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L';estetica del cazzo

Fin da piccola i miei genitori mi hanno trascinata per musei, pinacoteche e gallerie d’arte.

Che barba !!!

Loro affermavano che, anche se mi annoiavo, in realtà stavo accumulando cultura e conoscenza.

Vero, verissimo. Ma che barba !!!

Ricordo i miei piedi che si strascicavano a fatica lungo quei corridoi infiniti. Chilometri di quadri, statue, vasi e manufatti di ogni genere di cui non mi fregava assolutamente niente.

I figli sono troppo spesso vittime delle ambizioni dei genitori.

In età adolescenziale però, quando i primi pruriti fanno la loro comparsa, trovai nuovi stimoli e curiosità e, quello che fino ad allora non avevo notato, divenne l’obiettivo di ogni visita museale.

Il corpo nudo.

Il corpo nudo di uomini e di donne. Corpi strani, spesso deformi e tormentati, altre volte eroici ed algidi.

Ma sempre e comunque corpi nudi.

Tanto erano diversi dai corpi delle persone che mi circondavano da risultare artefatti, sintetici, irreali, sproporzionati.

Donne dai corpi opulenti con piccoli seni adolescenziali, uomini muscolosi, altissimi, con piselli a dir poco ridicoli al cospetto delle loro masse muscolari.

Di fronte all’estasi di mia madre ai piedi di un Ercole potentissimo, esternai la mia perplessità sulle proporzioni della figura dell’uomo. La risposta, anche se divertita, fu molto accademica e fredda e non mi chiarì affatto il dilemma che mi ponevo: ma gli uomini, anche quelli muscolosissimi, ce l’hanno davvero così piccolo?

Solo alcuni anni dopo potei chiarirmi, è proprio il caso di dire toccando con mano, il dilemma.

No, gli uomini, mediamente, non lo hanno piccolo come Ercole!!!

Che bello l’organo genitale maschile !!!

Ha mille nomi e mille forme diverse ed è sempre una sorpresa (non sempre positiva…ah ah ah…) quando il tuo partner te lo esibisce per la prima volta.

L’emozione di quando slacci la cintura, dopo aver pregustato palpandone la consistenza, l’impaccio di liberare l’oggetto del desiderio, l’ansia di poterlo vedere libero da costrizioni e ritrovarsi in ginocchio di fronte allo svettare della potenza della natura….

…ah…quanti ricordi !!!

No, questa non vuol essere un’ode al maschio (o ancor meno al suo membro!!!).

Semmai vorrebbe essere una sorta di catalogazione, seppur limitata, dei generi, delle specie e delle caratteristiche (negative e positive) delle mie esperienze.

Potrei iniziare tipo con…. mi ricordo di…. mi ricordo…

Mi ricordo di quando mi nascosi un pomeriggio intero in un canneto. Noiosissime vacanze in campagna in compagnia di soli maschi.

Loro giocavano sempre a calcio mentre io mi annoiavo a comporre ghirlande di fiori. L’unica volta che provai a giocar con loro a calcio fui severamente redarguita da mio padre. Non era cosa per ragazzine.

Altri tempi.

Li vedevo giocare, sudare, litigare. E io seduta silenziosa a bordo campo. Avevamo tutti intorno ai tredici, quattordici anni. Nessuno di noi (o meglio di loro…) pensava al sesso. Io ero già “diventata” donna e, a dirvi la verità, al sesso un po’ ci pensavo.

Più che al sesso, pensavo alla scoperta dell’altro sesso. Erano anni ormai che mi chiedevo come fosse il “pisello”.

Così, vista la loro strana abitudine di pisciare in compagnia al grido di “chi non piscia in compagnia o è un ladro o è una spia”, decisi di nascondermi dentro un canneto in posizione favorevole ad ammirare per la prima volta uno “spettacolo” riservato al genere maschile.

Quel giorno non ne volevano saper proprio di pisciare.

Sentivo le loro urla, il pallone rimbalzare, le imprecazioni per un goal sbagliato. Nel frattempo, le zanzare, mi stavano martirizzando.
E finalmente, dopo tanta attesa, gli arrivò l’agognato stimolo!!!

Arrivò prima il più piccolo del gruppo che, indifferente alla presenza dei compagni, si abbassò i calzoncino iniziando ad irrigare le piante sottostanti. Era circa cinque metri sopra di me e trattenendo il respiro, strizzai gli occhi per mettere a fuoco il suo pisellino.

Mi ricordo…mi ricordo ancora….

Mi ricordo del mio primo ragazzetto timido. Era spaventato più di me e quando si spogliò non mi dette neanche la possibilità di osservare ciò che mi stava per penetrare.

Fui io ad incoraggiarlo, curiosa.

Non mi parve paragonabile a quello di Ercole o David. Era molto peloso, storto sulla sinistra e il prepuzio non ricopriva il glande.

A quello ne sono seguiti molti altri: lunghi e lunghissimi, alcuni tanto corti da sparirti in mano (sigh!!!), tozzi come tappi di damigiana, superbi e presuntuosi, curvi in su, curvi in giù, dritti come un palo, a cono, alcuni con cappelle a punta, altri con cappelle simili ad albicocche, qualcuno sproporzionato rispetto alle palle, altri con palle sproporzionate rispetto al fusto…

Insomma, ogni volta che cali un paio di braghe ad un uomo, non sai mai cosa ti capita.

Un po’ come la shitola di cioccolatini di Forrest Gump.

Raku-yaki! – parte 2

“Il match di 3 anni fa a Rimini con quell’agente della Polizia Penitenziaria, deve aver lasciato il segno. Ma sei completamente uscito di senno per fare una cosa del genere?!”
Una lezione che non imparavo mai era che non dovevo mai raccontare a Massimo questo genere di cose.
Il mio amico Massimo era un uomo all’antica per i suoi detrattori; per gli altri, era semplicemente un uomo come non ce ne sono più.

Ormeggiato all’idea di maschio cavaliere senza macchia, fiocinava a punta di biasimo la mia indisciplinata voglia di sesso e goliardia.
“Non credere che certe cazzate incantino le donne: probabilmente penserà che sei il solito macho scemo con la sindrome del pugile suonato. Non facevi prima a parlarci un po’ e a chiederle se era disponibile per un caffè? Hai dimenticato la maturità mentale sul traghetto?”
Il rispetto che avevo per Massimo, persona pragmatica ed istruita, mi fece piegare le gambe: nonostante io serbassi la spregiudicatezza tipica dell’adolescenza, avevo un certo rispetto per la sua vita di padre e marito devoto.

Mio padre se ne andò di casa quando ero bambino, lasciando a mia madre l’ostico compito di crescermi e di escogitare una buona scusa per giustificare il fatto che “papi” se ne evase dal suo ruolo perché incapace di sopportare la torchiatura d’avere una famiglia.
In Massimo vedevo il padre che non ho mai avuto e il suo rimproverarmi infantilismo mi faceva male. Malauguratamente non sapeva che anche Laura, la mia ex, mi lasciò per lo stesso motivo.

Laura era come uno di quegli avversari che nonostante ti sforzi di frantumare a pugni e calci contraendo ogni fibra muscolare che possiedi, non accennano cedimento e ti vengono sempre sotto. La sua loquela era l’arma più arrotata che possedeva, presumibilmente complice il suo essere avvocata. Dialetticamente crudele e sarcasticamente pericolosissima, trovava sempre legittime argomentazioni per disfare le mie difese e conseguentemente, maciullare il mio ego.
Sessualmente parlando come per alcune persone autoritarie, gradiva che la prendessi con forza e che la dominassi.

Non era abituata ad essere contraddetta o subordinata a qualcuno nella sua vita, per cui probabilmente ricercava in quello una sorta di equilibrio.
Amava che le congiungessi i seni con forza, che durante una pecorina le schiaffeggiassi le natiche sino a segnarla; amava che la penetrassi intensamente stringendole una mano sulla gola e che pian piano, le facessi scivolare tutte le dita in bocca fino a provocarle qualche conato.
Fu l’unica donna con cui ebbi una relazione a gradire il sesso anale, facendosi mettere anche in posizioni malagevoli e contorsive in cui la penetrazione era molto profonda e ai limiti del dolore.

Potevo penetrarla anche per lunghi periodi di tempo e sembrava volerne sempre di più. Pareva aver capito che spesso a qualche ora dall’allenamento, i miei livelli ormonali fossero particolarmente bendisposti ad una scopata irruenta; ben consapevole che tailleur e tacchi alti mi rendevano particolarmente libidinoso, mi aspettava a casa con lo stesso vestito indossato al lavoro.
Talvolta trattenere gli orgasmi con lei era piuttosto difficile: aveva una certa telepatia sessuale che creava un’ intesa tra di noi rasentante la perfezione.

Sono fermamente convinto che conoscesse il mio corpo meglio di come lo conosco io.
Mi chiedo se quella e s c o rt che invitò a testimoniare per un caso di giovani squillo, non le avesse insegnato qualcosa, perché oggi a ripensare al suo mascara colato e al suo viso imbrattato di orgasmo dopo essersi ingoiata il mio cazzo fino alla base , torno eccitato; peccato che la nostalgia del suo stringermi stretto alla fine delle asperità, innamorato di una creatura risoluta quanto dolce, disperdeva tutto rendendo la malinconia particolarmente mordace.

Terminato di parlare con Massimo, mi organizzai per una capatina in spiaggia tanto per distendere i nervi, quando nel raggiungere l’auto vengo sorpreso da un “buongiorno!” e da un sorriso inaspettato. La bella ceramista mi incrocia per la strada ed io, tachicardico e arrossito, le faccio un cenno con la testa sorridendo d’imbarazzo.
Con indosso un vestitino estivo a fiori a fasciare un seno generosissimo, sandali infradito neri con anellini e cavigliera ad abbellirle dei piedi magnifici, mi irradia con un insperato sorriso luminoso che avrebbe sciolto un ghiacciaio.

“Allora, quando viene a trovarmi in negozio?” chiede, lasciandomi spiazzato; penso che a meno che non abbia modellato e cotto qualcosa con cui percuotermi, poteva rivelarsi una buona occasione per conoscerla meglio.
“Le va bene verso le cinque?”
“Facciamo verso orario di chiusura che se lo gradisce le mostro anche il laboratorio a patto che mi dia del tu. Sara!” dice porgendomi la mano.
“Sandro” rispondo io.
“Quindi, a stasera?”
Annuisco deglutendo con forza saliva al pensiero che la cosa potesse avere audaci sviluppi.

(continua).

Quella vacanza in grecia

Il sole, quanto lo avevo sognato in quelle cupe giornate di Milano, e il mare che ora si stendeva davanti a me finalmente erano dei segni tangibili di libertà.
La barca era li ormeggiata davanti a me e aspettava solo di sciogliere le vele al vento per portarmi via tra le isole dell’ Egeo. Mentre finivo di caricare le ultime cose sulla banchina arrivava il traghetto da Kos, riversando il solito fiume di turisti accaldati e vocianti.

Io li osservavo un po’ distratto quando la vidi, bionda miele nascondeva i suoi riccioli sotto uno di quei cappelli di paglia larghi e due occhialoni alla Hepburn il vestito leggero come un soffio lasciava trasparire un seno quasi acerbo che rivelava una abbronzatura topless, mentre trascinava un trolley passò davanti a me e allora vidi che piangeva, il trucco colava e leggermente rigava le guance di rimmel. Dissi tra me “una vacanza e un amore finito! O peggio.

” In quella una sgommata e il suv frena prepotente sulla banchina, ne scende un buzzurro da film vanzina che la affronta e la strattona per farla salire in macchina colpendola di insulti, sta per alzare una mano per colpirla, non so come sono già sceso al volo e lo agguanto, molle come un polpo mi sguscia via e urla “tieniti quella Troia ! É tutta tua!” E via col macchinone falciando le stente aiuole del Marina.

Un gran bastardo borbotto tra me mentre mi volto, lei è lì quasi stenta a parlare, è scivolata a terra e si è sbucciato un ginocchio, sembra un fiore calpestato. “Posso aiutarla ? Mi scusi forse non dovevo intromettermi ma davvero non ho resistito, pe favore venga la porto da un dottore le medicherà il ginocchio…..”. Mi guardò attraverso gli occhiali scosse la testa e senza dir nulla cominció a raccogliere gli occhiali rotti e il cappello calpestato, meccanicamente fece per afferrare il trolley ma la maniglia le restò in mano, la fissò per un attimo e scoppiò a piangere silenziosamente mentre scivolava ancora a terra.

La strinsi in braccio per impedirle di cadere e restammo così sotto il sole abbracciati come due adolescenti lei disperata e io stupito. Poi la portai in barca la feci coricare in una cuccetta fresca e le diedi acqua e asciugamani, poi la lasciai riposare. Andai sul ponte e riordinai tutto poi mentre mi facevo la doccia sentii il suo sguardo su di me, mi voltai e mi scrutava dal portello di ingresso della barca.

Le chiesi come si sentiva, le vidi quegli occhi verdi brillare nella penombra della cabina poi arretrò sparendo all’interno. La seguii come affascinato e appena dentro lei mi abbracciò completamente nuda, il corpo era totalmente abbronzato da nudista, agile e vellutato, non un pelo sul corpo, mi strinse con delicatezza ma decisa, io ancora bagnato reagii subito con una erezione totale scorsi i fianchi le natiche e quel seno da ragazza capezzoli duri e prepotenti ci baciammo con foga non sapevo neanche il suo nome ma la volevo e sentivo la stessa urgenza in lei, succhiavo i seni e frugavo quel ventre liscio che mi allagava la mano, mente lei aveva preso possesso del mio cazzo e lo accarezzava e segava dolcemente.

La girai e la feci appoggiare sul tavolo del saloncino le alzai una gamba e la baciai leccandola fino ad arrivare alla fica, piccola rosea e odorosa di muschio, colava il suo umore e mi ci abbeverai la coprii di baci immersi in quel liquido poi usai la lingua come un cazzo e le esplorai la vagina fino a sentirla tremare gemere ed esplodermi in bocca. Mi alzai e la baciai afferrando quei riccioli ribelli, poi sollevandola come un velo la avvicinai al cazzo e lentamente godendo ogni centimetro della sua fica glielo piantai dentro, quegli occhi verdi divennero enormi il suo seno sussultava mentre continuavo a scoparla in piedi alternando profonde affondate a ritmi accelerati finché le misi la mano destra tra i glutei spinsi il dito medio nel suo ano e la vidi godere scuotendosi come percorsa dalla corrente elettrica.

Non avevo ancora goduto, la guardai abbandonata sul grande tavolo lucida di sudore e delle sue godute, io il cazzo teso come una sbarra pulsante di vene rigonfie la baciai in bocca sui seni nel ventre poi la rovesciai puntai il suo culetto abbronzato e infilai la punta del cazzo, dento fuori dentro fuori, ancora e ancora sempre più giù fino che le mie palle sbattevano sulle chiappe lisce di lei. Durai ancora poco poi stappai il culo e le misi tutto il cazzo in gola e la feci bere un lago di sborra che mi gogogliò dalle palle.

Rimanemmo insieme tutta l’estate e fu un orgasmo di sole vento sesso e sesso sesso.

Elisa libera di essere troia

Elisa libera di essere troia

Ciao, i protagonisti sono veri, ma i loro nomi non importano perciò li inventerò e ai fini della storia mi chiamerò Tito.
D’aspetto appaio un po’ di sovrappeso, cioè non sono magro ma neanche una palla sproporzionata, sono alto 1. 78 per 95 Kg non molto allenato.
Questa storia si svolge non molti giorni fa quando Elisa si è mollata con il suo ragazzo.
Elisa è sempre stata una ragazza solare e un po’ sprovveduta o almeno così tutti pensavamo, le capitava spesso di fare degli (ops!!!) Tipo mostrare le mutande sempre dai colori molto appariscenti o di vestirsi in modo provocante per poi dire che si vergognava per i centimetri di pelle nuda.

Ma ora torniamo alla storia, due giorni dopo essere tornata single Elisa mi invitò ad andare a casa sua dicendo che stava male per la solitudine, io non vidi niente di strano, erano 2 giorni che su i social si lamentava per la solitudine.
Quella sera stessa andai a casa sua trovando già la altri amici, eravamo in sei tutti maschi, ma facendo i lavori più diversi non era la prima volta che arrivavamo ad orari diversi.

Salimmo in casa trovando la porta aperta e lei dalla cucina ci urlo “Accomodatevi in salotto che arrivo subito”, dopo qualche minuto lei arrivò con le bevande, era vestita con un vestito a fiori lungo e calzava le pantofole. Iniziammo la serata parlando aspettando che arrivassero le ragazze, non pensavamo lei non le avesse neanche chiamate.
fatto sta che non so cosa ci fosse dentro le bevande ma io personalmente mi senti avvampare d’eccitazione e gli altri non sembravano sentirsi diversamente, lei nel frattempo ci provocava, prima si chinò a 90° mostrando per bene il suo sederino per prendere il vassoio con i bicchieri da portare via e andando in cucina ancheggiava.

Tornata si sedette tra me e Renzo, mentre parlavamo continuava a far cadere la mano sulle nostre gambe (la maiala stava controllando il punto di cottura).
Nessuno le saltava addosso solo perché c’erano gli altri, all’improvviso Elisa balzò in piedi e disse “devo farvi vedere una cosa” e svanì in un’altra stanza, a questo punto ci sentivamo come arieti proti a scornarci per la femmina, ci aveva caricati per bene.
Quando tornò nella stanza non crederete mai come si presentò, indossava un completo reggiseno nero di pizzo che conteneva seni di quarta misura di cui si intravedevano i capezzoli, scendendo mutandine tanga di pizzo nero da cui si intravedeva un monte pronunciato con peluria tagliata a striscia, poi calze autoreggenti che fasciavano gambe atletiche e in fine sandalo di vernice nero con tacco.

Gli sguardi di tutti erano calamitati come fossimo leoni con la gazzella, Elisa vedendo la nostra reazione si girò di trequarti mostrandoci il suo sedere sodo e tondo esclamando “qualcuno vuole darsi da fare? ”, aggiungo che la sua espressione e il suo sguardo sembravano dire, vieni qui che ti succhio anche l’anima.
Fu come a Pamplona, ci fiondammo da lei come tori e togliendoci i vestiti come se andassero a fuoco.

Qui il ricordo si fa confuso, posso dirvi con certezza poco di cosa fecero gli altri, cosa feci io invece me lo ricordo benissimo.
Ero il più vicino, perciò fui il primo ad accomodarmi, mi attaccai al suo collo mentre le sfilavo le spalline, un istante dopo c’era già qualcuno che armeggiava con la chiusura del reggiseno e qualcuno le stava sfilando le mutandine, una volta nuda lei esclamò “ragazzi ora calmatevi, vi voglio prendere tutti e sfogarmi ” si gettò in ginocchio e prese a spompinare e segare tutti i cazzi che trovava, inutile dire che rimanemmo poco li passivi ad aspettare il ritorno del nostro turno, la sollevammo, la portammo al divano per poi uno la impalava mentre gli altri si alternavano a incularla, farsi spompinare e segare.

Elisa ululava quando non aveva la bocca piena, io dalla mia stavo provando tutti i suoi buchi, quando fui pronto per venire ero nella sua passera e pensai “vengo fuori o la farcisco?”, pensiero inutile perché stavo già svuotandomi nel suo utero, lei mollò l’uccello che aveva in bocca e strillo “riempitemi tutti i buchi” eseguimmo tutti, chi nella passera e chi nel culo ma nessuno in bocca, Elisa non tardò a dimostrare la sua delusione e imbronciata disse “Uffa, volevo provare cosa si prova ad assaggiare almeno la sborra di uno di voi” e iniziò a raccogliere con le dita quello che le colava dalla passera per portarselo alla bocca.

Renzo sornione e con un mezzo sorriso esclamò “Ragazzi non ce la faccio a vedere una bella ragazza delusa, che ne dite di soddisfarle anche questo desiderio?” accettammo tutti e dopo esserci ripresi, con l’aiuto di pompini, seghe e spagnole la esaudimmo scaricandoci uno dopo l’altro riempiendole la bocca e imbiancandole anche la faccia e le tette.
finito tutto pareva uscita da un porno, tutta coperta di sperma che anche le colava fuori da tutti i buchi e avidamente lei raccoglieva tutto per gustarselo con una faccia di godimento.

Non so se capiterà più una gangbang , ma lei afferma che non vuole più dover pensare a qualcuno d’altro oltre se stessa e alle sue esigenze.
Pregusto che succederà ancora o quantomeno che io me la scoperò ancora sperando di soddisfare una tigre divoratrice inaspettata come lei.

LETTERA AD UN POTENZIALE AMICO

Caro Lorenzo,
io sono Gianni,noi non ci conosciamo, almeno per ora,tu hai risposto ad una mia inserzione su FERMOPOSTA, di cui ti invio una fotocopia.
Nella tua lettera dici che probabilmente abbiamo gli stessi gusti, credo che tu abbia perfettamente ragione, infatti mi sembra di capire che,anche a te,faccia piacere mettere in mostra la tua signora provocando eccitazione negli uomini che l’ammirano ricavando da tale situazione un intimo godimento.
Io ritengo di essere ad oggi, più fortunato di te in quanto mia moglie ha accettato,non solo di mostrare, ma anche di concedere le sue grazie ad altri uomini,che l’hanno scopata con gusto, facendomi letteralmente impazzire di goduria quando l’ho sentita gridare in preda alla libidine più sfrenata ed ho visto gli uomini abbattersi sfiniti sul suo corpo dopo averle inondato di sborra la fica,il culo,la bocca ed il viso.

Ti allego alcune fotocopie, non ben riuscite a dire il vero, che potremo ammirare insieme in originale se il nostro rapporto,che pare parta nel modo giusto,abbia un seguito.
In esse si vede mia moglie,da me fotografata, mentre si fa sbattere,inculare o fa pompini sia a ragazzi bianchi che a negri.
Essendo state shittate in stagioni differenti potrai notare che, in quelle circostanze,la mia signora indossa la sola pelle, o calze tenute su da un reggicalze oppure una guepiere, queste
ultime preferibilmente di colore nero non disdegnando il bianco.

Mia moglie é solita esordire con un pompino accompagnato da un sapiente massaggio alle palle,fino a quando quelli che inizialmente lei definisce UCCELLI non si trasformano, per la sua maestria, in MAZZE DURE, a quel punto é solita aprire le gambe e farsi stantuffare in fica il più a lungo possibile.

Il più delle volte,però, preferisce estrarre il cazzo dalla fica e portarselo sul buco del culo facendosi così inculare nel modo che più le piace, cioè in modo selvaggio e violento, con suo sommo godimento qualunque sia la dimensione di quelli che lei definisce anche PESCIONI.

Infatti, l’ho vista farsi sfondare il culo da negri megadotati, ai quali non sembrava vero di poter rompere il culo ad una donna bianca e che quindi ti lascio immaginare con quanto veemenza e forse anche con una punta di sadismo sprofondavano le loro mazze nel burroso culo di mia moglie.
Sempre,quando ho potuto,ho ripreso queste scene, esse sono motivo di sempre nuova eccitazione,ogni qualvolta io e mia moglie le rivediamo, rivivendo quelle bellissime esperienze che hanno, contrariamente a quanto si può credere, cementato la nostra unione tanto che ci adoriamo e siamo una coppia felicissima.

Ma bando alle mie memorie, passiamo a te ed alla tua signora.
Sono perfettamente disponibile a commentare una cassetta della tua signora usando il linguaggio appropriato alle scene, comunque voglio anticiparti che,vedendo le foto che mi hai inviato, ho fatto delle considerazioni ed ho così fantasticato.
Innanzitutto devo dirti che tua moglie ha due meravigliosi seni tra cui vedrei adagiato uno di quei PROBOSCIDONI che hanno tra le gambe i negri, ed ho immaginato tua moglie che,strofinandolo con le sue mammelle,lo induriva e scapocchiava leccando, appena le raggiungeva le labbra,la grossa capocchia dell’arrapatissimo negro, fino a farselo scoppiare sul viso,infilandosi in bocca quanto più possibile la mazza e bevendo golosa la sborra che sgorgava copiosissima, è uno dei giochini preferiti da mia moglie.

Inoltre, penso che un uomo impazzirebbe a leccarle lo stupendo corpo, dandole,ora a succhiare, ora a farselo menare l’uccello per vederselo trasformare in duro cazzo degno di una tale femmina,per poi cominciare ad affondarlo, nella bocca che mi sembra non aspetti altro, in quella sicuramente sugosissima fica, in quell’arrapante e certamente sfondato culo.
Adesso termino qui un commento che richiederebbe una vita,in quanto credo che tua moglie sia un perfetto a****le da letto.

Nella tua risposta,ti prego di esprimere un tuo parere sul tono della mia lettera,(commenti scarsi, giusti o pesanti); mi regolerò di conseguenza per il futuro.
Se ti fará piacere sentirmi telefonicamente, puoi inviarmi un tuo recapito con gli orari più idonei a questo tipo di conversazioni.
Se mi permetti di darti un consiglio, prova ancora a convincere tua moglie ad accettare degli incontri multipli per due motivi, i primo perché impazzirai di gioia a vedere tua moglie godere, PERCHE’GODRA’, alle prese con più uomini infoiati che le tappano tutti i buchi facendole una doccia di sperma, ed in secondo luogo perché é da egoisti voler tenere solo per sé un PUCCHIACCONE come la tua signora,la quale, pur avendo io una moglie parimenti chiavabile, mi ha fatto arrapare ammirandola in foto,tanto da farmi sparare una sega bestiale.

Inoltre, guardandola e riguardandola sono convinto che sia in grado di soddisfare contemporaneamente due uomini con le mani, uno o due con la bocca mentre uno la pompa in fica ed un’altro le spacca il culo.
In tale evenienza,la logica conclusione é quella che spesso adotto con mia moglie. Alla vista di situazioni del genere, mi avvicino a lei per quanto molto indaffarata e le porgo il mio cazzo in bocca, lei lo avviluppa con tutta la tenerezza possibile ed ingoia tutta la mia libidine e completiamo il tutto con un profondo bacio d’amore.

Auguri, ed a presto.

Padrone V

“Buon giorno”
“Buon giorno a lei”
Dopo i giorni frenetici per la chiusura del trimestre era di nuovo tornato tutto alla normalità. Era la prima ad arrivare in ufficio e le piaceva la sensazione di essere sola in un posto così grande che poteva considerare tutto suo, almeno fino a quando non arrivavano i colleghi, ma la cosa che più la spronava al mattino era la possibilità di avere un qualche tipo di contatto con Padrone.

Tutto era partito come gioco ed ora invece le sembrava che quello sconosciuto in qualche modo la conoscesse, ma che anche la comprendesse più a fondo di quello che altri potessero fare.
Arrivata alla sua postazione salutò con un sorriso la foto di Momo e si diresse al solito cassetto, abitudine ormai consolidata che se anche non vi trovava nulla di nuovo al suo interno le piaceva questa sorta di rito mattutino. Lo aprì.

Giorno fortunato, c’era una shitola chiusa da un nastro di raso, sotto al quale era appoggiato un biglietto piegato

Indossalo e lascia il tuo nella shitola.
Padrone

Sorrideva. Un nuovo regalo. Tanti ultimamente e quindi compiti semplici da svolgere. Sciolse con cura il nodo ed aprì la shitola lentamente. Rimase affascinata dal pregio della stoffa, dalle finiture elaborate… poi si riprese e chiuse di colpo il coperchio. Era in ufficio e quello nella shitola era un reggiseno, che vergogna se qualcuno l’avesse vista! Si guardò attorno per constatare di essere ancora da sola.

Nessuno, per fortuna. Guardò di nuovo la shitola come se riuscisse a vedere attraverso il coperchio, cercava di capire cosa fare, rileggeva il bigliettino e sapeva che a differenza dei sali da bagno questo compito lo poteva svolgere lì, anzi doveva farlo, doveva lasciare il suo reggiseno al posto di quello che le aveva dato Padrone. Il suo istinto le diceva di farlo, la ragione cercava ogni sottigliezza per impedirglielo, nel frattempo si guardava attorno per controllare se qualche collega fosse arrivato.

Cedette all’istinto, lo avrebbe fatto, ma non lì nella stanza comune. Prese la shitola, la mise nella borsa e si diresse verso il bagno. Mentre camminava cercava ancora di trovare delle scuse per non farlo, per trovare un appiglio per sorvolare su quella parte del gioco. Che Padrone fosse uno di quei maniaci che comprano intimo usato su internet?! Assurdità, non poteva concepirlo, se fosse solo quello che senso avrebbe dare in cambio un altro reggiseno, per di più costoso.

Nulla, proprio nulla le sembrava si potesse appuntare. Quello era un regalo ed in più aveva l’ordine di lasciare in cambio qualcosa, il suo intimo di sicuro era molto meno costoso, alla fin fine era un guadagno da parte sua…
All’improvviso le tornarono in mente tutte le facce interrogative delle commesse dei negozi quando chiedeva loro dei reggiseni e quelle piacevolmente colpite dei suoi ex una volta nuda davanti a loro, la sua mano istintivamente si infilò nella borsa e iniziò a farsi strada nel coperchio della shitola.

Ma non lì, non poteva, era ancora in corridoio.
Fin dalla pubertà, appena il suo corpo cominciò a cambiare, notò che le attenzioni dei compagni nei suoi confronti erano cambiate, le accennate forme di donna che si andavano pian piano formando, sempre più generose erano il punto focalizzante degli sguardi dei maschi, perfino uomini dell’età del padre la guardavano in quel nuovo modo strano, lussurioso, morboso che la facevano sentire sporca al solo accorgersi dei loro pensieri.

Così cominciò a vestirsi in modo poco appariscente a cercare di nascondere le forme, le stingeva, le dissimulava curvando le spalle, tanto che ora, anni dopo, le commesse nei negozi di intimo si interrogavano silenziosamente se la taglia che lei dava era giusta. Era giusta, sì, ma nessuno lo sapeva, per questo aveva timore che anche Padrone si confondesse.
Arrivata in bagno, profumo di detersivi e splendore su tutte le superfici, meglio del suo bagno a casa.

Andò dritta all’ultima porticina per il water, chiuse la porta ed abbassò la tavoletta, poggiò la borsa, tirò fuori la shitola. L’aprì lentamente.
Il raso di un celeste chiaro era finemente ricamato, tono su tono, motivi floreali a coprire completamente le coppe, le sembravano abbastanza capienti. Tirò fuori dalla shitola il reggiseno, cercò la targhetta. Non c’era. La sua impressione era giusta, nessuna marca, nessun simbolo, cuciture e ricami perfetti, era artigianale! Profumava di nuovo, lo avvicinò al petto, lo poggiò sotto i seni, sembrava della giusta taglia.

Sorrise.
Uno dopo l’altro aprì tutti i bottoni della camicetta rivelando il suo reggiseno “normale” che assolutamente sfigurava alla presenza dell’altro. Tolse la camicetta e slacciò il reggiseno, anche se grandi i seni erano sodi e stavano su naturalmente. Abbassò le braccia e lasciò scivolare via il suo intimo. Prese l’altro, quasi massaggiandone la stoffa, accarezzandola per sentire lo stacco netto tra il raso ed il ricamo. Lo portò sotto il seno, lo tirò un po’ più su facendolo scivolare sulla pelle della pancia.

Accolse come un guanto la sua femminilità. I gancetti si incontrarono perfettamente dietro la sua schiena, lo allacciò. Neanche le spalline erano da regolare, perfette. Perfetto tutto, ora che lo aveva indosso ne apprezzava ancora di più la fattura. Lo accarezzava, le piaceva, sentiva persino i capezzoli da sotto la stoffa che si inturgidivano.
Si ricordò di essere a lavoro e non poter seguire ciò che quel calore al basso ventre le suggeriva di fare.

Infilò la camicetta senza abbottonarla, prese il suo reggiseno e lo piegò per metterlo nella shitola, quando però scostò la carta velina rimase perplessa. C’era dell’altro da parte di padrone. Stessa stoffa, stessi ricami, lo prese. Un paio di slip, no, culottes brasiliane. Le vedeva, le toccava, ma sembrava non capire cosa farne poi, senza pensarci, come se il corpo si muovesse da solo, cominciò a tirarsi su la gonna fino a che non riuscì facilmente ad infilarci sotto le mani.

Due dita si infilarono nell’elastico degli slip ed li portarono in basso, fino alle ginocchia. Era strana la sensazione di non avere nulla sotto la gonna, ma ora era più importante la sensazione degli slip che erano caduti alle caviglie. Tenendosi e con cura li sfilò dai tacchi, li piegò e li ripose nella shitola. Facendo attenzione a non rovinare il regalo di Padrone infilò le culottes un piede dopo l’altro e poi le tirò su facendole scivolare sulla pelle delle gambe, sempre più su, spinse la gonna in alto per riuscire ad indossarle.

Che strana sensazione, non aveva mai indossato culottes brasiliane, si sentiva sia avvolta che esposta ma decisamente le piaceva di sapere che in quel modo era più provocante per il regalo di una persona che non aveva mai visto o che comunque non sapeva chi fosse ma che sembrava conoscere i suoi gusti e riusciva a spingerla verso cose nuove ma che una volta scoperte le piacevano.
Aveva voglia di aprire la porticina così com’era con la camicetta sbottonata e la gonna alzata fino alla vita per riuscire a specchiarsi nel grande specchio sulla parete opposta del bagno, sapeva di essere sola, ma non aveva così tanto coraggio.

Aveva la mano sulla maniglia e gli occhi bassi a guardare i seni salire e scendere sotto i respiri profondi. Ancora un attimo di indecisione poi il pudore prevalse e si rivestì a dovere. Confezionò il pacchetto da lasciare a Padrone e lo mise nella borsa.
Un’ultima controllata all’abbigliamento ed uscì, si guardò allo specchio, tutto apposto. Guardò con più attenzione focalizzandosi sul seno, sapeva che era grande ma sapeva anche di riuscire a dissimularlo bene, Padrone invece lo sapeva ed apprezzava, non sapeva se apprezzava davvero ma secondo lei non poteva essere altrimenti.

E se quel regalo stava ad indicare di valorizzare di più la sua femminilità? Del resto tutti i regali fin ora ricevuti sembravano avere come scopo quello di valorizzarla e farla sentire bene. Si guardò attentamente allo specchio e cominciò a tirare in dietro le spalle, a spingere il petto in fuori, o meglio, a portarlo dove doveva essere. Si girò di tre quarti, era voluttuoso, ma le sue forme abbondanti erano sinuose sul suo corpo e si trovò bella.

Dopo tanto tempo e tante insicurezze quell’istante le sembrò quello in cui finalmente si accettava.
Uscì dal bagno, erano ormai arrivati tutti in ufficio, camminava fiera e felice nel corridoio e tra i colleghi, vedeva molti di loro girarsi e guardarla con apprezzamenti appena trattenuti. Non le dispiaceva più, non le importava, sapeva che questa metamorfosi era dovuta da una persona e lei dedicava a quella stessa persona il riconoscimento che stava ottenendo da quegli sguardi.

Il mattino seguente, nel solito cassetto, ritrovò l’intimo che aveva lasciato il giorno precedente e le sue caramelle preferite.

Potete trovare il seguito di questa storia e gli altri miei racconti sulla mia pagina de “I racconti di Milu”.

Padrone IV

“Buon giorno”
“Buon giorno a lei”
Da qualche giorno non era più la prima ad arrivare in ufficio, il che la disturbava un poco ma non le importava più molto. Era la chiusura del trimestre e tutto l’ufficio era in subbuglio e molti erano costretti ad arrivare prima per poter consegnare in tempo i propri rendiconto. Per la prima volta da quando aveva iniziato a lavorare era stressata, doveva lavorare in fretta e con precisione, senza delle vere pause.

Padrone non si faceva sentire, si sentiva un po’ triste per questo, accarezzava spesso il foulard e si diceva che comunque stava bene anche senza quel gioco, che poi lei non aveva fatto nulla di male, anzi, l’ultima volta era anche stata premiata e che quindi non era colpa sua se non andava avanti, sospirava e si intristiva sperando che non fosse tutto finito.
Arrivata nel suo angolino, come tutte le mattine, andò al cassetto, lo aprì non aspettandosi nulla ma sul fondo trovò qualcosa di pesante avvolto in una stoffa rosa.

Lo tirò fuori e le sembrava proprio fosse una bottiglia al cui collo, per tenere chiuso il sacchetto, c’era un nastro a cui era appeso un foglietto, uguale a tutti gli altri che aveva ricevuto.
Finalmente, pensò, dopo tutto questo tempo di nuovo un segno di Padrone, era felice, dall’incarto le sembrava che fosse un regalo e quindi aspettare pazientemente senza scrivere ancora lei stessa dei biglietti aveva pagato. Aprì il bigliettino

Tre manciate in acqua calda.

Padrone

Non capiva. Non importava in quel momento, sciolse con cura e lentamente il nastro. L’incarto si aprì da solo come una corolla e rivelò la bottiglia in vetro dalla bocca larga. All’interno c’era come della finissima ghiaia rosa, l’etichetta diceva “Sali da bagno”. Oh, pensò, mai avuti… Tolse il tappo in sughero, il profumo di rosa e gelsomino l’avvolse con forza, era inebriante, le servì tutta la sua forza di volontà per riporre nella confezione la bottiglia e metterla nella borsa prima di cominciare a lavorare.

Arrivata a casa era distrutta, la giornata era stata nuovamente pesante ma il suo animo era leggero. Quello nella sua borsa era il primo regalo che non aveva potuto usare immediatamente, era qualcosa che poteva usare solo in casa e dovette aspettare per tutto il lunghissimo giorno prima di seguire le indicazioni del biglietto. Posò la borsa, prese la bottiglia ed andò subito in bagno. Tolse le scarpe che non sopportava più, rilesse il bigliettino per sicurezza ed aprì l’acqua calda.

Da quando si era trasferita nell’appartamento aveva sempre pensato che fare la doccia in una vasca da bagno era la cosa più scomoda del mondo, troppo ingombrante, il bordo da scavalcare ogni volta e la tenda che puntualmente sgocciolava in terra. Invece ora aprì completamente la tenda e la appiattì per bene contro il muro. Mentre l’acqua continuava a sgorgare fragorosamente dal rubinetto si spogliò e ripose gli indumenti nel cesto dei panni sporchi, il foulard per ultimo, lo piegò con cura e lo lasciò in bella vista sul ripiano degli asciugamani da dove ne prese uno pulito che lasciò cadere a terra vicino la vasca.

Dall’acqua si alzava un sottile strato di vapore, immerse una mano, perfetta, proprio la temperatura che piaceva a lei. Prese la bottiglia, la stappò e annusò di nuovo il contenuto fino a riempirsene i polmoni. Versò attentamente nel cavo della mano i sali e poi li lasciò cadere nella vasca per tre volte, come diceva il bigliettino, immerse la mano fino a toccare il fondo e scosse l’acqua per farli sciogliere completamente.
Il livello dell’acqua le sembrava giusto, la temperatura perfetta ed il profumo invitante, si decise ad entrare.

Immerse un piede, poi l’altro ed i polpacci tesi già le facevano meno male. Si sedette lentamente osservando il livello dell’acqua che saliva senza andare oltre il livello di pericolo di allagamento del bagno. Fece scivolare i pollici sulla nuca per raccogliere i capelli ed evitare di bagnarli.

“Mai più capelli legati”

Le tornò in mente una delle richieste di Padrone, aprì le mani e lasciò che i capelli si sciogliessero di nuovo sulla pelle nuda della schiena.

Se non li legava tanto valeva bagnarli completamente per tenerli composti, lasciandosi scivolare nella vasca si immerse completamente con gli occhi chiusi e senza la fretta di prendere di nuovo fiato, l’acqua era così calda ed accogliente, come le coperte calde in una fredda giornata invernale. Riemerse e con le mani lisciò i capelli per sistemarli, appoggiò la testa al bordo e chiuse di nuovo gli occhi per godersi appieno quel momento.
Il vapore caldo che si alzava dall’acqua portava con sé il profumo di rosa e gelsomino, si sentiva meglio, le piaceva quella fragranza e ne respirava a pieni polmoni.

Ogni respiro però, correndo sulla pelle nuda e bagnata del petto la raffreddava e lei muovendo sinuosamente la mano si portava dell’acqua a riscaldare quella parte esposta. Accarezzandosi la pelle nuovamente calda trovò che i capezzoli inturgiditi dal freddo non avevano affatto perso il proprio gonfiore, sorresse i seni tra le mani e con le dita continuò a stimolare quei due bottoncini sensibili. Dalla sensazione al basso ventre sapeva il motivo per cui i capezzoli erano ormai ben ritti, incrociando e stringendo con forza le cosce sentiva il suo sesso pulsante e voglioso.

Con un respiro liberatorio immerse la mano destra e la fece scivolare più in basso dell’ombelico, giù attraverso i peli pubici fino a trovare il clitoride, per un istante perse il respiro e strinse forte il capezzolo che aveva ancora le attenzioni dell’altra mano.
Il calore dell’acqua ed il suo profumo sembravano averla ubriacata, sapeva di essere pronta, fece scivolare l’indice tra le pieghe soffici della sua carne. Entrando dentro sé stessa riconobbe come frutto del suo desiderio e non dell’acqua tutto intorno a lei quella sensazione di viscosità che le circondava il dito.

Andò dritta ed immediata a quel punto magico che… ancora una volta le prese il respiro e le fece contrarre tutti i muscoli nel tentativo di controllarsi.
Sentiva già le gote in fiamme e che il respiro le si faceva sempre più affannato, quel punto è sempre lì e lei si è chiesta ogni volta come sia possibile che i suoi ragazzi non lo avessero mai trovato. Accarezzandosi con il massimo dell’amore per sé stessa aveva la convinzione che Padrone invece lo avrebbe trovato subito e che con la Sua mano tra le gambe lei si sarebbe sentita appagata, ma la mano di un uomo come lui doveva sicuramente essere più forte e decisa della sua così, cercando di figurarsela, premette anche il medio all’entrata del suo sesso fino a farlo scivolare dentro a raddoppiare il piacere.

Ma non sarebbe stato soltanto da dentro che le avrebbe dato piacere, sapeva che si sarebbe sentita felicemente sopraffatta dalla sua presenza e così iniziò a massaggiarsi il clitoride con le pressioni del palmo.
Chiuse gli occhi e dipinse nella sua immaginazione quell’uomo che le avrebbe dato piacere in quel modo così totale e mentre pensava questo la sua mano continuava a stimolarla, le gambe ormai spalancate per accogliere tutta la forza della sua passione.

Sentiva la testa girare per il caldo, i respiri troppo frenetici e per i movimenti ritmati della mano. Sull’orlo del piacere contrasse le dita per sfiorare di nuovo quel punto così intimo e sensibile e l’onda di appagamento che ne shiturì si estese a tutto il corpo scuotendola dal profondo.
Negli istanti successivi rimase immobile a godersi gli ultimi istanti di annebbiamento dei pensieri, immerse un poco il viso nell’acqua calda per rinfrescare i tizzoni ardenti dei suoi zigomi.

Si abbandonò completamente al relax dell’acqua che la cullava stingendola nel suo abbraccio, stanca, distrutta ma appagata.

Potete trovare il seguito di questa storia e gli altri miei racconti sulla mia pagina de “I racconti di Milu”.

Giovani guardoni crescono al circolo culturale

Il mio esibizionismo nacque così, quasi per caso…

Io e mio marito ci eravamo da poco trasferiti nella graziosa cittadina di Pordenone. Avevamo qualche amico e conoscente ma dovevamo ancora ambientarci. All’epoca io avevo 27 anni e mio marito 30.
Le prime persone con cui iniziammo ad entrare in confidenza furono alcuni vicini che abitavano sullo stesso pianerottolo del nostro condominio. Lei, Stefania, faceva un lavoro come segretaria part time, e nel tempo libero faceva sorveglianza pomeridiana presso un centro culturale, una sorta di oratorio a gestione civile, nel nostro ampio quartiere residenziale.

Lo seppi quando, incrociandoci sulle scale una sera, scambiammo un paio di parole ed entrammo nel discorso di come io e mio marito avremmo voluto ambientarci di più in questa zona. Subito Stefania mi propose di andare a darle una mano; dopo poco iniziai ad andarci con lei, ma sporadicamente.
Non c’era granché da fare: aprire o chiudere alcuni ambienti, gestire il prestito dei materiali (materiali sportivi, libri, materiali da cancelleria…) e talvolta sedare qualche futile lite tra alcuni frequentanti di quell’ambiente.

Poche volte vi andai, più che altro per stare in compagnia di Stefania e darle una mano. Un pomeriggio di metà giugno lei mi chiese la cortesia di sostituirla e di fare tutto da sola perché aveva un impegno inderogabile. Accetai di buon grado, seppur con un po’ di timore nel caso dovessi fare qualcosa che non sapevo ancora.

E dunque eccomi lì. Visto il caldo afoso di quelle giornate vi andai con un bel vestitino di tela, e visto che porto una seconda, una bella seconda sincera, preferii usare una canottiera al posto del reggiseno, per stare più comoda.

Quelle tre orette pomeridiane passarono tranquillamente, stavo in una stanzetta vicino all’ingresso dietro un tavolo con una sorta di bancone rialzato, un po’ come quelli delle banche, così dietro quel bancone che mi separava potevamo tenere quello che ci portavamo (da leggere e mangiare) e poi si teneva bene in ordine il telefono, un vecchio computer, e la cassetta di sicurezza con tutti i mazzi di chiave dell’ambiente.

Tutto bene, non c’erano nemmeno troppi giovani che gironzolavano, più che altro diversi ragazzi delle superiori che erano venuti a terminare le tesine (sempre all’ultimo sti giovani…) e altri che venivano a fare qualche tiro a pallone nel campetto.

Alle 18. 00, un’ora prima che fosse tutto chiuso, avevo chiuso il mini spogliatoio che lasciamo a disposizione di chi viene a giocare, e quelli che giocavano ormai se n’erano andati da un po’. Arrivò invece, subito dopo, tutto di corsa, questo ragazzo, probabilmente tra i 16 e i 19 anni, un po’ in carne (ma non troppo) e che sembrava preso dal panico. Col fiatone mi disse:
“Buongiorno, ha mica chiuso lo spogliatoio”
io: “Guarda, ho appena riposto le chiavi”
e lui sembrò ancora più preoccupato, allora gli domandai: “Di cosa hai bisogno?”
lui: “Non trovo più il portafoglio, forse l’ho dimenticato in spogliatoio”.

io: “Beh, andiamo a vedere”.

Sentivo il suo respiro nervoso e affannato, avrà fatto una corsa per tornare al centro culturale. Da dietro il bancone mi chinai in cerca del mazzo giusto, e mi ci volle un po’ perché alcuni portachiavi si erano incastrati tra di loro. Mentre cercavo le chiavi mi parve che quel ragazzo si calmò perché d’improvviso smise d’avere il fiatone. Quando mi rialzai notai che era quasi immobilizzato e aveva gli occhi fissi su di me.

In un lampo capii che inclinandomi in avanti avevo lasciato a favore di sguardo i miei seni, attraverso la scollatura, e quel ragazzo ne approfittò per rifarsi gli occhi.
Stranamente non mi sentivo offesa, anzi, ne ero un po’ compiaciuta e mi piaceva pensare d’averlo fatto eccitare un pochino.

Presi le chiavi e assieme andammo nello spogliatoio. Nella camminata continuavo a pensare a quel piccolo inconveniente e iniziai a provare piacere anch’io al punto che volevo quasi continuare a battere il chiodo finché era caldo… ma non avevo nulla in mente.

Ma ecco l’occasione: arrivati allo spogliatoio, aprii la porta ed entrammo a cercare il suo portafoglio. Lo trovai quasi subito, dietro una panchina, ma quasi istintivamente (un istinto un po’ da porcellina) per raccoglierlo stetti con le gambe ben dritte in piedi e chinai solo il busto lasciando il mio bel sedere puntato verso il giovane ragazzo. Certo il vestito non era poi così corto e portavo le mutante, ma indugiai un po’ in quella posizione, così che potesse almeno godere delle mie forme.

Una volta alzata lui non riuscì a chiudere la bocca e restò qualche istante con la bocca socchiusa e gli occhi persi in chissà quali pensieri.

Gli restituii il portafoglio, mi ringraziò, richiusi la porta a chiave e tornari alla mia postazione.
Alle 18. 40 iniziai il giro di controllo per sistemare qualche gioco rimasto in giro. Ormai non c’era più nessuno, o almeno così credevo. Per ultimo mi lasciai i bagni da chiudere.

Ormai erano le 19. 00. Arrivata al bagno dei ragazzi sentii un rumore non del tutto famigliare, accompagnato da qualche sporadico sospiro. Allora mi abbasso per sbirciare dallo spazio sotto le porte per vedere se c’è qualcuno, e nell’ultimo cesso noto due gambe. In quei bagni, ormai, erano pochi i catenacci che ancora funzionassero e quell’ultimo cesso non faceva eccezione, anzi, l’anta aveva un po’ di fessura, da cui sbirciai. Vidi il ragazzone del portafoglio, di schiena, che si stava masturbando.

Senza percepirne la lunghezza notai che aveva il cazzo bello duro. D’improvviso ebbi l’intuizione che potesse segarsi ripensando ai miei seni sbirciati e alla forma del mio culo.

Mmh, mi eccitava l’idea che si stesse segando pensando a me. Allora decisi: non c’è due senza tre, ed aprii la porta di colpo facendo la finta tonta:
io “Oh, scusa, non sapevo…” (ma intanto non richiusi la porta, eh eh…)
lui era talmente immerso che le sue mani continuarono ad andare su e giù afferrate al suo duro pisello anche se, allarmato, girò di colpo la testa in un’espressione tra l’imbarazzato e lo spavento.

Provò solo a dire un “Scus…. ” ma la frase si tramutò in un vocalizzo misto di piacere e sgomento: ejaculò proprio in quel momento.

A quel punto, e solo a quel punto, chiusi la porta senza dire una parola e tornai alla mia postazione. Ero soddisfatta e un pizzico orgogliosa d’aver fatto provare quell’emozione. Mentre rivedevo mentalmente gli episodi di quel pomeriggio iniziai a provare anche una certa eccitazione, nel frattempo quel ragazzone uscì dal centro culturale a testa bassa, di corsa, e pieno di imbarazzo…

Un’altra volta gli spiegherò che non deve essere imbarazzato, ma questo episodio lo racconterò più avanti….

Ventisei. -parte terza- (storia vera)

La suoneria passò i giorni successivi a tormentarmi i coglioni insistentemente. Un carico di inutili sms con domande cretine stile “Dove sei?” o “Cosa stai facendo?” non solo erano uno spreco di credito, ma anche un illogico spreco di tempo. Calcolando che non facevo certo la vita di James Bond, non potevo che stare nei soliti posti dove generalmente tutti noi pisquani con uno stipendio medio restiamo.
Principiai a palesare che fosse una persona molto solitaria e con scarsi interessi; sul primo aspetto della cosa nessun problema , sul secondo iniziarono i primi seri problemi di interazione tra di noi.

La frase “Non cacarmi il cazzo e fatti una vita tua” era qualcosa che per empatia faticavo sempre di più ad evitare mi varcasse l’arcata dentaria.
La accontentai per vederci la sera dopo, andando a bere qualcosa. Vagliando che stava per ordinarmi una birra dopo che le avevo già largamente rivelato precedentemente di essere totalmente astemio, mi fece fiutare che le sue orecchie erano congiunte da un dotto che aggirava completamente la sua materia grigia.

Riflettendo che il più delle volte ero io ad iniziare le conversazioni, le lasciai campo libero e disgraziatamente ottenetti il mutismo supremo. Persino il casello automatico dell’autostrada che percorrevo per incontrarla, era più loquace di lei.
Cercai di riparare alla situazione pagando il conto e invitandola a fare un giro a piedi e quando le tornarono le parole, mi propose di fare una capatina in un motel.
Accettai rincretinito dalla curiosità di venire al dunque, considerando che ormai ella non voleva che quello.

Varcata la soglia della stanza, fui sollevato nel constatare che il posto non era poi male; rilassato dalle luci soffuse me la tirai vicino e iniziammo a baciarci. Tra una pausa e l’altra mi spogliai, ma lei espresse il desiderio di strapparmi di dosso la camicia, cosa che rifiutai considerando che poi non sarebbe certo toccato a lei raccattare e rammendare i bottoni sparsi in giro. Non contenta volle che io indossassi i suoi collant neri e le risposi “Non ho voglia di imitare Renato Zero, abbi pazienza” e mi calai i pantaloni alle caviglie e sorpresa delle sorprese, lei scoprì con ilare delizia che non portavo la biancheria.

Lei ridacchiò divertita, con il cazzo che per il moto di calata dei jeans, ancora scampanava battendomi sulle cosce. Un po’ arrossita l’eccitata segretaria, si inginocchiò e mi fece una fellatio.
Mi godetti la sua graziosa testa rossa fare avanti indietro, con il tepore bagnato della sua bocca gettare benzina sul fuoco della mia libido.
Dovetti sospendere prima che la cosa potesse procurarmi un orgasmo anticipato e la accompagnai verso il letto.

Scoprii che era piuttosto reticente a spogliarsi interamente e non insistetti: sventuratamente non tutte le curvy hanno un buon rapporto con la proprio corpo e la cosa mi fece una certa tenerezza.
Denudai lo spogliabile, per cui restò con la camicetta aperta, i seni fuori dalle coppe del reggiseno e a intimo sfilato. Le “divorai” i seni e lei accettò di farsi infilare il cazzo tra i due. Fu la prima volta che potei farlo perché sciaguratamente non conobbi altre “tettone” all’infuori di lei.

Per ricambiare le passai la lingua sul clitoride, alternando di tanto in tanto le dita e quando la temperatura toccò lo Zenith sessuale, infilai un preservativo e varcai la sua soglia più intima.
Percepivo il tepore caldo e bagnato della sua cervice, accogliente e dolce sul mio membro; le sue mani si aggrapparono alla mia schiena con forza, quando iniziai ad aumentare il ritmo con il bacino.
Si aggrappò alle mie natiche e tentò di penetrarmi l’ano con un dito, cosa che mi fece trasalire considerando che quell’ispezione rettale non solo non era richiesta, ma non gradita.

Mi sussurrò “Voglio che tu sia il mio schiavo. ” e io non riuscendo a formulare una battuta a tono bruciante come una folgore divina, tra un ansare l’atro replicai con un semplice “Mammanco per il cazzo!” e la pompai più forte.
Quel sussurrare fu l’unico abbassamento di tono di una serie infinita di grida da set della Evil Angel, condita di continui “Oh siii, porco!” e altre amenità che mi fecero esplodere in una risata atomica.

La feci mettere su un fianco, le strinsi le mani sulla spalla che stava aderente al materasso e ricominciai a spingermi nuovamente dentro di lei. Ricevetti qualche eccitante sculacciata sul fianco, per cui mossi una gamba per offrirle parte di un gluteo venendo incontro a tutta la sua smania di punirmi e dominarmi.
Quando la misi a carponi, ammirai il suo rubicondo culo dividersi il due emisferi perfetti, al cui centro c’era un ampio ano per cui il primo pensiero ardito fu quello di un eccitante rapporto anale che non avvenne, anche perché mi accorsi poco dopo che ella trovava piuttosto fastidiosa la posizione anche su una penetrazione vaginale.

Nonostante i 26 anni, cominciavo a sentire la fatica: abbandonarmi ai bollenti spiriti di una donna tanto formosa, era un compito piuttosto faticoso e la breve pecorina mi aveva abbastanza fiaccato; inoltre, ormai l’orgasmo era alle porte e la voglia di ricoprirle quelle favolose lentiggini di sperma era incontenibile.
Mi sfilai il condom e lei si sdraiò e mi misi con il pene vicino al suo seno; lei mi accarezzava alternativamente cosce, scroto e petto, ma fu quando mi titillò un capezzolo che l’eruzione di sperma che si abbatté sui suoi seni fu bollente, abbondante e sfinente.

(fine terza parte).

Sensazioni di un giovane depravato(2)

Ero da solo a casa ed ero in bagno. Stranamente non mi stavo segando il cazzo ma stavo leggendo i miei fumetti preferiti.
Sentì il portone aprirsi e dopo qualche secondo si aprì la porta del bagno. Era Lisa la mia sorella maggiore.
Lisa: << Scusami ma devo fare pipi mi sta scappando>>
Io:<< Come faccio?>>
Lisa:<<dai alzati mi sto facendo addosso>>
Io mi alzai e mi girai, ma grazie allo specchio vedevo tutto.

Lisa si tirò giù i leggins e gli slip mostrandomi il suo meraviglioso pelo nero.
Lisa è poco pelosa ma sia le ascelle e la sua fighetta sono ben fornite di pelo. Lei si rasa le ascelle ma la fighetta ha un bel cespuglio.
Si sedette e si lasciò andare con un sospiro all’azione che le liberò la vescica.
Il rumore della sua piscia mi fece sobbalzare il cazzo.

Un odore forte ma piacevole di piscia raggiunse le mie narici e il mio cervello facendomi indurire il cazzo. Lei finita la minzione si alzò prese un po di cartaigenica si pulì la figa. Io a bocca aperta e a cazzo duro mi gustai quella visione. Ancora non era pulita. Altra carta, e io guardai ancora il suo pelo. Si ripulì, si infilò gli slip e leggins.
Mi diede un bacio sulla guancia mentre io nascondevo la mia erezione dandogli le spalle e con il fumetto.

Lisa:<< Scusami, scappo c’è Sandro che mi aspetta. Ciaoooo>>
Mi girai e vidi un pezzo di carta nel cesso e l’altro era sul pavimento.
Mi risedetti sul cesso. Avevo il cazzo durissimo. Presi la carta dal pavimento e annusai. Quell’odore pungente di piscia mi faceva scoppiare il cazzo. Rivedevo la sua figa pelosa. Annusavo l’odore della sua piscia. Avevo il cazzo durissimo.
Nella mia mente fece capolino l’idea di assaggiare quel succo.

Poggiai le labbra sulla carta e tirai fuori la lingua. La testa mi scoppiava il cazzo stava per esplodere. Succhiai la sua pioggia e il mio cazzo esplose appena assaporai il suo sapore pungente. Ebbi un sussulto e iniziai a schizzare come un cavallo.
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Ero steso sul divano a guardare un film di Tinto Brass. A casa c’era solo mia sorella Lisa che stava studiando per un esame universitario. I miei erano ancora fuori.

Serena Grandi mi aveva fatto venire un cazzo di marmo. I miei pantaloncini erano gonfiati dal mio cazzo. Lo avevo scalpellato in modo che la cappella strofinasse contro le mutande. Questo lo facevo anche quando mi mettevo a letto a pensare alle varie porca te. Entrò Lisa. Non l’avevo sentita.
Lisa:<<cosa stai guardando?>>
Io arrossi in un secondo. Per fortuna la mia postura nascondeva in qualche modo la mia erezione.
Io:<< non lo so ho girato da poco è un film italiano>>
Lisa:<< bello fammi spazio che lo guardiamo insieme.

>>
Lei si sedette e mi disse di poggiare la mia testa sulle sue gambe e iniziò ad accarezzarmi i capelli.
Le piaceva tanto farlo e a me piaceva moltissimo ricevere le sue carezze.
Lei indossava degli short in jeans. E il mio viso poggiava direttamente sulla sua pelle. Il contatto del mio viso sulle sue cosce e le sue mani tra miei capelli mi facevano arrapare il cazzo che mi stava esplodendo nelle mutande.

Nel frattempo le scene diventavano sempre più calde ma rimanemmo in completo silenzio.
Mentre mi accarezzava i capelli ,notai anche che i suoi capezzoli iniziarono a toccarmi la testa. I suoi capezzoli erano turgidi e li sentivo toccare la mia testa. Lisa muoveva leggermente le gambe e le stringeva per massaggiarsi la fighetta. Anche lei
si stava eccitando. Il mio cazzo scalpellato e marmoreo era accarezzato dalle mie mutande e dai piccoli movimenti del mio bacino.

Continuammo a vedere il film senza fiatare.
I nostri leggeri movimenti stimolavano le nostre parti intime. I suoi capezzoli erano dei chiodi che spuntavano dalla maglietta. L’odore della pelle delle sue cosce mi facevano contrarre il cazzo che si strofinava sulle mie mutande. Segretamente ci stavamo masturbando
uno vicino all’altro.
A un certo punto Lisa si alzò. <Vado in camera> mi disse. Prima di sparire diede una occhiata al mio cazzo e notò la mia erezione spudoratamente in evidenza.

Lei mi invitò ad andare a letto con un sorriso malizioso. <<Non fare tardi dai vai a letto, notte>> mi disse ed uscì dalla stanza.
Io aspettai qualche minuto, spensi la tv e mi diressi verso la mia stanza. Passai davanti alla stanza di Lisa ma era vuota. Dove è andata Lisa? Silenziosamente scivolai verso la mia camera, passando davanti al bagno. La porta era chiusa. Mi chinai e guardai dalla toppa della chiave.

Lisa era seduta sul bordo della vasca era senza short. La sua mano era negli slip e si muoveva freneticamente. L’altra mano accarezzava i seni. I miei occhi erano rapiti da quella visione. Il mio cazzo lascio uscire il mio seme all’interno delle mie mutande senza toccarlo. Lisa godette subito dopo. Io andai in camera e sentì Lisa andare nella sua.
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