Io e M… 04

Oscar abitava nei pressi di Piazza degli Artisti; quando scesi della limousine ebbi non poche difficoltà a raggiungere il portone dell’edificio. Quelle palline mi davano un piacevole tormento; un passo più lungo e le sentivo sextenarsi nel retto. Mi girai verso Armando e lo salutai con il cenno di una mano e lui fece lo stesso.
Una volta dentro chiamai l’ascensore; Armando mi aveva detto che Oscar abitava all’ultimo piano. Quando la cabina partì le palline mi diedero l’ennesimo colpo e mi fecero raggiungere un sensazionale orgasmo anale, così intenso che mi accasciai a terra a godermi quella sensazione, ma invece di sentirmi sessualmente appagata ebbi l’impressione di essere ancora più eccitata.

Ero fuori di me, incosciente, e farneticavo cose, ridendo come una stupida.
– Sono una vacca – e ridevo. – Una vacca in calore.
E allora premetti le natiche contro il fondo dell’ascensore, affinchè le palline ripetessero di nuovo quella magia che mi aveva appena trafitto il cuore. Chiusi gli occhi e ansimai, senza neanche accorgermi che le porte della cabina si erano aperte; e Oscar era lì che mi guardava, mentre premevo il culo contro il pavimento di legno dell’ascensore.

Mi accorsi della sua presenza e lo guardai; indossava una vestaglia da notte rossa. Molto probabilmente sotto non aveva altro.
– Tutto bene, signorina Martina?
Ero come incapace di intendere e di volere, quasi sopraffatta dall’effetto di una droga molto potente. E allora lui mi offrì il suo braccio, e io mi ci aggrappai e feci forza per rialzarmi. Oscar mi fece strada verso il suo appartamento, un vero paradiso di cose preziose, e soprattutto c’erano cazzi dappertutto, nei quadri, nelle stampe, sui libri.

Ovunque mi girassi c’era la rappresentazione di un grosso cazzo in erezione.
Oscar mi portò verso il soggiorno, e mi fece mettere con le ginocchia sul divano, e con una mano mi piegò il busto verso il poggiatesta. In quel modo era come se gli stessi offrendo il culo; il vestito mi era salito ai fianchi, e sentii le sue dita aggrapparsi al mio perizoma, e lentamente me lo tirò via. Poi prese l’anello legato all’estremità del cordino delle palline e cominciò a tirare.

Socchiusi gli occhi e cominciai a mugolare di piacere mentre le palline cominciavano a venire fuori dal mio retto.
Plop! La prima pallina venne fuori. Oscar tirò l’anello ed ecco anche la seconda: plop! E dopo qualche secondo ecco che le altre due: plop! Ppplop! Il giocattolo era ormai fuori dal mio corpo. Guardai Oscar con la coda dell’occhio; si era allentato la cintola della vestaglia, e vidi il suo cazzo indecentemente eretto e svettante verso l’alto.

Chiusi gli occhi e mi preparai ad accoglierlo. Era inevitabile. Oscar mi mise le mani sui fianchi e avvicinò la punta del suo cazzo al mio orifizio anale. Il suo attrezzo mi entrò dentro in pochi attimi e iniziò a pomparmi. Cazzo, se era bravo. Ci sapeva fare. Fece su e giù per il mio retto per circa dieci minuti, poi lo sentii uscire e appoggiarsi in mezzo alle natiche. A quel punto il primo schizzo balzò fuori poggiandosi sulla mia pelle.

E poi un altro, e un altro ancora. Solo allora ebbi l’impressione di sentirmi appagata sessualmente, e allora mi acquietai sul poggia testa del divano e sonnecchiai per una manciata di minuti.
Al mio risveglio Oscar si era ricomposto, e mi invitò a sedermi al tavolo da pranzo, il quale era stato imbandito con ogni ben di Dio; vini pregiati, arrosto, tartine con salsa tartara e dolcetti farciti. Scesi dal divano e senza neanche rimettermi il perizoma mi avviai verso la tavola; ero così affamata che non aspettai neppure che lui si sedesse, ma agguantai l’arrosto con entrambe le mani e me lo portai alla bocca, e il sugo mi schizzò sulle guance, e allora Oscar mi riempì un bicchiere di vino, e io lo ingurgitai tutto d’un fiato.

Dovetti sembrare ai suoi occhi una specie di a****le selvatico. Lui mangiò appena appena, piuttosto mi guardò per tutto il tempo, e nei suoi occhi c’era un qualcosa di tenero; ebbi l’impressione di trovarmi di fronte a mio padre. Mi guardò con la stessa tenerezza con cui m’avrebbe guardato lui; voglio dire, non c’era alcun desiderio sessuale nei suoi occhi, come se quello che c’era appena stato non fosse mai accaduto. Eppure m’aveva appena inculata, non potevo essermelo sognata.

Avevo ancora il suo sperma appiccicato alle natiche, quindi era stato tutto reale. Nessuno poteva metterlo in dubbio. Il suo seme sulla mia pelle ne era la prova evidente.
– Professore, perché mi guarda in quel modo?
– Mi piacerebbe vederla nuda.
A quel punto smisi di mangiare, fermai addirittura le mie mascelle intente a tritare l’ultimo boccone di carne, e lo guardai dritto negli occhi. Dopo la deflorazione del mio culo, i suoi occhi magnetici non avevano più lo stesso effetto di quella mattina.

Era come se l’incantesimo si fosse rotto, e con lui anche il mio condotto anale, il quale cominciava a bruciarmi in modo assai preoccupante. Misi via il piatto e mi alzai dalla sedia e andai verso il centro della sala da pranzo; a quel punto tirai giù il vestito e lasciai che il professore mi ammirasse così, com’ero, il mio corpo senza segreti, la mia vagina depilata, le mie tette, tutto per lui.
– Signorina, lei è bellissima – mi disse.

– Bellissima. Ora, per cortesia, si giri.
Mi girai di spalle offrendogli il culo ancora imbrattato del suo seme. Gli permisi di guardarmelo per almeno un quarto d’ora, poi mi girai di nuovo e tornai a guardarlo dritto negli occhi.
– Complimenti davvero. Lei è sorprendentemente disinibita.
– Non mi vergogno del mio corpo.
– Ho in mente grandi cose per lei, signorina – disse. – Davvero grandi cose.

Ma dipende tutto da lei.
A quel punto i suoi occhi ritornarono a fare quello strano effetto su di me, e quasi mi comandarono di avvicinarmi, come una gatta, e mi inginocchiai davanti a lui, come se fosse il mio padrone, e gli allentai la cintola della sua vestaglia da notte, aprendogliela, e il suo cazzo, nuovamente in erezione, mi si presentò davanti alla faccia come un totem magico. E io avrei dovuto venerarlo, fedelmente, come un idolo sacro, e allora lo guardai ancora negli occhi, e quasi mi ordinò, senza neppure parlare, di tirare fuori la lingua e laccarglielo da cima a fondo.

Presto fatto, spalancai la bocca e feci uscire la lingua, e partendo dai suoi testicoli salii fin sopra, fino al frenulo, e poi accolsi tra le labbra il suo glande pulsante e succhiai, succhiai avidamente, e per quasi mezz’ora, senza mai stancarmi, fino a farlo erompere in una sborrata colossale. Il suo seme schizzò in aria e poi ricadde come il getto di una fontana, finendomi tra i miei capelli. E poi ecco un altro schizzo, e un altro ancora, ma quest’ultimo più debole degli altri, e io lo raccolsi con la punta della lingua, mentre scorreva giù lungo l’asta, e lo ingoiai, gustandomelo come se fosse il succo di un frutto tropicale.

Ero ancora inginocchiata davanti a lui e gli accarezzavo dolcemente le gambe, e lui stappò una bottiglia di spumante offrendomene un bicchiere, e quindi brindammo.
– Brindo alla più grande pompinara che abbia mai conosciuto – quel brindisi mi fece ridere, e dopo aver bevuto ne chiesi dell’altro e lui me ne versò ancora. – Queste belle labbra che ha, d’altronde, sembrano fatte apposta. Il suo corpo parla chiaro, signorina. Lei è una macchina per far godere gli uomini.

Ora, mi dica, ho dato un’occhiata al suo curriculum universitario, e ho notato che ha quasi terminato. Ha già chiesto la tesi?
– No, veramente io…
– Cosa ne direbbe di una tesi in semiotica dell’erotismo?
– Cioè, la sua materia?
– Certo. Vedrà, faremo grandi cose insieme. E chissà che magari lei non possa diventare in seguito la mia assistente.
Ero così felice di quella idea che presi un’altra volta in bocca il cazzo del professore, che però era moscio avendo già schizzato ben due volte.

Ad un certo punto lui mi fermò, e mi disse che era meglio se ritornavo a casa, a pensare all’argomento della tesi che avremo affrontato. E così mi rivestii e giù al portone c’era Armando, l’autista del professore, che mi riaccompagnò a casa.

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