Prova d’orchestra (Prima parte)

Non ero arrivato da molto quando è entrato portando il contenitore dello strumento. Non avevo mai sentito niente di così strano in vita mia. Stavo preparandomi, musica sul leggio, strumento accordato, sai, tutto quello che serve a riempire il tempo mentre si aspetta l’arrivo del maestro per iniziare la prova, quando è entrata quella visione che si è seduta nella sezione degli ottoni, al leggio della prima tromba. E mi sono sentito strano, non riuscivo a vederlo completamente senza girare un po’ la testa verso di lui, ma sapevo che è là.

Ero nuovo dell’orchestra e speravo di essere all’altezza. Avevo sostenuto un’audizione per un posto, avevo vinto il concorso e volevo fare una buona impressione, ma mi sono sentito di doverlo guardarlo di nuovo. Dovrebbe avere la mia età, ho pensato, forse un po’ più giovane, con un viso rotondo e capelli castano chiaro tagliati corti. Un viso dolce, attraente. Accidenti, non avevo mai studiato il viso di un ragazzo prima di allora, ma il suo era veramente bello.

Occhi chiari che si accoppiavano ai capelli, guance leggermente rosee ed un naso in perfetta proporzione. Un ragazzo può essere bello? E perché lo stavo osservando? E perché non poteva togliergli gli occhi di dosso? Era magro e della mia altezza. Bene, stavo pensando a tutto questo ed ero seduto quando si è girato e ha incrociato il mio sguardo. “Ciao, chi sei?” Mi stava domandando chi ero, ed io stavo là seduto a bocca aperta e lo guardavo.

“Sono il nuovo clarinetto” “Er, sì, ‘nuovo clarinetto’, ma come ti chiami?” “Oh, scusa. Giorgio. Mi chiamo Giorgio. ” “Io sono Aldo. ” E mi ha sorriso; il viso gli si è illuminato ed io mi sono sentito ancora più strano. “Sei già stato in un’orchestra?” “Beh in una o due ma penso che questa sia la più importante” ho detto. “Ti troverai bene, penso. Ogni tanto ci facciamo delle belle risate; non essere così serio!” E ha riso, una bella risata argentina.

“Quindi è un po’ di tempo che sei nell’orchestra?” Dovevo parlargli, non avevo idea del perché, era solo un desiderio irresistibile di parlare con lui, di poterlo guardare. “Un veterano ed un neofita!” Rideva mentre lo diceva. “Mi stai prendendo in giro!” “Beh, un po’” ha ammesso. “E perché no? Dammi una buona ragione perché non dovrei prenderti in giro?” Non ero sicuro di quanto stava succedendo, la mia testa era un turbine e mi sentivo senza fiato.

Ho pensato di essere sul punto di svenire, ma non sono svenuto e sono stato salvato dal maestro che ha richiamato l’attenzione di tutti. Tutti? Non mi ero accorto che ci fosse qualcun altro nel locale. E abbiamo cominciato la prova. Roba leggera, la marcia Radetsky, tutto bene, poi altra musica stile banda, e potevo suonare anche se la maggior parte del tempo la passavo a leggere la musica. Mi piacerebbe dire che mi ero ripreso completamente durante la prova, invece continuavo a girarmi per vedere se Aldo era reale, se era ancora là… tra un pezzo e l’altro, naturalmente, e quando lo facevo vedevo che anche lui mi stava fissando negli occhi; quando distoglievo lo sguardo, e poi tornavo a guardare, i nostri occhi si incontravano e non si lasciavano, quasi ci fosse una sorta di guida laser tra di noi.

Che sensazione stupida, stupida. Abbiamo fatto una pausa a metà prova. Quando si suona uno strumento a fiato si sente necessità di bere. Non l’ho cercato, ho fatto uno sforzo supremo e non l’ho cercato. Avrei voluto ma non l’ho fatto. “Come ti va?” Era proprio dietro di me e mi sono sentito formicolare. “Non male, non è difficile, ma neanche facile, l’uno e l’altro. Penso che mi piaccia. ” E mi sono girato, naturalmente era Aldo.

Sapevo che era Aldo prima che iniziasse a parlare, e naturalmente era lui. “Facciamo due passi dopo?” ha domandato. “Se non devi andare a casa naturalmente. ” “Devo chiamare mio papà perché mi venga a prendere. ” Ero diviso, averlo vicino mi faceva quasi male, ma volevo averlo vicino “ma penso che se glielo dico potrà passare più tardi. ” “Va bene, oppure potrei portarti a casa io, OK?” “Hai una macchina?” “Non proprio una macchina, una vecchia carretta.

” Sono rimasto sorpreso, pensavo potesse essere addirittura più giovane di me, ma se aveva la patente doveva avere la mia età. Papà mi aveva prestato il suo cellulare per chiamarlo quando avessi finito. “OK” ho detto “Sarebbe una buona idea. ” Ho telefonato a casa e ho detto che ci sarebbe stato un piccolo ritardo. Mi hanno fatto le solite domande ma devo aver risposto correttamente perché mamma ha detto che avrei potuto stare fuori ‘col mio nuovo amico’.

Prima che potessimo continuare siamo stati richiamati per la seconda parte della prova e per la comunicazione che avrebbero chiesto ai nostri genitori il permesso per partecipare ad un tour estivo. La cosa mi sembrava interessante, particolarmente perché si trattava di un viaggio di sei giorni nel nord Europa. Non ero mai stato lontano da casa prima di allora, passavamo le ferie a casa perché era impossibile portare con noi i cani, quindi era tutto così eccitante e nuovo.

Il resto della prova è trascorso abbastanza rapidamente, ero perso nella musica, io adoro la musica e la sensazione che si ottiene quando tutta l’orchestra suona insieme, in quel caso si trattava di un’orchestra giovanile di 60 ragazzi e ragazze, provenienti da tutte le scuole della zona. Quando abbiamo finito e stavo sistemando i clarinetti, Aldo è venuto a cercarmi, è più facile mettere nella custodia una tromba che due clarinetti, si fa più in fretta.

“Pronto?” ha domandato. “Sicuro. Dove andiamo?” “Ti piacerebbe un sacchetto di patatine?” “Sì. Sono affamato. Quale il miglior posto di patatine della zona?” “Quello all’angolo, vieni, andiamo!” e mi ha guidato alla sua macchina. Alla faccia della carretta, era abbastanza nuova, ed un Cooper! Verde scuro con strisce bianche. “Che bomba! E tua?” “Sì, ne sono orgoglioso. ” E rideva di nuovo con quella risata argentina. “Montiamo. ” Abbiamo messo gli strumenti nel baule e siamo saliti.

Mi piacciono le Mini, si è così vicini quando si viaggia. Siamo arrivati al negozio e ci siamo presi due sacchetti di patatine, poi Aldo si è diretto ai giardini dell’ippodromo. C’è una strada poco frequentata che finisce in un parcheggio da dove, di notte, si possono vedere le luci della città. Siamo scesi dalla macchina ed abbiamo finito la patatine, seduti su di un rialzo d’erba tra il parcheggio ed il prato; Aldo mi indicava i punti notevoli della città, ma io non ascoltavo, non attentamente, nella mia mente si stavano formando sensazioni diverse, fastidio e meraviglia per il piacere che sentivo ad essere con lui.

Un qualcosa di diverso, voglio dire che stare con amici mi aveva dato delle sensazioni piacevoli, ma mai come queste. Questa sensazione vibrante, questa tensione nel torace, a ancora una simile beatitudine… “Quella è la stazione” “Prego?” Mi ha spaventato, non stavo ascoltando e sono stato riportato bruscamente alla realtà. “Eri lontano chilometri. ” “Er… credo proprio di sì. ” “Ero noioso? Talvolta mi dicono che parlo troppo. ” “No, stavo solo sognando. Ero proprio lontano chilometri, non volevo essere maleducato.

” “Dove eri?” Mi guardava, i suoi occhi guardavano dritto nei miei, come incollati e sorrideva leggermente, il suo viso era illuminato nel crepuscolo. “In qualche luogo bello, spero?” “Penso di sì, sì; ma non sono sicuro di dove fossi…” Non riuscivo ad interrompere il nostro guardarci, non volevo interromperlo. Ero perso, perso nei suoi occhi. Vi ero caduto dentro, in quei due cristalli marrone chiaro; ho sentito una carezza sul braccio ed un tocco più leggero sulle mie labbra, poi si è ritirato, e continuava a guardarmi.

“Sei scioccato” Ha domandato. Non riuscivo a parlare; sì, ero scioccato. “Giorgio?” Non riuscivo ancora a parlare. Ero scioccato? “Giorgio? Ti ho sconvolto?” Continuavo a non riuscire a parlare. No, non sconvolto, ma sorpreso, sorpreso dalle sensazioni che non avevo mai provato prima. Per essere stato baciato; ero stato baciato? “Per favore di qualche cosa. Colpiscimi o fai qualcosa. ” “Aldo?” Ricominciavo a parlare, la mia voce usciva, potevo parlare. “Io, er, io non…, er.

” “Vuoi baciarmi?” Sentivo che stava arrossendo. Stava ancora coi suoi occhi nei miei, i nostri occhi non si abbandonavano. “Io, er, sì…” “Oh. ” “Oh?” “Oh. ” Mi ha baciato, mi voleva baciare, mi ha baciato. “Er, ma, er, io sono, er tu sei, siamo…” “Ragazzi?” “Sì, er, ragazzi. ” “E ti ho sconvolto, allora?” Mi sorrideva ancora. Non sicuro, quasi ansioso “Bene, no, ma, er. ” “Posso baciarti di nuovo?” “Non ne sono sicuro… Er no… Sì… No… Non so! Non sono mai stato baciato prima di ora.

Non in quella maniera. ” “Non ho mai baciato nessuno prima d’ora. Non in questa maniera. ” “E allora?” “Ho dovuto, eri così bello, e ho sentito, ho sperato…” “Non sono. ” Mi sentivo veramente strano. Volevo afferrarlo, non volevo toccarlo, volevo rendergli il bacio, speravo che mi baciasse di nuovo, speravo, desideravo, sognavo, non comprendevo i sentimenti che mi attraversavano. “È bello, voglio dire. Ma sono spaventato. ” “Da me?” “Da me, penso.

” Tremavo. “Mi sento un po’ strano. ” “Anch’io. Giorgio, ho fatto un errore?” “Non so. Ci devo pensare. ” E ancora non aveva tolto i suoi occhi dai miei. E io ero sempre perduto nei suoi occhi. “Aldo?” “Sì?” “Non voglio che sembri stupido?” “Non importa, non per me. ” “Sei gay?” “Non so. ” “Se ti rendo il bacio sono gay?” “Non so, Giorgio. ” “Così…” “Così cosa sta accadendo?” “Uhh, davvero.

Sì, cosa sta accadendo?” E mi ha baciato, proprio con le labbra completamente sulle mie. Ha penetrato la mia bocca con la sua lingua, mi ha trattenuto nel suo abbraccio, nell’oscurità crescente, davanti alle luci della città, con le sue mani sulla mia schiena, la sua bocca sulla mia ed il mio cervello in un turbine. E gli ho reso il bacio, spaventato ma ancora confortato da lui. Era alto come me, ho notato stupidamente mentre ci baciavamo.

Un motivetto è uscito dalla mia tasca. “Dannazione. Papà! Sul cellulare! Era lui. Quando gli ho risposto voleva sapere dove ero, chi mi avrebbe portato a casa e quando sarei tornato, minacciando sanzioni se non fossi tornato entro dieci minuti! “Aldo, devo andare a casa. ” “Lo so, è un po’ tardi. ” È salito in macchina e ha acceso il motore. “Sali!” Non abbiamo parlato per tutta la strada, a parte le istruzioni che gli davo sulla via da seguire.

Quando si è fermato davanti a casa mia mi ha toccato il braccio. “Non voglio andarmene, so che devo ma non voglio andare. Non so neppure come rintracciarti. ” Gli ho scritto il mio numero di telefono. “Grazie Aldo. ” “Per il passaggio?” “Non so per cosa, ma grazie. ” Sono sceso dalla macchina ed anche Aldo ha dovuto scendere per aprire il baule per permettermi di recuperare i clarinetti, quindi è rientrato e mentre chiudeva la porta, proprio prima del rumore, ho sentito la sua voce “Ti amo, Giorgio.

” Ha inserito la marcia, ha lasciato andare la frizione ed è partito a gran velocità prima che potessi dire qualche cosa. Ero a bocca aperta ed immobile dopo la sua partenza? Potete scommetterci! Ma cosa sentivo? Mi sono diretto verso la porta e sono entrato. Sì, sono stato sommerso da una paternale, le conoscete vero?. Stare lontano da casa con quello che potrebbe essere un maniaco, stare fuori fino a tanto tardi, come possiamo fidarci di te, fidarci dei tuoi amici, la prossima volta non ti lasceremo uscire; ma sapevo come comportarmi, non si hanno gli stessi genitori per diciotto anni senza imparare come trattarli.

Mi sono scusato molto, ho detto che era Aldo che mi aveva accompagnato a casa, che ci eravamo fermati a guardare le luci della città, che avevamo comprato patatine fritte in città, e mi sono scusato di nuovo. Ho detto che mi ero dimenticato del cellulare di papà, che li avrei chiamati per dire dov’ero se mi fossi ricordato del telefono, ma non ero abituato ad averlo, così mi ero dimenticato. E sono stato molto attento a non parlare dell’andare di nuovo alle prove perché sapevo che se l’avessi fatto non me l’avrebbero più permesso.

Quando abbiamo ripreso la conversazione, non erano poi così arrabbiati, la domanda è stata ‘Com’era l’orchestra?’ ed io ho raccontato della prova, di quello che avevamo suonato, del viaggio previsto per l’estate e ho dato loro la lettera che non avevo ancora letto che, a quanto sembrava, dava tutti i dettagli eccetto il costo, cosa che ha dato loro qualcosa d’altro a cui pensare. Comunque mi avevano sempre supportato nella mia passione e anche questa volta sarebbe stato così.

Tutto questo mi aveva tanto stancato che mi sono fatto una doccia e poi sono andato subito a letto. Mi piacerebbe dire che la notte aveva porta consiglio e svegliandomi il giorno dopo sapevo cosa avrei fatto. Da un lato c’era Aldo, il suo bacio, anzi i suoi due baci, il fatto che mi avesse detto che ero bello. Tutto questo faceva pendere il piatto della bilancia da una parte, ma non completamente; comunque per me voleva dire molto.

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