Archivio mensile:Dicembre 2016

Mamma focosa

Avevo da poco compiuto 19 anni e mi pagavo gli studi universitari facendo ripetizioni a ragazzi che andavano alle medie. Ero frequente andare a casa di una amica di mia madre, una donna sposata con due figli, uno dei quali prendeva ripetizioni dal sottoscritto. Lei era una bella donna sulla quarantina, mora con capelli lunghi fino alle spalle, occhi chiari e fisico atletico con una 3 di seno, ben curata e molto socievole. Le ripetizioni andavano avanti da un paio di mesi e ogni tanto notavo che mi lanciava qualche battutina e occhiatina particolare ma non ci facevo troppo caso.

Un giorno però ricevetti una chiamata particolare:
“Ciao, saresti disponibile per domani mattina per fare ripetizioni ad Alessio?”
“Come mai di mattina? “, risposi io.
“Alessio dopodomani ha un compito e preferisce rimanere a casa a studiare con te per preparasi bene. “
“Ah ok ho capito, va bene non c’è problema. ” terminai così la chiamata per nulla inconsapevole da quello che mi sarebbe aspettato la mattina seguente.
Arrivato a casa di Francesca citofonai come al mio solito, ma quando lei aprì la porta rimasi a bocca aperta.

Mi aveva aperto in intimo bianco di pizzo, con un perizoma trasparente da farti venire solamente guardandolo. Nemmeno il tempo di aprir bocca che mi afferrò e mi baciò mettendomi la mano sul pacco. “Ciao Roberto oggi le ripetizioni te le do io, ti interessa la cosa?”
Io che ancora non ci stavo capendo niente risposi con un timido:
“Sei sicura?”
“Ti farò impazzire” mi sussurrò e aggiunse “è tanto che ti desidero.


Avevo il cazzo di marmo e in un lampo lei lo tirò fuori dai pantaloni e sorridente mi esclamò:”Complimenti, niente male. “
S mise in ginocchio e o prese. in bocca e iniziò a farmi il più bel pompino che mi abbiano mai fatto, leccò le palle, la cappella e il cazzo in tutta la sua lunghezza fino a che non lo prese proprio completamente in bocca iniziando a fare avanti ed indietro con la testa, mi stava facendo impazzire.

Io finalmente iniziando a sciogliermi e a realizzare cosa stava accadendo, misi la mano dietro la sua nuca ed iniziai ad accompagnare il movimento, per poi ogni tanto bloccare la sua testa contro di me ed infilandogli il cazzo in gola.
Finito il pompino si tirò su mi prese per il cazzo e mi portò in camera da letto, dove senza dirmi nulla si sdraiò e portò la mia testa sulla sua figa.

“Ora fammi vedere quanto ci sai fare” esclamò.
Le sfilai immediatamente il perizoma ed inizia a leccare quella bella figa completamente depilata e già parecchio bagnata, sintomo che aveva una voglia di scopare irrefrenabile. Inizia a leccarla con la sua mano che mi teneva la testa tra le sue gambe ed iniziai a sentirla ansimare e gemere debolmente. Allora inizia ad infilarci anche due dita nella patatina concentrandomi più sul farle un bel ditalino che sul leccargliela.

Francesca iniziò a godere e gemere più forte le piaceva eccome non sapevo se sarei riuscito ad essere ala sua altezza per tutta la durata della prestazione, ma ce la dovevo mettere tutta per saziare una porca del genere. Pensai fosse il momento di prendere l’iniziativa, allora mi tirai sui e mi tolsi la maglia, ma sentii lei dirmi: ” Cosa pensi di fare? Ho detto che oggi la maestra sono io. ” Si alzò da letto e mi spinse contro il muro, mi fissò negli occhi e mentre mi segava il cazzo disse decisa:”Ora tu mi scopi più forte che puoi e mi fai godere come una maiala.


Si mise a 90 contro il muro e infilai il mio cazzo dentro di lei, è stata una sensazione fantastica ero eccitato come non mai e il mio cazzo entrava in lei che era una meraviglia. Francesca iniziò a urlare come un indemoniata: “Scopami, scopami più forte, si dai così dai che ci sei. ” Non le davo un attimo di tregua ma lei ci andava matta, sembrava fossero mesi che non scopava e forse era davvero così.

Ci ributtammo sul letto io sopra e lei sotto con le gambe avvinghiate lungo il mio corpo e le sue unghie che mi graffiano la schiena, ad ongi colpo corrispondeva un gemito eravamo tutti sudati e entrambi vogliosi come cani, lei mi fermò la testa tra le sue mani e mi diete un bacio appassionato, io rallentai per un attimo il ritmo:” Non ti ho detto di fermarti coglione, mi devi sfondare!!” mi disse di tutta risposta lei..
A quella provocazione reagii prendendola e girandola su se stessa a pancia sotto.

“Ora stai zitta che ti faccio mia troia” le urlai.
Pensavo di aver esagerato, ora mi da uno schiaffo e mi manda via pensai ed invece rimase impassibile, era il mio momento.
Le allargai le gambe e infilai un dito nel suo culetto… Non rispose nulla. Ci sputai dentro ed iniziai ad allargarglielo e mi sentii dire:”Fai piano però. ” Non risposi. Presi il mio cazzo e glielo infilai dentro, lei urlò ma un urlo che si tramutò presto in una risata di piacere.

Inizia a penetrarla forte mentre la sculacciavo. Ormai era mia, non diceva più nulla, la vedevo sfinita ma che godeva come una porca, la ribaciai sulle labbra e le sussurrai sei la mia troia. Scesi da sopra a lei dandole un ultimo schiaffo su quel bel culo sodo, lei rimase per alcuni istanti ferma a riprendere fiato e ne approfittai anche io. Poi esclamò:”Non ti facevo così porco sai Roby, sono anni che non provavo emozioni simili”.

mi prese il cazzo e mi iniziò a fare un pompino da favola, non avevo intenzione di resisterle ancora, volevo venire e infatti non ci misi molto. Dopo un paio di minuti inizio a colare dal mio cazzo tutto il mio seme in quantità davvero enorme, e li prese tutto in bocca, ne ingoiò una parte e ne risputò fuori un’altra che si spalmò lungo tutto il corpo. ” A 19 anni cresci bene è tesoruccio, sei stato davvero bravo, tra poco torna Alessio, quindi meglio che vai e torni tra un paio di ore come se nulla fosse, ma per te ho in serbo tanti giochini da fare, non sarà l’ultima volta che bevo il tuo sperma”
Ci rivestimmo e me ne andai ancora incredulo, ma soddisfatto e come non mai, W le MILF!!!.

E Se Venissi… Da Te A Natale?

Non sembrava nemmeno che Patrizia stesse lavorando, mi ero sempre immaginato che le operatrici telefoniche delle chat erotiche si masturbassero insieme ai loro clienti dall’altra parte della cornetta, soprattutto quelle che lavoravano in streaming video, invece Patrizia mi spiegò che non è sempre così. O meglio, il più delle volte chi lavora in questo campo accetta di buon grado la componente di nudo, questa sorta di “prostituzione” telefonica, di spogliarsi e toccarsi insieme al cliente in diretta, ma molte altre scelgono di “recitare” e basta, senza per forza mostrare le loro grazie.

Ovviamente la retribuzione è differente, se lavori in “video” e quindi ti spogli, sei pagata in un modo, se lavori al telefono e quindi puoi “recitare” la tua performance, ti pagano in un altro, ma l’Azienda ha talmente tante ramificazioni nel settore a luci rosse On Line, che c’è posto per tutti in base alle proprie vocazioni!
Patrizia apparteneva al gruppo di quelle che lo faceva per passione e piacere personale, oltre che per soldi, ed ascoltarla mentre raccontava la sua storia, era davvero eccitante.

«Ti metto in imbarazzo mentre lavoro Chase?» mi chiede sottovoce mentre prende una brevissima pausa dal cliente al telefono.
«No, nessun imbarazzo, se fosse stato così, non avrei accettato il lavoro» gli rispondo.
Ero stato incaricato dalla mia Azienda di seguire per due giorni le attività di questo gruppo per il quale lavorava Patrizia, la società in cui lei era dipendente infatti, voleva espandersi su tutto il territorio Italiano ed aveva chiesto a noi di fargli uno spot pubblicitario ed una recensione su un mensile per adulti a tema.

Ma per fare questo, come sempre, dovevamo conoscere il “cliente”, cosa faceva e come lo faceva, ma soprattutto cosa spingeva tanti collaboratori, uomini e donne, a lavorare per un centralino erotico.
«Questo era l’ultimo, andiamo di là ora, così ti racconto qualcosa di me Chase» mi dice Patrizia prendendomi per mano mentre si alza dalla sedia. Dopo cinque minuti siamo in una stanza stile privè, luci soffuse, musica bassa ed un piccolo piano Bar per gli ospiti.

Ci mettiamo comodi sul divano e dopo un paio di chiacchiere banali per sciogliere il ghiaccio, Patrizia inizia a parlarmi di sè senza inibizioni.
«Come mi chiamo lo sai Chase, Patrizia ed ho ventisei anni, il mio desiderio più nascosto fin da quando ero solo una ragazzina, era quello di poter lavorare nel mondo del sesso. Appena diplomata, per puro caso, ho letto un annuncio di ricerca del personale per un telefono erotico e decisi di candidarmi.

Dopo un colloquio conoscitivo ed alcune telefonate di prova, hanno deciso di assumermi. Sono una persona determinata e sicura di sè, ed anche per questo motivo ho deciso di intraprendere la carriera di centralinista erotica, nonostante l’opposizione dei miei genitori. Si tratta pur sempre di un mestiere onesto e che mi permette di percepire uno stipendio adeguato al mio stile di vita. Ma oltre che per l’aspetto economico, adoro il mio lavoro perché mi sento appagata nel parlare con uomini eccitati che sentono il bisogno irrefrenabile di possedermi per soddisfare i loro desideri e le loro fantasie erotiche più perverse.

Con il passare degli anni ho scoperto anche tante cose sul sesso che mi piacciono e che non pensavo potessero attirarmi, ad esempio adoro immaginare di essere dominata in qualsiasi posizione, purché il partner riesca a godere come mai fino a quel momento. Ho anche molti, moltissimi clienti fedeli che mi chiamano abitualmente ogni giorno. Alcuni mi raccontano semplicemente della loro giornata, perchè si sentono soli ed hanno solamente voglia di fare due chiacchiere, altri invece mi confidano le nuove esperienze erotiche vissute o le nuove fantasie che gli passano per la mente al solo scopo di eccitarsi e farsi una sega al telefono mentre io li assecondo.

Come hai visto non sempre mi eccito al telefono, a volte sono semplicemente stanca, ed allora recito al solo fine di far venire il cliente. Ma spesso, come ti dicevo, godo con loro, perchè il sesso mi piace ed immaginare anche tutti i dettagli di queste storie porno, che loro mi raccontano, aumentano la mia eccitazione e mi fanno bagnare come una troia in calore fino a scoppiare di piacere insieme».
Sentire parlare Patrizia era un vero piacere, in tutti i sensi, capivo perfettamente quello che diceva e condividevo ogni suo singolo pensiero, solo non potevo dirglielo, non ancora almeno.

Scoprirmi cosi, subito, dicendogli “si Patrizia, ti capisco, anche a me piace il sesso e tutto quello che ha a che fare con esso”, non era una buona idea, per ora. Ma al momento opportuno avrei lanciato l’amo, essendo così disinibita, era perfetta per un paio di idee che avevo in mente. Quindi la lascio parlare ancora un po’, sembrava avesse molto da raccontare.
«Mi capita spesso anche di ricevere chiamate di uomini timidi ed in questi casi sono io a prendere in mano la chiamata subito, fino a portarli all’orgasmo.

Solitamente inizio descrivendo il mio corpo, nei minimi particolari e quello che indosso, poi continuo raccontando i miei desideri erotici, quelli più hot e perversi che mi passano per la testa. A loro non importa in realtà come sono fatta o qual è veramente il mio nome, l’importante è che sia in grado di coinvolgerli nelle mie fantasie erotiche, con la mia voce suadente, fino ad arrivare al punto di riuscire a farli sborrare.

Amo essere complice dei desideri più oscuri sia di uomini di mezza età o molto più grandi di me, ma anche di miei coetanei, anche se con loro è più facile, essendo giovani gli diventa duro subito e vengono altrettanto velocemente. Ricordo che solo alcuni giorni fa mi ha chiamata un ragazzo sulla trentina, molto timido e che aveva deciso di chiamarmi perché aveva bisogno di una voce amica per sfogarsi dopo essersi lasciato con la sua ragazza.

Era molto provato dalla fine di questo rapporto. Per farlo rilassare iniziai a parlare di storie porno e di racconti erotici, spacciandoli per esperienze mie personali passate e con il trascorrere dei minuti mi resi conto che le sue lacrime avevano lasciato spazio a respiri affannati e gemiti di piacere. Facendo particolare attenzione, dalla mia cornetta potevo addirittura sentire il rumore della sua mano segare freneticamente il suo cazzo. Più entravo nei dettaglio delle mie presunte storie, più lui godeva e questo mi ha eccitato a tal punto che mi sentivo bagnata tra le gambe.

Così ho dovuto abbassarmi i pantaloni e le mutandine, ed ho iniziato a sgrilletarmi la fica ormai fradicia, fino a quando non ho avuto un orgasmo preceduto da gemiti di piacere condivisi con il trentenne che gridava “sto sborrando Patrizia, sto sborrando…”».
Mi rendevo conto che questa cosa di ascoltare Patrizia, la sua biografia, stava eccitando anche me, sentivo palesemente premere il mio cazzo dentro gli slip, la voglia di tirarlo fuori e metterglielo in mano, era tanta, ma cercavo di resistere alla tentazione.

Così cerco di fare il professionista e butto lì un’altra domanda.
«Hai detto che lavorare nel mondo del sesso è stato un sogno che hai avuto fin da ragazzina e che quindi hai sempre cercato qualunque cosa abbia a che fare con esso, ti chiedo: lo hai mai fatto solo per provocare o semplicemente per guadagnare, senza offesa, soldi extra?».
«Mi stai chiedendo se mi prostituisco? Se anche fosse, non ci vedo niente di male.

Hai mai offerto una viaggio, una vacanza, ad una ragazza solo per scopartela? Non mi rispondere, sono io l’intervistata, era per dire che tutti in modo o nell’altro ci vendiamo e tutti in un modo o nell’altro compriamo qualcosa» risponde posandomi una mano sulla coscia «ma non entriamo nel filosofico, ti rispondo tranquillamente» mi dice mentre accavalla le gambe e staccandosi da me.
«Quando ero più giovane, mi ricordo che invitavo i miei coetanei a casa per poi provocarli facendogli vedere, con una scusa, le mie mutandine nei cassetti, ero certa che una volta a casa si sarebbero segati pensando a me.

Quel gesto mi dava e mi da un potere che nemmeno puoi immaginare, sapere che oggi al telefono o qualcuno per strada, si masturbi pensando a me, mi eccita troppo».
«Quello della centralinista erotica, o come dicono molti ma io non mi offendo, “la prostituta al telefono”, è un mestiere che mi piace fare e che mi appaga, sia dal punto di vista economico che fisico, come ti ho detto. Quasi sempre ricevo chiamate di uomini vogliosi che, anche se solo al telefono, mi trattano come una troia da strada a basso costo o una schiava ubbidiente da sottomettere a loro piacimento per sfogare i loro istinti sessuali repressi e le tante voglie che con le proprie mogli o fidanzate non soddisfano per paura di essere respinti.

Poi ci sono i curiosi, quelli che scopano poco o per niente, a volte mi fanno anche tenerezza, chiedono consigli a me su come far godere una donna, ma poi quando entro nel dettaglio si eccitano comunque e li senti venire per telefono. Proprio ieri un ragazzo mi chiedeva come fare un ditalino alla sua fidanzata, così ho iniziato a dirgli come doveva muoversi, che era importante iniziare accarezzando delicatamente le grandi labbra della sua ragazza, baciarle ogni tanto, per poi tornare a toccarle dolcemente, senza forzature.

Gli dicevo che una volta che sentiva la patata della sua fidanzata umida… ricordo che ho usato esattamente quella parola “patata”, a volte devi anche capire chi è al di là della cornetta, magari trovi il verginello di turno che si eccita di più con aggettivi morbidi piuttosto che con parole pesanti come fica o sborra… tornando a lui, gli dicevo che una volta che sentiva la patata della sua fidanzata umida, doveva iniziare a penetrarla lentamente con un dito, quel poco che basta per sfiorare il suo posto più profondo ed iniziare a sfregarlo delicatamente, quasi come se le stessi facendo un massaggio… anche qui se gli avessi detto “clitoride” sono sicuro che avrebbe perso l’erezione che sicuramente stava avendo» mi dice mentre accenna un sorriso «tornando alla tua lecita domanda, non ho mai accettato soldi direttamente, lascio che siano gli uomini a decidere il compenso, come il tizio della scorsa estate conosciuto a danza, gli ho fatto capire che se mi avesse portato a Madrid, non se ne sarebbe pentito e così è stato, tre giorni che non credo scorderà facilmente» conclude prendendo fiato.

«Ma non sono sempre così esosa, ogni tanto mi faccio fare qualche ricarica telefonica da alcuni clienti che conosco qui sul lavoro e che mi chiedono il mio numero di telefono… ma questo magari non dirlo al mio Capo, se sa che gli rubo i clienti, si incazza di brutto. Comunque in questo caso è più per piacere che per denaro, come ti ho detto provocare mi eccita e appaga da morire, ogni tanto mi shitto qualche foto nuda in un posto piuttosto che in un altro e le invio a loro magari anche senza una “formale” richiesta, coglierli di sorpresa, eccitarli, pensare che di lì a poco si toccheranno per me… mmmm… spesso mi mandano anche una “contro” foto, un’immagine del loro cazzo avvolto di sperma dopo una sborrata sulle mie foto» conclude avvicinandosi a me.

«Hai altre domande o curiosità Chase? È più di un’ora che parlo…» mi chiede poggiando nuovamente la sua mano tra le mie cosce.
«Fai beneficenza?» gli chiedo restando sul vago provocatoriamente.
«Beneficenza? Questa è bella Chase… non so a cosa ti riferisci nelle specifico o cosa c’entri con l’articolo, ma… si, in generale faccio beneficenza, ed anche tanta… quasi sempre sotto Natale, scelgo i clienti più bisognosi “d’affetto” ed in pivato, ovviamente gratis, invio foto e video, come dire… particolari… lo faccio soprattutto in vista del Natale perchè per certi versi mi ricorda il mio passato più remoto… e che magari ti racconterò un’altra volta» mi risponde continuando a toccarmi l’interno coscia «vuoi sapere altro?» conclude fissandomi negli occhi.

«No, No… credo sia tutto, ti farò sapere quando esce l’articolo e quando è pronto lo spot…» gli rispondo mentre sento pulsare il mio cazzo negli slip.
«Che ne dici se…» Patrizia non finisce la domanda e passa la sua mano sul mio pacco.
«Ecco, si, no… cioè vorrei, ma qui…» non riesco ad alzarmi, la voglia di metterglielo in mano saliva di pari passo con l’erezione soffocata dai pantaloni.
«sssshh… ci penso io…» mi dice mentre mi slaccia i pantaloni in cerca del mio uccello gonfio «eccolo qui… mmmm… siamo già carichi Chase… ti sei eccitato con le mie storie, potresti essere un mio futuro cliente…» conclude mentre afferra la mia asta.

E non si sbagliava, ero davvero gonfio, sentivo le palle esplodermi, un’ora di storie, confesioni e toccattine più o meno involontarie, mi avevano caricato a molla. Dovevo ammetterlo, nonostante Patrizia fosse vestita e non poi così tanto in modo appariscente, il suo parlare mi aveva eccitato. Non era stato il suo corpo, la sua fisicità, ma il “suo” farmi sognare, immaginare, a provocarmi erezioni e spasmi come se stessi guardando un corpo femminile nudo.

Di patrizia “conoscevo” solo il suo viso, un bel viso, regolare, occhi scuri e capelli neri lunghi lisci, il resto era pura e semplice immaginazione, quell’immaginazione che unita ai suoi racconti, mi faceva supporre che con quella chioma scura tra le gambe si trovava un gran bel bosco, un bosco al quale ora non avevo accesso. Ma non mi importa, ora il mio cazzo è tra le sue mani che scivolano su e giù lungo la mia asta, chiudo gli occhi lasciandomi trasportare dal suo tocco, un tocco soffice che ben presto si trasforma in qualcosa di umido.

Apro gli occhi solo per un secondo, il suo viso è sopra il mio cazzo e sento la sua lingua roteare intorno alla mia cappella. Avverto la sborra farsi strada lungo l’asta e normalmente ci metto di più per venire, ma quell’intervista è stata come una lunga e lenta masturbazione. Un gemito esce dalla mia bocca e Patrizia capisce subito che sono al culmine, così allontana la testa dalla mia cappella e continua a segarmi con la mano che scorre lungo l’asta.

Ormai ci sono… sento il cazzo pulsare, avverto la sborra salire lungo tutta la mia erezione… ci sono… parte un primo schizzo che prende in pieno viso Patrizia che gira di shitto il volto, poi un secondo, un terzo ed un quarto spruzzo… vedo lo sperma volare in tutte le direzioni, mentre sento le mani di lei spremere il mio cazzo come un limone, un limone che stava esaurendo il suo succo. Finalmente dopo l’ennesima schizzata, Patrizia lascia la presa del mio cazzo che lentamente si affloscia, unto di sperma, sui miei pantaloni.

«Ci sentiamo dopo Chase, vado in bagno, quello degli uomini è lì in fondo» mi dice alzandosi e muovendo le mani dall’alto verso il basso per “lavarsi” via lo sperma appiccicatosi su di esse.
Meno di venti minuti dopo sono fuori dall’Azienda dove lavora Patrizia e cammino dirigendomi verso la mia auto. Nella mano destra tengo saldamente la valigia dove ho l’intervista appena conclusa, mentre nella sinistra impugno il mio smartphone dove leggo l’ultimo SMS arrivato:
«Ora hai il mio numero e tra due settimane è Natale, ed io… sono libera, chiamami! Un bacio, Patrizia».

Sorrido da solo mentre metto il cellulare in tasca e pensando che quest’anno il mio regalo di Natale sarà un po’ diverso dal solito!

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Mia suocera, puttanone anale.

Si la mia cara suocera;tutto iniziò dopo il mio fidanzamento e continua ancora ad oggi. Mia suocera, malgrado abbia 84 anni suonati, è un vero miracolo della natura. Il suo fisico è tonico , e dimostra 20 anni in meno rispetto all’ anagrafe; è stata sempre in attività, e il suo charme non si è spento col passare degli anni anzi è un crescendo. Lei è vedova da molti anni, e mi racconta che con il marito al massimo qualche scopata tradizionale, mentre a me si è concessa ” tutta tutta”, e intendo dire che a mè ha donato la sua verginità anale, cosa che il marito si è sempre sognato o forse non ha mai osato.

Sta di fatto che sebbene appaia come una morigerata Donna matura, con me è una vera felina, pronta a ” pretendere” che io le faccia provare i veri ” orgasmi”, che solo io sò donargli, oggi è così ” rodata” che il solo parlarmi al telefono ” la eccita” facendola bagnare e agitare come una ossessa. Anche io del resto ,sono eccitato al solo pensiero del suo corpo, e in particolare del suo ” culo burroso”, una Venere callipigia , nel vero senso della parola.

Tutto iniziò dopo il mio fidanzamento, e sospettai la sua ” attrazione ” verso di me dal suo fare cordiale e spigliato che il mio sesto senso percepì andare oltre ad un semplice rapporto parentale, nel senso che, che inviava segnali di libidine, che solo un maschio vero come me avrebbe percepito. Il primo segnale lo percepì, quando mi invitò una estate ad andarla a trovare sulla spiaggia dove era solita andare. Sebbene indossasse un costume intero , si presentò con un fisico tonico, con poche tette, poca cellulite, ma un viso pulito, e un culo imperiale con delle cosce toniche e forti.

Mi invitò successivamente un pomeriggio a prendere un ” caffè” ( naturalmente da solo io e lei, visto che abita da sola ed è fiera e gelosa della sua autonomia),ed io non nego che avendo avuto da sempre una forte attrazione verso donne mature e più grandi di me, accetai l’ invito senza fiatare. Bussata la porta mi si gettò al collo per abbracciarmi, ed il suo odore femminile sortiva in mè un effetto che già da solo mi faceva andare in tilt.

Per non dire di come si presentò vestita; una leggera camiciola da casa con indosso calze collant autoreggenti. Preparato il caffè, ci accendemmo entrambi una sigaretta, con la richiesta di potersi sedere sulle mie gambe, rassicurandomi di non essere affatto pesante. E così fece, si posizionò con il suo culo tosto sul mio pacco , che nel contempo si era fatto duro sotto il pantalone. E lei come una ragazzina impudica, continuava a parlare del suo corpo mostrandomi le cosce inguainate dalle calze autoreggenti, rd io con il cuore a 1000 e il cazzo tosto sotto i pantaloni cominciai a perdere il controllo e spenta la sigaretta incominciai ad accarezzarle le cosce in maniera sempre più esplicita; ella voleva arrivare a questo, e oramai cadute le barriere, mi invitò a spogliarmi dei pantaloni e slip, e mi chiese di vedere il cazzo.

Fù molto contenta delle dimensioni dell’ arnese, ma essendo molto maniaca dell’ igiene ( fa tre doccie al giono, Inverno compreso, per spegnere quei bollori che il suo corpo emana, e poi per un fatto subconcio di essere sempre ” pulita”), pretese di lavarmi il cazzo e il culo con le sue mani. Mi trascinò sul bidèt, e mentre io le palpavo il culo, lei sotto il getto d’ acqua quasi bollente mi insaponò il cazzo, scapocchiandolo completamente, per poi prenderersi culra di lavarmi anche il culetto, vista l’ intenzione che la sua lingua mi avrebbe espolorato anche lì.

Dopo il lavaggio , ricordo che lo prese in bocca incominciando a pompare e a gustare quel cazzo fresco e giovane, odoroso di sapone, che chissa quante volte aveva sognato. La prima volta fu così, e spostatoci sul lettone , le sfilai le mutande, e a cosce aperte incominciai a baciala su tutto il corpo , e soffermatomi sul figone peloso incominciai a pennello a farle sentire la mia lingua, sul clitoride e sulla vulva, mentre le mie dita la esploravano sempre più in profondità; colava come una spugna, con umori che a fiotti mi bagnavano il viso fino a colare sul materasso.

Lei contraeva il viso , con dei fremiti che la scuotevano a catena come presa da una febbre , gli orgasmi la assalivano a catena senza contenersi nè con il linguaggio nè con le espressioni di godimento di una vera femmina in calore. Io continuavo a leccarla , e all’ inizio incominciai a penetrarla con la lingua nell’ orifizio anale, mentre in un caldo 69 , lei prendeva in bocca il mio cazzo, non trascurando di leccarmi con la sua lingua anche il mio orifizio anale , insalivandolo con autentica foia.

Tentai di penetrarla, in vagina, ma mi accorsi, che seppure eccitata e lubrificata, provavo difficoltà a spingerlo fino in fondo, in quanto provava ” dolore” a sua detta, a cagione della sua ” natura stretta” e del mio arnese ben calibrato. Lei comunque godeva, ma nella mia mente incominciai a pensare che avrei dovuto ” solare” altre vie alternative, visto che in vagina ella godeva di lingua, ma nella penetrazione non raggiungevo la profondità desiderata.

Cambiai strategia le avrei preso il culo. Dapprima introdussi un dito, poi due, e capiì che malgrado vergine analmente ella avrebbe provato piacere nella probabile penetrazione anale,più di quella che avrebbe provato in vagina; le mie dita infatti ben lubrificate dal suo sugo, e dalla mia saliva non le provocavano troppo dolore malgrado le resistenze iniziali, e così con due dita in culo e uno nella figa ” notai cha in quella ” forbice” riprese ad avere profonde e continue contrazioni d’ orgasmo, e posta di lato oramai stravolta in viso dagli orgasmi, le appoggiai la cappella sul buco del culo, e incominciai a spingere….

” Piano cucciolo mi fai male!!!!!””” ,disse, ma la matrona trovò suo agio regolando lei stessa il grado di penetrazione anale, con il cazzo che giorno dopo giorno trovò strada in quell’ orifizio, fino a sentirla piena, essendo giunto nell’ ampolla del retto, scoppiò in un orgasmo superiore alla prima volta, confessandomi che sebbene provasse inizialmente dolore, provava “orgasmi anal” , in compensazione a quelli che probabilmente non accadeva in penetrazione vaginale, il suo culo era predisposto a quel tipo di rapporto.

E da allora che oramai, il culo di mia suocera è diventato il nido del mio cazzo, e dopo averle sborrato quantità industriali di sborra, con il tempo la penetrazione anale si è fatta più agevole, essendo più dilatata di come l’ avessi trovata le prime volte. Tanto è vero che con il tempo avendole allargato il culo, il mio cazzo non trova più quell’ aderenza delle prime volte ed è agevole, prenderla a pecora a 90 gradi anche sul tavolo in cucina.

Infatti negli ultimi periodi si accorge che dopo averla pompata nel culo senza aio aver raggiunto l’ orgasmo, mi finisce con pomparmi di bocca fino a godele del mio seme in bocca che deglutisce come un elisir di lunga giovinezza. Nel frattempo lei è diventata sempre più giovanile, e sfoggia perizomini abbinati al reggiseni, diversi da quelle prime classiche mutande che indossava i primi tempi. La storia continua, e spero di scrivere in altri racconti altri gustosi particolari della mia suocera anale.

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Diario di un segaiolo – La sorellona – Una piacevo

Senza più Cristina in casa cominciai a dedicare le mie seghe alle bellezze straniere scoprendo il fantastico universo delle bellezze di Nuts magazine, a partire da Lucy Pinder e Michelle Marsh.
Mentre le bellezze nostrane ritornavano ad esser pudiche e persino a ridursi il seno, quelle inglesi erano maledettamente esibizioniste e sfoggiavano topless su topless, pose provocanti, foto dal doppio senso inequivocabile.
Le seghe erano inevitabili e quando non mi bastavano le foto andavo a ricercare i video backstage.

In patria le uniche a dare un minimo di soddisfazione furono la Canalis prima e la Toniolo poi. Nel mezzo inserisco le comparsate della Fontana gravida che sfoggiava delle mammelle clamorose su Controcampo, un tg sportivo della domenica sera. Quel viso angelico e quei meloni gonfi furono un’immensa fonte di ispirazione.
Mentre i miei stavano nella loro stanza a guardarsi la tv la domenica sera, io me lo potevo menare dentro le mutande davanti la tv di cucina mentre la regia si soffermava sui primi piani della biondona.

Fortuna poi le capture si potevano ritrovare nel web pochi giorni dopo così da poterla segare con più calma al pc a mutande calate.
A proposito dei miei, per il loro 40esimo anniversario di matrimonio si fecero un regalo enorme, mica da poco. Correva il 2003 e Cristina era al primo anno di università mentre io ero prossimo a fare i 18 anni e concludere il 4° anno di IPSIA. Se parli di IPSIA parli di figa 0,neanche l’ombra, mai una compagna femmina anche se cozza; era un grosso magazzino colmo di cazzi.

Rimanere vergine per me non era difficile dunque, distrazioni femminili poche, una bellezza estetica nulla a cui si aggiungeva una leggera ma fastidiosa acne a rendermi ulteriormente poco appetito dal gentil sesso.
Eppure , nonostante mi segassi con frequenza vip e vippette varie non ero incallito come ora, anzi, a confronto ero un santo. Avevo interessi maggiori tra calcio in tv, playstation e le prime sbronze con gli amici.
Ritorniamo però al super regalo che si fecero i miei.

In realtà il regalo era praticamente per tutti e fu niente di meno che una casa al mare! Colsero l’occasione di un poveraccio che aveva cominciato a costruirla ma che poi per guai economici si era visto costretto a venderla a prezzi che ora sarebbero “stracciati”. La casa non era ancora finita, ci pensarono i miei a finirla. Le cifre dell’operazione furono modiche ma per una famiglia benestante ma non ricca, era comunque un sacrificio.

I miei erano stati entrambi lavoratori sin da giovanissimi e riuscirono a coniugare lavoro e studio riuscendo pure a laurearsi. Erano grandi risparmiatori e a memoria non ricordo comprassero mai cose superficiali. Avevano due buoni stipendi e quindi colsero l’occasione e affondarono il colpo.
La casa era umile, dimensioni giuste per far vivere 4 persone ,un solo piano, un giardinetto tutto attorno.
Il loro progetto era quello di godersi la pensione li al mare, lontano dal caos cittadino, in un posto molto bello come solo la Sardegna può offrire.

L’appartamento in città era a disposizione mia e di mia sorella ma essendo lei fuori per l’università ,da li a pochi anni rimasi in pratica l’unico a viverci.
Ovviamente fui felice della casa al mare; mi piaceva il mare e mi piaceva la zona. Il vantaggio era che finalmente potevo rivedere Cristina piuttosto scoperta con le % di vederla gironzolare in bikini per casa piuttosto elevate.
La casa non fu pronta per una buona fetta dell’estate ma già a fine agosto si poteva vivere!
Luce, gas, acqua c’erano.

Mancavano buona parte degli arredamenti; le camere da letto non avevano nessun mobile ma giusto brande , materassi e lenzuola; giardino e tetto (inteso come tegole) erano ancora da finire.
Facemmo una festa coi parenti come sorta di inaugurazione, una sorta di pranzo. I nostri poi concessero subito di fare un ulteriore festa a mio sorella, ovviamente la sera, particolarmente entusiasta di quella casa anche perché si trovava nelle vicinanze della casa di diverse amiche del liceo con qui era in ottimi rapporti.

Io stesso avevo un paio di amici che abitavano nei dintorni e cordialmente rifiutai l’invito alla festa di mia sorella (cosa che lei gradii molto, si vedeva che voleva esser l’unica a volersi pavoneggiare di quel nuovo acquisto davanti alle amiche) e mi unii a loro per una sbronza con falò in spiaggia. Ovviamente zero figa!
I miei quindi tolsero il disturbo verso metà pomeriggio ritornando in città; zii vari seguirono a ruota.

Poche ore dopo, alla spicciolata , arrivarono poche amiche e amici di mia sorella. Erano venuti a mani piene di alcool , carne per barbecue, forse pure un po’ di fumo. Io ero piuttosto timido e riservato e me ne stetti tutto il tempo in camera a legger fumetti fino all’ora dell’appuntamento con gli altri, previsto per le 21. Mentre fuori si cominciava a ridere e bere io mi preparai e mi diressi in spiaggia salutando velocemente gli amici di mia sorella e levando il disturbo.

Non mi accorsi nemmeno se c’era qualche bella figa. Notai comunque che i sessi erano in equilibrio. Riconobbi qualche sua compagna che era venuta a casa per fare i compiti con lei all’epoca del liceo; i maschi invece non sapevo chi fossero. Sta di fatto che molti ci stavano già dando dentro con l’alcool mentre preparavano il barbecue in giardino.
Cristina era una sole; infradito con leggero smalto, short, magliettina verde e abbastanza aderente per metter in mostra quei meloni superbi.

Quando si avvicinò per salutarmi e abbracciarmi mentre andavo via sentii chiaramente quelle bombe premermi sul petto. Erano grosse ma anche morbide, fu una sensazione unica e dovetti divincolarmi presto perché non volevo assolutamente notasse che mi si gonfiava il pene tra le gambe.
“Divertiti mi raccomando, e non bere troppo!” mi disse, da brava sorellona premurosa.
Le sue raccomandazioni non servirono a nulla. Alle 3 comunque riuscii a tornare a casa; ero sbronzo ma non a livelli estremi.

Il tanto che bastò per andare dritto in camera e coricarmi.
Se io ero sbronzo, gli amici di mia sorella lo erano di più. Una buona parte era evidentemente andato via lasciando qualche traccia di vomito lungo il cammino; un paio erano praticamente accampati in giardino in stato comatoso. Di mia sorella fuori non c’era traccia e diedi per scontato che era nel mondo dei sogni in camera sua.
Il mio unico intento era quello di dormire per cui mi diressi dritto alla mia stanza e senza manco spogliarmi mi buttai sul materasso e buona notte.

Mi svegliai che erano le 6:30 e avevo ancora qualche cerchio in testa ma soprattutto ero fottutamente disidratato.
Per andare in cucina giocoforza si doveva passare davanti alla stanza di Cristina e li vidi ciò che avevo sempre desiderato.
Prima di vedere però sentii : il rumore era quello del materasso di due che stanno scopando con amore e senza furia, un cigolio lento e regolare. Sentivo anche due voci bisbigliare ,una maschile e una femminile.

Il rimpianto più grosso di quel momento lì fu il mio stato; non fossi stato ancora mezzo sbronzo probabilmente mi sarei ricordato ogni singola sillaba di quella chiacchierata ed invece ricordo davvero poche parole. Una tra tutte la disse lui:
“E’ sempre stato il mio sogno!”
Si ma cosa? ancora non avevo visto nulla ma solo sentito. Fortuna grande fu che la mia pudica sorellona, sempre attenta a chiudersi in camera anche quando si doveva semplicemente cambiare una maglia , stavolta lasciò uno spiraglio nella porta semi aperta mica male.

Si vedeva quasi metà del suo letto il cui montante poggiava proprio sulla parete in cui vi era l’ingresso alla stanza.
Io potevo esser pure mezzo sbronzo ma il mio cazzo aveva il settimo senso ed era già bello carico come se sapesse già cosa stavo per ammirare.
La prima cosa che vidi fu un ragazzo incredibilmente magro, completamente nudo in ginocchio sopra il letto di mia sorella; lo sguardo scese e di li a poco la tachicardia quasi mi sfondò il petto.

Vidi chiaramente il corpo di una ragazza coricata sotto di lui, la parte superiore nuda visto che aveva due grosse mammelle al vento o meglio nell’atto di stringere “qualcosa”; la parte inferiore mi veniva nascosta dalla porta quindi non so se fosse con la figa al vento.
Parte della faccia era nascosta dal cuscino ma il profilo non poteva tradire, era Cristina.
Dovetti quasi appoggiarmi al muro prendere respiro. Intontito dai fumi dell’alcool poteva pure esser un sogno.

Non lo era ovviamente
Quasi incredulo mi dimenticai completamente di avere una sete incredibile e quasi come un ninja furtivamente rivolsi nuovamente uno sguardo dentro la stanza, stavolta cercando di collegare tutti gli elementi.
Il cigolio della branda derivava dall’andare e indietro di un grosso pisellone in mezzo ai seni di mia sorella. Era questo in poche parole quello che vidi. Fui incredibilmente impressionato dalle dimensioni di quel pene. Era una cosa enorme.

Un paio di volte sfuggì dalla presa quasi implacabile del seno di Cristina e lo vidi quasi perfettamente ritto. Era lungo e grosso, pure troppo soprattutto in relazione al fisico esile di quel ragazzo.
Non credo di esagerare se dico che aveva il pene grosso quasi quanto il suo avambraccio, che poteva pur esser magro ma sempre un braccio era. Se dovessi usare un termine di paragone credo chiamerei in ballo Danny D, il pornoattore inglese.

Ecco una tipologia di pene simile a quella, una roba incredibile.
Io che avevo sempre sognato di vederla alle prese con un grosso calibro ora potevo gustarmi uno spettacolo che avveniva a poco più di un metro e mezzo dal mio sguardo.
Ricordo che mia sorella non era molto attiva in quella scena e pure lui mi pareva mezzo intontito ,segno che entrambi dovevano ancora esser mezzo sbronzi.
Il fatto che poi non si fossero accorti che mi ero alzato dal letto, ero uscito dalla mia stanza (e la porta un minimo di rumore lo fa sempre) mi fece propendere sempre più per questa ipotesi.

“Sei un sogno” continuava a ripetere il ragazzo mentre andava avanti e indietro sul seno di mia sorella; nonostante anche il diametro fosse notevole il seno di lei lo avvolgeva senza problemi.
Un paio di volte in quei secondi vidi Cristina avvicinare la bocca con la lingua di fuori intenta a leccare la punta del grosso pene ogni qual volta spuntava fuori dalle sue tettone. Il fortunato ovviamente ansimava di piacere, intontito ma innamorato di quel trattamento ricevuto.

Il ragazzo non tardò molto a fare una doccia di sperma a mia sorella. Si fece scappare un “arrivo” a mezza voce strozzato dalla goduria estrema con colpo finale e una copiosa sborrata investì in pieno viso Cristina ,il suo cuscino e credo pure le pareti della sua camera. Altro sperma gocciolava dal grosso pene scorrendo tra i seni e quindi nella fossetta sotto il collo di mia sorella.
Nonostante fossi mezzo sbronzo fui particolarmente attento a tutti quei dettagli, furono materiale per infinite seghe nel corso degli anni a venire e tutt’oggi ,ad oltre un decennio di distanza, anche il solo scrivervelo in questo racconto , provoca in me una passione e goduria immensa.

Fossero stati tempi moderni non avrei esitato un attimo a prendere uno smartphone e filmare la scena e conservarla gelosamente negli anni a seguire.
Purtroppo all’epoca era già tanto se i cellulari facevano foto e le foto erano un insieme di pixel troppo grossi per poter ammirare seriamente qualcosa di bello.
Finito lo spettacolo mi accorsi che ero venuto pure io; fu la prima e unica volta in vita mia che sborrai senza toccarmi.

Paradossalmente non fu piacevole; la sega è molto più bella e quel giorno vi giuro che mi distrussi a ripensare alla scena. Credo arrivai a masturbarmi 6 volte in tutta la giornata.
Ripensai a tutti i dettagli che avevo immagazzinato, pensai pure a come potevano aver cominciato la serata, come l’aveva corteggiata lui, se vi erano stati dei rapporti prima, se lei glielo aveva succhiato.
Tempo dopo seppi che il pisellone non era che un suo ex compagno di liceo che a quanto pare manco le piaceva (però il suo cazzone si eh, ripensai io) e che si era imbucato alla festa perché era stracotto di lei dai tempi del liceo.

Questo spiegava il suo continuare a ripetere “sei un sogno”.
Scoprii un lato di mia sorella che pensavo non avesse, molto maschile. Aveva usato quel suo compagnetto di classe per giocarci un po’ sotto le coperte senza impegno e una volta finito tutto, ognuno per la sua strada con saluto informale.
Lei, sentendola parlare con mia madre qualche giorno dopo riguardo alla festa, le disse:
“E’ venuto Giacomo, povero, io manco l’avevo invitato , però sai, mi ha fatto pena e alla fine l’ho trattenuto alla festa!” e non credo ti sia dispiaciuto porcona, pensai io tra me e me.

Giacomo poteva pure esser bruttino, magrolino ma non era stupido. L’aveva fatta bere al punto giusto e poi una volta che le ha fatto toccare il pisellone penso che anche lei si fosse definitivamente convinta a concedergli un piacere.
Credo che quello poi non sarebbe stato l’unico piacere che si sarebbe preso. Alcune estati e seguire Giacomo si fece vivo a casa nostra pronto per uscire con Cristina la sera. Questo nonostante mia sorella avesse pure un fidanzato.

Ipotizzo che Giacomo in quegli anni la fosse il suo svago estivo, una sorta di stallone tutto suo che lei si teneva sempre a bada e pronto per l’uso. Lui ovviamente non aspettava altro.
Questo episodio che forse durò dai 5 ai 10 minuti , cambiò completamente la percezione che avevo di mia sorella. Convinto che fosse una santa era molto probabilmente assettata di grossi cazzi come la immaginavo solo nel mondo fatato delle mie fantasie.

Volevo avere conferme a proposito ma questo lo racconterò nei prossimi post.

Visita medica aziendale alla presenza delle colleg

Anche quest’anno si approssimava il momento della visita medica aziendale.
Per comodità la nostra azienda faceva venire il dottore in azienda e gli metteva a disposizione l’ufficio più grande per poter svolgere comodamente le operazioni di sua competenza senza far perdere troppo tempo a noi lavoratori.
La nostra azienda ha 10 dipendenti. In ufficio siamo in 3, due ragazze (una, Simonetta, parecchio più giovane di me si occupa del Front Desk, l’altra, Nicole, 4 anni più vecchia di me, si occupa di amministrazione e gestione del personale ed è considerata il braccio destro del capo) e io (mi occupo della parte commerciale), unico maschietto.

In produzione invece ci sono solo uomini, sette per la precisione.
Da qualche giorno avevo notato qualche battutina in più delle colleghe riguardo la futura visita medica, ma non ci feci molto caso, era relativamente normale, succedeva ogni anno.
Il giorno arrivò e fu con non poco stupore che notai che quest’anno non era venuto da noi il solito anziano medico che veniva sempre, ma una ragazza giovane, più o meno della mia età.

Lo stupore fu meno evidente da parte delle mie colleghe che evidentemente già sapevano di questo cambio. Notai però che tra di loro scambiarono un sorrisetto malizioso quando notarono la mia sorpresa.
La dottoressa portò dentro tutta la sua attrezzatura, si sistemò nell’ufficio di Nicole e fui ben lieto di aiutarla quando chiese un aiuto per l’attrezzatura più ingombrante (il lettino e l’apparecchio per la spirometria). Una volta compilate le scartoffie preliminari e montate le sue apparecchiature, la dottoressa apparve sull’uscio e chiese chi sarebbe stata la prima persona a farsi visitare.

Nicole spiegò che saremmo andati prima noi dell’ufficio e in seguito i ragazzi della produzione. Chiese se avevamo qualcosa in contrario se cominciava lei per prima e io e Simonetta acconsentimmo.
Finita la visita di Nicole toccò a Simonetta. Un quarto d’ora e anche lei uscì. Era il mio turno.
Mentre mi avvicinavo alla porta dell’ufficio dov’era sistemato l’ambulatorio provvisorio (l’ufficio di Nicole) incrociai Simonetta che usciva sorridente; “ora tocca a te” mi disse.

Mentre finiva la frase notai che cercava con una certa complicità lo sguardo di Nicole. Girai la testa e Nicole cercò di cambiare espressione… ma c’era un evidente stato di “elettrica eccitazione” tra le due ragazze.
Ci feci caso relativamente, ero curioso di cominciare la visita con la nuova avvenente dottoressa.
La visita cominciò con le domande di rito. Finite le domande, la dottoressa sollevò lo sguardo dalle scartoffie che aveva appena compilato e con un’occhiata mi esortò a spogliarmi.

Obbedii. Mi alzai, tolsi il maglione e la camicia e restai fermo ad aspettarla.
Lei continuava a scrivere sul mio fascicolo. Dopo una trentina di secondi risollevò lo sguardo e con un sorriso stupito mi fissò e mi chiese perchè mi fossi fermato.
“Beh, di solito al vecchio dottore bastava così” risposi.
Lei sorrise. Mordicchiò l’estremità della penna che aveva in mano e mi disse che per lei così non bastava.

“Scusa, ma io sono pagata per fare delle visite complete. So che molti miei colleghi sorvolano su tanti punti, ma non è il mio caso. Su dai, fai presto che ho quasi finito di fare le mie annotazioni”
Restai in mutande, magliettina e calzini. La dottoressa chiuse la copertina del mio fascicolo si alzò dalla sedia e mi disse “Beh? Dai!!! Via anche calzini e maglietta! Non ti vergognerai mica vero?” e sorrise. Mentre la assecondavo, replicai che non capivo.

Rimasi in mutande. Venne verso di me, poi prese i miei vestiti, che avevo appoggiato su una sedia vicina a me e li spostò sul mobiletto vicino alla sua di sedia, dal lato opposto della stanza. Tornò da me e mi chiese di posizionarmi vicino alla bilancia con metro, per fare le rilevazioni di peso e altezza. Mentre mi sistemavo la sentii dire “adesso però prima di cominciare devo…” e aprì la porta. Ero in piedi sulla bilancia, in mutande, mi girai: porta spalancata e le mie due colleghe che dal fondo dell’altra stanza potevano vedermi in mutande!!! La dottoressa chiamò Nicole che, cercando di non sorridere troppo, entrò nell’ufficio/ambulatorio dietro di lei.

Richiuse la porta.
Mentre dietro di lei Nicole mi guardava per bene con un ghigno tra il malizioso e il soddisfatto, la dottoressa mi spiegò che per evitare qualsiasi tipo di problema legale, durante le visite di persone del sesso opposto al suo (quindi di uomini) lei richiedeva all’azienda anche la presenza di un rappresentante dei lavoratori e che nello specifico la mia azienda aveva nominato Nicole. Tentai di protestare ma la dottoressa iniziò la misura dell’altezza invitandomi a essere collaborativo “così finiamo prima”.

“Scusa me la daresti una mano?” chiese a Nicole. “Certo” rispose la collega.
“Facciamo così. Tu fai le misurazioni e io le scrivo, ok? Così facciamo prima”. Nicole ovviamente annuì e nell’ordine riferì alla dottoressa i miei dati riguardo a peso e altezza.
Protestai ancora, tirai in ballo il fatto che questo era contrario alla privacy. Le due ragazze incrociarono gli sguardi: sembravano divertite da questo mio protestare ma non mi badarono.

“Ok, ora via anche le mutandine” ordinò la dottoressa con disinvoltura.
“Cosa??? Dovrei restare nudo di fronte a lei??” replicai indicando Nicole.
“Non è colpa mia se l’azienda ha nominato lei come rappresentante dei lavoratori per questa evenienza! Su dai…”
“E poi che razza di visita del lavoro necessita di vedere il mio pisello?” sbottai.
Mentre Nicole ridacchiava divertita, la dottoressa mi ricordò che non completare la visita medica secondo le sue disposizioni equivaleva a non essere ritenuti abili al lavoro e la conseguenza avrebbe potuto essere il licenziamento (per giusta causa tra l’altro!).

Ero in trappola. Con una mano sfilai le mutande mentre con l’altra cercai di tener coperto il mio sesso.
La cosa si rivelava davvero complicata. Uno scambio di sguardi con Nicole mi aveva creato una sensazione di imbarazzo mista ad eccitazione… e aveva messo in moto una poderosa e velocissima erezione. Tenere nascosto tutto era quasi impossibile e ogni secondo che passava la cosa peggiorava, sottolineata dagli sguardi sempre più interessati e maliziosi di Nicole.

“Passale pure a me” disse la dottoressa a Nicole, riferendosi alle mutande che tenevo in mano.
Nicole fece un paio di passi verso di me e si fermò per cercare il contatto visivo con me. Cercai di evitarlo e porsi in avanti il braccio sinistro, porgendole i miei slip.
Il suo sguardo ora era rivolto alla mia zona inguinale, dove con una sola mano cercavo di nascondere quanto più potevo. Prese i miei slip, me li sventolò con soddisfazione davanti al viso e li porse alla dottoressa che, senza neppure guardare li prese e li mise assieme agli altri miei vestiti.

Mentre la dottoressa scriveva, Nicole arretrò fino alla sedia, vi posò il piede destro e con fare molto sensuale si sistemò il sandaletto (stile schiava), alzò la testa e cercò nuovamente il contatto visivo con me. Sapevo bene perchè aveva fatto quella mossa. Tempo addietro le avevo confessato che ritenevo avesse un piede molto sexy: così facendo sapeva che non avrei resistito dal guardarlo e questo avrebbe aumentato la consistenza della mia eccitazione.

Certo non aiutava nemmeno che chinandosi per sistemare il sandaletto i suoi jeans molto trendy ed attillati finissero per evidenzare quel bel sedere sodo che tutti le guardavano sempre. Cercai di distogliere lo sguardo, ma incrociai di nuovo i suoi occhi. Erano gli occhi di una collega che aveva modo di vedermi completamente nudo e… di verificare quale effetto facesse lei su di me. Era uno sguardo soddisfatto, compiaciuto… da stronzetta che ha ottenuto qualcosa di insperato.

La dottoressa sollevò la testa in direzione di Nicole e le chiese le misure di torace, bacino e… pene!!!
Nicole non se lo fece dire due volte. Venne verso di me. Mi guardò negli occhi. Aspettò un attimo e… “Si, ma come faccio a misurargli il torace così?” disse con fare ironico alla dottoressa, sottintendendo che finchè io tenevo le mani davanti a coprire il mio pisello, lei non avrebbe mai potuto misurarmi il torace.

La dottoressa si voltò verso di me, sorrise e mi invitò a togliere le mani.
Protestai. Le due scambiarono un paio di occhiate divertite tra loro. La dottoressa mi disse che Nicole non si sarebbe certo scandalizzata e che di certo ne aveva già visti in vita sua.
Capii che non c’era via d’uscita. Tolsi le mani.
“Uh, uh, uh!” sibilò una felicissima Nicole guardando per bene la mia verga eretta.

“Sembra che tu faccia un bell’effetto al tuo collega” ironizzò la dottoressa girandosi per scrivere la misura del torace che Nicole si apprestava a dettarle. Nicole gliela dettò e si apprestò a misurarmi il bacino. Eseguì e poi, sempre con fare molto divertito, chiese alla dottoressa “e adesso?” “la misura del pene” ribadì quest’ultima. La dottoressa si girò per non perdersi la scena. Nicole prese in mano la mia durissima verga, in posizione verticale, parallela allo stomaco.

Cercò di portarla in posizione orizzontale per procedere più facilmente alla misura, ma dovette constatare che l’erezione era granitica. Risatina. Una interminabile risatina.
“Beh, direi che gli piaci parecchio a giudicare da quello che vedo” disse la dottoressa sorridendo.
“Forse è colpa mia. Forse prima ho esagerato” disse Nicole. E le spiegò l’episodio di quando aveva messo in bella mostra il suo piede pochi minuti prima.
La dottoressa sorrise. Con fare divertito ma autoritario si alzò dalla sedia e si mise tra me e Nicole.

“Capisco” disse “e per sbloccare la situazione con questo porcellino penso di sapere io cosa bisogna fare”. Alzò la sua gamba sinistra appoggiando il piede sopra alla sua sedia. Con fare sensuale tirò giù la cerniera del suo stivaletto, lo tolse e me lo porse. “Annusa e dimmi cosa ne pensi” disse porgendomelo e facendomi vedere l’interno dello stivale.
Non stava scherzando.
E la cosa piaceva da pazzi a Nicole che guardava la scena incredula.

Avrei voluto protestare. Ma sapevo che la cosa avrebbe divertito ancora di più le due. Non volevo dare ulteriore soddisfazione. Infilai il viso dentro all’imboccatura dello stivaletto. Un paio di respiri. Pazzesco. Quell’odore di cuoio e di piede pulito ma sudato mi aveva eccitato ancora di più. Il mio pene era duro come l’acciaio e iniziava a spingere sempre di più, alla ricerca di piacere. Tirai fuori la faccia e Nicole tentò di nascondere rapidamente il cellulare che aveva in mano.

Probabilmente mi aveva fotografato. Non feci in tempo a dire nulla che la dottoressa appoggiò il suo piede, velato da una umida calza scura, sulla scrivania “adesso annusa bene questo” esclamò da vera stronza. Mi prese una mano e mi tirò soavemente ma con decisione verso il suo piede. Tentennai e lei, sempre con una soave decisione, appoggiò la sua mano sulla mia nuca e guidò la mia faccia verso il suo piede. “Bacialo!”.

Eseguii. Sentivo le risatine soffocate di Nicole. La dottoressa rilasciò la presa giusto per sedersi, togliersi anche l’altro stivaletto e posarli entrambi sulla scrivania. “Annusa. Su! Non farti pregare. Conosco i maialini come te”.
Non avevo scelta ormai. Cercavo di rendere questo momento il più breve possibile, in modo che finisse. Mi piegai nuovamente verso i suoi piedi umidi e velati e iniziai ad annusare. Avevano un buonissimo odore. E questo complicava terribilmente il mio stato di eccitazione.

“Te la senti di drenarlo?” chiese la dottoressa a Nicole “così riusciamo ad avere un suo campione di sperma e alla fine anche a misurargli il pene…”
“Certo” replicò Nicole, visibilmente eccitata dalla sua posizione dominante nei miei confronti.
“Prima però devi chiederglielo e ringraziarla” disse la dottoressa rivolta a me.
Guardai la gongolante Nicole, le chiesi se cortesemente mi poteva masturbare e la ringraziai.
“Non basta!” escalmò la dottoressa.

Fece si che Nicole posasse il suo piede sulla scrivania, le fece togliere il sandaletto, pretese che prima le baciassi il piede e poi che le succhiassi le relative dita.
Mentre lo facevo sentii bussare e contemporaneamente, senza aspettare risposte, aprire la porta.
“Scusate avrei bisogno di un fascicolo…. ” Era Simonetta. La scena che le si presentava davanti era fin troppo divertente per lei. Soprattutto visto la rivalità che c’era sempre stata nei miei confronti.

“Scusate” balbettò indecisa sul da farsi. Era come essere entrati nella più bella festa della sua vita… ma senza invito. Invito che però non tardò ad arrivare. “Entra e chiudi la porta” le ordinò la dottoressa.
Simonetta non se lo fece ripetere. Chiuse la porta e scambiò un’occhiata con Nicole. Il ghigno divertito delle due era indescrivibile.
“Togliti le scarpe e siediti su questa scrivania” le intimò la dottoressa. Simonetta non se lo fece ripetere.

Si tolse le scarpe da ginnastica e si sedette sulla scrivania ponendo le suole dei suoi calzini verso di me.
“Te li ha leccati bene?” chiese la dottoressa a Nicole. “Certo. E’ davvero bravo! Non credevo la sua lingua fosse così… utile” rispose Nicole accompagnando le sue parole con un sorrisetto ironco.
“Adesso annusa i suoi” disse la dottoressa indicando i piedi di Simonetta con i suoi umidi calzini.
Passi per Nicole, ma annusare i piedi di Simonetta era davvero un umiliazione incredibile.

Eravamo da sempre rivali. Su tutto. Non la pensavamo uguale su nulla. La ritenevo una ragazzetta viziata e presuntuosa e non perdevo occasione per fargli capire quello che pensavo di lei.
Feci l’errore di sollevare lo sguardo. Simonetta era stata ben felice di entrare nella parte. Mi guardò con aria di rivincita, mi prese per i capelli e tirò il mio viso verso le piante dei suoi piedi “annusali per bene stronzo!”.
I suoi calzini avevano un odore decisamente più “intenso” rispetto alle calze della dottoressa e al piedino profumato di Nicole; non li cambiava da parecchio direi, erano umidi di sudore e risentivano dell’odore di gomma delle scarpe da tennis non proprio nuovissime.

“Ti piace vero?” disse porgendo un “cinque” a Nicole che questa non si tirò certo indietro dal darle.
“Drenalo ora…” disse la dottoressa rivolta a Nicole.
Questa venne dietro di me, piegato verso la scrivania mentre annusavo i piedi di Simonetta, prese con decisione la mia durissima verga e inizio a masturbarmi con ritmo lento ma deciso.
Dopo qualche minuto Simonetta interruppe il silenzio “posso finirlo io questo stronzetto?”
La dottoressa acconsentì.

Fece scambiare le due di posto. Ora Nicole, tolti entrambi i sandaletti si posizionava seduta sulla scrivania nella stessa posizione in cui si era messa Simonetta in precedenza. “Adoro sentire la sua lingua sulla pianta dei miei piedini” esclamò Nicole mentre con una mano teneva la mia testa bassa, con il viso e la lingua a diretto contatto con i suoi piedini profumati.
Nel frattempo Simonetta venne dietro di me, mi diede una sonora sculacciata sulla chiappa destra, afferrò il mio membro con decisione e iniziò a masturbarmi con molta forza.

Si era piegata verso di me. Sentivo le sue enormi tettone premere contro la schiena. “Adesso ti faccio venire io, lurido stronzo!” esclamò accelerando il ritmo.
Era questione di momenti. La dottoressa lo intuì. Fece scendere Nicole dal tavolo e fece in modo che appoggiasse un piede sopra la scrivania. Mi fece tornare dritto con il busto e mi ordinò di venire sul piede di Nicole, che nel frattempo, estratto il telefonino, stava riprendendo la scena.

Mentre con la sua mano sinistra Simonetta agitava con esagerato vigore la mia verga verso il piede di Nicole, con la mano destra si era dapprima sfilata un calzino e in seguito me lo aveva premuto davanti al naso “Chi è che comanda ora?” sbottò con l’arroganza di chi sembrava aspettare questa rivincita da sempre.
Era troppo. Non potevo più reggere. Partì un getto di sperma fortissimo e continuai a venire per un tempo che mi sembrava infinito.

Ridacchiavano tutte. Soddisfatte.
“Devi anche misurarglielo!” ricordò una divertitissima Nicole.
Simonetta prese il righello che le diede la dottoressa e procedette alla misura.
Scoppiò a ridere “Oh, poverino… solo 15cm!!!” Rideva anche Nicole. Commentarono entrambe che i loro uomini erano abbondantemente più dotati di me.
La dottoressa annotò la misura, mi porse della carta per pulire il piede di Nicole e invitò le due ragazze a tranquillizzarsi. “15cm non è granchè, ma troverò sicuramente di peggio… credo…”.

Le due colleghe si guardarono perplesse.
La dottoressa spiegò loro che la misurazione sarebbe stata fatta anche per tutti i ragazzi del reparto produzione e soprattutto che… a fine giornata i fascicoli sarebbero stati consegnati alla “rappresentate dei lavoratori” che si sarebbe dovuta occupare di garantire la privacy al riguardo.
L’ennesima occhiata tra le due ragazze era di ulteriore incredula soddisfazione. Prima di sera avrebbero saputo le “dimensioni” di tutti i colleghi dell’azienda….

Arrivai ancora giovane ma non più illibata

Nostra madre e il nostro patrigno erano morti due giorni prima in un incidente stradale mentre tornavano dalla città dopo aver fatto spese. Erano partiti il giorno precedente perché dovevano visitare un po’ di negozi per trovare quello che era indispensabile per la fattoria. Un non so che cosa per il trattore. Non mi sono mai interessata alla fattoria. La detestavo. Per colpa del nostro patrigno vivevamo sostanzialmente isolati dal resto del mondo. L’unico contatto col mondo esterno era la TV e la piccola scuola, ma i compagni avevano solo terre, raccolti e vacche nel cervello.

Io e i miei due fratelli eravamo diversi. Non ci piaceva restare qui, ma per colpa dell’accordo di divorzio firmato anni addietro dai nostri genitori eravamo stati affidati alla mamma. E papà se ne andò in California.
Comunque c’era già stato il funerale, e mamma e Wyatt erano stati sepolti nel cimitero comunale, in tutta fretta e senza altri presenti se non i cittadini della nostra piccola comunità rurale affacciata sul lago Michigan.

300 anime, neonati compresi.
Avevamo affittato il terreno e la casa, e venduto gli a****li ai nostri vicini. E se poi l’avessero voluto comprare, avevamo dato l’incarico all’unica banca cittadina di gestire la vendita.
L’unica cosa che mi dispiaceva davvero era lasciare Derrick, il mio cavallo. Passavo interi pomeriggi a cavallo nella prateria. Ma non potevo attraversare gli States con il cavallo appresso. Nostro padre viveva in città e non c’era posto per un cavallo nel giardino di casa.

La sola cosa che so per certo di mio padre è che non si è mai risposato e che lavora nel settore cinematografico. Come una buona parte degli abitanti della zona di Los Angeles. Avevamo solo lui, ora.
Così, Rick acquistò a poco prezzo un furgone chiuso, lo caricammo di tutte le nostre cose e partimmo.
Richard, Rick è il mio fratello maggiore e Matthew, Matt, è il mio fratello minore.

E io Annie, sono quella che sta nel mezzo.
— Mi sto annoiando a morte — dissi dopo due ore di viaggio. E ne avevamo ancora un bel po’ davanti… Quattro giorni di viaggio stimati, prendendocela comoda anche cinque o sei.
La nostra destinazione è Burbank, nella San Fernando Valley, a 4000 km di distanza da quello che era stato il nostro mondo. Papà lo sapeva che stavamo arrivando e ci stava aspettando.

Ha detto anche che ci sarebbe stata una sorpresa per noi, quando saremmo arrivati.
Contavamo di fare all’incirca mille km al giorno, alternandoci alla guida del furgone e fermandoci solo per mangiare e dormire.
— Io conosco un bel modo per passare il tempo — disse Matt sorridendo.
— Già… lo immagino — risposi al mio fratellino segaiolo, noto per le sue attività sessuali.
— E che c’è di male? È divertente!
Per conto mio (e non ditelo a nessuno, eh…) ero ancora vergine.

Avevo succhiato il cazzo di due miei compagni di scuola, ma nulla di più. I miei compagni erano tutti degli sfigati… non valeva neanche la pena di impegnarsi con nessuno di loro. Perciò mi ero astenuta dal frequentare i maschi.
— Sì, vabbè… sarà anche divertente, ma…
— Ma, cosa? Sei mia sorella? E allora? Chi se ne fotte. Basta che ci divertiamo, no? — rispose Matt con una mano appoggiata sul suo inguine.

— Io non lo dico a nessuno. E tu? Vuoi fare la spia?
— Ehi! finitela, voi due — disse Rick esasperato.
Poi per fortuna, ritornò il silenzio.
E mi annoiai ancora. Appoggiai la testa sulla spalla di Rick, che stava ancora guidando e mi appisolai.
Mi svegliai all’improvviso al rumore di un fortissimo tuono. Mi hanno sempre spaventata i fulmini e i tuoni. Chiesi a Rick se potevamo fermarci in un motel per dormire la notte.

Non mi andava di dormire nel furgone con quella specie di diluvio. Tra l’altro ero anche affamata…
Ci fermammo alla prima indicazione di un modesto motel sulla statale che stavamo percorrendo già da diverse ore. Il locandiere non fece domande e ci diede una stanza. Dal furgone presi solo il necessario per la notte e per cambiarmi domattina.
La stanza era piccolissima, c’era solo un letto matrimoniale ed una branda pieghevole. Presi per me la branda e lasciai il letto ai miei fratelli.

In un attimo di tregua del temporale Rick uscì e comprò da mangiare alla tavola calda dall’altro lato della strada. Andammo a letto presto perché eravamo tutti stanchi.
Ma durante la notte il temporale riprese vigore e sextenò fulmini a tutto spiano. Un fulmine cadde vicino, facendo calare il buio sulla zona.
Immediatamente mi fiondai nel letto assieme ai miei fratelli. Me ne fregavo della decenza. Non me ne sarei rimasta a dormire su un letto fatto di metallo nel bel mezzo di un mega temporale…
Mi aggrappai a Rick e cercai di riaddormentarmi.

Non ci riuscivo… avevo troppa paura. Rick si accorse che tremavo e mi abbracciò teneramente. Anche a casa non faceva mai storie quando, di notte, mi infilavo nel suo letto durante i temporali. Solo tra le sue braccia mi sentivo al sicuro da tutto e mi addormentai poco dopo.
Mi risvegliai la mattina dopo, ancora tra le sue braccia. E anche tra le braccia di Matt. C’era un groviglio di gambe e braccia sotto le lenzuola.

Non so come ma mi ritrovai una gamba di Matt tra le mie, che si poggiava sopra il cavallo degli slip, il suo pene in erezione che premeva con decisione sul mio sedere e una sua mano sul mio basso ventre.
Il mio grosso seno nudo era appoggiato sul torace di Rick assieme alla mia mano. La maglia si era arrotolata ed era scivolata sotto le ascelle.
Una mano di Rick copriva la mia, intrecciata delicatamente le dita con le mie, e l’altra mi accarezzava dolcemente le spalle.

— Ben svegliata, tesoro… — mi disse Rick, quando si accorse che ero sveglia.
— Buon giorno anche a te… — risposi senza aprire gli occhi.
Non c’era mai stato imbarazzo tra noi fratelli. Siamo molto uniti.
Sentii le labbra di Rick che mi baciavano la fronte.
— Hai dormito bene? — mi chiese ansioso.
— Sì… Lo sai che hai il potere di calmarmi in ogni occasione… — dissi ancora assonnata.

— Che ore sono?
Rick lasciò la mia mano, allungandosi per prendere il cellulare. — Sono le sei e un quarto. È ancora presto.
Annuii distrattamente.
Poco dopo sentii la mia schiena inumidirsi.
— Cazzo… Matt è venuto… — sussurrai a Rick, che si mise a ridacchiare.
Sentivo il suo torace scuotersi sotto la mia guancia.
— Lo conosciamo bene nostro fratello, no? Non si lascia mai scappare un’occasione…
Poi successe una cosa inaspettata.

Rick mi prese per il sedere e mi trascinò sopra la sua pancia. Mi abbracciò di nuovo, più strettamente, questa volta.
Sentivo il suo pene ingrossarsi sotto di me che premeva sul mio clitoride.
Mi sentivo stranamente accaldata ed eccitata all’idea che mio fratello si stesse masturbando sotto di me. Inconsciamente presi a strusciarmi contro di lui. Mi tolse la maglietta.
Rick ansimava tra i miei capelli, mentre con una mano mi premeva il bacino contro di sé e l’altra mi teneva stretta per le spalle.

Sentivo i miei capezzoli che sfregavano duri contro il suo torace. Anche io stavo quasi per venire.
Rick aumentò il ritmo, mentre la sua mano si infilò nelle mie mutandine accarezzandomi il sedere.
Cominciai a sentire le contrazioni sempre più ravvicinate che preludevano il mio orgasmo.
Anche il respiro di Rick si fece più pesante, fino a quando mi strinse forte contro di sé. Venne subito dopo, bagnandomi la pancia col suo sperma.

Mi tenne ferma così fino a che il suo respiro si calmò.
— Grazie amore — mi sussurrò all’orecchio, poi.
— Rick… perché l’hai fatto? — chiesi, più che altro curiosa. Ero ancora sdraiata sopra di lui.
— Non so… era il momento… mi sembrava giusto così…
Anche lui non aveva risposte.
Mi tolsi da lui e mi sdraiai sul materasso, ma ancora tra le sue braccia. Mi riaddormentai.

Mi svegliai che erano le nove passate. Rick e Matt dormivano ancora.
Fuori pioveva forte, di nuovo. Accesi la TV su un notiziario locale. C’era allerta tornado e consigliavano di non mettersi in viaggio.
Scrollai Rick per svegliarlo.
— Rick… Rick… c’è allerta tornado! Che facciamo ora?
— Eh! Che c’è? — risponde assonnato.
— Ho detto che c’è allerta tornado! Che facciamo?
— Che domande! Ce ne restiamo qua fino a quando passa.

Lasciami dormire, adesso.
Si gira dall’altro lato e si riaddormenta.
Non so se alzarmi o restare ancora a letto. Tanto non saremmo andati da nessuna parte…
Ero ancora lì a pensarci, che Matt mi tirò a sé, appoggiandosi alla mia schiena. Era ancora eccitato. Lo sentivo duro contro il mio sedere. Mi mise una mano sul seno, strusciando rudemente il palmo sui capezzoli, ma non passò molto tempo prima che bagnasse di nuovo la mia schiena col suo sperma.

Perfetto!!!! Adesso ero io ad essere eccitata! Presi a toccarmi, ma fu una ben magra consolazione.
Mi alzai e andai a fare la doccia.
Avevo quasi finito, quando entrò Rick a fare pipì. Poi aprì la porta della doccia ed entrò assieme a me. Non disse una parola. Mi guardò a lungo, facendo scorrere lo sguardo su tutto il mio corpo. I suoi occhi si fissarono sui miei seni sodi e turgidi (merito delle lunghe cavalcate che facevo), con le areole raggrinzite ed i capezzoli sporgenti.

Distolsi un momento gli occhi dal suo viso per guardare verso il basso. Era già eccitato. Il suo cazzo puntava dritto verso l’alto. La sua cappella era rossa per l’eccitazione.
Si avvicinò, mi prese tra le braccia e mi baciò. Era come affamato, sembrava quasi volesse mangiarmi, o forse era solo desiderio di possedermi. Si piegò un po’ e prese in bocca uno dei capezzoli, succhiando con forza, fino a lasciarmi i segni dei denti.

Mi spinse contro il muro. La sua bocca tornò sulla mia e una mano scese alla mia fica. Dopo aver stuzzicato rudemente il clitoride, entrò con due dita.
Quando si accorse che ero ancora vergine si fermò di colpo, esterrefatto.
— Sei ancora vergine… — mi disse con voce roca dall’emozione.
Non avevo ancora ritrovato la mia, perciò annuii.
— Sei una brava bambina… sei rimasta vergine per me… dillo che è così… Vero? Non è vero che vuoi che sia io il tuo primo uomo? Che sarò io quello che si prenderà la tua verginità?
— Sì, è vero… Voglio che sia tu, Rick.

Rick mi abbracciò di nuovo, baciandomi con delicatezza, questa volta.
— Allora lo faremo come si deve… Per prima cosa bisogna sbarazzarsi di Matt per qualche ora. Non voglio del pubblico per quello che faremo. Riesci a resistere ancora per un po’?
Annuii.
— Bene allora vado a svegliare Matt e gli dico di andarsene, di trovarsi una donna per il resto del giorno. Voglio godere a lungo di te… Tu finisci la doccia e poi aspettami a letto.

Poi Rick uscì dalla doccia, si mise l’accappatoio e tornò in camera.
Li sentii confabulare un po’, ma con la porta chiusa non riuscii a capire tutto quello che si dicevano.
Finii di asciugarmi e presi il phon. Con la spazzola li tirai per bene fino a che furono asciutti.
Mi tolsi l’accappatoio, tornai in camera e mi stesi a letto. Matt non c’era più. Osservai Rick camminare avanti e indietro per la camera, sembrava ansioso e teso.

Mi diede un veloce bacio e poi tornò in bagno. Sentii scorrere l’acqua ma ci rimase poco.
Uscì dal bagno senza l’accappatoio, con l’uccello già dritto, e si sdraiò accanto a me.
— Annie, puoi ancora tirarti indietro se lo vuoi. Non devo essere per forza io. Non ti forzerò se non mi desideri.
Mi misi a sedere sui talloni.
— Rick… al momento non sono sicura di niente. Sono solo nervosa.

Ma lo faremo. Voglio… devi essere tu… il mio primo rag… uomo. Voglio solo te.
Rick allungò una mano sul mio viso, accarezzandomi la guancia. Lentamente scese sulla spalla, fermandosi a coppia sul seno. Il suo palmo non riusciva a contenere il mio grosso seno.
— Matt non starà via per molto. Ha detto che ti vuole anche lui, che ha gli stessi diritti che ho io. Se lo fai con me, lo devi fare anche con lui.

Mi morsi il labbro. Non me lo aspettavo. Se questo doveva essere il prezzo per avere Rick, mi stava più che bene. Feci spallucce.
— Va bene allora.
Mi tirò a sé, baciandomi dolcemente. Le sue mani presero a scorrere sulla mia schiena, insistendo sul sedere.
Mi misi a cavalcioni sopra la sua pancia. Il suo cazzo sfiorava la mia fica, come a chiedere il permesso di entrare. Prese a leccare le mie grosse tette, sode e turgide.

I capezzoli erano duri per l’eccitazione. Ne imboccò uno e prese a succhiarlo, schiacciando il capezzolo contro il palato, mungendolo.
Sentivo la mia testa ovattata, preda dell’emozione, come ubriaca.
Mi mise sotto di lui, mi aprì le gambe piegandomi le ginocchia, e diresse il cazzo tra le labbra della fica. Col cazzo in mano, lo fece scorrere per tutta la sua lunghezza, bagnandolo coi miei umori. Lo posizionò all’ingresso della vagina e cominciò a spingere leggermente.

Lo sentivo farsi largo pian piano dentro di me, risalendo poco per volta, allargando le pareti vaginali al suo passaggio. Lo sentii premere sull’imene. Si fermò. Restando dentro si sollevò sulle braccia, appoggiando i palmi delle mani sul materasso ed entrò tutto con un colpo deciso, sfondando la sottile barriera.
Non sentii affatto dolore. Strinsi le cosce ai suoi fianchi, non volevo che uscisse, incitandolo a spingere sempre più a fondo.
— Ah… … dai… non ti fermare… spingilo tutto dentro…
Dopo un momento di esitazione incominciò a muoversi dentro di me con un movimento deciso e intenso.

Affondò tutto il suo uccello, lo estrasse con calma per poi infilarlo in fondo di nuovo. Cominciò a martellarle la fica e la posizione gli permise di arrivare in fondo ad ogni spinta.
Chiavava lento, mi baciava sussurrando dolci parole. Diceva che mi amava e che dovevo essere la sua donna, che non mi avrebbe diviso con nessuno, che non voleva che Matt mi avesse. Ero sua e di nessun altro. Nessun altro mi avrà mai…
Ma sapevo che non era la verità… doveva dividermi con Matt.

Glielo aveva promesso.
Venni una prima volta… La testa mi girava… tremai. Mi fece impazzire di desiderio, gli graffiai la schiena, urlai senza sosta un orgasmo dietro l’altro fin quasi a svenire dall’intenso piacere.
Mi fece mettere sopra di lui. Lo sentivo dentro tutto, fin quasi allo stomaco, mi tolse il respiro, il fiato mi morì in gola, restando a bocca aperta. A ogni movimento sentii che lui entrava sempre più in profondità.

Alzò le mani, afferrando i miei seni e strinse i capezzoli fra le dita, un misto dolore e piacere che stordisce.
Mi distende di lato, penetrandomi da dietro. Lo sentii sfondarmi con decisione, con movimenti molto veloci.
— Lo sai che sto godendo molto? E’ bello scopare, non l’avrei mai pensato, piace anche a te? — gli chiesi.
— Sì amore mio, mi piace tantissimo e tu sei bellissima.
— Oh sì, continua così, sfondami, ah, com’è bello farsi chiavare.

Ti amo.
— Anche io ti amo piccola mia.
Rick continuò a martellare la mia fica per quasi venti minuti, poi sentii che mi stava montando l’ennesimo orgasmo. Avvertii le contrazioni dei muscoli vaginali che stringevano il cazzo. Istintivamente incrociai le gambe attorno alla sua schiena, mentre scivolava dentro e fuori da me.
— Tra un po’ sborro. Ti avviso subito che ti vengo dentro — disse ansimando.
Anche Rick era al limite.

— Non mi interessa. Devi essere tu il mio primo uomo — risposi.
Prese a chiavarmi con foga. Ansimai sempre più rapidamente. Rick accelerò le spinte, sul punto di venire.
All’improvviso Rick mi strinse forte a sé, inarcando leggermente la schiena, arpionando il cazzo in profondità.
— Ecco… ecco… vengo… sì… vengo… sborro… …ah… ora … amore… VENGO!… ora… sì… vengo!… vengo… Sì… ora!!!!! … Annie… sborro!… sì… cazzo… come vengo!!!… Ti riempio… Sì…
Con una copiosa sborrata, svuotò i testicoli nella mia fica, poi si lasciò cadere sopra di me.

— È proprio bello restare in questo bel calduccio e voglio gustarmelo tutto — disse mentre si riprendeva.
Rivoli di sperma traboccavano dalla fica sporcando il lenzuolo.
Lasciammo che i nostri respiri si calmassero. Poi uscì. Quando si tolse da me, il suo cazzo era lucido di umori, ricoperto da una schiumetta bianca venata di rosso.
Ci abbracciammo stretti uno all’altro. Continuava ad accarezzarmi dolcemente e non smise mai di baciarmi ovunque.

Si mise ancora a succhiarmi i capezzoli, come se lo stessi allattando. Ho già detto che le mie tette sono belle grosse (porto una quarta) e sotto il suo stimolo le sentivo quasi indurirsi.
Il suo cazzo riprese vigore, sollevandosi sotto i miei occhi. Rick mi entrò dentro, per scoparmi di nuovo.
Era dentro da neanche cinque minuti che Matt bussò alla porta chiedendo di farlo entrare.
— Vattene Matt — urlò Rick.

— Non se ne parla. Me lo hai promesso! — rispose a tono Matt.
Entrambi eravamo molto eccitati, ma controvoglia si tolse da me per aprire la porta. Matt entrò di volata, chiudendo la porta dietro di sé. Si sedette sulla brandina, osservandoci.
Rick si stese di nuovo al mio fianco, rientrò subito nella mia fica ed iniziò a stantuffare più velocemente possibile. Dopo pochi minuti di una corsa forsennata, mi sparò dentro ancora una dose di sperma.

— È tutta tua — infastidito, lasciando il posto al fratello.
Matt si svestì rapidamente. Il suo cazzo svettava già. È più piccolo di quello di Rick.
Mi fece mettere in ginocchio sul letto, a quattro zampe. Avvicinò il cazzo alla fica e lo mise dentro in un solo colpo.
— Ah… ma come sei bagnata, troietta… Sei zuppa… — continuava a dire Matt mentre col suo cazzo mi pompava rapido.

— È fradicia di umori… uhm!!!… come è bagnata!!! sì… dio… come scivola bene il mio cazzo nella tua fica…
Ero ancora alla pecorina e Rick si stese sotto di me, si mise in bocca un capezzolo che pendeva e sbatteva al ritmo delle sferzate del fratello. Con una mano mi massaggiò il clitoride per farmi venire più rapidamente, mentre Matt sfilava il cazzo dalla fica e per poi rientrare per sentire il colpo della cappella sulla bocca dell’utero… dentro… fuori… dentro… fuori… stava impazzendo di piacere… Matt continuava a scoparmi violentemente la fica.

— Ah, sì, favoloso. Sì, ti riempio, sì…
Ogni volta che Matt arrivava sul fondo sentivo che un po’ dello sperma di Rick ancora dentro di me, veniva spinto fuori e mi colava sulle cosce. Ma il restante veniva risucchiato dalle contrazioni dell’utero.
Matt venne quasi subito e mi riempì anche lui col suo sperma. Si tolse solo quando il cazzo rimpicciolì e si sdraiò al mio fianco. Avevo goduto, ma non come con Rick.

— Lo sapevo che ti piace essere scopata… Sei una macchina da sesso… — esclamò Matt.

Per tutto il giorno e la notte scopammo assieme, alternandosi tra loro.
Ma ogni volta che toccava a Matt, Rick era sempre più infastidito. Riusciva a malapena a tollerare il fratello, come fosse un male necessario per avere me. Me ne accorgevo dal suo sguardo, vedevo il suo dolore. E allora lo baciavo, come se ne dipendesse la mia vita.

Solo allora lo sentivo rilassarsi abbastanza da resistere ancora.
La mattina dopo ero stanca. Avevo dormito ben poco e Rick era teso come una corda di violino. Non potevo lasciarlo guidare in quelle condizioni. Così ebbi un’idea.
Avremmo messo il materasso della brandina nel vano del furgone. C’era solo da spostare qualche shitolone per avere abbastanza spazio.
Dopo aver saldato il conto del motel e sistemato il furgone, lasciammo guidare Matt.

Io e Rick ci sdraiammo su quel letto improvvisato.
Quella mattina avevo indossato solo un prendisole, abbottonato sul davanti e che consentiva ampi spazi di “manovre”, senza niente sotto. Né mutandine, né reggiseno.
Poco prima di sdraiarsi Rick si tolse i jeans, facendo uscire il suo bel cazzo ancora in tiro, dallo spacco degli slip. Mi sollevò il vestito da dietro, abbastanza da impalarsi nella mia fica.
Rimanemmo in quella posizione per parecchio tempo, senza fare null’altro che sonnecchiare.

Alla fine Rick si addormentò.
Solo allora Matt mi chiese — Lo ami? E lui ti ama?
— Sì, con tutta l’anima — risposi. — A entrambe le domande.
— Ho capito, sorellina. Tu sei sua. Non ti prenderò più, allora.
— Grazie — sussurrai felice. — Ne sarà contento anche lui.

Ogni sera ci fermavamo nei motel a dormire e ripartivamo la mattina successiva. Passavo buona parte della notte a chiavare con Rick, che ora non doveva più dividermi col fratello.

L’unica cosa che faceva Matt era di masturbarsi alla vista di noi due che scopavamo.
Dopo sei lunghi giorni di viaggio arrivai ancora giovane ma non più illibata…

Ah! La volete sapere la sorpresa di papà?
La sua casa era una enorme villa spagnola a due piani, qualcosa come dieci stanze da letto, l’immancabile piscina, contornata da tre giovani donne nude, e agenti di sicurezza privata ai cancelli.
Si era fatto un nome nel settore cinematografico ed aveva sfondato, prima come attore e poi come regista di film… pornografici.

Quello che si dice: stesso padre, stessi figli…
Papà ci accolse con una gioia incredibile. Aveva preparato tre stanze per noi, ma ne servivano solo due. Una per me e Rick e una per Matt.
Matt spariva per ore con le ragazze.
Poi un pomeriggio, vedendo come ero vestita, papà mi portò a fare spese. Rick venne con noi.
Saremmo andati nelle boutique di Beverly Hills. Papà sborsò senza battere ciglio qualcosa come trentamila dollari per i miei vestiti.

Mi sembrava di essere una di quelle ragazze snob di “Gossip Girl” che impazzava in tv. Rick naturalmente espresse la sua opinione su ogni capo che provavo, soprattutto per la biancheria intima.
Anche Rick comprò qualche vestito. Soprattutto jeans firmati e camicie.

Papà ci propose di partecipare ai suoi film, come comparse per iniziare.
Tutti e tre accettammo raggianti. Ci pensò papà ad insegnarci tutto quello che serviva sapere. Papà si dedicò soprattutto a me.

Disse che avevo un fisico perfetto, quando mi vide nuda in piscina.
Mentre si avvicinava si spogliò e si vide subito che era già eccitato. Mi chiese di segarlo. Il fatto, poi, che stavo già scopando con Rick non lo turbò per niente. Anzi, prese una minicamera e ci filmò, dando suggerimenti per le posizioni. Dopo che Rick, come al solito, mi sborrò dentro, papà gli suggerì che prima di uscire da me doveva allargarmi un po’ la fica, per far vedere lo sperma che colava, restando ancora dentro di me.

— Oh, sì… è eccezionale questa posa — facendo un primo piano tra le nostre gambe. — Si vede molto bene lo sperma che cola dalla tua fica, tesoro mio… Mooolto eccitante…
Poi, quando mi chiese che cosa usavo come anticoncezionale, sono rimasi di sasso. Non mi ero mai preoccupata di questo…
— Papà… beh, vedi… io… io… non uso niente… — gli rispose impacciata.
— Oh, fa nulla. Vorrà dire che continuerai fino a che non sarai gravida e partorirai.

Ho intenzione di filmarti per tutta la tua gravidanza. Voglio fare una serie di film mentre scopi incinta di tuo fratello. Il titolo sarà “Guarda come sborro, sorellina” o forse “Adesso sborro, sorellina”.
— Davvero papà? — dissi eccitata. — Sarò la protagonista?
— Sì tesoro. Ma ci vorrà tempo. Comunque, sono sicuro che, vista la tua giovane età, resterai incinta molto presto… Tesoro, adesso girati e solleva il sedere. Forza, Rick adesso fallo da dietro.

Mettiti in ginocchio ed ora… — spostandosi di lato — ficcaglielo dentro con forza e poi esci subito. Fallo diverse volte… Ah… siete magnifici… Sì, Rick continua così… Amore, gemi un po’ più a voce alta… fatti sentire che stai godendo…
Rick ci mise tutto il suo impegno, voleva fare una bella figura. Voleva che nostro padre fosse orgoglioso di lui per come chiavava sua sorella, ovvero me.
Papà continuò a darci indicazioni su come procedere ed ancora Rick mi venne dentro.

Chiese a Rick di togliersi subito, mentre papà mi filmava la fica dilatata con lo sperma che colava giù sul lettino.
— Amore, adesso prendigli in bocca il cazzo e pulisciglielo — mi disse papà.
Ed io, da brava bambina, ubbidii, inginocchiandomi davanti al cazzo di Rick.
Non mi diede tempo di finire che sentii papà entrarmi dentro. È molto più grosso rispetto a Rick e già il solo fatto di essere entrato, quasi ebbi un orgasmo.

Mi chiavò a lungo, facendomi cambiare diverse posizioni. Aveva ancora la telecamera in mano. Qualche volta chiese a Rick di filmare lui, indicandogli come doveva fare. E poi mi sborrò sulla pancia.
— Perfetto… continuate pure a divertirvi, ora. Vado a lavorare sul filmato.

Per conto mio ero davvero eccitata all’idea di fare dei film mentre scopavo con mio fratello. Non era recitare se lo facevo con lui. Amo Rick con tutta l’anima e spero che resti davvero incinta di lui.

È il mio sogno più recondito dargli un figlio.
Farlo con Matt o con papà è diverso. Con loro è solo sesso. Ma Rick, farlo con lui, è fare l’amore…

Nessuno di noi tre andava a lavorare, per cui l’unica cosa che facevamo durante il giorno era scopare. Naturalmente io e Rick, e Matt con le tre ragazze.
In quei mesi papà stava girando un film e Matt comparve per la prima volta come comparsa.

Era ambientato in una palestra. Matt doveva solo restare immobile mentre la protagonista gli faceva un pompino, mentre faceva finta di tenere sollevato un bilanciere che era agganciato sulle apposite staffe.

Io e Rick, invece, restavamo a casa, il più delle volte nella nostra camera. Era grande e ariosa, con un grande letto a baldacchino, un fantastico materasso, duro abbastanza per le nostre acrobazie, e zanzariere sui lati anche se c’era il climatizzatore acceso.

La stanza era arredata con toni chiarissimi, quasi bianchi.
Sapevamo che papà aveva fatto mettere delle microcamere su ciascun pilastro del baldacchino e che tutto veniva registrato. Ma eravamo solo felici di questo perché eravamo i protagonisti del nostro film. Ci bastava solo amarci per essere felici e contavamo sulla bravura di papà nel montare nel modo corretto i filmati.

Papà aveva ragione su una cosa. Rick fece il suo dovere alla perfezione e in men che non si dica mi ritrovai incinta.

Eravamo arrivati da meno di un mese ed ero già gravida.
Rick era al settimo cielo.
Matt se ne fregava, perché tanto sapeva che non era suo.
Papà era contento perché poteva fare quel suo progetto. La figlia incinta che scopava col fratello, padre del bambino. Ovviamente nessuno avrebbe saputo niente della parentela. Si trattava solo di inventare dei nomi d’arte.

Come promesso, papà si dedicò a me, insegnandomi come godere e in che modo far godere Rick.

Il film che si stava creando coi nostri amplessi era destinato solo ad essere distribuito sul web e veniva pubblicato con cadenza mensile. Così si notava la mia pancia che cresceva.
Papà mi portò da un medico di fiducia per le visite. Era il medico che papà aveva assunto per le attrici dei suoi film.
Ovviamente era un ginecologo, specializzato anche nelle malattie a trasmissione sessuale. Il dottor Anderson, così si chiama, venne messo al corrente della natura i****tuosa della gravidanza.

Non si scandalizzò per niente.
Evidentemente il fatto di lavorare per l’industria del sesso cinematografico lo aveva abituato ad ogni sorte di sorpresa. Mi prescrisse l’amniocentesi solo per verificare l’assenza di problemi cromosomici.
Il risultato fu negativo ed il sesso risultò essere di un maschio ed una femmina. Avrei avuto due gemelli.
La mia pancia cresceva e Rick era sempre attento ai miei desideri. Non si staccava mai da me. E fare l’amore con lui era sempre grandioso.

Quando si avvicinò il momento del parto, io e Rick ci trasferimmo in un albergo nelle vicinanze della clinica ostetrica.
Il giorno prima del termine venni ricoverata per un controllo generale e rimasi in clinica fino al momento del parto, che avvenne due giorni dopo.
Rick non si allontanò mai dal mio fianco. La clinica non era un ospedale normale. Le camere private avevano un letto matrimoniale e solo durante il parto sarei stata trasferita nell’area clinica.

Il travaglio ebbe inizio la mattina presto e all’incirca dopo sei ore nacque Nathan. La sorellina Christine nacque venti minuti dopo. Sui certificati di nascita dei bambini, alla voce paternità, dissi “Richard Wright”.
Volevo che mio fratello entrasse nella vita dei suoi figli legalmente. Anche se, sono certa, nessuno avrebbe indagato sulla nostra parentela. Non in quell’ospedale, non in una città grande come lo è Burbank.

Papà ebbe l’autorizzazione ad entrare per filmare il parto.

Fece tutto lui con la stessa minicamera che aveva usato più volte. Filmò tutto nei dettagli. Ci avrebbe pensato poi a montare il filmato prima di pubblicarlo. Certo non c’era niente di sessuale in ciò, ma era la giusta fine della serie.

Tornammo a casa dopo dieci giorni, giusto il tempo di riprendermi dai postumi del parto.
A casa la nursery era già pronta, con tanto di giovane babysitter diplomata (poco più vecchia di me).

Arrivava la mattina verso le sei e se ne andava la sera dopo le otto.
Durante quelle ore avevo solo da allattare i bambini, perché papà aveva assunto anche un personal trainer per farmi riprendere la forma fisica di nove mesi prima. Durante la gravidanza, il dottor Anderson mi aveva seguita con attenzione ed ero ingrassata poco. Solo i chili fisiologici, per cui ritornai in forma dopo neanche due mesi.
Il dottor Anderson mi prescrisse la pillola, per evitare altre gravidanze.

Rick non era molto d’accordo, perché voleva altri figli. Ma per quello ci sarebbe stato tempo.

A tre mesi dal parto partecipai per la prima volta ad un film porno. Come protagonista. Periodo: metà Ottocento. Ero la figlia primogenita di un conte ed eravamo stati rapiti da dei briganti. Il conte veniva costretto ad assistere mentre sua moglie e sua figlia (io) venivano violentate. Poi, una volta pagato il rishitto, eravamo stati liberati.

Ma io ormai ero senza onore e non potevo più essere maritata. La moglie cadde in depressione e si chiuse nelle sue stanze. Il conte iniziò a frequentare la mia camera ogni sera. E ogni volta si accoppiava con me diverse volte. Da questa relazione poi era nato un bambino che facevo finta di allattare. Non appena il conte mi entrava dentro, dai capezzoli iniziava a colare latte. E allora lui me li leccava di gusto, tanto che facevo finta di lamentarmi che ne rimaneva poco per il bambino.

Ogni volta finiva che il conte mi veniva dentro, come fossi sua moglie.
Questa era la trama del film. L’attore che interpretava il conte era un uomo sui 40 anni, ed era davvero molto bravo. Mi faceva godere sul serio, non c’era nulla di finto negli orgasmi che avevo.

Partecipai ad altri due film, poi chiesi a papà di smettere. Non mi andava più. Volevo solo stare con Rick.
Smisi di prendere la pillola e dopo tre mesi rimasi incinta di nuovo.

Era passato solo un anno dalla nascita dei gemelli.

Avevo 27 anni e avevo già partorito per cinque volte i figli di Rick.
Venne assunta una nuova babysitter perché l’altra divenne la moglie di Matt. Lui sì che divenne una nuova star dei film di papà. Aveva il talento, la resistenza ed il fisico giusto.
Rick, invece, si occupava della parte organizzativa e finanziaria dell’azienda di famiglia ed io lo aiutavo.

Ma la mia occupazione preferita era farmi mettere incinta da mio fratello….

Estate veneziana – Capitolo uno

Capitolo uno

Ah… Quell’estate del ’65. Avevo tredici anni; probabilmente non ero completamente innocente, lo concedo, ma ancora con molto da imparare! Mi masturbavo da più di due anni, qualche volta con un amico, di solito da solo. Avevo scoperto anche gli stimoli anali, usando vari giocattoli, risibilmente sottili ripensandoci ora, ma soddisfacenti allora. C’è da dire che allora l’educazione sessuale era molto carente, per non parlare dell’omosessualità. Non sapevo niente di rapporti anali od oralì; non all’inizio del 1965 comunque!

Stavamo tutti aspettando ansiosamente aprile, voglio dire i miei genitori, mia sorella maggiore ed io.

Mio padre era stato trasferito dalla sua ditta londinese a Venezia per dodici mesi, così noi ci saremmo sistemati nella casa della società a Venezia. Mia madre era su una nuvoletta dato che adorava la città, mia sorella era un po’ triste per dover abbandonare la sua scuola, mio padre avrebbe lavorato ed io pensavo che sarebbe stata una lunga vacanza. Il giorno venne finalmente e noi volammo fino all’aeroporto di Venezia, e poi a Mestre in taxi.

Un taxi motoscafo ci portò poi alla casa. La prima settimana fu spesa ad organizzarci ed adattarci agli usi. La nostra casa dava su di uno stretto canale, probabilmente largo tre metri, mentre l’altra facciata era su di un vicolo della stessa ampiezza. Questo era abbastanza normale per la città, non c’era molta luce ma manteneva il fresco. Susanna ed io avevamo le due camere da letto che davano sul vicolo, con un bagno comune in mezzo.

Lei aveva quattro anni più di me e sapeva che mi sparavo seghe. Mi aveva sorpreso un anno prima entrando nella mia camera mentre ero seduto nudo sul letto, masturbandomi furiosamente. Per questo eravamo venuti ad un accordo; io non parlavo di lei se si portava a letto i suoi ragazzi e lei non diceva niente di me. I nostri genitori erano molto severi! Aveva funzionato bene ed eravamo in grado di coprirci l’un l’altro.

Il soggiorno era sul lato opposto della casa rispetto alle nostre camere e guardava sul canale, subito dopo c’erano cucina e sala da pranzo. Al piano superiore c’era la camera dei nostri genitori ed una camera da letto per gli ospiti, mentre il pianterreno, come è comune a Venezia, era destinato a deposito. Non era insolito che si allagasse e non ci si teneva nulla di vero valore.

Scoprii presto che non sarebbe stato divertente per me; dovevo passare 4 ore al giorno in lezioni private, dal lunedì al giovedì, in maggio e giugno e poi avrei avuto vacanza sino a metà settembre per poi ritornare a studiare.

Avevo tre settimane prima di iniziare e cominciai ad esplorare Venezia. Fortunatamente mamma e papà, anche se severi, erano felici di lasciarci girare liberi; l’unica condizione era che se dicevano di ritornare ad una certa ora, dovevamo ritornare o non avremmo potuto uscire per una settimana.

Per tutta la mia vita avevo avuto un che di esibizionista e volevo avere l’opportunità di darne sfogo. Il primo giorno mi misi una polo, pantaloncini e sandali senza calze.

Avevo in tasca una mappa con scritto l’indirizzo, nel caso mi fossi perso. Percorsi il vicolo, girai a sinistro e poi passai sul ponte vicino a casa nostra. Quella mattina mi concentrai sull’esplorazione del vicinato ed anche se era solo aprile era piacevolmente caldo. Abbastanza caldo da farmi desiderare di togliermi quel poco che indossavo e tuffarmi nel canale. Comunque, solo uno sciocco lo farebbe. I canali Veneziani non sono le vie d’acqua più pulite del mondo.

Se volete nuotare dovete andare al Lido, la striscia di terra che divide la Laguna di Venezia dall’Adriatico.

Per quella settimana mi limitai a conoscere l’area dove stavamo e poco oltre, poi finalmente ci fu permesso di andare al Lido. Ci permiserodi starci tutto il giorno; quel permesso ci fu dato purché stessimo insieme tutto il giorno! Susanna ed io prendemmo il vaporetto e ci accordammo di incontrarci alla fermata alle quattro.

Susanna era interessata alla fauna maschile locale e sapeva che un fratello di tredici anni non era utile alla sua sua caccia, mentre io volevo solo esplorare i dintorni. Andai alle spiagge che erano tenute in ordine perfetto e per questo si doveva pagare per entrare; l’ingresso dava diritto ad una cabina. Avevamo acquistato un abbonamento stagionale, questo voleva dire che potevamo tenere un po’ delle nostre cose in cabina. Rapidamente mi tolsi quel poco che indossavo, (dopo essermi assicurato di aver chiuso bene la porta!), e mi misi il costume da bagno.

C’erano molte feste a Venezia ed amavo stare al Lido. Feci una rapida nuotata (l’acqua non era calda come l’aria!) e ritornai di corsa alla cabina, mi asciugai e rivestii. Il giorno passò troppo rapidamente e dovetti riprendere il vaporetto. Susanna era in ritardo ma poi arrivò; pensai che avesse trovato qualcuno per tenerla occupata tutto il giorno. Parlammo delle nostre avventure e ci accordammo per non parlarne con altri.
Quella notte mi masturbai energicamente; avevo goduto della mia libertà; sapevo che stavo cercando qualche cosa di più, ma non sapevo cosa.

Paradossalmente lo trovai una settimana prima di cominciare gli studi.
Susanna era tornata a scuola, il tempo era diventato più caldo ed il mio senso di esibizionismo stava crescendo.

E così i giorni passarono, mancava una settimana al triste evento.

Era una giornata veramente calda e molti ragazzi giravano in shorts blu e sandali. Ero riuscito a persuadere mia madre che anch’io dovevo averne un paio e quello era il primo giorno che li indossavo.

Stavo camminando in un vicolo stretto, anche per gli standard Veneziani, che finiva in una casa abbandonata. Ora, quei pantaloncini lasciavano poco all’immaginazione, (erano molto stretti e mettevano in mostra il mio culo, indovinate perché li avevo voluti!), e la mia erezione era abbastanza evidente alla forte luce del giorno, quindi pensai che non potevo fare a meno di andare alla fine del vicolo, spararmi una rapida sega e poi continuare. Arrivai all’antica entrata e guardai dentro.

Vidi una scalinata, meglio messa di quanto mi potessi aspettare, e decisi di vedere cosa c’era lassù. Tuttavia prima mi tolsi gli shorts e li appesi ad un gancio della porta. Nudo, col pene eretto ballonzolante su e giù, salii al primo piano. Lì la scala finiva dato che era crollato il primo piano insieme alla maggior parte del tetto; all’estremo opposto della stanza c’era una finestra che guardava su di un piccolo canale.

Mi avvicinai e mentre ero in una posizione da poter essere visto da chiunque navigasse sul canale, mi masturbai. Ero così eccitato che venni in poco tempo e guardai la striscia sottile del mio sperma cadere sul pavimento. Dopo un po’ ritornai alla porta, scivolai nei miei pantaloncini e scappai via; ma sarei tornato!

Quel pomeriggio andai al Lido. Ora il mio corpo era marrone come gran parte dei locali e potevo passare facilmente come uno di loro, a parte il mio italiano che era ancora abbastanza di base.

Perciò ero solo un altro ragazzo locale mezzo nudo sul vaporetto, con in mano asciugamano e costume da bagno. Non appena arrivati saltai giù e corsi alla spiaggia; non volevo sprecare tempo, specialmente ora che la mia libertà stava per finire. Aprii la cabina e mi tolsi gli shorts mentre la porta non era ancora chiusa, ero lì nudo quando quell’uomo entrò. Era più alto di me, circa un metro e ottantacinque, capelli castani un po’ lunghi come i miei, pochi peli e calcolai che fosse vicino alla quarantina, ma alla mia età era difficile capirlo.

“Sprechen sie deutsche?” io scossi la testa; Lo parlavo solo un po’. Provò con l’inglese e di nuovo scossi la testa, e poi accennai col capo, esitante.
“A leetle, signore. ”
“Gut. Tu italienisch, ja?”
“Sì signore. ” e accennai col capo. La mia mente stava ronzando. Il guaio con gli esibizionisti è che non sei mai sicuro se vogliono essere sorpresi o no! Ed ecco che stavo nudo, con un pisello lievemente rigido davanti ad un uomo che non avevo mai visto prima.

No sapevo cosa fare o dire, ma calcolai che la miglior idea era fingersi locale. “Di Venezia, signore. ”
“Il tuo nome?”
“Il mio nome? Ah, il nome, si. Pietro, signore. ”
“Pietro. Das ist gut, junge ziemlich, Pietro. Io Max. ”
“Sì signore. Cosa vuol dire junge ziemlich, signore per piacere?”
“Per favore chiamarmi Max, Pietro. Err, ragazzo bello, io penso, ja. ”
“Oh grazie signore, voglio dire Max, ragazzo bellino. ” Ero arrossito mentre lo diceva; mi piaceva il complimento, non avevo mai veramente pensato al mio aspetto in quella maniera.

Avevo sempre di essere alto ed allampanato.

“Pietro. Ti ho visto negli ultimo due o tre giorni, tu passi molto tempo nudo e…” Mosse la mano per simulare una sega. Ora ero completamente rosso brillante, ne ero sicuro. Lo guardai imbarazzato ed accennai col capo.
“Si, signor Max. Mi piace molto. ” Sperai di non stare esagerando con l’inglese maccheronico, ma pensai che con la sua conoscenza dell’inglese non l’avrebbe notato.

“Fatto sesso con uomo? Insieme?” Io mi morsi un labbro e lo guardai timidamente, socchiusi gli occhi e scossi piano la testa. Come aveva detto quelle parole avevo sentito il mio pene irrigidirsi e capii che ora era completamente duro. “Vedo che non ti dispiace l’idea. ” Si mosse in avanti e mi toccò sulla pancia. Io rabbrividii eccitato.

“Mi piacerebbe, Max se tu potessi insegnarmi. ” In risposta lui mise le mie mani sul suo costume da bagno ed io lo tirai giù, ansando mentre la sua erezione spuntava dalla cintura.

Avevo visto mio padre, ma mai rigido. Lo toccai e lui ricominciò a parlare: “Piano, Pietro, piano. Chiudi la porta. ” Lo feci e la luce entrava solo da piccoli fori in alto sulle pareti. Lui distese gli asciugamani sul pavimento e poi mi accarezzò invitandomi a sdraiarmi accanto a lui. Mise una mano sulla mia pancia dandomi quella sensazione squisita e facendomi di nuovo rabbrividire di desiderio. Spostò le mani giù verso il mio pene, ma deviò sulla coscia facendomi rabbrividire irrefrenabilmente.

La mano tornò indietro sull’altra coscia ed io gemetti; non mi ero mai sentito così. Mise la mano intorno ai miei testicoli, le sue lunghe dita risalirono verso il mio ano mentre metteva le sue labbra sulle mie. Io non avevo mai baciato prima e non l’avevo mai desiderato, ma ora lo volevo disperatamente ed aprii la bocca per far entrare la sua lingua a penetrare la mia bocca vergine. Istintivamente e contemporaneamente spalancai le gambe e quando lo feci le sue dita scivolarano nel mio ano.

Quando inarcai la schiena la sua lingua lasciò le mie labbra ed improvvisamente stava leccando il mio pene, poi la sua bocca ci era sopra, e poi dentro, ed io gridai (credo), sentii la sua altra mano sulla mia bocca, e venni sprizzando più di quanto avessi mai fatto prima, ne sono sicuro. Rimasi sdraiato là, gli occhi bagnati e singhiozzando in reazione. Lui mi stava guardando: “Ed ora, junge ziemlich, ti insegnerò sesso di bocca, sì?” io accennai col capo silenziosamente.

Pazientemente e lentamente mi spiegò, finché non fu il momento di provare su di lui.

Si dice che la prima volta non si dimentica; nonostante le sue spiegazioni fu un colpo sentire la sua erezione nella mia bocca. Capii che non potevo prendere quella dimensione, sembrava troppo grosso; e poi quasi mi fece soffocare, ma feci come lui aveva detto, e quasi troppo presto lo sentii venire nella mia bocca. Mi aveva detto che potevo scegliere io se ingoiare o no, ed io ingoiai.

Volevo assaggiarlo anche se mi attendevo ingenuamente che sapesse di orina, solo perché usciva dallo stesso buco. Era salato, spesso, e mi piaceva.

Lui gemette piano quando finii. Io mi sdraiai sugli asciugamani e mentre lo facevo tornò a parlare: “Liebchen Pietro. Sei stato molto bravo per essere la prima volta. ” Lui rotolò di nuovo su di me e mi baciò di nuovo. Sentivo il suo corpo peloso su di me ed il suo pene flaccido.

Poi si inginocchiò e mi disse di girarmi sulla pancia.
“Allarga le gambe, liebchen. Si fa anche sesso col culo fra uomini. Mi piacerebbe molto metterti dentro il mio pene, ma ci vuole molta preparazione ed io devo tornare a casa. ” Mentre parlava sentii che mi allargava le natiche e le sue dita correre su e giù sulla mia fessura, fermandosi al mio ano. “Hai un bel culo, Pietro, ed un buco molto tentatore.

” Improvvisamente sentii la sua lingua che leccava il mio ano, ed io gridai scioccato, poi ripresi a tremare mentre lui mi eccitava. Mi fece rotolare, prese ancora una volta il mio pene eretto nella sua mano e mi masturbò, lentamente. Io volevo venire, ma lui si fermò, poi ricominciò lentamente.

“Oh, Max, per favore…, per favore, fammi venire. ” Ma lui non voleva. Si fermò e strinse il mio cazzo. Lo fece due volte finché non fui sul limite dell’eiaculazione, ma lui si alzò, aprì la porta e mi disse di finire.

Lo feci nel momento in cui due persone passavano.
“Disgustosi questi stranieri!”
“Ora Pietro andiamo a nuotare!” Ci tirammo su rapidamente i costumi da bagno e corremmo al mare per una bella nuotata.
Ritornati in cabina mi preoccupai di concordare di incontrarlo la mattina dopo.
Ritornai a casa, feci una doccia e poi andai a cercare la mamma. Fortunatamente papà non c’era per alcuni giorni.

“Mamma, se domani è bello posso stare tutto il giorno al Lido? Presto dovrò riprendere a studiare.

Per favore?”
“Ok, Pietro. Cosa prenderai per pranzo?”
“Troverò qualche cosa, mamma. Grazie. Molte!” Ed andai ad abbracciarla.
Quella notte andai a dormire pensando al mio pomeriggio, e a Max, e a quello che aveva detto. Voleva farmi delle fotografie per ricordarmi e così gli avevo suggerito di incontrarci alla vecchia casa venerdì, il giorno che avrebbe dovuto partire. Nel frattempo avevo tutto l’intero di giovedì per me.
Mi svegliai presto, pieno di eccitazione ed andai alla finestra, nudo come al solito, per vedere il tempo.

Non c’erano finestre dall’altra parte del vicolo e così non avevo paura che i vicini si lagnassero coi miei genitori. Non c’era pericolo nell’esibire il mio corpo. Alzai gli occhi, il cielo era blu e terso. Feci una doccia pulendomi molto attentamente il culo e mi misi gli shorts succinti.
“Peter,” gridò mia madre, “Mi sorprende che non ti abbiano ancora arrestato con quei…”
“È ok, tutti i ragazzi li portano. ” Anche se probabilmente non di una taglia così piccola! Feci colazione, presi costume da bagno ed asciugamano ed andai al vaporetto.

Erano appena le nove. Quando arrivai alla cabina l’aprii e praticamente mi strappai i pantaloncini mentre entravo. Mi nascosi dietro la porta ad aspettare Max, e quando apparve gli saltai in braccio, a gambe divaricate sulle anche quasi facendolo cadere.

“Ciao, mein liebchen; sei molto energico questa mattina. ”
“Buon giorno Max. Mi piacerebbe che fossi tu a prendere la mia verginità. ” Lui mi lasciò giù.
“Se ne sei sicuro, Pietro.

Sarà doloroso la prima volta. ”
“Sì. Sono pronto, farò qualsiasi cosa dirai. ”
“Ok, sono contento. ” Mi abbracciò e ci baciammo. “Ora inginocchiati, così. ” Lo sentii mettere un po’ di crema sul mio buco, e poi le sue gambe contro di me. Tremavo quando le sue dita cominciarono a penetrarmi, prima uno e poi due. Poi capii che era il suo pene eretto al mio ingresso, e spingeva per entrare. Strillai piano quando la sua testa passò il mio sfintere per la prima volta.

Si tolse, mise dell’altra crema sul mio ano, e poi spinse di nuovo dentro; ero determinato a non emettere alcun suono questa volta, anche se c’era ancora un po’ di dolore e disagio. I suoi testicoli strofinarono contro il mio corpo ed io capii che ora era completamente dentro di me. Mi lamentai esultante quando cominciò delicatamente ma fermamente a fottermi. Lui si lamentava forte, le sue mani tenevano con forza le mie anche mentre lui spingeva dentro di me.

“Ahh, Pietro, liebchen vengo…” Il suo sperma era dentro di me. “Stringi il culo, das ist gut ja!”
Si sdraiò sugli asciugamani ed io mi inginocchiai con lacrime negli occhi. “Oh, Max. E’ stato… prodigioso. In questi pochi giorni mi hai mostrato quello che stavo veramente cercando. ”
“Non ti ho fatto male, klein Pietro? Non sei più un bambino!” Mi baciò e, mentre mi sdraiavo su di lui, pensavo al suo sperma che nuotava dentro di me, sentii la sua mano sul mio cazzo che mi masturbava tra i nostri corpi, finché non venni.

“Ora vieni piccolo. Andiamo a nuotare. ” Ci tirammo su i costumi da bagno e corremmo tra le cabine verso il mare. Ci schizzammo, ridemmo e nuotammo un po’. Prendemmo il sole, ci massaggiammo la lozione solare uno sul corpo dell’altro sulla spiaggia come se fossimo padre e figlio, o due fratelli. All’ora di pranzo mi portò in uno dei ristoranti sulla spiaggia e poi ritornammo alla cabina. Max rifiutò di incularmi ancora dicendo che sarebbe stato troppo doloroso.

Gli sarebbe piaciuto ma serebbe stato un altro uomo ad avere il piacere della mia seconda inculata; invece io lo succhiai mentre lui mi faceva una sega. Una nuotata finale poi mi misi shorts e sandali preparandomi ad andare a casa. Concordammo di incontrarci nell’edificio abbandonato alle dieci del giorno dopo e ci baciammo per salutarci.

La mattina seguente ero contento che Max fosse stato così giudizioso; il mio ano mi faceva male, nonostante la crema che lui mi aveva consigliato di mettere.

Era ancora una bellissima giornata ed arrivai presto alla casa lasciando come al solito sandali e pantaloncini alla porta. Anche Max arrivò presto, aveva con sé tutta la sua attrezzatura di fotografia, cavalletto, obiettivi ed anche due macchine fotografiche.

“Morgen, liebchen. Vorrei cominciare mentre indossi i pantaloncini, per favore. ” Corsi giù dalle scale, presi i pantaloncini e ritornai su rapidamente. Fece molte fotografie di me, incluso un primo piano dei miei genitali e del mio ano, mi eccitò e fotografò la mia erezione, mentre mi masturbavo e mentre venivo.

Quando finimmo piansi a lungo come un bambino mentre ci salutavamo. “La settimana prossima, mein Pietro, troverai un altro uomo che ti inculerà, poi un altro ed un altro. Sei molto desiderabile per gli uomini; fai in modo che ti trattino bene. Auf wiedersehen. ”.

Viky

E’ qualcosa che non ha una ragione razionale di essere, magari quella persona non compie gesti fastidiosi contro di noi, non parla male di quello che facciamo, magari è anche cortese, e lo siamo anche noi, eppure…
Eppure c’è sempre un filo di tensione, di ‘stronza/o’ sulla punta della lingua, un ‘cazzo vuoi’ che riecheggia nella testa ad ogni domanda che ci rivolge…
Sì, scommetto che è capitato, che questa cosa vi è familiare.

Ed ecco che potete capire come fosse il mio rapporto con la mia caposervizio.
Arianna era una donna a suo modo affascinante, molto attenta ai modi di porsi e di parlare in ufficio, sempre molto professionale nel gestire i problemi a lavoro.
E costantemente pronta a rimbeccare qualcuno, a sottolineare un errore, un’inesattezza, o anche solo a moderare un entusiasmo troppo vivace, come è di solito il mio a lavoro.

Sono esagerata, energica, in molti miei modi, ma sul posto di lavoro questa cosa non è mai stata vista negativamente. Meglio avere qualcuno di esuberante ma attivo, che un automa privo di ogni passione, no?

Per Arianna, no.

Cominciò a lavorare da noi verso Ottobre di qualche anno fa, e in capo a un mese “Herr Figa di legno” o “Tailleur” erano sinonimi di “Arianna” o “caposervizio”. Era seria, fredda e precisa oltre il suo ruolo, e noi tutti troppo grandi per accettare una specie di vecchia zia single con un pessimo carattere senza provare fastidio!

“Fastidio”, un termine adeguato, che accompagnava ogni mia interazione con lei, e quasi certamente, viceversa, da come sembrava più che pronta a punzecchiarmi su ogni argomento, pure quelli personali, come trovarmi a salutare molto calorosamente il tizio con cui uscivo all’epoca.

Ma è qui che le cose presero una piega molto inaspettata e molto divertente…

Ricordo l’esatto momento in cui mi staccai dalla bocca del mio lui, cercando di contenere una risposta di un’acidità tale che avrei sciolto il marciapiede, e di aver incrociato lo sguardo di lei che lo guardava. Per un istante vidi chiaramente un lampo nei suoi occhi e una microscopica vampata sul suo viso, sempre molto a modo e serio.

“Scusami, ma siamo ancora fuori da lavoro, potrò avere la mia privacy?” chiesi aspramente. La risposta di Arianna, fulminea, la riportò nel suo mood da Herr Figa di Legno.
“Non penso ci sia privacy quando sei attaccata a lui come una ventosa in mezzo alla strada!”

Per fortuna il mio lui, al secolo Alessio, alzò le spalle ben proporzionate e adducendo scuse di lavoro spezzò la discussione e si levò anche poco cavallerescamente dai coglioni.

In ascensore Arianna non riuscì a trattenersi dal chiedere.

“… Da quanto vi vedete?”
“Un po’. ”
“Mi pareva avessi un ragazzo un mesetto fa…” sottolineò lei.
“No. Uscivo con un altro ragazzo, ma chi frequento e ogni quanto cambio compagnia penso proprio -quasi letteralmente- che siano ca…Si miei. ” risposi in un sibilo, certa che la mia risposta fosse fonte di nuovi rimproveri.

Ignorando il resto del discorso, sedendomi nel mio tristissimo cubicolo, ripensai a quel microsecondo in cui avevo visto il viso di Arianna illuminarsi, guardando Alessio.

Forse si conoscevano? Frequentavano? Vai a sapere le coincidenze…

Un paio di SMS con Ale smentirono la mia tesi, non l’aveva mai vista prima. E un paio di ore dopo, la mia anima maliziosa decise che Arianna e Alessio dovessero incocciarsi qualche altra volta…
E così sottilmente cominciai a testare scientificamente la mia idea. Alessio e Arianna si trovarono vicini quasi subito, la stessa settimana.
D’altronde lui non lavorava distante, cosa c’era di male in una pausa pranzo al bar in cui passava a mangiare anche lui?

Arianna sembrò sbiancare, non solo a me, quando il bel fanciullo si sedette di fianco a me al bar.

“Non avevo capito ci fosse anche lui!” disse in un sospiro mentre il ragazzo ordinava alla cameriera.
Un collega ridacchiò commentando che forse questa volta il mio ragazzo sarebbe durato più di tre giorni, visto che ‘addirittura’ lo invitavo a pranzo.

Presi la palla al balzo.
“No, ehi, tre giorni durano quelli che mi porto a letto, i ‘ragazzi’ durano un po’ di più… Per quanto non è che la sera, a casa, stiamo sul divano a giocare a carte…” dissi con un’eloquente alzata di sopracciglio indirizzata ad Arianna, una confidenza che sicuramente non gradiva, ma che la mise solo a disagio.

Sorrisi al mio piatto di insalata di pollo appena arrivato, pensando che forse forse Herr Figa di Legno potesse rivelarsi una compagnia divertente….

Viky 3

“Buon Nataleeee!!!” urlava uno dei dirigenti, totalmente ubriaco, al tavolo del ristorante, rivesciando due bottiglie.
La serata era stata assolutamente, come previsto, imbarazzante a più riprese.

Si era partiti subito bene, con l’amministratore delegato che si era presentato, fresco di divorzio, accompagnato da una stangona russa di nome Yadviga (subito ribattezzata YadFiga da un paio di colleghi) davanti al ristorante, e aveva subito cercato di appiopparmela.
Bionda tinta, altezza mirevole, un gusto nel vestire esagerato persino per i miei standard di appariscenza, troneggiava con una minigonna inguinale su dei tacchi brillantinati ricoperta da monili di ogni genere.

“Yadviga, questa è Vittoria, viene dal tuo Paese. ”

“…No. Diciamo che il suo si è accomodato molto volentieri sul mio…” risposi con un gelo profondo nella voce, ma la mano di Alessio che stringeva la mia mi diede uno strattone. “…Vo… Volevo dire, zdràvstvujte! Kakvàscidilà?”

Yadviga rispose subito con una pronuncia impeccabile, ma il suo entusiasmo fu di breve durata quando le spiegai che il mio ‘russkij jazyk’ era assolutamente arruginito, e con un fortissimo accento di Smolensk.

“Non ho capito un cazzo” commentò Alessio, mentre salutavamo altri colleghi.
“Me la volevo solo levare di torno, ‘Jadzia’ è una bella fregna ma stasera punto a Tailleur!”

Tailleur non si presentava.
Scartato l’AD e la sua stragnocca di Mosca erano seguiti gli ingressi al ristorante, le bonarie discussioni sui posti (“evitare Jadzia, sedia per Herr Figa di Legno” sussurrai ad Ale nel metterci seduti, con successo), cominciò una carrellata di antipasti letali per l’appetito.

“Non ci vedo dalla fame” commentai, avendo saltato il pranzo, nel tentativo di non sembrare concentratissima come ero nell’attendere Arianna.
“Sarà perché sei Ceca!” disse un collega suscitando delle risate di comodo e un mio tentativo di renderlo orbo con il tappo della bottiglia dell’acqua. Nel giro di 40 minuti la mia quota di eventi insopportabili aveva raggiunto la soglia di allerta.

Vi renderete conto come, visto l’andamento del convivio, la mia voglia di finire la giornata ficcando la testa di Herr Figa di Legno sul cazzo del mio uomo e usarla come troietta antistress fosse alle stelle.

E per fortuna Arianna arrivò, lamentando un’automobile con la batteria defunta, e un taxi ritardatario.

“Che fortuna che Alessio passa da quelle parti per andare a casa!!” dissi dando una piedata al mio lui, che si stava distraendo un po’ troppo nella scollatura del mio abito lungo nero. “Oh sì! Poi ti accompagno io!” rispose con un viso d’angioletto.
rianna divenne letteralmente rossa, un pessimo accompagnamento al suo completo blu, mentre già le versavo un bicchiere di vino.

E così arriviamo al dirigente che uccideva due bottiglie innocenti che riversarono la loro linfa preziosa sulla tovaglia, all’amministratore delegato che si lamentava della ex moglie, a Yadviga che cercava di capire i nomi di alcuni piatti, e io che tentavo di tradurle alcune parole, lasciando Arianna con la ridarella per le avances di Alessio.
Ridarella che l’accompagnò anche in auto mentre ci dirigevamo al White Rose, dove alcuni tavoli ci attendevano, almeno i ‘giovani’ che non volevano finire la serata con il brindisi di un tizio abbrancato ad una bionda tinta che augurava “buon Natale e merda a mia moglie”.

“Cazzo, ma davvero avete invitato Tailleur??” imprecò in un angolo un collega.
“Ragazzi colpa mia, quella ha sentito che organizzavamo, mi avrebbe reso la vita un Inferno… Tanto, guardatela…” dissi con un sorriso, indicandola con un cenno della testa dietro le spalle. Arianna beveva già un drink con Alessio, totalmente incapace di opporsi alle sue battute, provocazioni calcolate e approcci.

“Scusa, quella ci prova con il tuo tipo e tu sei qui a bere con noi??” commentò un’altra collega vicino a me.

Bevvi un sorso con sicurezza. “Intanto, non è il mio tipo. E poi, le piace, chi sono io per oppormi? E in ultimo… Io a Febbraio non sarò dei vostri. Questa sera Tailleur proverà cosa vuol dire ‘ubriacarsi Viktorie-Style’, tanto poi chi la becca più?”

E così portammo avanti, io e il mio bel fanciullo, il nostro piano sottilmente malvagio. Arianna sembrava totalmente un’altra persona, visto che non ebbe a dire nulla né sul mio limonare con Ale fissandola da sopra la muscolosa spalla, né sulle offerte di drink dell’open bar, anzi si lamentava che il ragazzo non partecipasse quanto noi, mentre ci lasciava da sole per andare al bagno.

Era il mio momento…

“ha un gran bel culo” dissi prima di bere dal mio bicchiere, vedendo gli occhi sottili di Arianna puntare sulle sode chiappe del ragazzo che si allontanavano.
“Co…? Eh? Oh, sì, è… Hai un bel ragazzo…” disse avvampando.

“… Non è il mio ragazzo!” dissi con uno sbuffo. “Ma perché nessuno concepisce una frequentazione basata sul divertirsi assieme, partecipare ad una vita sociale, e anche delle sanissime e godibilissime scopate stellari??”
“Bè, non tutti hanno questo genere di relazioni…” disse nicchiando sull’orlo del calice Herr Figa di Legno (legno impregnato d’alcool).

“Colgo dell’invidia, Arianna?” provocai con un’alzata di sopracciglio.
“No, no…” ribattè con un gesto della mano. Il rossore sulle gote, l’alcool, e il mio istinto, dicevano che sì, Tailleur era nel giusto mood.
“Se vuoi possiamo fare una cosa…” sussurrai, accostandomi al suo orecchio.

“… Immagina di avere Alessio… Averlo stasera… Averlo tutto per te, toccarlo… Quel bel ragazzo, che ti sfiora…” scandirono le mie labbra a un millimetro dal suo padiglione.

Arianna rabbrividì. “… Solo una sera, non lo saprà nessuno… Tu, lui… Ti assicuro che ne vale la pena di ogni singolo centimetro di quel cazzo…”

“Ma Viktorie, cosa dici!!” sbottò senza tuttavia scostarsi. “… Ti garantisco un orgasmo a centimetro, al che, più o meno, direi che fanno più di una ventina… E io… Io posso dartene altrettanti, Arianna…” la mia lingua sfiorò il suo orecchio, facendola shittare in piedi.
Sorrisi.

Il colore sul viso di Arianna era inequivocabile, se non avesse avuto anche la giacchetta sopra i seni ondeggianti dal fiato corto avrei potuto certo scorgere i capezzoli eretti per l’eccitazione.

Tailleur fece per andarsene, ma incocciò Alessio di ritorno dal bagno.
“Vai già via?” le disse, prendendole la mano. Bevvi il mio cocktail, smettendo di guardarli, perché il gioco a quel punto era nelle capaci mani del mio maschio.

In capo a mezzora, dopo forse un ballo e chissà che avances, se non altri drink, eravamo in auto con Alessio. Rimanevo seduta sul sedile posteriore con Arianna che, di fianco a lui, sospirava ad ogni tocco delle mani sulle cosce.
Li lasciai giocare per un po’ da soli, per poi accostarmi al suo orecchio, dato che un tratto di tangenziale tutta curve richiedeva l’uso di tutte e due le mani del ragazzo.

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La cliente del supermercato. (prima parte)

Era l’ultima settimana di luglio, quando il sole ti sconquassa la testa e vorresti solo metterla a mollo. Purtroppo ero lì, inchiodato in quel supermercato di merda, ancora una settimana prima delle ferie e le pedane da scaricare dal magazzino. Come se non bastasse la direttrice più sadica che mai, mi lascia da solo in turno in corsia, un vialista per otto reparti. Sono nero e non vedo l’ora di uscire da quell’inferno. Mi chiamo Mauro, ho 27 anni e sono uno studente di legge fuori corso alla Sapienza a Roma, moro, alto sull’1.

80 molto robusto.
“Sono a metà turno quando sento una voce calda ma distaccata ronzarmi nell’orecchio (subito penso a come sbolognarmi l’ennesima cliente tediosa), mi giro per rispondere alla sua domanda e tutto all’improvviso cambia. Non era la solita cliente cagacazzi ma “la” cliente. Una donna formosa, deve stare sui 40 anni, mora, occhi verdi che sembrano di giada, labbra carnose e fisico da pin-up anni 50′ dentro una camicia di seta gialla e pantaloni bianchi a vita bassa.

Due scarpe aperte che mostrano dei bei piedini curati con una rosa tatuata sul destro. Tra le forme e gli abiti leggermente trasparenti risalta l’intimo ricamato, un reggiseno viola e un tanga nero che separa perfettamente quelle chiappe che sembrano essere di marmo. La tipa viene con regolarità da un paio di mesi tre volte a settimana e l’ho notata fin dalla prima volta.
Il mio viso deve aver tralasciato un po’ di stupore nel girarmi e risponderle perché la vedo con l’aria soddisfatta e l’espressione di chi ha fatto centro stampata sul volto.

Mi chiede se in magazzino sono rimaste delle bottiglie del champagne in offerta, non me lo faccio ripetere due volte (so benissimo che è finito ma le dico che andrò a controllare). Mi ringrazia e mi allontano, giurerei di aver notato lo sguardo ancora più compiaciuto, come se stesse filando tutto come aveva programmato. Da qui a 5minuti la scenetta di rito, io che mi allontano e che poi torno a mani vuote dicendo che è terminato.

No, la verità è una, sto usando questi 5 minuti per trovare un’idea per fottermi quella vacca da monta. Il cervello non mi delude, anche se il cazzo mi si sta gonfiando e sottrae preziose energie per non farmela scappare. -“Spiacente ma é terminato anche in magazzino, sicuramente con lo scarico di dopodomani ritorna, se ci lascia il suo recapito e un acconto possiamo provvedere noi alla consegna a casa concordando un’orario a lei comodo”.

Il suo sguardo prima deluso si riaccende come di chi ha avuto la palla al balzo e mi fa -“magari, mi salveresti il ferragosto, posso darti del tu si?” -“tranquilla non c’è problema, Mauro” e le stringo dolcemente la mano, -“Lara piacere, allora dove ti posso lasciare i dati?” -“se vieni con me al centro informazioni mi segno tutto, lasci un acconto e poi saldi alla consegna dopodomani”. Sbrighiamo la pratica di rito, con la differenza che anziché mandare il solito ragazzo delle consegne metto il mio nome sull’ordine.

Fa per andare via e mi saluta, lanciandomi un sorriso caldissimo e uno sguardo quasi ammiccante “ciao Mauro e grazie ancora” -“di nulla..Lara” le dico infiammandomi, ho il cazzo che si è ingrossato sotto la divisa e avrei bisogno di menarmelo per quanto mi sento scoppiare. Erano mesi che la puntavo senza sapere nulla di lei, come si chiamasse, dove abitasse, ma alla fine ci sono riuscito, anche se i suoi sguardi e i suoi modi mi hanno lasciato confuso..ma non importa, ci sarebbe stata di sicuro mi ripetevo in testa tutto ottimista.

Arriva il fatidico giorno della consegna, faccio in modo che con la consegna finisca il mio turno di lavoro cosi da avere in caso tutta la tranquillità che la situazione richiede. Arrivo sotto la sua palazzina e parcheggio con calma, le citofono, bzzz -“chi è?” le sento dire con la sua voce ora palesemente da addrizzacazzi, -“Mauro per la consegna, Lara?” Il cancello si apre -“scala B, terzo piano..trovi aperto” -“ok arrivo”.

Mi sembra di stare dentro un film hard, ho la testa che va in fumo, sto per ritrovarmi quella figa faccia a faccia e fuori dal lavoro, non devo perdere l’occasione, é il mio momento. Mentro vado nella sua scala arrivano puntuali i primi dubbi, sarà sola? Sarà sposata? Nella fretta non ho controllato se sul citofono i cognomi erano due, pazienza ormai sono in ballo. Arrivo al suo pianerottolo, ho il cuore a mille, fa un caldo torrido e nonostante questo sto più ingrifato che mai.

Trovo la porta socchiusa come lei mi ha detto, -“posso? Sono Mauro” entro e chiudo la porta dietro di me. Non riesco a connettere con il cervello, poso lo sguardo sull’ingresso, é quasi annebbiato e credo mi stia giocando un brutto scherzo la vista. Vedo Lara a carponi, 4 zampe a terra nel mezzo dell’ingresso. L’ unico velo addosso è un perizoma, ma sembra più un filo strappato. La sua carne è luvida, cosparsa di olio, la vedo scintillare sotto il sole che viene dalla finestra sul balcone.

Si sta stuzzicando il buco del culo con l’indice, poi anche il medio e inizia a stropicciarsi le labbra umide e scure della sua figa leggermente umida. Sto per impazzire, a quella vista sento il cazzo cominciare a ingrossarsi e non posso fare a meno di mettermi una mano sui pantaloni e assecondare la sua crescita con la mano. Non dico nulla, sto avanzando lentamente verso di lei che continua a darmi le spalle.

Mi sbottono la patta dei pantaloni, comincia a farmi male il cazzo se continua a gonfiarsi senza poter uscire. Lancio le bottiglie della consegna su un divanetto sulla destra della stanza. Lei sempre al centro, ondeggia leggermente con il culo, é un invito. É perfetto, grosso, carnoso, sodo, una vera vacca, una scrofa da montare. Lo agita davanti ai miei occhi e ne resto ipnotizzato mentre mi avvicino sempre più e le sono a pochi centimetri.

Troneggio su di lei, pochi attimi in cui la fisso e mi assicuro che non sia un’allucinazione per questo caldo di merda. Ancora una volta si tocca il buco del culo, lo stuzzica e quello comincia a inumidirsi, come ormai sta facendo il mio cazzo, ho sta minchia di 19cm in tiro dentro le mutande che l’unica cosa che vuole è montare questa vacca. Mi levo i pantaloni in fretta e furia e le appoggio il cazzo sul culone con tutte le mutande.

Le emette un piccolo gemito, poi fa scivolare una mano sulle mie mutande sempre senza voltarsi, comincia a menarmi il cazzo quasi a volerlo controllare, io sento l’attrito con l’olio sul suo culo che mi infiamma e non c’è altro che debba aspettare. Mi levo con un gesto veloce le mutande e appoggio il mio cazzo all’imboccatura del suo culo, lo faccio scendere un po’ giù e comincio a massaggiarle le labbra fradice con la cappella facendola entrare e uscire leggermente.

Mugola la vacca, continua a ondeggiare per godersi al meglio ogni movimento del mio cazzo. Non resisto più, affondo con forza senza ripensamenti la nerchia nella sua figa. -“ahhhh siii cazzo finalmente” le esce con una grande goduria liberatoria. Sposto le mani sui suoi fianchi, é tutta curve, ovunque vorrei altre mani per stringerla, possederla e serrarla addosso a me. Le serrò i fianchi in una ma morsa possente. Il cazzo mi si sta continuando a ingrossare nella sua figa mentre la pompo a ritmo serrato ma regolare.

Stacco una mano dal fianco per mollarle una delle mie pizze sul culo. “Tò, PRENDI” -“Ahhhhh” le esce quasi urlando di gola, si gira e le leggo negli occhi uno sguardo invasato, completamente perso e rapito dal piacere, che ne vuole di più, desidera che io osi di più! Esco dalla sua figa bollente per sistemarmi meglio sopra di lei a carponi, le afferro il collo con entrambe le mani e le sussurro all’orecchio :”ora voglio sentire come gode la mia vacca”, mentre sto inforcando il suo culo si gira quel tanto che basta per fissarmi negli occhi dicendomi con un guizzo di lussuria nello sguardo “SONO LA TUA SCROFA, vedi di pomparmi per bene”.

Sapeva come accendermi la porca, non me lo faccio ripetere due volte. Prima le sputo per bene sul culo e glielo apro un po’, l’indice, a seguire il medio e poi mi ritrovo a stantuffarla anche con l’anulare. É finito l’adattamento con le dita, ora é il momento della nerchia. Senza preavviso levo al volo le dita e le schiaffo il cazzo in tiro completo nel culo fino a metà. Lara caccia un urlo, la sento ansimare, comincio ad oscillare leggermente avanti e indietro per abituare il suo culo, ma ci vuole molto poco.

Parto con una serie di affondi seguiti dai suoi guaiti, sto pompando quel culo carnoso come un martello pneumatico. “Cazzo si, pompami il buco del culo maiale, la tua scrofa vuole solo questo” a sentire questa vacca mi eccito ancora di più, Aumento la velocità e il ritmo, ho il cazzo che quasi esplode e godo sempre di più mentre entro ed esco dal suo culo. La sua figa cola umori come un fiume, sento l’odore acre della femmina in calore, quella che ormai va solo montata fino allo svenimento.

Stiamo per collassare tutti e due quando la vedo afferrare un telecomando e accendere il condizionatore. Siamo fradici ma finalmente si respira, sembrava una scopata in apnea. Ma non me ne fraga un cazzo, voglio morire stremato nella figa di quella donna. La rigiro e la butto sul tavolino in legno dell’ingresso, mi assicuro che la regga bene e poi affondo il mio viso tra le sue cosce. É meraviglioso..il suo sapore ad ogni colpo di lingua si fa sempre più acre, la mia lingua avvolge le sue labbra, le mordicchio e le succhio come un dolce tropicale.

Le mi stringe la testa fra le mani, le affonda nei miei capelli e comincia a massaggiarli, ci si aggrappa, li avvolge e mi tira a se slingendomi sulla sua succosa figa. Non ne ho abbastanza, voglio questa donna, la desidero tutta per me. Mi alzo e mi avvicino alla sua faccia, le stringo una tetta mentre con l’altra mano la spingo col bacino contro il mio. Le puntello il cazzo addosso e lei sapientemente lo sfrega sulle sue labbra umide e pronte ad accoglierlo di nuovo.

In preda ad un nuovo insostenibile raptus erotico la spingo contro il muro, mi sorride, i suoi occhi di giada gridano chiavami e non lascerò che me lo debbano ripetere. La giro di spalle con il ventre contro il muro, mentre la tengo per le braccia e per i fianchi la bacio follemente lungo la schiena, voglio che il sapore della sua pelle rimanga nella mia bocca il più a lungo possibile. Le bacio il collo, lo lecco, ne aspiro il profumo con le narici avide di lei.

Lei si gira e mi guarda sempre sorridendo, non ha bisogno di parlare, il suo sguardo è più eloquente, grida CHIAVAMI! Senza preavviso le schiaffo di nuovo il cazzo in figa, stavolta il ritmo é serrato e affondo violentemente nelle sue labbra la nerchia ormai gonfia e ricolma di calda crema. Geme più forte, la pompo più forte. Ogni colpo la sconquassa, vedo l’estasi sul suo volto ogni volta che si gira. Sto per esplodere e deve averlo sentito, non mi fa uscire, anzi cerca di trattenere il cazzo fra le sue labbra, come se avesse cura di non perdere nulla.

La guardo carico come una bestia e non posso fare che accontentarla, le inizio a cacciare in corpo tutta la sborra che ho, mi sento come se non venissi da anni. Sto sborrando fra le sue labbra stringendole i fianchi e scuotendola avanti e indietro in modo da riempirla e farcirla per bene. Lei non di dimena, anzi cerca di accoglierne il più possibile, fino a quando comincia a esserne piena e le sgorga da sotto il mio cazzo.

Lo levo per lasciarla riprendere, ma rimango estasiato dal suo gesto. Apre la bocca da vera porca e tira fuori la lingua per saggiare il mio bianco nettare che le sgorga dal nido. Mi fissa e si allunga verso di me, la stringo tra le mie braccia e la bacio, sento la sua lingua cecare la. mia, non voglio staccarmi e nemmeno lei vuole. Continuiamo cosi, fino a perdere il fiato, fino a perderci l’uno nell’altra, fino a ricominciare a scopare come a****li, smettendo solo quando l’istinto ci dirà di fermarci.

(continua).