Archivi tag: brutale

Mia Moglie e la sua VOGLIA DI CAZZO…

Mia moglie, bellissima TROIA con una quarta ben sorretta e soda, complice della mia passione cuckold, non smette mai di eccitarmi con i suoi continui tradimenti..
La sua direi che è una vera e naturale VOGLIA DI CAZZO..una voglia irrefrenabile..inarrestabile..ingestibile!
L’effetto sorpresa è la nostra grande passione..
Rincasare dal lavoro e trovare in bagno ben messi in evidenza i suoi slip con la parte che appoggia sulla fica bagnata di sperma oppure trovare dei collant strappati per aver consentito un’estemporanea penetrazione sono per me fonte inesauribile di passione e amore vero per lei..
Spesso capita questo..qualche volta capita qualcosa di più “magico” che mi vede pienamente partecipe nella trama oscura del tradimento stesso…
Un pomeriggio mentre ero ancora in casa le è arrivato un messaggio sul telefonino; ho guardato ed ho riconosciuto il nome, Fabio, titolare socio di un negozio di abbigliamento dove spesso lei fa shopping; leggo:
-“tesoro il mio socio esce tra poco puoi raggiungermi in negozio verso le 19.

30?”
Ho risposto io, scimmiottandone le espressioni, con un secco e convinto:
-“tesò mi faccio bella e vengo da te..”
L’ho quindi subito allertata e lei rimasta felicemente sorpresa nel sapermi così premuroso e deciso, ed ha manifestato tutto il suo compiacimento così:
-“amore quando vado con LUI mi allarga la fica al punto che quando lo tira fuori le mutandine non riescono più a coprirmi perché mi s’infilano in mezzo alle labbra, mi fa impazzire…..ha quel CAZZO grosso, duro e largo dalla cappella alla base che non riesco ad impugnarlo come faccio con te..sai bene quanto sia dotato Fabio..”

(con affermazioni come questa,la mia eccitazione è già alle stelle..sentirsi dire dalla propria moglie che preferisce farsi sbattere da un mezzo estraneo solo perché ha il CAZZO naturalmente più grosso del tuo ti lascia quella dose di “impotenza” che noi CUCK adoriamo..in pochissimi attimi realizzi che TUA MOGLIE, quella che hai sposato in abito bianco.. sarebbe capace, DIREI CAPACISSIMA, di farsi sbattere da chiunque abbia un CAZZO degno di nota!!)

-“In negozio non avremo molto tempo a disposizione; sicuramente ha bisogno di uno sfogo immediato, come spesso è capitato, con una bella sveltina in un camerino di prova.

Mi preparo al meglio per farlo impazzire, ci tengo a farlo felice..”
Godere della preparazione della propria donna, già piena di desiderio ed eccitazione, è sempre un’esperienza indescrivibile. La scelta dell’abbigliamento intimo più arrapante coniugato alla praticità di un rapporto immediato e frenetico mi rende eccitatissimo..
-“amore ci vediamo dopo, pensami..TI AMO!”
Mi bacia accarezzandomi la patta ed esce; nonostante con Fabio non prenda precauzioni data la conoscenza di tanti anni, vedo che ormai esce sempre portando con se i preservativi che di tanto in tanto le compro rimpiazzando i suoi elevati consumi..

Ogni volta l’attesa è un tormento di voglia e di ansia che cerco di calmare dedicandomi alla mia passione preferita: masturbarmi con il porno e le teens..
Ma ill pensiero è sempre lì, martellante, incombente..mi ammazzo di seghe in un mix perfetto di gelosia e depravazione..per un CUCK i momenti più preziosi sono questi..l’attesa ed il non poter far nulla, non sapere nulla..il solo immaginare..il solo pensare alla PROPRIA MOGLIE montata a bestia da un altro MASKIO..sono momenti unici..indescrivibili..si fa tutto per amore..amore per la propria TROIA..le farei far di tutto pur di saperla SODDISFATTA nei suoi ORGASMI!

Dopo un paio di ore è già di ritorno.

Le apro e mi appare un viso sorridente e maliziosamente stanco..
Mi avvicino per baciarla e sento il caratteristico odore dell’alito “post pompino”. La bacio avidamente ma di fatto è una penetrazione con la mia lingua. Lei insiste nel bacio..apre la bocca e mi invita a leccarle bene le labbra e la lingua..è come sukkiare un CAZZO..tanto è forte e acre quell’odore!!
Mi abbraccia forte e mi sussurra:
-“andiamo di là amore mio..ho voglia di dirti com’è andata”
Si siede sul letto per togliersi le scarpe ed io approfitto subito per metterle il mio cazzetto turgido nella bocca e muovermi come se la stessi scopando.

Lei mi accarezza le palle, mi infila un dito di dietro..è troppo premurosa, avrà fatto di sicuro la TROIA penso tra me e me!
Poi si alza e si spoglia e guardandomi con fare sornione si sdraia sul letto con gli slip neri ancora indossati. Intravedo chiaramente una grossa chiazza umida in corrispondenza della fica…. mi chino su di lei per leccarla ma mi dice:
– “aspetta, rallenta..ti racconto cos’è successo..voglio farti sentire quanto ti ho fatto CORNUTO”.

Questo forse è il momento più magico delle corna…il suo racconto dettagliato saprà farmi rivoltare lo stomaco ma eccitarmi al tempo stesso..la adoro, kazzo se la adoro!

-“appena sono arrivata, così come prevedevo, mi ha detto che purtroppo non avevamo molto tempo a disposizione perché il suo socio sarebbe mancato solo un paio d’ore. Essendo ora di chiusura ha abbassato la serranda e mi ha portata in un camerino, in piedi, ed ha cominciato a baciarmi tutta..
Quando mi ha alzato il vestito e mi ha visto in lingerie, come al solito è impazzito; mi ha subito abbassato gli slip ed ha cominciato a leccare la fica quasi da farmi venire subito.

L’ho tirato a me, gli ho sbottonato i jeans ed ho tirato fuori quel palo enorme. Passando le dita sulla punta ho sentito ch’era già bagnato e l’ho strofinato sulla fica.
Non ha resistito molto: l’ha inumidito di più con la saliva e me l’ha infilato dentro facendomi sussultare per l’improvvisa dilatazione. Poi ha cominciato a stantuffare senza che io riuscissi più a muovermi, provavo solo un piacere senza confini..sono venuta due volte, lui continuava con foga, ogni tanto una piccola sosta con il cazzo infilato fino alle palle, e poi riprendeva più forte di prima..è brutale ma sa il fatto suo credimi..”
-“ti ha detto qualcosa su di me?” (chiedo IO)
-“si amore, si eccitava chiedendomi “lo sa tuo marito che ce l’ho il doppio del suo?” oppure dicendomi “quando torni a casa ci starà larghissimo nella tua fica sfondata da me”…poi quelle cose sempre eccitanti “sei la mia puttana, la mia troia..hai bisogno di cazzi grossi come questo per una fica così e non di tuo marito che ha un pisello come quello di un bambino..”; amore era feroce ed inveiva su di te..ti insultava e denigrava ed io permettevo di farlo..scusami ma lo sai che ci tenevo a farlo stare bene e che alla fine diceva solo la verità.. Poi si è sganciato dalla figa, ha sputato sul mio buchetto e con forza, tanta forza mi ha messo il suo enorme CAZZO nel mio culetto..ha cominciato subito a pompare sempre di più e urlandomi contro mi ha detto “puttana sborro..sborrooo puttana!!”.

L’ho spinto dalle chiappe quanto più possibile dentro di me sentendo un fortissimo calore dentro: un’esplosione di sborra da non credere. Sai che adoro farmi venire dietro..sai che impazzisco a sentire quei potenti schizzi nelle mie viscere..mmmmmmmmmm
Siamo rimasti così per un po’ di minuti. Poi lui piano piano ha uscito il CAZZO e me lo ha messo sporco ma ancora RIGIDO anche nella figa..mentre io tiravo subito su gli slip per non fare scolare a terra lo sperma, quello che adesso tu stai toccando, che leccherai e che userai come lubrificante per scoparmi.

Mi sono inginocchiata e gliel’ho pulito per benino con la bocca, succhiando sperma fino all’ultima goccia”. Amore perdonami..amore scusami se ho fatto la TROIA..”

Con il cuore che mi batte a tremila..con le palpitazioni..sono rosso di rabbia in viso..ma tanto eccitato le dico con fermezza:
-“amore adesso è il mio turno..ti prego fammi godere!!”
Le metto due dita dentro e sento la fica allargata e bagnatissima..appena le abbasso le mutandine vedo sborra che si affaccia dalla meravigliosa fessura..comincio a leccare trattenendo in bocca il liquido caldo per poi riversarlo con un intenso bacio nella sua bocca già spalancata e pronta..
La penetro ed il mio cazzetto scivola dentro di lei avvertendo la forte dilatazione che l’uccello di Fabio le aveva provocato con i suoi colpi possenti..
Sono convinto che lei non senta molto..data la differenza di dimensione tra il mio cazzetto ed il CAZZO di Fabio, per questo mi aiuto sgrillettandola per bene..gioco sul suo clito come negli anni ho imparato a fare..così ho imparato a portarla all’orgasmo, aiutandomi con le dita..
E’ larga e zuppa..troppo calda..mi sento avvolto dai residui di seme caldo di un altro uomo e pensando alle dimensioni del suo CAZZO mi eccito anche io molto, moltissimo…
Lei ansima ma sono certo che non sia per la penetrazione..mi insulta..
-”cornuto senti come sono larga..cornuto sei felice che mi abbia pompato anche il culo..cornuto ti piace che tua moglie si faccia sborrare dagli altri..cornuto sei solo un gran cornuto che si fa fottere la mogliettina!!”
Le sue parole, i suoi insulti sono per me una sorta di Viagra naturale..divento più duro e nonostante non sia molto dotato mi applico nel spingerlo dentro più che posso..muovo le dita più veloci sul suo clito e sento che ci siamo quasi..la stringo a me forte..è mia, è mia Moglie..solo mia..

Insieme poi..finalmente..godiamo in un orgasmo indescrivibile e restiamo abbracciati, noi, solo noi..
Lei è una moglie TROIA ed avida ed io sono solo il marito CORNUTO e felice….

Rapita e torturata dal nemico

Quando aveva fatto le esercitazioni al campo militare Laura era stata avvertita che se fosse stata catturata non sarebbe stata un’esperienza facile. In quella regione del centro Africa le tribù locali sottoponevano i soldati prigionieri a ogni tipo di tortura. Ma la passione di Laura per l’esercito, benché donna e molto bella, le aveva fatto cancellare ogni paura.
E così era partita per la sua prima missione di ricognizione in quel territorio lontano e quasi inesplorato, nel bel mezzo della foresta.

Erano in perlustrazione con la sua squadra, quando all’improvviso dal folto della boscaglia erano comparsi decine e decine di ribelli locali. Presto furono circondati e sottoposti a un fuoco incrociato.
La sua squadra in breve si disperse, ognuno per cercare di salvarsi. Così Laura rimase sola, nascosta dietro un folto cespuglio, sperando di passarla liscia. Ben presto, invece, venne avvistata e catturata. Era sola, gli altri commilitoni evidentemente erano riusciti in qualche modo a salvarsi.

Dopo una lunghissima camminata venne condotta in un villaggio e qui incontrò l’unica persona che parlava la sua lingua. Questi era anche il capo villaggio e ben presto, in modo brutale, le spiegò la situazione: “maledetti bianchi, venite qui nella nostra terra e volete imporre la vostra legge, ma noi vi uccideremo tutti. Tu intanto resterai nostra prigioniera e useremo i filmati delle torture che ti faremo per convincere ogni altro invasore estero a lasciarci in pace”.

Venne portata in una capanna e legata all’interno di una gabbia e poi per qualche ora non successe più nulla. Dopo, il capo del villaggio, un negro alto quasi due metri con un corpo molto muscoloso, entrò nella capanna e le rivolse la parola. “Lurida troia, adesso vedrai cosa vuol dire far parte di un esercito nostro nemico. E stai tranquilla, filmeremo tutto e lo manderemo alle vostre televisioni”.
Quindi nella capanna entrarono altri due negri, uno con una telecamera e l’altro con una grande borsa.

Laura venne presa, fatta uscire dalla gabbia, spogliata violentemente dai due negri, messa sdraiata su un tavolaccio che c’era lì e legata con mani e piedi alle quattro gambe del tavolo. Si trovò così in una posizione molto scomoda, con la testa fuori dal tavolo e con le gambe aperte in modo osceno.
Intanto avevano aperto la borsa e avevano cominciato a tirare fuori fruste, candele, mollette da bucato, corde e una serie di altri oggetti.

Il capo del villaggio le si avvicinò, mentre un altro aveva già iniziato a riprendere tutta la scena con la telecamera. “Ora faremo vedere al mondo quanto sono troie le donne occidentali e cosa succederà a loro se continueranno a venire come forze di occupazione nella nostra terra”. Intanto aveva cominciato a toccarla con una mano, che partendo da una gamba risaliva fino all’inguine, passava sulla sua fica, sulla pancia e fino alle tette.

Laura aveva provato a urlare e a liberarsi: “maledetti bastardi lasciatemi stare”, ma uno schiaffo l’aveva immediatamente fatta desistere. Quella mano continuava a fare su e giù sul suo corpo, mentre il capo del villaggio parlava agli altri presenti in una lingua a lei incomprensibile. Laura, intanto, nonostante la situazione, con quelle carezze si stava un po’ sciogliendo. Incredibilmente si stava eccitando.
Improvvisamente il negro smise di toccarla, prese una frusta e cominciò a frustarla sulle tette e sulla fica.

La frusta era fatta con fibre vegetali e ad ogni colpo bruciava, ma non così tanto. La cosa strana era che Laura tra le carezze di prima e questa situazione imbarazzante ormai era molto eccitata. In fin dei conti uno dei suoi sogni erotici ricorrenti era quello di essere violentata da un negro, che la trattava male e la sculacciava. Quante volte di notte si era ritrovata nel suo letto a immaginarsi questa situazione, per poi masturbarsi fino a raggiungere orgasmi fortissimi.

Questa volta, però, la situazione era vera e lei ne era terrorizzata. Ma nonostante tutto il suo corpo reagiva agli stimoli sorprendendola come mai avrebbe immaginato. Piano piano, ad ogni colpo di frusta che la colpiva sui capezzoli o sul clitoride, lei si eccitava sempre di più. I mugolii di dolore per le frustate si mischiarono così anche a lamenti di piacere e capezzoli e clitoride erano gonfi, dritti e duri come mai prima nella sua vita.

Laura sperava che i suoi aguzzini non se ne accorgessero, perché sarebbe morta dalla vergogna a farsi scoprire in una situazione del genere, oltretutto mentre veniva filmata. Ma il capo del villaggio non ci mise molto a notare che la sua fica si era tutta bagnata. Immediatamente smise di frustarla e le mise una mano tra le gambe. Laura era un lago e i suoi umori le colavano ormai fuori dalla fica. Il capo scoppiò in una risata e disse qualcosa ai suoi compagni.

Quello con la telecamera si spostò subito in modo da poter riprendere bene in primo piano la sua fica. Quando il cameramen si fu ben posizionato, il capo le infilò brutalmente due dita nella fica, facendo gemere Laura. Iniziò a fare un lento dentro e fuori, ogni tanto tirando fuori la mano e dandole uno schiaffo proprio in mezzo alle cosce, sul clitoride. Laura ormai stava con le cosce apertissime, con gli occhi chiusi e sentiva l’orgasmo montarle dentro.

A ogni schiaffo sulla fica emetteva un urletto per il momentaneo dolore, ma la cosa la eccitava sempre di più. Il suo clitoride era ormai gonfio e sporgente e la sua fica grondante di umori. Ogni tanto il capo tirava fuori le dita dalla sua fica e le mostrava gocciolanti alla telecamera ridendo. Poi gliele mise anche in bocca: “lecca troia, facci vedere quanto ti piace”. Laura non aveva mai fatto una cosa del genere e si sentiva umiliata ma era eccitatissima.

In breve si trovò a leccare ben bene le dita di quell’uomo, che intanto con l’altra mano aveva ricominciato a toccarla tra le cosce.
Quando le dita furono ben pulite, con quella mano il negro cominciò a tirarle e a torcerle i capezzoli, che nel frattempo era anch’essi diventati lunghi e dritti. Laura mugolava, vinta dal dolore ma sopratutto dal piacere e ormai non capiva più niente. L’unica cosa che aveva in mente era l’orgasmo che le stava crescendo dentro e che tra breve sarebbe esploso.

Improvvisamente l’uomo si fermò: “stupida puttana, pensi che siamo qui per farti divertire?” le disse. Laura era furibonda per tutta la situazione, perché non era riuscita e raggiungere l’orgasmo e anche per questa sua reazione all’accaduto. In fin dei conti era stata catturata dai nemici e lei invece di provare schifo e paura si era lasciata coinvolgere in quello che era diventato un vero gioco erotico.
Il capo allora aveva preso un grosso ramo di legno, inciso a forma di grosso cazzo e perfettamente levigato e glielo aveva infilato nella figa.

Ma poi aveva anche preso le mollette da bucato e una ad una le aveva posizionate sui capezzoli e sul clitoride. Laura aveva le parti intime in fiamme, ma quella grossa presenza nella sua fica le teneva vivo il moto dell’orgasmo, che era sempre lì, presente e pronto ad arrivare, ma che non riusciva a sfogarsi. Con una mano il capo faceva fare dentro e fuori al cazzo di legno, mentre con l’altra tirava le mollette su capezzoli e clitoride.

Laura ormai gridava e gemeva come una cagna in calore, con la fica e le tette in fiamme ma bagnatissima. Soprattutto la molletta sul clitoride le dava sensazioni fortissime e stranissime. Sicuramente faceva male, ma in fondo proprio perché faceva male il suo corpo trovava la cosa eccitantissima. E nonostante tutto, ancora una volta stava per venire.
Il negro a quel punto le infilò un dito nel culo e iniziò un veloce e avanti e dietro che in breve portò Laura ad un orgasmo di un’intensità mai provata prima.

Dalla sua fica partì un getto di umori, uno schizzo vero e proprio, che bagnò tutto il negro che la stava masturbando. Con l’orgasmo Laura non riuscì s trattenere un potente urlo liberatorio, seguito da una serie infinita di mugolii, ansimando e gemendo veramente come una cagna in calore, con spasmi che le squassavano tutto il corpo. Dopo un po’ le sensazioni dell’orgasmo svanirono e per Laura fu come risvegliarsi e tornare alla dura realtà.

I negri ridevano e il capo le disse: “adesso mandiamo questo film alla CNN, così facciamo vedere al mondo di che pasta sono fatte le puttane bianche che vengono nel nostro paese”. Laura si sentì morire. Lei ripresa mentre veniva torturata, tutta nuda in posizione oscena e per di più che mostrava al mondo quanto la cosa le piacesse, con la sua fica tutta aperta e bagnata e con quell’orgasmo così umiliante per una soldatessa nella sua condizione.

Venne slegata e rimessa nella gabbia, seduta e con le mani legate ai lati: “così non puoi masturbarti, troia” le disse il capo ridendo. Il suo corpo era ancora incredibilmente eccitato e lei aveva una voglia matta di masturbarsi e di raggiungere l’orgasmo. La posizione in cui l’avevano messa, però, non le consentiva neanche di strusciare la fica contro il pavimento per provare a masturbarsi in quel modo. Era sfinita, eccitata come non mai nella sua vita e sconvolta dai mille pensieri che le frullavano nella testa.

Ormai sola da un bel po’ di tempo, riuscì comunque ad addormentarsi.
Il giorno dopo il capo venne nella capanna svegliarla. “Lurida troia, adesso riprendiamo con il trattamento di ieri e con il filmato”. Questa volta la portarono fuori dalla capanna, all’aperto, in mezzo al villaggio, e la legarono in piedi ad una croce di pali messi a X. Ancora una volta era nuda, con le cosce aperte, alla mercè di chiunque volesse divertirsi con lei.

Ben presto si avvicinò una piccola folla di abitanti del villaggio, che le urlavano contro, le tiravano contro frutta e ortaggi e le sputavano. Il capo venne e disse qualcosa e tutti smisero di darle addosso. E il suo compare con la telecamera si mise lì a fianco per filmarla di nuovo. Poi le disse: “ieri sembra proprio che ti sei divertita, adesso vediamo se è la stessa cosa”. Riprese a carezzarla sulla fica guardandola dritta negli occhi.

“Vediamo se questa puttana bianca anche questa volta si eccita davanti a tutti”.
Laura si vergognava come mai nella vita, eppure sentiva ancora una volta l’eccitazione montarle dentro. “Sporco negro, non credere che mi fai paura” disse, quasi per darsi coraggio. Ma non fece in tempo a finire la frase che il capo le prese il clitoride tra indice e pollice e glielo strinse. Laura si piegò sulle gambe ed emise un forte mugolio.

Sentì all’inizio una fitta dolorosa, ma poi come il giorno prima questo dolore si tramutò in eccitazione fortissima. Laura era stupita delle reazioni del suo corpo, che andavano assolutamente contro la sua volontà, ma non riusciva a trattenersi. Immediatamente il mugolio di dolore si tramutò in mugolio di piacere e la sua fica riprese a grondare succhi. Ancora una volta il capo le levò le dita dalla fica e mostrò alla folla quanto fossero bagnate, dicendo un qualcosa che sextenò l’ilarità di tutti.

“Questa volta, puttana, ti frusteremo ben bene, ma prima ti voglio fare un bel giochetto. Vedrai che sorpresa.
”Un altro negro venne con una corda in mano, una corda lunga, grossa e ruvida. Questa le fu legata in vita e poi passata da sotto in mezzo alle cosce. Tirata da davanti verso l’alto si andò a infilare tra le labbra della sua fica ormai lubrificatissima. La corda venne legata alla parte alta della croce e tirata molto forte.

Adesso Laura aveva la corda che le spaccava in due la fica e che le spingeva forte sul clitoride, già gonfio ed eccitato di suo. Inoltre ad ogni movimento la corda strusciava nelle sue parti intime. Un negro venne con una frusta e di nuovo Laura si trovò a dover subire colpi in tutte le parti del corpo, ma soprattutto sulle tette e sulla fica. Ad ogni colpo lei dava uno scossone con il corpo e la corda le schiacciava e irritava il clitoride.

Il capo credeva che questo sarebbe stato veramente troppo per Laura, ma incredibilmente invece il suo corpo dimostrò di volerne sempre di più.
Ormai Laura aveva perso ogni remora: “Sporco negro, dai frustami, tanto non mi fai niente” urlava. Ma intanto gemeva sempre più forte e di nuovo sentiva l’orgasmo salirle dentro. Improvvisamente il capo con un colpo di machete tagliò la corda e smise di frustarla, proprio quando ormai Laura era prossima all’orgasmo.

“Lurida troia, vuoi solo godere? E invece io non te lo permetterò”. Laura questa volta aveva veramente il terrore negli occhi. Si stava accorgendo che per lei la vera tortura non era ricevere frustate e maltrattamenti alla fica, ma non poter raggiungere l’orgasmo. Il negro prese a masturbarla quasi con dolcezza, ridendo e sghignazzando. Laura spingeva il bacino contro la sua mano con il viso stravolto dalla voglia di godere. Ma ogni volta che si avvicinava all’orgasmo, il capo levava la mano e un altro negro le tirava una secchiata di acqua gelida addosso.

L’acqua le toglieva il fiato per alcuni secondi e aveva il potere di azzerare quasi del tutto il suo livello di eccitazione.
Poi si ricominciava da capo con le carezze, alternate ogni tanto a schiaffi sulla fica e sul clitoride. Laura era stravolta, gemeva e mugolava, aveva i succhi della sua fica che le colavano lungo le cosce, era sempre prossima all’orgasmo ma non gli veniva mai permesso di raggiungerlo. Per la prima volta cominciò a cedere psicologicamente e a chiedere pietà: “Maledetto porco fammi godere, dai infilami qualcosa nella fica e fammi godere”.

Erano parole che fino a due giorni prima Laura non avrebbe mai immaginato che potessero uscire dalla sua bocca.
Ancora una volta il suo corpo prese alla sprovvista tutti, Laura per prima che in una situazione del genere aveva i sensi in fiamme, e il capo del villaggio che mai avrebbe creduto ad una reazione del genere da parte di una soldatessa bianca. Un nuovo potentissimo orgasmo si impossessò di Laura appena le dita del negro le strinsero con violenza per l’ennesima volta il clitoride e ancora una volta dalla sua fica sgorgarono copiosi umori come uno schizzo potente di sborra.

Laura era stravolta, ormai vinta fisicamente e psicologicamente, terribilmente combattuta internamente tra il terrore per la tortura subita e l’eccitazione sessuale che avrebbe trovato inimmaginabile fino a qualche giorno prima. Improvvisamente si sentirono partire dalla boscaglia dei colpi di mitragliatore. Dai margini del villaggio i suoi compagni militari stavano facendo un’irruzione tra i ribelli, che in brevissimo cominciarono a scappare e a dileguarsi nella boscaglia. Alcuni compagni immediatamente la slegarono e la portarono via, raccogliendo anche la telecamera che era caduta per terra.

Laura a quel punto svenne.
Quando riprese conoscenza era nell’ospedale da campo del suo accampamento, con i commilitoni che le erano più amici lì vicino. Lei in realtà avevo solo bisogno di essere rifocillata e già la flebo che durante la notte le avevano fatta l’aveva di nuovo rimessa abbastanza in forma. In breve, sentendosi decisamente meglio, chiese di essere dimessa, anche perché sapeva di dover andare dal suo comandante per fare rapporto.

Appena un’ora dopo era libera e si stava dirigendo verso la casa del comandante. Quando entrò venne accolta molto bene e fatta subito mettere a suo agio. Le fu chiesto di raccontare per filo e per segno quello che le avevano fatto, per denunciare la cosa alla corte suprema, che avrebbe processato i ribelli catturati. Laura però si vergognava di raccontare esattamente tutte le sensazioni provate e fu molto vaga. Il comandante iniziò ad irritarsi, perché capiva che il racconto non era veritiero.

Laura però non ce la faceva a confessare tutto. Allora l’atmosfera cambiò: “Cosa credi, che non l’abbiamo visto il filmato? Ti sei divertita a farti torturare dai negri ribelli? Ti sembra questo il comportamento per un soldato della nostra caratura?” Laura voleva morire per la vergogna, ma si ostinava a non voler ammettere al verità. Il comandante allora si alzò, girò intorno alla scrivania e le ordinò: “in piedi soldato”. Laura shittò sull’attenti. Il comandante le disse: “riposo soldato” e Laura assunse la classica posizione con le mani dietro la schiena e le gambe leggermente divaricate.

Il comandante le mise una mano tra le cosce sibilando: “immobile soldato, se non vuoi finire sotto corte marziale” e prese a muovere la mano e a cercarle il clitoride. E Laura in un attimo fu di nuovo un lago….

Fantasie troppo reali

Ne avevano fantasticato spesso e per lungo tempo. All’inizio era il pensiero di aggiungere un terzo alla meravigliosa coppia che sono, un ragazzo, un uomo, un membro che facesse sentire lei, bella e vorace, piena di sesso oltre ogni limite immaginato. Le fantasie avevano preso corpo in un annuncio, da cui erano nati i primi contatti, le prime proposte. Nelle notti in cui la passione li avvolgeva ed i loro corpi si fondevano, lui giocava a stuzzicarla facendola ripensare ai falli che aveva osservato sul sito, scartandone molti, approvandone alcuni, sognandone segretamente qualcuno.

Le parole di lui in quei frangenti frustavano la sua mente, facendole socchiudere gli occhi e mordere le labbra ed in pochi istanti il suo respiro si frammentava in gemiti eccitati e voluttuosi.
Il gioco continuava, senza mai divenire un programma concreto; si susseguivano i pretendenti come i motivi per non dar loro attenzione. Poi arrivò lui, un ragazzo 28enne della stessa città in cui lei lavorava, non era particolarmente aitante né incredibilmente dotato, ma stranamente, per quel mondo, garbato e comprensivo.

Questo la colpì, spingendola ad aprirsi, a confidare le paure e le incertezze rimanendo sempre piacevolmente sorpresa dalla naturale gentilezza delle risposte.
Fu quella la svolta. In quei giorni, lui, forse per eccitazione, forse per provocarla, a bruciapelo le disse :
“Perché non vai a berci una birra, ci chiacchieri un po’ … poi se la situazione non ti dispiace.. gli fai un pompino”
Si aspettava una risposta sconvolta, piccata, ma sulla chat in cui, quasi ogni sera da qualche settimana, giocavano con le loro fantasie comparve : “ Solo un pompino…?”
Improvvisamente lui, da sempre geloso e possessivo, si trovò catapultato in una dimensione mentale nuova ed inattesa.

Immaginare la sua donna posseduta da un grosso cazzo, usata, umiliata come forse lui non era in grado di fare, era diventato assurdamente eccitante. Improvvisamente la loro fantasia a tre divenne un gioco diverso, con lei sedotta ed usata da uno sconosciuto, che condivideva a distanza il suo devastante piacere con lui.
Ma il passo non poteva certo essere così semplice. Il 28enne garbato alla fine si rivelò troppo garbato, in definitiva inconcludente, venne quindi lo studente, superdotato, dominante e sempre infoiato, ma anche lui, non la convinse, eccessivo ed aggressivo finì con lo spaventarla, giunse quindi il turno del carabiniere 30enne, iperdotato e brillante, ma quando provò a chiamarla ripetutamente su cellulare si rivelò invadente e non completamente affidabile.

Con lui questa seconda fase del gioco sembrava destinata a tramontare una volta per tutte; la fantasia era una cosa, ma la realtà sembrava per lei un passo troppo grande … ma si sa anche da un tizzone quasi spento può divampare un incendio.
E così una sera, lui a cinquecento km di distanza, lei a casa, a riposo dopo un turno di notte particolarmente faticoso, quando cominciarono a provocarsi vicendevolmente sulla chat, come spesso facevano, la voglia sopita per giorni, settimane, nuovamente divampò.

Quella sera lei sarebbe uscita con alcuni amici, e lui decise che era ora di cambiare le regole del gioco. Gestendo la conversazione in maniera casuale si fece comunicare i programmi per la serata “ Aperitivo lungo alla Portizza , poi magari facciamo un salto al Kodiak, che mettono bella musica”
Era perfetto! Le avrebbe lasciato le prime ore della serata per carburare e disinibirsi un po’, poi avrebbe fatto shittare la trappola.

Mentre lei si preparava, lui in un’altra parte d’Italia, riprese contatto con l’unico dei pretendenti che poteva essere perfetto per lo scopo: lo studente.
Il giovane stallone, come previsto, non deluse mettendosi completamente a disposizione e garantendo di eseguire le istruzioni alla lettera. Nel frattempo non mancavano le provocazioni “Secondo me non hai il coraggio di uscire senza slip” gli scrisse lui “ e perché mai dovrei?!” fu la risposta, cui seguì “Ecco, non hai mai il coraggio di fare qualcosa di folle e imprevedibile”.

“Ah beh se sei convinto …” concluse quello spezzone di chat.
Alle 22 circa l’aperitivo “lungo” si stava concludendo. Qualche americano aveva arrossato le guance di lei, dando al suo bellissimo viso un’aria sfrontata e sbarazzina, reso guizzanti i suoi occhi magnetici e riscaldato il suo corpo, tornito e slanciato, avvolto per quella sera in un abitino grigio che solleticava lo sguardo.
Lei inconsapevole di tutto aggiornò lui degli spostamenti “Amore andiamo al Kodiak, beviamo l’ultima, non ti preoccupare torno presto”.

L’informazione venne prontamente inoltrata.
E così circa una mezz’ora più tardi, mentre lei, entrata da poco nel locale, guadagnava tra la folla, la via della toilette, si sentì afferrare con delicatezza per un braccio. Si voltò con espressione interlocutoria, squadrò il ragazzo che l’aveva fermata, già pronta a liberarsene, come spesso le capitava di dover fare, ma esitò un istante. Quel viso , le sembrava familiare, fece quindi scorrere rapidamente lo sguardo sul corpo del ragazzo biondo, alto circa 1 metro e 85, tutto sommato ben piazzato e vestito alla moda, mentre completava l’ispezione non poté fare a meno di notare l’ingombrante prominenza in zona inguinale.

Lui interruppe il flusso dei suoi pensieri, porgendole un cocktail rosso rubino e disse “ Ciao Mary, mi riconosci? Sono Studente, ma direi che puoi chiamarmi Marco … Questo Americano te lo manda il tuo ragazzo!”
Per un istante il cuore di lei sembrò fermarsi, la folla del locale pareva muoversi al rallentatore e quasi dissolversi, un brivido di agitazione le corse lungo la schiena, ma si dissolse nell’alcool già bevuto quella sera, trasformandosi in una calda carezza che scivolò tra i suoi seni, lungo il suo ventre, fino all’inguine a perdersi nel suo sesso.

Irretita da quella strana situazione, timidamente mosse la mano verso quel bicchiere invitante e minaccioso al tempo stesso. Mentre lo afferrava le sue dita sfiorarono quelle del ragazzo. Una nuova corrente elettrica sprigionò dal quel contatto, seguendo il medesimo percorso della carezza appena percepita. Lei deglutì, con difficoltà, poi sorrise, con una malizia di cui solo allora si scopriva capace e disse “ Grazie, molto piacere! … ora capisco perché mi aveva detto di non indossare gli slip!”.

Lui , sorridendo strafottente e sicuro di sé : “E tu hai ubbidito?”
Ancora con immensa malizia, mentre avvicinava le labbra alla cannuccia mormorò “Penso dovrai fare del tuo meglio per scoprirlo!” e nel mentre gli voltava le spalle dirigendosi verso il bancone del locale.
Sorseggiava il suo drink, vorace, quasi in trance per il susseguirsi di stati d’animo contrastanti legati alla piega presa da quella serata, eccitazione, paura, smania, ansia, desiderio, mentre schivava le persone festose attorno a lei, poi si attardò in attesa che un gruppetto le lasciasse strada e fu in quel momento che una mano si adagiò garbatamente sul suo fianco, mentre percepiva un corpo che si appoggiava dietro di lei.

Mentre la mano scorreva solleticante attorno al punto del primo contatto, avvertì sulle natiche la pressione di qualcosa di grosso e già duro; in un lampo sembrò che il fuoco di quell’americano, forte più del solito, si riversasse ovunque nel suo corpo, rivide la prominenza evidenziata da quel jeans attillato, la sua mente scorse le immagini oscene che lui le aveva inviato, immagini che mostravano tutta la possanza di quel membro, che ora sembrava volere strappare ogni tessuto per raggiungerla.

Quasi senza rendersene conto , spinse in un movimento rotatorio il bacino all’indietro, rendendo completo quel contatto, rendendo piena la sensazione di quel cazzo, già eccitato per lei, tra le sue natiche, mentre una voce le sussurrava : “No, io qui l’elastico dello slip non lo sento.. e magari sei già un po’eccitata, il tuo ragazzo me l’ha detto che sei un po’ porcellina!”
Effettivamente quella carezza calda si era trasformata in un fuoco dirompente che dal basso del suo ventre sprigionava fiammate su dritto fino alla sua mente, ormai sempre più complice di quel gioco tanto perverso quanto eccitante.

In un lampo di lucidità prese il cellulare, voleva conferme, magari era tutto un malinteso, ma quando lo schermo si illuminò, con un sorriso frastornato lesse il messaggio di lui “ Divertiti! Ma voglio le foto.. e chiamami quando godi!”
Stava succedendo davvero, ed in realtà proprio come aveva sempre fantasticato accadesse, in maniera non programmata, inattesa, conturbante; si sentiva ricolma di eccitazione, anche se ancora titubante sul da farsi, ma mentre affrontava il labirinto della sua mente, si rese conto che il suo bacino stava continuando ad agitarsi sinuoso sul pacco di lui, il bordo del vestitino era risalito un po’ mostrando centimetri nuovi della sua pelle, mentre la verga ormai turgida di lui, pur contenuta dagli strati soprastanti , premeva direttamente sul suo buchino.

Il suo corpo pareva aver già deciso ed in quello la voce di lui frantumò ogni resistenza residua “Finisci l’americano e saluta i tuoi amici, vado a prendere la macchina e ci vediamo fuori”
Un istante dopo la pressione tra le sue natiche svanì, lei come un automa riabbasso il bordo del vestito, si guardò attorno, sperando che occhi indiscreti non avessero registrato quella scena, ma non scorse nessun viso conosciuto, recuperò meccanicamente la giacca, ma optò per un messaggio di saluto ai suoi compagni di serata, altrimenti le avrebbero letto in faccia tutto quello che le stava attraversando la mente.

Spalancò la porta del locale, l’aria fredda della sera la fece rabbrividire, riaccendendo la sua mente e quasi facendola tornare indietro, ma una coppia di fari di un’ Audi a6 già la invitavano ad avvicinarsi, oltre quei fari, il solito sorriso sicuro e strafottente.
Appena chiuso lo sportello la macchina shitto in avanti, la guida decisa ma sicura di lui, le ricordò quella del suo uomo, mettendola stranamente a suo agio, ciononostante si strinse, senza parlare, all’angolo opposto rispetto al guidatore.

Dopo qualche secondo, mentre l’auto si impegnava in stradine appena fuori dal centro, sempre più tranquille, fu lui a rompere il silenzio “Bene la serata?”. “Sì carina, anche se non sta andando come immaginavo..,. ” Lui non si lasciò sfuggire l’occasione “Beh, sono convinto di poterla far andare meglio di come ti aspettavi”. Nessuna risposta, ma lui non si perse d’animo, e sornione disse “ Sai , so di non aver fatto ancora del mio meglio … “ e mentre pronunciava queste parole , tolse la mano destra dal cambio , appoggiandola sul ginocchio di lei “ ma vorrei proprio scoprire …” la mano inizio a scorrere lungo la gamba , un tremito del muscolo, un movimento accennato, ma nessun allontanamento “ se l’impressione che tu non abbia le mutandine “ la mano raggiunse l’interno coscia, gli occhi di lei si strinsero, mentre i suoi denti affondavano piano nel suo labbro inferiore e le mani artigliavano il bordo del sedile
“ era corretta …!”
Mentre pronunciava queste ultime parole, con tono divertito e trionfante, le sue dita raggiungevano il calore del sesso di lei, trovandola già fradicia, mentre un gemito le rompeva il respiro.

La macchina aveva guadagnato la prima periferia e le dita sapienti di lui divaricavano le sue grandi labbra, affondando in lei, provocandole nuovi gemiti , suadenti e sempre più convinti, poi , dopo una svolta la macchina si arrestò , attorno il buio, in lontananza qualche luce si rifletteva sul mare.
Lui sfilò la mano destra dal suo sesso, se la portò al naso inspirando, poi sorrise e commentò “Sì sei proprio una gran porca… “ mentre porgeva le due dita umide di umori a lei da leccare.

Lei ripulì avidamente , mentre l’odore ed il sapore della perversione cancellavano l’ultimo barlume di lucida resistenza.
La mano destra tornò sul quadro, spense il motore, quindi scivolò sulla patta, liberando in pochi istanti la sua nerchia, turgida ed enorme. Lei senza accorgersene si umettò le labbra, i suoi occhi non si scostavano da quella cappella violacea ed oscenamente larga. Poi la mano di lui si insinuò tra i suoi ricci , afferrandole in maniera decisa, ma non violenta , la nuca, ed attirando la sua bocca verso il suo cazzo.

Lei sentì l’odore di quel membro imponente farsi più forte nelle sue narici e vorace spalancò la bocca. Un istante dopo lui stava pompando il suo cazzo nella gola di lei, l’asta riluceva della saliva, lei quasi si sentiva soffocare, ma l’eccitazione di quel trattamento brutale e inatteso le piaceva a tal punto da rendere trascurabile quella sensazione.
“Dai fammi vedere quanto sei porca Mary.. “ La apostrofò lui “Ti piace sentirti un po’ troia eh?!” Un mugolio di approvazione suggellò quella domanda, mentre la testa continuava in un forsennato su e giù.

Ormai lui non aveva più bisogno di accompagnare la sua testa con la mano, pertanto la fece scorrere nuovamente lungo il corpo di lei , che intanto si era messa in ginocchio sul sedile del passeggero per poter succhiare meglio, lasciando così il culetto indifeso.
Fu lei però a fermarlo, staccandosi dal suo cazzo: “Aspetta!” Lui la guardò sorpreso. “Prendi il mio cell nella borsa, devi fotografarmi mentre te lo succhio … sono i patti!”.

Lui sorrise entusiasta e mentre raggiungeva la borsa sentiva nuovamente il caldo abbraccio della bocca di lei sul suo cazzo. Un primo flash e con tono provocante mostrò il risultato a lei , che vedendosi con la bocca oscenamente riempita da quel membro, non trattene un gemito di pura e perversa eccitazione. Mentre i byte della foto attraversavano l’Italia per giungere sul cellulare di lui, la mano di Marco aveva ripreso il suo percorso, solcò le natiche di lei andando a cercare la fornace umida del suo piacere, ma giusto per il tempo di intingere le dita in quei succhi abbondanti, per poi tornare indietro e cominciare a titillare il buchino.

Lei , senza smettere di succhiare, spostò lo sguardo su di lui, incontrando nuovamente quel sorriso strafottente. “Che c’è troia?! Pensi che non sappia quanto ti piace nel culo?! Ho ricevuto istruzioni precise di sfondartelo per bene questa sera … e non ho intenzione di deludere il tuo uomo!”
Un nuovo gemito, misto di un vago dolore ed un enorme piacere, accompagnò l’ingresso di quelle due dita nelle sue viscere. La dilatazione, prosegui per tappe forzate, e nel giro di un paio di minuti erano quattro le dita ad fare dentro e fuori da quell’ano ormai già dilatato, costringendola alla seconda sosta dalla suzione da quando tutto era cominciato.

Mentre lui la stantuffava deciso, lei ansimante si piegò sulle braccia, appoggiando la testa sulle cosce di lui , e ad assecondando vogliosa ogni spinta con le anche.
“Allora troietta, vuoi che la mano te la infili prima o dopo averti piantato il mio cazzo in questo bel culetto?”
Normalmente un approccio così violento l’avrebbe fatta ritrarre, ma tutto quello che si ritrovò a dire fu “Scopami, scopami adesso … scopami !”. La risposta immediata ed istintiva di lei venne commentata “Ottima idea, così ho tempo di ricaricarmi mentre ti infilo il braccio in culo più tardi.. brava!”

Lei mugolò mentre le mani di lui la afferravano saldamente sui fianchi, spingendola con decisione verso i sedili posteriori, dove lei si accucciò a pecora col culo oscenamente esposto , in attesa.

“Brava la mia cagnolina” La apostrofò lui “ aspetta che ti faccio un’altra foto da mandargli, così sa come sto per incularti!” Ed un’altra volta il flash illuminò l’abitacolo dell’Audi. Pochi istanti dopo lei riconobbe la lingua di lui scorrere lungo il solco tra le sue natiche, scendere, veloce ed invadente, sino a giungere a quel buchino ormai già palpitante ed insinuarvisi, senza esitazione. Mentre le sue anche quasi inconsciamente continuavano a danzare al ritmo scandito da quella lingua, le dita di lui riguadagnarono la via del suo sesso, sempre più grondante, e così lei si trovò di nuovo a gemere, mentre il suo clitoride veniva strofinato con decisione.

Si sentiva un oggetto di piacere e la cosa le mandava stilettate di pura eccitazione dritte al centro del cervello, facendole spingere sempre più in fuori quel culetto voglioso.
Poi la lingua sparì e così fecero le dita, lei con il viso affondato nel sedile scuro dell’auto percepì il movimento attorno a se, dietro di se, lui, indossato il preservativo e presa lei saldamente per le spalle, appoggiò la sua immensa cappella su quel buco, ormai dilatato ed oscenamente lubrificato.

Lei, ancora una volta, emise un gemito. Lui, sempre strafottente, le chiese “ Sei pronta? Ora ti sfondo!”. Un gemito prolungato e voglioso fu l’unica risposta alla domanda.
La pressione sull’ano improvvisamente aumentò e nonostante il suo allenamento, una stilla di dolore le attraversò la schiena, che si inarcò felina, iniettandosi direttamente nel cervello. Lui inclemente non interruppe la spinta, pochi millimetri ancora e quella enorme cappella sarebbe entrata completamente. Il respiro di lei si era praticamente fermato, inconsapevolmente cercava di allontanarsi da quella verga invadente, ma le mani di lui, saldamente avvinghiate alle sue spalle, la tiravano nell’unica direzione possibile.

Improvvisamente il dolore si tramutò in un totalizzante senso di pienezza e il respiro soffocato in gola esplose in un liberatorio urlo “ Aahhhh sìììììììììì”. Era dentro.
Un istante dopo lui la stava cavalcando con foga, affondando nelle sue viscere quella nerchia imponente, sempre più velocemente e sempre più a fondo. L’urlo primordiale di lei si fuse in un crescendo di gemiti, profondi e gutturali, dimostrazione inequivocabile che il trattamento era di suo gradimento.

Lo sciabordio delle sue palle che ad ogni colpo sbattevano contro il sesso bagnato di lei, l’umido rumore dei corpi sudati avvinghiati in un ritmo incessante, i gemiti rotti dall’affanno erano la perversa colonna sonora di quell’abitacolo. Lui, da dietro le infilava le dita in bocca, che lei mordeva e succhiava. Un flash. Poi si ergeva dietro di lei, aumentava il ritmo , finché lei non piegava la testa in basso urlante. Un flash.

Poi riducendolo nuovamente, si allungava verso il cruscotto e vi appoggiava il cellulare per una serie di autoshitti: la visione di lui da dietro che affondava sino alle palle il suo cazzo in quel culo meraviglioso.
“Ti piace nel culo eh?!”
“Sì cazzo, mi stai sfondando!”
Galvanizzato dalla porcaggine di lei, una volta di più aumento il ritmo; il culo di lei oscenamente largo ormai, scorreva sull’asta sino in fondo ad una velocità frenetica ed improvvisamente nuovamente lei ruppe il silenzio con un verso ferino, ma più singhiozzante delle volte precedenti.

Con la faccia stravolta, si girò verso di lui e a fatica articolò “ pass…. a… mi …. Il …. ce…. ll …”. Lui, sudato e paonazzo, senza nemmeno rallentare eseguì. Dopo qualche secondo alla colonna sonora dell’abitacolo si aggiunse il suono dei tasti dell’apparecchio di lei, cui seguì il suono di linea libera. Pochi secondi dopo dall’altoparlante la voce rotta dall’eccitazione di lui “ Amore..? Come va?”
Lei raccolse le sue forze residue “Am….

or…..e” Articolò con voce rotta dai gemiti e dai colpi decisi, impartiti dietro di lei “mi …. St…a. .. sfon…dandooo..oooooo”
“Ti sta aprendo il culo,,,?”
A fatica lei rispose “oh…. Sì… è gros…sooooo …ahhh”
“Da quello che sento non ti dispiace affatto…”
Solo un tappeto di mugolii distorti fece da contraltare a questa affermazione. Poi improvvisamente, mentre la cadenza dei rumori nell’abitacolo aumentava esponenzialmente, un nuovo urlo a****lesco frantumò il silenzio ….. “aaaahhhh…hhhhhhhhh … go…..dooooooooooo…….

st….. oooo … goooo…den…..doooo”
Eccitato e divertito lui “ Amore.. sei proprio una porca lo sai?!”
Fece eco lo stallone, che senza fermarsi , rincarò “Dai diglielo…. Diglielo che godi a farti sfondare il culo ..troia!”
In un ruggito , privo di ogni residuo di pudore lei confessò “aahhhhhh…sì…. God…oooo… sono …. uuuu…naaaa.. troiaaaahhh…. Sfonda…,mi..ancoraaaaa”
Gli istanti che seguirono furono puro delirio. Lui le strinse una mano attorno al collo, l’altra prepotentemente le invadeva la bocca, la stessa che aveva accolto il suo cazzo, come il morso di un cavallo, quasi espressione della dominazione definitiva e nel frattempo il ritmo frenetico continuava.

Lei ormai incapace di articolare parole, sempre in collegamento col suo uomo, emetteva solo suoni lontanamente riconducibili alle vocali note.
All improvviso il rumore di corpi bagnati si arresto, la voce di lui, meno ferma del solito, intimò … “ora girati che finisco il lavoro” quindi un grugnito, a****lesco, volgare, totalizzante, infine, il silenzio con in sottofondo solo il respiro affannoso dei due.
Dopo qualche interminabile istante la voce di lei “Amore, scusa devo staccare per fare un’altra foto”
Il flash baluginò ancora una volta nell’abitacolo illuminando gli schizzi di denso sperma sul corpo di lei.

Alcuni le avevano raggiunto il viso , dandole un espressione più porca che mai , altri più abbondanti le avevano ricoperto i seni , mentre il suo addome risultava un lago di perverso piacere. Lei, calata nel ruolo, guardava maliziosa l’obiettivo del cellulare, giocando provocatoria con il seme aveva addosso. Con un dito raccolse un denso schizzo vicino all’ombelico, se lo portò alle labbra, sorridente, lo gusto’ e mentre il flash di nuovo congelava quel momento, sentenziò … “il mio ragazzo non è così buono… beh oltre ad averlo parecchio più piccolo del tuo…”, accompagnando la frase con una risatina.

Lui la osservava divertito mentre raccoglieva lo sperma che le era finito in faccia e portatoselo alla bocca, ingoiava … ed ingoiava … la scena lo intrigava non poco …
Poi, sollevando le gambe ed esponendo il culo esclamò “Gliene avevo promessa anche una del mio buchino bello allargato” Ed ancora il flash illuminò la notte. Ripreso possesso del cellulare iniziò ad inviare al suo uomo il materiale fin lì collezionato, nel frattempo quasi distrattamente, lui continuava a far correre le dita lungo i suoi fianchi, tra le sue grandi labbra fradice, sul suo ano, perversamente beante.

Un trillo del cellulare. Era lui. “ Hai goduto?” “Oh amore… da morire … hai visto le foto!” “ Si certo, un po’pochine… ma pur sempre apprezzate” …”eh vab…. Hey che fai “ domandò lei con tono di sorpresa, rivolta verso Marco, sentendo nuovamente il suo culo invaso.
Lo stallone, sornione come sempre, continuando a muovere la mano tra le sue natiche, le rispose “Beh … mi pare avessimo un accordo no?!… digli che tra poco gli mandiamo altre foto…tutt’altro che banali!”
“Amore che succede?!” Chiese lui dall’altro capo del telefono.

Mentre tre dita, nuovamente, iniziavano a perlustrare il retto di lei , la sua voce aggredita da gemiti incipienti, rassicurò “Cuore. …non ti preoccupare. Ora mi sa che devo riattaccare… la cosa si fa impegnativa …. ”

Mentre le dita rapidamente divenivano quattro, l’ennesimo gemito interruppe la comunicazione telefonica. Il flash baluginò torno ancora una volta ad illuminare l’abitacolo …
A centinaia di km di distanza comparve sullo schermo l’immagine del culo di lei, arrossato e grondante umori, e della mano di lui, di cui si poteva vedere solo il pollice.

Nella foto si poteva scorgere il suo viso, un filo di sperma tra i ricci e lo sguardo di chi non ha più nessun freno, mentre in mano stringeva una bottiglia di lubrificante con cui aiutava il suo bull a rendere quella notte la piu’ estrema di sempre.

Figa d';acciaio

Lo specchietto retrovisore alzava il sipario su una calda mattina di inizio Ottobre. Un mese che annuncia l’inverno in molti posti, ma non a Roma. Qui gli ultimi squarci d’estate regalano giornate di sole e temperature elevate. Valentina osservò le macchine dietro di lei, riflesse nello specchietto. Poggiò le mani affusolate e ben curate e lo spostò di pochi centimetri per potersi guardare. I suoi occhi verdi raccontavano bugie, le labbra carnose peccaminosi segreti.

I lunghi capelli neri cadevano copiosi sulle spalle. Il viso sembrava uscito da un fotoromanzo osé. Valentina sorrise e scese dalla macchina. Nel voltarsi per chiudere lo sportello due operai, a pochi metri da lei, rimasero come incantati davanti alla sua silhouette. Era impossibile non guardarla. Valentina era bellissima e il suo abbigliamento era il frutto più proibito: una poliziotta della stradale. Non una semplice vigilessa, ma la ex recluta più alta come punteggio al C.

A. P. S. Il suo lavoro consisteva nel pattugliare la Cassia e la Flaminia, due arterie nevralgiche del nord della capitale. Valentina si allontanò dalla macchina e superò i due operai. Lei notò come la guardavano, e anche se era lo stesso sguardo di libidine che la “seguiva” sin dai tempi del liceo, lei non poté che provare una ventata di piacere. Essere guardate e desiderate è uno dei pochi piaceri che una donna non baratterebbe mai.

Specialmente Valentina.

“Che culo da dea” – disse uno dei due uomini. Come dargli torto. Due cupole di carne tonda e soda che gli allenamenti in palestra, e l’originale tocco di Dio, tonificavano ogni giorno. A 26 anni Valentina era nel fiore della bellezza e della sensualità. Gli stretti pantaloni neri della divisa, e la camicia abbottonata poco facevano per nascondere le sue gambe sinuose e la sua terza piena. 1. 70 cm di proibito peccato.

Valentina era consapevole della sua bellezza, come ogni mantide sapeva tessere ragnatele di sguardi e provocazioni. Il carattere deciso e maniacale nel lavoro, l’ambizione e la prorompente sensualità non potevano certo passare inosservati. I colleghi più giovani facevano a gara nell’invitarla ad uscire dopo il lavoro, i più anziani parlottavano tra loro come marinai in licenza. “Figa d’acciaio”, questo era il soprannome che le avevano dato. Ai tempi della scuola uno dei ragazzi dell’ultimo anno scrisse sul muro dei bagni: “Valentina P.

se te lo fa venire duro, tu sbattila al muro”. A ben vedere le espressioni erano cambiate, ma la protagonista restava lei.
Valentina entrò in un bar e ordinò un caffè. I tagli di budget e personale fecero sì che da circa un mese, lei pattugliasse in solitaria. La cosa non le dispiaceva affatto. Poteva godersi il piacere di multare un uomo spericolato, senza irritare il collega. Lui la detestava quando si faceva prendere la mano, ma era così divertente vedere gli occhi di rabbia di certi uomini mentre lei staccava il blocchetto delle multe.

Quelli stessi guidatori che vivevano nello stereotipo che “la donna non sa guidare”, erano costretti ad abbassare i toni e svuotare di 100-150 euro il portafogli.

Valentina uscì dal bar e una grossa moto balzò sul marciapiede a pochi metri da lei. Era un Harley Davidson con una lunga processione di stemmi militari sulla fiancata. A guidarla un uomo di circa 35 anni, capelli neri corti e occhiali da sole, il casco dimenticato in chissà quale garage.

Sembrava uscito da un film alla Easy Rider, ma il suo aspetto non aveva nulla dell’hippie sognatore dell’autostrada americana. I tratti marcati e i muscoli scolpiti sotto la nera t-shirt attillata, ricordavano un biker di provincia, cresciuto ad addominali, film d’azione e spacconate.
“Ma come diavolo guida! Scenda subito dal marciapiede!” – intimò Valentina, tutto d’un fiato con la sua voce calda ma decisa.
“Non ti scaldare dolcezza, vado a comprare le sigarette e torno” – rispose l’uomo con malcurata indifferenza.

Nel farlo scese dalla moto e si tolse gli occhiali. Il suo viso era duro, ma attraente. Non era certo il tipo di uomo che una donna vorrebbe come marito della propria figlia, ma aveva il fascino rude e virile di chi ti dice con gli occhi: “Bella te la faccio fare io una vera scopata”. E probabilmente ci riusciva senza troppo sudare.
“Ma dove credi di andare? Arrivi qui tutto gas, senza casco e piazzi la tua moto bella e fresca sul marciapiede” – continuò Valentina.

“Ma chiudi un occhio cowgirl. Ci metto un minuto” – rispose l’uomo incamminandosi verso il bar-tabacchi. Valentina bruciò di rabbia. Di certo non era abituata ad essere trattata come la donna invisibile. Quell’uomo non si era curato della sua autorità, non aveva fatto una piega. La poliziotta tirò fuori il blocchetto e cominciò a scrivere.
“Ora vediamo chi ride stronzetto” – pensò mentre aggiungeva un’infrazione dietro l’altra. Staccò il foglio ed incastrò la multa tra una fessura posta accanto allo specchietto.

Poi se ne andò.

Il motociclista tornò dopo oltre dieci minuti, la sigaretta in bocca e l’andatura spavalda.
“Puttana troia ma che cazzo…Quella stronza mi ha lasciato il regalino” – l’uomo sputò fuori le parole ad alta voce.
“Hey Diego. Sei stato marchiato anche tu da Figa d’Acciaio?”
“Che cosa?” – Diego si voltò e dietro di lui sopraggiunse Renato, il meccanico dello sfasciacarrozze lì vicino. Capelli brizzolati e pancia gonfia di birra.

“Certo, Figa d’Acciaio. Quel gran tocco di troia travestita da poliziotta. Oramai ci ha purgati tutti in zona” – L’uomo si avvicinò a Diego con passo pesante.
“180 euro ma a questa troia dà di volta il cervello…”
“Beh dai, meglio essere multati da una principessina del genere che da un vecchio stronzo con il distintivo”.
“Sarà anche bella, ma è una stronza…perché Figa d’Acciaio?” – chiese Diego, per la prima volta interessato alla conversazione.

“Ma hai visto che personalino? ‘Na modella prestata all’Arma. Un culo da far risvegliare i morti, cristo. E poi dovrebbe fare la testa di cuoio, o qualcosa del genere. Quella tipa ha grinta da vendere. Penso che da quando è arrivata, al centro operativo servano i pompieri per spengere i calori!”
“Immagino di sì” – la risposta di Diego fu concisa, la sua mente già si perdeva in labirinti indicibili.
“Beh ti saluto Diego, ti lascio ai tuoi pagamenti” – sogghignò Riccardo nel voltarsi.

“Fottiti bello mio. Ciao”
Diego montò in moto, ma ci vollero un paio di minuti prima che si decidesse di muoversi. I suoi pensieri presero forma come gli stessi modi sbrigativi con cui trattava le puttanelle che si scopava. In breve pianificò il modo per domare quella spavalda e bellissima poliziotta. Il giorno seguente il motociclista avrebbe avuto la sua vendetta.

La sezione del centro operativo sulla Cassia era tutto, tranne che una fortezza inespugnabile.

Un piano d’uffici, gli spogliatoi, la sala computer e video-sorveglianza. In fondo svolgeva compiti di collegamento, burocrazia interna e cambio di vetture. Di conseguenza capitava spesso che un agente restasse solo durante la pausa pranzo. Era più che sufficiente. Valentina lo sapeva, perciò non aveva problemi a “sorvegliare” la sezione, quando toccava a lei il turno. Mancanze di gestione dall’alto, ed eccessiva fiducia che, quel giorno, gettarono Valentina faccia a faccia con le sue paure, le sue fantasie, e i suoi inconfessabili desideri.

Diego entrò in sezione alle 13. 08. Si incamminò verso gli uffici e si trovò davanti Valentina.
“Buongiorno cowgirl” – esordì l’uomo.
“Salve…” – rispose Valentina con un pizzico di sorpresa. I suoi occhi furbi squadrarono l’uomo. Era vestito come il giorno prima. Ma questa volta Valentina notò meglio l’aspetto dell’uomo. Le braccia muscolose e i jeans stretti rendevano quell’uomo di una bellezza ruvida, i suoi profondi occhi neri poco inclini ai compromessi.

In un altro momento Valentina l’avrebbe trovato anche attraente, sicuramente incontrandolo in un night si sarebbe divertita a provocarlo. Ma questo non era quel momento. Nonostante il caldo non era certo la stagione per indossare i sandali. Eppure Diego calzava delle infradito marroni. Dettaglio che Valentina immagazzinò con disappunto, vista la sua idiosincrasia per i grossi piedi maschili.
“Vedo che è sola. Meglio, cosi possiamo parlare con calma della mia multa. Non crede di aver esagerato?” – il tono pacato nascondeva solo in parte la profonda aggressività dei suoi modi.

“Mi segua nel mio ufficio”.
Valentina precedeva di un metro il motociclista. Dietro di lei gli occhi di Diego sapevano come ingannare il tempo della breve passeggiata. Il sedere di Valentina si muoveva come la musica orientale sul corpo di una danzatrice. Impossibile reprimere il ritmo. Lei non aveva nemmeno bisogno di sculettare per esaltare la bellezza del suo fondoschiena. Era perfetto. Fuori programma arrivò un forte schiaffetto di Diego. La sua mano colpì potente il culo di Valentina, per poi ritrarsi come un serpente.

“Ma cosa cazzoooo faiiii?” – Valentina si voltò di shitto, strillando. Alzo il braccio per mollare uno schiaffo di orgogliosa riposta, ma Diego fu lesto nel fermarlo con una presa decisa.
“Hey bella non è colpa mia se il tuo culo parla e chiede attenzioni. Non vorrai farne una tragedia…” Valentina lo guardò con occhi rabbiosi e di sfida. Eppure la sicurezza con cui l’uomo teneva stretto il suo braccio, rimanendo impassibile a fissarla, la turbava e la stordiva.

“Avanti entra e siediti deficiente” – rispose nervosa.

Il motociclista sprofondò sulla sedia. A gambe larghe lasciò che la forma del suo cazzo, in crescente erezione, fosse ben visibile agli occhi di Valentina.
“Beh questo non è il luogo per pagare la multa quindi credo che…”:
“Ma io non sono qui per pagare. Anzi per farmi una chiacchierata con te dolcezza. Cosa cazzo mi rappresentano 180 euro. Su andiamo! – Diego la interruppe bruscamente.

“Innanzitutto modera il linguaggio. E poi andiamo lo dico io. Forse non ti è chiaro il codice di comportamento, figuriamoci quello stradale, allora…. ” – Valentina iniziò l’elenco delle sue infrazioni, e del suo comportamento così irrispettoso verso un pubblico ufficiale. Le sue parole si susseguirono con la naturale sicurezza di sempre. Tuttavia i suoi occhi, come un muscolo involontario, si soffermarono più volte sull’evidente gonfiore sotto la patta di Diego. L’uomo se ne accorse, fece finta di niente pregustandosi il seguito.

Valentina continuò a parlare, scacciando ogni pensiero indecente. Non era proprio il momento di rispondere a provocazione con provocazione. E lei era una maestra in ogni forma di seduzione. Inoltre la rudezza del motociclista la spaventava quanto il cazzo duro sotto i jeans attraevano i suoi occhi, inevitabilmente e senza controllo.
“E questo è tutto, non credo ci sia altro da aggiungere” – Valentina si alzò e si diresse verso la porta. Determinata nel chiudere in fretta la conversazione e salutare l’uomo.

“A mai più rivederci” – pensò. L’ultimo pensiero formulato con raziocinio prima dell’oblio.

Il motociclista la prese per i fianchi e la trascinò sulla sedia. Una mossa rapita e violenta. In pochi istanti Valentina si ritrovò sopra le gambe di Diego. La presa era fortissima, i suoi fianchi armoniosi erano diventati di dominio dell’uomo. Iniziò a risalire con la mano sinistra palpandole il seno, con la destra scese e strinse le sue cosce.

Mosse decise, di una rude voracità a****le.
“Nooo! Che fai? Lasciami subito, subito ti ho detto” – Valentina urlò. E per la prima volta nella sua vita non furono urla spavalde. Il tono era spaventato ed incerto. Cercò di dimenarsi, di sfuggire alla presa, ma fu una lotta inutile e fallita in partenza. Diego aveva trenta centimetri in altezza, una cinquantina di muscoli di peso e un’indecifrabile foga di vantaggio su di lei.

“Lasciamiiiii, lasciamiiiii” – parole inascoltate. La mano di Diego scivolò sotto i bottoni della divisa e raggiunse le tette di Valentina. Le dita scansarono il reggiseno e come regalo ebbero i suoi capezzoli, induriti dall’adrenalina ed indifesi.
“Nooo fermoo. Aaahhhhh” – Valentina sentì i suoi capezzoli stretti in una morsa brutale. Quanto possono far male delle dita quando sono ben guidate.
“Sei già eccitata e ancora non lo sai. Vero cagna?” – Diego sapeva di quale essenza profumava l’atteggiamento e il corpo della poliziotta.

Sapeva che appena lei avrebbe superato lo shock e l’umiliazione di essere sottomessa, sia la sua mente che il suo corpo risponderà sì. Era solo questione di tempo e ogni barriera sarebbe stata sbriciolata in mille pezzi. Lui ne era convito, e l’ora successiva non fece che avvalorare le sue certezze.

Ma questo Valentina ancora non poteva prevederlo. Tutto ciò che provava in quei terribili istanti era paura ed impotenza. Capiva che quei violenti palpeggiamenti erano solo la prefazione di un libro già scritto: lo stupro e l’umiliazione di ogni centimetro della sua bellezza.

Diego si alzò di shitto e la spinse a terra, in ginocchio. Con una mano strinse forte i suoi capelli e tirò. Un urlo si perse tra i locali della sezione.
“Stammi a sentire bella mia. Io non pago un bel cazzo. Sei tu che paghi me per il tempo che mi hai fatto perdere. E la pagherai con la tua bocca…tanto per cominciare”.
Diego si slacciò i pantaloni e tirò fuori un cazzo maestoso.

La grossa vena in mezzo aveva il colore di una palude, il glande puzzava d’alcolismo, la lunghezza superava quella di ogni ragazzo o scappatella avuta in passato. Valentina se ne accorse con un solo sguardo pieno di terrore.
“Ti ho detto di lascarmiiii. Sono una poliziotta per Dio, tu sei pazzo!” – urlò mossa da orgogliosa rabbia, prima di ricevere uno schiaffo che quasi la sbatté a terra.
“Guarda il mio cazzo puttana! Hai visto come l’hai ridotto a forza di muovere il culo mentre ti ribellavi? E guarda che coglioni gonfi mi hai fato con tutte le tue contravvenzioni di merda.

E guarda puttana. Guardaaaaa” – Diego le urlava tenendola inginocchiata, la camicetta slacciata e una tetta quasi fuori dal reggiseno. Valentina guardò quel cazzo duro a pochi centimetri dalla sua bocca. In un attimo pensò a tutti i sacrifici fatti per vincere concorsi e salire di grado. Al contrario avrebbe potuto “accomodarsi” e mettere in copertina il suo bel viso su tutte le riviste patinate in edicola. E poi lo sapeva, in cuor suo lo sapeva che sarebbe successo.

Il suo culo e i suoi modi provocatori erano un invito allo stupro sin del liceo, e quanto è dura la vita di una bella donna poliziotto in un mondo pazzo come il nostro. Era solo questione di tempo e sarebbe successo. Un gruppo di alcolizzati il sabato notte, un immigrato, uno stalker, persino un collega respinto. Era come scritto nel destino che ora si presentava per il conto, sotto forma di un motociclista dai muscoli gonfi di cattive intenzioni.

“Cominciamo a divertirci troia” – Diego le ficcò il cazzo duro in bocca e iniziò a scoparsela. Si perché più che un pompino fu uno scempio orale. Il cazzo le sprofondava in gola fino a soffocarla, pompava cinque o sei volte, poi usciva e la schiaffeggiava sulle labbra.. Valentina non era mai stata usata così. Lei era una maestra di pompini, i suoi occhi verdi raccontavano bugie ma anche verità, ed una di queste era che nessuno rimaneva insoddisfatto al contatto delle sue labbra carnose.

I suoi ragazzi si abbandonavano a lei, ma il motociclista non aveva questa intenzione. La scopò in bocca con foga a****lesca per oltre dieci minuti, poi rallentò il ritmo e lasciò a Valentina il modo di proseguire.
“Succhia puttana, succhia più che puoi, siii” – Valentina iniziò quel pompino forzato. Nonostante la situazione riuscì a dare piacere con poche pennellate di lingua. Quando il cazzo le invadeva la gola chiudeva gli occhi. Poi gli apriva mentre faceva scivolare la lingua sul glande e su tutto il cazzo.

Guardava il motociclista con occhi sottomessi. Era la sua cagna. Ogni tanto Diego le tirava forte i capelli, come a ricordarle chi era il padrone. Gemiti di piacere e urletti di dolore si sommavano in una sinfonia.
“Dai che ti piace succhiare, dai puttana, continua, siii” – Alcune gocce di sperma iniziarono a scivolare nella sua bocca. Un sapore amaro che lei conosceva bene. Schizzi che anticipavano un orgasmo ancora lontano da venire.

Diego si piegò leggermente con il busto e iniziò a palparle le tette. Finì di sbottonare la camicia e strappò il reggiseno. Mentre Valentina continuava quel violento pompino, lui faceva ciò che voleva della sua terza così soda.

“Siii sei una brava cagna. Ora andiamo nello spogliatoio e iniziamo a galoppare” – Diego la scostò e la fece alzare, abbracciandola come un trofeo. Valentina fu trascinata fuori dall’ufficio e condotta verso gli spogliatoi.

Diego sapeva come muoversi là dentro.
“AAAHHHH lasciami, ora bastaaa” – La bella poliziotta scalciò e urlò. Ma la leonessa era in gabbia. Diego la gettò sulla panca tra le due file di armadietti. La guardò voglioso, toccandosi il cazzo. Poi si sfilò la maglietta mostrando pettorali scolpiti ed una “tartaruga” invidiabile. Si tolse i jeans, e i sandali, e si avvento sul corpo della ragazza.
“Nooooo non lo fare, smettilaaa” – Valentina cercò un appiglio, una via di fuga.

Provò a graffiare la schiena del suo aggressore, ma lui quasi non se ne accorse. La baciò sul collo e divorò in bocca i suoi capezzoli dritti. Immobilizzata sotto il suo peso, Valentina non poté fare più nulla. Si dimenava, ma Diego le sfilò i pantaloni con una facilità irrisoria.
“Mutandine di pizzo nere, Wow! Ora vediamo cosa nascondi sotto Figa d’Acciaio” – A quelle parole Valentina provo un brivido per tutto il corpo.

Allora anche lui era a conoscenza di quel nomignolo. Il suo potere sugli uomini e suoi colleghi si sbriciolò nell’istante che l’uomo le ficco 25 cm di cazzo in fica. Senza preavvisi. Senza ditalini di prefazione o baci di benvenuto. Tutto dentro in un solo spaventoso colpo.
“AAAAHHHH NOOOOO” – Valentina fu violata e le sue proteste furono come carta straccia. Inutili. Diego la scopava continuando a baciarla ovunque, sul corpo e sul collo.

Con le braccia la teneva ferma. Poi, improvvisamente, la baciò in bocca. Una frustata al suo orgoglio. La lingua dell’uomo si fece strada dietro le sue labbra. Un bacio violento, ma passionale. Valentina veniva scopata e baciata. Ogni colpo di cazzo era come un atto d’accusa a tutti gli ammiccamenti fatti negli anni. Quel lungo bacio rubato fermò il tempo del dominio e della spavalderia. Ora era solo una troia, sottomessa ed impotente. Sentiva il cazzo farsi strada dentro di lei, e brividi di paura scendere per tutto il corpo.

Le sue tette si muovevano all’unisono con le spinte di reni dell’uomo. La sua bocca era impastata di saliva e sperma. I pettorali dell’uomo odoravano di garage. Sentiva i suoi muscoli sfregarsi sulla pelle morbida e profumata. Contrasti e divergenze. Diego la scopava sempre più deciso e rabbioso. I muscoli dei glutei si contraevano, i bicipiti sull’attenti per prevenire gesti di ribellione di Valentina, ma lei si era arresa. I suoi occhi erano gonfi di rabbia e luccicanti di lacrime in arrivo.

No. Non sarebbe successo. Lui la stava violentando, ma non poteva dargli questa soddisfazione. Valentina trattenne le lacrime e cercò di pensare ad altro. Ma ogni colpo la riportava lì, in quello spogliatoio. Dopo un infinito numero di gemiti, Diego si fermò. Il cazzo uscì da lei, gonfio e con qualche goccia di sperma sulla punta. Una pausa prima del nuovo giro di giostra.

Il motociclista la prese per i fianchi e la sollevò dalla panca.

Con una mossa decisa la spinse contro uno degli armadietti, la faccia premuta contro la fredda plastica dello sportelletto. Vista da dietro era come una Venere moderna: i fianchi sottili confluivano in un sedere prosperoso come quello di una ballerina brasiliana, ma con la pelle color mattino.
“Da sballo qua dietro. Eh puttana!” – Diego iniziò a palpare il sue culo perfetto e la sculacciò due o tre volte. Colpi violenti che morivano in una stretta che faceva affondare i polpastrelli tra la carne.

Valentina gemette di dolore, ma le braccia chiuse a x dietro la sua schiena non potevano accennare nessuna difesa. Diego riprese a scoparla da dietro. Con foga anche maggiore. Il cazzo prendeva possesso delle sue pareti vaginali, bagnate di umori. Scivolava dentro di lei violentando il suo corpo, ma inebriando i suoi sensi. Valentina lo capì quando Diego lo tirò fuori per sbatterlo con prepotenza sulle sue chiappe. Negli istanti che intercorsero tra quei “massaggi” e una nuova penetrazione, Valentina desiderò solamente di ricevere un’altra poderosa spinta da quel cazzo marmoreo.

La sua “Figa d’Acciaio” era un lago in cui confluivano tutti i desideri proibiti, tutte le oscure fantasie. Cos’era successo? Forse era il freddo della plastica sul suo volto che si scontrava con il calore tra le gambe. Forse era la vista dei vestiti stracciati a terra, mischiati a quelli di Diego in un abbraccio mortale mentre chi li indossava affondava, attimo dopo attimo, in acque torbide e meravigliose. Forse era l’energia a****lesca di quell’uomo.

I muscoli sudati addosso a lei, quel cazzo che non accennava un cedimento. Diego la stava scopando, la stava trattando come l’ultima puttana della notte. Ed era bellissimo.
“Ti stai bagnando. Vero troia? – le sussurrò Diego.
“Si..” – rispose ad occhi chiuse. Sottomessa.
“Beh goditela puttana. Goditela! – L’eccitazione di Valentina non spostò di un millimetro i modi del motociclista. Non fece nessuna concezione alla gentilezza. I suoi baci sul collo e sulle braccia nude erano succhiotti profondi, i colpi di cazzo mitragliate sulla sua intimità.

Nessun uomo aveva mai osato trattarla così. Come carne per il sesso, da usare e sottomettere. Quando Valentina sentì le fitte di un orgasmo imminente si senti come morire. Per rinascere. La bella e irraggiungibile “Figa d’Acciaio” non esisteva più, ora c’era solo una donna che voleva godere e venire nell’umiliazione. E così fece. La sua vagina fu inondata di sangue e umori. Diego continuò a scoparla con maggior vigore, esaltato dallo scettro di potere su Valentina.

Dopo pochi istanti la poliziotta venne ancora; il primo orgasmo multiplo della sua vita. Una sensazione indescrivibile. Diego raggiunse l’orgasmo in contemporanea con il terzo di Valentina. Le due intimità si incontrarono e vennero insieme. Getti copiosi di sperma inondarono la rossa fica, il glande affogava trionfante in quel fiume di lussuria.

Il cazzo di Diego usci da lei. L’uomo la voltò e la guardo. Il volto di Valentina era dolcemente sconvolto.

I suoi occhi erano spalancati sul nuovo mondo appena scoperto. Le labbra chiedevano baci prepotenti, i capelli spettinati e senza regole. Diego la schiaffeggiò per due volte. Non furono percosse bastarde per farle del male. Fu piuttosto un avvertimento: “Ora godi, ma ricordati che sei sotto il mio dominio”. Le labbra dei due si incontrarono. Valentina si lasciò baciare. Attimi di parità presto disintegrati. Diego la gettò violentemente a terra. Le mise un piede sullo stomaco, poi lo fece risalire su per il corpo fino alla faccia.

A pochi centimetri dal su meraviglioso viso.
“Lecca puttana”. – parole secche. Senza appello.
“Ma sei impazzito? Io…”
“Ti ho detto di leccare. Subitolo” – Diego le poggiò forte il piede sulle labbra e iniziò a muoverlo. Valentina sentì spezzarsi dentro di lei, l’ultimo muro di fiero orgoglio. Quell’uomo aveva abusato di lei, ora voleva umiliarla del tutto. Se c’era una cose che lei odiava erano grandi piedi maschili. E quelli di Diego avevano una pianta larga e lunga; e maleodorante.

Ora si trovava con il viso schiacciato sotto quello schifo. Sottomessa e senza fuga. La sua lingua toccò la pelle del tallone un attimo prima che la mente ordinò di farlo. Fu per spirito di conservazione, paura di una reazione davvero violenta, o fu perché ormai i ruoli erano definiti? Diego comandava e lei doveva solo obbedire. A qualsiasi richiesta.
“Cosi brava cagnetta, lavora!” – Diego si gustò leccate e baci di Valentina al suo piede masturbandosi.

Dai suoi occhi un quadro magnifico e irriverente: “Figa d’Acciaio” nuda e sottomessa e costretta ad un feticismo forzato. Cinque minuti passarono, ma furono lunghi un secolo. Un conato di vomito per quella malsana costrizione, venne ricacciato dalle risate e dalle urla di Diego. I suoi piedi puzzavano di anfibi e sudici calzini. Poi il volto di Valentina riapparve, bellissimo e sperduto.

“Coraggio cagna, finiamo la corsa in bellezza” – Diego la prese e la mise in ginocchio accanto alla panca.

Le piegò il busto in avanti, lasciando il suo maestoso culo in esposizione. Prese le manette dai pantaloni della divisa e l’ammanettò con i polsi dietro la schiena. Il motivo era evidente. Valentina lo capì e urlò:
“Nooo ti prego questo nooooo” – la sua voce tremava di un panico mai provato. Valentina era vergine. Il suo buchetto era inviolato. L’ultimo e inaccessibile portone, oltrepassato quello solo l’Inferno e il Paradiso.
“Ohh sìì, questo sì puttana!” – Diego sputò sul buchetto chiuso, una lubrificazione posticcia ed inutile.

Perché Valentina avrebbe urlato e sofferto in ogni caso.
“Noooo aiutoooooo”
“Ferma e godi culo di marmo!” – Diego soffocò le sue urla con la mano e appoggiò il cazzo tra le chiappe.
“Mmmmpf” – La bocca di Valentina intonò urla silenziose, i suoi occhi spalancati dalla paura di un dolore che arrivò come una fucilata di un plotone d’esecuzione. La sua ultima verginità venne così abbattuta. Il cazzo lacerò le pareti ed entrò.

Scavò in lei e la inculò con a****lesca prepotenza. Ogni colpo era accolto da gemiti e scosse di paura. E il pianto non poté esser più ricacciato via. Le lacrime le rigarono il volto, taglienti come frecce. Valentina sentì come divedersi in due. Diego lacerò carne e orgoglio alla stessa maniera.
“Mmmmpf” – Il dolore arrivò alle tempie di Valentina, così come il piacere nel profondo di lei. Negli anfratti più nascosti della sua lussuria.

I modi violenti e quell’abuso continuo la eccitarono nuovamente. Continuò a piangere, ma questo non fermò le ondate e i fremiti su tutta la sua pelle. I capezzoli dritti cercavano appigli nel vuoto, il calore la fasciava ovunque. Il dolore ballava con il piacere a ritmi vertiginosi. La sodomia continuò fin quasi allo svenimento. Poi Diego si staccò da lei e la spinse per i capelli a terra accanto agli armadietti. Si lasciò andare ad un osceno ed ultimo orgasmo.

Le schizzò in faccia, mischiando così sperma alle lacrime. Si avvicinò e con la mano la cosparse di liquido seminale dal viso fin sulle tette.

“Sei stata una scopata fantastica. Credo proprio che ci rivedremo…” – Con quelle parole Diego si rivestì e se ne andò. Erano quasi le 15 e Valentina fu lasciata nuda, ammanettata ed umiliata nello spogliatoio della sezione. Smise di piangere, rimanendo immobile. Come stordita e alla ricerca di ricordi e perché.

Quelle ultime due ore l’avevano fatta morire e rinascere. Un rumore la svegliò dai pensieri. Era la porta che si apriva.
“Oh Cristo! Cosa ti hanno fatto???” – La sua collega Micaela la raggiunse sconvolta. Le tolse le manette e la guardò impietrita. Il volto di Valentina era uno straccio di sperma e lacrime, ma i suoi occhi fiorivano d’eccitazione perversa. Valentina si toccò tra le gambe e si infilò un dito nella vagina.

Poi li tirò fuori e lo leccò con una lunga e rallentata succhiata. Guardò la sua collega e disse:
“È stato bellissimo…”.

La caduta di Serena – capitolo 12

Capitolo 12.
“Bu-buongiorno Serena…” disse l’uomo, arrivato di fronte a loro. Sulla quarantina, in maglietta e calzoncini, piuttosto prestante… imbarazzato, ma forse più rapito da quell’inaspettata visione…
“Buongiorno Tiziano…” mormorò lei, nella vergogna più completa. La camicetta offriva già con la scollatura una visione da capogiro, il fatto che fosse bagnata poi, rendeva Serena un qualcosa di sublime… il corpo disegnato dal tessuto bagnato, areole e capezzoli perfettamente visibili… per un uomo che già le faceva il filo, questo era un offrirsi che chiunque avrebbe colto come invito a scopare…
Marco sorrideva, godendosi l’espressione di Tiziano, i suoi occhi… che passavano in quel momento dal corpo di Serena, a lui… oh no, non a lui, ma alla mano che continuava a tenere tra i capelli di Serena…
E lui decise di far capire ancor meglio la situazione… Tolse la mano dai capelli di lei, per allungarla oltre la siepe e presentarsi…
“Piacere, io sono Marco, il capo di Serena.

” Disse sibillino.
Tiziano lo guardò perplesso, ma ricambiò il gesto e si presentò.
“Vedo che non è l’unico a dedicarsi al lavoro di mattina presto” diceva Marco, allegro, e nel contempo, si stringeva ancor di più a Serena, facendo scomparire il braccio dietro il corpo di lei… un gesto che a Tiziano non sfuggì… Lo intuiva fin troppo bene…
E lo sapeva ancor meglio Serena, sentendola scendere lungo la schiena, e poi sulle chiappe… un lievissimo pizzicotto… e il senso era chiaro.

Suo malgrado, Serena allargò le gambe, immaginando la nuova stimolazione… non era pronta… non era pronta a resistere. Non sfogava il suo piacere dal giorno prima e… No! Marco non si stava indirizzando verso il suo taglio… cercava…
“Uh!” le sfuggì dalle labbra, quando un dito dell’uomo le entrò nel culo.
Tiziano, con una faccia incredula, e continuando a guardarla, rispose comunque a Marco…
“Sì… io… finchè sono in ferie… meglio farli con il fresco questi lavoretti” e si soffermò un attimo fissando il viso di Serena, che si stava mordendo il labbro, lasciando fare al suo capo… cosa? La palpava? La masturbava? Che razza di puttanella saltava fuori… “… con le mani sono bravo…” proseguì, con un sorriso ora che niente aveva di misterioso…
“Eh, la capisco, Tiziano… io invece sono qui perché Serena voleva parlarmi per un aumento, pensi un po…” e lo diceva iniziando a muovere il dito… avanti… indietro… avanti… indietro…
Serena serrava la mascella, ma la sua rigidità, e il tentativo ormai inutile di nascondere quello a cui era sottoposta, la portava solo ad inarcare il corpo, offrendo le sue tette ad una vista ancora più completa…
“Beh” fece Tiziano, leccandosi le labbra “non mancano gli argomenti per discutere, a quanto vedo…”
Serena sprofondava nella vergogna, offerta in quel modo, stava ricevendo i commenti che si riservano ad una vera puttana… e come doveva essere? Vestita di nulla, con un dito che le stava masturbando il culo… e disperatamente, si rendeva conto, eccitando…
Il gioco perverso di Marco… ad una ad una, le persone che gravitavano attorno a lei, dovevano percepirla sia come porca assoluta… ma anche come proprietà privata di lui… e come sempre, il gioco risultava perfetto… compreso il fatto di tenerla sempre in una condizione di eccitazione costante…
Serena implorante si voltò verso Marco… che le facessero quello che volevano… ma non lì! Non i giardino!
Ma Marco aveva ben altre idee, prima di rientrare…
“Vedremo se saprà convincermi” rispondeva intanto a Tiziano, con un sorrisetto sulle labbra “invece, volevo chiederle… lei fa piccoli lavori, Tiziano… non è che domani mattina, verso le dieci, aiuterebbe Serena? Ha qualcosina da sistemare in casa,,,
Serena si sentì gelare… l’indomani… il suo giorno libero… e Marco stava già organizzando come passarlo… tentò di divincolarsi… di togliersi da quella masturbazione, e il ragazzo fu lesto, togliendo la mano dal culo di lei e riprendendola per i capelli.

Con rudezza le girò il viso verso di sé…
“Qualche problema? Il signor Tiziano credo che un favore te lo farebbe, no?” disse, voltandosi verso l’uomo…
Gli occhi di Serena si fecero lucidi… non riusciva a spiccicare mezza parola… e il cuore le andò a mille sentendo le parole di Tiziano…
“Volentieri! Domani mattina alle dieci va benissimo!” disse con occhi da porco, che guizzavano dalle tette di lei alla mano di Marco, che la trattava come un oggetto, a quanto pareva… Tiziano pregustava il divertimento… tanto la moglie sarebbe uscita presto, e lui sarebbe stato libero di avere per le mani quel gran pezzo di figa tettona che desiderava da mesi… Sentiva il cazzo duro… sentiva l’acquolina in bocca…
Dietro di loro, vicino alla porta, semi nascosta, stava Sonia…
Osservava la scena, tenendo tra le mani il guinzaglio, pronto all’uso… C’era una parte di lei che si chiedeva che diavolo stesse facendo… Era sempre stata una ragazzina piuttosto schiva, certo, il sesso le piaceva eccome e le sue esperienze le aveva avute… però niente di esaltante.

Una routine, più che altro, dovuta anche al fatto di essere carina, anzi, di piacere… forse proprio per il fatto di essere sulle sue…
E quella parte di lei le diceva che non andava bene quello che faceva… che non poteva partecipare alla riduzione in schiavitù di una donna, che non era giusto…
Ma.
L’altra parte di lei, quella che le faceva fremere il corpo vedendo Serena semi nuda in giardino, quella che al guinzaglio aveva portato a pisciare la gran signora… quella parte voleva di più, aveva fame…
La fame di avere sotto le sue mani quasi inesperte, la possibilità di giocare con una dama che si riteneva al di sopra di giovani come lei, che se la tirava… la fame dovuta alle scosse che quel tormentare dava al suo corpo… anche ora si sentiva fradicia dentro i jeans, all’idea di cosa doveva fare a Serena non appena fossero rientrati…
La sera prima, un messaggio l’aveva avvertita di trovarsi a quell’ora davanti a quell’indirizzo, senza se e senza ma.

E lei era accorsa… chiaramente, Marco l’avrebbe anche pagata per quei servizi, ma l’avrebbe fatto anche gratis! Ed era dura da ammettere, ma quando Marco le aveva fatto capire, prima di entrare in quella casa, che avrebbe voluto anche altro… beh… aveva detto “sì, signore” senza esitare… Quello era il genere d’uomo che la calamitava… che poi le permetteva di abusare della gran dama tettona…
Sì, aveva detto. E sì avrebbe risposto ad ogni richiesta di lui…
E adesso stava lì… in attesa di loro… di lui, e dei suoi ordini… di lei, e della possibilità di tortur… ma sì, diciamolo… di torturarla… E un nuovo sorriso imbarazzato le nacque sul viso…
Alla siepe, nel frattempo, Tiziano fu distratto dal suo godersi la situazione da un rumore alle sue spalle…
“Ehm… ci vediamo domani mattina allora… io scappo a finire…” e corse verso il vaso, senza dare spiegazioni.

Le intuì Marco, vedendo la moglie dell’uomo uscire dalla casa, e diretta verso il garage, verso suo marito…
Marco non potè non notare che la signora in questione era carina, pantalone elegante e canotta rimandavano l’immagine di una donna piacente…
La donna non li aveva scorti, e lui, con calma, trascinò Serena verso la casa… era soddisfatto, l’indomani si preannunciava molto interessante… ma c’era ancora molto da fare sull’oggi…
Serena, spinta all’interno della casa, si lasciò guidare da Marco nella posizione a quattro zampe.

Singhiozzava, senza capacità di opporsi alle mani di Sonia che ora le stava rimettendo il guinzaglio…
Ubbidire in silenzio… ma come poteva?? Da una parte, Marco la rendeva puttana agli occhi di tutti… dall’altra permetteva ad una ragazzina di trattarla come… come… non riusciva nemmeno a dirlo…
E intanto Marco, portando una busta e il secchio, guidava Sonia verso il bagno… cosa ancora dovevano farle? Per lo meno, l’avevano fatta rientrare… ma come sarebbe mai riuscita a guardare ancora in faccia il vicino? Lei l’aveva tenuto sempre a distanza, lusingata dalle occhiate, ma mai disposta a concedere di più… mentre l’indomani se lo sarebbe ritrovato in casa… e con quale libertà?
Pensava a questo mentre, giunti in bagno, le indicavano di posizionarsi sullo scendi vasca, rimanendo a quattro zampe…
“Bene puttana” cominciò Marco, mentre Sonia prendeva dalle sue mani il secchio e iniziava a riempirlo al rubinetto della vasca “chiaramente, doccia e vasca non sono più cosa per te… stamattina penserà Sonia a lavarti…”
Serena guardò prima la ragazzina, poi Marco…
“Che… che significa? Io dovrei… dovrei farmi lavare??? Da questa puttanella???” quasi gridò Serena.

Marco sospirò, a dimostrare la sua stanchezza verso simili uscite…
Si chinò su Serena, la mano nei capelli, ad avvicinarle l’orecchio alla sua bocca…
“Perché devi farmi fare queste figure davanti a Sonia… è qui apposta per te, per tenerti pulita… è la tua padroncina, ed è così che la chiamerai ora…” disse in un sussurro Marco.
Serena non poteva sopportare l’idea di essere nelle mani di una ragazzina. La stavano umiliando su tutti i fronti, ed era costretta ad accettare tutto… ma perché anche quello??
“Non puoi pretendere che io stia zitta… io… ahhhh!!!” urlò, quando lui tirò forte i capelli.

“Hai capito male, puttana… non lo pretendo, è così punto e basta. ” Sentenziò Marco. Poi prese il capo del guinzaglio e lo chiuse ad occhiello attorno al termosifone. Serena si ritrovava così bloccata a terra nella stessa maniera in cui era nel negozio di a****li… e sempre al cospetto di Sonia… solo che questa volta, a quanto pareva, la ragazzina aveva un ruolo decisamente più attivo. Infatti, alzando gli occhi, Serena in piena angoscia, vide Sonia indossare una sorta di guanto in spugna ed avvicinare al suo corpo umiliato il secchio con l’acqua…
“Un momento, Sonia” disse Marco, fermando la giovane “se non mi sbaglio, ti ha offeso, la nostra gran puttana…” disse Marco, guardando serio Sonia, mentre Serena dal basso ascoltava a bocca aperta, sconcertata.

“Sì, signore” disse la ragazzina, e Serena notò ancora quell’insulso incresparsi degli angoli della bocca… si imbarazzava la stronzetta, ma rideva… bastarda!!!
“Allora mi sembra giusto tu cominci a punire, quando vieni offesa, e che pretendi le scuse. Dico bene, Sonia?” chiedeva ancora Marco, le braccia incrociate sul petto.
“Sì signore, mi sembra giusto. ” Disse elettrizzata lei, un’emozione che la scuoteva, ma che stemperava sempre in quell’atteggiamento contenuto ed ingannatore…
Serena guardava la ragazzina con occhi di fuoco, cosa che non sfuggì a Marco…
“Vedo che ci intendiamo perfettamente, Sonia… ora fammi vedere come metti in pratica l’addestramento della nostra puttana…” disse l’uomo, appoggiandosi al lavandino, braccia incrociate, rilassato e pronto a godersi lo spettacolo.

Perché di spettacolo si trattava… la sua puttana, nuda e al guinzaglio, ai piedi di una giovane che indubbiamente dimostrava un sadismo emergente che lui gradiva non poco… ma non solo quello… lo stesso sadismo la rendeva disponibile ad una volontaria sottomissione che sarebbe stata piacevole, sicuramente…
Sonia e Serena si fissarono occhi negli occhi per diversi secondi… Colma di rabbia Serena, assolutamente tranquilla Sonia… E con quella tranquillità Serena la vide sfilarsi il guanto di spugna, chinarsi a bagnarlo nel secchio, fino a renderlo intriso d’acqua… Nemmeno Marco capiva cosa stesse facendo, e gli occhi divertiti erano curiosi…
Serena respirava veloce, aspettandosi le mani di lei sul corpo… aspettandosi l’umiliazione del lavaggio da parte di quella stronzetta e invece…
“Ahiaaaaa!!!!” urlò Serena, piegandosi sui gomiti.

Sonia appena usato il guanto bagnato sulla sua schiena, come una rudimentale frusta, che non lasciava segni. Marco ora sorrise apertamente al suo indirizzo.
Sonia, con un’espressione soddisfatta, lo guardò “l’ho imparato tempo fa, per cani indisponenti…” spiegò, senza scomporsi. Poi si chinò davanti a Serena, lenta… le accarezzò piano i capelli…
“Mi vuoi offendere ancora, signora?” chiese quasi con dolcezza.
Serena, che sentiva ancora il bruciore del colpo, alzò lo sguardo incredula, sentendo quel tono di voce che sapeva di presa in giro… cercò di ritrarsi, ma il collare la inchiodava lì dov’era… Ecco com’era ridotta… lei, donna in carriera, piacente, sposata, rispettabile… Al guinzaglio.

Schiava. Usata e frustata ora da una ragazzina che arrivava appena alla metà dei suoi anni… E ancora quel guanto si alzava, e….
“AHIAAAAAAAAA!!!!!” urlò ancora, quando lo sentì abbattersi sui fianchi. Ancora ricadde sui gomiti, ancora la mano di Sonia tornava ad accarezzarla…
“Dimmi gran signora, mi vuoi offendere ancora?” chiedeva ancora la ragazzina.
“N-no… giuro… n-no… scusami… scu-scusami…” balbettò a testa bassa Serena, sconfitta.
Sonia voltò il capo verso Marco, con l’espressione di chi ha svolto bene il compitino…
“Sì, direi che va bene.

” disse l’uomo, osservando il tutto con estremo interesse “Ora devo fare alcune telefonate di lavoro. Voglio ritrovare la puttana ben ripulita, Sonia. ”
“Sì signore, sarà fatto. ” Disse lei, smettendo di accarezzare la testa di Serena e rimettendosi il guanto.
“Bene. Abbiamo un altro po’ di tempo, visto che tu cominci alle 14. 00 in negozio e Paola apre il negozio da sola… ma la mia puttana ha diversi impegni importanti oggi…” disse lui, guardando Serena che restava a capo china, subendo le parole del suo aguzzino.

Marco stava per uscire dal bagno, telefono in mano. Si soffermò un attimo sulla soglia…
“Sonia… ripulita, e assolutamente calda… spero di essermi spiegato. ” Disse lui, guardandola intensamente.
Serena tremava. E tremava ancor di più rivedendo sul viso di Sonia quella goduria malamente celata… di chi voleva fare la santarellina puzzando di diavolo… E nuovamente si rese conto di una cosa… desiderava che Marco restasse… in quelle oscene torture, in quelle umiliazioni… desiderava che Marco restasse, quasi divenisse per lei una sicurezza che nessun altro avrebbe esagerato su di lei…
Questo le stava facendo quel demonio… le si insinuava dentro in una maniera che non aveva previsto…
E tremava, mentre risentiva la voce quasi atona, da automa piacevolmente sottomessa di Sonia, che gli rispondeva…
“Sì, signore.

Assolutamente calda…” e sorrise, quasi da bimba.
Un assenso di Marco in risposta, e la porta si richiuse, lasciandole sole… Serena a quattro zampe, nuda, vulnerabile rispetto ad una ragazzina pronta a lavarla come si lava un a****le…
Sonia intinse il guanto nel secchio, con lentezza, come pure con lentezza cominciò a passarlo sulle spalle di Serena, che singhiozzava, guardandola incredula… lo stava facendo… le passava quella sorta di spugna, prima sulle spalle… poi sulle braccia… La guardava in faccia, vedendo quanta serietà la giovane stava impiegando… ora le prendeva un polso, per alzarlo… Serena rifiutò per un attimo di lasciarsi trattare in quel modo… tenne la mano ben piantata a terra…
“Dammi la zampa, su, signora.

” Disse Sonia, quasi dolce.
Zampa. Era quello che aveva detto. No… non poteva accettarlo… non così…
“Ma perché mi fai… AHHH!!!” urlò Serena, colpita in pieno volto da uno schiaffo di Sonia.
Tentò subito di rialzare il capo, pronta ad urlare contro la ragazzina, ma fu raggiunta ancora da un’altra sberla, seguita poi da un’altra, finchè Serena non ricadde con il volto tra le braccia, singhiozzante e sconvolta.
“Signora… mi spiace, credimi… ma mi hanno dato carta bianca sull’addestramento… e il tempo non è poi molto… la zampa, adesso, per favore…” disse quasi con rammarico Sonia, come se le fosse costato sofferenza prenderla a ceffoni…
Serena si rialzò sui gomiti… il guinzaglio non le permetteva di ergersi ulteriormente… fissò Sonia, mentre questa le alzava il braccio, lo passava per bene con il guanto… lenta, fin sotto le ascelle… E poi, un pezzo alla volta, tutto il suo corpo… il ventre… le gambe… il viso, le sue tette… senza che lei osasse più protestare…
Anche perché il lavaggio di Sonia cominciava a diventare per lei agonia… Serena era fin troppo sensibile, costretta fin dalla sera prima alle continue stimolazioni senza appagamento… e non poteva rimanere indifferente a quelle mani che ora passavano e ripassavano sui capezzoli… il corpo si tendeva, seppur cercasse di non farlo notare, e Sonia insisteva… insisteva… iniziando a provare un deciso piacere nel mettere in pratica quella sottile tortura… Un piacere che passava al sadico quando vedeva la gran signora mordersi le labbra piuttosto di far fuoriuscire anche solo un gemito…
E Sonia era smaniosa di raccogliere quella piccola sfida, mentre si posizionava dietro la cagnolina che aveva alla sua mercè, pronta a iniziare la parte interessante del lavare… quella tra le cosce della cagnolina…
Immediatamente, Serena serrò le gambe.

“Sonia… Sonia… non cadere nel loro gioco… almeno tu… non diventare… non diventare come loro” cercò di balbettare Serena, senza riuscire nemmeno a vedere dietro, costretta com’era dal guinzaglio.
Sperava di dissuadere quella ragazzina, di portare almeno lei dalla sua parte…
“AHIIIA!!!! PERCHE’?????” si ritrovò invece ad urlare all’improvviso, dopo il ceffone ricevuto sul culo.
“Devi divaricare per bene le ginocchia, signora. E, per favore, non parlarmi. Il signore non credo gradirebbe.

” Le disse Sonia.
Serena stava per ribellarsi ancora, ma in quel mentre rientrò Marco.
“Qualche problema, Sonia?” chiese lui, indifferente verso Serena. E quell’indifferenza lo faceva sudare… Non era facile ammirare quel corpo al guinzaglio… quelle femmina stupenda e sottomessa e non scoparla immediatamente… ma tutto doveva svolgersi con ordine…
“La signora tentava di dissuadermi dal mio lavoro… e ancora non apriva le gambe per bene” disse quasi dispiaciuta la giovane.

Marco accigliandosi, si chinò a lato di Serena, alzandole il capo dopo averla presa per i capelli.
“E’ vero quel che dice Sonia?” chiese secco.
Serena lo vedeva tra le lacrime, lacrime di rabbia, di angoscia, ma anche di frustrazione pura… come poteva permettere di essere toccata da lei? Dopo la tortura sessuale della sera prima, il suo corpo avrebbe ceduto anche sotto le dita di quella stronzetta… il gioco a cui l’avevano sottoposta l’aveva ormai assoggettata agli ordini della sua figa, anziché della sua mente…
“No… io… dio mio… “ farfugliò Serena, e vide Marco sorridere.

“Apri le gambe allora, puttana. O hai veramente protestato? Se fosse così, dovrei punirti ancora…” disse Marco, lasciando in sospeso la frase…
Serena singhiozzò, chiudendo gli occhi, sconfitta anche questa volta… lentamente aprì le ginocchia, esponendo completamente la sua figa davanti a Sonia. Marco non mollava la presa dai capelli di Serena, la voleva guardare bene in faccia…
“Bene… ora Sonia, procedi pure. Solo esternamente, mi raccomando, e attenta a non farla godere… ” Disse Marco, mentre la ragazzina iniziava a passare il guanto lungo il taglio di Serena che, sotto gli occhi dell’uomo, emise subito un gemito… E Marco, divertito, osservava quel viso cambiare… gli occhi di lei velarsi di eccitazione… di agonia, quando le mani di Sonia divenivano insistenti…
Marco lasciò i capelli di Serena, e sciolse il collare… fece un cenno a Sonia, che smise di passare il guanto.

Subito dopo, l’uomo fece distendere la sua cagna sul tappetino, ventre in alto, e montò sopra di lei, le braccia della donna bloccate dalle gambe di lui, le belle tettone a disposizione… i capezzoli duri pronti ad essere succhiati… Serena ansimava… disperatamente rifiutando il pensiero che covava dentro… che lui glielo infilasse tra le cosce… che spegnesse quel fuoco che si sentiva dentro…
Ed invece lo vide prendere qualcosa dalla tasca della giacca… un pennarello… avvicinarlo al seno sinistro…
“C-che f-fai… Marco… che stai…” disse con voce impastata dall’eccitazione…
Lui non rispose subito… prese a passare il pennarello sulla pelle di lei… rapidamente…
“Ecco fatto” disse quand’ebbe finito “Ed ora, un paio di shitti…” ed estrasse dall’altra tasca il telefono…
Serena spalancò gli occhi “Perché… perché il mio telefono?!!?? No! Che hai scritto!!! Che fai?!?” urlò cercando di divincolarsi, ma il corpo di lui la serrava senza scampo.

Marco shittò una decina di foto, in cui le tette di Serena risaltavano piene, bianche e eccitanti… coronate dalla scritta che vi aveva apposto, e che lei non poteva vedere… né vide, dato che Marco la fece cancellare immediatamente da Sonia.
“Ed ora, cominciamo a vestirti, partiamo dagli accessori… ” Disse lui, rialzandosi dal suo corpo e prendendola per i capelli, rimettendola a quattro zampe e inserendole il cilindro vibrante nella figa… immediatamente, lo accese…
“N-no… n-non anco-ancora…” diceva Serena, sentendosi immediatamente un lago tra le cosce… iniziò a dimenarsi… preda dell’eccitazione crescente, pur conscia della presenza di Sonia lì accanto, che la vedeva ora quasi gocciolare dal piacere… Fu il delirio a farle commettere l’errore…
Senza nemmeno rendersene conto, alzò la mano sul polso di Marco, e strinse, lasciando il segno delle unghie sulla pelle di lui…
Il cilindro si spense.

Gocciolante e rabbiosa, Serena sentì la stretta tra i capelli allentarsi. Voltò il capo, solo per vedere Marco che pescava dalla busta due paia di collant e tornava verso di lei…
“Scusami… Marco… scusamiahiiiaaaaaaaa!!!!” gridò lei, quando fu ripresa per i capelli e indirizzata a quattro zampe verso la scala, con Sonia che seguiva. Con brutalità l’uomo la guidò verso la stanza da letto, e le indicò l’abito che Paola aveva lasciato per lei… abito usato, che Paola stessa non si era preoccupata di lavare…
“Indossalo.

” Sentenziò Marco, serissimo.
Serena sapeva di aver commesso un errore, come sapeva che Marco, così silenzioso e brutale, non poteva che essere infuriato. Non proferì quindi parola e si limitò ad ubbidire, indossando il vestito…
Era un vestitino estivo elasticizzato, color crema, con gonna che arrivava due dita sopra il ginocchio… in teoria, doveva essere semplicemente provocante… in teoria…
Le forme di Serena erano più abbondanti di quelle di Paola, di un niente, ma quel tanto che bastava per renderlo una seconda pelle….

Specialmente sul seno tirava in maniera tale da rendere oltremodo visibili i suoi capezzoli… e, si accorse Serena angosciata, era costretta a tirarlo… visto che non si chiudeva con bottoni o zip, ma incrociando un lembo fino a fermarlo sul fianco con un fermaglio… il risultato era a dir poco da mozzare il fiato…
Il culo era stretto nell’abito, così come il seno, già comunque esibito dalla profonda scollatura… il tessuto così teso poi lasciava capire non solo la fin troppo ovvia assenza di reggiseno, ma anche di altro intimo…
E tutto sapeva di Paola… e di sesso…
Il vestito infatti era percepibilmente usato e non lavato, Serena lo sentiva dagli odori, fin troppo conosciuti ormai, quell’essenza che le persone riconoscevano senza tuttavia riuscire a inquadrare con precisione… un odore che alla fine attirava…
E le macchie… sotto il seno… semplici aloni, non netti, ma comunque chiari…
Umiliazione che si sommava ad umiliazione… indossare gli abiti sporchi di colei che l’aveva usata per il suo piacere… Serena l’avrebbe uccisa… subito…
“Piacevole l’effetto” disse Marco guardandola “ho scopato Paola quattro sere fa mentre indossava questo vestito… e si vede pure…” continuò sogghignando.

Serena si guardò ancora una volta, avvilita…
“Non posso andare a lavorare così… non posso Marco…” cercò di dire lei. Marco tornò serio, toccandosi il punto dove lei l’aveva segnato…
“No? Io penso che sarai anche peggio di così oggi, e te la sei guadagnata da sola come sempre la punizione… a cominciare da subito… visto che non sei convinta del tuo abbigliamento, sentiremo subito un’altra opinione…” e detto questo, la prese per i capelli, guidandola nuovamente al piano di sotto.

Sonia li seguiva, sia divertita che incuriosita…
Ma soprattutto eccitata. Non lo dava a vedere, perché l’imbarazzo verso Marco le imponeva inconsciamente sempre di controllarsi, ma ormai la sua parte più perversa aveva chiaramente il sopravvento verso di lei…
Eccitata… perversamente eccitata, mentre guardava Marco sospingerla verso l’ampia finestra del salotto, mentre lo osservava aprire velocemente la finestra… non capiva, ma era rapita ancora una volta da quanto accadeva… Serena sottomessa, che si lasciava spingere contro il davanzale, viso verso l’esterno, una debole protesta ora, mentre Marco le legava un polso al termosifone, sotto la finestra… una protesta subito sedata dallo sguardo duro di lui… come le piaceva quell’uomo… e poi l’altro polso…
Serena si ritrovava bloccata, legata con le braccia distese ma distanti una decina di centimetri dal corpo, sia a destra che a sinistra… cosa le voleva fare… non lo sapeva, non lo intuiva… capiva solo che aveva sbagliato ancora…
Ubbidire… e non lo aveva fatto… per di più, questa volta Marco non smetteva quell’atteggiamento brutale, iroso, che lei stessa aveva provocato… Ma perché si stava incolpando, diamine! L’avevano trattata come si tratta una bestia, un a****le da compagnia e…
Ubbidire.

E non l’aveva fatto bene…
Godere.
Dipendeva dal suo ubbidire…
Sottomettersi… Basta! Ancora quel lavaggio del cervello che le imponevano, a cui doveva resistere… se solo avesse avuto modo di sfogare almeno la tensione sessuale… se solo l’avessero lasciata ragionare con lucidità…
E invece si ritrovava legata di nuovo, inspiegabilmente in quel modo, non capiva e…
Marco le si fece accanto. Sbirciò fuori… e sorrise, sadico.
Serena rimase dapprima atterrita, vedendo quel ghigno, poi l’atterrimento divenne terrore quando sentì le parole di Marco, urlate, fuori dalla finestra…
“Signor Tiziano? Signor Tiziano?” chiamò a gran voce.

Serena andò nel panico. Bloccata alla finestra, visibile dalla vita in su… anche se vestita, temeva la punizione paventata da Marco…
“Marco… Marco, ti scongiuro… che vuoi fare?? E’ un mio vicino… mi ha già vista in condizioni…dio mio, ti scongiuro, fammi quello che vuoi ma…”
La voce di lui era un sussurro, mentre la guardava ghignando…
“Vedrai, puttana… anzi, sarà Tiziano a vedere che cagna in calore è la sua vicina…”
Serena non ebbe il tempo di replicare, Tiziano comparve lungo la siepe, distante un tre metri dalla loro finestra… l’espressione incuriosita si trasformò in sorriso pieno… dalla sua posizione vedeva parzialmente il corpo di Serena, ma quelle boccione trattenute a stento dal vestito gli bastavano per farlo sudare… il suo capo vicino a lei gli stava facendo dei bei regali quel giorno…
Marco sorrideva ancora, considerando che l’uomo dall’altra parte non poteva nemmeno intuire che Serena aveva le mani bloccate… perfetto…
“Ehilà, avevate bisogno?” chiedeva Tiziano.

“Sì…” rispose Marco, sempre al fianco di Serena “vede, la signora qui presente pensa di non stare bene con questo vestitino… volevamo un’altra opinione…”
Tiziano si leccò le labbra, prima di rispondere…
“Beh… da quello che vedo, Serena, sei incantevole…”
“Ringrazialo puttana…” sussurrava Marco al suo orecchio. Serena, troppo imbarazzata, rimaneva però esitante…
“Oh!” ebbe un sussulto, gemendo, quando il cilindro si attivò… l’ordine implicito era chiaro…
“G-grazie… g-grazie mille…” riuscì a sussurrare, prima di voltarsi implorante verso Marco, che le sorrise, spostandosi dietro di lei, in una sorta di abbraccio da dietro.

“Sicuro signor Tiziano?” chiedeva ancora lui, accarezzando dolcemente il ventre di lei… “eppure la signora era convinta che le stringesse troppo qui su…” e lo diceva facendo scorrere le mani fino a passarle sotto i seni…
Serena sentiva già le gambe tremare, sottoposta alle vibrazioni del cilindro e, istintivamente, tirava sui legacci, per tentare di fermare le mani di Marco, che a quanto pareva era deciso ad offrire al vicino un’esperienza da ricordare… ma era bloccata… le mani legate, il corpo di Marco che la premeva contro il davanzale… e la voglia… la voglia che le impediva di ragionare… la sua figa che gocciolava lungo l’interno delle cosce…
“No, no” diceva Tiziano, strabiliato “non sfigura proprio… anzi…” continuò, incapace di deviare lo sguardo da quel corpo… sentiva il cazzo duro come poco prima, non sapeva perché, ma quella troia aveva deciso di farlo impazzire quella mattina… Troia, proprio una troia… pensava mentre la guardava muoversi palesemente eccitata, mentre le mani del suo capo andavano ora ai capezzoli… vedeva quelle dita girare intorno a quei chiodini, con lei che si dimenava tutta…
“Vedi Serena? Tu dicevi che si vedevano troppo i tuoi capezzoli…” diceva Marco guardandola e continuando a stimolarle i chiodini duri come marmo da sopra il tessuto.

La testa di Serena si inarcò all’indietro… lo scavare del cilindro, assieme a quella lenta masturbazione dei capezzoli la stava guidando verso il godere, lì, davanti ad un uomo che da quel giorno in poi l’avrebbe guardata non più come una signora distaccata, ma come una vacca pronta a tutto…
“M-marco… t-ti prego… oddiooo… oddiooo…” sussurrava Serena mentre tirava come una forsennata sui legacci, umiliata, esposta, ma soprattutto delirante…
“Vuoi che spenga puttana?” chiedeva Marco in un sussurro.

Eccola la domanda che la mandava in crisi… lo voleva? Troppo stimolata, troppo portata al limite… se ne voleva infischiare di dove fosse e davanti a chi… voleva urlare il suo orgasmo, voleva cazzo, voleva cazzo!!! Ma al solito il gioco sadico in cui Marco la trascinava le imponeva un’unica scelta… non poteva, non lì… fu quindi con disperazione che rispose…
“S-sì… bastar… sì signore… sì!” diceva continuando a dimenarsi contro di lui, ormai al limite…
Il cilindro si spense… la voce di Marco all’orecchio…
“ora ubbidiente… e sorridente, puttana…” disse lieve, per poi tornare a rivolgersi a Tiziano, che li fissava…
“Sa, signor Tiziano, la nostra bella Serena è sempre così insicura riguardo al suo vestire, non è vero Serena?” chiedeva sempre cingendola da dietro e sempre giocando con i suoi capezzoli… Lei mise in faccia un sorriso isterico… in testa una parola… ubbidire…
“Sì…i-io… penso… es-essere troppo… troppo in mos-mostra…” diceva balbettando
Tiziano guardava quella puttana… quella puttana che si era presentata in camicetta bagnata davanti a lui e che ora si lasciava palpare senza alcun ritegno…
“No Serena! Sei una bella donna… sempre pensato, lo sai…” diceva malizioso “solo che fin’ora eri stata sempre troppo coperta a dire la verità…”
Marco prese la parola rapido.

“l’aiuto io ora a scegliere i suoi abiti…” disse, mentre una mano scendeva lungo il fianco di Serena… “è già tanto bella, quindi ho optato per la semplicità… ad esempio, un semplice fermaglio invece di bottoni…” e, mentre lo diceva, le mani di Marco lo sganciavano…
Serena quasi non respirava, pur mantenendo un sorriso di pietra sul viso… gli occhi le divenivano lucidi, mentre Marco apriva i lembi del vestito… di più… sempre di più… lasciandoli ora a ricadere a filo dei capezzoli… bastava un niente perché il vestito rivelasse il suo seno davanti a Tiziano…
“Vedi Tiziano?” continuava ora Marco, passandole due dita lente, dall’ombelico, fin quasi ai capezzoli, ancora celati alla vista del vicino… Che dava l’impressione di sbavare.

Tiziano non riusciva a crederci… quell’uomo la stava spogliando davanti a lui… le tette erano quasi scoperte… grosse, bianche… E quella vaccona si lasciava fare tutto!! Non solo, ma a quanto pareva, sorrideva pure mentre il suo capo se la godeva con lei…
“Vedo vedo… immagino che avrai ottenuto l’aumento, vero Serena?” chiedeva Marco, la voce impastata dall’eccitazione… com’era dura attendere il giorno successivo… l’indomani, con la scusa dei lavori, avrebbe tentato in tutti i modi di piantargli il cazzo ovunque a quella troia…
“I-io… io n-non soooh….

” Nuovi gemiti… le mani di Marco… leggere… continuavano a stimolarla… dal collo, giù… leggere… lungo il profilo dei seni… una che le entrava sotto il lembo del vestito, a ghermirle un capezzolo… l’altra che scendeva ancora… vicinissima alla sua figa, ma senza sfiorarla… impazziva… impazziva di voglia e vergogna…
“Oh… stavamo finendo di discuterne proprio ora” disse Marco “infatti, se ci vuole scusare un secondo…” e d’improvviso, tirò la tenda, senza però chiudere la finestra.

Appena Tiziano fu tagliato fuori vista, Marco scostò ancora di più i lembi del vestito di lei, prendendo le sue tette a piene mani, stringendosi corpo contro corpo…
“Prima hai fatto qualcosa che non dovevi, puttana…” sussurrò lui.
Serena fremente, non poteva fare altro che limitare l’ira di lui…
“Per f-favore Marco… ti chiedo… ti chiedo perd-perdono…” disse flebile, attenta a non farsi udire oltre la tenda, dove sapeva il vicino era in ascolto… ecco come la stava riducendo… esibita come una troia, legata, eppure costretta a chiedere perdono… ad un passo dall’umiliarsi per chiedere altro… ii cilindro dentro di lei… quelle mani sul suo seno, che stringevano sapientemente un corpo già portato al limite…
“Perdono? Bisogna meritarselo…” continuò lui, togliendo ora una mano dal seno di lei , abbassandosi la zip dei pantaloni e scostando la gonna di Serena…
“N-no… per favore… per… qui… no….

” Balbettò lei, ma il capo le ricadde sulla spalla di lui, le labbra si serrarono, cercando di evitare gemiti, mentre sentiva il cazzo dell’uomo strusciare sull’interno coscia, a pochi centimetri dalla sua figa…
“M-Marco… Mar… oddio…” fu costretta a mordersi il labbro… il membro di lui… Marco gliel’appoggiava al taglio… piccoli tocchi… bagnava la punta e lo muoveva di pochi millimetri avanti e indietro… avanti e indietro…
“Ahh!!” le sfuggì dalle labbra. Istintivamente, una mano tirò sui legacci… l’inutile tentativo di coprirsi la bocca, di non far udire nulla… frustrazione, angoscia… non poteva fare nulla per non farsi udire, se non cercare di dominarsi… ma il bisogno…
Troppo stimolata… troppo portata al limite, e per troppo tempo…
“Senti senti come cola la figa della puttana…” sussurrava Marco “hai tanta voglia di cazzo…”
“N-non… io… mio… marito… il… suo… voglio il suo!!” sibilò lei.

Marco sorrise, sentendo quelle parole biascicate, in netto contrasto con i movimenti di lei, che tentavano di avere più contatto… contatto che lui concedeva solo a piccole dosi…
“Davvero puttana? Vuoi il cazzo dell’imbecille? Secondo me, vuoi il mio…” disse ancora lui, mettendo una mano nella tasca…
“NOOO!!! Spe-spegni!!!” urlò Serena, quando il cilindro si accese, facendola piegare sulle ginocchia, le mani ancora saldamente legate al termosifone… le tette seguivano la danza senza controllo che la donna eseguiva mentre cercava di non soccombere al piacere…
Marco le si portò di fianco, il cazzo ben eretto nella mano, a pochi centimetri dal viso di lei…
Nel suo delirio, Serena spalancò gli occhi… chi voleva ingannare… avrebbe preso quel membro tra le cosce immediatamente… lo avrebbe cavalcato, succhiato… doveva godere, doveva godere!!
A Marco non sfuggirono quegli occhi carichi di voglia…
“Allora puttana” sussurrava ancora “non lo vuoi? Su, dillo…”
Serena chiuse gli occhi un istante… cadeva ancora… precipitava… così come Marco voleva.

Non c’erano umiliazioni abbastanza forti da annullarle la voglia. Quella tortura sessuale la piegava ai suoi voleri sempre, sempre…
E Sonia, appoggiata al tavolo dietro di loro, osservava tutto silenziosa. Immobile, occhi estremamente interessati, ma ancora non pienamente soddisfatti… sapeva che era sbagliato, sapeva che non era giusto nemmeno il solo pensarlo… ma voleva vedere la sua cagnolina ancora più giù… E poi, c’era l’altro particolare… le sue mutandine erano zuppe… Ma eccola, eccola la resa…
“S-sì.. lo… voglio…oddio od-ddio…” diceva Serena, incapace di star ferma, il cazzo di Marco davanti agli occhi.

“Puttana, voglio sentirti dire che vuoi tanto cazzo…” bisbigliò lui.
“I-io… ta… voglio… v-voglio tanto… voglio tanto cazzooohh!!!” disse Serena, serrando subito la bocca.
“Non ho sentito bene, puttana… a voce più alta, per favore. ” Precisò Marco, sorridendo.
Serena fremeva, chinava il capo, tornava ora a guardare il membro di lui… ma non poteva urlare… il vicino… il vicino avrebbe sentito…
Il cilindro si spense.
“No!!! A-accendi!! Ti… ti prego!!! Ho bisogno… Marco ho bisogno!!” sputò fuori, guardandolo disperata in faccia.

Ma lui rimaneva immobile, ricambiando lo sguardo.
“Mio… Mio Dio…” sussurrò, ormai oltre il confine della sconfitta “io… io voglio tanto cazzo… per favore…”
“Non ho sentito ancora, puttana. ”
E per tre secondi, il cilindro vibrò ancora, squassandola…
“OMMERDAAAAA! IO VOGLIO TANTO CAZZO!!! DAMMI IL TUO CAZZO PER FAVORE!!!!” urlò a pieni polmoni.
Il sorriso di Marco era di trionfo. Nuovamente, l’aveva piegata alla sua volontà. Guardava quella tettona ansimante, legata e inginocchiata ad implorare di essere scopata… Molto diversa dalla spocchiosa signora di qualche tempo prima… ma era ancora all’inizio… l’avrebbe spogliata di tutto, l’avrebbe fatta dipendere dal suo cazzo in tutto e per tutto.

Certo che ora lui doveva svuotarsi… e quella tettona era lì, pronta a subire di tutto… ma…
Un’occhiata andò verso Sonia, lì, ferma, ubbidientemente silenziosa.
Uno schiocco di dita di Marco, e la ragazzina si avvicinò, portandosi vicina a Serena, che la guardò smarrita.
Che succedeva? Si era umiliata come Marco voleva, gli aveva urlato in faccia quanto voleva il suo cazzo… ora… perché aspettava??
Una sorta di tacita complicità scorreva tra i due in piedi lì accanto… lo vedeva dal loro modo guardarsi… Marco, sempre padrone assoluto della situazione… e quella troietta con quel fare da servetta…
“Dunque Sonia, dimmi tu… se il mio cazzo non viene svuotato subito, dovrò soddisfare la nostra puttana…” disse Marco, espressione furba in viso.

La ragazza non dubitò sul senso di quella frase. Né fece espressioni di sorpresa. Guardò Serena per qualche istante, e poi sorrise, di una falsa remissività…
“No, signore, posso provvedere io…” disse inginocchiandosi.
Serena restò sconvolta. Non si disse che le era risparmiato un altro abuso… no… mente e corpo… Marco la trasformava… isterica ora, davanti a quella scena…
“No… ma che fai??? Io! Io voglio il cazzo!!!” diceva tirando sui collant che la imprigionavano.

“Magari la prossima volta, puttana… quando imparerai la vera ubbidienza…” sussurrò Marco, mentre una mano accarezzava il viso di Sonia, e poi traeva la testa verso il membro eretto.
“Marco, ti scongiuro!!! Fammi godere!!! Ti sto implorando!!!!” quasi urlava Serena, incurante di chi poteva udirla…
Il viso di lui tradì un secondo di visibile piacere, mentre Sonia se lo infilava in bocca e iniziava a lavorarglielo…
“Mani dietro la schiena Sonia… se vuoi fare la brava servetta, fai sempre come ti dico…” diceva lui, ignorando ora Serena, resa furiosa da quello che vedeva.

Sonia intanto, ubbidiente, si metteva in posizione, lasciando che Marco le guidasse il movimento, avanti e indietro.
“Me la pagherai troia!!! Me la pagherai bastarda!!!” continuava Serena. Sonia continuava il suo spompinare, ma gli occhi adesso si spostavano verso la cagna legata… con sguardo di vittoria lappava e lappava, trionfante su di lei.
“Vedi puttana, cosa vuol dire essere ubbidienti?” diceva Marco, godendosi il succhiare di Sonia “ma non preoccuparti… godrai anche tu oggi, puoi starne certa… ma per ora, la tua punizione continua…” e lo disse riaccendendo il cilindro…
“ODDIO… fammi god-godere… p-per… fa-favore!!” continuava a gemere Serena, divincolandosi, senza riuscire a togliere gli occhi dalla bocca di Sonia che, eccitata alla vista di quella tortura, aumentava il ritmo fino ad arrivare ad un succhiare forsennato…
Marco godeva e si divertiva… godeva della bocca della ragazzina, tutta concentrata soddisfarlo, e nel contempo si divertiva, nell’accendere e spegnere di continuo il cilindro, fermandolo sempre qualche istante prima del godere di Serena…
La voleva a pezzi, la voleva strisciante… e la voleva puttana agli occhi di tutti… ed anche su quel punto, in quel momento, stava raggiungendo l’obbiettivo, visto l’implorare di Serena, dopo aver fermato nuovamente la vibrazione dentro di lei…
“LO C-CAPISCI CHE HO BISOGNO DI GODERE!!! TI IMPLORO ANCORA… DAMMI IL TUO CAZZO!!! PER FAVORE!!!” urlò, prima di ricadere a capo chino, sconfitta.

Le mani di Marco, ora sulla testa di Sonia… a spingerle il membro in gola… e lei arrendevole e compiaciuta, come fosse un premio, riceveva tutto il seme di lui, lo ingoiava senza proteste…
Appena Marco finì di schizzare, glielo estrasse dalla bocca.
“Molto bene, Sonia. Chiaro che per guadagnarti il piacere di servirci, sia me, che Paola, dovrai essere servizievole sempre… e in premio, chiaramente, avrai molte altre gioie, oltre all’addestramento della cagna… Voglio il tuo sì ora, un sì che sarà incondizionato.

” Disse guardandola in viso, dall’alto in basso.
“Sì signore. ” Disse lei, senza esitare. Non sapeva cosa la spingesse di preciso, se fosse il fascino dell’uomo che gli stava davanti, il piacere di tormentare Serena, o entrambe le cose indistintamente, ma sapeva che lo voleva, proprio come aveva detto lui… incondizionatamente…
Serena, singhiozzante, osservava quel mercanteggiare di carne… dove lei era stata ceduta anche a quella troietta… Una bastarda che in pratica, si era venduta per poter continuare ad abusare di lei… Per poter continuare a vederla ridotta ad implorare cazzo, per poter continuare quel trasformarla che prevedeva la perdita di ogni sua dignità…
Nessuna via d’uscita… avevano in mano tutto di lei, e avevano in mano lei! Marco spezzava sempre e comunque ogni sua resistenza, spezzava la sua volontà e… disperatamente… le stava cambiando ogni priorità… il liberarsi da quella schiavitù diveniva secondario rispetto al soddisfare le sue voglie…
Sentiva mani che le liberavano i polsi… le braccia le ricaddero lungo il corpo… Il fuoco nel ventre… aveva implorato e avrebbe implorato ancora…
“Richiuditi il vestito , puttana, è tempo di andare.

” Disse brutalmente Marco guardandola dall’alto in basso.
Serena, con mani tremanti, ubbidì.
Cinque minuti dopo, Marco apriva la porta d’ingresso, sospingendo Serena fuori, in giardino. Lei non capiva perché Sonia non li stesse seguendo.
Fu Marco a chiarire la cosa.
“Sonia, sistema tutto e portami quanto ti ho detto. Poi vai a fare le copie delle chiavi di casa… A mezzogiorno in negozio. ” disse secco.
“Sì, volentieri, signor Marco.

” Disse la ragazzina, richiudendo la porta.
Serena ebbe un sussulto, quasi di rivolta, ma Marco la guardò con occhi di fuoco.
“Problemi puttana? Voglio avere libero accesso a questa casa. Quando, come e con chi voglio. Chiaro. ”
Torcendosi le mani in grembo, Serena riuscì ad ingoiare le sue proteste, dicendo solo un flebile “sì…”, ma si sentiva colpita al cuore… le chiavi di casa… della sua casa… in mano loro.

Nessun limite. Le volevano entrare in ogni intimità. Addirittura Sonia rimaneva lì, a scavare nelle sue cose…
E la colpa era sua… per aver tradito, per essersi concessa una, una sola scopata in giro!!!
Non ebbe il tempo di commiserarsi…
“Andate? Complimenti Serena, devi aver ottenuto l’aumento a quanto sentivo…” sorrideva Tiziano, malizioso, da dietro la bassa siepe.
Lei diventò paonazza, tentò di voltarsi di spalle, ma di nuovo Marco la prendeva per i capelli, esponendo non solo la vergogna che aveva dipinto in faccia, ma anche il suo essere vestita da troia…
“Diciamo che è sulla buona strada, signor Tiziano…” sorrise Marco “mi raccomando domani, alle dieci…”
“Sicuro che ci sarò!” disse lui di shitto “non mancherei per nulla al mondo…”
I due si salutarono rapidi, mentre Serena si sentiva il cuore in gola, mentre Marco le ordinava di salire in auto.

Appena Marco si mise in strada, Serena si fece piccola sul sedile. Puttana… puttana anche agli occhi del vicino… e se avesse detto qualcosa a Stefano… al suo Stefano… non osava nemmeno pensarci… Ma sicuramente Marco aveva provveduto a tutto…
E come sempre, tutto dipendeva sempre dal suo totale ubbidire…
Stefano… avrebbe voluto sentirlo… pensava, mentre si avvicinavano al centro commerciale.
Non immaginava che nel frattempo Paola non era rimasta con le mani in mano…

Whatsapp…
-ciao Stefano… sono Paola… spero tu abbia pensato un po a me stanotte…
-Paola, per favore, te lo ripeto, sono sposato, lavori con mia moglie…
-lo so bene.

Però non posso fare a meno di pensare a te che mi succhi i capezzoli… mi basta che tu mi dica che ti sarebbe piaciuto farlo…
-devo lavorare ora, per favore, Paola.
-sì o no?
-ovvio che sì… sei bella e provocante… ora per favore, devo staccarmi dal cellulare.
-ok… mi chiedevo solo, prima di staccare, se la gradissi una foto delle mie tette…
-sì.
-a minuti te la invio.

Ti spiace se ogni tanto ti scrivo?
-… no.
-a più tardi allora, e… pensami 😉
Stefano si passò la mano sul viso… aveva detto sì, quando doveva dire no… ma… una foto… non era niente di che… poi le avrebbe detto basta.
Le mani sudavano, non pensava che in realtà non riusciva a riporre il cellulare… desiderava rivedere quel corpo….

Amori imperfetti

-Pronto?

Mia moglie al telefono:

-Paolo? Ti ho chiamato per dirti che veniamo a cena…così se non hai ancora fatto la spesa hai il tempo di andare almeno all’alimentari in piazzetta…

-Ciao Marisa… nessun problema sono andato al supermercato stamattina…

-Che ci potresti preparare in un’ora di tempo? Oh…considera che Bruno alle otto massimo vuole stare in tavola che alle nove meno un quarto c’è il Milan…

-In un’ora? Aspè… fammi pensare…beh, per il secondo ho due spigole fresche, potrei farle al forno con patate e pomodorini, ma per il primo dovrò improvvisare una cosa veloce…vi vanno bene spaghetti alla bottarga?

Sento che all’altro capo del telefono si sta consultando con lui, ripetendogli il menù parola per parola.

-Vabbè dai…però mi raccomando che sia tutto in tavola per le otto!…Il vino bianco c’è?

-Si, c’è tutto, non ti preoccupare…

-OK, ci vediamo tra poco allora ciao…no, aspè…casa è pulita? Camera, bagno…?

-E’ tutto a posto…

-A dopo allora.

E attacca.

Guardo l’orologio: ho quasi un’ora e un quarto. Cerco di fare mente locale. Se non mi organizzo bene non farò mai in tempo e non ho nessuna intenzione di contrariare Bruno: quando qualcosa non va come dice lui sono sempre io a rimetterci…

Schizzo in cucina e metto sul piano tutto quello che occorre, controllo non manchi niente.

Mi congratulo mentalmente con me stesso per aver preso il pesce già pulito e le patate precotte: non ce l’avrei mai fatta altrimenti.

Per prima cosa però decido di preparare me stesso; potrei non averne più tempo dopo, nella concitazione, e anche questo potrebbe farlo incazzare.

Vado in bagno, mi esamino il viso allo specchio per accertarmi di essermi rasato con cura; la barba l’ho fatta da poco ma meglio essere prudenti, non si sa mai, qualche pelo potrebbe essere sfuggito e se mai venisse notato gli fornirebbe un buon pretesto per punirmi.

Tutto a posto, fortunatamente.

Mi libero rapidamente di tutto ciò che indosso e lo imbuco nel cesto della biancheria sporca. Arraffo i sandali da troia dal mobiletto sotto al lavabo ma non li indosso ancora: più tardi lo farò e più tardi mi faranno male ai piedi. Per il momento mi limiterò a portarli in cucina con me, calzandoli solo all’ultimo istante.
Rimango ancora un minuto davanti allo specchio per sistemarmi un foulard sui capelli (modello governante nera in piantagione di cotone di inizio ottocento, per intendersi) e schizzo di nuovo in cucina (non che la cosa della governante nera sia una loro esplicita richiesta, ma le mie chiappette conservano ancora memoria dei 30 colpi accuratamente inferti col dorso di una pesante spazzola di legno in occasione del rinvenimento di un capello in una pietanza, circa un annetto fa…).

Indosso un perizoma di pizzo rosa e allaccio la pettorina nera posteriormente, in vita, cercando di realizzare un bel fiocco che ricada con grazia sul mio culetto esposto (questa cura dei particolari potrebbe forse sembrarvi maniacale, ma considerate che è frutto di due anni di condizionamenti, di errori commessi e dei conseguenti prezzi pagati…).

Ricontrollo l’ora: mi rimangono ancora 68 minuti.

Venticinque minuti dopo, la teglia con le spigole, le patate e i pomodorini è in forno, l’acqua per la pasta è sul fuoco e il padellino con l’olio e l’aglio è pronto.

La bottarga la aggiungerò a crudo sugli spaghetti al momento.
Mi auguro solo che le spigole abbiano il tempo di cuocersi, ma 40 minuti dovrebbero bastare.
Vado di là ad apparecchiare, per due, ovviamente. Tutte le volte che mangiano in casa, infatti, il mio compito, oltre quello di cucinare, è di rimanere in piedi accanto alla tavola per servirli. Solo dopo aver sparecchiato, se non mi è stato richiesto altro nel frattempo, posso andare a sedermi in cucina per mangiare qualcosa anch’io.

Mi muovo velocemente avanti e indietro per apparecchiare con cura, sono ancora a piedi nudi. Gli anelli d’oro che porto alle dita dei piedi ticchettano contro il parquet.
Mancano 15 minuti alle 8, decido che non è il caso di sfidare ulteriormente la sorte e infilo i sandali ai piedi: allacciarli è un’operazione che richiede sempre qualche minuto e non voglio rischiare.

Butto gli spaghetti in pentola e, mentre aspetto gli undici minuti regolamentari, do un ultima occhiata in giro per accertarmi che tutto sia a posto…CAZZO! NON HO MESSO IL VINO IN FRIGO!
La bottiglia è ancora sul piano della cucina e manca troppo poco perché riesca a raffreddarsi come si deve…ok, faccio spazio in freezer e la butto lì per il tempo che rimane.

Speriamo vada bene lo stesso…
Proprio mentre sto condendo la pasta, appena scolata nell’insalatiera, sento la porta di casa aprirsi e poi richiudersi.
Tiro un sospiro di sollievo: tempistica perfetta.

Marisa si affaccia in cucina e mi saluta. Il suo profumo per un attimo si sovrappone a quello della cucina, mentre mi dà un bacio sulla guancia. Penso che, nonostante tutto, sono sempre dannatamente innamorato di lei.
-Vedo che è tutto pronto, bravo…noi intanto ci sediamo a tavola, sbrigati a servire, mi raccomando, non far aspettare Bruno.

La cena scorre via liscia liscia, a parte le solite mani di Bruno a tastarmi il culo mentre servo, niente di particolarmente oltraggioso viene richiesto a me o a Marisa. Dico questo perché spesso, durante queste cene, vengono pretese da me e/o da Marisa una notevole quantità di prestazioni bizzarre. A Marisa infatti è stato svariate volte richiesto di mangiare: a) completamente nuda, b) vestita e truccata come una troia da bassifondi, c) in abito da sera ma con le tette al vento, d) senza posate, solo con le mani.

A me invece, di servire in tavola: a) completamente nudo ma in tacchi alti e guanti bianchi, b) facendomi inginocchiare ad ogni portata servita, c) spompinadolo da sotto al tavolo tra una portata e l’altra, e) leccando la figa di lei, sempre da sotto al tavolo tra una portata e l’altra f) dovendo raccattare e mangiare, senza impiego delle mani, avanzi gettati in terra, f) servire con i più svariati e fantasiosi oggetti conficcati nel culo (cito per tutti un macinapepe di notevoli dimensioni).

Evidentemente il Maschio di Casa è in apprensione per l’imminente inizio della partita e non ha tempo da perdere con giochi e giochini.

Alla fine del primo tempo il Milan è già sotto di un gol, il nostro Maschio di Casa, sdraiato sul divano, manifesta il suo malumore ad ogni piè sospinto, Marisa si è buttata sul letto di là in camera per recuperare un po’(mi sa che non deve aver dormito tanto stanotte…), io me ne sto buono buono all’altro capo del divano con i piedi nudi del nostro Milanista Signore in grembo, massaggiandoglieli discretamente, come da sua richiesta.

Parte la pubblicità.

-Fighetta…che ne diresti di andarmi a prendere un altro goccio di gin?

Secondo me ha bevuto già troppo, ma mi guardo bene dall’esprimere questo pensiero e shitto in piedi per non farlo attendere.

-Fighetta…vai un po’ a vedere che sta facendo Marisa…

Gli porgo il bicchiere colmo e vado a buttare un occhio in camera, sculettando sui tacchi. Marisa è sdraiata sul letto, ancora vestita, e dorme beatamente nonostante la luce del comodino accesa.

-Dorme.

-Mmm…cazzo…avevo proprio voglia di un pompino per calmare i nervi che mi fa venire questa squadra di merda…

-Se vuole la sveglio…

-No dai, fighetta…lasciala dormire che stanotte le ho fatto fare gli straordinari…hehehee! Vorrà dire che ci dovrai pensare tu…

Così dicendo si slaccia i pantaloni e se lo tira fuori, senza mai abbandonare la sua posizione orizzontale.
So quello che devo fare e non mi tiro indietro.

Non che la cosa mi faccia impazzire di gioia, specie perché prevedo che, con tutto l’alcol che ha in corpo, mi spetterà sicuramente un bel po’ di lavoro di lingua e di bocca, per farlo venire.

Sono inginocchiato sul tappeto, perpendicolarmente al divano, all’altezza del suo sesso. Lo sto “lavorando” da un bel po’, visto che la partita è ricominciata da un pezzo. Sono stanco, tutto quel “su e giù” con la testa mi sta facendo venire la nausea, anche perché alla fine ho rinunciato a mangiare e ho lo stomaco vuoto.

Il suo cazzo è appena barzotto e la distrazione procurata dalla partita non aiuta.

La sua mano sinistra, mollemente poggiata sul mio culo, non ha cessato un momento di ravanarmi, ogni tanto mi infila dentro una o due dita, oppure mi prende per le palle e me le stringe allo stesso ritmo delle pompate che gli sto somministrando di bocca. Poggio la guancia destra sul suo ventre muscoloso mentre continuo a tenerglielo in bocca lavorandoglielo di lingua.

-EHNNO’ CAZZO!!!

Un sonoro schiaffone dato col palmo della mano aperta mi squassa il culo. Sobbalzo e per un attimo non capisco cosa cavolaccio posso aver fatto di male.

Invece è solo il Milan che ha preso il secondo gol.

Tirando giù tutto il calendario dei santi mi allontana con uno spintone da sé. Cado di lato sul tappeto perdendo l’equilibrio sulle ginocchia.
E’ incazzato come una iena, ma quantomeno sembra che le mie prestazioni orali non siano più, per il momento, richieste.

Finisce di vedere la partita in silenzio, imprecando giusto di tanto in tanto a denti stretti.
Mi ignora, ne approfitto per andarmene in cucina con la scusa di rassettare e per poter finalmente avere un po’ di pace.

Spenta la tv senza nemmeno seguire i commenti in studio, mi chiama per farsi accompagnare in bagno. Evidentemente ha continuato a tracannare gin anche dopo che me ne sono andato in cucina, perché sembra piuttosto groggy.

Mi tocca quasi sorreggerlo mentre accendo la luce in bagno, lo accompagno fino al water e gli alzo la tavoletta per farlo pisciare. Ho paura che vomiti da un momento all’altro.
Invece mi tocca soltanto tenergli il cazzo in mano per aiutarlo a pisciare dritto senza farla sul pavimento, mentre si appoggia con un braccio alle mie spalle.
E’ in uno stato pessimo, non l’ho mai visto così.

-Grazie Paoletta…(strano, ma vero, è la prima volta da quando lo conosco che mi rivolge così e non “fighetta”), sei davvero una brava persona tu…

E mi stampa un bacio ad elevato tasso alcolico sulla guancia!
E vabbè…
Lo trascino in camera da letto, Marisa mi aiuta a spogliarlo e a metterlo a letto già mezzo addormentato, poi anche lei si spoglia completamente e si infila sotto le coperte con lui.

Rimango a guardarli dormire abbracciati per qualche minuto. Poi spengo la luce del comodino e mi vado a buttare sul divano.

*

Stamani mentre preparavo loro la colazione, lui mi ha raggiunto in cucina. Aveva recuperato completamente il suo buonumore e, dandomi un pizzicotto sul sedere, ci ha tenuto a comunicarmi:
-Fighetta ci sarai rimasta male che ieri sera non sono riuscito a darti il dessert, eh? Beh…sarà per la prossima volta.

Dimenticavo…mi è stato anche comunicato che in settimana (mi faranno sapere loro quando) dovrò tenermi una mezza giornata libera per andare a casa di lui: sembra che abbia la colf fuori Roma e che abbia bisogno dei miei servigi di…domestica.

Ultime novità in merito al mio impiego come colf.

Ricevo questa telefonata da Marisa:

-Paolo…ciao, senti per quella cosa di andare a dare una mano a Bruno per le faccende di casa…

-Si?

-Nientee…mi ha detto di farti trovare pronto domani alle 13,30 che passa a prenderti e ti porta a casa sua…

-Domani? Ma come faccio col lavoro? Pensavo mi avrebbe dato un preavviso maggior per potermi organizzare per tempo…

-Dai su…non rendere le cose difficili che non sai come è stato complicato per lui poter ottenere un permesso domani a ora di pranzo…non ti puoi mica tirare indietro proprio adesso…avevi detto che ci saresti andato, devi farlo per me!

-Ok, ok…d’accordo…digli che alle 13,30 va bene, sposterò quello che avevo da fare…

-Grazie, sei un tesoro! Ah…senti…ci sarebbe un’altra cosa…

Ecco, lo sapevo… sentiamo cos’altro esce fuori adesso…

-Niente…una sciocchezza…sai come è fatto Bruno no?

-Lo so benissimo come è fatto, è per questo che mi preoccupo…

-E dai…non fare sempre il lamentoso…in fondo fa parte del nostro gioco no?

-Dai, non ci girare intorno…spara.

-Insomma, niente di cui preoccuparsi, credimi…solo che…avrebbe fatto anche una richiesta sul tuo abbigliamento…vorrebbe che ti vestissi esattamente nel modo che ha pensato lui…

-Cioè??

-Dai…è tanto per giocare…niente di che…

-Dimmelo nel dettaglio e non scordarti niente, per cortesia…

Lo sapevo che c’era l’inghippo.

-Niente di speciale…auotoreggenti velate nere, perizoma nero, pettorina sempre nera e naturalmente i sandali alti che ti ha regalato…

-Vabbè, non posso dire che non me lo aspettavo, ok, stasera stessa mi preparo il borsone…

-No.

In realtà ci sarebbe un’altra cosa…

-Ti avevo pregato di non omettere niente…

-Ma no, nient’altro, fidati, solo che…beh in realtà vorrebbe che ci partissi da casa direttamente, non che ti vestissi lì.

Ecco sganciata la bomba: BANG!

-COOOSA?? Io uscire da casa vestito…o meglio, NON vestito così? MA CHE VI SIETE IMPAZZITI!?

-Ma noo, che hai capitoo…certo che non ti faccio scendere in autoreggenti e tacchi alti…si tratterebbe comunque di mettere sopra un paio di pantaloni e un soprabito…e le scarpe normali.

Poi quando siete in macchina sfili i pantaloni e cambi le scarpe…

-IN MAACCHINAAA? Ma che c’avete nel cervello? E se mi vede qualcuno che mi conosce? E poi quando arriviamo lì e devo scendere?? Ma voi siete tutti matti…

-Guarda, quando arrivate lì non c’è problema…te l’ho detto che abita in una villetta isolata, no? E poi dovresti ringraziarmi! Sono stata io ad ottenere che potessi uscire coi pantaloni e le scarpe da uomo; lui avrebbe voluto che tu scendessi con l’ascensore in autorimessa direttamente in tacchi alti, lui sarebbe venuto con l’auto a prenderti lì.

Sono stata io che gli ho fatto capire che non si poteva proprio fare perché avresti sempre potuto incontrare qualcuno del palazzo…per cui non fare tante storie per sfilarti un paio di pantaloni in macchina che ti poteva andare molto peggio!

-Ma qual è il problema se mi cambio direttamente a casa sua, scusa!?

-Oh…lo sai come è fatto, no? Se preferisce così vuol dire che è così punto e basta…oramai se l’è messo in testa…Dai non mi deludere, lo sai che se fai contento lui fai contenta anche me… Occheei…alloraglidicocheloaspettidomaniallunaemezzociao!

E attacca senza lasciarmi la possibilità di replicare.

Ho dovuto fare le corse per riuscire ad essere a casa all’una. Voglio fare le cose per tempo senza troppa fretta.

Mi sto guardando allo specchio e devo proprio riconoscere che sembro una specie di passabilmente mascolino da non risultare imbarazzante, comunque, nell’insieme.
Sotto però porto il perizoma, le autoreggenti e la pettorina da sissymaid. Le scarpe da troia le ho in mano, dentro una busta di plastica del supermercato.

Suona il citofono.

-Si?

-Scendi fighetta, fai presto che sono in doppia fila.

Scendo. Fortunatamente non incrocio nessuno.

Salgo in macchina senza dire niente e si parte. So che dovrebbe abitare in una zona residenziale periferica sulla Nomentana, nient’altro.

Alla prima stazione di servizio sul raccordo anulare, mette la freccia, esce e parcheggia in una piazzola di sosta. Fortunatamente tutte le altre auto sono parcheggiate lontane dalla nostra, in prossimità dell’ingresso dell’ Autogrill.

Capisco l’antifona e inizio a cambiarmi. Tolgo le scarpe da ginnastica e sfilo i pantaloni, prendo i sandali dalla busta di plastica, li calzo e li allaccio, ripongo i pantaloni, assieme alle scarpe che mi sono tolte, nella busta.

-Lo vedi come stai meglio così, fighetta? Me lo ha detto Marisa che hai provato a fare obiezioni, sai? Comunque brava per aver capito che era giusto così…

E intanto mi scorre una mano lungo la coscia, inguainata dal nylon, con fare possessivo.

-Scendiamo a prendere un caffè?

Aggiunge. Poi, di fronte alla mia faccia terrorizzata, scoppia a ridere.

-No…scherzo, dai.

Prima di ripartire però mi prende la busta dalle mani, scende e la ripone nel portabagagli.

-Ma…lì dentro ho tutte le mie cose…chiavi, cellulare, portafogli…

Cerco di obiettare io.

-E a che ti servono, scusa? Oppure sei preoccupata che qualcuno te le rubi? Lì dentro non te le tocca nessuno di sicuro, vedrai.

Ripartiamo, direzione Roma Nord.

Durante il viaggio mi anticipa che avrò diverse cose di cui occuparmi nel pomeriggio: spazzare e lavare i pavimenti, pulire il bagno e la cucina (ci sono pure un po’ di piatti sporchi da lavare…), rifare il letto e stirare un po’ di biancheria. Insomma…niente che non si possa fare con tre o quattro ore di lavoro.
Io invece sto valutando la triste situazione di ritrovarmi a qualche decina di km da casa mia, senza soldi, senza cellulare e sostanzialmente senza vestiti.

Semmai gli saltasse in mente di farmi qualche brutto scherzo, tipo ad esempio abbandonarmi in un’area di sosta per camionisti, sarei decisamente nella merda.
Sono certo che ne sarebbe pure capace. Fortunatamente però, ciò non accade.

Usciti dal raccordo sulla Nomentana, direzione fuori Roma, e percorsi pochi km, prende una stradina laterale. Percorriamo ancora qualche centinaio di metri, poi ferma l’auto davanti ad un cancello oltre il quale intravedo un giardino con una palazzina di due piani al centro.

Tutt’intorno solo altre palazzine simili, nessun esercizio commerciale in vista.
Mentre il cancello automatico si richiude alle nostre spalle, gira attorno alla palazzina e infine parcheggia sul retro, all’ombra di un albero.

Scendiamo. Mi guardo intorno. Vedo una sorta di porticato e quello che sembra un portoncino di ingresso. Fatti giusto un paio di passi per avvicinarci ad esso, siamo raggiunti da ben 3 cani di grosse dimensioni: un pastore tedesco, un meticcio e quello che sembra essere una sorta di pastore maremmano ingiallito.

Ci attorniano facendoci feste e Bruno dispensa pacche e carezze a destra e a manca. Io sono un tantinello impaurito.

-Tranquilla fighetta, non ti fanno niente…sono buoni come il pane.

Sarà…certo che, una volta varcata la soglia del portoncino, mi sento molto più tranquillo.
Qui mi sarei aspettato di ritrovarmi di già all’interno di casa e invece mi rendo conto di essere soltanto nell’androne di quella che, più che l’ingresso di una casa unifamiliare, sembra la scala di un condominio.

-Ma…non è tutta casa tua, scusa?

-Si, è tutta mia, ma essendo due appartamenti distinti, ho affittato quello al primo piano a degli studenti. Io sto al secondo.

Mi blocco. Ma come? Non doveva essere una villetta isolata, cazzo!?

Lui mi legge nel pensiero e, cominciando a salire le scale:

-Tranquilla fighetta…adesso non ci sono, non ti vede nessuno.

Non posso che augurarmi che quell’ “adesso” stia per “in questi giorni” e non per “in questo preciso momento”.

Arriviamo al pianerottolo del secondo piano. Tira fuori una chiave e apre. Entriamo.
Mi fa fare un giro conoscitivo. Sono curioso. Mi sono sempre chiesto come fosse questa benedetta casa in cui mia moglie viene a farsi scopare da almeno quattro anni e nella quale, negli ultimi due, passa anche quasi tutti i fine settimana.

Mmm…niente di che, direi: un solo bagno, due camere da letto un soggiorno e una cucina, il tutto disposto piuttosto approssimativamente attorno ad un disimpegno centrale.

Ad una prima occhiata neanche l’arredamento è degno di nota, ha solo l’aspetto di roba accostata casualmente e con scarso gusto.

Quello che salta agli occhi però è il generale stato di caos che regna ovunque: piatti e pentolame incrostato accatastati in cucina, indumenti sporchi e/o da stirare gettati alla rinfusa un po’ dovunque (tra questi riconosco anche qualche capo di biancheria intima di mia moglie), bagno in condizioni pietose.
Nella camera da letto principale noto una cabina armadio con dentro alcune rastrelliere cariche di vestiti.

Ne chiude la porta a chiave.
Chiave che poi sfila e si mette in tasca. Me ne chiedo il perché.

-Allora fighetta…hai visto tutto. Adesso togli l’impermeabile e mettiti al lavoro. Comincia pure da dove vuoi, tanto, finché non avrai messo a posto tutto, da qui non potrai nemmeno sognarti di andare via.

Tolgo l’impermeabile e faccio per appoggiarlo su una sedia, ma lui me lo toglie dalle mani.

-Questo lo prendo io, che tanto tu non ne hai bisogno.

Poi, dandomi una pacca sul culo nudo, aggiunge:

-Al lavoro, adesso!

Attacco subito dalla cucina, prima lavando, asciugando e infine riponendo tutte le stoviglie sporche, poi spazzando e passando lo straccio umido in terra.
Sono appena passato al bagno quando mi comunica che deve uscire e che tornerà a prendermi ad un’ora imprecisata, comunque non prima di cena.

Aggiunge che, già che ci sono, dovrei pure dare una spazzata alle scale e all’androne di ingresso e che per farlo dovrò usare le scope che troverò nel capanno attrezzi che si trova in giardino.
Detto ciò, portando con sé il mio impermeabile, mi dà una allegra tastata al culo e se ne va.
Sento il rumore dell’auto che si allontana e sospendo le pulizie per far mente locale. Giudico il fatto di essere rimasto da solo una cosa buona, ma al tempo stesso sono scoraggiato per la gran mole di lavoro che mi aspetta.

Giudico invece assolutamente grave che io sia rimasto privo di qualsivoglia indumento decente, di soldi, documenti e cellulare.
Capisco soltanto ora il perché abbia chiuso a chiave la cabina armadio: sa benissimo che, conciato come sono, anche qualora mi saltasse in mente di abbandonare il campo, non avrei certo modo di farlo. Gli unici indumenti cui ho accesso sono infatti quelli sparsi per casa: intimo, magliette, calzini, al massimo camicie. Tutto rigorosamente da lavare o da stirare.

Niente vestiti, pantaloni o scarpe, quelli sono tutti al sicuro nella cabina armadio.
Ho deciso di sospendere quello che stavo facendo e dedicarmi alla pulizia delle scale: considerata la momentanea quanto indeterminata assenza degli inquilini del primo piano, sarà opportuno occuparsi degli spazi comuni al più presto.
Cosa mi serve? Ah si…le scope nel capanno.
Esco in giardino per cercare il maledetto capanno e subito le tre belve mi sono attorno, annusandomi piedi e gambe, il meticcio spinge addirittura il muso umido tra le mie chiappe ad annusarmi il culo.

Non mi fanno muovere liberamente, rendono ancora più difficile il già di per sé non facile mantenersi in equilibrio coi tacchi sul ghiaietto del giardino. Per fortuna almeno, sono ragionevolmente certo di non essere visibile dalla strada.
Ho preso le scope dal capanno attrezzi e sto spazzando le scale. Sono partito dall’alto.
La quantità di polvere accumulata è incredibile; evidentemente nessuno si occupa mai di ripulire la parte comune. L’operazione è resa ancora più complicata dalla enorme quantità di pelo canino presente in tutto il vano scale: ne alzo batuffoli enormi ad ogni colpo di scopa.

Devo infatti specificare che, nel rientrare nell’androne, non mi è stato possibile impedire ai cani di rimanere fuori. Si sono intrufolati velocissimi prima che io avessi la possibilità di richiudere la porta e ora sembrano godersi le mie fatiche, comodamente sdraiati sul pavimento in marmo del pianerottolo più alto. Segno evidente che sono abituati così.

Mi ci vuole una buona mezz’ora solo per spazzare tutti i gradini. La polvere e i peli li getto in giardino e decido di non passare lo straccio umido, visto che non mi è stato espressamente richiesto.

Il bello è che le finestre delle scale non hanno imposte e che solo alla fine mi rendo conto di essere stato perfettamente visibile da chi si fosse trovato a passare in auto sulla via parallela, per tutto il tempo in cui ho spazzato i pianerottoli, culo nudo compreso.
Decido di fottermene completamente: sua la casa, sua la figura di merda.

E’ il momento di tornare a lavorare in casa.

Si tratta solo di riuscire ad entrare senza permettere alle tre belve sul pianerottolo di seguirmi, ma non sono sicuro di riuscirci. Ogni volta che mi avvicino alla porta infatti, i tre cani si accostano, rivolgendomi sguardi speranzosi di non so cosa, e me li ritrovo tra i piedi. Non riesco a impedire al solito meticcio di infilarmi il muso tra le gambe e passarmi la lingua ruvida tra buco di culo e gabbietta.

Sono un po’ intimorito, non ho mai avuto troppa dimestichezza con gli a****li.

Com’è come non è, sono riuscito a rientrare lasciandoli tutti fuori. Decido di riprendere da dove mi ero interrotto.
In successione finisco di pulire il bagno, poi spazzo e passo lo straccio sui pavimenti di tutta casa, spolvero, cambio le lenzuola al letto matrimoniale (non potete avere idea della quantità di sborra secca di cui sono incrostate; dubito possa averne prodotta una quantità simile in un solo giorno, si vede che non le cambia tanto spesso.

E pensare che a casa mia ne pretende di fresche di bucato anche più di una volta per sera…), mando un paio di lavatrici, stendo i panni umidi, svuoto e pulisco i posacenere, rassetto un po’ ovunque e inizio finalmente a stirare, attività che mi sono lasciata per ultima: ODIO stirare!
Non sono certo di che ora sia, ma è buio da qualche ora e, considerata la stagione in corso, dovrebbero essere almeno le 8 di sera, se non le 9.

Ho finito di stirare da un pezzo e oramai ho pure smesso di curiosare intorno. Ero certo di poter scoprire un po’ di più su di lui, sui suoi gusti, magari osservando i libri sugli scaffali o i suoi dischi preferiti, ma di libri ne ho trovati solo due, uno su Franco Baresi e uno sulle Coppe vinte dal Milan, e di CD nemmeno l’ombra. Sono stato tentato di curiosare sul suo pc, ma ho lasciato perdere, temendo se ne potesse successivamente, in qualche modo, accorgere.

Sostanzialmente, dell’uomo esce un quadro piuttosto squallido e sinceramente mi chiedo cosa possa trovare di tanto entusiasmante in lui Marisa, ma poi ripenso alle dimensioni del suo cazzo e al suo insaziabile appetito sessuale e mi do da solo la risposta.

Provo ad accendere la tele, tanto per ingannare un po’ l’attesa, ma l’antenna satellitare deve essere fuori fase, perché non riesco a ricevere distintamente che pochi canali esteri. Il lettore DVD invece funziona, ma gli unici DVD che sembrano essere presenti sono quelli inerenti, guarda caso, ai passati successi del Milan in campo internazionale.

Ad un tratto ricordo di aver notato, su uno scaffale della seconda camera, una shitola di scarpe particolarmente pesante che, spostata per spolverare, aveva prodotto un rumore simile a quello di oggetti di plastica stipati assieme che cozzino l’uno contro l’altro.
Prima non avevo perso tempo ad indagare ulteriormente; ora però, pare proprio che di tempo ne avrò a volontà…
Sollevo il coperchio e…BINGO! Una ventina di DVD-TDK. E’ roba registrata in proprio, niente di prestampato.

Sulle copertine, a pennarello, una serie di sigle scritte a mano. CP/VT, CP/LT, TS/BR etc. Che la sigla CP, la più ricorrente, stia per “COPPIA”? A Marisa ha confessato di aver avuto esperienze con qualche altra coppia, prima di noi, ma… QUALCHE, non una ventina!

Sto visionando i DVD freneticamente, con un orecchio all’eventuale arrivo di automobili.
I filmati, quasi tutti girati in questa casa, sono perlopiù inerenti incontri di sesso con coppie, come avevo giustamente intuito.

La telecamera, ad inquadratura fissa, doveva trovarsi nella camera principale, puntata sul lettone, ma ho controllato: adesso non ve n’è traccia alcuna.
In alcuni filmati si possono ammirare veri e propri rapporti a tre, la femmina è sempre una, i maschi (uno dei quali è immancabilmente Bruno) due. In altri, il secondo maschio non partecipa, si intravede soltanto sullo sfondo, a volte mentre si masturba. In qualcuno il secondo maschio è addirittura legato ad una sedia posta accanto al letto.

Circa quelli contrassegnati con la sigla TS, scopro invece che si tratta di incontri sessuali a due, con varie trans, probabilmente mercenarie, alcune delle quali, ammetto, veramente degne di nota. Noto che, nel corso di tali incontri, il mio caro Bull Bruno, sia pure mantenendo un ruolo sempre attivo, “penetrativamente” parlando, non disdegna di giocare, spesso anche di bocca, col cosino (o cosone, a seconda dei casi) delle varie partecipanti. Hai capito il “macho”…

Ne scorro il più possibile per controllare se, disgraziatamente, ci possano essere anche DVD inerenti la mia signora, registrati magari anche a sua insaputa, ma non ne trovo.

Inoltre in tutti i filmati lui appare leggermente più giovane di come è adesso, sicuramente è roba di qualche anno fa.

Alla fin fine, non posso altro che congratularmi mentalmente con lui per la infaticabile attività sessuale dimostrata e rimettere tutto al suo posto.

Passa ancora altro tempo e sto iniziando a preoccuparmi seriamente, quando sento una macchina entrare nel vialetto…
Sono le 11 di sera, l’ho letto sul suo orologio da polso.

Sta ispezionando stanza per stanza, controlla attentamente il mio lavoro.

-Mmm…va bene fighetta, hai fatto un lavoro passabile (bontà sua…). Potrei anche prendere in considerazione l’eventualità di affidarti le faccende di casa in pianta stabile…
OH…non facciamo scherzi eh!?
-Grazie.
-Ti è andata bene, se non fossi rimasto soddisfatto, stasera ti avrei lasciata sulla Salaria, in mezzo alle nere e alle trans. Per tornare a casa mi sa che avresti dovuto metterti a battere per rimediare un passaggio…hehehee!

Sempre gentilissimo…un vero Lord.

-Comunque, davvero…sono soddisfatto…MA…

-Ma…?

-Come mai ho trovato i cani dentro? Non è che li hai fatti entrare per soddisfare i tuoi pruriti di cagna in calore?

Stai calmo, non gli rispondere…non abboccare alle sue provocazioni…

-Mmm…mi sa proprio che dovrò controllarti la figa per vedere se ti sei fatta montare…

E adesso dove vuole arrivare?

-Girati e piegati a novanta gradi, su…mostrami il culo.

Ok…stiamo al gioco, tutta quella storia della Salaria mi ha un po’ intimorito…
Mi giro, mi piego ad angolo retto e mi allargo le natiche con le mani, mostrandogli il culo.

Aspetto.
Mi scosta il perizoma con la sinistra, passandomi poi le dita della destra sull’ano, facendo finta di controllare se sia bagnato o meno.

-Sembra di no…strano. Avrei pensato che una cagnetta come te, avendo ben 3 bei maschioni a disposizione avrebbe ceduto alla tentazione…

Sto al gioco e continuo a farmi umiliare in silenzio…

-…ad ogni modo…credo proprio che adesso, se vuoi essere riaccompagnata a casa, dovresti piegarti da brava sul tavolo della cucina e supplicarmi di prenderti in figa…

-Senta…è tardi…non vorrei che Marisa si preoccupasse, non si potrebbe rimandare?

-Marisa in questo momento sarà al settimo sonno, la ho lasciata nel tuo letto che aveva solo un gran bisogno di recuperare le forze, non certo di preoccuparsi per la sua maritina.

Anzi…vuoi sapere una cosa? Non me lo sono nemmeno lavato, prima di uscire da casa tua. Volevo fartelo assaggiare con sopra il sapore della tua signora, però, visto che hai fretta, vorrà dire che il suo miele servirà da lubrificante…
Non avevo idea del fatto che, mentre mi prodigavo a rassettare questa specie di bicocca in cui abita, se ne stesse comodamente a casa mia a fottersi mia moglie, ma a pensarci bene la cosa, di certo, non mi stupisce.

Sarei tentato di mandarlo a cagare, ma di certo non sono nella posizione di farlo, per cui appoggio il busto sul tavolo della cucina tenendomi forte con le mani al bordo, allargo le gambe e ce la metto tutta per risultare convincente:

-Posso avere l’onore di essere penetrata?

-Non va bene…specifica meglio chi deve essere penetrata.

-Questa cagna può avere l’onore di essere penetrata?

-Non ci siamo ancora, ti avevo detto di supplicare.

-La supplico, Signore, di concedere a questa cagna l’onore di essere penetrata.

-Puoi fare di meglio…

-La supplico, Signore, di concedere a questa umile schiava l’onore di ricevere il Suo meraviglioso cazzo nella propria indegna figa di lurida cagna in calore!

-Va un po’ meglio…ora implorami di essere lubrificata e vedi di essere convincente, altrimenti te lo infilo a secco…

-La imploro, Signore, di concedere a questa indegna schiava il beneficio di venire abbondantemente lubrificata, non per evitare la sofferenza che invece meriterei, ma solo affinché la mia figa di cagna possa più confortevolmente accogliere il Suo meraviglioso cazzo.

Comincio decisamente a stufarmi di tutte queste menate, se devo essere inculato affinché questo pezzo di merda possa ribadire la sua posizione di maschio dominante nei miei confronti, me lo sbatta in culo alla svelta e facciamola finita!

-Brava, cagnetta, mi fa piacere che tu ammetta di meritare un po’ di sofferenza…avevo intenzione di essere magnanimo, ma visto che me lo hai chiesto così umilmente voglio proprio accontentarti…userò giusto il minimo indispensabile di saliva per fare entrare la cappella, poi…via! Tutto dentro in un sol colpo! Contenta?

Maledizione a me! Ma perché cavolo mi è saltato in mente di nominare la sofferenza??
Sento prima il rumore della zip dei pantaloni, poi quello liquido della saliva che con la mano sta passandosi sul cazzo.

Si sega un po’ per farselo venire duro. Trattengo il fiato.
Mi allarga le chiappe con le mani e mi centra il buco con un paio di sputi ben mirati, poi me li spalma sulla rosa usando direttamente la grossa cappella turgida per farlo, prima di puntarmela contro.
Mi afferro forte con le mani ai due lati del tavolo e stringo i denti…
Spinge la punta dentro con lentezza esasperante, sento lo sfintere cedere poco a poco a quella controllata ma inesorabile pressione…
Fa scivolare le braccia sotto le mie ascelle, mi afferra le spalle, da sotto, con le mani forti…

-Sei pronta, cagna? PRENDILO ALLORA! E’ TUTTO TUO!

E tirandomi contro di sé per le spalle, affonda spietatamente l’enorme uccello dentro di me.

L’ho preso oramai tante volte, ma ancora non riesco ad abituarmi ai primi istanti della penetrazione: ogni volta è come se mi sverginasse di nuovo. Stavolta poi il dolore è amplificato dalla brutale velocità dell’atto. Mi lascio sfuggire un mezzo urletto soffocato che deve eccitarlo ancora di più, perché inizia a pomparmi a tutto spiano. Mi meraviglia il ritmo forsennato che riesce a tenere, non l’ho visto mai così accanito, nemmeno nello scopare Marisa.

Mi costringe a inarcare la schiena all’indietro tenendomi la mano destra attorno al collo, mentre con la sinistra alterna sonori ceffoni su entrambe le mie natiche allo stesso ritmo dei colpi di cazzo che mi sta infliggendo in culo. L’aria mi esce dai polmoni in perfetto sincrono con quei colpi, tramutandosi mio malgrado in mugolii e guaiti, ogni qualvolta mi attraversa la gola.
Sento la mia stessa sborra invadere tutto lo spazio libero della CB per poi colarne via dalla feritoia in punta.

La sua invece tarda ad arrivare, tanto che ad un certo punto preferisce sfilarsi via per finirsi poi con la mano, sempre tenendomi premuto contro il tavolo, rilasciando potenti getti di sperma caldo che sento dapprima colpirmi sull’ano ancora dilatato, poi di lì lentamente colarmi lungo le cosce, quasi fino a raggiungere i piedi.

Mi molla lì in cucina e va a sciacquarsi in bagno, mentre cerco di recuperare un po’ di fiato e un minimo di dignità.

Siamo in giardino, in piedi davanti al portabagagli aperto della sua auto. Non mi ha nemmeno dato il tempo di ripulirmi. Ho il perizoma e le autoreggenti inzuppati del suo sperma ormai freddo, non mi sento più i piedi, da ore costretti nei sandali, e il sedere mi fa un male cane.
Mi permette di recuperare la mia roba e poi di rivestirmi. Interpreto la cosa come il voler evitare di farsi sporcare i sedili di sborra.

Mi consola solo il sapere che tra poco sarò a casa mia, lontano da questo posto che detesto.
Quando però faccio per aprire lo sportello e sedermi in macchina, col telecomando che stringe in mano, fa shittare la chiusura automatica, serrandolo.

-Senti, ho cambiato idea…sono stanco e ho voglia di andare a letto subito. Mi sa che ti tocca chiamare un taxi.

Detto ciò, apre il cancello automatico e mi butta praticamente in strada.

Non ho avuto nemmeno il tempo di chiedergli il nome della via, me ne rendo conto solo al momento di chiamare un radiotaxi dal cellulare. Così sono obbligato a percorrere la strada deserta e semibuia fino all’incrocio con la Nomentana, dove finalmente posso leggere il cartello toponomastico e dare un riferimento al servizio taxi.

Arrivo a casa che è mezzanotte e mezza. Marisa dorme. Faccio velocemente una doccia e mi butto sul divano in soggiorno, cercando di prendere sonno, ma è inutile: sono tutto indolenzito e non ci riesco proprio….

La caduta di Serena – Capitolo 11

Capitolo 11.
Paola aveva sentito bene… mentre scendeva vide che nell’ingresso era appena entrato Stefano, reggendo una busta, e stava chiacchierando con Marco.
Stefano… non aveva idea di quanto era accaduto, né notava come lei fosse stravolta… un gradino alla volta, si chiedeva come non potesse suo marito vedere i capelli in disordine, in certi punti impiastricciati dagli umori di Paola, o come non notasse quanto reattiva l’avevano resa… Arrivata ai piedi della scala, Stefano le diede il solito bacetto… il cuore di Serena a mille, ma nemmeno in quel momento l’uomo si accorse dell’odore… un odore che lei sentiva netto su di sé… di sesso, di sperma, di piacere, di orgasmo… ma a quanto pareva, sotto il naso di lui tutto questo passò inosservato…
E di nuovo si trovò a lottare contro la parola che tratteneva in gola… “imbecille”… no… no, non doveva cedere al lavaggio del cervello che Paola e Marco le stavano somministrando in maniera così sottile…
Suo marito non se ne accorgeva perché non poteva immaginare… come poteva aspettarsi che sua moglie l’aveva prima tradito, poi era stata per tutto il giorno esibita, scopata sia da un uomo che da una donna, umiliata… no, non poteva immaginare… né avrebbe mai dovuto saperlo…
Ubbidire.

Sempre. E niente sarebbe stato rivelato…
Ubbidire… anche quando la rabbia si impossessava di lei, come in quel momento, in cui vedeva Paola tornare a fare la gatta morta con suo marito…
Difatti, la donna si buttò braccia al collo di Stefano, come se non lo vedesse da una vita…
“Ma che caro” disse schioccandogli un bacio sulla guancia “hai preso anche una bottiglia!” e lo strinse per bene… una stretta che rivelò a Paola quanto l’uomo non rimanesse indifferente… si sentiva netta l’erezione…
Quando sciolse l’abbraccio, i quattro si risederono attorno al tavolo, scartando il dolce e aprendo la bottiglia.

Per una quindicina di minuti, tutto filò in maniera tranquilla, almeno per tre di loro, che chiacchieravano, scherzavano…
Mentre Serena viveva in una tensione continua… nervosismo, frustrazione, il sapere che da un momento all’altro Marco poteva accendere di nuovo il cilindretto… del resto, così la volevano, bagnata e in tensione sempre…
La staffilata però non le arrivò non nei modi, ma nei discorsi… non era bastata la questione della domenica al mare… fu sempre Marco a portare una nuova notizia, mentre parlavano di lavoro…
“… eh, la crisi c’è…” e, voltandosi verso Serena, proseguì “pensa Stefano che io giro per risollevare i negozi in difficoltà, e sono costretto a rimanere da Serena per almeno tre settimane continuative… “ concluse con un sorriso corrucciato… che ebbe l’effetto di un’inondazione di disperazione nella donna…
Serena pensava che Marco avrebbe continuato a comparire come prima… con il lavoro che faceva, non poteva rimanere ogni giorno nel suo negozio… ma evidentemente, con la scusa del momentaccio, si era procurato il pretesto… come sempre, aveva pensato a tutto…
L’unica consolazione, è che la serata sembrava volgere al termine… due minuti dopo fu proprio Marco ad alzarsi per primo, adducendo il fatto che l’indomani c’era da alzarsi presto.

Serena stava quasi per tirare un sospiro di sollievo… sarebbe stata comunque sorvegliata, ma almeno uscivano da casa sua…
Ma avrebbe dovuto imparare a non illudersi…
“Oh Serena…” se ne uscì di colpo proprio Marco “mi volevi mostrare il gazebo… ci terrei, sai che devo farne fare uno a casa mia…” disse sorridente.
Lei ci rimase di sasso… laddove sembrava finita, qualcosa ancora bolliva in pentola… ed ovviamente, il sostegno arrivava da parte di suo marito… Stefano ne faceva un vanto di quel gazebo…
“Sì Sere, facciamoglielo vedere, magari poi gli diamo il numero del tizio che l’ha montato!” disse l’uomo, non vedendo l’occhiata d’intesa di Marco verso Paola, che prontamente intervenne.

“Stefano, scusami… mentre loro fanno, mi aiuteresti un attimo a sparecchiare? Ha fatto tutto Serena stasera…” disse guardandolo con un viso implorante, e l’uomo subito si fermò, non facendo caso agli occhi fiammeggianti della moglie, che però nulla poteva, mentre Marco l’accompagnava verso la porta posteriore.
Una volta usciti, Marco sospinse la donna contro il muro, a lato della porta, che provvide a chiudere. In meno di un secondo, la mano di lui era tra le sue cosce… Doveva essere un gesto brutale, ma il fatto che Serena fosse completamente bagnata, rese l’estrazione del cilindro di una semplicità disarmante, nonché imbarazzante per lei, visto che un nuovo gemito di piacere le uscì dalle labbra…
Marco alzò l’oggetto davanti agli occhi di lei… gocciolava…
“Luccicante… non mi aspettavo di meno, puttana…” le sussurrò, riponendo poi l’oggetto in tasca.

In piena vergogna, Serena distolse lo sguardo…
“Sai c-che mi stai torturando… il mio corpo…” tentava di giustificare lei, ma lui le intimò il silenzio.
“Il tuo corpo? Ti devi rendere conto che non solo il tuo corpo è da puttana, ma che anche la tua mente desidera cazzo in quella figa bagnata… ma stasera non ne avrai… né cazzo, né orgasmi, puttana. ”
La riprova di quanto aveva appena detto, riguardo alla mente della sua schiava, Marco la ritrovò nella reazione di Serena… occhi sorpresi… occhi impauriti all’idea di non poter godere… fu solo un attimo, che però trasparì chiaro, come fu chiaro a Serena il fatto che non era riuscita a nascondere quello che si portava dentro… E la vergogna la consegnava ancora di più nelle mani di lui…
Che sorrise…
“Vedo che nonostante tutto, è la tua figa a comandare su di te, puttana…” disse lui in un sussurro.

Serena strinse gli occhi, vergognandosi.
“Siete stati voi… voi a farmi questo…” rispose flebile.
“Noi? Devi renderti conto che sei puttana dentro… guardati… anche ora saresti disposta a tutto per un altro orgasmo… e ne avrai, non stasera, come ti dicevo… il godere è un qualcosa che ti devi conquistare di volta in volta… Domani, forse. Piuttosto, è meglio che tu ora pisci, visto che non ti permetterò di andare in bagno fino a domani…” Disse Marco, mettendosi a braccia incrociate sul petto.

Serena spalancò gli occhi.
“Che… che significa??” chiese stupefatta.
“Quello che ho detto. Rimarrai sempre sotto l’occhio della cam, fino a domani mattina, quando verremo a prenderti. Saluterai l’imbecille quando si alza, e attenderai, senza alzarti. Niente bagno, niente lavarsi… niente. Attenderai noi. ” Precisò lui.
“Ma…” cercava di obbiettare lei, Marco la interruppe subito.
“uno…” disse semplicemente.
“Marco, ma ti rendi conto di quello che…” cercava di spiegare ancora lei, senza ottenere risultati.

“due…” proseguì infatti lui.
Serena si passò le mani sul volto, sconcertata, affranta. E nuovamente senza uscita. Sì, aveva bisogno del bagno, fuori discussione riuscire ad attendere il mattino… ancora una volta, Marco la poneva in una situazione limite, dove il rifiutare l’ubbidienza non era scelta… l’ubbidire era pura necessità…
Uno sguardo alla porta, a controllare che nessuno arrivasse… e poi, come già le avevano insegnato, giù, inginocchiata, a umiliarsi nuovamente…
“P-per favore… posso andare in bagno…” chiese in un sussurro Serena, le ginocchia sull’erba del giardino… il capo chino…
“No, puttana.

” Disse Marco, secco.
Serena alzò la testa di shitto.
“Ma… non puoi pensare… non posso riuscire a tenerla fino a domani!!! Marco, per favore!!” cercò di farlo ragionare lei.
Marco sorrise.
“Non ti ho detto che non devi pisciare… ti ho detto che non puoi andare in bagno…” spiegò con tono sadico.
“Co-sa… non ci credo…” singhiozzò Serena… stava capendo…
“Su, puttana. Un brava bestia da compagnia non usa il bagno, e piano piano, lo capirai… La domanda che devi farmi diventa un’altra… chiedimi il permesso di pisciare, cagnolina.

” Ordinò, la mano che si infilava premonitrice tra i capelli di lei…
Serena si mordeva il labbro… tremava di rabbia… tremava del freddo che una catena fa sentire sulla pelle di una schiava… quando pensava di arrivare al gradino più basso, scopriva quanto ancora potessero spingerla più giù… quello che chiedevano erano semplice… distruggere ogni forma residua di dignità potesse ancora avere…
E, al solito, nessuna via d’uscita… sentiva già la presa tra i capelli cominciare a tirare… a far male…
“Dunque, puttana? Più tempo passiamo qui fuori, più tempo Paola sta con l’imbecille…” sussurrò Marco, sempre con un gran sorriso sul viso…
Serena sentì una fitta al petto, sentendo quelle parole… Solo Marco poteva limitare Paola, una donna che, se lasciata libera di fare, senz’altro avrebbe provato di tutto per arrivare a scoparsi suo marito, solo per il gusto di farlo… Ed il suo matrimonio sarebbe stato distrutto, come anche se Stefano fosse venuto a conoscenza del suo tradimento… e avesse poi visto video, stampate….

Un doppio ricatto… così perfetto da…
Da indurla ad allargare le cosce… ad alzare il bordo della gonna…
Da indurla a chiedere…
“Per favore… posso… posso pisciare…” chiese ad occhi chiusi.
“Certo puttana. Piscia pure davanti a me. ” Dichiarò Marco, trionfante. Piegarla ad ogni suo volere era qualcosa che non smetteva di farlo sentire pienamente soddisfatto… e l’udire adesso il rumore del liquido di lei che toccava il terreno, gli procurava una nuova erezione…
Quand’ebbe finito, Serena lo guardò con occhi lucidi…
“Ne… ne ha avuto abbastanza?” chiese, con un moto d’orgoglio decisamente fuori luogo.

Difatti, Marco la tirò per i capelli, facendola alzare a forza, e la costrinse faccia contro il muro, mentre lui aderiva al corpo di lei da dietro. Serena poteva così sentire netto il cazzo dell’uomo contro il suo culo…
“Abbastanza? Veramente, ora si passa alle regole per la notte…” disse all’orecchio della donna, mentre le alzava la gonna, per farle sentire meglio il membro contro le chiappe… “e voglio sentirti dire sempre sì signore, dopo ogni ordine, altrimenti il culo te lo spacco qui dove siamo…” e, detto questo, la sentì irrigidirsi, impaurita… indubbiamente, il discorso dello sverginarle il culo la gettava nel panico… molto bene, pensò lui…
“S-sì… signore” disse tremante Serena.

“Bene, puttana. Appena usciamo, andrai subito in camera. Accenderai il tuo pc, e ti assicurerai che inquadri bene il letto. Hai Skype, già lo so, e infatti troverai la nostra richiesta già lì. L’accetterai subito. Chiaro, puttana?” chiese lui, mentre con una mano la teneva sempre per i capelli, viso contro il muro, e l’altra raggiungeva un capezzolo della donna.
“Sì… Signore…” rispose lei, stringendo le palpebre.
“Avrai il tuo telefono accanto, tienilo in silenzioso, riceverai l’ordine di accendere la cam in non più di dieci minuti.

Nel frattempo ti spoglierai completamente, l’imbecille ti deve trovare nuda quando sale…” proseguì Marco.
“Ma… s-se… se Ste-Stefano… mi… mi facesse do-domande… Ahh!!” fu costretta ad emettere un piccolo urlo, quando lui strinse il capezzolo in maniera decisa.
“Come si risponde al padrone?” chiese lui, perentorio.
“S-sì Signore…” si arrese lei.
“Non credo farà tante domande… anzi, mi sa tanto che sarà bello reattivo stasera… ma lui non dovrà assolutamente penetrarti, e tu non puoi godere senza il mio ordine.

Capito, puttana?”
“Sì… signore…” rispose sottomessa Serena… nonostante la situazione, si rasserenava su un fatto… Stefano di solito alla sera era stanchissimo, anche trovandola nuda, avrebbe apprezzato, ma con tutta probabilità, si sarebbe messo a dormire, come accadeva quasi sempre… e lei avrebbe inventato qualche scusa… magari che voleva far la doccia, ma non ne aveva più voglia…. Quello che non capiva era il discorso della presunta reattività di suo marito quella sera…
Ma fu rapido Marco a spiegarlo, senza nemmeno chiedere…
“Chissà come arriverà voglioso… del resto Paola sa riaccendere bene certi fuochi latenti…” insinuò lui, sempre continuando a stimolarla…
“Che… che vuoi dire… quel-quella stronza… che… che fa…” disse Serena, combattendo tra la rabbia e il resistere a quelle carezze che non smettevano di mantenerla eccitata…
“Oh… niente di più che stuzzicare… per ora… tutto dipende da te, puttana, sempre e solo da te…” ribadiva lui.

Serena ribolliva dentro di sé, mentre l’altro continuava a divertirsi con il suo corpo, con la sua mente… ribolliva ma non smetteva di chiedersi dove potesse arrivare quello stuzzicare… dio come avrebbe cavato gli occhi a Paola… voleva rientrare, ma Marco non lo permetteva ancora…
E, tagliata fuori, Serena non poteva sapere che Paola si era messa d’impegno per rendere quei pochi minuti, per così dire… significativi…
Infatti, non appena Marco si era richiuso la porta del retro alle spalle, uscendo con Serena, lei aveva tenuto impegnato Stefano.

Decisamente impegnato.
“Uh, Stefano” aveva detto non appena la porta si era chiusa “quasi dimenticavo la mia giacca in bagno…” e lui, da buon padrone di casa l’aveva accompagnata a riprendersela.
“Proprio un bel bagno, Stefano” aveva detto, entrando decisa nella stanza, assieme a lui “e una doccia meravigliosa” aggiunse avvicinandosi di un passo all’uomo, con sguardo carico di malizia… Stefano si era fatto indietro di un passo, ben conscio della carica erotica della donna…
“S-sì… l’abbiamo fatta fare proprio come ci piaceva e…” stava dicendo lui, ma fu subito interrotto dalla donna.

“E’ proprio nella doccia che ti scoperei volentieri…” sussurrò ancora lei, avvicinandosi e, di fatto, costringendolo contro il muro piastrellato con il suo semplice avanzare…
“Paola… forse… cioè, io sono sposato e… Serena è tua amica, forse ci siamo capiti male…” diceva lui, imbarazzato, ma al contempo affascinato e non solo dai modi spicci di Paola…
Fu un attimo. Paola che riduceva le distanze a pochi centimetri, che con un gesto veloce apriva la zip del corpetto, rivelando il seno… che se lo prendeva tra le mani, da sotto, offrendolo all’uomo che le stava davanti…
“Ed io rispetto la tua integrità” diceva massaggiandosi le mammelle, da cui Stefano, a bocca aperta, non riusciva a staccare gli occhi “ma così almeno penserai un po a me quando baci Serena…” e lo disse compiendo l’ultimo passo e coprendo i pochi centimetri che li separavano…
Stefano si ritrovava con la fronte coperta di sudore, incapace di formulare un atteggiamento di totale diniego… diavolo, Paola era estremamente seducente… e aveva avuto ragione sul discorso della passione nella coppia… nell’ultimo periodo, tra lui impegnatissimo sui lavoro e Serena distante anni luce dal saper provocare, gli arretrati si erano accumulati… sia di sesso, sia riguardanti al semplice sentire di piacere… ma non era una scusa… doveva fermare quella donna… doveva…
“Paola… sei… veramente, sei una bella donna… ma, per favore… copriti… e usciamo di qui, ripeto, sono sposato…” era riuscito almeno a dire quello.

Lei fece un’espressione imbronciata, assolutamente finta, che serviva più a far capire il suo non arrendersi davanti a nulla…
“Ok… però vedi, tu mi piaci… e non demordo mai, se qualcosa mi piace, me lo prendo… ma solo dopo essere supplicata…” disse, passando un dito lungo la camicia di Stefano, un dito che scendeva… scendeva… lungo un petto che ansimava, eccitato… e più giù… sulla cintura di lui, che guardava il gesto della donna, ma non interveniva… più giù… a trovare l’erezione di lui…
E il dito diveniva una mano che afferrava il membro attraverso il tessuto leggero del pantalone elegante…
“… e qui c’è già qualcosa a cui piaccio, e che mi supplicherebbe volentieri…” diceva Paola, con un sorriso carico di dominio, e una mano che non solo stringeva, ma massaggiava lenta…
Stefano non ebbe il tempo di riflettere.

Non seppe neanche il tempo di poter decidere se fare o non fare qualcosa… Paola si ritrasse all’improvviso, con un’espressione di assoluta tranquillità, si allontanò di un passo, riallacciando il corpetto e prendendo la giacchettina, e mentre lui rimaneva a bocca aperta contro il muro, lei lo guardò con un sorriso assolutamente normale…
“Su, andiamo, credo rientreranno tra poco. ” E usciva dal bagno, lasciandolo di sasso… prima di muoversi per seguirla…
E Paola, il viso celato alla sua vista, riprendeva lo sguardo di chi ha tutto sotto controllo… lo sguardo di chi sa di avere un giocattolo che le trotterella dietro… un giocattolo che pensava alle sue tette, alla sua mano sul cazzo… e che ci avrebbe pensato anche più tardi, mentre era a letto con la sua mogliettina…
“Ottimo” pensava, raggiungendo la cucina nel mentre Serena e Marco rientravano.

Marco, assolutamente a proprio agio, Serena obbligata a fingere di esserlo… come del resto, per ragioni diverse, Stefano, poco dietro di lei.
Proseguirono nei saluti, dalla cucina, poi verso l’ingresso. Pochi minuti, poi i due ospiti uscirono, non senza lanciare un significativo sguardo verso Serena… un chiaro messaggio negli occhi… “Ubbidisci. ”
Quando la porta si chiuse, Stefano si voltò verso la moglie, con un’agitazione che stemperava nel buon umore…
“Piacevole serata… due persone ottime direi…” disse lui, che in cuor suo desiderava un momento per calmarsi… per fortuna Serena gli procurava il pretesto…
“Sì… io… sono dei buoni colleghi… sì” rispose lei, atterrita, ma mostrando un sorriso tirato che voleva nascondere al suo uomo tutto quello che aveva subito… e che ancora avrebbe continuato a subire… per lo meno, non notava segni particolari di qualcosa tentato da Paola… e poi, suo marito gliel’avrebbe detto… o no?
No….

Non doveva pensare il peggio… stava ubbidendo… e Stefano la amava… Ma perché non si accorgeva di quanto era stata usata? Di come ogni centimetro del suo corpo sapesse di sesso… dai tormenti inflittegli da Paola, alle torture mentali e fisiche di Marco… alla sua stessa voglia inespressa…
“Imbecille”… ancora quella parola a fior di labbra… e ancora a dominarsi, a non voler cedere al lavaggio del cervello che i suoi aguzzini volevano farle… “Vado di sopra Stefano… ti spiace sistemare qui… io… sono molto stanca…” disse già avviandosi verso la scala, sentendo i minuti che scorrevano, sentendo che ancora per quel giorno non era finita…
Proseguì verso la camera da letto, dopo che Stefano le ebbe assicurato di mettere tutto in ordine e, una volta giunta sulla porta, non potè che appoggiarsi allo stipite, mano sulla fronte, a contemplare la stanza…
Una camera dov’era stata legata, portata al delirio, costretta ad implorare piacere… ma dove pure aveva dovuto servire nei modi più osceni non solo Marco, ma anche Paola… l’avevano squassata nel piacere, anzi, nell’assenza del piacere completo, per arrivare a renderla disposta a tutto… Persino ad essere trattata come una cagna… a fare i bisogni sul prato della sua stessa casa…
Si riscosse, ricordando che i minuti passavano… Accese il pc.

Dopo un minuto, controllò skype…
E in effetti, c’era la nuova richiesta… non pensò nemmeno di ignorarla… non doveva mai pensare di disubbidire… mai. Se il loro giocare con lei era quello quando si comportava come volevano, non osava pensare alle punizioni…
Accettò la richiesta. Fece la prova con la cam… sì, abbracciava il letto, come le avevano ordinato… il cellulare era in silenzioso e appoggiato sul comodino… Non le rimaneva che spogliarsi, e attendere…
Non che avesse tanto da togliersi… via la maglia, seguita dalla gonna e dalle scarpe… quante volte si era denudata alla stesso modo, normalmente… ora cambiava tutto.

L’odore sulla pelle… il sapersi tra un attimo sotto controllo, il guardare il letto dove era da poco stata legata e usata…
E la voglia.. nonostante tutto, la voglia… ma gli ordini erano chiari. Niente penetrazioni. Niente orgasmi. Sentiva Stefano in salotto che finiva di sistemare… non avrebbe probabilmente costituito un problema, anche se l’avesse trovata così, nuda com’era… ma le frasi di Marco l’avevano messa in agitazione. E se…
No, no… Stefano di solito arrivava stanchissimo e poi… dio mio… l’idea di essere sotto l’occhio della cam mentre era in intimità con il marito… dio mio…
I suoi pensieri furono interrotti dalla lieve vibrazione del telefono… Serena chiuse un momento gli occhi, per darsi forza, poi lo prese e controllò…
“Accetta la videochiamata e abbassa la schermata.

Poi stenditi sul letto, non coprirti. Una volta accesa la cam, non dovrai più spegnere. ” Recitava il whatsapp.
Ecco… proseguiva lo schiavizzarla… quella non era più la sua camera da letto, ma un’altra parte della sua gabbia… Vide la chiamata sullo schermo, e cliccò sul tasto verde… la schermata si aprì. Lo schermo era buio… qualcosa copriva la cam dall’altra parte… Ovvio. Loro la vedevano, lei però non poteva… così non avrebbe saputo quando era realmente sotto osservazione e quando non lo era…
Non cambiava la sostanza… era di nuovo nuda davanti a loro, a disposizione.

Potevano guardarla, registrarla, fotografarla… tutto. E tutto senza obiezioni.
Si sentiva oltre la vergogna mentre si stendeva… il bel corpo offerto ad occhi che non vedeva, immobile, in attesa di chissà quali ordini potessero arrivare… e nel mentre, sentiva Stefano risalire le scale… pochi secondi, ed entrò nella stanza… Serena lo guardò… e capì subito che non sarebbe stata la solita serata da parte di lui.
Piccole sfumature, che coglieva nello sguardo dell’uomo… aveva voglia, e il trovarla così a disposizione, non faceva che accentuarla.

Difatti, Stefano fece un sorriso malizioso, iniziando a spogliarsi… e lei non poteva fare altro che fingere una felicità che voleva andare solo a coprire il terrore che la invadeva…
E il telefono vibrò. Serena sentiva il cuore battere a mille… non sapeva che fare… ma a quell’ora, solo uno poteva essere il mittente… Prese il telefono al volo dal comodino.
“Non fargli togliere le mutande. Devi inzuppargliele strusciandoti su di lui. Lo farai godere con un bel pompino solo quando tornerai a sentire il telefono vibrare.

Niente penetrazioni, niente godere per te. ”
Le mani tremavano mentre leggeva il messaggio… già avevano visto le intenzioni di Stefano, come le aveva viste lei… E volevano continuare nel gioco del torturare il suo piacere… senza tregua, senza pietà…
“Chi è tesoro?” chiedeva Stefano, perplesso, mentre si accingeva a togliersi i pantaloni.
“Oh… Marco e Paola… volevano… sì, volevano ringraziarci della bella serata…” disse balbettando.
Stefano si contrasse per un secondo… poi guardando altrove rispose “Già… simpatici… e… ci divertiremo domenica assieme.

” Aggiunse lui. Serena lo guardava… era imbarazzato, e senz’altro acceso, lo vedeva adesso che i pantaloni venivano tolti… ma certo… Paola senz’altro aveva usato le sue armi per stimolarlo… per farlo arrivare in quella stanza pronto a scoparsi chiunque…
Maledetta… e non poteva far nulla… nemmeno far trasparire rabbia o risentimento…
Ubbidire.
Sempre.
Ubbidire. Nei modi più umilianti.
Sempre.
Posò il cellulare… lo sguardo inevitabilmente le andò al pc… che sembrava indifferente a loro, ma che in realtà spiava tutto… uno sguardo veloce e un respiro profondo… poi si voltò verso il marito, proprio mentre lui metteva mano alle mutande grigie , per togliersele…
Mise addosso la maschera più maliziosa che poteva, avvicinandosi a quattro zampe verso di lui…
“No…” gli disse in un sussurro “non… non toglierle… ho voglia di giocare…” disse fermandogli le mani e traendolo sul letto.

Stefano, seppur perplesso, era felicemente sorpreso dall’atteggiamento della moglie… già averla trovata nuda era qualcosa di speciale, e quel prendere l’iniziativa completava il tutto… solo che… sì insomma, Serena era indubbiamente una bella donna, e l’apprezzava anche in quel momento… ma… il viso, il corpo di Paola, il suo atteggiamento si insinuavano nella mente… ma che diamine, non doveva farsene una colpa, era normale… remissivo, lasciò fare sua moglie… che lo fece stendere sul letto…
Serena chiuse gli occhi mentre si metteva a cavalcioni sul marito… la voglia a mille… Stefano comunque era suo marito e a lei piaceva… in più, avrebbe voluto devastarlo di sesso per cancellargli dalla mente qualsiasi immagine di quella stronza dalla mente… ma in primis era una schiava, anche in quel momento, una schiva che al primo posto doveva mettere il fatto di offrire uno spettacolo porno ai suoi padroni…
Avevano fatto in modo di accendere lui, ma il problema era la continua stimolazione a cui era stata sottoposta lei… e lo sentiva di nuovo ora, mentre la sua figa aderiva alle mutande di Stefano… un gemito la colse subito, quando tra le cose sentì il cazzo duro del marito… le venne naturale artigliargli il petto immediatamente… Uno sguardo ancora verso la cam… come a dire “bastardi, sto facendo quello che volete”… il viso trasfigurato dal piacere…
Iniziò a muoversi avanti e indietro… strusciando come le era stato ordinato… lentamente… per non scivolare oltre il limite che l’avrebbe fatto esplodere l’orgasmo…
Avanti e indietro… avanti e indietro…
Sentiva la figa pulsare… gli umori colavano, iniziando ad inumidire le mutande di Stefano, che si godeva quel massaggio intimo … da parecchio l’erezione si faceva sentire, ed aveva bisogno come non mai di sesso… e infatti le mani si alzavano a prendere le mammelle di lei, a piene mani…
E Serena entrava nel suo delirio, aumentando la velocità, spingeva la figa forsennatamente, gemendo e al contempo tentando di trattenere il piacere… il disgusto le saliva dallo stomaco, nel pensare che ogni cosa era osservata… ma il corpo se ne infischiava, cercava e voleva più contatto… le mani si Stefano sul seno le impedivano di stare concentrata… sentiva di arrivare al limite… e allora alzò il culo, a sporgersi in avanti e porgere i capezzoli alla bocca di lui, in cerca inutilmente di un sollievo che non poteva arrivare… Stefano ora succhiava come un pazzo, succhiava le sue tette reattive come non mai…
E il telefono non dava segnali… mentre lei impazziva di voglia… mentre sentiva suo marito che voleva di più, voleva scoparla… sarebbe bastato spompinarlo ora, svuotarlo, e tutto avrebbe smesso quell’inconsapevole tortura… ma evidentemente al di là della cam non giudicavano le mutande abbastanza zuppe…
Giù ancora… a strusciarsi, con una rabbia piena dovuta alla frustrazione di dover controllare ogni millimetro del suo movimento per non esplodere… avanti e indietro… avanti e indietro…
Il clitoride le rimandava scariche che le cavavano piccole urla dalla gola… Isterica… stava diventando isterica dalla voglia…
“Toglimi… toglimi le mutande … Serena…” disse Stefano… sperando la moglie non avesse colto quella lieve esitazione sul nome… infatti a tratti, colpevolmente, continuava a rivedere il corpo di Paola… il suo modo di fare diretto… doveva scopare…
“N-no… no!!” quasi urlò Serena… disperata… mentre si sentiva colare, un fiume che scendeva dal suo corpo ad indicare lo stato indecente in cui si trovava… d’improvviso lei si inarcò, le braccia appoggiate al letto dietro al corpo, a cercare ancora più contatto… non resisteva… non poteva resistere oltre…
Il telefono vibrò.

Fu con le lacrime che Serena recepì quel segnale… era allo stremo, assolutamente incapace di capire quale fosse la tortura peggiore… se il fermarsi, o il continuare e affrontare le conseguenze… alla fine agiva proprio come una cagna addestrata… obbediva all’ordine dei suoi padroni…
Si staccò dal cazzo di Stefano, che emise un grugnito di protesta, subito cancellato dal vedere la moglie assatanata con la testa tra le sue gambe che gli abbassava le mutande ormai zuppe…
Non era da lei, assolutamente fuori dal suo normale essere controllata… ed invece ora, pur conscia dello spettacolo che offriva, si fiondava sul cazzo del marito senza controllo, leccava, succhiava… a tratti infilandoselo tutto in bocca… e, disperatamente, attenta a scacciare il confronto che in maniera subdola si infilava nella sua mente… Marco… il suo cazzo… più lungo e più grosso di quello di Stefano… no… doveva rifiutare quell’insinuarsi… e doveva svuotare il marito prima che tentasse di impalarla…
Voglia… voglia che faceva male… voglia che si trasformava in un succhiare veloce, mentre l’uomo subiva il suo spompinare senza pretendere altro… già appagato nello scoprirla così inaspettatamente vorace…
E la cam inquadrava… inquadrava un uomo che restava pressochè immobile, e una donna che agiva da puttana su di lui, una donna infoiata, che non trovava pace… una puttana delle migliori, per chi avesse visto senza sapere…
Serena era ben conscia di questo… mentre sentiva susseguirsi i gemiti del marito… tutto studiato, alla perfezione… torturarla nella maniera più subdola, per farla apparire come la cagna in calore in cui la stavano lentamente trasformando… La cagna e l’imbecille…
No! Ancora voleva farsi largo quel pensiero…
Aumentò il ritmo… doveva finire velocemente… poi le avrebbero permesso di riposare…
Su e giù… su e giù… e il gemito del marito si prolungava, mentre schizzava il suo seme riempiendole la bocca… Ed ora lei, mentre ingoiava tutto, aveva un attimo in cui lo detestava… vedendolo lì appagato, mentre lei si consumava nel desiderio …
Non si aspettava un continuo… e infatti un continuo da parte di Stefano, stravolto, non venne…
“Sei magnifica… Sere…” mormorò ad occhi chiusi, lungo disteso, mentre già la voce si affievoliva sotto la stanchezza…
Serena si spostò, adagiandosi accanto a lui…
“Tu lo sei… amore…” rispose, stringendo con le mani le lenzuola, cercando di dominare il fuoco del ventre… Un minuto di silenzio… poi due… infine arrivò il leggero russare di Stefano, che si voltò nel sonno dall’altra parte…
Serena prese il telefono in mano… c’era ancora il messaggio di poco prima… quello arrivato mentre masturbava il marito…
“Appena finito, puttana, in ginocchio sul letto, voltata verso la cam.

Mani sopra la testa e sorridi. Dobbiamo fare qualche shitto. ”
Non avevano un limite… l’umiliazione era continua… il possesso su di lei era continuo…
Ubbidire. Solo che in quel momento non sapeva se lo faceva per non essere punita, o per il permesso di masturbarsi…
Un’occhiata al marito… l’imbec…si morse il labbro… lui dormiva… Si mise in posizione, ginocchia larghe, mani sulla testa… esposta completamente… e, da ultimo, il sorriso… falso, tirato, che non raggiungeva di certo gli occhi… ma sperava bastasse.

Trenta secondi in quella posa… non osava muoversi… poi ancora il telefono…
“Bene. Ora lascia pure accesa la luce del tuo comodino, tutta la notte. Dormi nuda, e con la cam accesa. Sarai sempre sotto controllo. Buona notte, puttana. ” Diceva il messaggio.
Buonanotte… come poteva esserlo, si chiedeva Serena, mentre spegneva la luce della stanza e accendeva quella che le avevano indicato… Poi si stese, con quel disagio derivante dal sentirsi osservata… con il fuoco nel ventre… le veniva da piangere, mentre artigliava le lenzuola, un gesto che doveva comunque celare, per non dare la soddisfazione a chi stava osservando…
Un giorno assurdo si era chiuso… un giorno in cui era stata usata nei modi più indecenti… dall’essere mostrata come una puttana, all’essere costretta a leccare la collega… dall’essere schiavizzata da Marco, fino a ritrovarsi a implorare di godere… pure quando si era trovata al guinzaglio…
E con angoscia, pensava che purtroppo era il desiderio di venire che imperava dentro di lei… mente e corpo… volevano possederle entrambe… e ci stavano riuscendo…
Stesa immobile… non aveva nemmeno il coraggio di voltarsi rispetto al pc… mostrare ancora parti di sé… silenziosamente, le lacrime le segnavano il viso… poi, senza accorgersene, finalmente si addormentò.

“Sveglia amore… sono le sette…” fu la voce del marito a farle aprire gli occhi. Per un attimo, le parve che il mondo fosse tornato alla normalità… Guardando gli occhi compiaciuti del marito, tornò brutalmente alla realtà. Nuda… la cam accesa… gli ordini…
Schiava.
Stefano colse l’apprensione nei suoi occhi…
“Che c’è tesoro, un brutto sogno?” chiedeva lui, già vestito.
Serena si riscosse… non doveva far capire nulla “Sì.. sì un brutto sogno… ma… già pronto tu?”
“Non hai sentito la sveglia tesoro” disse lui, chinandosi sulla moglie per un bacio, accompagnato da una carezza sul seno, che generò subito una scarica nel corpo della donna “e così ti ho lasciato riposare un altro po’.

” Gli occhi di lui accarezzarono il corpo nudo di Serena. “Purtroppo ora devo andare… tu non ti alzi?”
Gli ordini. Ubbidire. La cam.
“No… aspetto… aspetto ancora qualche minuto…” disse cerando di evitare di voltarsi verso il pc.
“ok… allora io vado…” salutò l’uomo, uscendo dalla stanza. Un minuto dopo, Serena sentiva la porta d’ingresso aprirsi e chiudersi… era sola.
E sentiva anche un’altra cosa… l’ovvia esigenza di andare in bagno… pressante… ma non poteva muoversi fino a nuovo ordine.

Incredibilmente, tre minuti dopo si augurava di ricevere ordini al più presto possibile, l’esigenza diveniva pressante, anche se tentava di non darlo a vedere davanti alla cam…
E poi capì… Le venne quasi un sorriso amaro quando il pensiero la colpì…
Chiedere il permesso. Era ovvio.
Per ancora cinque minuti lottò con sé stessa per non cedere davanti a quella tortura assurda… considerò l’idea anche di infischiarsene degli ordini… di riprendersi i suoi spazi… ma… e poi? Sarebbe stata una vittoria che avrebbe portato a quali conseguenze…
Un sospiro di rassegnazione.

Avvilita, si mise in ginocchio sul letto…
“Per favore… posso… posso pisciare?” chiese deviando lo sguardo. Nemmeno dieci secondi dopo, il telefono vibrò. Serena lo prese, con il cuore in gola.
“Scendi nell’ingresso, nuda come sei, e apri la porta. Il tuo padrone aspetta. ”
Serena si coprì gli occhi con una mano… si ricominciava… non le davano un istante di tregua, non un momento in cui potesse essere fuori dal loro controllo.

Stava esitando… e sapeva che questo non era apprezzato. Si alzò dal letto e nuda come le era stato ordinato si recò verso la porta… Ansia. Vergogna. Chi avrebbe trovato? Marco? Paola? O entrambi? Era quello che l’angosciava, il non poter prevedere cos’avessero in serbo per lei…
La mano sulla maniglia… un ultimo respiro profondo, e poi aprì, facendosi scudo con la porta…
Marco. A braccia incrociate.
Ma Serena rimase a bocca aperta per un altro motivo… accanto a Marco, con una borsa in una mano ed un secchio nell’altra, stava Sonia, la ragazzina del negozio di a****li.

“Buongiorno, puttana. ” Disse Marco, secco.
“Ma… che significa… perché lei qui??” chiese esterrefatta Serena, sempre nascondendosi dietro la porta.
Marco avanzò, facendo segno a Sonia di seguirlo verso l’interno della casa. Serena non potè fare altro che scostarsi e lasciarli passare. Appena furono entrati, la donna ancora insistette con lo stupido gesto di coprirsi seno e figa con mani e braccia…
Fu Sonia a chiudere la porta una volta entrati.

La ragazzina era rossa in viso, notò Serena, ma aveva un sorrisetto compiaciuto che le faceva accapponare la pelle…
“Su, Sonia, saluta la puttana. ” Disse Marco, ora sorridente.
“Buongiorno, gran puttana. ” Disse la ragazza, guardando Serena che non riusciva a credere di avere in casa anche quella stronzettina… La fissò, odiandola… ma non riuscì a proferire parola.
Marcon intervenne prontamente.
“Dunque, puttana, meglio spiegarti. Sonia è qui perché si occupa della tua preparazione, stamattina.

Voglio una cagna sistemata a dovere, e sarà lei a seguire queste piccole incombenze. Chiaro, puttana?”
“Marco… ma… io dovrei… è una ragazzina… ti rendi conto?? Cosa pretendi mi lasci fare???” chiedeva Serena sconvolta.
Lui non perse tempo. L’afferrò per i capelli, obbligandola ad abbassarsi, prima sulle ginocchia, poi a quattro zampe. Poi si rivolse a Sonia.
“Collare e guinzaglio, prego. ” Ordinò. Prontamente, la commessa mise la mano nella borsa, e passò a Marco gli oggetti, che lui provvide a far indossare a Sonia, che restava adesso remissiva, singhiozzando a capo chino.

Poi l’uomo passò il guinzaglio a Sonia.
“Bene Sonia. Procedi pure. Ti ho dato la scaletta da seguire… cominciamo prima dal farla pisciare, visto che la puttana a quanto pare ha fretta…”
“Sì signore, dove…” chiedeva raggiante Sonia, praticamente ignorando Serena, l’unica considerazione derivava dal fatto che aveva iniziato a tirare il guinzaglio.
“Seguimi. ” Disse Marco semplicemente, incamminandosi verso la cucina. E Serena iniziò a comprendere…
Si attaccò con le mani al guinzaglio, rimanendo comunque in ginocchio.

“No Marco! Dove mi vuoi portare?? Non puoi! Non di giorno!!! Non puoi farmela fare in giardino!!!” quasi urlò Serena.
Lui non si scompose. Tornò sui suoi passi, e si chinò fino a guardarla dritta negli occhi…
“Vedi puttana, il pisciare fuori a quest’ora è una fortuna per te… magari alle sette e quindici del mattino, non c’è nessuno che ti possa vedere… o desideri forse continuare a protestare? Perché vedi, posso anche decidere di farti fare molto altro in giardino.

Nuda e al guinzaglio. Che ne pensi, puttana?”
Serena piangeva a dirotto, ricadendo a quattro zampe… alzò gli occhi verso Sonia, cercando una parvenza di comprensione, ma trovò solo una stronzetta che guardava Marco come fosse un idolo… rapita dal potere che aveva su di lei… Chinò il capo, sconfitta… “ok…” bisbigliò, lasciandosi ora tirare dalla ragazzina, verso la porta posteriore.
Marco osservava, camminando lento a fianco di Sonia… Osservava Serena, al guinzaglio, sconfitta e in suo potere, con le tettone che ballavano sotto il corpo, umiliata, convinta di aver toccato il fondo…
Sorrise, mentre spalancava la porta del retro… Il fondo era ancora molto lontano…
“Prego Sonia, porta a pisciare la puttana.

” Disse rivolto alla ragazza.
Sonia, raggiante, si voltò verso Serena…
“Su, cagnetta, che dopo devo lavarti per bene…” le disse, godendosi il viso sconvolto della donna.
Serena singhiozzava senza sosta, mentre varcava la soglia… e di nuovo si rendeva conto che l’ubbidire era necessario, per rientrare il prima possibile…. Sonia la guidò a due metri di distanza da Marco, appoggiato allo stipite della porta, verso il centro del giardino…
“Puoi farla qui, cagnetta.

” Disse Sonia, sempre più cosciente del potere che le stavano dando…
Serena tremava… ciò nonostante doveva ubbidire, ed anche l’urgenza ormai non le dava scampo… guardando con tutto l’odio possibile verso Sonia, accucciò il culo, allargando le ginocchia… e iniziò a pisciare…
Quand’ebbe terminato, si avvide che Marco non era più sulla porta… non importava…aveva sentito un rumore, proveniente dal giardino del vicino… iniziò a tirare sul guinzaglio, a quattro zampe cercava di tornare più in fretta possibile verso la porta della cucina…
E Marco ricomparve sulla porta.

Aveva un indumento in mano.
“Ferma. ” Ordinò. E Sonia trattenne la donna, tirando il guinzaglio con due mani…
Marco si chinò un attimo su Serena, togliendo il guinzaglio, ma non il collare. Poi si rialzò, lanciandole addosso l’indumento che aveva in mano…
“Indossa questo, puttana. ” Disse.
Serena spiegò prese in mano quella che risultò essere una camicia bianca, leggerissima… e completamente fradicia. Non si chiese nemmeno il senso di quello che accadeva… indossò la camicia, stando ritta sulle ginocchia… e si accorse che fradicia in quel modo, le aderiva addosso come una seconda pelle, per giunta trasparente… Era praticamente nuda quanto prima… la camicia non faceva altro che esaltare le sue forme, con l’unica copertura rappresentata dal bordo inferiore, che le copriva a malapena il taglio…
Quando cercò i bottoni, ne trovò solo due, gli ultimi due… li abbottonò, rendendosi conto di quanto poco cambiasse il suo essere esposta…
Voleva rientrare, disperatamente rientrare… i rumori dal giardino vicino si susseguivano…
E Marco colse quell’apprensione…
“E’ il tuo vicino, puttana… sembra che oggi abbia da fare in cortile…” disse calmo.

“Marco… ti scongiuro, fammi rientrare… prima che mi vedano nuda…” implorò Serena, angosciata.
“Tra non molto… c’è il problema delle proteste di prima… quindi, ora mi segui, e andiamo a chiedere al tuo vicino se può prestarci una cosetta…”
Serena spalancò gli occhi, incredula. Il vicino già le lanciava chiari segnali normalmente, se poi si fosse presentata con una camicia fradicia ed un collare… no… non poteva… non…
“Marco… Marco ti scongiuro!!!” cercò ancora di dire.

Ma lui la interruppe prontamente, con espressione pensierosa…
“Quale video preferisci mandi a tuo marito? Quello in cui mi succhi il cazzo, o la parte in cui lecchi la figa di Paola? Dimmi pure… sono già pronti…”
Sonia fece un sorrisino, mentre Serena si prendeva il volto tra le mani… Scosse la testa… dicendo un “perché?” senza fine…
Marco le mise la mano tra i capelli, e le impose di alzarsi…
“Su puttana, andiamo.

” Le ordinò Marco, sentendola nuovamente arrendevole… Serena si faceva infatti guidare da quella mano… come una bambola di pezza… il limitare del giardino, dove il garage della casa accanto li celava ancora
Avanzavano… tre metri… due…
Marco la teneva ancora per i capelli, quando raggiunsero la bassa siepe del confine…
Serena vide l’uomo al di là della siepe intento a spostare un vaso… alzare il capo… e immobilizzarsi a bocca aperta… per poi sorridere, prima di appoggiare il vaso a terra, e dirigersi verso di loro.

Serena si sentì perduta…
Lei era una proprietà di Marco… lui era il suo padrone…
E il padrone voleva mettere in mostra la sua schiava.

La caduta di Serena – Capitolo 11

Capitolo 11.
Paola aveva sentito bene… mentre scendeva vide che nell’ingresso era appena entrato Stefano, reggendo una busta, e stava chiacchierando con Marco.
Stefano… non aveva idea di quanto era accaduto, né notava come lei fosse stravolta… un gradino alla volta, si chiedeva come non potesse suo marito vedere i capelli in disordine, in certi punti impiastricciati dagli umori di Paola, o come non notasse quanto reattiva l’avevano resa… Arrivata ai piedi della scala, Stefano le diede il solito bacetto… il cuore di Serena a mille, ma nemmeno in quel momento l’uomo si accorse dell’odore… un odore che lei sentiva netto su di sé… di sesso, di sperma, di piacere, di orgasmo… ma a quanto pareva, sotto il naso di lui tutto questo passò inosservato…
E di nuovo si trovò a lottare contro la parola che tratteneva in gola… “imbecille”… no… no, non doveva cedere al lavaggio del cervello che Paola e Marco le stavano somministrando in maniera così sottile…
Suo marito non se ne accorgeva perché non poteva immaginare… come poteva aspettarsi che sua moglie l’aveva prima tradito, poi era stata per tutto il giorno esibita, scopata sia da un uomo che da una donna, umiliata… no, non poteva immaginare… né avrebbe mai dovuto saperlo…
Ubbidire.

Sempre. E niente sarebbe stato rivelato…
Ubbidire… anche quando la rabbia si impossessava di lei, come in quel momento, in cui vedeva Paola tornare a fare la gatta morta con suo marito…
Difatti, la donna si buttò braccia al collo di Stefano, come se non lo vedesse da una vita…
“Ma che caro” disse schioccandogli un bacio sulla guancia “hai preso anche una bottiglia!” e lo strinse per bene… una stretta che rivelò a Paola quanto l’uomo non rimanesse indifferente… si sentiva netta l’erezione…
Quando sciolse l’abbraccio, i quattro si risederono attorno al tavolo, scartando il dolce e aprendo la bottiglia.

Per una quindicina di minuti, tutto filò in maniera tranquilla, almeno per tre di loro, che chiacchieravano, scherzavano…
Mentre Serena viveva in una tensione continua… nervosismo, frustrazione, il sapere che da un momento all’altro Marco poteva accendere di nuovo il cilindretto… del resto, così la volevano, bagnata e in tensione sempre…
La staffilata però non le arrivò non nei modi, ma nei discorsi… non era bastata la questione della domenica al mare… fu sempre Marco a portare una nuova notizia, mentre parlavano di lavoro…
“… eh, la crisi c’è…” e, voltandosi verso Serena, proseguì “pensa Stefano che io giro per risollevare i negozi in difficoltà, e sono costretto a rimanere da Serena per almeno tre settimane continuative… “ concluse con un sorriso corrucciato… che ebbe l’effetto di un’inondazione di disperazione nella donna…
Serena pensava che Marco avrebbe continuato a comparire come prima… con il lavoro che faceva, non poteva rimanere ogni giorno nel suo negozio… ma evidentemente, con la scusa del momentaccio, si era procurato il pretesto… come sempre, aveva pensato a tutto…
L’unica consolazione, è che la serata sembrava volgere al termine… due minuti dopo fu proprio Marco ad alzarsi per primo, adducendo il fatto che l’indomani c’era da alzarsi presto.

Serena stava quasi per tirare un sospiro di sollievo… sarebbe stata comunque sorvegliata, ma almeno uscivano da casa sua…
Ma avrebbe dovuto imparare a non illudersi…
“Oh Serena…” se ne uscì di colpo proprio Marco “mi volevi mostrare il gazebo… ci terrei, sai che devo farne fare uno a casa mia…” disse sorridente.
Lei ci rimase di sasso… laddove sembrava finita, qualcosa ancora bolliva in pentola… ed ovviamente, il sostegno arrivava da parte di suo marito… Stefano ne faceva un vanto di quel gazebo…
“Sì Sere, facciamoglielo vedere, magari poi gli diamo il numero del tizio che l’ha montato!” disse l’uomo, non vedendo l’occhiata d’intesa di Marco verso Paola, che prontamente intervenne.

“Stefano, scusami… mentre loro fanno, mi aiuteresti un attimo a sparecchiare? Ha fatto tutto Serena stasera…” disse guardandolo con un viso implorante, e l’uomo subito si fermò, non facendo caso agli occhi fiammeggianti della moglie, che però nulla poteva, mentre Marco l’accompagnava verso la porta posteriore.
Una volta usciti, Marco sospinse la donna contro il muro, a lato della porta, che provvide a chiudere. In meno di un secondo, la mano di lui era tra le sue cosce… Doveva essere un gesto brutale, ma il fatto che Serena fosse completamente bagnata, rese l’estrazione del cilindro di una semplicità disarmante, nonché imbarazzante per lei, visto che un nuovo gemito di piacere le uscì dalle labbra…
Marco alzò l’oggetto davanti agli occhi di lei… gocciolava…
“Luccicante… non mi aspettavo di meno, puttana…” le sussurrò, riponendo poi l’oggetto in tasca.

In piena vergogna, Serena distolse lo sguardo…
“Sai c-che mi stai torturando… il mio corpo…” tentava di giustificare lei, ma lui le intimò il silenzio.
“Il tuo corpo? Ti devi rendere conto che non solo il tuo corpo è da puttana, ma che anche la tua mente desidera cazzo in quella figa bagnata… ma stasera non ne avrai… né cazzo, né orgasmi, puttana. ”
La riprova di quanto aveva appena detto, riguardo alla mente della sua schiava, Marco la ritrovò nella reazione di Serena… occhi sorpresi… occhi impauriti all’idea di non poter godere… fu solo un attimo, che però trasparì chiaro, come fu chiaro a Serena il fatto che non era riuscita a nascondere quello che si portava dentro… E la vergogna la consegnava ancora di più nelle mani di lui…
Che sorrise…
“Vedo che nonostante tutto, è la tua figa a comandare su di te, puttana…” disse lui in un sussurro.

Serena strinse gli occhi, vergognandosi.
“Siete stati voi… voi a farmi questo…” rispose flebile.
“Noi? Devi renderti conto che sei puttana dentro… guardati… anche ora saresti disposta a tutto per un altro orgasmo… e ne avrai, non stasera, come ti dicevo… il godere è un qualcosa che ti devi conquistare di volta in volta… Domani, forse. Piuttosto, è meglio che tu ora pisci, visto che non ti permetterò di andare in bagno fino a domani…” Disse Marco, mettendosi a braccia incrociate sul petto.

Serena spalancò gli occhi.
“Che… che significa??” chiese stupefatta.
“Quello che ho detto. Rimarrai sempre sotto l’occhio della cam, fino a domani mattina, quando verremo a prenderti. Saluterai l’imbecille quando si alza, e attenderai, senza alzarti. Niente bagno, niente lavarsi… niente. Attenderai noi. ” Precisò lui.
“Ma…” cercava di obbiettare lei, Marco la interruppe subito.
“uno…” disse semplicemente.
“Marco, ma ti rendi conto di quello che…” cercava di spiegare ancora lei, senza ottenere risultati.

“due…” proseguì infatti lui.
Serena si passò le mani sul volto, sconcertata, affranta. E nuovamente senza uscita. Sì, aveva bisogno del bagno, fuori discussione riuscire ad attendere il mattino… ancora una volta, Marco la poneva in una situazione limite, dove il rifiutare l’ubbidienza non era scelta… l’ubbidire era pura necessità…
Uno sguardo alla porta, a controllare che nessuno arrivasse… e poi, come già le avevano insegnato, giù, inginocchiata, a umiliarsi nuovamente…
“P-per favore… posso andare in bagno…” chiese in un sussurro Serena, le ginocchia sull’erba del giardino… il capo chino…
“No, puttana.

” Disse Marco, secco.
Serena alzò la testa di shitto.
“Ma… non puoi pensare… non posso riuscire a tenerla fino a domani!!! Marco, per favore!!” cercò di farlo ragionare lei.
Marco sorrise.
“Non ti ho detto che non devi pisciare… ti ho detto che non puoi andare in bagno…” spiegò con tono sadico.
“Co-sa… non ci credo…” singhiozzò Serena… stava capendo…
“Su, puttana. Un brava bestia da compagnia non usa il bagno, e piano piano, lo capirai… La domanda che devi farmi diventa un’altra… chiedimi il permesso di pisciare, cagnolina.

” Ordinò, la mano che si infilava premonitrice tra i capelli di lei…
Serena si mordeva il labbro… tremava di rabbia… tremava del freddo che una catena fa sentire sulla pelle di una schiava… quando pensava di arrivare al gradino più basso, scopriva quanto ancora potessero spingerla più giù… quello che chiedevano erano semplice… distruggere ogni forma residua di dignità potesse ancora avere…
E, al solito, nessuna via d’uscita… sentiva già la presa tra i capelli cominciare a tirare… a far male…
“Dunque, puttana? Più tempo passiamo qui fuori, più tempo Paola sta con l’imbecille…” sussurrò Marco, sempre con un gran sorriso sul viso…
Serena sentì una fitta al petto, sentendo quelle parole… Solo Marco poteva limitare Paola, una donna che, se lasciata libera di fare, senz’altro avrebbe provato di tutto per arrivare a scoparsi suo marito, solo per il gusto di farlo… Ed il suo matrimonio sarebbe stato distrutto, come anche se Stefano fosse venuto a conoscenza del suo tradimento… e avesse poi visto video, stampate….

Un doppio ricatto… così perfetto da…
Da indurla ad allargare le cosce… ad alzare il bordo della gonna…
Da indurla a chiedere…
“Per favore… posso… posso pisciare…” chiese ad occhi chiusi.
“Certo puttana. Piscia pure davanti a me. ” Dichiarò Marco, trionfante. Piegarla ad ogni suo volere era qualcosa che non smetteva di farlo sentire pienamente soddisfatto… e l’udire adesso il rumore del liquido di lei che toccava il terreno, gli procurava una nuova erezione…
Quand’ebbe finito, Serena lo guardò con occhi lucidi…
“Ne… ne ha avuto abbastanza?” chiese, con un moto d’orgoglio decisamente fuori luogo.

Difatti, Marco la tirò per i capelli, facendola alzare a forza, e la costrinse faccia contro il muro, mentre lui aderiva al corpo di lei da dietro. Serena poteva così sentire netto il cazzo dell’uomo contro il suo culo…
“Abbastanza? Veramente, ora si passa alle regole per la notte…” disse all’orecchio della donna, mentre le alzava la gonna, per farle sentire meglio il membro contro le chiappe… “e voglio sentirti dire sempre sì signore, dopo ogni ordine, altrimenti il culo te lo spacco qui dove siamo…” e, detto questo, la sentì irrigidirsi, impaurita… indubbiamente, il discorso dello sverginarle il culo la gettava nel panico… molto bene, pensò lui…
“S-sì… signore” disse tremante Serena.

“Bene, puttana. Appena usciamo, andrai subito in camera. Accenderai il tuo pc, e ti assicurerai che inquadri bene il letto. Hai Skype, già lo so, e infatti troverai la nostra richiesta già lì. L’accetterai subito. Chiaro, puttana?” chiese lui, mentre con una mano la teneva sempre per i capelli, viso contro il muro, e l’altra raggiungeva un capezzolo della donna.
“Sì… Signore…” rispose lei, stringendo le palpebre.
“Avrai il tuo telefono accanto, tienilo in silenzioso, riceverai l’ordine di accendere la cam in non più di dieci minuti.

Nel frattempo ti spoglierai completamente, l’imbecille ti deve trovare nuda quando sale…” proseguì Marco.
“Ma… s-se… se Ste-Stefano… mi… mi facesse do-domande… Ahh!!” fu costretta ad emettere un piccolo urlo, quando lui strinse il capezzolo in maniera decisa.
“Come si risponde al padrone?” chiese lui, perentorio.
“S-sì Signore…” si arrese lei.
“Non credo farà tante domande… anzi, mi sa tanto che sarà bello reattivo stasera… ma lui non dovrà assolutamente penetrarti, e tu non puoi godere senza il mio ordine.

Capito, puttana?”
“Sì… signore…” rispose sottomessa Serena… nonostante la situazione, si rasserenava su un fatto… Stefano di solito alla sera era stanchissimo, anche trovandola nuda, avrebbe apprezzato, ma con tutta probabilità, si sarebbe messo a dormire, come accadeva quasi sempre… e lei avrebbe inventato qualche scusa… magari che voleva far la doccia, ma non ne aveva più voglia…. Quello che non capiva era il discorso della presunta reattività di suo marito quella sera…
Ma fu rapido Marco a spiegarlo, senza nemmeno chiedere…
“Chissà come arriverà voglioso… del resto Paola sa riaccendere bene certi fuochi latenti…” insinuò lui, sempre continuando a stimolarla…
“Che… che vuoi dire… quel-quella stronza… che… che fa…” disse Serena, combattendo tra la rabbia e il resistere a quelle carezze che non smettevano di mantenerla eccitata…
“Oh… niente di più che stuzzicare… per ora… tutto dipende da te, puttana, sempre e solo da te…” ribadiva lui.

Serena ribolliva dentro di sé, mentre l’altro continuava a divertirsi con il suo corpo, con la sua mente… ribolliva ma non smetteva di chiedersi dove potesse arrivare quello stuzzicare… dio come avrebbe cavato gli occhi a Paola… voleva rientrare, ma Marco non lo permetteva ancora…
E, tagliata fuori, Serena non poteva sapere che Paola si era messa d’impegno per rendere quei pochi minuti, per così dire… significativi…
Infatti, non appena Marco si era richiuso la porta del retro alle spalle, uscendo con Serena, lei aveva tenuto impegnato Stefano.

Decisamente impegnato.
“Uh, Stefano” aveva detto non appena la porta si era chiusa “quasi dimenticavo la mia giacca in bagno…” e lui, da buon padrone di casa l’aveva accompagnata a riprendersela.
“Proprio un bel bagno, Stefano” aveva detto, entrando decisa nella stanza, assieme a lui “e una doccia meravigliosa” aggiunse avvicinandosi di un passo all’uomo, con sguardo carico di malizia… Stefano si era fatto indietro di un passo, ben conscio della carica erotica della donna…
“S-sì… l’abbiamo fatta fare proprio come ci piaceva e…” stava dicendo lui, ma fu subito interrotto dalla donna.

“E’ proprio nella doccia che ti scoperei volentieri…” sussurrò ancora lei, avvicinandosi e, di fatto, costringendolo contro il muro piastrellato con il suo semplice avanzare…
“Paola… forse… cioè, io sono sposato e… Serena è tua amica, forse ci siamo capiti male…” diceva lui, imbarazzato, ma al contempo affascinato e non solo dai modi spicci di Paola…
Fu un attimo. Paola che riduceva le distanze a pochi centimetri, che con un gesto veloce apriva la zip del corpetto, rivelando il seno… che se lo prendeva tra le mani, da sotto, offrendolo all’uomo che le stava davanti…
“Ed io rispetto la tua integrità” diceva massaggiandosi le mammelle, da cui Stefano, a bocca aperta, non riusciva a staccare gli occhi “ma così almeno penserai un po a me quando baci Serena…” e lo disse compiendo l’ultimo passo e coprendo i pochi centimetri che li separavano…
Stefano si ritrovava con la fronte coperta di sudore, incapace di formulare un atteggiamento di totale diniego… diavolo, Paola era estremamente seducente… e aveva avuto ragione sul discorso della passione nella coppia… nell’ultimo periodo, tra lui impegnatissimo sui lavoro e Serena distante anni luce dal saper provocare, gli arretrati si erano accumulati… sia di sesso, sia riguardanti al semplice sentire di piacere… ma non era una scusa… doveva fermare quella donna… doveva…
“Paola… sei… veramente, sei una bella donna… ma, per favore… copriti… e usciamo di qui, ripeto, sono sposato…” era riuscito almeno a dire quello.

Lei fece un’espressione imbronciata, assolutamente finta, che serviva più a far capire il suo non arrendersi davanti a nulla…
“Ok… però vedi, tu mi piaci… e non demordo mai, se qualcosa mi piace, me lo prendo… ma solo dopo essere supplicata…” disse, passando un dito lungo la camicia di Stefano, un dito che scendeva… scendeva… lungo un petto che ansimava, eccitato… e più giù… sulla cintura di lui, che guardava il gesto della donna, ma non interveniva… più giù… a trovare l’erezione di lui…
E il dito diveniva una mano che afferrava il membro attraverso il tessuto leggero del pantalone elegante…
“… e qui c’è già qualcosa a cui piaccio, e che mi supplicherebbe volentieri…” diceva Paola, con un sorriso carico di dominio, e una mano che non solo stringeva, ma massaggiava lenta…
Stefano non ebbe il tempo di riflettere.

Non seppe neanche il tempo di poter decidere se fare o non fare qualcosa… Paola si ritrasse all’improvviso, con un’espressione di assoluta tranquillità, si allontanò di un passo, riallacciando il corpetto e prendendo la giacchettina, e mentre lui rimaneva a bocca aperta contro il muro, lei lo guardò con un sorriso assolutamente normale…
“Su, andiamo, credo rientreranno tra poco. ” E usciva dal bagno, lasciandolo di sasso… prima di muoversi per seguirla…
E Paola, il viso celato alla sua vista, riprendeva lo sguardo di chi ha tutto sotto controllo… lo sguardo di chi sa di avere un giocattolo che le trotterella dietro… un giocattolo che pensava alle sue tette, alla sua mano sul cazzo… e che ci avrebbe pensato anche più tardi, mentre era a letto con la sua mogliettina…
“Ottimo” pensava, raggiungendo la cucina nel mentre Serena e Marco rientravano.

Marco, assolutamente a proprio agio, Serena obbligata a fingere di esserlo… come del resto, per ragioni diverse, Stefano, poco dietro di lei.
Proseguirono nei saluti, dalla cucina, poi verso l’ingresso. Pochi minuti, poi i due ospiti uscirono, non senza lanciare un significativo sguardo verso Serena… un chiaro messaggio negli occhi… “Ubbidisci. ”
Quando la porta si chiuse, Stefano si voltò verso la moglie, con un’agitazione che stemperava nel buon umore…
“Piacevole serata… due persone ottime direi…” disse lui, che in cuor suo desiderava un momento per calmarsi… per fortuna Serena gli procurava il pretesto…
“Sì… io… sono dei buoni colleghi… sì” rispose lei, atterrita, ma mostrando un sorriso tirato che voleva nascondere al suo uomo tutto quello che aveva subito… e che ancora avrebbe continuato a subire… per lo meno, non notava segni particolari di qualcosa tentato da Paola… e poi, suo marito gliel’avrebbe detto… o no?
No….

Non doveva pensare il peggio… stava ubbidendo… e Stefano la amava… Ma perché non si accorgeva di quanto era stata usata? Di come ogni centimetro del suo corpo sapesse di sesso… dai tormenti inflittegli da Paola, alle torture mentali e fisiche di Marco… alla sua stessa voglia inespressa…
“Imbecille”… ancora quella parola a fior di labbra… e ancora a dominarsi, a non voler cedere al lavaggio del cervello che i suoi aguzzini volevano farle… “Vado di sopra Stefano… ti spiace sistemare qui… io… sono molto stanca…” disse già avviandosi verso la scala, sentendo i minuti che scorrevano, sentendo che ancora per quel giorno non era finita…
Proseguì verso la camera da letto, dopo che Stefano le ebbe assicurato di mettere tutto in ordine e, una volta giunta sulla porta, non potè che appoggiarsi allo stipite, mano sulla fronte, a contemplare la stanza…
Una camera dov’era stata legata, portata al delirio, costretta ad implorare piacere… ma dove pure aveva dovuto servire nei modi più osceni non solo Marco, ma anche Paola… l’avevano squassata nel piacere, anzi, nell’assenza del piacere completo, per arrivare a renderla disposta a tutto… Persino ad essere trattata come una cagna… a fare i bisogni sul prato della sua stessa casa…
Si riscosse, ricordando che i minuti passavano… Accese il pc.

Dopo un minuto, controllò skype…
E in effetti, c’era la nuova richiesta… non pensò nemmeno di ignorarla… non doveva mai pensare di disubbidire… mai. Se il loro giocare con lei era quello quando si comportava come volevano, non osava pensare alle punizioni…
Accettò la richiesta. Fece la prova con la cam… sì, abbracciava il letto, come le avevano ordinato… il cellulare era in silenzioso e appoggiato sul comodino… Non le rimaneva che spogliarsi, e attendere…
Non che avesse tanto da togliersi… via la maglia, seguita dalla gonna e dalle scarpe… quante volte si era denudata alla stesso modo, normalmente… ora cambiava tutto.

L’odore sulla pelle… il sapersi tra un attimo sotto controllo, il guardare il letto dove era da poco stata legata e usata…
E la voglia.. nonostante tutto, la voglia… ma gli ordini erano chiari. Niente penetrazioni. Niente orgasmi. Sentiva Stefano in salotto che finiva di sistemare… non avrebbe probabilmente costituito un problema, anche se l’avesse trovata così, nuda com’era… ma le frasi di Marco l’avevano messa in agitazione. E se…
No, no… Stefano di solito arrivava stanchissimo e poi… dio mio… l’idea di essere sotto l’occhio della cam mentre era in intimità con il marito… dio mio…
I suoi pensieri furono interrotti dalla lieve vibrazione del telefono… Serena chiuse un momento gli occhi, per darsi forza, poi lo prese e controllò…
“Accetta la videochiamata e abbassa la schermata.

Poi stenditi sul letto, non coprirti. Una volta accesa la cam, non dovrai più spegnere. ” Recitava il whatsapp.
Ecco… proseguiva lo schiavizzarla… quella non era più la sua camera da letto, ma un’altra parte della sua gabbia… Vide la chiamata sullo schermo, e cliccò sul tasto verde… la schermata si aprì. Lo schermo era buio… qualcosa copriva la cam dall’altra parte… Ovvio. Loro la vedevano, lei però non poteva… così non avrebbe saputo quando era realmente sotto osservazione e quando non lo era…
Non cambiava la sostanza… era di nuovo nuda davanti a loro, a disposizione.

Potevano guardarla, registrarla, fotografarla… tutto. E tutto senza obiezioni.
Si sentiva oltre la vergogna mentre si stendeva… il bel corpo offerto ad occhi che non vedeva, immobile, in attesa di chissà quali ordini potessero arrivare… e nel mentre, sentiva Stefano risalire le scale… pochi secondi, ed entrò nella stanza… Serena lo guardò… e capì subito che non sarebbe stata la solita serata da parte di lui.
Piccole sfumature, che coglieva nello sguardo dell’uomo… aveva voglia, e il trovarla così a disposizione, non faceva che accentuarla.

Difatti, Stefano fece un sorriso malizioso, iniziando a spogliarsi… e lei non poteva fare altro che fingere una felicità che voleva andare solo a coprire il terrore che la invadeva…
E il telefono vibrò. Serena sentiva il cuore battere a mille… non sapeva che fare… ma a quell’ora, solo uno poteva essere il mittente… Prese il telefono al volo dal comodino.
“Non fargli togliere le mutande. Devi inzuppargliele strusciandoti su di lui. Lo farai godere con un bel pompino solo quando tornerai a sentire il telefono vibrare.

Niente penetrazioni, niente godere per te. ”
Le mani tremavano mentre leggeva il messaggio… già avevano visto le intenzioni di Stefano, come le aveva viste lei… E volevano continuare nel gioco del torturare il suo piacere… senza tregua, senza pietà…
“Chi è tesoro?” chiedeva Stefano, perplesso, mentre si accingeva a togliersi i pantaloni.
“Oh… Marco e Paola… volevano… sì, volevano ringraziarci della bella serata…” disse balbettando.
Stefano si contrasse per un secondo… poi guardando altrove rispose “Già… simpatici… e… ci divertiremo domenica assieme.

” Aggiunse lui. Serena lo guardava… era imbarazzato, e senz’altro acceso, lo vedeva adesso che i pantaloni venivano tolti… ma certo… Paola senz’altro aveva usato le sue armi per stimolarlo… per farlo arrivare in quella stanza pronto a scoparsi chiunque…
Maledetta… e non poteva far nulla… nemmeno far trasparire rabbia o risentimento…
Ubbidire.
Sempre.
Ubbidire. Nei modi più umilianti.
Sempre.
Posò il cellulare… lo sguardo inevitabilmente le andò al pc… che sembrava indifferente a loro, ma che in realtà spiava tutto… uno sguardo veloce e un respiro profondo… poi si voltò verso il marito, proprio mentre lui metteva mano alle mutande grigie , per togliersele…
Mise addosso la maschera più maliziosa che poteva, avvicinandosi a quattro zampe verso di lui…
“No…” gli disse in un sussurro “non… non toglierle… ho voglia di giocare…” disse fermandogli le mani e traendolo sul letto.

Stefano, seppur perplesso, era felicemente sorpreso dall’atteggiamento della moglie… già averla trovata nuda era qualcosa di speciale, e quel prendere l’iniziativa completava il tutto… solo che… sì insomma, Serena era indubbiamente una bella donna, e l’apprezzava anche in quel momento… ma… il viso, il corpo di Paola, il suo atteggiamento si insinuavano nella mente… ma che diamine, non doveva farsene una colpa, era normale… remissivo, lasciò fare sua moglie… che lo fece stendere sul letto…
Serena chiuse gli occhi mentre si metteva a cavalcioni sul marito… la voglia a mille… Stefano comunque era suo marito e a lei piaceva… in più, avrebbe voluto devastarlo di sesso per cancellargli dalla mente qualsiasi immagine di quella stronza dalla mente… ma in primis era una schiava, anche in quel momento, una schiva che al primo posto doveva mettere il fatto di offrire uno spettacolo porno ai suoi padroni…
Avevano fatto in modo di accendere lui, ma il problema era la continua stimolazione a cui era stata sottoposta lei… e lo sentiva di nuovo ora, mentre la sua figa aderiva alle mutande di Stefano… un gemito la colse subito, quando tra le cose sentì il cazzo duro del marito… le venne naturale artigliargli il petto immediatamente… Uno sguardo ancora verso la cam… come a dire “bastardi, sto facendo quello che volete”… il viso trasfigurato dal piacere…
Iniziò a muoversi avanti e indietro… strusciando come le era stato ordinato… lentamente… per non scivolare oltre il limite che l’avrebbe fatto esplodere l’orgasmo…
Avanti e indietro… avanti e indietro…
Sentiva la figa pulsare… gli umori colavano, iniziando ad inumidire le mutande di Stefano, che si godeva quel massaggio intimo … da parecchio l’erezione si faceva sentire, ed aveva bisogno come non mai di sesso… e infatti le mani si alzavano a prendere le mammelle di lei, a piene mani…
E Serena entrava nel suo delirio, aumentando la velocità, spingeva la figa forsennatamente, gemendo e al contempo tentando di trattenere il piacere… il disgusto le saliva dallo stomaco, nel pensare che ogni cosa era osservata… ma il corpo se ne infischiava, cercava e voleva più contatto… le mani si Stefano sul seno le impedivano di stare concentrata… sentiva di arrivare al limite… e allora alzò il culo, a sporgersi in avanti e porgere i capezzoli alla bocca di lui, in cerca inutilmente di un sollievo che non poteva arrivare… Stefano ora succhiava come un pazzo, succhiava le sue tette reattive come non mai…
E il telefono non dava segnali… mentre lei impazziva di voglia… mentre sentiva suo marito che voleva di più, voleva scoparla… sarebbe bastato spompinarlo ora, svuotarlo, e tutto avrebbe smesso quell’inconsapevole tortura… ma evidentemente al di là della cam non giudicavano le mutande abbastanza zuppe…
Giù ancora… a strusciarsi, con una rabbia piena dovuta alla frustrazione di dover controllare ogni millimetro del suo movimento per non esplodere… avanti e indietro… avanti e indietro…
Il clitoride le rimandava scariche che le cavavano piccole urla dalla gola… Isterica… stava diventando isterica dalla voglia…
“Toglimi… toglimi le mutande … Serena…” disse Stefano… sperando la moglie non avesse colto quella lieve esitazione sul nome… infatti a tratti, colpevolmente, continuava a rivedere il corpo di Paola… il suo modo di fare diretto… doveva scopare…
“N-no… no!!” quasi urlò Serena… disperata… mentre si sentiva colare, un fiume che scendeva dal suo corpo ad indicare lo stato indecente in cui si trovava… d’improvviso lei si inarcò, le braccia appoggiate al letto dietro al corpo, a cercare ancora più contatto… non resisteva… non poteva resistere oltre…
Il telefono vibrò.

Fu con le lacrime che Serena recepì quel segnale… era allo stremo, assolutamente incapace di capire quale fosse la tortura peggiore… se il fermarsi, o il continuare e affrontare le conseguenze… alla fine agiva proprio come una cagna addestrata… obbediva all’ordine dei suoi padroni…
Si staccò dal cazzo di Stefano, che emise un grugnito di protesta, subito cancellato dal vedere la moglie assatanata con la testa tra le sue gambe che gli abbassava le mutande ormai zuppe…
Non era da lei, assolutamente fuori dal suo normale essere controllata… ed invece ora, pur conscia dello spettacolo che offriva, si fiondava sul cazzo del marito senza controllo, leccava, succhiava… a tratti infilandoselo tutto in bocca… e, disperatamente, attenta a scacciare il confronto che in maniera subdola si infilava nella sua mente… Marco… il suo cazzo… più lungo e più grosso di quello di Stefano… no… doveva rifiutare quell’insinuarsi… e doveva svuotare il marito prima che tentasse di impalarla…
Voglia… voglia che faceva male… voglia che si trasformava in un succhiare veloce, mentre l’uomo subiva il suo spompinare senza pretendere altro… già appagato nello scoprirla così inaspettatamente vorace…
E la cam inquadrava… inquadrava un uomo che restava pressochè immobile, e una donna che agiva da puttana su di lui, una donna infoiata, che non trovava pace… una puttana delle migliori, per chi avesse visto senza sapere…
Serena era ben conscia di questo… mentre sentiva susseguirsi i gemiti del marito… tutto studiato, alla perfezione… torturarla nella maniera più subdola, per farla apparire come la cagna in calore in cui la stavano lentamente trasformando… La cagna e l’imbecille…
No! Ancora voleva farsi largo quel pensiero…
Aumentò il ritmo… doveva finire velocemente… poi le avrebbero permesso di riposare…
Su e giù… su e giù… e il gemito del marito si prolungava, mentre schizzava il suo seme riempiendole la bocca… Ed ora lei, mentre ingoiava tutto, aveva un attimo in cui lo detestava… vedendolo lì appagato, mentre lei si consumava nel desiderio …
Non si aspettava un continuo… e infatti un continuo da parte di Stefano, stravolto, non venne…
“Sei magnifica… Sere…” mormorò ad occhi chiusi, lungo disteso, mentre già la voce si affievoliva sotto la stanchezza…
Serena si spostò, adagiandosi accanto a lui…
“Tu lo sei… amore…” rispose, stringendo con le mani le lenzuola, cercando di dominare il fuoco del ventre… Un minuto di silenzio… poi due… infine arrivò il leggero russare di Stefano, che si voltò nel sonno dall’altra parte…
Serena prese il telefono in mano… c’era ancora il messaggio di poco prima… quello arrivato mentre masturbava il marito…
“Appena finito, puttana, in ginocchio sul letto, voltata verso la cam.

Mani sopra la testa e sorridi. Dobbiamo fare qualche shitto. ”
Non avevano un limite… l’umiliazione era continua… il possesso su di lei era continuo…
Ubbidire. Solo che in quel momento non sapeva se lo faceva per non essere punita, o per il permesso di masturbarsi…
Un’occhiata al marito… l’imbec…si morse il labbro… lui dormiva… Si mise in posizione, ginocchia larghe, mani sulla testa… esposta completamente… e, da ultimo, il sorriso… falso, tirato, che non raggiungeva di certo gli occhi… ma sperava bastasse.

Trenta secondi in quella posa… non osava muoversi… poi ancora il telefono…
“Bene. Ora lascia pure accesa la luce del tuo comodino, tutta la notte. Dormi nuda, e con la cam accesa. Sarai sempre sotto controllo. Buona notte, puttana. ” Diceva il messaggio.
Buonanotte… come poteva esserlo, si chiedeva Serena, mentre spegneva la luce della stanza e accendeva quella che le avevano indicato… Poi si stese, con quel disagio derivante dal sentirsi osservata… con il fuoco nel ventre… le veniva da piangere, mentre artigliava le lenzuola, un gesto che doveva comunque celare, per non dare la soddisfazione a chi stava osservando…
Un giorno assurdo si era chiuso… un giorno in cui era stata usata nei modi più indecenti… dall’essere mostrata come una puttana, all’essere costretta a leccare la collega… dall’essere schiavizzata da Marco, fino a ritrovarsi a implorare di godere… pure quando si era trovata al guinzaglio…
E con angoscia, pensava che purtroppo era il desiderio di venire che imperava dentro di lei… mente e corpo… volevano possederle entrambe… e ci stavano riuscendo…
Stesa immobile… non aveva nemmeno il coraggio di voltarsi rispetto al pc… mostrare ancora parti di sé… silenziosamente, le lacrime le segnavano il viso… poi, senza accorgersene, finalmente si addormentò.

“Sveglia amore… sono le sette…” fu la voce del marito a farle aprire gli occhi. Per un attimo, le parve che il mondo fosse tornato alla normalità… Guardando gli occhi compiaciuti del marito, tornò brutalmente alla realtà. Nuda… la cam accesa… gli ordini…
Schiava.
Stefano colse l’apprensione nei suoi occhi…
“Che c’è tesoro, un brutto sogno?” chiedeva lui, già vestito.
Serena si riscosse… non doveva far capire nulla “Sì.. sì un brutto sogno… ma… già pronto tu?”
“Non hai sentito la sveglia tesoro” disse lui, chinandosi sulla moglie per un bacio, accompagnato da una carezza sul seno, che generò subito una scarica nel corpo della donna “e così ti ho lasciato riposare un altro po’.

” Gli occhi di lui accarezzarono il corpo nudo di Serena. “Purtroppo ora devo andare… tu non ti alzi?”
Gli ordini. Ubbidire. La cam.
“No… aspetto… aspetto ancora qualche minuto…” disse cerando di evitare di voltarsi verso il pc.
“ok… allora io vado…” salutò l’uomo, uscendo dalla stanza. Un minuto dopo, Serena sentiva la porta d’ingresso aprirsi e chiudersi… era sola.
E sentiva anche un’altra cosa… l’ovvia esigenza di andare in bagno… pressante… ma non poteva muoversi fino a nuovo ordine.

Incredibilmente, tre minuti dopo si augurava di ricevere ordini al più presto possibile, l’esigenza diveniva pressante, anche se tentava di non darlo a vedere davanti alla cam…
E poi capì… Le venne quasi un sorriso amaro quando il pensiero la colpì…
Chiedere il permesso. Era ovvio.
Per ancora cinque minuti lottò con sé stessa per non cedere davanti a quella tortura assurda… considerò l’idea anche di infischiarsene degli ordini… di riprendersi i suoi spazi… ma… e poi? Sarebbe stata una vittoria che avrebbe portato a quali conseguenze…
Un sospiro di rassegnazione.

Avvilita, si mise in ginocchio sul letto…
“Per favore… posso… posso pisciare?” chiese deviando lo sguardo. Nemmeno dieci secondi dopo, il telefono vibrò. Serena lo prese, con il cuore in gola.
“Scendi nell’ingresso, nuda come sei, e apri la porta. Il tuo padrone aspetta. ”
Serena si coprì gli occhi con una mano… si ricominciava… non le davano un istante di tregua, non un momento in cui potesse essere fuori dal loro controllo.

Stava esitando… e sapeva che questo non era apprezzato. Si alzò dal letto e nuda come le era stato ordinato si recò verso la porta… Ansia. Vergogna. Chi avrebbe trovato? Marco? Paola? O entrambi? Era quello che l’angosciava, il non poter prevedere cos’avessero in serbo per lei…
La mano sulla maniglia… un ultimo respiro profondo, e poi aprì, facendosi scudo con la porta…
Marco. A braccia incrociate.
Ma Serena rimase a bocca aperta per un altro motivo… accanto a Marco, con una borsa in una mano ed un secchio nell’altra, stava Sonia, la ragazzina del negozio di a****li.

“Buongiorno, puttana. ” Disse Marco, secco.
“Ma… che significa… perché lei qui??” chiese esterrefatta Serena, sempre nascondendosi dietro la porta.
Marco avanzò, facendo segno a Sonia di seguirlo verso l’interno della casa. Serena non potè fare altro che scostarsi e lasciarli passare. Appena furono entrati, la donna ancora insistette con lo stupido gesto di coprirsi seno e figa con mani e braccia…
Fu Sonia a chiudere la porta una volta entrati.

La ragazzina era rossa in viso, notò Serena, ma aveva un sorrisetto compiaciuto che le faceva accapponare la pelle…
“Su, Sonia, saluta la puttana. ” Disse Marco, ora sorridente.
“Buongiorno, gran puttana. ” Disse la ragazza, guardando Serena che non riusciva a credere di avere in casa anche quella stronzettina… La fissò, odiandola… ma non riuscì a proferire parola.
Marcon intervenne prontamente.
“Dunque, puttana, meglio spiegarti. Sonia è qui perché si occupa della tua preparazione, stamattina.

Voglio una cagna sistemata a dovere, e sarà lei a seguire queste piccole incombenze. Chiaro, puttana?”
“Marco… ma… io dovrei… è una ragazzina… ti rendi conto?? Cosa pretendi mi lasci fare???” chiedeva Serena sconvolta.
Lui non perse tempo. L’afferrò per i capelli, obbligandola ad abbassarsi, prima sulle ginocchia, poi a quattro zampe. Poi si rivolse a Sonia.
“Collare e guinzaglio, prego. ” Ordinò. Prontamente, la commessa mise la mano nella borsa, e passò a Marco gli oggetti, che lui provvide a far indossare a Sonia, che restava adesso remissiva, singhiozzando a capo chino.

Poi l’uomo passò il guinzaglio a Sonia.
“Bene Sonia. Procedi pure. Ti ho dato la scaletta da seguire… cominciamo prima dal farla pisciare, visto che la puttana a quanto pare ha fretta…”
“Sì signore, dove…” chiedeva raggiante Sonia, praticamente ignorando Serena, l’unica considerazione derivava dal fatto che aveva iniziato a tirare il guinzaglio.
“Seguimi. ” Disse Marco semplicemente, incamminandosi verso la cucina. E Serena iniziò a comprendere…
Si attaccò con le mani al guinzaglio, rimanendo comunque in ginocchio.

“No Marco! Dove mi vuoi portare?? Non puoi! Non di giorno!!! Non puoi farmela fare in giardino!!!” quasi urlò Serena.
Lui non si scompose. Tornò sui suoi passi, e si chinò fino a guardarla dritta negli occhi…
“Vedi puttana, il pisciare fuori a quest’ora è una fortuna per te… magari alle sette e quindici del mattino, non c’è nessuno che ti possa vedere… o desideri forse continuare a protestare? Perché vedi, posso anche decidere di farti fare molto altro in giardino.

Nuda e al guinzaglio. Che ne pensi, puttana?”
Serena piangeva a dirotto, ricadendo a quattro zampe… alzò gli occhi verso Sonia, cercando una parvenza di comprensione, ma trovò solo una stronzetta che guardava Marco come fosse un idolo… rapita dal potere che aveva su di lei… Chinò il capo, sconfitta… “ok…” bisbigliò, lasciandosi ora tirare dalla ragazzina, verso la porta posteriore.
Marco osservava, camminando lento a fianco di Sonia… Osservava Serena, al guinzaglio, sconfitta e in suo potere, con le tettone che ballavano sotto il corpo, umiliata, convinta di aver toccato il fondo…
Sorrise, mentre spalancava la porta del retro… Il fondo era ancora molto lontano…
“Prego Sonia, porta a pisciare la puttana.

” Disse rivolto alla ragazza.
Sonia, raggiante, si voltò verso Serena…
“Su, cagnetta, che dopo devo lavarti per bene…” le disse, godendosi il viso sconvolto della donna.
Serena singhiozzava senza sosta, mentre varcava la soglia… e di nuovo si rendeva conto che l’ubbidire era necessario, per rientrare il prima possibile…. Sonia la guidò a due metri di distanza da Marco, appoggiato allo stipite della porta, verso il centro del giardino…
“Puoi farla qui, cagnetta.

” Disse Sonia, sempre più cosciente del potere che le stavano dando…
Serena tremava… ciò nonostante doveva ubbidire, ed anche l’urgenza ormai non le dava scampo… guardando con tutto l’odio possibile verso Sonia, accucciò il culo, allargando le ginocchia… e iniziò a pisciare…
Quand’ebbe terminato, si avvide che Marco non era più sulla porta… non importava…aveva sentito un rumore, proveniente dal giardino del vicino… iniziò a tirare sul guinzaglio, a quattro zampe cercava di tornare più in fretta possibile verso la porta della cucina…
E Marco ricomparve sulla porta.

Aveva un indumento in mano.
“Ferma. ” Ordinò. E Sonia trattenne la donna, tirando il guinzaglio con due mani…
Marco si chinò un attimo su Serena, togliendo il guinzaglio, ma non il collare. Poi si rialzò, lanciandole addosso l’indumento che aveva in mano…
“Indossa questo, puttana. ” Disse.
Serena spiegò prese in mano quella che risultò essere una camicia bianca, leggerissima… e completamente fradicia. Non si chiese nemmeno il senso di quello che accadeva… indossò la camicia, stando ritta sulle ginocchia… e si accorse che fradicia in quel modo, le aderiva addosso come una seconda pelle, per giunta trasparente… Era praticamente nuda quanto prima… la camicia non faceva altro che esaltare le sue forme, con l’unica copertura rappresentata dal bordo inferiore, che le copriva a malapena il taglio…
Quando cercò i bottoni, ne trovò solo due, gli ultimi due… li abbottonò, rendendosi conto di quanto poco cambiasse il suo essere esposta…
Voleva rientrare, disperatamente rientrare… i rumori dal giardino vicino si susseguivano…
E Marco colse quell’apprensione…
“E’ il tuo vicino, puttana… sembra che oggi abbia da fare in cortile…” disse calmo.

“Marco… ti scongiuro, fammi rientrare… prima che mi vedano nuda…” implorò Serena, angosciata.
“Tra non molto… c’è il problema delle proteste di prima… quindi, ora mi segui, e andiamo a chiedere al tuo vicino se può prestarci una cosetta…”
Serena spalancò gli occhi, incredula. Il vicino già le lanciava chiari segnali normalmente, se poi si fosse presentata con una camicia fradicia ed un collare… no… non poteva… non…
“Marco… Marco ti scongiuro!!!” cercò ancora di dire.

Ma lui la interruppe prontamente, con espressione pensierosa…
“Quale video preferisci mandi a tuo marito? Quello in cui mi succhi il cazzo, o la parte in cui lecchi la figa di Paola? Dimmi pure… sono già pronti…”
Sonia fece un sorrisino, mentre Serena si prendeva il volto tra le mani… Scosse la testa… dicendo un “perché?” senza fine…
Marco le mise la mano tra i capelli, e le impose di alzarsi…
“Su puttana, andiamo.

” Le ordinò Marco, sentendola nuovamente arrendevole… Serena si faceva infatti guidare da quella mano… come una bambola di pezza… il limitare del giardino, dove il garage della casa accanto li celava ancora
Avanzavano… tre metri… due…
Marco la teneva ancora per i capelli, quando raggiunsero la bassa siepe del confine…
Serena vide l’uomo al di là della siepe intento a spostare un vaso… alzare il capo… e immobilizzarsi a bocca aperta… per poi sorridere, prima di appoggiare il vaso a terra, e dirigersi verso di loro.

Serena si sentì perduta…
Lei era una proprietà di Marco… lui era il suo padrone…
E il padrone voleva mettere in mostra la sua schiava.

Linda, suo marito, la sua figliastra lesbica ed io

Il primo incontro l’ho avuto con Linda. Solo io e lei. Ci siamo incontrati per un aperitivo, abbiamo deciso che ci piacevamo, e siamo andati in motel, dove sostanzialmente ci siamo leccati i genitali e infilato dita nel culo a vicenda per circa tre ore e mezza. I nostri accordi non prevedevano penetrazione, solo dita e bocca: le sono bastati, evidentemente, perché è venuta un numero imprecisato di volte, non le ho contate. A volte mi chiedeva di smettere di leccarla per un po’, perché era diventata ipersensibile e sentiva il solletico.

Giocavo col suo culo per un po’, con la lingua e con le dita, mentre lei mi leccava tutto il leccabile tra osso sacro e pube, e nel giro di qualche secondo quella tornava a schiacciarmi contro la faccia con le gambe spalancate, bagnandomi il naso e il mento. Quello era il segnale, potevo riprendere a leccarla sino al successivo orgasmo, il solletico era passato. Era tornata la fame.

Lei aveva 52 anni, ben portati, un matrimonio alle spalle e un secondo matrimonio con un uomo quindici anni più grande di lei.

Io ne avevo 40, portati come me li porto, e mia moglie era via per lavoro. Amo mia moglie, ma ho bisogno di sentire il sapore della figa di un’altra, di tanto in tanto. Quindi mi ero organizzato per tempo, per quell’incontro. Non ho una particolare passione per le cinquantenni, ma Linda era l’unica, fra le sei donne che avevano risposto alla mia inserzione su di un fottuto sito a pagamento, a non chiedere soldi o “regali”, e dalle foto sembrava essere in splendida forma, quindi ho deciso di provare ad incontrarla.

E mi ha conquistato, durante quell’incontro. Conquistato al punto che ad un certo punto ho deciso che sì, avevo voglia di leccare il buco del culo di quella donna, e avevo voglia di leccarlo subito. Che donna, gente. Fisico asciutto e tonico, direi più tonico del mio. Un sedere sodo e ben disegnato. Denti curati. Qualche ruga attorno agli occhi azzurri, labbra carnose tirate spesso in un sorriso obliquo, a sottolineare una qualche osservazione tagliente.

Colta e spiritosa, capace di parlare di sesso senza usare eufemismi, con disinvoltura, e riuscendo a non risultare volgare nel farlo. Il che non è facile, quando sei in un locale pieno di gente a portata d’orecchio.
La sua storia poteva sembrare semplice: suo marito col sesso aveva chiuso. Via la prostata, fine della potenza sessuale, rifiuto, fine della vita sessuale della coppia. Lui non sapeva che lei cercava attenzioni altrove. Lei pensava che se lui fosse mai venuto a saperlo ne sarebbe stato umiliato.

Ma lei ne aveva ancora bisogno, ne aveva ancora voglia. Internet aiuta, mi aveva detto: guardami qui, a parlare di sesso orale con un uomo dodici anni più giovane di me.

Tra un orgasmo e l’altro, Linda riprendeva fiato prendendosi in bocca il mio fidato soldatino semplice, leccandomi i testicoli e infilandomi la lingua nel sedere. La sua lingua si dedicava al mio buco del culo mentre mi masturbava lentamente con la mano destra.

Poi tornava a mettermi il suo buco del culo sul naso e la sua figa in bocca, e ripartiva per farsi un altro giro. Ogni tanto mi succhiava, ogni tanto gemeva a basta. Ogni tanto si guardava allo specchio mentre me lo succhiava. Giocava coi testicoli. Mi infilava un dito nel culo, e io le infilavo un pollice nel suo. Poi veniva a gran voce, tanto la stanza era insonorizzata (bene, mi aveva detto quando le avevo letto dal cellulare la descrizione del motel, mi piacciono le stanze insonorizzate: mi piace gridare), spruzzandomi qualche gocciolina sul petto.

Mi riprendeva il cazzo in bocca, e si ricominciava.

Io avevo ascoltato la tragica storia del marito prostatectomizzato, e avevo cominciato a sentirmi un verme nei confronti di quell’uomo.
Ma io una donna così continuerei a leccarla anche da impotente, avevo pensato.
Una donna così *merita* di essere leccata, checcazzo.
Amico prostatectomizzato, mi spiace, ma io a questo punto mi lecco tua moglie, e me la lecco senza sensi di colpa.

Se tu gliela avessi leccata lei non sarebbe qui per farsela leccare da me. Hai le tue colpe, bello mio, prostata o non prostata. Ti avranno levato chirurgicamente la prostata, ma lingua e dita ti sono rimaste, no? Usale, allora. Oppure non ti prendere male se su tua moglie finisco per usarle io. Oh. Avevo la coscienza a posto, a quel punto. E’ importante, avere la coscienza a posto. Eh? Mia moglie? Lo so, che si scopa il suo collega.

Francamente non m’importa. Anche qui, coscienza a posto.
“Ho finito per crearmi questo alibi mentale”, mi ha detto lei alla fine di quel racconto. “In qualche modo mi sono convinta che se mi limito alle mani e alla lingua non lo sto tradendo. Ho sempre fatto così, e questo evidentemente alla mia coscienza è sufficiente”.
Io ho sorriso, un po’ sornione. “Ho sempre fatto così, hai detto. Sempre da quando? Sempre da prima dell’intervento alla prostata di tuo marito”?
Lei ha spalancato gli occhi e ha bevuto un sorso di negroni.

“Chi sei, Sherlock Holmes?”
“Sgamata”.
“Ma tu guarda che tipo!”, ha detto, e poi è scoppiata a ridere. “Sì, sono quindici anni che ho questo tipo di scambio con una persona”.
“Una donna”, ho detto io.
Lei ha spalancato ancora gli occhi.
“Hai detto una persona, se si fosse trattato di un uomo avresti usato un qualcosa declinato al maschile”, le ho detto io.
“Devo stare attenta a quel che dico”, ha detto lei tirando un sorriso obliquo.

“No, è che mi piace fare il cagacazzi”, ho detto io. “Quindi sono dieci anni che non-tradisci tuo marito con una donna. Bene. Quindici anni, direi che si tratta di uno… come l’hai chiamato, prima? Scambio? Sì, direi che si tratta di una relazione di scambio piuttosto lunga”. Ho ridacchiato, ha ridacchiato.
“La situazione è più complessa”, mi ha detto lei.
“Sherlock si arrende”, ho detto io alzando le mani.
“Dai, provaci”, mi ha detto lei.

“Rinuncio”, ho ribadito io. “Più complessa del fatto che nascondi da quindici anni a tuo marito una relazione con un’altra donna? Impossibile”. Lei ha riso.
“Quella donna è la figlia di mio marito”, mi ha detto.
“No”, ho detto io.
“Sì”, ha detto lei.

Linda era accovacciata sul letto, guardando il proprio sedere spalancato riflesso nello specchio. I motel hanno specchi ovunque. Il gioco di specchi spesso è tale da permetterti di guardarti da sei punti di vista diversi mentre lecchi il buco del culo di una sconosciuta.

Lì lo specchio principale era largo quanto tutta la parete al lato del letto. Uno era appeso al soffitto, e alzando gli occhi potevo avere la visone di me stesso mentre infilavo la lingua a stiletto nel sedere teso e umido di Linda, mentre facevo scorrere la lingua tra le sue natiche o le tiracchiavo con i denti le grandi labbra. Tolta la lingua da dentro il suo culo, atto accompagnato da un allegro rumore di risucchio, le avevo infilato il pollice della mano destra nel sedere, con le altre dita aperte sopra il sacro a cercare l’appoggio per la spinta ritmica del pollice.

Il pollice della mano sinistra era affondato nella sua vagina lubrificata e tumida, la clitoride che scivolava lungo il mio indice mentre il polpastrello del pollice la accarezzava da dentro. La stimolazione anale le piaceva, le piaceva molto. La vagina e l’ano invischiati di lubrificante alla fragola schioccavano e producevano rumori umidi mentre le mie dita facevano il loro altalenante, sapiente lavoro. Quando veniva si lasciava andare con la faccia sul letto, ansimante, e io mi inginocchiavo dietro di lei, a leccarle il culo, sprofondando con la lingua dentro di lei, un mix di fragola e buco di culo che mi spalmavo in faccia mentre la mia lingua viaggiava da dentro la sua figa a dentro il suo culo e ritorno.

Lei fremeva, gemendo ad alta voce, priva di ogni freno inibitorio, e le sue chiappe plastiche e sode sobbalzavano tremolanti ad ogni affondo di lingua, il suo ano si stringeva attorno alla mia lingua con un ritmo via via più frenetico, richiamando in gioco ancora una volta le mie dita. Sono sicuro che se le avessi puntato il pisello contro il buco del culo, a quel punto, si sarebbe lasciata penetrare. Ma non era negli accordi, giusto? L’accordo era leccarla, e ero lì per leccare.

E usare le dita, e le stavo usando.

“Lei ha quasi quarant’anni, adesso. Quando le cose sono cominciate ne aveva venticinque. Usciva con un ragazzo, ma lui era un cretino. Siete sempre, cretini, almeno sino ad una certa età”. Avevo annuito, aveva ragione. “Mio marito era sempre fuori casa per lavoro, c’erano periodi in cui era a casa non più di un paio di week end al mese, e io e sua figlia abbiamo cominciato a passare parecchio tempo insieme.

Non abbiamo mai avuto un rapporto simile a quello che si può instaurare tra una figliastra ed una matrigna. Quando ci siamo conosciute lei era già grande, sua madre era già morta da anni. Direi che siamo diventate amiche. Amiche sempre più strette. Finché… beh, una volta io stavo facendo la doccia. Lei è entrata in bagno per parlarmi, come faceva spesso, ma ad un certo punto si è spogliata e si è buttata sotto la doccia assieme a me.

Non ho ben capito che cosa stesse succedendo sino a quando lei non si è inginocchiata e non ha cominciato a leccarmela”. Sbuffa. Ride. “Ce la siamo leccata a vicenda per tutta la notte, ci credi?”
“Assolutamente”, dico io. “E a proposito: ritengo sia doveroso informarti che ho un’erezione, in questo momento. Ma poi continuare il racconto, se vuoi”.
“Grazie”, ha sorriso lei. “E’ stata la mia prima volta con una donna. Mi sono ritrovata a godere del profumo della figa di un’altra, e non credevo sinceramente che mi sarebbe mai capitato.

Non ci avevo davvero mai pensato. Oh, affondare la faccia dentro di lei e ingoiarne gli umori mi ha reso selvaggiamente eccitata. Venivo a ripetizione mentre mi leccava tra le gambe e mi penetrava con le dita. L’esperienza di sesso più coinvolgente della mia intera esistenza, davvero, mai provato niente di nemmeno paragonabile con un uomo, senza offesa. Lei è rimasta l’unica, donna. Una donna che viveva con suo padre e con la matrigna di lei, una donna che ad un certo punto ha smesso di frequentare uomini, e che faceva sesso solo quasi esclusivamente con me, solo quando mio marito non c’era”.

“E ora gli equilibri si sono rotti. Tuo marito non è più in giro per lavoro, e voi due avete perso gli spazi che vi eravate create nel corso di quindici anni di vita simil-coniugale”.
“Torna fuori Sherlock?”
“Ci ho preso?”
“Ci hai preso”.
Silenzio. Poi le ho chiesto ancora di parlarmi del sapore della vagina della figlia di suo marito, per favore.
Lei ha riso. “Rita”, mi ha detto, “si chiama Rita, e la sua figa sa di miele e di ferro, ed ha il più buon profumo di donna che tu possa immaginare”.

Dopo tre ore e mezza di gioco ininterrotto Linda era appagata e stanca. Chiazze rosse le spiccavano ai lati del collo e sul petto, tra i seni. Era madida di sudore, e i capelli le si erano appiccicati alla fronte. Il trucco era sbavato, il mascara le imbrattava le palpebre. Era venuta un’ultima volta nella mia bocca, si era liberata lentamente del mio pollice dentro il suo culo e mi aveva preso in mano il pisello.

“Direi che adesso tocca a te, te lo meriti”, mi ha detto.
Mi ha fatto sdraiare supino sul letto, mi ha ribaltato le caviglie sopra la testa, si è accovacciata sul mio sedere spalancato e ha cominciato a leccarmi facendo degli ampi movimenti circolari con la testa. Calcava con la lingua quando mi passava sul buco del culo, e intanto mi masturbava lentamente usando la mano destra. Ogni tanto mollava il culo e si infilava il pisello in bocca.

Poi tornava ai testicoli. Quindi ancora al culo. Poi nel, culo, con la lingua, a lungo. Quindi mi ha infilato due dita nel culo, e quasi non me ne sono accorto, anche perché la sua bocca che si chiudeva sul mio glande marmoreo e violaceo mi aveva distratto. Quando ha cominciato a muovere le dita dentro di me, massaggiando la prostata con i polpastrelli, ho capito che avevo a che fare con una che ci sapeva fare, ci sapeva fare parecchio.

Torniamo alla prostata, già. E’ questo, quello che le manca, quello che cerca in me? Una prostata da massaggiare? Certo, anche un cazzo da succhiare. Sembra che le piaccia, succhiare il cazzo. Ma quanto le piace massaggiare una prostata? Quanto le piace avvertire l’eiaculazione prima con le dita che con la bocca? Le sue dita aumentavano il ritmo, le pressioni contro la mia prostata si facevano più pesanti, più insistenti. La sua bocca andava su e giù lungo il mio cazzo, bollicine di saliva le si erano formate ai lati della bocca, e la sua saliva mi colava lungo lo scroto.

L’orgasmo, quando è arrivato, è stato una deflagrazione bianca, accompagnata dai colpi incessanti delle sue dita dentro di me e da contrazioni sconosciute che sentivo tra le viscere: l’orgasmo più forte della mia vita, senza ombra di dubbio. Schizzi violenti di sperma l’avevano colpita ripetutamente in viso, in bocca, sui capelli. Lei raccoglieva lo sperma con le dita e se lo infilava in bocca, ansimando. Lo strizzava dalle ciocche di capelli imbrattate e si leccava le dita, guardandomi negli occhi, le sue dita ancora dentro di me.

“Sei venuto bene, mi sembra”, mi ha sorriso, e io non ho trovato nemmeno la forza di risponderle. Le orecchie mi fischiavano. Avevo le scintille davanti agli occhi. Wow. Cosa non fanno due dita nel culo, gente.

Più tardi, in un bar della zona, bevendo un caffè, Linda ha voluto che le descrivessi il suo sapore, e ascoltata la mia descrizione ha insistito per descrivermi il mio, ed io ho fatto la figura del dilettante che giudica un vino di fronte ad un sommelier professionista.

“Il massimo che mi hanno detto in passato è che sa di cantina”, ho commentato io (ed è vero, lo diceva una mia ex).
“Non ho capito una cosa”, le ho detto prima di salutarla, “E perdonami se te la chiedo, ma io sono uno che su queste cose finisce per farcisi delle seghe mentali infinite, devo sapere, è più forte di me”. Lei mi ha fatto segno di continuare.
“Mi hai detto che con Rita il sesso è grandioso.

Io stasera con te ho fatto, credo, più o meno quello che può farti Rita, che è dotata di lingua e di dita, esattamente come me”. Sorriso obliquo, e mi fa cenno di andare avanti.
“Quindi perché sei venuta a giocare con me? Senti la mancanza di un pisello da succhiare? O, e perdonami se la butto giù così brutale, ti manca una prostata da strizzare con le dita?”
Lei ha riso. “Stavolta non ci hai preso, Sherlock”.

“Cos’è, allora?”
“Sperma. Il sapore dello sperma, ragazzo mio. E il tuo è ottimo. Posso presentarti un’amica, la prossima volta?”
Rimango sorpreso. Un’amica? “Chi? E perché?”
“La mia amica Rita”, mi ha detto lei alzandosi e prendendo la sua borsa. Quindi mi ha dato un bacio sulla guancia. “Il perché lo scoprirai da solo”.

La caduta di Serena – Capitolo 0

Capitolo 9.
“Passiamo un secondo lì davanti, allungami il computer, Paola. ” Stava dicendo Marco al telefono.
Serena gli stava dietro, assolutamente remissiva. Giunti alla porta del negozio, trovarono Paola, con il pc in mano e la sua borsetta.
“Allora ci vediamo più tardi Marco, appena chiudo arrivo. Cosa devo portare?” chiedeva, tendendo il computer all’altro.
“Tutto, non si sa mai cosa ci può servire…” rispose Marco.
Paola si avvicinò a Serena, consegnandole la borsetta e prendendole il mento tra due dita “Ciao gran signora, ci vediamo più tardi… e come ci vedremo…” le disse con un ghigno.

Serena scosse il viso, ad allontanare quelle dita, che tanti tormenti le avevano già generato.
Paola non se la prese “oh, non preoccuparti, dopo non potrai sfuggire… ciao cara. ” Le disse. Serena si sentì gelare a quelle parole. Marco riprese ad avanzare verso l’uscita, e lei svelta si mise al passo. Guardava solo avanti… in poche ore, quel luogo era diventato fonte di potenziale imbarazzo ovunque… Uscire… sarebbe stato un toccasana ora, se non fosse stato per la prospettiva…
Nessuna tregua.

Marco non ne concedeva. Si era approfittato di lei, l’aveva sporcata con il suo seme, se l’era fatta nel senso più stretto del termine, aveva lasciato che altri giocassero con lei e con la sua dignità…
Ma niente bastava. Nel mentre uscivano dal centro commerciale, tentava di prepararsi all’inattendibile. Ovviamente senza riuscirci.
Raggiunsero l’auto di lui, che aprì le serrature. Una volta saliti, Serena lo vide trafficare con il navigatore… le venne quasi un sorriso isterico quando vide con quanta facilità impostava lo strumento sull’indirizzo di casa sua… Marco sapeva tutto… controllava tutto.

O meglio, controllava adesso la sua vita, un pezzettino di più ad ogni istante che passava.
Se pensava ai suoi errori, dovuti realmente ad una fame sessuale che l’aveva presa ad un certo punto, poteva comprendere il pagare… ma a quel modo… totale, senza limiti… Marco non si accontentava di scoparla, no… voleva tutto di lei. E quel rapporto con quella bastarda di Paola poi… che si stava rivelando una pervertita assatanata…
Pensava, mentre si avvicinavano a casa sua, distante non più di dieci minuti dal centro commerciale.

Marco fece l’ultima svolta, all’interno del quartiere tranquillo dove viveva lei, e si fermò al civico esatto. Fino a quel momento era rimasto in silenzio, quasi come se lei non esistesse.
“Eccoci qui”, disse parcheggiando addossato al marciapiede, davanti alla villettina a schiera di lei. Una bella casetta, constatò lui, con un giardinetto ben curato antistante, una proprietà confinante con due case laterali.
Serena era tesa allo spasimo. Per quanto avesse cercato mentalmente di prepararsi a quel momento, non era riuscita a calmarsi… Erano lì, davanti a casa sua… Marco stava per invadere il luogo dove viveva con suo marito, e lo invadeva forte del fatto che possedeva tutti i suoi segreti e che poteva di nuovo abusare di lei con un semplice schiocco di dita… lì, dove aveva costruito gran parte della sua vita…
Tesa… tesa… allungò la mano verso la maniglia, per scendere.

“Aspetta, puttana. ” Disse lui, fermandola.
Lei lo guardò incerta, senza parlare.
“Passami le chiavi di casa, puttana. ” Le disse, secco.
Serena aprì la piccola borsa, frugò un attimo, e una volta trovate, gliele tese.
“Bene, poi domani provvederò a farne alcune copie, per me, Paola… e a chi ne avrà bisogno. ” disse ancora lui, quasi pensieroso. Serena deglutì. C’erano risvolti a cui non aveva minimamente pensato.

Tipo quello.
Marco le stava dicendo che praticamente lui e chissà chi altri potevano accedere a casa sua quando volevano… tra le sue cose, quando più gli garbava… era inaccettabile…. Doveva adesso scegliere bene le parole, mentre lui aveva già aperto la portiera per scendere.
“Marco… non mi sembra il caso, sì insomma… mio marito, o anche i vicini, se vedessero gente che entra e esce…” farfugliò lei, nel tono più umile che potesse trovare.

Un sospiro di Marco…
“Parli ancora come se tu potessi decidere qualcosa…” disse scrollando il capo lui, in una sorta di piccolo e stanco rimprovero. La mano nella tasca… il telecomando adesso in mano…
Serena impallidì. “No, non qui! Entriamo in casa prima, ti pregooohh!!!” concluse con un gemito, piegandosi in avanti, sotto il riaccendersi del cilindro vibrante. Sguardo a destra e a sinistra, mentre non riusciva a stare ferma sul sedile… gente che passava lì a canto, passeggiando, obbligandola a contenere ciò che voleva esplodere… vibrava, stimolava… la rendeva liquida…
“M-marco… bast…ta! Oddiooo… no… non… n-on speg… spegnere…” disse all’improvviso lei, sentendo nuovamente l’orgasmo alle porte…
Ma lui aveva progetti diversi.

Spense il cilindro, con un tocco.
Serena appoggiò la fronte al cruscotto, ansimando a bocca aperta, le braccia a circondarsi il ventre…
“Vedi cosa intendevo, puttana. Tu non decidi nulla, assolutamente nulla. Ora scendi. ” Ordinò lui, smontando dall’auto.
Serena impiegò qualche secondo a ritrovare le forze, poi fece quanto ordinato. Si appoggiò alla macchina, mani incrociate sul petto… tutti la conoscevano, e lei si stava presentando in quel modo e con un uomo accanto, davanti a vicini che si erano sempre dimostrati fin troppo ficcanaso… non doveva farsi notare… ripartì veloce verso la porta di casa, attraversando il piccolo giardino.

Marco la seguiva con assoluta calma e quando raggiunse la donna davanti alla porta, lei si accorse che aveva con sé il pc. Brutto segno. Poi, con un gesto da padrone, Marco prese la chiave e aprì la porta, con Serena alle spalle. , che la richiuse immediatamente.
Lui si voltò subito verso di lei, serissimo, mentre lei sentiva quanto quel bastardo influisse su di lei in un modo subdolo… si sentiva infatti a disagio anche dentro la sua stessa casa… senza ordini, nemmeno lì riusciva a muoversi con disinvoltura.

Era nelle sue mani, ovunque.
“Nuda, puttana. I vestiti proprio non ti servono ora. ” Disse lui.
Non che si aspettasse niente di meno, ma per Serena era sempre fonte di estremo imbarazzo e di tremore spogliarsi davanti a lui, che pure l’aveva già usata a più riprese. Non osava però nemmeno esitare, non lì, se in pubblico lui non si era fatto problemi, in privato come avrebbe potuto punirla…
Iniziò quindi a togliersi gli abiti, sotto lo sguardo attento e impenetrabile di Marco.

Lui non poteva che ammirare quel corpo… l’aveva posseduto, l’aveva sporcato, l’aveva umiliato… ma non gli bastava mai… Di donne ne aveva avute ben più di parecchie, ma già con l’arrivo di Paola aveva cambiato marcia… Il concretizzarsi del potere su Serena, aveva dato la definitiva stura alla sua personalità. Scoparla, umiliarla, degradarla… beh, sotto ogni aspetto, tutto gli dava estrema soddisfazione. Decisamente, l’avrebbe portata oltre la schiavitù e di sicuro, non l’avrebbe mai fatta uscire dalla sua gabbia.

Serena finì di togliersi gonna e camicetta. Marco represse un sorriso nel vederla riporre gli abiti ordinatamente sul mobiletto d’entrata, per poi coprirsi con mani e braccia alla bell’e meglio… Una puttana che non smetterà mai di vergognarsi davanti a me… pensava ancora Marco…
A Serena non sfuggì quello sguardo di scherno, che presagiva una perdita di pazienza da parte di lui… lasciò ricadere le braccia lungo i fianchi, esponendosi davanti a lui, con gli occhi che si facevano lucidi… Pensava di leggere un che di approvazione in Marco… nulla.

Rimaneva impassibile, semmai, duro.
“Ora mi fai fare un bel giro di questa casetta… però a quattro zampe, puttana. Quando ci sono io, tu sei la cagna qui. O vuoi forse dirmi che sei una persona?” chiese infine lui, avvicinandosi di un passo.
Serena si morse il labbro. Era nuda davanti a lui, e non gli bastava. Più giù. Era quello il senso costante di tutto… più giù, sempre più giù…
“No…” bisbigliò lei, chinandosi sulle ginocchia, e assumendo la posizione.

“Bene, puttana, fammi strada, e attenta a non gocciolare in giro…” disse lui, pc sempre in mano, ammirando quel culo e quella figa luccicante totalmente in vista. Serena non replicò, conscia dell’umido che si sentiva tra le cosce… nonostante tutto, lo stimolare continuo di tutta la giornata, più il cilindro, facevano in modo che il corpo aggiungesse vergogna a quella che già provava…
Degradata in quel modo, si mise in marcia, lentamente, su mani e ginocchia, guidandolo lungo il salotto, non grande, ma carino, con il suo tavolo robusto da sei posti che campeggiava al centro, un divano, con un bel tavolinetto antistante, e mobili in arte povera che legavano con il tavolo.

Serena procedeva, silenziosa, attraversando una porta, che li introdusse nella cucina, non piccola, all’americana, con tanto di penisola che fungeva da piano di lavoro.
“Quella porta, dove dà, puttana?” chiese Marco, che si studiava ogni angolo della casa.
“S-sul retro…c’è un piccolo giardino…” disse piano lei.
Lui l’aprì, e controllò l’esterno. Ambiente curato, con un gazebo in legno, con tanto di tavolo e sedie. Più in fondo, una sorta di rimessa per gli attrezzi.

“Ottimo”, pensò Marco, richiudendo la porta.
“Proseguiamo puttana. ” Le disse, attendendo fosse lei a fargli strada… c’era poco da fare, Marco ostentava freddezza, ma quelle tettone che oscillavano ad ogni passo della sua cagna, gli procuravano un’erezione da primato… “al tempo” si disse “tra poco…”, si ripeteva, imponendosi pazienza…
Dal salotto, un piccolo corridoio portava al bagno, decisamente carino, con tanto di doccia ampia, ma pure la vasca da bagno, splendente.

Serena lo guidò poi ancora verso l’ingresso, alla base della scala… e li si fermò, a testa bassa. Non sapeva cosa doveva fare… a quattro zampe non poteva salire… e Marco apprezzò nuovamente quel suo attendere ordini… una puttana, certo, ma che un po alla volta imparava…
“Alzati, puttana. Per questa volta le farai in piedi. Abbiamo fretta, e tante cose su cui riflettere, prima che arrivi l’imbecille. ”
Serena si rialzò piano, sentendosi ancora bruciare per le offese gratuite che il bastardo rivolgeva a suo marito… anche se… no.

Era vero… non la scopava abbastanza da lungo tempo, e… magari… forse… se lo meritava e… no! No! Doveva stare attenta… il gioco di Marco, la sua trappola mentale… la voleva guidare a quel convincerla inconsciamente… no. Non poteva caderci.
Si incamminò lungo la scala, ben conscia dello spettacolo che offriva… C’era poi il cilindretto… spento, ma specialmente salendo faceva sentire netta la sua presenza… Per forza non ritrovava mai completamente lucidità, Marco la manteneva costantemente bagnata, costantemente tormentata…
E poi, quando lui decideva, la portava ad implorare… a farle fare e dire cose che provenivano direttamente dalla sua voglia… Un bastardo, un maledetto porco che sapeva sempre dove colpire… ed ora lo stava portando in visita nella sua casa… sua? Dio mio… lui avrebbe abusato anche di quella, avrebbe invaso ogni angolo dell’abitazione come stava facendo con il suo corpo e la sua mente…
Giunsero in cima alle scale, Serena si voltò solo un secondo verso Marco e, senza parlare, capì che doveva tornare nella sua posizione a quattro zampe.

Proseguì quindi sottomessa verso un altro bagno, più piccolo, ma sempre ben curato. Marco l’osservò veloce… tutto faceva tesoro… e mentre lei si incamminava verso un’altra stanza, capiva anche cosa voleva tenere per ultima, quasi che potesse arrivare chissà cosa ad interrompere quell’umiliante tour… ma la lasciva fare, tanto la meta finale sarebbe giunta…
Ora un piccolo studiolo, arredato sobriamente, niente di speciale… molti libri, doveva essere una stanza che usava prevalentemente l’imbecille…
Serena era ferma al centro della stanza… serviva una spintarella a quanto pareva…
“Puttana, la camera da letto ora.

” Sibilò lui.
Lei ebbe un piccolo sussulto, ma iniziò a muoversi, ben sapendo che nulla poteva evitare quell’ultima tappa…
Entrarono. E Marco sorrise, visto che trovava il particolare che stava cercando. Letto, armadio, tappeto… sì, cose normali… ma era la piccola scrivania alla parete che lo colpiva, proprio di fianco al letto, con il computer portatile sotto carica, e il modem in bella vista. Perfetto, come desiderava lui.
“Molto bene, puttana.

C’è tutto l’essenziale a quanto vedo…” disse, dando un’occhiata all’intorno, poi si voltò verso di lei “ora monta sul letto, stessa posizione, mentre sistemo il mio pc. ” E difatti lo appoggiava sul cassettone ai piedi del letto, voltandolo verso di lei.
Serena scosse il capo. Un’ora… un’ora e un quarto al massimo e suo marito sarebbe arrivato… cosa doveva ancora fare quel bastardo. Si sistemò sul letto, come le era stato ordinato, e osservava Marco aprire il suo piccolo pc e armeggiare… “No…” sussurrò, vedendo che stava approntando tutto per una nuova registrazione…
Marco si voltò verso di lei, e cominciò a spogliarsi piano “Puttana, devi capire che sarai molto spesso sotto l’occhio della cam… ora facciamo un’altra bella registrazione, poi stanotte terrai acceso il tuo computer, direttamente collegato con me.


Serena sudava freddo. L’uomo che ora le stava davanti, stava finendo di togliersi scarpe e pantaloni, ed ovviamente si stava preparando a divertirsi con lei… ma era l’invasione che aveva predetto a gettarla nel panico… aveva detto che lei era sua, e manteneva la parola. La cam accesa di notte… laddove pensava di avere un minimo di spazio dove rifugiarsi…
Ma non c’era tempo per pensare. Marco si stava avvicinando al suo viso, con solo le mutande ancora addosso…
“Forza puttana, toglimele…” le ordinò, quando fu a due centimetri da lei.

Le lacrime le bagnavano gli occhi ora… nel suo letto, con un altro, il tutto registrato… ma come poteva…
E poi sussultò… la vibrazione era cominciata. Alzò la testa di shitto, e vide quello che non aveva notato prima… lui aveva il piccolo telecomando in mano… E certo, così nel video sarebbe risultata infoiata come lui desiderava…
La cosa peggiore, è che Marco otteneva il risultato che voleva.
A chi avesse mostrato il video, avrebbe visto una donna a quattro zampe che agitava il culo, a cosce ben divaricate, con una faccia trasfigurata dalla voglia, che ora avvicinava la mano alle mutande dell’uomo che le stava davanti…
“No, no puttana.

Niente zampe. Con la tua bocca da pompinara, me le abbassi…” disse Marco, con voce vellutata… Serena lo guardò un attimo, con disperazione, ma tornava il bisogno, forte, prepotente…
Marco manteneva la velocità del cilindro molto bassa, quel tanto da confonderle la mente, mentre lei avvicinava la bocca al bordo delle mutande… l’afferrava con i denti, e tirava, gemendo, in giù… prima da un lato poi dall’altro… e appena ebbe il cazzo di lui davanti agli occhi, sentì la vibrazione aumentare…
E lei aprì la bocca, a un niente da quel membro, ansimando…
Marco la prese per i capelli, tenendola inchiodata lì, dov’era.

Un tocco al telecomando e Serena ebbe un moto di frustrazione… Aprì e chiuse la bocca due volte… il culo scrollato con forza, nel tentativo di ricreare il movimento del cilindretto… e infine cedette… “R-riaccendilo…” disse semplicemente, a denti stretti.
Marco sorrise, sentendo sotto la mano il tentativo di lei di spingersi verso il suo cazzo… la pazienza pagava, infatti, tenendola sempre sotto eccitazione, la vera tortura non era più l’accendere il cilindro, ma spegnerlo… La mente di lei… Marco gliela fotteva, con consumata maestria…
“Senti senti la mia puttana… ha bisogno di cazzo, o sbaglio…” chiese lui, schernendola.

Lei stringeva gli occhi, decisa a non dargli quell’ultima soddisfazione…
“Ahh… bastard-do!!” sibilò però d’improvviso. Marco accendeva e spegneva ora, velocemente, cavando dalla sua gola piccoli gemiti. E lui continuava, divertendosi a vederla combattere con sé stessa…
Acceso… spento… acceso… spento… mentre la teneva sempre in piena visione del suo cazzo…
Serena artigliava le coperte, ripeteva i suoi “no” all’infinito… ma si trovava nelle mani di chi sapeva come spezzare le sue resistenze…
Non urlò.

Non offese. Non tentò la ricerca di pietà…
Semplicemente, aprì la bocca e con la punta della lingua trovò il membro di lui. Marco sorrise, mentre la guidava nel movimento… se lo fece lappare dalla base alla punta, sempre fermandola quando tentava di metterselo in bocca…
Frustrazione e voglia avevano il sopravvento… Serena cadeva… e cadeva…
“Cosa… cosa vuoi c-che faccia ancora…” chiese con un tono sia rabbioso che esasperato.
Marco le alzò il capo, tirandola per i capelli… “tante cose, tettona…” disse, obbligandola a spostarsi fino a quando Serena non si trovò con la faccia rivolta al suo pc… Poi fu lui a salire sul letto, e a posizionarsi dietro di lei… Due dita entrarono nella figa della donna, a recuperare il cilindro… lo facevano uscire, piano… per farle sentire ogni millimetro, per vederla una volta di più contorcersi con quel bel culo a cercare anche il minimo contatto, per cercare un orgasmo che la liberasse…
Una volta sfilato, lo appoggiò sulle coperte, mentre da dietro la riprendeva per i capelli… li tirava, di modo che la webcam del pc potesse inquadrarle perfettamente il viso e le tettone penzolanti…
“Dillo… dì che vuoi il mio cazzo nella figa…” disse lui, sfiorandole con il glande l’interno delle cosce…
“M-metti… mettilo… n-no… non… posso… posso più…” singhiozzava lei, in un delirio che le faceva ignorare dove si trovasse… la registrazione… e di chi fosse il cazzo che si strusciava contro di lei… doveva godere, ne aveva bisogno!
“Dillo, puttana…” le bisbigliava ancora lui, prendendolo in mano e passandoglielo sul taglio…
“Ca-zzo… metti… mettimi il c… cazzo nella figaaaaaaaaHHH ODDDDIOOOOOOO!!!” urlò, quando lui con una spinta glielo piantò tutto dentro, rimanendo poi immobile, mentre la sua puttana piantava le unghie nelle coperte, pronta a nuovi colpi, che però non giungevano…
“A… anc.. cora…” ansimò, tentando di impalarsi da sola, ma la stretta di Marco la obbligava a stare ferma.

“Non muoverti puttana… ferma…” le diceva, vincendo i sussulti di lei “ne vuoi ancora quindi… allora dì per bene cos’è tuo marito…” ordinò lui, che sentiva la figa della donna come burro fuso attorno al suo cazzo…
“p… per favoree… m-mar… marco… no! No!” si allarmò lei, sentendolo indietreggiare, pronto ad uscire.
“Cos’è tuo marito…” incalzò ancora lui.
“I-imbecille… mio marito… è… un imbecille OHHHAAHHHHH!!!!” urlò ancora, quando Marco lo ripiantò dentro.

Di nuovo immobile. Ma questa volta, la diga era ormai crollata. Serena era oltre il delirio.
“F-fottimi… t-ti sco-scongiuro… è i-imbe-imbecille… n-non mi… s-scopa…scopa abb..abbastanza!!!” urlò lei, a beneficio dell’ego di Marco e della cam, che registrava impietosa.
“Brava puttana… e adesso, lo stronzo ti scopa per bene…” sentenziò lui. Ed iniziò a sbatterla senza tregua. Avanti e indietro, a fondo… un colpo, due… cinque… tutti a pieno cazzo, tutti colpi a toglierle il respiro, fino a farle gridare l’orgasmo, impazzita… “OHHHHSIGNOREEEEEEEEEE!!!!” e ricadde con il viso sulle coperte, sfinita, gocciolante… ma nessuna tregua le era concessa.

Marco la tirò ancora per i capelli, a farla inginocchiare sul suo cazzo, mentre lui artigliava le sue tette, e spingeva, spingeva, nello stesso modo brutale… impalava, toccava, le leccava il viso, il collo, le strizzava i capezzoli mentre lei impazziva sotto le sue mani… il culo di lei si dimenava, senza costrizioni, ancora e ancora, fino al nuovo, potente orgasmo…
“Sto go… godendo an… ancooosììììììììììì!” e si inarcò, mentre rapido Marco le allargava le braccia, per metterla in piena mostra… E poi fu rapido, a rigettarla a quattro zampe per infilarglielo in bocca, senza cercare il pompino, tenendole anzi la testa bloccata, a fotterla in gola come fosse la sua figa…
Serena non aveva la forza di opporre la minima resistenza e si arrendeva al sentirsi usata proprio come lui voleva… da schiava, da puttana… da cagna in calore… mentre il suo dentro e fuori cresceva d’intensità, mentre comunque serrava le palpebre sapendo che il momento stava giungendo…
Ed eccolo… glielo piantava fino in fondo… gli schizzi direttamente a riempirle la gola… quelle mani che la trattenevano… e l’unica scelta, l’ingoiare…
Quando Marco la liberò dalla presa, Serena si tolse senza fiato, tossendo lo sperma in eccesso, direttamente sulle coperte.

Il primo istinto di lei, fu di passare la mano su quell’umido… e realizzò… tutto quanto… il dopo, tornava ad essere l’atterraggio brutale nella realtà…
Si voltò furiosa, verso Marco, che già scendeva dal letto e raccoglieva il suo pc, nudo com’era…
“Tu… porco! Bastardo! E’ questo il gioco?!?! Farmi perdere la testa per poi spingermi a… a… questo????” disse, tornando a quella stupida e inadatta posizione pudica, gambe raccolte e braccia intorno al seno…
Marco si fermò.

L’espressione non prometteva nulla di buono, mentre si avvicina di nuovo a lei… e Serena si pentì subito di quello sfogo, lo comprese, pur cercando di reggere lo sguardo di lui.
Il sospiro di Marco, prima di parlare, era eloquente… era quello di chi ha tentato di avere pazienza con la stupidella di turno, ma che scopre che è un metodo che non funziona…
“Vedi, puttana” iniziò, mentre si fregava le mani una con l’altra “quello che non sopporto, sono le intemperanze, e questo già dovresti saperlo… specialmente da una troia che ha appena goduto come una pazza, e poi tenta di fare la santarellina…”
“Non… tu! Tu mi porti al limite, solo per farmi apparire come…” continuò lei, ed impercettibilmente però si ritraeva… Marco incombeva su di lei…
“Al limite? Ancora non hai visto nulla… ad esempio, non sai quanto mi piacciano le tette rosse…” disse lui, gli occhi che si stringevano in due fessure…
“Che… che vuol dire?” chiese lei, guardandosi il seno un attimo… quando capì, era tardi.

Marco salì sul letto, e rapido, la stese, mettendosi a cavalcioni su di lei, le braccia della donna bloccate dalle sue ginocchia. Serena, già sfinita, fece qualche tentativo per liberarsi, ma era decisamente intrappolata.
“Fermo Marco, ti prego, ti scongiuro!! Ti chiedo scusa!!! Mio marito sarà qui tra non molto e ahiiiaaaaaaa!!!” la sberla, secca, fortissima, arrossò immediatamente il seno destro. Serena sentiva il fuoco dov’era stata colpita… non aveva nulla a che fare con i colpi presi nel negozio…
“bastaahhhiiaa!!!” urlò ancora, altro colpo, violento, sul seno sinistro.

Serena piangeva adesso apertamente, mentre i colpi diventavano cinque, sei… nove… dieci… e le tettone, sotto l’occhio attento di lui, mostravano il rossore che ricercava…
“Le mani mi prudono ancora puttana, hai per caso qualcos’altro da aggiungere?” chiese lui.
“no… no… ti prego… fa male…” singhiozzò lei.
“Cosa sei?” chiese Marco, fregandosi ancora le mani
“La… la tua puttana. ” Rispose veloce Serena, ad occhi chiusi.
“Bene, puttana. Adesso provvediamo a vestirti, visto che l’imbecille arriverà tra poco.

Alzati. ” Disse lui, spostandosi dal corpo di Serena e scendendo dal letto.
Serena rimase un momento distesa, poi si rese conto di non poter tardare, se non voleva essere trovata da Stefano completamente nuda con un altro uomo… aveva solo un’urgenza… e non c’era più tempo…
Si rialzò, e una volta giù dal letto, si rivolse a Marco.
“Io… dovrei… andare in bagno. ” Bisbigliò.
L’uomo si era già rimesso scarpe e pantaloni.

Gli bastò voltarsi e guardare il bel seno di lei arrossato.
Lei capì al volo. Mordendosi il labbro, a capo chino, si inginocchiò…
“Posso per favore andare in bagno, Signore…” chiese mortificata.
“ok, puttana. Ti ci accompagno io. A quattro zampe, subito. ” Ordinò lui, che rimase a guardarla sospirare, ma, ovviamente, sottostare alla sua volontà. Già la possedeva, in più, in quella casa, stava una volta di più stabilendo l’estensione del suo potere su di lei…
Serena si indirizzò verso il piccolo bagno accanto alla camera da letto, mascella serrata dalla tensione… come si era ridotta… nuda a quattro zampe, dopo aver chiesto il permesso di andare nel suo bagno a chi l’aveva appena usata e riempita… E quel bastardo creava in lei anche l’assurda vergogna del godere… lo odiava, glielo sputava in faccia quell’odio… e poi lui la portava a danzare sul suo cazzo, a chiedere di essere scopata… Le sue debolezze… i suoi punti vulnerabili… Marco ci sguazzava e, puntualmente, otteneva tutto ciò che voleva…
Anche ora… se ne stava lì davanti a lei, a braccia incrociate, mentre lei si sedeva sulla tazza… almeno si fosse voltato… no… gli occhi si facevano lucidi… la fece e si ripulì alla svelta, atterrita, violentata nell’intimo…
E a parte quello che le aveva appena fatto fare, davanti a lui, Serena necessitava disperatamente di una doccia, per tirarsi via quell’odore di sesso… di Marco, da dosso… Non c’era più tempo però.

Una semplice doccia… chissà cosa sarebbe divenuta, nelle mani di quel porco… Sperava solo che suo marito non si accorgesse di nulla. E forse, quella era la parte più facile…
“E’ un imbecille” diceva la vocina nella sua testa… No! Non doveva soccombere a quei pensieri….
“Puttana, in camera, che scegliamo qualcosa da farti mettere addosso…” ordinò Marco. Lei non disse nulla e nemmeno si fece la domanda sul come avanzare… tornò a quattro zampe e lo seguì.

Giunti in camera, Marco si rivestì veloce, mentre Serena attendeva ai suoi piedi. Appena ebbe fatto, spalancò l’armadio, iniziando a controllare il vestiario. Un gesto fatto con assoluta padronanza, che lei visse come un’ulteriore invasione… le sue cose, oltre che lei, erano a disposizione del bastardo…
E lui prendeva abiti, gli dava un’occhiata, li ributtava nell’armadio, poi ne prendeva altri… prese poi in mano una maglia larga, a manica corta, leggera, abbinata ad una gonna al ginocchio altrettanto leggera.

Gettò le due cose a terra, insieme ad un paio di sandali. La giornata volgeva verso una serata mite, e quegli abiti di certo non avrebbero stonato… Non erano nemmeno esagerati in quanto all’essere provocanti ma, in assenza di intimo, divenivano assolutamente accessibili.
“Vestiti puttana. ” Comandò lui.
Serena non se lo fece ripetere, si rialzò e velocemente indossò quanto le era stato messo davanti. La maglia si rivelava parecchio quando si abbassava, e i capezzoli si intuivano perfettamente sotto il tessuto, ma era senz’altro un miglioramento, rispetto alla camicetta…Non potè sentirsi però un attimo sollevata.

Marco aveva già in mano il cilindro vibrante.
“Allarga le zampe, puttana. ” Ordinò.
“M-ma… io pensavo che non…” balbettò lei.
Lo sguardo di lui fu più che sufficiente. Lei capì che non c’era scampo. Divaricò le gambe e girò la testa di lato, mentre lui provvedeva a reinserire l’oggetto. “Ecco…” pensava Serena “sotto controllo… sempre… sempre… sempre…”.
Ed era perfettamente vero. Quel telecomando che lui portava in tasca, rappresentava un sistema di controllo perfetto in qualsiasi luogo si trovassero, e in mezzo a chiunque… L’ansia di lei era a mille… Stefano… non sapeva nulla, e non doveva sapere nulla… ma che intenzioni aveva Marco?
L’ovvia soluzione stava in lei.

Ubbidienza. E il marito non avrebbe saputo nulla.
Ubbidienza. E forse quella serata sarebbe passata senza tragedie…
Marco raccolse il suo pc, ed assieme scesero al piano di sotto. Lui permise a Serena di mettere nel cesto della biancheria sporca la gonna e la camicetta con cui si era esposta tutto il giorno. Appena ebbe finito, sentì un suono provenire dal suo cellulare. Fu Marco a prenderlo dalla sua borsetta, e a leggere il whatsapp appena arrivato.

“Ah, è l’imbecille… tra quindici minuti è qui. Ok… ecco, può bastare come risposta. ” Disse, rimettendo il cellulare nella borsetta. Poi si voltò verso Serena, in piedi accanto a lui, spaventata da tutta quella situazione.
“Preoccupata puttana?” chiese Marco, guardandola.
Lei si tormentava le mani, oltre l’agitazione. “Ti chiedo per favore… non far capire nulla a Stefano… te lo chiedo per favore…” implorò.
Marco le girò attorno, e si posizionò dietro di lei, cingendola con le braccia, le mani che risalivano sotto la maglia, a raggiungerle i seni… non era mai sazio per quanto riguardava quelle tettone….

Iniziò a stringerle delicatamente, mentre sussurrava all’orecchio di lei…
“Cosa non devo far capire… che sei una puttana? O che ti ho appena fatto godere…” chiedeva lui, sentendola irrigidirsi sotto le sue mani…
“Oppure che hai appena bevuto dal mio cazzo? O forse che hai paura che capisca dall’odore di sperma che hai addosso…” continuava lui, sentendo i capezzoli della donna indurirsi ancora sotto i suoi tocchi…
Serena tremava ad occhi chiusi, non osava dire nulla, anche perché nulla era possibile replicare…
“Vedi puttana, ti basterà una semplice cosa… compiacermi, sempre.

Stasera farai da mangiare, servirai a tavola, da brava donnina di casa… il resto, quello che pretenderò da te, lo capirai lungo la serata… Oh, quasi dimenticavo… Paola sarà qui tra un’oretta, le ho detto di chiudere prima…”
Un nuovo sussulto nel corpo di Serena, Paola… quasi aveva dimenticato che sarebbero stati in due gli stronzi quella sera…e nel mentre sentiva i suoi sensi riaccendersi… Marco non smetteva di stuzzicarla, rendeva ancora i suoi capezzoli troppo recettivi…
Intanto Marco continuava a sussurrarle… “Paola… devi ricordarti che ha la mia autorizzazione per giocare con te, puttana… quindi, voglio vederti assolutamente servizievole anche con lei, chiaro, puttana?”
“S-sì…” sussurrò lei, angosciata e calda al tempo stesso.

Poi udì il rumore di chiavi nella porta… Si sganciò rapidamente dall’abbraccio sessuale di Marco, che con un sorrisetto la lasciò andare… Non aveva nemmeno il tempo di calmarsi, sentiva il suo respiro in pieno affanno…
La porta si aprì.
Stefano entrando trovò sua moglie nell’ingresso, con accanto un giovane che doveva essere appunto il suo capo. Fece un gran sorriso.
“Buonasera, ciao tesoro. ” Esordì, chinandosi per ricevere un lieve bacio da lei, e tese la mano stretta prontamente da Marco.

I due si presentarono, mentre Serena sentiva il cuore a mille.
Marco osservava l’uomo… la quarantina passata, vestito elegantemente, con una valigetta in mano, che posò accanto al mobile d’ingresso. Piacente, anche se portava addosso quella faccia stanca di chi sostiene tutto il mondo. “E imbecille. ” Pensò, considerando che a una tettona come sua moglie serviva altro che un bacetto di saluto…
“Serena” disse l’uomo “perché non prepari un po di aperitivi, mentre mi sistemo un attimo… vuoi? Scusami Marco, torno subito.

” Disse, dirigendosi presumibilmente verso il bagno, mentre la moglie si indirizzava piano verso la cucina.
Marco la seguì, mentre sentiva il rumore della porta del bagno aprirsi e chiudersi. La donna stava prendendo una bottiglia di vino bianco dal frigo, per poi appoggiarla sulla penisola, pronta a prendere i bicchieri. Fu più lesto Marco, a prendere lei per le spalle.
Sottovoce, Serena protestò “no… che fai…” mentre la sospingeva contro un mobile e le alzava la maglia.

“Per favore… tra poco ritorna… no!” ma lui aveva già cominciato a leccarle le tette, con avidità. Veloce, famelico… la protesta di Serena diveniva debole… la tensione… orecchie tese a sentire…
Come sentì la porta del bagno riaprirsi, Marco si staccò, posizionandosi ad un metro da lei, visibilmente accaldata, mentre guardando lui si sarebbe visto un’espressione quasi annoiata.
“Ed eccomi qui” disse sorridente Stefano. I due chiacchieravano del più e del meno, attendendo Serena che, con mani tremanti, finiva di preparare i bicchieri di vino.

Poi si trasferirono nel salotto. Lei a dire il vero stette solo un minuto, visto che doveva preparare, mentre Marco invitava Stefano a parlare…
Serena, dalla cucina, ansiosa e in allerta, lo sentiva porre le domande a suo marito… domande mirate, a scoprire le abitudini giornaliere in quella casa…
“Quindi Stefano lavori nell’amministrativo…” chiedeva Marco, al che l’altro gli rispondeva affermativamente, e aggiungeva che al mattino visto il traffico, partiva prestino…
“A che ora?” chiedeva Marco.

“Alle sette sono già in partenza, altrimenti non arrivo più. ” Rispose Stefano.
Marco cambiava di continuo discorso, ma pescava sempre quello che gli interessava…
“Bella casa… certo, spero non ti succeda come a me, vicini un po’ fastidiosi…” diceva Marco, leggero, sorseggiando il suo vino.
Serena, sentiva tutto… e a quella domanda, drizzò le orecchie… “non dire niente, non dire niente…” pregava… ma suo marito chiaramente non aveva motivo per mantenere il silenzio.

“Bah, fastidiosi… c’è qui vicino una donna, abita proprio nella casa accanto, Michela, che Serena proprio non sopporta… dice che si mette in mostra per me, ma io credo lo faccia con tutti, si è separata da poco, ha un figlio diciottenne… sì insomma, secondo me sta solo cercando qualcuno a caso… Però Serena la detesta e Michela lo sa bene, vero tesoro?” concluse sghignazzando lui, non sapendo che Marco annotava tutto mentalmente…
Lo sapeva però Serena, che si passò una mano sul viso prima di rispondere “Sì… è fastidiosa…” disse semplicemente.

“basta Stefano… zitto per carità…” continuava a pensare…
“E cosa dovrei dire io, allora” continuava invece il marito “c’è il tizio che abita sull’altra traversa… ha il giardino sul retro che confina con il nostro… quello quando vede Serena, le stenderebbe il tappeto rosso ai piedi…” disse con un sorriso di compiacimento.
Marco sorrise a sua volta “dai, è lusinghiero, è un complimento a te che hai scelto una bella moglie…”
“e difatti la vivo così, mi ritengo fortunato e… gli altri guardano!” concluse Stefano.

“ridi ridi imbecille…” pensava Marco “ma soprattutto continua a parlare…” i suoi occhi furbi se la godevano, quando incrociavano quelli di Serena che faceva capolino ogni tanto… la donna si vergognava… ma non solo… sapeva che lui stava giocando, e giocando bene al gatto con il topo… e lei non poteva dir nulla per fermare la situazione…
Nel quarto d’ora che seguì, Marco si era fatto dire molte cose, tra un discorso e l’altro… infatti ora sapeva che lui si addormentava presto, visto che arrivava stanchissimo la sera, mentre Serena stava un po al pc a giochicchiare e che spesso si spostava con il portatile nello studiolo di sopra per non disturbare il maritino che dormiva… sapeva adesso anche che avevano una casettina al mare, distante un’oretta, dove andavano a rilassarsi saltuariamente…
Informazioni preziose, che lui avrebbe saputo gestire bene…
Profumi di cibarie si diffondevano nell’aria, mentre suonò il campanello dell’entrata.

Andò una Serena atterrita ad aprire, seguita dal marito. Doveva essere Paola, immaginava lei… così che il teatrino sarebbe continuato…
Serena aprì. E restò di sasso.
Aveva sempre visto Paola sul posto di lavoro… una bella donna, per carità, ma troppo casual nel vestire… roba da jeans e pratica maglietta, comunque abiti sportivi.
Paola, lì sulla porta, era completamente diversa. Una giacchettina scura chiusa a livello del seno, aderente ma nel contempo elegante, che rivelava l’attaccatura del seno, peraltro importante.

Gonna a mezza coscia, in tinta, su calze velate… Truccata in maniera decisa, ma non volgare. Occhi e labbra risaltavano.
“Salve. ” Disse con occhi da predatrice all’indirizzo di Serena.
“Ciao Paola…” rispose lei, ancora strabiliata da quella trasformazione.
“Buonasera” disse suo marito, e Paola gli si fece incontro, salutandolo con un sorriso a 32 denti.
“Ma buonasera!! Finalmente ci conosciamo!” disse stringendo la mano e tirandolo a sé per due baci sulle guance “sapesse quanto ci ha parlato di te Serena!”
Il marito, colpito da tanta esuberanza, le fece strada all’interno, dove Paola salutò con calore anche Marco.

Stefano cercava di capire se erano una coppia… pareva di sì… non si capiva…
Serena intanto si dirigeva in cucina. Marco si alzò per seguirla “Aspetta, ti do una mano, intanto fanno conoscenza Stefano e Paola…” disse, anche se sapeva che in realtà doveva dire che lasciava Stefano nelle grinfie di Paola…
Giunto in cucina, trovò Serena ai fornelli… a quanto pareva, stava facendo una pasta con un qualche sughetto, qualcosa indubbiamente di veloce.

Appena lei vide Marco avanzare verso di sé, mise le mani avanti e disse un silenzioso “no…” al suo indirizzo… Lui si fermò un secondo, ma solo per azionare il cilindro…
Il sussulto di Serena confermava che la vibrazione funzionava bene… Paola intratteneva Stefano nell’altra stanza, con discorsi leggeri, mentre Marco bloccava fisicamente Serena contro la penisola…
“Ti p-prego… no!” sussurrava disperata Serena, terrorizzata dalla possibilità che suo marito comparisse all’improvviso. Il cilindro intanto vibrava, mettendola nel pallone più completo…
“Buona e zitta, puttana…” le sibilò lui all’orecchio, voltandola di colpo e passandole una mano sul viso… Lei si divincolava, vuoi per liberarsi, vuoi per la stimolazione, ma non riusciva a sfuggire.

L’angoscia su tutto…
“N-non… per… per favore…” sussurrava… sentiva dall’altra parte la risata squillante di Paola, mentre suo marito parlava… bastardi… una intratteneva, l’altro ne approfittava… con tutti i rischi connessi, tanto non era certo la loro relazione in gioco…
“Succhiami per bene le dita…” le disse Marco all’orecchio, mentre gliene infilava due in bocca… e lei eseguì, veloce, sperando che quell’assurdo rischio finisse subito… dentro e fuori, dentro e fuori, insalivava le dita di Marco…
Che rapide adesso le fece uscire… la mano che scendeva per poi insinuarsi sotto la gonna… Serena costretta dal corpo di lui a stare lievemente piegata sul piano di lavoro… le dita… lei le sentiva sulle chiappe ora… ma…
“No! NO!” quasi le sfuggì l’urlo… Marco non stava cercando la sua fighetta… “Non lì!!! Dio, non lì!!!”
Serena si mise la mano sulla bocca, a soffocare il gemito potente… Marco le aveva infilato le due dita nel culo… lasciandola adesso senza fiato… ancora tentò di divincolarsi, e lui la prese per i capelli, mentre iniziava a muovere dentro e fuori le dita… E Serena drammaticamente scoprì qualcosa di sé in quel momento… il dolore era stato solo di un secondo… ora i suoi occhi spalancati dicevano che quel trattamento la stava portando assieme al cilindro ad un livello di gocciolamento oltre ogni limite…
“Serena, hai bisogno?” chiedeva suo marito, dall’altra stanza…
La sua mano corse a tentare di afferrare il polso di Marco… non riusciva, non riusciva a fermarlo… e doveva rispondere, prima che il silenzio sembrasse strano…
“N…no… quasi pronto!!” e serrò la mascella, mentre si sentiva sul punto di esplodere… quell’attacco… in quel modo inaspettato… sentiva il corpo incendiarsi di voglia… nell’impossibilità di emettere anche solo un gemito… la stava per far godere lì dov’era… il culo si muoveva ondeggiando… le gambe si divaricarono al massimo…
E Marco si fermò… tolse le dita e spense il cilindro, lasciandola ricadere sui gomiti, contro la penisola…
Lui si chinò solo un attimo, all’orecchio di lei…
“Solo un assaggio… il culo te lo rompo poi…” e si allontanò, passando nell’altra stanza.

Serena si riscosse… era paonazza in volto, grondante tra le cosce… ma doveva portare di là i piatti…
Prima finire di apparecchiare, disse la sua mente confusa, eccitata… mortificata…
Prese le posate al volo, e passò nel salotto… quello che vide, la lasciò perplessa, e la fece innervosire non poco…
Paola sedeva davanti a suo marito, con Marco a fianco… quella maledetta si era aperta la giacca, mostrando un corpetto azzurrino che mostrava parecchio delle sue grazie, e guardava fisso suo marito, mentre lui continuava a raccontare aneddoti… Lo sguardo di Paola, languido… senza far nulla di che, stava facendo la seducente…
E visto l’atteggiamento galvanizzato di Stefano, non è che stesse solo facendo la seducente, riusciva ad ammaliarlo…
Lo sguardo di Paola cadde un attimo su di lei, occhi roventi e divertiti…
Occhi che dicevano “fai la brava, o te lo cuocio a puntino, il tuo caro marito…”
Lei era nelle mani di due perversi.

Completamente.