La caduta di Serena. Capitolo 6

Capitolo 6.
Marco procedeva con calma verso il punto vendita, Serena rimaneva ferma. Lui si voltò.
Due colpi veloci sulla gamba. “Su, qui da me. ” Disse, incurante del fatto che si trovasse tra la gente.
Lei non sapeva più cosa dire, come muoversi… le gambe erano di cemento… Marco aveva detto “guinzaglio”… e perché si stupiva? L’aveva scopata legata ad una scrivania, c’era veramente da stupirsi?? No… non era lo stupirsi, era l’inorridire.

Aveva passato una vita sessualmente morigerata, dove l’unica trasgressione, a volerla chiamare così, era stata la chat e il conseguente tradimento…
Un unico cazzo di sbaglio!!!
Dove la voleva portare il porco? Visioni tremende le venivano alla mente, al solo pensare alla parola “guinzaglio”…
“Devo mettermi a contare, puttana?”
Marco. Che proseguiva nell’infischiarsene della gente attorno. Qualcuno si voltò, perplesso. E lei non ebbe altra scelta che andare verso lui.
“Ti scongiuro, almeno abbassa la voce… ahi!” gemette, quando lui la prese per i capelli, con un gesto che per i passanti avrebbe dato l’idea di una semplice carezza.

“Cosa penso sull’esitare, puttana?” chiese in un sussurro all’orecchio di lei.
“Mi… mi dispiace… Marco… è solo… dio mio…” balbettò Serena “un negozio di a****li, stai esagerando… ahii!!” protestò ancora lei, al piccolo strappo che Marco diede alla chioma.
“Cosa penso del protestare, puttana?” indagò ancora l’uomo.
Lacrime bagnavano gli occhi di Serena. “Ma come puoi pret… ok…. Ok!!” cambiò rotta, quando la mano di libera di Marco si posò su uno dei due bottoni rimasti chiusi della camicetta.

Marco proseguiva al suo orecchio “non pensare finisca qui. Più tardi, queste piccole perdite di tempo le pagherai per bene… Pensaci… perché a me non frega nulla di come, quando o quanti dovranno sfondarti pur di farti comprendere di chi sei o cosa sei…Pensaci bene… Capito?”
Serena era di marmo. Le parole di lui coglievano nel segno… E la resa arrivava, sempre, puntuale…
A che servivano le esitazioni? A nulla, se non a farle subire di peggio.

Aveva qualche via di fuga? Anche solo un mezzo asso nella manica? Nessuno.
Ubbidienza. Pensava solo poche ore prima che bastasse l’assecondare. No.
Ubbidienza.
Guardò la vetrina del negozio… poi le persone attorno… perché le sembrava che tutti sapessero?
Marco la spinse lieve, e lei smise di opporsi. Entrarono, in un ambiente non grande, e decisamente poco affollato. Serena conosceva di vista la giovane addetta, sistemata alla cassa, niente più di un saluto quando si incrociavano.

Difatti, la giovane fece solo un cenno del capo per salutarla, associato ad un’occhiata curiosa alla sua mise, ma nulla più.
Serena era attentissima a Marco, per cogliere dove l’attenzione dell’uomo si soffermava… camminava lento, con lei appresso, mentre passava lungo gli scaffali, osservando… osservando…
Nella prima corsia, il suo aguzzino non perse un secondo in più su nulla, poi svoltarono nella seconda, celata alla vista della commessa. Fecero un paio di metri.

Il cuore di Serena ebbe un sobbalzo.
Collari e guinzagli.
Sebbene avesse cercato di prepararsi mentalmente, sebbene sapesse, si ritrovò comunque spiazzata alla vista di Marco che studiava l’esposizione. Mentre lei rimaneva ritta immobile accanto a lui, l’uomo dimostrava una concentrazione nello scegliere quasi maniacale… del resto, si rendeva conto Serena, non stava giocando… stava realmente scegliendo qualcosa che a quanto pareva era fondamentale…
Marco ora stava esaminando un collare nero, semplice, ne controllava minuziosamente anche l’interno, poi lo riponeva… toccò successivamente ad uno rosa, che subì la stessa indagine.

Nel frattempo, un uomo passò accanto a loro, perso nei fatti suoi, ma Serena si sentì ancora addosso quell’imbarazzo derivante dal fatto che tutti sapessero, che tutti immaginassero il perché della loro presenza lì…
Si impose calma… erano una coppia in negozio, non c’era motivo per cui qualcuno potesse pensare qualcosa di perverso… In ogni modo, si consolò, quello doveva essere l’unico cliente per il momento, a parte loro, e lo udì pagare alla giovane cassiera, e poi andarsene.

“Non riesco a decidermi…” pensava a voce alta Marco “sia sul colore, che sul modello…”
Serena ricacciò in gola quello che avrebbe voluto dirgli, di dove ficcarsi quei collari, ma sapeva bene, che avrebbe solo rischiato conseguenze oscene. Nuovamente quindi, tacque.
Marco ritornò a considerare il collare rosa, lo alzò a livello degli occhi, parve convincersi e lo tese a Serena.
“Avvicinati, proviamo questo, puttana. ” disse lui.
Serena fremeva.

Non si aspettava che anche quello dovesse succedere in pubblico. Vero, non c’era nessuno al momento, ma era mortificante in ogni caso. Si morse il labbro, quasi a farsi male, tutto per evitare di dire quanto serbava dentro.
Veloce… doveva basare tutto sul fatto di essere veloce… e quella farsetta si sarebbe conclusa subito…
Le mani di lui, attorno al suo collo, mentre lo cingeva con il guinzaglio… armeggiava con la chiusura…
“Fatto.

” Disse lui, rimirando l’opera conclusa. E rimirare, era un qualcosa di riduttivo… Marco sentiva il cazzo nei pantaloni esigere la scopata… la sua puttana, con quel semplice accessorio, ai suoi occhi diveniva irresistibile, una bellezza frutto della sottomissione.
Ed ora Serena le due dita di lui che passavano dal collare al suo viso, con un tocco lieve… si sarebbe potuto definire delicato, se non fosse stato il suo… lei lo detestava, avrebbe voluto arretrare… invece rimase come statua, ad occhi ostinatamente chiusi, mentre quel tocco procedeva a disegnarle i lineamenti… occhi che adesso si serravano con più forza mentre le dita ritornavano verso il collare… e più giù… si indirizzavano nell’incavo tra i seni…
Occhi spalancati adesso, mentre Serena afferrava il polso di Marco, con respiro affannoso.

E sguardo nello sguardo. Marco, fissava lei, nemmeno con durezza, in semplice attesa… di quello che avveniva, cioè l’abbassarsi dello sguardo e della mano di Serena, che doveva e lasciava fare.
E le dita ripresero la loro discesa, a risalire sul seno sinistro, fortemente esposto… e poi, appena infilate sotto la camicetta, già a trovare il capezzolo… Un piccolo sussulto di Serena, mentre le dita sfioravano, stringevano piano, tornavano a sfiorare… E nuovamente i suoi occhi si chiudevano, con l’umidità delle lacrime, dovute alla rabbia di un corpo che la tradiva ancora… lui stimolava sapientemente, e il ventre rispondeva… il respiro diveniva corto….

“Di chi sei?” chiese lui, in un sussurro, senza distogliere lo sguardo dal suo viso.
Voleva rispondergli con quello che era il suo mondo… lei era di sé stessa! Lei era di suo marito! Eppure fu la realtà, drammatica e spietata a farla rispondere, mentre l’umido tra le cosce si faceva sentire…
“T-tua…” disse flebile.
“Cosa sei?” insistette Marco.
Sapeva cosa doveva dire… non c’erano dubbi, né c’erano scappatoie…
“Una… una puttana.

” Rispose, ora con il bisogno di concentrarsi… le dita continuavano a stimolare… purtroppo dannatamente a modo…
“Una puttana gocciolante, direi…” proseguì lui…
Serena non poteva né voleva dargli quella soddisfazione, sebbene sentisse netto l’effetto che quelle dita avevano su di lei…
“N-no… no… io…” farfugliò.
Marco sorrise. “No, puttana?” E rapido, dal capezzolo le dita scesero verso il bordo della gonna, infilandosi veloci.
La prima reazione di Serena fu di serrare le cosce.

“Che fai?? No… non qui!!” disse lei, terrorizzata.
Marco fu duro. “Apri le cosce puttana. ”
“Se ci vedono… Marco…” ma dischiuse le gambe, permettendo al ragazzo di arrivare al taglio.
“N-no… p-per favore…” singhiozzò subito Serena, sotto il tocco sempre lento delle dita di lui, lento e leggero… un toccare che non penetrava…
“Ripeto la domanda… cosa sei?” chiese ancora Marco, ritrovandosi le dita già umide.
“io… io ti o-ohhhhh!!!”! le mani di Serena corsero alla gonna, quando Marco infilò le dita per un solo attimo dentro la sua figa.

Una vampata di eccitazione, che non le permise di udire il rumore di una sedia smossa, poco lontano.
“L’occasione per essere ubbidiente ti era stata data… servirà un’altra lezione, puttana. ” E prese a stantuffarla velocemente, mentre Serena cercava di indietreggiare lievemente con il bacino, senza convinzione… lui la teneva ora anche per un braccio, impedendole di sottrarsi al masturbare.
“Smett-ti… smettismetti…” gemeva piano Serena, odiando il fatto che il suo corpo partisse così presto per la tangente… dopo gli orgasmi di poco prima, avrebbe dovuto dimostrare un minimo di resistenza alle stimolazioni di lui… l’odio stesso che provava verso quell’uomo avrebbe dovuto fungere da diga… ed invece, quello che accadeva era la dimostrazione di tutta la frustrazione patita negli anni, e quindi, anche se trattata a quel modo, non c’era maniera di nascondere la voglia inespressa, che la stava guidando verso un nuovo orgasmo… E la faccia di Marco, trionfante, era di chi le strappava la verità… una puttana… una puttana gocciolante…
“M… Marco… ti… pre… o… non…” Serena si sentiva al limite, e lui non dava segni di volerla smettere…
Ed invece, smise di colpo, facendo uscire la mano dalla gonna, e riportando le dita fradice dentro la camicetta, sul capezzolo.

Serena non ebbe tempo nemmeno di ricomporsi un istante.
“Avete bisogno?” chiedeva la commessa alle spalle di Serena, qualche metro più dietro. La donna si irrigidì, ferma, immobile, mentre Marco, nascosto dal suo corpo, procedeva nello stimolarla.
“Sì, signorina… avrei proprio bisogno…” disse Marco, gettando nel panico Serena, che sentiva avvicinarsi la ragazzina… due metri…. Un metro… solo all’ultimo l’uomo tolse le dita, facendole emettere un piccolo rantolo che non la donna non riuscì a contenere.

Ed improvviso ricordò.
Il collare! L’aveva ancora addosso!! Quel maledetto si divertiva a portarla al limite, in una condizione da farle perdere contatto con la realtà, in modo da piegarla sempre… Serena si sistemò rapidamente i capelli, volendo nascondere l’oggetto e chinò la testa.
“Mi dica pure!” fece la ragazzina in modo cortese, sorridendo da principio, un sorriso che rimase quasi uguale anche dopo l’occhiataccia alla scollatura di Serena.
“Dunque…” iniziò Marco guardando la scaffalatura “non so decidermi su colore di un collare…” disse alla commessa, che seguiva il suo indicare l’assortimento.

Il cuore di Serena batteva a mille… e, orribilmente, il primo pensiero che le venne fu che qualsiasi cosa fosse accaduta ora, sarebbe stata colpa sua… Non era stata ubbidiente, ed ora arrivava il prezzo da pagare… La donna, complice lo stato di eccitazione in cui forzatamente Marco la trascinava, non si accorgeva che il sottile gioco dell’uomo la stava anche guidando verso un auto accusarsi per quello che subiva…
“beh, la capisco, ce ne sono a bizzeffe di colori qui” diceva la commessa “ma parliamo di un cane maschio o femmina?”
“Una cagna, decisamente una cagna…” le rispose Marco con un mezzo sorriso e uno sguardo di sghinbescio verso Serena.

“Un colore tenue magari” riprese la ragazzina, “ma di che taglia è?”
“Direi media” rispose lui, e si girò verso Serena “in quanto al colore, questo rosa come le sembra?” e lo disse scostando i capelli di Serena e prendendo con un dito a mò di gancio il collare che Serena portava al collo.
Serena deviò lo sguardo da un’altra parte… la vergogna per quella situazione era troppa. Marco, con una leggerezza da non credere, faceva di lei un a****letto da far girare nella ruota, una ruota che lui comandava con polso di ferro.

“ehm…” disse la commessa, perplessa e imbarazzata “io… signore, non saprei dire…. ”
“Rosa non sta bene? O forse vuole vedere prima con il guinzaglio? Sì, dev’essere questo. ” Disse, pescandone uno tra quelli appesi, un guinzaglio a catena, con un pratico moschetto ad un capo. Serena era disperata, nello sguardo e nel suo tremare, sotto gli occhi della ragazzina che sbalordita osservava l’uomo agganciare il guinzaglio al collare, rendendo così plateale la condizione di sottomissione di lei.

C’era da dire che solo per un assoluto auto controllo Marco non restò imbambolato… già la donna gli ispirava istinti tra i più bassi e perversi in condizioni normali… ma ora… la catena ciondolava dal collo, a ricadere nell’incavo tra quello tettone… e poi l’espressione di lei… rassegnazione, di chi è in balia dei capricci di un altro…
E lo era eccome. Marco era compiaciuto dal risultato raggiunto… compiaciuto, ma non ancora appagato.

L’avrebbe fatta strisciare ai suoi piedi, e non soltanto perché glielo ordinava, bensì perché lei stessa l’avrebbe considerato un premio…
Tempo al tempo. Ora occorreva un passo un più. Magari rischioso, ma ne sarebbe valsa la pena.
La commessa era senza parole. Pervertiti ne aveva visti in giro, senz’altro, ma mai lì nel negozio… oltretutto, conosceva la signora, l’aveva incrociata mille volte nel centro commerciale, e non aveva sospettato potesse essere… beh, guardandola con quella scollatura però… Forse più che una signora, era un troione… lui invece la sorprendeva, uomo distinto, sicuramente magnetico… In altre occasioni, un pensierino ce l’avrebbe fatto…
Solo che, ed era la sua unica preoccupazione, non potevano comportarsi così, per lo meno non lì dentro…
“sì” esordì nuovamente Marco, l’espressione di chi considera un abito da sera “direi che ora rende un po di più, non trova, signorina?”
“Signore… non so come siano i vostri… vostri rapporti… ma le chiedo cortesemente, non qui, se entrasse qualcuno ora, e il padrone venisse a sapere di questa… cosa…” considerò la ragazzina, guardando Marco con l’atteggiamento quasi di scuse.

Serena, avvilita, intravedeva quantomeno una via d’uscita rapida, fortunatamente, la commessa sembrava seriamente preoccupata da quello che stava accadendo… certo, se pensava a come l’avrebbe guardata nei giorni a venire… o a cosa poteva dire in giro…
Bastardo… lurido bastardo, pensò ancora.
Marco si fece addirittura seducente, avvicinandosi di un passo alla ragazza “la posso senz’altro capire… potrebbe risultare imbarazzante per lei, se qualcuno di mentalità diversa dalla sua entrasse e vedesse questa semplice prova accessori… potrebbe intendere male… Ma immagino che lei, signorina, sia aperta rispetto a questo…”
La commessa sorrise “Non mi scandalizzo certo, non è quello il problema, è solo che…”
“Guardi, non intendo creare problemi… Credo però si possa approfittare di una sorta di camerino o simile per la prova… le pagherei il disturbo, un pagamento di cui solo noi due saremmo a conoscenza…”
Un istante, e la commessa considerò quel risvolto… poi diede un’occhiata a Serena, prima di riportare l’attenzione su Marco, il quale ne intese bene il senso.

“No no… non si preoccupi… la gran signora al guinzaglio non parlerà. Non fa nulla che io non voglia. ” Disse deciso Marco, con uno sguardo molto eloquente nei confronti di Serena, che chinò il capo, atterrita.
Un sorriso timido si affacciò sul viso della commessa, adesso intrigata dalla situazione, ma anche interessata ad un piccolo guadagno extra…
“uhm… in realtà, abbiamo una sorta di piccolo magazzino, non è grande, però…” buttò lì la ragazza, pensierosa.

Serena sprofondò nel sentire quelle parole. La bocca si spalancò, poi cercò di articolare una frase…
“Ma… che volete… che vuoi fare???” chiese. E sperimentò per la prima volta il richiamo tramite una tirata del guinzaglio. Difatti, Marco preso un capo della catena, diede un piccolo strappo, che fece avanzare di un passo Serena verso di lui…
“Non ti ho detto di parlare, gran signora. ” Disse lui duro, tenendola al guinzaglio.

L’angoscia di Serena si contrapponeva al sorrisetto della commessa. E Marco si rivolse nuovamente a quest’ultima.
“Scusi l’interruzione, signorina. La disciplina non è il suo forte ma… provvederemo. Sì, potrebbe andar bene il magazzino per la prova… sa, non mi piace comprare qualcosa di cui non sono convinto…” disse Marco.
“Sì… e quanto…” chiedeva la ragazza, lasciando intendere che ora si parlava di soldi.
E lì venne fuori lo spirito d’azienda dell’uomo… colui che investe… e investe bene se il godimento è assicurato… ora, e per il futuro…
“Per il suo tempo e per lo spazio? Direi che cinquanta euro possono andar bene, no?” propose Marco, prendendo dal taschino della giacca una banconota.

La ragazza rimase incredula, si aspettava una piccola somma, e invece quell’offerta, per lei studentessa e lavoratrice, erano un toccasana. Li prese immediatamente e se li mise nella tasca posteriore dei jeans, con uno sguardo finto corrucciato verso Serena, sempre più esterrefatta… negoziavano le umiliazioni in sua presenza… senza alcun ritegno…
“Bene” disse la commessa, “seguitemi, la stanza è lì in fondo accanto al bagno”, e si avviò in quella direzione.
Serena lasciò che le lacrime sgorgassero… Marco aveva subito iniziato la lezione di disciplina, guidandola verso il locale al guinzaglio.

Non c’era una promessa che lui mancasse… anima, corpo, mente… lui, assieme a Paola, avevano garantito di entrarle ovunque, senza riserva alcuna… E non c’era una maniera in cui lei potesse prepararsi agli eventi, perché semplicemente Marco non aveva limiti… Era deciso a piegarla, alle sue voglie, ai suoi capricci, alle sue perversioni…
E ci riusciva puntualmente… Da gestrice di un negozio, in poche ore si ritrovava ad essere trattata come un a****le… un a****le da gioco, talvolta, e un a****le da monta, come Marco aveva già dimostrato…
E non si fermava davanti a nulla.

L’aveva sempre considerato un verme, ed da viscido infatti agiva sulle persone… le faceva sue, come la commessa appena incontrata… I soldi avevano fatto la loro parte, indubbiamente, ma riusciva a vendere la sua dignità anche agli sconosciuti in maniera velocissima, paventando loro il panorama di poter giocare con lei…
Uno strattone al guinzaglio la richiamò alla realtà… la commessa li aveva guidati appunto in fondo al negozio, in uno stanzino alle cui pareti erano accatastati i vari prodotti necessari al negozio.

Il tutto lasciava una corsia centrale di un metro e mezzo dove i tre si trovavano ora.
La loro guida li aveva fatti entrare, restando sulla porta, in modo da controllare sia il magazzino, che il negozio vero e proprio.
“Ecco fatto, non è grandissimo… però…” diceva la ragazza, all’indirizzo di Marco. Per lei, Serena non esisteva come interlocutrice.
“Va benissimo, per la nostra prova, signorina…” lasciò in sospeso Marco.
Sonia.

” Rispose lei, con un sorriso vezzoso.
“Sonia. ” Ripetè l’uomo “Sì, devo solo vedere adesso se gli articoli vengono recepiti a dovere…”
Serena non capiva cosa intendesse lui. Se voleva dimostrare ulteriormente il suo dominio, l’aveva già fatto, umiliandola con quella ridicola passeggiata al guinzaglio… che altro voleva… dannazione, perché non la lasciava in pace!
Marco aveva ben altre idee.
“Collare e guinzaglio, puttana… ti pare possa valutarli, in questo modo?” chiese a Serena, tenendola a catena corta.

Serena non capiva “Marco… che… non c-capisco…”
“Credo intenda dire che gli a****li vanno a quattro zampe…” disse piano Sonia, guardando di sfuggita Serena, e lieta poi di trovare il muto consenso dell’uomo.
Lei non poteva crederci. Non poteva essere vero! “Stai scherzando spero!! Dimmi che è uno scherzo!!” esclamò Serena, quasi urlando.
La reazione aveva impensierito Sonia, che ora aveva la certezza sarebbero sorti guai… eppure la calma dell’uomo la invitò a lasciar fare…
E difatti, l’espressione rabbiosa della donna davanti a lei si spense quasi immediatamente, cancellata dal gesto dell’uomo, che un giro alla volta, si avvolgeva la catena attorno alla mano, costringendo Serena ad essere praticamente viso a viso con lui…
“Quante cose devo raccontare di te alla signorina Sonia, prima che tu ti decida a metterti a quattro zampe?”
“Io… s-scusami… almeno… ti scongiuro, fa uscire lei…” piagnucolò Serena, sapendo di aver violato quell’ubbidienza che lui pretendeva.

“Forse basta dirle di come bevi bene…” le sputò in faccia, con occhi ardenti “oppure…” ma non completò la frase. Singhiozzando, Serena lo interruppe “Va bene! Oddio… va bene! Farò come vuoi!!”
Marco le diede catena immediatamente, guardandola, così come basita stava facendo Sonia, ad occhi spalancati. Non aveva mai visto una scena del genere e, dove essere sincera, la trovava oltremodo interessante… e non solo…
Serena lanciò uno sguardo di fuoco a tutti e due, prima di scuotere la testa a destra e sinistra, rendendosi conto di cosa si stesse abbassando a fare… Prima un ginocchio, poi l’altro, sotto lo sguardo compiaciuto dell’uomo, che però non ammetteva altre proteste… Una mano a terra, seguita dall’altra… Labbra serrate, testa china, a guardare il pavimento… a quattro zampe.

Un a****le. L’a****le del suo padrone.
Marco aveva vinto ancora. E il peggio era che lei non poteva in nessun modo contrastarlo, ogni minuto che passava, anzi, lui acquisiva sempre più potere su di lei, che in maniera stupida tentava quelle rimostranze che la portavano poi sempre più giù… Ma come poteva restare zitta davanti alle sue richieste?? Come poteva quel ragazzo essere così disumano da volerla rendere sua in ogni modo possibile? Ed ora alzò lentamente il capo, per capire quell’improvviso silenzio attorno a lei…
La ragazzina la fissava, stupefatta.

Chiaro… era uno spettacolo da circo inaspettato… e Marco? Perché taceva con quel sorriso stupido? E stava guardando… Chiaro! La mano di Serena corse rapida al seno destro, uscito dalla scollatura… Lo rimise dentro, rossa in volto.
Sonia intanto scrutava nel negozio… nessuno, e per la prima volta si ritrovò a pensare “per fortuna”… Non sapeva cosa le stesse prendendo, senz’altro però, comprendeva cos’era l’invidia…. Invidia verso l’uomo che esercitava quel potere… e il piacere… piacere di vedere una donna più matura di lei assoggettata a quel modo… Dio, sperava davvero non finisse…
Fu esaudita.

Marco infatti cominciò a muoversi, tirando piano il guinzaglio. Serena, mordendosi il labbro, avanzò gattoni seguendolo… ogni due passi però si soffermava un istante per risistemare la camicetta.
“Non ci siamo” sbottò lui di colpo “così non riesco a capire se ti calza a pennello…” disse, mentre Serena lo guardava esasperata.
“Chissà cosa mi disturba… uh, certo” esordì schioccando le dita “sono gli abiti. Di a****li vestiti non se ne vedono di certo… dico bene, Sonia?”
La ragazzina era rapita dalla situazione, quasi ipnotizzata… fu lo sguardo implorante della donna a riportarla alla realtà… senz’altro chiedeva un tacito aiuto… un “può bastare” che avrebbe contribuito a fermare il tutto… Ci riflettè… o meglio, si convinse di averlo fatto… si convinse di aver considerato l’idea di andare in contro a quello sguardo… Ed invece si ritrovò a sorridere all’uomo, un sorriso imbarazzato, ma pur sempre un sorriso.

“Sì… credo anch’io…” mormorò, colpevole.
“Che razza di bastarda!!” sibilò Serena, in lacrime. E si rese conto di essere stata portata a sbagliare ancora. Non servì a nulla il suo assoluto silenzio successivo. Già intuiva che per Marco il suo parlare era oltre quello che le veniva concesso.
“Che figure mi fai fare, puttana… offendere chi è stata così gentile con noi… Sonia, sono costernato. ”
La commessa, che aveva accusato l’offesa, si sentì rinfrancata dall’intervento di lui.

“Di nulla… io penso, cioè, la situazione…”
“No, no, no,” proseguì Marco “non cercare di scusarla. Meglio essere duri talvolta. ” Detto questo, individuò lo zoccolo di una pedana, dove stavano appoggiate le merci, e tirò il guinzaglio fino a far avvicinare la sua preda a quel sostegno. Un rapido giro della catena, e il moschetto fu agganciato all’anello del collare.
Serena si ritrovò così ridotta realmente alla stregua di una cagna, totalmente vulnerabile, alla mercè di Marco e sotto gli occhi di Sonia.

A quanto pareva, però, all’uomo non bastava. Si portò accanto al fianco di lei, chinandosi. Con un movimento veloce, le abbassò la gonna fino alle ginocchia.
“No!! Per favore per favore per favore!!! Marco, sarò buona, sarò buona!!!!” diceva Serena, tirando sul guinzaglio, incapacitata a voltarsi e, meno che meno, ad alzarsi.
Marco restò indifferente alle suppliche.
“Alza la zampa, puttana. ” Disse imperioso, pronto a sfilare del tutto l’indumento.
Serena andò oltre la disperazione.

Marco aveva detto “zampa”. Lo guardò, vedendolo sfocato a causa degli occhi lucidi… Durezza e determinazione…
Non le restava altro che rassegnarsi… se era arrivato a questo, davanti ad una nuova protesta, che avrebbe fatto?
Alzò leggermente il ginocchio, poi l’altro, lasciandosi sfilare la gonna… A occhi chiusi adesso sentiva la mano di lui aprirle i due bottoni della camicetta… Sconfitta, se la lasciò sfilare, un braccio, in seguito l’altro… Serena fremeva. D’imbarazzo. Di profonda vergogna.

Nuda, vestita solo di un collare. “No…” disse flebile.
Marco intanto si era rialzato e contemplava… Perché il termine giusto era proprio “contemplare”…. A partire dal bel culo pieno, passando per le cosce… fino ad arrivare a quelle tettone stupende che penzolavano ora libere da costrizioni. Stupenda. La cagna era perfetta. Nuda, indifesa e sottomessa.
Ma soprattutto, totalmente sua.
Sonia aveva assistito a tutto con il cuore in gola. Non per paura che qualcuno potesse scoprire il gioco che alla fine era stata lei ad autorizzare, certo, una qualche traccia di essa rimaneva… no, era proprio quel piacevole brivido che la situazione le dava a darle sensazioni forti… non avrebbe mai immaginato che l’uomo potesse ridurre la signora in quel modo… E la donna lasciava fare…
Un rumore dal negozio.

“No!” pensò la commessa, vedendo una coppia che stava entrando.
“Signore… mi scusi, c’è gente, mi assento un secondo…” disse sottovoce.
Marco si voltò “Ok, chiuda pure la porta allora…”
La commessa stava eseguendo, poi si fermò un momento, già con la maniglia in mano…
“Non… beh, sì insomma, torno subito eh!” disse con un sorriso malizioso e, rossa in volto, chiuse la porta.
La maschera di durezza sul viso di Marco si aprì inevitabilmente in un sorriso.

E con quel visibile divertimento, tornò a voltarsi verso Serena, tutta presa a cercare di togliersi il moschettone dal collare. Immediatamente, si chinò accanto a lei, prendendola per i capelli, ad alzarle il volto verso di lui.
“Che stai facendo, puttana?” chiese secco.
“Stai esagerando!!! Ti rendi conto, ti rendi conto di come mi hai ridotta???” disse lei, rabbiosa.
Lui non si scompose. “Forse credi che l’ubbidienza sia dovuta solo quando c’è gente attorno… no, puttana, in qualsiasi caso io ti voglio docile… docile e disponibile.

Mani a terra, puttana. ”
“Cosa… cosa potrebbe dire quella ragazza in giro di me??? Ci hai pensato???” rabbia e disperazione, ma eseguiva, riportando le mani a terra.
Marco divenne lieve nel parlare “Non dirà nulla… se io non voglio… L’hai sentita, gradisce molto lo spettacolo che stai offrendo…”
“Sei stato tu!! L’hai pagata e…” ribattè Serena, subito interrotta.
Marco lasciò la presa tra i capelli, e cominciò a passare due dita lungo la schiena di lei, leggero.

“L’ho pagata? Sì certo, per la prova abbigliamento, il resto… beh, avere un giocattolo a disposizione piace a tutti… specie se poco prima quel giocattolo se la tirava come fosse una principessa…” e mentre parlava, cinse il braccio attorno alla sua schiena, fino ad arrivare ad avere nelle mani entrambe le sue tette. Cominciò a soppesarle e massaggiarle lentamente…
“Io… Cosa vuoi fare adesso? Basta!! Non… almeno non… qui…” le mani. La deconcentravano.

E lui continuava.
“Vedi? Il tuo problema è questo corpo da puttana… Posso frustarti quando e come voglio, e lo farò senz’altro, ma la peggior tortura per te è il piacere… il tuo corpo ne ha bisogno…”
Serena strinse gli occhi, imponendosi di tenere le mani ferme, a contatto con il pavimento, cercando anche di non mostrare reazioni ai tocchi di quel porco. Il problema era però che lui aveva ragione… il suo corpo chiamava piacere… indipendentemente da come Marco la stesse usando e umiliando, la sua pelle reagiva immediatamente ai tocchi… la stimolazione di poco prima nelle corsie già l’aveva provata, ed ora che il maiale teneva il suo seno tra le mani, avvicinandosi a stringere i capezzoli, ma senza sfiorarli, la rendeva ancora creta nelle sue mani.

“N-non… è… tu… è colpa… colpa tua… mi… mi torturi!” disse lei, con la testa incapace di stare ferma. Marco infatti procedeva con quel massaggio a fil di capezzolo… stringeva, in maniera famelica, stringeva le sue tette fin quasi a strizzarne le punte, ma all’ultimo, non toccava nemmeno quelle punte, incendiate dalla voglia. E questo la stava facendo impazzire, anche se tentava di tutto per non farlo notare.
“Torturarti? Oh andiamo, puttana… per così poco…” la scherniva lui, mentre il braccio che la cingeva si spostava verso il culo di lei, la mano ad infilarsi tra le sue gambe…
“N-noooh!” gemette Serena, sentendo un singolo dito scorrerle lungo il taglio, appena a dischiuderla, senza penetrarla.

Il sadismo di lui… che adesso stuzzicava tette e figa, stuzzicava, ma senza realmente mai stimolarli fino in fondo… la stava costringendo ad una lotta con sé stessa… rimanere immobile, mentre invece i capezzoli volevano essere strizzati… immobile… mentre la figa voleva essere riempita…
Un leggero rumore… la porta che si riapriva piano, Sonia che tornava. Appoggiandosi allo stipite della porta, rimaneva a guardare l’umiliante masturbazione subita dalla signora… restava zitta, per non interrompere nulla, anche se sia Marco, sorridente, che Serena, con occhi tra l’avvilito e l’eccitazione pura, si erano accorti subito della sua presenza…
Marco soprattutto gradiva molto il ritorno della ragazza.

Continuava perversamente a stimolare senza concedere a Serena nessun appagamento.
“Su, puttana, dì a Sonia che hai la figa gocciolante…” diceva piano Marco…
“N-no… n-o… f-falla… falla usc-uscire… uscire p-per ommmiodiio…” tentava di dire, mentre il suo corpo si muoveva iniziava a muoversi avanti e indietro, cercando inconsciamente più contatto… E Marco si divertiva con le tettone della sua preda… passandole il palmo vicinissimo ai capezzoli, in modo da farle sentire il calore della pelle, inducendola a tentare di strofinarsi… e ad ogni tentativo, lui allontanava la mano di un niente, generandole ancor più frustrazione…
“dillo, puttana… dì che hai la figa gocciolante, su…” insisteva Marco, sentendo sotto le sue dita il corpo bollente di lei… al limite… di più…
“AHHHHH!!! I-io… bas… diodiodiodio!!!” Gemeva ancora lei, ora che Marco aveva spinto tre dita nel suo ventre, a fondo, muovendole piano all’interno.

Con uno sguardo che bruciava voltò di shitto il viso verso Sonia, aprendo e chiudendo la bocca, tremante di desiderio, squassata dalla voglia di godere…
La commessa guardava rapita… e Marco aveva creato la giusta tensione erotica… Sonia attendeva, voleva adesso sentirglielo dire… mentre l’osservava contorcersi, legata alla catena… Mentre l’uomo insisteva, insisteva…
“Dillo, puttana, su…” continuava Marco, vedendola in agonia, sotto i suoi tocchi… E Serena, tirando sul guinzaglio, a denti stretti…
“Ho… fi… la… ho la figa gocciolante!!!!” urlò, pronta all’orgasmo liberatorio.

Che non venne. Marco si arrestò immediatamente.
“NO!!! Maledetto!!!!” sputò fuori Serena, dapprima contorcendosi, poi, senza nemmeno rendersene conto, muovendo la sua stessa mano in direzione del taglio per completare da sola l’opera.
Il movimento fu subito intercettato da Marco, che la prese per i capelli.
“Mani a terra, puttana. ” Sentenziò.
“Ma… perché???” chiese angosciata e ancora sconvolta lei.
“Mani a terra. Tu non godi quando vuoi, tu godi quando te lo dico io.

Mani a terra, e resta ferma immobile, a quattro zampe. ” Precisò Marco.
Ancora tremante, frustrata oltre il limite, Serena dovette rimettersi nella posizione ordinatale. Però il suo contorcersi non smetteva.
“Immobile ho detto. ” Insistette lui, scrollandola per i capelli. Ripetè il gesto per tre volte, fin quando Serena riuscì in qualche modo a contenere i movimenti involontari dettati dalla voglia, e drammaticamente, il peso della nuova degradazione che alla fine si era auto inflitta, si affacciò nella sua mente.

Lacrime le segnarono il viso, chinato. Non riusciva ad alzare lo sguardo, consapevole che oltre al suo aguzzino, era presente anche la ragazza, che l’aveva vista eccitata come una vera e propria troia.
Marco intanto, sciolse collare e guinzaglio dal suo collo e dal sostegno.
“Rivestiti, puttana. E non asciugarti. Voglio saperti sempre bagnata. ” Disse imperioso, e rimase lì ad osservarla, mentre distrutta fisicamente e mentalmente, Serena si rialzava, con una stupido quanto inutile senso di pudico, si voltava per indossare camicetta e gonna.

Quando si voltò, Marco era accanto a Sonia, pronti per uscire dal piccolo magazzino.
“Qui, puttana. ” Disse con il solito picchiettare sulla gamba. Lei si avvicinò, a testa bassa, sentendo netto l’umido tra le cosce. Vergogna si sommava a vergogna.
“Dunque Sonia, compriamo altre due o tre cosette… poi vorrei proporti un altro piccolo affare…” disse lui, rivolto alla commessa.
“Se posso fare qualcosa…” rispose lei, sempre con quel sorrisetto tra l’imbarazzato e il compiaciuto.

“Decisamente” Disse Marco, cingendo i fianchi di Serena “poi gliene parlo… intanto, mi può mostrare dove sono le ciotole per il mangiare?” chiese con reale curiosità.
Il sorriso di Sonia di aprì completamente. “Sì prego, mi segua. ”
Serena non aveva parole. Non poteva dirne. Non dopo essere stata come una cagna in calore sotto le mani di lui. Sotto i suoi capricci. Sotto ogni sua perversione.
Sua.
Senza scampo.

.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *