14 Nisan [cazzo e biscotti al cioccolato]

14 Nisan (cazzo e biscotti al cioccolato)

La prima cosa che ho visto di Ester è stato il sedere. In foto. Chiappe spalancate, fiorellino in bella vista. Non male, come biglietto da visita. Era la foto del suo profilo, e per vari motivi che non sto a spiegarvi in maniera troppo articolata (ho una passione per le chiappe spalancate e per i fiorellini in bella vista) ha attirato immediatamente la mia attenzione.

Poi ho visto che viveva appena oltre la periferia nord di Milano.

Io stavo nella mia stanza marcia, a Milano, in periferia nord. Il mio compagno di stanza, un pittoresco gay represso e molto effeminato, era dal suo amico poliziotto obeso, dato che la moglie di lui era tornata in Abruzzo per badare alla mamma malata. Immaginavo che durante quella settimana di vacanza dalla moglie quei due, il pittoresco e l’obeso, avrebbero dato fondo alla loro scorta di lubrificante anale al tamarindo, alla faccia della moglie del poliziotto e della sua mamma malata.

No, non ve lo spiego come mai so che il lubrificante fosse proprio al tamarindo.

E no, non ho mai fatto sesso col mio compagno di stanza. Con o senza lubrificante.

Ecco, non ci credete.

(Ok: una volta cercavo della carta igienica. Ho guardato nel suo armadio: niente carta igienica, ma ben tre confezioni di anal lube al tamarindo. Lo so, ho sbagliato: non si guarda negli armadi altrui, non si fa e basta.

Non si fa mai. Non si deve. Ma si trattava di una quasi emergenza, cercate di capirmi: in bagno non avevamo il bidèt, erano tempi duri, quelli).

In assenza di coinquilino, comunque, me la stavo godendo: fumavo in stanza (cosa proibitissima dal coinquilino), giravo in mutande (cosa controindicata in presenza di coinquilino) e cercavo di contattare su internet delle donne da portarmi a letto (cosa che non avrei cercato di fare in presenza del mio coinquilino gay represso, ficcanaso di nascita e amante segreto di un poliziotto obeso: non mi piace la gente che si fa gli affari degli altri, mi somiglia troppo).

Sedevo in mutande davanti al mio laptop, fumavo una sigaretta, e guardavo il fiorellino – biglietto da visita di cui parlavo prima. Era l’unica foto del profilo, ma era una bella foto. Di peso. Ano sporgente, bruno, peli assenti, sedere molto mediterraneo per forma e colore. Plastico, abbondante, ma dall’aspetto compatto. La proprietaria del fiorellino aveva la mia età, era single, le piaceva il sesso anale ed era interessata a sesso con uomini, anche in gruppo.

Io non avevo amici da chiamare in rinforzo, e sono più un leccafiga che uno sfondaculi, ma avevo deciso comunque di mandarle un messaggio.

Mi aveva risposto.

Le avevo mandato il mio biglietto da visita, con vista sul Soldatino.

Ci eravamo dati appuntamento in un pub vicino alla Multimedica.

Lei era una ragazza dalla risata sfrontata, di gola, dalla capigliatura vagamente punk e con gli occhi dalle iridi quasi nere.

Bene in carne, come si usa dire tra noi poco politicamente corretti.
(Bene in carne, per chi se lo stesse chiedendo, vuol dire più o meno “grassottella”, se tradotto in linguaggio molto poco politicamente corretto. Se sei una bestia politicamente scorretta come il mio amico Giulio, invece, dici “chiatta”, e amen).

In carne, dicevo, due grandi tette tronfie che sballonzolavano quando rideva, e quindi spesso; gran bevitrice di birra, dato che io ne avevo bevute due ed ero quasi sbronzo, mentre lei ne aveva bevute quattro senza nemmeno sentirle; gran utilizzatrice di cannabinoidi, dato che nel parcheggio si era fumata una canna quasi da sola – perché io avevo fatto due tiri ed ero tipo quasi morto – e l’unico effetto che le aveva fatto era stato quello di farla ridere un po’ di meno (di meno, esatto); simpatica, intelligente, sarcastica, un po’ nerd, frequentatrice assidua di teatri.

Una gran donna, insomma, e pure molto porca.
Avevamo passato una serata piacevole, mi ero divertito parecchio, a tratti mi ero anche indurito parecchio là sotto, ma niente sesso, non alla prima uscita, non con uno sconosciuto.

Porca, e per niente stupida.

Una settimana dopo eravamo andati assieme a teatro a vedere uno che interessava a tutti e due. Poi eravamo andati ancora nello stesso pub. Altre birre, altra canna nel parcheggio, di nuovo tette ballonzolanti su risate di gola, di nuovo soldatino indurito che spinge contro la patta mentre lei mi spiega perché scopare nel culo per lei è meglio che scopare e basta.

Niente sesso.

E poi una mattina ci siamo rivisti. Io uscivo dal lavoro (sì, lavoro di notte. No, non faccio pompini sui marciapiedi, il mio è un lavoro notturno di altro tipo), lei, che ancora viveva con i suoi, era a casa da sola.
Sarò morto di sonno, l’avevo avvisata il giorno prima.
Risata di gola: dopo potrai anche dormire, mi aveva detto.

Mi ha aperto la porta indossando una vestaglia trasparente rosa.

Sotto indossava un reggiseno nero. E più sotto un microtanga, anche quello nero. Ha fatto un giro su sé stessa, permettendomi di vedere da attraverso la vestaglia il filo del tanga che spariva in mezzo alle sue chiappe. Ora: avete presente quelle chiacchiere a riguardo del fatto che una donna non filiforme non può essere davvero sexy? Puttanate, gente.

Profumava di sandalo e di erba. Il primo non è quello dentro il quale ci si infila un piede, per intenderci.

E la seconda non è quella che usualmente cresce spontaneamente nel giardino di casa, sempre per intenderci.

Buongiorno, le ho detto.

“Cucina o camera da letto?”, mi ha chiesto facendomi entrare e sfiorandomi il braccio con le sue tettone allegre.

Vuoi fare porcate sul tavolo della cucina? (qui il Soldatino mi aveva fatto una specie di capriola nelle mutande e mi aveva tirato dei peli, ma non mi sembrava il caso di sistemarmi il pacco davanti ad una signora, quindi mi sono fermato a guardare quegli occhi neri – ma venati di rosso: l’erba – facendo finta di non sentire l’alberello che estirpava il mio zerbino moderatamente curato)

“No”, mi ha detto, e ha riso come al solito.

“In cucina ti faccio un caffé, in camera da letto te lo ciuccio”. Si è avvicinata di un passo, e il pacco me lo ha repentinamente sistemato lei, facendo tanto di occhioni quando si è accorta del Soldatino Mezzo Sveglio.

Prima il caffé, poi il pompino, esattamente in quell’ordine. Sissignora, signora dalle grandi tette e dal tanga in mezzo a due chiappone che mollami, io le devo leccare adesso o svengo, cazzo.

Prima di iniziare a ciucciarmelo, mentre preparava il caffè, mi ha raccontato di come riuscisse a venire di culo quasi senza nemmeno toccarsi la patata. I nostri accordi non prevedevano il sesso anale, ma io non sono mai stato uno che pone limiti alla provvidenza, gente: quel che cade dal cielo, io lo colgo. Soprattutto, sempre che la foto rendesse fedelmente la realtà, se si tratta di un fiorellino tanto ben disegnato.

Ma altrimenti mi sarei accontentato, e glielo avrei leccato lo stesso, e che si fotta la foto, che cavolo.
Mentre mangiavamo qualche biscotto al cacao lei mi ha raccontato di quella volta che si era fatta scopare da tre uomini: lei era follemente eccitata dall’idea di essere al centro dell’attenzione di tre maschietti, ma era rimasta delusa dal fatto che loro le erano sembrati più impegnati a non toccarsi le palle a vicenda durante la doppia penetrazione che a pensare a lei.

Mi aveva fatto ridere, ma me lo aveva anche fatto diventare tipo durissimo, nonostante la stanchezza.

“Oggi è il giorno dello Shalosh Regalim”, mi ha detto addentando un biscotto.

Sembra il rumore di uno che fa i gargarismi, ho detto io.

Lei ha riso e quasi si è strangolata. Ha tossito. Le tette hanno ballato un bel po’, e io cominciavo a sentirmi strano, con ancora tutti i vestiti addosso e quelle tette davanti agli occhi da guardare e non toccare.

Poi lei mi ha mostrato il biscotto al cacao: “Il cibo proibito è sempre il più saporito”, ha sentenziato.

Se mi stai chiedendo di leccarti il buco del culo, le ho detto, guarda che mi ci hai già convinto da un pezzo. Cibo proibito, molto saporito, biscotto marrone… sono in grado di cogliere le similitudini.

Lei ha riso ancora: “Ma no, è per via del lievito”.

Mi tocca ammettere che non ci sto capendo un cazzo, ho detto io, e lei ha riso e ha fatto ballare le tette così tanto che avrei potuto cominciare a menarmelo e venirle sul tavolo.

Che movimento.

“Il lievito, dai. E’ il 14 Nisan”.

Ah, ho detto io. Lievito. Guarda che ci capisco ancora meno di prima, ma in compenso adesso comincio a pensare alla candida vaginale, e mi si addormenta il Soldatino, ti avviso. E poi scappo dalla finestra urlando.

Risate, caffé sulla tovaglietta in plastica, tette che ballano, lei che si china a prendere uno strofinaccio da un cassetto, dandomi le chiappe, Soldatino ancora in piedi.

Io ciondolo sulla sedia e mi permetto una risistemata di pacco, tanto lei è girata di spalle. Cioè, di chiappe. Insomma.

—-

Lei si ricompone, siede accavallando le gambe, e la vestaglia fruscia. Mi guarda dritto negli occhi, apparentemente molto seria.

“Sono ebrea”, dice.

Vorrei ben vedere, con un nome come il tuo e con un cognome come il tuo, dico facendo spallucce. E comunque il fatto che tu sia ebrea non ti impedisce di fare porcherie con altre etnie della tua stessa razza, quella umana, quindi…

Lei sbuffa: “Guarda che se avessi pensato di avere a che fare con un antisemita non saresti andato oltre la prima uscita.

Non ti sto dicendo che sono ebrea per avvisarti del fatto che sono ebrea. Lo so, che sai che sono ebrea. Abbiamo discusso dell’antico testamento per quasi due ore, la scorsa settimana, massacrando a botte di ateismo razionalista e sarcasmo sia le religioni ebraiche che quelle cristiane”.

Me lo ero dimenticato. Le canne, già. Bella discussione, comunque. Sulla moglie di Lot trasformata in sale avevamo riso come due idioti. Le canne, già.

Ok, dico, e allora perché mi dici che sei ebrea, scusa? Una cosa per volta, eh, fammi capire per gradi. Poi mi spieghi con calma anche la questione del biscotto.

Lei ride, e intanto si scopre la tetta sinistra: tira giù un lato della vestaglia, infila la mano sotto al seno, fa scivolare il reggiseno e mi lascia lì a fissare la tetta che ondeggia. Il capezzolo è piccolo e lungo, l’aureola stretta e scura, dello stesso colore del fiorellino della foto.

Mi aumenta la salivazione.

Scavalla le gambe, scende dalla sedia, mi si avvicina sorridendo di sghembo.

“Vieni, dai”, mi dice, e mi prende per un braccio, accompagnandomi verso la sua cameretta.

Chiude la porta.

Comincia a spogliarsi mentre mi guarda, il mezzo sorriso sempre in faccia: “Allora: sono ebrea, ed oggi, secondo il calendario ebraico, è il 14 Nisan. Che è il primo giorno della Pasqua ebraica”.

La vestaglia scivola ai suoi piedi, e lei se ne libera con un calcio. Rimane lì a guardarmi, una tetta fuori e una tetta dentro al reggiseno. Io guardo soprattutto la tetta fuori. Poi i miei occhi scendono lungo l’addome, e guardano fra le sue gambe, nello spazio malamente coperto da una strisciolina di stoffa nera. Salivo. Molto.

“Hei, ti sto parlando”, ridacchia lei, e torno a guardarla negli occhi. Poi lei allarga un po’ le gambe, e io torno a guardarle le labbra, e intendo quelle di sotto.

Lei mette una mano davanti, facendo finta di coprirsi: “Non guardare qui, sto spiegando”, mi dice con aria finto – seria. Ok, torno agli occhi.

“Il primo giorno della Pasqua Ebraica viene chiamato Shalosh Regalim”, continua, “e durante la settimana della Pasqua gli ebraici si astengono da cibi che contengono lievito”, dice mentre si slaccia il reggiseno con un gesto veloce. L’altra tetta viene liberata, ed inevitabilmente io la seguo con lo sguardo, e forse anche con la tesa, dato che lei ridacchia ancora.

Ridacchia sempre, cazzo. Ma ridacchia nel modo giusto. Non è il ridacchiare di una donna stupida: è il ridacchiare di una donna che se vuole ti fa un culo così.

Si solleva il seno con le mani a coppa, porgendomelo. Io guardo. Mi avvicino, allungo la mano, poi accarezzo le due montagnole sode dai capezzoli duri. Quindi faccio un passo indietro, perché lei sta continuando a parlare. E io voglio guardarla mentre parla.

Anche perché mentre parla si spoglia, e voglio vederla tutta intera mentre si spoglia, lo ammetto.

“Il biscotto al cacao, che tu hai pensato volessi usare per rappresentarti simbolicamente il mio buco del culo – a proposito, sei un pervertito, sappilo -, contiene lievito”. Le mani le scivolano lungo i fianchi, i pollici si infilano sotto al tanga all’altezza delle creste iliache, il tanga scende lungo le gambe e lascia scoperto quel poco che copriva.

Le grandi labbra sono carnose e lisce, e racchiudono un piccolo clitoride e delle piccole labbra arricciate e brune, lievemente sporgenti. Lei si libera con un calcetto del tanga, poi divarica un po’ le gambe, per assicurarsi che possa avere buona visuale.

La visuale è ottima, sia chiaro.

Si passa un dito tra le grandi labbra, poi se lo porta alla bocca. Lo lecca. Poi torna a toccarsi in mezzo alle gambe, con un movimento lento e circolare.

“Sei potuto entrare in questa casa perché oggi è lo Shalosh Regalim, cioè il festival del pellegrinaggio. Ce ne sono tre all’anno, e uno cade il primo giorno di Pasqua. Mio padre, mia madre e mia sorella sono a Gerusalemme. Mio padre cercherà di essere nei pressi del muro occidentale”. Mi guarda, si porta ancora la mano alla bocca, la cosparge di saliva. Poi la riporta tra le gambe, sporge il bacino verso di me e riprende a masturbarsi lentamente, continuando a fissarmi.

“Io non sono andata con loro perché sono atea. E quindi libera. Libera di non seguire mio padre nel suo pellegrinaggio anacronistico in una terra che non è la nostra da generazioni, libera di mangiare un dolce lievitato nella settimana di Pasqua, libera di pasticciarmi la figa davanti a te, e di scopare con chi voglio, quando voglio, senza dover rendere conto al dio di mio padre e a mio padre”. La voce comincia a tremarle un poco.

Io mi libero della camicia, faccio volare via la maglietta, slaccio la cintura e mi tolgo i pantaloni e le mutande. I calzini li tengo, che sono un vero gentlemen. Oh. Comincio a masturbarmi anche io, lentamente, e mi avvicino di un passo a lei. Le strofino il glande sull’addome, la guardo negli occhi, le poggio un piccolo bacio sulla fronte. Lei continua a toccarsi, il respiro più rapido. Lo sguardo si è addolcito, Il sorriso si è rilassato.

Stiamo in silenzio per un po’. Lei prende ritmo, io proseguo lentamente. Lei ansima. Dopo un po’ viene, emettendo una specie di squittio seguito da un gemito basso. Mi lecca una spalla, poi mi prende in mano i testicoli mentre io continuo a muovere la mano su e giù lungo il mio amico là sotto. Me li stringe delicatamente nel palmo, andando a tempo col mio movimento.

“Sono libera, e questo è il mio modo di festeggiare il 14 Nisan”, mi sussurra all’orecchio.

Cazzo e biscotti al cioccolato, dico io, e lei ride.

La storia da raccontare si chiude qui. Se vi interessa, comunque, dopo ci siamo leccati, e parecchio. Ho avuto il piacere di guardare da vicino il suo buco del culo, e ho potuto sperimentare la gioia di toccarlo. Con la lingua. A fondo. E per parecchio tempo. L’ho leccata in mezzo alle gambe, e ha squittito e emesso numerosi gemiti bassi.

Mi ha succhiato e leccato ovunque, infilandomi un dito nel culo e facendomi venire una prima volta mentre mi ciucciava meravigliosamente, stantuffandomi col suo ditino esperto.. E poi mi ha fatto venire una seconda volta, dentro il suo culo, dopo essere venuta (quasi) di culo.

Quasi, perché si è aiutata con le dita fra le gambe, me ne sono accorto.
Ma se una ti dice che l’hai fatta venire di culo mica la contraddici, dai.

Sarebbe inelegante.

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