Le mie storie (9)

Durante il periodo dell’Università, come ho già scritto in precedenza mi sono divertita parecchio (nei limiti delle mie possibilità). Il ragazzino era una sorta di sicurezza dal punto di vista sessuale. Le cosiddette scappatelle insieme a lui erano sempre fonte di divertimenti e di sorprese. Anche se non era un grandissimo amatore, compensava alla grandissima con la fantasia e poi mi faceva rimanere esterrefatta per il suo pensiero fisso verso il sesso. Per un periodo a casa sua andarono a dormire due zie che venivano dal paese (credo fossero abruzzesi).

Se non ricordo male una era vedova e l’altra era stata da sempre zitella, non ricordo quanti anni potessero avere, immagino sulla sessantina (a me sembravano segnate dall’età) e vestivano sempre di nero. Un giorno ero a pranzo da loro e tanto per cambiare sotto al tavolo dovevo tenere a bada le mani del ragazzino che cercavano di insinuarsi tra le mie cosce. Lui mi disse che toccava anche le tettone delle zie, io non ci credevo così dopo pranzo con la scusa di far vedere come ballavano, e mentre naturalmente la mamma era di là a fare i piatti (perché tutte queste porcherie le faceva sempre di nascosto di sua madre), mise su una musica e cominciò ad avvinghiarsi.

Prima una mano sul culo, lui rideva verso di me io avevo gli occhi spalancati, la zia era come se non si rendesse conto di niente. Poi le disse qualcosa in una lingua a me sconosciuta (credo fosse il loro dialetto), Lei si scostò e lui cominciò a mettere le mani sotto le sue tette che erano di una misura non precisata, il tutto con il sottofondo musicale che faceva da contorno alle sue risate.

La stessa identica cosa anche con l’altra zia che era più alta di lui ma sembrava assolutamente insensibile a quelle mani che la toccavano ovunque. Per farmi capire quanto fosse “maiale”, mi ricordo che ogni tanto si girava verso di me facendo vedere che sotto la tuta era eccitato. Io ero più preoccupata di lui che venisse la madre, ma ridevo a crepapelle e non mi facevo capace di cosa avesse in testa. Questo è uno dei tanti episodi (ma ce ne sarebbero a bizzeffe) che facevano di lui un vero e proprio malato.

Tra le certezze di quel periodo (avevo sulla ventina di anni), c’era la così detta scopata di Capodanno con lui. Avevamo preso l’abitudine che qualsiasi cosa avessimo fatto l’ultimo dell’anno, a qualsiasi festa fossimo andati ognuno di noi, a fine serata (o meglio mattinata) ci saremmo incontrati per inaugurare il nuovo anno. Chiaramente potrete capire che avevamo comitive totalmente differenti. Io uscivo con le mie amiche e con amici più grandi di me, lui al contrario era ancora al liceo e quindi aveva tutti altri giri.

Il Capodanno di cui voglio parlare fu particolare (non ricordo assolutamente di quale anno stia parlando), perché mi successero un sacco di episodi per così dire “pepati” (come dicevano le mie amiche). Andammo ad un veglione a casa di uno del gruppo, saremmo stati non più di una ventina, che per i miei gusti è il numero perfetto per una festa. È inutile ribadirvi la solita storia della vestizione coatta delle mie amiche sulla povera sottoscritta, ma ricordo che oltre alle mutande rosse (immancabili), aveva una gonna rossa ed una camicetta verde con lo scollo abbastanza abbondante, tanto che le mie amiche dicevano che sembrava un albero di Natale con due enormi palle ai lati.

Io sono una che normalmente non beve affatto, neanche la birra anche perché non è che le regga tanto bene. Ma durante le feste, un po’ per non fare sempre la figura della tardona, mi lasciavo trascinare dalle serpi delle mie amiche che approfittavano del mio stato un po’ allegro (per così dire) per portarmi sulla cattiva strada (scherzo, ma poi non tanto). A quella festa evidentemente non fui l’unica a bere un po’ più del dovuto, così incominciò un gioco della bottiglia un po’ scherzoso un po’ maiale.

Ci furono baci fra donne, tra uomini (rigorosamente con la lingua), ci furono balli sui tavoli con annessi strip improvvisati, si videro un po’ di mutande rosse sia maschili che femminili, a me toccò tirare fuori una tetta, e devo dire che ricordo ancora gli applausi. Ci furono anche altri pegni ma non voglio fare sforzi di memoria.
Tornando a casa in macchina eravamo in cinque, davanti un mio amico che guidava (l’unico che non aveva bevuto) ed una mia amica, dietro io e due amici.

Ad un certo punto la mia amica davanti cominciò a toccare l’uccello del guidatore, così per stuzzicarlo, e non so come uno dei miei amici che erano dietro disse “dai Francesca facci fu una sega che è Capodanno”. Io dissi di no, ma loro fecero leva sul fatto che non ero coraggiosa (furbi), così un po’ per divertimento, un po’ perché stuzzicata, tirai fuori gli uccelli di tutti è due e cominciai a toccarglieli.

Mentre lo facevo scherzavo dicendo che mi sembrava di pilotare un aereo, uno che stava ancora più brillo di me cominciò ad ansimare soltanto, l’altro invece si fece intraprendente ed incominciò a toccarmi in mezzo alle cosce. In tutto questo la mia amica davanti (quella sì che era una molto gaudente per usare un eufemismo) era intenta a fare un pompino al guidatore (che le stava dietro da una vita senza aver mai raccolto nulla fino a quel momento).

Insomma feci “il mio dovere” con le mani, tra le risate per la felicità generale (anche della sottoscritta).
Ma il mio Capodanno non era finito lì, come vi ho scritto all’inizio avevo appuntamento con il ragazzino. Mi feci lasciare sotto casa sua (che dista circa 300 m dalla mia), gli citofonai e mi rispose che sarebbe venuto da me perché la mamma era già a casa.
Gli effetti dell’alcol cominciarono a venir meno fortunatamente, facemmo la strada fino a casa mia e poi neanche il tempo di aprire la porta che lui già aveva le sue mani sul mio culo.

Entrammo e naturalmente andammo subito in camera mia. Non mi fece neanche spogliare che già tirò fuori il suo uccellone, ed io come spesso succedeva glielo presi subito in bocca. Mentre muovevo su e giù la mia faccia sul suo coso, lui mi fece per l’ ennesima volta una richiesta alla quale fino ad allora io avevo sempre risposto di no. Voleva fare sesso anale, non lo aveva mai fatto e voleva che io fossi la prima.

Io gli avevo sempre risposto che quell’uccello nel mio sedere non sarebbe riuscito ad entrare, perché era troppo grosso. Lui per la verità non aveva mai insistito, ma quella sera sarà stata l’eccitazione del Capodanno la sua richiesta fu più pressante. Io ero molto eccitata, un po’ per i residui dell’ alcol, un po’ per la serata divertente e diversa che avevo passato. Lo guardai in faccia e gli dissi che però avrebbe dovuto fare il piano e soprattutto seguire le mie istruzioni.

Così finì di togliermi quel che restava del vestito, andai a prendere la nivea nel bagno e poi gliene spalmai un bel po’ sul uccello. Feci altrettanto intorno al buco del mio sedere e poi mi girai. Lui ricordo ancora che lo mise prima nella micia, poi quando gli dissi che poteva metterlo di dietro, prima lo appoggió, poi spinse e devo dire che entro’ con più facilità di quanto potessi immaginare. Sarà stata la crema, sarà stata il mio stato un po’ alterato, ma non ricordo di aver provato particolare dolore.

Certo non è che lo infilò tutto, anzi dopo un po’ si stufò anche e tornò a metterlo nella micia. Come se per lui aver fatto anche quel passo lo facesse sentire un po’ più grande. Sarà, ma quella notte lo facemmo più volte approfittando anche del fatto che ero a casa da sola visto che mio fratello aveva raggiunto i miei all’estero.
Mi avete fatto andare indietro un’altra volta di parecchi anni, quando scrivo i ricordi vengono a galla uno dopo l’altro… alla prossima.

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