A disposizione di tutti

Non sono che una semplice impiegata, un po’ sul precario (come tutti noi, comuni mortali, al giorno d’oggi), pendolare, ma anche casalinga e mamma (non potendomi permettere “personale di servizio”).
Oh, intendiamoci, non sono neppure un’educanda … forse, da questo, nasce il mio sfogo nello scrivere racconti erotici.
La seconda cosa è che sì, lo confesso, anche io ho la mia piccola (?) forma di depravazione. Da ragazza, quando facevamo all’amore col fidanzatino di turno, ci si arrangiava … niente alberghi; raramente si rimediava una casa o una precaria garconnière.

Per lo più si scopava alla buona in macchina o in qualche luogo, più o meno appartato. Ora, dato che sono molto lenta nel provare piacere, in quell’epoca non riuscivo a venire quasi mai.
Mentre la precarietà e i pericoli (questo l’ho capito molto dopo) giocavano a favore del porcellino di turno.
Tutti gli adolescenti “soffrono” o, meglio, godono, di eiaculazione “veloce”, quindi, se la cavavano alla svelta con i preliminari (che a noi ragazze piacciono tanto) e cercavano subito di andare al sodo, sborrando il più presto possibile.

Magari, se la pace della “location” lo permetteva, se ne facevano due o anche tre.
Ma queste sono solo puntualizzazioni che tutti conoscono, ovviamente.
Il preambolo serve solo a confessarvi la mia “perversa” fantasia sessuale.
Quando, finalmente, raggiungevo la mia casetta tranquilla e gli spazi a me familiari, dopo la tempesta, diciamo, nella quiete di camera mia o nel bagno, ben chiuso a chiave, mi dedicavo a una lunga e deliziosa masturbazione.

Libera da affanni e senza fretta, mi attardavo deliziosamente sulle mie grandi labbra e sul clitoride, che, spesso, era ancora arrossato dalle decise e ripetute penetrazioni degli irruenti “compagni di gioco”.
Mi piaceva titillarmi e cercavo di farlo al più presto, in modo da ritrovarmi la pancia o la fighetta, ancora irrorate di sperma, a volte secco, altre volte, caldo, liquido e copioso.
Lo lasciavo fuoriuscire, a goccioloni, dal mio buco, e me lo trastullavo tra le dita, usandolo come lubrificante: era odoroso d’uomo … e molto eccitante.

Questi momenti di estasi mi portavano a fantasticare e, le mie fantasie, erano incentrate su questi punti fondamentali: essere vista o spiata mentre facevo sesso col mio ragazzo e, inoltre, donare piacere a uno sconosciuto.
Non era tanto l’idea di essere posseduta per mio “gusto”, al contrario, il mio gusto, nei ditalini solitari, era rappresentato dal poter donare, il mio corpo, a chi tanto lo aveva spiato, desiderato, agognato.
Una specie di premio inaspettato, la vincita a una lotteria in cui non avresti mai sperato.

Tutte fantasie che credevo irraggiungibili o irreali, subito dopo che avevo goduto.
Poi sono passati gli anni e, grazie al mio attuale compagno, che come ho detto più volte, mi permette di esprimere la mia sessualità come meglio credo e, anche grazie a internet, qualche sfizio me lo sono potuta togliere.
Poca cosa, intendiamoci.
Con il mio uomo abbiamo imbastito, qualche volta, del sesso a tre, il cosiddetto: cuckold. Altre, poche volte, abbiamo fatto l’amore davanti a tutti, diciamo così, in web cam, su un sito porno.

In entrambi i casi, nonostante io abbia goduto, abbondantemente, nel compiere l’atto (mio marito è molto attento alle mie esigenze) ho conservato la mia vecchia abitudine giovanile: una sana masturbazione, in pace e tranquillità, ricercando e ritrovando i segni dell’avventura appena trascorsa.
La seconda cosa che dovete sapere è che, quello che vi racconto ora, è successo proprio a me, ieri pomeriggio, in maniera del tutto inattesa.
Era venerdì, ovviamente, e dato che la settimana prossima è Natale, la direzione della ditta per cui lavoro, ha preferito incontrare anticipatamente i dipendenti, per gli auguri di rito.

Classica fetta di panettone che, notoriamente, ti resta sullo stomaco con le solite chiacchiere, affettate e inutili.
La cosa positiva è che, non potendo rientrare sul lavoro fuori sede, sono riuscita a tornare a casa verso le tre, in notevole anticipo, insomma.
Ero completamente sola e, al contrario, mio marito sarebbe tornato la sera, e pure abbastanza tardi.
Stressata dal venerdì prenatalizio e con in testa già tutti i pensieri delle cose che dovevo fare, mi concessi una stravaccata occasionale sul divano.

Il tempo di togliere le scarpe, chanel nere a mezzo tacco, ideali, sotto il tailleur grigio indossato quel giorno, per non presentarmi col solito jeans alla festa.
Indugiavo, con le gambe stese, tentata dall’idea di un piccolo, innocente, pisolino ma non me la sentivo di abbassare troppo la guardia.
Comunque, dopo, sarei dovuta uscire, avevo ancora delle cose da fare e, a volte, riposare cinque minuti per poi rientrare in attività, mi rendeva ancora più stanca e nervosa.

Svogliatamente diedi una controllata alla borsetta, che avevo lasciato cadere al mio fianco, mentre cercavo di rinvenire, sperduto in qualche anfratto misterioso del divano, il telecomando della televisione.
Mi accorsi che sul cellulare c’era un messaggio e lo aprii. Era Eddy, mio marito, mi diceva che sarebbe tornato verso le nove e che ci avrebbe pensato lui a recuperare nostra figlia dai nonni.
Che tesoro: un pensiero in meno!
Dovevo fare pipì, ma i bagni sono di sopra, e io non trovavo la forza per alzare le chiappe dal divano.

Intanto, il telecomando non veniva fuori.
Il silenzio del meriggio e la luce soffusa che attraversava le tende, invitavano al relax.
Mentre mi concedevo ancora qualche minuto di pausa, improvviso, il classico ronzio di una sega elettrica, mi riscosse, colpendomi di sorpresa. E’ un suono a cui siamo abituati: vivo in campagna. Novembre e dicembre sono dedicati alla potatura e, nelle macchie e nei frutteti che ci circondano, è un concertino che non si ferma mai.

D’altro canto, non è un suono spiacevole, se ci fai l’abitudine.
Però, stavolta, il suono era un po’ troppo vicino per non attirare la mia attenzione. Per prima cosa, significava che c’era qualcuno molto vicino a casa mia; non che avessi paura ma,visto che abbiamo le porte sempre aperte (pessima abitudine, lo so), mi decisi, comunque, a dare una controllata di fuori.
Era anche un buon motivo per scuotermi dal torpore e riprendere l’attività.

Le pantofole erano lontane, rimisi le scarpe, non troppo idonee alla vita di campagna, ma non me la sentivo di recuperare le ciabattine adesso.
Uscii, ancora in tailleur, senza cappotto, tanto fuori era tiepido perché era stata una bella giornata, piena di sole.
Intanto, le raffiche della sega, risuonavano a shitti, ma ancora non ne vedevo l’autore.
Girai dietro la casa e, a pochi metri, su una scala, vidi don Liborio, un vecchio pensionato delle ferrovie, che faceva servizi da giardiniere un po’ per tutto il vicinato.

Come gli uomini di una volta, aveva la campagna nel sangue e lavorare con le piante era la sua passione.
Nella sua casetta, molto più sopra della nostra, aveva pure qualche a****le, che sapeva governare a regola d’arte, infatti era tra i nostri fornitori di fiducia, altro che “prodotti bio”.
Don Liborio, a prezzi d’amatore, ci procurava spesso qualche soppressata genuina, formaggi, uova e altre prelibatezze.
Era una figura tipica del nostro sentiero, a stento carrozzabile, ed era sempre impegnato a fare qualcosa.

Insomma, un brav’uomo. Nonostante avesse di certo superato la settantina era ancora in forma: asciutto, con la pelle che sembrava di cuoio, per il colore che gli dava la vita all’aria aperta.
Le sue grosse mani armeggiavano con la sega, colpendo, senza titubanze, i rami di un grosso castagno, le cui foglie erano ormai tutte cadute.
Approfittai di una pausa per salutarlo:
– Ehilà, buongiorno! – gli gridai, facendomi scherno per gli occhi con il palmo della mano.

Lui si accorse subito di me e si voltò, con il suo solito sorriso bonario.
Mi scaldò il cuore: pensai che in oltre dieci anni, non lo avevo mai incrociato, senza che mi donasse un sorriso. Che brava persona … eh, gli uomini di una volta!
– Buongiorno, signò! – rispose immediatamente e si precipitò a scendere dallo scaletto, per venirmi a salutare da vicino – Scusate, vi ho disturbata? Io pensavo che non ci stavate, mi era sembrato che non c’era la macchina vostra … –
– Ma no, don Liborio – risposi sorridendo apertamente a mia volta – non vi preoccupate … anzi, mi fate compagnia.

Quando ci state voi in giro, mi sento più sicura … –
– E … signo’, ormai so’ vecchio. – mentre parlava, notai che, comunque, adesso che non aveva la luce del sole negli occhi, pur facendo finta di niente, non riusciva a evitare di spiare le mie gambe, slanciate dalle calze grigie e dalle scarpette col tacco. Avevo la gonna sopra il ginocchio, non abbastanza da essere una mini (non si addiceva alla mia età e alla mia mentalità).

Mi piaceva però, in certe occasioni, ricordare ai miei colleghi, che sotto il maglione abbondante, si nascondeva una donna, che, nonostante i quaranta fossero vicini, si manteneva ancora tonica e femminile.
– Ma che dite, don Liborio, voi vi mantenete così in forma? Fossero come voi gli uomini di città, dove lavoro io. – risi sincera – I miei colleghi sono tutti rammolliti e parlano solo del pallone. – a quel punto, come di prassi, gli chiesi se gradiva un caffè o qualcosa da bere.

Don Liborio si schernì, era troppo discreto, ma poi ammise:
– Veramente un bel caffè lo gradisco, voi lo fate troppo buono … è logico, siete napoletana! –
– Bravo, – gli dissi – mo’ ce lo facciamo proprio: anche io ne ho bisogno. Sono appena tornata e mi stava prendendo la sonnolenza. Appena è pronto vi chiamo. –
E me ne tornai verso casa, rapidamente. Stavo per andare di sopra prima, per spogliarmi e per fare la pipì, ma invece preferii indugiare.

Il caffè sarebbe stato pronto in un attimo.
Mentre aspettavo che salisse nella macchinetta, la mia mente vagò, forse solleticata, dallo sguardo sorpreso e affascinato del vecchio contadino.
Sapevo che era vedovo e, pensai: chissà se si masturba? Chissà se magari lo ha mai fatto pensando proprio a me?
Dopotutto, ero decisamente la più bella donna del circondario. Senza nessuna presunzione, ma le altre erano dei veri gabinetti, come diceva mio marito.

Là intorno erano tutte famiglie contadine, dopo il matrimonio, le ragazze si lasciavano andare e, a trent’anni, erano già dei bidoni.
Non senza un pizzico di civetteria, decisi di farlo venire dentro, a prendere il caffè.
Così, mi affacciai dal retro e lo chiamai:
– Don Liborio, venite, il caffè è pronto! –
Il vecchio stava controllando alcune cicas, sul bordo del nostro giardino, e si voltò, forse un po’ sorpreso.
Aveva sempre da fare e difficilmente entrava in casa di qualcuno, ma non ebbe il coraggio di chiedere che glielo portassi fuori.

Di buona lena, si lavò le mani alla fontanina e, asciugandosi con un fazzoletto che teneva in tasca, si avviò verso casa.
– Non volevo dare tanto disturbo, signo’! – disse fermando sulla porta, poi aggiunse – e vostro marito non c’è? –
– No, – risposi – oggi io ho fatto prima; non c’è la macchina perché mi ha accompagnato una collega. Sono sola soletta … ma venite, accomodatevi. –
Leggermente impacciato, il brav’uomo fece qualche passo verso la cucina.

– E sedetevi due minuti, don Liborio – risi portando le tazze con il caffè fumante.
Sul tavolo avevo già messo una bottiglia di acqua minerale, fresca di frigorifero.
– Voi mi avete fatto il complimento? – continuai – E adesso il caffè ve lo dovete prendere come Dio comanda. –
Lui accettò di buon grado e sedette su una sedia, mentre io civettai e mi tornai a sedere sul divano, naturalmente la gonna scivolò in su, in su, sulle collant scure.

– Assaggiate … e ditemi la verità! – lo guardai con la tazza in mano, fingendo di non vedere il suo sguardo, incollato sulle cosce.
Don Liborio sorseggiò il caffè:
– E’ buono, lo sapevo già. Voi fate il più buon caffè del vicinato. – disse cordialmente.
– Grazie … ve l’ho fatto con la mano del cuore! – poi aggiunsi – Mi ero un poco appisolata … –
– Mi dispiace – disse lui, veramente confuso – io non sapevo … –
– Ma che dite? Si, si … io ho mille cose da fare … figuratevi – accavallai le gambe e mi misi più comoda sul divano – Volevo solo dire che adesso, riprendere mi rincresce.

Figuratevi, parlando con decenza, che non sono ancora salita sopra, neppure per fare la pipì! –
Don Liborio, preso alla sprovvista, si agitò leggermente sulla sedia. Era un vecchio ed era all’antica, non era abituato a certe confidenze.
Gli sorrisi sfrontata: – Beati voi uomini, che potete farla dovunque … –
Il contadino rise.
– Signò, in campagna così si faceva … – poi prese coraggio – senz’offesa, lo sapete quando io ero ragazzo, tanti anni fa, come si faceva? –
– No … dite … – dissi curiosa, non sapendo dove volesse andare a parare.

– Solo le ragazze giovani portavano i mutandoni, le donne che avevano figliato, insomma le femmine sposate che lavoravano in campagna, non portavano proprio le mutande … tranne quando non potevano farne a meno, voi mi capite … –
– Ah ah … e perché? – risi spontaneamente.
– E perchè … perchè … non vorrei offendere … – e si fece una risatina nervosa, mentre si alzava, visibilmente accaldato.
– Ma dite, don Liborio, mica sono una ragazzina … – lo presi in giro, mentre il suo impaccio mi dava carica.

Non riuscivo a non pensare al suo sesso … ero curiosa. Come lo aveva? Si faceva ancora duro … da quanto tempo non veniva?
– Non le portavano perché pisciavano all’erta … in piedi insomma! – disse lui facendosi coraggio.
– Cosa? Non si accovacciavano neppure? – incalzai.
– Qualche volta si … – sorrideva, ancora un po’ impacciato, ma l’argomento lo divertiva pure a lui.
– Noi ragazzini le spiavamo, proprio con la speranza che si abbassassero per vederle nude.

Per questo pisciavano in piedi … allargavano le gambe, ma non si vedeva niente. –
– Una vita campagnola … – dissi perplessa – e io che pensavo che si proteggessero, di sotto intendo, con due paia di mutande.
– E signò … il mondo è sempre uguale, credetemi. Anche allora si face all’amore. –
mi guardò con un’espressione sognante, credo ripensasse al passato.
– Il padrone se le ripassava quasi tutte, spesso senza vergogna … come il cane.

Se ne portava una dietro una pianta e la voleva trovare già pronta. –
Un calore intenso mi invase la vagina, costringendomi ad accavallare le cosce dall’altro lato.
– Aspettate … volete un liquorino? – gli dissi, alzandomi a mia volta.
– No, grazie, signo’ … sto bene così. Grazie per il caffè … squisito e pure per le chiacchiere … –
– Ma volete scherzare? – risposi io – Mi fa piacere sentire le vostre storie … Eh! Chissà quante ne avete fatte pure voi … –
Don Liborio rise, ma non disse niente.

– Sapete una cosa? – gli dissi con complicità – Sono anni che vivo in campagna … ma non ho mai fatto pipì all’aperto … qua fuori, dico … –
Don Liborio rise sinceramente: – Ah signora mia, e che ci vuole, voi vi fate un problema che non esiste. –
– Sapete che cos’è? Sono troppo abituata a farmi il bidet, dopo … –
Il povero vecchio, del tutto impreparato a tanta confidenza, trasalì, non riuscendo a trovare niente da rispondere alla mia sfrontatezza.

Mi ero eccitata ormai.
I pensieri libidinosi che mi avevano invaso la testa, le curiosità morbose su quel povero vecchio, mi avevano catapultata in un mondo di fantasie erotiche.
Giocai la mia carta … ero decisa a vedergli il cazzo, il pensiero della sua probabile astinenza, mi faceva uscire di senno.
– Vi accompagno. – dissi, seguendolo dietro la casa. Poi, più diretta e un po’ troia, dissi con fina ingenuità – Mi avete fatto venire proprio la curiosità, vorrei farmi passare lo sfizio … me lo fate un favore? –
Il vecchio era nel pallone, non riuscì a darmi una vera risposta.

– Volete farmi la guardia? – dissi complice e sorridente –Voglio fare la pipì, voi vedete se viene qualcuno?
Tanto … non ho vergogna di voi, potreste essere mio padre … –
Don Liborio non capiva più niente. Era talmente confuso che non sapeva nemmeno se facevo sul serio; non sapeva se lo stavo trascinando in un brutto scherzo oppure no.
Non si aspettava nulla di quello che gli stava succedendo: era frastornato.

E quella sua, sincera, confusione fu la molla che mi diede la forza di essere più esplicita di quanto non lo fossi mai stata … in genere sono abbastanza passiva, sessualmente. Tanto … a che servirebbe industriarmi troppo?
Sin da ragazza, sono sempre stata abbastanza bella da dovermi più difendere dalle voglie di un uomo, che dal manifestargli le mie.
Insomma, se cercavo la possibilità di fare sesso non me ne mancava l’opportunità.

La sua ingenuità lo rese innocuo e indifeso, ai miei occhi.
D’altro canto ero più che sicura che l’uomo non avrebbe mai parlato di quella strana avventura. Non era un pagliaccio da osteria.
– Dove mi metto? – dissi, con la stessa ingenuità di una poppante.
Ero stata talmente diretta da fugare ogni dubbio in don Liborio, che ormai alla mia mercé, mi indicò, meccanicamente, uno spazio dietro un basso cespuglio di rose.

Con disinvoltura, essendo ormai eccitata, mi spostai di poco, nella direzione da lui indicata, ma feci bene attenzione da restare abbastanza in vista per il mio vecchio “amico”.
Cercai un cantuccio dove la terra era abbastanza piana da permettermi di effettuare la mia minzione senza rotolare sul terreno, dopotutto, ero ancora in tacchi e tailleur.
Caricando molto i miei gesti e facendo tutto molto lentamente, mi alzai la gonna stretta, fino ai fianchi, e mi scoprii il grosso culo bianco, abbassando le collant, fino alle ginocchia … ma non bastava … provai ad abbassarmi ma con le calze strette rischiavo di perdere l’equilibrio.

Don Liborio era sbiancato, guardandomi da dietro, a parte lo spettacolo a cui non era preparato, dovette credere che ero pure senza mutandine.
Probabilmente non aveva mai visto una donna in perizoma davanti a sè.
Calai giù piano piano anche quello, il filo nero scendeva lungo le mia cosce chiare, sottolineando le mie forme e mandando il povero vecchio in visibilio.
Il posto che avevo scelto, per farmi vedere meglio dal vecchio, era lontano da ogni appiglio … non un solo ramo per tenermi con la mano.

Allora divenni ancora più sfacciata, rischiando anche di offendere il malcapitato.
L’età c’era. E se era impotente … oppure aveva subito qualche operazione?
Alle persone anziane succede.
– Don Liborio – dissi a bassa voce – mi date una mano? Io qua cado sicuro! –
Lui si avvicinò, guardandosi nervosamente intorno … probabilmente aveva più vergogna per lui che per me.
Mi tenni alla sua mano, in precario equilibro, e finalmente lasciai sgorgare la mia abbondante pipì, acuita anche dal freddo che comunque iniziava a farsi sentire.

Il vecchio trovò la forza di sussurrare solo queste parole:
– Madonna mia, madonna … signò, vuje me fate morì, a me! –
– Ma no, perchè? Voi siete così bravo. – finsi una grande ingenuità – adesso mi asciugo e abbiamo finito, va bene? Tenete un fazzoletto pulito? –
Come un automa, prese il fazzoletto pulito, dove si era asciugato le mani poco prima, e me lo porse, ma io, infoiata e non paga, mi voltai verso di lui col sedere e chinandomi in avanti dissi:
– Potete asciugarmi voi, don Liborio? Io ho paura di inciampare nelle calze.


Il vecchio balbettò qualcosa, ma si decise e, con grande delicatezza, mi tamponò la vagina con la stoffa.
Standogli abbastanza vicino, potei costatare ciò di cui ero già certa, conoscendolo: era un uomo pulito e non puzzava.
Eccitata come mi ritrovavo, probabilmente, non mi sarei fatta troppi scrupoli … ma il fatto che, qualsiasi cosa sarebbe successa, mi trovavo in compagnia di un uomo pulito, mi rincuorava e mi faceva sentire libera … a mio agio.

– Signò, perdonatemi … io … forse è meglio che me ne vado! – sudava e quasi incespicava sulle parole – Non mi fate fare nu’sproposito! Io vi rispetto … –
– Ma lo so, lo so … voi siete un angelo. – dissi.
In quella assurda situazione, nel boschetto di pomeriggio, io ero di fronte al vecchio contadino, e, come se fosse la cosa più naturale del mondo, tenevo giacca e top di sopra , mentre di sotto, ero nuda e discinta, come mamma mi ha fatto.

La gonna accartocciata in vita, lasciava alla vista dalla vita in giù.
Lui mi guardava la passerotta, che io depilo solo ai lati, mentre al centro la lascio naturale, con la folta peluria castano scuro.
Sembrava una conchiglia scura, un riccio di mare … forse, e spiccava nettamente sulla mia carnagione molto chiara.
Lungo le gambe, collant e mutandine che mi impedivano un poco nei movimenti.
Come se fosse la cosa più naturale del mondo, gli presi la mano, senza far parola e me la infilai sotto la maglietta, facendo venire le sue dita a contatto col seno, enorme e morbido.

Toccare la mia pelle delicata lo fece trasalire, cercava di dire qualcosa, ma ormai era in mia completa balia.
– Restiamo cinque minuti, si sta ancora cosi bene … – parlavo per stemperare la tensione, le mie guance ormai erano di fuoco, per l’eccitazione ma anche per un po’ di vergogna, dopotutto stavo veramente esagerando.
Don Liborio, non più padrone dei suoi sentimenti, si strinse a me, abbracciandomi in maniera grossolana e impacciata.

Mi teneva il seno, poi mi toccava la pancia, le sue dita erano forti e ruvide; sentii la sua forza e la sue decisione: quando mi strinse la vulva, come si spreme un limone … mi fece trasalire.
– Voi siete vedovo, è vero? – dissi, pur di fare finta che niente fosse … non so cosa mi aveva preso, una specie di frenesia folle.
Intanto gli aprii il pantalone, un vecchio jeans con i bottoni di plastica, ma sotto portava un’altra difesa … poverino.

Certo, a stare sempre all’aria aperta, doveva riguardarsi: infatti indossava, di sotto un pantalone grigio, leggero, certamente un vecchio pigiama.
Non oppose resistenza, quando gli tirai giù anche quello, con una certa decisione.
Aveva le mutande bianche, gli slip che, in vita mia non avevo mai visti indossati.
Ero sorpresa che esistessero ancora.
Erano di cotone a coste e portavano una cucitura ribattuta, triangolare; un lato era aperto, per permettere la fuoriuscita del pisello.

Non mi fermava più niente, in quel momento, poteva indossare anche la minigonna ero decisa a trovare il suo cazzo, nonostante il cumulo di panni che lo ricopriva.
Non volevo niente di particolare … la mia frenetica ricerca aveva un solo scopo primario, esaltante: volevo vedere che effetto avevo fatto a quel vecchio. Volevo vedere come manifesta il piacere che gli donavo.
Che libidine!
Don Liborio ormai affannava. Aveva gli occhi socchiusi e biascicava qualcosa tipo:
– Bella, che bella che siete … – intanto, goffamente, si muoveva a shitti, cercando, a modo suo di accarezzarmi, tutta.

Sussultò, per poi bloccarsi subito dopo, quando si accorse che la mia mano, senza vergogna, cercava di intrufolarsi sotto l’elastico delle mutande.
Trovai la pelle rugosa e liscia dell’inguine, poco tonica, poi, seguendo i peli arruffati e caldi, trovai la radice del suo pene.
Era molliccio, barzotto, ma pulsava e tendeva a gonfiarsi.
Lui si riprese e tornò a martoriarmi le zinne, arrancando sui capezzoli turgidi, mentre io cercavo di prendere dimestichezza con quel suo arnese.

Non poteva essere duro, poverino, schiacciato com’era, e a testa in giù.
Glielo scorsi tutto, con la mano appiattita, che si intrufolava in profondità, tra le gambe dell’uomo.
Quando gli catturai il glande, abbastanza spropositato, lo trovai bagnato di smegma tiepido e succoso. La scoperta mi fece rabbrividire, lanciandomi nel corpo fitte di piacere, che mi facevano piegare su me stessa.
– Controllate che nessuno ci possa vedere – gli intimai, visto che non avevo alcuna intenzione di portarmelo in casa … volevo gustarmelo tutto, quel rapporto bucolico … Già sognavo di essere presa e sbattuta, senza riguardi, come faceva il “signorotto” di turno, tanti anni fa.

Ci spostammo ancora più dietro al grosso castagno e io mi abbassai di nuovo, cercando di non cadere. Mi aggrappai ai pantaloni del vecchio e gli tirai tutto giù, lasciandolo nudo, di sotto, con le sue gambe abbastanza glabre e magre.
Tra le cosce, alla luce del meriggio inoltrato, una massa molto scura, attraeva tutto il mio interesse e la mia libidine.
Il suo cazzo era cupo e per niente piccolo, solo non era in erezione totale, oscillava, libero, come una proboscide a ogni piccolo movimento del vecchio.

Però la cosa veramente grande era lo scroto … io non ero mai stata con un uomo anziano e non potevo saperlo, aveva le palle grosse, in una sacca rugosa, testa di moro, sembrava una sacca di cuoio … l’immagine era magnetica, aveva qualcosa di osceno che, però, mi attraeva … un certo fascino del peccato, del proibito.
Non mi ero mai sentita tanto trasgressiva.
Inoltre, e quel pensiero mi cadde addosso come una valanga in montagna, era la prima volta che vivevo da sola una mia iniziativa sessuale.

Mio marito non ne sapeva niente, non lo poteva nemmeno immaginare.
Era la prima volta, in venti anni che lo tradivo, in realtà.
Glielo avrei anche confessato volentieri ma tutto era successo così in fretta … come avrei potuto?
Ero certa che l’uomo non subisse un pompino chissà da quanto … forse era solo una mia illazione, ma mi piaceva pensarlo.
– Si sta facendo scuro – dissi, senza particolare motivo, giusto per non fare tutto in silenzio, don Liborio era un automa nelle mie mani e non profferiva un pensiero compiuto da oltre un quarto d’ora.

Puntellandomi bene gli presi in mano tutto il pacco e me o tirai verso le labbra.
Ebbi la netta sensazione che il vecchio cercasse di evitarmi, forse era troppo sorpreso per credere che tutto quello stesse succedendo veramente.
La sua titubanza mi rese ancora più accanita. Mi avventai sulle sue gonadi, succhiando e arrancando, decisa a prendergli in bocca una di quelle grosse, morbide, palle.
Ci riuscii.
I peli bianchi del vecchio erano umidicci e odoravano di maschio.

Dopo una gustosa leccata, mi dedicai alla sua asta, che, attimo dopo attimo, diventava sempre più rigida e imponente.
Don Liborio doveva aver avuto un cazzo notevole, da giovane.
Me lo indirizzai tra le labbra e gli presi il glande in bocca, succhiandolo con veemenza.
Lui mi stava cadendo addosso e dovette aggrapparsi alla scala. Stringeva le gambe e cercava di sottrarsi, involontariamente, probabilmente era per la goduria.
– Signò che mi fai, mamma mia … che mi fai.


Non potevo né volevo rispondere. Vista la sua reazione spropositata, mi dedicai anima e corpo al bocchino, cercando di portare don Liborio alle stelle.
Quando riuscivo a prenderlo quasi tutto in bocca, lui si piegava sulla pancia, come se dovesse pisciare e non riuscisse a trattenersi.
Lo stesso io, non riuscivo a fermarmi, ero molto eccitata e mi strusciavo, frenetica, le dita sulle grandi labbra, incapace di resistere alla voglia di trastullarmi.

– Tra poco ve ne dovete andare, facciamo presto. – gli dissi liberandomi la gola – Riuscite a venire? Volete venire? –
Capii che affermava, ma era troppo sperduto nella sua estasi, per rispondere in maniera sensata; allora mi alzai e cercai di portare a termine l’accoppiamento prima possibile.
Era tardi. Era rischioso … e, infine, non sapevo il vecchio che tempi avesse, poteva pure metterci ancora mezz’ora.
Non mi andava di lasciarlo andare via a bocca asciutta poverino, chissà da quanto non scopava; ma neppure mi andava di menarglielo in tutti i modi pur di farlo arrivare.

Sarebbe diventato noioso e seccante: non era mica andato a puttane, dopo tutto.
L’albero che ci faceva da paravento, verso la casa e il resto del giardino, aveva una comoda sporgenza: era lo spezzone di un ramo potato chissà quanti anni prima.
Mi ci accostai e usai quello spezzone per ancorami con la mano, così, potei mettermi a 90°, considerando che era la posizione migliore per gestire l’introduzione del suo pene e, dopotutto, eravamo così precari, là fuori, che non è che ci potessimo permettere grandi performance.

Tutti quegli arzigogoli mentali, su luogo e posizioni, le poche parole scambiate con lui, senza amore, senza trasporto ma solo con l’obiettivo, preciso, di fare una porcata con un vecchio laido, mi rinvigorirono il piacere. E ricaricavano di umori la patatina.
“Ottimo, pensai, fradicia come sono, il cazzo dovrebbe scivolarmi dentro facilmente. ”
Guardai con attenzione il membro di lui, che era al mio fianco. Si masturbava aspettando, compostamente, il suo turno.

Riflettei un attimo e capii tutta la situazione: don Liborio era stato un superdotato, negli anni d’oro. Ora, con l’età, il sangue non aveva più la stessa forza e, nonostante fosse gonfio come un palloncino, non era molto duro.
– Venite dietro! – gli ordinai e lui eseguì, senza dire una sola parola.
Mi puntò subito il glande in figa, ma quando premeva per entrarmi dentro, il suo pene si piegava.

Mi impossessai della punta del cazzo, con la mano libera, e, da sotto, con le dita cercai di pressarlo tra le mie grandi labbra.
Lo mollai di nuovo, mi riempii la mano di saliva e me la ripassai in figa per essere lubrificata al massimo.
La mia cosina era per natura molto stretta, purtroppo e, se un cazzo non era bello, consistente, non era facile introdurcelo; mi era già successo.
Ricominciammo ad armeggiare: io col glande che forzavo l’apertura e don Liborio, che si teneva il lungo bastone con due mani, stringendolo come un capitone, per non farlo sgusciare via.

“Ecco, ci siamo” pensai, quando finalmente, avvertii il suo ingresso nella mia natura.
Piano piano don Liborio, forzando e spingendo molto lentamente, s’intrufolò in me, col suo lungo serpente gonfio e mi possedette.
Dopo alcuni secondi mi era dentro fino ai coglioni, il cui contatto, mi diede un rovente piacere, che mi attraversò fino alla nuca.
Avevo la pelle d’oca, e non per il freddo della sera, ve lo assicuro.

Il vecchio, ora che comandava e fotteva, si bloccò dentro di me. Per non rischiare di uscire dalla vagina, non chiavò, piuttosto, esercitava dei piccoli movimenti sussultori,
delle piccole spinte, aiutandosi con le mani che mi avevano bloccata per i fianchi.
Sentirmi tutta riempita da quel coso che sussultava mi portò a un lungo stato d’estasi.
Quando il vecchio, raggiunto un ritmo che gli confaceva, con una mano si spinse in avanti per cercarmi le poppe, gliele liberai dalla maglia e dal reggiseno, per evitare che mi rovinasse gli indumenti.

Ora eravamo nel giardino … compivamo l’antica copula in mezzo al verde. In mezzo alla natura, fredda, di dicembre.
In modo discinto, in totale abbandono, mi lasciavo chiavare da quel poveretto che non vedeva una figa da anni. Mi toccava con bramosia il culo e poi, quando ci riusciva, si aggrappava a una delle tette, che ballonzolavano sotto i colpetti di cazzo che mi imponeva.
Don Liborio aveva le gambe un po’ piegate per mettersi al meglio a favore della mia vagina spalancata.

Quando mi accorsi che l’eccitazione gli aveva reso il cazzo estremamente più duro, quando ne sentivo la presenza viva fino alla pancia, i movimenti del vecchio diventarono più virili e, anche se per poco, iniziò a chiavarmi veramente.
Era pur sempre un uomo muscoloso e sano. Si rizzò sulle gambe e cominciò a stantuffare come un toro sulla giovenca.
Tirava, annaspava e chiavava. Dopo nemmeno due minuti, soffiando dal naso, si irrigidì, gemendo, e allora capii che stava per sborrare.

Me lo tolsi dal corpo mentre già le prime gocce di sperma mi irroravano la figa, ma non rinunciai a voltarmi e a prendergli il cazzo in mano …
Volevo vederla e sentirla la sua sborra, alla fine, tutto quello che era accaduto, era frutto della mia curiosità riguardo a come sarebbe venuto il vecchio contadino.
Lo sperma gocciolava a fiotti, come spinto da pulsazioni, era bianco, diafano, mi sembrava molto liquido rispetto a quello denso e appiccicoso di mio marito.

Ero in estasi, tenevo il cazzone con una mano e le sue palle nel palmo dell’altra.
Lo presi in bocca.
La sborra usciva ancora. Succhiai, ne ricevetti ancora in bocca, sulla lingua.
Il sapore del suo sperma era più o meno il solito, mentre l’odore era meno penetrante.
Mentre mi accanivo, sovreccitata, con la figa gocciolante, non feci caso al poveretto, che per poco non mi sveniva addosso, dal piacere e dalla stanchezza.

Si aggrappò all’albero per tenersi in piedi.
– Mamma mia, mamma mia … signò! – mormorava – Signò, non mi tengo, non mi tengo … –
Non capii. Ero troppo intenta a succhiare il pene molliccio ma piacevole; mi resi conto del suo avvertimento solo quando un fiotto salato mi invase la bocca: arretrai.
Ecco cosa voleva dire, il poveretto stava pisciando e proprio non riusciva a trattenerla.
Non mi arrabbiai, non volevo mortificarlo.

Mi alzai subito e, messami di fianco, gli tenni il pisello per tutta la sua lunga pisciata, divertendomi a indirizzare il suo cazzo a destra e a manca.
– Vado dentro, don Libo’ … s’è fatto tardi. Buonaserata! – in un attimo mi ricomposi e lo lasciai là fuori, a riprendersi, nell’oscurità della sera, incombente.
Arrivata a casa, davanti allo specchio mi resi conto della devastazione del mio abbigliamento.
La maglietta era sporca di sborra, ancora umida, le calze si erano sfilate in più punti e il tailleur era tutto stropicciato.

Ma ne era valsa la pena.
Non mi potei permettere di venire a mia volta, come mi piace fare, s’era fatto veramente tardi.
Però, la notte, tentai il tutto per tutto e quando mio marito, completamente ignaro del mio tradimento, arrivò a letto, lo aspettavo tra le lenzuola, completamente nuda.
Lui percepì subito il mio messaggio e lentamente iniziò a carezzarmi, delicatamente.
Nascosta, dietro la schiena, tenevo la maglietta nera intrisa di sperma.

Appena sarebbe stato più eccitato, gliel’avrei mostrata per raccontargli questa storia, così come l’ho appena confessata a voi.

Che ne dite, mi perdonerà?

Sonia, la mia sorellastra

“Mi dispiace Sonia, non so cosa mi è preso, fatto sta che leggere quello che scrivevi, beh, hai visto no che reazione?”
“Ho visto sì scemino” “E…” “Pensaci per Martedì …. “
Cosa mi devo aspettare adesso? Una volta premuto INVIO non si torna indietro, e da una semplice battuta ne è nato un invito in piena regola, un invito a casa mia, per Martedì mattina, da me, io e lei ….

Era da un po’ che non ci sentivamo, le nostre vite non riuscivano a combaciare, vuoi il lavoro, vuoi le famiglie, anche se questo termine mi fa un po’ sorridere, visto che lei E’ parte della mia famiglia ….
Sonia, trenta anni di sorella, sorellastra per la precisione, figlia di mio papà e …. Più di dieci anni di differenza, un legame mai sbocciato definitivamente, c’è sempre stato affetto ma con distanza, negli ultimi anni qualche
messaggio di circostanza, gli auguri per le ricorrenze, niente di più.

Io, 42 anni persi per la nebbia, traducendo una locuzione tipicamente veneziana, una famiglia persa per strada, una moda degli ultimi anni evidentemente questa, un padre che non c’è mai stato, una sorella, una sorellastra, Sonia appunto, un fratellastro da qualche parte nel mondo, credo, e mi fermo qui, nessun cugino perché mio papà ha compensato anche per il resto della famiglia.
Con Sonia ci siamo sentiti ultimamente perché giravano voci che suo marito le facesse le corna, la volevo mettere in guardia su quello che si diceva in giro, poi un messaggio tirava l’altro, un prima confidenza velata, una seconda meno velata, fino a che è sbottata, confessandomi con non poco imbarazzo la loro situazione.

Io leggevo attonito quello che lei mi scriveva, senza dir niente scoprivo che lo sapeva, che non ne andava di certo orgogliosa, ma che comunque era ricambiato, lei sapeva di lui ma non il contrario.
Mi ha confidato il nome dell’amante e per poco non mi prendeva un colpo visto che lo conosco bene, mi ha confidato com’è cominciata, quando si vedevano, poi come per togliersi un sasso dallo stomaco, ha iniziato a raccontarmi cosa facevano nei loro incontri, a grandi linee come uno scambio di messaggi può lasciar immaginare, ma pur sempre confidenze parecchio intime….

Non mi sono sconvolto dai racconti, mi ha fatto pensare solo il fatto che la povera ed innocente sorellina fosse in realtà capace di architettare una cosa del genere. Poi si sa che la mente di un uomo vola in un istante quando si parla di sesso, e immaginarla in quegli atteggiamenti è stato un attimo, e, sempre come un lampo, un certo desiderio si è fatto strada in me ….
Non che mi facesse schifo la sorellina, anzi, c’è da dire che papà ha dei buoni geni in corpo da trasmettere, e le sue compagne non sono state da meno, quindi ci difendiamo egregiamente tutti quanti in famiglia, Sonia probabilmente ha una marcia in più, almeno adesso nella mia mente, e immaginarla nuda nel mio letto, beh, fa il suo bel effetto.

Tra una sua confidenza e l’altra sono riuscito a mandarle anch’io qualche messaggio, facendo un po’ il cascamorto dicendole quanto fosse una bella donna, di come capivo tutti gli uomini che le ronzavano attorno, le confessavo la mia solitudine, la mia voglia di avere una donna vicino, dal canto suo qualche complimento di facciata, sul fatto che fossi un bell’uomo anch’io, per metterla in ridere poi mi ha detto che se solo avesse avuto l’occasione mi avrebbe fatto la festa ….

E l’occasione perché non crearla?
“Sonia, martedì sono a casa da solo la mattina, visto che sei in ferie, passa a trovarmi no? Che un paio di idee ce le avrei per sopperire a questa sensazione di solitudine che ho …. “
E’ partita un po’ così la cosa

“Ah si? Visto che siamo fratello e sorella non so proprio cosa tu possa avere in mente, perché niente possiamo fare … “ la sua risposta

“Ti mando una foto così vedi che effetto FRATERNO mi stai facendo???”

E senza attendere risposta le invio una mia foto a torso nudo, in slip aderenti, con l’AMICO in piena salute compresso tra gli elastici.

“TU SEI FUORI………!!!!!!”

“Scusa Sonia, mi sono lasciato prendere un po’ la mano, ma sai …. “

E lascio il discorso cadere, sperando che il mio finto pentimento la faccia restare, e non scappare come temo ….
Sono seguiti altri messaggi, fino all’ultimo, dopo averle augurato la buonanotte, senza risposta da parte sua …
Non mi aspetto niente, anche se idee ne ho tante, nella mia mente ho già preparato l’incontro, nei piccoli dettagli, dal farla accomodare in divano all’offrirle da bere, dal chiederle come vanno le cose a casa al parlare anche di frivolezze, dal volerla abbracciare al darle un casto bacio sul collo, dal tenerla stretta sperando che non si voglia staccare al cominciare a sussurrarle quanto bella è nell’orecchio ….

NUOVO MESSAGGIO

“E’ sempre valido l’invito per stamattina?” Mezzo infarto ….
“Certo!!!! Sempre per te!!!”

“Arrivo tra mezz’ora, ma non farti strane idee però 😉 “ Ecco, mani avanti, e adesso?
Al momento della premiazione agli Oscar come miglior film erotico del secolo, ecco che mi sveglia dal sogno col suo pragmatismo, mettendo ste benedette mani avanti!!!!

La mezz’ora vola via velocissima per sistemare la casa, suona alla porta, le apro, sale le scale, entra, si accomoda, mi sta ad almeno un metro di distanza, il sorriso che avevo stampato in faccia lascia il posto ad un velo di tristezza, me l’ero immaginata diversamente la mattinata ….

Sono in piedi come un ebete e lei è seduta in cucina, un po’ spazientita della scarsa accoglienza, un po’ nervosa, le dita delle mani che tamburellano sulla tavola, mani lisce, mani curate, mani affusolate che al solo pensiero di cosa potrebbero prendere in quel momento ….

Mani che mi passano davanti agli occhi “Ehi??? Ci sei??? Sei imbambolato????” “Scusa Sonia, ero un attimo sov****nsiero”
“Ho visto…. comunque un’altra volta evita di mandarmi foto del genere, per due motivi, mio marito l’ha vista e non ti dico che rottura di palle, gli ho spiegato che avevi sbagliato numero e non era per me, che nella foto eri tu, se ne è capacitato solo dopo che ha riconosciuto il tatuaggio in un’altra foto che avevo per fortuna ….

“Mi dispiace Sonia, non so cosa mi è preso, fatto sta che leggere quello che scrivevi, beh, hai visto no che reazione?”

“Ho visto sì, scemino”

“E scusa, ma mi ha detto per due motivi, o sbaglio? Uno è tuo marito, l’altro?”

“L’altro è …. “

Un lampo

“Ma Sonia, che fai?”

“Che faccio? Mi hai fatto venire una voglia l’altra sera stronzo !!!!”

Il film ha preso una piega un po’ diversa, dal provarci, adesso mi ritrovo piacevole vittima della sua voglia, la sua mano che mi prende il membro nel pieno della sua erezione, la sua bocca che mi cerca, il suo corpo che si fa contro il mio ed non sto certo lì a guardare e “subire”.

Con la forza della mia età la faccio sentire bella, desiderata, la spoglio con la foga e la capacità che l’esperienza mi ha dato in questi anni, un piacevole gioco eccitante, non volgare, non banale, la sento sempre contro di me, la sento desiderosa e desiderabile, le mie mani che per la prima volta la scoprono in questa nuova veste di amante, mani che cercano di capire perché la natura ci ha fatti così, belli ma fratelli, mani che se ne fregano di questi spiacevoli convenevoli, mani che le uniche barriere che incontrano non sono quelle mentali ma i vestiti che abbiamo addosso ….

La bimba è capace, si sente, si vede, la maestria con cui mi accarezza la dice lunga su quello che mi aspetta, quelle mani nervose hanno lasciato il posto a mani sicure, che sanno, che vogliono, che fanno ….
Mi massaggiano, l’asta, la base, i testicoli, il glande, indistintamente, con leggerezza ed erotismo, mani che accarezzano il mio corpo, mani che mi regalano piacere, mani che aiutate dalla bocca si prodigano in un pompino da brividi alla schiena, lingua che da piacere infinito, occhi che mi guardano complici mentre la testa esegue il più naturale dei movimenti …
Le mie accompagnano i movimenti della testa, la tentazione di spingerla verso di me è forte, forte come la sua capacità di far sparire dentro la sua bocca tutto il mio pene, senza soffocare ….

Ma voglio godere anch’io di quel corpo tanto bello, di quel regalo che Madre Natura ha fatto a noi uomini, la prendo sopra la tavola, lei, bagnata, si lascia andare, sentire quel piacevole calore è una sensazione che non sentivo da un po’, sempre un bel posto, sempre un bel porto dove approdare.
La guardo distesa sulla tavola, i seni liberi, le mani che si tengono le gambe, per darle più piacere gioco un po’ con il suo clitoride mentre la penetro, cosa che le piace tanto anche, e quel piacere non me lo voglio perdere, mi sfilo, mi chino, mi tuffo con tutta la faccia tra le sue gambe, a godere appieno dei suoi umori, della sua voglia, del suo desiderarmi ….

I suoi piedi mi spingono via delicatamente, scende dalla tavola e si gira, si china regalandomi lo spettacolo del suo culetto in primo piano, mi rialzo e senza pensarci rientro dentro, per la porta principale, le prendo i capelli con la mano destra, glieli tiro un po’ così da farle inarcare la schiena, si morde le labbra, si prende i seni tra le mani, io la prendo per un fianco, la cavalco a più non posso, forti mugolii le escono dalle labbra che si sta mordendo, sta godendo, ed io con lei, non c’è tempo in questo momento, non ci sono né le ore né i minuti, un secondo come una vita, un piacere infinito, un piacere che non tarda però a venire, in tutti i sensi.

Lei trema, le lascio i capelli, la testa si appoggia al tavolo, le prendo i fianchi con entrambe le mani, gli ultimi affondi, uno, due, esco, me lo prendo in mano, grosso e duro, le appoggio il glande sul solco delle natiche, il contatto col suo corpo mi fa venire, le vengo lungo la schiena fino a prenderle i capelli ….
Il tempo di recuperare due forze in croce, e poi a far la doccia, assieme, dove li abbiamo ancora qualcosa da dirci, da darci, forse anni di desideri soffocati ed inespressi ….

Rosita e Caterina in una gangbang

Certo che non ci facciamo mancare proprio niente quando gli incontri vengono organizzati da quella sgualdrina di mia moglie e da quel pervertito di suo fratello. Lei non ha ancora finito di farsi coprire la schiena dalla sborra della sua amica trans che già si getta a pulire il cazzo del negro appena uscito dal culo di mio cognato. E che cazzo, ragazzi! Quando s’è calato le brache a inizio serata mi sono spaventato alla vista di quell’affare.

-Scordatevi che entri nel mio culo! – ho annunciato. – Amo anche i piaceri del secondo canale, ma non ho intenzione di aver il buco in fiamme per una settimana! –

-Meglio così – è intervenuto il fratellone frocio, – me lo tengo tutto per me – così dicendo si è fiondato su quella tremenda minchia di cioccolato. Se l’è fatta sparire in bocca e ha cominciato a spompinarlo con foga.

E da lì è partita la nostra serata.

Adesso guardo lui e sua sorella bere dalla fontana di panna che sprizza da Efe, una trans più dolce della più zuccherosa delle femmine, con l’attrezzo che piace a mio cognato.

Ne sono entusiasti. Potrei dire con sicurezza che mia moglie, Caterina, è una sommelier dello sperma. Ne ha assaggiato così tanto che potrebbe scrivere un elenco telefonico dei suoi preferiti. Non ne perde mai una goccia e non va mai a dormire se prima non me l’ha succhiato fuori tutto.

Caterina in alcune mattine me lo spreme sulle fette biscottate. Dice che non c’è nulla di più energetico.

Ho sposato davvero una troia di prim’ordine ! E suo fratello non è da meno.

È un appassionato culo; passerebbe la giornata a farsi fottere da maschioni palestrati pieni di tatuaggi oppure da forze dell’ordine in divisa, ma non disdegna anche le trans dalle misure extra-large. Una volta s’è fatto montare per quattro ore consecutive da cinque superdotati.

Ma il suo piacere è anche attivo. Scopa tutto quello che si muove, infila l’uccello

dove capita e schizza come un coniglio. Non ho mai visto nessuno sborrare così lontano. Quando ti fotte a pancia in su e lo toglie sul più bello ti ritrovi col viso e i capelli impiastricciati.

Si è trovata anche una moglie, una donna dalle forme un po’ esagerate, una del tipo Milly Carlucci a cui prepara incontri extra, da vero cornutone.

La moglie si Chiama Rosa, Rosita per gli amici perchè ha fatto capire a tutti che è snob, milionaria ed adore prendere i cazzi tra le sue tettone. Insomma, un nome spagnoleggiante per una che avvicina tutti con le sue spagnole prima di iniziare maratone di sesso. Sono davvero due porci, della serie Dio li fa e il Diavolo li accoppia…ma si sa, i parenti non si possono scegliere.

Anche se questi due sono semplicemente vergognosi nei loro comportamenti sessuali, riescono a mascherare bene ogni cosa e tutta Milano li considera come una coppia perfetta, adorabile per quante coccole si fanno in pubblico.

Inutile contare i cazzi che consumano tra le quattro pareti di casa, ed anche in trasferta. Una volta ad Andrea e Rosita ho dovuto anche procurare uno stallone. Dopo le preghiere di Caterina e qualche regalino che mi aveva fatto (nulla di che, aveva semplicemente indossato delle calze che valorizzavano le sue gambe ed un perizoma sexy, promettendomi di farsi sottomettere come avrei voluto io in quella festicciola) andai a procurare lo stallone a Rosita.

Dopo aver contattato, tramite internet, Sergio, lo incontro. Andiamo insieme io ed Andrea a parlare con il bull di Rosita.

Il bull di fiducia dovrebbe essere il miglior amico del marito. Ci sono cose che un marito è bene che non chieda alla moglie. Anche se gli piacerebbe vederle vivere delle situazioni, magari anche estreme, è restio a proporglielo. Così marito e moglie devono convivere, e certi ricordi potrebbero inquinare il rapporto, e magari rovinarlo per sempre.

Se invece questo compito se lo assume il bull, moglie e marito hanno qualcuno su chi scaricare le responsabilità. Nel peggiore dei casi, non ci si vede più e chi s’è visto s’è visto. Andrea precisò, in quell’incontro, a Fernando che la coppia funzionava e Rosita amava molto scambiarsi.

“Beh, contenti voi – rispose Fernando – ma ti assicuro che tua moglie è già una

gran troia però ha le potenzialità per migliorare ancora, per diventare una…supertroia.

“L’ hai conosciuta da poco su internet, come fai a esserne così sicuro?” “Fidati, l’ ho vista. Quel che fa le piace. “
Si interruppe, come se temesse di dire troppo.

“Ma, dimmi, tua moglie cosa ti ha detto di quel che è successo?” “Tutto !”

“Tutto ? Bene…. allora……vedi, a tuo moglie piace il sesso, e fin qui tutto normale, ma le piace anche essere dominata, le piace che le si ordini di fare questo o quello, e le piace ubbidire.

Io ho una certa esperienza, e so distinguere fra chi subisce passivamente, magari per far piacere al marito da chi, come tua moglie, si eccita ad essere coinvolta in certe situazioni. Per esempio, quando mi ha pregato di fare smettere quello che la stava inculando……beh mi hai capito…..io l’ ho fatto, ma sono sicuro che se le avessi detto di no non si sarebbe ribellata. “

“E quindi -aggiunse mio cognato – secondo te mia moglie potrebbe migliorare? E come si svolgerebbe la cosa?”

“Tua moglie – si guarda in giro e abbassa la voce – quella gran troia di tua moglie, ha dei grossi margini di miglioramento, fidati.

E’ semplice, per cominciare la porti da me, a casa, dove inizio ad educarla, e intanto vedo come procedere. Poi, quando penso che sia pronta a procedere con la dominazione, le faccio vivere situazioni più hard, più estreme. Tutto qui. “

“Tutto qui ? – svuotò il bicchiere – gliene parlo e sento cosa dice. Però, voglio chiarire subito una cosa, perchè non ci siano malintesi. Non voglio sentir parlare di contratti, di schiave o altre cazzate del genere.

Altra cosa: l’ unico che può filmare o fare foto sono io e, in qualsiasi momento io lo decida, il..gioco si interrompe. D’accordo su questo?”

“D’accordissimo, figurati. Ciao, è stato un piacere conoscerti…e, quando pensi di portarla?”

“Questo sarà sempre e solo lei a deciderlo Ciao”

Arrivo a casa che sono quasi le nove. Caterina mi ha aspettato per cenare e, appena seduti a tavola.

“Allora, com’è andata? Cosa ti ha detto?” – sembra addirittura più impaziente di Fernando anche se quella di cui si parlava era la cognata, Rosita.

Quella serata, mia e della mia Caterina ci siamo divertiti e dopo un primo round di sesso, io ed Efe siamo ancora appiccicosi del nostro sperma. Mi ha donato il suo culo cavalcandomi sul divano, dandomi la schiena e permettendomi di stringere e massaggiare le sue meravigliose tette. È una delle mie posizioni preferite. Fotto e posso muovere le mani a mio piacimento. Posso toccare le cosce, le chiappe, le tette, infilare le dita in bocca della mia compagna, masturbarle il cazzo lungo e duro, farla sborrare insieme a me.

E così è proprio successo. Mentre mia moglie si faceva spanare il culo da un’altra amica di Efe, la Sissy, col suo uccello dal diametro formidabile, forse non lungo, ma davvero temibile, e mio cognato gemeva come una cagna sotto i poderosi colpi dell’ariete di ebano, il culo di Efe

correva veloce sulla mia asta dritta come un fuso e dura come il marmo. L’aria era ebbra di sesso allo stato puro, i corpi si muovevano frenetici alla spasmodica ricerca del piacere totale, salivano ansiti e incitamenti a spingere più in fondo.

La mia mano segava velocemente quel bell’uccello trans e dalle mie palle venivano le avvisaglie di una prossima eruzione. Sborrammo insieme in una fontana di piacere assoluto. Mentre il suo uccello trans veniva nelle mie mani, Efe si toglieva il mio dal culo e si faceva schizzare sulle cosce e sulla pancia. Mia moglie che si stava leccando ancora le labbra dopo aver gustato quella calda salsa di sperma, si avvicina, lasciva, al nostro divano e si getta con voluttà sui nostri uccelli mezzi molli.

Afferra il mio con la mano e si mette a succhiare quello di Efe, poi cambia, come la più navigata delle pornostar. E mentre ci succhia ci guarda negli occhi, vuole leggere il nostro piacere ed eccitarci ancora di più. Si sbatte i cazzi sulla lingua, li lecca a partire dalla base dell’asta, si piega a succhiare le palle.

In breve ci rimette in forze. Io e la trans ci troviamo di nuovo dritti ed eccitati, ci baciamo e ci tocchiamo lasciando che quella troia di mia moglie si prenda cura dei nostri cazzi.

Gli altri si sono seduti in poltrona, sfiniti dalla cavalcata. La nera nerchia di Sissy giace esanime tra le gambe del suo padrone, mio cognato si massaggia il culo che sicuramente gli brucia dopo essere stato ripassato a dovere. Mia moglie continua il doppio bocchino. È talmente ingorda che cerca di infilarsi entrambi i nostri uccelli in bocca insieme ma non ci riesce. Forse nella figa sarebbe più facile.

Glielo propongo e lei accetta.

Che io sappia non ha mai provato, ma con lei nulla si può dire.

Chiamo il finocchio perché lui sa come architettare certe cose. In quei giorni stavano facendo dei lavori di manutenzione all’impianto elettrico e di sorveglianza dell’hotel alcuni operai di una ditta.

Gli sguardi degli operai furono subito catturati dal corpo e come al solito dal culo di mia moglie che anche vestita sportiva non passava inosservata ogni volta che entravamo nell’hotel.

Passai all’azione: parlai con uno degli operai che mi fece parlare con il loro capo Giorgio, un bel ragazzo sulla quarantina, moro, abbronzato e dal fisico muscoloso, aveva un espressione sprezzante e strafottente. Ascoltò la mia richiesta di conivolgere lui e i suoi operai in una gangbang con mia moglie con un ghigno compiaciuto mentre masticava una cingomma. L’idea era di suo gradimento, avrebbe pensato lui a chiamare un pò di amici e a decidere un posto appartato dove organizzare l’ammucchiata, dovevo passare dal suo magazzino la sera seguente e mi avrebbe detto dove saremmo andati.

Avevo già detto tutto a Caterina togliendole questa volta il fattore sorpresa, anzi volevo eccitarla portandola con me a conoscere uno dei “protagonisti”, ovvero Giorgio.

Suonai al magazzino di Giorgio, il quale mi aveva dato il giorno prima l’indirizzo, verso sera all’orario di chiusura quando ci sarebbe stato solo lui in magazzino.

Giorgio mi aprì ed entrai con Caterina che Giorgio guardò un pò stupito.

“Giorgio questa è Caterina…”

Giorgio le guardava le tette e il culo nemmeno la degnò di uno sguardo in viso, “Ah bene, il nostro giochino lo facciamo dopodomani alle 6 di sera in un capannone abbandonato subito fuori del paese qui su questo foglio ti ho scritto l’indirizzo”

Caterina aveva un paio di leggings aderenti che le esaltavano le forme del culo e le tette seppur di dimensione contenuta spuntavano dalla t-shirt scollata in maniera provocante.

Giorgio era quasi ansimante dall’eccitazione e colsi la palla al balzo. “Katy perchè non ti presenti a Giorgio con un bel pompino…”
Katy, senza esitare, si inginocchiò davanti a Giorgio, il quale incredulo tirò fuori il cazzo dalla zip dei pantaloni, ed iniziò a succhaire il pene di Giorgio che era già bello duro e di dimensioni non esagerate ma ampiamente sufficiente perchè mia moglie ci si potesse divertire per bene. Si accompagnava ogni tanto con la mano e si fermava ogni tanto per sbavarci in cima, per poi leccarlo tutto comprese le palle.

Lo tirai fuori anche io e Katy iniziò a alternare il suo spompinare tra il mio cazzo e quello di Giorgio mentre con le mani smanettava il cazzo che non aveva in bocca. Giorgio le schizzò una mega sborrata in viso e io alla vista dei Caterina che ripuliva il suo cazzo, leccando lo sperma rimasto, mi accorsi che stavo per venire.
La spinsi verso di me e le venni tutto in bocca.

Ci richiudemmo i pantaloni, Katy si alzò e salutai Giorgio che mi rispose “Vedrai che la facciamo divertire la puttana di tua moglie, hai fatto bene a presentarmela oggi, ora ho capito di cosa ha bisogno e di come le va dato. ” e le diede una bella tastata al culo.

Come acqua sulla pelle

La ragazza gemette languidamente e si spinse contro di lui, premette il sedere contro il sesso turgido del ragazzo e lo stuzzicò muovendolo provocante.

Senza rendersene conto si ritrovò dentro di lei
Non era tipo dal rimpianto facile, ma in quel frangente si malediceva per non aver mai acquistato un navigatore satellitare portatile.
– Eppure… non posso già essere qui! – mormorò mentre fissava un punto sulla carta IGM
Estrasse la vecchia bussola in ottone per orientare la carta mentre analizzava la vegetazione per valutare la quota in cui si trovava, in modo da stimare la propria posizione.

Studiò per qualche istante la carta quindi si convinse.
– Se non mi si è fermato l’orologio ho percorso tre ore di sentiero in meno di due… qualcosa non quadra.
Dinanzi a lui il sentiero nel bosco si divideva in tre rami, due ben battuti ed il rimanente chiaramente abbandonato da tempo. In questo la vegetazione ne aveva, quasi completamente, cancellato il tracciato.
Si sedette per risposare qualche istante mentre ripensava alle parole del vecchio, giù al paese, ed alle indicazioni sulla strada da seguire; giunto in quel punto doveva continuare a salire lungo la costa della montagna costeggiando il torrente che scendeva verso valle.

In cima al sentiero, dopo altre due ore di marcia, avrebbe trovato la cashita che alimentava il lago di Aela.
Si era incamminato nel primo pomeriggio per giungere al lago al tramonto in modo da poterlo fotografare in quell’ora particolare. Secondo il vecchio solo al calar del sole il lago si tingeva di un blu profondo nonostante riflettesse il rosso del cielo mentre la cashita si colorava di giallo oro. Uno spettacolo unico in quella zona che meritava la fatica per raggiungerlo ed il pericolo del ritorno a valle nella notte.

Proprio per evitare di dover ripercorrere il sentiero al buio si era attrezzato con sacco a pelo e numerose provviste, avrebbe dormito sulle sponde del lago, magari su di un materasso di morbida erba in compagnia della borraccia di grappa ed un buon sigaro per poi ridiscendere al mattino.
Qualcosa, però, non coincideva con le istruzioni ricevute, aveva raggiunto il bivio troppo presto, quindi o non era il sentiero giusto oppure le indicazioni non erano poi così precise.

Inutile dire che il lago sulla carta non era segnalato, solo uno scarabocchio del vecchio ne indicava la posizione.
– E se fosse il tipico scherzo dei vecchi del luogo?
Ricordava la notte trascorsa, tempo prima in valle d’Aosta, alla ricerca dei “Dahù”: i tipici erbivori valligiani con le zampe anteriori più corte a furia di brucare l’erba in salita. Oppure dei fantomatici volatili che atterrando sui ghiacciai scivolavano sui genitali emettendo il loro richiamo “hoy-hoy” e da qui il loro nome volgare.

Almeno quegli scherzi non li aveva subiti da solo, chi lo aveva macchinato si era passato la notte con lui su per i monti.
(nda: questa non me la sono inventata!)
Forse qui, all’imbocco della valle di Susa, erano peggio degli altri montanari quando si trattava di prendere in giro il nuovo arrivato o, forse, aveva solamente camminato più veloce del previsto.
Riprese il cammino lungo il sentiero in stato d’apparente abbandono.

Si rese conto di sentire solamente il rumore dei propri passi nonostante prestasse attenzione a non calpestare rami secchi o foglie, non un refolo di vento tra le foglie e nessun segno di vita a****le se non qualche traccia. Era circondato dal silenzio assoluto. Per questo riuscì a cogliere in anticipo l’avvicinarsi alla cashita, il fragore dell’acqua gli giungeva all’orecchio attraverso i faggi rifratto dai tronchi a tal punto che era impossibile stabilirne l’origine.

Non era salito molto di quota, il sentiero dopo una ripida impennata si era stabilizzato quasi in piano e correva lungo tutto il fianco della montagna. La meta era un piccolo altipiano posto a metà tra il fondo valle e la vetta, qui si trovava il lago e da una parete verticale di almeno cinquanta metri cadeva l’acqua proveniente dai ghiacciai.
Accelerò il passo spronato dal suono che annunciava l’approssimarsi della meta senza rendersi conto che il sentiero andava nettamente migliorando.

I faggi lottavano per contendere lo spazio alle prime betulle e alle conifere, segno che il clima di quella zona era generalmente più fresco, ma così non pareva quel pomeriggio tanto che l’acqua sicuramente fresca del lago iniziava ad apparire come un miraggio. E come tale apparve all’improvviso dietro una curva del sentiero.
Dapprima vide la cashita. Non appariva maestosa come s’era immaginato, la minima portata dovuta alla stagione avanzata e la relativamente scarsa altezza non giocavano a suo favore, ma le rocce rosse ed il verde della rigogliosa vegetazione la rendevano bellissima.

La lunga marcia stava dando i suoi frutti.
Il lago apparve poco dopo, appena guadagnati i pochi metri che lo separavano dal pianoro. Era un piccolo specchio d’acqua circondato per almeno tre quarti del perimetro da altissime conifere. Da un lato, però, confinava con i limiti del pianoro e nessun albero nascondeva il paesaggio sottostante. Il gioco ottico dei piani e la superficie riflettente dell’acqua lo facevano apparire inclinato verso valle, come se fosse un fiume che si precipitava giù.

Era davvero un luogo di rara bellezza e vivo. Pareva che gli a****li della montagna si fossero radunati tutti lì, se prima tutto appariva silenzioso e privo di vita ora era un concerto di richiami. Riconobbe varie specie di volatili ed in lontananza vide alcuni caprioli pasteggiare tranquillamente.
Non si era ancora fermato, i muscoli reclamavano una sosta ma intendeva raggiungere la riva prima di riposarsi, e fu qui che scoprì qualcosa di inaspettato.

Sul momento pensò ad una visione mistica generata dalla stanchezza e dal caldo, poi si rese conto di non sognare.
Seduta su di un sasso affiorante a pochi metri dalla cashita, levigato dai secoli, stava una figura femminile, splendidamente nuda, dai lunghissimi capelli corvini. Lei era voltata verso la parete di roccia e non poteva né vederlo, né sentirlo a causa del fragore. S’avvicinò con il timore di rompere un incantesimo e vederla sparire all’improvviso, quindi s’accomodò sulla riva e sganciò finalmente lo zaino.

La ragazza era intenta in quello che pareva un solitario bagno ristoratore, raccoglieva l’acqua con le mani e se la versava lentamente sulla pelle chiara, quasi albina. Era bellissima vista di spalle, la schiena ed i fianchi emanavano una sensualità incredibile grazie ai lenti e sinuosi movimenti. Non poteva scorgere il resto ma riusciva ad indovinarlo. Era tentato di denunciare la sua presenza ma quella figura nell’acqua riempiva la totalità dei suoi pensieri.

Lentamente lei si alzò e, barcollando elegantemente sui sassi del fondo, s’avvicinò alla cashita. Ora si mostrava in tutta la sua armonia, i glutei e le lunghe gambe erano il degno complemento di quella schiena e dei magnifici capelli.
In quel momento, il ragazzo, si ricordò della macchina fotografica. Mentre apriva la custodia con mani tremanti pensava d’avere pochissimo tempo prima che lei s’accorgesse della sua presenza ed immaginava il suo risentimento nel scoprirlo con una fotocamera in mano.

Scacciò quei pensieri per concentrarsi sulle regolazioni della temperatura colore, sensibilità del sensore e diaframma; preferiva shittare sempre in priorità di diaframmi, in modo d’avere il controllo sulla profondità di campo. Quando la inquadrò era pienamente cosciente e non più vittima del suo fascino, mise a fuoco e si preparò a shittare. La ragazza aveva il busto inclinato da un lato ed il braccio opposto sollevato per cercare un equilibrio sulle rocce del fondo; le gambe unite e tese nello sforzo tendevano i glutei.

Era perfetta!
Il dito del ragazzo sfiorò il pulsante di shitto, la macchina regolò ancora una volta la messa a fuoco e calcolò l’esposizione. Era pronta a shittare ma lui indugiò, aveva l’impressione di “rubare” l’intimità di quella ragazza, di violare il suo segreto piacere, d’irrompere nei suoi sogni. Poi il dito scese da solo per shittare la prima immagine. Il delicato suono dell’otturatore lo riportò alla realtà, allora iniziò a shittare in sequenza, variando solamente la focale dell’obbiettivo.

La vide entrare sotto il getto della cashita e sollevare le mani verso l’alto mentre inarcava la schiena, era un immagine carica d’erotismo, pareva che la ragazza si offrisse ad un immaginario amante, che esponesse il suo corpo al gelido abbraccio dell’acqua. Dolcemente lei portò le mani sotto i capelli e li aprì a ventaglio, li fece inzuppare poi se li buttò dietro la schiena.
Il tempo non aveva più senso in quel luogo, il ragazzo era attratto a tal punto da quello spettacolo da non accorgersi che il sole stava calando.

Improvvisamente la cashita assunse i colori dell’oro, il corpo della ragazza pareva un gioiello, un diamante bianco e lucente, incastonato in un meraviglioso fascione di quel metallo prezioso. Il giovane non si chiedeva come lei potesse resistere tanto a lungo sotto quel getto di acqua gelida dei ghiacciai, shitto ancora delle foto dopo aver aumentato la sensibilità equivalente del sensore. Sperava solamente di non saturare la scheda di memoria per non rischiare di perdere nemmeno un fotogramma durante la sostituzione.

Quando lei uscì da sotto la cashita riprese la via verso il masso affiorante, sempre con molta cautela camminava nel centro di uno specchio blu profondo increspandone appena la superficie. Il contrasto del suo corpo bianco con l’acqua ed il cielo rosso era un altro spettacolo inaspettato, ma il ragazzo preferì non portare la macchina al viso per shittare altre immagini ora che lei poteva vederlo. Ripose la fotocamera nella sua sacca e si sollevò in piedi in modo da farsi notare.

Si aspettava tutta una serie di reazioni da lei, tranne un sorriso.
Una ragazza intenta a bagnarsi nuda nelle solitarie acque di un lago montano che si scopriva spiata da uno sconosciuto, normalmente, avrebbe urlato il suo sdegno inveendo contro il guardone; invece lei sorrise. Oltrepassò il masso dove l’aveva vista accomodata la prima volta e si diresse verso lui seguendo un percorso serpeggiante sopra le pietre affioranti. Era davvero bella, ora che i dettagli del viso e del corpo si facevano sempre più chiari appariva incredibilmente attraente.

Giunta dinanzi al ragazzo tese una mano verso di lui e disse:
– Mi aiuti?
Lui, stordito da quanto vedeva, non comprese subito e tentenno, quindi finalmente afferrò la sua mano e l’aiutò a salire sulla riva.
– Grazie! – disse lei
La ragazza superò il giovane per dirigersi verso un faggio, lì vicino, dove stava appeso ad un basso ramo un vestito bianco. Lui rimase con gli occhi fissi sui glutei sin che la ragazza non si voltò offrendogli una vista ancora più piacevole del suo corpo, quindi stese sull’erba il vestito e vi si accomodò sopra.

Per nulla imbarazzata dalla propria nudità si presentò:
– Ange! – disse fissandolo negli occhi – È un diminutivo, ma tutti mi chiamano così.
– Luca. – rispose lui impacciato.
– Non viene molta gente quassù, cosa ti ha portato sin qua? – domandò lei mentre raccoglieva i lunghi capelli per strizzarli esponendo in modo spettacolare il seno.
– Emm… mi hanno tanto parlato di questo lago e della sua bellezza al tramonto che non ho potuto fare a meno di salire.

– Già, questo lago è davvero unico… come quella cashita!- ammise lei voltandosi verso lo specchio d’acqua.
– Vuoi… vuoi qualcosa per asciugarti? – domandò lui che non riusciva a staccare gli occhi da alcune gocce d’acqua che scivolando sul seno cadevano dai capezzoli sulle gambe della giovane.
– No, ti ringrazio, ma tra pochi minuti il vento mi avrà asciugata del tutto. – rispose lei, poi continuò – Parlami di te… da dove vieni?
Il ragazzo si sforzò di non fissarla nelle parti intime e di non puntare spudoratamente gli occhi nei punti erogeni, quindi iniziò a raccontarle la sua storia.

Scoprì che era davvero facile parlare con lei, liberarsi d’ogni cosa, aprirsi completamente rivelandole anche i più intimi segreti. Non provava alcun dolore nel ricordare eventi, più o meno recenti, che ancora lo facevano soffrire, come la recente conclusione della sua storia d’amore che lo aveva spinto ad accettare quel lavoro in valle, lontano dalla città e dai ricordi. Parlare con quella splendida ragazza completamente nuda gli faceva bene, sentiva di potersi fidare di lei anche se ancora non sapeva chi era in realtà.

Aveva intervallato le sue rivelazioni con alcune domande mirate, ma lei le aveva sempre abilmente eluse; oltre al suo nome non aveva scoperto altro.
La pelle della ragazza si stava asciugando ed i capelli avevano riacquistato il loro volume quando lei esordì domandando:
– Non hai fame?
– Sì, in effetti, inizio a sentire un feroce buco allo stomaco. – ammise lui mentre afferrava lo zaino. – Se vuoi qui ho un po’ di provviste.

– Vediamo! – rispose lei allungandosi verso la sacca.
Il ragazzo svuotò lo zaino sull’erba per iniziare l’inventario ma lei lo precedette:
– Carne in shitola, insaccati, formaggio… due uova ed un po’ di pane… hai solo questo?
– Sì… è roba nutriente e golosa… poi ho anche da bere.
– Non ti offendi vero se offro io? – domandò lei
Senza attendere risposta si alzò in piedi e lo invitò con un gesto a seguirla.

– Qui! – indicò poco dopo – Raccogli le more… solo quelle più mature, io vado a cercare dei lamponi!
Il ragazzo fissò il cespuglio spinoso e ripensò al salame che aveva nello zaino, quindi gli ormoni vinsero la battaglia con lo stomaco ed iniziò la sua raccolta mentre seguiva con lo sguardo la ragazza. Notò come si muoveva agilmente, nonostante non indossasse alcuna calzatura, sulle rocce e tra i cespugli, la sicurezza che dimostrava lo convinse che doveva essere nata in quei luoghi.

Non sapeva attribuirgli con sicurezza un’età, appariva molto giovane ma dimostrava una sicurezza ed una proprietà di linguaggio inusuale. Quando lei tornò aveva raccolto in una larga foglia una gran quantità di lamponi ed alcuni frutti più grandi.
– Pesche? – domandò lui
– Sì, c’è un albero poco più in là… tempo fa qualcuno aveva impiantato un piccolo frutteto quassù, c’era anche un ciliegio ma poi un fulmine lo ha abbattuto. Il clima di questo piccolo anfratto è davvero unico.

– Incredibile! – riuscì solo a commentare lui
Tornarono al loro posto, lui si accomodò su di una roccia e lei tornò a stendersi sul vestito. Il giovane apprezzò questa scelta, temeva che si sarebbe rivestita. Si era in qualche modo abituato alla sua nudità, ed ora non era più in difficoltà dinanzi alle sue grazie, ma era sempre fortemente attratto da lei.
Mangiarono lentamente mentre lei lo incitava a parlare, ben presto s’accorse di non aver più nulla da dire, aveva raccontato tutto di sé e continuava a non sapere nulla di lei.

Allora decise di forzarla a parlare con domande pressanti.
– Assaggia questo! – disse lei, eludendo una delle tante domande.
La ragazza si sporse per infilargli tra le labbra un lampone enorme e profumatissimo. Fu in quel momento che vide per la prima volta i suoi occhi da vicino. Grigi, profondi, sinceri, grandi ed illuminati dalla luna erano magnifici. Rimase immobile senza riuscire ad ingoiare il lampone.
– Cosa c’è? – domandò lei sottovoce
Non ottenendo risposta avvicinò il viso tanto da recuperare con le proprie labbra il lampone da quelle del ragazzo.

Avvenne tutto in un modo così naturale che lui si stupì di non averlo fatto prima, le loro labbra s’incollarono poi le lingue si cercarono. Fu un bacio per certi aspetti casto, sicuramente dolce, ma carico di passione. Venne invaso dal naturale profumo della ragazza, la sua pelle ed i capelli sapevano di femmina. Non quell’odore di sesso tanto eccitante per l’a****le che si nasconde nell’uomo, ma un aroma naturale, primordiale, che risvegliava lo spontaneo istinto riproduttivo.

Iniziò a sognare un lungo amplesso con quella ragazza, doveva accoppiarsi con lei non tanto per soddisfare la ricerca del piacere ma per qualcosa di più profondo. Spesso identifichiamo la ricerca del piacere sessuale con l’istinto a****le, ma gli a****li si accoppiano per riprodursi, il piacere che ne ricavano è solamente un sottoprodotto estremamente appagante. Siamo noi uomini ad aver elevato il sesso oltre alla pura procreazione, ad averne fatto una delle principali fonti di piacere.

In quel momento il ragazzo stava regredendo allo stato a****le: doveva inseminare quella femmina che profumava di fertilità.
Timidamente il ragazzo avvicinò le mani al corpo della ragazza e le posò sulla pelle ricavandone una sensazione di soda morbidezza un contrasto che nasceva dai muscoli tesi nella tensione erotica e dalla pelle liscia, morbida, ma tesa. Era calda, straordinariamente calda, emanava un’energia che si riversava, attraversando le mani, direttamente nella zona genitale del giovane.

Ora la desiderava più d’ogni altra cosa. Si ritrovò a giocare con i suoi capezzoli, a raccogliere nei palmi il seno per poi disegnare strani ghirigori sfiorando la pelle con le dita. Lei osservò le mani sorridente sin che non sollevò lo sguardo per fissarlo sugli occhi del ragazzo, dalle labbra socchiuse pareva in procinto d’uscire una frase, qualche parola, forse un offerta o una richiesta. Il giovane si fermò nell’attesa ma meglio d’ogni parola quella luce negli occhi, le labbra umide e la lingua stretta tra i denti indicavano chiaramente il desiderio della ragazza.

Lui la baciò ancora cercando di credere a quanto gli stava accadendo, pareva impossibile salire su di un monte e trovare una splendida ragazza nuda e pronta a donarsi completamente a lui. Se ci pensava stentava a credere che fosse la realtà, forse aveva già scolato la riserva di grappa e stava sognando nel suo sacco a pelo steso sotto le stelle. Poi lei fece la mossa decisiva: con estrema disinvoltura appoggiò la mano sui calzoni del giovane all’altezza dei genitali, lo accarezzo apprezzando l’erezione che percepiva attraverso il tessuto, quindi li slacciò liberando il membro.

Il giovane abbassò lo sguardo e vide quella mano stringersi intorno al pene, allora prese coraggio e spinse la sua mano verso la vulva della ragazza. Lei non oppose alcuna resistenza, anzi aprì leggermente le gambe per facilitarlo. La scoprì ancora più calda in mezzo alle gambe, era umida ed invitante, chiaramente disponibile. Voleva dire qualcosa, una frase qualsiasi, un complimento forse o una domanda diretta del tipo: “lo vuoi?”. Non ebbe il tempo di formulare alcunché, lei lasciò la presa sul membro e si voltò per mettersi carponi con il sedere rivolto verso di lui.

Ancheggiò invitante mentre sistemava le ginocchia sul fondo irregolare del prato, quindi voltò il viso verso di lui e sorrise ancora una volta, sempre più invitante.
Il messaggio del corpo era chiaro, desiderava essere presa in quella posizione e a lui non dispiaceva affatto l’idea. Ammirò il sedere perfetto, esaltato dalla posizione che aveva assunto, e mentre si levava i calzoni per essere più libero si domandava per quale motivo parlasse così poco.

Non le sarebbe dispiaciuto sentire la sua voce in quel momento, il suono delle parole poteva essere eccitante quando il quel corpo esposto ed offerto in quel modo, ma l’istinto prese il controllo. Si pose dietro di lei e guidò il membro verso la vulva, lo punto tra le labbra strofinandolo per aprirsi la strada e si preparò a spingere quando la sentì aprirsi. Lei fu più veloce, spinse in alto ed indietro il sedere risucchiando completamente il membro.

Finalmente sentì il suono della sua voce anche se limitato ad un lungo gemito. Era scivolato in lei con una facilità estrema, indice di quanto fosse eccitata e questa considerazione lo indusse a spingere con forza per entrarle ancora più dentro. La cinse per i fianchi e la trattenne mentre si muoveva sempre più veloce, lei pareva gradire molto il ritmo, si contorceva e gemeva, cercava di muoversi a tempo con lui ma spesso perdeva il controllo.

I suoi capelli disegnavano ampi archi ogni volta che reclinava indietro la testa per poi tornare a posarla a terra. Era fantastica! Non era solo bella da guardare con quella magnifica schiena che terminava in uno splendido sedere, ma si muoveva in un modo tale da amplificare le sensazioni. Il ragazzo temeva di non reggerla a lungo, benché fosse completamente dilatata e bagnata al punto da lubrificare alla perfezione l’asta del pene, il suo ventre si stringeva ogni volta che era tutto dentro di lei.

Non potendo osservarne il viso non capiva quanto stesse godendo, non riusciva a capire quanto dovesse forzare il suo controllo per non venire immediatamente. Voleva, doveva, chiederle a che punto era, ma non osava rompere quell’incanto. Deciso a farla urlare di piacere al più presto fece scivolare una mano sotto il ventre e quindi la spinse sino al pube, cercò tra le labbra il clitoride ma trovò subito il proprio pene che entrava in lei, poi a tentoni trovo il punto giusto.

N’ebbe conferma da un suo improvviso rantolo e da un lungo fremito che scosse tutto il corpo. La ragazza appoggiò il viso in terra e sollevò ancora di più il sedere, rimase immobile a godersi la penetrazione e lo stimolo esterno sin che, finalmente, un lunghissimo sospiro precedette un urlo di piacere. Lui continuò a stimolarla e a muoversi dentro di lei, vederla godere gli donava un ulteriore aiuto nella gestione del proprio piacere.

Voleva con tutte le sue forze farla godere sino allo sfinimento, sognava di vederla crollare distesa e di portarsi sopra di lei per farle bere tutto il suo seme, attendeva solo il momento giusto ma lei piegò la testa in modo da guardarlo negli occhi e lui comprese.
Rallentò il ritmo della penetrazione ma allungò al massimo la corsa. Usciva completamente da lei per poi rientrare penetrandola a fondo. Lei rimaneva immobile, con lo sguardo sognante e languido, accettava tutto, era totalmente disponibile e la sentiva sua come mai nessuna aveva sentito prima di lei.

Sapeva che stava per iniettarle dentro tutto il seme che aveva ma voleva godersela ancora un po’, desiderava che quel momento non avesse mai fine ma lei mosse il bacino, spostò il pube verso il basso stringendosi intorno al membro del ragazzo che non riuscì più a trattenere l’orgasmo. Quando stava per venire guardò in direzione del viso della ragazza, in cerca di una conferma che ottenne quindi riversò in lei il proprio succo vitale.

Si separarono a malincuore per crollare stesi a terra. Lei gli si fece contro dandogli le spalle per farsi abbracciare, non disse nulla solo il suo respiro rompeva il silenzio della notte. L’intenso calore del corpo della giovane spinse nel torpore il ragazzo. In qualche sprazzo di lucidità pensò di tirare fuori il sacco a pelo dallo zaino per coprire i loro corpi appagati, ma la ragazza era così calda e morbida tra le sue mani che si addormentò.

Fu un sonno agitato dal timore di risvegliarsi solo, stringeva la ragazza per convincersi che era reale, che aveva davvero fatto l’amore con lei quella sera. Lei mugolava soddisfatta nel sonno e si spingeva istintivamente contro di lui alla ricerca di calore e, forse, protezione. Tanti sogni interrotti e continui risvegli non avevano giovato al suo riposo, per questo alle prime luci dell’alba fu tentato di alzarsi. Osservo i lungi capelli della ragazza mentre avvicinava il viso inspirando a fondo con il naso, fu invaso dal loro profumo e si ritrovò nuovamente schiavo dei suoi istinti.

Spinse lo sguardo lungo la schiena ed i fianchi accompagnando la mano che scivolava su quella pelle morbida, raggiunse i glutei ed indugiò su di essi prima di spingersi verso il bacino ed il pube. La ragazza gemette languidamente e si spinse contro di lui, premette il sedere contro il sesso turgido del ragazzo e lo stuzzicò muovendolo provocante. Senza rendersene conto si ritrovò dentro di lei, il torpore della notte andava lentamente dissolvendosi rendendo sempre più chiare e forti le piacevoli sensazioni dell’amplesso.

Lei si muoveva in modo da far scorrere completamente il membro, una danza erotica resa ancora più efficace dalle contorsioni che imprimeva al pube. Lui fece scivolare una mano sotto il busto all’altezza del seno e l’altra sopra, afferrò quindi con forza le mammelle e la strinse a sé. Erano strettamente vincolati e si muovevano all’unisono, pareva che il bosco si fosse fermato per assistere al loro amplesso, persino il fragore della cashita era ridimensionato dai lunghi gemiti.

Lei iniziò a fremere, una vibrazione che si estese in tutto il corpo unendosi alle contorsioni erotiche, sembrò che le si bloccasse il respiro ma inarcò la schiena e spinse la testa contro il petto del ragazzo prima di immobilizzarsi per godere del suo orgasmo. Le convulsioni interne della ragazza spinsero anche lui verso il piacere e, per la seconda volta, le riversò dentro tutto il suo seme.
La tenne stretta a sé mentre il respiro si regolarizzava, lei era avida di coccole e lo comunicava gemendo sommessamente ad ogni carezza.

Sarebbe rimasto così tutto il giorno se lei, improvvisamente, non avesse proposto un bagno nel lago.
Il ragazzo era indeciso, la guardò mentre si avvicinava alla sponda per poi entrare in acqua. Nonostante i suoi richiami lui tentennava, era sicuro che l’acqua fosse gelata e non se la sentiva di congelarsi di primo mattino. Tuttavia, osservandola giocare con l’acqua, si sentì fortemente attratto da lei al punto di sfidare il freddo. Si avvicinò alla sponda e mise un timidamente un piede a mollo, scopri con suo stupore che l’acqua non era fredda, anzi pareva tiepida, invitante quanto la ragazza.

Entrò deciso e la raggiunse.
Giocarono per un tempo indefinibile sin che il sole non si trovò quasi sulla loro verticale, a quel punto la ragazza disse che doveva andare e, senza badare alle sue proteste, si diresse verso la riva. Quando la raggiunse lei si era già infilata il vestito, era la prima volta che non se la trovava dinanzi nuda e scoprì che era bellissima anche così.
– Dove vai? – domandò lui
– Devo tornare a… casa.

– E dove?
– Di la… – rispose lei enigmatica.
– Non sapevo ci fosse un sentiero in quella direzione.
– Oh! Sono tante le strade che conducono a questo lago, solo che pochi le conoscono… per fortuna!
– Senti, Ange… vorrei rivederti! – ammise lui
– Anche io!
– Ma come…
– Ogni volta che lo vorrai… tranquillo!
Senza aggiungere altro lei si diresse lungo la sponda del lago nella direzione opposta al sentiero tramite il quale era giunto lui, s’infilò nel bosco e poco prima di scomparire dietro ad un cespuglio di rovi lo salutò.

Lui rimase attonito dalla veloce fuga della ragazza, perché proprio di una fuga si trattava, inutile definirla in altro modo. Il maggior stupore era dovuto al fatto che lui non avesse fatto nulla per trattenerla o per strapparle almeno un indirizzo dove ritrovarla. Non sapeva neppure da quale paese o frazione venisse. Non riusciva a spiegarsi la sua stessa arrendevolezza, non era nel suo carattere accettare gli eventi senza almeno un tentativo.
Dentro di sé sentiva che l’avrebbe rivista, credeva alla promessa della ragazza.

Senz’altro indugio si mise a recuperare le sue cose per conficcarle con forza nello zaino, giunto alla macchina fotografica fu tentato di controllare nel piccolo monitor le riprese della sera prima, ma si stava facendo tardi e la strada era lunga. S’incamminò stupendosi di non sentire la fatica nelle gambe e si complimentò con se stesso meditando su frasi del genere: “complimenti, due scopate e non ne risenti affatto… che fisico!”. Amenità del genere che lo misero di buon umore.

Giunto in prossimità del paese a valle decise di far sosta dal vecchio che gli aveva indicato la via, per ringraziarlo e, forse, raccontargli la sua avventura. Abitava fuori del paese, ma era di strada. Avvicinandosi alla sua casa notò che le finestre erano sbarrate e una piccola selva d’erbacce cresceva intorno alle mura in pietra. Si fermò dinanzi al vialetto domandandosi che fine avesse fatto il vecchio quando una voce lo richiamò:
– Cerca qualcuno?
– Sì… qui non abitava un uomo… anziano…
– E lei chi sarebbe? – domandò la voce sospettosa di un’energica vecchietta.

– Ah. sì, sono il nuovo guardaparco e stavo scendendo al paese da quel sentiero…
La vecchietta si avvicinò quasi a sfiorarlo fissandolo con due occhi miopi ma vivaci.
– Il vecchio Giuspin è morto due anni fa.
– No… non è possibile… – stava per raccontarle di averci parlato solo il giorno prima ma l’anziana donna lo precedette.
– Se va al cimitero lo trova la! – disse lei seccata e se ne andò.

Sconcertato dalla notizia si recò di buon passo verso il camposanto, era convinto di scoprire che l’uomo cui si riferiva l’anziana non era il vecchio che conosceva lui. Aveva stampata in mente l’immagine di un anziano montanaro seduto sulla soglia di casa intento a decantare le meraviglie di quel lago poco conosciuto. Erano fatti accaduti solo pochi giorni prima, quindi non poteva essere morto da due anni!
Quando trovò la lapide il mondo prese a girare intorno a lui, all’improvviso nulla aveva più senso.

La fotografia incollata sulla pietra ritraeva il viso del vecchio, non c’erano dubbi. S’inginocchiò per studiare meglio i dettagli, sfiorò con le mani l’immagine e le parole incise nella pietra per convincersi di non sognare.
– Lo avevo detto che era qui… ma lei non mi voleva credere! – disse la voce della vecchietta dietro di lui.
– Ma… ma, non è possibile! Io ho parlato con quest’uomo solo due giorni fa! – ammise lui senza voltarsi ma domandandosi come poteva già essere lì con il suo passo malfermo.

– Ci ha parlato! – non era una domanda.
– Sì. Sono sicuro che era lui… due giorni fa sulla soglia di quella casa che ora pare abbandonata. – Si liberò lui.
– Succede! – ammise candidamente lei
“Succede?” si domandò mentalmente lui prima di voltarsi e trovare solo l’aria dietro di lui.
– Cosa vuol dire che “succede”? – domandò ad alta voce in mezzo al cimitero deserto.
Diede ancora uno sguardo alla lapide poi riprese il cammino verso casa.

Lungo la strada si rifiutò di pensare, di ricordare o analizzare tutti i dati che premevano nel suo cervello. Gli ultimi eventi avevano quasi cancellato la stupenda notte con la ragazza dai suoi pensieri, solo quando collegò la fotocamera al pc tutte quelle magnifiche sensazioni lo invasero nuovamente. Era talmente sicuro del risultato degli shitti che scaricò tutta la memoria prima di visualizzarli sul monitor. Aprì la prima immagine della serie e stentò a credere a ciò che vedeva.

Il lago appariva in tutta la sua bellezza, ma oltre all’acqua e al bosco intorno non c’era altro. Passò in rapida sequenza tutte le foto ma in nessuna di esse appariva la ragazza. Pensò d’impazzire, prima il vecchio che non esisteva più poi la ragazza che non appariva in alcun’immagine. Eppure le inquadrature testimoniavano la volontà di riprendere un soggetto preciso, non un panorama; aveva shittato a qualcosa che ora non veniva visualizzato.
“Impossibile!” pensò.

Ingrandì qualche immagine nella zona centrale, la dove avrebbe dovuto trovarsi il soggetto, ma non scoprì nulla. Quasi sull’orlo della disperazione iniziò ad ingrandire una delle immagini della cashita e qui notò, finalmente, qualcosa di innaturale: l’acqua che scendeva s’infrangeva contro un ostacolo invisibile. La forma non era chiara ma qualcosa fermava le gocce d’acqua prima che giungessero a terra. Ridusse ed ingrandì più volte il dettaglio nel tentativo di scoprire una forma umana in quello strano disturbo, quindi iniziò ad applicare dei filtri in successione senza una regola precisa non ottenendo nulla di chiaro sin che non attivò il filtro basso rilievo e qui, finalmente, riuscì ad intravedere qualcosa.

Pareva che a deviare le gocce d’acqua fosse un quadrupede dal collo massiccio e molto lungo. Fissò a lungo l’immagine nel tentativo d’identificare quell’a****le ma non riuscì a capire a quale specie appartenesse. Richiamò alla mente i suoi studi, la sua esperienza di lavoro nei vari parchi naturali, ma la linea di quell’a****le gli era sconosciuta, e poi era sicuro d’aver fotografato una splendida ragazza!
Stanco e con gli occhi che bruciavano spense il computer e si buttò sul letto senza spogliarsi, crollò immediatamente rapito da un sonno profondo che lo trattenne sino al mattino quando si svegliò con un pensiero preciso in mente: “centauro”.

Questo era l’essere ritratto nella foto.
Stentava a crederci ma si sforzò di non lasciar campo alla parte razionale del suo cervello, non richiamò neppure la foto che aveva elaborato la notte precedente. Si preparò una veloce ma abbondante colazione mentre verificava il contenuto dello zaino che non aveva ancora svuotato, quindi s’infilò gli scarponi e uscì incamminandosi verso il sentiero del lago.
Ora che conosceva la via camminava spedito e raggiunse la meta stabilendo un record personale.

Il lago era deserto, si era immaginato di trovare la ragazza ad attenderlo ma comprese che era solo un’illusione. Deluso si sedette su di un masso e fissò la cashita come se intendesse contare le gocce d’acqua. Rimase immobile con lo sguardo fisso per un tempo indeterminato e sarebbe rimasto lì sino alla fine del tempo se:
– Ciao! Mi aspettavo di trovarti qui. – disse la voce della ragazza alle sue spalle.
Lui si voltò lentamente, quasi timoroso di trovare conferma alla teoria che aveva sviluppato nelle ultime ore, ma trovò semplicemente la ragazza con il suo vestito bianco.

– Ciao! – rispose lui
– Cosa ti ha portato qui? – domandò lei
– Fai sempre le stesse domande?
– Mi piace sentire come cambiano le risposte.
Allora, cosa ti ha portato qui questa volta?
– Tu! – ammise lui

La ragazza sorrise e fece un passo verso di lui.
– Voglio sapere chi sei. – la bloccò lui
– Non mi vedi?
– No, devo sapere chi sei realmente.

La ragazza fece ancora un passo sino a giungere a pochi centimetri da lui quindi disse:
– Sono quella che tu vuoi vedere.
– Intendo dire che voglio conoscere il tuo vero aspetto.
– Quello che vedi ora.
– No, non è questo. Ti ho shittato delle foto e….
– Non stai sognando e tutto questo è reale… qui, e solo qui, intorno a questo lago.
Lui la fissò negli occhi e seppe che non mentiva.

Lei sollevò il viso offrendogli le labbra che lui accettò.
Il mattino seguente scese a valle per procurarsi l’occorrente per costruire un rifugio, una casa, dove vivere sulle sponde di quel lago. Lontano da tutti, dal mondo intero e dalle sue assurde regole, insieme a quella incredibile stupenda ragazza.

Sara e Diana

In una giornata grigia e piovosa Sara se ne stava sola alla finestra con gli occhi rossi di pianto, mentre la sua gatta, Milly, la guardava con compassione.

Il sole aveva smesso di splendere dal momento esatto in cui Diana aveva messo piede fuori casa per scappare sconvolta a piedi nudi. Sara continuava a chiedersi perché mai fosse successo, come Diana avesse potuto tradirla, spezzando in tal modo la loro intesa così esclusiva. Stentava a crederci, eppure aveva ammesso lei stessa di averlo fatto e la sua reazione era stata quella di cacciarla di casa in
malo modo, gridandole di non volerla vedere mai più.

Certo, da un po’ di tempo si vedevano poco, si erano lasciate prendere più del solito dal lavoro, ma tutto Sara avrebbe pensato tranne una simile confessione quando Diana aveva preannunciato di voler chiarire una cosa importante. E ora le sembrava di non poter affrontare una simile delusione, anche se però iniziava già a pentirsi di aver reagito in maniera così violenta. Guardando la pioggia che inondava il mondo oltre i vetri percepì il vuoto della stanza alle sue spalle e, come non si vedessero da una vita, iniziò a soffrire per l’assenza di Diana.

Le sembrò di sentire già la mancanza dei suoi capelli biondi e di quel particolare profumo di lavanda che emanavano, si vide sfuggire da sotto gli occhi i gesti della quotidianità, dalla colazione consumata velocemente insieme, alla sensazione provata durante un inaspettato e morbido strusciamento procurato dal lenzuolo di seta su un capezzolo. Sapeva di non poter più immergere le mani nella dolce acqua calda che scorreva sulla pelle levigata di Diana e strofinarle, unte d’olio alle ventisette erbe, sulla sua schiena inarcata dal piacere.

Sara non aveva idea di cosa fare, per ora le sarebbe bastato dormire per dimenticare tutto.

Episodio 2 | Il tradimento

Sara si svegliò quasi di soppiatto dopo una lunga e agitata notte. Si strofinò gli occhi intorpiditi e, voltatasi in direzione di Diana, riscoprì dolorosamente che la sua parte del letto era vuota. Il giorno prima si era consumata la furiosa scenata, sfociata nella sua fuga sotto un cielo plumbeo.

Ora fuori continuava a piovere dando quasi l’impressione che fosse così da sempre, che avesse piovuto dalla lontana notte dei tempi senza mai smettere, con l’intenzione di continuare in eterno. Sentendo lo scroscio dell’acqua nella grondaia, a Sara tornò in mente il sogno fatto durante la notte: si trovava in una vasca da bagno, la stessa in cui la schiuma aveva più volte carezzato i suoi seni, uniti a quelli di
Diana in un morbido abbraccio.

Annaspando cercava di uscire dall’acqua, ma una forza sconosciuta la respingeva sotto, costringendola ad affogare. E ora, complici le sensazioni rimaste dopo quel sogno, aveva l’impressione di dover andare a fondo senza Diana al suo fianco. Nonostante quella mattina non dovesse andare al lavoro, Sara si costrinse ad alzarsi dal letto, consapevole di rischiare di impazzire se fosse rimasta tra le lenzuola. Prima però, pur rendendosi conto di compiere un atto autolesionistico, si allungò verso il cuscino di Diana e ne assaporò il profumo.

Fu come immergersi in un mare tiepido e limpido, situato in una lontana e dimenticata zona del mondo, un luogo in cui nulla avrebbe potuto nuocerle. In cucina, la gatta si strusciò su una gamba, quasi a ricordarle che era lì per consolarla. Sara però non era troppo in vena di badarle, le diede il suo pasto mattutino per poi gettarsi sul divano, singhiozzante. Sarebbe voluta uscire sotto la pioggia per gridare il nome di Diana nel vento.

Alzando lo sguardo, vide un vaso colmo di rose bianche ormai rinsecchite, rose candide, quasi un’immagine di purezza, eppure colte dalla stessa persona che l’aveva tradita, la stessa che le aveva promesso fedeltà eterna, pur non avendo bisogno di uno stupido contratto per farlo. Fu così che dopo aver a lungo rimuginato, Sara decise di prendersi un po’ di tempo, magari dopo qualche giorno avrebbe visto le cose più chiaramente e deciso cosa fare.

Uscita sotto il portico di casa per fumare una sigaretta, si mise a fissare il grigio paesaggio invaso dalla pioggia e le sembrò di trovare un attimo di quiete, ma immediatamente ripiombò nel baratro dello sconforto più nero. Le tornò infatti alla memoria che lei e Diana si erano baciate per la prima volta proprio sotto la pioggia. In quell’occasione, la sua mano aveva afferrato con decisione la spalla di Diana, che voltandosi di shitto era rimasta rapita dal suo sguardo vorace.

Quella stessa mano lentamente era scesa lungo il braccio, mentre le labbra si avvicinavano, sfiorandosi prima delicatamente, poi con crescente bramosia, per sfociare infine in un vortice di inattesa passione, in cui le lingue si avvinghiavano con un’enfasi tale da togliere il fiato. La pioggia era stata quindi testimone del loro primo lungo bacio, uno di quei momenti che si ricordano per tutta la vita. Ora Sara aveva l’impressione che il cielo sanguinasse e che il suo sangue fosse quella pioggia ghiacciata.

Episodio 3 | La notte

In quel triste giorno di tarda primavera non smise mai di piovere. La giornata di Sara passò lentamente fra distratte letture e fugaci sguardi alla televisione. Una cena veloce insieme all’affezionata gatta non sedò il senso di solitudine e smarrimento e, senza che lei se ne accorgesse, arrivò di nuovo l’immancabile coltre oscura che da sempre ricopre ogni cosa: la notte. Andare a dormire era l’unica cosa che le potesse venire in mente di fare dopo una
giornata triste e sonnolenta come quella appena trascorsa, pur sapendo che ritornare a letto significava ricordare che Diana non era lì ad aspettarla.

Sotto le lenzuola non avrebbe sentito il calore del suo corpo, odorato il profumo della sua pelle bianca e vellutata, accarezzato i suoi capelli color grano e il suo volto angelico, non avrebbe potuto saziarsi baciando infinite volte i suoi seni perfetti. Sedendosi timidamente sul letto ricordò i lieti momenti in cui lei e Diana giocavano a rincorrersi per casa, momento di preparazione ad altri più arditi giochi. Si ripresentarono nella sua testa, rimbombanti, le risate di Diana quando lei le faceva il solletico e le morsicava i fianchi scultorei, le scene d’amore di film visti e rivisti assieme infinite volte.

Ricordò quando, guardando i suoi meravigliosi occhi verdi, la baciava teneramente, si tormentò pensando al contatto della lingua sulla sua pelle, con l’eccitazione che cresceva impetuosa, così come il turgore dei capezzoli, immaginando ancora i loro corpi avvinghiati, stretti uno contro l’altro, bacio su bacio, ventre contro ventre, per fondersi in un unico oggetto d’amore. La cosa che più adorava Sara era il godimento che lei stessa procurava a Diana facendola urlare di piacere.

Infinite volte aveva stuzzicato ogni più piccolo punto del suo corpo e altrettante volte lei l’aveva ricambiata dicendole di amarla. Solo sfiorandosi, l’eccitazione tra loro due diventava padrona e la passione un fiume in piena inarrestabile. Allora perché Diana l’aveva tradita? Sara pianse ancora, quasi gridando, lacerata dal dolore e dalla crescente mancanza di lei. Così facendo riuscì ad addormentarsi solo quando ormai era l’alba. Si svegliò il giorno dopo con la tentazione di chiamarla, ma dopo aver allungato di shitto la mano verso il cellulare la ritrasse altrettanto in fretta.

In fondo si era ripromessa di aspettare qualche giorno e così avrebbe fatto. Ma se fosse stata troppo avventata cacciando Diana a quel modo? Questo dubbio iniziava a farsi strada in lei, così come l’idea che magari non fosse troppo tardi per rimettere a posto le cose. Nonostante questi pensieri accomodanti però il tarlo dell’orgoglio la divorava dentro, unito in maniera molto stretta alla delusione che provava. Rimase quindi ad assecondarlo, anche se amaramente, e si ripromise ancora una volta di aspettare che arrivasse il momento giusto per fare qualcosa.

Quella mattina qualche discreto raggio di sole illuminava finalmente la campagna circostante e Sara non riuscendo più a restare chiusa in casa decise di uscire. Come le nuvole si erano squarciate per lasciare posto alla luce, così forse quella stessa luce poteva entrare dentro di lei.

Episodio 4 | La casa nel bosco

Diana osservava immobile un posacenere che poggiava su una Venere nuda in pietra. Il suo sguardo attonito quasi non muoveva le palpebre e sembrava rivolto ad un indefinito altrove.

Dal momento della sfuriata Diana viveva sotto il tetto dell’amica Cristina e non aveva più avuto alcuna notizia di Sara. Il silenzio del suo viso pallido si infranse all’improvviso quando Cristina entrò nella stanza chiedendole
se volesse fare colazione. Purtroppo però il suo stomaco era chiuso, così come la sua bocca, che pareva sigillata da due giorni.
L’amica, seppur ansiosa di capire cosa fosse successo, rispettò il suo silenzio pensando che appena fosse giunto il momento avrebbe parlato di sua spontanea volontà.

Al momento l’unica cosa che a Diana riuscisse bene era pensare a Sara con dolore e rammarico. Fra una miriade di ricordi si sentiva particolarmente affezionata a quelli dei tempi in cui si erano conosciute. La prima volta in cui i loro occhi si incontrarono fu in ospedale, dove Diana lavorava come infermiera e Sara si era recata per alcune consulenze professionali. Quel primo veloce incontro non l’aveva lasciata indifferente e le aveva riempito la testa di fantasie.

A quell’epoca, Diana era spesso immersa in storie d’amore immaginarie e perfette, non avendo ancora avuto modo di innamorarsi sul serio. Il suo temperamento passionale e sognatore la trascinava in luoghi mentali in cui non c’era bisogno di contenersi o di avere paura. Quando però si trattava della realtà tutto era diverso, difficile, impossibile. E la stessa cosa era accaduta con Sara. Rapita da quegli occhi da cerbiatta sognante e dal movimento sensuale delle sue labbra sottili, Diana era partita immediatamente per un viaggio attraverso i sensi del sogno ad occhi aperti.

Nel loro primo immaginario incontro, le due si trovavano in un rifugio al centro di un bosco fatato. Il fuoco ardeva nel camino, oltre che nel petto prosperoso di Diana, mentre fuori pioveva a dirotto e il vento creava spaventosi suoni tra gli alberi. Sara era distesa sul tappeto davanti al fuoco con lo sguardo rivolto a lei, che ad un tratto le si avvicinò per poi allargarle lentamente le gambe. Appoggiato il tallone a terra e la punta del piede sul suo inguine fremente, iniziò a sfregare le dita in quella zona proibita, mentre Sara si mordeva le labbra voluttuosamente.

Stanca del gesto preliminare, Diana si inginocchiò e si protrasse sul corpo bollente dell’altra ad esplorarne le rotondità, delicate e solide al tempo stesso. Le sue mani curiose le strapparono senza indugio la camicia, da cui uscirono prorompenti i seni candidi. La lingua di Diana non si poté fermare e solcò avidamente tutti i sentieri più reconditi di quel corpo pallido e sensuale. Le due si strofinarono poi una sull’altra fino a raggiungere un piacere intenso, che le trasportò per qualche frazione di secondo in universi non ancora conosciuti.

Purtroppo si trattava solo di una fantasia. Nella realtà Diana dubitava che le cose potessero andare così, ma si sbagliava, perché di lì a poco ci sarebbe stata la rivelazione e il bacio sotto la pioggia strappatole a sorpresa da Sara. E ora, dopo anni passati assieme era cambiato qualcosa e lei accidentalmente si era concessa a un’altra. Si potevano ancora rimettere a posto le cose o era ormai troppo tardi?

Episodio 5 | Debolezza

Era una giornata di sole, gli uccelli cinguettavano in lontananza e le cicale riempivano l’aria col loro verso monotono.

Diana aveva la giornata libera, così, colta dal senso di solitudine che provava in quel periodo, si recò a trovare Giulia, una sua collega infermiera che la corteggiava da quasi due anni, cosa di cui Sara era al corrente, pur non essendosene mai preoccupata. Diana sapeva di andare incontro ad un pericolo recandosi a casa di Giulia, ma per ripicca nei confronti di Sara, che a suo parere la trascurava, volle correre il rischio.

A Giulia non sembrò vero di trovarsela di fronte in tutta la sua fragile bellezza, il tanto agognato oggetto del desiderio era a portata di mano e si apprestava ad accomodarsi in casa sua. Diana si sfogò a lungo, raccontando come la sua compagna non la degnasse quasi di uno sguardo, mentre la collega la ascoltava con attenzione usando infidamente ogni frase da lei pronunciata per mettere Sara in cattiva luce. Giulia espresse infine la sua comprensione dicendo di aver passato lei stessa un periodo del genere con una ex e carezzando fugacemente il viso di Diana, che non potendosi più trattenere scoppiò in lacrime.

L’altra capì che era dunque giunto il momento di passare all’azione, così si avvicinò e abbracciò Diana, accarezzandole i capelli. Le sollevò il mento e poggiò l’altra mano sul suo viso umido di lacrime. Dopo un attimo di esitazione, Diana si lasciò cullare da quella mano consolatrice. Il passo successivo fu un furtivo bacio di semplice contatto labbra su labbra. Diana però sentì che la sua indole selvaggia e passionale stava emergendo. Fu così che il secondo baciò durò di più e il terzo di più ancora, mentre il quarto divenne lungo e infuocato.

Giulia non aspettava altro e propose di spostarsi immediatamente in camera e l’altra, ormai rapita dalle tentazioni dei sensi, non si fece pregare. Le due si scaraventarono sul letto e quasi lo sfondarono nell’enfasi dei loro movimenti affannati. Giulia dominava la scena e Diana le permetteva di farlo con lasciva sottomissione. Gli abiti di entrambe volarono per tutta la stanza andando a precipitare ovunque. L’ultimo ostacolo erano gli slip di Diana, che l’altra fece scivolare via con decisione e che, prima di gettare insieme agli altri indumenti, annusò a pieni polmoni, quasi si trattasse di una rosa appena fiorita.

Ormai non era più possibile fermarsi, la lussuria aveva rapito entrambe. Senza indugiare ulteriormente, le dita di Giulia oltrepassarono il confine proibito, entrando tremanti nella vagina di Diana, che sembrava schiudersi come un fiore, e ne uscirono bagnate del suo piacere. Senza pensarci due volte Giulia le leccò con avidità, quasi si trattasse della ricompensa dopo una lunga attesa. Infine la sua lingua penetrò completamente in quell’umida fessura, sempre più dilatata e disposta a soccombere al piacere più estremo.

Diana ansimava in modo crescente e ad ogni suo gemito l’altra aumentava la potenza del suo gesto. La sua bocca si muoveva avanti e indietro sul ventre di Diana, la quale a un certo punto non resistette più e si mise a gridare. Negli ultimi attimi prima che la sua dea raggiungesse l’orgasmo, Giulia iniziò a masturbarsi violentemente per godere completamente insieme a lei. Il tutto si concluse con le grida di Diana e i mugugnii soffocati dell’altra.

Infine giunse la quiete, che come una tiepida brezza sembrava sfiorare i loro corpi sudati. Questo era quanto accaduto a casa di Giulia in quel fatidico giorno. Ora Diana si apprestava a raccontarlo a Cristina, mettendo in primo piano le motivazioni che l’avevano spinta a tradire Sara e tenendo invece per sé i particolari più intimi di quel gesto bastardamente piacevole.

Episodio 6 | Un bagno bollente

Dopo quasi una settimana Sara decise che era giunto il momento di avere notizie di Diana, ma non volendo dare a quest’ultima la soddisfazione di essere stata cercata da lei, decise di chiamare Cristina.

Afferrato il telefono, iniziò a pigiare i tasti, ma il suo sguardo si bloccò vacuo sulla tastiera, mentre la sua mente si preparava a rivisitare un momento del passato. Un giorno in cui era libera dal lavoro, Sara ebbe una brillante
idea e senza dire di che si trattasse chiamò Diana a metà pomeriggio per sapere a che ora avrebbe staccato per tornare a casa. Quando ormai mancava poco al suo rientro, riempì d’acqua bollente la vasca da bagno, ci aggiunse bagnoschiuma in gran quantità e alcune gocce di essenza di lavanda, il profumo che Diana preferiva in assoluto.

Infine, per rendere ancora più gradevole e avvolgente l’atmosfera, adornò i bordi della vasca con candele profumate e cosparse petali di rose rosse sul pavimento. Non appena sentì le chiavi sferruzzare nella serratura Sara corse ad accogliere Diana, le sfilò la giacca e la invitò a seguire il percorso tracciato dai petali di rosa. Spalancata la porta del bagno, Diana fu accolta da un invitante tepore e dagli aromi emanati dall’intera stanza. L’altra continuò a spogliarla e levandole la camicetta le baciò il collo facendola gemere inaspettatamente.

La gatta manifestò una mezza idea di entrare, ma le due la chiusero fuori, intenzionate a immergersi in quella rigenerante atmosfera. In piedi si scambiarono qualche effusione, continuando a denudarsi. Sara accarezzò il ventre di Diana, per poi spostare la mano dentro i suoi slip per poterli poi sfilare. Questa piegò la testa all’indietro per il piacere procuratole da quell’incursione improvvisa. Sara la invitò quindi ad entrare in acqua, dopo di che si precipitò in cucina, per ricomparire poco dopo con un vassoio colmo di capezzoli di Venere, i dolci che la sua amata preferiva, soprattutto per la forma, che stimolava l’erotismo.

A quel punto si immerse lei stessa in quell’invitante effluvio di caldi profumi. Sara aveva pensato ad un bagno rilassante, ma una volta in acqua non poté contenere la passione. Il suo corpo bollente abbracciò Diana da dietro, mentre le mani si riempivano del suo magnifico e abbondante seno. Strusciò un capezzolo di venere sul suo collo e glielo portò infine alla bocca, mentre le dita dell’altra mano andavano a intrufolarsi tra le sue piccole labbra.

Diana iniziò a gemere, non ancora per il piacere, ma perché sapeva che così facendo avrebbe fatto impazzire l’altra dal desiderio di farla godere ancora di più, fino allo sfinimento. Allargò quindi le gambe più che poteva, dovendo fare i conti con le pareti della vasca, e iniziò ad ansimare copiosamente mentre le dita di Sara spingevano e andavano sempre più a fondo. Diana allora condusse la propria mano destra dietro la schiena per farle provare il medesimo piacere, reso forse ancora più intenso dall’immersione nell’acqua, che si agitava sempre più come un mare in tempesta.

Le due donne, vibrando all’unisono, raggiunsero il tanto agognato orgasmo, per trovare poi un attimo di quiete. In seguito avrebbero ripetuto la pratica d’amore più e più volte, per lasciarsi infine cullare stremate dall’acqua ormai fredda. Ricordando quel momento, Sara si rese conto che non avrebbe potuto stare ancora a lungo senza Diana. Fu così che il telefono di Cristina iniziò a squillare insistentemente.

Episodio 7 | Un massaggio passionale

Cristina rispose stupita al telefono, vagamente rassicurata però dal fatto che Diana fosse altrove e non lì ad origliare, cosa che avrebbe creato in lei un certo imbarazzo.

Sara si informò sulle condizioni mentali e fisiche di Diana e venne a sapere che quest’ultima era andata a godersi un massaggio rilassante per cercare di risollevarsi un po’. Salutò quindi tristemente Cristina per tornare al suo malinconico rimuginare. Sia lei
che Diana avevano una passione di vecchia data per i massaggi. L’altra amava riceverli, mentre Sara preferiva riempirsi le mani di olio e strofinarle a lungo sul corpo della sua amante.

Grazie all’ispirazione da lei trasmessa il massaggio diventava un’opera d’arte, il cui risultato finale era un’esplorazione del territorio dei sensi. Una volta, in un pomeriggio d’estate, Diana leggeva un libro in camera da letto e aveva chiesto a Sara di prepararle una tazza di tè. Aperta la porta, con la tazza in mano, quest’ultima fu accolta dal fumo di un dolce incenso e trovò l’altra nuda sul letto che la guardava con desiderio.

Ciò che vedeva le sembrò quasi un’immagine divina. Le gambe di Diana pallide come il marmo si incrociavano con delicata eleganza, una mano copriva il ventre e l’altra si avvinghiava lasciva tra i capelli. Sara si avvicinò, ma lentamente per prolungare la durata della visione e accrescere il desiderio. Allungò una mano verso un seno sedendosi sul letto. In quel momento non c’era bisogno di parole, non era necessario dirsi “ti amo” o “ti desidero”, le due donne si capivano tramite sguardi infuocati.

Diana si girò di schiena per suggerire ciò che voleva. A breve le mani di Sara, unte di olio alle ventisette erbe, si impossessarono di quel corpo dal colore glaciale, ma caldo e accogliente al tatto. Fuori stava arrivando un temporale, il che rendeva l’atmosfera estiva ancora più opprimente, tanto che anche Sara si decise a spogliarsi. Massaggiando le spalle di Diana, strusciava il proprio ventre sulle sue natiche sode e invitanti. Le mani poi si trasferirono sui fianchi, che Sara morsicò, procurando un piacevole solletico all’altra, che ne chiese ancora, insaziabile.

I morsi successivi furono più forti, quanto basta per ottenere quel connubio di lieve dolore e godimento. Quando l’eccitazione oltrepassò il livello di guardia, Diana allargò le gambe, desiderosa di essere violata. Sara si infiltrò con le dita in quella foresta selvaggia. Qui, rapita dall’istinto, entrò con le dita tra le labbra bagnate di Diana, mentre con l’altra mano le palpava il seno, che se ne stava accoccolato sul materasso. Diana improvvisamente si voltò e invitò l’altra ad avvicinarsi al suo viso.

Durante un lungo intenso bacio, le due presero a penetrarsi reciprocamente. I loro movimenti sensuali si fecero sempre più ansiosi, mentre i muscoli si contraevano. Ansimando freneticamente, giunsero all’orgasmo e proprio in quel momento il cielo tuonò fragorosamente, quasi volesse rendersi partecipe di quel magico amplesso. Sudate ed esauste si stesero sul letto, cullate dal suono della pioggia, che aiutò le loro membra a rilassarsi per godersi così la quiete dei sensi, temporaneamente placati.

Ricordando quell’episodio Sara pianse nuovamente. Ora il suo dubbio era che Diana continuasse a vedere Giulia, l’oggetto del tradimento. Questo pensiero la gettò per qualche minuto in un baratro di disperazione, dal quale però si costrinse ad uscire. Riuscì un po’ alla volta a trovare la determinazione per rimettere a posto le cose. Prese quindi in mano il telefono per la seconda volta, questa volta con l’intento di telefonare a Diana.

Episodio 8 | Tentazioni

Guardando il cielo che lentamente si annuvolava per l’ennesima volta Sara accese una sigaretta, una di quelle che si fumano con la scusa di trovare il coraggio necessario per compiere una certa azione.

Mentre la cenere si sfaldava cadendo a terra, lei fissava un punto nel vuoto, riflettendo su ciò che avrebbe potuto dire non appena Diana avesse risposto al telefono. Posò lo sguardo sul fumo che saliva al cielo e per un
istante ebbe l’impressione che quella plumbea nube disegnasse la sagoma di Diana, per poi dissolverla velocemente nell’aria. Non era il caso di aspettare oltre, le sue dita si spostarono velocemente sulla tastiera del cellulare per cercare in rubrica il numero di Diana.

Uno squillo, due squilli, dieci squilli e infine la segreteria, ma nessuna risposta. Innervosita ma ancora decisa a volerla chiamare, Sara decise di aspettare una mezzoretta per poi ritentare. Non ricevendo risposta nemmeno la seconda volta, le inviò un messaggio per farle sapere che intendeva parlarle al più presto. Anche stavolta non vi fu alcuna risposta, così dopo un ultimo vano tentativo di chiamata, Sara ricontattò Cristina. Nel momento in cui venne a sapere da quest’ultima che Diana era fuori casa dal giorno prima, il sangue le salì alla testa.

Lei stava cercando in tutti i modi di mettere da parte l’orgoglio per chiarire la situazione e Diana oltre a non farsi trovare se la stava magari spassando ancora con Giulia! Con la rabbia e la frustrazione che la opprimevano, Sara chiamò Arianna, una sua ex che le era tuttora amica. Dopo il lungo sfogo iniziale, l’amica, che provava ancora un segreto interesse per lei, le propose di uscire quella sera per andare al cinema.

Arianna era appassionata di film, in particolare se contenevano tematiche erotiche o scabrose. A Sara invece bastava uscire per svagarsi un po’, dato che da quel che sapeva Diana non si stava facendo mancare niente. Si incontrarono in un bar per prendere un aperitivo prima di immergersi nell’oscurità della sala. Arianna non era cambiata affatto da quando stavano insieme, portava sempre i capelli castani sciolti sulle spalle e possedeva ancora quel suo sguardo malizioso e intrigante di allora.

Sara non sapeva che film stessero per vedere e, quando in sala si spensero le luci, il titolo “Pioggia sul ventre” che apparve sullo schermo la solleticò piacevolmente. Il film narrava la storia di due donne che vivevano una serie di esperienze sessuali tra loro. La trama non era particolarmente complessa e non mostrava molto di nuovo, ma le scene erotiche erano notevoli. Nel corso della visione, l’eccitazione di Sara dapprincipio emerse timidamente, poi crebbe gradualmente, raggiungendo il suo culmine quando, in una scena, le due protagoniste fecero l’amore sulla spiaggia, mentre il tramonto disegnava l’ombra dei loro corpi sulla sabbia.

In quella scena le due protagoniste si esploravano reciprocamente, non tralasciando nemmeno un centimetro della superficie del loro corpo. A Sara sembrava di sentire su di sé quelle sensazioni travolgenti e si rese conto di quanto le mancasse il contatto fisico. Si voltò a osservare Arianna e la sorprese in uno sguardo rapito sul film. Nel suo immedesimarsi con la situazione, quasi si mordeva le labbra. In quel momento Sara avrebbe desiderato allungare una mano e toccarla, senza più pensare a tutto il resto.

L’amica si accorse dell’eccitazione da lei emanata e questo alimentò a dismisura il suo desiderio di possederla ancora una volta. Nel buio della sala, tra i gemiti provenienti dallo schermo, Arianna si allungò verso Sara e la avvolse con un braccio. Questa allora poggiò una mano tremante su una sua coscia. Continuando così, l’a****lità che c’era in loro rischiava di prendere il sopravvento. Quando le luci si riaccesero, le due avrebbero voluto che il film non fosse ancora finito.

Arianna propose di fare un giro in macchina e Sara, decisamente attizzata dalle immagini appena consumate, accettò di buon grado. La loro auto si allontanò furtiva nella notte stellata, non più incupita dalle nubi comparse nella giornata da poco trascorsa.

Episodio 9 | I sospiri di una notte estiva

Il buio avvolgeva ogni cosa, compresa l’auto che lentamente procedeva a fari spenti tra i campi. Non fosse stato per la presenza della luna non si sarebbe visto nulla in mezzo alla campagna nella quale si addentravano le due donne.

Sara era combattuta tra la libidine che la pervadeva e l’idea di scappare. Non sapendo decidere quale delle due tendenze assecondare rimase immobile, seduta di fianco alla sua amica che scrutava nei limiti del possibile ogni angolo della zona per trovare una stradina appartata. Durante quella snervante attesa Sara guardò verso il cielo, ormai svuotato delle nubi del pomeriggio appena passato, desiderando che anche la sua condizione interiore fosse così limpida. Si lasciò ancora una volta
trasportare dalla malinconia, ricordando che una situazione simile a quella in cui si trovava ora l’aveva vissuta anche con Diana.

Dopo una delle loro prime uscite assieme, le due donne si erano rifugiate in mezzo ai campi di grano per fare l’amore, impossibilitate dall’impeto del momento ad aspettare di arrivare a casa. Il tepore di quella notte d’estate aveva permesso loro di abbandonare lo scomodo abitacolo della macchina per uscire all’aria aperta. L’erba della strada isolata che avevano scovato era asciutta e accogliente, così le due avevano potuto stendersi dolcemente lì, come su un magico tappeto volante.

Nonostante l’ansia dimostrata fino a poco prima, Sara e Diana si sfiorarono lentamente e si concessero per gradi come si addiceva all’occasione, ideale inizio del loro scoprirsi reciproco. Intorno a loro concerti di grilli allietavano la notte estiva e qualche cinguettio rapace in lontananza faceva venire di tanto in tanto la pelle d’oca. I seni di Diana sotto il firmamento potevano sembrare non semplicemente parte di un corpo, ma un qualcosa che si fondeva, nella sua essenza, con il mondo naturale circostante.

Delicati giungevano i baci di Sara su quei capezzoli esposti alla notte e silenziosi i sospiri ricambiati da Diana. Dita timide ma ugualmente indiscrete esploravano ogni angolo, percorrevano ogni curva aggraziata che il corpo disegnava. Il tempo si era fermato, le due erano immerse in un momento eterno, quasi uno shitto fotografico, la cui atmosfera rimane sempre invariata dentro la cornice. Si dimenticarono della civiltà umana, mentre il vero mondo, quello che conta, era lì ad assisterle nel loro momento di estasi.

Di fronte ad un simile ricordo Sara, chiusa in macchina insieme ad Arianna, rise nervosamente. Si era appena resa conto di non poter prescindere da Diana e il suo tentativo di tentare il contrario l’aveva fatta ridere amaramente di se stessa. Pensò che avrebbe fatto qualunque cosa per tentare una riconciliazione, anche andare a cercarla, costringendola a parlare contro la sua volontà. Fece fermare improvvisamente Arianna chiedendole di tornare indietro. Si scusò dicendo di non sapere cosa le fosse passato per la testa.

L’amica la portò fuori dai campi e la ricondusse in centro, verso la sua macchina. Quella sera, nel suo letto, Sara non si sentì più sola e disperata, ma solidale con se stessa nel voler rimettere a posto le cose. Il giorno dopo il sole sarebbe sorto ancora e lei avrebbe una volta per tutte perseguito il suo intento.

Episodio 10 | Un’oasi d’amore

Diana, bloccata di fronte alla porta come in uno stato di ibernazione, non riusciva a decidersi.

Dal giorno dell’immane errore non si era più trovata di fronte a quella casa ed ora era lì, spinta da una sorta di un impulso malato e masochista. Voleva rivedere Giulia, lo strumento con cui aveva distrutto il rapporto con Sara. Non sapeva di preciso per quale motivo incontrarla, ma voleva farlo urgentemente, non fosse stato per
quel blocco che la impietriva. Ma la porta ad un tratto si aprì.

Giulia stava uscendo per innaffiare i fiori e sobbalzò trovandosi di fronte quel viso cadaverico. Diana non era più come l’aveva vista l’ultima volta, pareva che qualcosa la stesse divorando dall’interno. Alquanto disorientata, Giulia la fece entrare e la invitò a sedersi sul divano insieme a lei. Diana non seppe dare spiegazioni sul perché si trovasse lì e ad un tratto si allungò verso la collega per baciarla, ma questa si ritrasse chiedendole spiegazioni.

La cadaverica ragazza, con gli occhi lucidi di lacrime, disse che al momento la sua vita non aveva più molto senso. Giulia quindi comprese la sua situazione e si sentì un mostro per averla trascinata in quel baratro. Capì che Diana stava prendendo la strada dell’autodistruzione e sentendosene responsabile cercò di farla ragionare, dicendole che non era troppo tardi per rimettere a posto le cose. Tentando di spiegare a Sara come si sentiva e perché avesse agito a quel modo, forse questa avrebbe capito, anche se ci sarebbe voluto un po’ di tempo per accettarlo.

In ogni caso era necessario che le due si affrontassero. Diana passò alcuni minuti in un silenzio di tomba. Non era chiaro se quelle parole fossero cadute nel vuoto o avessero a tal punto colto nel segno da averla zittita. Infine, risvegliatasi dal torpore, Diana diede ragione a Giulia. Per quanto l’idea di affrontare Sara la atterrisse, decise comunque di tentare. L’altra quindi la accompagnò alla porta, quasi sorreggendola per un braccio. Diana capì che Giulia stava rinunciando alla possibilità di averla per assecondare la sua innata, anche se finora latente, capacità di amare a dispetto di tutto, che in questo caso si traduceva in un romantico e doloroso mettersi da parte.

Allontanandosi dal grazioso giardino Diana decise di fare qualche passo a piedi lungo un fiumiciattolo grigio che costeggiava la strada. Vedendo i gabbiani che chiassosamente si posavano sui detriti delle sponde brulle, le tornò alla mente una scena sulla spiaggia che in quel momento le sembrò molto lontana nel tempo. Sara le massaggiava la schiena, mentre un tiepido venticello e strilli di gabbiani al largo rendevano l’atmosfera ovattata. Il sole che nel pomeriggio era stato crudelmente caldo, ora sfiorava i loro corpi nudi in quell’oasi isolata e nascosta alle masse.

Sara leccava la pelle salata di Diana con ardore, senza però rinunciare a dolci parole sussurrate. Si era divertita a lungo a tormentare le sue parti del corpo meno sensibili, per prolungare l’attesa verso quelle che invece lo erano di più. Le baciò infine i seni e affondò la lingua nelle sue intime cavità, come fa un’ape con un fiore che delicatamente si schiude. Mentre il sole, unico spettatore indiscreto, le salutava per dirigersi verso terre sconosciute, le due ninfe giunsero al piacere tanto atteso, dimentiche del luogo in cui si trovavano e del tempo a cui solitamente erano asservite.

La poesia di quel momento, difficilmente ricostruibile a posteriori, era impressa nella sua mente, come un episodio eterno richiamabile alla memoria infinite volte. Diana ora si era calmata e si dirigeva verso casa di Cristina per raccogliere alcune cose, come il telefono con cui finalmente avrebbe telefonato alla sua Sara.

Episodio 11 | La lucidità ritrovata

Cristina non era in casa quando Diana arrivò trafelata a causa della corsa che aveva fatto.

Senza fermarsi a prendere fiato andò in camera a cercare il cellulare e lo trovò morto. In quei due giorni in cui era stata altrove si era dedicata alla visione di film romantici per deprimersi ancora di più e aveva pernottato da sua madre, lasciando il cellulare acceso, che aveva giustamente esaurito la batteria, a casa di Cristina. Collegatolo al caricabatteria, lo accese e trovò svariate chiamate perse di Sara risalenti a due giorni prima, nonché un messaggio in cui quest’ultima le diceva di volerle parlare.

Le vennero le lacrime agli occhi per la commozione e in parte per il senso di colpa. Questo le ricordò una volta in cui non riusciva a contattare in alcun modo Sara, che era uscita di casa dicendo di dover comprare una cosa mantenendo un’aria di mistero.
Scomparve per almeno due ore e mezza, durante le quali Diana continuò a chiamarla, trovandola sempre non disponibile. Senza preavviso Sara tornò con una gattina di tre mesi tra le mani, che sarebbe poi diventata la loro gatta, Milly.

Una sorpresa per la sua amata, che desiderava da una vita avere un gatto. Diana la abbracciò forte per poi farla stendere sul divano. Lei invece, seduta su una poltrona, iniziò lentamente a spogliarsi mentre l’altra la guardava, concedendosi in una sorta di striptease privato. Gli sguardi infuocati che Sara le lanciava aumentavano la lussuria dei gesti con cui si sfiorava, spogliandosi. Una volta nuda si avvicinò a Sara e, divaricate le gambe, si sedette su di lei cavalcioni.

L’altra non poté fare a meno di morderle il collo avidamente, per poi spostare le mani sui suoi seni, per succhiarne i capezzoli. Portò poi la mano destra sulla sua vagina e la accarezzò delicatamente. Diana iniziò a muoversi ritmicamente facendosi penetrare dalle sue dita vogliose. La cosa continuò finché Sara non si decise a slacciarsi i pantaloni e a infilare la mano che aveva libera sotto gli slip, per fare la stessa cosa su di sé.

Quel doppio movimento, che aveva l’aspetto di una pulsazione continua e rigenerante, sfociò in un piacere intenso e meritato, incoronato da gocce di sudore sulla fronte di entrambe. Il trasporto di questo ricordo fu bruscamente interrotto dal rumore della porta d’ingresso. Diana si alzò dal letto su cui sedeva e uscì dalla stanza per andare a scusarsi con Cristina, in fondo la sua amica l’aveva ospitata e lei era praticamente scomparsa per due giorni.

Una volta giunta di fronte alla porta il cuore le balzò in gola nel trovarsi davanti Sara. L’amore della sua vita, che lei aveva ferito e umiliato, si era improvvisamente materializzato dopo dieci giorni di silenzio. Avrebbe voluto piangere e gridare e saltarle al collo chiedendole perdono, ma non poteva, non ancora. Senza che nessuna delle due dicesse una parola Cristina le fece accomodare in soggiorno. Sara si accese una sigaretta, azione che generalmente le dava coraggio, poi con lo sguardo rivolto al pavimento chiese a Diana se stesse bene.

Dopo alcuni brevi convenevoli Diana non resistette più e scoppiò in lacrime. Sara ebbe l’istinto di prenderla fra le braccia per consolarla, dicendole che andava tutto bene, ma la ragione le suggeriva di aspettare. In fondo però non si sentiva più profondamente delusa, ma ben disposta a cercare di perdonarla. Diana, non riuscendo a dire una parola né a soffocare il pianto, si alzò di shitto per fuggire, ma Sara la afferrò per un braccio, si alzò in piedi e a quel punto non poté più fare a meno di abbracciarla.

La sua amata affondò singhiozzando il viso nella sua spalla, quasi nascondendosi per la vergogna che provava. Fu allora che Sara, intenerita, iniziò a sussurrarle che tutto col tempo si sarebbe messo a posto. Una volta tranquillizzata, Diana sembrò addormentarsi come una bambina con il viso sul suo petto. Sfinita, fu accompagnata in macchina per tornare a casa insieme a Sara, dove le due avrebbero potuto, un passo alla volta, chiarire la loro situazione.

Mentre l’auto procedeva senza fretta, Diana con gli occhi gonfi guardava dal finestrino, vedendo scie colorate di giardini fioriti, come quello colmo di rose che la aspettava a casa.

La storia di Alexandra

In spiaggia, Alexandra diceva di saper annodare il pareo in cento modi diversi, e ogni tanto ritornava sull’argomento mettendosi in piedi nuda sul letto ed io là sotto a godermi tutta la meraviglia di tanta grazia di Dio.

Vedi, diceva, lo annodi così ed è un pantaloncino, due un top, tre annodandolo dietro il collo, un vestito da pomeriggio, quattro un asciugamano da bagno, cinque un pantalone indiano…
Non saprei dire se Alexandra davvero conoscesse cento modi di annodare un pareo, perchè ho resistito massimo fino a diciotto prima di saltarle addosso.
Nella lingua spagnola todavia esprime la continuazione di qualcosa iniziata in un momento precedente: quando per esempio, un amico comune mi chiede con un sorrisino, ma Alexandra sta sempre con te? E tu gli rispondi: todavia…ma sai che non è vero e lo sa pure lui.

Puoi usarlo per qualcosa che accade adesso o in un futuro immediato:
Sono le quattro di mattina e Alex non è tornata, todavia…
Puoi anche usarlo come malgrado tutto questo, nonostante:
Alexandra mi fa soffrire ma la amo, todavia. Oppure nel senso concessivo, correggendo una frase anteriore: Perchè Alexandra è sempre in giro, la notte? Todavia, se avessimo un figlio, avrebbe altro da pensare e starebbe in casa ad accudirlo, o no? In alcuni casi questo avverbio mostra un aumento o la ponderazione: Alex si comporta così ma da alcuni segnali che percepisco, io so che todavia mi ama..

Ho settant’anni e sono emigrante da quando ne avevo diciannove.

Il console di Corfù mi ha detto che ora non siamo più emigranti ma residenti all’estero. Bene io sono residente all’estero da più di cinquant’anni e ho imparato le lingue dei luoghi dove sono emigrato, andando a scuola, leggendo i giornali, ascoltando la radio e mai frequentando gli altri italiani per costringermi ad adattarmi più rapidamente alla lingua che volevo imparare.
Nascere povero mi ha dato un grande privilegio: ho letto Il Gattopardo in lingua originale, cioè la mia, ma anche Mefistofele in tedesco, Shakespeare in Inglese, Zorba in Greco, Voltaire in francese, Borges in tutte le lingue in cui l’ho incontrato, e Cervantes in Spagnolo.

Tutte lingue che ho imparato studiando, tranne lo Spagnolo, perchè per una specie di presunzione tutta italica, noi tendiamo a sottovalutare la lingua spagnola in quanto crediamo che usando un dialetto veneto e aggiungendo qualche esse, si possa padroneggiare la lingua, ma non è così.
Quando mi lasciai con mia moglie haitiana, andai a Cuba mi capitò un fatto che mi fece capire che sarei dovuto andare a scuola per imparare la lingua.

Conobbi un ragazzo fuori dall’hotel, sai, quelli che vanno agganciando i turisti e si offrono di accompagnarli per scroccare qualche pasto e guadagnarsi una mancia. Era inverno e all’Avana fa freddo, almeno per loro, ci sono notti gelate. Questo figliolo aveva un paio di ciabatte, un pantaloncino liso e una camicina estiva che lo faceva tremare dal freddo. Non volevo offenderlo nè metterlo in imbarazzo, perchè l’orgoglio dei cubani oltrepassa la loro fierezza, ma avevo un ormai inutile soprabilto con il quale ero arrivato nel Caribe per rimanerci, e volevo regalarglielo, ma non volevo metterlo in imbarazzo, ripeto.

Allora pensai a come dirglielo, e mi uscì questa frase:
– No voria imbarazarte, ma tu tieni el capoto?
Fece uno shitto indietro con la testa e spalancò gli occhi. Non avrebbe mai creduto di trovarsi in una tale situazione. Infatti, lo seppi tempo dopo, io gli avevo chiesto:
– Non vorrei metterti incinta, hai il preservativo?
Ecco, solo per dire di non fidarsi troppo di una lingua orecchiata, perchè le parole sono insidiose e occorre conoscerne bene il significato, perchè a volte tradiscono.

Le parole sono come Alexandra.
Anche entonces è un avverbio dai molti significati. Lo puoi usare: come in tal caso, essendo così. Se me lo dici tu, entonces ti credo. Un po’ come il nostro: allora, quindi…
Oppure lo puoi usare come espressione che dà ad intendere che quello che stai dicendo deriva da una conseguenza logica: no, Alexandra, non voglio venire, non lo sai che odio la discoteca? Da entonces!
Oppure lo puoi usare come rafforzativo per iniziare una frase:
Entonces, credi che io sia un pedofilo!
No, questa frase è troppo dura, la riscrivo:
Entonces, credi davvero che io sia un pedofilo? Così va meglio.

Sai quando leggo tutte queste levate di scudi contro un vecchio che approfitta di una giovane, sono certo di non parteggiare per il mostro ma mi chiedo, io sono quel mostro? Sono io, il vecchio che quando aveva sessantatre anni incontrò Alexandra che ne aveva sedici, e si comportò in modo indegno?
Non lo so. Io so solo che quando la vidi mi battè forte il cuore. All’età non ci pensai, nè alla sua e neppure alla mia.

Mi battè il cuore e basta.
La guagua che a mezzogiorno arriva dalla capitale, passando dalle vicinanze dalle scuole, carica i bambini che tornano a casa, ed essi salgono vociando, spingendosi, gridando. A qualcuno danno fastidio, io invece mi rallegro con tutto quel cinguettìo, paiono rondini che volano gridando, e passano vicino al mio sedile che era proprio il primo di fronte alla portiera.
Pfui, fece l’aria compressa, aprendo alla fermata.

Una zaffata d’aria calda entrò nell’ambiente con l’aria condizionata e alzai lo sguardo.
Entonces salì Alexandra. con la sua bella uniforme della scuola, la camicina azzurra ben stirata, la gonna a pieghe color militare, i calzettoni bianchi, e due tette, ma due tette da sturbo. Eh, sì, perchè in quella marea di bambini della scuola elementare, lei svettava come un corpo estraneo, era alta, con due spalle così, due zigomi alti e un sorriso che quando apriva la bocca i suoi denti parevano perle.

Non poteva avere dodici anni, era evidente. Poi seppi che non li aveva affatto, ma aveva perso molti anni di studio, e una zia che ora la ospitava l’aveva iscritta a scuola con notevole ritardo. Praticamente faceva le elementari con un’età da liceo, ma sempre bambina era. Lo diceva il viso innocente, il sorriso pulito, lo sguardo curioso ma non malizioso.
Si sedette accanto a me e il respiro un poco affannato per la corsa agitava il suo seno che pareva voler uscire prepotentemente da quella camicina che lo teneva imprigionato.

Era un seno grande, ma non sproporzionato, forse lo sarebbe diventato con l’età, ma ora la gioventù, la verginità, il fatto che fosse ben soda, tutta, dava una consistenza al suo seno che ti faceva venire voglia di toccarglielo per verificare se fosse vero. Maneggiava un telefonino che non riusciva ad usare e quando alzò lo sguardo su di me, feci appena in tempo a distogliere il mio dal suo seno e a dirle, dove vai? Oh, mi aspettano i parenti, vado a fare il bagno.

Vestita così? Mia zia lavora in un ristorante sulla spiaggia mi cambio da lei. Se mi dai il tuo numero di telefono, vado a cambiarmi e vengo a fare il bagno con te. Certo, disse e me lo diede. Io lo composi subito, per vedere se non mi volesse imbrogliare, e il suo cellulare squillò! Oh, che bello! Entonces funziona!

Quando scese, scesi anch’io per vedere dove andasse e la seguivo a distanza.

Lei si girava ogni tanto e sorrideva. Finalmente arrivò ad un gruppo che la stava aspettando, un paio di zie, un giovanotto e qualche bambina. Lei li salutò e mi indicò agli altri che mi scrutarono senza alcuna reazione apparente.
Ora sapevo dov’erano, mi avviai al residence dove abitavo, mi cambiai e aspettai una mezz’oretta per lasciarle il tempo di cambiarsi. Poi la chiamai, allora vengo? Entonces.
Il costume da bagno non era suo, e la misura che le stava bene per le slip invece non riusciva a trattenere quel suo gran ben di Dio che ad ogni mossa spingeva per voler prepotentemente uscire dal reggiseno.

Inutile fare il bagno, mi bastava guardare. C’era molta gente in acqua ma lei stava solo coi bambini come lei e faceva tutti i giochi dei bambini, ma i miei occhi poco innocenti lo vedevano che era fuori posto. Lei avrebbe dovuto nuotare con ampie bracciate, in modo sensuale, invece sbatteva le mani sull’acqua per fare scherzi innocenti agli altri, e rubava la palla, e cinguettava, e si aggiustava il reggiseno, e ogni tanto si guardava il petto per vedere se non avesse provocato qualche danno con movimenti troppo rapidi…
Dovresti comprarti un costume da bagno nuovo, le dissi.

Domani vado in città, se vieni, te lo regalo. Lei guardò la zia che disse sì. Il giorno dopo non ci sarebbe stata lezione e si poteva fare. Ecco fatto, pensai, la trappola è shittata. Basta offrire una compera per mostrare di avere soldi in tasca ed essere piuttosto generoso, e queste squinzie cadono come pere. Tutte.
Il sole era calato ed era l’ora dei saluti. La zia, la mia amata zia, che Dio la benedica, ruppe l’imbarazzo e disse, Ale, perchè non lo inviti da noi a prendere un caffè? Così impara la strada dove abitiamo.

Cominciò così.

§

Il giorno dopo passai a prenderla per andare in città a fare compere.
Sorpresa! Non sarebbe venuta da sola, ma con la zia. Mentre camminavamo per la via affollata. canticchiavo: Io Mammeta e tu ma non era proprio così, la zia era dolce e comprensiva, solamente stava attenta al suo investimento. Proprio così, lo scoprii dopo, vedendo come crescevano la sorella minore di Ale, che aveva un paio d’anni meno.

Seguii la vicenda per anni, e me lo dissero chiaramente: la mantenevano vergine a disposizione di un “gringo” che un giorno se la sarebbe portata via. O che l’avesse messa incinta, e ritornato in patria, le avesse mandato dinero per mantenere il figlio e con lui tutto il codazzo della famiglia che si trainava al seguito. Pure Ale, l’avevano conservata illibata ed ora era lì, bella e confezionata a disposizione del gringo, che in questo caso ero io…
“Gentili signore, io vi sono grato per la gentilezza con cui mi accogliete.

Ma ormai lo sapete, io non posso più nascondervelo, amo pazzamente vostra nipote. Mi rendo conto della grande differenza d’età, inoltre non ho nulla da offrirle: non sono divorziato e non posso sposarla, non potrò fare figli con lei perchè sono sterile, non ho una casa e nemmeno un lavoro. Non voglio creare scandalo, ma vi prego solamente di permettermi di frequentarla fino a quando non giudicherete siano maturate le condizioni adatte per farla venire a vivere con me, naturalmente se vostra nipote è d’accordo…”
Splendido discorso.

Chiaro e conciso.
Il problema è che tutta questa pappardella che si può leggere in un fiato, io la pronunciai a spizzichi e bocconi durante i sette mesi che durarono le mie visite a quella famiglia!
Eh, sì. Proprio sette mesi. Io arrivavo, e la trovavo con la ramazza in mano mentre lavava il pavimento. Visione sublime, solo più tardi scoprii che quella era una famiglia con lavori altamente specializzati, Ale era specializzata nel lavare il pavimento e quando venne a vivere con me, non faceva altro, nè lavare i piatti o la biancheria, non stirava, non puliva i vetri… nulla.

Solo lavava il pavimento. Io con dolcezza le dissi che non poteva fare solo quello e lei dopo un poco capì tanto bene, che smise pure di ramazzare.
Allora dicevo, io arrivavo nel patio dove c’era tutta la famiglia, chi si lavava i piedi, chi i capelli, chi si faceva le unghie mentre i bambini correvano schiamazzando qua e là. Davo ai bimbi cento pesos e andavano a comprare i limoni lo zucchero e il ghiaccio così lei mi preparava una freschissima limonata che noi sorbivamo in silenzio, sedia contro sedia, in un angolo del patio.

Senza parlare, perchè lei, non parlava MAI!
All’imbrunire chiamavo un moto-concho che mi riportasse a casa e castamente com’ero venuto, così castamente me ne andavo giù, dove c’erano i bar, dove sempre castamente andavo a puttane.
Così per i primi sette mesi.

§
Ma come può essere successo tutto questo?
Come è possibile mi chiedo che una ragazzina ben educata, pulita, cresciuta in una famiglia povera ma ineccepibile, poi sia diventata tutto questo?
Certo, la colpa dev’essere anche mia.

Ma prima di tutto dell’ambiente, perchè noi non siamo tutto quello che abbiamo ereditato col patrimonio genetico. A formare quello che noi siamo è stato determinante anche la famiglia in cui siamo cresciuti e l’ambiente attorno a noi, dove siamo maturati.
E le persone che abbiamo incontrato. Eh sì, perchè pensaci bene, le persone che incontri plasmano la tua vita. è come una lotteria, chi pesca bene e chi pesca male. Io penso che non ci sia alcuna differenza sostanziale tra l’assassino e il suo giudice, la differenza la fa dove sono nati, l’ambiente in cui sono cresciuti e le persone che hanno incontrato.

Alexandra. Chiamiamola così, ma non è il suo vero nome.
E invece si chiama proprio così ma scrivo che non è il suo vero nome perchè da queste parti tutto quello che vedi non è così come appare, pure in un racconto.
Insomma c’è tanta di quella confusione tra quel che vedi e quello che sembra, da poter affermare che da queste parti non c’è niente di vero.
Nemmeno la frase precedente.

E neppure la frase prima della precedente.
Hai capito come stanno le cose?
Bene, Alexandra, chiamiamola così, e andiamo avanti.
Se Alexandra era stata tollerata nella classe con le bambine malgrado fosse una pennellona, ora che era venuta a vivere con me era stata dirottata verso la scuola serale, la prima corruttrice delle giovani di queste parti.
Il Corriere pubblicò un reportage sul turismo sessuale e rimasi colpito dalle cose che descriveva e che io non avevo mai visto in giro.

Le scrissi chiedendole spiegazioni, e lei mi disse di andare a passeggiare giù al Corso, e aprire gli occhi.
Eh, sì. Aveva proprio ragione la giornalista, inoltre seduto ai tavolini del primo caffè vicino al parco, ascoltavo i commenti di un paio di stanziali appoggiati alla loro gippetta bianca, con amici appena arrivati, che appunto dicevano che invece del solito troiaio che si trovava là sotto, era meglio andare ad aspettare queste squinzie all’uscita della scuola serale.

La scuola di qui assomiglia alla nostra Scolastica medievale. Il professore detta i capitoli delle materie e le ragazze scrivono. Molto spesso non detta nemmeno, ma dà loro da copiare da pagina…a pagina, il tempo giusto perchè suoni la campanella e vadano a casa. E all’uscita le solite chiacchiere delle ragazze, i capelli finti, le unghie false, la telenovela… poi ci sono i discorsi
più interessati: “a me il vecchio ha regalato la ricarica…” a me ha regalato questo cellulare…” …lo porto a fare la spesa al supermercato…” e le più piccole ascoltano e pensano: “Ma è davvero tutto così facile?”
Poi vanno a passeggiare un poco prima di rientrare in casa, ma dagli sguardi i più scafati capiscono quando sono interessate…
Va bene, ho aperto gli occhi.

Stasera vado all’uscita dalla scuola a vedere di persona…
Scese la sera e alle otto e mezza ero fuori dalla scuola ad aspettare. Mi misi in un angolo buio e notai che c’erano anche alcuni “gringos” che aspettavano fingendo indifferenza. Là avanti c’era pure la gippetta bianca di quei bellimbusti che si erano ripromessi di venire a cacciare carne fresca e insomma pensai che la giornalista del Corriere ci aveva visto giusto…
C’era stata una polemicuccia con la scuola per via di tutto questo, tanto che il ministero aveva deciso di mettere guardie giurate per proteggere le minorenni.

Uscirono ad ondate, cinguettando come uccellini di bosco, erano molte le risa, mettevano il buonumore…
Uscì pure Alexandra con la poliziotta, attraversarono la strada e…. salirono sulla gippetta bianca!
Rimasi di sasso, senza fiato, hai capito la poliziotta? Messa lì per proteggere le bambine era la prima a salire sulle auto dei turisti in cerca di emozioni, e portandosi pure una delle studentesse che avrebbe dovuto proteggere!
Tornai a casa ad aspettare.
Rientrò che era quasi mezzanotte e le chiesi, dove sei stata? Oh, niente a bere qualcosa al drin con i miei compagni di classe…
Il drin sarebbe la forma spagnoleggiante del Drinks, un luogo che vende super alcoolici all’ingrosso e che la sera spaccia al minuto ai dominicani che affollano la strada tutta intorno.

Guarda che sono venuto giù e ti ho visto andare via con la poliziotta. Niente compagni di scuola quindi, ah sì erano amici suoi ma poi sono andata da Jennifer e con lei siamo andate al drin, guarda che Jennifer era qui da sua zia..
sì ma dopo. Guarda che quelli della gippetta sono turisti italiani in cerca di avventure, ah certo. Uno di loro è innamorato del mio insegnante che è “pagaro” (omosessuale) e la poliziotta le portava un messaggio.

Le portava un messaggio ma loro si portavano via voi… no, io sono scesa subito per andare da Jenifer! Guarda che Jennifer era qui!
Inutile. Tutto inutile, quando un essere razionale, con tanto di logica, con avvenimenti che vengono dopo altri e quindi ne conseguono, con lo scorrere del tempo uniforme e progressivo, incoccia in una discussione con un essere tribale auditivo mitologico, con il tempo che può essere prima e dopo, sopra e sotto, qui e là si equivalgono, la discussione non riesce ad andare oltre l’ incomprensione reciproca.

Ti faccio un esempio, così capisci prima.
Un giorno torno a casa e trovo Alexandra con un foulard viola in testa, chiusa nella cameretta davanti all’altarino della Santeria, che sbatte le maracas cantando nenie. Cosa stai facendo? Le chiedo. Nulla di speciale, si è rotta la televisione e sto invocando Santa Marta perchè me la ripari.
Piccolo inciso: Santa Marta non è la nostra santa ma un’entità della Santeria dominicana che non è compresa negli Orisha.

Sarebbe Santa Marta dei Serpenti, una specie di dea Kalì che possiede le persone durante riti collettivi chiamati tamboor, dove la gente si agita fino ad essere “posseduta”.
Alexandra, le dico, se si è rotta la televisione devi chiamare il tecnico non Santa Marta, ti pare? No, sarà lei a ripararmela. Va bene, fa quello che ti pare, le dico chiudendo la porta della stanzetta “dei miracoli” e andando sul balcone. Mi affaccio e chi ti vedo? Plomerito, l’elettricista faccio-tutto-io e lo chiamo.

Guarda se puoi ripararmi la televisione altrimenti chiamiamo tuo cugino che è il tecnico. Plomerito prende in mano il controllo remoto, armeggia un pochino poi dice, guarda non c’è nulla di guasto, è solo andato fuori sintonia, adesso fai ripartire il tutto e vedrai che funziona come prima.
Infatti.
Lo ringrazio, lo accompagno alla porta e rientro nella “stanza dei miracoli”. Smetti con quella nenia, la televisione funziona e puoi finalmente vedere la tua telenovela…
Hai visto? Dice lei, Santa Marta ha riparato il televisore… No, guarda che casualmente è salito Plomerito e il televisore l’ha riparato lui.

Certo, ma se non c’era Santa Marta che lo faceva passare qui sotto, noi avevamo il televisore rotto, ma non era rotto, sei tu che chissà cos’avrai smanazzato per metterlo fuori sintonia, aspetta che ringrazio Santa Marta per avermi riparato il televisore e poi vengo…
Capisci? Tra il razionale e l’irrazionale non c’è partita.
Alexandra avrà cambiato una decina di telefonini. O li perdeva, o fingeva di perderli per regalarli o impegnarli per racimolare qualche soldo, o li sbatteva a terra perchè il modello era vecchio, o le cadeva nel cesso (è successo pure quello) insomma c’erano periodi in cui usava il mio.

Era troppo naif per cambiare il chip o cancellare le chiamate o i messaggi che riceveva, così senza che le dicessi nulla sapevo tutte le porcheria che stava combinando.
Era scesa al colmado per comprare qualcosa per il pranzo quando suona il telefono, pronto c’è Alice? Alice chi? Ah – capisco tutto al volo – Alice, no, è passata di qui stamattina ma ha dimenticato il telefono. Tu sei quello di ieri sera? Sì, sono Andrea.

Senti tu dovresti essere il suo fidanzato… Ma no, cosa dici? Queste sono gallinelle intercambiabili. Me la scopo ogni tanto, niente di più. Lei vive a casa sua ed io a casa mia… Ah ecco. Perchè è venuta di corsa stamattina per dirmi che il fidanzato ha scoperto tutto e che devo dire di essere innamorato del suo insegnante, ma sai, non mi va di passare per frocio…
Hai ragione! Ma non ti devi lasciar coinvolgere, sai sono sgualdrinelle che un giorno vanno con uno, un giorno con l’altro….

…e si fanno pagare! Dice lui.
Rido, ah ah ah, perchè l’avresti pagata forse? Mah, sai. Trombare l’ho trombata, poi mi ha chiesto 800 pesos per andare dal parrucchiere, cosa vuoi è sempre un buon prezzo per una prostituta…
Non riuscii a trattenere le lacrime.
Avevano ragione gli antichi quando misero l’amore in fondo al cuore, perchè è lì che senti qualcosa che si rompe.
T’innamori e batte forte il cuore, scopri che si vende, e il cuore si spezza..

§

Le cose cominciarono a prendere una piega non piacevole, diciamo che gli affari e l’amore cominciarono ad andare in discesa, prima impercettibilmente poi con un’accelerazione imprevedibile.

Capirai anche tu, che accettando prestiti al 10% ogni quindici giorni e il lavoro stagionale, capitava nei mesi morti di dover chiedere prestiti per pagare gli interessi sui prestiti precedenti e questo avveniva sempre a fine mese, quando c’erano da pagare gli stipendi al personale e la luce, carissima. Scelta improrogabile per non chiudere, ma ad Alexandra la cosa non importava poi molto. Lei viveva nel suo mondo e comprava vestiti che poi regalava alle amiche o alle zie, comprava capelli finti che una volta applicati la involgarivano in modo esagerato, comprava scarpe (decine e decine) si metteva unghie finte, cambiava telefonino con la velocità della luce.

Insomma, finchè al mattino poteva mettere mano ai soldi che le necessitavano per le sue inutili esigenze, come andassero gli affari non le importava molto.
Rientrava sempre più tardi nella notte, invece di copiare le lezioni dal libro di scuola passava le ore in classe a scrivere lettere d’amore ai suoi spasimanti, e quando quelli rispondevano conservava le missive nella sua cartella di scuola.
Una perfetta cretina, se avesse voluto tenere nascosti i suoi altarini, una menefreghista invece se pensava che tanto innamorato com’ero non avrei potuto lasciarla per nulla al mondo.

Corna comprese.
Ho letto da qualche parte la descrizione degli stati d’animo quando si apprende di avere un cancro. Prima l’incredulità, poi la ribellione, quindi la rassegnazione. Succede anche con le corna, te lo posso garantire.
Cominciai a tener sotto controllo i messaggi sul telefonino, le carte che le scrivevano gli spasimanti, quello che scriveva lei sui suoi quaderni. Mi stupì leggere come mi descriveva, un bruto che le faceva violenza e la rendeva infelice.

I biglietti degli spasimanti invece erano epici: “Da quando ti ho conosciuto so che esistono gli angeli… il profumo della tua pelle… ti aspetto tra le rose…” proprio così, tra le rose, scriveva. Speriamo si pungesse!
Quando la notte tardava oltre ogni limite accettabile uscivo a cercarla senza rendermi conto che mi esponevo a pericoli di ogni sorta, un vecchio di notte che cammina per strade secondarie è una facile preda, ma io volevo trovarla per avere dagli occhi la conferma di tutto quello che ormai il cuore sapeva da un pezzo.

Una notte entro in uno di questi “drin” dove c’è pure una musica assordante. Non la trovo e mi metto in un angolo scuro ad osservare la gente. Bevono e conversano, come facciano – a conversare, intendo – non capisco proprio con tutto quel rumore. Ad un certo punto entra lei, le braccia alzate e passi sincopati seguendo la pachata che gli altoparlanti diffondono al massimo.
Grida della folla, è arrivata! Una diva.

Mentre ballando si porta al centro della sala la voce di un amico la sfotte:
– Alexandra, e tuo marito?
– Dorme! – risponde, e tutti ridono.
Guadagno l’uscita alla chetichella, anche perchè non c’e niente da dire. Se non sottolineare un dettaglio insignificante: a quell’ora dormo perchè mi alzo alle quattro per andare a fare il pane. è buio alle quattro, l’ora più buia del giorno, quella prima dell’alba. Passo dalle case di tolleranza ed escono le puttane con i clienti che con loro hanno fatto mattina.

è tutto uno scoppiettare di moto-conchos, gente che ha aspettato fuori tutta la notte per fare da taxi a questi ultimi clienti, e guadagnarsi 50 pesos…
Non c’è nessuno in giro a quell’ora, io, le puttane e qualche volta Alexandra che torna a casa.
Non ho voglia di tornare, faccio un giro camminando, la strada è centrale e ben illuminata, non corro pericoli. Sulla via del ritorno proprio da quel “drin” scorgo cento metri più avanti, Alexandra che esce abbracciata con un vecchio, e la seguo a distanza.

Lui è uno di quegli scalcagnati italiani in braghette, infradito e canottiera che infestano il parco di pomeriggio, lei pare divertirsi. Arrivano all’angolo della via dove abito e si baciano. Lui la lascia e lei si gira per salutarlo e mi vede sopraggiungere. Non fa una piega.
Io invece dico a lui:
– Scusa, adesso che hai finito me la mandi a casa ed io ho schifo. Fammi un piacere, tienitela fino a domani e me la mandi dopo che si è fatta almeno una doccia
Lui è uno sportivo e non si agita troppo.

Nella conversazione che segue mi dice che si chiama Giorgio, è proprietario di macchine che smuovono la terra e vive noleggiandole. No, che me la tenga pure io, che a lui la proposta non interessa…
– Ma come, la usi e me la rimandi. Tienitela tu, e ogni tanto me la scopo io…
-Eh, se tu sapessi…- disse e lasciò tutto in sospeso.
Se io sapessi che? Mah, non l’ho mai più saputo, ma la frase in sospeso mi colpì molto.

Da quella notte, decisi di non seguire più Alessandra ma di aspettarla a casa, a qualsiasi ora fosse tornata.
Perchè aspettarla fa soffrire, ma a trovarla si soffre molto di più.

§

Soldi non entravano e stringere la cinghia era diventato doloroso. Alexandra invece attraversava gli eventi come una lama nel burro, senza preoccupazioni. La scuola era finita, ma lei usciva di casa alle undici di mattina e faceva ritorno alle ore più impensate.

A volte portava sacchetti della spesa con pasta, formaggio, biscotti, e altre vettovaglie.
Chi te li da? Oh, un’amica che ha preso a cuore la nostra situazione e ha deciso di aiutarmi. Guarda che al mondo non esistono pasti gratis e questa tua amica se ti dà qualcosa qualcos’altro poi vorrà, ma no cosa dici. è gente buona, pure suo marito…
Alcune volte tornava alle sette di sera per vedere la telenovela e prima di uscire per la notte volle imparare a navigare col Facebook che diceva avevano le sue amiche.

L’avvocato che nel frattempo era diventato mio amico diceva che per il ristorante c’erano complicazioni ma che non avremmo tardato molto ad avere ragione, intanto il tempo passava e mettere insieme il pranzo con la cena sempre più difficile.
Io saltavo un pasto e con un panino e un pomodoro (dieci pesos) arrivavo a sera. Ale invece o andava a mangiare dalle amiche oppure tornava di notte soddisfatta e non pareva avere mai fame.

Un giorno disse: abbiamo ottenuto un credito dal colmado. Possiamo fare la spesa per un mese e pagare quando ti arrivano i soldi. Che bello, si mangia!
Una notte che smanettavo sul computer in attesa del ritorno di Ale, incappo nel suo profilo che apro perchè la password è fin troppo semplice. Oltre a suoi messaggi in giro per il Caribe di un’oscenità impareggiabile, trovai pure il chatting che aveva fatto recentemente col proprietario del colmado che aveva miracolosamente deciso di farci credito.

Ale:- Prestami mille pesos
Renè:- Sai quello che mi devi fare
Ale:- Per quello ce ne vogliono duemila
Renè:- Ma io non voglio scopare per non mancare di rispetto nei confronti di Ronnie che è mio amico. Voglio solo toccare di sotto e ciucciare di sopra
Ale:- Sempre duemila. Vieni a casa
Renè:- Mia moglie mi controlla
Ale:- Tu portami a casa l’acqua
Renè:- E quando?
Ale:- Alle 7,30 quando Aldo va ad aprire il negozio
Renè:- E quando andiamo al monte?
Ale:- Quando vuoi ma sempre 2.

000 pesos sono

Ero allibito. Leggevo cose che mi lasciavano di sasso, non per lo scandalo in sè, ma perchè non riuscivo a comprendere come Alexandra avesse potuto cambiare in quell’essere volgare che scoprivo dai suoi scritti.
In quel momento rientra lei ed erano le due del mattino. Inutile chiederle dove sei stata, ormai…
Solo che stanotte ha un succhione sul collo da far paura e l’incazzatura mi viene non solo per l’accumulo degli avvenimenti ma soprattutto perchè vuol convincermi che quel pò pò di segno glielo avrei fatto io!
Nacque una lite furibonda, con rinfacci, insulti, e lei che pareva piano piano perdere terreno dalle sue convinzioni, finchè messa in un angolo con le lacrime agli occhi sbottò:
– Basta! Tu, mia madre, i miei parenti che mi avete preso per una prostituta! Sono stufa di tutto questo, basta! Adesso mi ammazzo…
E si suicidò.

Per la verità si suicidò quattro volte, la prima, prese una manciata di pillole dal cassetto, se le ficcò in gola poi tracannò un bicchier d’acqua e rimase così, impalata aspettando l’effetto. Forse si credeva che ingurgitare una manciata di pilloline zuccherate in vendita al colmado magari con effetto placebo, l’avrebbero fatta cadere indietro stecchita. Invece non successe nulla.
– Ah, sì? – gridò visto che non aveva ottenuto nessun effetto – e allora mi taglio le vene – andò in cucina prese un coltello e si tagliò le vene.

Oddio, tagliò è una parola grossa, diciamo piuttosto che mise il coltello sui polsi e lo fece andare avanti indietro un paio di volte. Ma non uscì il sangue. Buttò il coltello per terra e spalancò la porta del giardino: – Mi butto nel pozzo! – disse ed uscì.
Sentii nitidamente il rumore del coperchio metallico che copriva la cisterna e poi sentii pure uno splash. Poi più nulla, solo il canto dei grilli.

Aspettai il tempo sufficiente, rimisi al suo posto il coltellaccio da cucina del ristorante che non aveva fatto il suo dovere coi polsi di Ale, poi uscii e la trovai in piedi sull’orlo della cisterna, con i pantaloni bagnati fino alla cintola ed il resto perfettamente asciutto. Evidentemente si era seduta sull’orlo della botola in attesa dell’ispirazione che non era arrivata.
– Via Ale, – dico cercando di sdrammatizzare- Per questa notte ti sei suicidata abbastanza, adesso vieni a dormire che sennò prendi freddo…
-Ah, mi prendi pure in giro? Te lo faccio vedere io! Adesso vado sull’autopista e mi butto sotto alla prima guagua che passa – sbattè la porta uscendo ed io aspettai.

Perchè il messaggio non era per niente chiaro: l’ultima guagua passava alle dieci e trenta ed erano ormai le due di notte. Si butta sotto la prima guagua vorrebbe dire che aspetta quella del mattino alle 6,30 oppure qualsiasi mezzo pesante che passa va bene?
Tornò dopo una ventina di minuti. Si vede che il traffico sull’autopista non le era piaciuto, oppure chissà. Sta di fatto che senza dire una parola, si buttò sul letto e prese sonno nel giro di un paio di minuti.

Da quel giorno non si parlò mai più di suicidio.

Letizia, sottomessa e schiavizzata

Alle sette in punto Chiara si svegliò. Avvertì un piacevole solletico alle piante dei piedi, una carezza gentile su ogni dito ed un bacio appena accennato sul tallone. Mosse i piedi ed il dorso della sue estremità destra colpì la guancia di Letizia, che in ginocchio in fondo al letto e con la bocca appoggiata ai piedi di Chiara sospirava paziente.

-“Aaahhh!”- sbadigliò la padroncina, distendendo le braccia e le gambe e girandosi con la schiena in giù sul morbido materasso. “Buon giorno, mia povera schiavetta”-
Letizia scostò un poco la testa, si voltò verso il viso di Chiara e poi tornò a chinarsi con la fronte fin quasi a sfiorare il pavimento. Vedere quella persona adorante al suo servizio compiacque moltissimo la signorina, che scese una gamba oltre il bordo del letto andando a premere un piede sulla nuca di Letizia.

La serva rimase immobile e Chiara aumentò la pressione della sua gamba schiacciandole la testa sulle mattonelle.
La padroncina rise.
-“Eh eh…sei puntuale. ”- disse –“Brava”-
-“Grazie, padroncina”-
-“Tu hai dormito bene?”-
-“Certo”- rispose Letizia –“Grazie, signorina”-
In realtà Letizia aveva dormito sotto al letto di Chiara, adagiata su di una sottile coperta di lana ed un minuscolo cuscino ruvido. Chiara aveva disposto da qualche tempo che la serva dormisse così, alla sua portata, poiché essa doveva essere sempre presente e a disposizione per quando ne avesse avuto bisogno.

Ogni tanto, nel cuore della notte, Chiara si svegliava con la voglia di farsi leccare i piedi o di urinare; allora allungava una mano sotto al materasso, afferrava la serva per i capelli e la costringeva a venire fuori dal letto, talvolta incitandola con schiaffi e strattoni. La poverina si svegliava di soprassalto e nel dormiveglia, ancora mezza tramortita, era costretta ad obbedire alla bella aguzzina e a bere la sua calda urina. Poi Chiara la congedava e ritornava a dormire.

Spesso la serva era esiliata sotto al letto con l’ausilio di calci e schiaffi.
Quella sera la padroncina aveva bevuto molto ed aveva avuto bisogno di scaricarsi per ben due volte. Letizia aveva bevuto tutto con solerzia.
Andava avanti così da un mese o poco più, da quando la padrona aveva deciso che una schiava part-time durante le due ore di scuola non era più sufficiente. Gliene serviva una a tempo pieno e dato che Letizia veniva da una famiglia allo sbando, nella quale nessuno si sarebbe accorto della sua mancanza, la scelta ricadde su di lei.

Chiara permetteva generosamente alla schiava di ritornare a casa tre o quattro volte la settimana al fine di cambiarsi d’abito e prendere la roba che le occorreva. Letizia aveva sistemato la faccenda con i genitori dicendo che per l’anno scolastico corrente si era trovata una camera in affitto a poco prezzo e che vi sarebbe rimasta a lungo, almeno fino alla pagella di giugno.
Il problema maggiore per la convivenza di Letizia e Chiara nella casa di quest’ultima era però rappresentato dalla madre della giovane padroncina.

La signora Elisabetta era una donna di classe e bellezza inconsuete. Aveva poco più di quarant’anni ed una linea da modella, capelli bruni e lisci, labbra carnose e occhi neri e profondi. Era una donna abituata a comandare, grande manager di un’altolocata società d’azioni e personalità molto forte. Chiara l’aveva vista comandare ed umiliare molti dipendenti sul posto di lavoro, sia uomini che donne. La cosa interessante era che la madre andava particolarmente fiera di queste dimostrazioni di superiorità davanti alla figlia.

Era come se volesse insegnarle a dominare gli altri Chiara aveva appreso fin troppo bene quelle prime lezioni ed aveva fatto pratica sulle sue compagne di scuola. I ragazzi non le davano altrettanta soddisfazione, purtroppo, erano troppo rozzi.
Un paio d’anni prima la signora Elisabetta aveva assunto una segretaria appena laureata e quest’ultima aveva cominciato a lavorare a casa di lei. Chiara ricordava quel periodo in modo speciale, gran parte dei rudimenti della sua vita da padrona li aveva appresi allora.

In principio la segretaria svolgeva compiti di routine, sistemava scartoffie, riordinava moduli, sbrigava pratiche. Poi il legame fra lei e la sua bella datrice di lavoro si fece più stretto, velocemente e morbosamente più stretto. Chiara prese a spiare l’ufficio della madre dove lei e la giovane praticante lavoravano una volta vide…
Elisabetta lavorava alla scrivania, seduta su di un’ingombrante ma comoda poltrona in pelle e con le gambe abbandonate sul bracciolo di destra.

La segretaria se ne stava di fronte a lei, in ginocchio, ingobbita e sottomessa, praticando un rilassante massaggio ai piedi della manager. La donna sorrideva ed osservava con aria annoiata e un po’ snob la serva. Ogni tanto sfilava un piede dalla stretta carezzevole delle sue mani e glielo strofinava in faccia, sulle labbra, forzando la sua bocca con le dita e giocherellando con il suo mento, il naso ed i capelli. Di solito era Elisabetta a parlare, quando dalla stanza si udivano delle voci.

La servetta parlava poco e se lo faceva era con una voce flebile e timida. Probabilmente la padrona le aveva dato l’ordine di parlare solo in determinate occasioni. Non è che le due donne trascorressero tutto il giorno in una stanza a non far nulla, naturalmente. A volte Chiara andava a spiarle e le trovava entrambe immerse nel lavoro. Di solito le ore migliori per osservare le strane pratiche a cui Elisabetta sottoponeva la serva erano quelle precedenti alla cena, quando cominciava a far buio ed ormai il grosso del lavoro della giornata era stato sbrigato.

Una volta Chiara vide la segretaria che lucidava le deliziose scarpe nere con il tacco alto di sua madre. La donna aveva messo prima l’uno poi l’altro piede su di uno sgabellino alto trenta centimetri e la ragazza era inginocchiata davanti a lei, indaffarata con spazzola e lucido da scarpe per toglierle l’ultima traccia di polvere dal tacco. La madre di Chiara la guardava dall’alto in basso, dominandola in altezza come una montagna domina un verme che striscia a valle.

Con un’ ultima dimostrazione di superiorità Elisabetta aveva abbassato il piede sul pavimento e, facendo finta di nulla, era andata a posare la suola della scarpa sulla mano della servetta. Questa non aveva replicato nulla, si era limitata ad emettere gemiti soffocati ed ad attendere che la dominatrice sollevasse il suo bellissimo piede.
In un’altra occasione Chiara vide la segretaria che dava lo smalto alle unghie di Elisabetta e rimase ben sorpresa nell’osservare quanta cura la giovane ponesse nel mettere quella rossa tintura brillante sulla punta delle dita della madre.

Un’altra volta ancora la donna era seduta sul piano della scrivania, le sue lunghe gambe accavallate penzolavano in aria sospese ad un palmo da terra. Indossava scarpe col tacco e bellissime calze nere. Le segretaria doveva aver commesso qualcosa di molto grave perché era inginocchiata davanti a lei, col capo chino e le mani dietro la schiena. La donna la guardava, dominandola con uno sguardo freddo come il ghiaccio ed i suoi occhi erano colmi di collera e disprezzo.

Poco prima Chiara aveva udito due voci levarsi dalla stanza ed aveva riconosciuto anche quella della ragazza; ciò era molto strano perché la segretaria era solita parlare sempre a bassa voce.
Come se niente fosse la madre di Chiara avvicinò un piede alla faccia della serva. La punta della preziosa decolté dal tacco a punta le indicava la radice del naso come un dito inquisitore.
La giovane sollevò impercettibilmente lo sguardo, esitò alcuni istanti e la donna mormorò una parola breve.

Infine la segretaria le prese piede e scarpa fra le mani e baciò. Iniziò dalla suola, polverosa e sudicia che fosse, andò al tacco, la sua lingua mulinò sulla pelle nera e brillante, poi passò al piede, sfilò la calzatura e leccò le dita e la pianta del piede. Elisabetta trovò piacere nella dimostrazione di sottomissione della sua serva, le affondò nella bocca prima un piede, poi l’altro, infine tutti e due assieme, lasciò che un altro essere umano si mortificasse al livello di un verme in ginocchio al suo cospetto.

Per tutto il tempo lo sguardo di Elisabetta rimase tuttavia freddo ed ostile. Dai movimenti frenetici delle sue mani e del suo collo si vedeva chiaramente che lo spettacolo offertole dalla ragazza che si stava umiliando prostrata sotto la scrivania le era molto gradito. Quando i suoi piedi furono evidentemente sazi di attenzioni Elisabetta passò all’umiliazione successiva. Si fece togliere le calze dalla giovane ed essa obbedì silenziosamente ed efficientemente, raccolse l’indumento dalle mani della succube, ne fece una palla e la infilò nella bocca della segretaria, naturalmente dopo avergliele strofinate sotto al naso per alcuni istanti.

Infine Elisabetta scese dalla scrivania, posando i piedi sulle mani della serva e si infilò nuovamente le scarpe. Prese la ragazza per i lunghi capelli mori e la strattonò violentemente perché essa la guardasse negli occhi. La segretaria aveva ancora le calze della datrice di lavoro in bocca.
In quel momento Chiara udì un rumore per le scale, s’accorse che era tornato suo padre e s’allontanò dalla porta. La segretaria uscì dalla stanza pochi minuti dopo, era scarmigliata e rossa in viso.

Apparentemente se ne stava tornando a casa come tutti i giorni, ma Chiara la spiò sulla porta d’ingresso mentre si infilava il cappotto.
-“Arrivederci”- disse alla dipendente della madre.
La giovane non osò replicare al suo saluto, non dischiuse neppure le labbra.
Aveva ancora le preziose calze di Elisabetta custodite della sua tiepida e sicura bocca.
Continuò a tornare per qualche tempo, un paio di settimane o tre, infine Elisabetta la licenziò in tronco per chissà quale altra disobbedienza.

Dopo quella esperienza Chiara capì non solo di essere la figlia di una affascinante amazzone, ma di possedere essa stessa il carattere di una dominatrice. Perciò, quando Letizia divenne schiava a tutti gli effetti di Chiara, la giovane padroncina si premurò ben presto di portarla a casa propria. Voleva farla conoscere a sua madre, mostrarle che anche lei era benissimo in grado di dominare qualcun altro. Voleva condividere il gusto della supremazia su di un essere umano con uno spirito affine.

Era sicura che Elisabetta avrebbe approvato il talento della figlia, che l’avrebbe incitata e soprattutto che avrebbe usufruito ella stessa della faccia e della lingua di Letizia. Ma le cose non andarono esattamente così.

Fu durante un giorno autunnale uggioso e grigio che la padroncina Chiara condusse Letizia per la prima volta a casa propria. C’era anche Elisabetta. La donna si stava preparando ad uscire perché doveva presenziare ad un importante riunione di lavoro.

Era in bagno a rifarsi il trucco quando le due ragazzine entrarono in casa.
Chiara portò Letizia in salotto e si sdraiò comodamente sul divano, stendendo le gambe snelle ed allenate sui morbidi cuscini di seta. Aveva ancora le scarpe. Indicò con l’indice un punto sul tappeto.
-“A terra”- disse rivolta alla schiava.
Letizia s’inginocchiò.
-“Toglimi le scarpe”-
-“Si, Chiara”- lo fece.
-“Ora rinfrescami un po’ i piedini. Sono stanchi e sudati”- disse, strofinando le piante sulla faccia della schiava.

Era vero, i calzini di spugna bianca erano madidi di sudore. Letizia fece per toglierli ma Chiara la calciò lontana con i talloni, colpendola al mento e strappandole un gridolino roco di dolore e stupore.
-“Ti ho detto di togliere i calzini?”-
-“No, Chiara. Mi dispiace”-
-“Lecca, che aspetti?”- ordinò Chiara con voce alterata. Era magnifica e terribile al contempo nella sua comoda posizione di dominatrice. Altezzosa ed irraggiungibile come una piccola dea ma sensuale e maliziosa come una principessina viziata.

La povera Letizia leccò come meglio poteva le calze della padrona mentre quella si godeva lo spettacolo beatamente adagiata sul divano. Chiara ridacchiava ogni volta che la lingua della serva le solleticava gli spazi fra le dita; la colpa era del tessuto ruvido dei calzini che quando si strofinava sulle piante le dava un poco di prurito. Allora la giovane muoveva i piedini, li sfilava e li riavvicinava alle labbra di Letizia, le graffiava la faccia con le unghie degli alluci, le premeva le punte negli occhi e sul naso.

Dopo qualche minuto si fece levare i calzini.
-“Poggiali pure sulle scarpe”-
Letizia obbedì.
-“Ora ricomincia da capo. Mi raccomando, bene fra le dita. Succhia fino all’ultima goccia di sudore. Voglio che tu me li lecchi così bene da non avere più bisogno di lavarli, d’accordo?”- In quel momento s’udì un rumore proveniente dal bagno. Elisabetta aveva quasi terminato di prepararsi e stava uscendo.
-“La prego…sua madre sta per arrivare qui e se ci vedesse…”- balbettò Letizia –“Potrebbe…”- -“Mia madre è affar mio, lecchina.

I miei piedi e la loro igiene il tuo. Bada ai fatti tuoi e non seccarmi”-
-“Ma..”-
Chiara sollevò un piede e lo puntò contro il viso implorante di Letizia.
-“Lecca, troia!”-
-“Si, subito”- rispose mestamente Letizia.
La ragazzina aveva sempre avuto un rispetto al limite dell’adorazione per la madre di Chiara. Elisabetta era la madre premurosa e buona che non aveva mai conosciuta, provenendo da una famiglia di disadattati. Teneva molto all’opinione della donna e le poche volte che l’aveva vista a scuola s’era sempre prodigata in inchini e complimenti, cose a cui Elisabetta aveva replicato con sorrisi cordiali ed affettuose carezze sul capo.

Ma in quella occasione non poté fare altro che obbedire alla padroncina. Si chinò un po’ di più e tirò fuori la lingua come aveva fatto altre centinaia di volte prima d’allora. Leccò ogni millimetro della vellutata pelle dei piedi di Chiara, che dal canto suo la lasciava fare con assoluta noncuranza.
Elisabetta terminò di truccarsi ed uscì dal bagno in quel momento. Si andò a mettere le scarpe e poi si avviò verso la porta.

Per farlo dovette passare dal salotto. Giunse sulla soglia e ciò che vide la stupì non poco. Sua figlia era adagiata sul divano e teneva le gambe stese sui cuscini ad un angolo del morbido sedile. Inginocchiata davanti a lei una ragazzina della stessa età le stava leccando con ardore i piedi. Chiara la guardava tranquillamente, ogni poco muoveva i piedini, forse per farsi leccare più a fondo le estremità o forse solo per infastidirla maggiormente.

Fatto sta che Elisabetta sulle prime rimase un po’ sbalordita. Ma la sorpresa fu di breve durata.
-“Che succede, Chiara?”- chiese.
La figlia s’accorse della madre e la salutò; Letizia divenne di colpo rossa in viso e s’irrigidì come un bastone di legno. Chiara la colpì in faccia con un calcetto.
-“Continua, tu”- ordinò con un tono che non ammetteva repliche. Letizia riprese, si sentiva avvampare di vergogna e disprezzo verso se stessa.

Qualche lacrima premette per uscire dai suoi occhi.
-“Ciao, mamma”-
-“Chi è lei?”- chiese la donna.
-“Tutto a posto. E’ quella mia compagna di classe che conosci anche tu”-
-“Ah!”-
-“Letizia”-
-“Bene, ma cosa sta facendo? E’ un nuovo gioco?”-
Chiara spinse indietro la testa e rise. Anche la donna sorrise. Ogni traccia di sorpresa se ne era andata dal suo splendido volto.
-“No…no, Letizia è la mia schiava, hai presente?”-
-“La tua schiava, eh?”- chiese divertita la donna.

Si avvicinò al divano. Letizia affondò ancor più la testa fra i piedi della giovane Chiara, sperando che ciò fosse sufficiente a nascondere il proprio volto dallo sguardo della signora Elisabetta.
-“Ah!”- rise Chiara –“Guarda come si nasconde il topo pur di non farsi vedere da te! Si vergogna, sai?”-
-“Poverina”- disse la madre. Era in piedi ad un metro di distanza dalla schiava. -“Gli sto insegnando ad essere fedele”-
-“A si?”-
-“Si, apprende con lentezza.

E’ stupida”-
-“Chiara…!”- esclamò la donna con tono di bonario rimprovero.
-“No, sul serio. Avrebbe bisogno, secondo me, di un’altra padrona. Sai, per cambiare un po’ mano…o piede”- rise –“A volte è utile”-
-“E allora?”-
-“Potresti insegnarle qualcosa tu”-
-“Io?”-
“Perché no?”-
-“Chiara, ha la tua stessa età. Ha diciotto anni! Potrebbe essere mia figlia!”-
-“Ah ah…ma non lo è! E’ solo la nostra schiava. La tua e la mia! E poi di anni ne ha diciannove”- Tirò indietro i piedi, allontanandoli dalla schiava.

Letizia, come vedendo nei magnifici piedini di Chiara l’ultima barriera fra se e lo sguardo di Elisabetta, si spinse in avanti per quanto le fosse possibile, cercandoli, bramandoli. Ma Chiara glielo proibì. La serva non aveva più difese, era allo scoperto.
Pianse, si sgomentò silenziosamente. Alcune lacrime solcarono le sue guance.
-“Serva, saluta padron Elisabetta come si conviene ad una schiava come te”- disse Chiara, che ora sedeva sul divano con le gambe raccolte contro i guanciali di seta.

Letizia si inchinò davanti alla donna sfiorando il tappeto con la fronte, strisciò fino alla punta delle sue scarpe pulite e gliele baciò. Due baci per ogni scarpa. Poi sollevò il tiro e le sue labbra andarono a posarsi sul dorso del piede di Elisabetta.
La donna la lasciò fare per un poco, poi indietreggiò.
-“Basta, basta…brava sch…piccola”- disse
-“Ma mamma! Non ti piace, forse?”-
-“Eh, Chiara! E’ una ragazzina!”-
-“Ma quello che vuoi che sia! Non lo va mica a raccontare in giro! E poi è molto fedele, una vera schiava, fa tutto ciò che le dico di fare…”-
Elisabetta rimase in silenzio.

Letizia era ancora genuflessa sul pavimento di fronte a lei.
-“E poi può tornare utile per tante faccende. Per esempio, le tue scarpe, vedi? Devi andare via di fretta e non sono perfettamente lucide come dovrebbero essere…”- disse Chiara.
-“Letizia!”- esclamò la giovane padrona.
-“Si, padroncina”- rispose la sottomessa ed il tono abbattuto con cui lo disse fece scappare un sorriso divertito alla madre.
-“Le scarpe di mamma”-
-“Si, padroncina”-
Letizia si avvicinò ancora una volta ai piedi della donna e prese a leccarle le scarpe.

Partì dalla punta, andò fino in fondo al piede poi tornò indietro. Ingoiò la polvere e ripartì.
Elisabetta questa volta non si scostò di un millimetro. Lasciò lavorare la piccola caricatura di essere umano che le stava davanti come Chiara le aveva brillantemente suggerito. Durante tutto il tempo i suoi occhi rimasero fissi sulla testa di Letizia, osservò la cura che la ragazzina metteva nella pulizia delle sue pregiate decolté nere e non riuscì a trattenere un risolino.

La lingua ed il servilismo di Letizia l’avevano contagiata ed ora non aveva alcuna remora ad impiegarla come uno strumento di piacere.
Chiara guardava un po’ la madre ed un po’ la compagna di classe. Rideva e faceva commenti sul modo di inchinarsi di Letizia al cospetto della signora Elisabetta, sulla scia di saliva che la lingua tracciava a più riprese sulla pelle nera.
-“Mamma, non staresti più comoda seduta?”-
-“Si, hai ragione”- rispose Elisabetta.

Si sedette sul divano ed accavallò le gambe. Letizia si vide spostare i piedi da sotto il naso e rimase un attimo incerta sul da farsi.
-“Continua pure, cara”- disse languidamente Elisabetta.
Letizia continuò. Andò a togliere lo sporco fin sotto le suole delle sue scarpe.
-“Quand’è che dovresti andar via per quella riunione?”- chiese Chiara.
Elisabetta si era completamente rilassata sui morbidi cuscini del divano, aveva disteso le membra ed aveva abbandonato le gambe alle cure della serva.

-“Cosa?”-
-“La riunione, mamma. Avevi un impegno, oggi!”-
-“A si?”- fece la donna, sorridendo diabolicamente. –“Beh, la riunione era per oggi ma i colleghi mi aspetteranno. E poi non posso certamente presentarmi a lavoro con le scarpe sporche, ti pare?”-
Chiara sorrise.
Elisabetta lasciò che Letizia terminasse la sua opera e dopo dieci minuti buoni di leccaggio le scarpe erano lucide come specchi.
-“Posso andare, ora”- disse, togliendo da sotto la bocca della ragazzina i propri piedi.

Letizia si sporse in avanti per continuare ma la donna la fermò con un elegante gesto del piede. I suoi tacchi erano terribili, un solo colpo ben piazzato avrebbe potuto strappare un occhio alla serva. -“Ho detto basta, ragazzina. Sei sorda?”-
-“Scema! Chiedi scusa!”- sibilò Chiara.
-“Scusi, signora Elisabetta…padrona…”-
Elisabetta rise, si alzò dal divano e passando di fronte ad una Letizia prona e col capo chino si diresse verso la porta.

-“Tornerò sul tardi, Chiara”-
-“Certo, mamma”-
-“Tu studia”-
-“Si, mamma. Non ti preoccupare. Vuoi che faccia preparare un bagno caldo dalla schiava per il tuo ritorno? Basta che tu mi dia un colpo di telefono con qualche minuto d’anticipo…”-
-“Mmm…no, guarda. Anzi, mandala a casa sua, tra un po’. Dovrà sbrigare dei compiti per la scuola pure lei, immagino”-
-“Ma no! Lei è la mia schiava, lo studio è secondario per lei. Anche se boccia non ha importanza in fondo.

La sua prima preoccupazione deve essere quella di obbedirmi e di accudire la mia persona…cioè le nostre persone”-
E così dicendo pose un piede sopra la testa di Letizia e le schiacciò la faccia sul tappeto. Letizia non protestò. Lasciò che la padroncina facesse ciò che più desiderava.
-“Chiara…beh, dopo ne parliamo. Intanto mandala a casa”-
-“Va bene, mamma”-
-“Ciao”-
-“Ciao”-
Si salutarono, Chiara ed Letizia rimasero sole in casa per qualche ora.

Chiara cavalcò la sua serva neanche fosse un pony. Le si sedette sul dorso oppure sul collo. La usò anche come sgabello e le salì sulla schiena con il bel sedere tondo e con i piedi. Si fece leccare ancora un po’ le estremità e pretese che Letizia curasse anche le natiche, questa volta. Poi si diresse a riflettere nel suo studio, usando Letizia come poggiapiedi. La schiava reagiva bene all’addestramento e presto sarebbe divenuta una schiava a tutti gli effetti.

Chiara avrebbe voluto anche insegnarle a bere la propria urina e poi, magari fra qualche mese, l’avrebbe convinta a fare cose ancora più degradanti. Le stuzzicava molto l’idea di farsi leccare il culetto dopo aver defecato oppure quella di sputarle in bocca.
Si, avrebbe cominciato di lì a qualche giorno, si ripromise.
Udì il rumore di un’automobile nel piazzale della grande casa. Era sua madre.
-“Accidenti!”- pensò –“La mamma aveva detto di mandare via ‘sta stronza prima del suo ritorno”-
Balzò in piedi, saltando letteralmente con tutto il suo peso sulla schiena di Letizia che fino ad allora, a quattro zampe, le aveva sorretto le gambe.

-“Scema, alzati! E’ ora di andarsene!”-
-“Si, padroncina”- rispose la schiava, tutta dolorante.
-“Se la mamma ti trova mi sgrida. Calati dalla finestra, vattene dal giardino”-
-“Ma…padrona, siamo molto in alto qui!-
-“Stupida!”- disse Chiara. Si lanciò verso la schiava e le afferrò i capelli gettandola in ginocchio –“Disobbedisci, cagna? Disobbedisci a me?”-
Le sputò in faccia.
-“Se mamma si arrabbia è peggio per te!”-
-“Va bene, padrona. Obbedisco. …obbedisco”-
Letizia si calò lungo il cornicione e la siepe d’edera che correva lungo le mura di casa cercando di non far rumore.

Saltò giù da un’altezza non più così elevata come era la finestra della camera di Chiara, ma cadde ugualmente sulla ghiaia e si sbucciò una gamba ed un fianco. Chiara la vide rimettersi in piedi a stento dopo aver compiuto un volo di poco meno di due metri.
-“Corri”- le disse dalla finestra di camera.
-“Si, padroncina”-
Letizia fuggì via zoppicante.

Chiara, quella sera stessa, dichiarò alla madre la sua ferma intenzione di adottare la serva, ma la risposta di Elisabetta non fu favorevole alla giovane aguzzina.

-“Chiara”-
-“Si, mamma”-
-“E’ andata via la tua amica?”-
-“La mia amica?”- chiese Chiara facendo finta di non capire –“Ah, la schiava. Si, si. L’ho mandata a casa sua dopo una mezz’ora che tu te ne eri andata”-
-“Bene, perché non voglio più vedermela in casa!”-
-“Come? E perché?”-
-“Chiara! E’ una tua compagna di classe!”-
-“E allora che c’è di male?”-
-“E io ho due volte i suoi anni”-
-“E con questo?”-
-“Non lo capisci da sola?”-
-“No, non lo capisco.

Oggi te le sei fatte leccare le scarpe, no? Non mi dirai che non ti è piaciuto? Ti sei divertita quanto me!”-
-“Oggi è stato solo un momento! Si, mi sono divertita. La tua amica è brava e paziente, ma a parte che non è giusto sottomettere ed umiliare una persona come hai, anzi abbiamo, fatto noi oggi, che cosa penserebbe la gente se venisse a sapere che in casa teniamo una ragazzina appena maggiorenne per farci lucidare le scarpe con la lingua? Io sono una donna d’affari.

Non posso compromettere la mia immagine con la clientela! Ed anche tu…il prossimo anno andrai all’Università. Non sarebbe ora di accantonare queste tue manie da mistress “frusta e tacchi a spillo”?”-
Chiara era scocciata. Niente schiava in casa. Maledizione. E la mamma non sembrava essere disposta a tornare sulle sue decisioni. La sua carriera di donna manager…c’era troppo in ballo. Messa alle strette la giovane decise di giocare la sua ultima carta.
-“Ma, mamma, allora la segretaria?”-
Elisabetta corrugò le sopracciglia appena un poco.

-“La segretaria?”-
-“Si, quella ragazza che ha lavorato qua fino a qualche anno fa”-
Elisabetta comprese che i piccoli momenti di relax che si era concessi con la ragazza erano stati scoperti.
-“Ci hai spiate, eh?”-
-“Ebbene si, lo ammetto. Per via dei rumori che ogni tanto venivano dal tuo studio e che non erano proprio consueti. Ho visto con quanto piacere ti facevi massaggiare i piedi. E come ti divertivi a umiliare quella ragazza tormentandole la faccia con i tacchi a spillo.

E poi ti facevi dare lo smalto alle unghie e ti facevi lucidare le scarpe”-
-“Non con la lingua, però”-
-“Ma con quella ti facevi leccare i piedi. E una volta le hai messe le tue calze in bocca e l’hai fatta andare via così”-
Elisabetta rise.
-“Hai visto anche quello? Si, le mie calze in bocca. Ma mica una volta gliele ho fatte succhiare!”- -“Sei terribile. Più di me. E ora dici che io non posso tenere una schiava in casa?”-
-“Te l’ho detto.

Come professionista non mi posso compromettere E poi con quella ragazza era diverso, c’era un accordo fra noi. Se lei avesse raccontato in giro qualcosa l’avrei rovinata mentre se mi avesse obbedito con fedeltà le avrei affidato un buon posto in ufficio. Quella volta che mi hai vista mentre le mettevo le calze sudate in bocca ero arrabbiata con lei perché non si era dimostrata all’altezza della mia fiducia. Sbagliò a compilare una pratica.

Così la cacciai dopo essermi divertita ad umiliarla un’ultima volta. Non ha mai denunziato la cosa perché altrimenti oggi sarebbe ancora disoccupata. So che ha trovato un impiego in un altro studio legale. Ora fa i pompini ad un noto avvocato in centro. Con te e la tua amica è diverso. Ti potrai divertire con quella ragazzina a scuola, ma qui non ce la voglio. Va bene?”-
-“Come vuoi tu, mamma”-
-“E anche a scuola, stai attenta! Non è affatto normale che una studentessa del liceo obblighi una sua compagna a leccarle le scarpe.

Potrebbe essere giudicato qualcosa che va ben oltre il semplice gioco. Perciò, in tutta sincerità, ti dico che preferirei che tu la piantassi con questa storia. Tuttavia ti conosco, sei testarda. Quindi se sei proprio decisa a continuare per questa strada devi promettermi di farlo perlomeno con un po’ di prudenza e buon senso. Comprendi ciò che intendo dire?”-
-“Certo”-
-“Allora?”-
-“Letizia sarà la mia schiava solo a scuola. E questo resterà un nostro segreto.

Nessun’altro sarà coinvolto nei nostri giochi, nemmeno tu se non lo vorrai”-
-“Così va meglio”- disse Elisabetta.
Si lasciarono con questa promessa ma Chiara era ben intenzionata a non obbedire alla madre. -“Lasciare la schiava dopo la scuola? Sciocchezze! Letizia è la mia serva!”- pensava –“Ventiquattrore su ventiquattro e sette giorni su sette. Anche quando dorme, anzi, quando io le consento di dormire! Farò a modo mio”-
Iniziò a portare Letizia in camera sua nel primo pomeriggio, facendola passare dal giardino in modo che nessuno potesse vederla entrare; la teneva sotto il letto durante la notte, obbligandola a non far rumore, se ne serviva come cesso, sveglia e scendiletto, come lustrascarpe e sguattera.

Letizia poteva andare in bagno solo quando la madre di Chiara non la poteva vedere o nelle ore di lavoro. Talvolta rimaneva nascosta nella camera della padroncina per pomeriggi interi e mangiava solo ciò che Chiara le portava. Erano gli avanzi della cena che venivano consumati freddi e mescolati tutti assieme. Inutile dire che sotto ai bellissimi piedi della padrona la vita di Letizia divenne ben presto un vero inferno.
Come già detto era un mese o più che le cose andavano avanti così.

Quella mattina Chiara volle fare un nuovo esperimento. Controllò l’ora alla sveglia, erano le sette in punto. Ciò voleva dire che sua madre non sarebbe venuta a svegliarla prima della prossima mezz’ora. Mezz’ora di tempo da trascorrere con la serva. Letizia, in un mese di convivenza forzata trascorsa sotto al materasso della padrona, aveva compiuto grandi progressi: riusciva a bere perfettamente l’orina della dominatrice, sia calda che fredda. La sua lingua si era abituata a leccare per ore intere le superfici più luride e ruvide, come le suole delle scarpe.

Aveva appreso come sopportare il dolore inferto dai tacchi di Chiara quando questa si divertiva a ballarle sulla schiena o sulle spalle.
La padroncina aveva meditato durante la notte su di un’ennesima tortura a cui sottoporre la schiava. Era seduta sul letto con le gambe stese sul materasso ed i piedi sospesi nel vuoto ad un palmo di distanza dal freddo pavimento. Letizia se ne stava in ginocchio con la fronte a pochi centimetri dai talloni della sua padrona, guardava per terra con aria triste e sconsolata.

Odiava il momento del risveglio perché di lì a poco si sarebbe dovuta calare dalla finestra della camera della padrona per scendere in giardino, volatilizzandosi dalla tenuta dei genitori di Chiara. La sua aguzzina le avrebbe lanciato lo zainetto da scuola e poi lei sarebbe andata a piedi fino all’istituto. Chiara vi si sarebbe recata in auto. A volte la padrona le toglieva per dispetto un quaderno o un libro dallo zaino prima di lanciarglielo e poi, a scuola, se la rideva dei rimproveri subiti da Letizia da parte dei professori.

-“Ora vado al bagno e quando torno tu mi pulirai”- disse la sadica sovrana.
Letizia era perplessa. Di solito Chiara faceva pipì nella sua bocca e poi si faceva pulire dalla sua lingua.
-“Non vuol farla nella mia bocca, padroncina?”- si offrì gentilmente lei.
-“Eh eh!”- rise Chiara –“Non ancora, stupidella, per far questo ti occorre ancora un po’ di allenamento”-
-“Come?”-
-“Non hai capito, scema che non sei altro? Mica vado ad orinare!”-
-“Ah, capisco, signorina”-
-“Oggi comincerà il tirocinio per imparare a mangiare la mia bella cacchina.

Non sei emozionata?”- sollevò un piede e glielo pose sulla nuca.
Letizia non rispose. Al solo pensiero di dover mangiare merda si sentì prossima al pianto. E sarebbe stato inutile supplicare Chiara di ritornare sui suoi propositi. Sapeva che la sua crudele principessa non avrebbe desistito dal suo intento.
Chiara si alzò.
-“Mettimi le pantofoline, serva”-
Letizia eseguì con tanto di doveroso bacio sulla punta dei piedi della padrona. Le pantofole erano bianche con appena un accenno di tacco e lasciano scoperte le dita.

-“Brava la mia stupidella, sei fedele alla tua padroncina, vero?”-
Andò in bagno. Era senza mutandine ed indossava solo la lunga camicia da notte di seta. Tornò in camera dopo qualche minuto, con un bel sorriso raggiante ed uno sguardo maligno. Si andò ad accostare al letto, sollevò la camicia da notte e si piegò in avanti, gambe dritte e mani appoggiate sul materasso. Gli orli della vestaglia ricadevano sui fianchi snelli ed il culetto era allo scoperto.

-“Che c’è? Non ti muovi? Guarda che fra un po’ la mamma mi viene a chiamare ed io devo essere già pronta!”-
Letizia le si avvicinò da dietro, lentamente. Giunta con il viso a dieci centimetri dal solco fra le natiche della padroncina le sue narici furono investite dall’acre odore della cacca di Chiara. Allora s’irrigidì e non avanzò oltre. Rimase per qualche secondo con la faccia contro il bel sedere della sua signora ed annusare, combattuta fra il naturale ribrezzo che la costringeva indietro e la sua vocazione di schiava che la trainava in avanti.

Chiara presto si spazientì.
-“Dico a te, leccapiedi. Ti dai da fare o no? Coraggio non vorrai che alla tua padroncina dopo pizzichi il popò, vero?”- e mentre lo diceva rinculò leggermente e strofinò la curva delle natiche sul viso di Letizia. Avvertì anche qualcosa di umido che le bagnava i glutei ma non si trattava della lingua della serva. Si voltò indietro e vide il volto di Letizia in lacrime.
Rise divertita e si voltò nuovamente verso il letto, porgendo il culetto alle cure della schiava.

-“Adesso non te lo dico più, cagna! Avanti, leccami il culo!”-
Letizia si fece avanti, inserì la lingua nel solco e leccò. Lente e lunghe lappate; sentì il sapore repellente ed ostile della cacca che le irritava le papille gustative.
-“Ingoia!”- ordinò Chiara.
Letizia era al limite. Ingoiò.
-“Ancora, lecca ancora. Deve essere perfettamente pulito”- sghignazzò Chiara.
Altre lappate fino in fondo all’ano, spinse la sua lingua più in profondità che poteva e deglutì ancora.

Rimosse ogni stilla di feci dal bellissimo sederino della padroncina.
-“Aaaaahhh…. !”- esclamò Chiara, quando finalmente la schiava ebbe terminato –“Così può bastare”-
Letizia allontanò il viso dal fondoschiena dell’altra. Le veniva ancora voglia di vomitare –“Si, padroncina”-
-“Ma la prossima volta dovrai essere più rapida”-
-“Certo”-
-“E soprattutto la tua lingua dopo un po’ s’incrosta e non pulisce più bene come dovrebbe, lo sai?”- -“Faccio del mio meglio, padroncina”- piagnucolò Letizia –“Cerco di ingoiare”-
-“Si, si, zitta stupida.

La prossima volta dicevo, devi preparare una ciotola con dell’acqua fresca. Dopo ogni dieci leccate ti darai una sciacquata alla bocca, così avrai sempre la lingua pulita e nuova come una spugnetta appena strizzata”-
-“Si, mia padrona”-
Chiara si cambiò d’abito.
-“Preparati ad andare”- disse Letizia –“E ricomponiti. Non lo vedi che faccia hai? Va bene che sei solo una schifosa leccaculo slurpapiscio ma queste cose vanno lasciate fra noi, come ha detto mamma!”-
-“Si, Chiara…”- mugolò Letizia.

Si sistemò capelli e viso come poté e si calò lungo la siepe. Dopo un mese di pratica le riusciva così bene che adesso poteva arrivare in giardino senza neppure cadere col sedere a terra.
Chiara fece colazione con calma. Fette biscottate con marmellata e burro, caffellatte ben zuccherato. Scese in garage e salì in auto, come ogni giorno sarebbe arrivata a scuola prima di Letizia. Il solco fra le sue natiche era stato pulito proprio bene, non pizzicava per nulla.

Meglio così, l’addestramento per insegnare alla schiava a leccarle il culo sarebbe stato più breve del previsto. Poi, forse, sarebbe stata la volta del mangiare direttamente i suoi escrementi. Con il tempo Letizia avrebbe imparato a sopravvivere bevendo solo la pipì e mangiando solo la cacchina della sua padrona, pensò Chiara. Nient’altro da bere o da mangiare. Si, sarebbe stato proprio divertente, e poi in questo modo non avrebbe più avuto bisogno di portare gli avanzi del pranzo e della cena in camera, col rischio di essere scoperta.

E sua madre avrebbe voluto che si disfacesse di quella piccola nullità di nome Letizia! Che sciocchezza!
Pensare che se non l’avesse rifiutata anche Elisabetta avrebbe potuto orinare nella bocca della stupida…Sarebbe stato un vantaggio pure per Letizia, in fondo. In due avrebbero provveduto a sfamarla e dissetarla. Anzi, forse le avrebbero causato addirittura un’indigestione! Che roba, pensò Chiara, mentre a bordo dell’auto procedeva lungo la strada che l’avrebbe condotta a scuola. Un’indigestione di cacca.

Senza motivo guardò in basso, fra i suoi piedi. Sperò che Letizia non ritardasse troppo. Aveva le scarpe sporche e prima dell’inizio della lezione sarebbe stato opportuna farsele lucidare dalla schiava.

A disposizione di tutti

Non sono che una semplice impiegata, un po’ sul precario (come tutti noi, comuni mortali, al giorno d’oggi), pendolare, ma anche casalinga e mamma (non potendomi permettere “personale di servizio”).
Oh, intendiamoci, non sono neppure un’educanda … forse, da questo, nasce il mio sfogo nello scrivere racconti erotici.

La seconda cosa è che sì, lo confesso, anche io ho la mia piccola (?) forma di depravazione. Da ragazza, quando facevamo all’amore col fidanzatino di turno, ci si arrangiava … niente alberghi; raramente si rimediava una casa o una precaria garconnière.
Per lo più si scopava alla buona in macchina o in qualche luogo, più o meno appartato. Ora, dato che sono molto lenta nel provare piacere, in quell’epoca non riuscivo a venire quasi mai.

Mentre la precarietà e i pericoli (questo l’ho capito molto dopo) giocavano a favore del porcellino di turno.
Tutti gli adolescenti “soffrono” o, meglio, godono, di eiaculazione “veloce”, quindi, se la cavavano alla svelta con i preliminari (che a noi ragazze piacciono tanto) e cercavano subito di andare al sodo, sborrando il più presto possibile.
Magari, se la pace della “location” lo permetteva, se ne facevano due o anche tre.
Ma queste sono solo puntualizzazioni che tutti conoscono, ovviamente.

Il preambolo serve solo a confessarvi la mia “perversa” fantasia sessuale.
Quando, finalmente, raggiungevo la mia casetta tranquilla e gli spazi a me familiari, dopo la tempesta, diciamo, nella quiete di camera mia o nel bagno, ben chiuso a chiave, mi dedicavo a una lunga e deliziosa masturbazione.
Libera da affanni e senza fretta, mi attardavo deliziosamente sulle mie grandi labbra e sul clitoride, che, spesso, era ancora arrossato dalle decise e ripetute penetrazioni degli irruenti “compagni di gioco”.

Mi piaceva titillarmi e cercavo di farlo al più presto, in modo da ritrovarmi la pancia o la fighetta, ancora irrorate di sperma, a volte secco, altre volte, caldo, liquido e copioso.
Lo lasciavo fuoriuscire, a goccioloni, dal mio buco, e me lo trastullavo tra le dita, usandolo come lubrificante: era odoroso d’uomo … e molto eccitante.
Questi momenti di estasi mi portavano a fantasticare e, le mie fantasie, erano incentrate su questi punti fondamentali: essere vista o spiata mentre facevo sesso col mio ragazzo e, inoltre, donare piacere a uno sconosciuto.

Non era tanto l’idea di essere posseduta per mio “gusto”, al contrario, il mio gusto, nei ditalini solitari, era rappresentato dal poter donare, il mio corpo, a chi tanto lo aveva spiato, desiderato, agognato.
Una specie di premio inaspettato, la vincita a una lotteria in cui non avresti mai sperato.
Tutte fantasie che credevo irraggiungibili o irreali, subito dopo che avevo goduto.
Poi sono passati gli anni e, grazie al mio attuale compagno, che come ho detto più volte, mi permette di esprimere la mia sessualità come meglio credo e, anche grazie a internet, qualche sfizio me lo sono potuta togliere.

Poca cosa, intendiamoci.
Con il mio uomo abbiamo imbastito, qualche volta, del sesso a tre, il cosiddetto: cuckold. Altre, poche volte, abbiamo fatto l’amore davanti a tutti, diciamo così, in web cam, su un sito porno.
In entrambi i casi, nonostante io abbia goduto, abbondantemente, nel compiere l’atto (mio marito è molto attento alle mie esigenze) ho conservato la mia vecchia abitudine giovanile: una sana masturbazione, in pace e tranquillità, ricercando e ritrovando i segni dell’avventura appena trascorsa.

La seconda cosa che dovete sapere è che, quello che vi racconto ora, è successo proprio a me, ieri pomeriggio, in maniera del tutto inattesa.
Era venerdì, ovviamente, e dato che la settimana prossima è Natale, la direzione della ditta per cui lavoro, ha preferito incontrare anticipatamente i dipendenti, per gli auguri di rito.
Classica fetta di panettone che, notoriamente, ti resta sullo stomaco con le solite chiacchiere, affettate e inutili.

La cosa positiva è che, non potendo rientrare sul lavoro fuori sede, sono riuscita a tornare a casa verso le tre, in notevole anticipo, insomma.
Ero completamente sola e, al contrario, mio marito sarebbe tornato la sera, e pure abbastanza tardi.
Stressata dal venerdì prenatalizio e con in testa già tutti i pensieri delle cose che dovevo fare, mi concessi una stravaccata occasionale sul divano.
Il tempo di togliere le scarpe, chanel nere a mezzo tacco, ideali, sotto il tailleur grigio indossato quel giorno, per non presentarmi col solito jeans alla festa.

Indugiavo, con le gambe stese, tentata dall’idea di un piccolo, innocente, pisolino ma non me la sentivo di abbassare troppo la guardia.
Comunque, dopo, sarei dovuta uscire, avevo ancora delle cose da fare e, a volte, riposare cinque minuti per poi rientrare in attività, mi rendeva ancora più stanca e nervosa.
Svogliatamente diedi una controllata alla borsetta, che avevo lasciato cadere al mio fianco, mentre cercavo di rinvenire, sperduto in qualche anfratto misterioso del divano, il telecomando della televisione.

Mi accorsi che sul cellulare c’era un messaggio e lo aprii. Era Eddy, mio marito, mi diceva che sarebbe tornato verso le nove e che ci avrebbe pensato lui a recuperare nostra figlia dai nonni.
Che tesoro: un pensiero in meno!
Dovevo fare pipì, ma i bagni sono di sopra, e io non trovavo la forza per alzare le chiappe dal divano. Intanto, il telecomando non veniva fuori.
Il silenzio del meriggio e la luce soffusa che attraversava le tende, invitavano al relax.

Mentre mi concedevo ancora qualche minuto di pausa, improvviso, il classico ronzio di una sega elettrica, mi riscosse, colpendomi di sorpresa. E’ un suono a cui siamo abituati: vivo in campagna. Novembre e dicembre sono dedicati alla potatura e, nelle macchie e nei frutteti che ci circondano, è un concertino che non si ferma mai.
D’altro canto, non è un suono spiacevole, se ci fai l’abitudine.
Però, stavolta, il suono era un po’ troppo vicino per non attirare la mia attenzione.

Per prima cosa, significava che c’era qualcuno molto vicino a casa mia; non che avessi paura ma,visto che abbiamo le porte sempre aperte (pessima abitudine, lo so), mi decisi, comunque, a dare una controllata di fuori.
Era anche un buon motivo per scuotermi dal torpore e riprendere l’attività.
Le pantofole erano lontane, rimisi le scarpe, non troppo idonee alla vita di campagna, ma non me la sentivo di recuperare le ciabattine adesso.

Uscii, ancora in tailleur, senza cappotto, tanto fuori era tiepido perché era stata una bella giornata, piena di sole.
Intanto, le raffiche della sega, risuonavano a shitti, ma ancora non ne vedevo l’autore.
Girai dietro la casa e, a pochi metri, su una scala, vidi don Liborio, un vecchio pensionato delle ferrovie, che faceva servizi da giardiniere un po’ per tutto il vicinato.
Come gli uomini di una volta, aveva la campagna nel sangue e lavorare con le piante era la sua passione.

Nella sua casetta, molto più sopra della nostra, aveva pure qualche a****le, che sapeva governare a regola d’arte, infatti era tra i nostri fornitori di fiducia, altro che “prodotti bio”.
Don Liborio, a prezzi d’amatore, ci procurava spesso qualche soppressata genuina, formaggi, uova e altre prelibatezze.
Era una figura tipica del nostro sentiero, a stento carrozzabile, ed era sempre impegnato a fare qualcosa.
Insomma, un brav’uomo. Nonostante avesse di certo superato la settantina era ancora in forma: asciutto, con la pelle che sembrava di cuoio, per il colore che gli dava la vita all’aria aperta.

Le sue grosse mani armeggiavano con la sega, colpendo, senza titubanze, i rami di un grosso castagno, le cui foglie erano ormai tutte cadute.
Approfittai di una pausa per salutarlo:
– Ehilà, buongiorno! – gli gridai, facendomi scherno per gli occhi con il palmo della mano.
Lui si accorse subito di me e si voltò, con il suo solito sorriso bonario.
Mi scaldò il cuore: pensai che in oltre dieci anni, non lo avevo mai incrociato, senza che mi donasse un sorriso.

Che brava persona … eh, gli uomini di una volta!
– Buongiorno, signò! – rispose immediatamente e si precipitò a scendere dallo scaletto, per venirmi a salutare da vicino – Scusate, vi ho disturbata? Io pensavo che non ci stavate, mi era sembrato che non c’era la macchina vostra … –
– Ma no, don Liborio – risposi sorridendo apertamente a mia volta – non vi preoccupate … anzi, mi fate compagnia. Quando ci state voi in giro, mi sento più sicura … –
– E … signo’, ormai so’ vecchio.

– mentre parlava, notai che, comunque, adesso che non aveva la luce del sole negli occhi, pur facendo finta di niente, non riusciva a evitare di spiare le mie gambe, slanciate dalle calze grigie e dalle scarpette col tacco. Avevo la gonna sopra il ginocchio, non abbastanza da essere una mini (non si addiceva alla mia età e alla mia mentalità).
Mi piaceva però, in certe occasioni, ricordare ai miei colleghi, che sotto il maglione abbondante, si nascondeva una donna, che, nonostante i quaranta fossero vicini, si manteneva ancora tonica e femminile.

– Ma che dite, don Liborio, voi vi mantenete così in forma? Fossero come voi gli uomini di città, dove lavoro io. – risi sincera – I miei colleghi sono tutti rammolliti e parlano solo del pallone. – a quel punto, come di prassi, gli chiesi se gradiva un caffè o qualcosa da bere.
Don Liborio si schernì, era troppo discreto, ma poi ammise:
– Veramente un bel caffè lo gradisco, voi lo fate troppo buono … è logico, siete napoletana! –
– Bravo, – gli dissi – mo’ ce lo facciamo proprio: anche io ne ho bisogno.

Sono appena tornata e mi stava prendendo la sonnolenza. Appena è pronto vi chiamo. –
E me ne tornai verso casa, rapidamente. Stavo per andare di sopra prima, per spogliarmi e per fare la pipì, ma invece preferii indugiare.
Il caffè sarebbe stato pronto in un attimo.
Mentre aspettavo che salisse nella macchinetta, la mia mente vagò, forse solleticata, dallo sguardo sorpreso e affascinato del vecchio contadino.
Sapevo che era vedovo e, pensai: chissà se si masturba? Chissà se magari lo ha mai fatto pensando proprio a me?
Dopotutto, ero decisamente la più bella donna del circondario.

Senza nessuna presunzione, ma le altre erano dei veri gabinetti, come diceva mio marito. Là intorno erano tutte famiglie contadine, dopo il matrimonio, le ragazze si lasciavano andare e, a trent’anni, erano già dei bidoni.
Non senza un pizzico di civetteria, decisi di farlo venire dentro, a prendere il caffè.
Così, mi affacciai dal retro e lo chiamai:
– Don Liborio, venite, il caffè è pronto! –
Il vecchio stava controllando alcune cicas, sul bordo del nostro giardino, e si voltò, forse un po’ sorpreso.

Aveva sempre da fare e difficilmente entrava in casa di qualcuno, ma non ebbe il coraggio di chiedere che glielo portassi fuori.
Di buona lena, si lavò le mani alla fontanina e, asciugandosi con un fazzoletto che teneva in tasca, si avviò verso casa.
– Non volevo dare tanto disturbo, signo’! – disse fermando sulla porta, poi aggiunse – e vostro marito non c’è? –
– No, – risposi – oggi io ho fatto prima; non c’è la macchina perché mi ha accompagnato una collega.

Sono sola soletta … ma venite, accomodatevi. –
Leggermente impacciato, il brav’uomo fece qualche passo verso la cucina.
– E sedetevi due minuti, don Liborio – risi portando le tazze con il caffè fumante.
Sul tavolo avevo già messo una bottiglia di acqua minerale, fresca di frigorifero.
– Voi mi avete fatto il complimento? – continuai – E adesso il caffè ve lo dovete prendere come Dio comanda. –
Lui accettò di buon grado e sedette su una sedia, mentre io civettai e mi tornai a sedere sul divano, naturalmente la gonna scivolò in su, in su, sulle collant scure.

– Assaggiate … e ditemi la verità! – lo guardai con la tazza in mano, fingendo di non vedere il suo sguardo, incollato sulle cosce.
Don Liborio sorseggiò il caffè:
– E’ buono, lo sapevo già. Voi fate il più buon caffè del vicinato. – disse cordialmente.
– Grazie … ve l’ho fatto con la mano del cuore! – poi aggiunsi – Mi ero un poco appisolata … –
– Mi dispiace – disse lui, veramente confuso – io non sapevo … –
– Ma che dite? Si, si … io ho mille cose da fare … figuratevi – accavallai le gambe e mi misi più comoda sul divano – Volevo solo dire che adesso, riprendere mi rincresce.

Figuratevi, parlando con decenza, che non sono ancora salita sopra, neppure per fare la pipì! –
Don Liborio, preso alla sprovvista, si agitò leggermente sulla sedia. Era un vecchio ed era all’antica, non era abituato a certe confidenze.
Gli sorrisi sfrontata: – Beati voi uomini, che potete farla dovunque … –
Il contadino rise.
– Signò, in campagna così si faceva … – poi prese coraggio – senz’offesa, lo sapete quando io ero ragazzo, tanti anni fa, come si faceva? –
– No … dite … – dissi curiosa, non sapendo dove volesse andare a parare.

– Solo le ragazze giovani portavano i mutandoni, le donne che avevano figliato, insomma le femmine sposate che lavoravano in campagna, non portavano proprio le mutande … tranne quando non potevano farne a meno, voi mi capite … –
– Ah ah … e perché? – risi spontaneamente.
– E perchè … perchè … non vorrei offendere … – e si fece una risatina nervosa, mentre si alzava, visibilmente accaldato.
– Ma dite, don Liborio, mica sono una ragazzina … – lo presi in giro, mentre il suo impaccio mi dava carica.

Non riuscivo a non pensare al suo sesso … ero curiosa. Come lo aveva? Si faceva ancora duro … da quanto tempo non veniva?
– Non le portavano perché pisciavano all’erta … in piedi insomma! – disse lui facendosi coraggio.
– Cosa? Non si accovacciavano neppure? – incalzai.
– Qualche volta si … – sorrideva, ancora un po’ impacciato, ma l’argomento lo divertiva pure a lui.
– Noi ragazzini le spiavamo, proprio con la speranza che si abbassassero per vederle nude.

Per questo pisciavano in piedi … allargavano le gambe, ma non si vedeva niente. –
– Una vita campagnola … – dissi perplessa – e io che pensavo che si proteggessero, di sotto intendo, con due paia di mutande.
– E signò … il mondo è sempre uguale, credetemi. Anche allora si face all’amore. –
mi guardò con un’espressione sognante, credo ripensasse al passato.
– Il padrone se le ripassava quasi tutte, spesso senza vergogna … come il cane.

Se ne portava una dietro una pianta e la voleva trovare già pronta. –
Un calore intenso mi invase la vagina, costringendomi ad accavallare le cosce dall’altro lato.
– Aspettate … volete un liquorino? – gli dissi, alzandomi a mia volta.
– No, grazie, signo’ … sto bene così. Grazie per il caffè … squisito e pure per le chiacchiere … –
– Ma volete scherzare? – risposi io – Mi fa piacere sentire le vostre storie … Eh! Chissà quante ne avete fatte pure voi … –
Don Liborio rise, ma non disse niente.

– Sapete una cosa? – gli dissi con complicità – Sono anni che vivo in campagna … ma non ho mai fatto pipì all’aperto … qua fuori, dico … –
Don Liborio rise sinceramente: – Ah signora mia, e che ci vuole, voi vi fate un problema che non esiste. –
– Sapete che cos’è? Sono troppo abituata a farmi il bidet, dopo … –
Il povero vecchio, del tutto impreparato a tanta confidenza, trasalì, non riuscendo a trovare niente da rispondere alla mia sfrontatezza.

Mi ero eccitata ormai.
I pensieri libidinosi che mi avevano invaso la testa, le curiosità morbose su quel povero vecchio, mi avevano catapultata in un mondo di fantasie erotiche.
Giocai la mia carta … ero decisa a vedergli il cazzo, il pensiero della sua probabile astinenza, mi faceva uscire di senno.
– Vi accompagno. – dissi, seguendolo dietro la casa. Poi, più diretta e un po’ troia, dissi con fina ingenuità – Mi avete fatto venire proprio la curiosità, vorrei farmi passare lo sfizio … me lo fate un favore? –
Il vecchio era nel pallone, non riuscì a darmi una vera risposta.

– Volete farmi la guardia? – dissi complice e sorridente –Voglio fare la pipì, voi vedete se viene qualcuno?
Tanto … non ho vergogna di voi, potreste essere mio padre … –
Don Liborio non capiva più niente. Era talmente confuso che non sapeva nemmeno se facevo sul serio; non sapeva se lo stavo trascinando in un brutto scherzo oppure no.
Non si aspettava nulla di quello che gli stava succedendo: era frastornato.

E quella sua, sincera, confusione fu la molla che mi diede la forza di essere più esplicita di quanto non lo fossi mai stata … in genere sono abbastanza passiva, sessualmente. Tanto … a che servirebbe industriarmi troppo?
Sin da ragazza, sono sempre stata abbastanza bella da dovermi più difendere dalle voglie di un uomo, che dal manifestargli le mie.
Insomma, se cercavo la possibilità di fare sesso non me ne mancava l’opportunità.

La sua ingenuità lo rese innocuo e indifeso, ai miei occhi.
D’altro canto ero più che sicura che l’uomo non avrebbe mai parlato di quella strana avventura. Non era un pagliaccio da osteria.
– Dove mi metto? – dissi, con la stessa ingenuità di una poppante.
Ero stata talmente diretta da fugare ogni dubbio in don Liborio, che ormai alla mia mercé, mi indicò, meccanicamente, uno spazio dietro un basso cespuglio di rose.

Con disinvoltura, essendo ormai eccitata, mi spostai di poco, nella direzione da lui indicata, ma feci bene attenzione da restare abbastanza in vista per il mio vecchio “amico”.
Cercai un cantuccio dove la terra era abbastanza piana da permettermi di effettuare la mia minzione senza rotolare sul terreno, dopotutto, ero ancora in tacchi e tailleur.
Caricando molto i miei gesti e facendo tutto molto lentamente, mi alzai la gonna stretta, fino ai fianchi, e mi scoprii il grosso culo bianco, abbassando le collant, fino alle ginocchia … ma non bastava … provai ad abbassarmi ma con le calze strette rischiavo di perdere l’equilibrio.

Don Liborio era sbiancato, guardandomi da dietro, a parte lo spettacolo a cui non era preparato, dovette credere che ero pure senza mutandine.
Probabilmente non aveva mai visto una donna in perizoma davanti a sè.
Calai giù piano piano anche quello, il filo nero scendeva lungo le mia cosce chiare, sottolineando le mie forme e mandando il povero vecchio in visibilio.
Il posto che avevo scelto, per farmi vedere meglio dal vecchio, era lontano da ogni appiglio … non un solo ramo per tenermi con la mano.

Allora divenni ancora più sfacciata, rischiando anche di offendere il malcapitato.
L’età c’era. E se era impotente … oppure aveva subito qualche operazione?
Alle persone anziane succede.
– Don Liborio – dissi a bassa voce – mi date una mano? Io qua cado sicuro! –
Lui si avvicinò, guardandosi nervosamente intorno … probabilmente aveva più vergogna per lui che per me.
Mi tenni alla sua mano, in precario equilibro, e finalmente lasciai sgorgare la mia abbondante pipì, acuita anche dal freddo che comunque iniziava a farsi sentire.

Il vecchio trovò la forza di sussurrare solo queste parole:
– Madonna mia, madonna … signò, vuje me fate morì, a me! –
– Ma no, perchè? Voi siete così bravo. – finsi una grande ingenuità – adesso mi asciugo e abbiamo finito, va bene? Tenete un fazzoletto pulito? –
Come un automa, prese il fazzoletto pulito, dove si era asciugato le mani poco prima, e me lo porse, ma io, infoiata e non paga, mi voltai verso di lui col sedere e chinandomi in avanti dissi:
– Potete asciugarmi voi, don Liborio? Io ho paura di inciampare nelle calze.


Il vecchio balbettò qualcosa, ma si decise e, con grande delicatezza, mi tamponò la vagina con la stoffa.
Standogli abbastanza vicino, potei costatare ciò di cui ero già certa, conoscendolo: era un uomo pulito e non puzzava.
Eccitata come mi ritrovavo, probabilmente, non mi sarei fatta troppi scrupoli … ma il fatto che, qualsiasi cosa sarebbe successa, mi trovavo in compagnia di un uomo pulito, mi rincuorava e mi faceva sentire libera … a mio agio.

– Signò, perdonatemi … io … forse è meglio che me ne vado! – sudava e quasi incespicava sulle parole – Non mi fate fare nu’sproposito! Io vi rispetto … –
– Ma lo so, lo so … voi siete un angelo. – dissi.
In quella assurda situazione, nel boschetto di pomeriggio, io ero di fronte al vecchio contadino, e, come se fosse la cosa più naturale del mondo, tenevo giacca e top di sopra , mentre di sotto, ero nuda e discinta, come mamma mi ha fatto.

La gonna accartocciata in vita, lasciava alla vista dalla vita in giù.
Lui mi guardava la passerotta, che io depilo solo ai lati, mentre al centro la lascio naturale, con la folta peluria castano scuro.
Sembrava una conchiglia scura, un riccio di mare … forse, e spiccava nettamente sulla mia carnagione molto chiara.
Lungo le gambe, collant e mutandine che mi impedivano un poco nei movimenti.
Come se fosse la cosa più naturale del mondo, gli presi la mano, senza far parola e me la infilai sotto la maglietta, facendo venire le sue dita a contatto col seno, enorme e morbido.

Toccare la mia pelle delicata lo fece trasalire, cercava di dire qualcosa, ma ormai era in mia completa balia.
– Restiamo cinque minuti, si sta ancora cosi bene … – parlavo per stemperare la tensione, le mie guance ormai erano di fuoco, per l’eccitazione ma anche per un po’ di vergogna, dopotutto stavo veramente esagerando.
Don Liborio, non più padrone dei suoi sentimenti, si strinse a me, abbracciandomi in maniera grossolana e impacciata.

Mi teneva il seno, poi mi toccava la pancia, le sue dita erano forti e ruvide; sentii la sua forza e la sue decisione: quando mi strinse la vulva, come si spreme un limone … mi fece trasalire.
– Voi siete vedovo, è vero? – dissi, pur di fare finta che niente fosse … non so cosa mi aveva preso, una specie di frenesia folle.
Intanto gli aprii il pantalone, un vecchio jeans con i bottoni di plastica, ma sotto portava un’altra difesa … poverino.

Certo, a stare sempre all’aria aperta, doveva riguardarsi: infatti indossava, di sotto un pantalone grigio, leggero, certamente un vecchio pigiama.
Non oppose resistenza, quando gli tirai giù anche quello, con una certa decisione.
Aveva le mutande bianche, gli slip che, in vita mia non avevo mai visti indossati.
Ero sorpresa che esistessero ancora.
Erano di cotone a coste e portavano una cucitura ribattuta, triangolare; un lato era aperto, per permettere la fuoriuscita del pisello.

Non mi fermava più niente, in quel momento, poteva indossare anche la minigonna ero decisa a trovare il suo cazzo, nonostante il cumulo di panni che lo ricopriva.
Non volevo niente di particolare … la mia frenetica ricerca aveva un solo scopo primario, esaltante: volevo vedere che effetto avevo fatto a quel vecchio. Volevo vedere come manifesta il piacere che gli donavo.
Che libidine!
Don Liborio ormai affannava. Aveva gli occhi socchiusi e biascicava qualcosa tipo:
– Bella, che bella che siete … – intanto, goffamente, si muoveva a shitti, cercando, a modo suo di accarezzarmi, tutta.

Sussultò, per poi bloccarsi subito dopo, quando si accorse che la mia mano, senza vergogna, cercava di intrufolarsi sotto l’elastico delle mutande.
Trovai la pelle rugosa e liscia dell’inguine, poco tonica, poi, seguendo i peli arruffati e caldi, trovai la radice del suo pene.
Era molliccio, barzotto, ma pulsava e tendeva a gonfiarsi.
Lui si riprese e tornò a martoriarmi le zinne, arrancando sui capezzoli turgidi, mentre io cercavo di prendere dimestichezza con quel suo arnese.

Non poteva essere duro, poverino, schiacciato com’era, e a testa in giù.
Glielo scorsi tutto, con la mano appiattita, che si intrufolava in profondità, tra le gambe dell’uomo.
Quando gli catturai il glande, abbastanza spropositato, lo trovai bagnato di smegma tiepido e succoso. La scoperta mi fece rabbrividire, lanciandomi nel corpo fitte di piacere, che mi facevano piegare su me stessa.
– Controllate che nessuno ci possa vedere – gli intimai, visto che non avevo alcuna intenzione di portarmelo in casa … volevo gustarmelo tutto, quel rapporto bucolico … Già sognavo di essere presa e sbattuta, senza riguardi, come faceva il “signorotto” di turno, tanti anni fa.

Ci spostammo ancora più dietro al grosso castagno e io mi abbassai di nuovo, cercando di non cadere. Mi aggrappai ai pantaloni del vecchio e gli tirai tutto giù, lasciandolo nudo, di sotto, con le sue gambe abbastanza glabre e magre.
Tra le cosce, alla luce del meriggio inoltrato, una massa molto scura, attraeva tutto il mio interesse e la mia libidine.
Il suo cazzo era cupo e per niente piccolo, solo non era in erezione totale, oscillava, libero, come una proboscide a ogni piccolo movimento del vecchio.

Però la cosa veramente grande era lo scroto … io non ero mai stata con un uomo anziano e non potevo saperlo, aveva le palle grosse, in una sacca rugosa, testa di moro, sembrava una sacca di cuoio … l’immagine era magnetica, aveva qualcosa di osceno che, però, mi attraeva … un certo fascino del peccato, del proibito.
Non mi ero mai sentita tanto trasgressiva.
Inoltre, e quel pensiero mi cadde addosso come una valanga in montagna, era la prima volta che vivevo da sola una mia iniziativa sessuale.

Mio marito non ne sapeva niente, non lo poteva nemmeno immaginare.
Era la prima volta, in venti anni che lo tradivo, in realtà.
Glielo avrei anche confessato volentieri ma tutto era successo così in fretta … come avrei potuto?
Ero certa che l’uomo non subisse un pompino chissà da quanto … forse era solo una mia illazione, ma mi piaceva pensarlo.
– Si sta facendo scuro – dissi, senza particolare motivo, giusto per non fare tutto in silenzio, don Liborio era un automa nelle mie mani e non profferiva un pensiero compiuto da oltre un quarto d’ora.

Puntellandomi bene gli presi in mano tutto il pacco e me o tirai verso le labbra.
Ebbi la netta sensazione che il vecchio cercasse di evitarmi, forse era troppo sorpreso per credere che tutto quello stesse succedendo veramente.
La sua titubanza mi rese ancora più accanita. Mi avventai sulle sue gonadi, succhiando e arrancando, decisa a prendergli in bocca una di quelle grosse, morbide, palle.
Ci riuscii.
I peli bianchi del vecchio erano umidicci e odoravano di maschio.

Dopo una gustosa leccata, mi dedicai alla sua asta, che, attimo dopo attimo, diventava sempre più rigida e imponente.
Don Liborio doveva aver avuto un cazzo notevole, da giovane.
Me lo indirizzai tra le labbra e gli presi il glande in bocca, succhiandolo con veemenza.
Lui mi stava cadendo addosso e dovette aggrapparsi alla scala. Stringeva le gambe e cercava di sottrarsi, involontariamente, probabilmente era per la goduria.
– Signò che mi fai, mamma mia … che mi fai.


Non potevo né volevo rispondere. Vista la sua reazione spropositata, mi dedicai anima e corpo al bocchino, cercando di portare don Liborio alle stelle.
Quando riuscivo a prenderlo quasi tutto in bocca, lui si piegava sulla pancia, come se dovesse pisciare e non riuscisse a trattenersi.
Lo stesso io, non riuscivo a fermarmi, ero molto eccitata e mi strusciavo, frenetica, le dita sulle grandi labbra, incapace di resistere alla voglia di trastullarmi.

– Tra poco ve ne dovete andare, facciamo presto. – gli dissi liberandomi la gola – Riuscite a venire? Volete venire? –
Capii che affermava, ma era troppo sperduto nella sua estasi, per rispondere in maniera sensata; allora mi alzai e cercai di portare a termine l’accoppiamento prima possibile.
Era tardi. Era rischioso … e, infine, non sapevo il vecchio che tempi avesse, poteva pure metterci ancora mezz’ora.
Non mi andava di lasciarlo andare via a bocca asciutta poverino, chissà da quanto non scopava; ma neppure mi andava di menarglielo in tutti i modi pur di farlo arrivare.

Sarebbe diventato noioso e seccante: non era mica andato a puttane, dopo tutto.
L’albero che ci faceva da paravento, verso la casa e il resto del giardino, aveva una comoda sporgenza: era lo spezzone di un ramo potato chissà quanti anni prima.
Mi ci accostai e usai quello spezzone per ancorami con la mano, così, potei mettermi a 90°, considerando che era la posizione migliore per gestire l’introduzione del suo pene e, dopotutto, eravamo così precari, là fuori, che non è che ci potessimo permettere grandi performance.

Tutti quegli arzigogoli mentali, su luogo e posizioni, le poche parole scambiate con lui, senza amore, senza trasporto ma solo con l’obiettivo, preciso, di fare una porcata con un vecchio laido, mi rinvigorirono il piacere. E ricaricavano di umori la patatina.
“Ottimo, pensai, fradicia come sono, il cazzo dovrebbe scivolarmi dentro facilmente. ”
Guardai con attenzione il membro di lui, che era al mio fianco. Si masturbava aspettando, compostamente, il suo turno.

Riflettei un attimo e capii tutta la situazione: don Liborio era stato un superdotato, negli anni d’oro. Ora, con l’età, il sangue non aveva più la stessa forza e, nonostante fosse gonfio come un palloncino, non era molto duro.
– Venite dietro! – gli ordinai e lui eseguì, senza dire una sola parola.
Mi puntò subito il glande in figa, ma quando premeva per entrarmi dentro, il suo pene si piegava.

Mi impossessai della punta del cazzo, con la mano libera, e, da sotto, con le dita cercai di pressarlo tra le mie grandi labbra.
Lo mollai di nuovo, mi riempii la mano di saliva e me la ripassai in figa per essere lubrificata al massimo.
La mia cosina era per natura molto stretta, purtroppo e, se un cazzo non era bello, consistente, non era facile introdurcelo; mi era già successo.
Ricominciammo ad armeggiare: io col glande che forzavo l’apertura e don Liborio, che si teneva il lungo bastone con due mani, stringendolo come un capitone, per non farlo sgusciare via.

“Ecco, ci siamo” pensai, quando finalmente, avvertii il suo ingresso nella mia natura.
Piano piano don Liborio, forzando e spingendo molto lentamente, s’intrufolò in me, col suo lungo serpente gonfio e mi possedette.
Dopo alcuni secondi mi era dentro fino ai coglioni, il cui contatto, mi diede un rovente piacere, che mi attraversò fino alla nuca.
Avevo la pelle d’oca, e non per il freddo della sera, ve lo assicuro.

Il vecchio, ora che comandava e fotteva, si bloccò dentro di me. Per non rischiare di uscire dalla vagina, non chiavò, piuttosto, esercitava dei piccoli movimenti sussultori,
delle piccole spinte, aiutandosi con le mani che mi avevano bloccata per i fianchi.
Sentirmi tutta riempita da quel coso che sussultava mi portò a un lungo stato d’estasi.
Quando il vecchio, raggiunto un ritmo che gli confaceva, con una mano si spinse in avanti per cercarmi le poppe, gliele liberai dalla maglia e dal reggiseno, per evitare che mi rovinasse gli indumenti.

Ora eravamo nel giardino … compivamo l’antica copula in mezzo al verde. In mezzo alla natura, fredda, di dicembre.
In modo discinto, in totale abbandono, mi lasciavo chiavare da quel poveretto che non vedeva una figa da anni. Mi toccava con bramosia il culo e poi, quando ci riusciva, si aggrappava a una delle tette, che ballonzolavano sotto i colpetti di cazzo che mi imponeva.
Don Liborio aveva le gambe un po’ piegate per mettersi al meglio a favore della mia vagina spalancata.

Quando mi accorsi che l’eccitazione gli aveva reso il cazzo estremamente più duro, quando ne sentivo la presenza viva fino alla pancia, i movimenti del vecchio diventarono più virili e, anche se per poco, iniziò a chiavarmi veramente.
Era pur sempre un uomo muscoloso e sano. Si rizzò sulle gambe e cominciò a stantuffare come un toro sulla giovenca.
Tirava, annaspava e chiavava. Dopo nemmeno due minuti, soffiando dal naso, si irrigidì, gemendo, e allora capii che stava per sborrare.

Me lo tolsi dal corpo mentre già le prime gocce di sperma mi irroravano la figa, ma non rinunciai a voltarmi e a prendergli il cazzo in mano …
Volevo vederla e sentirla la sua sborra, alla fine, tutto quello che era accaduto, era frutto della mia curiosità riguardo a come sarebbe venuto il vecchio contadino.
Lo sperma gocciolava a fiotti, come spinto da pulsazioni, era bianco, diafano, mi sembrava molto liquido rispetto a quello denso e appiccicoso di mio marito.

Ero in estasi, tenevo il cazzone con una mano e le sue palle nel palmo dell’altra.
Lo presi in bocca.
La sborra usciva ancora. Succhiai, ne ricevetti ancora in bocca, sulla lingua.
Il sapore del suo sperma era più o meno il solito, mentre l’odore era meno penetrante.
Mentre mi accanivo, sovreccitata, con la figa gocciolante, non feci caso al poveretto, che per poco non mi sveniva addosso, dal piacere e dalla stanchezza.

Si aggrappò all’albero per tenersi in piedi.
– Mamma mia, mamma mia … signò! – mormorava – Signò, non mi tengo, non mi tengo … –
Non capii. Ero troppo intenta a succhiare il pene molliccio ma piacevole; mi resi conto del suo avvertimento solo quando un fiotto salato mi invase la bocca: arretrai.
Ecco cosa voleva dire, il poveretto stava pisciando e proprio non riusciva a trattenerla.
Non mi arrabbiai, non volevo mortificarlo.

Mi alzai subito e, messami di fianco, gli tenni il pisello per tutta la sua lunga pisciata, divertendomi a indirizzare il suo cazzo a destra e a manca.
– Vado dentro, don Libo’ … s’è fatto tardi. Buonaserata! – in un attimo mi ricomposi e lo lasciai là fuori, a riprendersi, nell’oscurità della sera, incombente.
Arrivata a casa, davanti allo specchio mi resi conto della devastazione del mio abbigliamento.
La maglietta era sporca di sborra, ancora umida, le calze si erano sfilate in più punti e il tailleur era tutto stropicciato.

Ma ne era valsa la pena.
Non mi potei permettere di venire a mia volta, come mi piace fare, s’era fatto veramente tardi.
Però, la notte, tentai il tutto per tutto e quando mio marito, completamente ignaro del mio tradimento, arrivò a letto, lo aspettavo tra le lenzuola, completamente nuda.
Lui percepì subito il mio messaggio e lentamente iniziò a carezzarmi, delicatamente.
Nascosta, dietro la schiena, tenevo la maglietta nera intrisa di sperma.

Appena sarebbe stato più eccitato, gliel’avrei mostrata per raccontargli questa storia, così come l’ho appena confessata a voi.

Alexandra: e le altre
di antonio andrea fusco.

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