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L';estetica del cazzo

Fin da piccola i miei genitori mi hanno trascinata per musei, pinacoteche e gallerie d’arte.

Che barba !!!

Loro affermavano che, anche se mi annoiavo, in realtà stavo accumulando cultura e conoscenza.

Vero, verissimo. Ma che barba !!!

Ricordo i miei piedi che si strascicavano a fatica lungo quei corridoi infiniti. Chilometri di quadri, statue, vasi e manufatti di ogni genere di cui non mi fregava assolutamente niente.

I figli sono troppo spesso vittime delle ambizioni dei genitori.

In età adolescenziale però, quando i primi pruriti fanno la loro comparsa, trovai nuovi stimoli e curiosità e, quello che fino ad allora non avevo notato, divenne l’obiettivo di ogni visita museale.

Il corpo nudo.

Il corpo nudo di uomini e di donne. Corpi strani, spesso deformi e tormentati, altre volte eroici ed algidi.

Ma sempre e comunque corpi nudi.

Tanto erano diversi dai corpi delle persone che mi circondavano da risultare artefatti, sintetici, irreali, sproporzionati.

Donne dai corpi opulenti con piccoli seni adolescenziali, uomini muscolosi, altissimi, con piselli a dir poco ridicoli al cospetto delle loro masse muscolari.

Di fronte all’estasi di mia madre ai piedi di un Ercole potentissimo, esternai la mia perplessità sulle proporzioni della figura dell’uomo. La risposta, anche se divertita, fu molto accademica e fredda e non mi chiarì affatto il dilemma che mi ponevo: ma gli uomini, anche quelli muscolosissimi, ce l’hanno davvero così piccolo?

Solo alcuni anni dopo potei chiarirmi, è proprio il caso di dire toccando con mano, il dilemma.

No, gli uomini, mediamente, non lo hanno piccolo come Ercole!!!

Che bello l’organo genitale maschile !!!

Ha mille nomi e mille forme diverse ed è sempre una sorpresa (non sempre positiva…ah ah ah…) quando il tuo partner te lo esibisce per la prima volta.

L’emozione di quando slacci la cintura, dopo aver pregustato palpandone la consistenza, l’impaccio di liberare l’oggetto del desiderio, l’ansia di poterlo vedere libero da costrizioni e ritrovarsi in ginocchio di fronte allo svettare della potenza della natura….

…ah…quanti ricordi !!!

No, questa non vuol essere un’ode al maschio (o ancor meno al suo membro!!!).

Semmai vorrebbe essere una sorta di catalogazione, seppur limitata, dei generi, delle specie e delle caratteristiche (negative e positive) delle mie esperienze.

Potrei iniziare tipo con…. mi ricordo di…. mi ricordo…

Mi ricordo di quando mi nascosi un pomeriggio intero in un canneto. Noiosissime vacanze in campagna in compagnia di soli maschi.

Loro giocavano sempre a calcio mentre io mi annoiavo a comporre ghirlande di fiori. L’unica volta che provai a giocar con loro a calcio fui severamente redarguita da mio padre. Non era cosa per ragazzine.

Altri tempi.

Li vedevo giocare, sudare, litigare. E io seduta silenziosa a bordo campo. Avevamo tutti intorno ai tredici, quattordici anni. Nessuno di noi (o meglio di loro…) pensava al sesso. Io ero già “diventata” donna e, a dirvi la verità, al sesso un po’ ci pensavo.

Più che al sesso, pensavo alla scoperta dell’altro sesso. Erano anni ormai che mi chiedevo come fosse il “pisello”.

Così, vista la loro strana abitudine di pisciare in compagnia al grido di “chi non piscia in compagnia o è un ladro o è una spia”, decisi di nascondermi dentro un canneto in posizione favorevole ad ammirare per la prima volta uno “spettacolo” riservato al genere maschile.

Quel giorno non ne volevano saper proprio di pisciare.

Sentivo le loro urla, il pallone rimbalzare, le imprecazioni per un goal sbagliato. Nel frattempo, le zanzare, mi stavano martirizzando.
E finalmente, dopo tanta attesa, gli arrivò l’agognato stimolo!!!

Arrivò prima il più piccolo del gruppo che, indifferente alla presenza dei compagni, si abbassò i calzoncino iniziando ad irrigare le piante sottostanti. Era circa cinque metri sopra di me e trattenendo il respiro, strizzai gli occhi per mettere a fuoco il suo pisellino.

Mi ricordo…mi ricordo ancora….

Mi ricordo del mio primo ragazzetto timido. Era spaventato più di me e quando si spogliò non mi dette neanche la possibilità di osservare ciò che mi stava per penetrare.

Fui io ad incoraggiarlo, curiosa.

Non mi parve paragonabile a quello di Ercole o David. Era molto peloso, storto sulla sinistra e il prepuzio non ricopriva il glande.

A quello ne sono seguiti molti altri: lunghi e lunghissimi, alcuni tanto corti da sparirti in mano (sigh!!!), tozzi come tappi di damigiana, superbi e presuntuosi, curvi in su, curvi in giù, dritti come un palo, a cono, alcuni con cappelle a punta, altri con cappelle simili ad albicocche, qualcuno sproporzionato rispetto alle palle, altri con palle sproporzionate rispetto al fusto…

Insomma, ogni volta che cali un paio di braghe ad un uomo, non sai mai cosa ti capita.

Un po’ come la shitola di cioccolatini di Forrest Gump.

Raku-yaki! – parte 2

“Il match di 3 anni fa a Rimini con quell’agente della Polizia Penitenziaria, deve aver lasciato il segno. Ma sei completamente uscito di senno per fare una cosa del genere?!”
Una lezione che non imparavo mai era che non dovevo mai raccontare a Massimo questo genere di cose.
Il mio amico Massimo era un uomo all’antica per i suoi detrattori; per gli altri, era semplicemente un uomo come non ce ne sono più.

Ormeggiato all’idea di maschio cavaliere senza macchia, fiocinava a punta di biasimo la mia indisciplinata voglia di sesso e goliardia.
“Non credere che certe cazzate incantino le donne: probabilmente penserà che sei il solito macho scemo con la sindrome del pugile suonato. Non facevi prima a parlarci un po’ e a chiederle se era disponibile per un caffè? Hai dimenticato la maturità mentale sul traghetto?”
Il rispetto che avevo per Massimo, persona pragmatica ed istruita, mi fece piegare le gambe: nonostante io serbassi la spregiudicatezza tipica dell’adolescenza, avevo un certo rispetto per la sua vita di padre e marito devoto.

Mio padre se ne andò di casa quando ero bambino, lasciando a mia madre l’ostico compito di crescermi e di escogitare una buona scusa per giustificare il fatto che “papi” se ne evase dal suo ruolo perché incapace di sopportare la torchiatura d’avere una famiglia.
In Massimo vedevo il padre che non ho mai avuto e il suo rimproverarmi infantilismo mi faceva male. Malauguratamente non sapeva che anche Laura, la mia ex, mi lasciò per lo stesso motivo.

Laura era come uno di quegli avversari che nonostante ti sforzi di frantumare a pugni e calci contraendo ogni fibra muscolare che possiedi, non accennano cedimento e ti vengono sempre sotto. La sua loquela era l’arma più arrotata che possedeva, presumibilmente complice il suo essere avvocata. Dialetticamente crudele e sarcasticamente pericolosissima, trovava sempre legittime argomentazioni per disfare le mie difese e conseguentemente, maciullare il mio ego.
Sessualmente parlando come per alcune persone autoritarie, gradiva che la prendessi con forza e che la dominassi.

Non era abituata ad essere contraddetta o subordinata a qualcuno nella sua vita, per cui probabilmente ricercava in quello una sorta di equilibrio.
Amava che le congiungessi i seni con forza, che durante una pecorina le schiaffeggiassi le natiche sino a segnarla; amava che la penetrassi intensamente stringendole una mano sulla gola e che pian piano, le facessi scivolare tutte le dita in bocca fino a provocarle qualche conato.
Fu l’unica donna con cui ebbi una relazione a gradire il sesso anale, facendosi mettere anche in posizioni malagevoli e contorsive in cui la penetrazione era molto profonda e ai limiti del dolore.

Potevo penetrarla anche per lunghi periodi di tempo e sembrava volerne sempre di più. Pareva aver capito che spesso a qualche ora dall’allenamento, i miei livelli ormonali fossero particolarmente bendisposti ad una scopata irruenta; ben consapevole che tailleur e tacchi alti mi rendevano particolarmente libidinoso, mi aspettava a casa con lo stesso vestito indossato al lavoro.
Talvolta trattenere gli orgasmi con lei era piuttosto difficile: aveva una certa telepatia sessuale che creava un’ intesa tra di noi rasentante la perfezione.

Sono fermamente convinto che conoscesse il mio corpo meglio di come lo conosco io.
Mi chiedo se quella e s c o rt che invitò a testimoniare per un caso di giovani squillo, non le avesse insegnato qualcosa, perché oggi a ripensare al suo mascara colato e al suo viso imbrattato di orgasmo dopo essersi ingoiata il mio cazzo fino alla base , torno eccitato; peccato che la nostalgia del suo stringermi stretto alla fine delle asperità, innamorato di una creatura risoluta quanto dolce, disperdeva tutto rendendo la malinconia particolarmente mordace.

Terminato di parlare con Massimo, mi organizzai per una capatina in spiaggia tanto per distendere i nervi, quando nel raggiungere l’auto vengo sorpreso da un “buongiorno!” e da un sorriso inaspettato. La bella ceramista mi incrocia per la strada ed io, tachicardico e arrossito, le faccio un cenno con la testa sorridendo d’imbarazzo.
Con indosso un vestitino estivo a fiori a fasciare un seno generosissimo, sandali infradito neri con anellini e cavigliera ad abbellirle dei piedi magnifici, mi irradia con un insperato sorriso luminoso che avrebbe sciolto un ghiacciaio.

“Allora, quando viene a trovarmi in negozio?” chiede, lasciandomi spiazzato; penso che a meno che non abbia modellato e cotto qualcosa con cui percuotermi, poteva rivelarsi una buona occasione per conoscerla meglio.
“Le va bene verso le cinque?”
“Facciamo verso orario di chiusura che se lo gradisce le mostro anche il laboratorio a patto che mi dia del tu. Sara!” dice porgendomi la mano.
“Sandro” rispondo io.
“Quindi, a stasera?”
Annuisco deglutendo con forza saliva al pensiero che la cosa potesse avere audaci sviluppi.

(continua).

UN INVITO A CENA- IL VENERDÌ

Sconvolto e impaurito, mi do per malato e rimango a casa tutto il mercoledì pomeriggio e il giovedì. Dico al lavoro che ho preso un virus intestinale, e mi rinchiudo in casa. Metto la macchina in garage e chiudo tutte le finestre. Rimango al buio, neanche accendo la TV. Mi butto a letto e dormo per 24 ore. Mi sveglio che è giovedì quasi a mezzogiorno. Penso che forse è stato tutto un brutto incubo, un orribile sogno.

Ma presto mi rendo conto che quello che è successo è tutto reale. Allora la mia testa inizia a pensare, a rivivere ogni momento, a ripetere ogni singola parola, frase.
Rimango così per ore, finché una voce dentro di me mi riporta nel presente e mi rimprovera
“. Guerrino, che ti sta succedendo?? Cosa stai facendo? Cosa ti mette così in crisi? Tu che sei sempre stato forte e coraggioso, che ne hai passate di tutti i colori e te la sei sempre cavata? Reagisci Guerrino!!! Tira fuori le palle , le tue grosse palle da uomo e trova una soluzione!!”.

È vero, la mia coscienza che mi sta parlando , il mio cuore, la mia ragione o chi che sia dice la verità. Troppe ne ho passate nella mia vita, anche di più brutte , molto brutte, e ho sempre vinto. A 44 anni forse sono stanco di trovarmi implicato in situazioni di merda, ma non posso dargliela vinta!! Non dopo quello che mi ha fatto. Questo non è un gioco, uno dei tanti dove ci si stuzzica, ci si diverte a eccitarsi, si flerta pesantemente, si usa ogni tattica per conquistare l’altro.

Perché nel sesso come in guerra ogni arma è lecita, l’ho sempre pensata così. Ma in questo caso il nemico gioca sporco!!! E ha bisogno di uno che gioca più sporco di lui. E io so come si gioca sporco. Eccome se lo so. Ora tocca a me rispondere alla sua offensiva. Il giovedì sera chiamo un mio padre e gli racconto tutto. Lui all’inizio ride, ma quando gli racconto della storia del caffè pieno di sborra e che ero io quella troia che l’ha bevuto rimane shockato e le risate si fanno più amare.

E dalla risata passa alla rabbia e all’incazzamento. Resta solo un po’ stranito dalla mia reazione, lui che conoscendomi molto bene si aspettava un po’ più di coraggio da parte mia. Allora capisce che tutta sta storia mi ha preso molto male , e come abbiamo già fatto in passato, quando uno dei due era nei casini, escogitiamo un piano.
Alle due e mezza della notte mando un mess a Ioan :
” Scusami se sono sparito per due giorni ma avevo bisogno di pensare, e ho capito che hai ragione tu, sono una troia, e per me sarebbe un onore diventare la tua troia !!! Ma è meglio se ne parliamo domani mattina al lavoro.

Ti aspetto alle 10 nel magazzino 3. Baci”
Venerdì mattina. Mi alzo, mi vesto , vado al lavoro con la mia macchina. Mio padre , prima che arrivassi in ufficio, manda Ioan a fare due consegne, in modo che non mi veda prima delle dieci. Dico a mia sorella che deve dire a tutti che io non sono al lavoro. Soprattutto a Ioan. Lei senza fare domande mi dice ok. Io prendo la mia borsa, e senza farmi vedere da nessuno corro al magazzino 3.

Mi raggiunge mio padre. Mi aiuta a sistemarmi come avevamo deciso e chiude il portone e se ne va. Rimango al buio e aspetto. Ioan rientra dal giro di consegne. Mia sorella mi racconterà poi che entra in ufficio e chiedendo di me. Lei gli risponde che sto ancora male e che anche oggi non sarei venuto al lavoro. Lui fa una faccia sbalordita
” Sei sicura che oggi Guerrino non c’è??” Chiede lui.

” Certo, perché ti dovrei mentire ? Se vai in parcheggio vedi che la sua macchina non c’è. Ma perché che cosa vuoi da mio fratello?”” Dice lei.
” No, niente, niente, ero solo sicuro che…. fa lo stesso, nessun problema!” Ed esce un po’ deluso e confuso. Mia sorella lo vede andare nel parcheggio delle macchine a controllare se ci fosse anche la mia. La vede. Ci guarda dentro. E proprio in quel momento gli arriva un mess sul cellulare
” Sono la tua troia, ti aspetto al magazzino 3.

Sbrigati che sono tutta un fuoco. !!”
Lui torna in ufficio e chiede a mia sorella se era sicura che io non ci fossi, e lei risponde di sì al centoxcento.
” Vabbè, ehm…senti io devo andare un attimo a casa, questione di mezz’ora. Poi torno ok?” Dice alla mia sister. Ed esce. Facendo il giro per il retro dello stabilimento, senza farsi notare, arriva davanti al portone del magazzino 3 e lo trova chiuso a chiave.

Incatenato. Allora fa il giro sul retro dove c’è una porta , una seconda entrata che di solito è sempre chiusa. Prende in mano l’enorme mazzo di chiavi che aprono ogni serratura , ogni lucchetto, ogni mezzo di tutto lo stabile e trovata quella giusta ,la apre. Entra, richiude la porta e nel buio quasi totale urla
” Guerrino? Sei qua? Sono Ioan!!!”
” Certo che sono qua !!! Ti aspettavo!!! Vieni da me!!!” Gli rispondo io con voce più dolce.

Lui avanza verso la mia voce.
” Dove sei troia che non ti vedo??? ” chiede lui.
” Sono dietro la fila di pallets, nuda come una puttana che ti aspetto !!” Gli spiego. E lui fa il giro del mucchio ammassato uno sopra l’altro dei pallets di legno e mi vede, illuminato da un po’ di luce che arriva da una finestra in alto, e si blocca. Sono in piedi, completamente nudo, di schiena, braccia sopra la testa con le mani ammanettate a un pallet, gambe divaricate con le caviglie anch’esse ammanettate al pallet più basso.

” Cosa ci fai messo così ?? ” chiede lui
” Ti aspettavo!!! Volevi una dimostrazione della mia devozione a te, eccola!! Sono così da ore, da stamattina, legata come una troia per te, per il mio maschio!!! Aspettando solo che arrivassi e mi scopassi!!!” Gli dico con voce bassa, sottomessa.
” E hai fatto tutta da sola, ti sei spogliata , legata, tutto questo per me? Che gran troia che sei!!! ” e inizia a spogliarsi , completamente nudo.

Ha già il cazzo di marmo. Mi abbraccia da dietro , sento il suo sudore caldo addosso ovunque. Si struscia , mi prende i capezzoli con le dita e me li strizza forte. Sente che io godo!!! Mi morde il collo, si avvicina al mio orecchio e mi sussurra
” Chi è la mia troia????” Questa volta non ho dubbi, e convinto rispondo ” Io sono la tua troia!!!” E ansimo.
” Allora se sei la mia troia lo vuoi nel culo , vero???” Mi chiede ficcandomi due dita su per il buco.

” Si mio maschio, mio padrone, voglio il tuo enorme cazzo tutto dentro di me!!!” E lui senza farselo ripetere due volte si sputa sulla cappella, la punta contro il mio buco e spinge forte il suo grosso arnese in fondo al mio culo.
” Ti piace troia? Lo senti il mio cazzo tutto dentro? Rispondimi troia mia” mi chiede Ioan iniziando a pompare sempre piu violentemente.
” si lo sento!!”
” Dillo più forte Troia!!”
” Si lo sento!!!” Alzando la voce.

Mentre lui mi sbatte come un toro.
” Più forte “”
” Si lo sento!!”
“. Ti ho detto più forte”. E con tutta la voce che ho in gola urlo ” siiiii!!! Lo sento papà’!!!!!!” E a quel punto si spalanca il portone del magazzino ed entrano mio padre con due poliziotti, suoi amici.
” Papà, papà!!! Aiuto!!! ” grido mentre Ioan è ancora dentro di me!!!!
” Che cazzo sta succedendo qua???” Esclama mio padre mentre i due poliziotti, ( grazie Stefano e Paolo!!!) afferrano per le braccia Ioan e lo immobilizzano.

” Papà, meno male che mi avete trovato, sono due giorni che quel bastardo mi tiene qua rinchiuso!!! ” dico piangendo.
” Ma cosa dici??? È una bugia!! Ti ho trovato già così , neanche mezz’ora fa!!!” Si difende Ioan
” Zitto lei!! E come avrebbe fatto ad ammanettarsi da solo?? Me lo spieghi!!!” Gli urla nell’orecchio uno dei due poliziotti.
” Lui, lui mi ha ammanettato qua!!! ” grido io.

” Dove sono le chiavi bastardo!!” Gli chiede mio padre
” Io non ce l’ho!!! Vi ho detto che l’ho trovato già così!” Si difende sempre più disperato il rumeno
” Guarda sul mazzo di chiavi, le tiene la in mezzo a tutte le altre!!” Esclamo io. E mio padre prende dai pantaloni a terra di Ioan l’enorme mazzo di chiavi e lo passa a uno dei due poliziotti. E guarda caso, in mezzo a tutte quelle chiavi, trova quelle delle manette.

Mio padre con estrema furbizia , la mattina prima che arrivasse Ioan al lavoro, aveva inserito una copia delle chiavi sul grande mazzo che Ioan lascia sempre appeso in spogliatoio. Il poliziotto mi libera , finalmente.
” Come ti spieghi che le chiavi erano nel tuo mazzo????” Gli chiede mio padre.
” Non lo so, davvero…. non lo so, ” risponde Ioan rendendosi conto di essere stato fregato.
” Signor B.

che facciamo? Dica lei. Qua il reato è grave, sequestro di persona, violenza, stupro, sono anni di galera!!!” Dice uno dei poliziotti.
” Potete pure andare, faccio io 4 chiacchiere con sta persona e poi vi faccio sapere. ” così mio padre congeda i due poliziotti, che escono , lasciandoci tutti e tre soli.
” Cosa dici Guerrino, come ci dobbiamo comportare adesso con Ioan?” Mi chiede mio babbo. Guardo Ioan e sembra un cane bastonato.

Ha capito che lo abbiamo fregato, e che se vogliamo rischia grosso.
” Senti papà, io credo che abbia imparato la lezione. Lo vuoi denunciare? Denuncialo. Lo vuoi solo licenziare? Licenzialo. Però che spreco sarebbe. Un così bell’uomo, maschio, bravissimo a scopare. Non si trova tutti i giorni. ” dico guardando la faccia ormai rassegnata di Ioan.
” E quindi che vuoi che faccia? Decidi tu. Lo sai che per me conta più di tutto la tua felicità!!” Mi rincuora mio padre accarezzandomi il culo.

” Facciamo così!!!! Lui continua a lavorare qua, come non fosse successo nulla. Ma ogni tanto, quando ho voglia, me lo porto a casa per farmi scopare!!! Durante l’orario di lavoro ovviamente, come facesse parte delle sue mansioni. E se non viene è come facesse un assenza ingiustificata, quindi ore non pagate. Che ne pensi?” Chiedo a mio papà.
” Per me va bene piccolo mio. E per te Ioan va bene???” Gli chiede
” Certo, per me va benissimo.

Anzi vi ringrazio per non licenziarmi” risponde il rumeno ancora tutto nudo.
” Non devi ringraziare me, ma Guerrino. Su forza, ora vi lascio. Rivestitevi e tornate al lavoro!!” E con una pacca nel culo esce dal magazzino.
” Grazie Guerrino, e scusa per tutto quello che ti ho detto o fatto” mi dice Ioan abbracciandomi.
” Prima di vestirci, finiamo quello che stavamo facendo ok? D’altronde siamo in orario di lavoro giusto?” E dicendo questo mi abbasso e prendo in bocca il cazzo del mio dipendente e lo spompino.

Lo faccio godere, ingoio tutto, mi alzo e gli dico” Ora chi è la puttana di chi???”. Non risponde. Si tocca il petto con la mano. Molto meglio di qualsiasi parola. FINE.

UN INVITO A CENA- IL MERCOLEDÌ

Tornato a casa non faccio altro che pensare all umiliazione subita. Eppure non mi sono fermato, ho continuato a succhiare il dildo fino a che non restasse una sola goccia, una minima traccia del suo sperma. Anche quando lui è uscito, non ho smesso, volevo, desideravo tutta la sua sborra. Sono davvero così troia come dice lui?? Eppure nella mia vita ne ho combinate tante, a volte ho fatto di proposito la troia perché mi piaceva.

Ma non me ne sono mai preoccupato. Lui è riuscito a farmi sentire diverso, una sensazione più reale. Possibile che a 44 anni scopro di essere davvero cosi troia? Vado a letto molto confuso. Mi giro, mi rigiro, ma non riesco a dormire. Guardo il telefonino e sono le due. Lo spengo. Prendo mezzo sonnifero e mi addormento. Alle sette la maledetta sveglia suona. Questa volta la lascio suonare più volte. Poi con calma mi metto seduto sul bordo del letto e guardo il cell.

Ho quasi paura ad accenderlo, ma devo farlo. Mi aspetto un suo messaggio, invece niente. Strano, eppure ero sicurissimo. Mah forse si è stancato o ha capito che non deve rompere di notte. Un po’ mi dispiace, ma perché????? Comunque faccio la doccia, mi vesto, e quando sto per uscire vedo una busta ai piedi della porta. Giuro che rabbrividisco!!! Il solo pensiero che sia un suo messaggio mi spaventa a morte. La prendo in mano, la apro e dentro trovo una foto!!! Riconosco il suo cazzo in primo piano.

Giro la foto e c’è un suo mess scritto
” Notte troia, sono le due e mezza. Come vedi dalla foto sono eccitato e la colpa è tua. Più tardi al lavoro, alle 9. 30 esatte , devi andare nella sala ristoro, troverai un cappuccino ancora caldo con una schiuma speciale. Bevilo tutto. Notte troia!!!”
Non so se sono più preoccupato del fatto che sto coglione è venuto alle due e mezza del mattino davanti alla porta di casa mia, o se qualcuno al lavoro potesse accorgersi del gioco perverso che Ioan aveva partorito stamattina!!!
Agitatissimo corro al lavoro.

Per due ore faccio finta di fare qualcosa , ma in realtà continuo a fissare l’ora. Alle nove e 28 minuti mi alzo e dico a mia sorella che vado a prendere un caffè. Corro verso la sala ristoro, non c’era nessuno. Vedo sopra il tavolo un cappuccino ancora fumante. Cazzo l’ho mancato per poco. Mi avvicino e prendo il bicchiere in mano. Lo osservo bene e noto chiaramente che non è schiuma quella che galleggia , ma una calda, bianca, densa, copiosa sborrata.

Non ci potevo credere!!!! Ioan aveva macchiato un caffè con il suo sperma. Non so cosa fare, se bere tutto o gettarlo via. Ed ecco che mentre ho il bicchiere in mano entra mia sorella
” Sei scappato via, non ho fatto in tempo a dirti di portarmi un orzo!!! Tu che hai preso” mi chiede avvicinandosi alla macchina dei caffè
” Un cappuccino, bello schiumoso!!” Rispondo e inizio a berlo, piano piano, finché finisce.

Uno dei migliori cappuccini della mia vita!!!! In qualche modo è riuscito a farmi fare la troia anche stamattina.
Mentre mia sorella ritorna in ufficio, io devo trovare Ioan. Non so bene perché, lo devo vedere. Faccio il giro per dietro e arrivo al magazzino 3, sicuro di trovarlo la. Ma non c’è. Chiedo in giro, nessuno l’ha visto. Ma come? Nessuno lo ha visto oggi?? Eppure ci deve essere, mi ha preparato il cappuccino.

Ritorno in sala ristoro. Trovo dentro mio padre e altri due collaboratori. Li vedo ridere come pazzi. Chiedo a mio padre se avesse visto Ioan. E lui mi risponde che oggi non viene, che ha telefonato che sta male. E continua a ridere insieme agli altri. A quel punto completamente confuso chiedo cosa avessero tanto da ridere.
” È una scommessa che avevamo fatto con Ioan. Lui dice che tra le donne che lavorano qua ce n’è una in particolare più troia di tutte.

Ma tanto troia. Così tanto da essere sicuro al cento per cento che se avessimo lasciato sul tavolo un caffè pieno di sborra, lei trovandolo se lo sarebbe bevuto!!!!” Mi spiega mio padre
” E allora? Perché ridete? Cosa è successo? Che avete fatto???” Chiedo io con un groppo allo stomaco che quasi mi sento svenire.
” Ma niente, siccome per noi Ioan è sempre il solito esagerato, abbiamo voluto fare una prova, ma così per ridere!!” Continua mio padre.

” E quindi??? Dai sono curioso!!! Raccontami. ” gli dico facendo finta di essere allegramente curioso.
” Insomma alle nove abbiamo preso un caffè espresso dalla macchinetta e a turno tutti e tre siamo andati in bagno e…. si hai capito no..e poi lo abbiamo messo sul tavolo e siamo usciti. Dopo venti minuti siamo tornati e il caffè era sparito. E il bicchiere vuoto è dentro il cestino. Lo abbiamo segnato con una X.

È proprio quello!!!” E indica il bicchiere sul cestino e solo in quel momento mi accorgo della X scritta a penna!!!
” Quindi qualcuna delle ragazze lo ha bevuto? E avete visto chi?” Chiedo terrorizzato
” Macché Dio bono, è stata talmente veloce che non siamo riusciti a vedere nessuna!!! Ma Ioan aveva ragione, c’è una gran troia , e anche schifosa secondo me, perché solo una porca schifosa può fare una cosa del genere!!!” Sentenzia mio padre ancora ridendo.

” Secondo me ce n’è più di una qua dentro!!” Esclamo io. E poi chiedo a mio padre se posso andare a casa perché è tutta la notte che sto male e lui ovviamente acconsente. Esco dagli uffici e fuori c’è un caldo afoso tremendo. Inizio a sudare, mi sento male!!!! Arrivo alla macchina appena in tempo, accendo l’aria condizionata e mi stendo un po’. Sono sotto shock. Non riesco nemmeno a pensare.

Non voglio pensare!!! Squilla il cell. È lui. Accetto la chiamata ma non riesco a parlare.
” Chi è la mia troia????” La sua voce mi mette i brividi. Chiudo la chiamata senza dire nulla. Dentro la macchina mi gira la testa , e una frase rimbomba ovunque: chi è la mia troia?????? Chi è la mia troia???? CHI È LA MIA TROIA??????????.

Il massaggio della nonna

La storia che sto per raccontare è realmente accaduta a me la scorsa estate, per la precisione il 12 Agosto.
Una giornata caldissima in cui a casa arrivò la telefonata di un cugino di mia madre che la avvertì dell’improvvisa morte dello Zio Giacomo, che abitava a quasi 300 km da noi.
Immediata la partenza di mia madre, mio padre ed il nonno per l’ultimo saluto.
La nonna a causa delle sue non perfette condizioni di salute, rimase a casa con me.

Quella mattina mi ero svegliato con un fortissimo mal di schiena che quasi mi impediva di muovermi. La nonna se ne accorse ben presto e mi consigliò di trattare la zona con una pomata apposita.
Mia nonna, 84 anni, robusta, tette grosse, flaccide e con un gran culo… mi aveva sempre fatto fantasticare, ma fino a quel giorno non avevo mai pensato che potesse realmente accadere qualcosa di “bello”. Mi divertivo ad abbracciarla, sentire le sue tette contro il mio corpo.

Mi piaceva sfiorarle il culo fingendo fosse un contatto casuale, ma non avevo mai tentato di andare oltre.
Quel giorno ebbi un lampo di genio per farmi toccare un po’ dalla mia dolce nonnina. Avevo un dolore alla schiena, fortissimo… ma inventai che quel dolore arrivava fin giù alla gamba.
“D’accordo, adesso ci pensa la nonna, mettiti sul letto”
Così feci. Mi tolsi la maglietta e rimasi in pantaloncini.
Dopo qualche istante arrivò la nonna che, spremutasi un po’ di pomata sulle mani, cominciò a massaggiarmi la schiena.

Mi lasciai trasportare da quel dolce massaggio finchè la nonna mi chiese: “allora dov’è che scende il dolore?”
“Qui nonna”, le dissi… toccandomi la coscia e l’interno coscia posteriore. Mi abbassò i pantaloncini e cominciò a massaggiare.
Passarono appena pochi secondi e mi disse “forse è il caso di abbassare gli slip perchè non riesco a massaggiarti per bene”
Probabilmente feci una faccia stranita perchè la nonna poi proseguì “ti vergogni? sai quante volte ti ho lavato da piccolo? lo conosco bene il tuo passerotto sai?”
Sentendo quelle parole il mio pene ebbe un sussulto e lo sentii andare leggermente in erezione.

“Dai forza, non ti vergognerai della tua vecchia nonna? mi giro, ho capito…”
Si girò un attimo e mi abbassai completamente le mutande, prima di rimettermi a pancia in giù sul materasso
“Ma che bel culetto!”, esclamò divertita. “Dai nonna, arrossisco”.
E riprese a massaggiare. Prima il culo, poi la coscia, interno coscia… via così per 3-4 minuti quando forse per sbaglio, finisce troppo all’interno coscia e mi sfiora le palle. Mi lascio sfuggire un gemito di piacere e la nonna mi dice: “ti ho sentito sai… vuoi un massaggio extra?”
“cosa intendi?” le dico ridacchiando.

Mi ripreme con le dita le palle.
A quel punto non aspettai un solo secondo in più. Divertito mi girai su me stesso ed eccoci lì finalmente. La mia nonna con le mani unte di pomata ed il mio pisello, mezzo floscio, pronto a farsi coccolare da lei.
“Però… lo ricordavo più piccolo, complimenti nipotone”.
Vidi la nonna chinarsi, prenderlo in bocca con un veloce movimento di lingua e farmelo diventare durissimo nel giro di un attimo.

“Non penserai di divertirti da solo…” mi disse. Si alzò il vestito che indossava e le due enormi tette vennero fuori all’improvviso. Ero frastornato, non credevo a ciò che stava accadendo… e spinto dalla voglia di vederla completamente nuda le toccai la fica ancora nascosta tra i mutandoni bianchi.
“Fermo, quello è il premio finale”, adesso divertiti un po’ con queste, mi disse indicandosi le tette.
Salì a cavalcioni su di me e mi affondò la faccia tra le enormi tette.

Nel frattempo sentivo il mio pisello sfregare sulle sue mutande. Ansimavo, stavo godendo da morire… avevo paura di venire già così dopo poco tempo, la nonna forse lo capì, si fermò un attimo, smise di cavalcarmi e mi disse guardando il pene: “come pulsa… è presto per venire, ti rimassaggio la schiena”.
Sperava che il mio pisello si calmasse, ma averla lì mezza nuda e sapendo qual’era il premio finale… i miei 16 cm continuavano a svettare.

Non mi rigirai per farmi massaggiare la schiena. Rimasi lì, fermo… col pisello in tiro. La nonna con le mani unte iniziò a massaggiarmi prima le palle e poi l’intera asta. Ansimavo, ero felice, sarei venuto volentieri… ma facevo di tutto per distrarmi e per far durare il più a lungo possibile quei momenti.
Con gli occhi chiusi, completamente rilassato, lasciai che la nonna facesse del mio pisello qualsiasi cosa. Mi massaggiava il prepuzio dolcemente, poi scendeva lungo l’asta, poi ancora il prepuzio, il mio punto più sensibile, le palle… fino a quando cominciai a sentire una sensazione di caldo.

Riaprii gli occhi e la nonna si era seduta sopra il mio cazzo.
Accarezzandomi mi sussurrò: “è l’ora del premio, stai per esplodere”
Abbassai lo sguardo, fissai i suoi mutandoni ed in maniera sensuale se li calò. Eccola la sua fica, bella cicciotella.
Cominciò a muoverla sul mio pene, avanti e indietro, avanti e indietro…non ce la feci più. Sborrai copiosamente. 5-6 schizzi che finirono sul mio ventre.
La nonna un po’ affranta mi disse che le sarebbe piaciuto avere tutto quel ben di dio dentro di sè, ma per quella volta ormai era andata così.

Si rivestì ed uscì dalla camera dicendomi “quando vuoi un massaggio, basta chiederlo”.

Le mie storie (56)

Domenica mattina. La serata del sabato è andata via in maniera molto divertente. Sono uscita con le mie amiche, quelle di scuola, quelli che anche se non le vedi per mesi, anni, sono sempre le stesse, come se le avessi viste il giorno prima. La serata al ristorante è stata piacevole, ognuna di noi ha raccontato un po’ di quest’ultimo periodo, dei propri problemi, delle proprie gioie. Eravamo sei, tre di noi “sole” (una separata), le altre tre felicemente o quasi, sposate.

Mi hanno fatto i complimenti, mi hanno vista con una luce diversa, anche l’abbigliamento, si sono sorprese che sotto il giubbotto avessi un maglione piuttosto scollato con i seni in bella vista. Quando è toccata a me, anche se in maniera piuttosto generica, ho raccontato loro che il merito è anche un po’ di questa nuova frequentazione. A proposito di Davide, quando sono tornata a casa mi ha dato la buonanotte in maniera molto tenera.

Certe volte mi preoccupo che sia innamorato della sottoscritta, per fortuna poi, dopo un po’ di romanticismo, ritorna ad essere il monello di vent’anni che pensa sempre alla stessa cosa.
Così domenica mattina mi sveglio verso le nove e dopo aver fatto gli auguri a mio padre, (per la festa del papà) facendogli arrivare dal bar una sontuosa colazione a casa, l’ho fatta mandare anche alla sottoscritta (abitiamo nello stesso palazzo). Quando suona il campanello di casa mi rendo conto, all’improvviso, di essere praticamente nuda vestita solo con una canottiera bianca senza niente sotto.

Indosso velocemente la vestaglia e vado ad aprire dopo averla chiusa appena in tempo. Ringrazio il ragazzo e lo saluto. Mi siedo sul divano in maniera piuttosto sguaiata, apro il pacchetto ed incomincio ad addentare un mini cornetto, mentre mastico felice appoggio le labbra sulla cioccolata calda, che incredibilmente è alla temperatura perfetta. Faccio un sorso, sono in estasi da dolci, ma in quel momento suona di nuovo la porta di casa. Non ho idea di chi possa essere, mio padre no perché starà mangiando come me, mia mamma gli starà facendo compagnia, guardo l’orologio che non sono neanche le dieci.

Insulto mentalmente colui che si nasconde dietro la porta, che dopo il mio silenzio prolungato bussa di nuovo. Arrabbiata come non mai, mi alzo ed arrivata all’uscio chiedo chi sia, pronta a mandarlo a quel paese. “Sono Davide” mi risponde dall’altra parte. Mi fermo, sono in condizioni a dir poco pietose, con i capelli arruffati, una vestaglia di venti anni fa, un paio di ciabatte vecchi e sotto praticamente niente (per fortuna ho lavato i denti, cosa che faccio ogni giorno appena mi alzo, qualsiasi cosa succeda).

Non mi rendo neanche conto di avere i baffi di cioccolata e apro. Mi giro a sinistra dove ho lo specchio e mi rendo conto che sto per fare la più grande figuraccia della mia vita. Lui entra mi guarda e comincia a piegarsi in due dalle risate. Corro a prendere un tovagliolo per pulirmi la bocca, lo mando a quel paese e gli chiedo cosa ci faccia a casa mia di domenica mattina.

Lui fintamente risentito fa per uscire, quando io gli dico di non fare lo stupido e tornare dentro. Si toglie la giacca e mostra una busta con altri cornetti, quelli che piacciono a me. Io gli faccio vedere che sul tavolino del salone stavo vergognosamente già facendo un’abbondante colazione, che naturalmente mi offro di dividere con lui. Si siede, io vado a preparare due caffè (con la macchinetta del nespresso ci vogliono un paio di minuti al massimo), quando torno vedo che si è buttato sulla graffe.

Gli sorrido ed istintivamente gli faccio una carezza per scusarmi e ringraziarlo per il gesto. Mi siedo sul bracciolo del divano mentre lui più comodamente continua a fare colazione. Poi mentre sto mangiando uno dei suoi cornetti, lui mi tira in braccio a se per abbracciarmi. Mi cinge con le braccia e mi dice che si era svegliato con la voglia di vedermi; mentre mi parla all’orecchio mi rendo conto che la mia vestaglia è mezza aperta così certo di stringerla di più in vita.

Lui allunga la mano in mezzo alle mie cosce e risale su fino a rendersi conto che sono senza mutande. Mi sussurra che è sorpreso e poi mi infila un dito dentro. Io vorrei digli qualcosa ma sono già bagnata quantomai eccitata. La vestaglia si apre completamente, lui continua a baciarmi e masturbarmi insieme; mentre entra ed esce da me con le sue dita, io struscio il mio sedere sul suo pantalone, poi mentre il suo movimento è delicato, all’improvviso diventa più veloce, infila un terzo dito dentro che mi fa godere.

Io lo bacio per ringraziarlo poi mi sposto e con una mano gli apro il pantalone. Quando tiro giù la cerniera, il suo uccello è già fuori dal boxer; io scivolo giù ai piedi del divano ed in ginocchio comincio a prenderlo in bocca. Lui accompagni i miei movimenti spingendomi la testa in basso con una mano, io arrivo fino in fondo nonostante il suo uccello sia davvero bello grosso e duro. Piano piano sento la sua cappella bagnarsi sempre di più, i suoi gemiti farsi sempre più frequenti, fino a quando mi esplode letteralmente in bocca all’improvviso, tanto che sono costretta a sputarlo fuori vista la grande quantità.

Cerco di ricompormi alla bene e meglio, poi dopo essermi pulita la bocca, mi siedo su di lui e continuiamo la colazione. Lui è con i pantaloni aperti, l’uccello di nuovo nella mutanda; io sono mezza nuda visto che la vestaglia non c’è più, finita in mezzo al salone. Non c’è che dire, abbiamo un’attrazione fisica notevole, basta uno sguardo che shitta tutto. Non so perché ma mi sento assolutamente mio agio anche svestita così.

Dopo aver spazzolato tutto ma proprio tutto, mi alzo per andare a portare tazzine e bicchieri in cucina, quando torno mi siedo in braccio a lui con le gambe lungo il divano ed incominciamo a baciarci. Le sue mani vanno dappertutto, sembra averne 4 piuttosto che 2; le sento tra le cosce, sopra i seni, dietro il culo. Poi mi toglie la canottiera ed incomincia a succhiarmi il capezzolo sinistro. Di nuovo con le sue dita è dentro di me, le bagna sempre di più, poi ad 1 certo punto mette la mano nel suo boxer, sento che fa qualcosa, poi mi solleva 1 attimo e diretto me lo mette nel culo.

È 1 attimo, questa volta non ha chiesto neanche il permesso, lo ha fatto e basta. Comincia a muoversi dentro e fuori di me alternando il suo uccello nel culo e le sue dita nella micia. Per un po’ riesco a tenere le gambe alzate, poi la stanchezza e l’eccitazione me le fanno poggiare di lato. Siamo lungo il divano, lui continua imperterrito a spingere dietro, io godo sempre di più fino ad avere l’ennesimo orgasmo.

Affanno, affanno ancora, lui mi gira mi stende, mette il suo uccello fra le tettone e comincia a strofinarlo. Mentre vedo al suo uccello uscire dalle mie tettone, mi sembra di stare girando 1 film porno. Ripenso inevitabilmente all’estate scorsa, penso alla fantasia di questo giovane ventenne, poi mi viene addosso ancora 1 volta, ed io ancora 1 volta sono contenta di averlo fatto felice…. Finché dura!.

la figlia dell';harem

Sono sempre appartenuta a mio padre.
L’ho conosciuto quando avevo circa sette anni. Mia madre, che credo ne avesse circa 19, quella sera mi lavò e profumò e mi portò con lei nel letto enorme di mio padre.
Mi faceva una certa impressione con quella barba scura, gli occhi grandi e chiari, le spade scintillanti appese al balbacchino e quel battacchio fra le gambe.
Mi trovai fra mille cuscini ricoperta di attenzioni di mia madre e ai baci di quell’uomo che mi pareva un gigante.

Mi carezzò e baciò a lungo ovunque ma poi si concentrò fra le mie cosce e mi pare di ricordare che mi addormentai rilassata dalla sua bocca che dolcemente coccolava la mia piccola vulva.
Da allora quasi tutte le notti rimanevo nel lettone. Quasi perchè quando era la notte della preferita,
o meglio della prima moglie, la moglie sposata per “politica” anni fa, ormai avanti con gli anni ma ancora una donna di grande bellezza, nessuna donna ragazzo o bimba divideva il letto con loro.

Mi piaceva il grande letto dove spesso vi era mia madre altre donne.
Mio padre, prima di dormire, trovava sempre la voglia di infilare la sua testa fra le mie piccole cosce che aprivo a lui con piacere, e aspettavo queste coccole per addormentarmi come le bimbe aspettano la storia della buona notte.
Guardavo con interesse quello che facevano nel letto attorno a me. E mi piaceva vedere il grande battacchio che mio padre aveva fra e sue cosce, così diverso da mè, sparire nelle pancie o nelle bocche delle frequentatrici del lettone.

Mi piaceva infilarmi fra i corpi nudi e avevo l’autorizzazione di baciare, toccare o mordere dove volevo. Una ragazza mi iniziò all’arte di usare la mia bocca sulla sua vulva e capii come questa cosa provocasse grande piacere anche alle altre fanciulle o donne assai di più di quanto ne ricevessi io da miompadre. Divenni presto molto richiesta a questa incombenza. Le donne, riconoscenti dei miei servizi, mi assicuravano che avrei goduto molto di più dei favovi di mio padre fra pochi anni quancdo il mio corpo sarebbe diventato maturo per questo piacere.

Ma aprire le cosce alla bocca di mio padre era già per me una piacevolissima cosa..
Mi piaceva molto consolare le fanciulle che venivano frustate e carezzare con unguenti le loro natiche e la schieva rigata dalla frusta. A volte ero io stessa a chiedere a mio padre di frustarne una per poi poterla avere nel letto da consolare e carezzare. Alla fine la fanciulla finiva per dimenticare il dolore della frusta sotto la mia bocca che si attaccava come una sanguissuga alla sua vulva.

Fui poi iniziata a tenere la testa fra le cosce di mio padre.
Poi mio padre mi volle vicino mentre infilava con foga il battacchio nella gola di una donna. Appena uscì dalla sua bocca miordinò di baciare la donna nella bocca. Baciare in bocca le ragazze non era cosa nuova per me e obbedii immediatamente. Mi ritrovai a dividere con la donna lo sperma che le riempiva la bocca. Mi ritrassi mentre lui rideva e mi spingeva la testa verso quella bocca piena che mi aspettava aperta…
Sapevo che riutarsi di obbedire significava finire nella sala attigua, con le braccia aperte legate a due colonne e una vecchia dal corpo devastato dalla frusta che si dilettava a lasciarti simmetrici segni sulle natiche.

Divisi lo sperma con la donna. E subito dopo mi inginocchiai davanti a lui come aveva fatto prima la donna e aprii la bocca per ricevere il suo membro.
Rise e mi infilò la punta ma evitò di spingere come era solito fare con le altre.
Venne delicatamente nella mia bocca che poi chiuse con la grande mano obbligandomi ad ingoiare.
Da quella sera quasi ogni giorno si serviva della mia bocca ma sempre con una certa delicatezza.

Date le mie dimensioni di bimba di sette otto anni non avrei neppure potuto ricevere in gola il membro per intero. Così lo sbatteva con forza nella gola di una delle sue donne e poi si scaricava nella mia piccola bocca aperta allo spasimo. Quindi obbligava la donna a dividere con me la sua delizia pretendendo lunghi baci.
Ma dopo qualche tempo iniziò a pretendere di più da me.
Se la bocca non era fisicamente in grado di ricevere per intero il suo membro e la mia vulva era ancora immatura per essere aperta, restavo una sola alternativa per possedermi totalmente.

Avevo spesso assistito alla sodomizzazione di donne, fanciulle e ragazzini e sapevo che spesso questi non solo non ne traevano piacere ma anche lo subivano con evidente dolore.
In particolare era molto doloroso per quei ragazzetti che gli venivano donati e che sverginava con passione violenta tenuti fermi dalle donne rovesciati sul ventre su un cavalletto che posizionava il sedere del fanciullo alla giusta altezza dell membro eretto dei mio padre.
Ma a me, sua figlia, non sarebbe toccato di essere presa senza la dovuta preparazione.

Fu così che ogni giorno, su sue istruzioni, una donna si dedicava a preparare il mio sederino di bimba al suo destino.
Mi stendevo a bocconi sulle sue ginocchia e lei mi ungeva il buchetto e lo titillava a lungo.
Contemporaneamente mi titillava la fighetta per rendere più piacevole l’operazione.
Infilava poi un dito nel buchetto e lo lavorava a lungo. Aveva una sincera passione per questo lavoro che la portava spesso all’orgasmo.

La seduta durava molto tempo e finiva con infilarmi un piccolo cilindretto ben lubrificato nel culetto. Cilindretto che fissava con delle strisce di cuioi ai miei fianchi.
Mio padre, vedendendomi cinta così, mi copriva di attenzioni e coccole e mi assicurava che mi avrebbe presto potuta godere totalmente facendo di me la sua favorita.
Mi coprì di gioielli, collane braccialetti, catenelle attorno alla vita.
Mi fece forare i lobi delle orecchie per inserire grandi orecchini.

Poi mi fece forare l’ombelico per ornarlo di perle. Infine, in sua presenza, mi forarono i capezzolini che spuntavano su minuscole montagnette dure, per inserirci alri gioielli.
Giravo per l’harem suscitando l’invidia di tutte le schiave e le concubine esibendo con orgoglio i ricchi ornamenti.
E puntualmente mi sottoponevo alle cure della mia istruttrice. Ogni giorno veniva cambiato il cilindro che mi allargava il culetto, mentre quello del giorno prima veniva consegnato a lui a dimostrazione dei miei progressi.

Nel giro di un mese la mia istruttrice riuscì ad infilarmi nel culetto un cilindro delle dimensioni di un pene, anche se nettamente inferiori a quello che mi aspettava.
Naturalmente durante questo periodo di apprendistato non ero affatto esentata dal servire con la bocca il mio padre padrone. A volte lo soddisfavo da sola senza l’aiuto di altre bocche, adoperandomi con le mani a contenere la foga dell’assalto e quindi ricevendo solo in piccola parte il membro.

Ma la mia lingua e le mie labbra lavoravano veloci e con sapienza portandolo sempre ad eiacularmi in gola. Dargli grande soddisfazione era per mè un orgoglio. Così fui io a chiedergli di essere presa nel culetto la prima vota davanti a tutte le sue donne.
E così fù.
Diede una grande festa per l’occasione. Ci furono cene e danze, combattimenti fra guerrieri, corse di cavalli. La festa durò tutto il giorno e quando calò la sera diede inzio alla cerimonia.

L’evento si sarebbe tenuto nel giardino. Alle colonne laterali furono legate 10 donne e 2 fanciulli.
Nude e legate con il ventre alla colonna in modo da esporre i culi. In mezzo al giardino il cavalletto, ricoperto di coperte di morbida lana, era pronto per me.
Venni portata scortata da quattro donne velate che mi spogliaroo completamente e posizionarono sul cavalletto, legandomi sopra di questo a gambe e braccia aperte ma col culetto sporgente.

Per questo erano stati ricavati del poggiapiedi sulle gambe del cavalletto che mi permettevano di restare comodamente nella posizione.
Lui entrò coi vestiti più belli e infierì personalmente sui culi esposti per provocarsi la migliore erezione.
Mentre si dedicava a segnare natiche e schiene delle schiave e dei ragazzetti, la mia istruttrice provvedeva a ungermi sia esternamente che in profondità. Prima di allontanarsi mi inocoraggiò
con un “ora sei pronta a divenire la favorita dell’harem”
dalla mia posizione non vedevo altro che le gambe delle donne presenti, ma infine davanti ai miei occhi mio padre presentò il suo membro in piena erezione.

Frustare lo aveva eccitato per bene e ora io lo avrei soddisfatto pienamente.
Lo senti posizionarsi dietro e puntare sul mio buchetto semiaperto dall’unguento il suo membro.
Il cuore mi batteva all’impazzata. Il mio culetto era ormai per lui. Sarei stata sua pienamente. Gli avrei dato tutto il piacere possibile a qualunque costo.
E lui non fù violento come era solito nello sverginare le schiave. Entrò in mè con dolcezza allargandomi e ritirandosi più e più volte.

Ero ormai abituata alle dita della mia istruttrice e al cilindretto di legno che lei muoveva in me ma sentivo questo intruso farsi largo con una dimensione che mi pareva assurda. Iniziai a piangere per il dolore ma anche a gridare “si si siii sii” come mi aveva suggerito di fare l’istruttrice.
Lo sentii entrare ancora più a fondo e mi sembrava di essere spaccata a metà. Sentivo gridare le donne che lo incitavano a spaccarmi.

Mio padre si agitava ormai furiosamente dentro di mè nel mio corpiccino che però ora era in grado di riceverlo. Scoppiò un getto che mi sembrò invadermi ino alla gola e persi i sensi.
Da allora sono la figlia favorita, la moglie favorita, ma sopratutto il suo culo favovorito.

IL BAGNO DELL';INNOCENTE RAGAZZA

Scesi nel fiume, come ogni domenica. Dopo la messa delle sette e mezza. Prima del pranzo. Aveva cucinato anche quella domenica di settembre, la domenica prima della festa di San Sebastiano, la festa grande nel mio paese, tutte le cose che mi piacevano: il prosciutto crudo tagliato fine fine, il formaggio molle, i cullurgiones (ravioli di patate), e il pollo ripieno e per finire carne di pecora col sugo, c’era anche l’agnello arrosto ma di quella carne io non ne mangiavo mai.

Si raccomandò mia mamma, come sempre.
Mi sembra ancora di sentirla, con la sua voce ferma, non tremante, autoritaria, matriarcale:

“Mi che nessuno ti segua Laura”

“Guarda che mi hanno detto che Mario, il figlio del barbiere è uno che si nasconde tra le canne”

“e lasciati la sottoveste per farti il bagno”
“e non toglierti le mutande”

io ascoltavo senza udire le parole che si facevano sempre più lontane e che conoscevo a memoria.

Non mi piaceva fare il bagno nella bacinella grande, dove a turno, tutti dal più piccolo al più grande si immergevano nella stessa acqua.

E Io non ero la più piccola.

Avevo 18 anni ormai, ed ero diventata esigente, inoltre provavo ribrezzo lavarmi in quell’acqua che diventava nera come il mosto, succo dell”uva nera che pigiavo coi miei piedi.

Era più fredda l’acqua del fiume, ma era limpida, trasparente, mi faceva sentire bene.

Il fiume scendeva dalla montagna grande, e anche a settembre ancora, se pur lentamente scorreva, e in quel tratto formava piccoli laghetti, ce n’erano tre,

il primo era quasi nella strada che portava alla casa cantoniera, il secondo era vicino all’ovile del babbo del postino, il terzo, il mio laghetto, era dietro una piccola collina, dove le querce e le canne facevano da barriera naturale contro il vento e impedivano agli occhi dei passanti di vedere con facilità

La domenica tutti avevano impegni.

Chi andava a messa alle 9. 30, perché Don Dino, diventava più bravo a raccontare, a fare la predica, e non era cosi noioso come alla messa delle 7. 30, i più maliziosi dicevano a voce bassa, che il canonau gli metteva le parole buone nella lingua.

Altri ancora si tagliavano i capelli, chi si sistemava le scarpe con lo strutto di maiale, e chi andava nella bettole di signora Virginia a giocare a carte e ad abituare allo stomaco al vino che sarebbe scivolato meglio durante il pranzo della domenica.

I più piccoli giocavano con le ruote fatte di canna, o con pallone fatto di stracci.

Era la quarta volta che mi lavavo nel laghetto del fiume e non più a casa. Quella domenica era diversa dalle altre, mi erano appena passate le mestruazioni, e avevo necessita di purificare la mia pelle. Volevo lavare ogni millimetro del mio corpo. Volevo bere quell’acqua mentre la corrente mi accarezzava i seni.

Arrivai al fiume, avevo portato il cambio, avevo con me il vestito buono della domenica, le scarpe in vernice, le mutande di pizzo, un asciugamano grande il pettine, e un po’ di sapone.

Avevo messo tutto nella bacinella piccola, quella di lamiera, che usavo per fare il bucato.
Sistemai la bacinella nella pietra in alto, dove il ramo di un castagno sfiorava con le fronde la roccia. Tutt’attorno solo il volare delle ultime rondini accompagnate dai loro piccoli, pronte a migrare chissà dove.

Sarei voluta andare con loro. Lontano. Verso l’ignoto. Tolsi dalla bacinella i vestiti da indossare e iniziai a spogliarmi.
La gonna dalle grandi rose rosse, la maglietta di cotone gialla.

Pensai un istante alle raccomandazioni di mia madre, ma tolsi via anche la sottoveste, che era capace di nascondere le trasparenze ma non le voglie del mio giovane corpo.
Tolsi via anche il reggiseno e le mutande, macchiate leggermente di sangue e di umori.

Dopo avrei lavato tutto, e l’indomani per sette giorni sarebbero stati nuovamente i miei vestiti.

Rimasi nuda. Mi abbracciai, in un gesto di timidezza, nascondendomi i seni.

Poi urlai
“evvaaaaiiiiii”

Mi buttai dalla roccia bassa nel laghetto. A bomba come dicono i miei cugini, Tenendomi le gambe su con le mani e chiudendo forte forte gli occhi.

Senti il mio corpo invaso dalla fredda acqua del fiume.

Un senso di pulito mi accolse. E spruzzi di acqua investirono un raggio di tre metri.

Iniziai a lavarmi, insaponai prima i miei capelli, i mei seni , la mia pelosa femminilità, cercai di fare altrettanto con la schiena, senza poche difficoltà, le gambe, i piedi, tutto. Era meraviglioso. Mi immersi nell’acqua, e nuotai, qualche bracciata coi piedi rigorosamente sul fondo, non sapevo nuotare, avevo paura di non toccare, anche se la, ero certa, non c’erano buche.

Ora il mio corpo era completamente pulito. Profumato. Sarei rimasta ore a fare il bagno nuda. Ma sapevo che il tempo era trascorso molto più velocemente di quanto percepissi.

Il mio corpo era bello. Ero alta un metro e sessanta, i miei capelli erano neri come il corvo, e i miei occhi marroni, come le castagne. I miei occhi erano grandi ed espressivi, parlavano a guardarli. Avevo una quarta abbondante, e quei seni ancora sarebbero cresciuti.

Ma non tanto. Avevo labbra morbide e carnose.

Ma quella bocca l’avevo usata soltanto per mangiare e per bere.

Anche se avevo desiderato tante volte baciare. E di fare altre cose. Quelle che la mamma faceva al babbo.

Che ero bella me lo aveva detto Massimo, il figlio del muratore. Aveva 20 anni ed era forte. Non che mi interessassi di lui, ma quel complimento che mi aveva fatto il giorno della Assunta, il 15 agosto, in piazzetta, mi aveva scosso.

Non che non me lo avesse detto altra gente che ero bella, ma quando me lo aveva detto lui mi aveva fatto un altro effetto.
Stavo per uscire dall’acqua. Non avrei voluto. Ma sembrava di sentire in lontananza la voce di mia madre:

“Laaauraaaa”

“Laaaauraaa”

Era giunto il tempo di indossare gli abiti della domenica. Anche perché dopo pranzo dovevamo andare in piazza che c’erano le prove della banda musicale per la domenica successiva e non mi dispiaceva mostrarmi bella.

Decisa ad uscire dall’acqua, mi accorsi che gli occhi mi bruciavano avevo sapone. ed ero costretta a tenerli quasi chiusi.

Misi un piede nella pietra, quella bassa da cui mi ero tuffata, avevo il sole di fronte, gli occhi socchiusi, fui colta dall’incertezza, che lasciò subito spazio alla realtà più scioccante.
C’era Massimo di fronte a me.
Mi aveva seguita.
Sbirciata.
Guardata.
Ora era la.

Di fronte a me. Aveva i calzoni calati e le mutande scese. Con una mano si toccava il pene con un movimento sempre uguale.

Mi disse guardandomi con un sorriso mai visto:

“Laura, le altre tre volte mi sono fatto una sega, ma oggi no”

Non capivo, urlai:

“vattene che ci vedono”

“mio padre ci ammazza”

Continuavo a restare cosi, immobile, sospesa in quella posizione di sali o non sali.

Lui avvicinò il suo cazzo alla mia bocca e mi disse:

“succhialo”

Non sapevo come si faceva. Non lo avevo mai fatto. Non volevo farlo, o forse si. Ero confusa. Sapevo che a mio padre piaceva fare quella cosa, e che anche a mia madre non dispiaceva. Io dalla mia camera lo sentivo, anche se parlavano
piano, che mio padre diceva a mia madre “succhiamelo e toccati”, e dopo qualche istante lui urlava di piacere e che anche lei mugolava.

Avevo sentito che facevano quella cosa, cosi non nascevano più bambini.

Cosi, mi misi il suo pene in bocca.
Succhiai, leccai, e succhiai ancora, un lembo di pelle andava su e giù scoprendo la cappella, che leccavo goffamente e avidamente.
Provai a sfiorarmi, a frugarmi, ma pensai che Gesu non volesse. Tolsi la mano, ma solo per un istante. Era doppio il piacere, quello che provavo in bocca.

E quello che provavo in mezzo alle gambe.

Mi prese un conato di vomito, quando senti in gola quel liquido che sembrava caglio. Un po’ lo ingoiai, altro lo sputai. Mi lavai la bocca, una, due, tre volte. Nel mentre Massimo si era già rivestito ed era scomparso.

Io nuda, infreddolita e non più innocente.

Mi vesti, pensando, che era stato bello. Che avrei dovuto provarlo di nuovo.

Che forse mi sarei sposata con Massimo.

MIA SORELLA

L’inverno era trascorso come tutti gli altri, quelli che riuscivo a ricordarmi almeno. Aveva nevicato sei volte quell’anno, e la legna era quasi terminata del tutto. A bruciare erano i ceppi della vigna che mio babbo aveva tolto l’anno prima. Il profumo di quella legna che bruciava lentamente, si spandeva per tutto il mio paesino, arrampicato nella montagna, a vederlo dal fondo della valle il mio paese sembrava quasi scivolasse, come facevamo io e mia sorella sulla neve bianca e candida.

Ormai i caminetti non sbuffavano più, a differenza di mio nonno che non smetteva di bestemmiare, bestemmiava per tutto lui, perché non riusciva a farsi per bene le sigarette, non aveva abbastanza saliva per inumidire la cartina, e bestemmiava, parlava male di Dio anche quando una mosca dopo l’altra si posava sul suo braccio o sulla sua faccia e non riusciva a colpirla con la trappola
mortale per insetti che aveva costruito e con orgoglio mostrava a tutti i suoi amici.

Un vecchio giornale, L’unione Sarda, arrotolato, che roteava per scacciare o ammazzare centinaia di mosche al giorno.

Era arrivata ormai la primavera, e il fiume, quello grande, scorreva impetuoso, sembrava avesse fretta di gettarsi nel mare, che i miei occhi riuscivano a scrutare in lontananza, ma solo dalla statua all’ingresso del paese. Era alta la Pasqua quell’anno, e c’erano le vacanze, le scuole magistrali mi piacevano e quello era l’ultimo anno, la quarta, poi avrei dovuto fare l’anno integrativo, oppure partecipare a qualche concorso, che le mastre già stanno bene, diceva mia mamma “sono delle signore e sono rispettate”.

Mia sorella andava all’università, studiava lettere, a Cagliari, e sarebbe arrivata l’indomani. Con la corriera, che impiegava sei ore ad arrivare in paese.

Mia sorella, si lamentava sempre di quei viaggi, diceva che era meglio zappare la vigna che fare quel viaggio, non tanto per i chilometri, diceva, quanto per le persone che trasportava quel mezzo.

Aveva ragione, ero andata a prenderla in piazza, il giorno dopo, e all’arrivo della corriera settimanale, ad aspettare c’era più gente che il giorno dell’incontro di Nostra Signora con Cristo Risorto.

Guardai le persone che scesero dopo l’apertura delle porte, vomitò tanta di
quella gente da far paura, persone spettinate, vestite con abiti leggeri, cappotti invernali, c’era chi aveva pacchi grandissimi, chi portava del pesce che già puzzava, o chi non si era lavato i piedi da settimane.

Uno aveva delle galline e un altro signore portava un bottiglione di vino da 5 litri, che sollevò come un trofeo alla vista del suo amico di bevute.

Mia sorella scese quasi per ultima, con fare di chi ha subito quasi una violenza. Aveva il viso paonazzo e l’aria schifata.
Mi accolse con un abbraccio e con una frase: “questi sono a****li, non uomini” Erano gli anni settanta, e mia sorella era considerata un’anticonformista, idee tutte sue, strane e pericolose diceva mio padre, “questo studio le sta facendo male” , “dovrebbe essere più intelligente, invece sta diventando sempre peggio”.

Mia mamma, zittiva mio padre, portando un dito al naso, e aggiungendo “muto tu, che sei un comunista e che non hai neppure battezzato Laura e Antioca”

Andammo con la sua valigia nera, quasi in processione verso casa, raccontandoci del tempo che fa, di quanto stava crescendo Cagliari, delle cose nuove che la città portava, e di quanto in paese fosse tutto sempre uguale.

Mio padre era in campagna, doveva vedere i germogli della vigna, era quasi un rito per lui, una scaramanzia vera e propria, accarezzava qua e la le gemme che spuntavano dalle pertiche, raccomandando e pregando di dare molto frutto. Mia mamma invece lavorava a ore dalla moglie del medico condotto, era il
giovedì Santo e doveva stirare le camice a tutti i maschi di quella nobile casa. Laura era davvero esausta, e mi disse che voleva fare il bagno.

Io ci avevo già pensato a quella richiesta, e avevo messo l’acqua a riscaldare, nel fuoco acceso, che non serviva più per riscaldare le nostre mani ma solo per bollire l’acqua.

Vidi Laura, sfilarsi i vestiti e rimanere nuda, mi somigliava molto, anche se lei aveva i capelli corti, ma era molto più pelosa di me, non voleva togliersi quei peli, diceva, le sue idee politiche non le capivo, soprattutto se avevano a che fare con il suo ordine e la sua bellezza.

Io si, me li toglievo, mi piaceva la pelle liscia, e priva di peluria.

Aveva due seni grandi, una quinta, almeno. Il suo sedere era bianco bianco e il ciuffo peloso davanti era biondo, come il mio.
Si mise dentro la vasca aspettando l’acqua tiepida. che senza esitare versai addosso al suo corpo nudo e stanco.
Una brocca dopo l’altra veniva versata, sui capelli, sulla schiena di Laura, restai un istante a guardarla, dopo aver versato altri 5 litri, era distesa, le gambe leggermente divaricate, aveva gli occhi socchiusi.

I peli del pube ondeggiavano biondi a causa del movimento dell’acqua appena versata.
Si accorse che la guardavo, e apri gli occhi mi guardò dritta negli occhi. Imbarazzata, voltai le spalle, ma mi chiamò: “Antioca!”
“Vieni qui per favore?”
Cambiando quasi voce. Poggiai la brocca sul tavolo, mi asciugai le mani e la raggiunsi. Mi disse: “ma secondo te questo è un neo benigno o maligno?”, era all’interno della coscia destra.

Divaricò le gambe, la peluria biondastra aveva lasciato intravedere il rosa della sua femminilità.

Sollevò leggermente il sedere, girandosi su un fianco verso di me. Mi prese un dito con la sua mano, e mi fece sfiorare tre volte quel piccolo bozzo nero.

“allora”? mi chiese “secondo te?”, è maligno o benigno?”

“Dai non è nulla”, ribattei, cercando imbarazzata di ritrarre la mano.

Lei la strinse, ancora di più e accostò il mio dito nella sua fessura.
Tenendomi il dito, con la sua mano stretta a pugno, aprendo ancora di più le gambe.

“Laura ma cosa stai facendo?”, dissi in un momento di sconcerto totale,

“lasciami fare”, rispose, chiudendo gli occhi e facendo entrare il mio dito dentro di lei.

Ero piegata in una posizione scomoda, guardavo il corpo di mia sorella, parzialmente sommerso dall’acqua che sbuffava di vapore acqueo, e il mio dito quasi completamente nascosto dentro di lei. Sentimmo Napoleone abbaiare, mio padre stava arrivando, proprio nel momento in cui mia sorella si contorceva per un orgasmo fortissimo.

Guardavo il mio dito, ormai fuori di lei, era sporco, impuro, e la mia anima infettata dai desideri irrefrenabili di mia sorella.
Dissi a Laura, dopo aver lavato accuratamente il dito, strumento di piacere per mia sorella, voltandole le spalle, “ora vestiti che deve farsi il bagno babbo”.

gli zii

La casa delle vacanze era di un cugino di mio padre che ci ospitava da anni il mese di agosto. Era un uomo alquanto massiccio che esercitava su di me un fascino intenso. Di recente questi era diventato mio zio, sposando la sorella più piccola di mia madre e quell’estate eravamo tutti li…Il primo pomeriggio nelle ore di caldana consacrate al riposino, ero solito spiare la mamma e la zia che parlavano fra loro mentre riordinavano la cucina.

Le osservavo dalla serratura della camera. coperte solo di una vestaglietta che lasciava sfuggire pezzi importanti del seno prominente di mia madre mentre la zia, dal fisico più asciutto, esibiva più che altro natiche alte e sode che si intravedevano ogni qual volta si piegava in avanti lasciando, a volte, intravvedere del pelo nero fra le cosce. Questa attività mi eccitava molto e quasi sempre finivo con masturbarmi.
Quel giorno le sorelle scherzavano di sesso; mia madre stuzzicava la sorella a raccontare qualcosa delle sue esperienze con lo zio.

Sentivo che chiedeva notizie sulle dimensioni e la zia prese una zucchina dal cesto delle verdure e la sventolò con sorpresa di mamma. Mi posizionai meglio per ascoltare. La zia lamentava che non gradiva molto essere presa con un membro di tali dimensioni e la mamma esprimeva invece invidia. Zia disse che si rifiutava categoricamente di riceve tale scettro sia nella bocca che nel sedere nonostante le continue richieste dello zio che rimaneva molto contrariato dal suo rifiuto.

Da parte sua mamma le consigliò di non essere così rigida se voleva armonia in casa. ” A volte i matrimoni si rompono proprio per simili cose,la pace in famiglia val bene una zucchina in culo!” concluse senza eleganza. Ma la zia rispose che mai avrebbe fatto simili cose da vera troia!
La scenetta mi aveva messo un forte agitazione tale da farmi tremare.

Poco dopo, addormentate le donne, decisi che era il momento che aspettavo da tempo.

Raggiunsi lo zio che sonnecchiava all’ombra di un albero e gli salii sulle ginocchia accoccolandomi sul suo membro trattenuto a stento dai calzoncini da bagno.
Ero allora magro e praticamente senza peli e anche un po gracilino.
Lo zio istintivamente mi passò la mano fra i capelli accarezzandomi.
“zio, vedrai che io farò per te quelle cose che la zia non vuole fare” sussurrai.
lui mi disse “di che parli?” e io gli spiegai che avevo sentito la zia raccontare a mamma le sue pretese e che io non mi sarei mai rifiutato di farlo contento.

“Non c’è bisogno che lasci la zia, quelle cose da troia le potrai fare con me Zio”.
Non rispose ma sentii una pressione fra le mie natiche.
Il giorno dopo, sempre all’ora del sonnellino mi accorsi che lo zio si allontanava verso la pineta e lo segui.
si fermò e lo raggiunsi. “Fatti vedere, piccolo, togliti quegli slip”
Subito gli obbedii. “bravo girati e piegati. Hai un bel culetto tesorino. ” E mentre me lo accarezzava mi prese con l’altra mano il pisello.

In un attimo gli venne fra le dita. “Sei una porcellina. Vediamo cosa puoi fare” Mi fece inginocchiare e con una mano mi aprì la bocca tenendomi strette le guance. Con l’altra liberò dai pantaloncini il membro in erezione che aveva davvero le dimensioni della zucchina…. Mi mise in bocca la cappella e mi disse ” lecca come fosse un gelato e stai attento a non mordere se no le prendi secche” Obbedii e poco dopo lo estrasse e si masturbò schizzandomi sul petto e sul viso.

“vai in spiaggia e lavati. Se sei sicuro di voler continuare questo gioco ci vediamo domani” “zio vedrai che sarò capace di accontentarti se vuoi insegnarmi”.
Il giorno successivo mi aspettava seduto su di un tronco. Raggiuntolo mi fece denudare e mi ordinò di stendermi a bocconi sulle sue ginocchia. Mi cacciò due dita in bocca e, insalivate per bene, iniziò a lavorarmi il buchino, prima girandogli intorno e poi entrandoci sempre più a fondo e a lungo provocandomi un piccolo orgasmo.

I miei mugolii lo eccitavano visibilmente. Improvvisamente smise di masturbarmi l’ano e iniziò a sculacciarmi con foga. ” Sei una sporcacciona, fai le porcherie con lo zio. vergognati” E mentre con una mano mi sculacciava con l’altra mi masturbava provocandomi un emozione terribilmente intensa. Scaricai ancora il mio pisellino fa le sue dita.
Mi alzò e mise in ginocchio. “ora lo dovrai prendere per bene” E senza troppi complimenti, sempre tenendomi la bocca spalancata con la mano, vi infilò il suo cazzo e lo spinse avanti indietro fino a venire copiosamente nella mia gola.

Tossii e vomitai. e lui mi rimandò a lavarmi al mare.
Il giorno dopo la cosa si ripetè: mi masturbò a fondo l’ano e mi obbligò a prenderlo in bocca ma. , dopo essere venuto , mi chiuse con forza la bocca obbligandomi ad inghiottire lo sperma. “Se vuoi essere la mia troia devi abituarti al mio sapore” e mi fece stendere sulle sue ginocchia e ancora mi punì della mia sfacciatagine sculacciandomi e masturbandomi.

A tale trattamento doloroso non potevo trattenere di piangere ma mi accorsi che le mie lacrime lo eccitavano e da allora non feci nulla per trattenerle. “Perchè mi batti zio? non sono stato bravo?” ” Si piccolo sei bravo ma queste porcherie che fai le devi espiare ogni volta con una punizione. Cosi torni puro per la prossima volta. “
Per il giorno successivo organizzo un uscita in barca con la scusa della pesca.

” Oggi è il tuo giorno tesoro! “..
Estrasse il suo membro già in buona erezione e me lo infilò in bocca spingendo e forzando. Resistetti senza vomitare. “sei ancora deciso a prenderlo nel culetto, tesorino? Nella bocca non puoi riceverlo fino in fondo ma nel tuo culetto può penetrare tutto e lo sai che ti farò male!” “Si zio per farti contento puoi fare con me quello che non fa la zia!” risposi con tutta la dedizione di cui ero capace.

Mi ribaltò sulla panca della barca con il culetto ben in alto, mi ordinò di tenermi ben aperte le natiche con le mani e di non levarle più di li fino a nuovo ordine. Mi infilò nell’ano il collo del tubetto di crema che aveva portato e lo spremette con forza. La crema mi inondò l’intestino spargendomi all’interno una sensazione di freschezza e di apertura. Mi infilò le dita della mano n bocca e poi con le dita iniziò a sollecitarmi l’ano.

Poi iniziò ad infilarle prima due poi tutte quattro e a quel punto mi resi conto che di cosa mi sarebbe successo. Iniziai a piangere e strillare e lo zio mi infilò in bocca il foulard impedendomi di urlare. Subito dopo senti che puntava il membro sul mio ano che colava crema. Spinse un poco e sentii che la punta si faceva strada in me. Il dolore iniziò a martellare forte. Tentai di divincolarmi ma lo zio mi bloccò col suo peso e infilò ancora più a fondo il suo membro facendo penetrare fino in fondo nel mio culo.

Gridai dal dolore ma il foulard soffocava ogni grido. Lo zio si agitò dentro e fuori mentre piangevo copiosamente. Poi rallentò e mi prese i mano il pisello masturbandomi con foga. Venni violentemente e ma il piacere che fuoriusciva dal mio pisello provocò un forte restringimento dello sfintere provocando a me altro dolore e allo zio una sensazione così forte che esplose nelle mie viscere. Crollò su di me e rimanemmo immobili per qualche decina di secondi.

Poi, senza preavviso, estrasse di un colpo il membro dal mio sfintere provocando un violento grido mal soffocato dal foulard. Mi alzò,mi girò e, con mia sorpresa, mi baciò a lungo nella bocca e mi coccolò carezzandomi il culo devastato. Mi coccolò a lungo. ” Ti ho fatto molto male piccolo?” “Si zio ma è tanto piaciuto a te e questo mi fa felice. Ma questa volta non mi punirai vero? ho già sofferto molto oggi.

” “Tesorino è necessario che ti punisca sempre. Rimettiti sulla panca con il culetto alto che ti segnerò con la corda. ” E mi affibbiò cinque brucianti frustate sulle natiche. Ma poi mi girò a pancia in alto e mentre piangevo copiosamente mi prese il pisello in bocca e per la prima volta mi soddisfò fino in fondo..”Sei davvero la mia troia e mi dai molto più piacere della zia. Se vuoi sarai mia per sempre”
“grazie zio”
E così è stato.

Ogni volta che mi voleva lo raggiungevo in spiaggia o in pineta e mi possedeva brutalmente. Il mio culo si abituò presto alle sue misure e portava sempre i segni della sua cintura ma ogni volta era una emozione violenta e la sottomissione alle sue voglie e la piena soddisfazione che si prendeva di me era il mio piacere vero. E poi una certa soddisfazione nel sapere che mi preferiva alla zia…
ma il giorno prima della partenza accadde una cosa che non mi spettavo.

La zia aveva manovrato in modo di far allontanare tutti quanti e così rimasi solo con lei.
“guarda che sò che cosa fai con lo zio” mi disse all’improvviso,” e dirò tutto ai tuoi! di come ti fai scopare in bocca e nel culo!
“ti prego no zia. farò quello che vuoi ma non dire nulla!”
“voglio proprio vedere cosa ci trova in te mio marito! spogliati!” Rimasi nudo in un attimo e la zia mi fece girare, piegare osservandomi da tutte le angolazioni.

Non avevo un solo pelo su tutto il corpo ed il cazzetto pendeva morbido fra le palline. ” sembri proprio una ragazzina! E si vede che mio marito non solo ti sbatte ma ti lascia dei bei segni di cinghia sulle chiappe. Ti gode in tutti i modi il porco!” Mi spinse sul letto rovesciandomi sulla schiena e mi sali sopra bloccando i mie fianchi fra le sue ginocchia. Alzò la vestina e mi accorsi che sotto era completamente nuda.

Il cazzetto si rizzò in un baleno e la zia si abbassò infilandoselo nella vagina calda e umida. La mia verginità finiva lì. Si agitò sopra di me velocemente e sentii la figa della zia stringersi attorno al mio piccolo cazzo che esplose dentro il suo ventre.
“Sei gustoso, capisco che puoi piacere anche ad un uomo. Ora girati che ti faccio quel che ti fa mio marito!”
obbedii senza capire ma lei estrasse dalla tasca della vestina una zucchina tale che le dimensioni dello zio sembravano più modeste.

Senza troppi complimenti me la puntò nell’ano e girandola la spinse dentro. “HAA zia mi fai male!!” “Tesoro ti ho sentito piangere e lamentarti sotto mio marito, ho tutto il diritto di farti male anch’io!”
Mi sbattè con foga la zucchina nel culo per qualche minuto poi la estrasse lasciandomi dolorante ma con la medesima sensazione di sottomessa appartenenza che mi dava prendere il cazzo dello zio.. Notai che teneva una mano sulla sua figa e che era scossa da piccoli tremiti.

Aveva goduto di me! Abusare del mio corpo da ragazzina le aveva procurato piacere! E questo mi eccitò facendomi rizzare il pisello. Zia apprezzò la cosa e mi ributtò sulla schiena cavalcandomi ancora. “E’ vero sei una vera troia da godere! se vuoi che mantenga il segreto dovrai essere il mio giocattolo come lo sei per mio marito. “
E quel mese di agosto fu l’inizio di una lunga vita di sottomissione a due padroni così diversi ma ugualmente esigenti.

Zio non smise mai di godere alla grande in me ma anche la zia non era da meno e col tempo prese anche lei gusto a frustarmi ma notai che portava sulle natiche e a volte anche sui seni e su tutto il corpo, i segni della cinghia….