Archivio mensile:Novembre 2016

Naty4

Dopo un periodo di tranquilla sottomissione, in cui Natasha aveva obbedito
alle voglie del padrone e di sua moglie Michelle, improvvisamente a Natasha
fu ordinato di prepararsi per un viaggio in oriente. Nessun dettaglio, aveva
meno di un giorno di tempo per prepararsi. Natasha fece la valigia riempiendola
di abiti sexy, biancheria intima e qualche indumento comodo tipo magliette e
jeans, un costume da bagno e poche altre cose. Agli attrezzi avrebbe sicuramente
pensato il padrone.

Quando fu ora di partire Natasha si ricordò di avere
addosso il collare, le cavigliere ed i bracciali d’acciaio e si chiese come
avrebbe passato i controlli all’aeroporto. Non ebbe il coraggio di dirlo
al padrone, dopotutto lei era la schiava non doveva mettere in dubbio
l’intelligenza del padrone. Partirono dalla villa in 6, dovevano sembrare
3 coppie di amici in viaggio di turismo in Tailandia. Oltre al padrone
e Natasha c’erano due guardie del corpo e 2 puttanelle dell’harem,
stranamente le stesse che avevano goduto nelle lunghe notti di tortura.

Natasha non avrebbe mai scordato le voci e i lamenti.
Altra stranezza era l’assenza di Michelle, la moglie del padrone, Natasha
pregustava già le sensazioni forti che avrebbe sicuramente provato.
Arrivati all’aeroporto l’agitazione salì, cosa avrebbe detto ai poliziotti?
Natasha sapeva che la perquisizione sarebbe stata condotta da un paio di
donne poliziotto, ma l’imbarazzo sarebbe stato enorme ugualmente.
Davanti al metal detector Natasha esitò un po’, poi passò. Il cicalino
non si fece attendere, il poliziotto le fece segno di avanzare, la perquisì
sfiorandola nelle parti intime e sui seni.

Il padrone era a pochi metri,
lei lo guardò con occhi implorevoli, lui si schiarì la voce ed il poliziotto
come risvegliato da un sogno si spostò e la fece passare. Come avrebbe capito
più tardi, il suo passaggio era solo una briciola della tangente pagata
per il passaggio di un grande quantitativo di armi. Stavano infatti andando
in Tailandia, ma la meta era un villaggio di guerriglieri nell’entroterra
con i quali il padrone doveva concludere la vendita di un carico di armi.

Arrivati a destinazione il padrone ordinò alle due puttanelle di sottomettersi
alle guardie del corpo e disse a Natasha:”e tu conduci il gioco…”,
poi si diresse verso la capanna del capo dei guerriglieri.
Le due troiette, che si facevano chiamare dai clienti Chantal e Monique,
sbiancarono. Sapevano che Natasha le odiava con tutte le sue forze e che
avrebbero passato un tremendo pomeriggio.
Natasha ordinò alle guardie del corpo di prendere delle corde grezze che
erano raggomitolate sotto una tettoia e di incamminarsi nella foresta.

Una bellissima ragazza tailandese si avvicinò loro poco dopo la partenza
e disse che poteva fare da guida, che la giungla era piena di serpenti
velenosi e che senza di lei non ne sarebbero usciti vivi.
Natasha pensò che comunque dei 5 ne sarebbe uscita viva solo lei,
ma acconsentì a farsi aiutare dalla ragazza, dopotutto poteva esserle utile.
Camminarono per circa un’ora e poi si fermarono in una radura.
Kim, la ragazza del posto, indicò alcune costruzioni di fatte
di grossi pali di bambù.

“Qui i guerriglieri torturano le gente del villaggio”.
Era il posto ideale… Natasha ordinò alle guardie di legare Chantal in
ginocchio con le braccia in alto e la schiena appoggiata ad un grosso
bambù conficcato nel terreno. I polsi erano legati insieme dietro al bambù
ed erano trattenuti verso l’alto, in modo da impedire alla ragazza di sedersi.
Doveva stare eretta con la bocca all’altezza giusta per accogliere il cazzo
di una guardia.

“Ora ci occuperemo di Monique mentre Chantal ci guarda”.
Monique iniziò ad urlare mentre veniva trattenuta dall’altra guardia e Natasha
iniziava a legarla. Monique si ritrovò con il ventre a terra, i polsi legati
alle caviglie dietro la schiena. Natasha ordinò alla guardia di appenderla
ad una struttura di bambù poi le tagliò tutti i vestiti con un coltello e
gli infilò la maglietta in bocca per farla smettere di urlare, poi la fermò
con una corda legata attorno alla testa.

Chantal da parte sua stava
ingoiando il cazzo della guardia con il massimo impegno per sfinirlo e
sperava che Natasha e l’altra guardia si sarebbero sfogati su Monique.
A Natasha in realtà non interessava prolungare più di tanto l’agonia delle
due ragazze. Il suo obiettivo era uccidere tutti e 4. Iniziò a frustare il
ventre di Monique da sotto. La ragazza si lamentava soffocata e si contorceva
ma non poteva fare nulla per evitarlo.

Natasha ordinò alla guardia di
sfondarle il culo, la guardia non se lo fece ripetere aveva il membro che
pulsava dall’eccitazione della scena. Si sputò sulle mani per bagnare il
buchetto e la sua asta e iniziò a penetrare.
Natasha si inginocchiò davanti a Monique e la guardò negli occhi, ordinò alla
guardia di dare colpi più lenti e profondi. Ad ogni penetrazione gli occhi di
Monique si sgranavano fissi su quelli di Natasha, per poi diventare imploranti.

Non aveva altro modo per terminare quel supplizio. Non ci volle molto tempo
alla guardia per venire, ma nello stato di eccitazione non si accorse che
Natasha si era spostata alle sue spalle ed aveva in mano un coltello.
La guardia emise alcuni gemiti riempiendo di sperma il culo di Monique ed un
ultimo rantolo quando la lama gli tagliò la gola.
Natasha corse dietro all’altra guardia e gli appoggiò il coltello alla gola:
“Continuate pure…”.

La guardia era impietrita, Chantal continuò a spompinare
fino a farsi riempire la bocca di sperma. “Ed ora staccaglielo a morsi!”.
Chantal obbedì, chiuse i denti con tutta la forza che aveva e tranciò di netto
il pene alla guardia. Natasha subito dopo affondò il coltello e fece la sua
seconda vittima. La ragazza thailandese stava in ginocchio con le coscettine
leggermente divaricate ed una mano in mezzo. Non temeva per la sua vita
stava ammirando la vendetta di questa splendida bionda venuta da lontano.

Chantal sputò il membro per terra e si fece colare lo sperma misto a sangue
dai lati della bocca sul seno.
Natasha si avvicinò a Kim ed iniziò ad accarezzarla e baciarla, la ragazza
rispose dolcemente alle richieste di intima tenerezza e fecero l’amore per
molto tempo sotto gli occhi delle due troiette legate.
Quando ebbero finito si andarono a lavare al fiume vicino, si rivestirono
e si incamminarono: “Dici che se le lasciamo qui moriranno, Kim?”, “Credo di
no Natasha, molto probabilmente le troveranno i guerriglieri e le terranno
come schiave per sfogare i loro istinti più a****leschi, credo che saranno
torturate e scopate per anni, prima che le uccidano…”.

Arrivate al villaggio, il padrone prese Natasha sotto braccio e le chiese:
“hai fatto quello che penso?”, Natasha rispose:”le guardie sono morte e
le troiette moriranno ogni giorno per molti anni…”. “Brava Natasha,
ti sei guadagnata il comando del mio harem ,d’ora in poi avrai potere
assoluto su tutte le troiette, dovrai obbedire solo a me, come hai dimostrato
di saper fare molte volete ormai. “
Si diressero all’aeroporto, Natasha non si preoccupò dei controlli stavolta,
ed invece accadde l’imprevisto.

Il metal detector suonò e lei fu invitata
a seguire due belle poliziotte in uno stanzino, mentre il padrone
se ne andava verso il gate.
Nello stanzino c’era solo un tavolo di legno grezzo con delle corde
appoggiate sopra e specchi alle pareti.
“Spogliati troia! Mani dietro la nuca e gambe larghe”.
Natasha si spogliò completamente e si mise nella posizione comandata.
Era splendida, le poliziotte avevano gli occhi languidi.

I capezzoli
sfregavano duri contro le divise e il pube iniziava a pulsare di sangue caldo.
Avevano una pistola e le manette al cinturone ed il manganello in mano.
“inarca bene la schiena!”. Natasha irrigidì i muscoli della schiena per
fletterla all’indietro. Spinse il culetto all’insù. Da dietro si vedevano
le grandi labbra perfettamente lisce e depilate. Sul davanti gli addominali
tesi e anche il seno era spinto all’insù dalla posizione.
La poliziotta più sadica prese la corda e si posizionò dietro Natasha.

Si leccò le labbra e schioccò la prima frustata. La corda si appoggiò sul
fianco e si avvolse al corpo di Natasha, la punta fu quella che provocò il
dolore appoggiandosi con violenza al basso ventre di Natasha.
Ancora un colpo da dietro, la poliziotta provocava il dolore nella parte
anteriore del corpo di Natasha, senza farle capire quando sarebbe partito
il colpo. Natasha cercò con gli occhi uno specchio, ma erano orientate
in modo che la poliziotta non fosse visibile.

Natasha cercò di resistere
quanto più poteva. I colpi arrivavano distanti uno dall’altro. Tra uno e
l’altro c’era silenzio. Quando Natasha iniziò a gemere arrivò un altro
ordine:”appoggia i capezzoli sul tavolo”. Natasha eseguì. Il tavolo era
piuttosto grezzo, i capezzoli erano stati colpiti dalle frustate. Natasha
appoggiò tutto il seno, perchè stessero fermi e non sfregassero troppo.
La seconda poliziotta, evidentemente di grado inferiore, legò un capo della
corda al collare e tirò verso un lato del tavolo.

Natasha dovette seguire
strisciando i seni sul tavolo finché le cosce si appoggiarono al lato opposto.
La poliziotta legò la corda alle gambe. Poi fece il giro del tavolo e legò
una caviglia alla volta alle altre 2 gambe del tavolo. Per farle divaricare
bene le cosce prese altre corde per tenere anche le ginocchia ben divaricate.
Le braccia erano libere ma Natasha non era in grado di slegarsi.
La prima poliziotta prese delle candele, le accese davanti agli occhi di
Natasha e sparì dalla sua vista.

Le gocce iniziarono a cadere veloci sulla
schiena. Natasha chiuse gli occhi prese i bordi del tavolo con le mani e si
irrigidì tutta. La cera non finiva mai di cadere, la schiena muscolosa di
Natasha era la tela per un quadro sensuale e doloroso che la poliziotta
stava eseguendo. Natasha era immersa nel suo piacevole dolore, quando si
sentì tirare i capelli. Aprì gli occhi e si trovò di fronte al pube ben rasato
della giovane poliziotta.

Era completamente bagnata. Si sdraiò sul tavolo
e prese tra le mani la testa di Natasha avendo cura di tenerle i capelli
all’indietro e di farla respirare con il naso, mentre le spingeva la sua
voglia sulla bocca. Natasha accolse tutto quello che poteva nella bocca,
assaporò il miele della ragazza dimenticandosi della cera.
Continuarono così per un po’, la ragazza raggiunse l’orgasmo gemendo come
una gatta in calore, poi si lasciò andare sfinita.

L’altra poliziotta
non finiva di disegnare sulla schiena di Natasha. Stava andando sempre più
giù. “La tigre è quasi finita, troietta. Mi manca solo la coda, apri bene
il culetto!”. Natasha si prese le natiche e le aprì. La coda della tigre
disegnata con la cera doveva finire dentro l’ano. Questa volta la cera
non arrivava continua, ma goccia a goccia. La poliziotta aspettava che Natasha
rilassasse tutti i muscoli per colpirla con la goccia seguente.

Natasha
lo capì subito ed iniziò un gioco perverso tra le due ragazze.
Natasha voleva godere, ogni goccia la faceva eccitare e contraendo i muscoli
del sedere, delle cosce e dell’interno della vagina poteva riuscirci.
Ma poi per avere un’altra goccia doveva completamente rilassarsi.
Ora era lei che conduceva il gioco. La cera sull’ano le faceva molto male,
ma stava per godere. La poliziotta cedette prima di lei, era troppo eccitata,
in fondo Natasha era in vantaggio perchè era legata, non poteva scegliere
di godere.

La poliziotta si masturbò con il manganello e venne rumorosamente.
Natasha assaporò il momento, aveva vinto, ora il suo premio era l’orgasmo.
La poliziotta dopo aver goduto le disse:”Sei stata molto brava troietta,
ora ti lecco finché mi implori di smettere”. Iniziò a leccare da dietro.
Natasha teneva ancora bene aperto il culetto. La poliziotta infilò il
pollice nel lago di Natasha e con le altre dita massaggiò il monticello
di venere.

L’aveva in mano come una palla da bowling. Ogni tanto toglieva
la mano e leccava. Natasha venne anche lei in un orgasmo fantastico ma non
implorò di smettere, aveva intenzione di averne almeno due, se lo meritava
dopotutto. La poliziotta lo capì e la assecondò. Questa volta ci volle
molto più tempo. Intanto Natasha per eccitarsi ricominciò a leccare il pube
alla seconda poliziotta che dormiva davanti a lei e la fece godere nel sonno.

Subito dopo venne per la seconda volta e finalmente implorò la poliziotta
di smettere di leccarla. Faceva parte del gioco, era chiaro che erano sfinite
entrambe. Si rilassarono qualche minuto, poi da una porta entrò nello stanzino
una terza poliziotta facendo roteare un laccetto con attaccata una
chiavetta USB a forma di ovulo. “Questo portalo al tuo padrone, troietta…”
e gliela infilò nel culetto bruciato dalla cera.
Un filmato! Il padrone aveva organizzato tutto per avere un filmato di lei
sottomessa.

Le poliziotte la slegarono e la lasciarono lì da sola.
Natasha si guardò il disegno di cera con lo specchio, poi lo tolse
un pezzo alla volta. Non c’era niente per lavarsi, quindi si rivestì ed uscì.
Era sconvolta, puzzava di sudore, aveva l’odore del sesso spalmato sulla
faccia e umore vaginale che le bagnava le parti intime e l’interno delle cosce,
senza contare la chiavetta infilata nel culetto con la cordicella penzolante.

Si passò la cordicella sul davanti facendola passare in mezzo al sesso e sul
clitoride e la arrotolò nelle mutandine.
Decise che non si sarebbe lavata e avrebbe consegnato il filmato al padrone
in quello stato.
Passò il viaggio a fantasticare sul modo in cui avrebbe consegnato la
chiavetta al padrone.
Arrivata a casa si diresse nella camera da letto del padrone, senza lavarsi,
senza dormire ed aspettò.
Finalmente venne sera e sentì dei rumori, si mise nella posizione che aveva
scelto.

Il padrone aprì la porta e trovò Natasha sul letto alla pecorina.
Aveva i capelli sconvolti e la stanza puzzava si sesso come se ci fosse
stata un’orgia. Era vestita di un vestitino leggero e tacchi a spillo.
“Ho un regalo per te padrone. ” “Lo so, Natasha. ” Il padrone si avvicinò
al letto e scopri le cosce ed il culetto di Natasha sollevando il vestitino
fino a scoprire metà schiena che Natasha teneva arcuata per mostrarsi
infoiata al padrone.

Poi fece scivolare lentamente gli slip a metà cosca,
li lasciò a quell’altezza per vederli tirati dalle coscettine aperte.
Il laccetto si srotolò. Natasha iniziò a spingere fuori la chiavetta,
quando questa spuntò a metà la tenne lì, aspettando che il padrone
la prendesse. Questi la prese e la appoggiò alla fichetta utilizzandola
come le palline cinesi. Natasha lo ringraziò
per la splendida esperienza che le aveva fatto passare all’aeroporto
e gli promise fedeltà eterna poco prima di abbandonarsi all’ennesimo orgasmo.

.

Naty3

Natasha si risvegliò intontita. Era stato un sogno o realtà? Le torture di Michelle, l’insopportabile
dolore della cera, della frusta, della smania di godere con la grezza corda tra le cosce… le mani
forti che aprono le caviglie e spengono la speranza che bruciava come i capezzoli immersi nella cera.
La ragazza si alzò seduta sul letto e si guardò: aveva ancora bracciali, cavigliere e collare d’acciaio,
le calze erano ridotte a brandelli dalle frustate, nessuna traccia degli slip, del reggiseno, della
collana di perle che l’aveva esplorata in profondità, niente tacchi, manette, mascherina, né la pallina
che aveva morso nei momenti più duri.

Era stato tutto reale. Aveva dormito solo qualche ora, tutti
i dolori sulla pelle erano lì per ricordarle chi era e che cosa era. Una tristezza la colse
in profondità. Il padrone non l’aveva voluta possedere. Aveva lasciato fare alla mogliettina.
Natasha la invidiò ancora una volta. Cominciò a fantasticare su di loro. In quel momento erano
a letto. Michelle chiedeva al marito se aveva fatto un bel lavoro con la troietta russa.

Se si era masturbato guardandole negli schermi. Lui rispondeva di sì, ma che voleva sentire della
pelle calda e scivolosa intorno al suo uccello duro. Michelle gli rispondeva che anche lei voleva
sentirlo dentro di sé. Michelle era in ginocchio a gambe aperte, il busto eretto e le grosse tette
sporgenti. Fece uscire un filo di saliva dalle labbra carnose, lo lasciò cadere tra i seni e continuò
a produrne fino a bagnarsi la passera.

Con due dita raccolse la saliva e iniziò a masturbarsi davanti
e dietro. Si dilatò il buchetto posteriore guardando negli occhi il marito. Poi si girò e si sedette
sopra di lui. Si infilò il grosso pene lentamente, gemendo per il dolore. Tenendo allargate le natiche
con le mani, iniziò a muoversi in alto e in basso. Ogni movimento era più ampio del precedente.
Il respiro seguiva il movimento del bacino, Michelle inspirava mentre saliva ed espirava l’aria mista
ad un gemito mentre scendeva.

Il marito stava sdraiato con le mani sotto la testa.
Ammirava il culetto aperto dalle mani che inghiottiva il suo uccello di marmo, i fianchi molto sottili
e l’esile schiena che lasciava intravedere l’ombra delle costole ed alcuni muscoletti tesi.
La testa era rivolta all’indietro ed i lunghi capelli neri cadevano sospesi sopra di lui.
Questi pensieri devastavano la mente di Natasha. Per distrarsi andò in bagno per ripulirsi.
Si tolse tutto tranne gli arnesi d’acciaio che le aveva messo il padrone.

Non potevano essere tolti
per via dei lucchetti, ma lei non lo avrebbe fatto comunque. Si fece una doccia fredda per lenire
i bruciori sulla pelle, si asciugò con cura e si mise un olio profumato su tutto il corpo.
Il pensiero di Michelle impalata sul suo padrone non la mollava un attimo, l’ansimare della francesina
le rimbombava nel cervello. D’un tratto corse verso la porta, era aperta!
Uscì nel corridoio e corse verso le stanze del padrone, spalancò la porta ed entrò.

Si trovò in mezzo alla stanza nuda, ricoperta di uno strato abbondante di olio, impietrita da quello
che vide. La scena era esattamente quella che le torturava il cervello: Michelle stava montando
il padrone con il suo culetto rotondo che si muoveva lentamente. Senza la sua interruzione avrebbe
continuato fino a riempirsi il ventre di sperma caldo. L’avrebbe poi fatto colare sopra al marito per
leccarlo e ingoiarlo. Un marito non resiste ad una moglie che ingoia…
Natasha si riprese prima che i due riuscissero a dire una parola, si gettò a terra implorando:
“Ti prego padrone! Non posso pensarvi uniti carnalmente a godere l’uno dell’altra mentre sono sola nella
mia stanza.

Non godo da settimane, non riesco a masturbarmi da sola, ho bisogno di te.
Fammi torturare ancora da Michelle, oppure dominami tu. Voglio godere per mano vostra!”.
I due si fermarono e guardarono increduli la schiava. Michelle si alzò e si mise di fianco alla schiava.
“Cosa ne facciamo di questa sfrontatella?” Il padrone avrebbe volentieri terminato l’amplesso nel culo
di Natasha, ma doveva punirla per l’irruzione nella sua camera. “Mettiti nella posizione della punizione!”.

Natasha si mosse come una gatta verso la parete, si mise in ginocchio a gambe larghe, inarcò la schiena,
unì i polsi ed i gomiti e gettò indietro la testa. Perfetta. Era semplicemente perfetta.
Il corpo lucido di olio sprizzava sesso da tutti i pori. Il padrone si tratteneva a fatica dal penetrarla.
La posizione della punizione era la più invitante che ci potesse essere, il padrone l’aveva studiata
tra tante altre e sperimentata con molte schiave.

“Bene Natasha, questa l’hai imparata bene, ora devi imparare a mantenerla senza essere legata.
Michelle, ti sei dimenticata di frustare qui in mezzo…?”
“No maritino caro, ho lasciato questo triangolino come dono per te…” disse Michelle sfiorando con
le dita le grandi labbra di Natasha. Natasha chiuse gli occhi pronta al dolore lancinante in mezzo
alle cosce, finchè la punizione iniziò. Le frustate del padrone erano leggere, ma provocavano un dolore
acuto e localizzato in un punto.

Natasha chiuse gli occhi per impedire alle lacrime di uscire ma non fu
sufficiente. Michelle le si avvicinò e iniziò a leccarle le lacrime che scendevano.
Natasha si sentiva dominata da entrambi, ormai aveva due padroni e non sapeva quale amava di più.
Desiderava solo che la possedessero in tutti i modi e non sopportava l’idea che potessero fare sesso
senza di lei. Avrebbe voluto essere presente a tutti i loro incontri, anche solo per leccarli mentre si
scopavano e per pulirli mentre giacevano esausti alla fine.

Il padrone non smetteva di frustarla e Michelle continuava a leccarle le lacrime sussurrandole
all’orecchio: “Allora troietta, hai capito chi comanda qui? Queste lacrime hanno il sapore dolce della
vittoria, ti abbiamo svuotata di ogni dignità, sei la nostra schiava, possiamo ridurti uno straccio
e lasciarti marcire in cella per settimane, lo sai?”
“Vi prego fatemi quello che volete ma non lasciatemi sola, vi imploro di farmi dormire ai piedi del
vostro letto, desidero donarvi il mio corpo per il piacere di ogni vostro incontro”.

Il padrone le infilò il dito medio nel culo e disse: “Bene Natasha, questo è lo spirito giusto, ora ti
insegno la posizione della gatta in calore, vedrai che ti piacerà…” Smise di frustarla e con il dito
la fece spostare verso il letto, la fece alzare e adagiare sul letto. Il dito le faceva tenere il culetto
bene in alto, con l’altra mano le divaricò le gambe e le ordinò: “appoggia le spalle e la faccia sul letto
ed incrocia le braccia dietro la schiena.

” Natasha eseguì gli ordini, era sul letto del padrone,
era sicura che l’avrebbe penetrata. Michelle iniziò a legarle le braccia, prima un polso con il gomito
del braccio opposto, poi l’altro. Il padrone nel frattempo prese ancora la frusta e colpì la fessura del
culetto. Ogni colpo la faceva irrigidire, ma Natasha cercava di resistere e farsi legare docilmente.
Michelle legò le ginocchia aperte alla spalliera del letto, poi strinse al massimo una cintura di cuoio
nero ai fianchi della ragazza.

Legò poi una corda alla cintura. Il padrone smise di frustarla sul buchetto
e passò al clitoride. Michelle fece colare la saliva sul buchetto della russa immobilizzata e la spalmò
tutto attorno e dentro. Quando ebbe finito consegnò la corda fissata alla cintura al padrone:
“Ecco la tua cavalla, ora puoi montarla a sangue”. Natasha aspettava di essere penetrata, il sangue
pulsava in mezzo alle gambe. Finalmente sarebbe stata posseduta dal padrone, sapeva che sarebbe stata
sfondata a sangue ma non le importava.

Il padrone accostò l’uccello al buchetto chiuso e iniziò a
spingere piano. Natasha cercò di rilassare i muscoli anche se qualche spasmo involontario le faceva
contrarre i muscoli per chiudere l’ano ed impedire. Il padrone entrò fino in fondo e iniziò a muoversi
ritmicamente. Lei si sentiva piena, era come se il padrone e Michelle la stessero circondando in un
caldo abbraccio. La sensazione della carne che scorreva nel buchetto bagnato di saliva la riempiva
di piacere.

Aveva la fichetta dilatata ed il clitoride gonfio. Natasha era schiacciata sul letto,
la testa girata di lato. Vide Michelle avvicinarsi e sentì ancora una volta il suo respiro nell’orecchio:
“Sembra che ti sia meritata qualcosa di più schiavetta…”. Natasha era completamente abbandonata,
legata com’era non poteva fare niente, si era rilassata per concentrarsi sulla penetrazione anale che le
stavano praticando, anche il piacere del clitoride era quasi al massimo, ma senza uno stimolo esterno
non sarebbe riuscita a godere.

Il padrone la stantuffava profondamente tirandola a se con la corda
legata alla cintura, il ritmo aumentava fino a quando le venne dentro urlando il suo piacere.
Durante l’orgasmo non smise di affondare l’uccello in profondità, per iniettarle tutto lo sperma che
aveva in corpo. Quando ebbe finito prese un fallo di gomma flessibile e continuò a lavorarle il buco
con lo stesso ritmo e la profondità di prima. Natasha sapeva di aver fatto il suo dovere, aveva sopportato
le torture e fatto godere Michelle, aveva donato ore di sofferenza anche al padrone che l’aveva guardata
dal suo ufficio e l’aveva fatto venire con un rapporto anale: la maniera più sottomessa possibile.

Il padrone continuava a muovere il fallo di gomma dentro di lei e prese a masturbarle la fichetta
infilando tre dita da dietro. Michelle continuava a parlarle nell’orecchio: “Adesso ti teniamo così per
un’oretta e poi quando sarai esausta ti diamo quello che ti ho promesso”.
Natasha ansimava rumorosamente, il padrone la stava stantuffando già da un po’, le sembrava di non poter
resistere oltre. “Vi prego fatemi godere…”. La coppia la tenne veramente in quello stato per più
di un’ora.

Michelle le girava intorno, ora le sussurrava all’orecchio delle frasi porche, ora le
strizzava i capezzoli, ora le masturbava anche il clitoride. Quando però Natasha stava per godere,
la lasciava appesa al desiderio. Dopo un’ora di quel trattamento Natasha non aveva più voce, le palpebre
erano semichiuse e gli occhi girati all’indietro. Era in uno stato confusionale totale. Non sapeva più
cosa dire, cosa fare per terminare quello stato di altissima eccitazione e insoddisfazione.

Finalmente il padrone fece un cenno a Michelle che con una mano strinse un capezzolo di Natasha tra
le dita e con l’altra le masturbò il clitoride. Questa volta non si fermò. Natasha poco dopo esplose
in un orgasmo interminabile. Le urla di piacere furono più alte di tutte le urla dei dolori subiti.
Il padrone estrasse il fallo ma continuò a muovere dentro Natasha le tre dita che la esploravano
da più di un’ora.

Anche Michelle non si fermò. L’orgasmo continuava, Natasha urlava e tremava di piacere.
Dopo un po’ l’orgasmo lasciò il posto all’irritazione, non sopportava più i massaggi di Michelle.
“Vi prego smettetela!”. Il padrone e Michelle si guardavano e risero: “Ma come? Poco fa ci supplicavi
di farti godere!”. “Basta, vi prego, lasciatemi stare, basta, vi scongiuro, vi posso leccare tutta
la notte, ma smettetela!”. I due continuarono ancora un po’ per divertimento, la ragazza si dimenava
come un’ossessa nel tentativo di liberarsi, poi si fermarono e iniziarono a slegarla e si sdraiarono
a letto abbracciati.

Natasha era esausta, voleva sdraiarsi tra di loro e dormire una settimana.
Capì che per poter avere questo privilegio doveva dare ancora qualcosa. Si mise in ginocchio in fondo
al letto e fece cadere lo sperma dal buchetto nella mano. Poi leccò la mano guardando con gli occhioni
azzurri da gatta ed i capelli biondi arruffati la coppia abbracciata nel letto.
Poi si rannicchiò tra le gambe dei due, prese l’uccello moscio del padrone in bocca ed infilò due dita
nella fichetta di Michelle e si addormentò in un attimo.

“Penso che l’abbiamo trovata” disse Michelle al marito infilandogli la lingua in bocca per il bacio
della buonanotte.

Naty

Natasha veniva torturata con impressionante regolarità, sembrava che i suoi aguzzini timbrassero
il cartellino: mattina, pausa pranzo, pomeriggio.
Ogni giorno la portavano dalla sua cella nella torre al sotterraneo, la legavano completamente
nuda, le mettevano la classica pallina rossa, la bendavano, poi la lenta tortura iniziava.
Tutte le altre prigioniere potevano sentire le urla provenire dal sotterraneo, mentre erano nelle
loro celle senza porte ma con sbarre d’acciaio.
Il sotterraneo era perfettamente attrezzato con tutto l’occorrente: corde, cinghie e legacci
di cuoio, bende, cappucci, elettrodi, candele, anelli saldamente fissati alle pareti e al soffitto,
fruste, oggetti per la penetrazione, bastava avere fantasia e crudeltà e si poteva convincere
qualsiasi ragazza a fare il lavoro che almeno inizialmente si rifiutava di fare.

Tutte o quasi. Qualcuna per la verità non aveva mai accettato ed era stata eliminata, la maggior
parte però resisteva alle torture solo qualche giorno.
Dopo aver implorato di smettere ed aver accettato di fare qualsiasi cosa, ogni ragazza veniva
torturata un ulteriore giorno, per ricordarle che bisognava rigare dritto per essere sicure
di avere una vita tranquilla.
La vita dopo questo primo incontro con la banda proseguiva molto meglio, dopo un po’ le ragazze
facevano l’abitudine ad essere delle donne oggetto per ricchi facoltosi.

Ogni giorno venivano scortate fino alla casa del cliente di turno, lì erano a completa disposizione,
era permesso tutto tranne ferite che lasciassero segni, per evidenti ragioni commerciali:
una ragazza di quel tipo valeva una fortuna. Di solito andava piuttosto bene, nel senso che venivano
torturate con un certo sfondo erotico e riuscivano a sopportare meglio il dolore e tutto finiva
con un orgasmo.
Natasha era diversa, non accettò mai di fare “il lavoro”.

Il boss non la fece eliminare perchè
non aveva mai visto una ragazza così, il motivo ufficiale con i suoi scagnozzi era che il
valore di quella ragazza era di gran lunga superiore alle altre. In realtà era rimasto colpito
dalla sua bellezza e dalla perfezione del suo viso e del suo fisico.
Non andò mai a vedere le torture e diede ordine ai suoi di non sfogarsi sessualmente su di lei.
Potevano farle qualsiasi cosa per convincerla, ma non penetrarla o farle succhiare i loro cazzi
o ingoiare il loro sperma.

I ragazzi obbedirono agli ordini, era troppo pericoloso trasgredire anche minimamente, avevano
già visto molti morire per molto meno.
Natasha resisteva, urlava sì, ma non si piegava. La maggior parte delle altre ragazze si tappava
le orecchie per non sentire quelle urla strazianti, pensando alle torture subite solo per qualche
giorno. Non riuscivano a capire come facesse a resistere da più di 5 mesi. Quando potevano
le parlavano da una cella all’altra cercando di farla desistere, lei non rispondeva neppure.

Della sua voce conoscevano solo le urla soffocate dai bavagli o dalla museruola.
Qualche ragazza più perversa riusciva anche a masturbarsi sentendo quelle urla e chiedeva anche
di poter assistere alle torture, il boss non acconsentì mai, anzi, non si sarebbe mai scordato
i nomi di quelle troiette sadiche che chiedevano di giocare con la sua Natasha.
Dopo 6 mesi il boss decise che era giunto il momento di una decisione, non potevano sprecare
tempo all’infinito dietro ad una ragazza così cocciuta.

La fece trascinare nel suo “ufficio”,
un luogo che era un incrocio tra un ufficio, una camera da letto ed una sala torture attrezzata
quasi come il sotterraneo.
Lei era in condizioni pietose: ematomi dappertutto, scottature, faceva fatica a muoversi sia
per i dolori che per la fame e la sete. Il boss cominciò descrivendole la sua situazione attuale:
“Natasha, guardati! Guarda come è ridotto il tuo corpo perfetto! Ti stiamo torturando da 6 mesi
tutti i giorni, ormai abbiamo accettato di non poterti sfruttare come troietta di lusso, anche
perchè sarebbe molto pericoloso farti uscire.

Le altre sono facilmente domabili con la tortura,
tu invece… La tua alternativa ora è la morte, come quelle che si sono rifiutate di lavorare
per noi, oppure essere la mia schiava personale. Ti lascio tutta la notte per decidere,
ci vediamo domani per la tua risposta. “
I ragazzi la trascinarono via. Il boss cercò di intuire una risposta, un cenno di Natasha.
Lei non fece niente, o aveva già deciso oppure era ormai incosciente o impazzita per quella
impressionante serie di torture.

La notte fu interminabile, il boss sperava che Natasha accettasse, cercava di ricordare il suo bel
viso prima delle torture, sapeva che sarebbe guarita in un paio di settimane e poi sarebbe stata sua.
Si disse che poteva averla anche senza il suo consenso, ma voleva utilizzarla anche come segretaria
sexy, sarebbe stato fantastico esibirla con i suoi loschi soci in affari, farsi servire i cocktail
in abitini mozzafiato. E poi quando erano soli poteva aprire la finta parete dell’ufficio
ed attuare su di lei ogni sua fantasia sado-maso.

Natasha da parte sua aveva deciso proseguire fino in fondo con i suoi NO. Ne aveva detti a migliaia
in quei sei mesi, uno in più o in meno non avrebbe fatto differenza. Aveva detto no ad essere schiava
dei clienti del boss, doveva dire no anche ad essere schiava del boss stesso, che differenza c’era?
La morte non era peggio di quello che aveva passato, non vedeva altra via d’uscita, tanto valeva
farla finita.

Il mattino seguente i ragazzi trascinarono la ragazza ai suoi piedi. Lei giaceva immobile,
appoggiata sul fianco e la spalla, i polsi legati con una corda bianca, uno straccio in bocca e
la museruola con la pallina. Era nuda, le cosce unite, le gambe piegate, i grossi seni nascosti
dalle braccia.
Il boss vedendola con lo straccio in bocca sospettò qualcosa. Così le urla non potevano uscire.
Forse qualcuno dei ragazzi l’aveva torturata durante la notte.

Le chiese con calma se era stata torturata quella notte, lei fece un leggero cenno di sì.
A quel punto uno dei ragazzi cominciò ad implorare pietà al boss, non servì a niente, con un secco
ordine lo fece portare via, tutti sapevano la lenta e dolorosa fine che avrebbe fatto e nessuno
lo vide più.
Natasha mosse impercettibilmente la bocca in un sorriso, forse c’era via di scampo, forse si poteva
fare breccia attraverso il boss per guadagnasi la libertà.

Il boss fece uscire tutti, le chiese scusa per quell’ultima notte, come se i 6 mesi di torture
precedenti fossero dovuti. Le mise dei braccialetti e delle cavigliere d’acciaio chiusi da piccoli
lucchetti ed un collare d’acciaio alto 4 dita. Ognuno aveva alcuni anelli per attaccare corde o catene.
Le tolse museruola e bavaglio, dopodiché le disse: “Ora puoi decidere di morire o vivere come
mia schiava e chiamarmi per sempre padrone.


Natasha rispose a bassa voce:”Voglio vivere e basta, padrone del cazzo” e gli sputò in faccia.
Aveva capito che lui non l’avrebbe uccisa e lo sfidava apertamente.
“Brutta troietta, la prima cosa che imparerai sarà la posizione della punizione. Avrei voluto
lasciarti un paio di settimane per guarire completamente, prima di giocare con te, ma hai bisogno
di una bella lezione”.
La legò fronte al muro, in ginocchio, i polsi ed i gomiti uniti, legati al muro, gli avambracci
verticali ed i gomiti all’altezza delle spalle.

In quel modo i grossi seni erano accessibili
ed avevano una forma che gli piaceva molto, erano uniti e rotondi.
Per costringerla ad inarcare la schiena e mettere in mostra il culetto sodo, le infilò un uncino
d’acciaio nel culo con una pallina al posto della punta. Legò l’estremità dell’uncino al collare
e mise in tensione la corda. Le mise anche un attrezzo per tenere la bocca aperta e lo collegò
all’uncino, in questo modo la testa era rivolta all’indietro.

Mise due bastoni tra le ginocchia
per tenere aperte le coscettine affusolate e fece altrettanto per le caviglie.
In quella posizione Natasha poteva subire qualsiasi cosa il boss volesse. Era perfettamente
immobilizzata, lui poteva frustarla sulle natiche, sulla schiena, sulle cosce, sulla pancia, sui seni.
Poteva farle ingoiare il suo sperma o chiamare tutte le sue troiette per pisciarle in bocca.
Poteva applicarle pinzette, elettrodi, o infilarle qualsiasi cosa in mezzo alle gambe.

L’unica consolazione per lei era che il buchetto dietro era già occupato, ma non era molto confortante.
Il padrone si spogliò e si inginocchiò dietro di lei, sentiva l’uccello appoggiato sul suo culetto.
Le prese i capezzoli tra le dita e iniziò a massaggiare, sempre più forte, sempre più forte.
Natasha resisteva, non un grido, non un gemito.
Il padrone aumentò la forza e iniziò a strizzare entrambi i capezzoli tra indice e pollice.

L’occhio di Natasha si inumidì, poco dopo le scappò un gemito. Stava cedendo. Il padrone era sicuro
di poterla dominare, smise di strizzarle i capezzoli.
Lei si meravigliò, bastava un gemito per farlo smettere? Era già soddisfatto? Il suo uccello era ancora
duro, lui si stava masturbando, lei sapeva che fino all’orgasmo non avrebbe smesso.
Infatti lui si alzò e prese una frusta e iniziò a colpirla sul culetto. Lei sentiva dolore, aveva
ancora tutti i dolori ed i lividi delle torture passate.

Ad ogni colpo Natasha irrigidiva tutti
i muscoli, soffrendo in silenzio, riusciva a sopportare il dolore, tratteneva il gemito che forse
avrebbe posto fine alla sofferenza, sperando che il padrone si masturbasse fino all’eiaculazione,
probabilmente l’avrebbe rimandata nella cella soddisfatto.
Lui invece smise di masturbarsi e continuò a frustarla. Quando il culetto fu completamente rosso
e la pelle iniziò a lacerarsi passò alla schiena. Quanto avrebbe resistito lui? E lei? Doveva farlo
godere per avere tregua per almeno qualche ora, forse un giorno.

Il suo cervello lavorava
febbrilmente per trovare una soluzione. Se avesse emesso un gemito, un segno di resa lui forse
avrebbe cambiato gioco, non l’avrebbe certo lasciata andare. Ed il gioco successivo poteva essere
peggiore. Il padrone aveva ormai frustato tutta la schiena e le cosce.
Quando passò alle grosse tette, Natasha decise che era il momento di cedere, sia chiaro, al solo
scopo di portarlo all’orgasmo e fare breccia nel suo cervello, era convinta che avrebbe conquistato
la sua fiducia fino ad avere una via di scampo.

Si lasciò frustare alcune volte, anche sui capezzoli
e poi lanciò un gemito implorante. Lui smise di frustare ed accelerò la masturbazione, sembrava fatta.
Lui però si fermò in tempo. Per lei non era ancora finita. Le infilò una mano da dietro.
Il dito medio scorreva sull’uncino d’acciaio e poi tra il buchetto occupato dal gancio e la fichetta.
Non era bagnata. “Ehi troietta! Non sei bagnata? Ora ti faccio bagnare ed implorare di farti godere.


La accarezzò per un po’ scorrendo il dito medio al centro della fessura e le altre dite ai lati.
Lei pensava a qualsiasi cosa per non eccitarsi, le torture passate, qualsiasi cosa ma non doveva
concentrarsi sulla sua mano che la masturbava.
Quando pensò alle torture che stava subendo in quel momento però qualcosa si incrinò nella sua
volontà. I capezzoli martoriati le bruciavano ma il dolore le piaceva, il bruciore sul culetto ed il
gancio che spingeva dentro di lei la fecero eccitare.

La fichetta si bagnò, prima poco, poi divenne
un lago. Il padrone continuava a masturbarla con maestria.
La portava vicino all’orgasmo e poi rallentava, e faceva lo stesso con il suo grosso uccello.
Lei era eccitatissima, quando lui smetteva lei gemeva arrabbiata. “Basta implorare per godere…”
Lei non lo fece mai. Alla fine il padrone non ce la fece più e scoppiò in un tremendo orgasmo.
Venne in un bicchiere e le fece bere lo sperma lentamente facendolo gocciolare nella bocca tenuta
spalancata dall’attrezzo d’acciaio, poi glielo tolse.

“Ora vado a farmi una bella doccia, se hai bisogno di qualcosa, tipo un orgasmo, chiamami…”
La lasciò legata in ginocchio con le cosce aperte ed il culetto all’insù, le braccia unite legate
al muro. Almeno poteva tenere la testa dritta. La partita non era finita. Quale era il limite di
quell’uomo? Poteva avere molti orgasmi prima di essere completamente appagato? Bastava implorare di
poter godere e sarebbe finita? O avrebbe svenduto il suo onore per niente? Aveva resistito a cose
molto peggiori.

Natasha ebbe una buona mezz’ora di tempo per decidere, poi il padrone tornò.
Iniziò a masturbarla ancora, portarla ad un passo dall’orgasmo e smettere. Questo la faceva
impazzire, non le avevano fatto questo genere di cose durante le lunghe torture. I suoi ragionamenti
sulla psicologia del suo aguzzino si facevano sempre più confusi. Doveva resistere fino ad un suo
nuovo orgasmo? Doveva far finta di godere? Se ne sarebbe accorto? Non capiva più niente, poi un
pensiero riuscì a sfuggire dal suo controllo, uscì dalla bocca senza che nemmeno se ne accorgesse:
“Voglio godere!” Era successo davvero? Aveva detto quella frase?
“Ehi troietta tu non puoi volere niente, tu devi implorare per avere un orgasmo e subito prima di
averlo devi chiedere il permesso di godere.

” Sì, l’aveva detto e lui aveva subito raccolto la palla
al balzo. Con la mano destra la masturbava da dietro, con la sinistra riprese a stuzzicarle i
capezzoli. Lei si lasciò andare del tutto: “Fammi godere!”.
“Questo suona ancora come un ordine e tu non sei nelle condizioni di ordinare niente a nessuno!”
“Se mi fai godere ti faccio un pompino…”
In un estremo tentativo di resistenza stava tentando di raggiungere la parità, uscire senza sconfitta
da quella prima sessione di addestramento.

“No cara, devi implorare, scongiurare, pregare, devi umiliarti per avere questo orgasmo, fino ad ora
non mi sembra che lo desideri molto!”
Le sembrava di essere al limite, lo desiderava più di ogni altra cosa al mondo.
Il suo cervello non ragionava più, le parole uscirono ancora da sole:
“Ti prego fammi godere. “
E lui: “E imploro e scongiuro, ecc, ecc?”
Il padrone sembrava divertirsi molto con questo stupido giochetto, lei si arrabbiò, doveva scendere
ancora più in basso per poter godere.

Intanto lui smetteva sempre nei momenti giusti, subito prima dell’orgasmo.
Doveva riuscire a nascondere l’arrivo dell’orgasmo e godere senza il suo permesso, ma non ci riusciva.
In quella posizione non poteva nemmeno strusciare le cosce l’una con l’altra, non poteva godere da
sola. “Ti imploro, ti scongiuro, ti prego, fammi godere. “
“E chi sei per chiedermi questo?”
Cosa voleva dire? Ormai non ragionava più, cosa doveva dire?
Ripeté meccanicamente la stessa frase: “Ti imploro, ti scongiuro, ti prego, fammi godere.


E lui ancora “E chi sei per chiedermi questo?”
Forse aveva capito… “Sono la tua schiava. ” “Continua, stai andando bene…”
“Sono la tua troietta in calore. “
Non bastava ancora… La sua mano si muoveva nelle sue grandi labbra, sapeva esattamente cosa fare,
le dita entravano nella fichetta dilatandola dolcemente poi scivolavano tutto intorno.
Stava impazzendo, decise di lasciarsi andare completamente, forse avrebbe goduto solo a sentire
le proprie parole: “Sono la tua troia, ti prego fammi godere come vuoi, puoi penetrarmi come vuoi,
toglimi il gancio ed inculami a sangue, riempimi il buco del culo di sperma, ti prego non smettere mai.

Se vuoi posso ingoiare quello che vuoi, ma non lasciarmi in questo stato. Se non mi fai godere adesso
non so cosa potrei fare, non ce la faccio a sopportare tutto questo. “
Il padrone era eccitatissimo, le tolse il gancio d’acciaio e la lubrificò nel suo piccolo buchetto.
La inculò con decisione, lei urlò dal dolore, solo un gemito, poi cercò di non mostrarsi così debole.
E poi voleva concentrarsi solo sulla fichetta, doveva assolutamente godere.

Lui raggiunse quasi subito
l’orgasmo, le diede alcuni colpi ben assestati per sentire i suoi gemiti. Lei urlava: “Sì, inculami
più forte! Ma ti prego dopo fammi godere!” Sperava che il padrone fosse riconoscente, due fantastici
orgasmi li aveva avuti, ne avrebbe concesso sicuramente uno anche a lei.
Lui ritirò il grosso uccello e le disse di far uscire lo sperma dal buco del culo. Lei spinse e
lo fece cadere sulla tazza che il padrone aveva messo sotto.

Le fece ingoiare tutto.
Poi le infilò l’uccello molle in bocca e le pisciò dentro.
Un errore madornale, lei poteva staccargli l’uccello a morsi. Le passò questo pensiero per la mente,
ma non era così pazza, era sicuramente un suicidio, aveva intravisto uno spiraglio per la sua libertà
e l’avrebbe sfruttato. Ora però doveva godere, questa umiliazione per avere un orgasmo era solo
una parentesi di debolezza nel suo piano di fuga.

Natasha cercò di bere tutto ma non riusciva a farlo
così velocemente, un getto di urina le scappò dalle labbra e le colò sul collo e sulle tette.
La pipì le bruciava le ferite sui seni ed i capezzoli. Il padrone ricominciò a masturbarla, lei stava
aspettando il suo orgasmo, quando si sentì dire: “Ti stavi comportando bene Natasha, hai imparato
la posizione della punizione, penso che un giorno saprai metterti in questa posizione anche senza
essere legata.

Hai implorato, ti sei umiliata abbastanza, hai ceduto ai miei voleri, hai però commesso
un imperdonabile errore. Perchè non hai ingoiato tutto?”
“Non ce la facevo padrone, ti prego, fammi godere, puliscimi le tette ed il viso con le dita, te le
leccherò tutte. Fammi godere non ce la faccio più!”.
“Devo toccare il mio piscio per permetterti di godere? Ora ti dico cosa ti farò. Ti masturbo ancora
un’oretta senza farti godere, poi ti rimando in cella insoddisfatta e ti faccio controllare a vista
giorno e notte per impedirti di masturbarti.

Potrai tornare qui tra un paio di settimane quando
non avrai più queste ferite ed ematomi, dovrai essere perfetta, dovrai prepararti alla perfezione,
truccarti, vestirti adeguatamente.
Solo allora ricomincerò a divertirmi con te e forse se te lo sarai meritato potrai godere. “
C’era da giurare che sarebbe andata così, mentre veniva trascinata via da due ragazzi chiamati dal
padrone, Natasha lo malediceva piangendo di insoddisfazione e frustrazione.

Naty 2

Natasha passò le settimane successive a curarsi nel fisico e nella mente.
Passò i giorni tra la palestra, la sauna, la piscina, idromassaggio, prendendo il sole,
tutto quello che poteva rilassarla e purificarla dal più brutto periodo della sua vita.
Passò anche il tempo promettendo il paradiso a qualunque essere vivente le passasse
vicino pur di avere un orgasmo. Tutti avrebbero dato qualunque cosa pur di passare solo
5 minuti con lei completamente a disposizione, qualunque cosa ma non la vita.

Ovviamente le era impedito di godere da sola. Era sorvegliata a vista giorno e notte
dalle guardie del padrone. La maggior parte del tempo la costringevano ad indossare una
specie di conchiglia di plastica con 3 fili, una specie di tanga che le teneva ben
isolata la fichetta, non poteva strusciarsi. L’insoddisfazione era tremenda, non poteva
far altro che promettere pompini con ingoio, di impalarsi sopra chiunque. Niente.
Di notte veniva legata con le gambe aperte e le braccia sopra la testa.

Una notte una
mano le slacciò la conchiglia, a Natasha sembrò di sognare, piano piano si svegliò, non
credeva ai suoi sensi, qualcuno la stava masturbando. Inutile dire che al solo pensiero
di essere masturbata si bagnò completamente. “Padrone sei tu?” Nessuna risposta. Doveva
essere lui. Non poteva permettere ad altri di fare quello che stava facendo.
“Padrone, in queste 3 settimane sto impazzendo. Ti prego fammi godere, portami nella tua
stanza delle punizioni, fammi quello che vuoi, ma alla fine fammi godere!”.

Nessuna risposta, continuò molto lentamente per un po’, poi quando sentì il respiro sempre
più affannoso di Natasha, smise di colpo e se ne andò. Quello era il colpo di grazia alla
sua volontà. Quella notte non riuscì più a dormire, pensò a mille modi per far felice il
suo padrone, pensò di suggerirgli come voleva essere torturata, a come si sarebbe
presentata a lui il grande giorno. Passarono ancora alcuni giorni, quando finalmente il
suo fisico si fu ristabilito, il padrone si ripresentò di notte.

La accarezzò ancora tra le cosce dopo averle tolto la conchiglia. Questa volta le parlò.
Quando Natasha lo sentì ebbe un tonfo al cuore, essere masturbata dal padrone era ancora
più piacevole che esserlo da uno sconosciuto. Pensò anche a quello che gli aveva detto la
notte della prima visita e sperò di essere stata abbastanza convincente e sottomessa.
Mentre la masturbava il padrone le disse che era venuto il momento dell’incontro, doveva
presentarsi la sera seguente, con un look “adeguato” alle circostanze.

Come Natasha prevedeva, il padrone giocò con il suo sesso fino a portarla al limite, quello
che la schiavetta non si aspettava però, era il bacio profondo che le diede prima di
lasciarla nella disperazione più totale. Quando staccò le labbra, le infilò le dita in
bocca per ripulirsi del liquido che le ricopriva abbondante. Lei rimase inebetita, col
sapore di miele vaginale che le riempiva la bocca. Passò la notte a pensare all’abbigliamento
ed il giorno a provare vestiti, lingerie di seta, di cuoio, catene, gioielli, maschere.

Nel suo armadio c’era tutto, doveva solo trovare quello che sarebbe piaciuto al suo padrone.
Era ora. Il padrone l’attendeva nella sua stanza. Una guardia l’accompagnò fino alla porta,
l’aprì e poi si ritirò. Era sola, era la serata più importante della sua vita, nella stanza
c’era il suo padrone, ci sarebbe stato del dolore ma unito al piacere poteva essere
sopportato. Ma soprattutto c’era l’orgasmo più desiderato che mai. Natasha si fece forza
ed entrò.

Il padrone era in fondo alla stanza al buio. Una debole luce la illuminava.
Lei avanzò lentamente, un passo dopo l’altro. Il padrone rimase di pietra alla vista della
sua schiava, affascinato dal suo aspetto. Tacchi alti, camminava lentamente con eleganza.
I segni del potere del padrone erano sempre presenti: cavigliere, bracciali e collare
d’acciaio non potevano essere tolti. Sotto alle cavigliere aveva infilato un paio di calze
e indossato reggicalze nere.

Lo slip anch’esso nero era minuscolo, si vedeva che era
perfettamente rasata. Ai fianchi portava una collana di perle chiusa sul davanti, che
proseguiva verso il basso. Il padrone seguendo il filo di perle verso il basso notò che
erano via via più grandi. Le perle andavano ad infilarsi negli slip e si vedeva il
rigonfiamento di alcune di esse. Il padrone a quella vista stava per alzarsi e saltarle
addosso, ma riuscì in qualche modo a trattenersi.

Stava fantasticando sulla dimensione delle
ultime perle che si immaginava infilate nella fichetta e del modo in cui le avrebbe fatte
uscire e rientrare ripetutamente per portare ancora una volta la sua schiavetta alla pazzia.
Poco sopra il grosso seno era costretto in un reggiseno troppo piccolo, i capezzoli spuntavano
fuori a metà e le sottili spalline sembrava potessero cedere da un momento all’altro.
Natasha poi, per dimostrarsi disposta a tutto, aveva già indossato la pallina rossa con
cinghie di cuoio nero che le cingevano i capelli lisci e biondi.

Una mascherina nera faceva
risaltare gli occhi azzurri, ma il tocco di classe che aveva studiato intere notti erano
le braccia legate dietro la schiena. Le teneva dritte, con le spalle all’indietro e le
tette sporgenti. Chi poteva resistere ad una schiava vestita a quel modo, che camminava sui
tacchi a spillo con le braccia legate dietro la schiena, una pallina in bocca e una collana
di perle infilata tra la cosce? Quando lei arrivò al centro della stanza il padrone le ordinò
di fermarsi.

Lei eseguì. Lui accese la luce e quello che Natasha vide la fece impallidire.
Si sentì mancare il terreno sotto i piedi e girare la testa, quasi barcollò, ma cercò
di rimanere impassibile. In piedi accanto alla poltrona su cui era seduto il padrone stava
un’altra donna. “Natasha ti presento mia moglie Michelle”. Michelle questa è la mia nuova
schiava di cui ti ho parlato. Ha detto mia non nostra! Da quella sola parola, quel dettaglio
Natasha capì che doveva obbedire solo a lui, il padrone era lui, quello che avrebbe fatto
e chiesto lei non era da considerare.

Natasha la guardò, non disse niente. Michelle poteva
avere una decina d’anni più di lei, era ancora una splendida donna, fisico ben curato,
mora e un paio di tette grosse come quelle di Natasha ma decisamente finte.
Indossava anche lei tacchi alti, poi calze autoreggenti, minigonna, camicetta scollata.
Michelle si alzò e si avvicinò alla schiava russa. “Mio marito mi ha detto che non riesci
a godere”, disse ridendo. Natasha iniziò subito ad odiarla.

“Allora vi lascio un po’ di tempo
per conoscervi e divertirvi un po’ insieme” disse il padrone alzandosi e dirigendosi verso
l’uscita e chiudendo la porta. Erano sole.
Michelle andò ad aprire l’armadio e ne estrasse alcune corde bianche. Fissò il capo di una
di queste alle manette e passò la corda dentro un anello sospeso. Le braccia di Natasha
iniziarono ad alzarsi lentamente. Natasha dovette piegarsi in avanti per non slogarsi le spalle.

Quando le braccia furono quasi verticali Michelle fissò la corda.
Si posizionò dietro la schiava e fece scivolare gli slip verso il basso lasciandoli a metà coscia.
Appoggiò le mani aperte sulle natiche della schiava, le aprì con i pollici per mettere in mostra
il buchino e la fichetta. Non un pelo, la rasatura era stata perfetta, la pelle perfettamente
liscia. La perla che usciva dalla fichetta era bagnata di miele vaginale.

Michelle iniziò a tirare
verso il basso la perla, lentamente, delicatamente. Natasha sentì che le perle che erano ancora
dentro spingevano sulle pareti per uscire. Ci vollero due interminabili minuti perchè la prima
uscisse. Per le ultime due altri dieci minuti. La francesina ci sapeva fare. La stava facendo
impazzire. Sapeva del suo punto debole. Erano settimane che non godeva, ma doveva resistere a
quelle torture, non doveva implorare per l’orgasmo, lo si poteva fare solo con il padrone.

Il padrone… sicuramente le stava guardando attraverso i sistemi di sicurezza: telecamere e
microfoni erano dappertutto. “Allora troietta russa, non ti va di godere? Non mi implori come
quella notte?” La prima volta era stata masturbata dalla moglie! Natasha fu presa dal panico,
cercò di ricordarsi quello che aveva detto, impossibile dato il suo stato ipereccitato.
“Non ti ricordi più troietta? Mi chiedevi di farti qualsiasi cosa ma di farti godere alla fine.

Adesso è arrivato il momento, ti farò qualsiasi cosa voglia, ma la fine sarà molto lontana, chissà
se vorrai ancora godere”. “Vaffanculo francese del cazzo!” le parole uscirono soffocate dalla
pallina che le riempiva la bocca, ma erano chiaramente riconoscibili. Il calcio al ventre arrivò
forte ed inaspettato. L’aria uscì dai polmoni per lasciarli vuoti e ansimanti. Si sentì una voce
dagli altoparlanti: “Michelle…” detto nel tono in cui si rimprovera una bambina che fa i capricci
gettando a terra la barbie preferita.

Il padrone vegliava su di lei! C’era un limite, non sapeva
quale fosse, ma era una sicurezza in più. Natasha si fece coraggio ed aspettò altri colpi.
Michelle le slacciò la cintura di perle. “Adesso dobbiamo fare qualcosa per la tua schiena ed il
tuo culetto, troietta. La legatura di una troietta è un arte. Non c’è niente di più volgare e
sgraziato di una schiena curva in avanti. ” Prese una cintura di cuoio nero e la strinse alla vita
di Natasha.

Legò i due capi di una cordicella a due anelli d’acciaio inseriti nella cintura sul
davanti, distanti circa una spanna. Passò la cordicella in mezzo alle cosce e alle natiche e
appoggiò la parte ad U sulla schiena. Passò le mani sul percorso della cordicella per assicurarsi
che passasse ai lati delle labbra della fichetta, per poi ricongiungersi all’altezza del buchino
e correre verso la schiena in mezzo al culetto rotondo. Prese un’altra corda corta, la legò al
centro della U della prima e la passò nell’anello del collare.

Iniziò a tirare. Il dolore della
corda in mezzo alle gambe fece inarcare la schiena a Natasha. Michelle tirò di più. Natasha provava
sempre più dolore. Michelle tirò ancora. Il dolore sembrava impossibile. Più di così non poteva
inarcare. La corda tirava sempre di più. I muscoli della schiena stavano per cedere, tra poco li
avrebbe dovuti rilassare ed allora la corda in mezzo alle gambe avrebbe tirato ancora di più.
Natasha aprì bene le gambe e provò un certo sollievo.

Michelle si allontanò. Natasha provò a
rilassare lentamente i muscoli. Il dolore aumentava, ma se si fermava per un po’ il suo corpo si
abituava. Ci volle un po’ ma finalmente trovò un equilibrio tra tensione dei muscoli e tensione
della corda che le parve sopportabile. Michelle la stava osservando, quando vide che la schiavetta
si era sistemata, tornò con una forbice. Nel frattempo si era spogliata. Era rimasta con slip e
reggiseno, calze autoreggenti e tacchi.

Natasha la guardò: un corpo perfetto, l’invidia di quella
donna che poteva scoparsi il padrone in ogni momento le salì da dentro.
Michelle passò davanti a Natasha e si posizionò di fianco. Il freddo metallo provocò dei brividi
e la pelle d’oca a Natasha. La forbice scorreva sulla schiena, poi 3 tagli, il reggiseno cadde a terra.
Ancora due tagli e gli slip liberarono le coscettine affusolate. “Non vogliamo che la frusta sia
impedita dagli slip, vero?” L’avrebbe frustata sulla fichetta! Quanto l’avrebbe frustata?
A tal punto da non poter essere toccata per altre settimane? Come avrebbe fatto a godere?
“Non preoccuparti troietta… ci sono delle schiavette che mi chiamano ancora per essere frustate lì
in mezzo alle gambe, dicono che hanno rinunciato al cazzo dopo il mio trattamento.

Ce ne sono altre invece che hanno implorato di morire… dipende dalla mano di chi frusta sai…?”
“Ma basta parlare ora! Ora sei pronta per una notte di giochini!”.
La barbie Natasha effettivamente era uno spettacolo: indossava solo tacchi alti, calze e reggicalze,
la pallina affondata nella bocca e la mascherina nera. Gli occhi azzurri ed i capelli lisci e biondi
la rendevano ancora più innocente e indifesa. Le corde erano il capolavoro, chiunque vedendo quello
spettacolo sarebbe stato sopraffatto dallo spirito dell’aguzzino.

Anche i più bigotti avrebbero desiderato di frustare quel corpo così invitante, di infilare il proprio
pene o qualche oggetto negli orifizi di Natasha, senza nessuna pietà per un essere umano costretto
in quelle condizioni di sottomissione. Michelle andò ancora una volta verso l’armadio e tornò
con due grosse candele accese. Passò davanti a Natasha. La tecnica di far vedere al condannato
gli strumenti di tortura ed attendere che nella sua mente si risvegliassero gli incubi era vecchia
di millenni, Natasha la conosceva bene, ma aveva sempre un minimo effetto.

I ricordi dei mesi
di tortura le ritornarono subito alla mente, era in bilico tra lo sconforto più totale per la paura
di un nuovo inizio e la consapevolezza che il fondo era già stato toccato: niente poteva farle più male
di quello che aveva già sopportato. In più il padrone vegliava su di lei, non avrebbe lasciato che
Michelle passasse il limite. Michelle si mise si fianco a Natasha, sporse le braccia sopra la schiena
ed attese.

La cera fondeva lentamente. Natasha cercava di non pensare a nulla ma non ci riusciva.
Era come se esistesse solo la pelle della schiena, tutta la sua attenzione era lì.
Esattamente l’opposto di quello che doveva fare!
Michelle ruotò i polsi verso l’interno. Le prime gocce sulla pelle la fecero irrigidire.
Poi ne vennero altre, regolari come il ticchettio di un orologio.
Il dolore aumentava, la frequenza del respiro anche.

Natasha poteva respirare solo con il naso,
dalla bocca usciva solo un filo di saliva che gocciolava a terra formando una piccola pozza.
Natasha non voleva cedere, non voleva gemere né urlare. Per resistere respirava affannosamente e
irrigidiva i muscoli. Quando quasi tutta la schiena ed il culetto furono ricoperti di cera rossa,
Michelle si inginocchiò davanti a Natasha con le due candele in mano. Erano molto più corte ora.
La donna e la ragazza si guardarono negli occhi per qualche istante.

Michelle allungò le braccia
sotto le grosse tette di Natasha. “Ti farò desiderare di non averle mai avute…” Era evidente
l’invidia di Michelle per quel seno prorompente. Lei se le era dovute comprare dal più noto
chirurgo plastico della regione. Il calore delle due fiammelle si diffuse sui capezzoli e sul seno.
Senza distogliere lo sguardo Michelle alzò le braccia. Le due fiammelle si spensero subito.
Un conto erano le gocce che scendevano una ad una, e che avevano un po’ di tempo di raffreddarsi
nel volo, un altro era tutta la cera che riempiva il cratere delle candele e che ora scaricava tutto
il suo calore sui capezzoli.

Gli occhi di Natasha rimasero aperti, fissi su quelli di Michelle,
le palpebre si irrigidirono di odio. L’urlo fu lancinante e continuo. Le candele rimanevano lì
ad attendere che l’urlo finisse. L’urlo non poteva smettere fino a quando il dolore fosse divenuto
sopportabile. Invece terminò per mancanza di aria. Natasha riempì i polmoni più in fretta che poteva
ed il secondo urlo si sextenò. Continuò così per sei o sette volte. Gli sguardi di entrambe sempre
fissi sulla nemica.

Michelle aspettava che l’altra desse qualche segno di cedimento.
Natasha le urlava in faccia tutto l’odio e l’invidia. Dopo un po’ la cera si solidificò e perse
la maggior parte del calore. I capezzoli erano ipersensibili, anche quel poco di calore rimasto
sembrava fuoco vivo. Finalmente Michelle staccò le candele e si alzò. Natasha respirò profondamente
per far rallentare il cuore che batteva all’impazzata e ritornare ad uno stato di semitranquillità.
Michelle estrasse dall’armadio la frusta di cuoio, ancora una volta passò sculettando davanti a Natasha
e si mise dietro di lei.

“Troietta, non ti preoccupare, abbiamo molti centimetri di pelle che sono
ancora intatti…”. Iniziò a frustare le coscettine aperte. All’esterno e all’interno. Quando colpiva
l’interno stava attenta a colpire solo la coscia desiderata, le punte della frusta non dovevano nemmeno
sfiorare l’altra coscia prima di scaricare la loro energia. Natasha sopportava abbastanza bene,
per lei era un momento di pausa, non sentiva altro che dolore ai capezzoli e intorno ad essi.
Quando la pelle delle coscettine e del culo fu trattata a dovere, Michelle si mise di lato e iniziò
a frustare il ventre e le costole di Natasha.

“Mio Dio, speriamo che non vada sulle tette!!!”.
Speranza inutile, era solo questione di tempo, il tempo che ci voleva per arrossare per bene il ventre
e la pelle che ricopriva le costole. Poi passò alle tette, non risparmiando i capezzoli.
Natasha iniziò a gridare ad ogni frustata. Non durò molto, Michelle era molto eccitata, voleva godere
e giudicò di aver fatto un bel lavoro su quella troietta. Spostò un tavolo davanti a Natasha,
vi si sdraiò sopra, scostò lo slip neri di lato e si infilò il manico della frusta.

Il manico entrò fino in fondo senza sforzo né dolore, la vagina di Michelle era dilatata al massimo.
Natasha pensò che non le aveva frustato la passera, quell’idea la rese la ragazza più felice del mondo:
poteva arrivare il padrone e scoparla fino all’orgasmo!
Michelle iniziò a muovere il manico della frusta dentro il proprio ventre. Era in cuoio nero e luccicava
del liquido che abbondantemente usciva dalla fessura. Anche Natasha era completamente bagnata, chiuse
le gambe per strusciarsi, incurante del dolore della corda che sembrava tagliarla in due.

Michelle slacciò le cinghiette di cuoio e tolse la pallina a Natasha, le lasciò la mascherina nera,
la trovava estremamente elegante e sensuale. Voleva essere leccata mentre si penetrava con la frusta
ma non lo chiese. Il piacere di Natasha cresceva sempre di più. Nella sua mente iniziarono a formarsi
strani pensieri: vedeva il padrone e Michelle a letto insieme e lei in ginocchio pronta a ripulirli
dello sperma e del miele alla fine del loro rapporto.

Poi si vedeva legata nel loro letto con i due
che le facevano subire i supplizi più eccitanti. Un amore per il padrone e perfino per Michelle
si impadronì di lei. Non se ne accorse nemmeno ma prese a leccare il clitoride di Michelle.
Non ci volle molto perchè la francesina raggiungesse un lungo orgasmo. Si era eccitata per due ore
nell’infliggere punizioni alla schiava di suo marito. Natasha si risvegliò dal sogno e si ritrovò con
la bocca ed il naso affondati tra le cosce della sua nemica.

Aveva la faccia bagnata, l’odore di sesso
la inebriava. Non si pentì di aver fatto godere la sua nemica, anzi l’amore per lei le era rimasto dentro.
Il suo orgasmo però non era ancora arrivato. Durante le due ore aveva avuto dei momenti di profonda
eccitazione, ma anche momenti nei quali l’eccitazione era stata spazzata via dal dolore.
Non poteva far altro che continuare a strusciare le cosce una con l’altra.
Michelle sembrava disinteressarsi al suo tentativo di godere, stava sdraiata sul tavolo con le cosce aperte,
la frusta ancora infilata fino in fondo e le braccia distese sopra la testa.

L’orgasmo stava arrivando, stava avendo il sopravvento sul dolore delle corde infilate ormai tra le labbra.
Improvvisamente due mani forti le afferrarono le caviglie e le allontanarono una dall’altra.
E con esse si allontanò anche l’orgasmo.
Precedente.

Giulia

Giulia, ribelle, caotica, indisciplinata e sognatrice è la figlia maggiore di una famiglia benestante del nord Italia.
Ha 21 anni e stranamente frequenta l’università consigliata dai suoi genitori.
Porta a casa sempre ottimi voti, fin da quand’era piccola, studia molto ed anche se fino alla quinta superiore ha sempre avuto una condotta molto negativa, ora sembra essersi tranquillizzata, almeno in ambito universitario.
Non è mai stata bocciata, ma in direzione aveva quasi ogni mese un motivo valido per subire qualche dura ramanzina.

Dati i meritevoli voti e la voglia di studiare, raggiunta la maggior età, i suoi genitori le concedono ogni estate, due mesi di vacanza premio nella loro casa estiva, situata in un piccolo paesino marittimo. Un posto tranquillo, per niente caotico, in cui Giulia si dedica allo studio con pause rilassanti al mare.

A differenza di quanto si può pensare, Giulia è una ragazza molto solitaria ed anche se le piace uscire con gli amici, dedica molto tempo della sua vita per se stessa.

Proprio qui, al mare, Giulia lo reputa quasi un rifugio dove poter aprire la sua anima liberamente e quando arriva in spiaggia, per lei è l’apoteosi dei sensi.

Per i primi due anni ha frequentato spiagge a pagamento in cui pur essendo da sola, tutte quelle persone attorno le creavano quasi fastidio. Per non parlare degli sguardi dei ragazzi, di chi si avvicinava per chiederle qualcosa pur di poter attaccar bottone e poi, vabbè, la lista è troppo lunga.

Ma finalmente, l’anno scorso, passeggiando ha scoperto questa piccola insenatura tra le rocce, posta ai margini di una fitta boscaglia.
Aveva camminato molto prima di trovarla, ma ben presto, scoperto un piccolo sentiero, in pochi minuti di cammino riesce a raggiungere facilmente la strada in cui passano gli autobus.
Giulia si rende conto di essere molto distante da casa. In autobus, tra il traffico estivo e le molteplici fermate, ci vogliono circa 40 minuti per raggiungere il paesino dove abita, eppure, ogni volta che mette piede in quel luogo, dopo aver chiuso gli occhi e preso un gran respiro, si sente finalmente libera da tutto e da tutti.

Così, nei giorni più soleggiati, dopo aver raggiunto il centro del paese con un piccolo bus, sale su un altro che la porterà nel suo piccolo paradiso.

Il luogo ormai lo conosce molto bene ed a parte qualche coppia di nudisti che è solita frequentare quel posto, non ha mai trovato malintenzionati o gente che venga a disturbarla.
Grazie proprio a questa notevole privacy, già da metà vacanza dell’anno scorso, ha deciso di cambiare i suoi vestiti direttamente sul posto.

Dopo una scrupolosa ricerca, ha trovato un piccolo passaggio che la porta tra dei fitti cespugli che la rendono totalmente nascosta da sguardi indiscreti. In questo luogo Giulia riesce a sentirsi abbastanza nascosta da potersi cambiare integralmente e addirittura, come fosse il suo camerino personale, lasciare i suoi indumenti per poi indossare uno dei trentadue nuovi bikini che ha comprato per questa stagione. Su quest’ultimi, non si è affatto risparmiata e scelti con cura, ne ha presi dai più “casti” a quelli più “sgambati”, per non dire addirittura “minimali” che sul suo prorompente fisico, non la fanno passare per niente inosservata.

Quando raggiunge la spiaggia così “svestita”, si sente finalmente in pace, stende l’asciugamano in terra e si tuffa subito in acqua. I pochi e soliti avventori non le pesano affatto, in quanto quasi non si accorgono della sua silenziosa presenza anche quando si presenta con i bikini più “ridotti”.
Passa così la giornata tra sole e acqua, nel silenzio spezzato solo dalle onde che si infrangono sugli scogli poco distanti e poi, quando inizia a imbrunire, ritorna nel suo “camerino” dove si spoglia, si asciuga e indossati abiti leggeri, ripone quelli bagnati in una piccola borsetta prima di dirigersi alla fermata del bus.

Giunta in strada, seduta sulla panchina, qualcosa in lei inizia ad agitarsi.
Sono ormai due settimane che Giulia sente questi tremolii prima che arrivi l’autobus.

Quando lo sente giungere, quando lo sente rallentare ed infine fermare, le manca il fiato.
Quando le porte si aprono di fronte a lei, quasi le manca la salivazione, quasi non riesce a salutare l’autista ed una volta salita, trovandosi di fronte il lungo corridoio, quei due occhi invadenti li sente subito puntati su di lei.

Non ha quasi mai il coraggio di guardarlo in viso, eppure lo vede, anzi, prima di vederlo lo sente che la sta fissando.
Aveva quasi pensato di prendere un altro autobus, ma il prossimo è troppo tardi e non troverebbe la coincidenza per il successivo che la riporta a casa. Per non parlare del precedente, 14. 10 del pomeriggio, proprio quando il sole è più caldo e lei sguazza nell’acqua più calda della giornata.

Quei due occhi non si staccano da lei fino a quando non trova un posto a sedere, per non parlare di quando il mezzo è affollato e si deve inoltrare sempre di più in quel lungo corridoio.
Più si avvicina e più si sente avvolta, penetrata, soggiogata da quello sguardo.
Lo sente con forza puntato prima sui seni, poi sulle cosce e quando infine si gira, quasi freme mentre sente tutta l’attenzione rivolta al suo culo.

Quell’uomo, certamente più grande di lei almeno di una decade, tutti i giorni in cui prende l’autobus è lì ad aspettarla. Sempre seduto nell’ultima fila al posto centrale, è sempre con lo sguardo fisso su di lei da quando sale da sola a quando scendono entrambi alla stessa fermata.

I primi tempi, Giulia ha provato ripetutamente a fulminarlo con gli occhi, ma di tutta risposta, lo sguardo dell’uomo si è fatto più duro, talmente duro da impaurirla quasi.

Quando i due però scendono, come per incanto tutto finisce.
Non ha mai avuto il coraggio di voltarsi a guardare in che direzione vada quell’uomo e quasi di corsa, raggiunge l’altro lato della strada dove dopo pochi minuti giungerà il bus per casa sua.

Un giorno però cambia tutto.

Tornata dalla spiaggia, sale sull’autobus e quasi si spaventa vedendo tutti i posti occupati dai ragazzini di una colonia estiva.

Anche questa volta, sente gli occhi puntati su di lei ma al solito posto che occupa l’uomo questa volta ci sono due ragazzini che stanno giocando. Solo guardando meglio, verso metà corridoio nota un posto libero e quando lo raggiunge, nel posto affianco il finestrino che da lontano era coperto da ragazzini in piedi sui sedili anteriori, trova l’uomo che quasi impassibile è lì a fissarla.

Nell’imbarazzo più completo, rossa in volto e per non dare sospetto ai restanti, se pur pochi viaggiatori adulti, quasi a fatica, riesce a sputare poche e rapide parole.

– Qui è libero? Posso? –

– Ma certo bella moretta! siediti pure! – afferma l’uomo senza smettere di fissarla morbosamente e sorridendo con uno sguardo da vero porco, volta addirittura il busto verso di lei come per poter guardare meglio quando si dovrà sedere.

Giulia a questo punto, si sarebbe aspettata la reazione più ovvia in cui l’uomo parte alla carica, si aspettava che iniziasse a importunarla o addirittura a toccarla e invece, niente di tutto questo accade.

L’uomo se ne sta li fermo, senza mai toglierle gli occhi di dosso nemmeno per un secondo.
Giulia sente quello sguardo scavare nella scollatura, lo sente in viso, sulle labbra e poi tra le cosce tanto da credere siano spalancate anche quando sono strette tra loro.

Dopo circa 40 minuti, i suoi pensieri vengono distratti, la loro fermata è prossima ed appena si alza mostrando così il culo fasciato da sottili e attillati shorts rosa, quasi ha un mancamento alle parole che sente uscire dalla bocca dell’uomo.

Alzato a sua volta, dopo essersi posizionato repentinamente alle sue spalle ed aver avvicinato il volto al suo orecchio, dice una sola frase.
– Anche oggi hai il perizoma – afferma quasi sottovoce, ma con tono di chi ne ha la certezza.

Giulia vuole quasi scappare e frettolosamente raggiunge l’uscita con il cuore che batte all’impazzata.
In pochi istanti si trova già dalla parte opposta della strada e quando vede il pullman ripartire, dietro a esso compare l’uomo, fermo e sorridente che la continua a fissare senza ritegno.

Tutte queste attenzioni la impauriscono da un lato, ma dall’altro la incuriosiscono.
– Chi è quest’uomo? Perché guarda solo me in questo modo? Quanti pensieri porci ha per la testa? –
Sono solo alcune delle domande che le frullano in mente fino quando arriva il bus della coincidenza.
Salita sul mezzo, cerca nuovamente quella presenza guardando il lato opposto della strada, ma questa volta non trova nessuno a fissarla e nemmeno a sorriderle.

Arrivata a casa, finalmente si riesce a calmare, si spoglia e buttandosi sotto la doccia si libera dalla salsedine del mare.
Indossato l’accappatoio si dirige in cucina, non mangia quasi niente e dopo essersi seduta sul divano, mentre guarda distrattamente un film si asciuga lentamente i capelli con un piccolo asciugamano.
Immersa nei pensieri spegne la televisione, si alza in piedi slacciando l’accappatoio e con un leggero movimento di spalle lo lascia cadere in terra.

Nuda e scalza, raggiunge il frigo, beve un sorso di birra e dopo averla posata sul tavolo, decide di andare a letto.
I sogni si susseguono, uno dopo l’altro, uno più sfocato dell’altro e difficilmente ricordabili.
La mattina arriva prima del previsto, Giulia pensa di aver dormito solo poche ore, ma quando guarda l’orologio, si accorge di averne dormite più di nove.
La fame dovuta alla cena leggera ora si fa sentire ed in pochi minuti, saltellando sempre nuda per casa, prende d’assalto il frigorifero.

Mentre quasi divora il ricco banchetto che si è preparata, guarda fuori dalla finestra e nota che anche oggi è una giornata splendida e ben soleggiata.

Si domanda se andando in spiaggia, anche questa sera troverà l’uomo ad attenderla in autobus.
Non ci vuole pensare oltre.

Tra dieci minuti un pullman passa sotto casa sua.

Quasi di corsa si fionda nell’armadio, prende il primo bikini che trova, vede solo che è nero ma non sa quanto sia ridotto o abbondante.

Rapidamente indossa un perizoma anch’esso nero, un paio di shorts bianchi ed attillati come quelli del giorno precedente, un reggiseno a fascia di colore bianco e una canotta grigia.
Deve fare in fretta, prende la borsetta dove infila il bikini e l’asciugamano, si butta in un paio di infradito, esce quasi di corsa da casa, fa shittare due volte la serratura e le chiavi le nasconde sotto il vaso di rose.

Giusto in tempo, appena esce dal cancelletto arriva il bus.

Giulia 2 parte

Sono più di trenta minuti che Giulia attende il bus per la spiaggia, non capisce del perché di questo esagerato ritardo, oltre del perché alla fermata non ci sia nessuno. Non è possibile che sia già passato in quanto è solita attenderlo anche per parecchio tempo.
Sta quasi per decidere di attraversare la strada ed attendere il bus che la riporta a casa, quando in lontananza vede arrivare quello che stava aspettando.
Salita a bordo, i quaranta minuti di strada passano rapidamente.

Una volta scesa, raggiunge il suo “camerino” improvvisato tra i fitti cespugli, si spoglia piegando con cura i propri abiti e riponendoli su un piccolo tronco. Con calma apre la borsetta ed estratto il bikini, un po di rossore si presenta sul suo volto.
Nella fretta per uscire di casa, nota solo ora di aver preso quello più ridotto se non “minimale”.
L’ultima conferma, infatti, la trova guardandosi dopo aver indossato quei due pezzi di stoffa nera.

La mutandina, se così si può chiamare, non è altro che un sottilissimo filo che percorre la circonferenza vita, si infila perdendosi tra le chiappe e si ricongiunge all’altezza della passera che viene coperta da un ridottissimo triangolino di stoffa lucida.
Il reggiseno invece, non trattiene ne sostiene la sua quarta abbondante ed anch’esso composto da sottilissimi fili che fanno le veci delle bretelline, trattengono all’altezza dei capezzoli, due triangolini tanto grandi quanto quello posto sulla passera.

Estrae dal sacchetto l’asciugamano e dopo aver preso un grosso respiro, mentre un brivido le percorre la schiena si decide a raggiungere la spiaggia.

Questo microscopico costume l’aveva preso in realtà per abbronzarsi nel giardino di casa, fuori da qualsiasi sguardo indesiderato, ma ora, quasi le viene da ridere mentre mette piede sulla sabbia calda che precede l’acqua.
Per fortuna, nessuno all’orizzonte.
Con calma stende l’asciugamano sulla sabbia e dopo un altro sguardo perlustrativo, quasi di corsa decide di buttarsi in acqua.

Nuotando, l’acqua che le scorre lungo il corpo la fa sentire nuda, come se non indossasse nulla. Si diverte a lungo, fa l’apnea, le giravolte e poi lunghe nuotate. Quando si sente finalmente soddisfatta, decide di tornare in spiaggia a prendere il sole e raggiunto il suo asciugamano, si stende subito a pancia in giù.
Il forte sole la rosola, più volte si gira supina per cercare refrigerio e poi, dopo almeno due ore, si alza per un nuovo tuffo.

Proprio quando sta per dirigersi nell’acqua, dei rumori dal bosco la allertano.
Si volta di shitto per controllare con lo sguardo, attende qualche minuto in silenzio ma i rumori non si sentono più. Decisa quindi, torna verso l’acqua e dopo essersi tuffata dimentica l’accaduto con una vigorosa nuotata.
Passa molto tempo in acqua, fino a quando, un tuono molto forte la distrae.
Guardando verso il bosco, in lontananza vede grosse nubi nere venire nella sua direzione.

Rapidamente esce e raggiunto l’asciugamano, si dirige verso il suo camerino tra i cespugli.
Giulia ha sempre avuto timore a sostare in un bosco durante il temporale, dell’acqua non si preoccupa molto, quanto invece dei fulmini che potrebbero colpire vicino a lei. Si decide così a cambiarsi rapidamente, toglie lo striminzito costume e dopo una rapida asciugata del corpo, indossa i suoi abiti.
Ancora una volta correndo, percorre a ritroso il sentiero fino a raggiungere la strada.

Qui si sente più tranquilla e dopo essersi posizionata affianco la palina della fermata , si mette ad attendere l’autobus che arriverà tra mezzora circa.
Come all’andata, anche questa volta il pullman inizia ad accumulare ritardo mentre il temporale si avvicina minaccioso.

Le prime grosse gocce iniziano a cadere dopo dieci minuti di ritardo del bus.

A quindici minuti piove ormai senza sosta iniziando così a inzuppare gli abiti di Giulia che non conosce un riparo dove proteggersi.

A venti minuti la pioggia è diventata un vero e proprio nubifragio, come fossero secchiate, Giulia è ormai totalmente fradicia con i vestiti zuppi e addirittura la borsetta che tracima acqua.

Dopo ben trenta minuti di ritardo, il pullman finalmente arriva.

Infuriata, sale frettolosamente in autobus e senza salutare di proposito l’autista, si inoltra nel lungo corridoio.
Solo ora, mentre cammina, inizia a focalizzare cosa stia succedendo.

Quasi come un pugno nello stomaco si rende conto che anche oggi la colonia di ragazzi ha deciso di fare una gita ed anche oggi, l’unico posto libero è affianco allo sconosciuto che la sta fissando quasi morbosamente.
I ragazzini oggi urlano in un modo quasi assordante, forse complice la pioggia battente che rumoreggia sul tetto dell’autobus o forse le grosse ruote turbinanti nel manto d’acqua che copre l’asfalto, sta di fatto che qualunque tipo di conversazione sarebbe praticamente impossibile.

Impossibile per tutti, a parte l’uomo nel seggiolino affianco a quello in cui si siede.
Senza nemmeno darle il tempo di sistemarsi, con il volto si avvicina al suo orecchio coperto dai lunghi capelli bagnati e con le sue parole, ancora una volta le toglie il fiato.

– Ora che sei tutta bagnata, devo dire che hai un fisico fantastico. Poi…. deve essere proprio bello quel perizoma nero che hai sotto i pantaloncini.

Giulia non ha il coraggio di replicare, non riesce nemmeno a girarsi verso l’uomo, eppure, complice i vestiti che ora le saranno letteralmente incollati al corpo, non accenna manco ad alzarsi per allontanarsi in qualche fila più avanti.

Passano diversi minuti in cui si sente letteralmente pietrificata. Con gli occhi socchiusi, il respiro ridotto e le mani che stringono con forza i braccioli, non osa muovere nemmeno un muscolo mentre si sente ispezionata dallo sguardo di quello sconosciuto.

Tutto questo, sembra dare coraggio all’uomo che ancora una volta si avvicina al suo orecchio.

– Quelle due antennine mi fanno pensare a tante cose porche –

Subito non ne coglie il senso, ma appena abbassa lo sguardo sui suoi seni, spalanca gli occhi e la bocca rendendosi conto che i vestiti zuppi oltre al reggiseno a fascia, mostrano palesemente quanto duri siano diventati i suoi capezzoli.

Un brivido uguale a quello nel bosco, percorre nuovamente la schiena di Giulia e come fosse la carica che le serviva, alza il volto e con l’intento di fulminarlo, va ad incontrare il suo sguardo.

Appena gli occhi si incrociano, qualcosa però non va come previsto ed è l’uomo a fulminare lei prima di iniziare a ridere rumorosamente.
Si sente sempre più imbarazzata, si guarda intorno, ma nessuno sembra aver notato loro o addirittura le loro conversazioni. Nella folla di quel pullman è come fosse da sola con lui.
Per il resto del viaggio non è più successo nulla tra i due e quando la loro fermata è prossima, Giulia si alza rapidamente e senza voltarsi raggiunge le porte di uscita.

Hai il cuore che batte a mille quando il mezzo si ferma e finalmente si sente come liberata da un peso enorme nel momento in cui poggia piede sul marciapiede.

Qui per fortuna non piove più e con i vestiti ancora zuppi, inizia a sentire fresco mentre attraversa la strada.

L’uomo è sparito e anche quando il pullman riparte, non c’è nessuno dietro ad attendere di poterla guardare ancora.

Probabilmente, questo succede perché è tardi ed in effetti, guardando l’orologio luminoso della farmacia posta dietro di lei, si rende conto che il pullman per casa sua è già passato e fino a domattina non ne passeranno più.
Impreca diverse volte e rendendosi conto di dover fare più di 6 km a piedi, si incammina contro voglia verso casa, quando, nemmeno il tempo di fare dieci passi e una macchina suonando il clacson rallenta fino a fermarsi di fianco a lei.

– Ehi moretta! Ti serve un passaggio? –

Quella voce la riconosce immediatamente ed appena guarda dentro l’abitacolo, si rende conto che si tratta dello sconosciuto del bus.
Non sa quasi perché lo stia facendo e dandosi dell’idiota, senza dire mezza parola, apre la portiera salendo subito in auto.
Appena rinchiusa nell’abitacolo l’uomo raggiunge con una mano il riscaldamento, lo attiva e dopo aver ruotato la manopola del calore verso il rosso, innesta la marcia e parte.

– Sei di poche parole. Però se sei salita in auto è perché un po ti fidi ? –

Giulia non risponde, ma rivolto lo sguardo verso di lui in pochi istanti si sente esageratamente imbarazzata.
Al suo segno di evidente sconfitta, l’uomo torna alla carica facendola sprofondare nell’imbarazzo.

– Certo che sei davvero figa. Devi avere delle tettone stratosferiche ed un culo che…… cazzo….. per cosa ho visto fin’ora, parla da solo! –

A Giulia manca il respiro, non sa se aprire la porta e buttarsi dall’auto in corsa o cos’altro fare.

L’uomo a questo punto, notando che non ci sono reazioni, decide di rincarare la dose.

– Ma fai la modella? Ballerina? Hai un viso davvero bello e poi quelle labbra carnose……ti metterei nuda sul tavolo e poi…. – lascia la frase in sospeso mettendosi a ridere.

Nell’imbarazzo più completo, quasi con i sudori alle tempie, in un barlume di lucidità si rende conto che l’auto ha imboccato una strada sbagliata e con fatica, lo avverte.

– S… scusa… Guarda che hai sbagliato, mi dovresti accompagnare per quella strada che abbiamo appena superato –

L’uomo sorride e rallenta repentinamente l’auto.

– Ma allora parli ogni tanto! Nessun problema bella moretta, torniamo subito indietro. –

In breve il viaggio riprende nella giusta direzione e dopo qualche svolta, sotto le indicazioni di Giulia, l’uomo la porta rapidamente di fronte casa.

– Gra… Grazie mille, sono in debito con te –

Come fosse un rito, ad ogni passaggio che le viene dato, come se avesse acceso un disco, ripete sempre a tutti questa frase prima di salutare.

Bastano però pochi istanti per rendersi conto che forse, con lui era meglio non usare queste parole, sopratutto per il fatto di non riuscire a sostenere nemmeno lo sguardo da tanto imbarazzo che prova.

– Non ti preoccupare bella morettina. Presto ti darò modo di sdebitarti. – risponde con un sorriso perfido stampato in volto.

Rossa come un peperone, Giulia si alza e mentre esce dall’auto, un’altra frase la stende nuovamente.

– Ma guarda che bel culo! Mi ci perderei volentieri in quelle chiappe! –

Chiude la porta assieme agli occhi ed appena l’auto riparte, un mancamento la fa letteralmente crollare a terra, in ginocchio a riprendere fiato.

Fa freddo, i suoi vestiti sono ancora umidi, i capezzoli quasi cercano di perforare il tessuto e poi muovendo le cosce, sente di essere troppo bagnata perché sia solo acqua. Quando poi raggiunge la porta di casa, dopo aver recuperato le chiavi dal nascondiglio, una smorfia di terrore prende possesso del suo volto.

In pochi istanti si rende conto di non avere con se la borsetta contenente l’asciugamano e quel maledetto striminzito costumino. Altrettanto rapidamente, capisce di averlo dimenticato nell’auto dell’uomo e se domani ci sarà nuovamente il sole alto nel cielo, capisce che dovrà andare in spiaggia o la sera potrebbe ritrovarselo qui, a casa, per reclamarla.

LEZIONE DI ANAL

L’ano va acquisendo di giorno in giorno sempre maggiore importanza nella nostra società; che lo si voglia vedere come oggetto o soggetto di un’azione/pensiero, o come costante di riferimento, e’ oggidì una presenza amica sempre piu’ evidente nei costumi attuali. La prospiciente tendenza della natura all’anal e’ piu’ che evidente sia ad un attento esame storico-zoologico che nella vita di tutti i giorni. Gli a****li hanno infatti frequenti rapporti anal, sia tra sessi differenti che omosessuali.

Gatti, cani, e mammiferi vari (tra i quali l’uomo) sono tra le specie che piu’ frequentano questa pratica. Anal quindi visto come fenomeno perfettamente naturale e spontaneo, non con quella caratteristica di terribile peccato, fonte di eterna dannazione, che la religione cattolica vorrebbe attribuirgli.

Ma diamo un’occhiata piu’ approfondita nel rapporto anal tra gli esseri umani. Storicamente parlando, gia’ quando eravamo simpatici scimmioni, ci inchiappettavamo allegramente. Quasi tutti i resti di Uomo di Cro-Magnon arrivati fino a noi mostrano infatti delle notevolissime fratture nella zona dell’osso sacro, segno di frequenti rapporti anal.

Piu’ avanti, gli Egiziani solevano attardarsi in pratiche anal di vario genere, anche omosessuali; e’ infatti noto che le donne egiziane venivano mutilate di varie parti del loro sesso (clitoride, grandi labbra), mutilazioni che spesso portavano a gravi infezioni e non raramente alla morte. Queste asportazioni di tessuto avevano vari scopi: al contrario di quello che fecero piu’ tardi gli Ebrei, che si circoncidevano per motivi igienici, gli Egizi tendevano a mutilare le loro femmine sia per stabilire un rapporto di superiorità su di esse che per renderle meno “attraenti” per eventuali rivali in amore.

Da qui l’ampio schifo provato da molti uomini per queste vagine mozzate e il darsi attivamente o passivamente a pratiche sodomitiche. Piu’ tardi i Greci, popolo pilastro di qualsiasi cultura e/o societa’ moderna-occidentale, praticavano la sodomia come un’arte, circondandosi di giovani di bell’aspetto che potessero soddisfare prontamente ogni loro desiderio. I Romani continuarono in queste pratiche per tutta la durata del loro Impero.

Le invasioni barbariche in Europa, compiute da popolazioni nordico/scandinave, portarono una ventata di novità nelle pratiche anali, introducendo metodi piu’ brutali e virili, che prediligevano (e prediligono tutt’oggi) il sangue agli escrementi.

Dal medioevo al rinascimento vi fu un’escalation delle pratiche anal piu’ ardite, che sfociavano in manifestazioni (anche pubbliche) dalla natura piu’ diversa; dalle torture di impalamento messe in atto con i metodi piu’ disparati (pali, ma anche pietre piramidali, uncini, etc) compiute durante l’inquisizione alle pratiche sodomitiche di frati e preti, che chiusi in isolati conventi potevano cosi’ passare il tempo tra una zappata nei campi ed una preghiera.

Successivamente, in Francia, nel periodo che precedette immediatamente la Rivoluzione, i Libertini, massimi teorici del piacere universale, fecero dell’anal una vero e proprio culto, massima espressione delle loro efferatezze.

Il divino Marchese De Sade (di cui tratteremo piu’ avanti) fu un vero e proprio teorico dell’anal applicato a uomini, donne ed a****li.

Al giorno d’oggi, pur essendo la sodomia vietata per legge in molti Paesi (tra i quali molti stati degli USA), l’anal viene praticato con la massima libertà di espressione in ogni recondito angolo del mondo, dai Monaci Tibetani ai capi tribu’ Amazzonici, dagli aborigeni di Sumatra alle piu’ alte cariche pubbliche e politiche, dal ciabattino sotto casa mia fino alle piu’ insospettabili autorita’ ecclesiastiche.

CHI ALLORA?

Praticare l’anal non significa essere omosessuali (e neanche eterosessuali se e’ per questo); l’anal e’ semplicemente la piu’ alta espressione di libertà sessuale, raffinatezza e buon gusto nella ricerca del piacere, etichetta e savoir faire orgiastico.

UNA DEFINIZIONE PER TUTTI.

Ma che cos’e’ questa cosa che tutti abbiamo, che tutti, anche se inconsciamente, ci controlla, ci domina e ci delizia? Il canale rettale e’ da sempre stato considerato naturalmente dedicato all’escrezione di feci organiche solide (da qui in avanti definite MERDA).

Ora, nuove speculazioni ci conducono ad ampliare la considerazione che abbiamo per questo pertugio. Perche’ infatti, si sono domandati i massimi ricercatori, gli a****li a noi tanto cari, pallette di pelo come gatti e leali amici come i cani, si inchiappettano allegramente? Perche’ molte persone praticano con piacere la sodomia? Come mai la quasi totalità delle donne arrivate ai trent’anni ha gia’ provato il rapporto anale?

La risposta a tutti questi scottanti interrogativi e’ arrivata da sola, meravigliosa nella sua semplicità: perche’ il buon Signore ha dotato l’anal di terminazioni nervose atte a procurare piacere in caso di rapporto sessuale ivi condotto.

Ora, alcuni si chiederanno “Ma, se il buon Signore avesse voluto che il rapporto anale fosse praticato naturalmente, non avrebbe forse dotato il nostro condotto preferito di secrezioni atte ad favorire la penetrazione e diminuire l’attrito?”.
La domanda e’ lecita ed intelligente, ma ben tre sono le risposte:
Mica il buon Signore puo’ pensare a tutto lui, e che cazzo!
Gia’ il sudore del corpo di due amanti appassionati puo’ facilitare la penetrazione anale senza troppi problemi.

I rapporto anal e’ duro e doloroso, e da questo deriva gran parte del piacere che i due amanti provano (“il piacere passa sempre per il dolore”, come affermava il buon vecchio Marchese).
E’ stato inoltre scientificamente provato che i bambini in tenera eta’ tengono a trattenere all’interno del loro corpicino la merda, perche’ la presenza dello stronzo duro all’interno dell’ anal provoca loro inaudito piacere. Possiamo quindi dare una nuova e semplice definizione alla parola ANAL: “Anal, quando non inteso direttamente per indicare l’ano, e’ l’insieme di tutte le scienze, pratiche, filosofie, teorie ed attrezzi che concorrono a far provar piacere durante un rapporto anale”.

MANUTENZIONE ANAL

Come ogni parte del vostro corpo che sia soggetta a particolari sollecitazioni, sia interne che esterne, anche il nostro amico anal abbisogna di particolari cure per poter rimanere sempre elastico ed efficiente. Un lavaggio giornaliero con un detergente appropiato a seconda dell’eta’ e della consistenza (dal sapone Dove fino alla pasta abrasiva) puo’ non essere sufficiente; si trovano quindi in commercio particolari creme atte a mantenere una certa idratazione del muscolo in questione, mentre per la pulizia interna puo’ andar bene un comune spazzolino.

In caso di brutte malattie o sfoghi allergici o di altro tipo (ragadi, condilomi, polipi, verruche, emorroidi, cecchi) e’ meglio sospendere qualsiasi pratica anal fino alla completa guarigione (sempreche’ non si sia dei veri raffinati cultori di culi, dediti ad ogni esperienza!). Questa puo’ essere facilitata grazie all’applicazione di speciali composti (come la Preparazione H). Inoltre, una volta al mese sarebbe d’uopo una lubrificazione tramite peretta e liquido antiincrostante.

IL CULO

Il culo, che ha per punto focale l’anal, e’ stato per secoli considerato sacro agli Dei da molte popolazioni.

Al culo sono stati intitolati poemi, libri, racconti. Alcune religioni basano il loro dogma sul Culo. Il culo puo’ assumere diversissime fattezze, puo’ essere morbido o duro come il cuoio, grosso o piccolo, peloso e non peloso, maschile o femminile. Il culo maschile tende a distinguersi da quello femminile per i due incavi dei muscoli ai suoi lati, mentre quello femminile, dolce e meravigliosa invenzione, tende ad avere questi incavi livellati dal sottostante tessuto adiposo.

Come ci insegna inoltre il Divin Marchese, l’anal femminile e’ di solito roseo al suo interno, mentre quello maschile (che il nostro eroe tendeva a preferire) e’ piu’ scuro ed odoroso.

A chi di noi non e’ mai venuta la tentazione di mordere un culo? Chi di noi non lo ha accarezzato con lussuria, chi il proprio, chi quello del/della proprio/propria amante? Ah, il culo!

Il culo ha nella storia generato vari modi di dire, insulti prima di tutto: dal classico “vaffanculo” (contrazione del piu’ prosaico “vai a fare in culo”), a “ficcatelo in culo” (insulto generalmente accompagnato da un veloce gesto con le dita) a “culatone”, che indica volgarmente un maschio dedito alla pratica anal passiva.

Piu’ recentemente si sono fatti strada modi di dire piu’ gentili e raffinati, che con la domanda “E il culo?” estrinsecano con modi garbati l’impazienza di una persona nell’informarsi delle condizioni psicofisiche dell’anal del suo interlocutore.
Buone maniere e savoir faire, come dicevamo poc’anzi.

E’ NATO PRIMA L’ANAL O LA VAGINA?

Con questo dilemma si sono interrogati per secoli scienziati, filosofi e studiosi di ogni tipo. Oggi, grazie alle conoscenze che la moderna ricerca ci mette a disposizione, siamo in grado di dare finalmente una risposta definitiva a questo fondamentale quesito: Ebbene, sembra che sia nato prima proprio il nostro compagno anal.

Come si spiegherebbe in caso contrario la assoluta prevalenza (in misura molto vicina al 2:1) nel creato di ani piuttosto che di vulve? L’anal ha il dominio del pianeta.
Perche’ non usarlo?

L’ANAL IN CUCINA

I famosissimo (e buffo) termine culinaria, sebbene in molti lo negheranno, deriva da un’antica pratica dei patrizi romani. Le cucine di costoro erano naturalmente governate da schiave e schiavi, che accompivano con abilita’ alla preparazione delle vivande.

Tra questi vi era un particolare personaggio, il servo adibito al culinaria (sempre di sesso maschile): egli doveva all’occorrenza chinarsi e lasciare utilizzare il proprio anal per impreziosire il gusto di fantasiosi manicaretti, ma anche di portate di carne alla brace. L’anal dello schiavo veniva preparato con risolute frizioni di olio d’oliva, poi manicaretti, spiedini e quant’altro venivano passati, ed a volte infilati, sul/nell’anal del culinaria. Il culinaria godeva per questo suo compito di una posizione di privilegio all’interno della societa’ nobile romana ed i piu’ abili e gustosi tra di loro potevano addirittura raggiungere posizioni di importanza totalmente sconosciute agli schiavi comuni.

CABALA ANAL

L’anal corrisponde, in proporzione al culo che lo ospita, nel 99% dei caso in corretta posizione per rientrare nella formula “di perfezione” cabalistica ideata per primo dal matematico/alchimista Fibonacci. Questa formula, volta a definire le “proporzioni di bellezza e perfezione”, se applicata ad esempio al viso di Marilyn Monroe combacia al 100%. Come dire, l’anal e’ bello e perfetto.

La mia esperienza con una coppia cuckold parte 32

-Trentaduesima parte-

Carla ci svegliò involontariamente quando entrò in casa per fare le pulizie, noi eravamo ancora a letto assonnati e stanchi per la serata precedente, Simona mi baciò augurandomi il buongiorno per poi andare in cucina a preparare un caffè, quando mi trascinai per il corridoio Carla mi salutò e sorridendo mi disse:
– “Serata dura ieri eh…”;
– “Non ne hai idea…”.
Rise di gusto, sospirò e con un tono di voce che rifletteva invidia aggiunse:
– “Immagino, beati voi ragazzi, cosa vi devo dire?”.

Ricordai a Simona che quella sera saremmo dovuti andare a cena dai miei genitori, ci avevano invitati per darci il loro saluto prima della nostra partenza per le ferie, era entusiasta di essere loro ospite e naturalmente si era giù presa un vestito nuovo per l’occasione. Passammo la mattinata a preparare le valigie per poi pranzare verso le 13,00 quando se ne andò Carla, mentre sciacquava i piatti da mettere in lavastoviglie mi venne voglia, la presi da dietro puntandole il cazzo duro tra le chiappe, lei mi baciò ma mi disse che aveva bisogno di un po’ di riposo perché la sera prima le avevo “ridotto a brandelli il culetto”, testuali parole, ciò non toglie che un digestivo lo avrebbe preso volentieri, senza perdersi in chiacchiere si inginocchiò cominciando a farmi uno dei suoi memorabili pompini.

Nel frattempo suonò il cellulare, era mia madre, le risposi mentre Simona continuava a succhiarmelo, voleva accordarsi per la cena, chiese di lei ma le dissi che era in bagno, invece era sorridente e molto divertita per la mia difficoltà a parlare in maniera comprensibile. Ci spostammo in sala, mi sedetti sul divano mentre lei inginocchiata mi regalava un piacere infinito, quando sborrai le ricoprii il viso di sperma che ingoiò avidamente fino all’ultima goccia, non ne avevo mai basta di lei.

Nel pomeriggio andammo a farci un giro in moto vagando senza meta tra le colline vicino a casa, era bello passare il tempo con lei, il suo periodo di dolcezza stava continuando senza accennare a diminuire; era divertente, intelligente e molto sensuale, non ci si annoiava sicuramente.
Tornammo a casa nel tardo pomeriggio e ci preparammo per la cena, indossò il nuovo vestitino e prima di uscire sfilò davanti a me mentre la aspettavo in salone; era di colore nero, cortissimo e molto aderente, non indossava il reggiseno ed una generosa scollatura arrivava a mostrare i seni in maniera abbastanza evidente, calze a rete a maglia fine ed un paio di scarpe dello stesso colore con un tacco vertiginoso, mi chiese un parere e le dissi che era incantevole, mio padre avrebbe apprezzato e commentato in maniera entusiasta per quanto fosse bella, poi cambiò idea e si mise il reggiseno, si sentiva imbarazzata e non voleva passare per una zoccola, effettivamente quella scollatura era molto profonda.

Quando arrivammo a casa dei mei genitori mio padre la accolse calorosamente stringendola e commentando entusiasta:
– “Benvenuta Simona, sei uno spettacolo, quando ti invidio Gianluca…”.
Mia madre lo riprese dicendo che doveva darsi una calmata, la serata trascorse in allegria, avevano preparato un sacco di cibo ed alla fine pensavo di scoppiare per quanto avevo mangiato, Simona invece come al solito mangiò pochissimo.
Dopo cena ci trasferimmo in sala per bere il caffè, Simona e mia madre erano in sintonia tra di loro e quando due donne vanno d’accordo grossi problemi non ce ne sono mai.

Ci congedammo da loro verso le 23,30 per continuare la serata al bar, volevo salutare tutti prima delle ferie, speravo di non incontrare Roberta, invece appena entrati la notai al bancone che parlava con Peppe, quando vide Simona sgranò gli occhi ma ci aspettò per salutarci, ero imbarazzatissimo temendo il peggio, le presentai e loro si sorrisero senza dare in escandescenze, ci raggiunsero anche Marco e Sabrina e tutti insieme andammo a sederci ad un tavolo, avevo paura di lasciarle sole ma ad un certo punto andarono in bagno tutte insieme, ero terrorizzato, chissà se si sarebbero dette qualcosa.

Quando tornarono sembrava essere tutto ok, notai solo una leggera tensione negli occhi di Roberta che restò quasi tutto il resto della serata in silenzio.
Uscimmo dal bar verso le due, in macchina Simona mi raccontò cos’era successo in bagno:
– “Mi ha preso da parte e mi ha chiesto se sapevo che lei era la tua ex“;
– “E tu cosa le hai detto?”;
– “Che mi avevi raccontato poco di voi due, sapevo solo che vi eravate lasciati da poco…”;
– “Come l’ha presa secondo te? Temevo che vi prendeste per i capelli.

”;
– “Mi ha solo chiesto se ti amavo davvero, le ho risposto di si, mi ha augurato di avere più fortuna di lei e di non commettere l’errore che ha fatto, ti ama ancora moltissimo perché si è commossa…”;
– “E tu cosa le hai risposto?”;
– “Che speravo di essere più fortunata di lei, cosa che penso davvero in fin dei conti, comunque in fondo mi dispiace, mi sembra una brava ragazza, non voglio intromettermi tra di voi ma secondo me devi decidere una volta per tutte se vuoi tornarci insieme oppure no, secondo me è troppo innamorata di te per riuscire a farsi bastare una vita da amante…”;
– “Ma io ho già deciso che non tornerò mai insieme a lei, a meno che tu voglia liberarti di me…”;
– “Stai scherzando vero? Io non ho la minima intenzione di lasciarti e sapessi quanta fatica faccio a digerire le tue scappatele con lei…”;
– “Le mie non sono scappatelle, non si confidano alla propria ragazza, tu eri a conoscenza del nostro incontro, poi è stata una sola volta…”;
– “E’ vero, non sono nelle condizioni di fare la gelosa, infatti lo accetto, a fatica ma lo accetto.

”;
– “Se le cose stanno così farò in modo che non succeda mai più allora, sei tu quella che mi interessa. ”;
– “Lo apprezzerei molto, non me lo devi ma se la eviterai saprò dimostrarti la mia gratitudine…”.
Arrivammo a casa ed appena entrati mi saltò al collo baciandomi con passione sulla porta:
– “Sono una stupida a volerti tutto per me vero?”;
– “Perché dovresti essere una stupida scusa?”;
– “Perché una troia come me non dovrebbe pretendere che il suo amante le sia fedele…”;
– “Non sei una troia…”;
– “Non è vero, sono una sporca troia e lo sai…”;
– “Le troie vanno con tutti, tu solo con me…”;
– “Io sono una donna sposata e tu non sei mio marito, se non vuol dire essere troia scoparsi un altro uomo come mi definiresti? Non mi faccio nemmeno più scopare da mio marito, solo da te, sono una troia…”;
– “Appunto, solo da me, ti fai scopare da me solo perché tuo marito è uno sfigato, poi non voglio che dici che sono il tuo amante, voglio essere il tuo uomo non un semplice amante.

”;
– “Hai ragione scusa, però sono una troia, voglio che mi chiami così stasera e tutte le volte che vuoi, non mi offendo, anzi mi eccita sentirmi chiamare così da te…”;
– “Allora spogliati e fatti vedere quanto sei bella, troia!”.
Sorrise e mi accompagnò in camera, mi fece coricare sul letto dopo avermi tolto le scarpe, si spogliò lentamente, si tolse il reggiseno ed il perizoma restando solamente con le scarpe, le feci segno di tenerle:
– “Sei uno spettacolo cazzo, fammi vedere dove vuoi il cazzo, troia!” – sorrise divertita, si girò con il culo verso di me, si piegò a novanta gradi, aprì con le mani le chiappe, girò la testa verso di me e mi disse:
– “Ho le mie cose, lo voglio nel culo!”;
– “Lo vuoi sempre nel culo, anche quando non hai il ciclo…”;
– “E’ vero, mi piace tanto nel culo, me lo scoperai stasera?”;
– “Dipende, se me lo chiederai per piacere troia!”;
– “Sono una troia è vero, alle troie piace prenderlo nel culo e bere la sborra, ti prego inculami come piace a me…”;
– “Mi hai convinto, adesso vieni qui e baciami!”.

Gattonando sul letto si coricò su di me baciandomi con passione, la feci abbassare per farmelo succhiare, si attaccò con voracità, poco dopo la invitai a sedersi con il culo sul mio cazzo, lo fece dandomi la schiena penetrandosi in profondità, la inculai a lungo in quella posizione, poi la presi per le gambe sollevandogliele ed aggrappandomi tirandola verso di me con molta violenza, quella che in gergo pornografico si chiama Nelson, continuai in quella posizione mentre lei mi incitava in continuazione a non fermarmi, continuai a lungo alternando varie posizioni finché fu il momento di venirle copiosamente sul viso, la schizzai ovunque sporcandole parecchio i capelli, vederla ripulirsi il viso usando il mio cazzo era uno spettacolo:
– “Sei proprio una troia Simona…”;
– “E’ vero, sono una troia a cui piace tanto il tuo sperma, vieni con me…”.

Entrammo in doccia, ne aveva bisogno visto come l’avevo ridotta, pure io perché ero sudatissimo, si inginocchiò succhiandomelo nuovamente, avevo bisogno di pisciare, la classica pisciata dopo aver sborrato, si spostò leggermente di lato, mi guardò e mi disse:
– “Falla pure…”;
Cominciai una lunga pisciata, quasi intimidita la guardò spostando il suo sguardo verso di me, ad un certo punto allungò una mano bagnandosela con la mia urina, la leccò e se la spalmò in faccia, timidamente aprì la bocca, tirando fuori la lingua per poi metterla sotto il getto caldo, la guardai perplesso senza dire nulla, quando smisi si prese il cazzo in bocca ingoiando le ultime gocce:
– “Era da un po’ che volevo farlo ma non avevo mai avuto il coraggio…”;
– “Piaciuta?”;
– “Ad essere sincera non particolarmente però voglio assaporare tutto di te…”;
– “Fai pure quello che desideri…”;
– “A te eccita la cosa?”;
– “Non particolarmente ad essere sincero, però mi piace sapere che vuoi sperimentare sempre cose nuove e che non escludi nulla…”;
– “Non lo avevo mai fatto prima d’ora ma con te mi sento pronta per qualsiasi cosa, l’importante è darti piacere, sono disposta a tutto per te Gianluca…”;
– “Questo mi fa molto piacere…”;
– “Qualsiasi cosa intesi?”.

Riprese a succhiarmelo sorridendo sodisfatta, il suo insistere sul fatto di essere disposta a tutto per me mi fece temere qualche sua richiesta esagerata nei miei confronti, ero un po’ preoccupato ma avrei valutato le eventuali proposte tempo ed ora, quello a cui voleva arrivare però era prossimo a palesarsi. Dopo aver terminato la doccia tornammo a letto, stretti stretti con il suo corpo nudo sempre attaccato al mio, aveva la testa appoggiata sul mio petto e mi accarezzava la pancia e le gambe, ad un tratto sollevò la testa e mi disse:
– “Posso farti una domanda?”;
– “Dimmi…”;
– “Hai valutato quella proposta che ti avevo fatto tempo fa?”;
– “Me ne hai fatte tante di proposte, a quale ti riferisci?”;
– “Voglio un figlio da te Gianluca…”;
– “Wow, argomento delicato questo…”;
– “Non voglio forzarti ma ci terrei moltissimo, anche Paolo ci tiene che sia te a farmi questo enorme regalo, lui come ben sai non può avere figli…”;
– “Me lo avevi detto, non so Simona è una cosa grossa quella che vuoi, non credo di sentirmela…”;
– “Non voglio nemmeno che ti offendi ma sapremmo essere molto generosi e quando dico molto intendo davvero moltissimo, non so se mi sono spiegata?”;
– “Ti sei spiegata benissimo ma non me la sento proprio.

”;
– “Vabbè dai, io ci tenevo che fossi te a farmi questo regalo, saresti anche potuto essergli vicino, non come padre naturalmente, ma il tuo ruolo sarebbe di primissimo piano nella sua vita…”;
– “Non me la sento proprio Simona. ”;
– “Ok, ok non tornerò più sull’argomento allora, ricordati però che se cambiassi idea mi renderesti la donna più felice al mondo. ”.
Si addormentò tra le mie braccia, io invece tornai a riflettere sulla sua proposta; mettere al mondo un figlio è una cosa seria, farlo in quelle condizioni non era l’ideale, anche se avrei dovuto rinunciare sicuramente ad un bel gruzzolo non potevo abbassarmi a tanto, sarebbe stato davvero troppo, non avrei mai accettato, poteva anche incazzarsi e troncare il rapporto, non me ne fregava niente.

La mattina successiva ci svegliammo entrambi tardi, erano le 11 quando il cellulare di Simona squillò svegliandoci all’improvviso, era Paolo che avvisava del suo arrivo nel primo pomeriggio, era riuscito a liberarsi prima. Mi baciò teneramente:
– “Buongiorno amore mio, scusami per ieri sera ma ero così felice che le parole mi sono uscite spontanee, non volevo metterti in imbarazzo, accetto il tuo pensiero, non ti scoccerò più promesso! Non ti sei arrabbiato vero?”;
– “Tranquilla, io no, spero che non crei problemi a te la cosa.

”;
– “Il mio è un sogno, prima o poi lo realizzerò, è solo che in questo momento non vorrei che nessun altro sia il padre di mio figlio al di fuori di te, vorrà dire che percorreremo altre strade…”;
– “Ci mancherebbe, siete liberi di fare quello che riterrete opportuno, lasciatemi solo fuori. ”;
– “Discorso chiuso, ti ho già detto che ti amo oggi?”.
Corse in cucina a preparare la colazione, essendo tardi ci limitammo ad un caffè, avevamo deciso di andare in piscina nel pomeriggio, Paolo ci avrebbe aspettato a casa oppure ci avrebbe raggiunto se arrivava ad un orario decente.

Arrivammo sul posto verso le 12,30, c’erano anche Marco e Sabrina, le donne si appartarono sotto il sole, immerse nei loro conciliaboli, mentre io e Marco andammo a farci il bagno, gli raccontai della loro proposta ed anche lui mi disse che la mia scelta era giusta, però mi suggerì di capitalizzare al massimo finché la storia durava, sembrava quasi il mio manager, scherzammo un po’ sulla questione. In effetti per come la situazione stava evolvendo mi sarei dovuto aspettare che prima o poi tutto finisse, tanto valeva godermela il più possibile e ricavarne qualcosa per il futuro, non mi andava di fare la puttana però nemmeno restare a bocca asciutta, dovevo sfruttarli meglio, mi sarei dato da fare in tal senso.

Il pomeriggio trascorse in fretta, Paolo arrivò in città verso le 16,00 ma decise di aspettarci a casa, ne avrebbe approfittato per riposarsi un po’. Quando arrivammo a casa erano le 18,30 circa, era in salone al telefono con un suo collaboratore e lo stava riprendendo in maniera molto aggressiva; restai sorpreso dal suo modo di fare così autoritario, lo conoscevo come un ometto sottomesso e remissivo, sentirlo così agguerrito mi stupì moltissimo, sapevo che nel suo lavoro ci sapeva fare ma non lo credevo capace di certi atteggiamenti.

Simona mi spiegò che sul lavoro era fatto così, gestiva da solo un’attività che fatturava moltissimo e nel suo campo era tra i migliori in assoluto, quando finì di parlare al telefono ci raggiunse in camera da letto abbracciando e baciando la moglie:
– “Scusate se non vi ho salutato prima ma mi hanno fatto incazzare come una bestia, ho lasciato l’ufficio da poche ore e già sono in crisi, come cazzo faccio a lasciarli da soli quindici giorni? Ciao Gianluca, scusa anche a te, tutto bene spero.

”;
– “Tutto bene grazie, certo che su lavoro sei un’altra persona tu…”;
– “Si sul lavoro non mi posso permettere di essere debole, la mia indole è quella che tu conosci nella vita privata però se non mi sforzassi così sarei già fallito. ”;
– “Prima o poi mi dovrai spiegare di cosa ti occupi di preciso, sono curioso…”;
– “Quando vuoi, poi io sono sempre alla ricerca di validi collaboratori, in quanto a palle tu saresti perfetto per il mio lavoro, per il resto sei un ragazzo sveglio, secondo me saresti tagliato, avremo modo di parlarne in ferie se ti va.

”;
– “Nessun problema, sono qua. ” – Simona ci interruppe:
– “Non voglio essere trascurata da voi due, in mia presenza non voglio sentir parlare di lavoro ok?” – io ero invece interessato, il lavoro che avevo non era proprio il massimo ed ero da tempo alla ricerca di uno nuovo, le risposi seccato:
– “Non ti preoccupare non sarai trascurata, tu non hai problemi nel cercarti un lavoro, io invece non ho nessuno che mi mantiene e devo invece preoccuparmene, se non vuoi ascoltarci vai a farti la doccia così non ci sentirai!”;
– “Hai ragione, vado a farmi la doccia, ti aspetto dentro oppure la fai dopo?”;
– “Me la faccio dopo vai pure.

”.
Mi diede un bacio andandosene a testa bassa, Paolo mi guardò e mi disse:
– “E’ proprio totalmente sottomessa a te Gianluca, ti ammiro sai?”;
– “Grazie, è da qualche giorno che è particolarmente dolce e sottomessa effettivamente…”;
– “Tutto merito tuo, mi ha raccontato del tuo ritorno di fiamma con Roberta, era parecchio triste quando l’ho sentita…”;
– “Adesso è tutto chiarito…”;
– “Ti posso chiedere un piacere?”;
– “Se posso…”;
– “Più tardi quando la scoperai voglio che la umili in più possibile, lo farai per me?”;
– “Ultimamente è parecchio predisposta a farsi umiliare, ti ha raccontato di ieri sera?”;
– “Non mi ha detto niente, racconta ti prego…”.

Gli raccontai velocemente l’accaduto, lei era ancora sotto la doccia, quando gli dissi che si era fatta quasi pisciare in bocca sgranò gli occhi e disse:
– “Non lo aveva mai fatto, non credevo che arrivasse a tanto, ti prego stasera faglielo rifare, devo assolutamente vederla…”;
– “Vediamo dai, ma torniamo al discorso del lavoro…”.
Parlammo ancora un po’ del suo lavoro, aveva a che fare parecchio con imprese dalle mie parti, mi promise di interessarsi per un eventuale mio inserimento nel suo ambito, senza entrare troppo nei particolari la cosa mi interessava parecchio.

Simona ci raggiunse dopo essersi sistemata, andai a farmi la doccia anch’io dopodiché cenammo in salone, aveva preparato una buona cenetta, era servizievole e ci lasciava parlare senza interromperci. Mentre era in cucina a sistemare i piatti Paolo tornò a chiedermi di umiliarla il più possibile, voleva vederla trattata come lui non era mai riuscito a fare, inoltre era eccitatissimo dall’idea di vederla farsi pisciare in faccia, continuava ad insistere su questa cosa. A forza di sentirmelo chiedere da suo marito mi venne una gran voglia di usarla nel vero senso della parola, non che fino ad allora mi fossi limitato, però è strano che un uomo desideri che qualcun altro riduca ad una cagna la propria moglie, è difficile spiegare cosa vuol dire se non ci si trova dentro, fatto sta che a forza di insistere mi venne davvero una gran voglia di farle fare di tutto.

Quando tornò in salone le dissi:
– “Simona, tuo marito vuole vederci scopare…” – Paolo arrossì vistosamente, non si aspettava che le rivelassi che avevamo parlato di lei in sua assenza – “Vai di la e mettiti qualcosa di carino, ti va?”;
– “Certo che mi va, che domande…” – poi girandosi verso il marito con un tono di disprezzo gli disse: “Chissà quante seghe ti farai in questi quindici giorni, pensa che ho le mie cose e mi può solo inculare, a meno che non voglia ripetere quello che abbiamo fatto l’altra sera in bagno…”.

Paolo appena si allontanò mi chiese a cosa si riferisse, quando glielo raccontai cominciò a sudare come un cammello pregandomi di rifarlo:
– “Ne hai di pretese stasera…”;
– “Scusa ma non mi aveva detto nulla, di solito mi racconta tutto e sono un po’ di giorni che non la vedo, dai Gianluca…”.
Non gli risposi, mi divertiva vedere quell’ometto in tensione pregarmi di fare le porcate più assurde con sua moglie, mi sembrava sempre di più di vivere la vita di un altro, non sapevo fino a quando fosse durata questa folle avventura, però cominciavo ad assaporarla come se fossi in un parco divertimenti, ero sempre meno coinvolto sentimentalmente, non mi sembrava ancora vero che stesse accadendo tutto ciò, poteva essere una bella trama per un film porno, uno di quelli che prevedono anche una storia però.

Dopo pochi minuti apparve Simona come un miraggio, era di una bellezza mozzafiato, indossava un completino nero: reggiseno di pizzo a balconcino che alzava in maniera sensualissima il suo meraviglioso seno, calze autoreggenti velate nere con i bordi di pizzo, sostenute da un reggicalze molto elaborato ed un micro perizoma che disegnava il suo straordinario culo, un paio di scarpe nere con il tacco altissimo la slanciavano rendendola assolutamente abbagliante, sinceramente quella donna era la più bella che avessi mai visto, il suo sguardo magnetico stregò entrambi, sorrideva camminando verso di noi ondeggiando i fianchi come una pantera pronta ad aggredire.

Si fermò davanti al tavolo del salone, appoggiò le mani e cominciò ad ondeggiare il culo in maniera provocatoria, la guardai ammirato e sorridendole le dissi:
– “Tuo marito è un coglione, ha una donna così e non la scopa lasciandola nelle grinfie di un altro, come lo definiresti?”;
– “Lo definirei uno sfigato segaiolo, pure impotente ultimamente…”.
Gli si avvicinò sculettando come una battona da strada, si fermò davanti a lui ed abbassandosi gli stampò un bacio sulla fronte tenendogli il viso tra le mani, poi gli prese il cazzo tra le mani stringendoglielo forte e con tono di disprezzo gli disse:
– “Come cazzo fai ad avercelo ancora moscio? Quello di Gianluca sarà già duro come il marmo, avrà le vene belle in vista sull’asta come un vero cazzo dominante, starai mica diventando un ricchione?” – Paolo sudava copiosamente e deglutiva nervosamente, il viso teso per il dolore che gli provocava la stretta della moglie agli attributi – “Rispondi, stai diventando ricchione per caso?”;
– “No Simona, è solo che non mi sento in grado di scoparti come lui, lo sai…”;
– “Quando lo vedrai scoparmi ti diventerà duro?”;
– “Oh si, durissimo…”;
– “Hai il divieto di tirarlo fuori stasera capito? Se ti vedo il cazzetto mi passa l’eccitazione, sborrati nelle mutande segaiolo!”.

Detto ciò si alzò venendomi incontro, aveva lo sguardo aggressivo, appena fu vicina a me la guardai e con tono deciso le dissi:
– “Adesso avrai a che fare con me, occhio a come ti comporti, non sono tuo marito io capito?”;
– “Lo so Gianluca, so benissimo con chi ho a che fare…”.
Mi alzai in piedi e le ordinai di inginocchiarsi davanti a me, abbassò lo sguardo e senza fiatare obbedì restando ferma e guardandomi dal basso verso l’alto con aria sottomessa, le presi la testa e le feci appoggiare la bocca sul mio cazzo duro, ero in mutande come al solito, lei aprì la bocca e lo leccò, sorrise e rivolta al marito disse:
– “Come immaginavo è duro come il marmo questo gran cazzo…posso prenderlo in bocca tesoro?”.

Le feci un cenno con la testa, lei mi sfilò gli slip e si piazzò con la faccia sotto alle mie palle cominciando a leccarmi il buco del culo, la sua calda lingua lo bagnava spingendo leggermente con la punta, guardando negli occhi il marito presi la testa di sua moglie spingendola con forza verso di me, respirava a fatica e la sentivo ansimare. Poco dopo, prendendola per i capelli, la sollevai leggermente facendole prendere in bocca il cazzo tutto in fondo fino alle palle tenendola giù, con le dita le chiusi le narici per impedirle di respirare, le mancava il fiato ed apriva la bocca sempre di più per cercare di respirare, dai lati cominciò a colare saliva e dagli occhi le prime lacrime, le feci prendere fiato facendolo uscire, fili di saliva collegavano il mio membro e la sua bocca, prese aria e subito dopo rifeci la stessa cosa, il mio cazzo era ricoperto dalla saliva che si confondeva con il rossetto che ormai era sbavato ovunque, il suo viso era provato ma lasciava trasparire una grande eccitazione nel farsi usare in quel modo:
– “Dillo a tuo marito quanto ti piace farti usare in questo modo…”;
– “Oh si, mi piace tantissimo Paolo…”;
– “Lo vuoi nel culo adesso?”;
– “Oh si, inculami ti prego, fammi male…”;
La sollevai facendola coricare sul divano con la pancia in alto e la testa appoggiata sul bracciolo, mi piazzai in piedi e le infilai il cazzo in gola, alzai un piede appoggiandolo a fianco la sua testa cominciando a scoparle letteralmente la bocca, la teneva aperta quel tanto che bastava per permettermi il movimento, le sue labbra sembravano una figa e lo abbracciavano, la pompavo forte, nonostante ciò riusciva a non toccarmelo con i denti.

Poco dopo la feci girare a carponi sul divano facendole succhiare nuovamente il cazzo, il suo meraviglioso culo aspettava solo di essere scopato, guardai Paolo e gli ordinai di togliere il perizoma alla moglie, lui si piazzò sul divano sfilandoglielo lentamente, lo annusò e se lo infilò timidamente nelle mutande, guardava il suo culo e deglutiva eccitato, lei si cominciò a sgrillettare il clitoride, volevo dare un po’ di soddisfazione anche a lui quindi gli dissi:
– “Da quanto tempo è che non lecchi la figa ed il culo a tua moglie Paolo?”;
– “Da tantissimo tempo…”;
– “Prepara il suo buco del culo alla mia penetrazione dai…”;
– “Oh Grazie!”.

Cominciò a leccarle il buco del culo con estrema passione, lei sorrideva con il mio cazzo in bocca cominciando ad apprezzare il lavoro di lingua del marito:
– “Leccale anche la figa, non vedi che si sta eccitando?”;
– “Ma ha il ciclo…”;
– “Avrai mica schifo di tua moglie? Poi ha l’assorbente interno, muoviti lecca!”.
Senza obiettare ulteriormente cominciò a leccargliela, quell’ometto schifoso era così eccitato che non si limitava e passare la lingua sulle labbra come immaginavo avesse fatto, infilava la lingua dentro leccando l’assorbente, Simona spalancò gli occhi e disse:
– “Cazzo mi stai leccando anche dentro Paolo…”.

Lui non le rispose nemmeno continuando il suo lavoro finché non esclamò:
– “Oh cazzo…”.
Cominciò a stringere nervosamente le gambe quasi saltando sul divano, lo guardai e gli chiesi:
– “Ti sei sborrato nelle mutande scemo?”;
– “Si…”;
– “Stai messo male amico…”;
– “Scusate…”;
– “Ti farai la doccia dopo scemo, adesso mettiti buono e guarda!”.
Tornò a sedersi sulla poltrona, rosso in faccia come un peperone, era sudato e la camicia che indossava era fradicia, feci mettere a carponi Simona a terra con il viso verso di lui e la inculai violentemente:
– “Oooooh siììì, cazzo che male!!!”.

La scopavo forte, i suoi lamenti erano subito seguiti da richieste di non fermarmi, guardava il marito insultandolo in continuazione, invece di offendersi l’ometto era visibilmente eccitato, continuava a toccarsi il cazzo da sopra i pantaloni dicendole che la amava da impazzire. Raggiunse l’orgasmo tra una serie di insulti al marito e di complimenti a me, Paolo sembrava in estasi vedendola godere in quel modo, ci baciammo a lungo seduti sul divano, me lo riprese in bocca cominciando a succhiarmelo e segarmelo velocemente chiedendomi di darle da bere il mio sperma, ma io non ero ancora pronto, la presi in braccio portandola in bagno, invitai Paolo a seguirci, si mise seduto sulla tazza del water, appena entrai nella vasca lei sorrise dicendomi che mi amava da impazzire, aveva capito che volevo nuovamente scoparla nella figa nonostante fosse mestruata, prima di entrarci anche lei si sfilò l’assorbente interno, era poco sporco ormai, lo fece dondolare davanti al viso del marito facendoglielo cadere sulle ginocchia, lui lo prese, lo annusò e se lo infilò tra le mutande eccitatissimo, Simona si accomodò sul mio cazzo penetrandosi nella figa, cominciò a cavalcarmi con estrema frenesia continuando ad imprecare nei confronti del marito.

Dopo averla scopata in quella posizione a lungo la feci alzare facendola mettere con un piede appoggiato sul bordo della vasca ed il viso rivolto verso Paolo, ripresi a scoparla riempiendola poco dopo di sperma, ebbe anche lei un nuovo orgasmo:
– “Oooooh siììì, Gianluca io ti amo!!!”.
Paolo era stravolto, sembrava avesse appena finito lui di scoparla:
– “Siete stati strepitosi, grazie!”.
Simona baciandomi rise del marito invitandomi a fare la doccia, Paolo mi fece un cenno d’intesa, voleva ricordarmi la richiesta che mi aveva fatto prima, avevo intenzione di soddisfarlo quella sera, per poi tornare alla carica sul discorso del lavoro.

Entrammo in doccia, chiesi a Simona di lavarmi, lo fece volentieri, quando arrivò a lavarmi il cazzo era inginocchiata davanti a me con la faccia nella posizione ideale, guardai Paolo e poi le dissi:
– “Simona, devo pisciare…” – sorrise, credo che avesse capito tutto, compreso l’accordo tra me ed il marito, me lo segò delicatamente, era duro, lo guardò con aria indecisa, si girò verso Paolo che era con gli occhi spalancati e la mano sul cazzo in trepidante attesa, mi guardò negli occhi e disse:
– “Mi devo spostare?”;
– “Vedi te, a me scappa, fai quello che vuoi…”.

Sorrise nuovamente, succhiò la cappella delicatamente, poi aprì la bocca indirizzandoselo a pochi centimetri dall’apertura, mi guardò con aria eccitata ma titubante e sussurrò:
– “Falla…”.
Il primo getto di urina le entrò dritto in bocca, la sua mano tremò abbassando il cazzo sui seni, la sputò tossendo per poi riavvicinarselo alla bocca, questa volta la sputò senza dare l’impressione che le fosse andata di traverso, si fece inondare il viso ed i capelli, chiudeva gli occhi e se li sfregava con l’altra mano, evidentemente le bruciavano, mi stavano uscendo ancora le ultime gocce quando lo prese in bocca ingoiandone una piccola quantità a fatica, evidentemente non gradiva il gusto, lo succhiò a lungo, non mi ero perso un secondo, quando girai gli occhi verso Paolo sbalordito, aveva il cazzo in mano, si era segato, aveva sborrato e se lo stava asciugando sul perizoma di Simona, mi venne da ridere nel vederlo, si girò anche lei e scoppiò a ridere di gusto:
– “Piaciuto lo spettacolo sfigato? Se fai il bravo te lo farò rivedere un’altra volta, devo abituarmi ma mi è piaciuto anche il sapore stavolta, brucia solo da morire negli occhi, a te è piaciuto tesoro?”;
– “A me piace vederti fare qualunque cosa…”;
– “Aspetta che te lo sciacquo per bene…”.

Finimmo di farci la doccia, quando uscimmo ignorai Paolo uscendo dal bagno, sentii solamente Simona rimproverarlo aspramente:
– “Guarda che casino e come sei ridotto, fai pena cazzo, fatti una doccia e ripulisci tutto per bene, domani quando verrà Carla a pulire non deve trovare sto schifo intesi?”.
Mi venne da ridere, ero sicuro che Paolo fosse stato abbondantemente soddisfatto quella sera, a me non interessava che Simona ripetesse l’esperienza, era stato però molto eccitante vederglielo fare, unicamente per lo stato di completa sottomissione nei miei confronti, non avevo provato del vero e proprio piacere in quel gesto, però mi aveva esaltato la situazione.

Mi raggiunse nel letto poco dopo, la mattina seguente saremmo partiti per le ferie, avevamo l’aereo alle 9,00 e ci saremmo dovuti svegliare presto, era meglio riposare.

Continua….

La mia esperienza con una coppia cuckold parte 31

-Trentunesima parte-

Andammo a letto, era stanchissima, si addormentò quasi subito nuda e tra le mie braccia come al solito, restai sveglio per un po’ ripensando a quello che era successo; cominciavo a capire cosa le piaceva e cosa la faceva impazzire, non solo a letto, non era vero che non ero coinvolto da Roberta, quella serata aveva riacceso qualcosa nel mio cuore, corrispondeva invece al vero che Simona era il massimo da qualsiasi punto di vista, restava il fatto che con lei non ci poteva essere un futuro, con Roberta invece si.

Ero però così coinvolto ed appagato dal sesso con Simona che speravo di poter stare con lei ancora a lungo, non ero più così innamorato di lei, avevo preso consapevolezza che non dovevo crearmi troppe aspettative dal nostro rapporto, però scoparsi una donna così in una situazione del genere quando mi sarebbe potuto capitare nuovamente? Inoltre i bonus che cominciavo a raccogliere erano sempre più interessanti, avrei sfruttato al massimo quello che potevano darmi, in fin dei conti erano loro che mi avevano cercato e che necessitavano dei miei “servizi”, perché non mettere da parte il più possibile se c’era l’opportunità di farlo?
La mattina seguente mi svegliai, Simona era andata a prepararmi la colazione, era dolce e servizievole come una schiavetta, sapere di avere addomesticato una donna così mi riempiva di orgoglio, mi ringraziò nuovamente per la serata precedente e mi salutò dicendomi:
– “Ci vediamo in pausa pranzo amore mio, ti preparerò un buon pranzetto, ringrazio il cielo di avermi fatto incontrare con te…”.

Al lavoro il mio direttore mi disse che volendo poteva darmi le ferie già dal giorno dopo, il venerdì, accettai volentieri, avrei avuto tempo di stare con Simona senza il marito tra le shitole fino a sabato sera. Rincasai per la pausa pranzo verso le 13,00, dovevo rientrare alle 15, trovai ancora in casa Carla che puliva casa, Simona mi corse incontro baciandomi nel corridoio:
– “Bentornato a casa amore mio, il pranzo è pronto…”;
– “Grazie, che bella accoglienza, ho una sorpresa per te, da domani sono già in ferie.

”;
– “Che bello tesoro mio, due giorni in più insieme, avrei una gran voglia di festeggiare la notizia…”.
Carla in quel momento entrò nel corridoio, sorrise e disse:
– “Che belli che siete insieme ragazzi, formate una coppia perfetta voi due. ” – Simona sorrise e le rispose:
– “Vero che stiamo bene insieme? Spero duri per sempre, come farei senza di lui…”.
Pranzammo mentre Carla era ancora tutta affaccendata a pulire, ci accordammo per una corsetta al mio ritorno a casa verso le 18, Simona era ancora nel suo momento di dolcezza infinita, risultava perfino appiccicosa per quanto mi serviva e riveriva, non che la cosa mi desse fastidio ci mancherebbe altro, mi aspettavo da un momento all’altro il suo passaggio alla fase selvaggia, era già successo altre volte ma non era durata tanto così.

Tornai al lavoro ed alla fine della giornata salutai tutti i miei colleghi, sarebbero state ferie meravigliose, almeno lo speravo con tutto il cuore.
Quando tornai a casa Simona mi aspettava già in tenuta da corsa, uscimmo dopo 15 minuti e restammo fuori un’oretta. Eravamo entrambi in forma particolare e forzammo parecchio quella sera, quando rientrammo in casa eravamo entrambi sudatissimi, mi chiese di fare la doccia per prima, io restai in salone ad aspettarla guardando un po’ la TV, poco dopo arrivò completamente nuda e si sedette sulle mie ginocchia, era bellissima e profumata come una rosa, mi abbracciò baciandomi appassionatamente, era dolcissima:
– “Fammi andare a fare la doccia, puzzo come una capra…”;
– “Mi piace da impazzire il tuo odore…”;
– “Non è odore in questo momento, è puzza, dai lasciami andare a fare la doccia…”;
– “Mi piace il tuo odore invece, mi eccita, posso lavarti io?”;
– “Certo che puoi, tanto vale che sei uscita dalla doccia allora…”;
– “Non ti voglio lavare sotto la doccia, vieni con me…”.

Mi prese per mano, la seguivo con gli occhi fissi sul suo culo, tra poco me lo sarei divorato. Invece di portarmi in bagno mi accompagnò in camera:
– “Guarda che il bagno è di la…”.
Non mi rispose nemmeno, mi spogliò completamente baciandomi in continuazione, mi fece coricare sul letto mettendosi seduta sopra il mio cazzo che era già duro come il marmo:
– “Sono sporco e le lenzuola pulite…”;
– “Uffa ma quanto parli, non costringermi a bendarti anche…”.

In quel momento notai che sul letto c’erano 4 foulard di seta neri, la guardai incuriosito, mi fece segno con il dito di stare zitto, mi allungò le braccia verso la testata del letto e mi legò i polsi usando i foulard:
– “Tu sei pazza…”.
Usò gli altri due foulard per legarmi i piedi alla pediera del letto, poi si alzò e mi disse con aria sensualissima:
– “Se non stai fermo e zitto di dovrò bendare, però mi piacerebbe che vedessi quello che farò…”;
– “Mi devo preoccupare?…”;
– “Non è una punizione quella che riceverai, non hai nulla da temere…”.

Si piegò verso i miei piedi annusandoli, sentivo il suo fiato farsi affannato, puzzavano sicuramente parecchio ma conoscevo la sua passione per le mie estremità, la cosa ormai non mi stupiva, passò la lingua sulla pianta insalivandola moltissimo, era una sensazione strana, la guardavo mentre lo faceva, era così eccitata che chiudeva gli occhi e ansimava stimolandosi il clitoride, sembrava una cagnetta che lecca il suo padrone, mi lavò letteralmente il piede con la sua saliva, asciugandolo con la lingua, mi faceva un po’ di solletico e quando istintivamente flettevo il piede mi chiedeva di stare fermo, quando passò al secondo piede la guardai e le dissi:
– “Sembri una cagnolina per come lecchi bene…”;
– “Sono la tua cagna, ti piace quello che sto facendo padroncino?”;
– “Te lo dirò quando avrai finito…”.

Dopo aver ripetuto l’operazione anche sull’altro piede passò alle gambe, continuavo a guardarla eccitato per la dedizione e la passione che ci metteva, saltò i genitali salendo verso la pancia, era seduta sul mio cazzo, sentivo la sua figa calda e liscia strofinarsi sopra, passò al petto ed alle ascelle:
– “Ma ti piace davvero farlo?”.
– “Non hai idea quanto…”.
Le sorrisi eccitatissimo, lei riprese il lavaggio leccandomi il collo, il suo alito mi faceva venire la pelle d’oca su tutto il corpo, mi sussurrò all’orecchio:
– “Adesso passo alle parti più interessanti…”;
– “Non vedevo l’ora…”;
– “Sei un porco…”.

Si mise con la testa in mezzo alle mie gambe, cominciò a leccarmi le palle, le prendeva in bocca succhiandole fino quasi a farmi male, leccò a lungo il buco del culo mentre si sgrillettava nervosamente, sempre con maggiore intensità, quando arrivò a prendermi la cappella in bocca un brivido mi scorse lungo tutto la schiena, un piacere intenso prese il sopravvento:
– “Oh cazzo Simona tu mi farai impazzire prima o poi”;
– “Cosa fai? Non starai mica per venire??”;
– “Credo che ci manchi davvero poco, non so come mai…”;
– “Forse ti ho fatto eccitare troppo, sono felice che ti sia piaciuto così tanto, vorrà dire che lo rifarò spesso questo giochino, dai svuotati le palle tanto ti ritorna duro in un attimo, questa cosa era per darti piacere, io sono soddisfatta così…”;
– “Ma no dai, lasciami prendere fiato un attimo…”.

Senza dire altro lo prese in bocca succhiandomelo in maniera esagerata, sentivo che stavo per scoppiare, non ero così veloce di solito ma quello che aveva fatto mi aveva stimolato forse più di quello che credessi, non vedendomi sborrarre prese a segarmelo mentre lo succhiava, con un dito spinse tra palle e buco del culo, le riempii la bocca con tanto di quello sperma che fece fatica a riceverlo tutto, aprendo la bocca per ingoiarlo schizzai sporcandole il viso, sorrise divertita:
– “Cazzo sei come un idrante, quanta ne avevi?”;
– “E’ colpa tua, mi hai fatto eccitare come una bestia”;
– “Vuol dire che sono brava allora, che buona che è…”;
– “Ti piace davvero così tanto?”;
– “Non hai idea quanto…”.

Continuò a succhiarmelo a lungo, infine mi slegò invitandomi a seguirla sotto la doccia, mi lavò per bene, il cazzo tornò duro in brevissimo tempo, sorrise soddisfatta, mi asciugò in bagno usando un asciugamano, poi mi prese il cazzo in mano e mi accompagnò in sala, mi fece sedere sul divano, si inginocchiò davanti a me e si riattaccò nuovamente succhiandolo lentamente, faceva colare la saliva per poi prenderlo in bocca ed asciugarlo accuratamente:
– “Sei proprio una magnifica cagnolina, sei anche ubbidiente?”;
– “Certo, devi solo chiedere e farò tutto quello che vuoi…”;
– “Allora siediti sul cazzo e baciami…”.

Si sedette penetrandosi il culo con estrema dolcezza, entrò come un coltello caldo nel burro, mi abbracciò stretto e mi baciò a lungo facendo su e giù molto lentamente ma senza sosta, mi leccava le labbra e mi incitava a farla godere, durò a lungo l’inculata in quella posizione, volevo cambiare posizione e prendere fiato un attimo, la feci scendere facendola inginocchiare a terra, appoggiai un piede sul divano e la feci piazzare sotto le mie palle, le piantai il cazzo in gola con decisione facendoglielo ingoiare tutto, mi piaceva vederla in difficoltà, aveva un perenne sorriso stampato in faccia nonostante la stavo strozzando quasi con il cazzo.

Dopo averglielo fatto succhiare a lungo la accompagnai in cucina, la feci sedere sullo sgabello e la inculai mentre si reggeva al tavolo per non cadere, la scopavo forte, fortissimo, ogni volta facevo quasi uscire il cazzo dal suo culo per poi piantarglielo tutto dentro con molta decisione, lei apprezzava moltissimo incitandomi e chiedendo in continuazione di non fermarmi facendomi perdere il poco controllo che mi rimaneva, intanto si sgrillettava il clitoride furiosamente, presa dall’eccitazione mi chiese di venirle nel culo più volte, non le risposi continuando ad incularla più forte che potevo, poco dopo ebbe un orgasmo intensissimo, sapevo che voleva che mi fermassi ma non mi fermai apposta, lei mi implorò di concederle un attimo di sosta:
– “Ti prego fermati un secondo…”;
– “Stai zitta!”;
– “Ti prego…potrei svenire…”;
– “Piantala, dammi due minuti e vengo anch’io!”.

Le avevo sempre dato retta dandole il tempo di riprendersi dopo che era venuta, quella volta non avevo la minima intenzione di farlo, all’improvviso le sue braccia persero la presa sul tavolo e la vidi crollare in avanti, stava cadendo dallo sgabello, le misi un braccio attorno alla vita sorreggendola:
– “Hey ma cos’hai?”;
– “Scusa mi sento svenire, ti prego fermati un attimo…”.
Lo tolsi, la presi in braccio e la portai in camera facendola coricare sul letto:
– “Sto bene tesoro non ti preoccupare…”;
– “Ma cosa ti è preso?”;
– “Non è colpa tua, solo che è per questo che ti chiedo di fermarti, dopo l’orgasmo ho un calo di pressione e se continui arrivo a svenire…”;
– “Cazzo scusa, ero così preso che non ti ho dato retta, ma è normale sta cosa?”;
– “Per me si, la prima volta che mi è successo mi sono spaventata da morire e sono dovuta andare in ospedale, sapessi che imbarazzo…”;
– Immagino, e cosa ti hanno detto?”;
– “Dopo una serie di visite mi hanno detto che il mio corpo reagisce così intensamente all’orgasmo che mi provoca un calo di pressione arteriosa, se tu continui a scoparmi la mia pressione cala ulteriormente fino a farmi svenire, una sensazione bellissima perché praticamente vengo per minuti interi, solo che poi mi sento mancare, è quello che è successo prima, è stato bellissimo, scusa se ti ho fatto spaventare amore mio…”;
– “Non sei tu che devi scusarti, sono io che sono un pirla, ti chiedo scusa Simona…”;
– “Non ti preoccupare, non potevi saperlo, non te l’ho mai detto…”;
– “Si ma mi hai chiesto più volte di fermarmi, sono un pirla…”;
– “Ma no, sei un tesoro, sono io che dovevo dirtelo in un momento diverso, poi a me piace quando mi costringi a fare qualcosa, per te era un gioco, non devi incolparti di niente, dammi due minuti e puoi ricominciare da dove ti sei fermato…”;
– “Forse è il caso di lasciar perdere per stasera non trovi?”;
– “Per niente, baciami, non vedo l’ora che ricominci…”.

Ci baciammo a lungo prima che si sentisse nuovamente in forma, il segnale arrivò dalle sue mani che cominciarono a segarmi il cazzo, rinnovai la proposta di lasciar perdere per quella sera, senza darmi risposta se lo riprese in bocca spompinandolo con molta foga, poco dopo si alzò e tornò a sedersi sopra inculandosi in profondità, riprese a cavalcare in maniera lenta e sensuale per poi aumentare il ritmo ed arrivare a saltare come una forsennata, la lasciavo fare in maniera che fosse lei a gestire la monta come meglio credesse, riprese a sgrillettarsi il clitoride incitandomi a scoparla forte:
– “Sto bene amore mio, fammi male!!!”.

Considerato che era tornata in piena forma tornai anch’io a partecipare in maniera diversa accompagnando i suoi movimenti ed affondando ogni colpo con molta forza, la pausa mi aveva bloccato e di venire non sentivo la minima necessità, la feci alzare in piedi facendole appoggiare le mani all’armadio e la inculai in quella posizione, la vedevo tentare di aggrapparsi all’anta del mobile graffiandolo con le unghie, quanto era eccitante quella donna, il suo buco del culo era arrossato in maniera evidente e decisamente devastato, le sue spinte per agevolare la penetrazione facevano uscire un leggero prolasso rosa molto invitante, mi fermai, mi inginocchiai e la invitai a spingere per farlo uscire meglio, passi la lingua più volte leccandoglielo, apprezzò molto la cosa finché ebbe un nuovo orgasmo, questa volta mi fermai, era stato molto intenso e piacevole per lei quindi si attaccò al cazzo chiedendomi di riempirle la bocca di sperma, sborrai quasi a comando in maniera abbondante, lo ingoiò di gusto leccando in cazzo finché non lo sentì ammosciarsi nella sua bocca, ci coricammo sul letto entrambi esausti continuando a baciarci per parecchio tempo.

Era molto tardi quando finalmente ci coricammo a letto, stavolta per dormire.

Continua….

dolce sorpresa

vi dico da subito che e’ una storia vera ;
io convivo da sei anni con un mia collega siamo entrambi separati lei ha due figlie una 18 e l’altra 23 la più grande e’ carina non molto alta e un visetto dolce e un carattere molto delicato…. la più piccola molto diversa anche lei non molto alta un bellissimo corpo un petto stupendo una 5 e un culetto da far perdere la testa e la cosa più importante per la storia lei e’ una ragazza molto decisa su cosa cerca dalla vita e per il suo modo di essere decisa su ogni cosa e’ un continuo litigare con la madre.

comunque torniamo al nostro racconto. io per passione e per lavoro riparo apparati telefonici compresi i cellulari …..(credetemi nei cellulari che mi vengono portati per essere riparati ci si trova di tutto) ……. sta di fatto che alla piu piccola gli si blocca il cellulare un HTC lei come tutte le ragazze disperata mi chiede se posso sbloccarlo … gli dico che lo devo portare in laboratorio e che difficilmente potevo salvare foto e altro ….

lei mi rispose con gli importava perche per sua abitudine spesso passa tutto dal cellulare al pc …..e cosi porto il cellulare con me in laboratorio lo avvio lo collego al pc inizio cercando di fare vari tentativi di ripristino e con mia fortuna lo riesco ad avviare senza perdere nulla dalla memoria. ora che era tutto funzionante mi viene la curiosità di visionare il suo contenuto …. non le nego con la speranza di trovare foto di lei nuda e magari anche video ….. apro e comincio con foto normali nulla di che ad un certo punto apro una cartella bloccata ci metto un nulla per aprirla e quando si apre feci bingo ecco le foto di lei nuda e non solo lei ma anche altre ragazze e con mia sorpresa trovai foto anche della madre e di me che stavamo scopando un bel book fotografico di me con la madre e di lei con amiche che se la leccavano e non solo ma anche che di lei che veniva scopata e di bello che non era il suo ragazzo ma si e’ fata scopare da tantissimi compresi maturi …..continuo nel cerca e trovo anche video e come nelle foto video di me con la madre che scopiamo e in particolare molti video della madre che me lo prende in bocca il tutto non capivo come avesse fatto foto e video senza che io e la madre la vedevamo comunque le foto e i video erano li e continuando a vedere i video di lei ho scoperto che si lascia fare di tutto dai suoi amici e non solo …..comunque dopo aver visto e salvato il tutto la chiamo e gli dico che il cellulare era pronto mi rispose tutta contenta che sarebbe passata nel primo pomeriggio a ritirarlo …….

io eccitato di tutto quello che avevo visto mi comincio a frullare la voglia di scoparla ……il primo pensiero come posso fargli capire che ho visto il tutto ?
ci pensai tutta la mattinata fino quando alle 14:30 circa lei arrivo …. ricordo che era praticamente quasi nuda portava una minigonna mozzafiato e una camicetta trasparente (era luglio) entrata mi venne vicino mi saluto come sempre dandoci un bacietto sulle guance e mi disse se era stato difficile sbloccarlo gli dissi che avevo cercato di sistemarlo senza perdere la memoria riuscendoci …lei disse che era contenta poi cominciammo a parlare di cose piu o meno stupide fino e io sempre piu eccitato vedendola li con me e soli …lei capi che ero teso e mi chiese se avevo problemi , io risi e gli dissi nulla tutto ok … e apri il discorso su come era vestita dicendogli che mostrava troppo il suo corpo ….

lei prese subito la palla per dirmi che lo aveva fatto per me …. ci rimasi di stucco mi stavo facendo un mare di pippe mentali per come scoparla invece lei fa il primo passo… io presi subito il momento dicendogli che avevo visto le foto e i video lei sorrise e disse che ci sperava che li vedevo …. non disse piu nulla rimase silenziosa e anche io ma pochi istanti perche lei si avvicino mi mise la mano sul cazzo che era bello duro sorrise disse che sentiva che ero eccitato e senza battere ciglio si mise in ginocchio mi apri la zip lo tirò fuori e mi comincio a fare un bocchino da dio dicendomi che non era da tanto che lo voleva gli vinni quasi subito in bocca lei ingoio tutto …..si rialzo si compose e mi disse che era eccitata e chenon vedeva l’ora di questo momento si prese il cellulare e se ne andò dicendomi che era l’inizio di una bella storia …….

e cosi dopo infiniti bocchini e scopate tra noi un giorno gli chiesi se lei avrebbe voluto provare ad essere scopata da un gruppo di miei amici …non ci penso neanche un secondo mi disse subito di si e che per l’evento ne avrebbe voluti almeno 5 io gli chiesi se ne voleva anche piu di 5 e mi rispose che non avrebbe avuto nessun problema e che lasciva a me decidere quanti …io felice della cosa chiamai i miei amici che gia sapeva di lei e me cosi dopo due giorni la avvisai che eravamo pronti e che quando lei voleva si faceva la gangbang lei mi chiese quanti erano e io gli dissi a sorpresa lei disse che era piu eccitante io gli dissi se volevamo approfittare che eravamo soli per tre giorni lei penso la stessa cosa e cosi la stessa sera andammo a casa di un mio amico lei entro in casa e non vide nessuno solo io e il mio amico ci chiese se non erano venuti gli rispondemmo che erano gia tutti li ma che non gli facevamo vedere quanti… la bendammo la facemmo mettere sul tavolo la legammo in un posizione che poteva prendere cazzi in bocca e culo e fica lei ci disse che era eccitatissima e cosi facemmo entrare il resto prima uno gli lecco la fica facendola venire in pochi istanti e mentre la leccava uno gli scopava la bocca poi incominciammo a scoparla sempre con tutti buchi occupati ad un certo punto gli tolsi la benda e lei vide tutto il gruppo ci rimase perche avevo chiamato 15 miei amici eta dai 35 a 60 ci disse che eravamo porci e che voleva essere la nostra vacca avevamo tutti preso mezza pillola di viagra e cosi per tutta la notte e’ stata alle nostre fantasie ad un certo punto per quando era gonfia e insensibile gli mettevamo anche due cazzi in culo e una mano in fica era dilatatissima e zuppa e il bello siamo venuti tutti tantissime volte e ogni cazzo che veniva gli sborrava in bocca e viso con le ultime sborrate sul corpo inondandola …….

e il gran finale ci chiese di lavarla con la pipi e cosi facemmo furono tre giorni di sesso senza freni al rientro della madre e della sorella lei con semplice disinvoltura gli disse che si era annoiata come se non avesse fatto nulla una disinvoltura stupenda……….. lei quando la scopammo aveva fatto 18 anni tre mesi prima e ci disse che per lei era stato bellissimo essere maggiorenne e sfondata da tanti maturi.