MIA SORELLA

L’inverno era trascorso come tutti gli altri, quelli che riuscivo a ricordarmi almeno. Aveva nevicato sei volte quell’anno, e la legna era quasi terminata del tutto. A bruciare erano i ceppi della vigna che mio babbo aveva tolto l’anno prima. Il profumo di quella legna che bruciava lentamente, si spandeva per tutto il mio paesino, arrampicato nella montagna, a vederlo dal fondo della valle il mio paese sembrava quasi scivolasse, come facevamo io e mia sorella sulla neve bianca e candida.

Ormai i caminetti non sbuffavano più, a differenza di mio nonno che non smetteva di bestemmiare, bestemmiava per tutto lui, perché non riusciva a farsi per bene le sigarette, non aveva abbastanza saliva per inumidire la cartina, e bestemmiava, parlava male di Dio anche quando una mosca dopo l’altra si posava sul suo braccio o sulla sua faccia e non riusciva a colpirla con la trappola
mortale per insetti che aveva costruito e con orgoglio mostrava a tutti i suoi amici.

Un vecchio giornale, L’unione Sarda, arrotolato, che roteava per scacciare o ammazzare centinaia di mosche al giorno.

Era arrivata ormai la primavera, e il fiume, quello grande, scorreva impetuoso, sembrava avesse fretta di gettarsi nel mare, che i miei occhi riuscivano a scrutare in lontananza, ma solo dalla statua all’ingresso del paese. Era alta la Pasqua quell’anno, e c’erano le vacanze, le scuole magistrali mi piacevano e quello era l’ultimo anno, la quarta, poi avrei dovuto fare l’anno integrativo, oppure partecipare a qualche concorso, che le mastre già stanno bene, diceva mia mamma “sono delle signore e sono rispettate”.

Mia sorella andava all’università, studiava lettere, a Cagliari, e sarebbe arrivata l’indomani. Con la corriera, che impiegava sei ore ad arrivare in paese.

Mia sorella, si lamentava sempre di quei viaggi, diceva che era meglio zappare la vigna che fare quel viaggio, non tanto per i chilometri, diceva, quanto per le persone che trasportava quel mezzo.

Aveva ragione, ero andata a prenderla in piazza, il giorno dopo, e all’arrivo della corriera settimanale, ad aspettare c’era più gente che il giorno dell’incontro di Nostra Signora con Cristo Risorto.

Guardai le persone che scesero dopo l’apertura delle porte, vomitò tanta di
quella gente da far paura, persone spettinate, vestite con abiti leggeri, cappotti invernali, c’era chi aveva pacchi grandissimi, chi portava del pesce che già puzzava, o chi non si era lavato i piedi da settimane.

Uno aveva delle galline e un altro signore portava un bottiglione di vino da 5 litri, che sollevò come un trofeo alla vista del suo amico di bevute.

Mia sorella scese quasi per ultima, con fare di chi ha subito quasi una violenza. Aveva il viso paonazzo e l’aria schifata.
Mi accolse con un abbraccio e con una frase: “questi sono a****li, non uomini” Erano gli anni settanta, e mia sorella era considerata un’anticonformista, idee tutte sue, strane e pericolose diceva mio padre, “questo studio le sta facendo male” , “dovrebbe essere più intelligente, invece sta diventando sempre peggio”.

Mia mamma, zittiva mio padre, portando un dito al naso, e aggiungendo “muto tu, che sei un comunista e che non hai neppure battezzato Laura e Antioca”

Andammo con la sua valigia nera, quasi in processione verso casa, raccontandoci del tempo che fa, di quanto stava crescendo Cagliari, delle cose nuove che la città portava, e di quanto in paese fosse tutto sempre uguale.

Mio padre era in campagna, doveva vedere i germogli della vigna, era quasi un rito per lui, una scaramanzia vera e propria, accarezzava qua e la le gemme che spuntavano dalle pertiche, raccomandando e pregando di dare molto frutto. Mia mamma invece lavorava a ore dalla moglie del medico condotto, era il
giovedì Santo e doveva stirare le camice a tutti i maschi di quella nobile casa. Laura era davvero esausta, e mi disse che voleva fare il bagno.

Io ci avevo già pensato a quella richiesta, e avevo messo l’acqua a riscaldare, nel fuoco acceso, che non serviva più per riscaldare le nostre mani ma solo per bollire l’acqua.

Vidi Laura, sfilarsi i vestiti e rimanere nuda, mi somigliava molto, anche se lei aveva i capelli corti, ma era molto più pelosa di me, non voleva togliersi quei peli, diceva, le sue idee politiche non le capivo, soprattutto se avevano a che fare con il suo ordine e la sua bellezza.

Io si, me li toglievo, mi piaceva la pelle liscia, e priva di peluria.

Aveva due seni grandi, una quinta, almeno. Il suo sedere era bianco bianco e il ciuffo peloso davanti era biondo, come il mio.
Si mise dentro la vasca aspettando l’acqua tiepida. che senza esitare versai addosso al suo corpo nudo e stanco.
Una brocca dopo l’altra veniva versata, sui capelli, sulla schiena di Laura, restai un istante a guardarla, dopo aver versato altri 5 litri, era distesa, le gambe leggermente divaricate, aveva gli occhi socchiusi.

I peli del pube ondeggiavano biondi a causa del movimento dell’acqua appena versata.
Si accorse che la guardavo, e apri gli occhi mi guardò dritta negli occhi. Imbarazzata, voltai le spalle, ma mi chiamò: “Antioca!”
“Vieni qui per favore?”
Cambiando quasi voce. Poggiai la brocca sul tavolo, mi asciugai le mani e la raggiunsi. Mi disse: “ma secondo te questo è un neo benigno o maligno?”, era all’interno della coscia destra.

Divaricò le gambe, la peluria biondastra aveva lasciato intravedere il rosa della sua femminilità.

Sollevò leggermente il sedere, girandosi su un fianco verso di me. Mi prese un dito con la sua mano, e mi fece sfiorare tre volte quel piccolo bozzo nero.

“allora”? mi chiese “secondo te?”, è maligno o benigno?”

“Dai non è nulla”, ribattei, cercando imbarazzata di ritrarre la mano.

Lei la strinse, ancora di più e accostò il mio dito nella sua fessura.
Tenendomi il dito, con la sua mano stretta a pugno, aprendo ancora di più le gambe.

“Laura ma cosa stai facendo?”, dissi in un momento di sconcerto totale,

“lasciami fare”, rispose, chiudendo gli occhi e facendo entrare il mio dito dentro di lei.

Ero piegata in una posizione scomoda, guardavo il corpo di mia sorella, parzialmente sommerso dall’acqua che sbuffava di vapore acqueo, e il mio dito quasi completamente nascosto dentro di lei. Sentimmo Napoleone abbaiare, mio padre stava arrivando, proprio nel momento in cui mia sorella si contorceva per un orgasmo fortissimo.

Guardavo il mio dito, ormai fuori di lei, era sporco, impuro, e la mia anima infettata dai desideri irrefrenabili di mia sorella.
Dissi a Laura, dopo aver lavato accuratamente il dito, strumento di piacere per mia sorella, voltandole le spalle, “ora vestiti che deve farsi il bagno babbo”.

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