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Mia Moglie e la sua VOGLIA DI CAZZO…

Mia moglie, bellissima TROIA con una quarta ben sorretta e soda, complice della mia passione cuckold, non smette mai di eccitarmi con i suoi continui tradimenti..
La sua direi che è una vera e naturale VOGLIA DI CAZZO..una voglia irrefrenabile..inarrestabile..ingestibile!
L’effetto sorpresa è la nostra grande passione..
Rincasare dal lavoro e trovare in bagno ben messi in evidenza i suoi slip con la parte che appoggia sulla fica bagnata di sperma oppure trovare dei collant strappati per aver consentito un’estemporanea penetrazione sono per me fonte inesauribile di passione e amore vero per lei..
Spesso capita questo..qualche volta capita qualcosa di più “magico” che mi vede pienamente partecipe nella trama oscura del tradimento stesso…
Un pomeriggio mentre ero ancora in casa le è arrivato un messaggio sul telefonino; ho guardato ed ho riconosciuto il nome, Fabio, titolare socio di un negozio di abbigliamento dove spesso lei fa shopping; leggo:
-“tesoro il mio socio esce tra poco puoi raggiungermi in negozio verso le 19.

30?”
Ho risposto io, scimmiottandone le espressioni, con un secco e convinto:
-“tesò mi faccio bella e vengo da te..”
L’ho quindi subito allertata e lei rimasta felicemente sorpresa nel sapermi così premuroso e deciso, ed ha manifestato tutto il suo compiacimento così:
-“amore quando vado con LUI mi allarga la fica al punto che quando lo tira fuori le mutandine non riescono più a coprirmi perché mi s’infilano in mezzo alle labbra, mi fa impazzire…..ha quel CAZZO grosso, duro e largo dalla cappella alla base che non riesco ad impugnarlo come faccio con te..sai bene quanto sia dotato Fabio..”

(con affermazioni come questa,la mia eccitazione è già alle stelle..sentirsi dire dalla propria moglie che preferisce farsi sbattere da un mezzo estraneo solo perché ha il CAZZO naturalmente più grosso del tuo ti lascia quella dose di “impotenza” che noi CUCK adoriamo..in pochissimi attimi realizzi che TUA MOGLIE, quella che hai sposato in abito bianco.. sarebbe capace, DIREI CAPACISSIMA, di farsi sbattere da chiunque abbia un CAZZO degno di nota!!)

-“In negozio non avremo molto tempo a disposizione; sicuramente ha bisogno di uno sfogo immediato, come spesso è capitato, con una bella sveltina in un camerino di prova.

Mi preparo al meglio per farlo impazzire, ci tengo a farlo felice..”
Godere della preparazione della propria donna, già piena di desiderio ed eccitazione, è sempre un’esperienza indescrivibile. La scelta dell’abbigliamento intimo più arrapante coniugato alla praticità di un rapporto immediato e frenetico mi rende eccitatissimo..
-“amore ci vediamo dopo, pensami..TI AMO!”
Mi bacia accarezzandomi la patta ed esce; nonostante con Fabio non prenda precauzioni data la conoscenza di tanti anni, vedo che ormai esce sempre portando con se i preservativi che di tanto in tanto le compro rimpiazzando i suoi elevati consumi..

Ogni volta l’attesa è un tormento di voglia e di ansia che cerco di calmare dedicandomi alla mia passione preferita: masturbarmi con il porno e le teens..
Ma ill pensiero è sempre lì, martellante, incombente..mi ammazzo di seghe in un mix perfetto di gelosia e depravazione..per un CUCK i momenti più preziosi sono questi..l’attesa ed il non poter far nulla, non sapere nulla..il solo immaginare..il solo pensare alla PROPRIA MOGLIE montata a bestia da un altro MASKIO..sono momenti unici..indescrivibili..si fa tutto per amore..amore per la propria TROIA..le farei far di tutto pur di saperla SODDISFATTA nei suoi ORGASMI!

Dopo un paio di ore è già di ritorno.

Le apro e mi appare un viso sorridente e maliziosamente stanco..
Mi avvicino per baciarla e sento il caratteristico odore dell’alito “post pompino”. La bacio avidamente ma di fatto è una penetrazione con la mia lingua. Lei insiste nel bacio..apre la bocca e mi invita a leccarle bene le labbra e la lingua..è come sukkiare un CAZZO..tanto è forte e acre quell’odore!!
Mi abbraccia forte e mi sussurra:
-“andiamo di là amore mio..ho voglia di dirti com’è andata”
Si siede sul letto per togliersi le scarpe ed io approfitto subito per metterle il mio cazzetto turgido nella bocca e muovermi come se la stessi scopando.

Lei mi accarezza le palle, mi infila un dito di dietro..è troppo premurosa, avrà fatto di sicuro la TROIA penso tra me e me!
Poi si alza e si spoglia e guardandomi con fare sornione si sdraia sul letto con gli slip neri ancora indossati. Intravedo chiaramente una grossa chiazza umida in corrispondenza della fica…. mi chino su di lei per leccarla ma mi dice:
– “aspetta, rallenta..ti racconto cos’è successo..voglio farti sentire quanto ti ho fatto CORNUTO”.

Questo forse è il momento più magico delle corna…il suo racconto dettagliato saprà farmi rivoltare lo stomaco ma eccitarmi al tempo stesso..la adoro, kazzo se la adoro!

-“appena sono arrivata, così come prevedevo, mi ha detto che purtroppo non avevamo molto tempo a disposizione perché il suo socio sarebbe mancato solo un paio d’ore. Essendo ora di chiusura ha abbassato la serranda e mi ha portata in un camerino, in piedi, ed ha cominciato a baciarmi tutta..
Quando mi ha alzato il vestito e mi ha visto in lingerie, come al solito è impazzito; mi ha subito abbassato gli slip ed ha cominciato a leccare la fica quasi da farmi venire subito.

L’ho tirato a me, gli ho sbottonato i jeans ed ho tirato fuori quel palo enorme. Passando le dita sulla punta ho sentito ch’era già bagnato e l’ho strofinato sulla fica.
Non ha resistito molto: l’ha inumidito di più con la saliva e me l’ha infilato dentro facendomi sussultare per l’improvvisa dilatazione. Poi ha cominciato a stantuffare senza che io riuscissi più a muovermi, provavo solo un piacere senza confini..sono venuta due volte, lui continuava con foga, ogni tanto una piccola sosta con il cazzo infilato fino alle palle, e poi riprendeva più forte di prima..è brutale ma sa il fatto suo credimi..”
-“ti ha detto qualcosa su di me?” (chiedo IO)
-“si amore, si eccitava chiedendomi “lo sa tuo marito che ce l’ho il doppio del suo?” oppure dicendomi “quando torni a casa ci starà larghissimo nella tua fica sfondata da me”…poi quelle cose sempre eccitanti “sei la mia puttana, la mia troia..hai bisogno di cazzi grossi come questo per una fica così e non di tuo marito che ha un pisello come quello di un bambino..”; amore era feroce ed inveiva su di te..ti insultava e denigrava ed io permettevo di farlo..scusami ma lo sai che ci tenevo a farlo stare bene e che alla fine diceva solo la verità.. Poi si è sganciato dalla figa, ha sputato sul mio buchetto e con forza, tanta forza mi ha messo il suo enorme CAZZO nel mio culetto..ha cominciato subito a pompare sempre di più e urlandomi contro mi ha detto “puttana sborro..sborrooo puttana!!”.

L’ho spinto dalle chiappe quanto più possibile dentro di me sentendo un fortissimo calore dentro: un’esplosione di sborra da non credere. Sai che adoro farmi venire dietro..sai che impazzisco a sentire quei potenti schizzi nelle mie viscere..mmmmmmmmmm
Siamo rimasti così per un po’ di minuti. Poi lui piano piano ha uscito il CAZZO e me lo ha messo sporco ma ancora RIGIDO anche nella figa..mentre io tiravo subito su gli slip per non fare scolare a terra lo sperma, quello che adesso tu stai toccando, che leccherai e che userai come lubrificante per scoparmi.

Mi sono inginocchiata e gliel’ho pulito per benino con la bocca, succhiando sperma fino all’ultima goccia”. Amore perdonami..amore scusami se ho fatto la TROIA..”

Con il cuore che mi batte a tremila..con le palpitazioni..sono rosso di rabbia in viso..ma tanto eccitato le dico con fermezza:
-“amore adesso è il mio turno..ti prego fammi godere!!”
Le metto due dita dentro e sento la fica allargata e bagnatissima..appena le abbasso le mutandine vedo sborra che si affaccia dalla meravigliosa fessura..comincio a leccare trattenendo in bocca il liquido caldo per poi riversarlo con un intenso bacio nella sua bocca già spalancata e pronta..
La penetro ed il mio cazzetto scivola dentro di lei avvertendo la forte dilatazione che l’uccello di Fabio le aveva provocato con i suoi colpi possenti..
Sono convinto che lei non senta molto..data la differenza di dimensione tra il mio cazzetto ed il CAZZO di Fabio, per questo mi aiuto sgrillettandola per bene..gioco sul suo clito come negli anni ho imparato a fare..così ho imparato a portarla all’orgasmo, aiutandomi con le dita..
E’ larga e zuppa..troppo calda..mi sento avvolto dai residui di seme caldo di un altro uomo e pensando alle dimensioni del suo CAZZO mi eccito anche io molto, moltissimo…
Lei ansima ma sono certo che non sia per la penetrazione..mi insulta..
-”cornuto senti come sono larga..cornuto sei felice che mi abbia pompato anche il culo..cornuto ti piace che tua moglie si faccia sborrare dagli altri..cornuto sei solo un gran cornuto che si fa fottere la mogliettina!!”
Le sue parole, i suoi insulti sono per me una sorta di Viagra naturale..divento più duro e nonostante non sia molto dotato mi applico nel spingerlo dentro più che posso..muovo le dita più veloci sul suo clito e sento che ci siamo quasi..la stringo a me forte..è mia, è mia Moglie..solo mia..

Insieme poi..finalmente..godiamo in un orgasmo indescrivibile e restiamo abbracciati, noi, solo noi..
Lei è una moglie TROIA ed avida ed io sono solo il marito CORNUTO e felice….

Avventura tra negozio e piscina

Sospensori leopardati? Qui? All’Olympus!? Beh, io non ero d’accordo,, ma a qualcuno potevano piacere… “Sospensori leopardati fluorescenti… Raccomandatati dai dottori. ” Perché i dottori avrebbero dovuto raccomandare sospensori fluorescenti? Oh bene… scelsi la mia taglia e li sganciai dalla sbarra… Mi guardai intorno nel negozio e vidi che c’erano solamente sei persone, un cliente (io) e cinque del personale… il mio sguardo si spostò sul ragazzo alla cassa verso cui stavo andando. Era alto quasi un metro e novanta, biondo e di circa vent’anni.

Misi il mio acquisto sul banco, lui lo prese, mi rivolse un piccolo sorriso e poi disse: “Le dispiace aspettare un momento, signore, devo andare a controllare una cosa per questo articolo. “
Scomparve in una stanza sul retro, così decisi di dare un’occhiata al resto del personale. Era giovedì pomeriggio e non avevano meglio da fare che chiacchierare tra di loro. Due ragazzi, due ragazze, tutti in tenuta sportiva (ma cosa ci si aspetta in un negozio sportivo?) E non erano molto interessanti, piuttosto tradizionali, niente di eccentrico!
Il biondo ritornò con un sorriso sfacciato sulla faccia, prese una borsa da dietro il banco e ci inserì la shitola, fece una breve pausa che portò la mia attenzione al pezzo di carta sulla shitola dove lessi “Urgente.

” Ero confuso mentre lo guardavo e lui disse “Sono sei e novantanove, per favore signore. ” Misi un biglietto da 10 sul banco: “Grazie, signore, ecco il resto. Ritorni presto. “
Finì con un altro sorriso e c’era dell’ironia alla sua voce. Presi la borsa, il mio resto ed uscii gettando uno sguardo al resto del personale che non sembrava aver notato la mia presenza. Guardai l’orologio. 13 e 15. Ora di pranzo!
McDonalds era il mio prossimo scalo.

Preso il cibo, mi misi a cercare un posto tranquillo (non era difficile, c’erano solo quattro altri clienti, ed uno di loro era un ubriacone che stava quasi per essere buttato fuori…) e l’angolo più privato del posto. Ora, questo era difficile, avete mai provato a trovare un angolo privato da McDonalds che non sia il bagno? Quei luoghi sono progettati per farti sentire vulnerabile mentre mangi, se sei completamente solo. Trovai un posto quasi ideale: al piano superiore, nascosto dietro una pianta di plastica.

A quel punto cedetti alla curiosità, appoggiai il vassoio e presi la shitola dalla borsa di Olympus, l’aprii e ne uscirono tre cose: sospensori nero e rosa; un bigliettino piegato con la scritta “Urgente” e un pacchetto in carta rosa e nero. Misi giù sospensori e pacchetto e aprii il biglietto. C’era scritto:
Ciao!
puoi ritenermi maleducato a mettere una comunicazione nel pacchetto dei tuoi sospensori, in tal caso non leggere questa lettera.

Mettila nel bidone più vicino.
(Io lessi…)
Allora hai deciso di continuare a leggere. Hai appena acquistato un articolo molto interessante e stavo chiedendomi se ti piacerebbe provarlo… presto… e magari con un aiuto.
OK, se non ti va per favore non portare il biglietto al mio direttore. Sto rischiando il mio lavoro nella speranza che tu voglia incontrarmi. Penso che tu l’abbia comprato per attirare l’attenzione e mostrare i sospensori. Quindi, ritorna al negozio e vai al banco accessori (dove sono tutti i sospensori ed i proteggi caviglie), ti incontrerò là così potremo sistemare qualche cosa.

Carlo.
Dannazione! Avevo comprato quei sospensori per attirare l’attenzione. Finii rapidamente il mio pasto, poi andai (leggi “feci una volata”!) da Olympus. Entrai nel negozio e vidi delle famiglie che stavano facendo acquisti per i loro bambini. Ora c’erano sei commessi, Carlo mi vide e si avviò verso il banco degli accessori. Andai a raggiungerlo e decisi di fare ‘la prima mossa. ‘ “Ciao! Ho trovato il tuo biglietto. “
“Sì, um, non hai pensato… “
“No, mi piacerebbe incontrarti.

Dove? “
La sua faccia si accese, e mi fece pensare… forse non era così vecchio. Ora avrei detto circa diciannove anni … quindi solo un anno più di me… e aveva anche un bell’accento. Rispose: “Beh, che ne diresti del centro divertimenti?”
“Sì, va vene. Quando?”
“Io stacco alle due. Posso incontrarti fuori dal centro alle due… e cinque”, e poi, quando uno dei bambini si avvicinò: “No, mi spiace signore, non ne abbiamo verdi fluorescente, solo rosa fluorescente, ma ce ne sono di altro tipo.

” Sorrise di nuovo ed andò ad aiutare il bambino. Mentre uscivo gettai uno sguardo al mio orologio, erano le 13 e 49, così attraversai lentamente la città ed arrivai al centro alle due.
Carlo arrivò in perfetto orario, indossava pantaloni della tuta neri ed una maglietta Olympus bianca, aveva anche una grande borsa “Head” blu. Toccava a lui di avviare la conversazione. “Ciao, vedo che ci sei”, sorrise indicando il centro. “Andiamo a nuotare?”
“Sì, perché no.

” Risposi entusiasta.
Poi lui sorrise e disse: “A proposito, non conosco il tuo nome!”
Risi e risposi: “Gianni per Giovanni. “
“OK, Gianni per Giovanni, entriamo. “
Salimmo la scalinata ed entrammo. La donna dei biglietti ci guardò appena. “Sì…?”
“Uh, due, per per favore per il nuoto. “
“Due euro e trenta. “
“OK, ecco qui, grazie. “
Carlo prese i biglietti e la chiave dell’armadietto, io lo seguii nello spogliatoio.

Come spogliatoio era piuttosto normale: piastrelle bianche, panche di legno, l’odore dolce di sudore, niente di insolito, a parte l’assenza di cabine private. C’erano altre tre persone oltre a Carlo e me, ascoltando le loro conversazioni, scoprii che si chiamavano Davide, Andy ed Igor.
Dovevano avere sui 18 anni e piuttosto ben piantati. Davide era alto un metro e settantacinque, piuttosto pallido e portava slip tradizionali bianchi. Aveva anche capelli bagnati. Capii che avevano già nuotato… quindi le mie speranze di vedere uno di loro nudo erano finite, pensai.

Andy comunque aveva ancora il costume da bagno, Speedo ‘Bikini’ bianchi, molto affascinanti.
In quel momento mi resi conto di non avere costume e asciugamano. Ne parlai a Carlo, lui tirò fuori un paio di Bikini neri ed un asciugamano. “Dunque”, disse sorridendo (che magnifico sorriso!i). “È probabile che tu abbia bisogno di questi!” Mi girai per riportare la mia attenzione su Andy, lo vidi lasciar cadere il costume e girarsi verso il muro.

Bel culo… Carlo mi disse: “Vado in bagno. ”
Poi Igor. Wow! Era alto più di un metro e ottanta, leggermente abbronzato, e molto ben fatto. Era entrato da poco dopo essere stato sotto la doccia, quindi chiaramente era nudo. Era piuttosto peloso, aveva un corpo molto muscoloso ed un grande pene intonso. Mi sorrise, raccolse il suo asciugamano, si voltò e cominciò ad asciugarsi.
Dov’era Carlo? Decisi di andare a cercarlo e mi avviai verso il bagno dove lo vidi che stava pisciando, si voltò e mi sorrise.

Sentii improvvisamente una spinta ad orinare. Quando finimmo ritornammo nello spogliatoio ed andammo al nostro angolo.
Non c’era nessun altro nella stanza ed io mi rivolsi a Carlo. Lui slacciò i bottoni della sua maglietta, se la sfilò dalla testa e la mise nella sua borsa. Si sedette e si tolse sneakers e calze (anch’io decisi a quel punto di togliermi scarpe e calze). Lui aveva uno splendido torace liscio, con braccia muscolose ed un ombelico peloso.

Mise i pollici tra il suo corpo ed i pantaloni e li portò ai fianchi. Li spinse giù, ne uscì e li mise nella sua borsa. Si girò verso di me, indossava sospensori leopardati… ed era enorme! Rimase a gambe aperte di fronte a me e disse: “Cosa ne pensi?”
Mi abbassai e piantai un bacio sul suo ombelico… poi indietreggiai. Le sue gambe erano muscolose come il resto del suo corpo, ed erano anche lievemente pelose.

Si girò, aveva un culo molto bello. Leggermente abbronzato e molto liscio, io gli baciai la schiena.
“Tocca a te” Disse girandosi verso di me, evidentemente eretto. Io mi slacciai i bottoni della camicia, poi me la tolsi e mi misi di fronte a lui, ora indossavo solo i miei Levi 501, senza mutande. Lui aspettò. Lentamente sbottonai la patta e spinsi giù i jeans, ne uscii e lo fissai negli occhi.
Lui si inginocchiò, continuando a guardarmi, e baciò lentamente il mio pene, spingendo la lingua nel mio prepuzio, poi si alzò e si tolse i sospensori.

Era enorme! Mi inginocchiai e lo baciai allo stesso modo. “Abbiamo tutto il tempo dopo che abbiamo nuotato” disse e prese il suo costume da bagno. Io mi misi quello nero che mi aveva dato lui e me lo sistemai, non che fosse troppo piccolo, ero io molto grosso, grazie a lui.
Andammo ai nostri armadietti, mettemmo via la nostra roba, poi uscimmo nella piscina. Lui fece un tuffo in corsa perfetto (gambe e braccia diritte) e nuotò velocemente verso l’altro lato della piscina.

Io, invece, ero più interessato ai corpi che ci circondavano! Contai solo dodici persone, non inclusi i bagnini e Carlo (ed io): sette femmine e cinque maschi. Le donne erano in gruppo, dovevano avere circa 14 anni, ridevano scioccamente e si guardavano intorno. I maschi? C’erano tre uomini più anziani e due ragazzi di circa 14 anni che sembravano conoscere le ragazze del gruppo.

Carlo ed io passammo l’ora seguente nuotando uno vicino all’altro.

Ad un tratto lui mi prese, mi tirò giù il costume e me lo strofinò leggermente, mi rimise il costume e poi ricominciò da capo… nessuno vide. Vedemmo andarsene tutti quando risalimmo e c’era solo un “congresso di donne” che passarono il loro tempo a guardarci guastandoci il divertimento. C’erano anche tre fustacci ma sembravano particolarmente etero.

Quando ritornammo nello spogliatoio, Carlo bisbigliò “Bene, qui è dove comincia il divertimento! Corriamo nelle docce.

” Io mi affrettai ma Carlo non mi seguì: andò al suo armadietto e prese qualche cosa.
I tre ragazzi erano nelle docce, come ho detto erano dei bei fusti e sbirciando oltre il muro della doccia, vidi che si stavano tutti masturbando. Una vista molto bella, ma appena girai l’angolo con un’erezione, scomparvero… evidentemente erano timidi.

Carlo venne dietro di me e mi baciò la nuca, poi cominciò a massaggiarmi l’ano con della gelatina lubrificante.

Proseguì massaggiandomi le palle, poi quando si inginocchiò di fronte a me, vidi che il suo pene, enorme tra le sue cosce, ora stava toccando il pavimento. Iniziò a succhiarmi con cura leccandomi delicatamente il prepuzio… e poi succhiando. Le mie mani andarono ai lati della sua testa a tirarlo lentamente avanti ed indietro lungo la mia asta.

Mi massaggiò ancora l’ano col lubrificante e sul pavimento vidi il tubo di lubrificante ed un involucro di preservativi, chiaramente! Io stavo avvicinandomi lentamente all’orgasmo, lui comprese e smise tutto quello che stava facendo, subito e completamente.

Io quasi venni, ma riuscii a calmarmi e mi ordinò di inginocchiarmi… era il suo turno.

Si mise in piedi di fronte a me e, quando fui inginocchiato, torreggiava sopra di me. Presi lentamente il suo pene nella mia bocca come lui aveva fatto col mio. Prese la mia testa… Io cominciai a leccare la punta del suo pene. Le sue mani cominciarono a fare forza tirandomi avanti ed indietro lentamente, mentre io gli leccavo il prepuzio il più profondamente possibile.

Aveva un sapore tanto buono quanto Carlo era bello. Lui cominciò a lamentarsi, io allungai una mano verso il pavimento, raccolsi il tubo di gelatina e cominciai lentamente a massaggiargli l’ano. Le sue mani fecero più forza…
Io mi fermai, presi il pacchetto dei preservativi e mi alzai. I nostri uccelli si toccarono. “Carlo, io voglio incularti. “
“Mmmmmm, per favore fallo. ” Rispose, e si voltò.

Dissigillai uno dei preservativi e lo srotolai sul mio pene.

Baciandogli un po’ la schiena, lo penetrai. Gemevamo ambedue molto rumorosamente e lui aprì le gambe il più possibile. Io cominciai a muovermi lentamente dentro di lui. Le sue mani mi tenevano le cosce ed io afferrai poi il suo pene, lentamente cominciai a masturbarlo e c’era ancora della gelatina sulla mia mano…

Il nostro grugnire e gemere non era passato inosservato e due ragazzi cominciarono a sbirciare dall’angolo. Io venni! Era l’orgasmo più sorprendente che avessi mai avuto.

I due ragazzi entrarono e cominciarono a masturbarsi mentre ci guardavano.

“Cosa state guardando? ” Disse Carlo (la sua voce era appena percettibile).
“Uh, nulla!”
“Venite qui. “
I ragazzi si avvicinarono. Io mi inginocchiai di fronte a quello col pene più grosso e lo presi in bocca. Mi venne in bocca trenta secondi più tardi, poco prima del suo amico che aveva avuto lo stesso trattamento da Carlo. Poi loro se ne andarono.

“Oh, bene, non erano eccezionali ma…” Dissi, ma fui interrotto da Carlo che mi aveva penetrato improvvisamente. Emisi un forte gemito e mi rilassai. Lui mi prese il cazzo e mi masturbò con forza… indietro ed avanti, mentre cominciava a lamentarsi. Anch’io lo feci e sborrammo insieme!

Appena finito ci facemmo una doccia e ci rilassammo. Io avevo appena avuto l’esperienza più formidabile della mia vita. Andammo a prendere i vestiti nei nostri armadietti e poi ritornammo vicini, avevamo ancora in bocca il sapore dello sperma dei ragazzi… Ci masturbammo… Poi ci asciugammo ed io mi misi i sospensori nuovi.

“Che ne diresti di una sauna ?” Disse Carlo.

I sogni di Krissy

Aveva sempre avuto un unico, secondo lei, bellissimo sogno; quello di sgambettare in televisione. Quello di mostrare il culo alle telecamere, di farsi vedere abbracciata al calciatore, al ricco imprenditore o al manager di successo. Non aveva studiato, non è che fosse particolarmente vispa né intelligente. Era ambiziosa, questo glielo riconosco. Un’oca giuliva fuori e una ragazzina piena di debolezze, frustrazioni e dubbi dentro. Questa era Cristina, quando la conobbi. A sapere che sarebbe finita così male sarei stato

meno gentile con lei.

Ma lasciatemi raccontare di come andarono le cose. Atto I: una maialina sulle scale

Piangeva. La prima volta che la vidi piangeva. Era seduta sulla gradinata del palazzo in cui lavoravo ed era vestita come…come…si può essere schietti e sinceri, vero? Mica vi scandalizzate? Ecco, allora, era vestita come una buona mignotta. Minigonna, calze a rete, giacchino strizzato in vita come un tubetto di dentifricio quasi finito, capelli pettinati all’ultima moda (ultima, penultima o terzultima per me fa lo stesso…non seguo le mode) e trucco gradevole ma tutt’altro che leggero.

Lì per lì ho pensato di avere a che fare con una troietta come tante. Beh, a conti fatti la prima impressione era quella giusta. Ma non a tutte le troiette mi affeziono, sapete? Per questo ripensare a quel momento mi fa un po’ male.

“Ciao. Qualcosa non va?” le chiesi, pensando fra me e me a quanto dovesse sembrare stupida quella domanda. Se uno piange, per forza c’è qualcosa che non va.

O no? “No” mi fa lei “Tutto a posto”
“Perché piangi, allora?”

“Ma nulla…mi hanno solo scartata”

“Ah” esclamai. In quel palazzo si tenevano le prove per un programma televisivo che sarebbe andato in onda da lì a due mesi. Lo sapevo da qualche giorno. Il genere del programma ve lo potete immaginare. Quando si fanno le selezioni per scegliere una quarantina di volenterose ragazzine con poco cervellino e gambe lunghe, c’è un unico genere di programma che si può mettere in piedi.

Un programma da cerebrolesi.

“Ti è andata male, eh?” chiesi. “Sì, come sempre”

“Beh, avrai la tua occasione” “Sul serio?”

“Sì, sei una bella ragazza”

“Sì, sono una bella ragazza di ventiquattro anni!”

Disse quel numero come se confessasse un crimine dei più atroci. Ventiquattro anni. Io ne ho trentuno e mi sento ancora un ragazzino, lei ne aveva quasi dieci meno di me e si comportava come se la sua vita dovesse terminare entro l’anno.

In effetti quante veline, letterine e stupidine varie vi sono, di più di ventiquattro anni? A quell’età sei già una pera marcia pronta a cadere dall’albero. Così ti fa credere il dorato mondo della TV. E chi siamo noi, comuni mortali, per obbiettare di fronte a ciò che ci viene proposto dalla Dea TV? Cristina, a ventiquattro anni, si sentiva vecchia e pronta ad essere messa in disparte.

“Dai, ti offro un caffè” le ho detto.

“No, devo andare” mi ha risposto con un po’ di arroganza. Sembrava non vedesse l’ora di togliersi dai piedi questo coglione invadente. Comprensibile, le uniche persone con cui valga la pena mostrare un briciolo di gentilezza sono quelle che ti possono portare in alto. Ma lei non mi conosceva.

“Insisto. Ci sediamo al tavolo di un bar e mi racconti tutta la storia. Magari ti posso aiutare a realizzare il tuo sogno”

Cristina mi guarda in obliquo.

“Davvero?”

“Sì”

“Chi sei?”

Le dico il mio nome (a voi no, accontentatevi di Tom). “Lavori in televisione?”

“Beh, in un certo senso è così. Sono uno scrittore. Di recente mi hanno chiesto di fare il consulente per una serie di documentari in prima serata. Forse ne avrai sentito parlare”
Cristina s’illumina. Per un attimo resto stupito anch’io. E’ bellissima. Come avranno fatto quei froci del casting a scartarla?

Indago e vengo subito a capo della questione.

“Senti, tu conosci qualcuno nell’ambiente?” domando. “No, nessuno”

“Capisco” le dico “In questo caso è naturale che non ti abbiano presa in considerazione” “Davvero?”

“Tutte le ragazze che vanno in televisione hanno…diciamo, qualche aiutino da dietro” Raccomandazione. Una brutta parola.

Raggiungiamo il più vicino bar e ci prendiamo qualcosa da bene. Cristina passa subito alle domande che contano.

“Tu puoi aiutarmi a farmi conoscere?”

“Può darsi.

Come ti ho detto conosco parecchia gente” “E…. ”

“Sì, è gente assai influente” Sorride.

“Parlami di te. Chi sei, da dove vieni” chiedo. “Mi chiamo Cristina. Vengo da Napoli” “Tutto qui?”
“Tutto qui” “Sei diplomata?” “No”
“Ah”

“E’ un male?” “No…no…”

“A che serve il diploma, sul palco?” “Certo, certo…a che serve?” “Lavori?”

“Qualche volta. Ho fatto la hostess. Ma così, una volta e via…lavori fissi non se ne trovano”

“E che lavoro cerchi?”

“E’ ovvio! Lavorare in televisione!”

“Un lavoro…che so, da impiegata…qualcosa di normale?”

Non vi dico che faccia fa Cristina a queste parole.

Sembra che le abbia proposto di scopare un vecchio bavoso con l’HIV. No, il lavoro normale non le piace proprio. A che serve, il lavoro normale, quando si hanno delle belle cosce lunghe e disponibilità d’alloggio per una fava o due lì nel mezzo?

E d’improvviso sento nascere una cordiale antipatia per questa ragazzetta pretenziosa e senza qualità. Andate via le lacrime resta solo una gran voglia di arrivare alla vetta senza faticare.

Senza quel suo visino disfatto dal pianto che ispira tenerezza, Cristina appare per quel che è; una piccola mignottella annebbiata dalle facili promesse del successo.
A questo punto, però, ho promesso di aiutarla e lo farò. Non è nelle mie abitudini, disattendere una promessa. Però la ricompensa è un altro discorso.

“Senti, Cristina…e se io ti aiutassi ad arrivare dove vuoi tu che cosa saresti disposta a fare, per me? Sei bella.

Mi piacerebbe conoscerti…diciamo, più approfonditamente” La ragazza non si scompone più di tanto. Non è granché intelligente, ma sa che in questo mondo, per arrivare, qualche letto lo devi conoscere.

“Io divido l’appartamento con un’altra ragazza” risponde subito.

“Non c’è problema. Verrai da me. Ma ti avverto che io ho gusti un po’ particolari. Mi piace sottomettere le mie amanti”

Cristina alza le spalle. “Va bene”

Come sarebbe a dire “va bene”? Che gran troia ho trovata!

“E mi piace anche veder sottomessa una ragazza da un’altra ragazza” “Certo.

Io quale sarei? Quella che sottomette o che viene sottomessa?” “Quella che viene sottomessa” rispondo bruscamente.
“In che modo, dovrei essere sottomessa? Corde, falli di gomma…”

“No, più semplice. Lingua. La tua. Sul corpo del padrone e della padrona. Dappertutto” “Hummm…beh, come si dice…non si fa niente per niente. Vogliamo andare?”

Ci resto un po’ male. Non ha fatto una piega di fronte ad una proposta che altri giudicherebbero indecente. Mi domando quante, fra le aspiranti telemignotte televisive, siano disposte a tutto come questa qui.

Poi non ho il tempo di fare altri ragionamenti. “Allora” mi fa Cristina “Vogliamo andare?”

“Sì, piccola. Arrivo subito”

Il conto del bar è sulle cinque euro. Ne lascio cadere dieci sul tavolo e me ne vado. Oggi ho idea che prenderò un giorno di riposo.

Padrone VIII

Quella notte dormì sul divano. Non aveva voglia di spostare i regali di Padrone, anche per paura di rovinarli, li avrebbe dovuti indossare per uscire con Lui! Semplicemente aveva chiuso la porta per evitare che Momo andasse a dormirci sopra, cosa che aveva fatto anche al mattino dopo essersi preparata per andare in ufficio. Era sabato, solo mezza giornata di lavoro, quindi aveva tempo per prepararsi al meglio, per evitare inconvenienti prima ancora di iniziare a lavorare aveva telefonato all’estetista ed alla parrucchiera per prendere appuntamento.

La cosa che le risultò difficile fu dover togliere il collare, non era più abituata a stare senza ma per tutto il tempo lo tenne nella borsa dove andava ad afferrarlo e tastarlo in continuazione.
Il pomeriggio passò nei preparativi, era agitata, molto, ma questa volta riuscì a fare tutto, però aspettò solo l’ultimo momento per indossare i vestiti che le aveva lasciato Padrone il giorno precedente. Si guardò nel grande specchio in camera, il vestito era bellissimo, con una scollatura quadrata ed aderente fino alla vita da dove poi scendeva un ampia gonna a pieghe.

Mancava solo l’ultimo tocco. Slacciò il collare e lo ripose con cura sul comodino, prese il chocker abbinato al vestito che aveva trovato in una shitolina e lo indossò. La medaglietta dorata pendeva esattamente al centro della gola e le piaceva come spiccava sull’abito scuro. Era pronta, prese un cuscino ed andò alla porta, la socchiuse e si inginocchiò su di esso, prese il foulard e si bendò come il giorno prima.
Non passò molto prima che sentì quei passi cadenzati risuonare nella tromba delle scale.

Si avvicinavano, Padrone si avvicinava, oggi finalmente lo avrebbe visto, gli avrebbe parlato. Le arrivò dell’aria gelida addosso e si irrigidì ancora, sentì un passo e la porta chiudersi, le mani di Padrone le accarezzarono i capelli, le era vicinissimo, ne sentiva il calore ed il profumo muschiato. La tensione della benda si allentò e mentre le scivolava sul viso lui le disse

“Questa non è più necessaria. ”

lei teneva gli occhi bassi per abituarsi alla luce, quando finalmente iniziò ad alzarli di fronte a lei c’era un uomo in completo scuro che le porgeva una mano per farla alzare.

Lo guardava in viso, non lo conosceva, non sapeva chi fosse, le era sufficiente riconoscere in lui Padrone. Prese la mano e si alzò. Con quei tacchi era alta quasi un metro e ottanta ma per guardarlo negli occhi doveva alzare lo sguardo solo di poco, non era come nel sogno, non era talmente alto da farla sembrare una bambina, ma quegli occhi, così profondi, incutevano timore, al limite della paura reverenziale, anche l’atteggiamento deciso e calmo faceva aleggiare intorno a lui un’aura di rispetto.

Era più grande di lei, ma non riusciva a stabilire di quanto, il suo corpo era forte, si intuiva anche con tutti i vestiti addosso ma in lui c’era anche quel modo di fare esperto che si acquisisce solo con l’età.

“Andiamo. ”

Le prese sottobraccio e la condusse alla porta. Lui prese le chiavi, lui diede le mandate alla serratura, lui mise le chiavi in tasca e lei a guardare imbambolata.

Scesero per le scale, con i tacchi alti non era un’impresa facile per Rossana ma Padrone non forzava l’andatura, la teneva sottobraccio e la sosteneva. Usciti dal palazzo una macchina li stava aspettando, l’autista aprì la portiera, lei entrò e si spostò sull’altro lato per far posto a Padrone.
Il tragitto in macchina sembrò irreale, Rossana non aveva neanche mai preso un taxi, non sapeva se poteva parlare apertamente davanti all’autista e così lasciò che tutte le domande che aveva accumulato da tempo le turbinassero in testa aspettando che qualcuno interrompesse il silenzio per permettere anche a lei di parlare, ma non avvenne.

La macchina sfrecciando sotto i lampioni si diresse fuori città.
Era tutto come un sogno, non si rendeva neanche conto di dove fosse o per quanto avessero viaggiato, seguiva con lo sguardo le luci nella notte ed aveva timore di guardare gli altri due uomini che condividevano la sua stessa macchina. Si fermarono di fronte una villa, l’autista aprì a Padrone che dopo essere sceso tese la mano a lei per aiutarla ad uscire.

Si incamminarono sottobraccio verso l’ampia porta d’entrata che era aperta ed illuminata, ad aspettarli c’era un cameriere. Allora era un ristorante, pensò Rossana. L’enorme sala con i tavolini riccamente apparecchiati era vuota, c’erano solo loro tre. Il cameriere li condusse ad un tavolino vicino la vetrata che affacciava sulla vallata e dopo averla fatta accomodare sparì dietro un angolo.
Si guardava attorno un po’ in ammirazione un po’ per domandarsi il motivo di quella solitudine, il ristorante era bellissimo e curato eppure era vuoto, mentre vagabondava con lo sguardo incontrò quello di Padrone che la stava fissando, lei sorrise imbarazzata ed abbassò gli occhi, non sapeva cosa fare.

Per fortuna arrivò il cameriere con la prima portata a spezzare quel momento, ma non avevano ordinato… o si era distratta così tanto? Mangiò in silenzio e con la testa china, si sentiva gli occhi di Padrone addosso e quando si azzardava a sbirciare in alto lo trovava a guardarla. Aveva la testa che le faceva male per tutte le domande che voleva fare ma che quando alzava gli occhi le si fermavano in gola, quando per l’ennesima volta i loro occhi si incrociarono lei era pronta ad abbassarli di nuovo ma lui con voce calma e profonda le disse

“Parla pure, hai qualcosa da chiedermi.

Erano state le prime parole da quando erano usciti da casa ed erano tutto ciò che aspettava ma in un certo senso aveva ancora timore di parlare così, nell’agitazione se parlare o meno, parlò con voce acuta e velocemente, quasi a sovrapporre una parola con la successiva
“Chi sei? Come mi conosci? Perché hai iniziato questo gioco? Dove porta tutto questo?”
Rimase un attimo in silenzio e sentì quel silenzio riecheggiare in tutta la sala e si vergognò infinitamente, non riuscendo più a guardare Padrone abbassò di nuovo gli occhi sulla tovaglia di cui ormai conosceva perfettamente la trama fine.

Passò qualche istante, poi arrivò la voce di Padrone ad avvolgerla

“Guardare al passato fa rimanere bloccati a ciò che non è più. Guardare al futuro è legarsi alla limitatezza della propria immaginazione. L’unica opzione è il presente. Dimmi, ti piace essere qui ed ora?”

Rossana aveva alzato gli occhi e quella domanda le era stata posta fissandola dritta in faccia. Non pensò a come rispondere, lasciò che la bocca parlasse al posto suo
“Sì… ma non è vivere alla giornata che ti permette di affittare un intero ristorante di lusso il sabato sera…”
Ascoltò le sue parole come fosse una spettatrice, solo dopo si accorse che potevano risultare offensive, stava per piegare di nuovo la testa quando vide un sorriso sulle labbra di Padrone

“Vivere il presente non significa arrivare fino al prossimo tramonto, significa sentirsi vivi in ogni singolo istante e fare ciò che si desidera, i frutti raccolti sono i più deliziosi.

Su un’altra cosa ti sbagli, non ho affittato il ristorante. È mio. ”

Era affascinata da quell’uomo e da quelle parole. Continuava a sentirsi in soggezione ma allo stesso tempo si sentiva bene.
La cena finì, il cameriere li accompagnò all’uscita dove trovarono l’autista ad aspettarli vicino alla macchina. Il nuovo, silenzioso, tragitto li riportò al punto d’origine, proprio sotto l’appartamento di Rossana. Come prima, Padrone la aiutò ad uscire dalla macchina e la prese sottobraccio, l’autista gli porse un pacchetto ed entrarono nel palazzo.

Salirono dalle scale, sempre rispettando l’andatura di lei, lui aprì il portoncino e lo richiuse alle loro spalle lasciando le chiavi sul mobile lì vicino.
Sempre in silenzio la accompagnò in camera da letto. Lei era un fascio di nervi, non sapeva cosa sarebbe accaduto ma allo stesso tempo si lasciava guidare senza fare resistenza alcuna. Si fermarono ad un passo dal letto e lui la fece girare. Erano davvero vicini, Rossana sentiva il calore del corpo di quell’uomo a pochi centimetri da sé, quando riuscì ad afferrare il coraggio per muoversi con le labbra verso di lui se lo vide quasi sparire dagli occhi.

Si era accovacciato, lei lo guardò perplessa, poi lui posò delicatamente la mano sulla caviglia di lei che assecondando i suoi movimenti sfilò una scarpa e poi l’altra. Padrone tornò in piedi ed ora lo sguardo di lei vagava nella regione non ben definita tra le clavicole ed il collo di lui, ora sì che lo sentiva ergersi indefinitamente alto. La afferrò dalle spalle e la fece girare, con una mano le spostò i lunghi capelli da un lato e con l’altra afferrò la chiusura lampo e cominciò a farla scendere lungo la spina dorsale.

Più che spogliarla sembrava accarezzarla attraverso la stoffa. Aperto completamente il vestito la aiutò a sfilare delicatamente le braccia dalle maniche, senza fretta, sfiorando appena la pelle tiepida di lei. Il vestito si afflosciò sui suoi fianchi e lui dolcemente lo fece scendere finché non cadde a terra.
Rossana sentiva con tutta la pelle esposta la presenza di quell’uomo dietro di lei che sicuramente la stava accarezzando con gli occhi, le piaceva quello sguardo, le pareva che la apprezzasse, che non la vedesse come un mero corpo ma come era veramente e questo la faceva sentire a suo agio.

Due dita le si poggiarono tra le scapole, la percorse un brivido, le dita scesero e si fermarono quando incontrarono il reggiseno, lei sospirò e la tensione intorno al suo busto diminuì di colpo. Le dita non la toccavano più.

“Girati. ”

Quella voce profonda le vibrò dentro e l’accese tutta. Si girò, labbra umide, zigomi in fiamme, sguardo in alto a cercare i suoi occhi, quando si incontrarono sentì che le spalline del reggiseno le stavano calando facendolo infine cadere senza suono sopra il vestito.

Lui si abbassò di nuovo sempre tenendo gli occhi in quelli di lei che lo videro inginocchiarsi e senza distogliere lo sguardo fece andare le mani a colpo sicuro sui fianchi di Rossana proprio sull’elastico delle culottes, lo afferrò e lo tirò in basso. La stoffa scese lentamente sulle gambe tornite e quando il suo sesso venne esposto sentì il respiro di lui che le ghiacciava gli umori che la bagnavano, sentì quel brivido risalirle la spina dorsale ed incendiarla di desiderio dal di dentro.

Quando l’intimo fu alle sue caviglie Padrone tornò in piedi davanti a lei, per tutto il tempo non avevano smesso di guardarsi, lei sentiva il proprio desiderio crescere e moltiplicarsi ad ogni istante passato, bramava che la toccasse invece di sentire centellinato il tempo in cui le loro pelli si incontravano. Lui portò le mani dietro il collo di Rossana, come per abbracciarla ma invece di trarla a sé slacciò il chocker. Ora era nuda, completamente, tutta la sua pelle era alla mercé degli occhi di Padrone.

Lui si allontanò di un passo lasciandola bloccata ed irrigidita sul posto, prese la shitola che gli aveva consegnato l’autista, l’aprì e usando solo gli indici tirò fuori una vestaglia da notte di seta avorio. Tornò da Rossana

“Alza le braccia. ”

Lei eseguì, lui lasciò che la stoffa morbida che le aveva sospeso sopra le ricoprisse il corpo. Con un gesto elegante le fece uscire i capelli da sotto la vestaglia e con una carezza amorevole sul viso la fece stendere sul letto.

Rossana si lasciava guidare, completamente devota al volere di lui ma non riusciva a capire perché la stava comprendo con le coperte e perché fosse ancora vestito, non aveva visto quanto lo desiderasse? Quando era inginocchiato davanti a lei non aveva sentito il profumo del suo desiderio?
Lui le accarezzava il viso e le sorrideva, per un attimo si fece buio per lei, quando riaprì gli occhi lui era ancora seduto sul letto ad accarezzarla, attimi di buio si susseguirono sempre più frequentemente e sempre più a lungo ma i suoi occhi si riaprirono sempre sulla figura di Padrone… del suo Padrone…
L’ultima volta che li riaprì la stanza era al buio e Padrone di spalle stava uscendo dalla porta.

Potete trovare il seguito di questa storia e gli altri miei racconti sulla mia pagina de “I racconti di Milu”.

Raku-yaki! – parte 2

“Il match di 3 anni fa a Rimini con quell’agente della Polizia Penitenziaria, deve aver lasciato il segno. Ma sei completamente uscito di senno per fare una cosa del genere?!”
Una lezione che non imparavo mai era che non dovevo mai raccontare a Massimo questo genere di cose.
Il mio amico Massimo era un uomo all’antica per i suoi detrattori; per gli altri, era semplicemente un uomo come non ce ne sono più.

Ormeggiato all’idea di maschio cavaliere senza macchia, fiocinava a punta di biasimo la mia indisciplinata voglia di sesso e goliardia.
“Non credere che certe cazzate incantino le donne: probabilmente penserà che sei il solito macho scemo con la sindrome del pugile suonato. Non facevi prima a parlarci un po’ e a chiederle se era disponibile per un caffè? Hai dimenticato la maturità mentale sul traghetto?”
Il rispetto che avevo per Massimo, persona pragmatica ed istruita, mi fece piegare le gambe: nonostante io serbassi la spregiudicatezza tipica dell’adolescenza, avevo un certo rispetto per la sua vita di padre e marito devoto.

Mio padre se ne andò di casa quando ero bambino, lasciando a mia madre l’ostico compito di crescermi e di escogitare una buona scusa per giustificare il fatto che “papi” se ne evase dal suo ruolo perché incapace di sopportare la torchiatura d’avere una famiglia.
In Massimo vedevo il padre che non ho mai avuto e il suo rimproverarmi infantilismo mi faceva male. Malauguratamente non sapeva che anche Laura, la mia ex, mi lasciò per lo stesso motivo.

Laura era come uno di quegli avversari che nonostante ti sforzi di frantumare a pugni e calci contraendo ogni fibra muscolare che possiedi, non accennano cedimento e ti vengono sempre sotto. La sua loquela era l’arma più arrotata che possedeva, presumibilmente complice il suo essere avvocata. Dialetticamente crudele e sarcasticamente pericolosissima, trovava sempre legittime argomentazioni per disfare le mie difese e conseguentemente, maciullare il mio ego.
Sessualmente parlando come per alcune persone autoritarie, gradiva che la prendessi con forza e che la dominassi.

Non era abituata ad essere contraddetta o subordinata a qualcuno nella sua vita, per cui probabilmente ricercava in quello una sorta di equilibrio.
Amava che le congiungessi i seni con forza, che durante una pecorina le schiaffeggiassi le natiche sino a segnarla; amava che la penetrassi intensamente stringendole una mano sulla gola e che pian piano, le facessi scivolare tutte le dita in bocca fino a provocarle qualche conato.
Fu l’unica donna con cui ebbi una relazione a gradire il sesso anale, facendosi mettere anche in posizioni malagevoli e contorsive in cui la penetrazione era molto profonda e ai limiti del dolore.

Potevo penetrarla anche per lunghi periodi di tempo e sembrava volerne sempre di più. Pareva aver capito che spesso a qualche ora dall’allenamento, i miei livelli ormonali fossero particolarmente bendisposti ad una scopata irruenta; ben consapevole che tailleur e tacchi alti mi rendevano particolarmente libidinoso, mi aspettava a casa con lo stesso vestito indossato al lavoro.
Talvolta trattenere gli orgasmi con lei era piuttosto difficile: aveva una certa telepatia sessuale che creava un’ intesa tra di noi rasentante la perfezione.

Sono fermamente convinto che conoscesse il mio corpo meglio di come lo conosco io.
Mi chiedo se quella e s c o rt che invitò a testimoniare per un caso di giovani squillo, non le avesse insegnato qualcosa, perché oggi a ripensare al suo mascara colato e al suo viso imbrattato di orgasmo dopo essersi ingoiata il mio cazzo fino alla base , torno eccitato; peccato che la nostalgia del suo stringermi stretto alla fine delle asperità, innamorato di una creatura risoluta quanto dolce, disperdeva tutto rendendo la malinconia particolarmente mordace.

Terminato di parlare con Massimo, mi organizzai per una capatina in spiaggia tanto per distendere i nervi, quando nel raggiungere l’auto vengo sorpreso da un “buongiorno!” e da un sorriso inaspettato. La bella ceramista mi incrocia per la strada ed io, tachicardico e arrossito, le faccio un cenno con la testa sorridendo d’imbarazzo.
Con indosso un vestitino estivo a fiori a fasciare un seno generosissimo, sandali infradito neri con anellini e cavigliera ad abbellirle dei piedi magnifici, mi irradia con un insperato sorriso luminoso che avrebbe sciolto un ghiacciaio.

“Allora, quando viene a trovarmi in negozio?” chiede, lasciandomi spiazzato; penso che a meno che non abbia modellato e cotto qualcosa con cui percuotermi, poteva rivelarsi una buona occasione per conoscerla meglio.
“Le va bene verso le cinque?”
“Facciamo verso orario di chiusura che se lo gradisce le mostro anche il laboratorio a patto che mi dia del tu. Sara!” dice porgendomi la mano.
“Sandro” rispondo io.
“Quindi, a stasera?”
Annuisco deglutendo con forza saliva al pensiero che la cosa potesse avere audaci sviluppi.

(continua).

Padrone VII

“Buon giorno”
“Buon giorno a lei!”
Era radiosa, ormai erano passati diversi giorni da quando Padrone l’aveva ricompensata con un’intera confezione delle sue caramelle preferite, ricompensa per aver messo il collare, ma questo non spiegava il motivo per cui lei lo togliesse solo per lavarsi e per dormire ma che comunque al mattino era la prima cosa che indossava appena aperti gli occhi. In ascensore, sola come al solito, si specchiava e si piaceva.

I capelli lunghi le scendevano sciolti quasi fino a metà schiena, le spalle con un po’ di abitudine erano aperte e tese senza più la voglia di nascondere i suoi seni prosperosi, ma la cosa che la allietava più di tutte era il sapere di avere un segreto al collo celato sotto un sottile strato di seta ma che nessuno notava.
Camminava con passo deciso facendo suonare i tacchi sul duro pavimento mentre si avvicinava alla sua postazione.

Non c’era ancora nessuno in ufficio, non che le importasse, avrebbe comunque fatto quella camminata da passerella con tutti gli occhi addosso, non si sentiva più in soggezione per il giudizio degli altri, non le importavano più i pensieri lussuriosi che poteva provocare, perché ora lei si sentiva appagata sapendo che Padrone la apprezzava e la valorizzava per quello che era.
Arrivò al suo angolino ed andò subito al cassetto. C’era un biglietto piegato, nient’altro.

Lo prese e lo aprì sapendo già di trovare un ordine.

Lascia la porta socchiusa ed aspettami alle 18 bendata ed in ginocchio in corridoio.
Padrone

Due sentimenti corsero paralleli e la attanagliarono. Finalmente avrebbe conosciuto Padrone, da soli loro due, avrebbero potuto parlare e lei… lei… l’altro pensiero si fece strada e sovrascrisse il primo, non aveva abbastanza tempo per prepararsi, per presentarsi al meglio, voleva andare dal parrucchiere, dall’estetista, ma non poteva uscire in anticipo dal lavoro, era in scadenza di contratto e voleva che glielo rinnovassero, cosa che non sarebbe accaduta se prendeva un pomeriggio libero senza preavviso.

Le salì l’ansia di non riuscire a prepararsi come aveva pianificato da tempo quando fantasticava su un loro possibile incontro, mentalmente escludeva una voce della lista per poi riprenderla quando toglieva qualcosa di più lungo ed impossibile da realizzare.
“Sempre la prima ad arrivare. ”
La voce di Claudia la fece saltare, si girò e nascose dietro la schiena il biglietto.
“… Già…”
rispose Rossana, ma finita di dire quell’unica sillaba si accorse che il minimo d’ordine che aveva fatto nei suoi pensieri svanì del tutto lasciandole una tabula rasa.

“Qualcosa non va? Ti vedo pensierosa. ”
“No no, tutto apposto…”
Dentro di sé si malediceva e malediceva la sua collega per aver interrotto i suoi pensieri, era sicura che senza quella spinta di adrenalina che aveva avuto alla prima impressione si sarebbe dimenticata qualcosa di fondamentale.
Si sedette, lasciando intendere a Claudia che avrebbe cominciato a lavorare subito affinché la lasciasse in pace, così fu e lei poté riprendere i suoi pensieri, ormai rovinati e da ricostruire dalle fondamenta e senza slancio.

Per tutto il giorno fu distratta, continuava a guardare l’orologio, ricontrollava la lista delle cose da fare nella mezz’oretta che aveva dal suo tipico orario di rientro a casa e l’appuntamento, riguardava l’orologio e non era passato neanche un minuto. Era una follia! Aveva un milione di cose da fare ed era bloccata lì, più pensava e più le saliva l’ansia.
Quando scoccarono le 17 shittò come una molla, aveva già sistemato la sua scrivania, prese le sue cose e si diresse verso l’ascensore alla velocità massima che i tacchi le permisero.

Per tutto il tragitto in autobus fissò l’orologio scoccare i secondi troppo lentamente. Arrivata a casa per prima cosa tolse le scarpe per muoversi più in fretta, per quanto era fortunata, invece della mezz’ora che aveva previsto aveva solo venti minuti. Niente doccia, non ce l’avrebbe mai fatta, passò in bagno solo per buttare nel cesto dei panni da lavare la camicetta che si era sfilata mentre camminava e per irrorarsi di profumo. Troppo! Dall’armadio in camera da letto prese una camicetta bianca che poteva andar bene con la gonna scura che indossava, la infilò e chiuse solo un bottone giusto per non farla muovere troppo, gli altri li avrebbe sistemati dopo.

Andò in salotto, come mai lei che è di solito così ordinata ora invece le sembra che tutto fosse fuori posto?! Prendendo a destra e a manca oggetti da mettere a posto o da far sparire dietro l’anta di un armadietto si fece strada verso la cucina, la guardò e le venne voglia di chiudere la porta a chiave e far finta che quella porta affacciasse sul nulla, era pulita e rassettata ma per lei era come vedere il cassetto dei calzini del padre… Tolse dalla vista tutto quello che nella sua mania e frenesia momentanea le sembrasse fuori posto.

Guardò l’orologio. 5 minuti! Come era possibile?! Cosa aveva fatto per tutto quel tempo? Guardò fuori dalla finestra per vedere se qualcuno che potesse essere Padrone fosse sotto il palazzo. Nulla. Corse in camera e prese tutto quello che sembrava portasse disordine e lo buttò nell’armadio, rassettò il letto, corse in bagno, spruzzò altro profumo e si spazzolò i capelli. Che disastro! Non riusciva più a pensare ad altro che non fosse una tragedia.

Si abbottonò la camicetta e per la fretta saltò un bottone e dovette ricominciare da capo. Guardò l’orologio. Era tardi! Andò alla finestra, nessuno, e se fosse già entrato nel palazzo? Lei lo doveva aspettare in corridoio. Corse alla porta d’entrata, infilò di nuovo le scarpe, abbassò la maniglia e lasciò uno spiraglio aperto. Fece un passo in dietro e si inginocchiò a terra con qualche lamentela da parte della gonna.
Il cuore le andava a mille, sentiva pulsare tutto il corpo, il respiro corto ed affannato tentava ogni volta di strappare un bottone alla camicetta.

In ginocchio era scomoda ed i tacchi di certo non aiutavano, lei guardava fissa lo spiraglio della porta aspettando che si allargasse. Una folgorazione, le tornò in mente il bigliettino, si doveva ancora bendare. Si guardò attorno per cercare qualcosa, con difficoltà cercò di alzarsi, rinunciò quando capì di poter usare il foulard che aveva al collo. Del resto stava per incontrare Padrone, non era necessario tener celato il collare. Annodò la stoffa e le si fece buio.

Che ora era? Quanto tempo era passato? Le sembrava un’eternità. Cercava di stare attenta ad ogni rumore che provenisse dalla porta. Il ronzio dell’ascensore più di una volta, la lasciò senza respiro mentre lentamente sorpassava il suo piano e continuava a salire lentamente. Se qualcuno del suo pianerottolo avesse visto la sua porta socchiusa e avesse provato ad entrare per sapere se andava tutto bene l’avrebbe trovata lì in ginocchio, bendata e con un collare, avrebbe dovuto cambiare appartamento per la vergogna.

Un rumore di passi cadenzati, dapprima lontani e poi sempre più vicini, le fece rizzare le orecchie. Sembrava che qualcuno stesse salendo le scale, gradino dopo gradino, quando si fermò era sicura che lo aveva fatto davanti al suo portoncino. Era Padrone, ne era sicura. Attraverso la stoffa della sua benda vide la luce aumentare e poi le arrivò un soffio d’aria gelida addosso. Fremette, non era mai stata così agitata, aveva paura che muovere un singolo muscolo avrebbe rovinato tutto.

Un passo più vicino e la porta si chiuse. Rimase immobile, sentiva la presenza di qualcuno davanti a lei ma rimaneva in silenzio, rimase pietrificata nonostante il dolore alle gambe per la posizione scomoda. I passi ricominciarono, si allontanavano da lei, andavano verso la sua camera, entrarono e tacquero di nuovo. Cosa stava succedendo? Aveva una voglia matta di togliersi la benda e correre in camera ma la paura di una punizione di Padrone non le fece neanche girare la testa in quella direzione, era paralizzata e tesa.

I passi ripresero, si avvicinavano, si fermarono davanti a lei. Le sembrava che insieme al profumo di muschio che ormai aleggiava riusciva a percepire il calore di un corpo, poi una mano le si poggio sulla testa e accarezzandole i capelli toccò la sua guancia infuocata. Non ci credeva, era tutto reale, non lo stava sognando, sospirò come per prendere il tempo prima di parlare ma la voce profonda dell’uomo che le stava davanti la colse di sorpresa

“Sei stata brava.

Fatti trovare pronta domani alle 22. ”

Dapprima sentì soltanto il suono di quella voce, era da molto che se la immaginava ed ora che l’aveva finalmente sentita la sua immaginazione le sembrò così povera. Era profonda, dura e severa ma in qualche modo rassicurante, faceva perfetto specchio alla personalità di Padrone. Quando la sua mente smise di fantasticare e soffermarsi su cose così velleitarie si accorse che c’era anche un messaggio in quel suono, quando lo capì sentì il rumore del portoncino chiudersi.

Padrone non le stava più accarezzando la guancia, non ne sentiva più la presenza. Improvvisamente si sentì sola, abbandonata e nello sconforto pronto a sfociare in disperazione. Tolse la benda, non le avrebbe più pesato un’eventuale punizione se era per lenire questo stato. Non c’era nessuno, era sola. Tentò di slanciarsi verso la porta per inseguire Padrone ma era stata per troppo tempo in ginocchio che le sue gambe non la ressero e cadde a faccia in avanti riuscendo a proteggersi solo all’ultimo istante.

Si sentiva una fallita abbandonata, una lacrima già le solcava il viso.
Dopo qualche minuto riuscì ad alzarsi, si affacciò per le scale ma non c’era nessuno, neanche un minimo suono. Andò alla finestra per guardare in strada, niente anche lì. Aveva solo voglia di rannicchiarsi sul letto e sfogare il pianto che stava trattenendo a stento, quando attraversò la soglia della camera rimase senza parole. Sul letto, affianco a della stupenda lingerie avorio, era steso con cura un abito blu scuro in velluto lucido, a terra, ai suoi piedi delle scarpe in raso dello stesso colore.

Non sapeva se ridere o piangere. Aveva un appuntamento con Padrone!

Potete trovare il seguito di questa storia e gli altri miei racconti sulla mia pagina de “I racconti di Milu”.

Le mie storie (63)

È incredibile come ancora una volta una mia giornata qualunque, prenda una piega assolutamente inaspettata. In passato mi succedeva più spesso, con il passare degli anni la quotidianità accompagna la vita con più certezze. Evidentemente sabato non era così. Con il caldo di questi ultimi giorni, sono scesa a fare la spesa verso le undici. Tornata a casa con due buste piene di roba, dopo averle sistemate in cucina e nel frigorifero, sono andata nel bagno a darmi una sciacquata soprattutto alla parte di sopra (la doccia naturalmente l’avevo già fatta al mattino).

Il tempo di asciugarmi, togliermi quella fastidiosa gonna jeans che mi ostino a mettere nonostante la temperatura, e di indossare un camicione con i bottoni acquistato in Marocco, che sento da lontano squillare il cellulare nella borsa. Non faccio in tempo a rispondere e quando vedo il numero, ignoro assolutamente chi possa essere. In genere non richiamo chi non conosco anche perché la maggior parte delle volte sono i soliti rompishitole. Così mi butto sul letto per riposarmi un po’ e dopo aver guardato per un paio di minuti il cellulare decido di scoprire chi sia.

Dopo un paio di squilli sento la voce inconfondibile di Robert, il suo accento spagnolo. Subito mi viene in mente la nottata passata con lui una decina di giorni fa; ma da allora il silenzio più assoluto. Nessuna notizia né da lui né tanto meno dalla mia amica Renata che, credo sia rimasta un po’ male, a dispetto di ciò che invece volesse far apparire, per quello che è successo. Il mio amico cubano dopo i classici convenevoli, mi racconta che erano di ritorno da Capri (il plurale mi fa capire che erano andati più persone), che Renata li aveva dovuti lasciare per un problema di lavoro e che poiché lunedì sarebbe partito, voleva venirmi a salutare.

In quel momento ho alzato gli occhi al cielo; dirgli di sì avrebbe voluto dire preparare un pranzo che non era assolutamente nei miei piani (mi sarei mangiata un panino veloce), ma dirgli di no sarebbe stato un po’ scortese. Così faccio per invitarlo e lui ribatte con “è un problema se viene pure Mario (Un suo amico cubano che vive a Napoli e fa il maestro di salsa)?” Oramai ero in ballo e chiaramente non ho potuto esimermi dal dirgli di sì.

Improvviso una pennetta pomodoro, provola e melanzane, sacrifico la mozzarella che avrebbe dovuto fare da pranzo per la sottoscritta, in luogo del secondo ed affetto il melone. Nel giro di una mezz’oretta mi sono sbrigata alla grande. Puntuale all’1:30 sento squillare il citofono, sono loro. Naturalmente li accolgo con il mio comodissimo souvenir marocchino, ed un po’ di trucco in faccia giusto per cercare di nascondere (ahimè con grossa difficoltà) la stanchezza. Saluto Robert, che si presenta con il gelato; poi Mario che nel ringraziarmi tradisce una piacevole inflessione napoletana che invade il suo spagnolo.

Ci accomodiamo e dopo un paio di minuti cominciamo a mangiare. Mi raccontano di questa gita a Capri insieme a Renata ed altre persone (ci resto un po’ male per non essere stata invitata anche se avrei avuto da lavorare). Robert magnifica una volta di più la bellezza del nostro golfo e tra una chiacchiera e l’altra si finisce una bottiglia di vino in tre. Prima del gelato faccio il caffè, e mentre armeggio con la macchinetta, Robert sparecchia mentre il suo amico comincia a spulciare i miei cd.

Non faccio in tempo a riempire le tazzine che dal mio stereo comincia ad uscire una musica cubana, figlia di un disco comprato l’anno scorso durante la famosa vacanza. Mario mi prende per mano e mi trascina in mezzo al salone, coinvolgendomi in una salsa improvvisata (molto improvvisata). Sono costretta ad aprire un paio di bottoni in basso al vestito per cercare di non fare proprio la figura dell’imbranata (quale sono). Intanto Robert ci guarda seduto mentre sorseggia il caffè.

Io con gli occhi cerco di ricordargli le figuracce fatte l’anno prima “a casa sua”, ma lui sorride e mi dice che sono brava. Intanto il buon Mario comincia a stringere un po’ più del dovuto, io faccio finta di niente ma avverto le sue mani sui miei fianchi. Poi finalmente la canzone finisce ed io cado sul divano stremata (un po’ per scherzo, un po’ per l’età). Il mio improvvisato compagno di ballo, come se niente fosse si avvia verso il suo amico a prendere il caffè, ed insieme cominciano a parlottare in uno spagnolo stretto che non capisco.

Mentre sono appoggiata con la schiena sul divano e le gambe completamente allungate, non mi rendo conto che il vestito si è sbottonato un po’ troppo e lo spacco centrale arriva fin sopra la mia mutanda nera semitrasparente. Mi tiro un po’ su proprio nel momento in cui Robert viene a sedersi vicino. sto per chiudere un bottone, ma lui poggia la sua mano sopra la mia e dopo avermi fermato, la insinua in mezzo alle cosce.

Io lo guardo esterrefatta, gli faccio segno che il suo amico (in quel momento di spalle) potrebbe beccarci. Lui comincia a succhiarmi il lobo dell’orecchio e mi sussurra “lo puoi mandare via, gli ho detto che avrei avuto piacere a stare solo con te, ma se vuoi può anche restare” In quel momento il cuore comincia a battere all’impazzata (giuro, per un attimo mi sono anche preoccupata). Non sono pronta alla risposta, la sua mano che mi accarezza la micia da sopra lo slip mi sta contemporaneamente eccitando e confondendo.

Il suo respiro nell’orecchio, é come una droga; cerco un punto della stanza da fissare per riprendere il controllo, ma niente, sono completamente andata. Intanto Mario si gira e guarda il suo amico di spalle che gioca con il mio orecchio, mentre i miei occhi tradiscono l’eccitazione. Vorrei dire a Robert di salutare il suo amico, mi sento a disagio per certe cose a casa mia, e come se profanassi un santuario, ma più passano i secondi e più nella mia testa cominciano ad affiorare i ricordi dell’anno scorso nell’albergo cubano.

Guardo la porta d’ingresso terrorizzata che possa squillare all’improvviso il campanello, poi mi ricordo che i miei sono fuori città. Robert intanto con le dita ha spostato la mutandina dall’alto ed ha cominciato a giocare con il mio clitoride. Il tempo passa veloce e lento nello stesso momento, sento le sue mani dappertutto, vedo da lontano lo sguardo di Mario che osserva, poi quasi contemporaneamente Robert appoggia le sue labbra sulle mie, ed il suo dito medio affonda nella mia micia completamente bagnata.

Sono in estasi. Robert continua a farmi godere mentre con l’altra mano comincia a sbottonare il camicione fino a quando non ne tira fuori un seno che porta alle labbra per succhiare il capezzolo. La schiena sul divano ed il capo reclinato all’indietro in preda all’eccitazione massima, il mio respiro affannoso viene coperto da un paio di labbra;apro gli occhi e mi ritrovo il volto di Mario davanti, e la sua lingua che cerca di farsi spazio nella mia bocca; chiudo gli occhi per un attimo, giusto il tempo per capire a cosa sto andando incontro e poi li riapro per intrecciare la mia lingua alla sua.

Robert é con la testa immersa tra i miei seni e la mano destra dentro il mio slip che con due dita continua ad entrare ed uscire. Mario e dietro al divano in ginocchio con il suo viso sopra il mio intento a baciarmi. Dopo qualche minuto di questa situazione, non riesco più a tenermi , e vengo tra le dita del mio amico cubano. Mentre cerco di smaltire l’orgasmo riprendendo fiato, Mario si sposta e si alza in piedi mentre Io sollevo il capo e con le mani accarezzo i capelli di Robert.

Il tempo di cercare un suo bacio che una mano mi gira il volto e mi ritrovo l’uccello di Mario a pochi centimetri dalla bocca. Non è duro, anzi è penzolante, lui lo alza verso la mia bocca, io mi avvicino fino a prenderlo fra le labbra. Comincio a succhiarglielo mentre il peso di Robert che si stacca dal mio corpo mi regala un attimo di respiro e leggerezza. L’uccello è diventato duro intanto ed io mi stacco un attimo per riprendere fiato e capire dove sia finito Robert.

È in ginocchio sul divano che si apre il pantalone, poi mi prende la mano sinistra e se la porta fin sopra lo slip. Io lo guardo, scuoto il capo come per dirgli “hai visto cosa mi stai facendo fare” e poi gli abbasso l’elastico per tirarglielo fuori e cominciare a menarglielo. Mario eccitato quanto mai, me lo rimette in bocca e con una mano spinge il mio viso contro il suo membro; io ricomincio quello che stavo facendo ed un po’ con le labbra, un poco la mano, lo faccio venire (per fortuna sul pavimento).

Robert invece dopo essersi messo a cavalcioni su di me, infila il suo uccello tra le tettone e dopo averlo sfregato alcune volte, gode schizzandomi sotto al collo. Ci guardiamo tutti e tre, e scoppiamo a ridere per come siamo combinati. Mario con il pantalone ancora aperto si avvia in cucina a prendere dei tovaglioli di carta che poi passa alla sottoscritta ed al suo amico. Io mi ripulisco alla bene meglio così come fa Robert, mentre lui si mette in ginocchio a smacchiare il parquet.

Fa molto caldo, dopo una decina di minuti di assoluto riposo, mi alzo per andare a bere ed istintivamente chiudo un bottone del vestito. Mi disseto apprezzando quel bicchiere d’acqua come non mi succedeva da una vita, poi prendo la bottiglia e la porto nel salone dove posso appoggiarla sul tavolino davanti ai due amici seduti sul divano. Mentre bevono, sono di fronte a loro e guardandoli comincio ad abbottonarmi il resto del vestito, pensando chissà perché che la situazione fosse arrivata al termine.

Robert muovendo il capo mi chiede cosa stia facendo, io gli rispondo che mi sto ricomponendo, lui mi dice che non ha ancora finito, l’amico sorridendo annuisce alla sua affermazione. Mi invitano a sedermi in mezzo a loro, io gli dico di andare in camera da letto, ma loro insistono e così, dopo avermi fatto spazio mi fanno accomodare al centro. Mentre mi siedo ricordo al mio amico cubano quanti anni ho, di ricordarsi che non sono più una ragazzina, lui come se nulla fosse, appoggia la sua mano sul mio culo e mi accompagna giù fino al divano.

Li guardo in maniera alternata, in questa situazione non so proprio cosa fare (vi sembrerà strano ma giuro che è così), resto in silenzio, bloccata come a volergli far capire che devono prendere loro l’iniziativa. Passa circa un minuto di assoluto disagio generale, io da un certo punto di vista vorrei chiuderla in quel momento, perché ritrovo quell’inadeguatezza che avevo avvertito un’oretta prima. Prendo coraggio e faccio per alzarmi appoggiando le mie mani sulle loro ginocchia.

Non sono completamente in piedi quando sento la mano di Robert infilarsi sotto il vestito per risalire velocemente fin sopra la mutanda; comincia a massaggiarmi il culo un po’ dentro e un po’ fuori lo slip, poi prende l’elastico di lato e lo tira giù prima a destra e poi a sinistra, poi un’altra volta a destra ed infine a sinistra finché non cade per terra tra le mie gambe. Mario se ne accorge, lo raccoglie dopo avermi fatto alzare i piedi e se lo porta al naso per annusarlo.

Mi fanno sedere di nuovo e insieme mi aprono tutto il vestito. Robert viene verso la mia faccia per baciarmi mentre con la mano solleva e Palpeggia con insistenza il seno sinistro; Mario mi mette la mano tra le cosce per allargarmene bene, poi dopo avermi accarezzato un po’ con la mano, lo sento farsi spazio con la lingua tra i peli della mia fica. La lingua di Robert mi arriva fin quasi in gola, i suoi baci sono veementi ed io ricambio volentieri.

Mario intanto mi solleva la gamba sinistra e mi allarga la micia fino a farci entrare tre dita. I nostri corpi sono incastrati fra loro, ed io non so neanche come, ma mi sfilo le maniche del camicione per rimanere tutta nuda. Ad un certo punto sento tirarmi un po’ più giù il divano, Robert si sposta e mi ritrovo il suo amico davanti senza pantaloni con l’uccello duro che mi solleva ed incomincia a scoparmi.

Sono eccitatissima, ma in un momento di lucidità chiedo di andare in camera da letto. Per un attimo Mario sembra non ascoltarmi e continua a spingerlo dentro, poi appena vede l’amico avviarsi, si ferma, mi dà una mano a sollevarmi ed in silenzio arriviamo sul mio letto. Robert ci aspetta steso sopra, io appoggio le ginocchia sul materasso e con la bocca comincio a succhiargli l’uccello. Il tempo di cominciare. che dietro di me sento divaricarmi le natiche ed entrare nella micia di nuovo Mario.

Ho un orgasmo con l’uccello in bocca, quasi mi manca l’aria, Robert si toglie da sotto e sparisce dalla mia vista. Sono stanca, fa caldo, ma capisco che loro non hanno ancora finito. Si danno il cambio, riprende la scopata, vedo apparire accanto alla mia faccia il membro di Mario che mi accarezza il viso umido di piacere, sposto la bocca un paio di volte poi mi arrendo a riprenderlo in bocca. La mia fica è stanca, lo sono anche io; mi giro e mi siedo sul letto, affannando dico ai ragazzi che sono al capolinea, loro ridono mentre si toccano in ginocchio sul materasso, poi dopo aver scambiato qualche altra frase circostanza che mi da la possibilità di riprendere le forze, comincio a masturbarli insieme, contemporaneamente.

Poi Robert viene vicino al mio orecchio e mi sussurra un qualcosa che sinceramente non capisco se non per l’ultima parola”culo”. Lo vedo spostarsi verso il comodino e rovistare dentra in cerca di qualcosa, gli faccio capire che non è il momento, che non mi va. Lui sorride e desiste. Li faccio avvicinare al mio viso, devo proteggere la mia patata e quindi decido (con piacere) di sacrificare la bocca. Prima uno, poi l’altro, poi tutte e due le cappelle insieme.

Sento l’umido, sento i loro sapori diversi che mi bagnano la lingua; poi Mario si allontana un attimo per poi venirmi addosso all’improvviso. Robert invece continua a spingermelo in bocca fino a quando, avvertendomi del suo orgasmo mi dà il tempo di toglierlo dalla bocca e di poggiarlo sui seni per accogliere il suo sperma.
Sono esausta, Mario guarda l’orologio e si rende conto che è tardi, Robert invece con calma comincia a rivestirsi.

Io ho bisogno di una doccia, così li saluto ancora “bagnata” non prima di aver sussurrato all’orecchio del mio amico cubano “peccato, se fossi rimasto qualche altro giorno… ti avrei accontentato”.
Al momento non lo sapevo ancora, ma quella frase mi è stata per così dire “fatale”, perché mentre scrivo, è lunedì, lui è in volo sull’oceano Atlantico, ma ieri (domenica) me lo sono ritrovato a casa per un ultimo saluto… mi avete capito.

(Non so però se raccontarvelo o meno…).

Periodo di prova

Nota al racconto:
Mi è costato sacrificio scrivere questo racconto.

Ripercorrere quei momenti della mia vita è sempre doloroso. Ma l’ho voluto scrivere comunque, non tanto per me, quanto per le giovani ragazze (e ragazzi) che, in questi momenti difficili, potrebbero ripercorrere le mie stesse vicende.

L’ho voluto scrivere per loro, per dirgli di non cedere alle facili scorciatoie che loschi figuri potrebbero loro proporre.

La vita è una soltanto.

Così come la dignità!!!

Non so di fatto quanto sia erotico, e di conseguenza apprezzato, questo racconto.

Ma tant’è….

Zia Daniela è sempre Zia Daniela…..

“Le posso portare qualcosa? Un caffè?…”

Lo osservo un po’ inebetita. E’ un bel ragazzo, elegante, intelligente e laureato eppure è lì in piedi come uno scemo in attesa di miei ordini.

No, non potrebbe essere mio figlio e neanche mio nipote anche se, uno strano istinto materno, mi porta a guardarlo con severità.

Nella sua apparente gentile domanda scorgo una nota insopportabile di piaggeria. Potrei chiedergli qualsiasi cosa e, probabilmente, acconsentirebbe con entusiasmo. Sento in lui il desiderio di entrare nelle “grazie” delle persone che possono decidere del suo futuro.

Teresa, la collega più “sfacciata” (per non dire di peggio!!!), va raccontando che spesso gli chiede di massaggiargli la cervicale e che, addirittura, una volta si sia fatta anche fatta massaggiare i piedi. Dice che sia molto bravo, dolce e disponibile.

Ma Teresa è un’esagerata e ormai più nessuno le crede (anche se, in più di un’occasione, è stata colta con le “mani in pasta”. La “pasta” del direttore, per l’esattezza!!!).

Ho un moto interno di tristezza.

Vorrei dirgli in faccia, urlandoglielo magari, di riprendersi la sua dignità, di contare sulle sue capacità e di non aver paura del futuro.

Ma come posso farlo? Il presente lo ha relegato al ruolo di stagista, non remunerato, con la massima ambizione, forse, di ottenere un contratto temporaneo.

Rivivo in un istante tutte le difficoltà che ho dovuto affrontare per affermarmi nel lavoro: i piccoli soprusi subiti, le gelosie delle colleghe, i ricatti. Il tutto, ovviamente, amplificato dalla mia condizione di donna.

Non dovevi essere soltanto più brava, più efficiente, più determinata. Non bastava.

Penso a tanti anni fa…

Fu subito chiaro, il primo giorno di lavoro. Il datore di lavoro fu chiarissimo.

Non solo voleva che i suoi dipendenti fossero estremamente puntuali, diligenti, professionali e disponibili a non “guardare l’orologio”.

No, non bastava.

Nel caso tu fossi una donna saresti dovuta anche essere vestita elegantemente, con gusto e, perché no, anche con un po’ di malizia che a lui piaceva tanto.

E me lo disse così, come fosse la cosa più naturale del mondo!!!

“Domani la voglio vedere vestita da donna. Non questi abiti scuri. La giacca e i pantaloni li lasci agli uomini. Voi donne avete le gambe….

ah ah ah…. Voglio essere circondato da belle donne…sennò potrei assumere un uomo al posto suo…le pare???”

Dio, che rabbia!!!

Erano anni quelli in cui i termini “mobbing”, “stalking”, “m*****ie sessuali” nessuno sapeva cosa volessero dire.

Le donne erano subordinate e basta.

E se qualcuno in tram te lo appoggiava al sedere te ne stavi zitta per non fare la figura di merda.

CHE RABBIA !!!

Sono cresciuta in quegli anni.

Non ci potevo fare niente!!! Ho cercato, al massimo, di difendermi come potevo. Ho resistito. Ma sono anche dovuta sottostare ad un clima culturale che vedeva, noi donne, più che capaci, semplici oggetti del desiderio.

Mi ricordo di un pomeriggio invernale. Di tanti anni fa…

L’orologio segna quasi l’orario di chiusura e il “padrone” che stanamene mi convoca per quella pratica urgente. Vuol rivedere tutti gli incartamenti, le copie, le firme…vuol essere sicuro che tutto vada bene, che non ci siano errori.

Non gli basta tutto ciò che ho fatto in questi mesi. Ogni volta una revisione completa del mio lavoro quasi fosse alla ricerca di un errore, di un mio passo falso.

E non gli basta che ogni giorno mi occupi del suo soprabito, di annaffiare le piante del suo ufficio, di pensare ad ordinare i fiori per sua moglie (e per l’amante), e che alla giusta ora, non un minuto prima non un minuto dopo, mi presenti a lui con il caffè doppio macchiato con schiuma calda lievemente zuccherato!!! Non gli basta.

Vuole di più. Lo sento e ne ho paura.

Ho passato mesi a testa bassa per dimostrare a tutti quanto valgo. Ma non basta. Ci vuole la sua approvazione finale. Mi presento a lui, un po’ scocciata e molto tremante. Il faldone è gigantesco: ci vorrà del tempo per verificare che tutto sia davvero in regola.

Lo trovo dietro la sua scrivania. La perenne sigaretta accesa ammorba l’aria della stanza.

Lo sguardo severo, indagatore. Gli porgo il faldone e rimango in piedi di fronte alla sua scrivania in attesa di disposizioni.

“…accidenti!!!…non posso perdere tutto questo tempo per verificare che non ci siano cazzate!!! …se devo farle io queste cose a cosa servite tutti quanti?!?!…” – me lo dice stizzito.
“…le garantisco che è tutto a posto!!!…Ho riguardato tutto almeno tre volte. Non manca niente!!!” – replico timidamente

Mi guarda da sopra gli occhiali con il suo sguardo liquido ed inquietante.

Il viso di pietra.

“Dovrei fidarmi di te? Che sei ancora in prova???…stai scherzando vero? Lo sai quanti soldi vale questa pratica?…”

Vuol farmi sentire una pivellina. Inadatta al ruolo che ricopro. Vuol affermare il suo potere su di me. Pur essendo sicura di ciò che ho fatto, tremo all’idea che possa trovare un errore, una mancanza. E’ un collerico, un violento e soprattutto sarà proprio lui a decidere del mio futuro.

Sospiro, ingoio il boccone amaro, abbasso la testa.

“…vieni qui accanto e passami gli incartamenti…non posso passare tutta la serata qui!!!” – dice bofonchiando in malo modo

Giro intorno alla scrivania. Mi pongo al suo fianco e comincio a passargli gli incartamenti nell’ordine che lui mi detta.

“Come mai qui la firma è stata fatta così? Sono state fatte le copie? Hai telefonato per accertarti che sia giusto il numero?…..etc etc..” – mi bombarda di domande, tutte pertinenti e molto impertinenti.

I fascicoli scorrono veloci per fortuna. Tutto sembra a posto. Non un errore, non una virgola fuori posto. La sua voce da aspra sembra ritrovare serenità. Sento la voce dei colleghi per il corridoio. Se ne stanno andando. Tra poco resteremo soli io e lui al piano. E questo non mi va proprio. Mi fa paura (e un po’ schifo) quell’uomo. Ma devo imparare a gestire queste emozioni. Voglio dimostrare la mia professionalità.

Si toglie gli occhiali. Sembra stanco davvero. Si stira sulla poltrona dirigenziale. Mi guarda dal basso verso l’alto. Lo sguardo, stranamente, bonario.

“Quanto ti manca alla fine del periodo di prova?…” – mi chiede modulando la voce
“…una settimana, dottore…” – rispondo quasi sussurrando
“…bene, bene…” – e inforcando nuovamente gli occhiali si mette a leggere con attenzione la relazione finale

E come avevo più volte paventato, quello che non avrei mai voluto succedesse, sta succedendo.

Il dorso della sua mano sfiora la mia gamba. Forse un contatto fortuito? No, purtroppo no. Il contatto lieve, diviene piano piano strisciamento vero e proprio. Leggero, discreto, fatto a fior di pelle.

Mi irrigidisco. Ho paura. Una reazione sbagliata e tutti i mesi trascorsi a lavorare a testa bassa come una matta se ne andrebbero in fumo. E lui lo sa. E ne approfitta: esercita il suo potere!!!

Sfruttando un momento in cui dovevo cambiare foglio, ne approfitto per distaccarmi da lui come se non avessi fatto caso.

Mi allontano impercettibilmente. La sua mano, sfacciatamente, mi insegue. Il contatto adesso non è più timido.

Salto in piedi. Non posso accettare. Lo sguardo di sfida, il suo sorriso sicuro. Silenzio teso. Sto tremando dalla rabbia.

“…che c’è? Vogliamo finire questo lavoro?…io dovrei essere già a casa…lo sai?…ti sto facendo un piacere!!!…altrimenti chiudiamo tutto e se qualcosa non dovesse andar bene…te ne assumerai tutte le responsabilità…. lo sai vero che la prossima settimana decideremo chi ha superato il periodo di prova….

vero?…. ”

Il messaggio è chiaro. Chiarissimo. O bere o affogare.

Mi siedo nuovamente accanto a lui, la sua mano impertinente artiglia la mia coscia senza esitazioni. Ha lo sguardo soddisfatto il porco. Si stende come un gatto sornione sulla sua poltrona dirigenziale in pelle.

“…le altre ragazze sono state molto carine. Tu sei brava ma sei troppo…. rigida. Se solo ti lasciassi andare un po’, non avrei dubbi su chi scegliere.

La sigaretta ancora accesa rotea sulle sue labbra umide. Sembra davvero che sappia come andrà a finire tanto che, con arrogante sicurezza, si slaccia la cintura dei calzoni, si fruga un po’ e sbarella fuori dalla patta il suo mozzicone di carne coronato da grigi peli.

Chiudo gli occhi, mi fa schifo.

Ormai al piano siamo soli. Mi prende la mano e la trascina lì, ad afferrare quella massa di carne inerme.

E’ caldo, voluminoso, ma senza vita. Stringe la sua mano nella mia, la agita lentamente. Si sta masturbando con la mia mano!!! Non guardo, mi fa schifo, vorrei scappare. Ansima. Gli sta piacendo.

“Su, coraggio, non è certo il primo alla tua età…. ah ah ah…[colpo di tosse roco, profondo, da fumatore incallito]…e non sarà neanche l’ultimo se vuoi lavorare…”

Lascia la mia mano. Si accomoda meglio sulla poltrona e allunga una mano sotto la mia giacca ad afferrarmi una tetta.

“Senti che belle tette grosse che hai…non si direbbe. Sei sempre vestita troppo!!!…su…fammi vedere…”

Mi obbliga ad alzarmi, a mettermi di fronte a lui. Il suo sguardo liquido mi disgusta, ma lo lascio fare.

Ho paura delle conseguenze: mesi di impegno buttati al vento, resterei sicuramente senza lavoro e dovrei tornare a vivere con i miei!!! Rinunciare alla mia libertà !!!

Mi sgancia i bottoni della giacca, della camicia, mi palpa le tette da sopra il reggiseno.

“Calatelo. Mi piace vedere la donna che si spoglia…. su, coraggio…. ”

Si spinge all’indietro con la poltrona come a trovare una situazione migliore per gustarsi lo spettacolo. Ho il respiro profondo, deglutisco a fatica. Agguanto il bordo del reggiseno e faccio schizzar fuori le tette.

“Cazzo, che belle!!!…toccatele…. mi piace…” – mi ordina dalla sua posizione di spettatore masturbandosi freneticamente.

Il suo “mozzicone” sta prendendo vita.

E’ tozzo, corto ma tozzo e venoso. Sulle palle lunghi peli bianchi. Seguo comunque i suoi ordini. Mi palpo le tette guardandolo dritto negli occhi: spero che si vergogni di quello che sta facendo (inutile speranza!!!).

“Cazzo…bella che sei…mettiti qui in ginocchio. Coccolatelo tra le tette, fammelo diventare duro!!!”

Ho un moto di repulsione. Non lo voglio fare!!!

“Forza, dai…cazzo…non posso stare qui tutta la sera…. muoviti !!!” – mi incita alzando la voce

La sua voce roca, il tono di comando, mi impongono di fare come dice.

Mi inginocchio ai suoi piedi e gli avvolgo il cazzo umido di piacere tra le tette tanto da farlo scomparire.

“Wooooooo…. che bello!!!…. che meloni che hai!!!…sono morbidissime e lisce. Dai scuotile, segamelo con le tette…. vedrai che ti faccio stare bene dopo…”

Dopo?….

“Le altre ragazze hanno delle tettine che non danno soddisfazione!!! Tu sì che hai delle tettone …ti piace…eh?…dillo…”

Non rispondo, eseguo le consegne con disgusto.

Mi strizza i capezzoli con cattiveria. Non ci sa fare con le donne. E’ soltanto un porco che approfitta della sua posizione.

“Dillo !!!” – mi urla cattivo
“…mi piace…” – rispondo a bassa voce con voce da automa

Potrà approfittare della mia condizione di debolezza, ma non avrà mai la mia soddisfazione.

“Non ho sentito. Dillo meglio…. ” – ripete con soddisfazione scuotendo la testa
“…MI PIACE !!!” – rispondo più ad alta voce con voce, stavolta, quasi incazzata

Agito le tette con ampi movimenti.

Se proprio questa cosa la devo fare, almeno che duri poco.

“Sì…sì…. lavoralo così che mi piace. E vedrai che anche a te piacerà. Tu sei meno zoccola delle altre e mi dà decisamente più soddisfazione prenderti così…ahhh…. ”

Non rispondo. Eseguo aumentando il ritmo, nella speranza che il supplizio finisca alla svelta.

“Se pensi di farmi venire subito sbagli di grosso bambina…ah ah ah…. ce ne vuole per farmi venire.

Non sono uno di quelli sbarbatelli che sarai abituata a sbatterti. Questo per me è solo l’antipasto…. ah ah ah…Alzati…a fammi vedere come sei sotto…. ”

Ho le ginocchia doloranti. Come gratificazione mi strizza nuovamente i capezzoli con violenza. Maledetto!!!

“Forza. Alzati la gonna e vediamo come sei fatta…. ” – mi ordina sbattendosi il membro

Faccio un passo indietro. Mi alzo la gonna ma tanto ho ancora i collant che mi proteggono.

Spero davvero che si accontenti di questo.

“Beh?…forza…voglio vederti la fica…muoviti !!!…” – mi ringhia scappelandosi furiosamente per mantenere l’erezione

Inspiro profondamente, chiudo gli occhi, riverso la testa all’indietro. Stringo i denti con rabbia e, di colpo, mi abbasso mutande e collant. Sento l’aria fresca lambire il pube. Mi sta guardando, lo sento. Sono io che non voglio vedere lui e non voglio sapere cosa sta per fare.

Mi aspetto di tutto.

Forse mi leccherà o si limiterà a toccarmi con le sue mani puzzolenti da fumatore. Forse mi darà altri ordini umilianti, mi chiederà di toccarmi, o di girarmi per mostrargli il sedere, di mettermi a sedere sulla scrivania.

O forse, semplicemente, mi scoperà così, in piedi, come una baldracca.

Mentre aspettavo con terrore la sua ennesima richiesta, il telefono, per fortuna, squillò.

Senza staccarmi gli occhi di dosso, ruggendo, afferra la cornetta

“Che c’è???….

” – grida in malo modo

La scena che segue ha del ridicolo ed è l’unica pietosa soddisfazione che ho provato quel giorno.

“…dille che sono occupato!!!…che scendo tra un minuto…. cosa?…cazzo!!!…” – risponde agitato

Riattacca il telefono sbattendolo con rabbia. Si alza in piedi. I pantaloni e i mutandoni ascellari cadono ai suoi piedi rivelando degli orribili reggicalze (all’epoca qualche uomo li usava…).

E’ agitato, gli tremano le mani cercando di recuperare da terra i pantaloni.

E’ ridicolo !!!…

“Cazzo!!! Muoviti, cretina!!! Rivestiti e sparisci…mia moglie sta salendo…” – dice in preda all’agitazione

Non ho bisogno di seguire il suo consiglio. Nel mentre di questa scena, avevo già provveduto a ricoprire alla meglio le mie parti intime.

Sua moglie sta salendo. L’azienda, ereditata dal padre, è di proprietà sua. La “megera”, come la chiamiamo amichevolmente. Una donna orribile, fredda come un ghiacciolo, avida come pochi. Lei non saluta, rimprovera solamente e ogni volta che deve spendere una lira quasi si mette a piangere.

Tratta il marito come un povero mentecatto (e forse su questo ha ragione).

Non credo che gradirebbe trovare lo stronzo con le braghe calate e il pistolino ritto.

Ho un pensiero. Potrei vendicarmi e creargli un sacco di guai a quello stronzo.

Ma l’istinto mi spinge a scappare da quella stanza fumosa, il più lontano possibile da quell’essere schifoso. Raccatto velocemente la pratica e me la stringo al petto uscendo.

Ho ancora il reggiseno abbassato e la camicia aperta. Ho fatto appena in tempo a chiudere la giacca e tirare su le calze alla bene e meglio. Camminando sento le mutande ostacolare il passo. Ma voglio scappare da qui.

“Ehi…” – mi dice mentre sono sulla porta – “…domani io e te finiamo questo discorsetto…. ok?…”

E’ ancora intento a riabbottonarsi i calzoni, la cintura ancora pendente, la camicia sgualcita.

Fa schifo.

Mi lancia un bacio. Non rispondo e fuggo per il corridoio.

Rumore di tacchi dietro l’angolo. E’ la megera.

Incrociamo lo sguardo solo per un secondo. Non riesco a sostenerlo e abbasso gli occhi salutandola con rispetto.

“Buonasera signora…” – dico stringendo ancora più al petto le pratiche
“Cosa fa ancora qua? Gli straordinari non li pago…… “ – dice passandomi accanto con passo deciso

Il giorno successivo era un venerdì.

Strani appuntamenti, molto movimento nell’ufficio del direttore. Attendevo con ansia l’orario di chiusura, il momento in cui sicuramente mi avrebbe chiamato per finire quel “discorsetto”. Tremavo guardando scorrere le lancette dell’orologio.

Il “discorsetto” non lo finimmo quel giorno. E non lo finimmo mai visto che, durante la pausa del fine settimana, decisi di non cedere a quello schifoso ricatto.

Lunedì comunicai in azienda la mia volontà di interrompere il rapporto di lavoro.

Avrei dovuto stringere la cinghia in attesa di un nuovo impiego che, per fortuna, non tardò ad arrivare.

“Allora?…le serve niente? La vedo stanca…. ” – la sua voce, timidamente, mi risveglia

Guardo l’orologio. I suoi colleghi, sicuramente si sono già defilati e, probabilmente, siamo soli al piano. Il suo sguardo è interrogativo.

Quanto tempo è passato da quando mi ha chiesto se avevo bisogno di qualcosa?

E’ un bel ragazzo, davvero bello.

E ricattabile quanto me tanti anni fa.

Fra qualche settimana sarò io a dover stilare la relazione sul suo operato.

Se gli chiedessi di mettersi accanto a me per rivedere tutto il lavoro fatto probabilmente, bestemmiando dentro di sé, accetterebbe in silenzio.

E se gli facessi advances di tipo sessuale accetterebbe senza battere ciglio.

Gli uomini si fanno meno problemi da questo punto di vista. Magari ne sarebbe addirittura felice.

Chissà….

Schiava trav per sempre

Ore 9. 00
L’appuntamento è stato concordato alle 9. 15 ma tant’era l’ansia e la
paura che non sono riuscita di restarmene a casa in attesa. Mi
presento: mi chiamo Gabriele ( si avete letto bene sono un maschio o
almeno lo sono all’anagrafe poiché da come leggerete dalla mia storia
le cose stanno cambiando velocemente al riguardo) lavoro coltivo
amicizie ho una famiglia e mille interessi come milioni di persone ma
allo stesso tempo ho un lato molto nascosto della mia personalità….

un
lato che la mia Mistress ha saputo scoprire alla prima occhiata e ha
saputo volgere a suo favore. E’ Lei che mi ha ordinato di raccontare
la mia storia è Lei che mi impone di rivolgere a me stessa come una
femmina ed è Lei che mi ha battezzata con un nuovo nome Gabriella
Fede!
Mi trovo nel bel mezzo del piazzale vestita elegantemente ,nessuno
sospetterebbe che sotto il mio abito di lino potessi indossare un
completo intimo femminile degno di un’e****t di lusso e che ben
piantato dentro me prendesse posto un buttplug gonfiabile con tanto di
pompetta.

Eccola…sta arrivando …. ma non è sola !!!! Con lei ci sono due uomini
piuttosto piccoli e tarchiati vestiti in una tuta blu da operai e
scarpe anti-infortunistiche ,ma cosa diavolo ci fanno ora al nostro
appuntamento?
“Ok ragazzi ci vediamo alla villa poi,mi raccomando la puntualità ! “
disse la mia Padrona mentre si accommiatava dai sue uomini. Meno
male…temevo volesse coinvolgere dei maschi nei nostri giochi! Confesso
che ne avevo il terrore.

“ Che fai puttana non saluti la tua Padrona? Ti devo proprio punire!
Abbassati i pantaloni e fammi vedere come sei carina!”
“Ma Mistress siamo in mezzo alla strada” piagniucolai
“Deve fregarmene? Ora ti abbassi i calzoni mi fai vedere e velocemente
te li tiri su ok troia? “
Eseguii velocemente ma non credo tanto da non poter esser vista da un
gruppo di ragazzini a pochi passi da noi. Sotto indossavo un
reggicalze viola con pizzo nero un perizoma e le calze a rete nere e
ovviamente un reggiseno.

Vidi la mia Padrona confabulare con i ragazzini e sogghignare con loro
guardando verso di me…il cuore si bloccò….
“Vieni cagna andiamo alla macchina! I ragazzi qui vengono con
noi,dovrai fare una cosuccia con loro ,niente di che …un bel pompino
con ingoio a testa e loro per ripagarmi ti riprenderanno con il loro
cellulare e del video potranno farne ciò che vogliono…ovviamente ho
dato il tuo numero di cellulare così te ne mandono una copia ,le
riprese ovviamente devono essere sexy,loro tutti nudi e tu in
lingerie!!!!!! Ahahahahahahah….

dai entra e spogliati puttanona!”
Obbedii in tutto e per tutto ,presi in bocca i loro cazzi sorridetti
nelle riprese e mostrai la mia bocca aperta mentre mi riempivano di
sborra e nell’atto di deglutire il loro sperma denso. Tutto il
materiale era in loro possesso e avrebbero potuto farne ciò che
volevano…..ma in quel momento non me ne importava nulla. ,. ero in
estasi e il sapore del loro seme mi inebriava
Rimasi nell’auto mentre la mia Padrona salutava i ragazzi ,non mi ero
ancora rivestita perchè la mia Signora non mi aveva ancora restituito
i miei abiti,quando rientrò in macchina non disse una parola
…silenzio assoluto mise in moto e si avviò verso la villa….

una
volta arrivate mi fece scendere mi fece indossare un collare ed un
guinzaglio e mi obbligò a seguirla in quello stato: mezza nuda ad
eccezione della biancheria senza scarpe e a 4 zampe come una
cagna…. la sua cagna!
Una volta entrate mi prese per i capelli si sollevò la gonna e mi
ficcò la sua fica in bocca strofinandomela sul viso,sapeva un pò di
odore di urina ma non me ne curai…la adoravo e aspettai solo che mi
desse l’ordine di soddisfarla…avrei fatto di tutto per lei!
“Assaporala bene annusala bene e falla godere….

questa è l’ultima
volta nella tua vita che sentirai l’odore e il gusto della figa!”
La osservai impietrita …. non riuscivo a comprendere se fosse solo
una minaccia o se invece stesse parlando sul serio. Come avrebbe
potuto impedirmi di avere rapporti con il sesso femminile? Ok ero
vestita come una troia stavo sottomettendomi a lei come una schiava ma
da questo a non essere più uomo per il resto della mia esistenza mi
sembrava un pò troppo….

Mentre pensavo a ciò leccavo annusavo e assorbivo i suoi umori e il
suo sapore,venne nella mia faccia e nella mia bocca un’incalcolabile
numero di volte finchè stanca mi spinse a terra allargò le gambe e con
un ghigno iniziò a pisciarmi addosso prima sul corpo e poi in
faccia…. mi stava trattando come un cesso!
“Lava il pavimento schifosa e vatti a fare una doccia che puzzi…. poi
depilati completamente il corpo e le sopracciglia e vattene a letto,”
Feci come ordinato ero liscia come una bimba e le sopracciglia sparite
….

stanchissima andai in camera e sopra il letto trovai un babydoll
rosso trasparente una gabbia rosa anch’essa per il pene con la
chiavetta e un foglio d’istruzioni: ” Indossa ciò che ti ho lasciato
sul letto ,per quanto riguarda la chiave del tuo nuovo giocattolo la
devi infilare sotto la porta di camera mia,d’ora in poi io sono quella
che avrà controllo completo del tuo inutile cosino! Buonanotte a
domani gabriella schiava mia cerca di riposare a fondo domani inizia
la tua formazione e la tua trasformazione”.

Le mie storie (62)

Eccomi di nuovo qui pronta a raccontarvi quella che potrei definire “una scopata annunciata”. È un periodo in cui sto lavorando parecchi, mi ritiro a casa stanca morta e voglia di uscire non ne ho per niente. La settimana scorsa mi arriva sul cellulare un messaggio di Renata che diceva che era venuta a trovarla Robert uno dei ragazzi cubani che abbiamo conosciuto l’estate scorsa. Io naturalmente mi sono resa disponibile in caso di cene e feste, dicendole che avrei avuto piacere ha salutarlo.

Renata un paio di giorni dopo mi tiene al telefono 1 vita raccontandomi che era riuscita a mandare il figlio a casa del padre (lei è separata) e che se la stava passando molto bene con il suo “amico”. Effettivamente anche durante le vacanze cubane, fra di loro si era creato 1 bel feeling, tanto che lui avrebbe voluto venire in Italia anche prima, ma lei si era tirata indietro. Lunedì scorso (mentre vi scrivo è giovedì) Renata organizza una cena a casa sua insieme ad altre amiche ed amici alcuni dei quali cubani residenti a Napoli.

La serata è molto divertente, l’incontro con Robert è fin troppo affettuoso, infatti il suo abbraccio termina con 1 manata piena sul culo e lui che ridendo conferma i complimenti al mio didietro tra le risate di 1 paio di suoi amici e della stessa Renata che non sembra infastidita dai modi utilizzati verso la sottoscritta. Per la verità, tornando indietro con la memoria, in quel di Cuba avevamo diviso equamente i nostri accompagnatori, ed anche io ero stata con Robert.

Tra pasta, mozzarella, melanzane, salsicce e altro ben di dio che non scrivo per non farvi venire l’acquolina in bocca, tutto sembra andare per il meglio, fino a quando la padrona di casa non riceve 1 telefonata. Non volendo mi accorgo, pur senza capire cosa stia dicendo, che si sta alterando, così quando chiude il cellulare istintivamente le vado incontro per cercare di aiutarla. Lei mi dice che il figlio sta tornando a casa perché il padre ha dovuto anticipare un problema di lavoro e quindi glielo ha rispedito indietro.

Renata non sa come fare con Robert, perché chiaramente non può ospitarlo con il ragazzo in casa. Io le suggerisco di farlo andare a casa dei suoi compatrioti, dicendole che non ci sarebbe stato problema, lei invece mi chiede di ospitarlo a casa mia, lasciandomi un po’ stupita per una serie di motivi che potrete immaginare. Anzi quando io dopo aver tentato blandamente di rifiutare, pian piano accetto, lei ridendo mi fa “così ti diverti un po’ anche tu”.

A fine serata, lei spiega la situazione al suo amico dicendo che sarebbe stato soltanto per una sera (ed effettivamente è stato così, perché il figlio poi è partito per Capri con amici). Salutiamo tutti, ed andiamo via direzione casa mia. In macchina lui mi racconta che con Renata sta molto bene, che vorrebbe fare le cose più seriamente. Dalle sue parole capisco che vorrebbe trasferirsi qui, magari anche sposarla, dopo tutto nonostante sia più giovane di lei (ed anche della sottoscritta), è comunque un ragazzo laureato, di una certa cultura.

Arrivati a destinazione, lo porto nella camera cosiddetta degli ospiti e dopo aver fatto insieme a lui il letto gli dico che vado al bagno. Lui si sistema e quando esco lo trovo davanti al televisore. Sono circa le 2, io indosso una maglietta molto lunga e sotto la mutandina, lui invece è in canottiera e boxer, e devo dire che c’è 1 bel vedere davvero, nonostante ricordassi l’estate scorsa, vedermelo davanti un’altra volta non mi ha lasciata certo indifferente.

Chiacchieriamo sul divano ancora una mezz’oretta e poi ci salutiamo ognuno nella propria stanza. Mi infilo sotto il lenzuolo ed accendo la televisione, dopo averla guardata un po’ la spengo e mi giro di fianco per dormire. Passa qualche minuto e sento la mia porta socchiusa fare 1 leggera refola di vento; poi il mio lenzuolo si solleva e dopo 1 paio di secondi sento la sua presenza dietro la mia schiena. La sua mano si infila tra le mie cosce e dopo avere spostato di lato il bordo dello slip con 1 dito entra nella mia micia.

Io giro la testa e mi ritrovo le sue labbra che mi baciano mentre con gli occhi sorride. Piano piano mi toglie la maglia e poi la mutanda; sento le sue mani esplorare il mio corpo un po’ ovunque, mi prende 1 seno con la mano ed incomincia a stringere giocando con il capezzolo tra le dita, poi finalmente dietro poggia il suo uccello bello duro ed io mi piego un poco a cucchiaino spostando il sedere un po’ all’indietro verso di lui.

La sua mano mi allarga una natica e mi solleva un po’ la coscia giusto il tempo per mettermelo dentro ed incominciare a muoverlo avanti e indietro. La posizione non è delle più comode, ma il suo uccello liscio lungo esattamente come me lo ricordavo mi penetra con meravigliosa facilità. Poi lui si alza in mezzo al letto e dopo avermi invitato a fare lo stesso, mi fa mettere a quattro zampe per poi ricominciare a scoparmi.

Chiudo gli occhi e mi ritrovo a Cuba, un anno fa, in quella stanza d’albergo dove insieme a Renata ed ai suoi amici ci divertimmo tanto. Sento le sue dita giocare con le mie labbra e poi entrare in bocca, comincio a succhiarle mentre lui continua a farmi godere. Poi le braccia mi vengono meno, appoggio la faccia sul materasso e vengo; sento la sua voce che mi dice “brava, brava…” e poi la mia schiena si bagna del suo sperma.

Per un paio di minuti resto stesa a pelle di Leone per riprendermi, lui si appoggia allo schienale del letto e mi guarda. Riprendo le forze e vado in bagno a pulirmi; quando torno lo trovo esattamente come lo avevo lasciato, soltanto che il lenzuolo non copre più il suo uccello che “riposa” sulla sua gamba sinistra. Mi metto di fianco a lui appoggiata con la testa sul braccio, è da più di un mese che non dormivo con un uomo, è una bella sensazione.

Mi parla di Napoli, dice che somiglia a l’Avana, che i napoletani sono molto simpatici ed espansivi, poi il braccio sopra il quale ho appoggiato il mio collo all’improvviso si anima alla sua estremità. Poggia la mano sotto il seno sinistro e comincia a “palleggiare” letteralmente, mentre contemporaneamente continua a descrivere le meraviglie della nostra città. Si ferma, prende tutta la mammella nella mano ed incomincia a massaggiarla; mi guarda e con un veloce movimento di bacino sposta il suo uccello da sinistra a destra.

Io rido e poi allungo la mano fino a prenderlo fra le dita. Lentamente gli scopro la cappella fino a giù per poi risalire e nascondergliela. Robert reclina il capo all’indietro e chiude gli occhi mentre io continuo con la mia sega. Il suo uccello diventa sempre più grosso tra i miei polpastrelli piccoli, quando è finalmente duro e lungo, mi chino con la testa e glielo prendo in bocca. Cerco di andare più in fondo possibile, con le labbra arrivo a sfiorargli le palle, è tutto depilato, mi sembra un tubo tutto nero.

Comincio a sentire la sua punta umida, mi sollevo e con un gesto atletico (di cui mi sorprendo) gli salgo a cavalcioni. Lui scivola sul cuscino mentre io mi muovo sopra di lui facendo ballare le mie tettone. Ogni volta che torno giù, lo sento sempre più dentro, sempre più in fondo alla mia micia. Godo di nuovo come una pazza, mi fermo su di lui, che si solleva, mi fa poggiare la schiena sul letto, e dopo avermi allargato ed alzato le cosce, mi scopa fino a venirmi sulla pancia.

Sono circa le tre di notte quando dopo essermi lavata per l’ennesima volta, mi rimetto la maglietta per dormire. Lui si piazza di fianco a me girato dall’altro lato.
Apro gli occhi che sono le otto e qualche minuto; per fortuna approfittando della cena di Renata, ho lasciato detto allo studio che sarei arrivata per le 10:30. Robert dorme beato, lo guardo per qualche secondo e poi vado a fare il caffè.

Mentre aspetto, chiamo Renata e le dico che per le dieci ci dobbiamo incontrare in piazza. Lei mi chiede come sia andata la nottata, io ridendo le dico… bene, bene. Il caffè comincia ad uscire, saluto la mia amica e vado a svegliare il mio ospite con il profumo di Napoli. Mi seggo accanto a lui, che dopo aver aperto gli occhi mi saluta con un sorriso. Si mette seduto, mi ringrazia per l’ennesima volta dell’ospitalità mentre sorseggia il caffè, io gli dico che devo andare a fare la doccia, lui fa un cenno d’assenso, poi mentre mi allontano vedo con la coda dell’occhio che mi segue in bagno.

Mi tolgo la maglia ed entro nella cabina, lui fa pipì (particolarmente lunga) e dopo, mentre ancora sto regolando la temperatura si infila anche lui dentro. L’acqua comincia a scendere, lui mi abbraccia e comincia a baciarmi vigorosamente; i nostri corpi sono uniti più che mai, sento il suo uccello pulsare contro la mia micia. Le sue mani scendono entrambi dietro la mia schiena fino ad agguantarmi il sedere. Mi palpeggia con gusto, con determinazione, con un dito arriva a stuzzicare il buchetto del culo ; io non me lo aspetto e mi irrigidisco un attimo, lui con una mano su una chiappa e l’altra sotto un ginocchio, mi solleva e dopo avermi appoggiato al muro me lo mette dentro.

Fra l’eccitazione e l’acqua che scende, faccio fatica a respirare, mi aggrappo a lui con le braccia e con le gambe, mentre scivolo con la schiena lungo il muro sotto i colpi del suo uccello. Le mie urla tradiscono l’ennesimo orgasmo, lui continua ancora per un po’, poi si ferma, mi fa poggiare le gambe a terra e dopo averlo tirato fuori, con le mani se lo tocca fino a venirmi addosso. Con la spugna intrisa di bagnoschiuma, acqua e sperma, mi lavo, esco e lascio lui dentro continuare a lavarsi.

Mi vesto da lavoro, gonna e giacca blu, camicetta bianca e scarpe con tacco moderato. Lui indossa il pantalone ed una maglietta grigia, mi fa i complimenti per l’abbigliamento e dopo aver portato in cucina le tazzine di caffè (ed averle lavate), va nella camera degli ospiti a chiudere la valigia. Sono le dieci ed un quarto quando in piazza da lontano vedo Renata che mi saluta. Robert mi dà un bacio sulla guancia, la solita manata sul sedere e si avvia verso di lei.

Una bella nottata non c’è che dire, lui ripartirà a fine giugno… chissà.