ti piace, forse?”-
-“Eh, Chiara! E’ una ragazzina!”-
-“Ma quello che vuoi che sia! Non lo va mica a raccontare in giro! E poi è molto fedele, una vera schiava, fa tutto ciò che le dico di fare…”-
Elisabetta rimase in silenzio.

Letizia era ancora genuflessa sul pavimento di fronte a lei.
-“E poi può tornare utile per tante faccende. Per esempio, le tue scarpe, vedi? Devi andare via di fretta e non sono perfettamente lucide come dovrebbero essere…”- disse Chiara.
-“Letizia!”- esclamò la giovane padrona.
-“Si, padroncina”- rispose la sottomessa ed il tono abbattuto con cui lo disse fece scappare un sorriso divertito alla madre.
-“Le scarpe di mamma”-
-“Si, padroncina”-
Letizia si avvicinò ancora una volta ai piedi della donna e prese a leccarle le scarpe.

Partì dalla punta, andò fino in fondo al piede poi tornò indietro. Ingoiò la polvere e ripartì.
Elisabetta questa volta non si scostò di un millimetro. Lasciò lavorare la piccola caricatura di essere umano che le stava davanti come Chiara le aveva brillantemente suggerito. Durante tutto il tempo i suoi occhi rimasero fissi sulla testa di Letizia, osservò la cura che la ragazzina metteva nella pulizia delle sue pregiate decolté nere e non riuscì a trattenere un risolino.

La lingua ed il servilismo di Letizia l’avevano contagiata ed ora non aveva alcuna remora ad impiegarla come uno strumento di piacere.
Chiara guardava un po’ la madre ed un po’ la compagna di classe. Rideva e faceva commenti sul modo di inchinarsi di Letizia al cospetto della signora Elisabetta, sulla scia di saliva che la lingua tracciava a più riprese sulla pelle nera.
-“Mamma, non staresti più comoda seduta?”-
-“Si, hai ragione”- rispose Elisabetta.

Si sedette sul divano ed accavallò le gambe. Letizia si vide spostare i piedi da sotto il naso e rimase un attimo incerta sul da farsi.
-“Continua pure, cara”- disse languidamente Elisabetta.
Letizia continuò. Andò a togliere lo sporco fin sotto le suole delle sue scarpe.
-“Quand’è che dovresti andar via per quella riunione?”- chiese Chiara.
Elisabetta si era completamente rilassata sui morbidi cuscini del divano, aveva disteso le membra ed aveva abbandonato le gambe alle cure della serva.

-“Cosa?”-
-“La riunione, mamma. Avevi un impegno, oggi!”-
-“A si?”- fece la donna, sorridendo diabolicamente. –“Beh, la riunione era per oggi ma i colleghi mi aspetteranno. E poi non posso certamente presentarmi a lavoro con le scarpe sporche, ti pare?”-
Chiara sorrise.
Elisabetta lasciò che Letizia terminasse la sua opera e dopo dieci minuti buoni di leccaggio le scarpe erano lucide come specchi.
-“Posso andare, ora”- disse, togliendo da sotto la bocca della ragazzina i propri piedi.

Letizia si sporse in avanti per continuare ma la donna la fermò con un elegante gesto del piede. I suoi tacchi erano terribili, un solo colpo ben piazzato avrebbe potuto strappare un occhio alla serva. -“Ho detto basta, ragazzina. Sei sorda?”-
-“Scema! Chiedi scusa!”- sibilò Chiara.
-“Scusi, signora Elisabetta…padrona…”-
Elisabetta rise, si alzò dal divano e passando di fronte ad una Letizia prona e col capo chino si diresse verso la porta.

-“Tornerò sul tardi, Chiara”-
-“Certo, mamma”-
-“Tu studia”-
-“Si, mamma. Non ti preoccupare. Vuoi che faccia preparare un bagno caldo dalla schiava per il tuo ritorno? Basta che tu mi dia un colpo di telefono con qualche minuto d’anticipo…”-
-“Mmm…no, guarda. Anzi, mandala a casa sua, tra un po’. Dovrà sbrigare dei compiti per la scuola pure lei, immagino”-
-“Ma no! Lei è la mia schiava, lo studio è secondario per lei. Anche se boccia non ha importanza in fondo.

La sua prima preoccupazione deve essere quella di obbedirmi e di accudire la mia persona…cioè le nostre persone”-
E così dicendo pose un piede sopra la testa di Letizia e le schiacciò la faccia sul tappeto. Letizia non protestò. Lasciò che la padroncina facesse ciò che più desiderava.
-“Chiara…beh, dopo ne parliamo. Intanto mandala a casa”-
-“Va bene, mamma”-
-“Ciao”-
-“Ciao”-
Si salutarono, Chiara ed Letizia rimasero sole in casa per qualche ora.

Chiara cavalcò la sua serva neanche fosse un pony. Le si sedette sul dorso oppure sul collo. La usò anche come sgabello e le salì sulla schiena con il bel sedere tondo e con i piedi. Si fece leccare ancora un po’ le estremità e pretese che Letizia curasse anche le natiche, questa volta. Poi si diresse a riflettere nel suo studio, usando Letizia come poggiapiedi. La schiava reagiva bene all’addestramento e presto sarebbe divenuta una schiava a tutti gli effetti.

Chiara avrebbe voluto anche insegnarle a bere la propria urina e poi, magari fra qualche mese, l’avrebbe convinta a fare cose ancora più degradanti. Le stuzzicava molto l’idea di farsi leccare il culetto dopo aver defecato oppure quella di sputarle in bocca.
Si, avrebbe cominciato di lì a qualche giorno, si ripromise.
Udì il rumore di un’automobile nel piazzale della grande casa. Era sua madre.
-“Accidenti!”- pensò –“La mamma aveva detto di mandare via ‘sta stronza prima del suo ritorno”-
Balzò in piedi, saltando letteralmente con tutto il suo peso sulla schiena di Letizia che fino ad allora, a quattro zampe, le aveva sorretto le gambe.

-“Scema, alzati! E’ ora di andarsene!”-
-“Si, padroncina”- rispose la schiava, tutta dolorante.
-“Se la mamma ti trova mi sgrida. Calati dalla finestra, vattene dal giardino”-
-“Ma…padrona, siamo molto in alto qui!-
-“Stupida!”- disse Chiara. Si lanciò verso la schiava e le afferrò i capelli gettandola in ginocchio –“Disobbedisci, cagna? Disobbedisci a me?”-
Le sputò in faccia.
-“Se mamma si arrabbia è peggio per te!”-
-“Va bene, padrona. Obbedisco. …obbedisco”-
Letizia si calò lungo il cornicione e la siepe d’edera che correva lungo le mura di casa cercando di non far rumore.

Saltò giù da un’altezza non più così elevata come era la finestra della camera di Chiara, ma cadde ugualmente sulla ghiaia e si sbucciò una gamba ed un fianco. Chiara la vide rimettersi in piedi a stento dopo aver compiuto un volo di poco meno di due metri.
-“Corri”- le disse dalla finestra di camera.
-“Si, padroncina”-
Letizia fuggì via zoppicante.

Chiara, quella sera stessa, dichiarò alla madre la sua ferma intenzione di adottare la serva, ma la risposta di Elisabetta non fu favorevole alla giovane aguzzina.

-“Chiara”-
-“Si, mamma”-
-“E’ andata via la tua amica?”-
-“La mia amica?”- chiese Chiara facendo finta di non capire –“Ah, la schiava. Si, si. L’ho mandata a casa sua dopo una mezz’ora che tu te ne eri andata”-
-“Bene, perché non voglio più vedermela in casa!”-
-“Come? E perché?”-
-“Chiara! E’ una tua compagna di classe!”-
-“E allora che c’è di male?”-
-“E io ho due volte i suoi anni”-
-“E con questo?”-
-“Non lo capisci da sola?”-
-“No, non lo capisco.

Oggi te le sei fatte leccare le scarpe, no? Non mi dirai che non ti è piaciuto? Ti sei divertita quanto me!”-
-“Oggi è stato solo un momento! Si, mi sono divertita. La tua amica è brava e paziente, ma a parte che non è giusto sottomettere ed umiliare una persona come hai, anzi abbiamo, fatto noi oggi, che cosa penserebbe la gente se venisse a sapere che in casa teniamo una ragazzina appena maggiorenne per farci lucidare le scarpe con la lingua? Io sono una donna d’affari.

Non posso compromettere la mia immagine con la clientela! Ed anche tu…il prossimo anno andrai all’Università. Non sarebbe ora di accantonare queste tue manie da mistress “frusta e tacchi a spillo”?”-
Chiara era scocciata. Niente schiava in casa. Maledizione. E la mamma non sembrava essere disposta a tornare sulle sue decisioni. La sua carriera di donna manager…c’era troppo in ballo. Messa alle strette la giovane decise di giocare la sua ultima carta.
-“Ma, mamma, allora la segretaria?”-
Elisabetta corrugò le sopracciglia appena un poco.

-“La segretaria?”-
-“Si, quella ragazza che ha lavorato qua fino a qualche anno fa”-
Elisabetta comprese che i piccoli momenti di relax che si era concessi con la ragazza erano stati scoperti.
-“Ci hai spiate, eh?”-
-“Ebbene si, lo ammetto. Per via dei rumori che ogni tanto venivano dal tuo studio e che non erano proprio consueti. Ho visto con quanto piacere ti facevi massaggiare i piedi. E come ti divertivi a umiliare quella ragazza tormentandole la faccia con i tacchi a spillo.

E poi ti facevi dare lo smalto alle unghie e ti facevi lucidare le scarpe”-
-“Non con la lingua, però”-
-“Ma con quella ti facevi leccare i piedi. E una volta le hai messe le tue calze in bocca e l’hai fatta andare via così”-
Elisabetta rise.
-“Hai visto anche quello? Si, le mie calze in bocca. Ma mica una volta gliele ho fatte succhiare!”- -“Sei terribile. Più di me. E ora dici che io non posso tenere una schiava in casa?”-
-“Te l’ho detto.

Come professionista non mi posso compromettere E poi con quella ragazza era diverso, c’era un accordo fra noi. Se lei avesse raccontato in giro qualcosa l’avrei rovinata mentre se mi avesse obbedito con fedeltà le avrei affidato un buon posto in ufficio. Quella volta che mi hai vista mentre le mettevo le calze sudate in bocca ero arrabbiata con lei perché non si era dimostrata all’altezza della mia fiducia. Sbagliò a compilare una pratica.

Così la cacciai dopo essermi divertita ad umiliarla un’ultima volta. Non ha mai denunziato la cosa perché altrimenti oggi sarebbe ancora disoccupata. So che ha trovato un impiego in un altro studio legale. Ora fa i pompini ad un noto avvocato in centro. Con te e la tua amica è diverso. Ti potrai divertire con quella ragazzina a scuola, ma qui non ce la voglio. Va bene?”-
-“Come vuoi tu, mamma”-
-“E anche a scuola, stai attenta! Non è affatto normale che una studentessa del liceo obblighi una sua compagna a leccarle le scarpe.

Potrebbe essere giudicato qualcosa che va ben oltre il semplice gioco. Perciò, in tutta sincerità, ti dico che preferirei che tu la piantassi con questa storia. Tuttavia ti conosco, sei testarda. Quindi se sei proprio decisa a continuare per questa strada devi promettermi di farlo perlomeno con un po’ di prudenza e buon senso. Comprendi ciò che intendo dire?”-
-“Certo”-
-“Allora?”-
-“Letizia sarà la mia schiava solo a scuola. E questo resterà un nostro segreto.

Nessun’altro sarà coinvolto nei nostri giochi, nemmeno tu se non lo vorrai”-
-“Così va meglio”- disse Elisabetta.
Si lasciarono con questa promessa ma Chiara era ben intenzionata a non obbedire alla madre. -“Lasciare la schiava dopo la scuola? Sciocchezze! Letizia è la mia serva!”- pensava –“Ventiquattrore su ventiquattro e sette giorni su sette. Anche quando dorme, anzi, quando io le consento di dormire! Farò a modo mio”-
Iniziò a portare Letizia in camera sua nel primo pomeriggio, facendola passare dal giardino in modo che nessuno potesse vederla entrare; la teneva sotto il letto durante la notte, obbligandola a non far rumore, se ne serviva come cesso, sveglia e scendiletto, come lustrascarpe e sguattera.

Letizia poteva andare in bagno solo quando la madre di Chiara non la poteva vedere o nelle ore di lavoro. Talvolta rimaneva nascosta nella camera della padroncina per pomeriggi interi e mangiava solo ciò che Chiara le portava. Erano gli avanzi della cena che venivano consumati freddi e mescolati tutti assieme. Inutile dire che sotto ai bellissimi piedi della padrona la vita di Letizia divenne ben presto un vero inferno.
Come già detto era un mese o più che le cose andavano avanti così.

Quella mattina Chiara volle fare un nuovo esperimento. Controllò l’ora alla sveglia, erano le sette in punto. Ciò voleva dire che sua madre non sarebbe venuta a svegliarla prima della prossima mezz’ora. Mezz’ora di tempo da trascorrere con la serva. Letizia, in un mese di convivenza forzata trascorsa sotto al materasso della padrona, aveva compiuto grandi progressi: riusciva a bere perfettamente l’orina della dominatrice, sia calda che fredda. La sua lingua si era abituata a leccare per ore intere le superfici più luride e ruvide, come le suole delle scarpe.

Aveva appreso come sopportare il dolore inferto dai tacchi di Chiara quando questa si divertiva a ballarle sulla schiena o sulle spalle.
La padroncina aveva meditato durante la notte su di un’ennesima tortura a cui sottoporre la schiava. Era seduta sul letto con le gambe stese sul materasso ed i piedi sospesi nel vuoto ad un palmo di distanza dal freddo pavimento. Letizia se ne stava in ginocchio con la fronte a pochi centimetri dai talloni della sua padrona, guardava per terra con aria triste e sconsolata.

Odiava il momento del risveglio perché di lì a poco si sarebbe dovuta calare dalla finestra della camera della padrona per scendere in giardino, volatilizzandosi dalla tenuta dei genitori di Chiara. La sua aguzzina le avrebbe lanciato lo zainetto da scuola e poi lei sarebbe andata a piedi fino all’istituto. Chiara vi si sarebbe recata in auto. A volte la padrona le toglieva per dispetto un quaderno o un libro dallo zaino prima di lanciarglielo e poi, a scuola, se la rideva dei rimproveri subiti da Letizia da parte dei professori.

-“Ora vado al bagno e quando torno tu mi pulirai”- disse la sadica sovrana.
Letizia era perplessa. Di solito Chiara faceva pipì nella sua bocca e poi si faceva pulire dalla sua lingua.
-“Non vuol farla nella mia bocca, padroncina?”- si offrì gentilmente lei.
-“Eh eh!”- rise Chiara –“Non ancora, stupidella, per far questo ti occorre ancora un po’ di allenamento”-
-“Come?”-
-“Non hai capito, scema che non sei altro? Mica vado ad orinare!”-
-“Ah, capisco, signorina”-
-“Oggi comincerà il tirocinio per imparare a mangiare la mia bella cacchina.

Non sei emozionata?”- sollevò un piede e glielo pose sulla nuca.
Letizia non rispose. Al solo pensiero di dover mangiare merda si sentì prossima al pianto. E sarebbe stato inutile supplicare Chiara di ritornare sui suoi propositi. Sapeva che la sua crudele principessa non avrebbe desistito dal suo intento.
Chiara si alzò.
-“Mettimi le pantofoline, serva”-
Letizia eseguì con tanto di doveroso bacio sulla punta dei piedi della padrona. Le pantofole erano bianche con appena un accenno di tacco e lasciano scoperte le dita.

-“Brava la mia stupidella, sei fedele alla tua padroncina, vero?”-
Andò in bagno. Era senza mutandine ed indossava solo la lunga camicia da notte di seta. Tornò in camera dopo qualche minuto, con un bel sorriso raggiante ed uno sguardo maligno. Si andò ad accostare al letto, sollevò la camicia da notte e si piegò in avanti, gambe dritte e mani appoggiate sul materasso. Gli orli della vestaglia ricadevano sui fianchi snelli ed il culetto era allo scoperto.

-“Che c’è? Non ti muovi? Guarda che fra un po’ la mamma mi viene a chiamare ed io devo essere già pronta!”-
Letizia le si avvicinò da dietro, lentamente. Giunta con il viso a dieci centimetri dal solco fra le natiche della padroncina le sue narici furono investite dall’acre odore della cacca di Chiara. Allora s’irrigidì e non avanzò oltre. Rimase per qualche secondo con la faccia contro il bel sedere della sua signora ed annusare, combattuta fra il naturale ribrezzo che la costringeva indietro e la sua vocazione di schiava che la trainava in avanti.

Chiara presto si spazientì.
-“Dico a te, leccapiedi. Ti dai da fare o no? Coraggio non vorrai che alla tua padroncina dopo pizzichi il popò, vero?”- e mentre lo diceva rinculò leggermente e strofinò la curva delle natiche sul viso di Letizia. Avvertì anche qualcosa di umido che le bagnava i glutei ma non si trattava della lingua della serva. Si voltò indietro e vide il volto di Letizia in lacrime.
Rise divertita e si voltò nuovamente verso il letto, porgendo il culetto alle cure della schiava.

-“Adesso non te lo dico più, cagna! Avanti, leccami il culo!”-
Letizia si fece avanti, inserì la lingua nel solco e leccò. Lente e lunghe lappate; sentì il sapore repellente ed ostile della cacca che le irritava le papille gustative.
-“Ingoia!”- ordinò Chiara.
Letizia era al limite. Ingoiò.
-“Ancora, lecca ancora. Deve essere perfettamente pulito”- sghignazzò Chiara.
Altre lappate fino in fondo all’ano, spinse la sua lingua più in profondità che poteva e deglutì ancora.

Rimosse ogni stilla di feci dal bellissimo sederino della padroncina.
-“Aaaaahhh…. !”- esclamò Chiara, quando finalmente la schiava ebbe terminato –“Così può bastare”-
Letizia allontanò il viso dal fondoschiena dell’altra. Le veniva ancora voglia di vomitare –“Si, padroncina”-
-“Ma la prossima volta dovrai essere più rapida”-
-“Certo”-
-“E soprattutto la tua lingua dopo un po’ s’incrosta e non pulisce più bene come dovrebbe, lo sai?”- -“Faccio del mio meglio, padroncina”- piagnucolò Letizia –“Cerco di ingoiare”-
-“Si, si, zitta stupida.

La prossima volta dicevo, devi preparare una ciotola con dell’acqua fresca. Dopo ogni dieci leccate ti darai una sciacquata alla bocca, così avrai sempre la lingua pulita e nuova come una spugnetta appena strizzata”-
-“Si, mia padrona”-
Chiara si cambiò d’abito.
-“Preparati ad andare”- disse Letizia –“E ricomponiti. Non lo vedi che faccia hai? Va bene che sei solo una schifosa leccaculo slurpapiscio ma queste cose vanno lasciate fra noi, come ha detto mamma!”-
-“Si, Chiara…”- mugolò Letizia.

Si sistemò capelli e viso come poté e si calò lungo la siepe. Dopo un mese di pratica le riusciva così bene che adesso poteva arrivare in giardino senza neppure cadere col sedere a terra.
Chiara fece colazione con calma. Fette biscottate con marmellata e burro, caffellatte ben zuccherato. Scese in garage e salì in auto, come ogni giorno sarebbe arrivata a scuola prima di Letizia. Il solco fra le sue natiche era stato pulito proprio bene, non pizzicava per nulla.

Meglio così, l’addestramento per insegnare alla schiava a leccarle il culo sarebbe stato più breve del previsto. Poi, forse, sarebbe stata la volta del mangiare direttamente i suoi escrementi. Con il tempo Letizia avrebbe imparato a sopravvivere bevendo solo la pipì e mangiando solo la cacchina della sua padrona, pensò Chiara. Nient’altro da bere o da mangiare. Si, sarebbe stato proprio divertente, e poi in questo modo non avrebbe più avuto bisogno di portare gli avanzi del pranzo e della cena in camera, col rischio di essere scoperta.

E sua madre avrebbe voluto che si disfacesse di quella piccola nullità di nome Letizia! Che sciocchezza!
Pensare che se non l’avesse rifiutata anche Elisabetta avrebbe potuto orinare nella bocca della stupida…Sarebbe stato un vantaggio pure per Letizia, in fondo. In due avrebbero provveduto a sfamarla e dissetarla. Anzi, forse le avrebbero causato addirittura un’indigestione! Che roba, pensò Chiara, mentre a bordo dell’auto procedeva lungo la strada che l’avrebbe condotta a scuola. Un’indigestione di cacca.

Senza motivo guardò in basso, fra i suoi piedi. Sperò che Letizia non ritardasse troppo. Aveva le scarpe sporche e prima dell’inizio della lezione sarebbe stato opportuna farsele lucidare dalla schiava.

A disposizione di tutti

Non sono che una semplice impiegata, un po’ sul precario (come tutti noi, comuni mortali, al giorno d’oggi), pendolare, ma anche casalinga e mamma (non potendomi permettere “personale di servizio”).
Oh, intendiamoci, non sono neppure un’educanda … forse, da questo, nasce il mio sfogo nello scrivere racconti erotici.

La seconda cosa è che sì, lo confesso, anche io ho la mia piccola (?) forma di depravazione. Da ragazza, quando facevamo all’amore col fidanzatino di turno, ci si arrangiava … niente alberghi; raramente si rimediava una casa o una precaria garconnière.
Per lo più si scopava alla buona in macchina o in qualche luogo, più o meno appartato. Ora, dato che sono molto lenta nel provare piacere, in quell’epoca non riuscivo a venire quasi mai.

Mentre la precarietà e i pericoli (questo l’ho capito molto dopo) giocavano a favore del porcellino di turno.
Tutti gli adolescenti “soffrono” o, meglio, godono, di eiaculazione “veloce”, quindi, se la cavavano alla svelta con i preliminari (che a noi ragazze piacciono tanto) e cercavano subito di andare al sodo, sborrando il più presto possibile.
Magari, se la pace della “location” lo permetteva, se ne facevano due o anche tre.
Ma queste sono solo puntualizzazioni che tutti conoscono, ovviamente.

Il preambolo serve solo a confessarvi la mia “perversa” fantasia sessuale.
Quando, finalmente, raggiungevo la mia casetta tranquilla e gli spazi a me familiari, dopo la tempesta, diciamo, nella quiete di camera mia o nel bagno, ben chiuso a chiave, mi dedicavo a una lunga e deliziosa masturbazione.
Libera da affanni e senza fretta, mi attardavo deliziosamente sulle mie grandi labbra e sul clitoride, che, spesso, era ancora arrossato dalle decise e ripetute penetrazioni degli irruenti “compagni di gioco”.

Mi piaceva titillarmi e cercavo di farlo al più presto, in modo da ritrovarmi la pancia o la fighetta, ancora irrorate di sperma, a volte secco, altre volte, caldo, liquido e copioso.
Lo lasciavo fuoriuscire, a goccioloni, dal mio buco, e me lo trastullavo tra le dita, usandolo come lubrificante: era odoroso d’uomo … e molto eccitante.
Questi momenti di estasi mi portavano a fantasticare e, le mie fantasie, erano incentrate su questi punti fondamentali: essere vista o spiata mentre facevo sesso col mio ragazzo e, inoltre, donare piacere a uno sconosciuto.

Non era tanto l’idea di essere posseduta per mio “gusto”, al contrario, il mio gusto, nei ditalini solitari, era rappresentato dal poter donare, il mio corpo, a chi tanto lo aveva spiato, desiderato, agognato.
Una specie di premio inaspettato, la vincita a una lotteria in cui non avresti mai sperato.
Tutte fantasie che credevo irraggiungibili o irreali, subito dopo che avevo goduto.
Poi sono passati gli anni e, grazie al mio attuale compagno, che come ho detto più volte, mi permette di esprimere la mia sessualità come meglio credo e, anche grazie a internet, qualche sfizio me lo sono potuta togliere.

Poca cosa, intendiamoci.
Con il mio uomo abbiamo imbastito, qualche volta, del sesso a tre, il cosiddetto: cuckold. Altre, poche volte, abbiamo fatto l’amore davanti a tutti, diciamo così, in web cam, su un sito porno.
In entrambi i casi, nonostante io abbia goduto, abbondantemente, nel compiere l’atto (mio marito è molto attento alle mie esigenze) ho conservato la mia vecchia abitudine giovanile: una sana masturbazione, in pace e tranquillità, ricercando e ritrovando i segni dell’avventura appena trascorsa.

La seconda cosa che dovete sapere è che, quello che vi racconto ora, è successo proprio a me, ieri pomeriggio, in maniera del tutto inattesa.
Era venerdì, ovviamente, e dato che la settimana prossima è Natale, la direzione della ditta per cui lavoro, ha preferito incontrare anticipatamente i dipendenti, per gli auguri di rito.
Classica fetta di panettone che, notoriamente, ti resta sullo stomaco con le solite chiacchiere, affettate e inutili.

La cosa positiva è che, non potendo rientrare sul lavoro fuori sede, sono riuscita a tornare a casa verso le tre, in notevole anticipo, insomma.
Ero completamente sola e, al contrario, mio marito sarebbe tornato la sera, e pure abbastanza tardi.
Stressata dal venerdì prenatalizio e con in testa già tutti i pensieri delle cose che dovevo fare, mi concessi una stravaccata occasionale sul divano.
Il tempo di togliere le scarpe, chanel nere a mezzo tacco, ideali, sotto il tailleur grigio indossato quel giorno, per non presentarmi col solito jeans alla festa.

Indugiavo, con le gambe stese, tentata dall’idea di un piccolo, innocente, pisolino ma non me la sentivo di abbassare troppo la guardia.
Comunque, dopo, sarei dovuta uscire, avevo ancora delle cose da fare e, a volte, riposare cinque minuti per poi rientrare in attività, mi rendeva ancora più stanca e nervosa.
Svogliatamente diedi una controllata alla borsetta, che avevo lasciato cadere al mio fianco, mentre cercavo di rinvenire, sperduto in qualche anfratto misterioso del divano, il telecomando della televisione.

Mi accorsi che sul cellulare c’era un messaggio e lo aprii. Era Eddy, mio marito, mi diceva che sarebbe tornato verso le nove e che ci avrebbe pensato lui a recuperare nostra figlia dai nonni.
Che tesoro: un pensiero in meno!
Dovevo fare pipì, ma i bagni sono di sopra, e io non trovavo la forza per alzare le chiappe dal divano. Intanto, il telecomando non veniva fuori.
Il silenzio del meriggio e la luce soffusa che attraversava le tende, invitavano al relax.

Mentre mi concedevo ancora qualche minuto di pausa, improvviso, il classico ronzio di una sega elettrica, mi riscosse, colpendomi di sorpresa. E’ un suono a cui siamo abituati: vivo in campagna. Novembre e dicembre sono dedicati alla potatura e, nelle macchie e nei frutteti che ci circondano, è un concertino che non si ferma mai.
D’altro canto, non è un suono spiacevole, se ci fai l’abitudine.
Però, stavolta, il suono era un po’ troppo vicino per non attirare la mia attenzione.

Per prima cosa, significava che c’era qualcuno molto vicino a casa mia; non che avessi paura ma,visto che abbiamo le porte sempre aperte (pessima abitudine, lo so), mi decisi, comunque, a dare una controllata di fuori.
Era anche un buon motivo per scuotermi dal torpore e riprendere l’attività.
Le pantofole erano lontane, rimisi le scarpe, non troppo idonee alla vita di campagna, ma non me la sentivo di recuperare le ciabattine adesso.

Uscii, ancora in tailleur, senza cappotto, tanto fuori era tiepido perché era stata una bella giornata, piena di sole.
Intanto, le raffiche della sega, risuonavano a shitti, ma ancora non ne vedevo l’autore.
Girai dietro la casa e, a pochi metri, su una scala, vidi don Liborio, un vecchio pensionato delle ferrovie, che faceva servizi da giardiniere un po’ per tutto il vicinato.
Come gli uomini di una volta, aveva la campagna nel sangue e lavorare con le piante era la sua passione.

Nella sua casetta, molto più sopra della nostra, aveva pure qualche a****le, che sapeva governare a regola d’arte, infatti era tra i nostri fornitori di fiducia, altro che “prodotti bio”.
Don Liborio, a prezzi d’amatore, ci procurava spesso qualche soppressata genuina, formaggi, uova e altre prelibatezze.
Era una figura tipica del nostro sentiero, a stento carrozzabile, ed era sempre impegnato a fare qualcosa.
Insomma, un brav’uomo. Nonostante avesse di certo superato la settantina era ancora in forma: asciutto, con la pelle che sembrava di cuoio, per il colore che gli dava la vita all’aria aperta.

Le sue grosse mani armeggiavano con la sega, colpendo, senza titubanze, i rami di un grosso castagno, le cui foglie erano ormai tutte cadute.
Approfittai di una pausa per salutarlo:
– Ehilà, buongiorno! – gli gridai, facendomi scherno per gli occhi con il palmo della mano.
Lui si accorse subito di me e si voltò, con il suo solito sorriso bonario.
Mi scaldò il cuore: pensai che in oltre dieci anni, non lo avevo mai incrociato, senza che mi donasse un sorriso.

Che brava persona … eh, gli uomini di una volta!
– Buongiorno, signò! – rispose immediatamente e si precipitò a scendere dallo scaletto, per venirmi a salutare da vicino – Scusate, vi ho disturbata? Io pensavo che non ci stavate, mi era sembrato che non c’era la macchina vostra … –
– Ma no, don Liborio – risposi sorridendo apertamente a mia volta – non vi preoccupate … anzi, mi fate compagnia. Quando ci state voi in giro, mi sento più sicura … –
– E … signo’, ormai so’ vecchio.

– mentre parlava, notai che, comunque, adesso che non aveva la luce del sole negli occhi, pur facendo finta di niente, non riusciva a evitare di spiare le mie gambe, slanciate dalle calze grigie e dalle scarpette col tacco. Avevo la gonna sopra il ginocchio, non abbastanza da essere una mini (non si addiceva alla mia età e alla mia mentalità).
Mi piaceva però, in certe occasioni, ricordare ai miei colleghi, che sotto il maglione abbondante, si nascondeva una donna, che, nonostante i quaranta fossero vicini, si manteneva ancora tonica e femminile.

– Ma che dite, don Liborio, voi vi mantenete così in forma? Fossero come voi gli uomini di città, dove lavoro io. – risi sincera – I miei colleghi sono tutti rammolliti e parlano solo del pallone. – a quel punto, come di prassi, gli chiesi se gradiva un caffè o qualcosa da bere.
Don Liborio si schernì, era troppo discreto, ma poi ammise:
– Veramente un bel caffè lo gradisco, voi lo fate troppo buono … è logico, siete napoletana! –
– Bravo, – gli dissi – mo’ ce lo facciamo proprio: anche io ne ho bisogno.

Sono appena tornata e mi stava prendendo la sonnolenza. Appena è pronto vi chiamo. –
E me ne tornai verso casa, rapidamente. Stavo per andare di sopra prima, per spogliarmi e per fare la pipì, ma invece preferii indugiare.
Il caffè sarebbe stato pronto in un attimo.
Mentre aspettavo che salisse nella macchinetta, la mia mente vagò, forse solleticata, dallo sguardo sorpreso e affascinato del vecchio contadino.
Sapevo che era vedovo e, pensai: chissà se si masturba? Chissà se magari lo ha mai fatto pensando proprio a me?
Dopotutto, ero decisamente la più bella donna del circondario.

Senza nessuna presunzione, ma le altre erano dei veri gabinetti, come diceva mio marito. Là intorno erano tutte famiglie contadine, dopo il matrimonio, le ragazze si lasciavano andare e, a trent’anni, erano già dei bidoni.
Non senza un pizzico di civetteria, decisi di farlo venire dentro, a prendere il caffè.
Così, mi affacciai dal retro e lo chiamai:
– Don Liborio, venite, il caffè è pronto! –
Il vecchio stava controllando alcune cicas, sul bordo del nostro giardino, e si voltò, forse un po’ sorpreso.

Aveva sempre da fare e difficilmente entrava in casa di qualcuno, ma non ebbe il coraggio di chiedere che glielo portassi fuori.
Di buona lena, si lavò le mani alla fontanina e, asciugandosi con un fazzoletto che teneva in tasca, si avviò verso casa.
– Non volevo dare tanto disturbo, signo’! – disse fermando sulla porta, poi aggiunse – e vostro marito non c’è? –
– No, – risposi – oggi io ho fatto prima; non c’è la macchina perché mi ha accompagnato una collega.

Sono sola soletta … ma venite, accomodatevi. –
Leggermente impacciato, il brav’uomo fece qualche passo verso la cucina.
– E sedetevi due minuti, don Liborio – risi portando le tazze con il caffè fumante.
Sul tavolo avevo già messo una bottiglia di acqua minerale, fresca di frigorifero.
– Voi mi avete fatto il complimento? – continuai – E adesso il caffè ve lo dovete prendere come Dio comanda. –
Lui accettò di buon grado e sedette su una sedia, mentre io civettai e mi tornai a sedere sul divano, naturalmente la gonna scivolò in su, in su, sulle collant scure.

– Assaggiate … e ditemi la verità! – lo guardai con la tazza in mano, fingendo di non vedere il suo sguardo, incollato sulle cosce.
Don Liborio sorseggiò il caffè:
– E’ buono, lo sapevo già. Voi fate il più buon caffè del vicinato. – disse cordialmente.
– Grazie … ve l’ho fatto con la mano del cuore! – poi aggiunsi – Mi ero un poco appisolata … –
– Mi dispiace – disse lui, veramente confuso – io non sapevo … –
– Ma che dite? Si, si … io ho mille cose da fare … figuratevi – accavallai le gambe e mi misi più comoda sul divano – Volevo solo dire che adesso, riprendere mi rincresce.

Figuratevi, parlando con decenza, che non sono ancora salita sopra, neppure per fare la pipì! –
Don Liborio, preso alla sprovvista, si agitò leggermente sulla sedia. Era un vecchio ed era all’antica, non era abituato a certe confidenze.
Gli sorrisi sfrontata: – Beati voi uomini, che potete farla dovunque … –
Il contadino rise.
– Signò, in campagna così si faceva … – poi prese coraggio – senz’offesa, lo sapete quando io ero ragazzo, tanti anni fa, come si faceva? –
– No … dite … – dissi curiosa, non sapendo dove volesse andare a parare.

– Solo le ragazze giovani portavano i mutandoni, le donne che avevano figliato, insomma le femmine sposate che lavoravano in campagna, non portavano proprio le mutande … tranne quando non potevano farne a meno, voi mi capite … –
– Ah ah … e perché? – risi spontaneamente.
– E perchè … perchè … non vorrei offendere … – e si fece una risatina nervosa, mentre si alzava, visibilmente accaldato.
– Ma dite, don Liborio, mica sono una ragazzina … – lo presi in giro, mentre il suo impaccio mi dava carica.

Non riuscivo a non pensare al suo sesso … ero curiosa. Come lo aveva? Si faceva ancora duro … da quanto tempo non veniva?
– Non le portavano perché pisciavano all’erta … in piedi insomma! – disse lui facendosi coraggio.
– Cosa? Non si accovacciavano neppure? – incalzai.
– Qualche volta si … – sorrideva, ancora un po’ impacciato, ma l’argomento lo divertiva pure a lui.
– Noi ragazzini le spiavamo, proprio con la speranza che si abbassassero per vederle nude.

Per questo pisciavano in piedi … allargavano le gambe, ma non si vedeva niente. –
– Una vita campagnola … – dissi perplessa – e io che pensavo che si proteggessero, di sotto intendo, con due paia di mutande.
– E signò … il mondo è sempre uguale, credetemi. Anche allora si face all’amore. –
mi guardò con un’espressione sognante, credo ripensasse al passato.
– Il padrone se le ripassava quasi tutte, spesso senza vergogna … come il cane.

Se ne portava una dietro una pianta e la voleva trovare già pronta. –
Un calore intenso mi invase la vagina, costringendomi ad accavallare le cosce dall’altro lato.
– Aspettate … volete un liquorino? – gli dissi, alzandomi a mia volta.
– No, grazie, signo’ … sto bene così. Grazie per il caffè … squisito e pure per le chiacchiere … –
– Ma volete scherzare? – risposi io – Mi fa piacere sentire le vostre storie … Eh! Chissà quante ne avete fatte pure voi … –
Don Liborio rise, ma non disse niente.

– Sapete una cosa? – gli dissi con complicità – Sono anni che vivo in campagna … ma non ho mai fatto pipì all’aperto … qua fuori, dico … –
Don Liborio rise sinceramente: – Ah signora mia, e che ci vuole, voi vi fate un problema che non esiste. –
– Sapete che cos’è? Sono troppo abituata a farmi il bidet, dopo … –
Il povero vecchio, del tutto impreparato a tanta confidenza, trasalì, non riuscendo a trovare niente da rispondere alla mia sfrontatezza.

Mi ero eccitata ormai.
I pensieri libidinosi che mi avevano invaso la testa, le curiosità morbose su quel povero vecchio, mi avevano catapultata in un mondo di fantasie erotiche.
Giocai la mia carta … ero decisa a vedergli il cazzo, il pensiero della sua probabile astinenza, mi faceva uscire di senno.
– Vi accompagno. – dissi, seguendolo dietro la casa. Poi, più diretta e un po’ troia, dissi con fina ingenuità – Mi avete fatto venire proprio la curiosità, vorrei farmi passare lo sfizio … me lo fate un favore? –
Il vecchio era nel pallone, non riuscì a darmi una vera risposta.

– Volete farmi la guardia? – dissi complice e sorridente –Voglio fare la pipì, voi vedete se viene qualcuno?
Tanto … non ho vergogna di voi, potreste essere mio padre … –
Don Liborio non capiva più niente. Era talmente confuso che non sapeva nemmeno se facevo sul serio; non sapeva se lo stavo trascinando in un brutto scherzo oppure no.
Non si aspettava nulla di quello che gli stava succedendo: era frastornato.

E quella sua, sincera, confusione fu la molla che mi diede la forza di essere più esplicita di quanto non lo fossi mai stata … in genere sono abbastanza passiva, sessualmente. Tanto … a che servirebbe industriarmi troppo?
Sin da ragazza, sono sempre stata abbastanza bella da dovermi più difendere dalle voglie di un uomo, che dal manifestargli le mie.
Insomma, se cercavo la possibilità di fare sesso non me ne mancava l’opportunità.

La sua ingenuità lo rese innocuo e indifeso, ai miei occhi.
D’altro canto ero più che sicura che l’uomo non avrebbe mai parlato di quella strana avventura. Non era un pagliaccio da osteria.
– Dove mi metto? – dissi, con la stessa ingenuità di una poppante.
Ero stata talmente diretta da fugare ogni dubbio in don Liborio, che ormai alla mia mercé, mi indicò, meccanicamente, uno spazio dietro un basso cespuglio di rose.

Con disinvoltura, essendo ormai eccitata, mi spostai di poco, nella direzione da lui indicata, ma feci bene attenzione da restare abbastanza in vista per il mio vecchio “amico”.
Cercai un cantuccio dove la terra era abbastanza piana da permettermi di effettuare la mia minzione senza rotolare sul terreno, dopotutto, ero ancora in tacchi e tailleur.
Caricando molto i miei gesti e facendo tutto molto lentamente, mi alzai la gonna stretta, fino ai fianchi, e mi scoprii il grosso culo bianco, abbassando le collant, fino alle ginocchia … ma non bastava … provai ad abbassarmi ma con le calze strette rischiavo di perdere l’equilibrio.

Don Liborio era sbiancato, guardandomi da dietro, a parte lo spettacolo a cui non era preparato, dovette credere che ero pure senza mutandine.
Probabilmente non aveva mai visto una donna in perizoma davanti a sè.
Calai giù piano piano anche quello, il filo nero scendeva lungo le mia cosce chiare, sottolineando le mie forme e mandando il povero vecchio in visibilio.
Il posto che avevo scelto, per farmi vedere meglio dal vecchio, era lontano da ogni appiglio … non un solo ramo per tenermi con la mano.

Allora divenni ancora più sfacciata, rischiando anche di offendere il malcapitato.
L’età c’era. E se era impotente … oppure aveva subito qualche operazione?
Alle persone anziane succede.
– Don Liborio – dissi a bassa voce – mi date una mano? Io qua cado sicuro! –
Lui si avvicinò, guardandosi nervosamente intorno … probabilmente aveva più vergogna per lui che per me.
Mi tenni alla sua mano, in precario equilibro, e finalmente lasciai sgorgare la mia abbondante pipì, acuita anche dal freddo che comunque iniziava a farsi sentire.

Il vecchio trovò la forza di sussurrare solo queste parole:
– Madonna mia, madonna … signò, vuje me fate morì, a me! –
– Ma no, perchè? Voi siete così bravo. – finsi una grande ingenuità – adesso mi asciugo e abbiamo finito, va bene? Tenete un fazzoletto pulito? –
Come un automa, prese il fazzoletto pulito, dove si era asciugato le mani poco prima, e me lo porse, ma io, infoiata e non paga, mi voltai verso di lui col sedere e chinandomi in avanti dissi:
– Potete asciugarmi voi, don Liborio? Io ho paura di inciampare nelle calze.


Il vecchio balbettò qualcosa, ma si decise e, con grande delicatezza, mi tamponò la vagina con la stoffa.
Standogli abbastanza vicino, potei costatare ciò di cui ero già certa, conoscendolo: era un uomo pulito e non puzzava.
Eccitata come mi ritrovavo, probabilmente, non mi sarei fatta troppi scrupoli … ma il fatto che, qualsiasi cosa sarebbe successa, mi trovavo in compagnia di un uomo pulito, mi rincuorava e mi faceva sentire libera … a mio agio.

– Signò, perdonatemi … io … forse è meglio che me ne vado! – sudava e quasi incespicava sulle parole – Non mi fate fare nu’sproposito! Io vi rispetto … –
– Ma lo so, lo so … voi siete un angelo. – dissi.
In quella assurda situazione, nel boschetto di pomeriggio, io ero di fronte al vecchio contadino, e, come se fosse la cosa più naturale del mondo, tenevo giacca e top di sopra , mentre di sotto, ero nuda e discinta, come mamma mi ha fatto.

La gonna accartocciata in vita, lasciava alla vista dalla vita in giù.
Lui mi guardava la passerotta, che io depilo solo ai lati, mentre al centro la lascio naturale, con la folta peluria castano scuro.
Sembrava una conchiglia scura, un riccio di mare … forse, e spiccava nettamente sulla mia carnagione molto chiara.
Lungo le gambe, collant e mutandine che mi impedivano un poco nei movimenti.
Come se fosse la cosa più naturale del mondo, gli presi la mano, senza far parola e me la infilai sotto la maglietta, facendo venire le sue dita a contatto col seno, enorme e morbido.

Toccare la mia pelle delicata lo fece trasalire, cercava di dire qualcosa, ma ormai era in mia completa balia.
– Restiamo cinque minuti, si sta ancora cosi bene … – parlavo per stemperare la tensione, le mie guance ormai erano di fuoco, per l’eccitazione ma anche per un po’ di vergogna, dopotutto stavo veramente esagerando.
Don Liborio, non più padrone dei suoi sentimenti, si strinse a me, abbracciandomi in maniera grossolana e impacciata.

Mi teneva il seno, poi mi toccava la pancia, le sue dita erano forti e ruvide; sentii la sua forza e la sue decisione: quando mi strinse la vulva, come si spreme un limone … mi fece trasalire.
– Voi siete vedovo, è vero? – dissi, pur di fare finta che niente fosse … non so cosa mi aveva preso, una specie di frenesia folle.
Intanto gli aprii il pantalone, un vecchio jeans con i bottoni di plastica, ma sotto portava un’altra difesa … poverino.

Certo, a stare sempre all’aria aperta, doveva riguardarsi: infatti indossava, di sotto un pantalone grigio, leggero, certamente un vecchio pigiama.
Non oppose resistenza, quando gli tirai giù anche quello, con una certa decisione.
Aveva le mutande bianche, gli slip che, in vita mia non avevo mai visti indossati.
Ero sorpresa che esistessero ancora.
Erano di cotone a coste e portavano una cucitura ribattuta, triangolare; un lato era aperto, per permettere la fuoriuscita del pisello.

Non mi fermava più niente, in quel momento, poteva indossare anche la minigonna ero decisa a trovare il suo cazzo, nonostante il cumulo di panni che lo ricopriva.
Non volevo niente di particolare … la mia frenetica ricerca aveva un solo scopo primario, esaltante: volevo vedere che effetto avevo fatto a quel vecchio. Volevo vedere come manifesta il piacere che gli donavo.
Che libidine!
Don Liborio ormai affannava. Aveva gli occhi socchiusi e biascicava qualcosa tipo:
– Bella, che bella che siete … – intanto, goffamente, si muoveva a shitti, cercando, a modo suo di accarezzarmi, tutta.

Sussultò, per poi bloccarsi subito dopo, quando si accorse che la mia mano, senza vergogna, cercava di intrufolarsi sotto l’elastico delle mutande.
Trovai la pelle rugosa e liscia dell’inguine, poco tonica, poi, seguendo i peli arruffati e caldi, trovai la radice del suo pene.
Era molliccio, barzotto, ma pulsava e tendeva a gonfiarsi.
Lui si riprese e tornò a martoriarmi le zinne, arrancando sui capezzoli turgidi, mentre io cercavo di prendere dimestichezza con quel suo arnese.

Non poteva essere duro, poverino, schiacciato com’era, e a testa in giù.
Glielo scorsi tutto, con la mano appiattita, che si intrufolava in profondità, tra le gambe dell’uomo.
Quando gli catturai il glande, abbastanza spropositato, lo trovai bagnato di smegma tiepido e succoso. La scoperta mi fece rabbrividire, lanciandomi nel corpo fitte di piacere, che mi facevano piegare su me stessa.
– Controllate che nessuno ci possa vedere – gli intimai, visto che non avevo alcuna intenzione di portarmelo in casa … volevo gustarmelo tutto, quel rapporto bucolico … Già sognavo di essere presa e sbattuta, senza riguardi, come faceva il “signorotto” di turno, tanti anni fa.

Ci spostammo ancora più dietro al grosso castagno e io mi abbassai di nuovo, cercando di non cadere. Mi aggrappai ai pantaloni del vecchio e gli tirai tutto giù, lasciandolo nudo, di sotto, con le sue gambe abbastanza glabre e magre.
Tra le cosce, alla luce del meriggio inoltrato, una massa molto scura, attraeva tutto il mio interesse e la mia libidine.
Il suo cazzo era cupo e per niente piccolo, solo non era in erezione totale, oscillava, libero, come una proboscide a ogni piccolo movimento del vecchio.

Però la cosa veramente grande era lo scroto … io non ero mai stata con un uomo anziano e non potevo saperlo, aveva le palle grosse, in una sacca rugosa, testa di moro, sembrava una sacca di cuoio … l’immagine era magnetica, aveva qualcosa di osceno che, però, mi attraeva … un certo fascino del peccato, del proibito.
Non mi ero mai sentita tanto trasgressiva.
Inoltre, e quel pensiero mi cadde addosso come una valanga in montagna, era la prima volta che vivevo da sola una mia iniziativa sessuale.

Mio marito non ne sapeva niente, non lo poteva nemmeno immaginare.
Era la prima volta, in venti anni che lo tradivo, in realtà.
Glielo avrei anche confessato volentieri ma tutto era successo così in fretta … come avrei potuto?
Ero certa che l’uomo non subisse un pompino chissà da quanto … forse era solo una mia illazione, ma mi piaceva pensarlo.
– Si sta facendo scuro – dissi, senza particolare motivo, giusto per non fare tutto in silenzio, don Liborio era un automa nelle mie mani e non profferiva un pensiero compiuto da oltre un quarto d’ora.

Puntellandomi bene gli presi in mano tutto il pacco e me o tirai verso le labbra.
Ebbi la netta sensazione che il vecchio cercasse di evitarmi, forse era troppo sorpreso per credere che tutto quello stesse succedendo veramente.
La sua titubanza mi rese ancora più accanita. Mi avventai sulle sue gonadi, succhiando e arrancando, decisa a prendergli in bocca una di quelle grosse, morbide, palle.
Ci riuscii.
I peli bianchi del vecchio erano umidicci e odoravano di maschio.

Dopo una gustosa leccata, mi dedicai alla sua asta, che, attimo dopo attimo, diventava sempre più rigida e imponente.
Don Liborio doveva aver avuto un cazzo notevole, da giovane.
Me lo indirizzai tra le labbra e gli presi il glande in bocca, succhiandolo con veemenza.
Lui mi stava cadendo addosso e dovette aggrapparsi alla scala. Stringeva le gambe e cercava di sottrarsi, involontariamente, probabilmente era per la goduria.
– Signò che mi fai, mamma mia … che mi fai.


Non potevo né volevo rispondere. Vista la sua reazione spropositata, mi dedicai anima e corpo al bocchino, cercando di portare don Liborio alle stelle.
Quando riuscivo a prenderlo quasi tutto in bocca, lui si piegava sulla pancia, come se dovesse pisciare e non riuscisse a trattenersi.
Lo stesso io, non riuscivo a fermarmi, ero molto eccitata e mi strusciavo, frenetica, le dita sulle grandi labbra, incapace di resistere alla voglia di trastullarmi.

– Tra poco ve ne dovete andare, facciamo presto. – gli dissi liberandomi la gola – Riuscite a venire? Volete venire? –
Capii che affermava, ma era troppo sperduto nella sua estasi, per rispondere in maniera sensata; allora mi alzai e cercai di portare a termine l’accoppiamento prima possibile.
Era tardi. Era rischioso … e, infine, non sapevo il vecchio che tempi avesse, poteva pure metterci ancora mezz’ora.
Non mi andava di lasciarlo andare via a bocca asciutta poverino, chissà da quanto non scopava; ma neppure mi andava di menarglielo in tutti i modi pur di farlo arrivare.

Sarebbe diventato noioso e seccante: non era mica andato a puttane, dopo tutto.
L’albero che ci faceva da paravento, verso la casa e il resto del giardino, aveva una comoda sporgenza: era lo spezzone di un ramo potato chissà quanti anni prima.
Mi ci accostai e usai quello spezzone per ancorami con la mano, così, potei mettermi a 90°, considerando che era la posizione migliore per gestire l’introduzione del suo pene e, dopotutto, eravamo così precari, là fuori, che non è che ci potessimo permettere grandi performance.

Tutti quegli arzigogoli mentali, su luogo e posizioni, le poche parole scambiate con lui, senza amore, senza trasporto ma solo con l’obiettivo, preciso, di fare una porcata con un vecchio laido, mi rinvigorirono il piacere. E ricaricavano di umori la patatina.
“Ottimo, pensai, fradicia come sono, il cazzo dovrebbe scivolarmi dentro facilmente. ”
Guardai con attenzione il membro di lui, che era al mio fianco. Si masturbava aspettando, compostamente, il suo turno.

Riflettei un attimo e capii tutta la situazione: don Liborio era stato un superdotato, negli anni d’oro. Ora, con l’età, il sangue non aveva più la stessa forza e, nonostante fosse gonfio come un palloncino, non era molto duro.
– Venite dietro! – gli ordinai e lui eseguì, senza dire una sola parola.
Mi puntò subito il glande in figa, ma quando premeva per entrarmi dentro, il suo pene si piegava.

Mi impossessai della punta del cazzo, con la mano libera, e, da sotto, con le dita cercai di pressarlo tra le mie grandi labbra.
Lo mollai di nuovo, mi riempii la mano di saliva e me la ripassai in figa per essere lubrificata al massimo.
La mia cosina era per natura molto stretta, purtroppo e, se un cazzo non era bello, consistente, non era facile introdurcelo; mi era già successo.
Ricominciammo ad armeggiare: io col glande che forzavo l’apertura e don Liborio, che si teneva il lungo bastone con due mani, stringendolo come un capitone, per non farlo sgusciare via.

“Ecco, ci siamo” pensai, quando finalmente, avvertii il suo ingresso nella mia natura.
Piano piano don Liborio, forzando e spingendo molto lentamente, s’intrufolò in me, col suo lungo serpente gonfio e mi possedette.
Dopo alcuni secondi mi era dentro fino ai coglioni, il cui contatto, mi diede un rovente piacere, che mi attraversò fino alla nuca.
Avevo la pelle d’oca, e non per il freddo della sera, ve lo assicuro.

Il vecchio, ora che comandava e fotteva, si bloccò dentro di me. Per non rischiare di uscire dalla vagina, non chiavò, piuttosto, esercitava dei piccoli movimenti sussultori,
delle piccole spinte, aiutandosi con le mani che mi avevano bloccata per i fianchi.
Sentirmi tutta riempita da quel coso che sussultava mi portò a un lungo stato d’estasi.
Quando il vecchio, raggiunto un ritmo che gli confaceva, con una mano si spinse in avanti per cercarmi le poppe, gliele liberai dalla maglia e dal reggiseno, per evitare che mi rovinasse gli indumenti.

Ora eravamo nel giardino … compivamo l’antica copula in mezzo al verde. In mezzo alla natura, fredda, di dicembre.
In modo discinto, in totale abbandono, mi lasciavo chiavare da quel poveretto che non vedeva una figa da anni. Mi toccava con bramosia il culo e poi, quando ci riusciva, si aggrappava a una delle tette, che ballonzolavano sotto i colpetti di cazzo che mi imponeva.
Don Liborio aveva le gambe un po’ piegate per mettersi al meglio a favore della mia vagina spalancata.

Quando mi accorsi che l’eccitazione gli aveva reso il cazzo estremamente più duro, quando ne sentivo la presenza viva fino alla pancia, i movimenti del vecchio diventarono più virili e, anche se per poco, iniziò a chiavarmi veramente.
Era pur sempre un uomo muscoloso e sano. Si rizzò sulle gambe e cominciò a stantuffare come un toro sulla giovenca.
Tirava, annaspava e chiavava. Dopo nemmeno due minuti, soffiando dal naso, si irrigidì, gemendo, e allora capii che stava per sborrare.

Me lo tolsi dal corpo mentre già le prime gocce di sperma mi irroravano la figa, ma non rinunciai a voltarmi e a prendergli il cazzo in mano …
Volevo vederla e sentirla la sua sborra, alla fine, tutto quello che era accaduto, era frutto della mia curiosità riguardo a come sarebbe venuto il vecchio contadino.
Lo sperma gocciolava a fiotti, come spinto da pulsazioni, era bianco, diafano, mi sembrava molto liquido rispetto a quello denso e appiccicoso di mio marito.

Ero in estasi, tenevo il cazzone con una mano e le sue palle nel palmo dell’altra.
Lo presi in bocca.
La sborra usciva ancora. Succhiai, ne ricevetti ancora in bocca, sulla lingua.
Il sapore del suo sperma era più o meno il solito, mentre l’odore era meno penetrante.
Mentre mi accanivo, sovreccitata, con la figa gocciolante, non feci caso al poveretto, che per poco non mi sveniva addosso, dal piacere e dalla stanchezza.

Si aggrappò all’albero per tenersi in piedi.
– Mamma mia, mamma mia … signò! – mormorava – Signò, non mi tengo, non mi tengo … –
Non capii. Ero troppo intenta a succhiare il pene molliccio ma piacevole; mi resi conto del suo avvertimento solo quando un fiotto salato mi invase la bocca: arretrai.
Ecco cosa voleva dire, il poveretto stava pisciando e proprio non riusciva a trattenerla.
Non mi arrabbiai, non volevo mortificarlo.

Mi alzai subito e, messami di fianco, gli tenni il pisello per tutta la sua lunga pisciata, divertendomi a indirizzare il suo cazzo a destra e a manca.
– Vado dentro, don Libo’ … s’è fatto tardi. Buonaserata! – in un attimo mi ricomposi e lo lasciai là fuori, a riprendersi, nell’oscurità della sera, incombente.
Arrivata a casa, davanti allo specchio mi resi conto della devastazione del mio abbigliamento.
La maglietta era sporca di sborra, ancora umida, le calze si erano sfilate in più punti e il tailleur era tutto stropicciato.

Ma ne era valsa la pena.
Non mi potei permettere di venire a mia volta, come mi piace fare, s’era fatto veramente tardi.
Però, la notte, tentai il tutto per tutto e quando mio marito, completamente ignaro del mio tradimento, arrivò a letto, lo aspettavo tra le lenzuola, completamente nuda.
Lui percepì subito il mio messaggio e lentamente iniziò a carezzarmi, delicatamente.
Nascosta, dietro la schiena, tenevo la maglietta nera intrisa di sperma.

Appena sarebbe stato più eccitato, gliel’avrei mostrata per raccontargli questa storia, così come l’ho appena confessata a voi.

Alexandra: e le altre
di antonio andrea fusco.

COME UNA PROSTITUTA PARTE 2^ 8STORIA VISSUTA)

Lo guardò ammirata, “effettivamente hai una grande bella mazza, voglio leccartela subito”, la scapocchiò e cominciò a far roteare la lingua sulla cappella e dopo un poco la ingoiò completamente dando inizio ad un frenetico pompino.
“Che grande bocchinara che sei, mi fai impazzire, ma adesso smettila, prima debbo chiavarti poi farti il culo e solo alla fine mi devi sbocchinare fino a quando ti riempirò la bocca di sborra che, sappi, dovrai bere fino all’ultima goccia”, e l’aiutò ad alzarsi.

“Andiamo a letto, tesoro?”.
“Certo, è il posto dove posso sfondarti meglio”.
La zoccolona prese l’amico per il cazzo e si avviò ancheggiando verso la camera da letto.
“Come sculetta bene, tua moglie è proprio come quelle signorine dei casini di una volta”
“Era così che la volevi?”.
“Certo, adesso bisogna vedere se è puttana come loro”.
“Fidati è molto meglio, vedrai”.

Giunti in camera la troia si stese al centro del letto e Lucio si svestì completamente e si avventò sul seno di mia moglie leccandoglielo e mordicchiando i capezzoli che subito diventarono durissimi.
“Che belle zizze che hai, che ne fai di queste belle tette?”.
“Faccio delle spagnole che piacciono tanto ai porconi come te”.
“Fammi vedere se sei brava” e glielo mise tra i seni.

La zoccola se lo strinse tra le tette e disse, “dai spingi, sarà come se mi stessi chiavando”.
Cosa che l’amico fece subito e la troia ogni volta cha la capocchia gli arrivava all’altezza della bocca faceva saettare la sua lingua sulla cappella facendolo letteralmente impazzire.
“Adesso ti debbo squassare la fica, stronza apri le cosce”.
La troia obbedì, l’amico si stese su di lei e le fece scivolare lentamente nella sorca tutta la sua varra e poi subito dopo cominciò a chiavarla come un forsennato.

“Puttana ti piace il cazzo, dove ti piace di più?”.
“Dappertutto, mi piace in mano, in bocca, tra i seni, nella fica e nel culo ma adesso stai bene nella fica, mi hai riempita tutta con quel bel pescione che hai, io già godo”.
“Che bello, una puttana che gode per davvero, che non finge, non mi era mai capitato, io invece non voglio ancora godere, ti debbo fare prima il culo e poi voglio godere nella tua bocca da bocchinara”.

Sentendo quel programma mia moglie strinse le gambe dietro la schiena dell’amico ed urlando godette.
“Adesso voglio sfondarti il culo, mettiti a pecora”.
“Falla mettere a sponda letto e sfondala stando in piedi, le piace di più”, dissi.
“Zoccola mettiti come piace a te”, le ingiunse l’amico.
Gioia si posizionò a pecora sul bordo del letto.
“Mentre la inculi deve farmi un bocchino, ho le palle che mi scoppiano” e mi sedetti sul letto col cazzo eretto davanti alla bocca della puttana che subito cominciò a sbocchinarmi.

“Giusto, per una troia come tua moglie un solo cazzo alla volta è poco” e lentamente ma inesorabilmente glielo fiondò nel culo fino alle palle e diede inizio ad un furioso andirivieni.
Gioia ebbe un grido di dolore che presto si trasformò in un mugolio di goduria.
“Gioia mia ti piace?”.
“È da morire, che grossa mazza che ha e come mi pompa bene”.
“Certo che ti pompo bene, hai un culo strettissimo nonostante le mazze dei negri che ti sei cuccata, ti piace essere inculata?”.

“Tantissimo”.
“Quante mazze hai preso in culo, troia?”.
“Tanti, sappi che tutti quelli che abbiamo incontrato hanno sempre voluto farmi il culo”.
“E devi sapere che sono oltre cento quelli che abbiamo incontrato, oltre, ovviamente quelli che l’hanno inculata prima che la conoscessi”, aggiunsi io.
“Puttanona quindi quanti metri di cazzo ti sei presa nel culo?”.
“Se ogni cazzo è circa quindici centimetri, sei fanno un metro, allora diciamo trenta metri di dure mazze”.

Trenta per sei faceva centottanta cazzi, la mia irreprensibile mogliettina ne aveva presi tantissimi ancor prima di incontrarmi, che adorabile stronza.
“Che zoccola, che puttana, allora non sei una rottainculo sei una sfondatainculo”.

Prima volta in una SPA naturista

Nonostante lei avesse un rapporto aperto con il sesso, nonostante le avventure e i piaceri concessi non aveva mai provato il desiderio di provare un club: troppa gente, troppa folla, troppa assenza di possibilità di gestione dei gioco. Aveva sempre avuto il controllo su tutto.
Prima di conoscere lui: adorabile, premuroso, attento ad ogni più piccolo suo dettaglio. E innamorato, innamorato perso di lei. Dopo anni di rapporto semplicemente splendido, lui un giorno se ne uscì con un “hai visto? Adesso fanno delle spa naturiste anche in città, dove puoi stare in totale libertà.

Hanno anche l’area privé, ma non è obbligatorio frequentarla”.
Sapeva di cogliere nel segno: lei era naturalmente esibizionista e per nulla inibita dalla nudità. Solo l’idea del privé continuava in qualche modo a disturbarla: non sapeva spiegare, e spiegarsi, esattamente il perché ma il suo istinto le suggeriva di tenersi a debita distanza da quel mondo. Avevano un bellissimo rapporto, fatto anche di sacrosanta gelosia l’uno verso l’altro, di senso di profondo possesso: perché mai minarlo o rovinarlo?
Fu in fondo per pura sfida che rispose: “Davvero? Perché no, proviamo ad andarci”.

Il giorno designato per l’avventura fu strano: non ci fu la classica preparazione prima di un incontro, dove ci si veste in un certo modo e ci si eccita anche un po’ facendolo e immaginandosi il possibile prosieguo. In fondo si sarebbe stati nudi tutto il tempo, quindi perché mai specare del tempo per abbigliarsi? Scelse una completa depilazione, con l’idea di lasciarsi mangiare con ancor maggior soddisfazione dei suo compagno.
Durante il viaggio poche parole: in fondo nessuno dei due aveva aspettative precise, l’idea era di rilassarsi e poi, nel caso, di fare l’amore insieme.

Come sempre.
Una volta entrati nello spogliatoio e coperti solo con un asciugamano, lei prese lui mano nella mano come se implicitamente gli stesse dicendo “guidami tu, mi fido di te”. Entrarono: nulla di davvero destabilizzante. Corpi nudi, di ogni forma e con diverse forme fisiche, persone normali. Come lei.

Come lui.
Decisero di entrare in una vasca idromassaggio: piacevole, nessun imbarazzo, qualche sorriso accennato alle persone vicine e tanti, molti baci a lui.

Poteva sentire il suo corpo nudo nell’acqua e standogli sopra poteva percepirne già l’eccitazione che provava. Era duro… il suo membro sfregava contro le sue labbra più intime e la cosa le dava un piacere profondo. Anche quegli occhi addosso, gli sguardi… erano il miglior contorno per la loro sensualità.
Un po’ di bagno turco, qualche minuto di sauna, un aperitivo e poi il momento, un po’ temuto un po’ atteso con trepidazione, della sua domanda: “Vuoi andare di sopra a vedere come sia il privé?”.

Lei deglutì, cercando di introdurre aria nei polmoni che parevano non volerne sapere di riceverne. Le uscì un “sì…” quasi sussurrato, uscitole più per riflesso condizionato che per reale volontà. Ma così fecero: si presero la mano e salirono le scale.
L’impatto fu per certi versi destabilizzante: penombre, corpi attorcigliati fra loro a dimostrare ménage decisamente fuori dall’ordinario, gemiti… Lei sentì le gambe e i piedi pesanti. Mai fatto, anzi spesso censurato quella tipologia di ambienti.

“In quel carnaio non può esserci amore: solo stanchezza di rapporti che nessuno dei due vuole affrontare e preferisce annegare nel sesso con chiunque”, era solita ripetere. Lo guardò con la coda dell’occhio: sicuramente a lui lo scenario doveva aver fatto un effetto molto diverso, perché pareva ipnotizzato. Non esattamente eccitato (guardò in basso e si accorse che era molto più eccitato prima quando erano “soli” nella vasca. Ma aveva uno sguardo che non aveva mai visto sul suo viso, o meglio: lo aveva visto indirizzato a lei, quando lui moriva di desiderio per lei, facendo poi il sesso migliore di tutta la sua vita.

Eppure ora lei capiva che non era per lei, in quel frangente: era per la situazione. Lei un po’ se la prese, sentendosi privata di un qualcosa fino a quel momento solo ed unicamente suo ma lui, attento come al solito, notò i suoi sguardi e le disse: “Non è per ciò che vedo che ho il respiro corto: è per essere qui, ora, con te”.
In qualche modo lei si sentì rassicurata, anche se i piedi continuavano ad essere pesanti ugualmente.

“Che ne dici di trovarci un posticino e fare l’amore?”, le disse. Quelle parole, quella richiesta alleggerirono per un attimo i piedi di lei. “Dai, proviamo qui: non c’è nessuno e possiamo stare tranquilli”, disse lei tirandolo per la mano mai lasciata
Lasciarono le loro cose al lato del lettone, davvero molto, troppo grande per una coppia sola: lei si stese e lo stesso fece lui, al suo fianco. Iniziando a baciarla, passandole le mani fra i capelli e lasciando scivolare il suo corpo sulle splendide curve di lei.

Lei poteva percepirne ogni piega, ogni eccitazione di lui: sentiva le sue mani percorrerle i fianchi e piano piano scivolare dove era già fradicia di desiderio. Il suo viso e la sua bocca continuavano a baciarla, ma piano piano scendevano sui suoi seni, sul suo pancino, sulle sue gambe… per poi risalire dove già la sua eccitazione era più che una possibilità.
Percepiva la sua lingua, così abile a farla godere da pazzi… le sue dita, che a differenza degli altri uomini ai quali si era concessa sapevano perfettamente dove, cosa e quando toccare.

Teneva gli occhi socchiusi, per riaprirli solo per guardare lui, così eccitato e voglioso in mezzo alle sue gambe. A differenza del solito però ora poteva vedere anche l’eccitazione che stavano procurando agli altri, singoli e coppie, che si erano soffermati a guardarli. Una cosa del tutto nuova per lei. Era strano: le coppie stavano immobili a guardare, ogni tanto si dicevano qualcosa che però lei non riusciva a cogliere. I singoli lasciavano percepire la loro eccitazione in modo assai più evidente: si soffermò a guardare i loro membri eccitati, mentre le mani scivolavano sulla loro carne per sollecitare un interesse.

Richiuse gli occhi, concentrandosi sulla lingua del suo amore, ma senza che l’immagine di quei membri eccitati riuscisse ad uscirle dalla mente.
Lui leccava divinamente, la sfiorava… stava per avere il suo primo orgasmo. Le uscirono dei gemiti di piacere dalle labbra mentre godeva… Una cosa però riuscì a distrarla: sentiva la sua lingua, le sue mani… Ma all’improvviso si accorse che i conti non potevano tornare: o a lui erano improvvisamente cresciute altre due mani, oppure qualcuno la stava sfiorando.

Ebbe uno spasmo, quasi a ritrarsi da quelle mani sconosciute. Ma qualcosa la trattenne dal farlo in modo plateale e definitivo: socchiuse gli occhi e vide che quelle mani aliene che la stavano sfiorando erano di una donna. Una persona normalissima, come quelle che si incontrano in un posto qualsiasi: non una Venere o una velina. L’immagine confortevole la rassicurò un poco, e in fondo quelle mani erano piacevoli, molto piacevoli.
Lui salì verso la sua bocca, porgendole sfacciatamente il membro davanti alla bocca: lei non vedeva l’ora di dargli piacere con la bocca, di sentirlo duro sulle labbra e sulla lingua.

Lo accolse nella sua bocca: era durissimo, gonfio… Mentre quelle mani aliene continuavano ad accarezzarla, scendendo dove prima la bocca del suo uomo l’aveva coccolata fino allo stremo delle forze. Si sentì sfiorare… La mano era diversa, certo. Non era la sua. Ma era piacevole, incredibilmente piacevole. Lo guardò negli occhi: notò che aveva notato e che un sorriso più diabolico che amoroso aveva iniziato a farsi largo sul suo viso. Lui decise che era venuto il momento di prenderla completamente: si staccò dalla sua bocca baciandola e scivolò verso il suo ventre, leccando le dita della mano sconosciuta e lasciando scivolare lentamente la sua carne dura dentro il suo ventre.

Era caldissimo, gonfio, così sensibile e percettibile: ogni suo spasmo era come una sciabolata per i suoi sensi. La sconosciuta risalì tutto il corpo di lei baciandola e succhiandole i seni, con i capezzoli duri come il cemento per l’eccitazione. L’uomo della sconosciuta era lì vicino, ad osservare: ma era eccitato, eccitatissimo. Non ha mai saputo cosa la pervase, ma lei improvvisamente si sentì diversa, sicura di lui e dell’abisso nel quale stavano, mano nella mano, scivolando.

La sua mano scivolò sul lenzuolo, verso il membro del compagno della sconosciuta che le stava succhiando il seno e baciando il collo. Scivolò fino ad incontrare un membro sconosciuto… Ritrasse la mano d’istinto ma dopo pochi secondi, incrociando lo sguardo eccitato del suo compagno, la riavvicinò aprendo le dita e abbracciando quel membro con tutta la mano. Iniziò a masturbarlo guardando il suo uomo negli occhi e scambiando uno sguardo complice con la compagna dello sconosciuto… La quale ogni tanto iniziò ad alternare le attenzioni al suo seno con quelle rivolte al membro del suo uomo.

Le piaceva guardare: guardare così da vicino quella bocca che fino a poco prima le stava dando piacere, e che ora accoglieva il membro duro del suo compagno mentre lei lo masturbava. E sentiva: sentiva il suo uomo crescere sempre di più nel suo ventre, spingendo forte fino a farla venire nuovamente, con un urlo che attirò l’attenzione anche delle persone più distanti.
Si sentiva complice, completa e porca insieme al suo uomo.

Mentre sentiva che lui stava per venire, iniziò a masturbare lo sconosciuto sempre più forte. Lo fece venire nella bocca della sua compagna mentre il suo uomo le riempiva il ventre di seme rovente mentre le gridava “Ti Amo”, con una forza incredibile e solo apparentemente fuori contesto, in quel luogo: lo sentì esploderle dentro come un fiume di lava, mentre la guardava negli occhi e le guardava le mani imbrattate di seme di un perfetto sconosciuto.

Non sa se lo rifaranno, se ripeteranno quel gioco così inaspettato. Ma ora sono ancora più uniti. Nel desiderio l’uno del piacere libero dell’altro.
Amore.

le mie prime volte – 1 – spogliata

Lo provocai, sì, lo ammetto. Non dovevo, non dovevo farlo, ma lo feci. Piegarmi dal suo lato del tavolo, mentre stavamo seduti accanto, per far finta di prendere una matita, un temperamatite o una gomma sepolta nel bicchiere delle penne, mi “costrinse” praticamente a buttarmi addosso a lui, a scoprire ciò che fino a quel momento avevo strenuamente difeso. E che lui implacabilmente attaccò.
Io e Giovanni ci volevamo un bene dell’anima e sicuramente qualcosa di più, in quell’età confusa, ricca di turbamenti e sofferenze autentiche del fisico e dello spirito: lui mi piaceva, mi piaceva da morire e io piacevo a lui, lo sentivo, perché non perdeva occasione per trasmettermi le sensazioni di autentica gioia che gli dava lo stare con me, per ridere, scherzare e sempre più spesso toccare e baciare, cosa che non mi dispiaceva, non mi dispiaceva proprio per niente, ma non stava bene, non si doveva e non si poteva e tante volte, nella solitudine tiepida del mio letto le mie mani si sostituivano alle sue, mi accarezzavo le parti del corpo che a lui negavo con ostinazione e tenace resistenza, godevo sommessamente nel buio caldo e morbido delle mie lenzuola, dolci complici dei miei segreti più intimi.

Il pomeriggio del bicchiere – poi lo avrei ricordato per sempre così – era cominciato come tutti i nostri pomeriggi di studio: lui iniziava a toccarmi e io resistevo e anche quel giorno andò in quel modo, però poi, diversamente dal solito, lui mollò quasi subito. C’era qualcosa che non andava.
– Come va con Marisa? – chiesi con aria fintamente distratta.
Marisa era una a cui Giovanni piaceva, si vedeva a chilometri di distanza.

Forse lui la ricambiava. Forse. A lui piacevo io, io ero meglio di Marisa, però lei era bionda, aveva gli occhi chiari, la pelle bianca come alabastro.
Marisa era Marisa. Io ero io.
– Mi ha invitato a casa sua. Domani pomeriggio infatti io e te non ci vedremo, vado da lei.
Non so dire cosa sia la gelosia, ma una sensazione di vuoto mi prese dal più profondo, come se una mano invisibile mi avesse aperto la pancia e me l’avesse svuotata d’un colpo e al tempo stesso avvertii una sensazione di bruciore su entrambe le guance, come se qualcuno mi avesse dato un paio di violenti ceffoni: ecco perché Giovi non mi calcolava, quel giorno.

Maliziosa, volutamente provocatoria, nacque così l’idea del bicchiere: stando alla sua sinistra, piegai il busto obliquamente, sollevai il bacino dalla sedia e mi strusciai con la schiena sul suo torace. Sentii i suoi bicipiti che istantaneamente si gonfiavano: non si aspettava quel contatto e soprattutto quella condizione estremamente favorevole e che gli consegnava un oggettivo controllo del mio corpicino morbido e forse fin troppo sinuoso. Esitò e a quel punto anche io indugiai, rimanendo a frugare a lungo nel bicchiere con le dita della mano destra, in quella posizione, quanto mai scomoda per me, più che mai invitante per lui.

Da vera troietta, aspettai che si decidesse.
Resse una decina di secondi, poi sentii una mano che, furtiva, si poggiava sulla mia mammella, credo la sinistra. Contrariamente a quanto avveniva di solito, stavolta io feci finta di niente: non lo respinsi, non lo rimproverai, non dissi completamente niente e continuai a fare quel che stavo facendo, a cercare non so cosa in quel benedetto bicchiere e poiché non ci riuscivo – ma a trovare che? – decisi di cercare con entrambe le mani, sollevando così ancora di più il bacino dalla sedia.

Immediatamente, l’altra sua mano scivolò sul mio sedere, esattamente nel solco tra i glutei.
Nemmeno stavolta dissi nulla: le inutili parole che troppe volte avevano represso i nostri desideri mi rimasero soffocate in gola; avevo negli occhi l’immagine di lui che sedeva accanto a Marisa, di Marisa che lo guardava negli occhi e lo accarezzava e allora continuai a cercare nevroticamente nel bicchiere, mentre lui mi palpeggiava in maniera adorabile prima una, poi l’altra tetta, premendole con enorme delicatezza e roteando dolcemente, con un movimento appena percettibile, la mano destra aperta e capace di trasmettermi una deliziosa sensazione di calore.

Contemporaneamente la mano sinistra si era impadronita del mio culetto e, senza opposizione alcuna da parte mia, mi stava esplorando liberamente il fondoschiena, spingendo in alto prima solo il medio, poi anche l’anulare, e insinuandoli esattamente all’altezza del buchino. La pressione lì sotto all’inizio mi diede un tantino di fastidio, così come era accaduto le tante altre volte che lui o altri mi avevano palpato il sedere; poi però cominciò a piacermi, a piacermi veramente tanto: mi dava una sensazione di benessere mai provata prima, come se le sue dita porcelle mi fossero indispensabili per stare bene e come se quel doppio, contemporaneo palpeggiamento di tette e culo fossero la fonte di un piacere che avevo sempre rifiutato e nemmeno io sapevo bene perché.

Non so dire quanto durò. Avevo smesso di rovistare inutilmente nel bicchiere, ma stavo sempre in una innaturale posizione obliqua su di lui, i gomiti poggiati sul piano del tavolo, la schiena e le spalle appoggiate sul suo petto rassicurante, le mie tenere mammelle confortate dal morbido e sensuale tocco di una sua mano, il mio culetto appagato da quelle dita che si spingevano delicatamente verso su: era lui che comandava il gioco e quando feci per staccarmi mi trattenne, in quel silenzio bollente che era calato su di noi, rotto solo dall’ansimare lieve del suo fiato sul mio collo e dal gemere della mia anima turbata, ma realizzata dalle carezze del ragazzo che amavo.

No, davvero non so dire quanto durò: a me parve un’eternità ma saranno stati due, massimo tre minuti di muto trasporto, di stupenda passione, di complice e reciproca partecipazione. Mi riebbi tutto assieme, da quello stato di trance, quando mi accorsi che era riuscito, senza farmelo capire, a sfibbiarmi i primi due bottoncini della deliziosa camicetta bianca che indossavo quel giorno e che, aderente com’era, faceva risaltare le mie piccole ma acerbe forme: il contatto delle sue mani con la mia carne non lo avevo preso in considerazione; finché avevamo i vestiti indosso era come se non succedesse nulla, poi si scendeva sempre di più verso quello che ritenevo il precipizio.

Il tanto temuto punto di non ritorno.

– Aspetta.
Schizzai in piedi e il movimento brusco mi tirò un brutto scherzo, perché, per quanto fosse modesto, per le dimensioni più che per l’eccitazione, il gonfiore del pube sui pantaloni attillati mi costrinse a piegarmi goffamente. Lui non ebbe pietà.
– Signorina, si direbbe che ti sia piaciuto – disse crudelmente, puntando lo sguardo verso il mio inguine.
Tornai a sedermi, anzi mi sfasciai proprio sulla sedia.

E lui, incattivito dal timore del mio millesimo rifiuto, non mi perdonava più niente.
– Anche a me è venuto duro – disse prendendomi ruvidamente il polso della mano destra – e ora che facciamo? – e mi portò la mano sul suo coso gonfio e sodo.
– Cazzo! – mi scappò.
– Lo puoi dire forte! – e mentre io ci tenevo sopra la mano, assaporandolo con un tocco voglioso, percorrendo col palmo la lunghezza della carne dura a stento trattenuta dai jeans, lui fece per tirarsi giù la lampo.

– No!
Schizzai di nuovo in piedi, feci due passi e misi fra me e lui la sedia.
– Ma mi spieghi perché?
E cosa c’era da spiegare, cosa c’era, cosa c’era, cosa dovevo spiegargli? Non risposi ma mi venne un’altra idea geniale: dovevo allontanare ancora, per quanto possibile, il precipizio.
– Vieni – gli dissi e lo presi dolcemente per mano, lui si lasciò condurre e mi misi dietro di lui, lui accettò il gioco e mi consentì di appoggiargli il mio gonfiore piccino fra i glutei.

Pochi secondi: 20, 15, forse solo 10. Comunque un’inezia.
– Ora tu a me – sussurrai e invertii le parti, io mi misi davanti a lui, offrendogli letteralmente, sia pure con tutti i vestiti addosso, il culo. Lui non se lo fece dire due volte, si piazzò dietro di me, nel silenzio della mia stanza avvolta dal tepore di quel pomeriggio di autunno in cui io e Giovanni stavamo perdendo l’innocenza e scoprendo l’amore, sì, l’amore insostenibile che sentivo per lui.

Fu dolce e delicato, mi prese per i fianchi e iniziò a muoversi piano dietro di me, premendo il gonfiore del suo pene tra la morbidezza del mio culetto e spingendo con colpi lenti ma decisi, mimando l’amplesso e dandomi la stupenda sensazione di ricevere dentro di me il membro del mio amore.
Con le mani poi si spostò: una me la mise sul pistolino, indovinandone il contorno piccolo, acerbo ma eccitato, l’altra sulle mammelline naturali, le minne, le chiamava lui, che avevo dolci e rosee e che avevo massaggiato mille volte pensando a lui, ma ora avevo l’originale delle sue mani, che le palpeggiavano senza ritegno.

Di nuovo quella sensazione di appagamento, di benessere.
Non avevo riaffibbiato i due bottoncini che prima lui era riuscito furtivamente ad aprire. Sentii che stava attaccando il terzo. Ebbi un moto di ribellione, ma in quella posizione non era facile impedirgli di fare qualsiasi cosa. E io non feci nulla per fermarlo. Il terzo bottone si arrese dopo una breve lotta tra lui e l’asola della camicetta. Il quarto fu attaccato immediatamente dopo: era quello che avrebbe fatto cadere le residue barriere, che avrebbe consentito alle sue mani di penetrare sotto la camicetta e di impadronirsi della mia carne nuda, dei capezzoli che fino a quel momento lui – e tanti altri – avevano assalito e torturato sempre con la protezione della stoffa e che ora stavano lì, gonfi, duri e dilatati, ad aspettare le sue dita calde, ma il quarto bottoncino offriva una dura e fiera quanto indesiderata resistenza.

Era l’ultimo baluardo della mia innocenza, un passetto più avanti c’era il precipizio, mentre i colpi al mio fondoschiena si facevano più incisivi, spingeva su per il buchino, a stento protetto dai suoi e dai miei jeans, il pisello gonfio, di cui potevo misurare col culetto dimensioni, diametro, durezza…
– Aspetta – dissi e scostai le sue dita – aspetta – e sentii che lui si bloccava, d’un tratto non spinse più, le sue mani avevano smesso di esplorarmi, di titillarmi, di eccitarmi.

– Ecco, ora puoi.
Avevo sfibbiato io il quarto bottoncino.

Storia di due ragazzi – Capitolo uno

Capitolo Uno

Il tuono brontolò tranquillamente in distanza. Matt non se ne preoccupò; aveva tutto ciò di cui aveva bisogno ed era contento. Il fuoco ardeva nel camino, l’album preferito nel lettore CD, una raccolta di XY Magazine e Tucker, il suo fedele cane sdraiato accanto a lui, accoccolato contro di lui per tenere caldo.
Il tempo fuori era tetro e cupo, c’erano due gradi all’aperto e la pioggia poteva: a) aumentare il freddo, b) trasformandosi in neve, c) ambedue.

Non l’avrebbe voluto ma era sicuro che uno dei tre casi stava per accadere. Tucker guaiva piano nel sonno, probabilmente stava sognando di inseguire conigli. Matt lo guardò e sorrise. Prese un XY Magazine e lo sfogliò ammirando le immagini.
Lui aveva 17 anni e sapeva di essere gay da quando ne aveva 12, quando aveva visto il suo primo ragazzo nudo: suo cugino Tommaso che allora ne aveva 14. Capì che era attirato più dal suo sesso che dall’altro, disgustoso! Nauseante! Le ragazze! Ora ne era sicuro.

lui sapeva, di sicuro, di essere gay.
Molte ragazze gli avevano detto che era “Così carino!” e “Figo!” e “Adorabile!”, ma nessuna di quelle cose gli importava. Voleva sentire quelle cose da un ragazzo. Pensava di non aver un cattivo aspetto: capelli biondi lunghi sino alle orecchie, occhi verde smeraldo, un metro e ottantasette per 83 chili, magro e ben fatto (un torace ed addominali definiti), gambe ben fatte. Aveva anche un impressionante cazzo da 18 centimetri di cui era abbastanza orgoglioso.

Era abbastanza popolare a scuola: indossava vestiti di marca, seguiva le ultime mode… era un ragazzo piuttosto figo! Ma nel suo profondo voleva essere se stesso. L’immagine che dava a scuola era pesante da sostenere. Era come se quando andava a scuola entrasse in un’altra vita, si trasformava da Matteo teenager gay a Matteo al 100% etero! E lui odiava questo fatto. Ma era colpa sua. A scuola non si era mai comportato come il suo vero se stesso e se l’avesse fatto probabilmente le cose sarebbero state diverse.

Ma era riuscito a fare coming out con uno dei suoi migliori amici. Ci volle molto tempo, ci aveva pensato molto e quando furono faccia a faccia, si scosse e quasi scoppiò in lacrime. Ma si controllò e disse al suo miglior amico il più grande, più profondo segreto: lui era gay. Enrico sorrise e disse: “Pensi che non abbia visto le riviste nella tua stanza! “
L’espressione di Matt fu di stupore.

“Matt, se non volevi che lo sapessi, avresti dovuto tenere quelle riviste lontano dalla vista della gente. Li hai lasciati in giro come se fossero i tuoi compiti a casa!”
Matt non poté far altro che ridere e, per una volta, si sentì leggero come se gli avessero tolto un grande dal torace.
Guardò Enrico negli occhi e disse: “Quindi per te non ci sono problemi?”
“Dannazione, sì! Oh, bontà divina, gli piacciono i ragazzi, bruciamolo legato ad un palo!”
E tutti e due scoppiarono a ridere.

Matt abbassò lo sguardo al pavimento, poi tornò a guardare Enrico e disse piano: “Grazie!”
“Nessun problema, uomo! Inoltre penso sia una buona cosa. “
“Una buona cosa?”
“Sì. Se mai avrò bisogno di una bella fottuta, dovrò solo bussare alla tua porta!”
Matt gli diede allegramente un pugno su un braccio. “Naturalmente! Tu otterrai tutto da me, amico!”
Quindi Enrico l’aveva presa bene, ci scherzava, questo fece comprendere a Matt di avere dei veri amici, ed Enrico era uno di loro.

Ed ora, seduto sul divano con un paio di boxer larghi ed un accappatoio, i capezzoli eretti per il freddo, si rese conto di quanto veramente amava Enrico, non sessualmente, ma come amico.
Il tuono si fece più vicino preceduto dal lampo. Il telefono trillò e Matt emise un debole gemito, si aspettava che fossero i suoi genitori che lo controllavano dall’estero dove stavano facendo una seconda luna di miele.

Ma non era così, era Enrico.
“Hello?” Disse non sapendo chi ci fosse all’altro capo.
“Matt? Ehi, sono Enrico. ” Sollievo!
“Ehi, come va?”
“Oh, così. Mi stavo chiedendo… pensi che potrei venire da te? I miei genitori sono via e non mi piacciono i temporali… “
“Ok, va benissimo! Ti devo avvertire che non sono ancora vestito. “
“Um… ok… basta che tu non sia nudo. “
“No… non completamente.


“Oh, buondio. Oh, bene, mettiti quello che trovi, sarò lì in un momento. “

E “in un momento” era giusto in considerazione del fatto che vivevano porta a porta. Matt non si preoccupò di nascondere le sue riviste; Enrico sapeva e non aveva problemi.
Il campanello suonò due minuti più tardi. Matt andò alla porta, i suoi 13 centimetri di cazzo molle ondeggiavano avanti ed indietro nei boxer, alla porta c’era un infreddolito Enrico con una sacca da viaggio.

“Ehi, spero che tu mi inviti a rimanere a dormire… ” Disse l’amico timidamente.
“Naturalmente, mamma e papà staranno via fino a giovedì, quindi va tutto bene. “
“Figo. Grazie, uomo. “
“Di nulla. “
Enrico appoggiò la borsa sulla tavola della cucina ed andò a sedersi accanto al fuoco per scaldarsi. Matt riprese il suo posto vicino a Tucker che era ancora addormentato…
“Ragazzi, avevi ragione, sei quasi nudo!” Disse Enrico guardando l’amico.

“Beh, quando sono in casa da solo, non me ne preoccupo. Credo che anche tu non abbia problemi… o no?”
“Sì. Hai ragione. ” Disse Enrico scaldandosi le mani. Matt prese un altro XY lo sfogliò ammirando ancora una volta tutti quei ragazzi carini.
“Cosa stai leggendo?”
“XY. “
“Cos’è?”
“Una rivista di teenager gay. È veramente figo. “
“Ci sono su uomini nudi?” Chiese Enrico curioso.
“Abbastanza… ci sono culi nudi dappertutto… ma ci sono ragazzi veramente eccitanti, lasciamelo dire!”
“Fammi vedere.


Matt gli lanciò una rivista, lui la sfogliò e vide l’immagine di due ragazzi che si baciavano. Il suo inguine si agitò e questo lo sorprese.

Anche Enrico aveva un segreto, ultimamente sognava ragazzi, specialmente Matt. Ed in quei sogni lui baciava l’altro ragazzo o lo toccava o cose del genere. Non si era mai sentito attratto da un membro del suo stesso sesso, ma il suo inguine cominciò a formicolare quando vide Matt in veste da camera come era in quel momento.

“Matt… ” cominciò.
“Sì?” Disse Matt, alzando gli occhi dalla sua rivista. Enrico notò quanto era bello, aveva zigomi perfettamente definiti, le labbra piene e rosa e poi c’erano i suoi occhi. Erano grandi occhi di un verde profondo. Se li guardavi ti perdevi in loro.
“… beh… stavo pensando. “
“Cosa?”
“Bene… mi stavo chiedendo… se… beh… ” Poi decise di dirlo: “Mi stavo chiedendo com’è baciare un altro ragazzo.


“Com’è cosa?” Enrico accennò col capo. “È come baciare una ragazza, credo… per me è solo… più sexy. Mi piace di più. “
“Vorresti… baciarmi?”
“Cosa stai dicendo?”
“Sto dicendo che… vorrei sapere com’è baciare un altro ragazzo, e speravo che tu me l’avresti mostrato. “
“Sei sicuro?” Enrico accennò di nuovo col capo. “Andiamo. ” Disse Matt accarezzando il pavimento vicino a sé mentre si sedeva per terra. Enrico si avvicinò e gli si sedette di fianco.

“Ok, te lo mostrerò, ma se lo trovi da checche o vuoi che mi fermi, devi solo dirlo, Ok?” Enrico accennò col capo.

Matt si sporse ed Enrico fece lo stesso. Corrugarono le labbra, chiusero gli occhi e le loro labbra si incontrarono. Rimasero così per cinque secondi buoni prima che Enrico si tirasse via.
“Wow” Disse, le sue guance erano rosse ed era piuttosto agitato.
“… E questo è come…” Matt fece per ritornare sul divano, ma Enrico mise una mano sulla sua coscia.

“Possiamo farlo di nuovo?”
“Enrico, c’è qualche cosa che vorresti dirmi?”
“Matt… io non so. Ultimamente sto avendo dei sentimenti per te. Un sogno…” La voce di Enrico si affievolì.
“Un sogno?” Matt chiese, mentre gli suggeriva di continuare con la frase e descrivesse il sogno.
“Sì, … ci baciamo. “
“Pensi di essere gay?”
“Io… io non so. Voglio dire, non ho mai avuto precedentemente queste sensazioni. “
“Che sensazioni sono?”
“Sensazioni sessuali… verso un altro ragazzo.


“Cosa altro accadde in questi sogni? “
“Tu… mi tocchi il cazzo ed io tocco il tuo… e siamo nudi… “
“Oh, mi sento speciale. ” Disse Matt e sorrise.
“Matt, io voglio sapere com’è…”
“Com’è cosa? Ti ho baciato… “
“Lo so. Io voglio sapere com’è fare sesso con un altro uomo. Lo voglio sapere e voglio scoprirlo con te. ” Enrico sospirò profondamente e poi fu preso da una sensazione che non gli permetteva di guardare verso Matt.

Imbarazzato.
Matt gli mise una mano sulla gamba. “Sei sicuro?”
Enrico alzò lentamente lo sguardo verso l’amico ed accennò col capo.
“Ok. E se vuoi smettere in qualsiasi momento, dimmelo, ok? E smetteremo. “
Enrico accennò col capo di nuovo, poi chiese: “Come cominciamo?”
“Bene… ” Disse Matt, si chinò e mise le labbra su quelle dell’altro. Le mani si portarono ai fianchi di Enrico e li strinse leggermente. Nuovo a queste cose, mise una mano sulla spalla dell’altro ragazzo.

Le mani di Matt scivolarono su e giù sulla schiena di Enrico, poi lentamente prese l’orlo della sua camicia, lentamente gliela sfilò dalla testa e poi la lanciò da parte. Enrico non faceva resistenza salvo un grugnito quando interruppero il bacio. Matt si scostò e guardò il corpo dell’amico. Era una copia quasi uguale del suo: torace definito, addominali, corpo liscio… l’uccello gli diventò immediatamente duro.
“Sei fantastico!” Disse.
Enrico si strinse di più a Matt e spinse via l’accappatoio dalle sue spalle.

“Anche tu. “
Matt sorrise e fece correre le sue mani sul corpo duro e liscio di Enrico che tremò, Matt si fermò spaventato, pensando di aver fatto qualche cosa di male.
“No! Non fermarti!” Matt fece sdraiare lentamente Enrico e si abbassò su di lui. Si baciarono ancora ed Enrico mosse le mani lungo la sua schiena e poi, anche se era nervoso, mise le mani sul sedere dell’amico e lo massaggiò.

I boxer di Matt non impedirono ad Enrico di esplorare ogni centimetro del suo didietro.
Matt interruppe di nuovo il loro bacio e scese lentamente baciando il torace dell’amico fino allo stomaco. Si fermò all’ombelico e lo leccò, poi sbottonò ed aprì la cerniera dei pantaloni, glieli tirò giù esponendo i suoi boxer rosso brillante. Matt cominciò a ridere alla vista del colore intenso dei boxer ed alla risata Enrico si mise a sedere.

“Cosa…? Cosa c’è?”
“N…nulla! ” Disse Matt ridendo. “È solo che i tuoi boxer mi hanno preso di sorpresa! Non mi aspettavo di veder apparire questi boxer estremamente brillanti!”
“Oh, è un sollievo. Pensavo che stessi ridendo di me, sai… “
Matt mise audacemente una mano sulla sua protuberanza e gliela strinse un po’. “No, non c’è niente di cui ridere!” Disse e sorrise.
Anche Enrico sorrise. “Non voglio fare il guastafeste, ma non c’è qualche cosa da mangiare? Sono morto di fame.


“Sicuro!” Disse Matt ed andarono in cucina dove trovarono degli hamburger che la mamma di Matt aveva preparato per la cena della sera precedente.

La mia esperienza con una coppia cuckold parte 26

-Ventiseiesima parte-

Simona arrivò in camera ancora in accappatoio, se lo tolse ed entrò nel letto nuda, si avvicinò gattonando con fare molto sensuale, era bella da togliere il fiato, sorridendo mi sussurrò:
– “Hai visto come si è tranquillizzato? Adesso è un cagnolino ubbidiente e sottomesso, lo hai fatto eccitare da matti sbattendomi così davanti a lui, mi ha detto che sei il numero uno ed io lo confermo e lo sottoscrivo, sei straordinario Gianluca…”;
– “Di quello che pensa lui me ne sbatto il cazzo, è un essere insignificante, mi interessa quello che pensi e provi te…”;
– “Penso che sei un ragazzo dolce ed adorabile, inoltre sai usare il cazzo in maniera eccezionale, ti basta come recensione?”;
– “Davvero?”.

Mi baciò tranquillizzandomi di non aver nemmeno baciato il marito, si era comunque lavata i denti, appoggiò la mano sul mio cazzo che era tornato durissimo e mi sussurrò:
– “Questo cazzo mi fa impazzire, tu mi fai impazzire, se vendessi le tue prestazioni ti faresti i soldi sai?”;
– “Esagerata…”;
– “Sei tu che sei esagerato, ho ancora voglia posso approfittare visto che è duro come il marmo…”;
– “Dipende da quanto offri…”;
– “Aspetta, torno subito!”.

Corse via dalla stanza, le chiesi dove andava ma non mi rispose, tornò poco dopo, si buttò sul letto e mi allungò delle banconote, erano cinquecentomila lire, la guardai perplesso e le dissi:
– “Stai scherzando vero?”;
– “Me le sono fatte dare da Paolo, aveva solo questi in tasca, se vuoi di più te li posso dare domani, in effetti vali parecchio di più…”;
– “Tu sei pazza, non voglio soldi da te, stavo scherzando!!!”;
– “Mi piace questo giochino, vorrei pagarti per una volta la prestazione, dai prendili, è un gioco…”;
– “Se è un gioco va bene ma poi te li riprendi…”;
– “No, altrimenti non è eccitante, devi tenerteli, anzi facciamo le cose per bene, dai assecondami ti prego, torno subito ma tu vienimi dietro…”.

Mi baciò, si riprese i soldi, mi fece l’occhiolino ed uscì dalla camera chiudendo la porta, dopo alcuni minuti sentii bussare, era una pazza sextenata ma ero proprio curioso di vedere cosa volesse fare:
– “Chi è? Avanti…” – entrò nella stanza, si era vestita con una camicetta bianca ed una minigonna rossa;
– “Ciao, sono qui per un appuntamento, vorrei sapere quando puoi concedermelo…”;
– “Sono un po’ occupato in questo periodo, una cliente molto esigente mi sta prosciugando…”;
– “Il mio è un caso urgente però, sono molto bisognosa, non hai un attimo per me? So essere molto generosa…”;
– “Guarda, sei talmente bella che con te lavorerei gratis, è che sono proprio stanco adesso…”;
– “Ti ringrazio ma ne ho davvero tanto bisogno, non conosco la tua tariffa ma sono disposta a pagarti cinquecentomila lire per una singola prestazione…”;
– “Non saprei, però cinquecentomila lire sono una bella somma, va bene dai, sono tutto tuo per un’oretta…”;
– “Grazie, sei gentilissimo, nella tariffa è compreso tutto?”;
– “Tutto, servizio all inclusive, per un’ora farò tutto quello che vorrai…”;
– “Ottimo, non chiedevo di meglio!”;
– “Sei pazza Simona…”;
– “Scusa ma non mi va che ti prendi tutta questa confidenza, teniamo il rapporto il più professionale possibile per piacere…”;
– “Ok, la prendi proprio sul serio sta cosa…”;
– “Quale cosa scusa? Tu vendi un prodotto ed io lo acquisto, non capisco a cosa ti riferisci…”.

Le sorrisi divertito mentre lei si sedeva sul letto, dalla borsetta prese i soldi e me li infilò nelle mutande bloccandoli nell’elastico, poi mi sussurrò:
– “Con quello che pago spero che la mercanzia sia di buon livello come mi hanno detto le mie amiche…” – il giochino le piaceva proprio;
– “Lo spero, la soddisfazione della clientela è il mio primo obiettivo. ”;
– “Allora comincia a farmi vedere l’articolo, alzati in piedi e fatti vedere per bene…”.

Sorrisi divertito mettendomi in piedi davanti a lei, ero in mutande e maglietta come mio solito:
– “Togliti la maglietta bello…” – la tolsi, mi fece segno di girarmi di schiena, mi diede una sberla sul sedere e disse – “Siamo proprio messi bene fisicamente, i miei complimenti, adesso girati…”.
La cosa mi divertiva sempre di più, mi girai e restai fermo ad aspettare i suoi ordini, si alzò in piedi e cominciò a girarmi attorno accarezzandomi il petto, la schiena, le spalle, poi si fermò davanti a me e mi disse:
– “Sei proprio un gran bel vedere sai, adesso toccherò con mano l’articolo principale se non ti dispiace…”.

Si inginocchiò davanti a me, il cazzo mi esplose nelle mutande, quella donna lo avrebbe fatto rizzare all’istante pure ad un morto, cominciò ad accarezzarmi la pancia con le unghie, si passava la lingua sulle labbra e mi guardava eccitata, mi passò la lingua sul cazzo da sopra le mutande:
– “Sembra che hai dei grossi argomenti tu…”;
– “Sta a te giudicare, poi la cliente ha sempre ragione per me…”.
Sorrise e mi abbassò gli slip fino all’altezza delle ginocchia, il mio cazzo duro si parava davanti al suo viso in tutta la sua lunghezza, spalancò la bocca mettendosi una mano davanti:
– “Mamma mia, mi avevano detto che era grosso ma non credevo tanto così, dovrai essere molto delicato con, sono alle prime esperienze, non voglio fare brutta figura con il mio nuovo ragazzo e cercavo qualcuno che mi addestrasse per bene…”;
– “Sarò delicatissimo non ti preoccupare.

”;
– “Grazie, scusa ma mi sono un po’ intimorita viste le dimensioni, soprattutto la larghezza, mi spaccherai se non lo fai con delicatezza…”;
– “Si come no…”;
– “Non ti permettere, non sai mica come sono messa per giudicare, e non ridere, io sono seria, la mia fighetta è stretta e poco usata, dovrai essere delicato, altrimenti riprenderò i miei soldi e me ne andrò!”;
– “Hai ragione scusa…”.
Me lo prese in mano cominciando a segarmelo, lo faceva con mano inesperta e con il viso intimorito, poi mi leccò la cappella delicatamente ritraendo la lingua:
– “Non ti piace?”;
– “Certo che mi piace, tanto anche, solo che è così caldo che quasi scotta…”;
– “E’ perché sono eccitato…”;
– “Wow, se ho fatto eccitare un professionista vuol dire che sono brava allora?”;
– “Non saprei se sei brava, non hai ancora fatto niente, mi hai eccitato perché sei molto bella…”;
– “Ti ringrazio, porta pazienza se non sarò brava ma come ti ho detto sono molto inesperta, poi sono un po’ intimorita, ho paura che mi farai male…”;
– “Tranquilla sarò delicatissimo, sarò come vuoi te…”;
– “Grazie.

”.
Cominciò a leccarmi le palle mentre mi segava, sembrava davvero una bocca inesperta la sua, sapere invece che troia fosse rendeva il gioco davvero eccitante, leccava l’asta e roteava la lingua sulla cappella:
– “Come mi trovi, vado bene?”;
– “Benissimo, non sembri così inesperta…”;
– “Sto seguendo l’istinto, sono le prime volta che faccio queste cose, hai qualche consiglio da darmi per farlo meglio? Accetto consigli ben volentieri…” – alzai una gamba e le dissi:
– “Quando lecchi le palle, arriva al buco del culo e leccalo puntando la lingua, piace molto a noi uomini…” – si prese in bocca le palle insalivandole per bene, poi con la sua calda lingua cominciò timidamente a leccarmi il buco del culo puntando la lingua leggermente:
– “Così va bene?”;
– “Benissimo, sembra che tu lo abbia fatto mille volte, sei bravissima, continua così fino a quando non sarai pronta a prendere il cazzo in bocca…”.

Si dedicò a lungo leccando ed insalivando per bene, con la mano appoggiata sulla sua testa la dirigevo dove meglio credevo, lei si lasciava guidare, poco dopo alzò la testa rimettendosi con la bocca davanti al cazzo, mi prese in bocca la cappella, poi scese piano piano fino ad arrivare a metà lunghezza:
– “Ma devo prenderlo tutto in bocca fino in fondo? Non credo di riuscirci. ”;
– “A noi uomini piace quando una donna arriva fino in fondo, devi trovare te però il modo di riuscirci…”;
– “Adesso ci provo, porta pazienza ma come ti ho detto sono molto inesperta, poi grossi come il tuo non li ho mai visti…”;
– “Tranquilla, prenditi il tempo che ritieni opportuno.

”.
Riprese il cazzo in bocca arrivando quasi fino in fondo, poi lo tirò fuori di colpo tossendo, ci riprovò e questa volta arrivò con le labbra fino alle palle, lo tirò fuori e soddisfatta esclamò:
– “Ecco, ce l’ho fatta hai visto?”;
– “Bravissima, il massimo è quando lo imparerai a fare in continuazione mentre lo succhi, deve essere un gesto naturale, a noi uomini poi piace tenervi la testa giù con in cazzo piantato in gola fino quasi a soffocarvi, ci piace vedervi in difficoltà con il nostro cazzo in gola.

”;
– “Siete perversi, vi piace metterci in difficoltà, fammi vedere…”;
– “Sei sicura? Guarda che te lo infilerò in gola fino a farti soffocare. ”;
– “Fallo ti ho detto, adesso io lo succhierò e quando ne avrai voglia fammi vedere…”.
Si attaccò al cazzo nuovamente, stavolta lo faceva con la sua solita maestria e foga, lo spompinava in maniera divina, le piantai a sorpresa il cazzo in gola fino in fondo tenendole la testa giù, cominciò a rantolare, la presi per i capelli e le tirai su la testa, la saliva colava copiosa dalla sua bocca, i suoi occhi erano lucidi ed era affannata, senza lasciarle prendere troppo fiato lo feci altre tre volte tenendola sempre più tempo con la gola occupata, quando le alzai la testa l’ultima volta abbondanti lacrime imperlavano il suo meraviglioso visetto d’angelo arrossato, il cazzo era completamente ricoperto di saliva:
– “Mi sembrava di soffocare ma mi piace farlo, sono stata brava?”;
– “Molto, adesso devi ripulirlo dalla saliva, asciugalo per bene…”;
Con molta dedizione leccò per bene la saliva, poi mi guardò ed asciugandosi la bocca con il polso mi disse:
– “Adesso voglio che mi lecchi la fighetta, ti avviso che mi sono bagnata tantissimo, spero che non sia un problema…”;
– “Assolutamente no, anzi…”;
– “Fammi vedere come un professionista lecca la figa, mi hanno detto che sei bravissimo…”;
– “Spero di non deluderti…”.

La feci alzare e le sbottonai piano piano la camicetta, le sfilai la gonna ed il perizoma:
– “Hai un corpo fantastico…”;
– “Grazie, mi fa piacere che ti piace…”.
La feci coricare pancia in su sul letto, allargai le gambe, leccai i piedi dolcemente, i polpacci, le cosce ed arrivai davanti alla sua figa, era bagnata in maniera impressionante, colava umori:
– “Te l’ho detto che era bagnata…”.
Era davvero fradicia più del solito, il giochino l’aveva fatta eccitare in maniera particolare, il primo passaggio della mia lingua la fece letteralmente saltare sul letto:
– “Ohhhh siii…”.

Mi prese per i capelli spingendomi verso di lei, infilai la lingua cominciando a farla roteare all’interno della sua figa calda:
– “Ha un sapore buonissimo…”;
– “Ti prego non ti fermare…”
Dopo averla leccata a lungo ed averle succhiato il clitoride mi spostai sul buco del culo, appena puntai la lingua mi avvisò:
– “Ti avviso che li è off limits, nessuno è mai entrato e mai succederà, intesi?”;
– “Davvero? Mi sembrava invece molto sfruttato…”;
– “Ti sbagli di grosso, non mi interessa nemmeno provarci!;
– “Peccato, secondo me ti piacerebbe molto, lo vedo predisposto per darti tanto piacere…”;
– “Adoro farmelo leccare, quello si, a volte quando mi masturbo e sono vicina all’orgasmo al massimo un dito, niente di più…”;
– “Allora mi limiterò a leccartelo…”.

Era brava a fingere, in realtà nel culo le piaceva di brutto, quasi quanto nella figa, però il suo ruolo era quello della ragazzina alle prime esperienze e lo interpretava davvero bene, aprendo le chiappe il suo culo sfatto era una gioia per gli occhi, dovevo stare al gioco e dimostrarle quanto poteva essere bello, mentre glielo leccavo la invitai:
– “Dammi ascolto, spingi con la pancia, in questo modo il buco di dilaterà naturalmente…”;
– “Così va bene?” – quando spingeva di solito si apriva talmente tanto e con facilità che, dopo averla scopata a lungo, fuoriusciva un leggero prolasso, glielo avevo martellato a lungo poco tempo prima e bastò una piccola spinta per farlo comparire immediatamente, quando glielo leccai non riuscì a trattenersi;
– “Ohhhh siii cazzo, che bello, continua ti prego…”.

Azzardai e le infilai un dito, la prima falange, mentre con l’altra mano le stavo masturbando la figa:
– “Ohhhh siii, fai piano ti prego ma continua…”.
Non riusciva ad intrepretare fino in fondo la parte, le piaceva talmente tanto che era difficile trattenere il suo piacere, infilai tutto il dito, poi un altro, fingeva di provare dolore ma gli umori che colavano dalla sua figa la tradivano, quando infilai il terzo dito e cominciai a ruotarlo esclamò:
– “Sei uno stronzo, così come faccio a fingere che non mi piace…”;
– “Se vuoi mi fermo…”;
– “Non ti permettere, sto venendo…”.

Ebbe il primo orgasmo allagandomi letteralmente la mano di umori, alzò la schiena puntando i piedi ed urlò:
– “Ohhhh siii cazzo, siiiiii…”.
Si alzò di shitto, dalla sua figa colavano sulle gambe abbondanti rigagnoli di umori, il volto era rosso, aveva perso il controllo, mi spinse facendomi cadere sul letto a pancia in su, si attaccò nuovamente al cazzo piantandoselo in gola fino ad arrivare alle palle, partì uno dei suoi strepitosi pompini, talmente bello da togliere il fiato, poi si ricordò improvvisamente del suo ruolo e mi chiese:
– “Così va bene?”;
– “Benissimo, sembri nata per fare questo…”;
– “Imparo in fretta…”.

Riprese con meno foga ma sempre in maniera divina spompinandomelo a lungo, poi si fermò e guardandomi negli occhi mi disse:
– “Adesso mi devi scopare, ma fallo piano, è stretta la mia fighettina…”.
La girai a pancia in su, mi piazzai in mezzo alle sue calde cosce, appoggiai il cazzo ed infilai delicatamente la cappella:
– “Fai piano ti prego, è così grosso…”.
Cominciai a scoparla piano piano, era ridicolo pensare che fingesse di averla stretta quando nella sua figa ci si poteva infilare una mano senza nessuno sforzo, cominciò ad ansimare sempre più forte chiedendomi man mano di aumentare il ritmo, dopo un po’ mi chiese di toglierlo, si girò a pecorina e mi invitò a scoparla in quella posizione, mi piazzai in piedi dietro di lei, la scopai a lungo e con un ritmo sempre più elevato, ebbe il secondo orgasmo schizzando umori sul letto, ormai stava diventando un’abitudine per lei farlo:
– “Ohhhh siii cazzo, siiiiii…”.

Si fece cadere con la pancia sul letto, io sopra di lei sempre con il cazzo piantato dentro, mi spinse via, poi si coricò di fianco a me e baciandomi mi disse:
– “Avevano ragione le mie amiche dicendo che sei un toro, ho avuto due orgasmi uno più bello dell’altro e ne voglio ancora…”;
– “Mi fa piacere, soldi ben spesi allora?”;
– “Assolutamente si, diventerò una tua fedelissima cliente, sei bravissimo. ”;
– “Bene…”.
Riprese fiato come suo solito, poco dopo si sedette su di me, mi guardò e strusciando la figa sul mio cazzo mi disse:
– “Ne voglio ancora…”.

Se lo infilò nella figa e cominciò a scoparmi lentamente, danzava sul cazzo in maniera spettacolare mentre ansimava e si sgrillettava il clitoride, poi si girò dandomi la schiena penetrandosi nuovamente, ondeggiava lentamente ruotando il culo tenendoselo infilato fino in fondo, la volevo inculare, la feci alzare un po’ puntandoglielo sul buco del culo, lei si girò verso di me:
– “Cosa stai facendo? Ti ho detto che li non voglio…”;
– “Dammi retta, ti fidi di me? Ti piacerà da impazzire se lo provi, sei qui per imparare giusto?”;
– “Ho paura, sentirei troppo male, poi il tuo è largo e lungo, il mio povero culetto è vergine…”;
– “Dammi ascolto, fai come prima, spingi con la pancia, vedrai come entrerà facilmente, dopo un po’ di dolore proverai un piacere nuovo ed appagante, provaci e se non ti piacerà ci fermeremo immediatamente…”;
– “Ok, ma tu non spingere, lo infilo io piano piano e se mi farà male mi fermerò immediatamente.

”.
Spinse con la pancia e la cappella entrò come un coltello caldo nel burro, fece finta di provare dolore:
– “Uhhhh fa male…”;
– “Rilassati e lascialo entrare…”.
Arrivò a metà della lunghezza:
– “Uhhhh che male, non ce la faccio…”;
– “Rilassati, è già dentro a metà, lascialo entrare tutto…”.
Lo fece entrare tutto fino in fondo, sentivo le sue spinte che allargavano e stringevano il buco:
– “Lascialo fermo fa male…”;
– “Sono fermo, quando ti senti pronta scopati da sola…”.

Con il cazzo nel culo era difficile per lei controllarsi, pochi secondi dopo cavalcava come una forsennata, appoggiò i piedi sulle mie cosce e le mani sulla pancia scopandosi con forza, ogni tanto si lamentava che le faceva male:
– “Sono pazza, mi sto facendo del male ma mi piace da impazzire, avevi ragione!”;
Le presi le gambe alzandogliele, la sua agilità agevolava questo tipo di posizione, poi cominciai io a scoparla fortissimo, il cazzo le devastava il buco del culo ed ogni colpo era seguito da un suo incitamento a farlo sempre più forte, poco dopo raggiunsi il limite e lei gridò ad alta voce:
– “Vienimi dentro, riempimi con il tuo sperma!”.

Le riempii il culo mentre mi pregava di non fermarmi, quando lo sfilai si attaccò ripulendolo per bene, i suoi occhi erano sempre fissi sui miei per assaporare il mio piacere, le piaceva vedermi godere ed io adoravo che lo facesse, infine si coricò sopra di me baciandomi dolcemente:
– “E’ stato fantastico, voglio un altro appuntamento al più presto. ”;
– “Quando vuoi tesoro…”;
– “Sono stata brava?”;
– “Potresti fare la pornostar tesoro mio…”;
– “Davvero? Lo prendo per un complimento…”;
– “Il mio è un complimento.

”;
– “Mi brucia tanto il culetto sai, però avevi ragione è bellissimo. ”;
– “Te lo avevo detto. ”;
– “Grazie di tutto, adesso devo andare, il mio ragazzo mi aspetta…”;
– “Scoperai anche con lui?”;
– “Assolutamente no, per stasera ne ho avuto abbastanza, ti saluto e grazie ancora, ti telefonerò molto presto. ”.
Si rivestì, mi salutò con la manina e se andò chiudendo la porta dietro di se. Sorrisi a lungo divertito dal suo giochino, guardai i soldi e pensai che alla fine mi ero fatto l’ennesima gran scopata e ci avevo guadagnato pure, perché sentirmi offeso e fare il pirla? Quei soldi per me erano quasi la metà del mio stipendio mensile, li presi e nonostante mi sentissi imbarazzato li infilai nel cassetto del mio comodino, me li sarei tenuti, mi avrebbero fatto comodo.

Quando tornò Simona era nuovamente in accappatoio, si era fatta nuovamente la doccia, si infilò nel letto e si mise sotto la mia ascella:
– “Mi è piaciuto tanto il giochino sai, lo voglio rifare al più presto se non ti spiace…”;
– “Ok, mi sono divertito anch’io ed il pensiero che tuo marito ti abbia dato i soldi dal suo portafogli mi ha fatto ancora più piacere, è proprio uno sfigato. ”;
– “La prossima volta te li farò dare direttamente da lui i soldi se ti fa piacere e magari lo facciamo assistere, gli ho raccontato tutto mentre mi facevo la doccia e non ha potuto fare a meno di segarsi di nuovo, adesso è completamente sottomesso e succube a te, è soddisfattissimo di come ti stai comportando con lui, è talmente eccitato che prima di entrare in doccia mi ha leccato il culetto ancora pieno del tuo sperma e lo ha ingoiato di gusto, pagherebbe qualunque cifra per poter vedere il nostro giochino…”;
– “Che merda di uomo, se vuole assistere gli costerà di più, avvisalo…”;
– “Domani lo mando a prelevare in banca ed alla sera lo facciamo di nuovo se ti va, lui sarà il mio ragazzo inesperto che mi accompagnerà dal professionista per imparare a farmi godere, ho già in mente cosa fare…”;
– “Domani è sabato, le banche sono chiuse, voglio i contanti non accetto assegni ahhahahahaaa”;
– “Troverà i soldi, fidati!”;
– “Ok allora domani sera organizziamo un nuovo incontro.

”;
– “Grazie tesoro, mi piace come ti stai disinibendo, non vedo l’ora, adesso facciamo la nanna che è tardi, buonanotte. ”.
Si addormentò in fretta, ripensavo alle sue ultime parole e mi ritrovai sorpreso dal mio comportamento, mi stavo davvero disinibendo, certe cose che prima non avrei mai pensato di fare le stavo invece facendo senza grossi problemi, chi l’avrebbe mai detto che sarei stato pronto a queste depravazioni? Stavo esagerando? I dubbi mi tormentavano e pensai che prima o poi anche il mio ultimo tabù sarebbe caduto, immaginai una doppia penetrazione di Simona con il marito, mi diventò durissimo, feci fatica ad addormentarmi quella sera, stavo diventando un depravato senza limiti anch’io?
La mattina dopo quando mi svegliai, ero solo a letto, erano quasi le undici, mi trascinai in cucina e trovai Simona che stava facendo colazione, la salutai con un bacio, ero assonnato ed arruffato:
– “Stai bene tesoro? Ti vedo a pezzi.

”;
– “Mi hai distrutto ieri sera, ho il cazzo in fiamme ed ho un sonno assurdo…”;
– “Povero il mio pulcino, vieni qui che ti do un bacino, stavi dormendo così bene che non ho avuto il coraggio di svegliarti…”;
– “Lo sfigato dov’è?”;
– “L’ho mandato a fare la spesa, inoltre gli ho detto dell’incontro di stasera, è andato a caccia di contanti per pagarti, dovevi vedere com’era esaltato, non rientrerò senza soldi…”;
– “Non ti stanchi mai te vero?”;
– “Mai, dici che sono malata?”;
– “Si, hai una malattia del cazzo ahhahhaaaa”;
– “Scemo! Comunque è vero, mi sa che sono un po’ ninfomane, avrei una voglia…”;
– “Fino a stasera niente, ti sembrerà strano ma ho bisogno di una sosta anch’io, mi crollerà se continui così…adesso vado a pisciare”;
– “Scusami ma mi piace tanto, posso almeno vederlo?”;
– “Cazzo ma stai messa proprio male, sei sicura di essere normale?”;
– “Sono sicura di non essere normale, dai voglio vederti mentre fai la pipì…non avrai mica vergogna?”;
– “Fai come vuoi…”;
Andai in bagno, lei si mise seduta sulla vasca, alzai l’asse del cesso, la guardai ed il cazzo diventò duro all’istante:
– “E’ davvero molto arrossato, però è anche durissimo…”;
– “E’ normale, mi scappa e la tua presenza mi eccita, faccio fatica a mirare il buco quando è così duro.

”;
– “Immagino, falla nella vasca poi la sciacquo…”;
– “Non serve ce la faccio…”;
– “No dai, falla nella vasca, mi piacerebbe vederti mentre lo fai…”;
– “Ma dai…”;
– “Ti prego, fallo per me…”.
Ero un po’ imbarazzato, ma come potevo negarle qualcosa quando mi guardava e parlava in quel modo? Cominciai a pisciare nella vasca, si avvicinò e si bagnò due dita di una mano con la mia urina, poi le leccò succhiandosele, mi guardava eccitata ed io restai senza parole.

Dopo aver finito di pisciare senza dire nulla lo scrollai, ho sempre avuto l’abitudine di asciugarmelo con un pezzo di carta igienica prima di rimetterlo nelle mutande, me lo aveva visto fare molte volte mentre eravamo in bagno insieme, mi anticipò prendendone un pezzo in mano:
– “Te lo posso asciugare io?”;
– “Certo…”;
Si inginocchiò davanti al mio cazzo ed invece di usare la carta igienica lo prese in bocca succhiandolo con forza, leccava la cappella e con la lingua asciugò accuratamente una goccia di urina che uscì, la guardai mentre lo faceva e mi eccitò moltissimo:
– “Lo vuoi un po’ di sperma da colazione?”;
– “Non chiedo di meglio, ma non volevi un po’ di riposo?”;
– “Come faccio a resistere dopo quello che hai fatto?”;
– “Ti è piaciuto?”;
– “Devo dire di si, fammi un pompino dai…”;
Cominciò uno dei suoi pompini spettacolari, lo faceva con molta passione mentre con una mano si masturbava eccitatissima, mi bruciava parecchio ma quella donna era irresistibile, ci spostammo in salone, mi sedetti sul divano, si inginocchiò davanti a me e riprese il suo lavoro.

Poco dopo entrò Paolo con due borse della spesa e restò sorpreso, mi salutò con la mano e mi chiese il permesso di sedersi sulla poltrona per guardare, gli feci un cenno con il capo mentre Simona gli sorrideva infilandosi il mio cazzo in gola, si mise a quattro zampe e lo invitò a leccarle la figa, lui mi guardò nuovamente cercando la mia approvazione:
– “Leccale pure la figa, inginocchiati e stai zitto”.
Arrossì vistosamente, si piazzò dietro la moglie e cominciò a leccargliela masturbandola con le dita, Simona cominciò immediatamente ad ansimare mentre lo succhiava con foga, le spingevo la testa facendole leccare palle e buco del culo, durò parecchio, mi bruciava moltissimo ma era talmente brava da farmelo dimenticare, sborrai riempendole la bocca, mi fece vedere lo sperma all’interno della sua bocca, poi si girò e baciò il marito scambiandoselo mentre limonavano, li guardavo ed ero disgustato per lui, lei ero abituato a vederla ingoiare e mi eccitava parecchio ma vederlo fare da lui mi faceva davvero schifo, nello stesso momento però mi sentivo in una posizione totalmente dominante nei loro confronti e la cosa mi eccitava.

Mi alzai per andare in bagno a lavarmi, loro mi guardavano mentre continuavano a baciarsi:
– “Cazzo Paolo mi fai schifo!”.

Continua….

La mia esperienza con una coppia cuckold parte 21

-Ventunesima parte-

La mattina successiva quando mi alzai ero distrutto, la sera precedente era stata bellissima ma davvero sfiancante, Simona si era svegliata prima e mi aveva preparato la colazione, la baciai e la ringraziai, era strana e le chiesi se tutto andava bene:
– “Ti vedo strana, tutto ok?”;
– “Tutto ok, ieri sera è stato straordinariamente bello, stanotte però non ho dormito, ho pensato a noi…”;
– “Ho fatto qualcosa di sbagliato?”;
– “Al contrario, forse mi hai fraintesa, ho pensato a quanto stiamo bene insieme, mi sono proprio innamorata di te sai? Quando mi chiama Paolo faccio fatica a parlarci, vorrei solo te Gianluca e la cosa mi preoccupa…”;
– “Non hai idea di quanto mi rendano felici le tue parole…” – la abbracciai e la baciai – “Lascialo, staremo insieme soli io e te per sempre…”;
– “Non dire così, lo sai come la penso, è solo che adesso considero te la mia priorità, Paolo continuo ad amarlo, di questo ne sono sicura, però tu sei troppo, sei sempre nei miei pensieri, ho paura che prima o poi mi costringerai a scegliere e la cosa mi logora dentro, prometti che non mi chiederai mai di scegliere tra uno solo di voi due, potrei impazzire…”;
– “Se hai questi dubbi non ti costringerò a scegliere, però non ti posso promettere che prima o poi non sopporterò più la situazione, io ti amo da impazzire Simona, questi pochi giorni insieme hanno solo rafforzato quello che provo per te, immaginarti tra le braccia di un altro mi distrugge, io non sono come lui, ti vorrei solo per me, tu adesso sei la mia donna, solo mia.

”;
– “So come la pensi e credimi, se fossi tu mio marito non sentirei la necessità di farmi scopare da un altro, il sesso con te è assolutamente appagante, meno male che Paolo non è qui perché farei fatica a scopare con lui, ieri sera mi hai distrutta, ho il culetto che mi brucia da morire sai?”;
– “Scusa, non volevo farti male…”;
– “Non mi hai fatto male, mi brucia perché lo hai usato tanto, però sarei già pronta a farmelo scopare, anche adesso, mi piace troppo…”.

La baciai a lungo, mi dispiaceva andare al lavoro, avrei voluto scoparla di nuovo come se non ci fosse un domani, volevo farle una sorpresa, avrei chiesto il pomeriggio libero senza dirle nulla.
Chiesi al direttore il pomeriggio di permesso, fu gentile e mi disse che potevo tranquillamente stare a casa, c’era poco lavoro in quel periodo, mi allargai e gli chiesi di poter rientrare lunedì, storse un po’ il naso ma c’era qualcuno che poteva sostituirmi, alla fine accettò.

Quando rincasai per il pranzo incrociai per le scale Carla, ci salutammo e quando raggiunsi Simona era affaccendata in cucina, aveva preparato lei il pranzo lasciando alla signora il compito di fare le pulizie. Indossava un paio di pantaloncini corti che le entravano tutti nel culo ed una magliettina corta che mostrava il suo adorabile pancino, l’abbracciai da dietro appoggiandole il cazzo durissimo al culo:
– “Mmmmm hai una biro enorme in tasca oppure sei felice di vedermi?”;
– “Ho il cazzo che sta scoppiando nei pantaloni e sono felicissimo di vederti…”;
– “Vai a lavarti le mani che il pranzo è pronto, l’ho cucinato con le mie manine…”;
– “Hai programmi per il pomeriggio?”;
– “Si, quello di farmi bella ed aspettarti trepidante…”;
– “E se ti dicessi che non devo andare a lavorare fino a lunedì cosa mi dici?”;
– “Davvero? Non mi stai prendendo in giro vero?”.

Si girò sorridente e mi abbracciò baciandomi:
– “Siiii che bello, ti amo!!!”.
Vederla così felice mi fece perdere il controllo, allungai una mano spegnendo il fornello, la sollevai e la feci sedere sul ripiano della cucina, le sfilai la maglietta, era senza reggiseno, i suoi seni tondi e perfetti erano una gioia per gli occhi, i capezzoli si inturgidirono al primo passaggio della mia lingua, li succhiai per farli uscire ancora di più:
– “Si guasterà tutto…”;
– “Non me ne frega un cazzo Simona, voglio divorarti adesso…”.

Mi prese i capelli dietro la nuca e mi spinse la testa in mezzo alle sue tette, le leccai a lungo, poi le sfilai i pantaloncini ed il perizoma, la penetrai nella figa, lei strinse le gambe attorno ai miei fianchi, il mobile era all’altezza giusta per scoparla con forza come piaceva a lei, pompavo con tutta la forza che avevo, lei mi stringeva forte e mi sussurrava parole dolci alternate ad incitamenti a scoparla senza sosta, ero particolarmente in forma e mantenni un ritmo elevato e senza soste per parecchio tempo, grondava umori come una fontana ed ebbe il primo orgasmo:
– “Cazzo cazzo vengo siiiiii.

” – schizzò umori abbondanti sulla mia pancia quando lo estrassi, la cosa la imbarazzava sempre ma diventava sempre più frequente per lei squirtare quando veniva intensamente- “Scusami ma non mi riesco a controllare a volte…”;
– “Non ti preoccupare, non c’è nessun problema, anzi…”.
Saltò giù dal mobile e si inginocchiò davanti a me, leccò il suoi umori dalla mia pancia e dalle gambe guardandomi sempre e intensamente negli occhi, poi leccò delicatamente la cappella facendo ruotare la lingua, il suo sguardo era quello di una ragazzina terribile, una piccola canaglia, mi parlava mentre aveva il cazzo in bocca, lo spingeva contro le guance e lo faceva uscire dal lato della bocca, se lo sbatteva sulla faccia e lo leccava con gusto:
– “Ti piace quando te lo succhio?”;
– “Mi piace quando me lo succhi, quando ti scopo, quando dormi accanto a me, quando parliamo, mi piace tutto quello che fai…”;
– “Ti piace quando mi inculi?”;
– “Quando ti entro nel culo è come entrare in Paradiso…”;
– “E quando ingoio il tuo sperma guardandoti negli occhi?;
– “I tuoi occhi puntati su di me mi fanno impazzire ogni volta…”;
– “Adoro guardarti mentre facciamo sesso, capisco dal tuo volto quando una cosa ti piace particolarmente e quando ti infastidisce, soprattutto mi eccita tantissimo quando stai per venire, sento un brivido nella schiena indescrivibile…”;
– “Succhiamelo un po’, dopo ti voglio venire nel culo…”;
– “Mmmm non vedo l’ora di vederti mentre me lo riempi con il tuo sperma caldo…”.

Cominciò a succhiarmelo con estrema devozione, adoravo i suoi pompini ma quando lo faceva lentamente ed insalivando per bene l’asta per poi ripulirlo mi faceva impazzire, lo prendeva tutto in bocca piano piano, quando arrivava in fondo mi leccava la base ed aveva dei sussulti perché le arrivava in gola stimolandole quasi il vomito, mi eccitava guardarla mentre lo faceva, gli occhi si riempivano di lacrime ed arrossiva, tossiva e nonostante ciò non si staccava un attimo, lo faceva con passione, le spingevo la testa costringendola a prenderlo tutto, a volte i denti mi graffiavano l’asta ma era gradevolissimo, le mancava il fiato e sbavava abbondantemente, lo adoravo fatto così.

Dopo averla fatta lavorare a lungo la sollevai, la presi in braccio e la feci sedere su uno sgabello della cucina, lei capì immediatamente cosa volevo, restando seduta si allargò le chiappe con le mani spingendo indietro il culo, il buco si dilatò moltissimo, mi inginocchiai e glielo insalivai per bene:
– “Ti brucia ancora?”;
– “Si, ma tra un po’ mi sa che mi farà anche male…”;
– “Se vuoi lo lascio stare…”;
– “No voglio che mi fai male…”.

Quelle parole mi fecero salire il sangue alla testa, mi alzai e senza il minimo riguardo la inculai in profondità, inarcò la schiena in avanti appoggiando la testa sul ripiano di fronte a lei:
– “Oh cazzo!!!!”.
Cominciai a scoparle il culo forte, fortissimo, si puntò con i piedi sull’appoggio dello sgabello alzandosi, la presi per i capelli raccogliendoglieli attorno alla mano destra e la tirai con forza verso di me, lei lasciò andare le chiappe e mi abbracciò tirando a sé la mia testa, mi baciò con passione:
– “Oh siii così, cazzo, fammi male, fammi male!!!!”.

Musica per le mie orecchie, le infierivo colpi fortissimi e profondi, il rumore provocato dal contatto dei nostri corpi si sentivano fortissimo, accompagnato dai nostri gemiti:
– “Ti piace così forte?”;
– “Oh siii da morire, non ti fermare sto venendo!!!!”.
Le penetrai la figa con le dita, era bagnatissima e colava, l’orgasmo che le provocò fu di quelli soliti:
– “Oh siii cazzo, siiii!!!!”.
Lo sfilai pensando che volesse rifiatare come al solito, invece replicò:
– “Chi ha detto di fermarti.

”;
– “Non mi sto fermando, vieni qui…”.
Mi coricai a terra e la invitai a sedersi sul mio cazzo, lei lo fece immediatamente, allargò le gambe e si cominciò a masturbare la figa, ripresi ad incularla con forza e le dissi:
– “Non hai detto che volevi vedermi quando venivo, manca poco guardami…”.
Non disse una parola, sorrise continuando a penetrarsi con una mano, con l’altra mi massaggiava le palle, ero al limite, lei lo capì e mi disse:
– “E’ ora vero? Riempimi con il tuo sperma…”.

Quelle parole furono la miccia che fecero scoppiare la bomba, esplosi nel suo culo ed ebbi un orgasmo intenso e lungo, vedere i suoi occhi eccitati e soddisfatti erano la classica ciliegina su una torta già buonissima di suo, mi fermai ma lei continuò a fare su e giù, si fermò poco dopo lasciandosi dentro il cazzo, cominciò a rotearlo appoggiando le mani a terra, lo fece a lungo, restò duro tutto il tempo, lo estrasse leggermente, un rigagnolo di sperma uscì colando sull’asta, lo raccolse con le dita e lo ingoiò avidamente, il suo sguardo fisso su di me, un sorriso beffardo costantemente stampato in faccia:
– “E’ buonissimo, adoro il sapore del tuo sperma”.

Se lo tolse e si riattaccò al cazzo ripulendolo accuratamente:
– “Sei straordinaria Simona…”.
Avevo la cappella quasi viola, la sua lingua quasi mi infastidiva talmente era irritato, si girò facendomi vedere il suo buco del culo, era arrossato e slabratissimo, gliel’avevo devastato, si voltò verso di me con aria sofferente e mi disse:
– “Mi brucia tanto…”.
Non avevo mai fatto una cosa del genere ma quella volta non potei farne a meno, ero troppo eccitato, mi inginocchiai dietro a lei e cominciai a leccarglielo delicatamente, usciva ancora dello sperma, non l’avevo mai assaggiato direttamente se non baciandola dopo che l’aveva ingoiato, il sapore non era gradevole ma cominciò a gemere fortissimo, non ebbi il coraggio di fermarmi ne di ingoiarlo, lei lo capì, si girò ed allungò la lingua sotto la mia bocca, lo feci colare, lo raccolse e lo ingoiò avidamente leccandosi le labbra:
– “E’ buonissimo, riceverlo dalla tua bocca mi piace ancora di più”;
– “Come fa a piacerti, io lo trovo disgustoso.

”;
– “A te piace il sapore dei miei umori?”;
– “Molto…”;
– “A me piacciono entrambi, il tuo sperma di più però…”.
Restammo a terra a baciarci a lungo, sudatissimi ed esausti:
– “Si sarà sciupato tutto il pranzetto che ho preparato…”;
– “Ma chi se ne frega, quello che abbiamo fatto era mille volte meglio!”;
– “Sicuramente, andiamo a farci una doccia adesso e mangiamo, ho una fame!!!”.
La doccia fu lunga e piena di sensualità, ci lavammo a vicenda, il cazzo era sempre in tiro e lei lo succhiò nuovamente, era insaziabile.

Dopo pranzo ci coricammo sul divano per un sonnellino, non sono mai riuscito a dormire di pomeriggio, lei invece si addormentò profondamente, la guardavo dormire semi nuda ed il cazzo mi scoppiava nuovamente nelle mutande, me lo avrebbe consumato a forza di scopare ma era irresistibile. Guardai la TV per un po’ lasciandola riposare, gli occhi però finivano sempre sul suo corpo, mi alzai per andare in bagno, quando tornai la vidi con le gambe larghe, il micro perizoma che indossava era spostato di lato lasciando scoperta la sua meravigliosa figa depilata, era troppo, la volevo di nuovo, mi misi in piedi davanti alla sua testa, era appoggiata con la nuca sul cuscino del bracciolo del divano a pancia in alto, tirai fuori il cazzo e glielo appoggiai sulla faccia, le palle sulla sua fronte, si svegliò, lo abbassò e cominciò a leccarmelo come fosse un gelato:
– “Poi dici a me, hai di nuovo voglia?”;
– “Sei così bella…”;
– “E’ così buono…”.

Si girò inginocchiandosi sul divano e cominciò a succhiarmelo con la solita passione, la lasciai fare a lungo, lei si masturbava entrambi i buchetti gemendo, le alzai la testa e le ordinai di spogliarsi, lo fece lentamente e fissandomi, aveva pochi indumenti da togliersi, pochi secondi e fu nuda davanti a me:
– “Dimmi cosa devo fare adesso…”;
– “Inginocchiati davanti ai miei piedi…”;
– “Così va bene?”;
– “Leccameli…” – sapevo che la eccitava farsi dare ordini e dedicarsi ai miei arti inferiori.

Con aria da ragazzina in punizione cominciò a leccarmeli con devozione, passava la lingua tra le dita e gemeva eccitata, cercò di masturbarsi ma le ordinai con tono deciso:
– “Tieni ferme le mani!”;
– “Non ci riesco…”;
– “Ti ho detto che non puoi, però voglio sapere perché senti la necessità di masturbarti. ”;
– “Perché mi eccitano i tuoi piedi, ti prego lasciami fare…”;
– “Solo il culo…”;
– “Come vuoi te…”.
Si piantò con decisione due dita nel culo e cominciò a masturbarsi, alzai un piede e glielo appoggiai sul viso, lei lo prese dalla caviglia e lo leccò con devozione, gemeva moltissimo, le piaceva proprio, cambiai piede, poi mi disse con tono eccitato:
– “Ti piace?”;
– “A te piace?;
– “Oh si, molto…”;
– “Allora piace anche a me…”;
– “Non è vero, lo dici solo per farmi piacere, tu preferisci incularmi, lo so che desideri sempre quello…”;
– “Non lo nego, adoro il tuo culo, come potrebbe non piacermi, lo vedi che culetto che hai? Girati e fammi vedere come te lo masturbi…”;
Si girò facendomi vedere come si piantava con facilità due dita, il buco si dilatava ed era arrossato:
– “Ti brucia ancora?”;
– “Un po’ ma è così bello…”;
– “Quanto ti piace quando ti inculo da 1 a 10?”;
– “Mmmmm diciamo 11.

”;
– “Fammi vedere quanto si dilata…”;
Si piantò l’indice ed il medio di entrambe le mani e se lo allargò con forza, spingeva con la pancia ed un leggero prolasso spuntava, si voltò verso di me sorridente:
– “Dai inculami, fammi sentire il calore del tuo cazzo, muoviti, cosa aspetti!”.
Non me lo feci ripetere due volte, mi misi in piedi dietro di lei e le infilai delicatamente la cappella mentre lei si teneva le chiappe allargate con le mani, non lo infilai tutto dentro:
– “Dai…”;
– “Devi chiedermi per piacere…”;
– “Ti prego infilalo tutto!”.

La accontentai volentieri, le palle toccavano le sue chiappe, lo lasciai fermo alcuni secondi, sembrava aspettare con ansia, di colpo cominciai a scoparla con forza
– “Oh siii cazzo, siiii così così!!!!”.
Infierivo sul suo buco del culo con colpi decisi e profondi, il suo incitare mi dava energia infinita, la sentivo gemere di piacere alternata a lamenti di dolore. La feci alzare sedendomi sul divano, lei si sedette e si penetrò la figa, puntava i piedi sul divano allargando le gambe e scopandosi molto velocemente, le sue tette danzavano davanti ai miei occhi, uno spettacolo della natura concentrato in una sola donna, la feci rallentare, sentivo che era ora prendere fiato, la abbracciai tenendo il cazzo ben piantato dentro, lei ruotava i fianchi:
– “Stai ferma un attimo e baciami…”.

La stringevo forte mentre lei mi grattava e graffiava la schiena con le lunghe e curatissime unghie, la sua lingua roteava vorticosamente nella mia bocca, dopo qualche minuto mi sentivo nuovamente in grado di scoparla, la presi in braccio e la posai a terra con la schiena davanti al divano, sollevai le sue gambe tenendogliele unite, poi mi sedetti sul suo culo penetrandole la figa in profondità, apprezzò molto la posizione:
– “Oh siii cazzo, mi spacchi un due così, è bellissimo continua!!!!”.

Alternai la penetrazione di entrambi i buchi a lungo, ebbe un orgasmo, ero pronto anch’io per riempirla di sperma, la feci scivolare a terra con la schiena, appoggiò le gambe alla seduta del divano, mi piegai verso la sua faccia cominciando a segarmi:
– “Apri la bocca!!!!”.
Spalancò la bocca e tirò fuori la lingua aspettando ansiosamente, non venni subito, ci vollero alcuni minuti, appoggiavo il cazzo sulla sua lingua menandomelo con forza:
– “Dai dammi il tuo sperma!!!!”.

Sborrai sul suo volto, sulle tette e sui capelli, era abbondante nonostante il ritmo forsennato che avevo tenuto per giorni precedenti e fosse già la seconda volta di quella giornata, raccolse tutto accuratamente ingoiandolo con la solita voracità, poi glielo piantai in gola facendomelo ripulire per bene, infine stremato mi coricai al suo fianco, lei mi abbracciò e mi sussurrò:
– “Che giornata fantastica, ti amo da impazzire Gianluca. ”.

Continua….