In memoria di Minchialunga

Aveva avuto una vita difficile il signor Ignazio. Momenti passati in miseria e con nessuna certezza.
Un gran lavoratore, uno di quelli che passa tutta la giornata in campagna. Era cresciuto col nonno, un omone alto 1,95 cm, lo portava in campagna ogni giorno perché così diventasse un gran lavoratore. Lo portava anche solo per compagnia. Quando iniziò a crescere, il signor Ignazio imparò come coltivare la terra, ad abbeverare le piante e a far crescere frutteti che potessero far campare.

Insomma, imparò ad “affannarsi il pane”.
Durante l’adolescenza imparò, sempre dal nonno – chiamato Minchialunga dagli amici contadini per via del suo pene lungo e ben proporzionato al resto del corpo -, come si dovesse usare il cazzo.
Il nonno gli fece tante lezioni sulle donne e sulla loro fisionomia. Lo istruiva mostrandogli la vagina delle vacche, che portava in giro a pascolare, paragonandole a quelle delle donne. Gli mostrò con delle caprette, sempre in paragone, come fosse nato dalla madre.

Ma Minchialunga amava anche circondarsi di donne e tradiva costantemente la moglie. Indossava sempre dei pantaloni di stoffa, ricorda con piacere il signor Ignazio, senza mutande in modo da calarsi subito le braghe e inculare la prima contadina che gli capitasse a tiro.
Non era poi così raro che le donne andassero a lavorare nelle campagne insieme agli uomini. Una volta, durante la presenza del signor Ignazio, una contadina in gonna scura, si era abbassata a raccogliere dei limoni caduti.

Appena Minchialunga la vide, fece un balzo dietro di lei, si abbassò le braghe, alzò la gonna della povera donna, e le strizzò il sedere. Con un abile gesto di dita, mise le mutande di lato e infilò il suo lungo cazzo dentro la sua fuga. È così che vide la prima volta che vide il nonno dargli una vera lezione di vita.

Ma questo accadde almeno 50 anni prima.
Adesso, il signor Ignazio, stava felicemente ricordando il tutto.

Ma il signor Ignazio non amava solo ricordare.
Come ogni estate, il signor Ignazio amava “ricordare” il defunto nonno con indosso solo i pantaloni. Le donne ormai non andavano più a lavorare ma venivano sostituite da povere donne di nazionalità romena. A differenza delle epoche precedenti, adesso le donne indossavano i pantaloni e solo di rado gonne molto più corte delle loro antenate.
Un pomeriggio, durante la pausa, Ignazio e i suoi amici, anche loro 60 enni o giù di lì, erano molto eccitati per via di una giovane romena che era venuta a lavoro con la gonna.

Continuavano a toccarsi il cazzo da sopra i pantaloni e facevano ammiccanti battutine di nascosto. Uno di loro, il più porco del gruppo, si era messo dietro di lei, si era abbassato e aveva fatto il gesto di leccata con la lingua. Ignazio però prese iniziativa, fece spostare l’amico, si calò i pantaloni, la prese da dietro e le disse: “buttanazza, se vuoi 50 euro in più a testa per oggi te li diamo ma ad una condizione: devi farti scopare da tutti e 4.


La donna acconsentì pensando che comunque erano dei vecchi e avrebbero finito subito, ma si era del tutto sbagliata.
Ignazio la prese e la stese a terra, le tolse la gonna e le mutandine e iniziò a farle un ditalino. Prima con un dito andava dentro e fuori, poi con due. Tolse le dita e le sputò nella figa, poi iniziò di nuovo a masturbarla adesso più velocemente. Uno degli altri tre, Michele, si abbassò i pantaloni e gli si sedette sulla faccia dicendole: “leccami le palle, troia romena.

” Intanto segava con molta foga il suo piccolo cazzo.
Giovanni, detto Piscianterra perché pisciava in continuazione davanti a chiunque, tirò fuori il suo cazzo non molto lungo ma davvero grosso come il suo corpo e le pisciò in bocca.
Ignazio intanto iniziava a penetrarla come una cavalla viene penetrata da un cavallo.
Lucio, il più porco di tutti, la baciava in continuazione con la lingua. Non gli importava minimamente che poco prima la donna avesse leccato le palle dell’amico e avesse bevuto il piscio dell’altro.

La stava quasi mangiando viva con la lingua. Le leccava persino i lobi.
Michele fu il primo a venire. Si era segato con così tanta forza e velocità che quasi non fece in tempo a spruzzarle il suo sperma sulle tette.
Lucio, dopo averle leccato le tette fatte di sperma di Michele, fece spostare l’amico Ignazio e gli disse di metterla a pecorina. Ignazio acconsentì e Michele, porco quale era, le si mise sotto a 69.

Ignazio ci dava con foga, Lucio veniva succhiato dalla donna ma a sua volta lui leccava la figa di lei noncurandosi se leccasse anche il cazzo di Ignazio.
Essendo amici da tempo ed essendo tutti e 4 dei gran pervertiti, non gli importava se scappava qualcosa tra di loro. Ma per la loro integrità mascolina non erano mai andati oltre. Loro non sono mica dei finocchi.
Il povero Giovanni, che era andato a fare una cagata, tornò esclamando: ” ehi, non fatemi rimanere all’asciutto”.

Di tutta risposta Ignazio disse: “non preoccuparti compare, qui di asciutto non è rimasto più nulla ahahah”
Alla risata di Ignazio seguirono anche le altre degli amici.
Ignazio, ormai stava venendo e decise di rallentare la frequenza dei colpi ma di aumentarne l’intensità, quasi come se stesse dando gli ultimi colpi di sega ad un tronco d’albero. Finalmente venne e lo sperma fu così tanto che non riuscì ad essere contenuto ma si riversò fuori cadendo sulla lingua di Lucio.

Giovanni a quel punto corse su Ignazio e lo spostò. “Ora ci penso io”
Si calò su di lei e iniziò a leccarle il culo come se stesse leccando via una lumaca dal suo guscio. Iniziò a sputarle nel buco e vi infilò dentro il dito medio. La romena sobbalzò e iniziò a gemere più forte.
“Continua a sucare, troia” le intimò Lucio.
Giovanni, tolto il dito, si sputò sul cazzo lubrificandolo e lo infilò con forza su per il culo.

Iniziò a fare la stessa cosa di Ignazio: la sbatteva con molta forza e la schiaffeggiava sul culo con le sue grosse mani tozze. “Vai cavalla, vai” le diceva.
Infine aumentò ancora il ritmo e con più forza le venne dentro il culo. Anche questa volta lo sperma uscì e fu leccato dall’amico Lucio.
Quest’ultimo, stanco dalla posizione, la fece mettere in ginocchio e le disse: fammi una pompa alla spagnola.
La romena, ubbidì e gli prese il cazzo tra le tette.

Iniziò a spomparlo leccandogli bene il buco del cazzo. Ci mise un attimo a venirle in faccia.

Tutti e 4, esausti, si ricomposero, ancora coi cazzi duri tra i pantaloni e lasciarono a testa più di quanto avessero concordato con la donna.
“Brava cavalla, tieniti libera per un’altra volta” disse Michele.
I 5 poi si rimisero a lavorare.

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