Come la paprika

Con le sue mani pratiche, morbide e vigorose, scioglieva i muscoli della schiena alleviando i dolori mi affliggevano da tempo.
Non solo, però: quella pressione mi eccitava. E capitava ogni volta:
prima un senso di progressivo rilassamento che finiva per stordirmi,
poi un graduale risveglio dei sensi che, sotto il corpo disteso
bocconi sul tavolo, mi procurava un’erezione prepotente, resa
addirittura lancinante dalla pressione che mi schiacciava il membro
fra il ventre e la dura superficie di sotto.

Una sofferenza, se non fosse stato per i piacevoli brividi che mi
attraversavano muscoli e nervi, acuiti dal tocco delle mani di
Lucrezia. Una sofferenza, comunque. Sentire il corpo languido e
insieme teso come un arco, i minuscoli crampi alla schiena e
all’inguine, e allo stesso tempo avvertire il suo sguardo silenzioso
che pareva attraversarmi interamente, come se non si fermasse alla
superficie ma perforasse la pelle e le viscere per andare a scovare la
fonte segreta del mio piacere.

E in effetti ogni tanto, voltando la
testa nella sua direzione, sorprendevo Lucrezia a lanciarmi sfuggenti
occhiate di sbieco, brevi e però insistenti, mi sembrava. Il che non
faceva altro che aumentare il mio imbarazzo.
Ero stato tentato di dirle di non venire più a massaggiarmi in casa,
ma il sollievo che traevo da quelle sedute, in ogni senso, mi impediva
ogni volta di decidermi a farlo. Così restavo come in balia di lei, di
quelle sue mani che quasi prendevano possesso del mio corpo, mentre lo
manipolavano; mi veniva di pensare che lo modellassero pressoché a
loro piacimento.

A suo piacimento.

E non riuscivo a distaccarmene.
Volsi di nuovo lo sguardo verso di lei, mentre mi stava frizionando la
zona tra la schiena e le natiche, e a un tratto la vista mi si oscurò:
sentii un tremito feroce nei lombi, uno shitto violento del ventre che
riuscii a reprimere solo con uno sforzo tremendo, quindi densi fiotti
di sperma schizzare fra ventre e tavolo. Dovetti piegare la testa in
avanti, nascondere il viso mordendo il lenzuolo di cotone pesante
steso sotto di me.

Godevo e soffrivo. Esplosi in un orgasmo quasi
insostenibile, benché cercando di tenere insieme tutti i pezzi in cui
mi stavo frantumando, che tendevano a proiettarsi per l’intera stanza
girandomi intorno in vorticosi mulinelli. E i muscoli mi si
rilassarono in un baleno. Ma digrignavo i denti.
Meno di un minuto dopo Lucrezia aveva finito il massaggio e stava
andando a lavarsi le mani. Senza una parola, come al solito.
Approfittai per alzarmi di soppiatto, avvolgendomi le membra non solo
con il panno che tenevo intorno ai fianchi, ma pure col lenzuolo del
tavolo, su cui scorsi subito la grossa macchia di seme, e mi rifugiai
nella mia camera.

Mentre cercavo di ripulirmi, di rimettermi in sesto,
lei uscì dal bagno e salutandomi da fuori della porta mi diede
appuntamento per la settimana successiva. Era sempre così, allegra e
gentile, però riservata. In certi momenti poteva apparire perfino
scostante. Ma sempre corretta e professionale.
La volta successiva cercai di mantenermi il più possibile distaccato.
Ci riuscii con molto sforzo. Mi aiutò la decisione di tenere per tutto
il tempo del massaggio la testa rivolta verso di lei, a scrutare le
espressioni che via via il suo viso assumeva mentre calibrava la
pressione delle mani sulle varie parti della schiena, variava la
tecnica delle manipolazioni e la traiettoria delle frizioni.

Sembrava
assorta, eppure era come se dentro di lei si succedessero stati
d’animo continuamente diversi. In taluni attimi avevo perfino
l’impressione di cogliere nei suoi occhi brevissimi moti di desiderio.
Anche se non potevo giurarci. Ma forse mi piaceva solo pensarlo.
Riuscii a trattenere i fremiti del mio corpo sino alla fine della
seduta, comunque. Poi lei andò in bagno e io nella mia camera. Lì
restai per alcuni minuti nudo davanti allo specchio, ad osservare gli
effetti benefici della fisioterapia sul mio corpo spesso dolorante.

Ora la schiena appariva decisamente più diritta, le spalle meno
ripiegate su se stesse. Era davvero brava, Lucrezia… quando percepii
di sfuggita un bagliore d’occhi.
Non mi voltai, ma attraverso lo specchio notai che inavvertitamente
avevo lasciato il battente della porta scostato di alcuni centimetri
dalla cornice, rendendomi visibile da chi guardasse nella stanza
dall’esterno. E per un attimo mi sentii in imbarazzo. Solo per un
attimo, però. Subito dopo, invece, mi lanciai con un balzo sulla
porta, l’aprii con una mano e istintivamente spinsi l’altra fuori.

Mi
trovai un polso stretto saldamente fra le dita. Il suo. E, sollevando
gli occhi, lei che mi guardava a metà fra il sorpreso e l’impaurito.
Benché senza una parola.
Anch’io senza parlare, l’attirai dentro la camera. La trascinai,
quasi. Mi sedetti sul letto, nudo com’ero, un’erezione incipiente che
cercavo di dissimulare fra le gambe strette, e la tenni in piedi di
fronte a me.
“Spogliati” le dissi dopo averla fissata per un po’.

Mi accorsi con
sorpresa del mio tono secco, imperioso, per niente non abituale.
Lei si mantenne immobile, sempre con la stessa espressione sorpresa e
inquieta. I lunghi capelli castano scuro che le incorniciavano le
guance rivolte verso il basso. Guardava con insistenza qualche parte
del mio corpo.
“Spogliati” ripetei. Stavolta con un’intonazione sferzante, addirittura crudele.
Lucrezia finalmente si scosse. Liberò il polso dalla mia mano e
cominciò a togliersi la maglietta leggera.

Apparve un reggiseno nero
trasparente, bordato di pizzo rosso, che copriva mammelle piene ed enormi, con larghe areole rosate e capezzoli turgidi. Sotto la
gonna plissettata, mutandine anch’esse nere orlate di rosso e sui
fianchi un reggicalze nero. Come di nero, in seta a rombi in rilievo,
erano fasciate le cosce sode e le gambe lunghe e tornite, che finivano
in scarpe con alti tacchi stile anni ‘20.
“Ora le mutandine” le dissi.

Mi fissò come ipnotizzata.
“Le mutandine” ripetei.
Se le sfilò lentamente, lasciando apparire il ciuffo di peli scuri del
pube, e appena visibili le grandi labbra della vagina, carnose e ben
rilevate. Poi rimase immobile, la testa piegata verso il pavimento e
il viso quasi del tutto nascosto dalla folta chioma.
Le afferrai i capelli con un gesto improvviso e la costrinsi ad
inginocchiarsi davanti a me. Le allargai le cosce con un piede,
guardai il ventre che mi si era aperto davanti.

Mi sembrava che
luccicasse. Mi alzai e la feci mettere a quattro zampe.
“Toccati” le dissi. “Toccati”. Con un tono che non ammetteva repliche
e sorprendeva anche me stesso.
Avvicinò una mano al pube e la insinuò fra le gambe.
“Infila un dito nella fica”.
Strinsi e tirai verso di me i suoi capelli, per costringerla ad
obbedire. Lo fece.
“Dentro. A fondo. ”
Lo fece.
“Tiralo fuori e spingilo di nuovo dentro.


Lo fece.
“Ora infilane due. ”
Lo fece.
“Tre. ”
Fece anche quello. Mi parve di sentire mugolii di piacere che
sfuggivano dalla sua bocca serrata.
“Il clitoride. Adesso il clitoride. ”
Cominciò a massaggiarselo, a manipolarselo come tante volte aveva
fatto con la mia schiena. Prima usando il palmo della mano aperta,
aprendo bene le grandi e le piccole labbra, cavando altri sospiri
dalla bocca. Poi con un dito, quindi con due.

Lunghe carezze che
percorrevano tutto l’arco della vulva, giravano intorno al bottoncino
rosa, scendevano ancora lungo l’attaccatura delle cosce, arrivavano
fino al limite delle natiche, tornavano in alto a stanare il piccolo
a****le che pulsava.
“Voltati” le dissi.
Si girò di schiena rispetto a me. A quattro zampe, le cosce aperte,
ora mi si mostrava interamente nel suo intimo. Tornai a sedermi per
guardarla meglio, tenendo sempre stretti i suoi capelli con una mano.

Con l’altra le spinsi la testa sul pavimento, in modo che il suo
ventre si rivolgesse ancora di più verso l’alto, le labbra della vulva
spalancate, il clitoride bene in vista, le natiche che staccandosi
l’una dall’altra rivelavano l’orifizio rosso scuro, carnoso e pulsante
in mezzo, bagnato degli umori che colavano dal ventre.
“Toccati, toccati ancora” le dissi. “Toccati…”
Lo fece. Riprese a sfiorarsi, a massaggiarsi, a titillarsi. Il suo
respiro si stava facendo affannoso, il corpo componeva onde nell’aria
calda della camera, il ventre si muoveva a shitti, a sussulti, a
spasimi.

La marea impetuosa stava per arrivare: me ne accorsi dai suoi
gemiti che salivano di tono. I movimenti diventarono più sconnessi,
insistenti, violenti. I gridolini si trasformarono in un unico rantolo
prolungato.
Le infilai un dito fra le natiche mentre cominciava a sussultare,
urlando e fremendo in tutto il corpo. Spinsi il dito mentre si mordeva
un braccio e con l’altra mano articolava una danza sfrenata sul
ventre, torturandolo, spremendolo come se volesse cavarne ogni minima
goccia di godimento, ogni brivido infuocato.

Affondai interamente il
dito quando i suoi spasmi divennero ossessivi e il bacino si agitava
senza freni, ormai, teso, mentre la pelle emanava un profumo a****le
sempre più intenso e inebriante. Affondai di nuovo in lei proprio nel
momento in cui, con un ultimo e lungo sospiro, rilassava
all’improvviso tutte le membra.
La tirai di nuovo per i capelli, dopo un po’, voltandola di nuovo
verso di me ancora a quattro zampe, il viso quasi a contatto con il
glande che adesso era rosso e tumido.

Vibrava. Adesso non potevo più
tentare di nasconderlo fra le gambe. E forse adesso non volevo più. In
ogni caso non lo feci. Vibrava. E pulsava anche l’asta, con piccoli
movimenti che mi apparvero selvaggi, famelici, quando seguendo la
traiettoria del suo sguardo puntai gli occhi sul mio ventre nudo.
Lucrezia lo fissava con la bocca semiaperta, ansimando piano. Aveva
l’espressione selvaggia, pensai. Mostrava lo stesso aspetto famelico
del pene, che a sua volta pareva inchiodarla a sé con i suoi piccoli e
frenetici gesti involontari.

Come il battere degli occhietti di una
bestiola in calore. La faccia speculare l’uno dell’altra.
Forse fu per questa attrazione improvvisa e intensa che lei a un certo
punto sollevò il viso fino al mio, e allo stesso tempo una mano verso
l’asta irrequieta.
“Vorrei… potrei…” accennò con la voce roca.
“No” risposi secco. Addirittura rabbioso. Scostante.
Con uno shitto violento del polso le allontanai la mano. Una di quelle
che aveva posato tante volte sul mio corpo, una di quelle con mi aveva
toccato, manipolato, sfregato, modellato.

Lei girò il volto con furia,
facendo ondeggiare la lunga capigliatura.
“Stronzo” disse quasi ruggendo.
“Sì…” rispose la mia bocca, senza che io avessi articolato
deliberatamente alcun suono. Un’altra parte di me di cui fino a quel
momento non avevo avuto coscienza.
Mi alzai di botto e con la mano le serrai ancora una volta la chioma,
costringendola a piegare la testa verso l’alto, a guardare in
direzione del glande che le pulsava davanti e del mio viso che a sua
volta si fissò su di lei.

Con l’altra mano impugnai l’asta e cominciai
ad agitarla appena sopra il suo volto, prima lentamente ma poi a poco
a poco con sempre maggiore foga, forza, scariche di desiderio che mi
percorrevano le membra facendomi tremare, vibrare, tendere ogni
muscolo e ogni nervo. Strinsi il membro spasmodicamente quando dalla
schiena cominciò ad affiorare un vortice prima disperso, vago, che poi
però si concentrò puntando dritto sul ventre. Ed esplose in mille
schegge quando inondai di un umore denso e caldo le sue labbra, la
bocca, le guance, la fronte, gli occhi.

Quando depositai quell’essere
che non conoscevo, in forma liquida, sopra il suo viso. E la sua
espressione subito dopo si deformò in un rantolo prolungato di
piacere, seguito da una progressione di gemiti crescenti che
accompagnarono i miei come in una specie di digrignato controcanto.
Fino a che, squassato dai tremiti violenti, non crollai nuovamente
seduto sul letto e il suo viso si depositò sfinito sul pavimento,
vicino ai miei piedi.
Rimasi ad occhi chiusi per un po’, non so quanto.

Appena li riaprii,
lei mi stava fissando ancora una volta, ancora in silenzio, con una
guancia poggiata a terra e lo sguardo obliquo che brillava così
intensamente che lo sentivo trapassarmi. Lasciai andare i suoi capelli
e la mia asta umida che stava perdendo lentamente la sua tensione. Poi
allungai le braccia verso le ascelle, sollevai piano il suo corpo e mi
adagiai sul grembo quel volto spossato, bagnato di me.
E lo cullai a lungo così.

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