Una storia, mille riflessioni.

Se il meccanico lo sapesse si incazzerebbe, a lui è costato cento euro.
Qui dentro invece mia moglie fa i pompini per venti, un cifra simbolica, un obolo necessario quantomeno a dare una parziale scrematura.
Oggi i soldi non ci servono più, fortunatamente le cose vanno bene ma è così che abbiamo iniziato quando siamo venuti quasi venti anni fa.
Siamo partiti senza un soldo con tante idee e tante speranze, un matrimonio come obiettivo ed un attività da mettere in piedi.

Nient’altro.
All’epoca avevamo poco più di venti anni e ci imbarcammo in quest’avventura con la stessa identica determinazione, io e lei, soli, contro la volontà di famiglie che ci avrebbero voluti impiegati di banca o delle poste, piccoli cloni per medesime esistenze.
Non c’è mai piaciuta la loro infelicità. Non ci piaceva la loro vita e non ci interessavano i loro sogni, noi volevamo altro, volevamo provarci e andarcene era l’unica soluzione.

Naturalmente fu dura, durissima. All’inizio affittammo una stanza in un appartamento con degli studenti, poi poco alla volta un monolocale e così via, ma ci sacrificammo parecchi anni.
La svolta se così vogliamo chiamarla avvenne per caso, grazie ad un amico al quale ogni tanto mi rivolgevo per cercare lavoretti saltuari.
Tramite lui conobbi il titolare di una ditta di trasporti, un tipo tranquillo, padre di famiglia con le tasche gonfie affinché gli altri se ne potessero accorgere.

Senza peli sulla lingua e con un’assurda disinvoltura mi chiamò nel suo ufficio e mi propose dei soldi in cambio di mezz’ora con la mia fidanzata.
“Mezz’ora” mi disse, “mezz’ora è più che sufficiente ho cinquanta anni ormai, sarebbe ridicolo chiedere di più”.
Io rimasi perplesso, non mi offesi e non provai lo sdegno che chiunque avrebbe finto di provare, io in fondo sono sempre stato veniale, ho sempre dato ai soldi un importanza primaria e dire che quell’uomo mi facesse schifo sarebbe una bugia.

Anzi, francamente io gli uomini così li ho sempre ammirati, diretti, schietti, sinceri, concreti, i tipi che se desiderano una cosa provano ad ottenerla, se si meglio, altrimenti basta, ma comunque azzardano.
“Sai chi le guadagna centomila lire in mezz‘ora? Nessuno. Nemmeno quelli dell’ultimo piano al Pirellone”.
La mia fidanzata usciva di casa per ottomila lire l’ora, venticinque volte in meno di quello che gli avrebbe dato lui per farsi succhiare il pisello, un lavoro come un altro ma certamente molto meglio retribuito.

Non mostrai nulla, ne entusiasmo ne tanto meno collera, in fondo quest’ultima non riuscivo proprio a provarla, gli dissi soltanto che avrei parlato con la mia ragazza e gli avrei fatto sapere.
Tornai con lei tre giorni dopo, un ventina di minuti prima che chiudesse la ditta e che gli autisti ed i facchini se ne andassero.
Ci salutò con una naturalezza allarmante continuando a dare ordini e ad organizzare le uscite dei furgoni per il giorno successivo.

Ammiravo quell’uomo, era a pochi centimetri ed a pochi minuti dal suo svago eppure sembrava gli fosse del tutto indifferente. Un altro chissà cosa avrebbe fatto, magari avrebbe finto di essere lusingato per aver accettato la sua proposta, oppure avrebbe viscidamente cominciato a prendersi strane confidenze, lui invece continuò come nulla fosse, imperterrito dietro il suo lavoro e alle sue priorità.
Quando alle diciotto tutti andarono via allora venne da noi.

“Andiamo nel mio ufficio?” Ci disse, “certamente staremo più comodi”.
L’ufficio era una specie di gabbia rossa soppalcata come quelle nei garage o nelle officine meccaniche. Una shitola di metallo simile ad una cabina con tende lunghe come nelle banche.
Pareva dovesse crollare da un minuto all’altro.
Dentro lui si sedette dietro la scrivania.
“Ti ha detto tutto il tuo ragazzo?” Chiese senza pretendere risposta.
“Intanto prenditi i soldi, centomila lire eccole qua.


C’era uno strano silenzio, c’era emozione, c’era appena un po’ di tensione eppure quell’uomo mi trasmetteva calma, non so perché.
“Io non amo scopare, per scopare ci vuole feeling, bisogna conoscersi. A me devi prenderlo in bocca e basta, nient’altro. ”
Non si mosse di un millimetro, nonostante avesse già pagato aspettò che lei si avvicinasse o facesse una mossa, sono certo che se si fosse tirata indietro all’ultimo lui non si sarebbe nemmeno arrabbiato, molto probabilmente gli avrebbe addirittura lasciato i soldi.

La mia ragazza invece si avvicinò.
A due passi da lui si chinò in avanti e si inginocchiò tra le sue gambe e soltanto in quel momento decise di tirarsi fuori il cazzo.
Guardavo la scena da una sedia vicino la finestra. Era piccolo li dentro e non solo vedevo e sentivo tutto, percepivo la distensione che l’uomo cercava di trasmettere a lei ed a me. C’era come una calma cinematografica.

Quando la mia ragazza abbassò la testa glie lo mise in bocca lentamente, strano a dirsi, credevo che l’avrebbe immediatamente penetrata fino alla gola ed invece nulla di tutto ciò, la lasciò prendere confidenza con la dimensione che andava via via crescendo e con i tempi che l’avrebbero portata a fare su e giù con la testa.
Più guardavo quell’uomo, più pensavo a lui come ad un grande essere, un essere speciale al quale avrei dato ogni cosa pur di somigliargli.

Non per quello che stava facendo, non perché si stava divertendo con una ragazzina di trenta anni più giovane, ma perché aveva potere, tutto il potere del mondo.
“Io voglio essere così, voglio diventare come lui!” dissi a me stesso.
Il fatto che la mia ragazza gli lo stesse succhiando era quasi superfluo, non nego che mi piaceva vederla in ginocchio a fare un pompino ad un signore più grande, ma ancora di più mi esaltava lui ed il modo in cui lo aveva ottenuto.

La bocca della mia ragazza si impastò con il suo cazzo per più di venti minuti, poi decise di venire.
Si comportò da signore. Un qualunque altro essere povero d’animo le sarebbe venuto in bocca, l’avrebbe tenuta forte per la testa scaricandole dentro tutto lo sperma possibile, ma lui no.
Poco prima di venire la avvertì, “o ti togli o vengo dentro” disse.
La mia ragazza naturalmente si tolse, scostò la testa e lo lasciò schizzare sporcandosi appena i capelli.

Lui non obiettò, finì il suo orgasmo pulendo l’uccello con un fazzoletto preso dalla sua scrivania ed aspettò, poi una volta moscio lo ripose nelle mutande.
Di quello che era accaduto quasi non ne parlammo, forse ci fu vergogna per entrambi, alla fine non era così che avevamo pensato di tirare avanti, ma l’ambizione è un sentimento che abbiamo sempre condiviso e quella era stata una bella risorsa.
Continuammo con l’imprenditore ed alcuni suoi amici per un bel po’ di tempo, investimmo tutto in una piccola impresa tessile allestita in un garage affittato, grazie a quelle nuove conoscenze cominciammo a vedere qualche risultato nel giro di pochi mesi e dopo un paio di anni ci sposammo.

All’inizio i nostri amici avevano paura che con il matrimonio non avrebbero potuto più usufruire dei soliti servizi, ma un po’ per piacere e un po’ per ambizione, non negammo mai a nessuno ciò che era abituato a trovare da noi.
Nel piccolo giro erano entrati altri vari imprenditori. Concessionari d’auto, titolari di ditte edili, gioiellieri, pellicciai, tutti ponti a pagare per andare con mia moglie.
Ovviamente in tutto questo erano cambiate sia le esigenze che cifre.

A volte la chiedevano per un fine settimana, altre per notti intere e le sue prestazioni non si limitavano più a soliti pompini a domicilio, c’era chi amava incularla, chi le chiedeva indumenti usati, chi amava venirle dentro fingendo di essere me e tante altre stranezze che terminarono quando alcune voci cominciarono a circolare anche fuori dal giro.
Fu faticoso smettere, paradossalmente ci piaceva, tutti quei soldi e quelle avventure, eravamo arrivati in alto, ma piuttosto che perdere tutto preferimmo tornare nella nostra città con le tasche piene ed un azienda avviata che ci permetteva di vivere dignitosamente.

Resistemmo un paio di anni, poi presi da una strana nostalgia ricominciammo.
Il primo fu il meccanico. Cento euro e glie lo avrebbe succhiato in officina all’ora di pranzo.
Nessuno sapeva che stavamo bene, passavamo per gente normale e fingere col meccanico di avere bisogno fu facilissimo.
Per un momento mi sembrò di essere tornato alla prima volta di tanti anni prima, con un lui molto meno affascinante ma quantomeno ben dotato.

Fu bello rivedere mia moglie accovacciata a succhiare ancora una volta un cazzo, fu emozionante.
Di li a poco ci ritrovammo quasi nella stessa situazione, ma molto ridimensionata.
La gente che veniva era di tutt’altra fattura. Impiegati, qualche pensionato, d’imprenditori nemmeno l’ombra e la differenza c‘era.
Non per i soldi, ormai ne avevamo e non erano le cento o le trecento euro a settimana a cambiare le cose, era il buon gusto a mancare in questi uomini, una colla di mariti sfigati, di quarantenni che abitavano ancora con le madri, impiegati pezzenti e senza garbo che schizzavano senza nemmeno dirle che stavano per farlo.

Io li detesto gli impiegati, Fantozzi che negano di essere Fantozzi vedendolo solo in chi gli è accanto, che pagano con i buoni pasto, che corrono dietro ai “fuori tutto” e rateizzano anche il caffè al bar, che usano il gpl ed assicurano l’auto per telefono. Li odio questi soggetti. Odio i loro orologi falsi “fatti bene” soltanto perché non ne hanno mai visto uno vero, la loro mania di risparmiare a tutti i costi quasi fosse una missione piuttosto che una necessità, i loro cappotti logori e vissuti, i loro completi di dieci anni prima.

Il capoufficio, questo è il loro idolo ed il loro tormento.
Li ho visti strafogarsi di ogni cosa alle inaugurazioni dei negozi, li ho visti portarsi a casa il cibo dai ristoranti con la scusa di un cane che non hanno mai avuto. Corrono dietro al mondo affinché possano rimediare qualcosa per sentirsi più furbi ed intelligenti degli altri, perché una risma di carta rubata in ufficio è un trofeo da mostrare con orgoglio e se ti vedono collezionare qualcosa che ha assunto un minimo di valore ti chiedono “perché non te la vendi”.

Io li odio gli impiegati, coi loro cazzi tirati fuori di corsa e menati per paura di far tardi, le loro mani che prendono e strizzano i seni di mia moglie come se li volessero portare via. Li odio così tanto che amo fargli succhiare il cazzo da mia moglie. Poveri dentro che passano la vita ad invidiare chi la vita ha deciso di godersela.
Ha volte mi chiedo come mai pur risparmiando migliaia di euro all’anno, i pezzenti continuano a sembrare loro e non io.

Quasi sono meglio questi tizi delle balere, questi attempati ex play boy che raggiungono mia moglie in bagno e se lo fanno succhiare per venti euro, come in questo momento, nel momento in cui penso tutte queste così.
Nulla ci salverà dalla mentalità impiegatizia, nulla nemmeno la bocca di mia moglie.
Erano altri tempi quelli, era un altro paese il nostro, quando avevi la possibilità di scegliere se vivere e lasciarti vivere.

Continuerò a far fare i pompini a mia moglie finché ne avrà voglia, finché sarà emozionante guardarla con un altro cazzo duro in bocca, ma certamente non più per ambizione, a quaranta anni io e trenta tre lei siamo arrivati dove volevamo arrivare e comunque questa Italia oggi non ce l’avrebbe permesso.
Troppo pezzente dentro per permettere agli altri di vivere secondo le proprie voglie e di propri desideri, troppo preoccupata a fingere di avere una vita meravigliosa su un social network per averne una normale nella realtà.

PS: Sogni e filosofia i miei, quelli di un uomo che a volte odia a tal punto da amare, che fa diventare il ribrezzo il suo stesso feticcio. Gli impiegati non dovrebbero esistere, la loro mentalità è una zavorra, ma a questo punto dal momento che ci sono, che si fottano mia moglie venendole dentro, che la inculino, che le schizzino addosso. In nome della loro legge, della loro meschinità, della loro miseria d’animo.

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