La prima volta con Gi.

“Perizoma strappato. Cazzo
Il mio perizoma, no.
Strappato. Ma che cazzo. NO.
Ricordavo il dolore mentre il centimetro di stoffa si lacerava tra le mie chiappe e mi apriva il culo. Stupido maschio.
Pugno. Si. Si merita di esser ricordato.
Amico di Ale e Lu; Arrivarono per la settimana del mobile. Quando loro arrivano si portano sempre dietro un sacco di diasagio e liquore di terrano.
Anda lubiana sempre comunque e dovunque.

E così fu anche quella volta a Milano. Li ospitai qualche giorno. In salotto mancavano solo rettili e a****li vivi per corredare al meglio lo scenario apocalittico che si presentava con le prime luci dell’alba. CALIGO.
Pugno era un elemento nuovo. Io non ero in piena forma quella sera. Le sue intenzioni le avevo già capite. Lo capivo da come mi fissiva. Dal suo respiro che cambiava mentre mi fissiava. I miei occhi dicevano si la mia voce no.

Avevo fumato. Il mio sistema parasimpatico era troppo sballato per fare qualsiasi cosa.
Lo feci tornare qualche sera dopo.
Ormai erano le quattro del mattino. Pugno stava arrivando. Nulla più da bere. Ale guardava lo schermo del pc con un occhio solo. La messa a fuoco non c’era più. Lu si era chiuso in stanza e odiava tutti. Ale urlava “eroina” dal balcone. Qualcuno suonò alla porta. Era il vicino di casa.

Giovane bocconiano pugliese che voleva parlarci di un avvenimento successo la settiamana prima: qualcuno gli aveva lanciato della merda sulla porta e stava indagando. Non voleva accettare il fatto che qualche suo coinquilino avesse fatto delle storie di droga con gli arabi del 42 e quella era la vendetta. Colsi l’occasione per chiedergli se avesse dell’alcool in casa. Si presentò poco dopo con del gin da malditesta.
Ok. Avevamo finito pure la vodka alla pesca, oramai eravamo al Vetril.

Cazzo e Anche il vicino si uni all’allegra compagnia.
Pugno arrivò. Giusto giusto. Arrivò.
Presi l’ultima sigaretta. Perfetto.
“qualcuno mi accompagna a prendere un pacchetto di sigarette?”
Adoro questa scusa.
Ale distolse l’occhio buono dal computer e mugugnò qualcosa. Non lo guardai neanche. Stavo guardando pugno e lui guardava me.
“allora?”
“andiamo”
Ascensore. Schiacciai tutti i tasti. Ad ogni piano si fermava, le porte si aprivano e poi si chiudevano ma noi non uscivamo.

Lingue, mani, tette. Scendeva e risaliva. Sembrava che andasse più veloce del solito. Si fermava e ripartiva. Pelle, sempre più pelle. Arrivammo al piano terra. No. non era ancora abbastanza. Schiacciai il bottone per l’ultimo piano. La soffitta.
La porta non era chiusa a chiave.
Mi tirò giù le calze di nylon. Sentivo il cemento rovinato sotto ginocchia. Mi teneva i capelli. Glielo succhiavo famelica al buio. Odore di legno e di umidità.

Voglia. Sempre più voglia.
Mi venne in bocca. Non ero preoccupata. Avevamo ancora tanto tempo. Lo lascai venire. Mi asciugai lo sperma dalla bocca con il dorso della mano e lo lanciai in terra. Fece il rumore di uno sputo. Lo avevo fatto veramente? Incredula.
Andammo a prendere le sigarette in silenzio. Ridendo e poi Silenzio. Ma cosa raccontiamo su di sopra?
Risalimmo.
Erano tutti come li avevamo lasciati.
Io no.

Dopo queste cose lasci dietro briciole di te. La tua anima e il tuo candore infantile si sbriciolano poco alla volta. Ne perdi sempre un poco, un poco per volta. Lo si capisce dalla luce degli occhi. Quasi spenta. Il colorito della pelle. Grigio. Lucide fisse sfere nere circondate da ombre grigio verde.
Fumammo e bevemmo ancora. Ci toccavamo di nascosto. Ormai ale era quasi cieco.
Andammo in camera di lia. La mia vecchia camera.

Il mio vecchio e adorato materasso.
Mi strappò le calze. E evidentemente anche il perizoma. Aveva un bel cazzo largo. Finalmente.
Me la faceva salire. Mi prendeva. Mi teneva. Spingeva.
Fu un bella scopata.
Settimane dopo mi sbronzai di limoncello e venne a casa mia in piena notte. Inaugurai il mio nuovo kimono.

Non c’è scritto che la prima prima volta che ci siamo visti pioveva, faceva freddo e mi hai prestato la tua giacca”.

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