Lo zio

Quest’estate avevamo deciso io e mia madre di farci una decina di giorni di vacanza nella nostra casa nel Salento.
Stavamo poco insieme. C’era sembrata l’occasione giusta per recuperare il tempo perduto.
Eravamo così partite “per aprire la casa” si dice, in attesa di essere poi raggiunte dal resto della famiglia.
Peccato che solo dopo due giorni mia madre per un imprevisto evento, non familiare, era stata costretta a rientrare a Milano.

“Starò via solo due giorni ma devo rientrare a Milano. Tu che fai Laura, te la senti di restare qui da sola”? Mi aveva chiesto.
Sinceramente mi sarebbe dispiaciuto rientrare in città, ma anche restare lì da sola mi dava qualche perplessità.
La casa era grande, ma era al piano terra con giardino.
Insomma avevo paura dormire lì da sola, anche se praticamente di fianco abitava la famiglia di mia zia, sorella di mia madre.

“Potresti venire qui da noi”. Aveva proposto la zia.
Era una casa gemella alla nostra, praticamente uguale, di spazio ce n’era in abbondanza visto che ci vivevano solo in due, mia zia e mio zio.
Avevo accettato l’invito, anche perché mia zia era una persona simpaticissima.
Eravamo due gocce d’acqua. Lei vent’anni più di me chiaramente, ma si manteneva in forma.
Palestra, footing tutti i giorni.
Era una donna un po’ chiacchierata nel paese.

Tendenze sessuali saffiche, almeno così dicevano le malelingue.
Bella, alta, rossa di capelli, non dimostrava affatto la sua età.
Beh da qualcuno dovevo pur prendere, no?
Mi piaceva molto come donna.
Da ragazzina ero attratta da lei. La vedevo sicura, mi dava sicurezza.
Mi ero trasferita volentieri a casa sua.
Mi aveva preparato la camera estiva di sua figlia, mia cugina, in quel momento lontana per lavoro.
Era una camera con il soffitto a volta, molto grande più di cinque metri per cinque.

Entrando in camera c’era un piccolo disimpegno e poi a destra sullo stesso lato c’era un letto matrimoniale. Di fronte invece c’era un armadio grande con ante scorrevoli completamente a specchio.
Per chi fosse stata sdraiata sul letto era praticamente impossibile vedere la porta della camera, A meno che non avesse guardato nello specchio.
In pratica il problema era quello che se la porta non fosse stata completamente chiusa chi fosse passato o fermato davanti alla porta con il riflesso dello specchio avrebbe visto nella camera con poche probabilità di essere visto.

Avevo notato subito quel particolare ma non ci avevo dato particolarmente importanza.

Nel pomeriggio successivo ero tornata dalla spiaggia.
La porta d’ingresso di casa era chiusa a chiave, segno che non c’era nessuno dal momento che non la si chiudeva mai a chiave. Si viveva con altra mentalità.
Per sicurezza e per abitudine dopo essere entrata io però l’avevo richiusa a chiave.
La porta che dava sul giardino invece era aperta, ma evidentemente erano abituati così.

Dopo essermi accertata che in casa non ci fosse nessuno, ero entrata in camera senza neppure farmi una doccia per togliere eventuali rimasugli di sabbia.
Ma avevo voglia di relax. Alla ricerca dei miei spazi.
Non avevo chiuso la porta visto che non c’era nessuno, ma anche perché così avrei sentito meglio se nel frattempo fosse arrivato qualcuno.
Mi ero guardata allo specchio, mi ero alzata il copricostume e mi guardavo il fisico così come facciamo penso tutte nel momento di intimità.

Mi ero abbassata leggermente la parte bassa del costume per vedere il segno dell’abbronzatura dopo una giornata di sole.
Prima l’avevo abbassato sul davanti e poi girandomi mi ero guardata il segno lasciatomi dal sole sul mio culetto.
Avevo ripetuto più volte questa operazione, guardandomi prima da una parte e poi dall’altra.
Mi ero soffermata qualche minuto a guardarmi con le mutandine leggermente abbassate.
Mi era sempre piaciuto guardarmi.

Alla fine mi ero eccitata guardando me stessa e sicura dal fatto che in casa non ci fosse nessuno avevo iniziato a toccarmi.
Mi ero messa in piedi davanti allo specchio.
Sempre tenendo il copricostume indossato avevo abbassato leggermente le mutandine del costume e con la mano avevo iniziato ad accarezzarmi la fighetta.
Mi ero tolta, anzi erano scivolate da sole le mutandine.
In piedi, il copricostume alzato mi guardavo, mi giravo per vedermi il culetto.

L’eccitazione aumentava sempre di più.
Avevo dato un’ulteriore controllatina che in casa non ci fosse nessuno e socchiuso leggermente la porta mi ero sdraiata sul lettone.
Ero eccitatissima, sentivo ancora il calore del sole ancora sul mio corpo.
Sulla pelle ancora il sapore della salsedine.
Mi guardavo nello specchio con la mano mi accarezzavo tra le gambe.
Il mio respiro sempre più affannoso mentre mi contraevo di piacere sul letto.

Non mi ero accorta che quei respiri affannosi non erano poi tutti miei.
Mio zio era dietro alla porta che mi spiava e non solo, si stava masturbando.
Lo vedevo attraverso lo specchio e lo spiraglio della porta rimasta socchiusa.
Probabilmente, anzi sicuramente anche lui mi vedeva tramite lo specchio.
Era un uomo interessante, appena superati i sessanta, molto alto almeno un metro e novanta.
Ma il mio sguardo in quel momento si era concentrato su suo enorme pisellone.

Una cosa enorme. Se lo stava dimenando su e giù con un’azione veloce.
Avevo sgranocchiato gli occhi. Aveva un pisellone stupendo. Grosso, duro e lungo.
Avevo approfittato a guardarlo visto che in quel momento lo sguardo di mio zio sguardo non era su di me, ma aveva gli occhi chiusi e la testa alzata.
Posizione alla ricerca di un piacere estremo.
Da parte mia un momento di sbandamento. Che fare?
Farmi vedere scoperta, dire qualcosa, smetterla o fare finta di niente.

Superato il momento di imbarazzo con me stessa avevo deciso di continuare, anzi di essere partecipe con lo zio ma a distanza.
Avevo allargato le gambe ancora di più e mi ero infilata due dita nella fighetta.
Cercavo di concentrarmi sul mio orgasmo seguendo con la coda dell’occhio il movimento dello zio.
Ero eccitatissima, ma avevo paura che lo zio preso da un raptus entrasse in camera.
Ma la convinzione era che non l’avrebbe fatto.

Che alla fine sarebbe stato meglio accontentarsi.
Avevo continuato a masturbarmi. Avevo voglia di provocarlo ancora di più.
Mi ero alzata il copricostume fino a scoprire il seno slacciandomi la parte alta del costume.
Mi ero anche girata lateralmente, sul fianco voltando le spalle allo zio.
Era giusto che lo zio vedesse anche il mio culetto.
Avevo notato infatti che la porta quando mi ero girata era meno socchiusa.

Solo di qualche centimetro per intenderci, ma evidentemente lo zio l’aveva leggermente aperta per vedere meglio.
La sensazione era quella che lui se ne fosse accorto che io a mia volta mi fossi accorta di lui e che con un tacito accordo avremmo continuato a masturbarci.
Si era infatti fatto più intraprendente, quasi entrato nel disimpegno.
Se mi fossi voltata verso la porta l’avrei visto, ma evitavo di farlo.
Lo guardavo senza farmene accorgere tramite il riflesso dello specchio.

Sentivo i suoi sospiri sempre più forti. Mi sembrava quasi fosse lì vicino a me.
Ero al limite anch’io. Le mie dita titillavano il clitoride ormai impazzito.
Per eccitare lo zio ancora di più avevo aperto la bocca mostrando la lingua.
Come per dirgli “dai schizzami sulla lingua”
Mentre con una mano continuavo a toccarmi avevo messo in bocca il dito pollice dell’altra.
“Sii dai schizzami” sussurravo chiudendo gli occhi.

Tenevo gli chiusi di proposito. Per farlo sentire più sicuro
Sentivo lo zio ormai in camera ma non mi voltavo per paura di interrompere tutto.
La mia bocca sempre più spalancata mentre raggiungevo un orgasmo da favola e nel frattempo ascoltare gemiti di goduria dell’orgasmo dello zio che secondo me era ormai solo a qualche centimetro da me e dalla mia bocca.
Ero rimasta con gli occhi chiusi.
Li avevo riaperti solo dopo circa un minuto quando avevo percepito la sensazione di essere rimasta da sola in camera.

Appena in tempo ed avevo sentito il rumore della porta della strada aprirsi.
Era tornata la zia.
Mi ero ricomposta velocemente ma ero sudatissima.
“Ciao zia” l’avevo salutata.
“Ciao Laura” aveva risposto dandomi un bacino e guardandomi con quel modo sempre malizioso che la caratterizzava.
Ma quella volta mi aveva guardata un po’ più a lungo, soprattutto in viso.
“Forse avresti bisogno di una doccia”. Aveva aggiunto.

Ero diventava rossa come un peperone.
Cosa avrà voluto dire?
Laura.

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