Archivio mensile:Ottobre 2015

Io e mia madre.

Racconto trovato in rete su xhamster.

Fin dalla più tenera età il seno femminile è stato per me un incubo e in particolare quelle di mia madre mi attraeva molto.
Raquel, così si chiama mia mamma, nonostante avesse partorito ben tre volte aveva un corpo da far invidia alle più affermate fotomodelle, a vederla era uno spettacolo, 38 anni, bionda, alta 175 cm. , gambe lunghe e cosce ben proporzionate che si perdevano in due favolose natiche, un ventre piatto, due grandi occhi neri, una bocca con labbra carnose e come già ho detto due bei grossi seni che ornavano il suo largo torace.

Mi ha allattato fino ad oltre i due anni poi nacque mia sorella che prese il mio posto, la odiai, ma non durò molto, due anni dopo dovette lasciare il posto al nuovo venuto mio fratello e l’odio che prima avevo nutrito per mia sorella lo riversai sul terzo nato. Per tutto il periodo dell’allattamento di mia sorella e di mio fratello sono sempre stato presente, assistevo alle loro poppate traendone anche profitto, gli anni passarono ed io crebbi, eppure la figura di mia madre con il seno al vento era sempre presente nelle mie fantasie.

Mia madre non fece mai niente per scacciare dalla mia mente la visione del suo seno, era un’abitudine vederla girare per casa con vestaglie trasparenti che mettevano in evidenza la sua quarta taglia con i capezzoli grossi, scuri che premevano contro la stoffa come volessero perforarla. Non solo, se andava in bagno lasciava sempre la porta aperta in modo che io potessi guardarla mentre stava seduta sulla tazza o sul bidet a fare i suoi bisogni o le sue pulizie, i movimenti le facevano aprire la vestaglia e mi mostravano il suo grosso seno che ondeggiava ad ogni suo movimento.

Se alzava gli occhi, mi guardava, sorrideva e non mi rimproverava mai, sembrava le piacesse mostrarmi il suo seno ed io mi premunivo di giustificare la mia presenza, un’altra sua abitudine che mi faceva impazzire era quando la vedevo in camera sua seduta davanti allo specchio nuda dalla cintola in su. Noncurante della mia presenza si passava la crema rassodante su entrambe i seni, quando finiva l’operazione le sollevava con le mani portandosi i capezzoli alle labbra, con la punta della lingua li titillava per diversi minuti, dopo si dava un ultimo sguardo allo specchio e diceva la frase che mi mandava in tilt.

“Siete magnifiche e vi amo. ”
In famiglia ero l’unico che aveva un’attrazione morbosa per il suo seno, rovistavo nella biancheria in cerca dei suoi reggiseni che portavo in camera mia, li conservavo sotto al cuscino ma puntualmente il mattino successivo li trovava, li prendeva e li riponeva nel suo cassetto, a volte li ha lasciati senza portarli via e me lo rammentava appena tornavo a casa dalla scuola.
“Amore, puoi anche controllare, ho lasciato le cose come stavano, non ho portato via niente dalla tua camera anche il cuscino è al suo posto.


Io arrossivo, correvo in camera dove sotto al cuscino trovavo il suo reggiseno ben piegato, lo prendevo, baciavo le coppe immaginando di baciare i suoi seni, lei sapeva di questa mia ossessione ma gli piaceva sentirsi guardata anche se gli occhi che la divoravano erano quelli del suo primogenito. In famiglia ero l’unico a godere della vista del suo seno, prima di mostrarsi svestita si assicurava che in casa non ci fossero nessuno, riservava unicamente ai miei occhi la bellezza delle suo bianco seno e non solo lasciava che la guardassi mi provocava pure torturandomi con domande del tipo.

“Ti piacciono le tette della mamma?”
“Vorresti toccarle?”
“Ti piacerebbe baciarle?”
Non si limitava solo alle frasi, la sera prima di andare a letto veniva nella stanza che dividevo con mio fratello per darci il bacio della buona notte, con mio fratello poggiava le labbra della bocca sulla fronte, con me invece senza farsi notare da mio fratello apriva la vestaglia e si chinava in avanti facendomi vedere il seno che penzolavano con i capezzoli che quasi mi sfioravano la bocca e invece di darmi il bacio della buona notte mi sussurrava.

“Vuoi succhiarle?”
“Peccato che non ho latte altrimenti te lo lascerei fare. ”
Già il latte, ricordo che alla fine di ogni poppata riservata prima a mia sorella e poi a mio fratello mi chiamava e mi faceva succhiare il latte in eccesso, mi avventavo sul seno come un affamato e lo svuotavo di ogni goccia, quella pratica è andata avanti fino a quando ha smesso di allattare l’ultimo nato lasciando in me il mai spento desiderio di succhiarle il seno.

Cinque anni fa’ mia madre ha divorziato da mio padre, lui ha ottenuto l’affidamento di mia sorella e di mio fratello che all’epoca del divorzio avevano 11 e 9 anni, io restai con la mia madre per mia scelta e per decisione del giudice che concesse il divorzio, avevo 13 anni, adesso ho diciotto, non l’ho mai sentita lamentarsi di essere rimasta senza marito, ha sofferto molto di più per la separazione dagli altri due figli perchè poteva vederli solo due giorni alla settimana, l’unico rimastogli ero io.

Il mese successivo al divorzio mia madre ha un sussulto di libertà, cambia completamente vita, diventa più trasgressiva nell’abbigliamento e nel comportamento senza però mai trascendere nel volgare, attira l’attenzione di ogni passante uomo o donna che sia, i suoi colleghi di ufficio le fanno continue avance, gode di tutto questo e quando torna a casa mi fa il resoconto della sua giornata di lavoro suscitando in me invidia e gelosia e lei se ne accorge.

“Dimmi un po’, non è che sei geloso?”
“Dai confessalo, vorresti essere tu l’uomo che nel mio letto sostituirebbe tuo padre?”
Ogni volta non le rispondo mi limito a stringere i denti facendoli stridere e nel farlo le mascelle si induriscono, è il segnale che conferma a mia madre le sue intuizioni sui miei desideri.
“Anche se non rispondi so che è così. “
“Tu mi vorresti nel tuo letto. “
“Tu desideri ardentemente accoppiarti con tua madre.


Poi il fatidico giorno giunge inaspettato in vacanza d’estate nella nostra casa in montagna, rientrando da un’escursione vado nel salone, la porta è aperta, mia madre è seduta sul divano con indosso una camicia che le arriva fino alle ginocchia ed è completamente aperta sul davanti. Ha le mani appoggiate sui seni, se li sta’ stringendo, porta le dita sui capezzoli e li tortura, ha gli occhi chiusi, le sue labbra sono dischiuse, dalla gola salgono suoni che denotano un forte piacere, non ho mai visto mia madre godere e sono incantato.

Di colpo apre gli occhi, mi vede, sorride, la mia presenza non la infastidisce anzi stende le braccia verso di me, mi invita a raggiungerla, in un balzo sono seduto al suo fianco, mi fa’ il gesto di stendermi e di poggiare il capo sulle sue cosce. Con le mani si adopera per liberarsi della camicia, resta completamente nuda, senza distogliere lo sguardo dal mio china il busto in avanti e il suo seno mi ciondolano sul mio viso mentre un capezzolo mi sta sfiorando le labbra.

“Su, apri la bocca, è giunto il momento. “
“I tuoi sogni stanno per diventare realtà. “
“Dai succhiami le tette. “
“Sono anni che aspetti questo momento e sono anni che desidero che tu lo faccia. ”
Non mi sembra vero, sto’ certamente vivendo un sogno, quelle che pendono davanti ai miei occhi sono realmente i seni di mia mamma e me li sta offrendo invitandomi a succhiarglieli.
“Cosa stai aspettando???”
“Non è questo quello che hai sempre voluto?”
“Si, mamma.


Sollevo la testa quel tanto che basta per attaccarmi con le labbra al capezzolo e trascinarlo in bocca, le mie labbra hanno circondato la sua aureola grossa e scura, comincio a succhiare, i ricordi non mi tradiscono, è una cosa che ho sempre saputo fare trattandosi dei suoi seni. Con voracità passo da una tetta altra, mia madre lancia continui mugolii di piacere, con la mano prende a sbottonarmi la camicia, la fa’ scorrere sul mio torace, con le dita gioca con i miei capezzoli e continua a scendere.

Mi slaccia la cinghia dei pantaloni e apre la zip, sento la mano posarsi sugli slip che coprono il mio cazzo indurito, lo accarezza lentamente, le dita si infilano negli slip ed incontrano il cazzo e lo circondano.
“Però!!!”
“Sei ben messo. “
“Non credevo avessi un cazzo di tali dimensioni. “
“Da quanto è duro immagino che vorresti chiavarmi?”
Non è possibile, mia madre mi sta chiedendo se voglio chiavarla.
“Mamma sarei l’uomo più felice del mondo se mi permetti di chiavarti.


“Fallo!!!”
“Ho atteso questo giorno da tanto tempo, forse troppo tempo. “
“Vieni entra in me, prendimi, fammi tua. ”
Mi metto in piedi e mi libero dei vestiti, intanto mia madre ha spostato il bacino al bordo del divano ed ha allargato le cosce a compasso, una folta foresta di peli nascondono la sua figa, mi posiziono fra le sue gambe e gli spingo il cazzo dentro e lei solleva il bacino quel tanto che basta a farmi scivolare in profondo mentre lancia continui mugolii di piacere.

“Dai figlio mio, scopa la tua mammina. “
“Sono anni che un non prendo un cazzo. “
“Ho dimenticato cosa significa farsi chiavare da uno stallone bello e forte. “
“Fammi godere fino a sfinirmi. ”
“Non so come mamma ma metterò tutto il mio impegno per soddisfare la sua voglia di piacere. “
“Devo riuscire a farti dimenticare il periodo di astinenza. “
“Sono tuo figlio e non voglio deluderti. “
Lentamente comincio a pompare il mio cazzo nella sua giga e lei apprezza il mio modo di chiavarla.

“Sììì, continua così. “
“Dai… Fai impazzire la tua mammina. “
“Dio come sei bravo. “
“Mi piace molto il modo in cui mi stai chiavando. “
“Dimmi amore chi è la tua maestra???”
“Chi ti ha insegnato a chiavare in questo modo???”
Senza smettere di pomparle il cazzo nella pancia le rispondo.
“Tu sei la mia maestra. “
“Io non ho avuto altre donne. “
“Tu sei la prima. “
“Ho fantasticato molto tempo di poterti possedere.


“Ho immaginato come sarebbe stato bello chiavarti e come procurarti piacere. “
“Ed ora eccomi qui con il mio corpo tra le tue cosce e con il cazzo dentro di te provando a darti il massimo del piacere. “
“Mamma io non ti ho mai tradito. ”
Gli occhi le si riempiono di lacrime.
“Amore, veramente sono la tua prima donna?”
“Prima di me non hai chiavato nessun’altra donna?”
“Non sei stato nemmeno con le prostitute?”
“No, fra me e te non c’è mai stata nessuna altra.


“Mi stai facendo dono della tua verginità?”
“Si mamma è così. “
“Figlio mio, stai facendo di me la donna più felice del mondo. ”
Mi circonda il torace con le braccia e mi attira a se, le sue lunghe gambe si incrociano sulla mia schiena, le bianche cosce stringono i miei fianchi, avvicino le labbra alle sue, le infilo la lingua in bocca e lei se ne impossessa e la succhia con avidità.

In tutto questo tempo il mio cazzo è nella sua figa, non ha avuto un attimo di tregua, ad ogni colpo lei emette lunghi mugolii che mi eccitano e mi incoraggiano a continuare nell’azione intrapresa ma poi la sento irrigidirsi e gridare.
“Sììììì, cosììììì. “
“OOOHHH Dio sto venendo. “
“Non credevo fosse più possibile. “
“Non smettere figlio mio. ”
“Non ne ho la benché minima intenzione mammina. “
Al contrario aumento l’andatura, affonda colpi sempre più profondi, le sue urla di piacere si intensificano, un ruggito mi dice che il suo piacere è giunto al culmine, sta godendo e un attimo dopo anch’io voglio sborragli dentro.

“Mamma, non riesco a trattenermi. “
“Vengooooo!!!!!”
“Si vieni pure figlio mio. “
“Non darti pensiero. “
“Scarica il tuo piacere nella mia pancia. “
“Riempimi la figa della tua sborra. ”
Lo sperma copioso si riversa nella sua figa andando ad infrangersi contro l’utero, lo sperma si unisce alle secrezioni vaginali, il mio corpo non più in tensione si abbandona sul suo e lei mi bacia il viso.
“Grazie. “
“Non credevo riuscissi a farmi godere.


“Per essere la tua prima volta sei stato meraviglioso. “
“Dai, tiralo fuori e lasciami andare in bagno. ”
Mi sollevo, le sfilo il cazzo dalla figa e mi metto al suo fianco, lei si alza e si dirige verso il bagno, entra e chiude la porta dietro di se. Resto solo a rimuginare su quanto è accaduto, ho scopato con mia madre, lei è cosciente di essersi accoppiata con suo figlio, da oggi la nostra vita non sarà più la stessa e sono perplesso.

Che futuro potrà mai avere il mio amore per mia madre?
Ci pensa mia madre a dissipare ogni mio dubbio, dopo circa un’ora esce dal bagno, è avvolta in un accappatoio rosa, si avvicina, si china e mi bacia le labbra.
“Tocca a te. “
“Quando avrai finito raggiungimi nella mia camera da letto. “
“Da questa sera sarà anche la tua camera. “
“Dormiremo nello stesso letto. “
“Sarai il mio amante e niente ti strapperà dalle mie braccia.


“Mamma sei protetta?”
“Voglio dire hai preso le dovute precauzione?”
Mia madre mi guarda con un ghigno dipinto sul volto, non mi risponde, si gira e scompare nella camera da letto, sono già passati due mesi da quella nostra prima volta, ci sollazziamo senza un attimo di sosta e il kamasutra diventa il libro più seguito.

Tutto in pochi giorni

L’Incontro
Finalmente avrei lasciato la casa dei miei genitori e mi sarei trasferito in un appartamento tutto mio. Cominciavo anche il mio primo lavoro e mi eccitava l’essere fuori e libero di fare quello che volevo. Ero anche nervoso perché ero ancora vergine, non ero mai stato sessualmente con un altro uomo. Quindi ero ansioso di iniziare.
Il mio primo giorno di lavoro ero agitato, i miei colleghi erano amichevoli, ma io avevo molto da imparare, ero ansioso di ritornare al mio appartamento per un drink.

Quando venne l’ora dell’uscita mi precipitai fuori dall’ufficio. Quando girai l’angolo mi scontrai con quel ragazzo. Ci afferrammo l’un l’altro per non cadere. Lui mi strinse per quella che sembrò un’eternità. Il cuore mi batteva nel torace. I miei occhi erano nei suoi blu e profondi. Provai una sensazione strana. Lui mi lasciò andare ma io continuai a trattenerlo.
Lo riconobbi per uno dei colleghi e ne fui imbarazzato. Finalmente lasciai andare la presa.

Lui si presentò, si chiamava Roberto. Io gli dissi il mio nome: “Io sono Michele. Gli amici mi chiamano Mike ma in famiglia mi chiama Michele. ” Ero un po’ sconclusionato.
Roberto sorrise e disse: “Io ti chiamerò Michele. Forse, uno di questi giorni ti chiamerò Mike, o anche Michele. ” Ridemmo tutti e due. Roberto disse che doveva correre via, o sarebbe arrivato in ritardo. Mi salutò con la mano e scomparve dietro l’angolo.

Mi diressi verso casa, felice di aver terminato il primo giorno, ed anche felice di aver incontrato qualcuno, anche se più che altro mi ero scontrato con qualcuno. Mi rilassai con una bella bibita fredda. Pensai a Roberto e mi chiesi se era single, e se era gay. Pensando a lui mi eccitai e cominciai a masturbarmi. Chiusi gli occhi e mi immaginai Roberto che stringeva il mio cazzo. Non ci volle molto prima che eiaculassi.

Mi sdraiai sul letto e mi addormentai sognando di lui.

L’Invito
Il mio secondo giorno di lavoro andò piuttosto bene, almeno andò meglio del primo. Incontrai Roberto e mentalmente presi nota di dove era il suo ufficio. Mi chiesi se fosse opportuno andarci. Decisi di non farlo. Il mio capo mi chiamò nel suo ufficio e mi diede del lavoro da portare nell’ufficio di un altro lavoratore. Risultò essere vicino all’ufficio di Roberto.

Non potei fare a meno di guardare nel suo ufficio; lo vidi alla sua scrivania e lo salutai agitando la mano. Lui mi fece segno di entrare, era al telefono e mi indicò una sedia. Chiuse rapidamente la chiamata e disse: “Come va Michele, o Mike, o Michele?” “Puoi chiamarmi Mike. ”
Roberto sorrise e disse: “Così ora siamo amici. Questa è una grande notizia. ” Capii che lui ricordava quello che gli avevo detto quando mi ero scontrato con lui.

“Che ne dici di un drink dopo il lavoro per celebrare il tuo nuovo lavoro?”
Ero sbalordito. Mi chiesi se me lo stava chiedendo come collega di lavoro o se era interessato a me. Poi pensai che voleva solo essere amichevole come collega di lavoro. Non sapevo cosa dire e mi limitai ad accennare col capo.
Lui disse: “Grande, mi troverai qui dopo il lavoro e poi andremo per il drink. ”
Uscii dall’ufficio galleggiando, fui estremamente felice per il resto del giorno.

Sembrava che mi fossi fatto un amico sul lavoro ed anche bello.

Il drink

Continuai a guardare l’orologio contando i minuti che mancavano alla fine. Letteralmente corsi al suo ufficio, lui stava finendo del lavoro quando bussai. Mi guardò e mi sorrise, poi disse: “Solo un momento poi andiamo da qualche parte per il drink. ”
Uscimmo ed andammo ad un bar sistemato tra due ristoranti. Era un luogo tranquillo con della mood music in sottofondo.

Prendemmo un tavolo, lui ordinò i drink e ci sedemmo a parlare.
Gli avventori del bar aumentarono mentre parlavamo, ed il tempo volò, fui sorpreso di essere così ciarliero, conversare con lui era molto facile. Finii per raccontargli la storia della mia vita. Roberto fece lo stesso. Un drink dopo l’altro. Fortunatamente il bar serviva anche cibo. Mi era diventata leggera la testa e così il cibo mi aiutò. Ero felice. Mentre Roberto parlava, io pensai a me: “Ho lasciato la casa dei miei per stare da solo, si poteva cambiare la situazione solo per fare sesso, Ok vada per il sesso.


Stava facendosi tardi, io desideravo andare a casa con lui. Mentre andavamo verso il parcheggio, mi chiese se volevo cenare in un vero ristorante quel fine settimana. Io dissi io: “Sicuramente. ” E lui: “Allora è un appuntamento. ”
Mentre lui se ne andava con la macchina io salii sulla mia e mi sedetti pensando: “Appuntamento, ha detto appuntamento. ”

L’appuntamento

Roberto aveva detto: “Allora è un appuntamento. ” Io continuavo a sentire quelle parole girare nella mia testa.

Quella era il nostro primo appuntamento, nessun dubbio su quello che stava accadendo, sarebbe stato un appuntamento. Ero pronto, docciato e rasato. Mi guardai nello specchio. Avevo un corpo ben fatto. Speravo che un giorno Roberto potesse vedermi nudo. Mi misi un paio di slip sexy e la mia tenuta migliore.
Roberto fu puntuale, mi venne a prendere davanti al mio palazzo. Indossava un bel paio di jeans stretti. Mentre guidava verso il ristorante, guardai il suo corpo.

Aveva una bella camicia stretta che abbracciato il suo corpo muscoloso. Avrei voluto vedere di più ma mi bastava essere vicino a lui in macchina.
La cena andò estremamente bene. Il cibo era buono e la conversazione interessante. Roberto aveva la capacità di farmi sentire importante. Mentre parlava io sognavo di noi insieme per sempre. Poi tornai alla realtà, quella era probabilmente solo una cena con un collega di lavoro, niente di più.

Come tutte le cose la serata finì. Ritornammo a casa mia, ero dibattuto fra l’invitarlo o no. La mia mente cominciò ad analizzare quale poteva essere la sua risposta. Prima che avessi l’opportunità di chiederglielo, Roberto disse: “Ti dispiace se uso il tuo bagno?” Nella mia mente trillò un campanello, cominciai ad entrare in panico. Il bagno era pulito? Sperai di non aver lasciato in giro delle mutande sporche.
Diedi una rapida occhiata intorno quando entrammo nell’appartamento.

Tutto sembrava in ordine.

Il Bacio

Mentre Roberto andava in bagno, io andai in cucina a prendere un paio di birre. Ci sedemmo sul sofà. Lui disse che gli piaceva l’appartamento. Non era ben ammobiliato, ma era abitabile. Io mi chiesi com’era il suo.
Poi disse che doveva andare e mi chiese se volevo vedere casa sua. Ero in paradiso e dissi: “Sì!”
Lo accompagnai alla porta. Lui si fermò e si girò verso di me.

Era bellissimo. I vestiti abbracciavano il suo corpo ed avrei voluto abbracciarlo io. Lo ringraziai per la cena. Lui si chinò e mi baciò sulla guancia. Rimasi scioccato.
Lui sorrise e disse: “Ci vediamo domani. ” Avrei voluto rendergli il bacio ma ero troppo nervoso. Se ne andò ed rimasi fermo, maledendo me stesso per essere rimasto così.
Mi appoggiai alla porta e pensai: “Mi ha baciato. Perché non gliel’ho reso?” Avrei voluto prendermi a calci.

Il bacio reso

Vidi le chiavi della macchina di Roberto sulla tavola. Le presi nel momento in cui bussavano. Aprii la porta e lui era là sorridente. Alzai le chiavi, lui si avvicinò e le afferrò, poi disse: “Grazie. ”
Senza pensarci lo baciai rapidamente sulle labbra, mi tirai indietro e dissi: “Grazie. ” Lui era abbastanza vicino per mettere una mano sul mio mento. Inclinò la mia testa verso l’alto e tornò a baciarmi, questa volta più a lungo.

Lo circondai con le mie braccia, i suoi baci divennero più lunghi e più appassionati. Stavo davvero baciando un uomo. I palmi delle mie mani erano bagnati di sudore, mi sembrava di avere il cuore in gola, batteva così forte che non potevo pensare di fare qualsiasi cosa che non fosse baciarlo.
Smettemmo e ci tenemmo stretti. Roberto disse: “Sarà meglio che me ne vada…. ” Sentivo di aver fatto troppo. Ora avrei perso Roberto.

Smisi di abbracciarlo e rimasi fermo. Avrei voluto piangere ma dovevo ricompormi ed aspettare finché non se ne fosse andato, poi sarei andato a letto a piangere.
Roberto gettò le chiavi sul tavolo e disse: “Oh dannazione, resterò se vuoi. ”
Ancora una volta rimasi scioccato. Quasi lo feci cadere quando gli gettai le braccia al collo.

La prima volta

Ora la mia mente stava correndo. Non ero mai stato con un uomo.

Cosa sarebbe successo se non fossi stato capace o peggio, cosa sarebbe successo se il mio cazzo non mi fosse diventato duro. Avevo letto di casi del genere.
Stavo ancora abbracciando Roberto e lui disse: “Lo prendo per un sì. ” Lo guardai negli occhi, erano magnifici. Decisi di seguire la sua decisione; andammo al sofà, lui si sedette e mi tirò a sè.
Ci baciammo e le sue mani si appoggiarono al mio sedere.

Mi strinse leggermente le natiche e mi chiese: “Vuoi che ci mettiamo comodi in camera da letto?” Impazientemente risposi: “Sì!”
Roberto sorrise mentre si toglieva la camicia. Volevo essere io a spogliarlo, così afferrai la sua cintura e gli slacciai i jeans. Abbassai la cerniera trattenendo il fiato. Mi tremavano un po’ le mani. Quando lasciai cadere i jeans, vidi le mutande, erano strette ed abbracciavano il suo corpo. Vidi il contorno del cazzo.

Pigiai la faccia contro la sua biancheria intima, respirai profondamente, mi piacque l’odore muschiato della sua virilità.
Afferrai il bordo delle mutande e le tirai lentamente giù. Il cespuglio nero del suo pube mi guardava. Spinsi il naso profondamente nell’intrico di peli. Aveva un profumo così buono. Tirai ancora più giù le mutande ed il suo cazzo scoccò fuori. Era magnifico. Gli baciai la punta e vi spinsi contro la faccia. La sua durezza era così piacevole.

Leccai la parte inferiore dell’asta. Raggiunsi di nuovo la punta del cazzo e la baciai.
Poi i miei istinti naturali presero il sopravvento, presi l’uccello in bocca, raggiunsi le sue anche e lui cominciò a pompare avanti ed indietro.
Si lamentò e capii che gli piaceva, sentii che stavo davvero facendo la cosa giusta. Mi sentii così sollevato! Tentò di calciare via i jeans ma aveva difficoltà a farlo. Smisi di succhiare e gli tolsi i pantaloni.

Ora era di fronte a me nudo. Era magnifico. Mentre lo guardavo cominciò a spogliarmi.
Prima che me ne rendessi conto ero sdraiato nudo sul letto. Roberto salì su di me e ci baciammo. Sentii il suo cazzo contro il mio corpo. Il mio pene era duro ed eretto, ero contento che il mio uccello stesse rispondendo all’avere addosso uomo meraviglioso.
Si girò e prese in bocca il mio cazzo. Era così caldo e bagnato.

Si spostò per mettersi sulla mia faccia. Io l’afferrai e lo succhiai. Era fantastico. Era così dolce. Poi sentii che stavo per eiaculare. Tentai di ritardare ma sparai il mio carico prima che me ne rendessi conto. Mi sentii male, sperai che Roberto non fosse deluso.
Continuai a succhiargli il cazzo, lui lasciò cadere il mio pene molle dalla sua bocca e cominciò a leccarmi le palle. Ne prese una e poi ambedue in bocca.

Questo fece balzare di nuovo il mio uccello alla vita. Lui riprese il mio pene in bocca, il suo cazzo sembrò diventare più grosso nella mia bocca. Sentii il primo fiotto di sperma colpire il fondo della mia bocca. Roberto stava cominciando a sborrare. Io non ero pronto, il suo succo mi riempì la bocca ed io soffocai, lo sperma mi colava dalla bocca e mi scendeva sul mento e sul collo. Ancora una volta sentii di essere pronto ad eiaculare.

Roberto si occupò dei miei fiotti e li ingoiò. Io tentai rapidamente di asciugare il suo sperma dal mio mento e dal mio collo.
Roberto si girò e vide quanto ero sporco. Prese le sue mutande ed asciugò la sua sborra dalla mia faccia.
Si sdraiò accanto a me e disse: “Spiacente, avrei dovuto avvertirti. Io sparo dei carichi enormi. ” Ed io risposi: “La prossima volta sarò pronto. ” O almeno speravo che ci sarebbe stata una prossima volta.

Mi abbraccio e mi disse: “Mike, o posso chiamarti Michele?”
Io lo abbracciai: “Puoi chiamarmi Michele. ”
Sorrise: “Michele, posso restare a dormire? Andrò via domani mattina. ”
Naturalmente dissi di sì.

Dormire a casa mia

Roberto si addormentò, rimasi a lungo sdraiato sveglio a guardarlo mentre dormiva. Lui rotolò e mi abbracciò, mi avvolse con una gamba ed un braccio. Io feci correre le dita lungo il suo braccio, era così muscoloso.

Ascoltai il suo respiro, mi concentrai su di lui, era una ninnananna per me ed in breve mi addormentai.
Mi svegliai il mattino seguente con la testa sul suo torace; lui era ancora addormentato. Abbassai lo sguardo e vidi il suo cazzo duro ed eretto, con la bella cappella puntata verso di me. L’uccello spuntava da un bel cespuglio nero di peli. Alzai la testa per guardare le sue palle, erano perfettamente rotonde.

Vedere il suo corpo nudo mi fece diventare dura la verga. Chiusi gli occhi e pensai come era bello svegliarsi con qualcuno come Roberto accanto. Il sesso la notte precedente era stato grande.
Lui si girò e la sua faccia era a pochi centimetri dalla mia. Aprì gli occhi, sorrise e si accoccolò più vicino a me. I nostri cazzi erano appoggiati uno vicino all’altro, li afferrò tutti e due e cominciò a menarli.

Dopo un po’ tenne solo il mio e disse: “Ti voglio dentro di me. ” Ero confuso. Allungò le mani verso i suoi pantaloni e ne tirò fuori un preservativo che srotolò sopra il mio cazzo. Si sdraiò sulla schiena e mi tirò sopra il suo torace. Alzò le gambe ed io capii cosa fare. Le alzai, vidi il suo sedere aprirsi e feci scivolare dentro il mio pene. Entrò facilmente, cominciai a pompare e sentii le sensazioni attraversarmi il corpo.

Era fantastico. Lo guardai negli occhi, poi mi chinai e lo baciai. Lui mi strofinò il torace con le mani ed io pompai più velocemente. Poi cominciai a sborrare, pompai più lentamente ed alla fine mi fermai. Roberto mi afferrò e mi tenne stretto. Il mio cazzo era ancora dentro di lui.
Le sue gambe si abbassarono ed io mi rilassai nelle sue braccia mentre pensavo: “Potrò mai abituarmi a questo?”.

La spiaggia…

Non era la prima che andava insieme a suo marito in quella spiaggia un po’ appartata del litorale laziale. Era un posto tranquillo ed abbastanza isolato dove si poteva praticare il nudismo senza essere scocciati. A Laura piaceva mostrarsi nuda, ed al marito piaceva che lei lo facesse. I due erano coetanei, entrambi trentacinquenni ben portati. Lui bruno, capelli corti, sul metro e settanta. Lei biondina, capelli lunghi, un metro e sessanta circa, una terza di seno ed un bel fondoschiena.

Non avevano figli per loro scelta e questo li rendeva abbastanza liberi anche sessualmente. Frequentavano spiagge nudiste e solo una volta si erano spinti a fare l’amore davanti ad un’altra coppia. Mentre erano distesi al sole, in quella calda mattinata di giugno, il loro sguardo e la loro attenzione furono attratti da un rumore di sandali sulla sabbia. Entrambi si girarono verso destra e videro spuntare da dietro un cespuglio una donna. Sarà stata alta un metro e ottanta, molto truccata che indossava un pareo rosa fucsia.

Arrivata ad una ventina di metri da loro fece un cenno con la testa ed abbozzò un sorriso. Distese il telo da mare ed iniziò a spogliarsi. Aveva un mento appuntito, molto pronunciato. A Laura quei lineamenti del volto le fecero un effetto strano. Non riusciva a capire ma poi il mistero fu svelato. La donna spogliandosi, oltre ad un bellissimo seno, con dei capezzoli molto pronunciati mostrò alla coppia un cazzo di notevoli dimensioni.

Era un trans, mezzo uomo, mezza donna. Ed era molto ma molto bello, pensò Laura. Aveva un culo da sballo, piccolo ma sporgente. La coppia si scambiò uno sguardo e tornò a stendersi. Laura, che era posizionata dal lato del trans ogni tanto lanciava un’occhiata e non poteva fare a meno di osservare quel cazzo molto grosso che anche se solo a riposo aveva su di lei una capacità magnetica. Incrociò lo sguardo che del trans e lo vide sorridere.

“Non riesci a non guardarlo…è vero ?” si sentì domandare dal marito.
Laura si girò di shitto e provando l’imbarazzo di essere stata presa con le mani nella marmellata non rispose.
Il marito aggiunse: “scusa amore…ma perché non lo confessi che ti attira ?”
Laura esitò un attimo ed esclamò: “…si un po si, …è strano…non avevo mai visto uno come lui dal vivo…devo dire che non è messo male…anzi. ”
Sentì che il marito mise una mano sul seno ed iniziò a massaggiarla.

“Ma che fai ? “ disse lei.
“Nulla…mi andava di toccarti …e noto che il tuo capezzolo è molto appuntito. ”
“Scemo che non sei altro” rispose lei.
Il marito messosi in ginocchio affianco a lei le disse: “amore girati che voglio spalmarti un pò di olio sulla schiena se no ti scotti tutta. ”
Laura prima inforcò gli occhiali da sole, poi facendo un po’ di moine cedette e si girò a pancia sotto, facendo in modo di intravedere fra le braccia che aveva vicino il viso il trans a pochi metri da loro.

Il marito iniziò a spalmare l’olio sulla schiena partendo dal collo e scendendo giù fino al suo fondoschiena.
Lui era posizionato e cavalcioni sulle gambe ma poteva ben sentire come quella situazione lo facesse eccitare. Sentiva la sua cappella ogni tanto toccare l’attaccatura fra le cosce, la figa, ed il culo.
Il marito adesso oltre a spalmarle l’olio si muoveva lentamente su è giù facendo sempre di più avvicinare il suo cazzo al basso ventre.

“Ti piace amore ?”
“Si…si…mi piace…continua. ”
“Lo vedi che ci sta guardando ?”
“Si…lo vedo…”
“Ti fa piacere che ti stia guardando ?”
“…si…siii…”
Il trans si era girato di fianco ed adesso non faceva nulla per nascondere il suo interesse. Anzi, Laura lo vide portare una mano sul cazzo ed iniziare un lento movimento.
Non sapeva se concentrarsi sulle manovre del marito o del trans. Era confusa ma sicuramente eccitata.

Vide il suo cazzo crescere, era notevole. Vide che se lo scappellava. Vide toccarsi i coglioni. Vide che con l’altra mano si toccava i capezzoli di un seno.
Fra le gambe invece sentiva la consistenza del marito che ormai era concentrato e strusciarle in mezzo alla figa la cappella durissima.
“Hai visto come è duro ?”
“Si…mamma mia è grandissimo, …confessa un pò ti piace anche a te…”
“…mmm…. si è vero…mi eccita molto…amore ma sei bagnatissima…sei un lago.


“…mmm…è colpa tua…è colpa sua…. è colpa vostra…Continua ti prego…mmm…ti prego infilamelo. ”
Sentì la cappella del marito farsi strada fra le sua labbra. Inarco un po’ la schiena. Assecondò i movimenti del marito. Adesso era palese stavano scopando davanti allo sconosciuto.
Laura chiuse gli occhi. Tutta quella situazione gli piaceva, gli piaceva molto, gli piaceva un casino.
Quando riaprì gli occhi non vide più il trans. Il telo era vuoto.

Rimase sconcertata.
“Amore ma dov’è ? Non lo vedo più. ”
“…è dietro di noi…non ti preoccupare è dietro di noi. ”
“E che fa ? Che sta facendo ?”
Laura tentò di girarsi ma il marito le mise una mano sul collo costringendola a stare giù.
“Vuoi proprio saperlo ?”
“Si…dimmelo…mi fai morire…. continua…dimmi…che sta facendo ?”
“Amore…si è inginocchiato dietro di me, …mi sta toccando il culo…mi ha messo un dito in mezzo alla chiappe.


“Porco…siete dei porci…mmm…ma ti piace ?”
“Si mi piace…sento che spinge il dito sul mio buchino…”
“Madonna…mi stai facendo morire…scopami…mamma mia…scopami…”
“Amore vuoi sapere che sta facendo ?”
“Siììì…siiii…dimmelo…dimmelo !”
“Mi sta strusciando la cappella in mezzo al culo…”
“Uff…ahhh…. porco…. sei un porco…. ti piace il cazzo ? dimmelo ti piace il suo cazzo ?”
“Si…mi piace…voglio che me lo metta dentro…. voglio sentirlo dentro…. non so cosa mi sia preso…. voglio sentirlo dentro….

”. Il marito rivolgendosi al trans: “Mettimelo…dai…cosa aspetti,dentro…lo voglio dentro !”
Il marito sentì la cappella forzargli l’ano. Era in delirio, non gli fregava nulla se sentisse del male. Aveva il suo cazzo nella figa della moglie ed quel cazzo nel culo.
“Amore sei un porco, un depravato…mmmm…. ahhhhh…. non te lo mai sentito così duro…. sei un frocio…. dai…. spingi…. spingiiii…”
“Si…amore è bellissimo…. ti scopo e mi faccio scopare…ti chiavo e mi faccio chiavare…mmmm….

ahhhhaahhh…”
Il marito sentiva la cappella farsi strada nel culo…era in Paradiso…stava scoppiando dal piacere. Anceh Laura stava godendo da impazzire. Sentire il marito preso era una sensazione bellissima, trasgressiva, una sensazione devastante.
Lui non c’è la fece più e venne nella figa della moglie. La inondò come non aveva mai fatto. Le sborrò dentro con una forza impressionante. Lui godette, lei godette. Si accasciò su di lei, incapace di ragionare, di pensare, aveva la mente completamente fusa.

Ad un tratto si sentì spostarsi di peso. Il trans lo fece mettere affianco alla moglie. Si posizionò dietro di lei e con il cazzo ancora durissimo spinse nella fica la sua cappella.
“Mammaaaaa…. mammaaaa mia…me lo sta mettendooo…. amore…. me lo sta mettendoooo…..siiiii…. aahha”
“Si amore…ti sta scopando…prima me ora te…voglio vederti godere…”
“Si…amore…porco…. mi sta scopando…è grosso…. grossissimo…sei un frocio…un cornuto…. ti sto cornificando…cornuto…ti eccita vedermi scopata ? ti eccita essere il mio frocio cornuto ?
“Siiii….

siiii…. siiiii…. vedi mi sto toccando per te, c’è lo di nuovo duro…. mi sto masturbando per te, per voi…godi…amoreeee…godiii…. ”
Laura sentì quel cazzo diventare durissimo e venne, venne come non mai. Lo sentì dentro fino all’utero. Lo sentì spaccargli la fica. Venne ed anche lui venne dentro di lei. L’allagò completamente. Godette e vide il marito sborrarle in faccia. Vennero tutti e tre di un orgasmo devastante, incredibile.
Laura riaprì gli occhi.

Era buio. C’era buio intorno a lei. Aveva una mano sulla figa, era un lago. Accese la lampada sul comodino affianco al letto. Si girò, il marito dormiva profondamente. Gli accarezzò la testa ed avvicinò la bocca al suo orecchio.
“Amore dormi ?…amore ?”
Il marito fra sonno e dormiveglia rispose a mezze parole.
“Che c’è…ma non dormi ?…”
“Amore che dici se stamattina ce ne andassimo in quella spiaggia a prendere un pò di sole nudi ?”
“…siii…amore….

siii…tutto quello che vuoi…ma ora fammi dormire…è notte. ”
Laura sorrise, spense la luce, si rigirò e chiuse gli occhi. Aveva sognato ma aveva goduto da impazzire.
Carpe diem.

Io e M… 04

Oscar abitava nei pressi di Piazza degli Artisti; quando scesi della limousine ebbi non poche difficoltà a raggiungere il portone dell’edificio. Quelle palline mi davano un piacevole tormento; un passo più lungo e le sentivo sextenarsi nel retto. Mi girai verso Armando e lo salutai con il cenno di una mano e lui fece lo stesso.
Una volta dentro chiamai l’ascensore; Armando mi aveva detto che Oscar abitava all’ultimo piano. Quando la cabina partì le palline mi diedero l’ennesimo colpo e mi fecero raggiungere un sensazionale orgasmo anale, così intenso che mi accasciai a terra a godermi quella sensazione, ma invece di sentirmi sessualmente appagata ebbi l’impressione di essere ancora più eccitata.

Ero fuori di me, incosciente, e farneticavo cose, ridendo come una stupida.
– Sono una vacca – e ridevo. – Una vacca in calore.
E allora premetti le natiche contro il fondo dell’ascensore, affinchè le palline ripetessero di nuovo quella magia che mi aveva appena trafitto il cuore. Chiusi gli occhi e ansimai, senza neanche accorgermi che le porte della cabina si erano aperte; e Oscar era lì che mi guardava, mentre premevo il culo contro il pavimento di legno dell’ascensore.

Mi accorsi della sua presenza e lo guardai; indossava una vestaglia da notte rossa. Molto probabilmente sotto non aveva altro.
– Tutto bene, signorina Martina?
Ero come incapace di intendere e di volere, quasi sopraffatta dall’effetto di una droga molto potente. E allora lui mi offrì il suo braccio, e io mi ci aggrappai e feci forza per rialzarmi. Oscar mi fece strada verso il suo appartamento, un vero paradiso di cose preziose, e soprattutto c’erano cazzi dappertutto, nei quadri, nelle stampe, sui libri.

Ovunque mi girassi c’era la rappresentazione di un grosso cazzo in erezione.
Oscar mi portò verso il soggiorno, e mi fece mettere con le ginocchia sul divano, e con una mano mi piegò il busto verso il poggiatesta. In quel modo era come se gli stessi offrendo il culo; il vestito mi era salito ai fianchi, e sentii le sue dita aggrapparsi al mio perizoma, e lentamente me lo tirò via. Poi prese l’anello legato all’estremità del cordino delle palline e cominciò a tirare.

Socchiusi gli occhi e cominciai a mugolare di piacere mentre le palline cominciavano a venire fuori dal mio retto.
Plop! La prima pallina venne fuori. Oscar tirò l’anello ed ecco anche la seconda: plop! E dopo qualche secondo ecco che le altre due: plop! Ppplop! Il giocattolo era ormai fuori dal mio corpo. Guardai Oscar con la coda dell’occhio; si era allentato la cintola della vestaglia, e vidi il suo cazzo indecentemente eretto e svettante verso l’alto.

Chiusi gli occhi e mi preparai ad accoglierlo. Era inevitabile. Oscar mi mise le mani sui fianchi e avvicinò la punta del suo cazzo al mio orifizio anale. Il suo attrezzo mi entrò dentro in pochi attimi e iniziò a pomparmi. Cazzo, se era bravo. Ci sapeva fare. Fece su e giù per il mio retto per circa dieci minuti, poi lo sentii uscire e appoggiarsi in mezzo alle natiche. A quel punto il primo schizzo balzò fuori poggiandosi sulla mia pelle.

E poi un altro, e un altro ancora. Solo allora ebbi l’impressione di sentirmi appagata sessualmente, e allora mi acquietai sul poggia testa del divano e sonnecchiai per una manciata di minuti.
Al mio risveglio Oscar si era ricomposto, e mi invitò a sedermi al tavolo da pranzo, il quale era stato imbandito con ogni ben di Dio; vini pregiati, arrosto, tartine con salsa tartara e dolcetti farciti. Scesi dal divano e senza neanche rimettermi il perizoma mi avviai verso la tavola; ero così affamata che non aspettai neppure che lui si sedesse, ma agguantai l’arrosto con entrambe le mani e me lo portai alla bocca, e il sugo mi schizzò sulle guance, e allora Oscar mi riempì un bicchiere di vino, e io lo ingurgitai tutto d’un fiato.

Dovetti sembrare ai suoi occhi una specie di a****le selvatico. Lui mangiò appena appena, piuttosto mi guardò per tutto il tempo, e nei suoi occhi c’era un qualcosa di tenero; ebbi l’impressione di trovarmi di fronte a mio padre. Mi guardò con la stessa tenerezza con cui m’avrebbe guardato lui; voglio dire, non c’era alcun desiderio sessuale nei suoi occhi, come se quello che c’era appena stato non fosse mai accaduto. Eppure m’aveva appena inculata, non potevo essermelo sognata.

Avevo ancora il suo sperma appiccicato alle natiche, quindi era stato tutto reale. Nessuno poteva metterlo in dubbio. Il suo seme sulla mia pelle ne era la prova evidente.
– Professore, perché mi guarda in quel modo?
– Mi piacerebbe vederla nuda.
A quel punto smisi di mangiare, fermai addirittura le mie mascelle intente a tritare l’ultimo boccone di carne, e lo guardai dritto negli occhi. Dopo la deflorazione del mio culo, i suoi occhi magnetici non avevano più lo stesso effetto di quella mattina.

Era come se l’incantesimo si fosse rotto, e con lui anche il mio condotto anale, il quale cominciava a bruciarmi in modo assai preoccupante. Misi via il piatto e mi alzai dalla sedia e andai verso il centro della sala da pranzo; a quel punto tirai giù il vestito e lasciai che il professore mi ammirasse così, com’ero, il mio corpo senza segreti, la mia vagina depilata, le mie tette, tutto per lui.
– Signorina, lei è bellissima – mi disse.

– Bellissima. Ora, per cortesia, si giri.
Mi girai di spalle offrendogli il culo ancora imbrattato del suo seme. Gli permisi di guardarmelo per almeno un quarto d’ora, poi mi girai di nuovo e tornai a guardarlo dritto negli occhi.
– Complimenti davvero. Lei è sorprendentemente disinibita.
– Non mi vergogno del mio corpo.
– Ho in mente grandi cose per lei, signorina – disse. – Davvero grandi cose.

Ma dipende tutto da lei.
A quel punto i suoi occhi ritornarono a fare quello strano effetto su di me, e quasi mi comandarono di avvicinarmi, come una gatta, e mi inginocchiai davanti a lui, come se fosse il mio padrone, e gli allentai la cintola della sua vestaglia da notte, aprendogliela, e il suo cazzo, nuovamente in erezione, mi si presentò davanti alla faccia come un totem magico. E io avrei dovuto venerarlo, fedelmente, come un idolo sacro, e allora lo guardai ancora negli occhi, e quasi mi ordinò, senza neppure parlare, di tirare fuori la lingua e laccarglielo da cima a fondo.

Presto fatto, spalancai la bocca e feci uscire la lingua, e partendo dai suoi testicoli salii fin sopra, fino al frenulo, e poi accolsi tra le labbra il suo glande pulsante e succhiai, succhiai avidamente, e per quasi mezz’ora, senza mai stancarmi, fino a farlo erompere in una sborrata colossale. Il suo seme schizzò in aria e poi ricadde come il getto di una fontana, finendomi tra i miei capelli. E poi ecco un altro schizzo, e un altro ancora, ma quest’ultimo più debole degli altri, e io lo raccolsi con la punta della lingua, mentre scorreva giù lungo l’asta, e lo ingoiai, gustandomelo come se fosse il succo di un frutto tropicale.

Ero ancora inginocchiata davanti a lui e gli accarezzavo dolcemente le gambe, e lui stappò una bottiglia di spumante offrendomene un bicchiere, e quindi brindammo.
– Brindo alla più grande pompinara che abbia mai conosciuto – quel brindisi mi fece ridere, e dopo aver bevuto ne chiesi dell’altro e lui me ne versò ancora. – Queste belle labbra che ha, d’altronde, sembrano fatte apposta. Il suo corpo parla chiaro, signorina. Lei è una macchina per far godere gli uomini.

Ora, mi dica, ho dato un’occhiata al suo curriculum universitario, e ho notato che ha quasi terminato. Ha già chiesto la tesi?
– No, veramente io…
– Cosa ne direbbe di una tesi in semiotica dell’erotismo?
– Cioè, la sua materia?
– Certo. Vedrà, faremo grandi cose insieme. E chissà che magari lei non possa diventare in seguito la mia assistente.
Ero così felice di quella idea che presi un’altra volta in bocca il cazzo del professore, che però era moscio avendo già schizzato ben due volte.

Ad un certo punto lui mi fermò, e mi disse che era meglio se ritornavo a casa, a pensare all’argomento della tesi che avremo affrontato. E così mi rivestii e giù al portone c’era Armando, l’autista del professore, che mi riaccompagnò a casa.

Tentativo

IL TENTATIVO. (ambientato in un prossimo futuro in Italia).

Anni di ricerca, lavoro e tentativi praticamente buttati al vento.
I due ricercatori, pagati dal loro ricchissimo magnate per un suo preciso obiettivo, si guardarono sconsolati, ormai non sapevano più come fare per avere altri finanziamenti.
Lei si buttò tra le braccia di lui cercando una spalla, un appoggio e disse: “Mi viene una rabbia, maledetto, piangerei per questo!!”
Ora che tutto il loro lavoro si era fermato, dopo le simulazioni virtuali ed le cavie ringiovanite, dopo i successi scientificamente dimostrabili, ma senza uno sbocco pratico, la loro ricerca s’era arenata.

Ma avevano ancora fiducia, sapevano che potevano ancora fare molto. Tanto tempo era passato. Con pochissimi risultati pratici. E dopo i recenti negativi progressi e i luttuosi fallimenti la doccia fredda. Signori si chiude!
Erano sempre stati ben pagati, il laboratorio era ancora ben fornito, ma in quanto ad effetti pratici nulla, almeno per quello richiesto trent’anni prima, il risultato era davvero misero. Certo non aiutava che Silvio insisteva da decenni per avere un risultato.

Ora già prossimo agli 85 anni, il loro datore di lavoro aveva rivolto tutti i suoi fondi verso i chirurghi, che gli avevano garantito una vita piacevole e un corpo efficiente. Il team dei medici restavano ben finanziati, con risultati evidenti.
Pagati anche per il silenzio, gli cambiavano gli organi a forza di trapianti, con protesi e organi freschi. Ma il lavoro che loro due ultimi responsabili della squadra di ricerca bio-genetica, completamente falcidiata di personale portavano avanti, per gli studi sull’invecchiamento cellulare e su come fermarlo, l’eterna giovinezza con la psico-cibernetica si era rivelata solo una promessa a cui credevano ormai solo loro due.

Alle soglie dei 60 anni, i coniugi Curi, dr. Mario e dr. Monica, brillanti promesse della ricerca universitaria, strappati dai corsi di studio e una probabile corsa al premio Nobel per inseguire una chimera, erano adesso a un punto morto. Più che sicuri che nessuno si offriva per testare la loro procedura, e che dopo ripetuti fallimenti, e la morte, nascosta con la sicurezza interna di 4 volontari reclutati appositamente per testare pericolosamente il metodo.

Il loro sistema aveva un discreto successo su cavie, ma che si era rivelata fatale per il cervello umano. Altre tre persone anziane fornite da ospizi compiacenti, su cui il risultato era stato meno che scarso, e che erano stati sottoposti in seguito ad autopsie compiacenti, avevano decretato il loro fallimento. Ora dovevano in pratica chiudere tutto e sbaraccare. Figurarsi se chi li sosteneva economicamente con lo scopo di poter vivere per sempre, poteva accettare una procedura che gli dava un corpo giovane ma con il grave difetto di restare in c***.

Senza cervello per goderne.

La lettera recapitata in mattinata, scritta e firmata da Silvio B. (ogni riferimento è puramente voluto) era chiara: chiudere e trasferire macchinari e il resto agli addetti, un grazie per la collaborazione, ma i tempi erano duri per le difficoltà economiche enormi. Le richieste del finanziatore, i debiti e le richieste di sequestro della moglie separata non aiutava. Per loro due miseri assegni di buonuscita e la richiesta di lasciare i loro “pass” di ingesso all’uscita serale già da quel giorno.

Tristemente, mentre Monica sistemava e si preparava
a spegnere il tutto, esternando rabbiosamente la sua
delusione, con voce disperata disse: “…ma perchè non lo facciamo noi due un’ultimo tentativo! Proviamo, la versione corretta della procedura come vuoi te, in duplex e a bassa potenza?”
“Già” rispose il marito, “come avevo sempre proposto
al vecchio coglione impaziente!”

Potevano entrare loro due, come ultima prova, nel giallo tubo di ringiovanimento, dopo le regolazioni automatiche ed aver fatto partire il timer.

Provare quest’ultima variabile, destinata a cavie umane, a bassa potenza come previsto, con gli aggiustamenti dell’ultimo protocollo, anche per non aver troppi danni e tentare un’operazione ridotta di scambio proteico di minimo ringiovanimento, senza rischiar di morirne. La proposta di Monica allettò Mario che ancora ci credeva. “E se non funziona pure così, almeno chiudiamo in bellezza! Tanto alle nostre età, con le pensioni da fame che ci spettano, non possiamo certo aspettarci di meglio.

Impostata la sequenza, entusiasticamente eccitati, i due entrarono, dopo essersi velocemente spogliati, nudi come previsto dal protocollo, nell’angusto tubo. Nudi perché non doveva esserci altro a interferire. Pure a stomaco vuoto come prevedevano le regole, visto che quel giorno l’ansia, la rabbia e la fretta li aveva tenuti a digiuno. Appena dentro si rilassarono, si abbracciarono e lui l’accarezzò. Si eccitarono entrambi mentre il timer scandiva la sequenza; la porta si chiuse e si trovarono avvinchiati.

Sorridendo lei aprì le gambe per quanto poteva. Si baciarono, e lei si fece prendere, mentre la procedura iniziava a produrre le onde energetiche. Prima lente e poi sempre più potenti, sempre più traumatiche. I primi soggetti erano morti così, subito, con il cervello spappolato, ma ora la testa era meno colpita dai raggi, e protetta nel tubo, mentre lo scotimento dei corpi e l’amplesso favorito dal movimento e dalle vibrazioni, avvicinava e confondeva vibrando i corpi e le menti.

Si fusero portando i due ad un’unico orgasmo. Vennero sessualmente entrambi rapidamente, violentemente, spasmodicamente. La loro pelle e i loro corpi miracolosamente rinvigorivano, diventando sempre più floridi e prestanti, mentre la testa andava in tilt, in un godimento continuo, con orgasmi su orgasmi per entrambi. Riuscivano a continuare senza rendersi conto dello scorrer del tempo per tutti i 40 minuti del procedimento, in un parossisma che avrebbe ucciso chiunque.
Potevano ora loro stessi sentire quello che si provava durante la procedura, ma quello che non sapevano era che stava per capitare qualcosa di inaspettato.

Quasi al termine delle sequenze, prima dell’apertura delle porte capitò un imprevisto. Il timer si fermò a – 8 minuti. Si chiusero tutte le luci, e lentamente le macchine auto alimentate da potenti riserve iniziarono a spegnersi. Dopo che l’ultimo addetto della sicurezza era uscito, il padrone passato a verificare ed aveva staccato generatori e l’energia dall’edificio. Lentamente tutte le stanze diventarono buie, le riserve di energia finirono e tutte le apparecchiature si spensero, una alla volta, dalle meno utili fino all’ultima che forniva riserve di potenza alle residue batterie del tubo.

Al buio i loro orgasmi continui ora si affievolirono, e Mario capiva che sentiva l’orgasmo di Monica nella sua testa, questo lo eccitò ancora, e gli diede energia per un’ulteriore vigorosa erezione, ma sentì pure il suo cazzo duro dentro al corpo. Sentiva la sua barba sul viso delicato. Sentiva, si e scambiava i suoi pensieri con quelli confusi di Monica, era strano, sentire dentro di sé il proprio orgasmo mescolato con le contrazioni della vagina, e i seni che si solleticavano contro il suo petto virile.

Sembrava che l’esperimento avesse funzionato, anche troppo!

“Stai bene?” La frase rimbombò nei suoi 4 orecchi! “ssssh parliamo piano” la voce di lei
“ssssh parliamo piano”
“ssssh parliamo piano”
“ssssh parliamo piano” riecheggiò un un quadruplice eco evanescente.

Posso sentire i tuoi pensieri, non parliamo. No, non serve. Che sincronia!
Che facciamo? Usciamo di qui, è tutto buio, dev’essere saltata la corrente, accidenti, se non ci libera qualcuno restiamo intrappolati qui dentro, chissà cos’è successo, Ha funzionato! come mai siamo mentalmente fusi.

Calma, niente drammi, facciamo sforzo comune. Il fatto di pensare assieme, inizialmente complicato, fu un beneficio sfruttato per forzare le porte pneumatiche del tubo.
Aria, ora sudati e stanchi, ma con un vigore nuovo, potevamo aprire, uscire e rivestirci.
Anche se tutti i vestiti, dall’intimo al camice di lei erano diventati enormi e goffi, mentre quelli di lui troppo piccoli, abbandonando mutande maschili che non entravano e con il camice che copriva il pantalone stretto e semiaperto.

Sistemati alla meglio sotto i camici, ed usciti furtivi dai laboratori per le uscite d’emergenza e saliti in auto, con la borsa in cui avevano messi gli hard disk e i dati dei computer.
Silenziosamente, ma con mille domande e risposte, un turbine di scambi d’informazione in testa, al punto che lui dovette chiedere un po’ di pace per concentrarsi alla guida per non schiantarsi.
Molto velocemente guidò fino a casa, discutendo mentalmente con lei, analizzando ora con più calma i fatti.

Ora erano indubbiamente più in simbiosi quindi più reattivi, intelligenti e maliziosamente furbi.
Affiatati lo erano anche prima di leggersi nel pensiero, ma ora erano tutt’uno, e pure più giovani, eureka! Siamo dei geni! Connessi telepaticamente ed indubbiamente più forti, la forza necessaria per aprire il tubo era sicuramente maggiore di quella richiesta ai loro due corpi separati e lo sapevano bene.
Sicuramente era successo qualcosa di inspiegabile, e di difficilmente ripetibile.

Arrivati a casa erano d’accordo sul fare assieme la doccia, e giocando si scambiarono complici e curiosi, mentalmente la “guida principale” del corpo di uno con l’altra mentre si lavavano e si strofinavano, finendo per piombare nuovamente abbracciati a letto, in un nuovo amplesso furioso. Era incredibile quello che stava succedendo, come un nuovo superpotere delle menti. Mario nel corpo di “Monica” offrì volentieri a pecorina il sesso non suo ad una Monica furiosamente virile nel corpo di un giovane “Mario”.

Piaceva ad entrambi questa strana e piccante novità!
Erano anche maledettamente ed incredibilmente più lascivi e lussuriosi di prima, più giovani e coordinati in pratica a letto e nei movimenti come mai prima d’ora. Il loro riposo fu minimo, e ne fecero di tutti i colori sovreccitandosi e guardandosi, specchiandosi nella mente e negli occhi dell’altro, vedendosi ed amplificando le sensazioni, solo il fatto di essere entrambi due menti dotate, ed ora fusi nel pensiero, impedì ai due amanti di impazzire.

Ma non di mescolarsi fisicamente ed impazzire di sesso.

Il mattino del giorno dopo li colse in un languido abbraccio a 69, con il pensiero godurioso che mai avrebbero potuto raggiungere apici di piacere maggiori. Se non coinvolgendo altri corpi. Porco, questo pensiero è più tuo che mio! A si? non nasconderti cara, leggo anche i tuoi desideri passati: ti vedo nella mente il ricordo di quel giovane e prestante bagnino di Jesolo di due anni fa… l’hai solo desiderato, ma ti eccita ancora, ora ti scopo come farebbe lui! Un giocattolo nuovo, questa telepatia e questa fusione mentale, da scoprire e da provare.

Una prova da fare, dopo un’abbondante e solo in apparenza silenziosa colazione, era quella di allontanarsi, per verificare se la connessione mentale era influita dalla distanza, avevano annotato scientificamente che bastava cambiare stanza per “sentirsi” meno. In perfetto silenzio i loro pensieri scandivano ordini condivisi; iniziò il “corpo di lui”, nel mattino inoltrato uscendo e guidato dalla mente di lei ai comandi dell’auto e del corpo, solo dopo 8 Km da casa iniziava a sfocare l’effetto fino a quando lui Mario, corpo e mente si ritrovò a 9 Km di distanza a cercare confusamente a ripartire per fare inversione, trovandosi nell’auto parcheggiata a motore acceso al lato della strada, ma sentì subito la richiesta mentale di lei, ora tornata in linea, come una telefonata interrotta da una galleria, di restare in contatto telepatico e di ri-allontanarsi, per provare il solo collegamento mentale, ma senza aver il controllo sul corpo di lui.

Contatto perso di nuovo più o meno allo stesso punto. ( “telepatia 8 Km di raggio – restare a 4 per sicurezza” annotò lei. ) Provarono in una sosta al ritorno di far di nuovo guidare lei, ma non era possibile eseguire ora il cambio di guida del corpo. Accidenti, non me siamo più capaci? Un potere perso, per sempre?

Tornando a casa, dopo un abbraccio per un bacio, fu di nuovo possibile rifare lo scambio e permettere questa volta a lui di condurre fuori il “corpo di lei”.

Guidare fuori l’auto con i tacchi, difficile! Rimanendo nel raggio d’azione, fino a parcheggiare al vicino centro commerciale. Dove la mente di Mario passò perversa ancheggiando il “corpo di Monica”, per prendere una rapida spesa. Lei dettava la lista da casa, comodo. Fornendosi tra l’altro di preservativi nel distributore automatico sotto lo sguardo di un bel fusto, e questo lo decise lui da solo. E si divertì perversamente a flirtare, facendo cadere una shitola di “Hatù stimolanti per lei” facendoli raccogliere al giovane galante che ora la seguiva eccitato, e finì ad invitarla, manovrata da Mario, ma civettuola come suggeriva da casa Monica, accettando un cocktail al bar.

Accettato da questo sconosciuto il drink, che fece troppo effetto, si divertì a provocarlo e a ridere con questo, esclamando poi che “accidenti! Ora non sarei riuscita a guidare!” Ed era vero, “Monica” non stava in piedi. Sorretta ed abbracciata dal prestante ragazzo chiese: “..Mi accompagni … hic! aaa casa?”
“Perchè no” rispose contento, e si fece portare a casa con la loro auto da questo. Aperta la porta e presentato al “marito”, che l’aspettava nell’atrio, con sorrisi tra la coppia per l’espressione di delusione dell’accompagnatore arrapato.

Che fu subito compensato dalla richiesta indecente del “marito”, complicemente consenziente a salire con lei in camera, invitandolo a scoparsela in due. Mario nel “corpo di Monica” ancora sotto l’ebbrezza dell’alcool si spogliò barcollante ed eccitato, imitando la peggior spogliarellista, ed iniziò a fare un rapido pompino al suo corpo, mentre Monica, sorridendo dentro al “corpo di Mario” e godendogli presto in bocca davanti ad un’allupato ospite, che pur sorpreso si spogliò in fretta, gli disse “porcona che sei cara la moglie mia!” E con un “Vuoi favorire?” rivolto all’ospite.

Il giovane stallone, messo il preservativo che il lui offrì, la prese a pecora. Sesso sfrenato, che continuò poi con Monica che tornava alla guida di se stessa cavalcando il sesso del marito, mentre offriva in questa posa le terga all’amante che la violava contemporaneamente da dietro.

Potevano scambiarsi a piacere mentre erano in contatto di pelle, senza che nessun’ altro attorno capisse quello che capitava, e potendo leggersi nel pensiero per raddoppiare il piacere, scambiarsi nella foga e questo fatto li rimise subito all’opera, dopo aver chiamato un taxi e salutato l’amante con la promessa di rivederlo presto quando voleva.

Al lavoro; il loro ritmo era super, nessun tempo morto.
Diabolici progettavano. Il piano era nato ed architettato in tutti i dettagli nella loro doppia e veloce mente analitica, e concepito nella lucida rabbia era pronto: potevano spillare al porco che li aveva licenziati ancora parecchio denaro, e l’arma per costringerlo era la prova che avevano addosso.
Infatti ora sembravano avere almeno una dozzina d’anni di meno, ma con la forza e la vitalità di due ventenni! Dopo essersi cambiati e sistemati, Mario si portò nel “corpo di Monica” chiedendo di poter guidare, questa volta in agili scarpe da tennis, e passarono davanti alla villa, dove vedendo le poche guardie del corpo avevano capito che il padrone non era a casa.

Parcheggiando l’auto in uno spiazzo libero poco distante, dal quale si poteva vedere chi entrava nel grande cancello, si misero in attesa. Mario nel “corpo di Monica” gli comunicò che gli piaceva da matti avere tutte le sensazioni da donna, le gambe scoperte, la gonna, le eccitanti mutandine di seta, ed iniziarono ad baciarsi. Con il suo pensiero le comunicò che gli piacevano tutte le sensazioni del corpo di lei, ora, mentre prima la solo idea di avere un uomo vicino lo infastidiva, il suo stesso corpo, l’odore di maschio lo attiravano perversamente.

Per lei era diverso, pur godendo e sentendo gli impulsi forti da uomo, lei non amava le donne. Ma era sopraffatta dal desiderio di scopare! Aveva bisogno fisico di svuotarsi i testicoli dolenti! Stava tramontando il sole, la fresca serata estiva invitava a tenere i finestrini aperti e i due si lasciarono andare a qualche effusione lasciva di troppo. Aperti i pantaloni, esposti i gioielli, il cazzo era in tiro. La bionda testa si abbassò presto tra le gambe di lui, che si era messo comodo nel sedile più libero.

Aveva iniziato prima a pesare le palle piene, poi a segarlo, tenendolo in mano. Ora poteva succhiarlo pur scomodamente. Fuori nell’oscurità un pensionato, uscito da una casa vicina per fumarsi una sigaretta, aveva notato i due amoreggiare nell’auto. Monica disse piano “Ci vedono!!!” e la silenziosa risposta fu “… meglio è più eccitante, c’è l’hai duro come una roccia, ed io mi diverto, non potevo immaginare che gusto provavi a farlo” Telepaticamente informato dell’avvicinare del guardone, Mario nel “corpo di Monica” aveva con una mano scoperto un suo seno e con in bocca il cazzo di Monica nel “corpo di Mario” ci davano dentro soddisfatta, grugnendo e lappando.

Il guardone passato dietro l’auto si era avvicinato per meglio vedere la scena, e gettata la cicca, aveva iniziato prima a toccarsi e poi a masturbarsi nel buio, sempre più vicino al finestrino, fino a che una mano di donna uscì dal finestrino, con un cenno di invito.
“Che fai pazzo!” “Ma dai che ti diverte. ” “No!” “Si!” “No!” “Dai! gli diamo una mano al vecchietto guardone, tu goditi la mia bocca e sorridi” “che bello, tra poco ti vengo in gola, si dai!” “uhmmm” “Guarda che ne arrivano altri”.

“…meglio, più cazzi ci sono e più mi diverto, qui nessuno ci conosce! Ci facciamo una bella orgia? E la faccenda mi arrapa da morire!” Con una calda sensazione Mario si trovò la bocca di Monica piena di caldo seme, che fece fatica a trattenere. Non puoi negare che ti è piaciuto, senti che sborrata! Pensò di spostarsi ma invece leccò avidamente il succo di Monica e il suo uccello per non sporcare troppo l’auto.

Questa giustificazione, almeno inizialmente. Ma poi lo fece per il piacere dell’atto e del sapore, mentre eccitato dalla scena pure l’arzillo vecchietto stava godendo masturbato dalla mano della troia infoiata. Nel buio dell’inizio serata, come spuntati dal bosco retrostante, altri due guardoni si stavano ora masturbando fuori dall’auto, senza dire nulla, quasi ad aspettare il turno, con il biasimo eccitato di Monica nel corpo di lui, mentre, come atterrita e bloccata vedeva passiva il suo corpo prima aprire la porta e spogliarsi di più, e poi uscire per inginocchiarsi davanti ai due sconosciuti, che sembravano non aspettare altro.

Sentiva che lei restava bloccata a guardare, e questo eccitò ancor più il demone nel corpo di lei a sextenarsi fuori dall’auto, a masturbarsi e a succhiare due cazzi in contemporanea. Un altro guardone si era stranamente fermato davanti al finestrino aperto dell’uomo, seduto in auto a vedere e godersi la scena: “adesso ti faccio sentire io come so fare” pensò. Dimentica di essere su un corpo da uomo, svegliandosi eccitata dal torpore, con la mano sporta aprì la zip al pantalone che occupava lo spazio davanti al finestrino di Mario e prese l’asta calda trovata.

Avvicinò la bocca alla patta ormai spalancata, inghiottendo e pompando. Un’altro rapido ingoio, ma non era una gara, ma un godimento puro e condiviso. Soddisfatto e sparito pure questo cazzo sconosciuto, non restava che guardare la scena. Era spuntato pure un robusto personaggio, che vedendo la bionda, ormai quasi nuda con solo la gonna arrotolata in vita chinata a sbocchinare i due, con le dita libere infilate nella figa a sgrillettarsi il clitoride, si avvicinò rapido e furtivo, con forza girò la donna dalla bocca occupata e la prese alla pecora quasi con violenza, mentre il “marito” ormai inerte guardava il gruppo mugulare e divertirsi.

Rapidamente e all’improvviso l’amplesso bestiale cessò con la fuga degli uomini per l’arrivo di una sirena che squarciò il silenzio della notte. Era arrivato a casa, con due volanti di scorta, l’atteso ospite della villa. La coppia si ricompose. E partì in auto fingendo un largo giro, per tornare rivestiti e sistemati davanti al cancello, dopo aver mentalmente discusso sulla pazzia delle loro azioni, che entrambi avevano scoperto interessare ed intrigare le loro menti come non mai!
Il robusto personaggio, adocchiando torvo la donna chiese alla coppia il motivo della visita, e lei languida rispose: “Dai bello, adesso facci entrare tu, che dobbiamo parlare con il tuo capo!”
Fu abbastanza difficile convincere S.

B. a riceverli e che erano loro, i due coniugi Curi scaricati dal laboratorio due giorni prima. Appena riconosciuti a stento, e capito il motivo, il vecchio fu entusiasta di sentire la storia, che i due limitarono alla parte appariscente e fisica.
Avevano infatti studiato velocemente procedura, dosaggi e tutta la pratica, spacciata per ringiovanente, ma per permettere uno scambio che non doveva, secondo i loro calcoli portare a fortificare e rendere simile a loro, il vecchio maiale.

Non lo meritava di certo!

Prese le chiavi del laboratorio, fece fretta ai due: che però rallentarono dicendo: “Calma. Non esser precipitoso, la trasformazione va preparata, dosata, a digiuno, e serve una giovane donna”. “Certo, più e giovane meglio è. ” Il vecchio consigliò una nipote africana, che aveva in casa, già pronta sul lettone: tale Ruby.

“Prima, ci firmi qualche assegno, e una liberatoria, e ci dai pure la nostra liquidazione in contanti, anticipata!”

“Tutto, vi do tutto quello che volete! Cribbio!” Eccitato da quanto vedeva, il vecchio puttaniere si convinse.

Quel loro piano era diabolico: arrivati al laboratorio deserto, il padrone aprì e ridiede energia al macchinario. Quando tutto fu pronto la giovane ingenua seguì il padrone S. B. dentro quel tubo, entrambi nudi. Lui era impaziente, e con la mano sulle natiche di lei sbavava di impazienza.

Non dovevano tentare un’amplesso? I due ricercatori si guardarono ridendo tra loro, e fecero partire la sequenza, che scosse come una lavatrice in centrifuga l’apparecchiatura, e fece vibrare il tubo giallo con dentro le due vittime, che ora urlavano!
Ben presto, dopo almeno un quarto d’ora di grida inumane i due complici genialmente interrompevano la fase.

Abbondantemente prima del tempo della loro interruzione per calo di energia, ma concentrando la loro forza mentale per ottenere lo scopo che si erano preposti.

Finito il lavoro, staccarono completamente l’energia, senza lasciare che come nel loro caso un black out lento, ma fu proprio un’interruzione volutamente improvvisa, che spalancò le porte del tubo.
Silenzio.

Ne uscì una nuvola di fumo pestilenziale, diradata la nebbia si potè vedere un movimento incerto di un solo corpo: la Ruby, barcollante, intontita, con pelle avvizzita e tutta impiastricciata di pezzi cadenti di gel di silicone e cerone rosa, che vedendosi tutta rughe con i seni cadenti, i capelli arruffati come serpi impazzite, esclamò isterica e la voce di una vecchia strega:

“Ma cribbio! Mi consenta!
Non è questo quello che avevo desiderato!”

FINE

Sal – Mil.

Gio. marzo 2015.

Io e M… 03

Passai dall’ufficio del professor Oscar, e la segretaria, una racchia brutta e scorbutica, mi diede un pacchetto rosso chiuso con un nastro di satin nero. Quando ritornai a casa (vivevo ancora con i miei genitori, i quali erano sempre via per lavoro) e fui da sola nella mia cameretta, lo aprii, e dentro c’era un vestitino nero molto corto e stretto, e quando lo indossai mi resi conto che non riusciva a coprire del tutto le natiche, e se cercavo di tirarlo giù mi uscivano fuori le tette.

Era imbarazzante, come se fossi nuda. E tentavo e ritentavo, ma il risultato era sempre lo stesso; assomigliavo ad una pornodiva. Guardai l’orologio e capii che era ora di andare, così raccolsi la borsetta e mi avviai verso la porta.
Fuori al portone di casa era parcheggiata una lussuosa limousine. Mi domandai di chi fosse; nel nostro isolato abitavano certamente un sacco di professionisti, di quelli che non badavano a spese. In realtà non ci feci neanche tanto caso, perché auto di quel genere ne vedevo spesso lì nei paraggi, così me ne andai per la mia strada quando ad un certo punto sentii qualcuno che mi chiamava.

– Signorina – mi girai verso la limousine e vidi un’autista in uniforme che si sbracciava per attirare la mia attenzione. – Signorina, venga. Sono l’autista del professor Oscar, mi ha incaricato di venirla a prendere.
L’autista era un elegante signore di mezza età, con modi di fare da lord inglese, e quando mi avvicinai alla macchina lui mi aprì la portiera con un gesto delicato, togliendosi prima il cappello con la visiera, e allora io mi accomodai sul morbido sedile e lui richiuse lo sportello e fece il giro della macchina per mettersi al posto di guida.

Non dissi una parola per almeno dieci minuti, perché mi domandavo in continuazione come facesse a sapere dove abitavo. Poi però mi resi conto che per lui non doveva essere tanto difficile rovistare tra i documenti dell’università; da qualche parte infatti doveva esserci anche una mia scheda con i dati personali. Ma sì, mi dissi, un giochetto da ragazzi.
– Il professore è davvero fortunato – disse ad un certo punto l’autista, il quale nonostante il caos di macchine che c’erano in giro, riusciva a mantenere sempre una pazienza spropositata.

– Perché?
– Cenare con una creatura delicata e raffinata come lei, se questa non è fortuna, mi dica signorina, lei come la chiama?
– Lei come si chiama?
– Oh beh, io mi chiamo Armando, signorina. Armando.
– Armando, immagino che il professore abbia più denaro di quanto si possa immaginare, se ha mandato una limousine a prendermi.
– Beh, il professore non può lamentarsi di questo – rispose. – Con il tempo, è riuscito a mettere via una discreta somma di denaro per vivere nell’agiatezza.

A proposito, quasi dimenticavo di dirle che il professore ha registrato un messaggio vocale per lei. È pronta ad ascoltarlo?
– Va bene Armando, me lo faccia sentire.
Con una mano l’autista cercò un cd all’interno del cruscotto, e lo inserì nello stereo della limousine. A quel punto la voce calda di Oscar mi fece venire i brividi, tormentandomi come un mare burrascoso, ed io ero come su di una barchetta instabile, ed ero nelle sue mani.

Tutto dipendeva da come avrebbe usato l’energia delle sue onde. Le sue onde. Le onde vocali. Tornai ad essere come uno zombie sotto l’incantesimo di un rito voodoo.
“Buonasera Martina. Sono davvero orgoglioso di averla a cena, e non ci sono parole per dimostrarle tutta la mia riconoscenza. A questo proposito troverà accanto a lei un oggetto molto prezioso che mi piacerebbe che lei indossasse”.
Mi guardai accanto e notai un cofanetto a cui prima non avevo fatto caso.

Lo presi tra le mani e lo aprii e dentro c’era un meraviglioso collier di diamanti luminosi che poteva valere una fortuna. Rimasi a bocca aperta per qualche secondo, non avevo mai visto niente di più bello, ma riconobbi che stava diventando tutto troppo eccessivo; prima la limousine e adesso quel piccolo tesoro.
– Non posso accettare – bofonchiai.
“Può accettarlo eccome” disse la voce registrata, quasi come se avesse previsto quello che avrei detto.

“Oggi, in aula, ho notato che la natura le ha donato un qualcosa di ancora più prezioso. Le sto parlando del suo seno delicato. Quello sì che non ha prezzo, Martina”.
A quel punto guardai Armando, che però, come un vero professionista, faceva finta di non prestare attenzione a quanto veniva detto, come se all’improvviso fosse diventato un’androide, o qualcosa del genere, un essere senza sentimenti.
“Ebbene, mi piacerebbe molto vedere quel collier sul suo seno.

Lo indossi” disse la voce di Oscar.
Misi quel piccolo tesoro sul petto e lo allacciai dietro il collo, consapevole che stavo toccando un qualcosa di eccessivamente dispendioso. Poi notai che nella confezione c’era qualcos’altro, sul fondo. Lo tirai fuori ma mi fu piuttosto difficile capirne la sua funzione. Erano quattro palline di plastica fucsia legate da una cordicella, e alla fine di questa c’era un anello dello stesso materiale. Tenni l’oggetto a mezz’aria esaminandolo e chiedendomi quale fosse la sua mansione.

“A questo punto avrà scoperto che sul fondo della custodia del collier c’è un altro oggetto. È un giocattolo, Martina. Un giocattolo per adulti. Vorrei che lo infilasse nel suo corpo”.
– Cosa?! – esclamai. – Non se ne parla.
A che gioco stava giocando Oscar? Non potevo mica infilarmi quell’oggetto nella vagina, proprio davanti ad uno sconosciuto? Era una follia bella e buona. Così mi impuntai e incrociai le braccia, dicendogli che poteva scordarselo, pure essendo ben consapevole che non poteva sentirmi.

Armando mi guardò con la coda dell’occhio, ma soltanto per un istante, per debolezza quasi, e poi ritornò a prestare attenzione esclusivamente alla strada.
“Mi rendo conto che l’idea potrebbe metterla a disagio, ma le assicuro che Armando non guarderà, e riuscirà a mantenere il segreto in modo impeccabile”.
– Ma che diavolo! E va bene – decisi di accontentarlo, così allargai le cosce e spostai verso sinistra il tessuto del perizoma e avvicinai la prima pallina alle labbra della vagina.

“Martina, quello non è l’orifizio adatto. Provi con l’altro” non so come faceva a prevedere le mie mosse, ma mi fece andare su tutte le furie. Stava cercando di dirmi che avrei dovuto infilarmi tutte e quattro le palline su per il retto.
– Ma non se ne parla proprio – dissi tirando le palline sul sedile accanto a me. – Questa è una follia.
“Martina, le assicuro che dopo questo ulteriore capriccio, non le chiederò nient’altro.

La prego”.
– E va bene. Basta che la facciamo finita – poi mi rivolsi ad Armando. – Mi raccomando, lei si trattenga. Continui a guardare la strada, per carità.
– Certo, d’altronde è il mio lavoro.
– Sì sì, tutti uguali voi uomini. Tutti maiali.
A quel punto mi afflosciai sul sedile e alzai le gambe verso il tettuccio e cercai di dilatare quanto più possibile l’orifizio anale.

Ripresi le palline e avvicinai la prima in mezzo alle natiche. Ma per quanto mi sforzassi, non c’era verso di farla entrare. Il buco era troppo stretto e troppo asciutto per permetterne l’ingresso.
“Se ha difficoltà con la penetrazione le consiglio di usare una lozione che troverà sotto il sedile”.
– Ecco, grazie – dissi piuttosto amareggiata. – Poi però, quando saremo faccia a faccia, mi spiega come fa a prevedere le mie azioni.

Presi la lozione, una specie di olio per il corpo, e me ne misi in modo abbondante sulle dita. Iniziai così a massaggiarmi il buco, affinchè si aprisse un po’, e penetrai prima con un dito, poi con due, e quando fu abbastanza largo feci scivolare dentro la prima pallina, che venne letteralmente risucchiata, e mi diede una piacevole sensazione quando si scontrò contro i nervi del condotto. Chiusi gli occhi per l’intenso piacere e quando entrò anche la seconda pallina spalancai la bocca.

Stava iniziando a piacermi sul serio. Alla terza pallina mi lasciai andare con un gemito di piacere, e poi toccò alla quarta, e venne risucchiata anche quella. A quel punto restò fuori solo l’anello che c’era alla fine della cordicella.
– E adesso cosa dovrei fare?
“Si comporti come se non fosse accaduto nulla. La prego di risistemarsi le mutandine e di tirarsi giù il vestito. Lasci il giocattolo lì dov’è, nel suo corpo.

A questo punto dovrebbe essere a meno di dieci minuti dal mio appartamento, e questo messaggio sta per terminare. Le auguro un buon proseguimento e spero di vederla presto”.
Mi ricomposi sul sedile e avevo una sensazione di pienezza. Il condotto anale completamente tappato, e ogni movimento e ogni sussulto della macchina faceva scuotere il mio corpo, e così anche le palline fucsia che avevo dentro, e per ogni movimento era una specie di scossa di piacere.

Ero quasi sul punto di avere un orgasmo anale. Ed ero così imbarazzata che non rivolsi più la parola ad Armando per il resto del tragitto che ci separava dalla casa di Oscar. E lui dovette capire il mio disagio, dal momento che non cercò in alcun modo di farmi parlare.

Il nudista.

Racconto trovato in rete su xhamster.

Sono un naturista convinto, amo stare nudo in casa, accolgo nudo gli amici più intimi con cui condivido questa gioia, guardo la televisione o faccio i miei hobby nudo, a volte chiudo a chiave il mio ufficio giustificandomi con l’eccessivo lavoro o una telefonata importante solo per stare nudo alla scrivania per qualche minuto, poi mi rivesto, riapro l’ufficio e accolgo i colleghi con uno spirito diverso, allegro e leggero.

Amo i prati di montagna, sono ben curati, l’erba è tagliata e raccolta con molta fatica da uomini e donne abituati al lavoro duro, nei prati selvatici l’erba cresce fino a interrompere la vista ed è un muro verde e giallo che nasconde, protegge, anche in questa natura mi metto nudo. Mi siedo o mi sdraio tra l’erba, sono isolato, i rumori sono ovattati, osservo le nuvole percorrere il cielo blu mare come barchette impazzite, respiro l’aria fresca, pura e sorrido agli insetti che attraversano il mio spazio in cerca di un fiore dove posarsi.

Quella giornata era ideale anche se un po’ fresca, avevo deciso di uscire dalla città di buon ora e recarmi al nord verso le montagne, ho consultato su internet diverse mappe e ho scelto il sentiero meno battuto. Mi era inerpicato solo, tra faggeti e boschi secolari, poche le case, pochissimi i segni dell’uomo, ammiravo gli alberi, odoravo i fiori, guardavo dall’alto le formiche occupatissime nei loro maneggi e gli sorridevo con un gigante buono.

Raggiungo un prato molto ampio con l’erba molto alta, decido di uscire dal sentiero, di inerpicarmi per diverse decine di metri, l’erba mi copriva la visuale e mi nascondeva agli occhi di eventuali curiosi, trovo una piccola zona piana, appoggio lo zaino, stendo la coperta, mi spoglio nudo e mi sdraio a godere il sole e l’aria. Mi addormento, i minuti passano veloci, al risveglio nel silenzio della natura inizio a fischiettare imitando gli uccellini di passaggio ma un leggero rumore mi turba e smetto di fischiettare, mi sembra un fruscio, nulla di più, penso sia una lucertola, spero solo non sia una biscia e riprendo il motivetto canoro con vigore.

Ancora il fruscio, questa volta più forte verso destra, al mio fianco, mi blocco terrorizzato, mi volto e vedo il viso di una ragazza, è una contadina che ha 20 anni bloccata dallo stupore e dallo spavento. Lo credo si trova davanti un uomo di mezza età completamente nudo proprio nel prato dove lei ama camminare e si sdraia per vedere le nuvole come faccio io, vuole scappare, deve scappare, anzi deve urlare, fuggire, correre a casa e denunciare quel depravato nudo che si mostra alle ragazze senza vergogna.

Quel maiale con quella pelle scurita dal sole, i peli del petto irsuti, con quel cazzo in basso flaccido, molle, adagiato lungo il bacino, ne ha già visti altri di cazzi, tre anni fa ha avuto un fidanzato, per pochi mesi e ha scoperto il sesso con lui ma non si è mai eccitata troppo. Ogni tanto si collega in rete, si masturba vedendo qualche filmato pornografico, sogna di far sesso con un uomo vero, ne ha una grande voglia, lo sogna involontariamente di notte, eccitata, bagnata e volontariamente di giorno immaginando situazioni surreali, questa è una situazione surreale non deve fuggire deve invece rimanere e si fa’ audace.

“Salve… io sono Marianna, tu chi sei?”
“Cosa ci fai nel mio prato nudo?”
“Piacere Marianna, sono Marco e a me piace praticare il nudismo. “
“Piacere Marco, vieni dalla città?”
“Sì, perchè me lo chiedi?”
“Perchè voi di città siete tutti strani. “
Ridiamo entrambi, il ghiaccio è rotto, i suoi occhi sono fissi sul mio cazzo, si avvicina, lo accarezza con la mano aperta dai testicoli alla punta poi chiude la mano, mi masturba in silenzio, eccitato mostro tutto il mio desiderio, mi munge il pene come quando munge il latte alle vacche d’alpeggio poi si alza di fronte a me e si spoglia completamente nuda.

Ha un seno medio con capezzoli lunghi, scuri, l’aureola piccola, turgida, sa di non essere bella ma per me è la ragazza più attraente e sexy anche se è una contadina, questa ragazza giovane e fresca emana un profumo di bellezza molto intenso, la sua figa è bella pelosa e tra i peli c’è la fessura del piacere.
Si siede sulle sue mie cosce, riprende il cazzo in mano, lo accarezza lentamente passando leggermente le unghie sulla pelle tenera, lo masturba ritmicamente guadandomi negli occhi, solleva il busto, si porta sul pene appoggiandolo alle sue labbra vaginali bagnate per la sorpresa e l’eccitazione del proibito.

Si lascia cadere lentamente sul mio cazzo, si sente riempita di carne dura, calda, io abbandono la testa alle sensazione, con lo sguardo cerco le nuvole in cielo mentre sento il cazzo avvolto nelle carni umide ed accoglienti di Marianna. Inizia a muoversi spostando il bacino su e giù ritmicamente assaporando ogni centimetro di quel movimento, si mette una mano tra le cosce e appoggia un dito al mio pene, gode con il polpastrello il punto di contatto tra pene e vagina, tra asta e labbra, si sta eccitando come mai nel passato e anch’io non sono da meno.

Marianna si alza con gli occhi quasi in lacrime per la voglia di sesso, si mette a pecora allargando le gambe mostrandomi la figa, mi metto in ginocchio e la penetro con forza quasi brutale tenendo le mani su i suoi fianchi colpendola con colpi d’anca in cui sfogavo il mio piacere possedendola. Marianna è molto più giovane di me, mi ricorda il mio passato quando da adolescente uscivo con i miei amici e progettavo grandi cose per la mia vita, ora che sono adulto mi pare che la mia vita mi sia sfuggita di mano perciò istintivamente penetro quelle carni con insistenza come a riappropriarmi della mia giovinezza passata.

Il cazzo entra ed usce dalla sua figa con ritmo cadenzato, è umido dei suoi umori, mi chino sulla sua schiena accarezzo i suoi seni che oscillano verso il basso, li mungo, gli strizzo i capezzoli con forza, sento il cazzo ancora più duro, l’anca colpisce il suo sedere sempre più forte. Marianna ansima molto, quasi si lamentarsi mentre gode con forza, non resisto più, sborro nella sua figa con forza copiosa ed abbondante, continuando a penetrarla finchè il pene non mi esce flaccido, cado all’indietro spossato, senza forze, chiudo gli occhi e mi addormento.

Quando riapro gli occhi lei non c’è più, al mio fianco c’è adagiato un fiore di campanula, il suo significato è “sottomissione” sono eccitato dal messaggio, la cerco, chiedo informazioni presso le baite della zona, qualcuno mi dice che una ragazza simile a quella descritta da me vive in una valle attigua, è oramai sera tarda quando torno in città, avrò ancora tempo libero per ripercorrere questi sentieri con la fiducia di incontrare ancora la ragazza della campanula.

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Io e M… 02

Quando non ero con Angelo ero all’università. Dovevo portare a termine il mio percorso formativo, e dovevo farlo al più presto. Ero già fuori corso di un anno, e non volevo attardarmi ancora di più. Tra i miei esami universitari finali ne avrei dovuto scegliere uno facoltativo; ebbene, mi guardai intorno, mi feci consigliare dalle mie amiche, e tutte mi sconsigliarono semiotica dell’erotismo. Ma io non ascoltai quei consigli e mi ci iscrissi, più per curiosità che per altro.

La prima volta che entrai in aula, ricordo che avevo una minigonna, così corta che di tanto in tanto ero costretta a tirarmela giù, per non rischiare che mi si vedesse il perizoma. Mi guardai intorno e c’erano soltanto maschi che mi guardavano come degli allupati. Mi feci avanti tra i banchi per raggiungere la prima fila; si era fatto un gran silenzio, poi qualcuno bisbigliò qualcosa: “che topa!”.
Mi misi a sedere e accavallai le gambe.

Presi il mio quaderno degli appunti e feci finta di leggere qualcosa. Ero davvero in imbarazzo; mi fissavano tutti. Ad un certo punto sentii il rumore che fa la zip dei pantaloni; quello che stava di fianco a me aveva tirato fuori il cazzo e aveva un erezione da paura.
– Che ne dici se ci divertiamo un po’?
– No grazie – gli risposi cercando di non guardargli il membro.
Per fortuna arrivò il professore, e il mio vicino di banco si rimise l’attrezzo nei pantaloni.

Il professore si chiamava Oscar. Era un uomo sulla cinquantina, distinto, che quando mi vide mi fece un sorriso e poi prese posto dietro la cattedra.
– Vedo che oggi abbiamo una nuova iscritta – disse. – Davvero lodevole da parte di una ragazza. Beh, se le cose di cui parleremo le potranno sembrare un po’ scabrose, la prego di tapparsi le orecchie.
Il professore cominciò a parlare di esempi di erotismo nella storia della letteratura; confesso che ci capivo poco e niente, anche perché mi ero persa le prime due lezioni.

Però mi piaceva quello che diceva. E poi non so perché, ma c’era qualcosa nel suo modo di guardarmi (e mi guardava in continuazione) che mi ipnotizzò. Vedevo i suoi occhi concentrarsi soprattutto sulle mie cosce, e più mi guardava e più mi veniva voglia di fargli un pompino e di farmi schizzare in faccia. Cercai di capire cos’era quella strana attrazione; non me lo spiegavo, ancora una volta subii il fascino di un uomo maturo, e mi vennero un sacco di idee porche.

E non so perché lo feci, ma mentre per l’ennesima volta mi guardò le cosce, io le allargai, affinchè potesse vedere la lingerie che portavo sotto la gonna, cioè un perizoma rosso. Ma fu per un breve attimo, poi ritornai ad accavallare le gambe, e lui mi sorrise.
Non ero conscia di quello che mi stava succedendo, eppure ero nelle sue mani. Sognai ad occhi aperti di essere la sua schiava del sesso, di servirlo e riverirlo, e di essere usata come un oggetto del piacere ogni volta che lui ne avesse voglia.

C’era qualcosa nei suoi occhi che mi faceva pensare quelle cose, e all’improvviso feci una cosa che mi lasciò piuttosto perplessa. Sillabai qualcosa verso di lui, muovendo le labbra senza emettere alcun suono, affinchè fosse solo lui a capirmi. S-c-o-p-a-m-i. Questo dissero le mie labbra, e lui mi sorrise ancora.
Alla fine della lezione ripresi le mie cose con l’intenzione di sgattaiolare fuori dall’aula per non tornarci mai più, ma il professore fu più veloce e mi chiese di andare verso di lui.

– Venga signorina, non abbia paura.
A piccoli passi mi avviai verso di lui, con la fronte bassa perché ero molto imbarazzata per come mi ero comportata prima. Gli altri studenti erano andati via tutti, e io avevo paura di guardare l’insegnante negli occhi. Se i suoi occhi avevano fatto quell’effetto su di me, cosa avrebbero fatto adesso che eravamo soli, io e lui?
– Ho notato, con molto piacere, che la lezione è stata di suo gradimento.

Me ne compiaccio. Lo so che questa è una materia un po’ difficile da accettare per voi ragazze, e infatti lo dimostrano i numeri. Lei è la prima ragazza a frequentare questo corso da almeno cinque anni a questa parte. Cosa l’ha spinta a iscriversi?
– Ma io… veramente… – non avevo la più pallida idea di cosa dire. – In verità non lo so.
– Si calmi, signorina – continuò. – Lei come si chiama?
– Martina, professore.

– Martina, sarei molto felice se lei rispondesse alla mia domanda stasera, a cena. A casa mia. Cosa ne dice?
Stavo per dirgli che mi sembrava una follia, che avevamo circa venticinque anni di differenza, e che sinceramente gli insegnanti che fanno i maiali con le proprie alunne non mi andavano a genio. Però poi i suoi occhi fecero di nuovo lo stesso gioco di prima, mi accecarono, e allora mi vidi tutta la scena davanti agli occhi, noi due su un comodo divano, e io che gli stringevo il membro eretto in mano e che lo facevo godere.

Fui fulminata da quell’immagine.
– Sì – sussurrai, – va bene.
– Allora siamo d’accordo – poi mi scrisse su di un pezzo di carta il suo indirizzo. – Ecco, l’aspetterò con ansia. Ma prima passi dal mio ufficio, dove la mia segretaria le darà un vestitino che mi piacerebbe che lei indossasse questa sera.
– Va bene professore.

Io e M… 01

Io e Martina siamo una coppia molto affiatata. Con gli anni abbiamo avuto molte occasioni per realizzare molte delle nostre fantasie più nascoste, anche se nella maggior parte dei casi ero io ad avere le fantasie più porche. Martina sotto questo aspetto è una ragazza molto tranquilla. Io invece, di fantasie porche su di lei ne avevo sempre avute. Ricordo che quando stavo al primo anno dell’università ebbi la prima fantasia cuckold. A quel tempo io e Martina stavamo insieme da tre anni.

Ebbene, ricordo che scrissi sulla parete del bagno dei maschi, a matita, la frase seguente: “alla mia fidanzata piacciono i grossi cazzi neri”. Mentre scrivevo mi venne un erezione fantastica, e così continuai la frase: “mentre si fa scopare da un enorme cazzo nero a me piace guardare”. Era la prima volta che avevo una fantasia del genere. Poi tornai a casa e ripensando a quello che avevo scritto, e soprattutto immaginandomi Martina che scopava con un ragazzo di colore, mi masturbai fino a sborrare.

Cazzo, quanto sborrai!
Passato il momento della foga ebbi un attacco di rimorso. Come avevo potuto scrivere una cosa del genere sulle pareti di un cesso? E se qualcuno avesse riconosciuto la mia calligrafia? Cosa avrebbero pensato di me, e soprattutto di Martina? Magari avrebbero potuto pensare che Martina fosse una puttanella. Questa cosa mi fece andare nel panico, e non riuscii a dormire. Dovevo assolutamente cancellare quella scritta. Per fortuna l’avevo scritta con la matita, quindi sarebbe bastata una gomma a cancellare tutto.

Così il giorno dopo mi svegliai presto e andai a riparare al mio sbaglio. Ma l’idea, la fantasia cuckold, da quel giorno, ritornò altre volte, anche mentre facevo l’amore con Martina; lei mi stava sopra e io le allargavo le natiche con le mani, e immaginavo che ci fosse un altro uomo dietro di lei, con un cazzo mostruoso puntato contro il suo orifizio anale, pronto a incularla. L’idea mi faceva impazzire.
Io credo che ogni uomo dovrebbe confessare le proprie fantasie alla propria donna.

Certo, mi rendo conto che non è così facile come sembra. Però sono dell’idea che fare porcate insieme aiuta la coppia a solidificarsi. Cos’è che ci frena? La vergogna forse. Perchè dovremmo vergognarci di fronte alla donna con cui abbiamo deciso di trascorrere la nostra vita?
La prima porcata che avevo confessato a Martina, se di porcata possiamo parlare, fu il mio desiderio di praticare il nudismo con lei. Certo, qualcuno potrebbe obiettare che il nudismo non è una porcata.

Infatti non lo è se lo si fa senza malizia. E invece io lo facevo con malizia. In parte per esibizionismo, lo ammetto, e in parte perchè mi piaceva l’idea che altri uomini potessero vedere la mia Martina nuda. Devo dire che in principio lei era un pò scettica. Mi disse che si sarebbe vergognata da morire. E allora io cercai di farle capire che non c’era niente da vergognarsi dal momento che anche gli altri sarebbero stati nudi.

Ci volle un pò di tempo, e non mi disse subito di sì. Ma poi, per puro caso, un estate ci trovammo nei pressi di una spiaggia nudista e le proposi di fermarci lì. Il posto era frequentato prevalentemente da uomini, e devo dire che mi venne subito un pò di ansia. E se qualcuno avesse tentato di m*****are Martina? Cercai di non pensarci e mi tolsi i vestiti di dosso, e poi tirai giù anche il costume.

Martina mi fece un sorrisetto imbarazzato e poi cominciò a spogliarsi anche lei. Gli occhi di molti uomini erano puntati su Martina, mentre eseguiva quel lento spogliarello. Liberò le sue tette dal pezzo di sopra e infine tolse anche il pezzo di sotto. Notai che alcuni degli uomini che la guardavano stavano avendo delle discrete erezioni, e la cosa mi fece arrapare un casino.
Ricordo che c’erano diversi guardoni a cui piaceva segarsi.

Uno in particolare non faceva che girarci attorno. Essendo una coppia fresca di ventincinque anni forse si aspettava che avremmo ceduto a qualche tentazione della carne. Il guardone era un uomo di mezza età, una pancia che sembrava un cocomero e un cazzetto minuscolo. Mi venne voglia di accontentarlo, di dargli un pò di quello che si aspettava da noi. Ero molto eccitato, ma avevo anche un pò paura. Più che altro per Martina.

E se quell’uomo fosse stato un malintenzionato? Ma pur volendo, pensai, non sarebbe mai stato in grado di infilare il suo piccolo cazzetto moscio nel corpo di Martina. Non avevo nulla da temere, era solo un guardone e voleva soltanto uno spettacolo. E io volevo darglielo. Martina era distesa sul telo a pancia in giù, e così cominciai a spalmarle la crema protettiva sulle cosce, e man mano salii fino al culo su cui mi dedicai con più energia, premendoglielo e accarezzandolo.

Poi guardai l’uomo per accertarmi che fosse ancora lì a guardarci. Era ancora lì, e ci fissava e si toccava con due dita il piccolo cazzetto. E così allargai le natiche di Martina, affinchè l’uomo ne vedesse bene l’orifizio anale stretto, ancora vergine. Le tenni aperte per un pò, volevo offrire al guardone lo spettacolo del buchetto di dietro di Martina, e lui lo vide, lo desiderò, era in estasi, glielo leggevo in faccia che gli sarebbe piaciuto leccarglielo, succhiarglielo.

Con il dito medio glielo accarezzai e lei ebbe un sussulto.
“Che fai?” mi domandò.
“Niente. Avevi un pò di sabbia. Te la stavo togliendo”.
Poi l’uomo capì che non saremmo andati oltre, e se ne andò. Perchè in effetti non saremmo andati oltre. Martina non si sarebbe mai messa a fare porcate in luogo pubblico. O perlomeno, era quello che credevo allora.
Il sesso anale era per Martina un tabù.

Ricordo che una volta ne parlammo con alcuni amici. Eravamo a cena e qualcuno se ne uscì con quell’argomento, e Martina disse che trovava quella pratica piuttosto a****lesca, e lo disse in maniera negativa. Non ci si poteva sbagliare nell’interpretare il suo parere: per Martina il sesso anale era una pratica fuori discussione. E allora uno dei nostri amici, quello che aveva intavolato quella discussione anomala, disse che sì, era una pratica a****lesca, perchè infondo l’uomo è un pò a****le.

“Molto a****le” aggiunse Martina. “Anzi, proprio porco”.
La discussione terminò in una risata collettiva. Ma l’argomento per me non era chiuso, e così provai a stuzzicare Martina in questo senso, ma non con le parole, bensì con i fatti. Ovvero, quando facevamo l’amore io di tanto in tanto le stuzzicavo l’orifizio anale con un dito, ma lei si ritraeva sempre, facendomi capire che la cosa non era di suo gusto. Qualcosa cambiò quando un giorno mi trovai a leccarle la vagina, e allora decisi di osare e con la lingua raggiunsi il buchetto casto del culo.

Questa volta non si negò, anzi sembrò apprezzare. E ancora, la volta successiva che mi ritrovai a leccarle la vagina ci andai più pesante. Lei stava col culo verso l’alto, le natiche oscenamente aperte e il suo buchetto anale indecentemente in vista. Praticamente me lo stava sbattendo in faccia. E così mi ci avventai contro, e lo leccai come se fosse il frutto più saporito del mondo. E lo era davvero. E nel frattempo con le dita la sgrillettavo, e con la lingia le davo delle intense pennellate al buchetto immacolato che c’aveva tra le natiche.

E lei non protestò, anzi sembrava volermene offrire di più, inarcando maggiormente la schiena. Sentivo il buchetto strettissimo contro la lingua, il suo sapore era meraviglioso. Poi lei raggiunse un intenso orgasmo.
Se dovessi dirvi uno dei difetti di Martina, vi direi subito che è il suo modo di vestire. Anzi, era. Perchè per fortuna con il tempo i suoi gusti sono molto cambiati. Forse anche grazie ai miei consigli. Quando ci siamo conosciuti vestiva in modo piuttosto maschile, in modo sgraziato direi, mai una minigonna, mai un paio di tacchi a spillo, insomma poco femminile.

In principio non lo vedevo come un difetto, ma col passare del tempo mi resi conto di volerla vedere in un altro modo, un pò più porca tanto per intenderci. Martina ha davvero un bel corpo, eppure non faceva niente per valorizzarlo. Per questo motivo ho sempre avuto molto piacere nell’accompagnarla a comprare vestiti. Molti uomini odiano questa cosa, cioè girare per negozi insieme alle proprie donne. Io no. Il motivo che mi spinge a farlo è spingerla a comprare vestiti che altrimenti non comprerebbe mai.

E parlo di quel genere di vestiti in grado di valorizzare il suo corpo. Una volta le consigliai un vestitino nero, molto corto, ma così corto che quasi le si poteva vedere il sorriso delle natiche. Lei ebbe da ridire, ma poi decise di prenderlo.
“Non sarà un pò eccessivo?” mi chiese.
In effetti lo era. La prima volta che lo indossò eravamo in una località balneare. Era sera, e uscimmo a fare due passi al centro.

Gli uomini se la mangiavano con gli occhi. Con quel vestito sembrava una pornodiva, e questo mi speventò e mi eccitò allo stesso tempo. Si giravano tutti a guardarla, e qualcuno commentava. Per esempio quando passavamo due uomini soli, li vedevo che si giravano a guardarla, poi si dicevano qualcosa tra loro e ridevano. Potevo solo immaginare cosa dicessero.
“Guarda che maiala”.
“Sì, una vera porca”.
Eppure la porca in questione era la mia fidanzata, e quegli ipotetici commenti un pò mi ferivano, ma mi eccitavano tantissimo allo stesso tempo.

“Quella è una che c’ha fame di cazzo”.
“Sì, è una troia DOC” e così via.
Abbiamo conosciuto Sabrina al suo negozio di lingerie. In verità ero stato io a conoscerla, nel senso che ci andavo da solo. Ero un cliente abituale. Mi piaceva comprare a Martina della lingerie particolare, e Sabrina in negozio aveva il meglio del meglio della lingerie più porca sul mercato. Andavo al negozio sempre da solo, e Sabrina mi vedeva spesso, così un giorno mi disse:
“Di’ un pò, ma per chi è tutta questa lingerie che compri?”.

“Per la mia fidanzata, si chiama Martina”.
“Sei molto dolce. E lei dev’essere una ragazza molto fortunata. Perchè non la porti qui, qualche volta? Mi farebbe molto piacere conoscerla. E magari, se la vedo di persona, potrei consigliarle anche qualcosa di più particolare da indossare. Non credi?”.
“Sì certo”.
E così la volta dopo ci andai con Martina. Sabrina l’accolse come una vecchia amica che non vedeva da anni.

La portò in uno dei camerini e la fece spogliare, e gli fece indossare centinai di completini porchissimi. Alla fine Martina ne scelse cinque e, colpo di scena, Sabrina decise di non farceli pagare. Ce li regalò e ci disse:
“E ora filate a casa e divertitevi. Però poi voglio il reseconto nei minimi particolari. Anche quelli più sporcacciosi”.

IL MIO SOGNO 2

Cercai di riprendere fiato, Al mi guardava soddisfatto e disse

il piacere dell’orgasmo sarà una mia decisione.

Io ci rimasi di merda ma non avevo la minima voglia di contraddirlo, sapevo cosa poteva succedere se l’avessi fatto.
Lui si stava avvicinando a me mi disse di inginocchiarmi, avevo la patta dei jeans in faccia e si muoveva, sentivo la sua eccitazione, duro come se volesse romperli quei pantaloni, volevo mordere delicatamente quel rigonfiamento ma avevo ancora la gag-ball
e ci rinunciai, ma tentai lentamente di salire con le mani, appena mossi il braccio destro lui smise, mi guardò male e mi afferrò
il braccio trascinandomi alla sua poltrona.

Io ero impietrita non credevo che se ne accorgesse!! Mi ordinò

Rimani in piedi, piegati e appoggia le mani sulla seduta.

Il suo modo di parlarmi era cambiato totalmente, era più autoritario, imponente, mi fece sentire una nullità. Obbedì in un
istante non volevo peggiorare la mia situazione. Al andò al tavolo, venne verso di me e mi bendò, sentivo i suoi passi attutiti
dal mio battito accelerato. Poi mi disse

sei pronta?? E tieni le braccia tese!!

Non aspettò una mia risposta, sentì il primo colpo forte sul sedere e questa volta non sentivo bruciore ma solo male, non capì con cosa mi avesse colpito ma ero sicura che non era una frusta.

Lui continuava le mie braccia cominciavano a cedere, sentivo che le stava contando

8….

Ad ogni colpo le braccia si appoggiavano di più alla seduta per poi tornare alla posizione originale.

9 e 10.

Era dietro di me, sentivo il suo tocco sulle cosce, stava osservando la sua opera?? Mi allargò le natiche e mise della roba gelida sul buco supposi che era del lubrificante, non volevo nulla dietro ma rimasi comunque in silenzio.

Lentamente fece scorrere la punta del plug anch’esso pieno di gel sul buco, sentivo una leggera pressione non era fastidiosa anzi!!

Fatto. Ora mettiti buona al tuo posto. Il tuo padrone ha altre cose da sbrigare.

Si avvicinò mi tolse la gag-ball e attaccò i ganci delle polsiere l’una all’altra e fece lo stesso con le cavigliere. Mi lasciò solo la benda. I suoi passi si allontanarono e sentì la porta sbattere.

Dopo credo qualche ora era tornato si avvicinò mi slegò i ganci che mi legavano, mi lasciò la benda. Cercai di scusarmi di ciò che avevo fatto ma lui mi zittì subito, tenni la testa bassa pur essendo bendata. Si avvicinò alle mie spalle e mi sussurrò in un orecchio

Se ti azzardi di nuovo a farlo, non sarò io a darti la punizione lo farà la mia schiava e fidati che non sarà gentile con te!!
Però ora voglio divertirmi!!

Ero terrorizzata dalle sue parole, cosa poteva farmi quella donna?? In un secondo abbandonai il pensiero, sentivo le mani di Al su di me, dalle spalle fino alle mani.

Mi tolse la benda sugli occhi notai che una parte della stanza che fino a poco tempo fa era chiusa da una pesante tenda, ora era aperta. C’era un letto a baldacchino con le lenzuola di seta nere e qualche rifinitura oro. Era bellissimo da vedere, ma nello stesso momento avevo timore di quel letto. Al baciandomi il collo preme il suo corpo sulla mia schiena il suo profumo mi fa aumentare tutti i sensi e questo lui lo sa e fa in modo di portarmi lì, mi fa sedere al centro ai piedi del letto.

Sentivo ancora il plug dentro di me, speravo che me lo togliesse al più presto!!

Ora chiudi gli occhi o sarò costretto a bendarti.

Lo feci subito. Sentivo che cercava qualcosa nella cassettiera, pur essendo scalzo percepivo la sua presenza e questo mi mandava in subbuglio il corpo. Un leggero ronzio interruppe ogni pensiero.

Alzati e togliti quel perizoma rosso. Poi siediti e apri le gambe. Ovviamente tutto con gli occhi chiusi.

Eseguo in silenzio. Il mio respiro si fece più profondo, tutto di me emanava eccitazione, lui ovviamente se ne accorse, era già con il vibratore al minimo sulle grandi labbra, mi invase il corpo e io mi lascio trasportare senza nessun controllo. Muovo il bacino, Al infila dentro di me il dildo elettrico lo riaccende ma questa volta al massimo e con la sua bocca succhia e morde il mio seno.

Apri gli occhi.

Mi ordina. Non riuscivo a fare niente, ero totalmente presa da ciò che mi stava facendo, forse se toglieva tutto ci sarei riuscita. Sentivo la vibrazione in ogni fibra del mio sesso e non solo visto che avevo il plug.

APRI HO DETTO!!!

Mi sforzai e li aprì. Ma fu solo per una manciata di secondi perché lui con la mano libera toccò avidamente il clito facendo riempire la stanza con i miei gemiti.

Mi mancava poco per finire, mandai la testa indietro, lui continuava a muovere il vibratore dentro e fuori con decisione e forza per me era tutto molto, troppo intenso, a tal punto da non accorgermi che Al aveva tolto il vibro.

Riprendi fiato, controllati. Come ti ho già detto decido io quando puoi avere un orgasmo. Che ti serva da lezione per la prossima volta che vuoi disobbedirmi.

Mi fece mettere un completo in pizzo bianco e una vestaglia corta di seta nero.

per questa sera potrai dormire in questo letto se domani ti comporterai bene potrai dormirci sempre
altrimenti ritorni su quella lurida coperta.

Io annuii con un piccolo sorriso. E lo ringraziai. Al fece il sorrisetto da stronzo si girò e mentre camminava verso la porta disse che sarebbe tornato. Chiuse la porta a chiave mentre io mi addormentai in poco tempo.