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La prima volta ….2 cazzi

Ci risiamo, con i primi caldi, torna la voglia di bagni e tuffi, di fresco, di qualche situazione di refrigerio, visto che il mare è lontano, le alternative sono : la piscina …. ma troppo caos …. Il fiume ….. pericoloso …. o il lago …. decisamente abbordabile.

Armati di telo mare costume e bottiglia di acqua ghiacciata, ci incamminiamo sulla riva del lago che abbiamo scelto. Siccome la voglia è di libertà, cerchiamo un posto poco frequentato, e dopo un quarto d’ora di cammino, arriviamo nel luogo perfetto, una radura con erba bassa e schiacciata, segno che è usata sovente, un ingresso in acqua comodo, e piante tutte in torno.

Ci spogliamo completamente di vestiti ed inibizioni, e in un attimo siamo dentro a sguazzare come i bambini nella piscinetta.

Tempo 10 minuti, dalla vegetazione, sbucano tre ragazzi, dalla presunta eta di 25 / 30 anni. Porca miseria, penso, ci hanno invaso il nostro piccolo paradiso terrestre, menomale che hanno avuto l’ intelligenza di star al limite della radura, ovvero una decina di metri.

I tre, fan finta di niente, ma danno delle belle occhiate alla 4° di seno che sballonzola tra i giochi d’ acqua.

Al momento di uscire, Robi mi guarda preoccupata, per il fatto di esser completamente nuda, io la tranquillizzo, non credo ci sian pericoli.

Mentre ci avviamo agli asciugamani, vedo i ragazzi darsi gomitate, facendo finta di esser indifferenti, e parlottando tra loro. Dopo aver confabulato un po’, capisco questa agitazione, eran indecisi sul togliere i costumi o no, chiaramente da sfacciati, si tolgon tutto.

Vedo subito Robi, inforcare gli occhialoni da sole, e far la finta tonta, guardando di traverso i tre cazzi di giovane età, svettare all’ aria.

Poi decide di mettersi la crema solare, insistendo con estenuante lentezza, sul seno bello turgido, fin dove riesce, e poi chiede il mio aiuto, ma son sicuro che se avesse domandato ai ragazzi …. si sarebbe trovata con sei mani ovunque.

Parto dalla schiena, e comincio a schizzare liquido solare, come se fosse una sborrata gigante, poi con movimenti lenti forse fin che mai esasperanti, la spalmo ovunque, soprattutto sul lato del seno, che solitamente resta bianco.

Robi se ne accorge, di tutto questo esagerare, e mi redarguisce con un “ piantala di far il cretino, non vedi i ragazzi che mi divorano con gli occhi, e son lì col cazzo duro in mano …. ”

In effetti, è vero, i ragazzi … son impegnati a non farsi vedere … tutti rigidi ….

Ricomincio con la crema solare, partendo dalle caviglie, salendo con lunghe spalmate verso il culo, e interno coscia, e qui esce la maiala che è in lei … invece di trovar da ridire … allarga le cosce ogni volta che arriva la mano all’ incrocio ….

Dopo queste spalmate … vedo due dei tre ragazzi, alzarsi con il cazzo completamente in tiro, … buttarsi in acqua, forse per evitare spiacevoli figure, solo uno tiene duro, l’ unico di carnagione scura, tipo marocchino o tunisino, lui resta lì imperterrito col cazzo duro in mano … e proprio a dirla tutta un gran cazzo.

Dopo un attimo, Robi si gira a pancia in su, e vedo che si infila il perizoma, alzandosi in piedi, dicendomi che con il caldo, a furia di bere, deve far la pipi….

Ok rispondo reazione naturale, e la vedo infilarsi nella vegetazione.

Io son coricato, e curo i ragazzi in acqua, che si stanno schizzando tra di loro, poi mi giro a guardare il magrebbino e ….. cazzo è sparito.

Immediatamente mi alzo, e seguo il sentiero che ha preso Robi, facendo attenzione a non essere scoperto. Dopo pochi metri, vedo il ragazzo nascosto dietro una pianta, intento a farsi una sega, guardando la mia piccola, che qualche metro più avanti, è accucciata, con la fica in bella vista, dato il perizoma scostato, che sta facendo pipi, tanta pipi, che non finisce mai ….

Arrivo alle spalle del ragazzo, che non mi ha sentito, e gli sussurro all’ orecchio …. ” Ti piace è …. ” Lui si spaventa, si allontana da me per paura e smette di toccarsi

“ Si, mi piace da morire, non ho mai visto un seno così grosso, restare bello alto, e soprattutto così dal vivo”
Mi shitta la scimmia e dico … “ Ti piacerebbe toccarlo …..” ….. “ Non so cosa pagherei per poterlo fare “ e così dicendo, ricomincia a smanacciare il grosso cazzo scuro.

Nel frattempo, lei ha finalmente finito, e cercando di ricomporsi, ci viene in contro, non capendo la situazione, composta da me, con il cazzo duro, che parlo con un ragazzo nudo, anche lui con il suo affarone tra le mani, intento a menarselo

La fermo e le dico “ Amore, guarda il povero ragazzo, come è conciato per colpa tua, fai qualcosa per farlo rilassare “
Lei mi guarda stranita, poi guarda il cazzone del ragazzo, i suoi occhi, spalancati per poter vedere meglio le tette.

“ E cosa devo fare …. ” Dice lei, sapendo già cosa poteva fare …. ” Più che una sega …..”

A queste parole, il movimento della mano , del ragazzo aumenta di ritmo … e gli occhi brillano

Robi si inginocchia sull’ erba, trovandosi faccia / cazzo con il marocchino, allunga una mano, prende in mano il bastone di carne, e comincia un su e giù da professionista, passando la manina sul glande, per poi scendere al sacchetto dei coglioni, gonfio da esplodere, e risalire alla punta.

Io, per non esser da meno, le metto nell’ altra mano il mio, forse meno grosso del ragazzo, ma con altrettanta voglia di esplodere.
Il suo movimento di mani è perfetto, sale e scende alternatamente sui due cazzi rigidi, pensando che quella era la prima volta con due cazzi a disposizione. Dopo un po’ decide di baciare in punta di labbra, la cappella scura, facendo tremare il ragazzo, per poi spostarsi sul mio … infilandolo in bocca per metà.

La cosa si protrae per circa 5 minuti, quando, il ragazzo si fa intraprendente, e chiede se può toccarle le tette, …. un attimo di silenzio …. E poi lei si spinge in avanti, verso il ragazzo.

Che da ragazzo, si era trasformato in polpo, sembrava che le mani si fossero decuplicate, la maiala si sentiva mani ovunque, le tette non si vedevano più …. Scomparse sotto le manone del giovane, che si agitava sempre più, sudava e ansimava.

In mezzo a tutto questo trambusto, la porca non ha mai mollato le prese ai cazzi, anzi aumentava il ritmo, sperando che tutto finisse prima possibile. Ed infatti, ad un certo momento, percepi il trmare del giovane, e fece giusto in tempo a retrocedere quel tanto che basta, per non farsi sborrare in faccia.

Uno, due, tre schizzi enormi, seguiti da altri meno grossi, ma belli densi, coprirono quasi completamente il seno sinistro di Robi, io eccitato come non mai, prendo in mano il mio cazzo e lo punto diritto sul seno destro, e lo schizzo tutto abbondantemente di sborra più spessa di quella del ragazzo.

Che scena, la mia maiala, con tutte le tette colanti sborra, inginocchiata difronte a due cazzi semirigidi, sgocciolanti ….. mmmm che spettacolo

Siccome siamo tutti e tre nudi, a parte il perizoma di Robi, chiaramente umido all’ altezza della fica, non ci resta che incamminarci verso il lago, per poter calmare i bollenti spiriti, e darci una sciaccuata.

Giunti in spiaggia, troviamo gli altri due, finalmente mosci, che ci guardano stupiti, soprattutto lei … con tutto il davanti appiccicato.

Risata generale e bagno. Mentre ero in acqua, vicino a lei, le chiedo se le è piaciuto maneggiare due cazzi contemporaneamente.
Lei facendo si con la testa, si avvicina all’ orecchio sussurrandomi …. ” A te è piaciuto, vedermi con un altro cazzo in mano , che mi sborrava, ….. pensa se lo avessi infilato dentro, lungo e grosso com’è …. ”

Non so che espressione potessi avere, ma lei guardandomi …” Sei il solito porco …” e io nella mia mente penso ….. senti chi parla.

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I sogni di Krissy

Aveva sempre avuto un unico, secondo lei, bellissimo sogno; quello di sgambettare in televisione. Quello di mostrare il culo alle telecamere, di farsi vedere abbracciata al calciatore, al ricco imprenditore o al manager di successo. Non aveva studiato, non è che fosse particolarmente vispa né intelligente. Era ambiziosa, questo glielo riconosco. Un’oca giuliva fuori e una ragazzina piena di debolezze, frustrazioni e dubbi dentro. Questa era Cristina, quando la conobbi. A sapere che sarebbe finita così male sarei stato

meno gentile con lei.

Ma lasciatemi raccontare di come andarono le cose. Atto I: una maialina sulle scale

Piangeva. La prima volta che la vidi piangeva. Era seduta sulla gradinata del palazzo in cui lavoravo ed era vestita come…come…si può essere schietti e sinceri, vero? Mica vi scandalizzate? Ecco, allora, era vestita come una buona mignotta. Minigonna, calze a rete, giacchino strizzato in vita come un tubetto di dentifricio quasi finito, capelli pettinati all’ultima moda (ultima, penultima o terzultima per me fa lo stesso…non seguo le mode) e trucco gradevole ma tutt’altro che leggero.

Lì per lì ho pensato di avere a che fare con una troietta come tante. Beh, a conti fatti la prima impressione era quella giusta. Ma non a tutte le troiette mi affeziono, sapete? Per questo ripensare a quel momento mi fa un po’ male.

“Ciao. Qualcosa non va?” le chiesi, pensando fra me e me a quanto dovesse sembrare stupida quella domanda. Se uno piange, per forza c’è qualcosa che non va.

O no? “No” mi fa lei “Tutto a posto”
“Perché piangi, allora?”

“Ma nulla…mi hanno solo scartata”

“Ah” esclamai. In quel palazzo si tenevano le prove per un programma televisivo che sarebbe andato in onda da lì a due mesi. Lo sapevo da qualche giorno. Il genere del programma ve lo potete immaginare. Quando si fanno le selezioni per scegliere una quarantina di volenterose ragazzine con poco cervellino e gambe lunghe, c’è un unico genere di programma che si può mettere in piedi.

Un programma da cerebrolesi.

“Ti è andata male, eh?” chiesi. “Sì, come sempre”

“Beh, avrai la tua occasione” “Sul serio?”

“Sì, sei una bella ragazza”

“Sì, sono una bella ragazza di ventiquattro anni!”

Disse quel numero come se confessasse un crimine dei più atroci. Ventiquattro anni. Io ne ho trentuno e mi sento ancora un ragazzino, lei ne aveva quasi dieci meno di me e si comportava come se la sua vita dovesse terminare entro l’anno.

In effetti quante veline, letterine e stupidine varie vi sono, di più di ventiquattro anni? A quell’età sei già una pera marcia pronta a cadere dall’albero. Così ti fa credere il dorato mondo della TV. E chi siamo noi, comuni mortali, per obbiettare di fronte a ciò che ci viene proposto dalla Dea TV? Cristina, a ventiquattro anni, si sentiva vecchia e pronta ad essere messa in disparte.

“Dai, ti offro un caffè” le ho detto.

“No, devo andare” mi ha risposto con un po’ di arroganza. Sembrava non vedesse l’ora di togliersi dai piedi questo coglione invadente. Comprensibile, le uniche persone con cui valga la pena mostrare un briciolo di gentilezza sono quelle che ti possono portare in alto. Ma lei non mi conosceva.

“Insisto. Ci sediamo al tavolo di un bar e mi racconti tutta la storia. Magari ti posso aiutare a realizzare il tuo sogno”

Cristina mi guarda in obliquo.

“Davvero?”

“Sì”

“Chi sei?”

Le dico il mio nome (a voi no, accontentatevi di Tom). “Lavori in televisione?”

“Beh, in un certo senso è così. Sono uno scrittore. Di recente mi hanno chiesto di fare il consulente per una serie di documentari in prima serata. Forse ne avrai sentito parlare”
Cristina s’illumina. Per un attimo resto stupito anch’io. E’ bellissima. Come avranno fatto quei froci del casting a scartarla?

Indago e vengo subito a capo della questione.

“Senti, tu conosci qualcuno nell’ambiente?” domando. “No, nessuno”

“Capisco” le dico “In questo caso è naturale che non ti abbiano presa in considerazione” “Davvero?”

“Tutte le ragazze che vanno in televisione hanno…diciamo, qualche aiutino da dietro” Raccomandazione. Una brutta parola.

Raggiungiamo il più vicino bar e ci prendiamo qualcosa da bene. Cristina passa subito alle domande che contano.

“Tu puoi aiutarmi a farmi conoscere?”

“Può darsi.

Come ti ho detto conosco parecchia gente” “E…. ”

“Sì, è gente assai influente” Sorride.

“Parlami di te. Chi sei, da dove vieni” chiedo. “Mi chiamo Cristina. Vengo da Napoli” “Tutto qui?”
“Tutto qui” “Sei diplomata?” “No”
“Ah”

“E’ un male?” “No…no…”

“A che serve il diploma, sul palco?” “Certo, certo…a che serve?” “Lavori?”

“Qualche volta. Ho fatto la hostess. Ma così, una volta e via…lavori fissi non se ne trovano”

“E che lavoro cerchi?”

“E’ ovvio! Lavorare in televisione!”

“Un lavoro…che so, da impiegata…qualcosa di normale?”

Non vi dico che faccia fa Cristina a queste parole.

Sembra che le abbia proposto di scopare un vecchio bavoso con l’HIV. No, il lavoro normale non le piace proprio. A che serve, il lavoro normale, quando si hanno delle belle cosce lunghe e disponibilità d’alloggio per una fava o due lì nel mezzo?

E d’improvviso sento nascere una cordiale antipatia per questa ragazzetta pretenziosa e senza qualità. Andate via le lacrime resta solo una gran voglia di arrivare alla vetta senza faticare.

Senza quel suo visino disfatto dal pianto che ispira tenerezza, Cristina appare per quel che è; una piccola mignottella annebbiata dalle facili promesse del successo.
A questo punto, però, ho promesso di aiutarla e lo farò. Non è nelle mie abitudini, disattendere una promessa. Però la ricompensa è un altro discorso.

“Senti, Cristina…e se io ti aiutassi ad arrivare dove vuoi tu che cosa saresti disposta a fare, per me? Sei bella.

Mi piacerebbe conoscerti…diciamo, più approfonditamente” La ragazza non si scompone più di tanto. Non è granché intelligente, ma sa che in questo mondo, per arrivare, qualche letto lo devi conoscere.

“Io divido l’appartamento con un’altra ragazza” risponde subito.

“Non c’è problema. Verrai da me. Ma ti avverto che io ho gusti un po’ particolari. Mi piace sottomettere le mie amanti”

Cristina alza le spalle. “Va bene”

Come sarebbe a dire “va bene”? Che gran troia ho trovata!

“E mi piace anche veder sottomessa una ragazza da un’altra ragazza” “Certo.

Io quale sarei? Quella che sottomette o che viene sottomessa?” “Quella che viene sottomessa” rispondo bruscamente.
“In che modo, dovrei essere sottomessa? Corde, falli di gomma…”

“No, più semplice. Lingua. La tua. Sul corpo del padrone e della padrona. Dappertutto” “Hummm…beh, come si dice…non si fa niente per niente. Vogliamo andare?”

Ci resto un po’ male. Non ha fatto una piega di fronte ad una proposta che altri giudicherebbero indecente. Mi domando quante, fra le aspiranti telemignotte televisive, siano disposte a tutto come questa qui.

Poi non ho il tempo di fare altri ragionamenti. “Allora” mi fa Cristina “Vogliamo andare?”

“Sì, piccola. Arrivo subito”

Il conto del bar è sulle cinque euro. Ne lascio cadere dieci sul tavolo e me ne vado. Oggi ho idea che prenderò un giorno di riposo.

Padrone VI

“Buon giorno”
“Fino ad adesso non è stato un granché… praticamente uno schifo”
Cercando di far presto e bagnando dappertutto con l’ombrello fradicio passò con un mezzo sorriso davanti alla guardia giurata. Era in ritardo, un terribile ritardo per i suoi standard, con quel diluvio i trasporti pubblici avevano di nuovo dato il loro peggio. In ascensore cercò di darsi una sistemata ma non c’è poi molto da fare quando si è mezzo inzuppati, le porte si aprirono di fronte al capo che la fissava mentre lei cercava di staccarsi in qualche modo i capelli dalla faccia, dall’espressione che gli vide riflessa nello specchio sapeva già che il capo aveva equivocato, lei non era una di quelle smorfiosette che si guarda e si pettina ad ogni specchio incontrato, ma dalla situazione non sembrava proprio.

“Le pare questa l’ora di arrivare in ufficio?”
tuonò lui
“… è che… le strade sono bloccate…”
balbettò qualcosa lei
“Non è una ragione valida. Al lavoro!”
Proprio una bella giornata! Ci mancava anche che il capo la riprendesse. Si vergognava, anche perché quel rimprovero lo avevano sentito quasi tutti ed ora la fissavano mentre si dirigeva nel suo angolino. Mai quella strada le era sembrata così lunga. Che poi fino a quel giorno era sempre arrivata in orario, anzi, molto prima degli altri, ma per quello nessuno la elogiava, per una singola volta che arriva in ritardo non le avevano neanche dato la possibilità di spiegare.

Frustrata e paonazza in viso per la brutta figura si sedette alla sua scrivania.
“Tranquilla, mettiti al lavoro che non è successo nulla”
la voce di Claudia dall’altra parte del divisorio la scosse da quello stato di torpore dove i pensieri le turbinavano incontrollati nella testa. Era vero, si fece forza ed iniziò a lavorare più duramente del solito, senza nessuna distrazione, dritta filata fino all’ora di pranzo. Solo allora si accorse di non aver ancora controllato il cassetto che usava per comunicare, o meglio, che Padrone usava per comunicare con lei.

Lo aprì. Ecco, lo sapeva, giornata pessima! C’era dentro qualcosa, una shitola quadrata e lei la vedeva solo ora, neanche quell’operazione sciocca le era riuscita quella mattina. Si guardò in torno per vedere se c’erano occhi indiscreti nei paraggi, l’ufficio era semi vuoto, prese la shitola e lesse il biglietto che l’accompagnava

Indossalo.
Padrone

Semplice, diretto, come sempre, un modo che le lasciava poca scelta ma che le piaceva. Diede un’altra occhiata intorno ed poi aprì la shitola, al centro c’era una spessa striscia di cuoio grezzo con degli inserti ed una fibbia in metallo.

Troppo grande per essere un braccialetto, pensò lei, poi come folgorata dalla giusta intuizione si portò la mano al collo. Non poteva essere, si disse, Padrone… quella parola le diede la sua risposta, chi si firma Padrone naturalmente poteva regalare quegli oggetti. Ed ora, cosa doveva fare lei? La giornata già la faceva sentire uno schifo non le andava proprio di rischiare un’altra punizione da Padrone. Risoluta si alzò, mise il pacchetto nella borsa ed andò verso il bagno, ma non quello dell’ufficio bensì quello al piano di sotto dove c’era l’archivio e che quindi era sempre deserto.

Infatti già dal corridoio silenzioso sapeva che non avrebbe incontrato nessuno, ma per sicurezza, controllo per bene che non ci fosse nessuno in bagno. Chiuse a chiave la porta che dava sul corridoio ed andò verso il grande specchio, posò la borsa sul ripiano del lavandino e tirò fuori la shitola con timore, come fosse di cristallo e lei potesse romperla. La poggiò con delicatezza vicino la borsa, la aprì e rimase a fissare il contenuto.

Si guardò allo specchio per chiedersi se ne era davvero sicura, annuì titubante e sciolse il foulard, poggiandolo senza curarsene troppo nella borsa. Prese il collare con timore, più lo avvicinava al collo e più il groppo allo stomaco si stringeva, lo poggiò sulla pelle calda ed il freddo degli inserti in metallo le provocarono un brivido che le si propagò per tutta la schiena. Rimase immobile, morse il labbro che non smetteva di tremare, guardando in basso cercava di calmare il respiro affannoso che gonfiava ritmicamente il suo petto dove i capezzoli cominciavano a notarsi da sotto i vestiti.

Quando il suo calore riuscì ad avvolgere anche il collare riuscì a muoverlo per poterlo allacciare, la parte interna era ruvida e solo ora notava il forte odore di cuoio naturale. La differenza con il foulard di seta era netta, si guardò allo specchio per allacciarlo, c’era un solo foro, lo chiuse, era stretto ma riusciva a respirare. Non si sentiva più sé stessa, il respiro tornò affannoso e la sua mente si riempì di pensieri che non riusciva ad afferrare.

Un rumore dal corridoio la fece trasalire, non voleva essere vista in quello stato, il primo istinto fu quello di prendere il foulard e coprire il collare, lo annodò e lo sistemò in fretta per non far vedere la striscia di pelle al di sotto. Prese la borsa e quasi scappò dal bagno, quando tirò la porta la trovò chiusa, l’aveva chiusa lei a chiave! Scoppiò a ridere per la situazione, si era fatta prendere dal panico per nulla, non si sentiva neanche più nulla.

Pensandoci non sentiva neanche più il fastidio del collare, tornò allo specchio per controllare se si vedesse da sotto la seta e poi uscì dal bagno e terminò la sua giornata lavorativa.

Tornata a casa si sentì distrutta, dopo il rimprovero del capo non si fermò un attimo e lavorò più duramente del solito ed ora sentiva tutto il peso di quello che aveva fatto. Si fermò davanti lo specchio nel corridoio per vedere quanto dalla faccia si capisse la sua stanchezza.

Aveva proprio bisogno di una dormita, pensò tra sé. Sciolse il foulard e sorrise, per metà giornata aveva indossato quel collare e nessuno si era accorto di nulla, non aveva visto nessuna espressione strana, nessuna faccia interrogativa o divertita. Tolse anche quello, si aspettava la leggera sfumatura più rossa sulla pelle che la ruvidezza della pelle grezza le aveva lasciato, ma non era nulla di irreparabile. Si sentiva troppo stanca per tutto, persino di mangiare, così andò in camera da letto e si mise a dormire.

Quando riaprì gli occhi era ancora buio, solo la luce della Luna rischiarava un po’ la stanza. Ancora mezzo assonnata si guardò intorno, aveva lasciato i vestiti a terra, ma non le andava proprio di alzarsi e metterli a posto, girò ancora gli occhi, c’era qualcosa di strano, una figura che non capiva cosa fosse, quando pensò che potesse essere una persona shittò all’indietro per cercare di allontanarsi. Quella figura rimase immobile.

Era davvero un uomo, spalle larghe e possenti, non riusciva a vedere il viso ma le sembrava fosse squadrato. Perché non si muoveva? Era sveglia del tutto e non si era solo immaginata quella figura? Riprese il respiro che la paura le aveva tolto e si rilassò un minimo per cercare di mettere a fuoco la situazione. Se fosse davvero una persona, vedendola sveglia avrebbe dovuto fare qualcosa, scappare o altro, invece se ne stava immobile nella semi oscurità.

Se fosse un ladro o qualcuno che le volesse fare del male sarebbe andata come pensava e se invece fosse Padrone? Lui sì, non si sarebbe scomposto al suo risveglio.
Fantasticando in questo modo non si accorse che l’uomo si era mosso ed aveva disteso il braccio verso di lei. Una grande mano forte le si chiuse sull’avambraccio, sentiva la pressione di ogni dito che la teneva saldamente ma senza farle del male.

L’uomo la tirò verso di sé come se lei fosse una bambola di pezza senza peso, la portò in corridoio, tenendola per il braccio come una bambina che segue il padre e per la possenza del suo corpo poteva essere così, lei cercava di sbirciare i tratti per cercare di riconoscerlo, per cercare almeno di vederlo in viso, ma era troppo buio e non ci riusciva. Arrivati davanti la porta di casa, il corridoio era completamente al buio, lui si fermò, si girò di fronte a lei e a colpo sicuro prese il collare da sopra la cassettiera dove lei lo aveva lasciato e le cinse il collo.

La scarica di brividi la percorse ancora una volta come era successo a lavoro e… si svegliò veramente questa volta.
La stanza era in ordine come al solito ed il vestito era a terra come nel sogno, ma ormai il sole la rischiarava, si girò per cercare quell’uomo, non lo vide, portò la mano al collo, niente collare. Era stato solo un sogno allora. Si alzò per andare a fare colazione, ma invece di andare in cucina andò verso la porta d’ingresso, si guardò allo specchio, sul collo c’era solo l’ombra del segno del giorno precedente, sorrise, prese il collare e lo indossò.

I suoi occhi non mentirono quando ammise a sé stessa quello che in fondo già sapeva, era Sua.

Potete trovare il seguito di questa storia e gli altri miei racconti sulla mia pagina de “I racconti di Milu”.

Insonnia d’Amore

La tua partenza è domani. Ci siamo salutati con eccessiva cordialità. In una tensione gravida di cose non dette. Io avrei potuto darti risposte concrete e assolute. Tu, troppo occupato ad inseguire il treno colmo d’iniziatici miraggi, hai dimostrato indolenza nel carpire e afferrare tutti i miei appunti di volo. E’ oramai notte fonda e devo ripararmi nella mia dimora. Ho fatto predisporre un piccolo scrittoio di legno di cedro. Pout pourri e coppe con petali di fiori, incensieri d’ottone e vasetti di cristallo pieni di confetti con tappi d’ambra molata.

Tovagliato e cortesia in morbido tessuto di fiandra e cuscini sparsi ovunque, odorosi di tegumenti d’olio essenziale di macis. Nella scelta della qualità dei singoli prodotti, regna un’indescrivibile eccitazione. Come una proverbiale direttrice di scena, ho immediatamente intuito l’esaltazione nell’occhio del mio sovrapposto. Ingiustificata, senza comprensione. Poiché la mia veglia cronica non è altro che una costipazione. Un’intossicazione di carta e d’Amore. Il giovane portiere, al piano terra, mi rifila tra le mani un prisma di bacetti al cioccolato.

Appeso alla corolla di raso blu, recita il biglietto: “Ora è notte”. Strano per la scrittura ed anche per lo stile. Quasi il nutrimento in un voluttuoso precetto di un immacolato utente dall’inchiostro simpatico. Deduco alla fine, sia l’omaggio dolce di un altro uomo, uscito timidamente in avanscoperta dal mio piccolo branco di scorpene melliflue. Ho lo stomaco pieno d’assenzio che mi torna in bocca, mentre l’ascensore del Grand Hotel Royal precipita verso le stelle.

Nella metafora comune dei più nobili Sentimenti, devo escogitare qualcosa per diluire ed evaporare la tua presenza. Questa modesta alterazione di nefandezze mi permette di rimirarmi ancora allo specchio con lo stesso coraggio di sempre. E depredare ogni palpito in eccesso. Senza cipria né rossetto, sento l’ultima stilla d’alcool adulterarmi il grembo. Nella peculiarità di un sentore intrepido, decido che qualcosa è incompiuto e devio il percorso, per raggiungerti nella tua stanza. E calare finalmente le mie carte.

Come nella chimica della libido, attribuisco lo stato d’agitazione e spoliazione, alla stessa stregua di una droga o di una pozione miracolosa. Per solitudine ritrovata, rinascerò stavolta nella sterminata fascia di petali del mio notturno, che tutti gli altri allentano, per seguire il ritmo del sonno confortevole. Sempre sposa alla naturale onniscienza, sto per congiungermi all’evento. Nell’incandescente fornace di ricercato stile, passerò le ore a macchiarti di percezione e penna. Conoscendo oramai a memoria tutte le tue pieghe e le opere stampate nei vecchi trafiletti di giornale.

Mirabilie che hanno germogliato fatua luce, per corrompere e adulterare il mio cuore. Ceralacca nobile e carta da lettere profumata. Incastro il passpartout e apro la porta. La notte appare semplice come una linea retta.
Nel mio delirante vanto mi aggiro intorno al letto matrimoniale disfatto. Tu dormi. Con circospezione, in gran segreto. Come un’ospite che non vuole disturbare, mi avvicino allo scrittoio, bruciando alla candela tutti i vessilli corteggiati sulle requie. Le parole che non hai detto.

Guardando il corpo disteso e nudo e mi convinco che ho ragione. Quella carne bianca e tenera come burro da spalmare sul pane degli Angeli. Pronta a lasciarsi infiltrare, bacio dopo bacio in una croccante competizione dietro la quale non ha mai smesso di pulsare l’arduo gioco delle sistole e delle diastole. Se potessi raccontarti i dettagli della mia vera storia, non riusciresti mai a capire. Oramai sei tu, invischiato in un groviglio d’apparenza e casualità obbligata.

Io ti ho solo istruito a svolgere un compito nel quale ogni mossa disorienta e porta lontano. Il mistero del passato, il corteggiamento degli animi, il minuetto degli aggettivi e della sintassi. Sei talmente confuso che non sai nemmeno distinguere in un abisso di benessere, il solenne godimento che interviene e soccorre gli amplessi trasudati di riflesso nelle specchiere lucenti. La mia maniacale propensione a vivisezionare tutte le ammonizioni illustrate e le intonazioni della voce.

Sono io che ti opprimo con i miei muri spessi, nei quali ho vissuto prigioniera spalancando porte e finestre per dare alla luce una libertà alacre ed evanescente. Aprendo i cancelli che non portano a nessun luogo, ieri come oggi, con tutta la sorveglianza rivolta alla mia insonne materia lignea, così visibilmente complice nel conservare la sua corteccia densa e contorta che annuso e sfoglio, a filo di pagina. La nostra camera. Le pause insolite in una fede di cavezza, più forte delle catene e più tenaci dei grani liberati nella galleria di quadri viventi.

Quella Primavera appesa che mi hai regalato. Il gruppo immobile di persone vive, sospese nel rossore del bengala su quello di tenue arancio. Il quadro che mi ha adeshito in silenzio, giace arrampicato verso l’arcata e sfrangiato d’antica filigrana. La tua bellezza arresa davanti ai miei occhi, vivifica una volontà di riaffermare la più grande Passione d’Amore in una stagione di picche senza prese né regine su cui puntare. Sul tavolo delle possibilità ancora esistenti, nell’onnipresenza potenziale dove ogni lembo di carta forma una coppia, solo io rimango in gara.

Tu, mio compagno, sei degnamente scartato. Mi avvicino al letto attraverso un fluido invisibile che mi unisce, la vena connettiva che ci lega l’uno l’altro e disegna un cerchio nuovo, freddo. Rotondo, come la ruota di uno zero. A quest’ora il silenzio è talmente profondo che pare di udire perfino il fruscio dell’acqua scorrere nelle vecchie tubature idrauliche. Come per vocazione, rimango in balia a seguire le scintillanti linee gemelle delle sopracciglia e le labbra morbide che si schiudono.

Sento le palpitazioni che mi picchiano le tempie, mentre fisso disfatta i tuoi occhi serrati e forieri. Se solo volessi, potrei scorgere sotto le lenzuola la collinetta rigonfia del tuo sesso. Che non oso toccare. Seguo il solco delle vive rughe con tenerezza. Io che non ho paura dei silenzi e delle facce vuote e bianche. Tremo di fronte a queste fessure cremisi, tralignando fuori dai limiti di questa nuova straripante contingenza. Le ombre si adagiano su di me, coprendomi con un fitto strato di tinte scure.

Penetro in grassetto la fitta cabala d’associazioni con parole sfatte e incantatrici. Sangue e inchiostro. Perché ogni esistenza ha la sua croce ed ogni corpo la sua crepa. Una convulsa fascia ludica intessuta di dialoghi morsicati. Spari, fuochi, dispacci, smentite. L’improvvisa esplosione avvolta in un omogeneo e insensato gioco di valori. L’esperienza drammatica d’Amore e Delitto forma blocchi imprevedibili. Sbocchi impossibili. Con te volevo credere che era ancora possibile amare ad antri aperti e scoscesi.

Che ogni volta appaiono più morbidi e impregnati. Rimangono lì, appesi alla parete o legati alle mie mani per invischiarmi nella viscosa ragnatela del pentimento fulmineo. Mi afferra la gola invece che le labbra e disonora la mia sbiadita e crudele Sindone che protegge il tempo e il ricordo. Quindi non è possibile sperare nell’umido scalpiccio di due cervi impigliati per le corna. Ammettere di aver perso è sventrarsi della prima crepa. Poi della seconda.

Mi chiedo oggi a che serve perseverare con una sensazione obliqua che è solo apparenza all’inclinazione degli eventi. Forse è venuto il momento di restituirmi quello che ho perduto. Se non per me, per l’altra donna che viene dopo di me. Magari più ironica e generosa, meno azzardata e attentatrice. Fuggo via nell’articolato intrigo di cunicoli, sporgenze, falsi angoli che rendono il mio animo complicato e labirintico. Sto per sgusciare da un’oscura lotta intestina o forse è un semplice cambio di guardia.

I recalcitranti Inseparabili cominciano a pestarsi la coda. Il risveglio brusco nella cesura netta tra la notte e il giorno, segue modalità squisitamente crude e accecanti. Oramai sono solo un trofeo da esibire con diritto e rassegnazione alla luce del sole. Il punto d’osservazione in cui mi trovo non mostra più niente di quello che ho scritto stavolta. Il riposo e la simulazione non sono richieste, in questo versante d’esplorazioni. Sono una somma d’immagini deformate dei miei trofei, che messe insieme celano dall’indiscrezione degli sguardi altrui.

Le identità utili, che più per compagnia e consolazione, sembrano sopravvissute per la solitudine e la viandanza. Rientro nel mio appartamento e sorprendo qualcuno in piedi, davanti allo scrittoio di legno di cedro, con le spalle curve e le mani nervose. Sta frugando tra i miei fogli segreti. E’ il giovane portiere. “Ora è giorno” mi sorride. Tra zuccherosi baci e note fresche come la vita buia scolpita dagli eventi, approda l’epilogo appassionato di una partita a carte, capace di rallegrare ogni specie d’indivisibile congiunto.

Consumiamo insieme la colazione, tra fasci ingombranti di giornali e novelle e indiscrezioni. Sussurrati e ridenti nella fragranza dei petali di fiori ed essenze di macis. Ho la lingua dolce di cioccolata mentre l’ascensore del Grand Hotel Royal si affretta a planare al piano terra. Grata di Veglia e d’Amore, costringerò anche oggi i miei interventi ad una morsa d’ali d’Angelo e di Demonio, per spalancare buoni modelli di vita in trama leggera. Capaci di ospitare e raccontare ogni specie d’Inseparabile riunito.

Noto in tutti i reparti, che qualche eletto ha predisposto celle aperte e spiragli su un qualsiasi lato. Un reticolato intelligente e adatto ad un fornito e ardito allevamento. Oramai il tuo sonno interminabile non mi riguarda. Ci penserà qualcun altro a somministrarti il conto, alla partenza. Non riconoscendo ostacoli mentali e sensibili, né penne sbavate d’inchiostro indelebile, rientro serena in ufficio. Le sistemazioni migliori per me insonne, rimangono sempre gli appunti di volo.

Non rischiando d’obliterare il biglietto, per un nuovo e surreale Romanzo d’Amore.

mobili Ikea

Ciao, è Adele che vi scrive oggi. Vi racconterò come abbiamo giocato e stuzzicato un’altra coppietta. La cosa bella anche di questa situazione è che tutto è iniziato in maniera estremamente naturale.

L’anno scorso, ad Agosto, finita l’università e trovato un lavoretto, la cugina di mio marito Luca ha deciso di andare a convivere con il suo ragazzo. Hanno trovato un appartamentino in affitto a Portogruaro, in provincia di Venezia, non troppo distante da Pordenone, dove abitiamo noi.

Come molti giovani hanno deciso di prendere i mobili aggiuntivi della casa all’Ikea – nell’appartamento il proprietario forniva solo i mobili della cucina.

Facendo lavori un po’ precari e con turni da negozio, Cecilia e Andrea (la cugina di Luca e il suo ragazzo) avrebbero rischiato di dormire per terra per molte settimane, in quanto non avevano molto tempo per montare i mobili e i tempi in cui entrambi fossero a casa assieme contemporaneamente erano pochi.

Così noi due ci siamo offerti di aiutarli nel montaggio mobili (tanto ormai siamo espertissimi montatori di mobili Ikea). Visti anche i nostri impegni saremmo andati di sabato e domenica.

Visto il caldo e visto il lavoro da fare siamo andati entrambi vestiti alla buona: pantaloni corti stile “tuta da ginnastica” e maglietta o canotta. Il sabato Andrea lavorava per cui in casa c’era solo Cecilia. Come immaginate montare mobili Ikea in un appartamento piccolo è un po’ come giocare a twister… ve lo ricordate? ci si accuccia, ci si piega, si strofina il corpo sul mobile per aiutarsi nel fissaggio… ecc.

E così notai, non molto contenta a dire il vero, che Luca di tanto in tanto sbirciava nella canottiera della cugina Cecilia. Certo aveva anche il reggiseno sotto la canottiera, ma sapete com’è: con certi movimenti il seno iniziava a sgusciarle fuori e io stessa notai un po’ di capezzolo di Cecilia, figuratevi mio marito…

Fu così che ebbi una certa idea.

Ed eccoci a domenica: in questa giornata Cecilia lavorava al centro commerciale (poverina) mentre Andrea, il suo ragazzo, era a casa; io e Luca presenti ad aiutare.

Premetto che io Andrea proprio non lo conoscevo: giovane di 26 anni, non palestrato ma tenuto bene, simpatico ma a pelle non era proprio il mio tipo… per fortuna. Però la domenica sarebbe stato il mio bersaglio.

Eh già, guardando come mio marito sbirciava sua cugina ho avuto una certa idea, e questa idea parte dall’abbigliamento. Canottiera con scollo a V ma non troppo scollacciata, shorts stile ginnasti anni ’80 e sotto niente reggiseno (vi ricordo che porto una seconda) e tanga intimissimi, di quelli in tessuto sintetico senza cuciture.

Per non essere sfacciata e gustarmi appieno il mio piano, ho atteso il momento adatto per ciò che bramavo. Finalmente iniziamo a montare la struttura del letto, per cui era necessario essere almeno in due. Con un po’ di fortuna Luca è rimasto in bagno a montarsi dei mobili da solo (bravo, fuori dai piedi amore mio) ed io sono rimasta ad aiutare Andrea.
Per iniziare a farlo abboccare parto offrendogli un bel downblouse che non coglie subito però: per alzare delle lunghe assi mi metto praticamente a novanta di fronte a lui dall’altro capo dell’asse.

Siccome non alza la testa verso me e le mie tette lo richiamo con un discorso senza senso, tipo “allora Andrea, dove le spostiamo? …” ma niente lui risponde guardando in giro, ma io non demordo e richiamo la sua attenzione domandando in maniera sciocca: “chissà se è comoda questo modo di sollevare gli assi”.
Oh… Alleluja, Andrea finalmente volge lo sguardo a me e nota i miei seni, i miei capezzoli ciondolanti che attendevano d’essere rubati con uno sguardo proprio da lui.

Sì, li ha visti, lo so: ha avuto un attimo in cui è rimasto incantato. Evvai: un primo colpo messo a segno.
Più avanti dobbiamo lavorare molto vicini, per fissare gli angoli della struttura del letto. Così lascio a lui di fare l’uomo mentre io, gli reggo i montanti di legno. Io, per far ciò, mi siedo col culo sul pavimento, rannicchio un po’ le gambe, portandomi le ginocchia al petto, ma divarico bene le gambe, le apro bene permettendo ad Andrea di intravedere l’attacco tra gamba e pube, mostrando spudoratamente il tanga.

Andrea lo nota e anch’io, da questa breve distanza, noto che qualcosa bolle sotto i pantaloni. stringendo le viti porta il suo sguardo al centro delle mie gambe, verso la mia figa coperta ancora da un lembo di tessuto, ma facendogli vedere per bene sotto i miei shorts.
A questo punto dalla porta passa Luca, mio marito, che butta l’occhio dentro la stanza e nota la mia posizione. Ci guardiamo e con mio sommo piacere noto che gradisce quello che sto facendo e mi mostra che si morde il labbro, come se stesse godendo di ciò che stava succedendo.

Luca se ne va e mi lascia fare il mio gioco.
Io, mentre Andrea si gira in cerca dell’ennesima vite Ikea da fissare, con un movimento fulmineo riesco a scostare le mutandine, però è anche vero che sono un po’ stufa di stare seduta sul pavimento, per cui mi metto in ginocchio; e così riesco a inclinarmi in avanti, con la scusa di prendere una vite per passarla (inutilmente) ad Andrea, e gli mostro le mie belle tettine ancora una volta, ma da molto più vicino.

Credo stesse per scoppiare in quel momento allora da stronzetta quale sono me lo sono giocato e l’ho guardato dritto neglio occhi sorridendogli sorniona, poi quel che capirà saranno affari suoi… anche se il mio intento è quello di dirgli “godi pure guardandomi le tette… slurp”.
Arriva il momento della regolazione dei piedini del letto… mmh che fremito. Non ero convinta di fare quello che ho fatto, iniziavo a temere d’aver esagerato, ma poi ho pensato che le mutandine le avevo scostate apposta, così ho preso un bel respiro e via: per regolare un piedino mi accuccio sulle ginocchia tenendo il culo in alto e puntandolo dritto verso la faccia di Andrea, insistendo in quella posizione, con gli shorts cortissimi e la figa per metà esposta.

Io avevo la sensazione di essere completamente nuda, sentivo che le grandi labbra erano scoperte, all’aria, anche se sotto delle mutandine messe male e degli shorts che ormai non coprivano nulla. A quel punto non ho capito più nulla e così ho iniziato a dondolare il culo avanti e indietro, come se mi stessi masturbando. desideravo essere presa lì in quel momento, desideravo farmi impalare da un semisconosciuto con mio marito nell’altra stanza. Volevo che mi leccasse la figa, che ci mettesse dentro due o tre dita, oppure uno di quei cazzo di pezzi dell’Ikea…
tutto d’un tratto torno in me stessa e mi rendo conto di aver iniziato ad andare oltre, per cui mi ricompongo e finisco di regolare il piedino del letto assumendo una posizione meno provocatoria.

Quando mi girai mi sentivo un po’ in colpa, temevo d’aver esagerato. Andrea dal canto suo era imbarazzato e quando mi aveva di fronte non riusciva a guardarmi negli occhi.

Finito il pomeriggio di lavoro tornammo a casa. A casa Luca mi disse che aveva montato solo un paio di cosette, perché per il resto del tempo restò dietro la porta, alle spalle di Andrea, a sbirciare quel che stavo facendo.

Luca ad un certo punto non ce la fece più e così si chiuse in bagno e si fece un bel segone dopo avermi visto esibire così.

Quante occasioni di montare… con Ikea!.

Scoperta dal fidanzato

Sono una vera troia ma, in più, mi piace molto scopare con gli a****li. Sono sempre stata fidanzata ma questa mia perversione è stata, ed è ancora, il mio vero momento intimo. Godo in una maniera incredibile quando scopo con gli a****li. Mi piace molto farmi scopare dai cani di diversa taglia,ma questa mia indole è sempre stata nascosta agli occhi del mio fidanzato. Con lui ho un rapporto bellissimo,intesa sessuale alle stelle soprattutto grazie al fatto che è ben dotato ed ha una certa esperienza, visto che è più grande di me di dodici anni.

Anche lui ama gli a****li,infatti è sempre contento quando devo ospitare i cani di amici a casa per qualche giorno…. ma fino a gennaio scorso non avrebbe mai immaginato cosa fossi capace di fare con queste bestie. Era un weekend d’inverno molto freddo, subito dopo capodanno e la mia amica mi lasciò in custodia il suo bellissimo cane da caccia stile bracco,ma più esile…eppure l’apparenza inganna. Ero a casa da sola e sapendo che il mio lui sarebbe tornato dopo pranzo dal lavoro ho colto l’occasione per testare questo mio nuovo amico peloso.

Mi ero tenuta addosso solo un tanga molto stringato e mi misi a giocare col cane sul tappeto in salotto; inizialmente pensavo a far riconoscere il mio odore naturale a Brutus perché era la prima volta che lo tenevo a casa. E’ un cane abbastanza iperattivo,agitato,quasi incontrollabile anche nel gioco…mi saltava addosso per prendermi dalle mani la pallina che gli lanciavo, dopo un po’ di tira e molla per la palla gliela lasciai e mentre era sdraiato, intento a mordicchiarla, mi misi dietro di lui.

Le mie mani gli percorrevano tutti i fianchi con carezze e massaggi che arrivarono fin sotto il ventre,lui non si curava di me e continuava a farsi i fatti suoi,ma mi accorsi che era già uscita la puntina del pene dalla guaina…. era il momento di fare la cagna in calore. Con forza lo rigirai sulla schiena e lo bloccai col mio peso per farlo stare fermo,mi soffermavo ad accarezzargli le palle e la guaina pelosa, finché il pene non fosse uscito di più.

Brutus apprezzava quel massaggio erotico e dopo un po’ di divincolamenti si calmò e mi lasciò fare…. cosi mi spostai e con le tette mi strusciavo sul suo cazzo ormai fuori, mi sentivo già fradicia quindi mi misi a cavalcioni e iniziai a masturbarmi strusciando la figa sul suo pelo morbido…. certe volte sentivo la punta del pene toccarmi ed entrare di poco nella fessura,ma il mio movimento era troppo veloce e scoordinato perché entrasse del tutto….

venni in poco tempo e grondante del mio sperma gli misi la figa sopra il muso. Subito iniziò ad annusarla e a leccarmi gli umori che gli gocciolavano in bocca. Le leccate erano profonde,arrivavano a lubrificarmi il buco del culo e provai un piacere immenso. mi girai come per una 69 e iniziai a ricambiare il favore leccandogli il pene. si ingrossava sempre di più,si vedevano le venature bianche e così mentre brutus continuava a slapparmi la fica ormai spalancata spompinai quel bel pezzo di carne.

del liquido mi schizzava in faccia ma continuavo,quando sento chiudere la porta d’ingresso e fa capolino il mio fidanzato. mitolsi subito dalla posizione per non farmi scoprire in quello stato,ma ormai era troppo tardi…avevo lo sperma di brutus in faccia e la fica sbrodolante. era impietrito da quella visione,non sapeva cosa dire,ne cosa fare…. brutus intanto si era alzato per salutarlo,ma non lo degnò di uno sguardo. i suoi occhi erano puntati su di me suduta per terra con solo un tanga fradicio dei miei umori….

nell’aria ne si poteva sentire l’odore forte. mi si avvicinò e io tremante rimasi per terra distogliendo lo sguardo dal suo,mi diede uno schiaffo in faccia,ma questo era il male minore per me. ero stata scoperta dal mio fidanzato…..
-scusami amore io…
-ma che scuse?!?io torno prima dal lavoro e ti trovo a fare la puttana…assurdo!ma la cosa più assurda è il cane…
-non ho scuse,ma….
non avevo le parole per spiegare la situazione così mi alzai per cercare un contatto con lui…
-no!!mollami e tornatene per terra come una cagna..
mi spinse a terra con forza e mi bloccò i polsi…mi urlava in faccia cose irripetibili,mi vergognavo tantissimo ma non potevo fare nulla.

dopo lo sfogo mi sfiorò la fica con le dita…
-senti quà…sei proprio una cagna sudicia!!
e si annusò le dita umide.
brutus sentita tutta quella confusione era diventato ancora più agitato,ma nell’aria c’era sempre il mio odore di fica che lo eccitava e cercava di intromettersi tra me e il mio fidanzato che era sopra di me per bloccarmi.
a quel punto il suo sguardo era cambiato…non era pieno di ira,ma di furia mista a perversione.

mi infilò tre dita nella figa con forza e le spinse fino in fondo..
-è così che t piace cagna??vediamo quello che ti fai fare da sto a****le…
prese brutus per il collare e me lo spinse sopra..subito iniziò a leccarmi la figa,io non riuscivo a controllare gli spasmi di piacere,ma tenevo gli occhi chiusi dalla vergogna. cercavo di contenere i mugolii di piacere,ma era stupendo….
lui mi guardava esterrefatto e si capiva che lo spettacolo gli piaceva molto,la sua eccitazione era ben visibile sotto il vestito da lavoro.

-girati e mettiti a quattro zampe!!
ubbidii senza dire niente e mentre brutus continuava a darmi piacere con la sua grossa lingua il mio lui si calò i pantaloni davanti a me. sapevo cosa voleva e orami arrendevole glielo presi in bocca…la situazione era decisamente cambiata.
mi obbligò premendomi la testa a lui di ingoiarlo tutto fino in fondo…soffocavo,ma non avevo scampo alla sua presa. aveva il cazzo enorme pulsante che spingeva con decisione dentro la mia bocca…improvvisamente si blocca e torna al cane.

-allora ti fai anche montare da lui??
-no non ho mai provato…
ed effettivamente con lui non era mai successo nulla.
-ok…. ora lo proverai.
iniziò a menargli il cazzo e quando tornò tutto fuori lo diresse verso il mio culo..
-dai bello montati sta cagna in calore…è pronta!!
brutus ormai eccitatissimo mi prese come in una morsa per i fianchi e cercò in tutti i modi di infilarsi dentro di me…
sentivo il suo pene caldo e viscido strusciare tra le labbra e tra le chiappe…
-ti aiuto io bello!!
glielo prese di nuovo in mano e con un colpo secco lo spinse dentro,brutus capì che era fatta.

si dimenava come un selvaggio con una forza indescrivibile…urlavo dal dolore per le spinte che arrivavano contro l’utero. lui lo incitava e nel mentre si masturbava godendosi la scena..non ce la facevo più mi sentivo sfondata,ma mi piaceva…mi sentivo ancora più troia davanti al mio fidanzato.
gemetti come una cagna…sentivo il nodo gonfiarsi all’interno e dopo poco brutus mi riempii della sua sborra bollente. eropiena,la sentivo riempirmi e colare fuori sulle gambe.

anche lui stava per venire,ma voleva che fossi io a farlo…me lo rimise in bocca e selvaggiamente mi scopò in bocca. urlava dal piacere emetteva versi e grugniti che prima non aveva mai fatto…e venne…
avevo la bocca e la figa piena di sborra…ingoiai e aspettavo solo che brutus si staccasse. finalmente uscì e mi leccò fino a farmi gridare dal piacere…godevo tantissimo sotto lo sguardo del mio fidanzato e venni…mi sentivo svenire e mi lasciai cadere sul tappeto.

lui si distese di fianco a me tenendo brutus a bada per il collare…
-se me lo avessi detto prima ci saremmo divertiti insieme..non ti è piaciuto??
-si amore…ora hai scoperto la mia passione e voglio condividerla con te.

Come diamanti nel fango
di antonio andrea fusco e altri
Collegamento:.

fidanzatini (1)

Ci siamo fidanzati… quanti anni avevamo? Sì, eravamo piccolini, certo. E poi, fidanzamento… Forse definirlo così è un’esagerazione. Sì, certo, sicuramente è un’esagerazione, però io sento che il legame con te non si è mai interrotto, né esaurito: senza girarci tanto attorno, ti ho amato, ti ho amato tanto. E non era solo questione di ormoni. Né fu solo quel bacio, il nostro primo bacio, quello del fidanzamento.
Era settembre, mi pare. O i primi di ottobre.

Aveva fatto caldo e d’improvviso aveva iniziato a diluviare da pazzi: lo stesso uragano si sextenò dentro di noi. Dovevamo studiare a casa mia e arrivammo fradici di pioggia, bagnati dalla testa ai piedi. Eravamo completamente da soli, quel pomeriggio, e tu ti eri subito tolto i vestiti, come se fosse stata la cosa più naturale di questo mondo, nel giro di nulla eri rimasto nudo. Mentre io stavo lì immobile, nel più tragico e muto imbarazzo, senza sapere che fare.

“Dai, prestami una maglietta, un paio di mutandine e di pantaloncini. Ma che ti prende, perché mi guardi così?”.
Perché ti guardo così, che cazzo di domande. Ti penzolava malizioso come te, fino a metà coscia, roseo e lungo, mezzo scappucciato, attaccato a una peluria rossiccia, e mi chiedevi pure perché ti guardassi. Almeno coprirti con le mani! Nulla. Ti gocciolavano i riccioli rossi, avevi il viso bagnato, il petto umido, i capezzoli rosei e inturgiditi dal freddo.

Mi sentii quasi mancare.
Sparii un attimo, tornai con abiti asciutti per te. Ma non avevo pensato a me.
Lo facesti tu.
“Dai, ti aiuto a spogliarti. Ti viene la polmonite”.
Io stavo per svenire, lo sentivo, quando mi mettesti le mani addosso e mi sfilasti la maglietta: cercai di resistere ma poi il tuo sorriso mi vinse, alzai le braccia per farmela togliere ma era anche un gesto di resa, crollavano le mie difese dopo mesi e mesi di resistenza passiva.

Rimasi a torso nudo e bastarono i tuoi occhi curiosi puntati su di me, per farmi accendere le guance di un rosso violento, arrendevole, in un’intimità assoluta, morbida, trasparente, invisibile.
“Ti vergogni?”, mi chiedesti.
“Un po’”, risposi abbassando gli occhi e istintivamente ti fissai di nuovo lì sotto, proprio lì. Tu invece mi guardavi il viso, le labbra, il naso, la bocca, i capelli che anche a me gocciolavano – ma i miei erano molto più lunghi dei tuoi – e poi le piccole tette appuntite che mi si erano rizzate sotto il tuo sguardo, un po’ intirizzite non dal freddo ma dall’emozione di essere nude di fronte a te.

“Ti piace che io ti guardi?”.
Sussurrasti quelle parole, furono un soffio silenzioso che parlò solo alla mia anima. Un soffio intenso. Irresistibile.
“Sì”.
Con una mano mi toccasti, sentii il calore delle tue dita aderire timidamente alle mie forme colme di desiderio. Mi venne la pelle d’oca.
“Hai un seno stupendo”.
Gli occhi mi si abbassarono giù per terra, ma in realtà non proprio per terra, mi finirono di nuovo sul tuo pisello, lo trovai un po’ più gonfio, ti stavi eccitando.

Anche io mi stavo eccitando. Erano bastate due sole parole, pronunciate da te: seno stupendo.
“Togliti pure i pantaloni, sono inzuppati”.
“No no”.
Rispondesti con un sorriso malizioso.
“Ma ti vergogni di me?”.
Sì, che mi vergognavo. Da morire.
Tornasti a toccarmi le tette, tutt’e due, contemporaneamente. Un lieve palpeggiamento, morbido e delicato. Chiusi gli occhi, ti lasciai fare.
“Ti piace?”.
I miei capezzoli scuri si inturgidirono al contatto con le tue palme, risposero subito presente al pizzicare delle tue dita.

“Sì”.
“Allora di cosa ti vergogni – stavi di nuovo soffiando le parole, le soffiavi sul fuoco del mio desiderio – non facciamo nulla di male. Piace anche a me”.
Ti avvicinasti, in un attimo il tuo torace muscoloso fu a contatto col mio seno – così lo avevi appena chiamato, ed era magnifico – il mio piccolo seno acerbo e ansioso, i tuoi capezzoli insolenti si strofinarono ai miei assetati, avidi delle tue carezze, che per troppo tempo avevo negato loro.

Aprii gli occhi, ti fissai.
“Mica posso essere la tua ragazza, lo sai”.
La replica che ti spiazza.
“Ma tu lo vorresti essere, no?”.
Silenzio. E ora che rispondo, cosa dico, di fronte a questi occhi penetranti, dolci, sensuali, occhi che mi parlano e mi desiderano?
“Sì, che lo vorrei essere”.
Tornasti all’attacco e stavolta mi slacciasti la cintura con maestria, rapidamente, il bottone saltò, la lampo si arrese in un battibaleno.

In un attimo fui con i jeans calati, la mano a coprire gli slip rosa da donna che portavo sotto. Ma le vedesti lo stesso, le mie mutandine supersexy, che poco si addicevano a un sedicenne che pure era senza un pelo e senza un filo di barba. E nemmeno le autoreggenti che indossavo in gran segreto, sempre, si addicevano a un maschietto, ma un sorriso luminoso si allargò sui tuoi occhi.
“Perché mai non potresti essere la mia fidanzatina?”.

Non sapevo più che fare, che dire.
“Non sono maschio, non mi sento maschio. Non mi ci sono mai sentita. Da quando ti conosco più che mai”.
“Io ti amo sul serio, cazzo”.
Sentii la tua bocca che aderiva alla mia, le tue labbra che inumidivano le mie, la tua lingua che entrava a cercare la mia, la tua saliva che diveniva un tutt’uno con la mia, mi sentii in paradiso.

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Cristina – una cena speciale

Quando mi vedi rimani impietrita!
Sei a cena in un ristorante famoso in compagnia del tuo compagno e di un paio di coppie di amici vestita elegantemente con un completo che risalta le tue forme nascondendo allo stesso tempo quel po’ di pancia (che dici di avere ma che non posso confermare) e una camicetta, semplice ma anch’essa elegante, che mette in risalto il tuo seno.
“come è possibile?” continui a domandarti impaurita dall’insolita situazione.

Anche io sono in compagnia, di una mia amica di vecchia data, all’oscuro di tutto ma mia complice per questa sera, perchè cenare da solo avrebbe dato troppo nell’occhio, non sarei passato inosservato.
Ti lancio uno sguardo furtivo ed un sorriso e tu abbassi all’istante lo sguardo arrossendo nel sentirti la fica bagnata nonostante la situazione proibitiva. Ti succede sempre quando mi incontri, la fica inizia a gocciolare senza mai fermarsi se non dopo essere ritornata a casa.

è vero che io non faccio nulla per calmare la tua eccitazione, anzi sapendo come stai ci gioco sopra, in tutti i sensi, possedendoti come preferisco sapendo che non mi dirai mai la parola di sicurezza prestabilita.
Dopo aver fatto l’ordinazione mi alzo per andare al bagno e mentre ti sto mandando il segno di seguirmi tu sei già in piedi scusandoti con la comitiva
“ho bevuto troppo oggi” dici alzandoti dirigendoti poi verso i bagni, separati ma vicini, per poi raggiungermi davanti alla porta del bagno degli uomini
Io non parlo, ti guardo solo e ti passo una bustina (che tu già riconosci, vero porcella mia!) che prendi al volo sfiorandomi la mano e dicendo sottovoce “Buonasera Sir, grazie Sir” prima di entrare nel bagno, eccitatissima e pronta a leggere le istruzioni
La busta contiene il solito vibratore interno e le istruzioni per la serata
Dopo aver inserito il vibratore nella fica già bagnatissima mi ringrazi tra te e te per non averti ordinato di rimanere senza mutande
Nel tornare al tavolo passi accanto al mio posto e mi lanci uno sguardo impaurito e shoccato che mi conferma la tua esecuzione dell’ordine
Io continuo a parlare con la mia amica che non vedo da tanto tempo e mi preparo a “stuzzicarti”.

Finalmente vi portano l’antipasto, a occhio veramente molto gustoso, che tutti iniziano a mangiare, anzi a divorare, facendo scendere il silenzio.
Anche tu stai mangiando, molto piano rispetto agli altri, ma vedo che sei agitata, non sei tranquilla, ed allora ti faccio capire che puoi stare tranquilla accendendo il vibratore alla velocità minima.
Forse avevi paura che si potesse sentire il ronzio del vibratore ma quando lo senti muoversi, quando inizia a suscitare in te le solite sensazioni di piacere, ti accorgi che nessuno sente il rumore, neanche il lamento che ti sei lasciata sfuggire al momento dell’accensione.

Il vibratore rimane acceso per pochi secondi e tu ti sforzi a controllare le tue reazioni agli occhi degli altri.
Solamente io ti vedo diversa da un minuto prima, solamente io so il perchè e solamente io in questo momento ho il cazzo duro come un macigno al punto da essere impossibilitato ad alzarmi (a meno che non mi voglia portare a letto l’amica, cosa che non mi passa neanche per un secondo nella testa)
Quando lo spengo ti vedo rilassarti e tornare a mangiare per poi scambiare quattro parole, chiaramente controvoglia, con la tua amica che si trova di fronte.

Hai paura che questo solleciti il mio desiderio di “torturarti” e quindi so che stai cercando di prepararti all’arrivo dell’impulso, magari stringendo le gembe facendo proprio l’effetto contrario
Ti lascio tranquilla per una decina di minuti prima di accendere di nuovo l’apparecchio.
Lo faccio nel momento in cui il tuo compagno, facendo il cavaliere, ti versa del vino nel tuo bicchiere.
Il tuo grazie esce stridulo dalla tua bocca e gli occhi si rivoltano verso l’alto a causa delle veloci vibrazioni che stanno pulsando nella fica in quel preciso momento
Lui non si accorge di nulla troppo preso a riprendere la chiacchierata con l’amico del cuore ma io vedo tutto e so che se non spengo presto tu arriverai all’orgasmo senza riuscire a mascherarlo.

Quindi sono costretto a diminuire l’intensità delle vibrazioni e poi, dopo un minuto, a spengerlo del tutto
Vedo che sei rossa in viso e che stai sudando abbondantemente cosa che viene notata anche dalla tua amica che sta di fronte a te
“ti senti bene (nome)?”
“si grazie, ho avuto solo un attacco di caldo. Grazie comunque” rispondi con un sorriso smagliante che ti esce naturale al pensiero che lei non avrà mai un’esperienza del genere
Per tutta la cena hai continuamente questi attacchi di caldo (come dici tu) e molti del tavolo iniziano a pensare che tu abbia problemi di stomaco, una passata di dolori, e che per questo motivo hai mangiato molto poco.

Appena cominciavi a masticare, dopo un paio di bocconi al massimo, diventavi rossa in viso a volte alzando gli occhi al cielo. Questo perchè eri intenta a controllare l’orgasmo che ormai era diventato impellente.
Dentro di te ridevi del loro evidente pensiero e non vedevi l’ora che ti facessi il segno per scappare al bagno per una “sosta” lunga
Io controllavo continuamente il bagno e nel momento in cui è rimasto libero mi sono alzato per andarci seguito dopo pochi secondi da te che sempre più rossa in viso chiedevi scusa e scappavi verso il bagno
Erano due minuti che le vibrazioni erano al massimo dell’intensità, non ce facevi più, e non sei riuscita a controllarti per raggiungermi.

Sei entrata nel bagno delle donnei trovandomi davanti alla porta di uno dei due e subito ti sei inginocchiata facendo attenzione a non macchiare il vestito portando la bocca già aperta all’altezza del mio cazzo
Non hai atteso il mio permesso. Lo hai ingoiato e cominciato a succhiare con tanta foga, dovuta in parte alla paura che entrasse qualcuno ed in parte perchè volevi ringraziarmi per l’esperienza appena vissuta, ed io ti ho lasciato fare.

Succhiavi come mai avevi fatto fino a quel momento ingoiando il cazzo per intero, fino in fondo, per poi risalire succhiando l’asta fino alla punta della cappella e poi riprendevi affondando lentamente.
Ti ho fermato e ti ordinato di toglierti il vibratore dalla fica e di ripulirlo mentre io mi mettevo un preservativo.
Quando lo hai visto sei rimasta sorpresa perchè non l’avevo mai utilizzato prima.
Ti ho fatto girare e chinare facendoti poggiare le mani al muro e poi ho appoggiato il cazzo sul tuo ano che si offriva voglioso ed accogliente
Con estrema lentezza l’ho fatto entrare dentro mentre le mani si impossessavano delle tette stringendole.

Con un lungo gemito di piacere e di misto dolore hai accompagnato la lenta penetrazione fino alla fine. Poi quando ho cominciato a muovermi più velocemente e profondamente si è tramutato in un mascherato sospiro neanche interrotto dall’ingresso di qualcuna nel bagno
Per quanto ero eccitato ho continuato solo per un paio di minuti prima di uscire dal tuo favoloso culo e farti inginocchiare di nuovo mentre mi toglievo il macchiato preservativo.
“Cristina per questa volta ti sei salvata ma la prossima volta te lo faccio succhiare così comè, quindi ti consiglio di farti spesso dei clisteri” ti ho detto mentre mi impossessavo della tua bocca cominciando a scoparla fino a godere
Sei riuscita a ingoiare tutto il contenuto delle mie palle, forse con una piccola difficoltà per quanto era, e poi dopo averlo ripulito e sistemato nei miei slip mi hai detto
“grazie Sir”
Prima di uscire ho ripreso la bustina con il vibratore e ti ho salutato dicendoti
“buonanotte Cristina”.

FRATE DINO

Ebbene sì, ci fu un periodo della mia vita , appena prima ottenere il sacramento della Cresima, quindi fatevi due conti e capirete di che età sto parlando, in cui folgorato più dai frati che dalla chiesa, feci il chierichetto. E non mi dispiaceva affatto!!. Tutto successe quando un pomeriggio dentro un confessionale con don Dino lui mi chiese ” ragazzo, ti masturbi a volte?”. La parola e il suo significato lo conoscevo molto bene, ma volli mentire , consapevole che in futuro avrei condotto una vita da peccatore, e risposi” Don Dino, cosa significa masturbarsi?” Innocente come la Vergine Maria.

” significa se ti tocchi mai sotto le mutande per procurarti piacere, mi intendi ragazzo mio?”. Allora , un po’ infastidito da questa sua violenza contro la mia intimità , volli dare a Don Dino qualcosa su cui riflettere ” ah intende se mi faccio le seghe? Certo , mi sego io e sego anche altre persone. Ma come dice lei, per procurargli piacere. Non per fare del male. !!!!”. ” e dimmi ragazzo, quanti anni hanno queste persone a cui procuri piacere?” Notando nel suo tono un po’ di malizioso interesse.

” la vostra età Don Dino, perché me lo chiede ? Commetto peccato quando lo faccio?”. Ero già un piccolo diavoletto. ” No ragazzo mio!!!” Ebbe la sfacciataggine di dirmi!!” E fai solo quello o ti chiedono altre cose?” Don DINO aveva una sessantina d’anni, ma era un bell’uomo. Pelato, barba corta brizzolata, una panza bella dura e tonda che la toga lunga fino ai piedi faceva risaltare ancora di più. Ogni volta che lo vedevo mi domandavo se sotto portasse le mutande o no, l’unico pensiero fisso era quello.

” A volte mi chiedono altre cose , cose sporche , mi vergogno a confessarle adesso!!! Ma le faccio volentieri e per piacere Don, è peccato questo?”. ” Figliolo, nulla se fatto per rendere felice il prossimo può considerarsi peccato. Però dovrei capire meglio di cosa si tratta, sei disposto più tardi , da soli io e te, a farmi vedere cosa fai con queste persone? ” vecchio porco !!! Qua ti volevo!!!! ” Se promette che saremo soli e di non dirlo ai miei genitori va bene!!”.

” la confessione è un momento tra il prete che fa le veci del nostro signore e il peccatore. Tutto quello che viene detto e fatto all’interno dell’atto di pentimento è protetto da segreto professionale. Nulla di ciò che dirai o farai con il tuo Don Dino verrà rivelato ad altri!!”. Mi ricordo che pensai : minchia che larga che l’ha presa. ” Va bene , mi dica dove devo aspettarla Signore”. ” ” vai in sacrestia, dove facciamo catechismo.

Io arrivo il prima possibile. Se qualcuno ti chiede cosa ci fai la, di solo che stai aspettando Don Dino. Va bene ragazzo?”. Così feci. Frate Sergio mi vide entrare nell’aula da solo, io risposi che aspettavo Don Dino, non fece altre domande. Anzi, mi Fece accomodare e chiuse la porta. La stanza era piccola, piena di sedie , quante volte avevo ascoltato prediche e insegnamenti del Vangelo là dentro. Vuota mi sembrò ancora più finta.

Sarei bugiardo se dicessi che aspettai più di 10 minuti!! Forse 5, comunque da lì a poco entrò Don Dino. Con la sua solita calma, chiuse a chiave la porta, quasi come fosse un gesto naturale, e abbassò le persiane delle due grandi finestre che illuminavano l’aula.. Si fece buio, allora Don Dino accese una sola delle 4 luci al neon. Creò l’atmosfera giusta. Quel tanto di luce da vedere il peccato ma nasconderlo ad occhi indiscreti.

Allora prese una delle tante sedie e la posizionò difronte a me. Notai un po’ di agitazione in lui. ” Sa a cosa stavo pensando Don Dino finché la stavo aspettando?”. dissi. ” A cosa ragazzo mio? A quello che ti avrei chiesto? Se essere sincero o no? Dimmi , non essere spaventato, non avere paura. Confessa al tuo Frate ogni dubbio senza temere vergogna”. Ipocrita!!!! ” Beh pensavo se lei come pure tutti i frati, sotto la tonaca portate le mutande o no??!??”.

Ed era vero, appena arriva, pensai, la prima cosa che gli chiedo è questa!!! ” Che domanda strana, ragazzo. E sei talmente curioso di saperlo che hai trovato il coraggio di chiedermelo così, senza pudore?”. Risposi di si, che era una curiosità che avevo da tempo, e per rendere la cosa ancora più imbarazzante dissi che mi veniva da chiedermelo soprattutto quando vedevo lui. In quel momento ero io il diavolo tentatore. ” Secondo te , o meglio secondo quello che preferiresti sentirti dire , io ora ho le mutande o no?”.

Preso all’amo!!! ” Beh Don Dino, mi piacerebbe tanto che sotto lei non avesse nulla!!! Nudo !!”. ” Sei veramente tanto curioso di saperlo?” Chiese il frate. ” si sì tantissimo!!!!”. Allora Don Dino si alzò in piedi, e con un lieve cenno si sollevò appena la gonna e mi disse” Controlla tu stesso!!!infilati sotto !!!!”. Non me lo feci ripetere due volte!!! Mi infilai sotto, o meglio dentro la sottana di Don Dino!!! C’era spazio a sufficienza per muoversi, e uno spiraglio di luce che penetrava da sotto la sottana, ma non era sufficiente per vedere bene sopra la mia testa.

Certo l’odore era inequivocabile. Quell’odore di maschio, sudore, piscio che conoscevo molto bene. Non mi restò altra soluzione che tastare. Con mio sommo piacere Don Dino non portava le mutande!!! Invece sentii per prima cosa due grosse palle pelose!!!! Tonde e dure!! Sudate, le accarezzai e annusai. Il frate allargò leggermente le gambe in modo da permettermi di leccare quelle due bocce con passione, e di passare la lingua sotto le palle arrivando fino al buco del culo!!! Il sudore si fece più abbondante, e questo oltre a piacermi, mi aiutava a leccare quel culo meravigliosamente ricoperto di pelo.

La mia lingua non si fermò neanche un istante facendosi sempre più strada tra la foresta in cerca del buco e quando lo trovò fece di tutto per entrarvi, il più possibile. Don Dino stava immobile, io perso in un altra dimensione non riuscivo a capire se stava zitto, se godeva o se pregava!!! Ad un certo punto mi accorsi che ero anche io completamente sudato!! Allora di testa mia decisi velocemente di togliermi i vestiti e farli scivolare fuori tra i sandali di Don Dino, che esclamò ” oh Gesù!!!!”.

Ero nudo , completamente, sotto la sua ampia gonna!!!! Mi attaccai alle sue gambe e iniziai a strusciarmi per fargli sentire la mia pelle vellutata. Fu allora che mi diressi verso il corpo di Cristo!!! Prima con il naso per sentire l’odore del peccato. Un odore forte , blasfemo. Mi attaccai con entrambe le mani al frutto proibito. Non so che frutto fosse, ma era un frutto che sicuramente cresceva nel giardino dell’Eden, perché solo Dio poteva aver modellato con una perfezione tale un organo genitale come quello!!!! Duro, dritto, grosso , caldo.

Mi ricordò subito uno di quei ceri dietro l’altare in chiesa. Con l’abilità di un mago alzai con entrambe le braccia la gonna e sia io che il pene del frate uscimmo da sotto per essere ammirati entrambi. Guardai Don Dino in faccia pochi secondi prima di iniziare. Ancora oggi ricordo perfettamente la sua espressione. Era tutto sudato, la bocca quasi aperta, gli occhi fissi verso il cielo. Avrei potuto fermarmi, certo che avrei potuto farlo.

Ma ormai mi resi conto che sarebbe stato inutile. Don Dino quel giorno non sarebbe più stato lo stesso. Tanto valeva dargli la parte migliore, il finale coi botti!!! Presi con delicatezza il suo membro in bocca, piano piano, facendolo arrivare fin dove era possibile, e con le labbra e la lingua succhiai uno dei cazzi migliori della mia vita. Lo gustai in tutta la sua lunghezza, le mie labbra attaccate alla pelle ruvida del suo caldo uccello del paradiso, scivolano avanti e indietro mentre la mia lingua stimolava la sua cappella sistina!!!! Quando venne non si spostò di un centimetro.

Questa volta con lo sguardo rivolto verso di me Don Dino disse” Figliolo, bevi il sangue di Cristo!!!” E mentre ingoiavo il suo seme santo mi benedi!!!!!! Ecco come iniziò la mia se pur breve carriera da chierichetto. E se a qualcuno o qualcuna questa storia può sembrare blasfema, scabrosa, una bestemmia, beh pensate a tutti i preti pedofili che abusano ogni giorno di piccole anime innocenti rovinando per sempre le loro vite. Tutti quelli che da anni la chiesa copre, nasconde, accetta, e difende.

Io non ero certo un anima pura, eppure vi garantisco che dopo 30 anni ancora ricordo l’espressione stampata sulla faccia di Don Dino e mi disgusta, e quel che è peggio mi mette i brividi. Grazie a tutti, Guerrino.

Le fantasie da studente feticista e sottomesso

storia copiata da un altro blog

Valeria era la più bella della classe: massimo dei voti in ogni materia, amata e stimata da tutti i professori, corteggiata da tutti i compagni e circondata da un harem di ochette.

Alessandra sembrava esserle l’esatto opposto: dal fisico asciutto, carina ma non appariscente, timida, introversa e fragile, scena muta ad ogni interrogazione e spesso vittima dello scherno delle compagne di classe.

Daniele era un ragazzo schivo, che spesso si ritraeva dalle relazioni con i compagni, ma che nonostante tutto godeva di un minimo di approvazione.

Dagli interessi insoliti, a differenza degli altri ragazzi non amava affatto le formosità e i seni prorompenti. Forse è per questo che era uno dei pochi (diciamo anche l’unico) ad essersi innamorato di Alessandra. Un amore platonico non ricambiato. La timidezza del ragazzo lo portava a tenersi dentro ogni emozione, anche quando la sua Alessandra veniva derisa e scoppiava a piangere. Ricordava ancora vivamente una scena, risalente alle elementari, nell’abito della quale le ragazzine avevano regalato alla piccola Alessandra un cornetto acustico di carta per scherno, lasciandola in lacrime in un angolo dell’aula, senza che lui avesse avuto il minimo coraggio di consolarla.

Valeria eccelleva, oltre che in ogni attività scolastica, anche in opportunismo: riusciva ad assumere il controllo anche dei ragazzi più sicuri e sbruffoni, piegandoli ai suoi voleri. Con Daniele non c’era stato bisogno: la sua indole servizievole la si sarebbe indovinata a chilometri di distanza. Oltre ciò, era talmente messo in soggezione dalla bellezza di Valeria, che abbassava lo sguardo in sua presenza. Lei iniziò ben presto a “chiedergli” dei favori, come acquistarle la pizza prima dell’entrata, o portarle in anticipo lo zaino su in aula.

Di favori scolastici, certo, non aveva bisogno: nessuno era al suo livello.

Al compleanno di Valeria, finalmente Daniele ricevette il battesimo di schiavo. Infatti la ragazza lo aveva attirato con un pretesto nella sua cameretta, mentre il resto della ciurmaglia era intento a fare baldoria, e, mentre gli mostrava le foto appese al soffitto, gli aveva chiesto di raccogliere un oggetto caduto ai suoi piedi. Mentre era accucciato a raccoglierlo, gli aveva sferrato un calcio e, mentre lui era a terra e si lamentava, era scoppiata in una risata fragorosa.

Come a minacciarlo per scherzo, gli aveva appoggiato il piede sui testicoli, al che al ragazzo non era rimasto altro da fare se non supplicarla:

“Ti prego Valeria, no, non farlo, farò tutto quello che vuoi!”

“Bene, allora diventerai il mio schiavetto ihihihihi”

Così, nei pomeriggi che seguirono, i due continuarono ad incontrarsi; ad essi si aggiunse la povera Alessandra, alla quale Valeria aveva offerto aiuto per i compiti (un pretesto, in realtà, per mostrarle la propria superiorità e per sminuirla ulteriormente).

Prese così avvio una serie di perversi giochi che di continuo shiturivano dalla mentre di Valeria: così, veniva soddisfatta la sua voglia di prevaricazione e la sua vanità, assieme al desiderio di sottomissione troppo a lungo represso da Daniele e al masochismo velato di Alessandra.

Ovviamente Valeria era la padrona assoluta della situazione: si divertiva a far svolgere a Daniele dei compiti sempre più umilianti, fino a farlo camminare a quattro zampe e a baciarle le scarpe, umiliandolo di fronte alla sua amata Alessandra.

Amava poi rinfacciare ad Alessandra la sua incapacità in molte materie, come matematica e disegno:

“Tesoro, ma è così ovvio, come fa la tua testolina a non arrivarci? ihihihihi”

Oppure era solita ricordarle gli insuccessi scolastici del mattino stesso o anche passati, spesso divertendosi ad affiancarli ai suoi successi.

Una delle cose che più gratificava Valeria era, dato che era a conoscenza del debole del suo schiavetto per Alessandra, costringerlo a servire anche lei (che piano piano stava diventando una bambola con cui giocare).

“Leccale i piedi!” era il comando che più frequentemente gli impartiva: e la povera Alessandra era costretta a subire tali servigi senza battere ciglio. D’altronde, Daniele, oltre al senso di umiliazione ed imbarazzo, finalmente poteva sfiorare quel corpo che da tanti anni rappresentava un qualcosa di irraggiungibile. Così si ritrovava a leccare i piedi della sua Alessandra con una foga e una passione che a stento poteva trattenere: l’odore di quei piedi, la levigatezza di quella pelle, il calore di quel corpo erano per lui il Santo Graal tanto agognato e finalmente raggiunto (sarebbe meglio dire concesso).

Infatti per nulla al mondo Alessandra avrebbe ricambiato il suo amore. La sua padrona si divertiva sadicamente, nel momento in cui era al culmine dell’eccitazione, ad ordinargli di fermarsi e ad interrompere la sua goduria, lasciandolo fermo, in preda a fremiti, a contemplare l’oggetto del suo desiderio.

Il ragazzo sentiva moltiplicata ed amplificata all’ennesima potenza quella sensazione di impotenza e frustrazione che aveva provato, diverse volte, nel vedere la sua Alessandra derisa e umiliata da Valeria e dalle sue ochette.

Ora la sua padrona si divertiva anche a paragonare il suo fisico (quasi da modella) a quello di Alessandra: tastandola e accarezzandola sensuamente, non mancava di fare osservazioni del tipo:

“Ma che tette piccole che hai! Senti, tocca le mie: te le puoi sognare delle tette così. Hihihihiih. Ora ho capito perché nessuno ti viene dietro, a parte quel disgraziato. Hihihihihi. E tu – indicando il ragazzo inginocchiatole dinnanzi – devi essere proprio affamato per ridurti ad andarle dietro.

Hihihihihihi”.

Al che, come era naturale aspettarsi, Alessandra scoppiava in un pianto dirompente e ininterrotto, e furiosa scappava in bagno.

Un’altra forma di supplizio era l’indurre forzatamente Daniele ad esprimere giudizi di fronte alle due ragazze. “Chi ha il culo più bello? Diccelo tu!”. Esprimere anche la minima preferenza per Alessandra sarebbe significato andare incontro alle punizioni più raffinate quanto crudeli: dall’annusare i piedi di entrambe per ore, all’essere calpestato, all’essere preso a schiaffi e graffi.

All’inizio però la risposta veniva forzata con una strizzata di palle.

Per Daniele erano eccitanti i momenti nei quali la padrona si faceva la doccia, e lui la attendeva in ginocchio, con l’asciugamano pronto a cingerla, mentre Alessandra si sdraiava a mò di tappetino: quando Valeria usciva, calpestava la testa della ragazza e usava i suoi capelli per asciugarsi i piedi.

Ad un certo punto però Valeria si era stufata di essere la sola dominatrice, ed aveva così dato inizio a dei giochi di “ruolo”, nei quali uno dei due schiavetti aveva dei margini di dominazione.

Ad esempio, per un breve periodo a Daniele venne concesso di recitare la parte del marito di Valeria: si baciavano, stavano in intimità, a volte fingevano di fare sesso (non gli sarebbe mai stato concesso), mentre si divertivano a guardare la schiavetta che puliva la casa.

Una volta Valeria aveva deciso di fare un regalo al suo “amore” per compleanno. Lo aveva fatto sedere accanto a lei sul divano, e, mentre lo coccolava, ad un battito di mano era uscita dalla porta della cucina Alessandra, acchittata come una troia, col le labbra colorate di un rossetto scuro, minigonna e stivali col tacco a spilllo.

Sculettava e ancheggiava, come le aveva ordinato la padrona.

“Guardala amore, sembra proprio una troia d’alto borgo ahahahahah”.

“Questo è il regalo per il tuo compleanno tesoro! E’ tutta tua, fanne ciò che vuoi…” le aveva sussurrato.

Poi, accarezzando la ragazza (inginocchiatasi al loro cospetto), le aveva detto: “Che c’è tesoro, non t và di essere la troia di Daniele, andiamo…. ”

E lei, piagnucolando: “No padrona, ti prego…”

“Amore, questa troia si rifiuta di farti un pompino! Io mi sarei incazzata di brutto ad essere rifiutata perfino da un essere del genere!” e appioppò un ceffone alla schiava.

Alla scena il ragazzo si era eccitato all’inverosimile, e finalmente si era ritrovato l’amore della sua vita che gli faceva una pompa magistrale: non resistette a lungo, ed esplose in un gemito di piacere, inondando la faccia della ragazza. Il tutto si era concluso con i due che si abbracciavano e ridevano, e la povera Alessandra arrossita di vergogna e in lacrime.

La sera Valeria e Daniele avevano finto di fare sesso e di pomiciare, mentre ad Alessandra era toccato il compito di “aiutare” la sua padrona a far erigere il pene del ragazzo.

In seguito i due avevano continuato ad amoreggiare,mentre la ragazza, in ginocchio, stava ferma a guardarli: alla fine avevano simulato un coito anale, con Daniele che strusciava il pene fra le natiche di Valeria ed esplodeva di piacere.

Dopo che Alessandra si era rifiutata di ripulire la cappella di Daniele, la padrona, infastidita, decise di punirla. Alessandra era particolarmente insofferente al dolore: bastava che la sua padrona alzasse la mano contro di lei, che, tremolante e lagnante, si gettasse ai suoi piedi supplicandola.

Stavolta però non servì a nulla: venne imbavagliata, ammanettata contro l’armadio, e frustata con una cintura. Daniele cercò in un primo momento di fermare la padrona, dati i gemiti e i pianti dirompenti della ragazza, che inarcava la schiena e tremava. Ma in seguito un senso di eccitazione e di sadismo prevalse sulla premura e sulla pietà, accresciuto dai gemiti soffocati ed acuti che quel corpo, nudo e arrossato, emetteva. Iniziò così a masturbarsi, fino a quando la padrona lo persuase, con mille lusinghe, a procedere lui nella punizione.

Prese a colpirla sempre più forte: gli sovvennero alla mente le numerose volte che, da ragazzino, era stato respinto, tutte le volte che, durante le lezioni, si fissava a guardarla e non veniva ricambiato neanche da un’occhiata sfuggente, tutte le volte che aveva sognato di toglierle le scarpe e leccarle i piedini. Preso dalla foga, le frustava ora la schiena, poi le natiche, le cosce, fino ai polpacci, la schiaffeggiava sulle chiappe, sulla fighetta bagnata.

Quando tali visioni si dissolsero, si accorse che le gambe della ragazza, esausta, avevano ceduto, e ora era sospesa , legata solo sui polsi. Un senso di colpa e di pena pervase il ragazzo, che, cinta Alessandra sui fianchi, iniziò a stringerla a se e a sussurrarle all’orecchio: “Scusami, ti prego, piccola, non volevo, perdonami. Tolse il bavaglio, le liberò le mani: come risposta ricevette uno schiaffo forte e deciso:

“Ti odio, bastardo, VI ODIO TUTTI E DUE!” urlò furiosamente, singhiozzando, scappando nella sua camera.

Un impeto emotivo che sarebbe durato poco: infatti, dopo qualche ora, era di nuovo ai loro piedi.