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I sogni di Krissy

Aveva sempre avuto un unico, secondo lei, bellissimo sogno; quello di sgambettare in televisione. Quello di mostrare il culo alle telecamere, di farsi vedere abbracciata al calciatore, al ricco imprenditore o al manager di successo. Non aveva studiato, non è che fosse particolarmente vispa né intelligente. Era ambiziosa, questo glielo riconosco. Un’oca giuliva fuori e una ragazzina piena di debolezze, frustrazioni e dubbi dentro. Questa era Cristina, quando la conobbi. A sapere che sarebbe finita così male sarei stato

meno gentile con lei.

Ma lasciatemi raccontare di come andarono le cose. Atto I: una maialina sulle scale

Piangeva. La prima volta che la vidi piangeva. Era seduta sulla gradinata del palazzo in cui lavoravo ed era vestita come…come…si può essere schietti e sinceri, vero? Mica vi scandalizzate? Ecco, allora, era vestita come una buona mignotta. Minigonna, calze a rete, giacchino strizzato in vita come un tubetto di dentifricio quasi finito, capelli pettinati all’ultima moda (ultima, penultima o terzultima per me fa lo stesso…non seguo le mode) e trucco gradevole ma tutt’altro che leggero.

Lì per lì ho pensato di avere a che fare con una troietta come tante. Beh, a conti fatti la prima impressione era quella giusta. Ma non a tutte le troiette mi affeziono, sapete? Per questo ripensare a quel momento mi fa un po’ male.

“Ciao. Qualcosa non va?” le chiesi, pensando fra me e me a quanto dovesse sembrare stupida quella domanda. Se uno piange, per forza c’è qualcosa che non va.

O no? “No” mi fa lei “Tutto a posto”
“Perché piangi, allora?”

“Ma nulla…mi hanno solo scartata”

“Ah” esclamai. In quel palazzo si tenevano le prove per un programma televisivo che sarebbe andato in onda da lì a due mesi. Lo sapevo da qualche giorno. Il genere del programma ve lo potete immaginare. Quando si fanno le selezioni per scegliere una quarantina di volenterose ragazzine con poco cervellino e gambe lunghe, c’è un unico genere di programma che si può mettere in piedi.

Un programma da cerebrolesi.

“Ti è andata male, eh?” chiesi. “Sì, come sempre”

“Beh, avrai la tua occasione” “Sul serio?”

“Sì, sei una bella ragazza”

“Sì, sono una bella ragazza di ventiquattro anni!”

Disse quel numero come se confessasse un crimine dei più atroci. Ventiquattro anni. Io ne ho trentuno e mi sento ancora un ragazzino, lei ne aveva quasi dieci meno di me e si comportava come se la sua vita dovesse terminare entro l’anno.

In effetti quante veline, letterine e stupidine varie vi sono, di più di ventiquattro anni? A quell’età sei già una pera marcia pronta a cadere dall’albero. Così ti fa credere il dorato mondo della TV. E chi siamo noi, comuni mortali, per obbiettare di fronte a ciò che ci viene proposto dalla Dea TV? Cristina, a ventiquattro anni, si sentiva vecchia e pronta ad essere messa in disparte.

“Dai, ti offro un caffè” le ho detto.

“No, devo andare” mi ha risposto con un po’ di arroganza. Sembrava non vedesse l’ora di togliersi dai piedi questo coglione invadente. Comprensibile, le uniche persone con cui valga la pena mostrare un briciolo di gentilezza sono quelle che ti possono portare in alto. Ma lei non mi conosceva.

“Insisto. Ci sediamo al tavolo di un bar e mi racconti tutta la storia. Magari ti posso aiutare a realizzare il tuo sogno”

Cristina mi guarda in obliquo.

“Davvero?”

“Sì”

“Chi sei?”

Le dico il mio nome (a voi no, accontentatevi di Tom). “Lavori in televisione?”

“Beh, in un certo senso è così. Sono uno scrittore. Di recente mi hanno chiesto di fare il consulente per una serie di documentari in prima serata. Forse ne avrai sentito parlare”
Cristina s’illumina. Per un attimo resto stupito anch’io. E’ bellissima. Come avranno fatto quei froci del casting a scartarla?

Indago e vengo subito a capo della questione.

“Senti, tu conosci qualcuno nell’ambiente?” domando. “No, nessuno”

“Capisco” le dico “In questo caso è naturale che non ti abbiano presa in considerazione” “Davvero?”

“Tutte le ragazze che vanno in televisione hanno…diciamo, qualche aiutino da dietro” Raccomandazione. Una brutta parola.

Raggiungiamo il più vicino bar e ci prendiamo qualcosa da bene. Cristina passa subito alle domande che contano.

“Tu puoi aiutarmi a farmi conoscere?”

“Può darsi.

Come ti ho detto conosco parecchia gente” “E…. ”

“Sì, è gente assai influente” Sorride.

“Parlami di te. Chi sei, da dove vieni” chiedo. “Mi chiamo Cristina. Vengo da Napoli” “Tutto qui?”
“Tutto qui” “Sei diplomata?” “No”
“Ah”

“E’ un male?” “No…no…”

“A che serve il diploma, sul palco?” “Certo, certo…a che serve?” “Lavori?”

“Qualche volta. Ho fatto la hostess. Ma così, una volta e via…lavori fissi non se ne trovano”

“E che lavoro cerchi?”

“E’ ovvio! Lavorare in televisione!”

“Un lavoro…che so, da impiegata…qualcosa di normale?”

Non vi dico che faccia fa Cristina a queste parole.

Sembra che le abbia proposto di scopare un vecchio bavoso con l’HIV. No, il lavoro normale non le piace proprio. A che serve, il lavoro normale, quando si hanno delle belle cosce lunghe e disponibilità d’alloggio per una fava o due lì nel mezzo?

E d’improvviso sento nascere una cordiale antipatia per questa ragazzetta pretenziosa e senza qualità. Andate via le lacrime resta solo una gran voglia di arrivare alla vetta senza faticare.

Senza quel suo visino disfatto dal pianto che ispira tenerezza, Cristina appare per quel che è; una piccola mignottella annebbiata dalle facili promesse del successo.
A questo punto, però, ho promesso di aiutarla e lo farò. Non è nelle mie abitudini, disattendere una promessa. Però la ricompensa è un altro discorso.

“Senti, Cristina…e se io ti aiutassi ad arrivare dove vuoi tu che cosa saresti disposta a fare, per me? Sei bella.

Mi piacerebbe conoscerti…diciamo, più approfonditamente” La ragazza non si scompone più di tanto. Non è granché intelligente, ma sa che in questo mondo, per arrivare, qualche letto lo devi conoscere.

“Io divido l’appartamento con un’altra ragazza” risponde subito.

“Non c’è problema. Verrai da me. Ma ti avverto che io ho gusti un po’ particolari. Mi piace sottomettere le mie amanti”

Cristina alza le spalle. “Va bene”

Come sarebbe a dire “va bene”? Che gran troia ho trovata!

“E mi piace anche veder sottomessa una ragazza da un’altra ragazza” “Certo.

Io quale sarei? Quella che sottomette o che viene sottomessa?” “Quella che viene sottomessa” rispondo bruscamente.
“In che modo, dovrei essere sottomessa? Corde, falli di gomma…”

“No, più semplice. Lingua. La tua. Sul corpo del padrone e della padrona. Dappertutto” “Hummm…beh, come si dice…non si fa niente per niente. Vogliamo andare?”

Ci resto un po’ male. Non ha fatto una piega di fronte ad una proposta che altri giudicherebbero indecente. Mi domando quante, fra le aspiranti telemignotte televisive, siano disposte a tutto come questa qui.

Poi non ho il tempo di fare altri ragionamenti. “Allora” mi fa Cristina “Vogliamo andare?”

“Sì, piccola. Arrivo subito”

Il conto del bar è sulle cinque euro. Ne lascio cadere dieci sul tavolo e me ne vado. Oggi ho idea che prenderò un giorno di riposo.

UN INVITO A CENA- IL MERCOLEDÌ

Tornato a casa non faccio altro che pensare all umiliazione subita. Eppure non mi sono fermato, ho continuato a succhiare il dildo fino a che non restasse una sola goccia, una minima traccia del suo sperma. Anche quando lui è uscito, non ho smesso, volevo, desideravo tutta la sua sborra. Sono davvero così troia come dice lui?? Eppure nella mia vita ne ho combinate tante, a volte ho fatto di proposito la troia perché mi piaceva.

Ma non me ne sono mai preoccupato. Lui è riuscito a farmi sentire diverso, una sensazione più reale. Possibile che a 44 anni scopro di essere davvero cosi troia? Vado a letto molto confuso. Mi giro, mi rigiro, ma non riesco a dormire. Guardo il telefonino e sono le due. Lo spengo. Prendo mezzo sonnifero e mi addormento. Alle sette la maledetta sveglia suona. Questa volta la lascio suonare più volte. Poi con calma mi metto seduto sul bordo del letto e guardo il cell.

Ho quasi paura ad accenderlo, ma devo farlo. Mi aspetto un suo messaggio, invece niente. Strano, eppure ero sicurissimo. Mah forse si è stancato o ha capito che non deve rompere di notte. Un po’ mi dispiace, ma perché????? Comunque faccio la doccia, mi vesto, e quando sto per uscire vedo una busta ai piedi della porta. Giuro che rabbrividisco!!! Il solo pensiero che sia un suo messaggio mi spaventa a morte. La prendo in mano, la apro e dentro trovo una foto!!! Riconosco il suo cazzo in primo piano.

Giro la foto e c’è un suo mess scritto
” Notte troia, sono le due e mezza. Come vedi dalla foto sono eccitato e la colpa è tua. Più tardi al lavoro, alle 9. 30 esatte , devi andare nella sala ristoro, troverai un cappuccino ancora caldo con una schiuma speciale. Bevilo tutto. Notte troia!!!”
Non so se sono più preoccupato del fatto che sto coglione è venuto alle due e mezza del mattino davanti alla porta di casa mia, o se qualcuno al lavoro potesse accorgersi del gioco perverso che Ioan aveva partorito stamattina!!!
Agitatissimo corro al lavoro.

Per due ore faccio finta di fare qualcosa , ma in realtà continuo a fissare l’ora. Alle nove e 28 minuti mi alzo e dico a mia sorella che vado a prendere un caffè. Corro verso la sala ristoro, non c’era nessuno. Vedo sopra il tavolo un cappuccino ancora fumante. Cazzo l’ho mancato per poco. Mi avvicino e prendo il bicchiere in mano. Lo osservo bene e noto chiaramente che non è schiuma quella che galleggia , ma una calda, bianca, densa, copiosa sborrata.

Non ci potevo credere!!!! Ioan aveva macchiato un caffè con il suo sperma. Non so cosa fare, se bere tutto o gettarlo via. Ed ecco che mentre ho il bicchiere in mano entra mia sorella
” Sei scappato via, non ho fatto in tempo a dirti di portarmi un orzo!!! Tu che hai preso” mi chiede avvicinandosi alla macchina dei caffè
” Un cappuccino, bello schiumoso!!” Rispondo e inizio a berlo, piano piano, finché finisce.

Uno dei migliori cappuccini della mia vita!!!! In qualche modo è riuscito a farmi fare la troia anche stamattina.
Mentre mia sorella ritorna in ufficio, io devo trovare Ioan. Non so bene perché, lo devo vedere. Faccio il giro per dietro e arrivo al magazzino 3, sicuro di trovarlo la. Ma non c’è. Chiedo in giro, nessuno l’ha visto. Ma come? Nessuno lo ha visto oggi?? Eppure ci deve essere, mi ha preparato il cappuccino.

Ritorno in sala ristoro. Trovo dentro mio padre e altri due collaboratori. Li vedo ridere come pazzi. Chiedo a mio padre se avesse visto Ioan. E lui mi risponde che oggi non viene, che ha telefonato che sta male. E continua a ridere insieme agli altri. A quel punto completamente confuso chiedo cosa avessero tanto da ridere.
” È una scommessa che avevamo fatto con Ioan. Lui dice che tra le donne che lavorano qua ce n’è una in particolare più troia di tutte.

Ma tanto troia. Così tanto da essere sicuro al cento per cento che se avessimo lasciato sul tavolo un caffè pieno di sborra, lei trovandolo se lo sarebbe bevuto!!!!” Mi spiega mio padre
” E allora? Perché ridete? Cosa è successo? Che avete fatto???” Chiedo io con un groppo allo stomaco che quasi mi sento svenire.
” Ma niente, siccome per noi Ioan è sempre il solito esagerato, abbiamo voluto fare una prova, ma così per ridere!!” Continua mio padre.

” E quindi??? Dai sono curioso!!! Raccontami. ” gli dico facendo finta di essere allegramente curioso.
” Insomma alle nove abbiamo preso un caffè espresso dalla macchinetta e a turno tutti e tre siamo andati in bagno e…. si hai capito no..e poi lo abbiamo messo sul tavolo e siamo usciti. Dopo venti minuti siamo tornati e il caffè era sparito. E il bicchiere vuoto è dentro il cestino. Lo abbiamo segnato con una X.

È proprio quello!!!” E indica il bicchiere sul cestino e solo in quel momento mi accorgo della X scritta a penna!!!
” Quindi qualcuna delle ragazze lo ha bevuto? E avete visto chi?” Chiedo terrorizzato
” Macché Dio bono, è stata talmente veloce che non siamo riusciti a vedere nessuna!!! Ma Ioan aveva ragione, c’è una gran troia , e anche schifosa secondo me, perché solo una porca schifosa può fare una cosa del genere!!!” Sentenzia mio padre ancora ridendo.

” Secondo me ce n’è più di una qua dentro!!” Esclamo io. E poi chiedo a mio padre se posso andare a casa perché è tutta la notte che sto male e lui ovviamente acconsente. Esco dagli uffici e fuori c’è un caldo afoso tremendo. Inizio a sudare, mi sento male!!!! Arrivo alla macchina appena in tempo, accendo l’aria condizionata e mi stendo un po’. Sono sotto shock. Non riesco nemmeno a pensare.

Non voglio pensare!!! Squilla il cell. È lui. Accetto la chiamata ma non riesco a parlare.
” Chi è la mia troia????” La sua voce mi mette i brividi. Chiudo la chiamata senza dire nulla. Dentro la macchina mi gira la testa , e una frase rimbomba ovunque: chi è la mia troia?????? Chi è la mia troia???? CHI È LA MIA TROIA??????????.

Quella vacanza in grecia

Il sole, quanto lo avevo sognato in quelle cupe giornate di Milano, e il mare che ora si stendeva davanti a me finalmente erano dei segni tangibili di libertà.
La barca era li ormeggiata davanti a me e aspettava solo di sciogliere le vele al vento per portarmi via tra le isole dell’ Egeo. Mentre finivo di caricare le ultime cose sulla banchina arrivava il traghetto da Kos, riversando il solito fiume di turisti accaldati e vocianti.

Io li osservavo un po’ distratto quando la vidi, bionda miele nascondeva i suoi riccioli sotto uno di quei cappelli di paglia larghi e due occhialoni alla Hepburn il vestito leggero come un soffio lasciava trasparire un seno quasi acerbo che rivelava una abbronzatura topless, mentre trascinava un trolley passò davanti a me e allora vidi che piangeva, il trucco colava e leggermente rigava le guance di rimmel. Dissi tra me “una vacanza e un amore finito! O peggio.

” In quella una sgommata e il suv frena prepotente sulla banchina, ne scende un buzzurro da film vanzina che la affronta e la strattona per farla salire in macchina colpendola di insulti, sta per alzare una mano per colpirla, non so come sono già sceso al volo e lo agguanto, molle come un polpo mi sguscia via e urla “tieniti quella Troia ! É tutta tua!” E via col macchinone falciando le stente aiuole del Marina.

Un gran bastardo borbotto tra me mentre mi volto, lei è lì quasi stenta a parlare, è scivolata a terra e si è sbucciato un ginocchio, sembra un fiore calpestato. “Posso aiutarla ? Mi scusi forse non dovevo intromettermi ma davvero non ho resistito, pe favore venga la porto da un dottore le medicherà il ginocchio…..”. Mi guardò attraverso gli occhiali scosse la testa e senza dir nulla cominció a raccogliere gli occhiali rotti e il cappello calpestato, meccanicamente fece per afferrare il trolley ma la maniglia le restò in mano, la fissò per un attimo e scoppiò a piangere silenziosamente mentre scivolava ancora a terra.

La strinsi in braccio per impedirle di cadere e restammo così sotto il sole abbracciati come due adolescenti lei disperata e io stupito. Poi la portai in barca la feci coricare in una cuccetta fresca e le diedi acqua e asciugamani, poi la lasciai riposare. Andai sul ponte e riordinai tutto poi mentre mi facevo la doccia sentii il suo sguardo su di me, mi voltai e mi scrutava dal portello di ingresso della barca.

Le chiesi come si sentiva, le vidi quegli occhi verdi brillare nella penombra della cabina poi arretrò sparendo all’interno. La seguii come affascinato e appena dentro lei mi abbracciò completamente nuda, il corpo era totalmente abbronzato da nudista, agile e vellutato, non un pelo sul corpo, mi strinse con delicatezza ma decisa, io ancora bagnato reagii subito con una erezione totale scorsi i fianchi le natiche e quel seno da ragazza capezzoli duri e prepotenti ci baciammo con foga non sapevo neanche il suo nome ma la volevo e sentivo la stessa urgenza in lei, succhiavo i seni e frugavo quel ventre liscio che mi allagava la mano, mente lei aveva preso possesso del mio cazzo e lo accarezzava e segava dolcemente.

La girai e la feci appoggiare sul tavolo del saloncino le alzai una gamba e la baciai leccandola fino ad arrivare alla fica, piccola rosea e odorosa di muschio, colava il suo umore e mi ci abbeverai la coprii di baci immersi in quel liquido poi usai la lingua come un cazzo e le esplorai la vagina fino a sentirla tremare gemere ed esplodermi in bocca. Mi alzai e la baciai afferrando quei riccioli ribelli, poi sollevandola come un velo la avvicinai al cazzo e lentamente godendo ogni centimetro della sua fica glielo piantai dentro, quegli occhi verdi divennero enormi il suo seno sussultava mentre continuavo a scoparla in piedi alternando profonde affondate a ritmi accelerati finché le misi la mano destra tra i glutei spinsi il dito medio nel suo ano e la vidi godere scuotendosi come percorsa dalla corrente elettrica.

Non avevo ancora goduto, la guardai abbandonata sul grande tavolo lucida di sudore e delle sue godute, io il cazzo teso come una sbarra pulsante di vene rigonfie la baciai in bocca sui seni nel ventre poi la rovesciai puntai il suo culetto abbronzato e infilai la punta del cazzo, dento fuori dentro fuori, ancora e ancora sempre più giù fino che le mie palle sbattevano sulle chiappe lisce di lei. Durai ancora poco poi stappai il culo e le misi tutto il cazzo in gola e la feci bere un lago di sborra che mi gogogliò dalle palle.

Rimanemmo insieme tutta l’estate e fu un orgasmo di sole vento sesso e sesso sesso.

Quella troia della mia ex

Oltre ogni censura

Giuro che non lo so. Davvero, non ho idea di come noi si sia finiti a
parlare di vibratori alle nove del mattino. In un bar, in mezzo a gente
che beve caffè con la faccia stropicciata dal sonno.
Non lo so e non me ne frega un cazzo, persino; è più quello che mi è
scappato di bocca ad un certo punto, che mi preoccupa. No, dico, se
proprio mi dovevo impegolare in un discorso a base di roba da sbattersi
nella figa o nel culo, potevo restare sul vago, no?
Che so, conversazione salottiera, sguardo scafato e battutine lievi.

No,
dovevo proprio dirti “Che poi, non so perché, non ne ho mai posseduto uno,
di vibratore”.
Voilà. Piatta, banale, e ingenua che neanche Heidi. L’ho vista proprio, la
lampadina che ti si accendeva nello sguardo. Bling! ha fatto, tipo
flipper.

“Ah, beh, se è per questo si rimedia. Ne ho alcuni, a casa, te li faccio
provare, così poi decidi quale preferisci. ”
O vacca miseria. Non è che hai cercato una forma dubitativa qualsiasi,
chessò “UNA VOLTA CHE HAI TEMPO passi da me, SE TI VA, e
MAGARI, ci dai un’occhiata, COSI’ PER RIDERE, EH”.

No, no, dai per scontato che io poi ci venga, a casa tua. A PROVARLI,
cazzo. Si intende davanti a te, o con la tua collaborazione, o magari…
che minchia ne so. Scenari sempre più imbarazzanti mi si disegnano in
mente. E si vedono tutti dalla mia faccia, a giudicare da come stai
sorridendo.
Lascio schiantare il discorso in un rovinìo di nessi logici.

Ma tanto lo so, che non finisce qui.

Tu, figurati, boia chi molla.
Che poi lo so già che clima c’è a casa tua. Intanto, chiamala casa: uno
scannatoio da intellettuale simil-etnico, coi libri per terra, il mega
flat
screen e l’armadio da scarestia del ‘700, che ti pare di esser lì per
farti scopare dal parroco.
Mi innervosisce, casa tua. Così piena di cose morbide,
divani/tappeti/cuscini, che è fin troppo facile scivolarci sopra, e così
piena di robe cogli occhi, statue e maschere e ritratti dell’antenato, che
una si crede all’esame di maturità.

Già un’altra volta, sono uscita di lì con le ginocchia molli e la faccia
in fiamme.
Avevi così insistito perché venissi da te a pranzo, che come minimo mi ero
aspettata che mi venissi ad aprire in vestaglia di seta
leopardata, sventolando un goldone.
Naturalmente, tutto il contrario: pranzo normalissimo, seduti a distanza
di sicurezza, caffè e convenevoli vari. Mi ero alzata per andarmene
che ero quasi rilassata, vè.

Poi, sulla porta, mi sono girata a mezzo per
salutarti. E com’è come non è, mi ero ritrovata la tua lingua in bocca.

E mica poca, no: un bacio sfacciatissimo e bagnato, labbra succhiate e
lingua in giro fra i denti, e poi solo labbra e di nuovo lingua, un
sacco. Tutto senza toccarmi, senza stringermi o tenermi ferma. Solo bocca
spalancata e occhi socchiusi, per un momento lunghissimo.

Pensa te se di mezzo ci mettiamo anche un vibratore.

Gesù, Giuseppe e
Maria.

E’ ovvio che adesso sono qui, spostando il peso da un piede all’altro,
davanti a questa pregiata porta di noce. Anche oggi, nessuna
vestaglia leopardata; quasi quasi ci resto male. Dentro c’è una luce
strana, azzurrognola, che fa abbastanza ospedale. Mi siedo rigida al
tavolo da pranzo, mentre tu mi ronzi intorno, chiacchierando del più e del
meno. Ti accomodi sul divano, batti con la mano sul cuscino,
invitante (“qua, Fuffi!”); io esito, chissà perché.

Se non volevo venire,
potevo anche restare a casa, col gatto sulle ginocchia e affrontare
serena la vecchiaia. Senza saper niente di vibratori, né di biondini un
po’ pelati che mi porgono una tazza.

Oddìo, che è? Cioccolata. Setosa e profumata di vaniglia, nonché di
qualchecosaltro che individuo solo al terzo sorso. Rum, porca troia.
Bevi e mi sorridi sopra l’orlo della tazza. Io mi abbarbico alla mia, e
cerco spasmodica di tenere viva la conversazione.

Tu, figurati. Sorridi,
mi
versi un altro po’ di diabolica bevanda. Ho la bocca foderata di
dolcissimo veleno. Manco lo schienale, e mi accascio semisghemba sui
cuscini. Ti siedi ai miei piedi, mi prendi la tazza. E poi tutte e due le
scarpe, sfilandole una alla volta, senza mollarmi con gli occhi.

“Comoda?” (eh, comenò, ora mi addormento pure)
Ti alzi e sparisci alle mie spalle; la luce ora ha toni da acquario
tropicale, macchie di buio si allargano, scivolando dagli angoli.

Ho
caldo, il rum, probabilmente. Ma anche no. Chiudo gli occhi. Un oggetto
tiepido mi scivola lungo il collo. Non voglio guardare.

“Ehi, apri gli occhi. ” (ecco, appunto)
Nella luce bluastra della stanza un oggetto scintilla freddo nella tua
mano. Sono quasi delusa. E’ una sorta di cilindro satinato, argenteo,
che somiglia a un portapenne, e ricorda un cazzo solo per calibro e
lunghezza. Se lo sapevo, evitavo tutto sto cancan e rimanevo in ufficio
a contemplare l’Uniposca indelebile blu, che mi sa che era lo stesso.

“Toccalo. “

L’attrezzo è gradevole al tatto: tiepido (dài: l’hai scaldato prima? nel
microonde?) e liscio senza essere scivoloso. Lo reggi dalla base, mi
trovo ad accarezzarlo con tutte e due le mani, provo a stringerlo, a
meneggiarlo come se fosse vero. Non è molto convincente; molto
meglio i tuoi occhi che mi ridono in faccia, mentre ti avvicini. Mi baci,
solo il labbro inferiore, mentre mi appoggi il portapenne al collo.

La
gola mi vibra, dolcemente, senza rumore, e la tua bocca mangia la mia,
piano. Chiudo di nuovo gli occhi, mentre continui a baciarmi, e
passeggiarmi ‘sto accidenti di tubo sulla pelle, sempre più giù.
Sento i bottoni cedere, slacciarsi, la camicia scivolarmi dalle spalle. La
mia pelle è percorsa da brividi meccanici e da tremori maledettamente
reali; la tua lingua segue una traiettoria che si incrocia e diverge,
capricciosa, da quella del tubo, ho la gola, le tette tremule e bagnate,
e
sempre più caldo.

Intingi un dito, poi due, nella mia bocca; ci stropicci i miei capezzoli,
quasi meditabondo. Mi manca un po’ il fiato. Uno, due respiri
profondi, e l’ossigeno finisce di ubricarmi per bene. Tiro indietro la
testa, ti offro la gola, le tette umide e tremanti, tipo vittima al
sacrificio.
Ora il diabolico aggeggio staziona dalle parti del mio ombelico scoperto:
la tua lingua continua ad esplorarmi qua e là, capricciosamente,
bocca collo tette e adesso pancia, maledetto te.

Così, tanto per darmi un tono, ti sbottono la camicia: odore di limone e
muscoli lisci ma duri, sei magro ma ben fatto, porca miseria. Tiro in
dentro la pancia, proprio mentre stai iniziando a mordicchiarla, vibro e
vengo risucchiata fra i tuoi denti, sempre più in basso, e zio fanale,
com’è come non è, mentre fuori è ormai notte e il divano mi inghiotte
(notare la rima) son qui che scalcio quel che resta delle mie mutande.

Eh ben, ci siamo: chiudo gli occhi, non ce la faccio, ‘sto eros
semi-cyborg ancora non mi convince, e invece. Invece sento solo dita e
lingua, uno scalpiccìo umido e irresistibile fra le cosce aperte, baci e
morsi e carezze lente e spinte, morbidissime, tremanti spinte contro la
mia passera, spinte DENTRO la mia passera, porca la miseriaccia porca, sei
qui che mi baci e mi scopi col portapenne e manco me n’ero accorta.

No, mi
pare solo che la mia carne, e la mia testa soprattutto, siano solo un
tenerissimo, tremolante budino in cui affondi la bocca, e
le dita, e, ma sì, anche un cucchiaio, un magico cucchiaio vibrante che
scava, scava, mi scava fuori sospiri e piaceri.

Spalanco gli occhi, sulla tua schiena nuda e bluette, sputando un po’ di
anima e di fiato, e mi dico che in fondo, la vita del collaudatore
mica ha da essere così male.

.

Giovani guardoni crescono al circolo culturale

Il mio esibizionismo nacque così, quasi per caso…

Io e mio marito ci eravamo da poco trasferiti nella graziosa cittadina di Pordenone. Avevamo qualche amico e conoscente ma dovevamo ancora ambientarci. All’epoca io avevo 27 anni e mio marito 30.
Le prime persone con cui iniziammo ad entrare in confidenza furono alcuni vicini che abitavano sullo stesso pianerottolo del nostro condominio. Lei, Stefania, faceva un lavoro come segretaria part time, e nel tempo libero faceva sorveglianza pomeridiana presso un centro culturale, una sorta di oratorio a gestione civile, nel nostro ampio quartiere residenziale.

Lo seppi quando, incrociandoci sulle scale una sera, scambiammo un paio di parole ed entrammo nel discorso di come io e mio marito avremmo voluto ambientarci di più in questa zona. Subito Stefania mi propose di andare a darle una mano; dopo poco iniziai ad andarci con lei, ma sporadicamente.
Non c’era granché da fare: aprire o chiudere alcuni ambienti, gestire il prestito dei materiali (materiali sportivi, libri, materiali da cancelleria…) e talvolta sedare qualche futile lite tra alcuni frequentanti di quell’ambiente.

Poche volte vi andai, più che altro per stare in compagnia di Stefania e darle una mano. Un pomeriggio di metà giugno lei mi chiese la cortesia di sostituirla e di fare tutto da sola perché aveva un impegno inderogabile. Accetai di buon grado, seppur con un po’ di timore nel caso dovessi fare qualcosa che non sapevo ancora.

E dunque eccomi lì. Visto il caldo afoso di quelle giornate vi andai con un bel vestitino di tela, e visto che porto una seconda, una bella seconda sincera, preferii usare una canottiera al posto del reggiseno, per stare più comoda.

Quelle tre orette pomeridiane passarono tranquillamente, stavo in una stanzetta vicino all’ingresso dietro un tavolo con una sorta di bancone rialzato, un po’ come quelli delle banche, così dietro quel bancone che mi separava potevamo tenere quello che ci portavamo (da leggere e mangiare) e poi si teneva bene in ordine il telefono, un vecchio computer, e la cassetta di sicurezza con tutti i mazzi di chiave dell’ambiente.

Tutto bene, non c’erano nemmeno troppi giovani che gironzolavano, più che altro diversi ragazzi delle superiori che erano venuti a terminare le tesine (sempre all’ultimo sti giovani…) e altri che venivano a fare qualche tiro a pallone nel campetto.

Alle 18. 00, un’ora prima che fosse tutto chiuso, avevo chiuso il mini spogliatoio che lasciamo a disposizione di chi viene a giocare, e quelli che giocavano ormai se n’erano andati da un po’. Arrivò invece, subito dopo, tutto di corsa, questo ragazzo, probabilmente tra i 16 e i 19 anni, un po’ in carne (ma non troppo) e che sembrava preso dal panico. Col fiatone mi disse:
“Buongiorno, ha mica chiuso lo spogliatoio”
io: “Guarda, ho appena riposto le chiavi”
e lui sembrò ancora più preoccupato, allora gli domandai: “Di cosa hai bisogno?”
lui: “Non trovo più il portafoglio, forse l’ho dimenticato in spogliatoio”.

io: “Beh, andiamo a vedere”.

Sentivo il suo respiro nervoso e affannato, avrà fatto una corsa per tornare al centro culturale. Da dietro il bancone mi chinai in cerca del mazzo giusto, e mi ci volle un po’ perché alcuni portachiavi si erano incastrati tra di loro. Mentre cercavo le chiavi mi parve che quel ragazzo si calmò perché d’improvviso smise d’avere il fiatone. Quando mi rialzai notai che era quasi immobilizzato e aveva gli occhi fissi su di me.

In un lampo capii che inclinandomi in avanti avevo lasciato a favore di sguardo i miei seni, attraverso la scollatura, e quel ragazzo ne approfittò per rifarsi gli occhi.
Stranamente non mi sentivo offesa, anzi, ne ero un po’ compiaciuta e mi piaceva pensare d’averlo fatto eccitare un pochino.

Presi le chiavi e assieme andammo nello spogliatoio. Nella camminata continuavo a pensare a quel piccolo inconveniente e iniziai a provare piacere anch’io al punto che volevo quasi continuare a battere il chiodo finché era caldo… ma non avevo nulla in mente.

Ma ecco l’occasione: arrivati allo spogliatoio, aprii la porta ed entrammo a cercare il suo portafoglio. Lo trovai quasi subito, dietro una panchina, ma quasi istintivamente (un istinto un po’ da porcellina) per raccoglierlo stetti con le gambe ben dritte in piedi e chinai solo il busto lasciando il mio bel sedere puntato verso il giovane ragazzo. Certo il vestito non era poi così corto e portavo le mutante, ma indugiai un po’ in quella posizione, così che potesse almeno godere delle mie forme.

Una volta alzata lui non riuscì a chiudere la bocca e restò qualche istante con la bocca socchiusa e gli occhi persi in chissà quali pensieri.

Gli restituii il portafoglio, mi ringraziò, richiusi la porta a chiave e tornari alla mia postazione.
Alle 18. 40 iniziai il giro di controllo per sistemare qualche gioco rimasto in giro. Ormai non c’era più nessuno, o almeno così credevo. Per ultimo mi lasciai i bagni da chiudere.

Ormai erano le 19. 00. Arrivata al bagno dei ragazzi sentii un rumore non del tutto famigliare, accompagnato da qualche sporadico sospiro. Allora mi abbasso per sbirciare dallo spazio sotto le porte per vedere se c’è qualcuno, e nell’ultimo cesso noto due gambe. In quei bagni, ormai, erano pochi i catenacci che ancora funzionassero e quell’ultimo cesso non faceva eccezione, anzi, l’anta aveva un po’ di fessura, da cui sbirciai. Vidi il ragazzone del portafoglio, di schiena, che si stava masturbando.

Senza percepirne la lunghezza notai che aveva il cazzo bello duro. D’improvviso ebbi l’intuizione che potesse segarsi ripensando ai miei seni sbirciati e alla forma del mio culo.

Mmh, mi eccitava l’idea che si stesse segando pensando a me. Allora decisi: non c’è due senza tre, ed aprii la porta di colpo facendo la finta tonta:
io “Oh, scusa, non sapevo…” (ma intanto non richiusi la porta, eh eh…)
lui era talmente immerso che le sue mani continuarono ad andare su e giù afferrate al suo duro pisello anche se, allarmato, girò di colpo la testa in un’espressione tra l’imbarazzato e lo spavento.

Provò solo a dire un “Scus…. ” ma la frase si tramutò in un vocalizzo misto di piacere e sgomento: ejaculò proprio in quel momento.

A quel punto, e solo a quel punto, chiusi la porta senza dire una parola e tornai alla mia postazione. Ero soddisfatta e un pizzico orgogliosa d’aver fatto provare quell’emozione. Mentre rivedevo mentalmente gli episodi di quel pomeriggio iniziai a provare anche una certa eccitazione, nel frattempo quel ragazzone uscì dal centro culturale a testa bassa, di corsa, e pieno di imbarazzo…

Un’altra volta gli spiegherò che non deve essere imbarazzato, ma questo episodio lo racconterò più avanti….

La mia prima iniezione.

La mia prima iniezione.

……..La mia passione era iniziata più per scommessa che per lavoro (se così si può dire),
avevo quattordici anni frequentavo la terza media, mia mamma accusava un brutto
male alla spalla sinistra, il venerdì finito il turno pomeridiano aveva preso un appuntamento dal medico, che le aveva prescritto una cura di antidolorifici da associare a dei
miorilassanti. Io, avevo appena finito di fare i compiti con Giulio il mio compagno di scuola, sinceramente non avevo fatto molto caso l’ora che si era fatta eravamo nel mese di Gennaio.

Mamma, appoggia la borsa sul tavolo curioso guardo dentro, tiro fuori le ricette del medico ed un foglio con le indicazioni della cura, vedendomi armeggiare “Mettiti le scarpe, e scendi in farmacia”, non aspettavo altro per uscire e prendere una boccata d’aria, in un attimo sono pronto con scarpe giaccone. Prendo le ricette ed il portafoglio, lei spogliata ed infreddolita si
butta sotto la doccia del bagno in camera sua.

Scendo, entrando in farmacia, il dott. Stefano dialoga con una Signora che chiede consigli di un
ricostituente per dare ai figli che non sono proprio attenti nello studio e consiglia del Be-total
sciroppo, non molto indigesto e meglio delle solite iniezioni. (Il farmacista piemontese e consorte
prima di abitare nella villetta fuori città, abitavano al quarto piano sopra noi)
Dal retro esce una dottoressa esile sulla quarantina simpatica che mi serve, due confezioni di Voltaren fiale da 3 ml.

ed una di Muscoril fiale da 2 ml. vedendo la cura il dott. Stefano “hai anche bisogno delle siringhe ?”, e rivolgendosi alla dottoressa chiede se è capace lei “no”, quando ne ho di bisogno è la mia metà che si prende cura di me, il dialogo continua per un decina di minuti come e dove vanno fatte. [Con il farmacista ho fatto a scommessa che avrei fatto le punture a mamma. ]
Mi porge il sacchetto con i medicinali ricordando di ritornare il lunedì che data l’ora non
riuscivano a ordinare la seconda shitola di Muscuril, comunque la cura poteva farla.

Rincasando, mamma e già in pigiama con calzettoni e giacca di lana, prontamente “ti sei perso è mezzora che sei sceso per andare in farmacia davanti casa”. Tolgo scarpe e giacca, vado in bagno a lavarmi le mani, apro l’armadietto dei medicinali se ci sono delle siringe, mamma arriva mi dice:”ti hanno dato il sacchetto sbagliato, le mie sono supposte e pastiglie” io avendo letto il foglietto della cura e quello sulle ricette, scherzando si supposte di vetro e pastiglie liquide”
“No, non voglio fare le iniezioni” rispose con tono quasi da bambina capricciosa.

Mi dice ceniamo e poi salgo a vedere se c’è Mario ”, finito di asciugarmi le mani, con il cuore che batteva a mille – dai, prendi i dischetti di cotone e l’alcool ed il medicinale che iniziamo- Lei”scherzi vero” ed un lungo silenzio, “no, il dottore mi ha detto come devo fare, poi…………..per imparare ho bisogno di una cavia” Lei:”ed io sarei la cavia” “certo, possiedi tutti i requisiti necessari, Inizio a preparare la siringa, segue i miei movimenti attraverso il grande specchio del bagno.

Rompere le fiale. (l’agitazione cresceva per entrambi)
Caricare la siringa, con le due fiale 5 ml il massimo. Poi prendere l’ago e applicarlo alla siringa (tesa… aspetta soltanto i buchi il culetto).
Faccio uscire una goccia perchè non ci sia aria dentro la siringa. ” Mi guarda con gli
occhi lucidi “devo proprio” io: “se ti faccio male, tre paghette ti tieni” Lei accetta.
Allora come vuoi:andiamo sul letto, o appoggiati alla lavatrice? Sospirando con gli occhi lucidi
arriva si abbassa lentamente il pigiama fin sotto le anche si appoggia alla lavatrice,con la mano sinistra con la destra tiene maglia e canotta all’altezza ombelico, come toccai la pelle con il cotone
bagnato, shittò.

“stai ferma” le dissi con voce tranquilla poi disinfettai ancora per bene. “Rilassa bene il muscolo” le dissi nuovamente palpeggiando un po’ la natica destra”,–“Non ci riesco” mi disse, [decisamente per me, quattordici anni avere davanti due natiche avendo la possibilità di godermi il panorama anche se, con qualche leggero filo di cellulite era il massimo], con la sinistra un leggero pizzicotto per alzare la carne e bucare meglio, affondo l’ago in un attimo arrivo a metà
della quantità da iniettare estraggo l’ago e massaggio delicatamente.

Chiedo di spostarsi leggermente per il secondo, stupita” hai già terminato con questa”—“si, hai sentito male?”
–“no” cambio l’ago con uno nuovo e passiamo al secondo buco molto più tranquillo io e rilassato stessa operazione un massaggio ed il buco. Massaggio e con la mano destra tiro su il pigiama, si gira mi abbraccia come non mai con le entrambe le mani le massaggio i glutei per far si che il medicinale si distribuisca, momenti interminabili interrotti dall’arrivo del babbo.

Che chiede se era stata dal medico per il dolore, e senza alludere a chi le aveva fatto le punture
Lei dice di si ed aveva iniziato la cura. Babbo, geloso ha chiesto se era stato da Mario senza
ricevere risposta.
Cenammo, dopo avere messo i piatti nella lavastoviglie, un po’ di televisione e poi mamma.
Domani è sabato e ultimo giorno di scuola della settimana con due ore di lezioni.

Alle 7. 00 sono in dormiveglia fa freddo sotto le coperte si sta bene, mi viene a chiamare
mi vesto,mi lavo e vado in cucina lei dopo avermi preparato la colazione (doppia per l’occasione),tavolo dal mio lato: merendina e latte, su un panno bianco c’erano shitole delle iniezioni, siringhe accanto il cotone e l’alcol, si ritira in bagno per lavarsi tempo di fare colazione mi chiede se ho preparato il tutto.

Dico di si, (non stavo nella pelle rigodermi il panorama) arriva
con solo la maglia del pigiama lasciandomi vedere la patata riccia castana ed un meraviglioso
mappamondo. Si appoggia al tavolo prima come sulla destra e poi sulla sinistra la buco, mentre faccio il secondo buco mi sento osservato il babbo alzatosi per andare in bagno ci osservava in
silenzio. Complimentansi con entrambi e chiedendo a me chi mi aveva insegnato ed alla mamma
che era una buona cavia.

E che aveva avuto la risposta alla sua domanda di ieri sera.

MIA SORELLA

L’inverno era trascorso come tutti gli altri, quelli che riuscivo a ricordarmi almeno. Aveva nevicato sei volte quell’anno, e la legna era quasi terminata del tutto. A bruciare erano i ceppi della vigna che mio babbo aveva tolto l’anno prima. Il profumo di quella legna che bruciava lentamente, si spandeva per tutto il mio paesino, arrampicato nella montagna, a vederlo dal fondo della valle il mio paese sembrava quasi scivolasse, come facevamo io e mia sorella sulla neve bianca e candida.

Ormai i caminetti non sbuffavano più, a differenza di mio nonno che non smetteva di bestemmiare, bestemmiava per tutto lui, perché non riusciva a farsi per bene le sigarette, non aveva abbastanza saliva per inumidire la cartina, e bestemmiava, parlava male di Dio anche quando una mosca dopo l’altra si posava sul suo braccio o sulla sua faccia e non riusciva a colpirla con la trappola
mortale per insetti che aveva costruito e con orgoglio mostrava a tutti i suoi amici.

Un vecchio giornale, L’unione Sarda, arrotolato, che roteava per scacciare o ammazzare centinaia di mosche al giorno.

Era arrivata ormai la primavera, e il fiume, quello grande, scorreva impetuoso, sembrava avesse fretta di gettarsi nel mare, che i miei occhi riuscivano a scrutare in lontananza, ma solo dalla statua all’ingresso del paese. Era alta la Pasqua quell’anno, e c’erano le vacanze, le scuole magistrali mi piacevano e quello era l’ultimo anno, la quarta, poi avrei dovuto fare l’anno integrativo, oppure partecipare a qualche concorso, che le mastre già stanno bene, diceva mia mamma “sono delle signore e sono rispettate”.

Mia sorella andava all’università, studiava lettere, a Cagliari, e sarebbe arrivata l’indomani. Con la corriera, che impiegava sei ore ad arrivare in paese.

Mia sorella, si lamentava sempre di quei viaggi, diceva che era meglio zappare la vigna che fare quel viaggio, non tanto per i chilometri, diceva, quanto per le persone che trasportava quel mezzo.

Aveva ragione, ero andata a prenderla in piazza, il giorno dopo, e all’arrivo della corriera settimanale, ad aspettare c’era più gente che il giorno dell’incontro di Nostra Signora con Cristo Risorto.

Guardai le persone che scesero dopo l’apertura delle porte, vomitò tanta di
quella gente da far paura, persone spettinate, vestite con abiti leggeri, cappotti invernali, c’era chi aveva pacchi grandissimi, chi portava del pesce che già puzzava, o chi non si era lavato i piedi da settimane.

Uno aveva delle galline e un altro signore portava un bottiglione di vino da 5 litri, che sollevò come un trofeo alla vista del suo amico di bevute.

Mia sorella scese quasi per ultima, con fare di chi ha subito quasi una violenza. Aveva il viso paonazzo e l’aria schifata.
Mi accolse con un abbraccio e con una frase: “questi sono a****li, non uomini” Erano gli anni settanta, e mia sorella era considerata un’anticonformista, idee tutte sue, strane e pericolose diceva mio padre, “questo studio le sta facendo male” , “dovrebbe essere più intelligente, invece sta diventando sempre peggio”.

Mia mamma, zittiva mio padre, portando un dito al naso, e aggiungendo “muto tu, che sei un comunista e che non hai neppure battezzato Laura e Antioca”

Andammo con la sua valigia nera, quasi in processione verso casa, raccontandoci del tempo che fa, di quanto stava crescendo Cagliari, delle cose nuove che la città portava, e di quanto in paese fosse tutto sempre uguale.

Mio padre era in campagna, doveva vedere i germogli della vigna, era quasi un rito per lui, una scaramanzia vera e propria, accarezzava qua e la le gemme che spuntavano dalle pertiche, raccomandando e pregando di dare molto frutto. Mia mamma invece lavorava a ore dalla moglie del medico condotto, era il
giovedì Santo e doveva stirare le camice a tutti i maschi di quella nobile casa. Laura era davvero esausta, e mi disse che voleva fare il bagno.

Io ci avevo già pensato a quella richiesta, e avevo messo l’acqua a riscaldare, nel fuoco acceso, che non serviva più per riscaldare le nostre mani ma solo per bollire l’acqua.

Vidi Laura, sfilarsi i vestiti e rimanere nuda, mi somigliava molto, anche se lei aveva i capelli corti, ma era molto più pelosa di me, non voleva togliersi quei peli, diceva, le sue idee politiche non le capivo, soprattutto se avevano a che fare con il suo ordine e la sua bellezza.

Io si, me li toglievo, mi piaceva la pelle liscia, e priva di peluria.

Aveva due seni grandi, una quinta, almeno. Il suo sedere era bianco bianco e il ciuffo peloso davanti era biondo, come il mio.
Si mise dentro la vasca aspettando l’acqua tiepida. che senza esitare versai addosso al suo corpo nudo e stanco.
Una brocca dopo l’altra veniva versata, sui capelli, sulla schiena di Laura, restai un istante a guardarla, dopo aver versato altri 5 litri, era distesa, le gambe leggermente divaricate, aveva gli occhi socchiusi.

I peli del pube ondeggiavano biondi a causa del movimento dell’acqua appena versata.
Si accorse che la guardavo, e apri gli occhi mi guardò dritta negli occhi. Imbarazzata, voltai le spalle, ma mi chiamò: “Antioca!”
“Vieni qui per favore?”
Cambiando quasi voce. Poggiai la brocca sul tavolo, mi asciugai le mani e la raggiunsi. Mi disse: “ma secondo te questo è un neo benigno o maligno?”, era all’interno della coscia destra.

Divaricò le gambe, la peluria biondastra aveva lasciato intravedere il rosa della sua femminilità.

Sollevò leggermente il sedere, girandosi su un fianco verso di me. Mi prese un dito con la sua mano, e mi fece sfiorare tre volte quel piccolo bozzo nero.

“allora”? mi chiese “secondo te?”, è maligno o benigno?”

“Dai non è nulla”, ribattei, cercando imbarazzata di ritrarre la mano.

Lei la strinse, ancora di più e accostò il mio dito nella sua fessura.
Tenendomi il dito, con la sua mano stretta a pugno, aprendo ancora di più le gambe.

“Laura ma cosa stai facendo?”, dissi in un momento di sconcerto totale,

“lasciami fare”, rispose, chiudendo gli occhi e facendo entrare il mio dito dentro di lei.

Ero piegata in una posizione scomoda, guardavo il corpo di mia sorella, parzialmente sommerso dall’acqua che sbuffava di vapore acqueo, e il mio dito quasi completamente nascosto dentro di lei. Sentimmo Napoleone abbaiare, mio padre stava arrivando, proprio nel momento in cui mia sorella si contorceva per un orgasmo fortissimo.

Guardavo il mio dito, ormai fuori di lei, era sporco, impuro, e la mia anima infettata dai desideri irrefrenabili di mia sorella.
Dissi a Laura, dopo aver lavato accuratamente il dito, strumento di piacere per mia sorella, voltandole le spalle, “ora vestiti che deve farsi il bagno babbo”.

schiava trav 9 – l';inizio della fine

Gli occhi mi si chiudevano , la faccia e il buchino mi dolevano dall’abuso continuo subito durante la notte, per non parlare della marchiatura…. aspettai che fossero le 8. 00 prima di rincasare per essere sicura che mia moglie fosse uscita per andare al lavoro.
Una volta entrata nel mio appartamento sentii il suo profumo, doveva essere uscita da poco. Sul tavolo della cucina un bigliettino: “Ciao amore ti ho lasciato qualcosa in frigorifero se hai fame , la caffettiera è pronta ,buon riposo ci vediamo stasera.

PS ha chiamato il signor Ferdinando ha detto che ti richiamava verso le 9. 00 …baci
Il mio Padrone mi ha chiamato a casa mia!!! Come ha avuto il mio numero? Perché non mi ha chiamato sul cellulare? Meglio sistemare i miei nuovi vestiti e la mia biancheria…meno male che mia moglie non è portata verso le faccende di casa e il mio armadio me lo sistemo sempre da me, certo che sapere che il mio nuovo guardaroba sarà al 95% femminile scarpe comprese mi crea non pochi problemi.

Ore 9:30 il telefono di casa suonò.
“Pronto?” CIAO SCHIAVA COM’E’ ANDATA STANOTTE? PERCHE’ NON MI HAI MANDATO LA FOTO DEL TUO MARCHIO? A PROPOSITO TI HA FATTO TANTO MALE QUEL CATTIVONE DI NICOLA? NON CREDO VISTO CHE LO HAI RIPAGATO CON UN POMPINO E SENZA NEMMENO CHIEDERE IL PERMESSO AL TUO PADRONE!!!
Oddio glielo aveva detto…..
MA PARLIAMO D’ALTRO, OGGI DEVI PRENDERE 2 PASTIGLIE CON UN PAIO DI BICCHIERI D’ACQUA OK?
“Si Padrone “ risposi guardandomi i piedi….

oddio non avevo tolto lo smalto dai miei piediiiiii.
BRAVA, POI DOPO AVER RIPOSATO, ESCI E TI COMPERI CALZINI CORTISSIMI E RICAMATI DA FEMMINUCCIA COLOR BIANCO O PASTELLO MEGLIO SE ROSA. LI INDOSSERAI CON I TUOI PANTALONI. POI TI PRENDI I PANNOLINI PER IL CICLO MESTRUALE…COSA CHE AVERRA’ CIRCA OGNI 28 GIORNI…SARAI TU A TENERNE CONTO…TI INDICHERO’ IO COME SIMULARNE IL DOLORE. FATTO QUESTO DOVRAI FARE UN’OPERA UMANITARIA…HO VISTO CHE A VENEZIA CI SONO PARECCHI RAGAZZII DI COLORE CHE ELEMOSINANO SUI PONTI DELLA CITTA’, NE PRENDI UNO LI OFFRI 100 EURO MA IN CAMBIO PRETENDI DI FARGLI UN POMPINO ALTRIMENTI NIENTE DA FARE…IN POCHE PAROLE PAGHI PER IL LORO CAZZO.

DOPO AVER MANGIATO E BEVUTO ( ride) LASCI IL TUO NUMERO DI CELLULARE E VATTENE A CASA E RIPOSA E SE TUA MOGLIE VUOLE SCOPARE ACCONTENTALA! CIAO PUTTANA CI SENTIAMO PRESTO!
Dopo avermi ripulito le unghie dei piedi e avermi fatta una doccia ho dormito come una ghira…al mio risveglio mi sono rivestita, collant color carne mutandine e reggiseno bianchi jeans e maglione color carne.
Ho fatto tutte le compere…. per quanto riguarda invece i ragazzi di colore mi hanno mandata al diavolo tutti ridendo di me.

Mi sono dovuta accontentare di un filippino piccolo e bruttino…ma ha voluto 200 euro !!!! Per non parlare della puzza del suo pene!!!!!
Tornata a casa e sistemate le mie cose mi sono messa una tuta sopra un paio di mutandine nere che avrei potute far passare per maschile non avendo pizzi o trine….
5 minuti dopo mia moglie rincasò e quello che successe fu l’inizio di ciò che io chiamo un cambiamento irreversibile di gabriella.

Dopo cena mia moglie quasi mi saltò addosso…. mi spogliò ..me lo prese in bocca mi fece mangiare la sua vagina …me lo menò ..quasi lo strappò ma…..non ci fu nulla da fare…. non si drizzava nemmeno a pregarlo…era praticamente MORTO!
Diedi la colpa alla stanchezza e ma ne andai a letto…. preoccupata soprattutto per il mio matrimonio…avevo una strana sensazione!!!!.

irene e la sua vita

Sono irene, una 21enne magra e piccolina con pochissimo seno, occhioni marroni e capelli castani lisci,
media lunghezza.
Il mio seno non supera la prima taglia e quindi non indosso mai il reggiseno.
Faccio la studentessa e per questo vivo lontana dalla mia città di origine; in un appartamento che condivido con 2 maschi e un’altra femmina.
Mi piace andare a fare jogging e l’ inverno pratico la palestra, ma non pesi, solo esercizi fisici.

Vesto in maniera abbastanza elegante, a volte sportiva.
La mia vita trascorre monotona e quasi tranquilla, esco con le amiche la sera, di giorno frequento le lezioni e studio.
Un solo problema condiziona la mia vita…..
Sono vincolata ad un ricatto.
È un segreto, non posso dirlo neanche a voi.
Posso solo dirvi che un mio “amico”economicamente benestante mi tiene in scacco grazie a questo segreto, utilizza questo per fare di me ciò che vuole.

Me lo ha detto subito: io lo so che…. quindi se non vuoi che lo dica a tutti devi fare quello che voglio io.
Io purtroppo non ho scelta. La rivelazione di questo mio segreto sarebbe molto meno sopportabile dall’essere tenuta in “ostaggio” da marco.
Fino a poco tempo fa avevo un ragazzo. Un tipo in gamba, carino e poco piu vecchio di me, che purtroppo mi ha lasciato per via delle mie mille scuse che dovevo inventare quando marco mi chiamava e ordinava di fare delle cose.

Mi ha lasciata dicendomi che sono una falsa ed una poco di buono.
Non ha tutti i torti però!
Vi spiego: quando uscivo col mio ragazzo, oppure quando avevamo rapporti intimi o altro, spesso arrivava la chiamata di marco che mi imponeva di andare o fare qualcosa x lui. Quindi io in fretta e furia dovevo piantare in asso il mio ex e soddisfare le esigenze di marco.
Ma in cosa consistono le richieste di marco?
Ovviamente si tratta di ricatto sessuale.

Marco ha voglia? Bene… io devo soddisfarlo e stare alle sue condizioni.
La maggior parte delle volte devo andare a casa sua e quando entro non so mai che tipo di voglie abbia.
Alle volte mi da dei completini intimi da indossare, alle volte mi vuole nuda, vestita; addirittura a volte con dei travestimenti. Ogni posto diventa buono x scoparmi, dal tavolo della cucina al divano, alla vasca da bagno al poggiolo.

Non nascondo che certe volte è anche piacevole fare sesso cosi… mi da le cose lui, casa sua…a volte mi piace tanto perché raggiungo l’ orgasmo.
Alle volte invece mi tratta peggio di una prostituta, mi insulta mi usa! Ma che ci volete fare? Non posso ribellarmi.
Quando stavo insieme al mio ragazzo, tante volte, dopo esser stata penetrata per ore da marco, dovevo accontentare mio ex per non litigare, e magari avevo ancora addosso lo sperma di marco.

Allora io gli dicevo che era meglio mettere un preservativo, ma lui non voleva..e allora altro sperma in vagina o ano o bocca…
Parecchie volte si meravigliava che fossi cosi bagnata…. ma per fortuna non sapeva la motivazione, io gli dicevo che ero particolarmente hot.
Diciamo che la mia vita sessuale era particolarmente attiva e tutto sommato cio non mi dispiaceva.
Sono sempre stata assai attiva fin da 16 anni.
Una mattina, ore 9 avevo lezione in università.

Scendo di corsa dalla scale ma purtroppo non riesco a prendere il tram….
Come faccio. Il prossimo è troppo tardi!
Fatalità un ragazzo si accorge e mi avvicina. Mi chiede dove dovevo andare.
All’ uni!
Ti ci porto io, arrivi prima che col tram.
Io non ti conosco, mi fido, ma ti pago il disturbo.
Quanto valgono le tue ballerine?
Come scusa?
Quanto le hai pagate?
Ma che centra?
Io ti porto e te in cambio mi regali le tue belle scarpette.

O mio dio. Ma sei matto?
No, adoro le ballerine e le tue sono veramente carine. Decidi te…prendere o lasciare.
Obbiettivamente quelle ballerine erano vecchiotte e non avevano granche di valore. Quindi dissi…ok aggiudicato.
Ma come facciamo però…. non posso andare scalza.
Non ti preoccupare, vengo a prenderti quando hai finito e ti riporto a casa cosi mi lasci le tue scarpette…
Titubante accettai…sembrava tutto sommato un tipo in gamba.

Mi portò all’ uni e lo salutai, lui però mi chiese il numero perché aveva paura che dopo non mi sarei fatta piu trovare.
Glielo diedi pensando che era meglio avere anche il suo…almeno potevo avere qualcosa x rintracciarlo.
Ci salutammo e andai in aula pensando a quanto strana è la mia vita, ma soprattutto pensando a dopo come sarebbe finita…
Ma questo lo raccontiamo nella seconda puntata.

Le mie storie (45)

In questo anno ho avuto tutti rapporti interpersonali molto particolari. Su un paio di storie ci avevo anche investito del sentimento, ma purtroppo dall’altra parte c’erano troppe complicazioni. Adesso invece che mi trovo (non è la prima volta) nei panni dell’amante, devo dire che non è poi tanto male. Certo non sono ipocrita, lo so che non è molto etico, ma ai suoi indubbi vantaggi.
Per esempio stamattina (domenica) alle otto è suonato il citofono ed era lui che coperto dalla passione della corsa, ha fatto il suo allenamento facendo tappa a casa mia.

Quando ha squillato per la verità ero appena sveglia e guardavo un po’ di televisione. Ho avuto il tempo di lavarmi i denti, sciacquarmi la faccia e mentre stavo per cambiarmi il pigiama che indosso di solito (cioè una lunga maglietta con la foto di cucciolo) con una sottoveste leggermente più sensuale (non è trasparente ma almeno è femminile), era già fuori la porta. È entrato piuttosto sudato, ma con una busta piena di cornetti di ogni specie.

Siamo andati in cucina, ho messo su il caffè e il latte mentre lui era in bagno a ricomporsi.. Ci siamo seduti al tavolo ed abbiamo cominciato a mangiare anzi per la verità mangiavo solo io perché lui aveva già fatto colazione. Così mentre pucciavo il cornetto nella tazza di latte e caffè, lui ha cominciato ad insinuare la sua mano tra le mie cosce e dopo qualche minuto anche lui “pucciava” le sue dita nella mia micia.

Sesso e cibo contemporaneamente sono al massimo, ed io ero seduta con le cosce aperte, la mutandina spostata e lui che mi faceva bagnare. Poi mentre mangiare cominciava ad essere un po’ più complicato, data l’eccitazione, lui lo ha tirato fuori dalla tuta ed io, con la bocca ancora sporca di cioccolata mi sono abbassata per succhiarglielo. La posizione non era delle più comode così l’ho fatto sedere su tavolo ed ho ripreso il mio pompino.

In bocca al sapore dolce della cioccolata cominciava a mischiarsi quello un po’ più amaro del suo sperma ma ormai, anche se aveva tolto le dita da dentro, ero già bella e eccitata. Mi sono aiutata con la mano e poi l’ho fatto venire in bocca ma non ho ingoiato perché, per la verità, il tutto non era propriamente gustoso. Lui mi ha ringraziata, mi ha detto che l’ho riportato letteralmente alla vita da quando ci frequentiamo.

Mentre parlava però, anche io reclamavo (interiormente) il mio orgasmo. Così, dopo essermi tolta la mutanda, mi sono seduta sulle sue gambe ed ho cominciato ad accarezzargli i capelli e le orecchie. Abbiamo cominciato a baciarci e le nostre mani hanno preso ognuna strade diverse. Le sue si sono infilate sotto la maglia e sono arrivate una al seno e l’altra sotto al culo, mentre una delle mie ha cominciato a risvegliare il suo uccello.

Con costanza e manualità, pian piano lo sentivo crescere. Quando è tornato bello duro e grosso, mi sono alzata e mi sono avviata in camera da letto. Lui chiaramente mi ha seguito arrivati vicino al letto mi ha spinta sul materasso e dopo avermi messa a pecorina, me lo ha messo dentro. Vi confesso che è indubbiamente la mia posizione preferita sarà perché le tettone ballano libere e leggere grazie alla forza di gravità.

Sono venuta, ma lui ha continuato a scoparmi fin quando non mi è venuto sulla schiena. Poi, quasi come un orologio svizzero, è arrivata la telefonata della moglie (per fortuna avevamo già finito) che gli ricordava di fare la spesa.
Un saluto ed è cominciata la mia domenica….