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Padrone VII

“Buon giorno”
“Buon giorno a lei!”
Era radiosa, ormai erano passati diversi giorni da quando Padrone l’aveva ricompensata con un’intera confezione delle sue caramelle preferite, ricompensa per aver messo il collare, ma questo non spiegava il motivo per cui lei lo togliesse solo per lavarsi e per dormire ma che comunque al mattino era la prima cosa che indossava appena aperti gli occhi. In ascensore, sola come al solito, si specchiava e si piaceva.

I capelli lunghi le scendevano sciolti quasi fino a metà schiena, le spalle con un po’ di abitudine erano aperte e tese senza più la voglia di nascondere i suoi seni prosperosi, ma la cosa che la allietava più di tutte era il sapere di avere un segreto al collo celato sotto un sottile strato di seta ma che nessuno notava.
Camminava con passo deciso facendo suonare i tacchi sul duro pavimento mentre si avvicinava alla sua postazione.

Non c’era ancora nessuno in ufficio, non che le importasse, avrebbe comunque fatto quella camminata da passerella con tutti gli occhi addosso, non si sentiva più in soggezione per il giudizio degli altri, non le importavano più i pensieri lussuriosi che poteva provocare, perché ora lei si sentiva appagata sapendo che Padrone la apprezzava e la valorizzava per quello che era.
Arrivò al suo angolino ed andò subito al cassetto. C’era un biglietto piegato, nient’altro.

Lo prese e lo aprì sapendo già di trovare un ordine.

Lascia la porta socchiusa ed aspettami alle 18 bendata ed in ginocchio in corridoio.
Padrone

Due sentimenti corsero paralleli e la attanagliarono. Finalmente avrebbe conosciuto Padrone, da soli loro due, avrebbero potuto parlare e lei… lei… l’altro pensiero si fece strada e sovrascrisse il primo, non aveva abbastanza tempo per prepararsi, per presentarsi al meglio, voleva andare dal parrucchiere, dall’estetista, ma non poteva uscire in anticipo dal lavoro, era in scadenza di contratto e voleva che glielo rinnovassero, cosa che non sarebbe accaduta se prendeva un pomeriggio libero senza preavviso.

Le salì l’ansia di non riuscire a prepararsi come aveva pianificato da tempo quando fantasticava su un loro possibile incontro, mentalmente escludeva una voce della lista per poi riprenderla quando toglieva qualcosa di più lungo ed impossibile da realizzare.
“Sempre la prima ad arrivare. ”
La voce di Claudia la fece saltare, si girò e nascose dietro la schiena il biglietto.
“… Già…”
rispose Rossana, ma finita di dire quell’unica sillaba si accorse che il minimo d’ordine che aveva fatto nei suoi pensieri svanì del tutto lasciandole una tabula rasa.

“Qualcosa non va? Ti vedo pensierosa. ”
“No no, tutto apposto…”
Dentro di sé si malediceva e malediceva la sua collega per aver interrotto i suoi pensieri, era sicura che senza quella spinta di adrenalina che aveva avuto alla prima impressione si sarebbe dimenticata qualcosa di fondamentale.
Si sedette, lasciando intendere a Claudia che avrebbe cominciato a lavorare subito affinché la lasciasse in pace, così fu e lei poté riprendere i suoi pensieri, ormai rovinati e da ricostruire dalle fondamenta e senza slancio.

Per tutto il giorno fu distratta, continuava a guardare l’orologio, ricontrollava la lista delle cose da fare nella mezz’oretta che aveva dal suo tipico orario di rientro a casa e l’appuntamento, riguardava l’orologio e non era passato neanche un minuto. Era una follia! Aveva un milione di cose da fare ed era bloccata lì, più pensava e più le saliva l’ansia.
Quando scoccarono le 17 shittò come una molla, aveva già sistemato la sua scrivania, prese le sue cose e si diresse verso l’ascensore alla velocità massima che i tacchi le permisero.

Per tutto il tragitto in autobus fissò l’orologio scoccare i secondi troppo lentamente. Arrivata a casa per prima cosa tolse le scarpe per muoversi più in fretta, per quanto era fortunata, invece della mezz’ora che aveva previsto aveva solo venti minuti. Niente doccia, non ce l’avrebbe mai fatta, passò in bagno solo per buttare nel cesto dei panni da lavare la camicetta che si era sfilata mentre camminava e per irrorarsi di profumo. Troppo! Dall’armadio in camera da letto prese una camicetta bianca che poteva andar bene con la gonna scura che indossava, la infilò e chiuse solo un bottone giusto per non farla muovere troppo, gli altri li avrebbe sistemati dopo.

Andò in salotto, come mai lei che è di solito così ordinata ora invece le sembra che tutto fosse fuori posto?! Prendendo a destra e a manca oggetti da mettere a posto o da far sparire dietro l’anta di un armadietto si fece strada verso la cucina, la guardò e le venne voglia di chiudere la porta a chiave e far finta che quella porta affacciasse sul nulla, era pulita e rassettata ma per lei era come vedere il cassetto dei calzini del padre… Tolse dalla vista tutto quello che nella sua mania e frenesia momentanea le sembrasse fuori posto.

Guardò l’orologio. 5 minuti! Come era possibile?! Cosa aveva fatto per tutto quel tempo? Guardò fuori dalla finestra per vedere se qualcuno che potesse essere Padrone fosse sotto il palazzo. Nulla. Corse in camera e prese tutto quello che sembrava portasse disordine e lo buttò nell’armadio, rassettò il letto, corse in bagno, spruzzò altro profumo e si spazzolò i capelli. Che disastro! Non riusciva più a pensare ad altro che non fosse una tragedia.

Si abbottonò la camicetta e per la fretta saltò un bottone e dovette ricominciare da capo. Guardò l’orologio. Era tardi! Andò alla finestra, nessuno, e se fosse già entrato nel palazzo? Lei lo doveva aspettare in corridoio. Corse alla porta d’entrata, infilò di nuovo le scarpe, abbassò la maniglia e lasciò uno spiraglio aperto. Fece un passo in dietro e si inginocchiò a terra con qualche lamentela da parte della gonna.
Il cuore le andava a mille, sentiva pulsare tutto il corpo, il respiro corto ed affannato tentava ogni volta di strappare un bottone alla camicetta.

In ginocchio era scomoda ed i tacchi di certo non aiutavano, lei guardava fissa lo spiraglio della porta aspettando che si allargasse. Una folgorazione, le tornò in mente il bigliettino, si doveva ancora bendare. Si guardò attorno per cercare qualcosa, con difficoltà cercò di alzarsi, rinunciò quando capì di poter usare il foulard che aveva al collo. Del resto stava per incontrare Padrone, non era necessario tener celato il collare. Annodò la stoffa e le si fece buio.

Che ora era? Quanto tempo era passato? Le sembrava un’eternità. Cercava di stare attenta ad ogni rumore che provenisse dalla porta. Il ronzio dell’ascensore più di una volta, la lasciò senza respiro mentre lentamente sorpassava il suo piano e continuava a salire lentamente. Se qualcuno del suo pianerottolo avesse visto la sua porta socchiusa e avesse provato ad entrare per sapere se andava tutto bene l’avrebbe trovata lì in ginocchio, bendata e con un collare, avrebbe dovuto cambiare appartamento per la vergogna.

Un rumore di passi cadenzati, dapprima lontani e poi sempre più vicini, le fece rizzare le orecchie. Sembrava che qualcuno stesse salendo le scale, gradino dopo gradino, quando si fermò era sicura che lo aveva fatto davanti al suo portoncino. Era Padrone, ne era sicura. Attraverso la stoffa della sua benda vide la luce aumentare e poi le arrivò un soffio d’aria gelida addosso. Fremette, non era mai stata così agitata, aveva paura che muovere un singolo muscolo avrebbe rovinato tutto.

Un passo più vicino e la porta si chiuse. Rimase immobile, sentiva la presenza di qualcuno davanti a lei ma rimaneva in silenzio, rimase pietrificata nonostante il dolore alle gambe per la posizione scomoda. I passi ricominciarono, si allontanavano da lei, andavano verso la sua camera, entrarono e tacquero di nuovo. Cosa stava succedendo? Aveva una voglia matta di togliersi la benda e correre in camera ma la paura di una punizione di Padrone non le fece neanche girare la testa in quella direzione, era paralizzata e tesa.

I passi ripresero, si avvicinavano, si fermarono davanti a lei. Le sembrava che insieme al profumo di muschio che ormai aleggiava riusciva a percepire il calore di un corpo, poi una mano le si poggio sulla testa e accarezzandole i capelli toccò la sua guancia infuocata. Non ci credeva, era tutto reale, non lo stava sognando, sospirò come per prendere il tempo prima di parlare ma la voce profonda dell’uomo che le stava davanti la colse di sorpresa

“Sei stata brava.

Fatti trovare pronta domani alle 22. ”

Dapprima sentì soltanto il suono di quella voce, era da molto che se la immaginava ed ora che l’aveva finalmente sentita la sua immaginazione le sembrò così povera. Era profonda, dura e severa ma in qualche modo rassicurante, faceva perfetto specchio alla personalità di Padrone. Quando la sua mente smise di fantasticare e soffermarsi su cose così velleitarie si accorse che c’era anche un messaggio in quel suono, quando lo capì sentì il rumore del portoncino chiudersi.

Padrone non le stava più accarezzando la guancia, non ne sentiva più la presenza. Improvvisamente si sentì sola, abbandonata e nello sconforto pronto a sfociare in disperazione. Tolse la benda, non le avrebbe più pesato un’eventuale punizione se era per lenire questo stato. Non c’era nessuno, era sola. Tentò di slanciarsi verso la porta per inseguire Padrone ma era stata per troppo tempo in ginocchio che le sue gambe non la ressero e cadde a faccia in avanti riuscendo a proteggersi solo all’ultimo istante.

Si sentiva una fallita abbandonata, una lacrima già le solcava il viso.
Dopo qualche minuto riuscì ad alzarsi, si affacciò per le scale ma non c’era nessuno, neanche un minimo suono. Andò alla finestra per guardare in strada, niente anche lì. Aveva solo voglia di rannicchiarsi sul letto e sfogare il pianto che stava trattenendo a stento, quando attraversò la soglia della camera rimase senza parole. Sul letto, affianco a della stupenda lingerie avorio, era steso con cura un abito blu scuro in velluto lucido, a terra, ai suoi piedi delle scarpe in raso dello stesso colore.

Non sapeva se ridere o piangere. Aveva un appuntamento con Padrone!

Potete trovare il seguito di questa storia e gli altri miei racconti sulla mia pagina de “I racconti di Milu”.

Tutto bene quello che finisce… a letto

Tutto bene quello che finisce… a letto

La prima volta che Tommaso vide Tim ne fu immediatamente attirato. Era stato introdotto in classe dal segretario del liceo alcuni giorni dopo l’inizio delle lezioni. Il professore evidentemente lo sapeva ed annunciò alla classe:
“Questo è Tim P. , si è appena trasferito qui e quindi comincia un po’ in ritardo. ” Cercò in giro per la classe un posto vuoto e Tommaso vide la nuca di Tim diventare di un rosso acceso mentre gli sguardi di tutta la classe erano incentrati su di lui.

Non aveva nulla di cui aver vergogna. Tim era ben messo, poteva vedere delle spalle larghe sotto il nuovo blazer del liceo. I capelli erano neri e lievemente lunghi dietro e si arricciavano sotto il colletto. La pelle era abbronzata e gli occhi del più chiaro grigio possibile.
L’insegnante indicò un posto vicino a Giorgia: “Per ora siediti là, Tim, finché non ti sarai ambientato e fatto degli amici. ”
Tim scappò al posto indicatogli e si sedette evidentemente desideroso di uscire il più presto possibile dalla ribalta.

Tommaso, che dieci minuti prima aveva chiesto a Kevin di sedersi vicino a lui, bestemmiò sotto voce. Ora si era accollato lo sgraziato Kevin e la sua acne incipiente quando avrebbe potuto avere quell’angelo seduto accanto a se. Guardò e vide che Tim aveva già cominciato a conversare con Giorgia che sembrava contenta di questo.

L’ora di lezione finì e la campanella annunciò la prima ora di matematica, Tommaso raggiunse Giorgia e Tim mentre uscivano dall’aula.

“Ciao” Disse: “Io sono Tommaso: Benvenuto alla Colonia Penale. Sai dov’è l’aula di matematica?”
Tim gli sorrise e Tommaso si sciolse ma Giorgia non mollava così facilmente. “Va bene, Tommaso” Disse: “Il signor Ughi mi ha chiesto di seguirlo oggi. Gli mostrerò l’aula di matematica. ”
“Ma è nel mio gruppo di matematica. ” Obiettò Tommaso: “Non è il caso che tu devii dal tuo percorso. Lo porterò al posto giusto, non lo rapirò.

” Io lo desidero, pensò tra di sé.
Giorgia tuttavia continuava a non mollare ma Tim disse ragionevolmente: “Se siamo nello stesso gruppo” Il cuore di Tommaso diede un grande sobbalzo ma poi Tim aggiunse rivolto alla ragazza: “Ci vediamo più tardi. ”
Giorgia se ne andò, Tim aspettò che fosse fuori della portata dell’udito e poi disse: “Grazie per avermi liberato dal vampiro!” Una cosa scortese ma non particolarmente impropria. Comunque fece ridere Tommaso anche se, ad essere sincero con se stesso, lei stava facendo ne più ne meno quello che lui stava tentando di fare.

Da quel momento cominciarono ad essere i migliori amici scoprendo le cose che avevano in comune e quelle a cui erano interessati individualmente ma l’interesse dell’altro divenne presto il loro.
Tommaso scoprì che la famiglia di Tim stava solo ad un paio di strade da casa sua e presto divenne un frequente visitatore di quella casa.
Quel settembre fu la fine di un’estate perfetta con giornate soleggiate, poco lavoro di scuola e necessità di stare all’aria aperta.

I genitori di Tim erano all’antica e pensavano che soldi vanno guadagnati, così Tim spesso aveva un lungo elenco di lavori da fare in casa per guadagnarsi la mancetta indispensabile, come sapevano i due ragazzi, per comprare le cose essenziali nella vita da teenager. I genitori Tommaso avevano un atteggiamento più lassista, dandogli soldi quando li chiedeva e così lui aiutava spesso l’amico nei suoi lavori. Naturalmente sarebbe andato fino alla fine del mondo se Tim gliel’avesse chiesto.

Un week-end dopo circa tre settimane da quando erano diventati amici, Tim gli disse che avrebbe dovuto pulire il tetto della casa dalle foglie e dal muschio che si era accumulato durante i mesi estivi e che, con l’autunno e la pioggia, l’acqua avrebbe avuto problemi ad evacuare scendendo lungo il muro rovinandolo.
Tommaso diede immediatamente la sua disponibilità, ammettendo tuttavia di non essere molto avvezzo all’altezza.
“Nessun problema” Disse Tim.

“Tutto quello che devi fare è tenere la scala mentre io salgo e mi prendo tutta la gloria. ”
Era un’altra brillante, calda giornata di fine estate e Tim, quando l’amico arrivò, indossava una maglietta grigia e dei pantaloncini molto corti, anche se non particolarmente stretti. Le sue lunghe gambe erano abbronzate per il sole dell’estate. Nelle scarpe da ginnastica non portava calze. Tommaso lo guardò dalla testa fino ai piedi con una familiare ed improvvisa vampata di lussuria, come se stesse facendo correre le mani su quei pantaloncini blu

“OK, comandante.

” Disse Tim: “Alziamo questa scala. ” Alzarono la scala di alluminio sul muro e l’appoggiarono alla grondaia. “Ora appoggia un piede sullo scalino più basso e non falla scivolare. ” Lui salì rapidamente e Tommaso mise obbediente il piede sul piolo più basso. Tim era già quasi in cima e Tommaso guardando in su si accorse che poteva vedere quelle magnifiche gambe. Avrebbe potuto giurare che Tim non indossava mutande e quello che riusciva a vedere sembrava essere la forma di un paio di palle nella gamba sinistra dei pantaloncini.

Ma erano un po’ in ombra, lui si sentiva quasi svenire e non era sicuro se fosse la febbre dell’immaginazione che gli stava dando una stimolazione così intensa, poi capì che gli stava diventando duro nei jeans.
Tim continuò a muoversi appoggiandosi ad una gamba ed all’altra mentre liberava la grondaia e lasciava cadere a terra, sotto di lui, le foglie alla base del muro. Tommaso continuò a tentare di migliorare la visione sbirciando prima in una gamba e poi nell’altra per cercare di vedere più chiaramente, ma Tim era sei metri sopra di lui che aveva il sole splendente negli occhi ed era sempre più frustrato.

Improvvisamente Tim lo chiamò: “Non riesco a lavorare con una sola mano. Pensi di riuscire a venire su e tenermi le gambe per permettermi di farlo con tutte e due le mani?”
La paura di Tommaso per l’altezza era notevole ma il suo desiderio lo era addirittura di più.
Ma non voleva mostrarsi troppo ansioso: “Tenterò” Disse.
“Non guardare giù” Disse Tim incoraggiandolo. “Continua a guardare in su” Gli consigliò, cosa di cui Tommaso non aveva bisogno.

Lentamente si avvicinò a quelle gambe, tenendo lo sguardo incollato all’apertura tra loro ed i pantaloncini. Ora ne era sicuro, Tim non indossava mutande. Poteva vedere la protuberanza del suo culo e, quando Tim si girò per guardarlo e si appoggiò sulla gamba destra, lui riuscì a vedere con chiarezza l’uccello che pendeva annidato nel cespuglio di peli pubici.
Tommaso deglutì, sentì come se la gola gli si fosse chiusa improvvisamente ed era sicuro che l’eccitazione che sentiva fosse chiara sulla sua faccia.

Ma Tim non sembrò notarlo.
“Ben fatto” Disse. “Stai facendo benissimo. ” Tommaso era arrivato a pochi gradini sotto l’amico. La sua faccia era al livello dei polpacci dell’altro ed avrebbe potuto appoggiare la guancia contro i suoi muscoli vellutati.
“OK” Disse Tim: “Ora afferrami la gamba. ” Tommaso gli prese la caviglia ma non andava bene. “No” Disse Tim: “Devi tenermi più in alto. Così non potresti trattenermi se perdessi l’equilibrio.


Tommaso salì un altro paio di gradini e, facendosi audace, mise una mano sulla coscia sinistra, sotto la protuberanza del suo culo ed appena dentro la gamba dei pantaloncini. Tim si irrigidì per un momento, ma poi si rilassò come se quello non fosse quello che aveva voluto dire, ma forse poi aveva deciso che sarebbe stato stupido cavillare su alcuni centimetri. Si rivolse di nuovo alla grondaia e con ambedue le mani tese cominciò a radunare i rifiuti.

Si spostava da una gamba all’altra e Tommaso sentì qualche cosa di molle strisciare sul dorso della mano.
Potevano solo essere le palle o l’uccello. Alzò leggermente le dita e le spostò delicatamente contro qualunque cosa fosse. Non ne era sicuro ma pensò che la protuberanza sul davanti dei pantaloncini si fosse piuttosto sviluppata. Quando Tim spostò di nuovo il peso sulla gamba sinistra, Tommaso alzò la mano di un paio di centimetri ed ora era pressoché nella fessura del culo di Tim, mentre le dita girarono sul davanti appoggiandosi sicuramente ad un paio di palle calde e lievemente sudate.

Ma Tim finì troppo presto di raccogliere la spazzatura ed afferrò la scala con le sue mani.
“Ok, amico. ” Disse: “Ora puoi lasciare andare amenoche tu stia attaccato per non precipitare. Andiamo a ripararci da questo sole. ” Tommaso poteva vedere goccioline di sudore sulla fronte e sui cespugli sotto le braccia. Sembrava aver caldo ed essere piuttosto agitato, non era sicuro fosse per il sole o per le sue attività.

La mamma di Tim era in soggiorno con dei libri sparsi di fronte a sè, studiava sociologia o qualche cosa di noioso a morte secondo Tim che gli disse: “Abbiamo finito con la grondaia, mamma. Ora andiamo di sopra. ”
“Grazie Tim. C’è un po’ di Coca cola nel frigor se vuoi qualche cosa da bere. Potresti approfittarne per mettere ordine nella tua stanza. ”
I ragazzi presero delle lattine ed andarono nella camera di Tim.

Una volta dentro, Tommaso si guardò intorno, non c’era mai stato prima. Il letto era fatto ma c’erano vestiti sul pavimento e libri e CD sparsi su tutte le superfici disponibili. Tommaso mise le lattine sul tavolino accanto al letto. Dal soffitto pendevano modelli di aeroplani, rifiniti a meraviglia e ben dipinti. Alcuni erano della Seconda Guerra Mondiale e Tim riconobbe uno Spitfire.
“Non sapevo che costruivi modelli” Disse Tommaso.
“Non lo faccio più, solo non li ho tirati giù.


“Sei un po’ disordinato!” Commentò l’amico guardando la confusione che c’era intorno.
Tim, invece di rispondere si tolse la maglietta e, prima che Tommaso si rendesse conto di quello che stava facendo, gli avvolse l’indumento sudato intorno alla testa. Aveva un profumo di giovane sudore fresco ma, invece di respingerlo, lo eccitò immediatamente. Respirò profondamente ma poi la cautela gli disse che quella non era proprio una reazione normale così finse di lottare contro la maglietta che l’avvolgeva.

Ma Tim la teneva fermamente intorno alla sua testa e non la lasciava andare.
“Scusati!” Ordinò. “Di ‘Tim, sei di solito molto ordinato ma le cose ti sono uscite di mano’. ”
Tommaso capiva da dove proveniva la sua voce anche se non riusciva a vederlo, fece un affondo improvviso nella sua direzione ed afferrò il suo corpo, sentendo la carne nuda del suo torace e della schiena. Tim lasciò cadere la maglietta e per un momento i due ragazzi lottarono.

Poi Tim, che era il più forte, gettò Tommaso sopra il letto e saltò su di lui.
Si sedette sul suo torace e gli tenne le braccia sopra la testa. Il suo inguine era a pochi centimetri dalla faccia dell’amico. A Tommaso sarebbe piaciuto restare così per sempre ma ancora una volta capì che non era un atteggiamento accettabile. Lottava ma i suoi occhi erano su quella protuberanza così vicina… e contemporaneamente così lontana.

“Dillo!” Disse Tim.
Tommaso non voleva cedere così facilmente. Se l’avesse fatto Tim si sarebbe tolto e lui stava godendo troppo.
Tentò di spingerlo via spingendo in alto il corpo, Tim perse l’equilibrio, precipitò in avanti cadendogli sulla faccia e lui riuscì a sentire l’odore sano, sudato dell’altro e la forma del suo uccello attraverso la stoffa dei pantaloncini. Allungò una mano, afferrò una delle lattine ghiacciate di Coca cola dal tavolino e la portò delicatamente ma sadicamente in mezzo alla schiena surriscaldata del ragazzo.

“Aaaaahhh!” Gridò l’altro ed il suo inguine gli si appoggiò sulla faccia tentando di allontanarsi dalla lattina ghiacciata. Tommaso sentì la verga contro la bocca, l’aprì e premette delicatamente sulla forma con i denti.
Per uno glorioso, meraviglioso momento Tim rimase sdraiato là, un momento prolungato che Tommaso avrebbe voluto durasse mille anni, poi l’amico si spinse rapidamente via e mormorò qualche cosa a proposito di affrettarsi a pulire perché sua madre sarebbe venuta presto a controllare.

Quella sera Tommaso fece la doccia e, mentre si asciugava i capelli, si guardò nello specchio che, di nascosto a suo padre, aveva installato in camera sua. Vide un ragazzo magro, con una faccia sottile ed un caschetto di capelli biondi diritti. Indossava solo un paio di boxer bianchi ed una camicia di denim. Il suo corpo era ancora informe ed angoloso ma almeno il suo stomaco era piatto e non aveva brufoli.

Si chiese se qualcuno poteva pensare che fosse attraente. Se solamente fosse una ragazza, pensò ma poi rabbrividì. Non voleva essere una ragazza.
Quei seni molli e quelle anche grasse! E niente uccello! Infilò una mano nelle mutande e lo toccò. Non avrebbe voluto perderlo. Se solo Tim l’avesse toccato come stava facendo lui, pensò. Avrebbero potuto fare cose ben più eccitanti insieme.
Pensando a quello che era accaduto, o almeno quasi accaduto quel pomeriggio, Tommaso sentì la sua verga indurirsi, la prese nelle sue mani e soddisfece la sua frustrazione nell’unico modo che conosceva.

Il giorno seguente era sabato ed i due ragazzi avevano pensato di salire sulla collina, portandosi dei panini e pensando di stare fuori tutto il giorno. Il sole sorse asciugando rapidamente la rugiada sull’erba e le allodole cantavano mentre loro salivano il ripido pendio che conduceva al tumulo neolitico situato sulla cresta della collina.
Erano felici della compagnia dell’amico e le loro braccia e spalle strusciavano contro quelle dell’altro mentre chiacchieravano sugli eventi importanti della loro vita e rimanevano silenziosi di tanto in tanto quando non era necessario parlare.

C’erano poche persone intorno, solo qualcuno che portava a spasso il cane e cominciarono ad avere caldo. Tim si tolse la camicia, se l’allacciò intorno alla vita e Tommaso ammirò la definizione del corpo del suo amico, nulla di eccessivo prodotto dall’allenarsi in una palestra, ma la naturale bella figura di un sano teenager. Tommaso si tenne la maglietta.

Giunsero in cima alla collina dove il vento soffiava. Tim si rimise la maglietta e si sedettero sul tumulo erboso a mangiare i loro panini.

Cumuli di nubi bianche e lanuginose attraversavano il brillante cielo blu. Era come essere in cima al mondo. Tommaso si sedette con la schiena contro una pietra su cui c’erano delle incisioni. Si chiese da quante migliaia di anni erano là e chi le aveva fatte. Tim si appoggiò sulla schiena vicino a lui e guardò il cielo.
Non parlarono ed ognuno tenne per sé i propri pensieri ma quando il sole cominciò a scaldare i suoi jeans, Tommaso sentì il calore avvolgere il suo corpo, sentendolo sensualmente giocare intimamente con la sua pelle attraverso i vestiti.

Si sdraiò sull’erba e mise le mani dietro la testa, allargando le gambe per offrirsi aperto e vulnerabile in sacrificio al sole. Sentendosi impacciato spostò le gambe e si coprì i lombi, che si stavano gonfiando, con le mani una sopra l’altra, proteggendo, nascondendo, quello che c’era sotto, stringendo delicatamente, scrollando in modo che la verga si stendesse senza impedimenti lungo la sua gamba.
Diede un’occhiata al suo amico che era sdraiato quieto accanto a lui ma ad occhi chiusi, forse era addirittura addormentato.

La maglietta gli si era un po’ alzata mostrando il suo stomaco piatto e le sue gambe erano larghe. Sembrava stravaccato ed indifeso, Tommaso conobbe un momento di completa felicità.
Cosa poteva esserci di meglio di quella pace ed appagamento? Beh, chiaramente lui sapeva quello che poteva esserci di meglio, se solamente Tim avesse potuto vedere la questione che ora aveva bisogno di attenzione ed incalzava nei suoi jeans. O se lui avesse potuto unire la sua mano a quella perenne eccitante protuberanza negli shorts di Tim e sapere che l’azione sarebbe stata ben accolto e reciproca.

Se solo! Sospirò piano, evidentemente non sufficientemente piano perché Tim si alzò a sedere.
“Cosa c’è?” Chiese.
Per un momento Tommaso pensò di dirgli qual’era il problema ma sapeva di non potere.
“Non è nulla. Se solo non dovessimo ritornare, se potessimo stare qui per sempre!”
“Saresti presto affamato, tu sei uno struzzo, giovane Tommaso. Appena il tuo stomaco comincia a brontolare, correresti come un fulmine giù per la collina a chiede una pizza alla mamma.

” E saltò in piedi di fronte a Tommaso.
“Non ti ho mai visto rifiutare il cibo. ” Replicò Tommaso: “Infatti ti sei già sbafato i panini che ci siamo portati. E chi ha mangiato l’altro pezzo di torta di mele che la mamma aveva messo nel sacchetto?”
“Se non la smetti diventerai un grassone” Aggiunse Tim beffandolo.
“Io… grasso!” Disse Tommaso alzandosi ed avanzando minacciosamente.
Fingendo terrore Tim si girò e corse giù per la collina inseguito da Tommaso.

Tim era atletico e sarebbe scappato facilmente se non fosse inciampato in una radice affiorante. Gridò, cadde e rotolò su un paio di volte, dopo di che rimase sdraiato sulla schiena ad occhi chiusi.
Tommaso arrivò un secondo più tardi e si gettò accanto a lui.
“Tutto bene, Tim?” Disse ma Tim non rispose.
“Tim” Ripeté e mise una mano sul suo torace, sentì il cuore battere. Poi si accorse che gli occhi dell’amico erano aperti e che stava sorridendo.

“Bastardo” Disse e si gettò a cavalcioni sul suo corpo. Tim lottò nel tentativo di cacciarlo via, poi improvvisamente rimase sdraiato.
Tim guardò Tommaso ad occhi spalancati: “Ieri… nella mia camera…”
Tommaso si mosse verso il basso trovandosi sull’inguine dell’altro ragazzo. Sentì una forma che stava diventando rapidamente dura. Sentì la sua erezione crescere e capì che stava spingendo contro i jeans.
Con notevole audacia si alzò un po’ e mise sotto una mano a sentire l’attrezzo dell’amico che si stava gonfiando.

I suoi occhi non gli lasciarono mai la faccia. Poi Tim chiuse gli occhi e non proferì parola.
Tommaso rapidamente si girò ed a cavalcioni sul torace di Tim chinò la faccia per essere a pochi centimetri dal suo inguine. La sua mano continuava a palpare l’uccello ora completamente esteso sotto la stoffa. Tremando raggiunse la zip e lentamente l’aprì. Quel giorno Tim indossava un paio di morbide mutande bianche che nascondevano quello che lui stava cercando.

Trovò l’apertura, si tuffò nel calore e sfoderò quell’uccello che aveva sempre sognato. Si alzò, orgoglioso ed eretto, la testa che già trasudava una goccia trasparente di eccitazione.
Lentamente e con grande attenzione, sporse la lingua, leccò via la goccia e poi prese il pene nella sua calda ed umida bocca. Dietro di lui sentì un sospiro.

Erano le otto quando Tommaso arrivò a casa di Tim la sera seguente.

L’amico gli aprì la porta e sembrò contento di vederlo ma una volta che furono seduti intorno al tavolo della cucina a bere una tazza di caffè istantaneo, sembrò piuttosto a disagio.
C’era silenzio.
“Dove sono andati i tuoi genitori?” Chiese Tommaso per rompere il ghiaccio.
“Eh… ad una mostra. ”
“Quando ritorneranno?”
“Oh, verso le undici… Guarda, Tommaso, per ieri…”
‘Ci siamo?’ Pensò Tommaso ma Tim guardava la tavola di fronte a lui e non diceva niente.

“Dovremmo parlarne. ” Disse Tommaso. “Dopo tutto è accaduto. ”
“Non avrebbe dovuto accadere. ” Disse Tim.
“Ti è piaciuto?”
Non ci fu risposta.
“Non è così?” Insistette.
“Era sbagliato. ”
“Io non penso che qualche cosa che non fa danno a qualcun altro possa essere così sbagliata. ”
Di nuovo Tim non disse niente.
“Ti è piaciuto quello che ti ho fatto?”
Ci fu una lunga pausa… poi: “Sì… e…”
“E…?”
“Ed avrei voluto farlo a te.


Fu la volta di Tommaso di non dire niente.
“Tommaso. ”
“Sì?”
“Ti ho detto che i miei genitori sono ad una mostra? Beh, non è vero. Sono via per il fine settimana. Mi hanno lasciato solo. Hanno detto che ero abbastanza vecchio per aver cura di me stesso. ”
Ci fu una pausa ancora più lunga mentre Tommaso assimilava quelle informazioni. Poi disse: “Non pensi che dovremmo metterci più comodi?”
Andarono nella camera di Tim, era una sera fredda e lui accese ambedue i caloriferi.

In breve l’ambiente fu caldo. Si sedettero sul letto, uno di fianco all’altro, così vicini che le loro cosce si toccavano.
Tommaso mise la mano sulla coscia di Tim e lentamente la spostò verso l’alto. Tim si sdraiò sulla schiena, l’amico raggiunse il suo inguine e lo strinse piano attraverso la stoffa dei jeans. Tim lo afferrò per le braccia e lo tirò su di sè. Le loro facce erano vicine e la bocca di Tommaso si allacciò a quella dell’amico.

Ci fu un momento di resistenza e poi Tim rispose aprendo la bocca e lasciando che la lingua si congiungesse con quella di Tommaso. Nello stesso tempo strinsero insieme i loro corpi, pelvi contro pelvi quasi tentando di entrare uno nell’altro.
Tim si staccò per respirare:”Togliamoci i vestiti. ” Disse.
Rapidamente si tolsero scarpe e calze, camicie, maglie, jeans e mutande finché non rimasero completamente nudi uno di fronte all’altro. Rabbrividirono per freddo ed eccitazione e salirono sul letto, tenendosi abbracciati, le lingue e le mani che esploravano il corpo dell’altro.

Tommaso si mosse lentamente in giù sul corpo dell’amico, baciando e leccando. Fece una pausa per succhiargli i capezzoli, poi scese e mise la lingua nell’ombelico. L’altro rise e si contorse e lui andò ancora più giù a sentire la lanugine di peli pubici intorno a quell’uccello che stava germogliando.
“Girati. ” Disse Tim a voce alta ed eccitata: “Così posso fare lo stesso a te. Tommaso non ebbe bisogno di una seconda esortazione e presto le facce di ambedue i ragazzi erano seppellite nell’inguine dell’altro.

Tommaso fece correre la lingua su e giù sull’asta eretta e poi leccò le giovani palle sode, ne prese a turno una in bocca delicatamente. Poi ritornò sull’uccello e lo prese in bocca il più profondamente possibile. Sentì che la sua erezione era stata presa nella calda bocca di Tim e conobbe l’estasi.
Mise un braccio sulle gambe dell’amico ed esplorò delicatamente il suo culo. Trovò il buco corrugato e vi inserì un dito.

Lo sentì ansare e poi lo sentì fare lo stesso. Spinse con più forza mentre continuava a succhiare e lo masturbava con la mano libera.
Tim ansò: “Sto venendo!” E poi strinse di nuovo la bocca sull’attrezzo dell’amico.
Ci fu un caldo e salato spruzzo nella bocca di Tommaso ma soprattutto sentì il suo inguine essere fonte di piacere, esplodendo e pulsando ancora ed ancora.

Dopo di quello rimasero sdraiati, appiccicosi e soddisfatti, felici di essere insieme, carezzandosi di quando in quando, scoprendo lentamente ed attentamente, le parti segrete dell’altro.

Poi Tommaso disse: “Ho fame. ” Si ricordò che non mangiava da mezzogiorno ed ora erano le nove di sera.
“Anch’io. ” Disse Tim: “Sono affamato. ”
Si alzarono e mentre andavano in cucina Tim disse: “Devi andare a casa stasera? Potresti restare qui… se vuoi. ”
Tommaso voleva. Mentre Tim preparava dei toast, lui chiamò casa sperando che non rispondesse suo padre, andò bene, sentì sua madre all’altro capo.
“È un po’ tardi.

” Lui disse: “Posso rimanere da Tim? Sua mamma non ha problemi e domani posso andare dirittamente a scuola da qui. ” Bene, pensò tra di sè, se lei non sa che non ci sono i genitori, non può avere problemi.
Avuta l’autorizzazione ufficiale a rimanere, pensarono alla cena ed a quello da fare poi.
“Vorrei fare una doccia” Disse Tim.
“Facciamola insieme. ” Suggerì Tommaso.
Si spinsero l’un l’altro nel box ridendo.

Tim aprì l’acqua in modo da scaldare l’ambiente e si insaponarono l’un l’altro. Quando arrivarono all’inguine dell’altro, erano eccitati, la schiuma scivolava sugli uccelli eretti e sulle palle.
“Girati!” Disse Tim
Tommaso lo fece e sentì le mani insaponate sfregare la fessura del suo culo. Rilassò i muscoli ed un dito fu inserito, poi due. Lui si curvò per permettere un accesso migliore.
Improvvisamente Tim disse: “Posso metterci dentro il mio uccello?”
Tommaso lo voleva, voleva sentire Tim dentro di lui, essere parte di lui.

“Sì” Disse, poi sentì la punta del pene che premeva contro il buco e poi spingeva. Tentò di rilassarsi ma ansò quando il cazzo di Tim violò il suo sfintere. Ma poi era dentro. Lo sentiva dentro di sé ed il pensiero che era Tim lo faceva eccitare ancora di più.
Lo circondò con le sue mani, gli prese l’uccello e lo strofinò con la schiuma facendole scivolare deliziosamente su e giù.

Spinse indietro per farsi penetrare ulteriormente e Tim cominciò a muoversi dentro e fuori, sempre più rapidamente mentre si avvicinava all’orgasmo.
Poi Tim gli mormorò in un orecchio: “Oh Tom, ti amo, ti amo” e Tommaso lo sentì spruzzare dentro di lui mentre anche lui contemporaneamente veniva sparando fiotti sul pavimento.

Tornarono in soggiorno e rimasero seduti a guardare film sino a tarda notte alla tv, accoccolati sul divano. Più tardi condivisero lo stesso letto e passarono la loro prima notte insieme.

.

L’odore del sesso

Cos’è successo?
Dove sei andata? Dove è finita la ragazzina a cui infilavo le margherite
tra i capelli, quelli fluenti, lunghi e lisci come seta, non quella
acconciatura da matrona romana che hai ora, che giocava e si rotolava nei
prati con me e rideva e si scherniva e poi mi baciava d’impluso con tutta
la foga spensierata dei vent’anni?

Ti guardo ora. Non sei più la stessa. L’espressione indurita tra gli occhi
e lo sguardo cupo che non si accende più per me.

Niente più corse nella
spiaggia deserta all’imbrunire, niente più falò e stelle cadenti e baci e
carezze e ansimi e sussurri e il tuo corpo morbido e il mio teso e proteso
verso di te.

Una fila interminabile di ombrelloni. Tutti dello stesso color ruggine,
perfettamente allineati. In questo nostro nuovo mondo non c’è più spazio
per il disordine.
Una casa di proprietà, due figli, un rassicurante conto in banca e un suv
nuovo fiammante come si conviene ad una famiglia come la nostra.

Tutte le
cose giuste e al loro posto.

Lo vedo. Lo vedo come lo guardi, non è una novità per me quel tuo sguardo
sornione e malizioso.
Mediamente alto, mediamente sovappeso e mediamento sposato. Pizzetto e
tempia rasata. Occhi azzurri.
Io gli occhi ce li ho marroni, il colore più anonimo dell’universo. Come me.
Sguardi ricambiati e insistenti tra le sdraio e i lettini unti di crema
solare e corpi bagnati.

Sguardi azzurri e neri che si intrecciano, sopra i nostri bambini che
giocano assieme, sopra la noia del matrimonio, sopra la noia di tutta
questa vita.
`Allora vado’
`Sì, resto io con i bambini’
Si è truccata. Solo un velo leggero, ma c’è. Non ci sarebbe nessun bisogno
di restare. Giulia e Federico dormono come sassi e in ogni caso sono
abbastanza grandi per poter stare qualche ora da soli.
Ma non ne ho voglia.

Non ho più voglia di attrezzatissimi villaggi con le
palme, di vialetti lindi e ordinati, di animatori forsennati e insistenti
e dei loro giochini demenziali. Ho voglia di disordine.
Chiudo gli occhi. In questo momento vorrei essere su una spiaggia deserta,
con il vento dell’oceano che ti soffia forte sul viso e una ragazza che si
lasci infilare fiori tra i capelli.

E invece esco. D’impulso. Aria. Ho bisogno di aria.

Il tirreno non è
l’atlantico ma se chiudo gli occhi potrei farlo diventare, non sono poi
così vecchio da non saper più sognare.
Passo accanto all’anfiteatro, tronfio di musica e baldoria.
Dall’altoparlante la voce del capo animazione che arringa la folla in
delirio da vacanza. Stanno facendo un gioco, mi sembra ci capire,
reclutano coppie tra gli uomini-bambini e li fanno giocare insieme proprio
come grossi bambinoni ritardati. Sto per passare oltre quando qualcosa mi
induce a fermarmi.

Una risata che ben conosco, in quel bosco di rumori e
schiamazzi. Una risata argentina, fresca e allegra come non la sentivo più
da vent’anni.
Infatti è lei sul palco. Accanto, tra lei e l’animatore c’è il tipo della
spiaggia.
Ondeggia, si muove e ride in quel gioco per bambini deficenti.
Il tipo col pizzetto è istrionico, si vede lontano un miglio che cerca di
far colpo su di lei, che d’altro canto non si rifiuta affatto.

Se volete
far colpo su mia moglie fatevi venire gli occhi blu. Sono una garanzia.
Ecco, dovrei sentire dolore adesso, gelosia la chiamano, e invece nulla.
Il vuoto.
Il gioco prevede che i due si struscino e si intrecciano in posizioni
complicatissime, chiaramente erotiche. I suoi seni si posano sulla schiena
dell’uomo, che si volta sopreso. Ha chiaramente gradito e lo sguardo che
le getta nella scollatura è carico di cupidigia.

Sorride soddisfatta. Ha notato l’abbraccio azzuro sui propri seni e lo
sguardo che gli rivolge è più di una promessa.
Non so perché lo faccio.
Perché me ne sto acquattato dietro un salice, nell’ombra deserta dei campi
sportivi a spiare come un guardone mia moglie che si concede ad uno
sconosciuto.
Neanche una traccia di quel dolore che dovrebbe arrivare e non arriva.
Rimango a guardarlo mentre le palpa il seno, lo stringe con forza, le mani
a coppa sopra la stoffa leggera del vestito estivo.

Non le aveva così grandi una volta le tette. Credo le siano cresciute con
le gravidanze e dopo sono rimaste lì voluminose e ingombranti, pronte a
far la gioia di qualche infedele con gli occhi azzurri e il pizzetto.
La bacia sul collo e subito vedo mia moglie arrendersi languidamente con
la libido sul viso.
Se volete scoparvi mia moglie baciatela sul collo. Non resiste, garantito.
Affonda una mano nella scollatura, impasta a lungo, a semicerchio poi le
sbottona il vestito.

Una mammella, grossa e pesante sguscia fuori dal reggiseno, mezzo
abbassato.
E’ bianca come il latte e la sua apparizione imprevista e prepotente
squarcia il buio della notte e mi suscita un brivido del tutto inspettato.
Non lo conosco più il tuo corpo. Non conosco queste tue nuove forme
procaci da signora. Troppo tempo è passato dall’ultima volta che ti ho
sfilato la camicia da notte e ammirato il tuo corpo nudo nella luce
tiepida e discreta della nostra camera.

Ti bacia le tette. Una alla volta. Succhia, e quei larghi alveoli viola
che così tante volte ho leccato, spariscono ingoiati nel lordo pizzetto di
una bocca estranea e sconosciuta.
Ti solleva la gonna, mentre tutto intorno i grilli iniziano a frignare
salmi ossequiosi.
Le mutandine bianche, nel fondo delle cosce abbronzate. La sua mano che vi
penetra, tu che reclini il capo e sospiri.
E’ fatta, chiaramente si è arresa, niente più impedirà a quest’uomo di
scoparsi mia moglie nel silenzio complice di quest’angolo appartato.

Non certo io che me ne sto impietrito dietro questo albero piangente a
ruminare sentimenti che dovrei provare e non provo e altri nuovi che non
dovrei avere e ho.
Si inginocchia davanti a te e la sua nuca rasata sparisce sotto la gonna
nera, le mutandine cadono alle caviglie e tu strabuzzi gli occhi, sospiri
e lasci che quest’uomo, di cui non conosci neanche il nome, ti lecchi
voluttuosamente la fregna.

Te l’ho insegnato io questo gioco. All’inizio non volevi saperne di
rapporti orali. Cose da a****li dicevi. Solo poco alla volta ti sei
lasciata andare ai miei baci e alle mie esplorazioni bagnate.
`porca miseria, sto venendo!’ mi hai urlato con voce ridicolmente ingenua
quella prima volta. Mi sembra di sentire ancora il bruciore delle tue
cosce sulle guance, il tuo sapore sozzo sulle lingua.
E’ la vampata di un attimo poi torno al presente.

Il presente ora è
davanti a me, sotto la luce diafana dei lampioni del campo di
pallacanestro. E’ mia moglie, quella che ho sposato più di dieci anni fa,
è la madre dei miei figli che poggiata contro un albero, le mutande calate
e le gambe divaricate, si fa leccare la fica da quest’uomo.
In fondo sapevo che sarebbe arrivato questo momento. Lo sapevo dal giorno
in cui ho iniziato a non guardarla più mentre si spogliava, la sera.

Ad
ignorarla per giornate intere a respingere digustato l’idea di dover fare
qualcosa con quell’arpia velenosa con cui avevo appena finito di
azzuffarmi per una luce lasciata accesa o per il volume troppo alto.
Qualche estemporanea e sbrigativa avventura extraconiugale, mi aveva
definitivamente spento ogni residuo trasporto.
Eppure mi sembra di scoprirti in una luce nuova mentre quest’uomo ti
spoglia e si spoglia a sua volta davanti a te.
Forse sarà per quel seno bianco che ciondola mollemente fuori dalla
spallina, o forse sarà anche per la mano che ora gli insinui nei
pantaloni, ma qualcosa mi si muove dentro.

Un desiderio nuovo che credevo
ormai scomparso mi assale nel vedere quella mano muoversi nei pantaloni
dello sconosciuto.
Gli stai toccando il cazzo. Stai stringendo un cazzo che non è il mio. E
muovi quella mano stancamente mentre lui ti abbassa vestito e reggiseno in
unica soluzione e le mammelle ti balzano fuori tremolando come due
sacchetti di gelatina.
Lavori per liberarlo, cinghia bottoni, lampo e infine arrivi.
Un brivido e una fitta violenta al costato quando finalmente ti vedo
stringergli il cazzo eretto.

Lo masturbi mollemente, con quel ritmo stanco
che ben conosco. Non dura molto. Lui ti pone le mani sulle spalle
costringendoti ad abbassarti. Lo sappiamo tutti e tre cosa devi fare, ora.
O almeno quello che lui pretende da te.
Ecco. Ora voglio proprio vedere cosa succederà. Se davvero mia moglie se
lo farà mettere in bocca quel cazzo schifoso. Perché lei la odia sul serio
questa cosa qui.
Dopo anni di insistenze e tentativi io ci avevo perso ogni speranza a
farmi fare una pompa da mia moglie finchè nella più inaspettata delle
sere, per la prima ed unica volta, successe davvero.

Era morta sua madre quella stessa mattina e non so se per la depressione
seguita o cosa ma finimmo a letto praticamente subito e lì tra un
singhiozzo e una lacrima mia moglie finalmente acconsentì a farselo
mettere in bocca.
Mi sembrò di toccare il cielo con un dito, anche se tecnicamente non fu
una gran cosa. Era la prima volta in vita sua che lo faceva e non sapeva
bene come muoversi.

Se lo strofinò un po’ tra le labbra aperte e quando
finalmente si decise ad infilarselo in bocca non gli riuscì di andare
oltre il glande.
Io comunque eiaculai quasi subito. Non me ne accorgo al momento, ma anche i grilli hanno smesso di lagnarsi e ora siamo tutti lì ad aspettare e vedere cosa farà mia moglie.
E finalmente Marianna si muove. Lo tiene tretto nel pugno, apre la bocca,
si china e –proprio in quel momento con un gran fracasso partono gli
irrigatori automatici.

Per una attimo la scena è comica, tu balzi in piedi
nuda e lui, che ti viene dietro, con quel cazzo penzoloni sembra quasi un
satiro che rincorre la preda.
Si rincorrono e cercando di allontanarsi dal getto d’acqua finiscono per
cadervi proprio sotto e avvinghiati uno all’altra tentano di liberarsi
degli ultimi indumenti che hanno indosso.

E ora guardate me. Sono quello di spalle, stempiato e un po’ ingobbito.
Guardatemi mentre mi masturbo guardando mia moglie fare sesso con un altro
uomo.

Guardatemi mentre le ammiro il corpo nudo e abbronzato e la riscopro
come fosse la prima volta.
Tra le pieghe della gonna sollevata in vita, le si intravede la fica.
Smetto anche di masturbarmi per osservare meglio questo buco che una volta
mi apparteneva e dove presto un altro uomo penetrerà al posto mio, se non
faccio niente.
E’ da così tanto tempo che non gliela vedo che mi sorprendo a scoprirla
perfettamente liscia e glabra.

Non sapevo si depilasse là. Ai nostri tempi
o alla nostra età, non c’era e non c’è questa moda di radersi il pube. Il
fatto che l’abbia fatto me la fa riscoprire più giovane e disponibile.
Forse non è ancora gelosia ma inizio a provare quantomeno invidia per
questo stronzo con gli occhi azzurri che è riuscito a portarsi a letto,
cioè sul prato, mia moglie con le sue nuove tette e la figa depilata.

Succede senza che me ne accorga. Lei è distesa prona e lui le è sopra
mordicchiandogli l’orecchio. Adesso dovrei intervenire e strappargliela
via. Mi accorgo che sta succedendo qualcosa solo quando vedo il culo nudo
di lui muoversi ritmicamente su e giù.
Una fitta mi trapassa il cuore. Dovrei scappar via ora oppure saltargli
sopra e strapparglielo di dosso, qualunque cosa. E invece rimango qui a
soffrire guardando mia moglie che si fa scopare come una cagna da un altro.

Vi vedo bene ora che ti ha fatto mettere carponi. Non si è preso neanche
il disturbo di toglierti il vestito. Hai la gonna arrotolata sulla schiena
e dalle spalline abbassate le pesanti mammelle, fuori dal reggiseno
oscillano violentemente, dal viso allo stomaco, infrangendosi con un tonfo
sordo ora su uno e poi sull’altro.
Neanche le più trucide mignotte si fanno sbattere così in mezzo al campo
di uno squallido giardino periferico.

Puttana! Puttana! Puttana! Grido.
Poi vengo sborrando copiosamente sulle margherite. Rientri che è quasi l’alba. Sgaiattoli in bagno cercando di non far
rumore. Mi assicuro che i bambini dormano e ti raggiungo. In mano tengo
stretta una sbarra di ferro.
Sei davanti allo specchio e ti bagni il viso. Hai gli occhi cerchiati di
rosso. Devi aver pianto. Sollevi lo sguardo e guardi senza capire la mia
faccia truce riflessa nel chiarore del neon.

Hai dei lividi sul collo e sulle braccia. Una spallina del vestito è
strappata e sotto si vede la mammella gonfiare il reggiseno. Puzzi di
sesso ed erba bagnata.
Sento un brivido alla schiena mentre sollevo la pesante sbarra. Mi fai
schifo, ti odio come non mai e ho una voglia matta di scoparti.
Senza una parola ti vengo dietro con la sbarra spianata. Ti strappo di
nuovo il vestito, denudantoti il petto e affondo il viso nell’incavo del
collo.

Ti irrigidisci, poi chiudi gli occhi e ti lasci andare e mi
carezzi, cercando con la tua bocca la mia. Sobbalzi quando senti la mia
sbarra infilarsi tra le tue chiappe.
Ti faccio chinare sul lavandino, scopro la tua fica, la tua nuova fica,
depilata e sozza e guardo la tua faccia attonita rattrappirsi in una
smorfia di piacere mentre la mia sbarra penetra lentamente dentro di te.

Rapita e torturata dal nemico

Quando aveva fatto le esercitazioni al campo militare Laura era stata avvertita che se fosse stata catturata non sarebbe stata un’esperienza facile. In quella regione del centro Africa le tribù locali sottoponevano i soldati prigionieri a ogni tipo di tortura. Ma la passione di Laura per l’esercito, benché donna e molto bella, le aveva fatto cancellare ogni paura.
E così era partita per la sua prima missione di ricognizione in quel territorio lontano e quasi inesplorato, nel bel mezzo della foresta.

Erano in perlustrazione con la sua squadra, quando all’improvviso dal folto della boscaglia erano comparsi decine e decine di ribelli locali. Presto furono circondati e sottoposti a un fuoco incrociato.
La sua squadra in breve si disperse, ognuno per cercare di salvarsi. Così Laura rimase sola, nascosta dietro un folto cespuglio, sperando di passarla liscia. Ben presto, invece, venne avvistata e catturata. Era sola, gli altri commilitoni evidentemente erano riusciti in qualche modo a salvarsi.

Dopo una lunghissima camminata venne condotta in un villaggio e qui incontrò l’unica persona che parlava la sua lingua. Questi era anche il capo villaggio e ben presto, in modo brutale, le spiegò la situazione: “maledetti bianchi, venite qui nella nostra terra e volete imporre la vostra legge, ma noi vi uccideremo tutti. Tu intanto resterai nostra prigioniera e useremo i filmati delle torture che ti faremo per convincere ogni altro invasore estero a lasciarci in pace”.

Venne portata in una capanna e legata all’interno di una gabbia e poi per qualche ora non successe più nulla. Dopo, il capo del villaggio, un negro alto quasi due metri con un corpo molto muscoloso, entrò nella capanna e le rivolse la parola. “Lurida troia, adesso vedrai cosa vuol dire far parte di un esercito nostro nemico. E stai tranquilla, filmeremo tutto e lo manderemo alle vostre televisioni”.
Quindi nella capanna entrarono altri due negri, uno con una telecamera e l’altro con una grande borsa.

Laura venne presa, fatta uscire dalla gabbia, spogliata violentemente dai due negri, messa sdraiata su un tavolaccio che c’era lì e legata con mani e piedi alle quattro gambe del tavolo. Si trovò così in una posizione molto scomoda, con la testa fuori dal tavolo e con le gambe aperte in modo osceno.
Intanto avevano aperto la borsa e avevano cominciato a tirare fuori fruste, candele, mollette da bucato, corde e una serie di altri oggetti.

Il capo del villaggio le si avvicinò, mentre un altro aveva già iniziato a riprendere tutta la scena con la telecamera. “Ora faremo vedere al mondo quanto sono troie le donne occidentali e cosa succederà a loro se continueranno a venire come forze di occupazione nella nostra terra”. Intanto aveva cominciato a toccarla con una mano, che partendo da una gamba risaliva fino all’inguine, passava sulla sua fica, sulla pancia e fino alle tette.

Laura aveva provato a urlare e a liberarsi: “maledetti bastardi lasciatemi stare”, ma uno schiaffo l’aveva immediatamente fatta desistere. Quella mano continuava a fare su e giù sul suo corpo, mentre il capo del villaggio parlava agli altri presenti in una lingua a lei incomprensibile. Laura, intanto, nonostante la situazione, con quelle carezze si stava un po’ sciogliendo. Incredibilmente si stava eccitando.
Improvvisamente il negro smise di toccarla, prese una frusta e cominciò a frustarla sulle tette e sulla fica.

La frusta era fatta con fibre vegetali e ad ogni colpo bruciava, ma non così tanto. La cosa strana era che Laura tra le carezze di prima e questa situazione imbarazzante ormai era molto eccitata. In fin dei conti uno dei suoi sogni erotici ricorrenti era quello di essere violentata da un negro, che la trattava male e la sculacciava. Quante volte di notte si era ritrovata nel suo letto a immaginarsi questa situazione, per poi masturbarsi fino a raggiungere orgasmi fortissimi.

Questa volta, però, la situazione era vera e lei ne era terrorizzata. Ma nonostante tutto il suo corpo reagiva agli stimoli sorprendendola come mai avrebbe immaginato. Piano piano, ad ogni colpo di frusta che la colpiva sui capezzoli o sul clitoride, lei si eccitava sempre di più. I mugolii di dolore per le frustate si mischiarono così anche a lamenti di piacere e capezzoli e clitoride erano gonfi, dritti e duri come mai prima nella sua vita.

Laura sperava che i suoi aguzzini non se ne accorgessero, perché sarebbe morta dalla vergogna a farsi scoprire in una situazione del genere, oltretutto mentre veniva filmata. Ma il capo del villaggio non ci mise molto a notare che la sua fica si era tutta bagnata. Immediatamente smise di frustarla e le mise una mano tra le gambe. Laura era un lago e i suoi umori le colavano ormai fuori dalla fica. Il capo scoppiò in una risata e disse qualcosa ai suoi compagni.

Quello con la telecamera si spostò subito in modo da poter riprendere bene in primo piano la sua fica. Quando il cameramen si fu ben posizionato, il capo le infilò brutalmente due dita nella fica, facendo gemere Laura. Iniziò a fare un lento dentro e fuori, ogni tanto tirando fuori la mano e dandole uno schiaffo proprio in mezzo alle cosce, sul clitoride. Laura ormai stava con le cosce apertissime, con gli occhi chiusi e sentiva l’orgasmo montarle dentro.

A ogni schiaffo sulla fica emetteva un urletto per il momentaneo dolore, ma la cosa la eccitava sempre di più. Il suo clitoride era ormai gonfio e sporgente e la sua fica grondante di umori. Ogni tanto il capo tirava fuori le dita dalla sua fica e le mostrava gocciolanti alla telecamera ridendo. Poi gliele mise anche in bocca: “lecca troia, facci vedere quanto ti piace”. Laura non aveva mai fatto una cosa del genere e si sentiva umiliata ma era eccitatissima.

In breve si trovò a leccare ben bene le dita di quell’uomo, che intanto con l’altra mano aveva ricominciato a toccarla tra le cosce.
Quando le dita furono ben pulite, con quella mano il negro cominciò a tirarle e a torcerle i capezzoli, che nel frattempo era anch’essi diventati lunghi e dritti. Laura mugolava, vinta dal dolore ma sopratutto dal piacere e ormai non capiva più niente. L’unica cosa che aveva in mente era l’orgasmo che le stava crescendo dentro e che tra breve sarebbe esploso.

Improvvisamente l’uomo si fermò: “stupida puttana, pensi che siamo qui per farti divertire?” le disse. Laura era furibonda per tutta la situazione, perché non era riuscita e raggiungere l’orgasmo e anche per questa sua reazione all’accaduto. In fin dei conti era stata catturata dai nemici e lei invece di provare schifo e paura si era lasciata coinvolgere in quello che era diventato un vero gioco erotico.
Il capo allora aveva preso un grosso ramo di legno, inciso a forma di grosso cazzo e perfettamente levigato e glielo aveva infilato nella figa.

Ma poi aveva anche preso le mollette da bucato e una ad una le aveva posizionate sui capezzoli e sul clitoride. Laura aveva le parti intime in fiamme, ma quella grossa presenza nella sua fica le teneva vivo il moto dell’orgasmo, che era sempre lì, presente e pronto ad arrivare, ma che non riusciva a sfogarsi. Con una mano il capo faceva fare dentro e fuori al cazzo di legno, mentre con l’altra tirava le mollette su capezzoli e clitoride.

Laura ormai gridava e gemeva come una cagna in calore, con la fica e le tette in fiamme ma bagnatissima. Soprattutto la molletta sul clitoride le dava sensazioni fortissime e stranissime. Sicuramente faceva male, ma in fondo proprio perché faceva male il suo corpo trovava la cosa eccitantissima. E nonostante tutto, ancora una volta stava per venire.
Il negro a quel punto le infilò un dito nel culo e iniziò un veloce e avanti e dietro che in breve portò Laura ad un orgasmo di un’intensità mai provata prima.

Dalla sua fica partì un getto di umori, uno schizzo vero e proprio, che bagnò tutto il negro che la stava masturbando. Con l’orgasmo Laura non riuscì s trattenere un potente urlo liberatorio, seguito da una serie infinita di mugolii, ansimando e gemendo veramente come una cagna in calore, con spasmi che le squassavano tutto il corpo. Dopo un po’ le sensazioni dell’orgasmo svanirono e per Laura fu come risvegliarsi e tornare alla dura realtà.

I negri ridevano e il capo le disse: “adesso mandiamo questo film alla CNN, così facciamo vedere al mondo di che pasta sono fatte le puttane bianche che vengono nel nostro paese”. Laura si sentì morire. Lei ripresa mentre veniva torturata, tutta nuda in posizione oscena e per di più che mostrava al mondo quanto la cosa le piacesse, con la sua fica tutta aperta e bagnata e con quell’orgasmo così umiliante per una soldatessa nella sua condizione.

Venne slegata e rimessa nella gabbia, seduta e con le mani legate ai lati: “così non puoi masturbarti, troia” le disse il capo ridendo. Il suo corpo era ancora incredibilmente eccitato e lei aveva una voglia matta di masturbarsi e di raggiungere l’orgasmo. La posizione in cui l’avevano messa, però, non le consentiva neanche di strusciare la fica contro il pavimento per provare a masturbarsi in quel modo. Era sfinita, eccitata come non mai nella sua vita e sconvolta dai mille pensieri che le frullavano nella testa.

Ormai sola da un bel po’ di tempo, riuscì comunque ad addormentarsi.
Il giorno dopo il capo venne nella capanna svegliarla. “Lurida troia, adesso riprendiamo con il trattamento di ieri e con il filmato”. Questa volta la portarono fuori dalla capanna, all’aperto, in mezzo al villaggio, e la legarono in piedi ad una croce di pali messi a X. Ancora una volta era nuda, con le cosce aperte, alla mercè di chiunque volesse divertirsi con lei.

Ben presto si avvicinò una piccola folla di abitanti del villaggio, che le urlavano contro, le tiravano contro frutta e ortaggi e le sputavano. Il capo venne e disse qualcosa e tutti smisero di darle addosso. E il suo compare con la telecamera si mise lì a fianco per filmarla di nuovo. Poi le disse: “ieri sembra proprio che ti sei divertita, adesso vediamo se è la stessa cosa”. Riprese a carezzarla sulla fica guardandola dritta negli occhi.

“Vediamo se questa puttana bianca anche questa volta si eccita davanti a tutti”.
Laura si vergognava come mai nella vita, eppure sentiva ancora una volta l’eccitazione montarle dentro. “Sporco negro, non credere che mi fai paura” disse, quasi per darsi coraggio. Ma non fece in tempo a finire la frase che il capo le prese il clitoride tra indice e pollice e glielo strinse. Laura si piegò sulle gambe ed emise un forte mugolio.

Sentì all’inizio una fitta dolorosa, ma poi come il giorno prima questo dolore si tramutò in eccitazione fortissima. Laura era stupita delle reazioni del suo corpo, che andavano assolutamente contro la sua volontà, ma non riusciva a trattenersi. Immediatamente il mugolio di dolore si tramutò in mugolio di piacere e la sua fica riprese a grondare succhi. Ancora una volta il capo le levò le dita dalla fica e mostrò alla folla quanto fossero bagnate, dicendo un qualcosa che sextenò l’ilarità di tutti.

“Questa volta, puttana, ti frusteremo ben bene, ma prima ti voglio fare un bel giochetto. Vedrai che sorpresa.
”Un altro negro venne con una corda in mano, una corda lunga, grossa e ruvida. Questa le fu legata in vita e poi passata da sotto in mezzo alle cosce. Tirata da davanti verso l’alto si andò a infilare tra le labbra della sua fica ormai lubrificatissima. La corda venne legata alla parte alta della croce e tirata molto forte.

Adesso Laura aveva la corda che le spaccava in due la fica e che le spingeva forte sul clitoride, già gonfio ed eccitato di suo. Inoltre ad ogni movimento la corda strusciava nelle sue parti intime. Un negro venne con una frusta e di nuovo Laura si trovò a dover subire colpi in tutte le parti del corpo, ma soprattutto sulle tette e sulla fica. Ad ogni colpo lei dava uno scossone con il corpo e la corda le schiacciava e irritava il clitoride.

Il capo credeva che questo sarebbe stato veramente troppo per Laura, ma incredibilmente invece il suo corpo dimostrò di volerne sempre di più.
Ormai Laura aveva perso ogni remora: “Sporco negro, dai frustami, tanto non mi fai niente” urlava. Ma intanto gemeva sempre più forte e di nuovo sentiva l’orgasmo salirle dentro. Improvvisamente il capo con un colpo di machete tagliò la corda e smise di frustarla, proprio quando ormai Laura era prossima all’orgasmo.

“Lurida troia, vuoi solo godere? E invece io non te lo permetterò”. Laura questa volta aveva veramente il terrore negli occhi. Si stava accorgendo che per lei la vera tortura non era ricevere frustate e maltrattamenti alla fica, ma non poter raggiungere l’orgasmo. Il negro prese a masturbarla quasi con dolcezza, ridendo e sghignazzando. Laura spingeva il bacino contro la sua mano con il viso stravolto dalla voglia di godere. Ma ogni volta che si avvicinava all’orgasmo, il capo levava la mano e un altro negro le tirava una secchiata di acqua gelida addosso.

L’acqua le toglieva il fiato per alcuni secondi e aveva il potere di azzerare quasi del tutto il suo livello di eccitazione.
Poi si ricominciava da capo con le carezze, alternate ogni tanto a schiaffi sulla fica e sul clitoride. Laura era stravolta, gemeva e mugolava, aveva i succhi della sua fica che le colavano lungo le cosce, era sempre prossima all’orgasmo ma non gli veniva mai permesso di raggiungerlo. Per la prima volta cominciò a cedere psicologicamente e a chiedere pietà: “Maledetto porco fammi godere, dai infilami qualcosa nella fica e fammi godere”.

Erano parole che fino a due giorni prima Laura non avrebbe mai immaginato che potessero uscire dalla sua bocca.
Ancora una volta il suo corpo prese alla sprovvista tutti, Laura per prima che in una situazione del genere aveva i sensi in fiamme, e il capo del villaggio che mai avrebbe creduto ad una reazione del genere da parte di una soldatessa bianca. Un nuovo potentissimo orgasmo si impossessò di Laura appena le dita del negro le strinsero con violenza per l’ennesima volta il clitoride e ancora una volta dalla sua fica sgorgarono copiosi umori come uno schizzo potente di sborra.

Laura era stravolta, ormai vinta fisicamente e psicologicamente, terribilmente combattuta internamente tra il terrore per la tortura subita e l’eccitazione sessuale che avrebbe trovato inimmaginabile fino a qualche giorno prima. Improvvisamente si sentirono partire dalla boscaglia dei colpi di mitragliatore. Dai margini del villaggio i suoi compagni militari stavano facendo un’irruzione tra i ribelli, che in brevissimo cominciarono a scappare e a dileguarsi nella boscaglia. Alcuni compagni immediatamente la slegarono e la portarono via, raccogliendo anche la telecamera che era caduta per terra.

Laura a quel punto svenne.
Quando riprese conoscenza era nell’ospedale da campo del suo accampamento, con i commilitoni che le erano più amici lì vicino. Lei in realtà avevo solo bisogno di essere rifocillata e già la flebo che durante la notte le avevano fatta l’aveva di nuovo rimessa abbastanza in forma. In breve, sentendosi decisamente meglio, chiese di essere dimessa, anche perché sapeva di dover andare dal suo comandante per fare rapporto.

Appena un’ora dopo era libera e si stava dirigendo verso la casa del comandante. Quando entrò venne accolta molto bene e fatta subito mettere a suo agio. Le fu chiesto di raccontare per filo e per segno quello che le avevano fatto, per denunciare la cosa alla corte suprema, che avrebbe processato i ribelli catturati. Laura però si vergognava di raccontare esattamente tutte le sensazioni provate e fu molto vaga. Il comandante iniziò ad irritarsi, perché capiva che il racconto non era veritiero.

Laura però non ce la faceva a confessare tutto. Allora l’atmosfera cambiò: “Cosa credi, che non l’abbiamo visto il filmato? Ti sei divertita a farti torturare dai negri ribelli? Ti sembra questo il comportamento per un soldato della nostra caratura?” Laura voleva morire per la vergogna, ma si ostinava a non voler ammettere al verità. Il comandante allora si alzò, girò intorno alla scrivania e le ordinò: “in piedi soldato”. Laura shittò sull’attenti. Il comandante le disse: “riposo soldato” e Laura assunse la classica posizione con le mani dietro la schiena e le gambe leggermente divaricate.

Il comandante le mise una mano tra le cosce sibilando: “immobile soldato, se non vuoi finire sotto corte marziale” e prese a muovere la mano e a cercarle il clitoride. E Laura in un attimo fu di nuovo un lago….

…più di una SPA naturista!

un giovedì qualunque sul lago di Garda. Bellissima giornata. Marie ed io passeggiamo in tarda mattinata sulle rive del lago nei dintorni di Desenzano. Lei indossa un vestitino leggero corto quel che basta per lasciare intravedere le bellissime gambe abbronzate rese ancora più slanciate dal tacco 12 che indossa con spavalderia. La stoffa leggera del vestitino stretto in vita da una spessa cintura di pelle evidenzia i fianchi sottoli e lascia indovinare i magnifici seni.

Certo non passa inosservata mentre la brezza del lago le scompiglia la cashita di capelli ramati. Passeggiamo chiacchierando. Lei inconsapevole (forse) degli sguardi che attira sia degli uomini che delle donne. Ci fermiamo in un bar del centro per l’aperitivo solo il tempo per decidere dove mangiare. Optiamo per un ristorante con la terrazza sul lago. Non ho portato casualmente Marie sul lago, ho uno scopo, ancora non dichiarato perché temo che mi mandi a quel paese, cerco di trovare il coraggio per farle la proposta, coraggio che non riesco a trovare.

In un tavolo non troppo lontano dal nostro pranzano due uomini sufficientemente distinti che continuano a guardare Marie.

Uno di questi, seduto di spalle continua a girarsi per osservarla. Io che pure sono abituato a queste situazioni trovo la cosa poco elegante, lo faccio notare a mia moglie che condivide ma pare non disprezzare. Ti guardano come se fossi nuda –le dico- Pensa se lo fossi davvero come ti guarderebbero.

Lei sorride e torna a dedicarsi al pesce alla griglia che sta mangiando. Insisto: sarebbe divertente vedere che effetto faresti girando nuda per un locale…una cosa tipo club naturista. Altro sorriso sornione. Insisto: ho letto su internet che nei dintorni c’è un club naturista molto rinomato, perché non andiamo a vedere solo per dare una occhiata ? Nemmeno mi degna di risposta ma la gonna comincia casualmente ad alzarsi. I due signori del tavolo vicino cominciano ad agitarsi tanto che quello seduto di spalle cambia posto per vedere meglio.

La gonna sale sempre di più, la loro agitazione aumenta. Ormai non staccano più gli occhi da mia moglie. Le gioca e io mi diverto. Gioca e si eccita. approfitto della sua eccitazione per insistere. Allora…cosa mi dici della idea del club? passano due o tre interminabili minuti poi mi guarda con fare malizioso e mi risponde che se era solo per dare una occhiata potevamo andare ma –mi dice- tu sai che non sono posti adatti a me, non mi sognerei mai di lasciarmi toccare da qualcuno che non conosco.

Non ci speravo. Cerco di nascondere la mia eccitazione con scarso successo. Controllo l’indirizzo e gli orari del club sul cellulare. Apre alle 15:00. Ormai non riesco più a mangiare nulla, lei invece continua a giocare con i due. la gonna si è alzata al punto di lasciare intravedere le mutandine nere che indossa. Nere e con tutta evidenza …umide. Ore 14:45 paghiamo il conto e prendiamo la via del club. Un ultimo sguardo malizioso ai due e lasciamo il ristorante.

Pochi chilometri per arrivare al club. Location molto discreta, dall’esterno sembra un capannone industriale. Entriamo e ci accoglie una signora che non si può definire simpatica ma certo efficiente. Ci attrezza con le ciabattine i teli di spugna ci fa presente le regole della casa e ci accompagna agli spogliatoi che, guarda caso, non si distinguono tra maschi e femmine. Cominciamo a spogliarci in compagnia di una coppia in verità non troppo bella. Marie si spoglia ed io la aiuto a riporre gli indumenti nell’armadietto.

Gesto fatto sia per gentilezza sia per verificare che le mutandine fossero bagnate e…. sono bagnate fradice. Le speranze aumentano
Questo voglio sentire…se la sua è una effettiva indifferenza oppure…. beh…. oppure!!! hahahaah
La mia eccitazione comincia a crescere dando segni evidenti. Lei indossa il telo di spugna fino a coprirle i seni ma lasciando inevitabilmente scoperte le gambe, lunghe e bellissime. Cominciamo a visitare il locale: zona sauna…zona piscina idro…bagno turco…bar e zona relax all’interno, all’esterno hot garden con piscina idro labirinto e stanza del sale.

Gli occhi dei presenti si sgranano al passaggio di Marie ma lei sembra non dare particolari segnali di interesse. Decidiamo di iniziare con la sauna. Entriamo e la troviamo abbastanza affollata. Un paio di coppie non troppo interessanti stavano giocando tra di loro. Marie non sembra particolarmente interessata, nemmeno si toglie e il telo. Decide per la vasca idro. Usciamo dalla sauna, inevitabilmente per entrare nella vasca deve togliere il telo, lo fa sul bordo della vasca con un movimento provocatorio.

Immersi nella vasca ci sono tre bei ragazzi che osservano Marie rapiti, … evidentemente non si aspettavano una simile visione. In effetti in fisico scultoreo di Marie sembra scolpito dal Canova Boccheggiano. Entriamo cominciamo ad abbracciarci baciarci e toccarci sotto il pelo dell’acqua mentre i ragazzi guardano. Non resistono a lungo. Il primo ragazzo, il più bello e evidentemente il più intraprendente si avvicina a mia moglie e allunga una mano sotto l’acqua fino ad accarezzarle l’interno della coscia.

Mi aspettavo che lo allontanasse invece con mio grande stupore allarga spudoratamente le gambe. Il ragazzo raccoglie il messaggio, comincia a toccarla ovunque, la bacia sul collo. Marie si discosta da me per godere appieno di quell’approccio spudorato. Lo lascia fare, le offre la bocca da baciare poi con un gesto felino si mette a sedere sul bordo della vasca a gambe divaricate. Il ragazzo, che scopriremo poi si chiama Gianni, capisce il messaggio e tuffa la testa tra le gambe di Marie che sembra ormai persa.

Un altro ragazzo ormai coinvolto dalla scena , esce dalla vasca e mostrando un fisico e una dotazione poco comune, dura, durissima e spavalda, si avvicina a Marie che stava godendo senza ritegno della lingua del primo arrivato e le infila il magnifico cazzo in bocca che lei spalanca e fa entrare fino in gola.
Mi allontano per lasciare spazio anche al terzo che intuisce l’invito, anche lui comincia a toccare Marie.

Lei è ormai persa. Una lingua tra le gambe…un magnifico cazzo in bocca e un terzo che la tocca ovunque. Mi allontano per godere appieno di quella scena, una visione inaspettata per me. Mi tornano alla mente le parole di Marie: Non è il posto per me…non mi sognerei mai di….
La mia erezione è smisurata…. mentre Marie si lascia travolgere da un orgasmo incontenibile.
Si ricompone…allontana i ragazzi tranne Gianni e si avvicina a me portando il ragazzo che con molta cortesia si presenta.

Rimaniamo un po’ a parlottare, Gianni dimostra di essere una persona intelligente e colta, una piacevole compagnia oltre che un bellissimo ragazzo. Moro, alto non meno di 1. 85 occhi verdi e un enorme cazzo che continua a rimanere duro. Marie non smette di accarezzarlo sotto il pelo dell’acqua mentre parliamo. Lo tiene in mano quasi avesse paura di perderlo. Decidiamo di andare al bar a bere qualche cosa. Gianni ci accompagna.

Tutti e tre indossiamo il telo di spugna che non nasconde la mia e l’erezione prepotente di Gianni che sembra ormai rapito da Marie. Con i bicchieri in mano ci accomodiamo sugli sdrai, Marie in mezzo a noi. Le chiacchiere continuano mentre lei con fare molto disinvolto infila la mano sotto il telo di Gianni godendosi quel membro smisurato con fare sognante. Propongo la stanza del sale (dagli effetti notoriamente benefici) entriamo …lei si sdraia nuda sul ripiano e Gianni ed io cominciamo a massaggiarla col sale.

Nella stanza è presente una biondina assai carina che osserva la scena. Io da un lato, Gianni dall’altro continuiamo a massaggiare Marie che non molla l’attrezzo di Gianni, prima sdraiata sulla pancia poi ad un tratto si gira sulla schiena e apre le gambe. E’ eccitata da morire, mugula e gronda umori, spalanca le gambe (un chiaro invito per Gianni) che capisce, si pone davanti a lei e le infila il magnifico cazzo tra le gambe.

Bastano pochi colpi e Marie esplode in un orgasmo senza fine. La biondina presente si avvicina con un gesto gentile scosta Gianni e comincia a leccare Marie tra le gambe con una maestria veramente degna di nota. Altro orgasmo di Marie esplosivo. Piccola pausa poi con fare sognante lei si alza e si ricompone. Indossa il telo e mi dice…dai amore…si è fatto tardi, vogliamo andare? Saluta Gianni e riprendiamo la via di casa senza commenti.

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Finalmente la tanto attesa doppia anale

Ciao a tutti
Sono on visita ai miei due amichetti ed esco dal bagno sazio ma non abbastanza , ho appena avuto un bellissimo rappoto con Sedrick che con la scusa di lavarmi mi ha inculato senza pieta’ rendendomi davvero felice.
usciti dal bagno mentre mi siedo su una sedia lui mi invita a sdraiarmi nel suo letto, vorrebbe massaggiarmi per farmi rilassare es io acconsento on attesa che Bonifax finisca di preparare il pranzo.

Il massaggio ,veramente ben fatto dura circa 15 minuti ed e’ davvero eccitante in quanto il mio amore ha un abbigliamento quantomeno inusuale : pantaloni in acetato ripiegati fino alle ginochia, petto nudo molto peloso e sandali in pelle ed io lo guardo con molta eccitazione vedendo che ha un enorme pacco desideroso di incontrarmi ed esplorarmi nuovamente.
Finito il massaggio mi fa girare in quanto la posizione era pancia a terra e sdraiatosi comincia a sbacciucchiarmi ed accarezzarmi spalmandomi anche la crema per ammorbidirmi e idratarmi la pelle.

Improvvisamente entra Bonifax per dirci che e’ pronto per pranzo e vedendoci cosi in intimita’ sie’ avvicinato con sguardo languido ed eccitato,,sdraiandosi dall’altra partee cominciando a baciarmi ed accarezzandomi anche lui.
Io sono nudo sotto le lenzuola ,in mezzo a due grossi mandingos che mi coprono di attenzioni , che situazione eccitante!!!!
Chiedo loro di spogliarsi , obbediscono prontamente quindi mi ritrovo con due bellissimi uomini nudi uno a destra e uno a sinistra che mi baciano e accarezzano mentre io impugno i loro cazzi neri enormi e li sego contemporaneamente
Chiedo loro di mettersi in piedi sul letto affiancati mentre mi metto in ginocchio per poterli ciucciare e comincio dal mio preferito che scapello dentro la mia bocca riempiendolo di saliva calda.

L’altro quasi geloso fa forza per farsi ciucciare ed io lo accontento famelico, e’ tutto molto eccitante e dopo averli succhiati per bene ci sdraiamo perche vorrei essere inculato dal mio preferito visto che prima lo ha fatto l’altro.
Bonifax comincia a spalmarmi il gel e a masturbarmi il buchetto mentre io abbracciato a Sedrick lo bacio e accarezzo facendogli delicatamente una sega
Bonifax comincia a penetrarmi, sento la sua grossezza che allarga le pareti del mio culletto facendosi spazio prepotentemente mentre mi schiaffeggia le chiappe che sono gia arrossate dall’eccitazione.

Si da il turno con Sedrick che mi mette a pecora e mentre succhio Bonifax lui mi incula allargandomi ulteriormente
Ora penso di essere pronto, chiedo a bonifax di incularmi da sotqto visto che ha un cazzo piu lungo e grossoe gli vado sopra inarcandomi , lui mi penetra allargandomi le chiappe piu possibile e comincia a pomparmi mentre io succhio avidamente il cazzo turgido di Sedrick cercando di lubrificarlo piu possibile..
Poi mormoro : dai prova ad entrare, sono terrorizato ma anche molto eccitato.

Lui spruzza del gel mentre l’altro comincia a pompare piu lentamente perfavorire l’introduzione
Io mi accascio piu possibile su Bonifax e sento che Sedrick comincia ad entrare , fa molto male e non controllo dolore ed emozione
sedrick mi sussura: dai e’ entrato , ti piace?
Si amore ,rispondo e sento che tuttie due mi pompano alternandosi in entrata , che goduria!!
Siamo in estasi, sto godendo come mai prima d’ora, si fa tutto molto frenetico e mi prendono girandomi a pancia all’aria, una nuova intensa penetrazione che mi porta in estasi, proviamo anche di lato mentre con una gamba sollevata continuano a pomparmi in modo sfrenato , sto per venire ma all’improvviso appare il cugino che estasiato dalla nostra posizione erotica si spoglia e mi infila il suo grosso cazzone nero in bocca e dopo due colpi mi viene dentro inondandomila bocca e la faccia con il suo nettare.

Quasi immediatamente mi inondano il culo i due amici che mi inculavano.
Sonzo stremato ma felice e pieno di sborra calda.
Questa avventura non la dimentico di sicuro.

Le mie storie (61)

Sono passati quasi due mesi da quando ho raccontato del weekend di Pasquetta passato insieme a Davide, mi sembra ormai 1 eternità. In privato mi avete chiesto cosa fosse successo, ed io vi rispondo in modo che anche per il futuro non ci siano equivoci. Tutto è cominciato 1 ventina d’anni fa quando mi frequentavo con 1 ragazzetto alcuni anni più piccolo di me (chi ha letto le mie storie sa di chi sto parlando).

All’epoca ero spensierata, ero piuttosto libera di testa e non solo, così, quando lui ebbe regalato 1 delle prime macchinette digitali, io non ebbi problemi a farmi fotografare anche nuda da lui. Ricordo ancora che nel computer aveva oltre alle mie foto, 1 serie di foto rubate a zie ed amiche della madre. Mentre scrivo, a ripensarci adesso scappa ancora 1 sorriso, per quanto fosse “malato” di sesso; i patti però erano chiari, le mie foto le avrebbe dovute e potute vedere solo lui.

Invece 1 giorno scoprii che le aveva fatte vedere ad 1 suo amico, e quel giorno il nostro rapporto si incrinò in maniera decisa. Passarono mesi in cui lui fece di tutto per chiederne scusa, io alla fine lo perdonai anche ma sotto sotto sapevo che, quel tipo di curioso rapporto nato per caso, non sarebbe più potuto riprendere. Sia chiaro, non sono una che porta rancore assolutamente, tanto che l’ho rivisto l’anno scorso e lo abbiamo fatto in nome dei vecchi tempi, ma la fiducia in determinate situazioni è alla base di tutto.

Così quando ho deciso di infilarmi in quest’altra situazione tutt’altro che usuale (stare con 1 ragazzo di vent’anni più giovane non mi era mai capitato), dissi a Davide che non avevo particolari tabù per quanto riguarda il sesso, ma non avrebbe mai dovuto fotografarmi “nuda”. Lui lo aveva promesso, mi aveva detto che non c’erano problemi, che era 1 cosa che non avrebbe mai fatto. Invece in maniera del tutto casuale, qualche giorno dopo quel famoso weekend, ho trovato delle mie foto nel suo cellulare, del mio corpo, mentre dormivo.

Mi disse di rispondere, ma da imbranata quale sono, sbagliai il tasto, attivando la memoria delle foto dove uscirono 1 decina di shitti fatti in Umbria. Da quel momento abbiamo chiuso, nonostante lui stia cercando di raddrizzare la situazione. Ribadisco, soprattutto quando si crea 1 determinata intimità, e chi mi legge sa di quale grado di intimità stia parlando, la mancanza di fiducia azzera tutto.
Naturalmente però se sono qui a scrivere, vuol dire che qualcosa è successo e così, dopo questa lunga premessa (che risponde anche alle vostre richieste di 1 mia foto), comincio il racconto del weekend appena passato.

La delusione per come è finita con Davide, non è stata poca, oltretutto purtroppo mi si leggeva in faccia. Ancora 1 volta, è mancata la sincerità dall’altra parte. Per fortuna sul lavoro non mi sono fatta prendere da tristezze e cose varie. All’inizio della settimana scorsa, il mio capo dopo essere stato, in maniera molto gentile, respinto di nuovo, avendo capito che stavo passando un periodo non proprio dei migliori, ha deciso di mandarmi in trasferta per il weekend ad una riunione di lavoro a Bari.

All’inizio ho tentennato, poi lui (che sotto sotto oltre ad essere un gran professionista, mi vuole anche bene) mi ha convinta, dicendo che avrei incontrato sicuramente altri coetanei e mi sarei divertita visto che il posto dove si teneva il tutto era particolarmente bello. Così venerdì mattina dopo essermi fatta la valigia, finalmente piena di cose estive, mi sono messa in macchina direzione Puglia. Sapevo che da Napoli sarebbero venute delle altre persone, ma non conoscendole ho preferito partire da sola anche perché non ero nello stato d’animo adatto.

L’unica cosa che mi spingeva in maniera positiva ad andare, erano state le foto dell’albergo che oltre ad avere la piscina esterna ed interna, quasi a voler esorcizzare il mio passato, aveva anche la beauty farm.
Arrivata sul posto, mi sembrava di essere partita per un viaggio lontanissimo, all’ingresso ho avvertito un’aria nuova, i profumi ed il caldo mi hanno subito rilassata. Dopo aver velocemente preso possesso della stanza, mi sono messa il costume e sono andata in piscina a fare un bagno.

Il primo incontro di lavoro ci sarebbe stato il pomeriggio quindi avevo almeno quattro ore di sole da prendere. Al di là dei quattro/cinque napoletani che naturalmente conoscevo, degli altri sapevo soltanto qualche nome oppure al massimo qualche foto legata ad un gruppo che abbiamo sul cellulare, al quale però io partecipo pochissimo. Mentre ero immersa nei miei pensieri stesa, come piace a me, sul lettino, mi si avvicina uno che si presenta “piacere Giacomo da Firenze” io lo guardo un po’ sorpresa, dopo tutto ignoravo totalmente chi potesse essere.

Lui avendo capito la mia freddezza continua “scusami ma ho chiesto se fossero venuti già quelli dello studio, gentilmente una bella accoglienza mi ha detto che c’eri tu “. Dopo aver fulminato con il pensiero colui che aveva scelto la sottoscritta per far fare amicizia a tale Giacomo, la mia napoletanità nonche istintiva indole amichevole faceva il suo ingresso “ciao io sono Francesca vengo da Napoli”. Dopo aver ascoltato il mio nome, come se fosse stato colto da un fulmine, si allarga in un sorriso e mi ricorda che l’anno scorso, prima delle vacanze avevamo seguito una pratica insieme a colpi di e-mail reciproche, dove si era instaurata anche una simpatia destata naturalmente da coinvolgimento lavorativo.

Effettivamente aveva ragione, appena mi ha ricordato la cosa, mi sono un po’ rilassata anche perché all’epoca ricordo benissimo le sue battute scritte, per cercare di alleggerire la cosa. Poi con la mia partenza, quello strano scambio epistolare era terminato senza più ricominciare, ed io naturalmente lo avevo completamente dimenticato. Sedutosi di fianco a me abbiamo cominciato a chiacchierare, ed anche lui era venuto solo, anche perché a Firenze diciamo che “la nostra struttura” è piuttosto piccolina (scusate se sono vaga circa il mio lavoro, ma preferisco così).

Ad ora di pranzo nella sala ristorante erano arrivati praticamente tutti, da Milano, da Roma e quelli che conoscevo da Napoli. Si è formato subito un bel gruppone metà donne e metà maschietti, i quali nel progettare la serata avevano già avuto informazioni su un locale dove andare. Naturalmente il lavoro doveva essere tabù nelle discussioni, salvo quando si era nella sala conferenze dove ci saremmo dovuti vedere nel pomeriggio. Così, tornata in stanza, mi sono concessa un po’ di relax con un dildo (ricordo di Davide) e quella pennichella che in genere faccio soltanto nel weekend, rilassata e contenta per aver deciso di andare.

Svegliata dal rumore del cellulare, ho indossato il tailleur classico (gonna e giacca blu e camicetta bianca) e sono scesa. Neanche a farlo apposta, ero di fianco a Giacomo che dagli sguardi però tutt’altro che contento di lavorare. Per fortuna dopo un paio d’ore, eravamo liberi di nuovo che si trattava soltanto di decidere cosa fare dopo cena. Intanto un paio di ragazzi di Napoli (Laura e Marco, due colleghi che oltretutto sono sposati tra loro), dopo aver visto chiacchierare con il fiorentino, ridendo mi hanno fatto presente che su di lui, nel gruppo telefonico, giravano parecchie leggende metropolitane visto che in Toscana era praticamente l’unico rappresentante.

Quando ho saputo questa notizia, la mia curiosità nei suoi confronti è aumentata a dismisura. Prima di cenare, la maggioranza aveva deciso di andare in un locale a passare la serata. All’ora di cena, il mio nuovo amico era piuttosto lontano dalla sottoscritta, seduto tra due colleghe di Milano (piuttosto esuberanti in tutti i sensi). La curiosità mischiata a un tantino di gelosia, e non ricevere più le sue attenzioni, mi hanno fatto chiedere chi fossero quelle tipe; in breve ho capito che lui aveva avuto una mezza storia con entrambe (non contemporaneamente), e che adesso cercavano di palleggiarselo, visto che, sempre secondo alcune leggende, era un grosso amatore.

Ad essere sincera, prima di sapere tutte queste cose su di lui, io al ho avuto l’impressione di un quarantenne piacevole, simpatico e brillante ma non particolarmente farfallone. Mentre mangiavo, da lontano cercavo di cogliere qualche sua sfaccettatura, qualche altro lato del suo carattere. Intanto le due milanesi (guardie del corpo), facevano di tutto per non essere indifferenti al resto del tavolo. Certo, essendo sempre sincera, devo dire che non erano affatto male, visto che oltre ad essere alte più di una settanta ognuna, avevano anche un fisico piuttosto invidiabile.

L’unica cosa che a me non piaceva (ma sono gusti molto personali) era un trucco eccessivo che le faceva entrambi, più volgari di quanto in realtà non fossero.
Tornata in stanza, un po’ delusa, e anche rosicante, ho deciso che per la serata nel locale mi sarei messa, piuttosto in tiro (per quanto possibile). Così ho indossato 1 mutandina nera trasparente e sopra 1 vestitino elasticizzato che per quanto mi rendesse grosso il sedere, mi esaltava allo stesso tempo i seni lasciando scoperte le spalle.

Certo le altre donne del gruppo erano parecchio più vistose della sottoscritta, anche perché io insieme ad 1 altra eravamo le più anziane diciamo; però come spesso succede, le mie belle tettone non passavano inosservate, alimentando le classiche battute alle quali sono abituata da 1 vita. Il locale era molto bello, ci siamo divertiti e devo dire che il fiorentino è stato piuttosto galante oltre che spesso vicino. Ho capito di non essergli indifferente da come metteva le mani sui fianchi quando ballavamo insieme e dalle cose che ogni tanto mi sussurrava all’orecchio.

Ma appena tornati in albergo, ognuno è andato nella propria stanza. Io ho fatto appena in tempo a mettermi la maglietta lunga che uso in questo periodo come pigiama, e sono crollata. Sabato mattina 1 gruppetto di noi dopo colazione si è dato appuntamento nella palestra dell’albergo per fare qualche esercizio. Giacomo con la scusa di controllare i miei esercizi per i glutei (ahimè credo inutili), ogni tanto 1 mano sulla chiappa la allungava, ed io sorridendo lo lasciavo fare.

Poi il pranzo e dopo l’ultima riunione di lavoro alla quale siamo andati tutti vestiti in maniera assolutamente casual (io ero in maglietta e gonna a jeans), siamo saliti in camera mia perché dovevo lasciargli delle carte. Eravamo seduti sul letto, dopo aver preso la pratica in questione ed avergliela data, lui l’ ha infilata nella sua borsa e poi si è girato a guardarmi. È stata 1 cosa quasi automatica, ci siamo baciati subito, molto a lungo.

La sua mano si è insinuata fra le mie cosce, poi 1 volta arrivata alla mutandina mi ha stesa con la schiena sul letto, e dopo avermela sfilata velocemente, si è fiondato con la lingua in mezzo. Mi sono ritrovata con gli occhi a guardare il soffitto, le gambe allargate e piegate, la gonna tirata su e la sua bocca che giocava con la mia micia. Dopo poco ero lì che ansimavo di piacere, bagnata e felice, sentivo alternarsi dentro di me le sue dita e le sue labbra.

Poi i miei gemiti sono diventati sempre più frequenti sino all’orgasmo. Allora, solo allora si è tirato su, e dopo essersi sbottonato di pantaloni, è salito a cavalcioni sopra di me. Io mi stavo ancora riprendendo dalla fatica e dall’eccitazione, ho preso 1 cuscino e dopo averlo messo sotto la testa l’ho guardato in faccia ringraziando; non mi ero ancora accorta che aveva il pantalone aperto. I suoi occhi si sono rivolti verso il basso, io ho seguito lo sguardo ed ho visto il boxer grigio; ho messo a fuoco bene ed ho notato la sagoma enorme del suo uccello che arrivava quasi fino al fianco sinistro.

Essendo la mutanda attillata, la forma del suo membro veniva esaltata dal grigio, ed io mi sono chiesta se fosse vero tutto quel ben di dio. Ho allungato la mano verso di lui, l’ho messa dentro all’elastico e quando lo ho impugnato mi sono resa conto di avere a che fare con qualcosa che non vedevo e sentivo da parecchio (dai tempi del ragazzino). L’ho tirato fuori ed era grosso dannatamente grosso e lungo; lui sorrideva, probabilmente non era la prima volta che si trovava di fronte ad una reazione così stupita.

“Benedica!” Mi è uscito spontaneo. Lui mantenendo il sorriso a 32 denti come di quello contento per questo regalo di madre natura, mi ha guardato e mi ha detto “è bello vero?” Ed allora mi è scappata 1 risata “ma quanto è grosso?” Gli ho fatto, mentre con la mano piccola che mi ritrovo cercavo di misurarlo scorrendo lungo lungo. Neanche il tempo di ricevere la sua risposta che si era fatto minacciosamente più avanti poggiandosi sui miei seni ed avvicinando la sua cappella a pochi centimetri dalle mie labbra.

Il passo successivo è stato naturale, ho sollevato il capo e con la lingua gli ho leccato la punta. Piano piano la mia bocca ha cominciato a prenderlo sempre più dentro, lui lentamente lo infilava sempre di più ed io ho cominciato a fare avanti e indietro succhiandolo. Adesso le parti erano completamente invertite, io avevo in mano (anzi in bocca) il pallino del gioco, mentre lui con le mani appoggiate sul letto respirava sempre più affannosamente.

Ma ero un po’ scomoda, così, dopo essermelo tolto momentaneamente di dosso, l’ho fatto appoggiare sullo schienale del letto. Un altro sguardo compiaciuta e stupita al suo uccello e poi mi sono chinata con la testa a riprendere quel meraviglioso pompino che avevo interrotto. La bocca e le mani si muovevano armoniosamente lungo la sua asta, e mentre godeva io succhiavo. Poi gli ho sentito dire “sto per venire, sto per venire” e dopo qualche secondo la sua felicità è cominciato ad uscire copiosa più che mai.

Io non mi sono tirata indietro, e mentre godeva con la bocca cercavo di sentire il suo sapore che effettivamente non era male. Dopo essermi pulita, ed aver pulito anche lui con 1 fazzolettino di carta, mi sono avviata verso il bagno, mentre lui mi faceva presente che si era fatta una certa ora e doveva vedersi con altri 2 colleghi. Ci siamo dati appuntamento a cena, 1 veloce bacio e le 2 porte che si chiudevano quasi contemporaneamente.

Seduta sulla tazza a fare pipì, con in bocca ancora il sapore aspro ma piacevole del suo sperma, mi sono soffermata a pensare a quell’uccellone ed al fatto che allora le leggende su quel collega fiorentino non erano poi così infondate. Mi sono buttata sotto la doccia per cercare di togliermi quel pensiero fisso dalla mente, ma ormai era quasi impossibile. Tra 1 cosa e l’altra mi sono preparata per la serata, con l’intento di concludere la notte in bellezza.

Vestitino un po’ sopra le ginocchia, molto leggero (faceva 1 caldo pazzesco), stivaletti e perrizoma (rigorosamente senza reggiseno). Così sono scesa a cenare, prendendo posto accanto al mio nuovo amico… Mentre mangiavamo, sotto al tavolo le nostre mani ogni tanto si toccavano e toccavano quanto di bello avevamo l’1 per l’altra. Lui mi tirava su il vestitino accarezzandomi la coscia sinistra, io con la mano gli palpavo il pacco da sopra al pantalone. Poi siamo usciti tutti per l’ultima sera e già nella macchina che ci portava al locale, le sue dita erano a caldo nella mia micia bagnata, mentre io cercavo di mantenere l’eccitazione senza farmene accorgere dagli altri ragazzi presenti nell’auto.

Vi risparmio le 2 ore di discoteca, dove ci siamo sextenati senza mai perderci di vista. Finalmente verso le 2 abbiamo ripreso la via dell’albergo e per non destare nell’occhio, siamo andati in 2 auto diverse. Poi arrivati nella hall, un messaggino sul mio cellulare diceva “camera tua oppure mia?” Io naturalmente ho scelto di giocare in casa… in camera pardon. Così dopo qualche minuto ho sentito bussare, il tempo di aprire ed eravamo di nuovo soli faccia a faccia.

Le sue mani sul mio culo che rapidamente cercavano di sollevare il vestitino per poi infilarsi nel perizoma, le mie mani a sbottonare il suo pantalone per tirare fuori dallo slip il suo uccello che al momento era ancora dormiente. Mentre le nostre lingue si incrociavano, sentivo sotto i polpastrelli crescere il suo membro ad ogni movimento della mia mano. Poi mi ha presa in braccio e dopo avermi portata sul letto, ed aver indossato il preservativo nel giro di 10 secondi, mi ha allargato le cosce e me lo ha messo dentro.

Era grosso, faceva anche un po’ male, ma lui spingeva ed io mischiavo l’eccitazione con il leggero dolore. Avevo le gambe per aria, le sue braccia intanto mi avevano abbassato il vestitino da sopra, i miei seni erano debordati fuori letteralmente, e dopo aver visto lo stupore nei suoi occhi, per quanto fossero grossi, ci si è fiondato sopra con la bocca leccandoli in maniera alternata, prima 1 poi l’altro. Intanto ero venuta , ma lui no, e continuava a spingere sempre più dentro, mettendo a dura prova l’elasticità della mia povera patata, mai così bagnata, ma mai così allargata (non era più abituata a certe grandezze, nonostante Cuba).

Poi 1 ultima penetrazione ed il suo profilattico si è riempito di sperma. Stanco si è steso accanto a me, poi, con molta calma, dopo aver tolto tutto ciò che lo proteggeva, è andato a buttarlo nel bagno. “Era l’unico che avevo, adesso come facciamo? Io voglio ancora scoparti!” Questa è stata la sua frase appena tornato. Io l’ho guardato sorridendo e gli ho detto “calmo calmo, prima di tutto prendo la pillola, poi chi ti ha detto che io voglio scopare ancora?” Mentre parlavo però, la mia faccia appena soddisfatta, ed ancora con un po’ d’affanno per l’eccitazione, mi tradiva.

Lui così mi ha preso 1 coscia con la mano e mi ha detto “lo so che ne vuoi ancora, bella Napoletana”. Sono sgattaiolata nel bagno, mi sono spogliata, anche perché i vestiti erano già quasi tolti e dopo essermi data una sciacquata ed una risistemata generale sono uscita, solo con le mutandine. Dopo avermi vista per la prima volta in piedi come mamma mi ha fatta, il buon fiorentino ha di nuovo magnificato la grandezza dei miei seni con un’espressione toscana che adesso non ricordo ma che al momento mi ha fatto tanto ridere.

Lui intanto aveva ancora su i pantaloni e la camicia; io mi sono messa sotto le coperte, e dopo aver tolto anche il perizoma ed averglielo mostrato, gli ho detto semplicemente “allora? Che si fa?” Nel giro di pochi secondi era nudo anche lui, sopra di me, con l’uccello che cercava avidamente di trovare l’ingresso della mia micia anche se non era ancora completamente duro; le mani incollate alle tette, le labbra alle mie labbra ed eravamo di nuovo lì a godere insieme.

Quel grosso uccello aveva il potere di farmi venire subito, così per rilassare un po’ la mia patatina, dopo aver avuto un orgasmo, nonostante lui fosse ancora super eccitato, me lo sono sfilato da dentro e l’ho invitato a mettermelo fra le tette (cosa che piace sempre fare a tutti i maschietti). Avevo sotto controllo la situazione, ma non avevo considerato che all’ennesima apparizione della sua cappella che usciva dai miei seni, mi è venuto letteralmente in faccia, inondandomi di sperma.

Non sapevo cosa prendere per pulirmi, lo avevo dappertutto, poi mi ha passato un po’ di carta igienica e ho ritrovato la vista, mentre lui sorrideva soddisfatto.
Era notte inoltrata, quando è tornato nella sua stanza. La mattina dopo ci siamo salutati come se nulla fosse, i miei colleghi di Napoli appena mi hanno incontrata a colazione hanno capito che avevo passato la notte con lui, lei sottovoce mi ha chiesto se fossero vere le voci che giravano intorno a lui; dopo aver avuto la mia conferma, mi ha guardata con un po’ di invidia (simpatica).

Poi ho preso la mia macchina e sono tornata a Napoli… forse dovrebbe venire per lavoro a fine giugno… in tal caso, abbiamo già detto che ci vedremo.

Voglia di cose porche. parte 3

“Inserire il denaro o la tessera”
“Arrivederci”
Il casello dell’autostrada era varcato e ormai mancava veramente poco per raggiungere il paradiso delle cose porche. Mai una voce metallica ha suscitato più fremiti, la sensazione era di aver appena varcato fisicamente il confine che separa passione ed erotismo e perversione.

Imboccammo una strada provinciale buia, in aperta campagna, senza la benché minima illuminazione pubblica, ovunque mi girassi non vedevo altro che oscure distese di terra dove al massimo si potevano riconoscere sullo sfondo le sagome di vecchi casolari o di alberi solitari, tutto contornato da flebili ombre dettate dalla luce che la luna e le stelle possono offrire in una fresca sera di settembre.

Il cuore cominciò a battere forte, mi voltai verso di lei e colsi nel suo sguardo fisso lì fuori la stessa ansia che stavo provando io. Si accavallarono mille pensieri e mille dubbi mi assalirono ma il piede sull’accelleratore non indugiò mai, e chilometro dopo chilometro arrivammo fuori una villetta apparentemente dozzinale, come molte altre in quella zona, tant’è vero che la superammo senza nemmeno notarla. L’unico dettaglio che mi aveva insospettito era il cancello elettronico illuminatissimo e le evidenti telecamere di sorveglianza in bella vista.

Percorremmo comunque poche centinaia di metri ancora, ma il navigatore era convinto: “Hai superato la tua destinazione!”
“Deve essere quella” dissi
“Forse si” mi rispose Sveva
Feci inversione e tornammo indietro. Entrai nel piccolo vialetto e mi fermai al cancello. In quel momento mi venne in mente il film di Kubrick “Eyes Wide Shut”, mi aspettavo che qualcuno ci venisse incontro, e mi sforzai pure di ricordarmi se il giorno prima al telefono il signore mi avesse indicato una password per l’ingresso.

Poi scrollai la testa come a dire – brr sveglia! – e accennai un sorriso per il pensiero appena fatto. Ora stavo volando un po’ troppo con la fantasia!

Proprio in quel momento il cancello automatico cominciò a scorrere sul suo binario, l’ansia cresceva sempre più e con essa ora faceva capolino una nuova erezione dopo il sublime pompino che Sveva mi aveva fatto in autostrada. Davanti a noi, in leggera discesa, comparve un immenso parcheggio in cui c’erano già una ventina di auto parcheggiate, mentre sulla nostra destra campeggiava una struttura a ferro di cavallo dislocata tutta al piano terra, di un color arancio acceso, e nel cui angolo interno spiccava l’ingresso blu illuminato da luci rosa.

Insomma già dall’apparenza non poteva essere altro.

Parcheggiammo e scendemmo dall’auto sorridenti, l’ansia andava scemando lasciando spazio ad uno spirito goliardico.
“Vediamo di che si tratta!” esclamai, e Sveva annuì divertita.
Ci incamminammo verso la porta, e fu allora che le presi la mano e me la portai sul cazzo, volevo sapesse che ero di nuovo eccitato.
“Senti qui!”
“Non ti basta mai” disse lei guardandomi con gli occhi curiosi e goduriosi.

Adesso era lei che mi tirava per farmi accellerare il passo.

Eravamo finalmente dentro. Un piccolo ingressino accoglieva una scrivania per la registrazione dei soci e dietro due uomini sulla cinquantina a spiegarci il regolamento. Uno di loro poi ci accompagnò all’interno, dove ci presentò una loro socia che ci fece fare un tour all’interno delle varie aree della struttura: disco, dinner, privé, sala coppie, sala voyeur, il giardino e la capannina etnica.

A parte l’area esterna, tutte le sale interne erano collegate da un corridoio angusto e tremendamente buio, ma la signora ci tranquillizzò dicendoci che appena gli occhi si fossero abituati ci saremmo mossi agevolmente.

Sveva era particolarmente silenziosa, la ascoltava parlare in dialetto laziale mentre ci descriveva tutto ciò che vedevamo, era divertita dal sentirla commettere tanti errori nell’esprimersi, mentre io ero curioso di sapere tutto e le facevo domande a raffica.

Una di queste cominciò così: “Abbiamo visto dal sito un calendario di eventi che organizzate ma che non erano descritti in dettaglio, ci spiega come ci si organizza di solito?”
“Bhè niente di particolare, i nostri soci sono persone comuni a cui piace venire qui a divertirsi. Organizziamo serate a TEME e poi il resto lo fa la fantasia di ognuno!”
Infine ci accompagnò al buffet di benvenuto e ci augurò buona serata!

Non fece in tempo ad allontanarsi che scoppiammo entrambi in una fragorosa risata.

Quel SERATE A TEME ci aveva così colpito che continuammo a scherzarci su per mesi. Però ci aveva fatto anche bene, ci aveva rilassato, avevamo ora davvero la percezione che quel posto fosse fatto da persone comuni per persone comuni. Perciò prendemmo un aperitivo e ci accomodammo in discoteca a sorseggiarlo.

Ci guardammo intorno e vedemmo una decina di coppie che ai vari angoli o vicino alle varie colonne sorseggiavano il loro drink, e tutti sembravamo scrutarci l’un l’altro alla ricerca di possibili compagni di giochi.

“Ti piace qualcuna?” mi chiese Sveva divertita.
Fino ad allora avevo visto un po’ di donne e tutte con pochi lembi di stoffa addosso, la situazione era molto eccitante ma nessuna aveva ancora carpito la mia attenzione.
“Non particolarmente -dissi- ma sono molto eccitato! Usciamo?”
Mi alzai ed andai verso il giardino. Sveva mi seguì.

Ci preparammo due piattini con un po’ di stuzzichini, prendemmo altri due drink ed uscimmo per accomodarci ad uno dei tavoli apparecchiati all’esterno.

Presto ci raggiunse il presidente dell’associazione, l’uomo che ci aveva accolto all’ingresso, e che dandoci nuovamente il benvenuto si sedette in mezzo noi. Sveva gli stava letteralmente facendo strabuzzare gli occhi, il suo generoso decolleté e le sue cosce nude erano ben in mostra, ed il tizio ne era evidentemente attratto. Non passò molto tempo infatti prima che, parlando del più e del meno, con nonchalance le appoggiasse la mano sulla coscia e cominciasse ad accarezzargliela.

Lei si irrigidì, non si aspettava tanta intraprendenza, e cercò subito il mio sguardo; io la guardai con complicità, era un po’ come se ci stessimo dicendo vediamo questo dove vuole arrivare.

Chiacchierammo una quindicina di minuti, durante i quali lui si autoeloggiava per la sua professionalità e per il fatto che avesse ricevuto numerosi inviti a partecipare ai giochi di alcuni soci storici ma che si era sempre rifiutato; intanto la sua mano continuava a scorrere sulle cosce che Sveva teneva volutamente ben serrate, non era affatto il suo tipo.

Dopo un po’ dovette cogliere il messaggio ed infatti, con una scusa, salutò augurandoci ancora buon divertimento.

Mi accorsi che mi aveva ingelosito quella mano, ma come ogni volta in qualche precedente occasione poi quel sentimento era diventato la legna da ardere che alimentava il fuoco della passione, e che mi portava sempre ad un livello di eccitazione superiore.

Nel frattempo l’apericena si era concluso, la signora delle SERATE A TEME aveva sparecchiato, per cui adesso toccava alla fantasia di ognuno.

Man mano tutti i presenti, una quarantina di persone all’incirca, cominciarono a sparpagliarsi per il locale, noi e pochi altri preferimmo restare lì al ciascuno al suo tavolo, ed il nostro era di fianco alla capannina etnica.
“Vieni siediti sulle mie gambe!”, le porsi la mano per accompagnarla verso di me e Sveva sembrò proprio che non aspettasse altro, in un attimo era seduta sulla mia gamba destra.

La strinsi forte con una mano sul fianco mentre con l’altra cominciai a massaggiarle il ventre, poi le porsi la lingua.

Lei cominciò subito a succhiarmela con maestria e ad avvolgermela con la sua in un abbraccio vorticoso. Era come penetrare reciprocamente l’uno la bocca dell’altro e ciò ci eccitò terribilmente. Presto avevamo entrambi le bocche estremamente bagnate dalle lingue con cui ci stimolavamo ovunque dentro e fuori del cavo orale, gli occhi chiusi in preda al godimento e le mani frenetiche alla ricerca del sesso dell’altro. Insomma ora c’eravamo solo noi ed il nostro piacere incuranti di ciò che ci accadesse intorno.

Avevo fatto scorrere la mia mano sinistra dal ventre alle cosce e continuavo ad accarezzargliele con un movimento delicato ma deciso che dal ginocchio andava verso l’inguine spingendo sempre di più per divaricargliele. Come sempre Sveva all’inizio fa resistenza, ma più per il piacere d’essere sopraffatta dalla forza maschia che per reale opposizione, infatti poco dopo cedette e si lasciò accarezzare la figa con l’intera mano. Mi piace da morire sentirla completamente in mio potere, ed in quel momento volevo affermare il mio dominio stringendo con forza l’intera vagina nel palmo della mano fino a far arrivare i polpastrelli a sfiorarle il buco del culo.

Un sussulto e non potette più far altro che spalancare le cosce e sottostare al mio volere. Entrambi continuammo a tenere gli occhi chiusi, a mugolare per l’intenso piacere che ci stavamo dando e per l’eccitazione della situazione in cui ci eravamo messi. Aveva la figa ridotta ad una pozza bollente di umori, con le micro mutande di pizzo nero che aveva indossato ormai fradice e completamente immerse tra le grandi labbra.

Ci infilai al primo colpo due dita dentro con grande facilità ma già al secondo colpo erano diventate tre; stava sbrodolando come mai prima d’allora, era veramente incredibile.

Intanto aveva iniziato a succhiarmi le labbra e a disegnarne il contorno con la punta dura della sua lingua. Mi fece ribollire il sangue dentro, avevo il cazzo viola pronto ad esplodere, ma le infilai dentro la fessa ben quattro dita e cominciai a ravanare come un forsennato contro la parete vaginale del clitoride fino a farla squirtare.

Non mi bastò, ora volevo il seno, volevo che le sue bellissime tette sode fossero fuori, con i suoi chiarissimi capezzoli ben in mostra ed alla mercé della vista di tutti. Perciò con la mano destra le sbottonai un po’ il vestito dietro le spalle e con la sinistra glielo abbassai sul davanti; dovetti lottare un po’ anche stavolta ma ormai Sveva era un fiume di goduria in piena e non ci volle molto.

Io non resisto alle tette della mia compagna, se sono scoperte io DEVO succhiargliele, perciò aprii gli occhi per cercare la mia fonte del piacere, ma con mio sommo stupore trovo un tizio seduto accanto a noi. Circa quarantacinque anni, capelli corti brizzolati, fisicamente esile e con la faccia da buono. Anche Sveva rinviene, lo vede e fa un cenno come per coprirsi pudicamente stringendosi addosso a me. Sembravamo entrambi essere stati svegliati da un bellissimo sogno.

Intendiamoci lo stupore era dovuto al fatto che nessuno di noi due si fosse accorto della sua presenza, la fantasia che qualcuno ci guardasse ci piaceva, ne eravamo eccitati ma ritrovarcelo a un metro senza accorgercene ci aveva colto di sorpresa. Doveva essere lì già da qualche minuto perché aveva avuto il tempo di portarsi una sedia, posizionarla giusto di fronte alla figa spalancata di Sveva e mettersi comodo a godersi lo spettacolo.

Lo fisso, lui mi sorride e mi fa “Hai una bellissima donna!”, ed io imperterrito “Lo so!”. Mi volto verso di lei, la afferro per le spalle e cerco di staccarmela da dosso per succhiarle quei bellissimi capezzoloni rosa chiaro.

La mia esperienza con una coppia cuckold parte 45

-Quarantacinquesima parte-

La mattina successiva ci svegliammo tardi, erano le undici passate quando le labbra di Simona mi fecero aprire gli occhi:
– “Sveglia dormiglione, a che ora devi essere al campo?”;
– “Buongiorno, alle 14,00, giochiamo alle 15, sono a pezzi stamattina, il tempo fuori com’è?”;
– “Piove a dirotto tesoro, ti bagnerai come un pulcino oggi pomeriggio…. ”;
– “La cosa non mi preoccupa, mi piace giocare sotto l’acqua. ”;
Andammo in cucina, vista l’ora presi solo un caffè, Paolo non era in casa, era andato a prendersi un aperitivo con il direttore dell’assicurazione dove lavoravo, guardammo un po’ di TV e dopo aver pranzato andammo al campo per la partita.

La strana coppia composta da Simona e Roberta quel giorno era completata da Paolo e Mario, il direttore dell’assicurazione dove lavoravo, pioveva tantissimo e giocammo una partita molto dura, scontri e fallacci dovuti anche al campo che era davvero in pessime condizioni. Vincemmo la partita 3 a 1, segnai una doppietta, verso la metà del secondo tempo mi rifilarono un calcione da dietro sulla caviglia che mi piegò letteralmente le gambe, non ebbi nemmeno la forza di reagire, la botta era stata davvero forte, mi fecero uscire e mi portarono nell’infermeria per un controllo, poi al pronto soccorso dove mi diagnosticarono una forte distorsione alla caviglia destra, avrei dovuto restare a riposo per almeno 15 giorni.

Tornammo a casa verso le 18, 00, la caviglia era gonfia e mi faceva male, me l’avevano fasciata stretta, Simona si calò nei panni dell’infermiera e la cosa la riempiva di soddisfazione. Mi fece accomodare sul divano con la gamba sulla poltrona, lei si sarebbe occupata di ogni cosa, mi portò un aperitivo con delle tartine e si sedette accanto a me, mentre Paolo aveva iniziato a preparare la cena:
– “Sei molto gentile Simona, ma non sono un invalido…”;
– “Hai sentito cosa hanno detto in ospedale? Devi tenere la caviglia a riposo e non fare sforzi, poi lo sai che mi piace viziarti…”.

Prese una tartina e mi imboccò, subito dopo un bacio, intanto la sua mano scivolava nei pantaloni, lo tirò fuori cominciando a segarmelo, poi si abbassò e prese in bocca la cappella:
– “La cosa mi piace, forse è proprio quello di cui ho bisogno in questo momento…. ”;
– “Di cosa avresti bisogno in particolare?”;
– “Di un tuo pompino, di quelli sconvolgenti che sai fare solo tu…”;
– “E’ proprio quello che avevo intenzione di fare…rilassati tesoro, lascia fare a me…”.

Delicatamente mi sfilò i pantaloni e gli slip, cominciò a leccarmi il piede che non era fasciato, era da un po’ che non si dedicava alle mia estremità, intanto si masturbava, baciò a lungo anche quello fasciato, i suoi occhi erano fissi su di me, salì lungo le gambe baciandole e leccandole, arrivò alle palle e si soffermò a lungo mentre mi segava con una mano, ansimava eccitata mentre mi sussurrava parole dolci, in quel momento entrò Paolo:
– “Ragazzi la cena era quasi pronta…”.

Simona lo guardò mentre era intenta a leccarmi le palle e con tono di disprezzo lo apostrofò:
– “Non vedi che sono impegnata, siediti e guarda in silenzio oppure vai fuori dai coglioni, Gianluca ha bisogno delle mie cure…”;
– “Scusate, vado a spegnere altrimenti si brucia tutto. ”;
– “Fai quello che vuoi basta che non rompi più le palle!”.
Mi scappò una risata, quell’ometto era proprio un pirla, Simona si prese il cazzo in bocca subito dopo, preso dall’eccitazione spinsi la sua testa con violenza verso il basso, senza fare una piega restò ferma a farsi dirigere, cominciai a scoparle con forza la bocca, respirava a fatica, sapeva che mi piaceva, sbavava moltissimo, quando rallentai prese fiato e dopo averlo asciugato con la lingua mi guardò con gli occhi lucidi sussurrandomi:
– “Ti prego fallo ancora…”.

Non me lo feci ripetere, quando tornò Paolo sua moglie aveva il viso completamente devastato, lo guardai mentre le sbattevo il cazzo in gola con forza, lui ammirava la scena evidentemente compiaciuto di come la stavo trattando, le tirai su la testa prendendola dai capelli, sospirò guardandomi con gli occhi lucidi e pieni di eccitazione:
– “Ti piace il cazzo vero?”;
– “Da morire, mi piace il tuo cazzo, solo ed unicamente il tuo…”;
– “Fammi sborrare Simona, manca poco…”;
– “Posso farti venire con i piedini?”;
– “Fai quello che vuoi…”.

Si sfilò le autoreggenti, mi fece allungare le gambe sul divano, ricominciò a succhiarmelo con passione, intanto accarezzava le palle, quando sentì che stavo per venire si coricò anch’essa, mi prese il cazzo tra i suoi piedi segandomelo dolcemente, sborrai in maniera copiosa, schizzando ovunque, accarezzò ancora un po’ il mio cazzo, poi prese un piede e cominciò a leccarselo, ingoiando lo sperma di gusto, sorridendo e guardandomi negli occhi eccitata, lo aveva fatto altre volte e mi era piaciuto tantissimo, mi piaceva vederglielo fare.

Leccò accuratamente lo sperma che colava in mezzo alle dita dei suoi piedi, essendo agile e snodata passava la lingua facilmente anche sulle piante, i suoi occhi erano fissi su di me, sorrideva soddisfatta, presi la sua testa facendola scendere in mezzo alle mie gambe, la sua calda lingua adesso leccava palle e buco del culo, riprese a succhiarmi il cazzo che era rimasto perennemente duro, lo gustava con una passione ed una dedizione assoluta, accompagnai la sua testa sulle gocce che erano cadute sulla pelle del divano, non esitò a ripulire anche quelle, sempre con gli occhi su di me, ero stravolto dalla sua porcaggine assoluta, il dolore era passato in secondo piano, non mi sarei mai abituato ad una donna così, ogni volta riusciva a sorprendermi e farmi perdere la testa.

La baciai a lungo mentre continuava a segarmi, non ne aveva mai abbastanza, la sentivo sottomessa, la volevo usare fino in fondo, riusciva a tirar fuori la parte più spregiudicata di me, la presi per i capelli tirandole la testa indietro, spalancò la bocca e sorrise, mi guardò intensamente e mi disse:
– “Dimmi, cosa devo fare?”;
– “Devo pisciare…”;
– “Falla addosso a me ti prego…”;
– “Lo sai che sei una troia vero?”;
– “Si, sono la tua cagnetta…”.

Mi prese per mano accompagnandomi in bagno, non sentivo nemmeno più il dolore talmente ero eccitato, entrò nella vasca, si inginocchiò al suo interno, si raccolse i capelli legandoseli dietro, mi avvicinai e si prese il cazzo in bocca all’istante, leccava la cappella e restava con la bocca aperta, pronta a ricevere la mia urina, pisciai piano riempiendole la bocca e fermandomi quando la vedevo piena, la ingoiava e si rimetteva nella posizione di prima, lo feci più volte fino a svuotarmi completamente, alla fine era completamente stravolta in viso, aveva ingoiato fino all’ultima goccia della mia urina ed era visibilmente soddisfatta, guardò Paolo che si era gustato la scena ad occhi spalancati e gli disse:
– “Lo vedi quanto sono sporca Paolo?”.

Lui non le rispose, la guardava senza parlare, leccò nuovamente il mio cazzo e poi gli disse:
– “Sono sua Paolo, solo sua, tu non conti niente, lo spettacolo è finito scemo, vai a preparare la cena che ho fame!”.
Se ne andò a testa bassa mentre lei mi sorrideva soddisfatta, mi feci un bidet, lei una doccia e poco dopo raggiungemmo il marito per cenare.
Dopo cena Paolo se ne andò a casa sua, noi guardammo un film per poi andare a letto verso mezzanotte.

La mattina successiva mi svegliai per andare al lavoro, la caviglia era un po’ meno gonfia ma facevo fatica a camminare, Simona mi accompagnò in ufficio, non riuscivo a guidare.
Ci vollero alcuni giorni per poter tornare ad essere autonomo, la caviglia cominciò a funzionare decentemente nel fine settimana, in quel periodo scopammo in maniera selvaggia almeno tre volte al giorno, con la scusa che non potevamo uscire mi consumò letteralmente il cazzo e le serate erano all’insegna del sesso, senza tregua e limiti.

Venerdì andai per la prima volta al lavoro da solo, nella pausa pranzo non tornai a casa, mangiai in un bar con i colleghi, uno di loro festeggiava il compleanno e volle offrirci il pranzo. Alla fine della giornata andai a trovare i miei prima di rincasare, mentre uscivo da casa loro incontrai Roberta con una sua amica, parlammo della mia caviglia e del fatto che non mi ero fatto vedere al bar per tutta la settimana, quella sera ci saremmo andati, mi parlava in maniera sensualissima, sentivo un gran desiderio di possederla.

Tornai a casa e dopo aver cenato andammo al bar, avevo voglia di Roberta, era più di una settimana che non stavo con lei e la desideravo molto, quella sera poi era una gioia per gli occhi; indossava un vestitino rosso molto corto che la fasciava in maniera straordinaria, le lanciai diverse occhiate sensuali, ricevendone in cambio altrettante, Simona seguiva il mio comportamento con molto interesse, era eccitata nel vedermi flirtare con lei a distanza, ero particolarmente caldo, mi avvicinai e le sussurrai:
– “Ti voglio fuori all’istante!”.

Senza aggiungere altro percorsi il corridoio che portava nel vicolo a passo lento, dopo aver aperto la porta restai fermo ad aspettarla, comparve subito dopo, mentre si dirigeva verso di me la guardavo con il sangue che mi ribolliva nelle vene, il suo modo di camminare ed il suo sorriso mi fecero perdere ogni tipo di controllo, aspettai che uscisse, chiusi la porta, mi appoggiai con la schiena contro il muro, la presi da dietro abbracciandola, la baciai sul collo, lei spostò i capelli dall’altro lato permettendomi di poterlo fare meglio, spinse il culo contro il mio cazzo che era duro come il marmo, lo ondeggiò mentre le succhiavo il lobo dell’orecchio, si eccitava moltissimo quando lo facevo, infilai una mano sotto al suo vestito sollevandoglielo, spostai il perizoma e cominciai a passare il dito sul suo clitoride, colava umori in maniera esagerata, solitamente era restìa a certe effusioni in luoghi potenzialmente pericolosi nell’essere scoperti, quella sera invece sembrava incurante di dove ci trovassimo e che qualcuno potesse vederci.

Cominciò immediatamente a gemere, si girò con la testa verso di me baciandomi con passione:
– “Mi sei mancato tanto la settimana scorsa…”;
– “Anche tu, avrei voluto chiamarti ma ero sempre con Simona oppure al lavoro. ”;
– “Avrei voluto esserci io a prendermi cura di te…”;
– “Lo stai facendo adesso…”;
– “Si, tra poco ti farò vedere quanto mi sei mancato, voglio il tuo cazzo Gianluca…”.
Era sfacciata, eccitata, le mie dita cominciarono a penetrarla, ansimava mentre continuava a parlarmi:
– “Non ti fermare Gianluca, sento il tuo cazzo in mezzo alle mie chiappe, lo voglio dentro di me…”.

Con una mano la masturbavo e con l’altra accarezzavo i suoi seni mentre le baciavo il collo, continuava ad ondeggiare con il culo contro il mio cazzo, sentivo il desiderio di penetrarla crescere, si girò, mi slacciò la cintura, mi sfilò i pantaloni e gli slip, lo prese in bocca e cominciò un pompino strepitoso, accompagnando con la mano ed insalivandomelo abbondantemente, girai lo sguardo e notai che qualcuno ci stava osservando, riconobbi la sagoma di Simona, era uscita dal bar ed aveva raggiunto il vicolo, approfittando che Roberta era con il volto contro di me si era avvicinata senza che la potesse vedere, presi la sua testa facendogliela aderire alla mia pancia, Simona arrivò a pochi metri da noi, mettendosi dietro ad un muretto sul lato sinistro rispetto alla mia visuale.

In quel modo poteva godere di una totale visuale di quello che stava succedendo, mi eccitava da impazzire la cosa, Roberta era completamente persa, senza inibizioni in quel modo non mi era mai successo di ammirarla, non si preoccupava minimamente che ci potessero scoprire, la feci alzare, la girai con il sedere verso di me nella posizione precedente al pompino, mi abbassai leggermente per essere all’altezza giusta e la penetrai nella figa, era così bagnata che sentivo i suoi umori che colavano abbondanti.

La scopavo lentamente ma con un ritmo costante, lei muoveva il suo meraviglioso corpo affondando ogni colpo fino in fondo, la abbracciai stringendola forte girandole la testa sul lato destro, baciandola sul collo, intanto guardavo Simona, si stava masturbando, vedevo chiaramente le sue mani muoversi sotto il suo vestito ed il suo volto in estasi, Roberta ansimava tantissimo, ebbe un orgasmo, sentii chiaramente che stava schizzando umori come mai le avevo sentito fare, non era necessario che mi fermassi con lei e credo che ne ebbe altri in sequenza a giudicare da quanto si dimenava e gemeva.

Stavo per esplodere, se ne accorse, se lo sfilò e si inginocchiò davanti a me, mi segai davanti al suo viso schizzandolo abbondantemente, le sporcai parecchio anche i capelli, quando finii di sborrare era completamente ricoperta di sperma, sorrise, si spostò quella che aveva sugli occhi e prima di riprenderlo in bocca mi disse:
– “Ma quanta ne avevi?”.
Ripulì lo sperma dal suo volto usando il mio cazzo, spostandoselo in bocca ed ingoiandolo:
– “Non ti riconosco più Roberta, fino a poco tempo fa non avresti mai fatto certe cose…”;
– “E’ colpa tua, sei tu che mi stai facendo fare cose che non avrei mai pensato di accettare, pensa che mi piace perfino il sapore del tuo sperma ultimamente.

E tu quale Roberta preferisci? Quella più innocente oppure come sono ora?”;
– “Mi piacciono entrambe, forse adesso è più divertente fare sesso con te, questo si…”;
– “Mi sono dovuta adeguare, l’amante deve essere più disinibita a letto, non trovi? Adesso vado in bagno a ripulirmi, mi hai ridotta malissimo e mi devo rifare il trucco, è stato bellissimo tesoro, ci rivediamo tra un po’, racconterai tutto a Simona anche questa volta?”.
Girai lo sguardo verso Simona, si era rimessa dietro al muretto per non farsi vedere ma mi stava guardando, la fissai negli occhi per un istante, poi tornai a rivolgermi a Roberta e le risposi:
– “Credo che abbia capito quello che siamo venuti a fare qui…”.

Roberta mi sorrise, si alzò, mi baciò con passione e tornò nel bar. Raggiunsi Simona che mi abbracciò baciandomi:
– “Siete stati favolosi, sta diventando una vera troietta la tua Roberta…”;
– “Mai quanto te comunque, adesso torniamo dentro, passa da dove sei arrivata, non voglio che ci veda rientrare insieme…”;
– “Ti voglio anch’io, adesso…”;
– “A casa, non ti preoccupare, avrai anche te la tua dose…”;
– “Dai adesso, qui!”;
– “Non insistere Simona, ho detto che voglio rientrare al bar adesso.

”.
A malincuore ci congedammo, rientrai nel bar e mi fermai in bagno, quando uscii Roberta stava anche lei raggiungendo gli altri, percorremmo il corridoio insieme, in silenzio, scambiandoci unicamente un paio di sguardi d’intesa, quando arrivammo Simona la guardò sorridendole, lei capì tutto, sgranò gli occhi e sorridendo mi sussurrò all’orecchio:
– “Siete due depravati! C’era anche lei li fuori con noi vero?”.
Mi limitai a sorriderle, il solo fatto che avesse intuito tutto e non si fosse arrabbiata mi fece letteralmente esplodere il cazzo nei jeans, tornai a fantasticare su come sarebbe stato straordinario averle entrambe a letto, la sua reazione mi stupì, passò il resto della serata a sorridere quando i nostri sguardi si incrociavano e la cosa mi mandò in pappa il cervello.

Quando salimmo in macchina per rientrare a casa Simona iniziò subito a parlare di quello che era successo:
– “Secondo me Roberta è pronta per entrare nelle nostre serate…”;
– “Non credo Simona. ”;
– “Invece ne sono convinta, dovresti parlargliene, è bellissima, l’ho guardata prima mentre la scopavi, non hai idea di quanto avrei voluto leccarla mentre il tuo cazzo era dentro di lei…”;
– “Così mi mandi in tilt, sarebbe il mio sogno avervi a letto insieme…”.

Entrammo in casa e si buttò su di me, trascinandomi a letto all’istante, ci baciammo e spogliammo in un baleno, si mise con la testa in mezzo alle mie gambe leccandomelo avidamente:
– “Sento il profumo della sua figa sul tuo cazzo…”.
Leccava di gusto e lo succhiava in maniera straordinaria, era eccitata, bollente e desiderosa quanto me di provare questa esperienza:
– “Immaginaci entrambe intente a succhiarti il cazzo, le nostre lingue passerebbero su ogni cm del tuo corpo a lungo…”;
– “Non ti fermare Simona…”;
– “Mentre io te lo succhio lei ti lecca le palle, tu staresti li a goderti il nostro lavoro di bocca, scommetto che saresti in estasi…”;
– “Lo sono anche adesso, ma immaginarvi entrambe in mezzo alle mie gambe sarebbe un sogno….

”;
– “Poi mentre io te lo succhio tu le leccheresti la figa, sarebbe grondante di umori come lo era prima, vorresti scopare prima lei, la prenderesti a pecorina, io sarei sotto a leccarti le palle mentre la penetri…”;
– “Mi stai facendo impazzire Simona…”;
– “Poi passeresti a scopare me, prima nella figa e poi nel culo, forte come sai che adoro…”.
Raccontava eccitata entrando nei minimi dettagli mentre mi faceva un pompino a dir poco straordinario, mi guardava negli occhi come al solito, sentivo il calore della sua bocca e della sua lingua in ogni centimetro del mio sesso, avrei voluto che non si fermasse mai, le accarezzavo la testa, lei accompagnava il mio gesto come una gattina che fa le fusa.

– “Dopo avermi fatto godere come solo tu sai fare passeresti al suo culetto, il suo è più stretto, per agevolare la penetrazione te lo insaliverei io per bene, mentre la inculi io leccherei il suo clitoride e le tue palle, ogni tanto lo tireresti fuori per fartelo succhiare, lo dirigerei io dentro al suo ano, finchè la sentiresti godere, infine toccherebbe a te venire, ci inginocchieremmo davanti al tuo cazzo e ci inonderesti di sperma, ce lo scambieremmo leccandolo dai nostri volti mentre tu ci guarderesti soddisfatto…”;
– “Cazzo Simona basta, adesso vieni qui!!!”.

La feci sedere sul mio cazzo inculandola senza prepararla minimamente, comparve una leggera smorfia di dolore sul suo viso ma scomparve all’istante, cominciò a cavalcarmi come una forsennata, era così bagnata che i suoi umori colavano e schizzavano sul mio corpo ad ogni affondo, ebbe un orgasmo in tempo record, mi chiese di fermarmi lasciandosi il cazzo piantato tutto dentro nel suo ano, le gambe le tremavano fortissimo, appoggiò le mani sul mio petto, quasi a sorreggersi per non cadere, una pozza di umori si era formata sulla mia pancia, chiuse gli occhi e si passò la lingua sulle labbra, ruotai leggermente il bacino e le sue gambe tornarono a tremare:
– “Mi fai impazzire Gianluca…”.

Vedevo la sua figa pulsare, il suo culo si contraeva ripetutamente, colava sudore dalla sua fronte, stava avendo ripetuti orgasmi, sapevo che questa sua caratteristica la portava al limite dello svenimento, in quel momento era quello il suo desiderio e la lasciavo fare, si sapeva gestire, se lo sfilò poco dopo:
– “Ho bisogno di prendere fiato scusa…”.
Leccò i suoi umori dalla mia pancia, sempre con gli occhi puntati su di me, la adoravo in quei momenti, sentivo che stavo per scoppiare e lo intuì anche lei, tornò a cavalcarmi, stavolta nella figa, era così bagnata che quasi non mi rendevo conto di averla penetrata, bastarono pochi colpi per fare in modo che scoppiassi dentro di lei, la inondai di sperma, inarcò la schiena leggermente indietro, cominciò a colare fuori dalla sua vagina, la raccolse con le dita e la ingoiò spalmandosela prima sulle labbra, mi guardava soddisfatta e sorridente:
– “Cazzo Simona quanto sei bella…”;
– “Cazzo Gianluca quanto mi scopi bene…”.

Restò in quella posizione a lungo, continuando a ripetere gli stessi gesti, sentivo che l’eccitazione non cessava, il cazzo restava duro nonostante mi bruciasse ed ero esausto, lei invece dimostrava di non averne avuto ancora abbastanza.
Scese, mi prese per mano e mi accompagnò sotto la doccia, la invitai ad inginocchiarsi e cominciai a pisciarle addosso, era divertita e la ingoiava sorridente, quella donna ormai non mi sorprendeva più e queste depravazioni facevano parte dell’ordinarietà.

Continua….

storia in autogrill 2

la continuazione

Sono totalmente ostaggio dei 2 che si denudano e tirano fuori 2 cazzi durissimi e gonfi e sono vogliosi di me…

mi sfilano le calze e mi spingono sul letto dietro ai sedili (mi mettono in posizione pecorina mentre marco viene avanti al mio viso e roberto si mette dietro e mi lecca l’ano e la figa a ritmo alternato e forsennato)

Marco mi scioglie i capelli e li raccoglie in una coda tra le sue mani e porta la capella a poggiare sulle mie labbra e mi dice:
Apri la bocca non farmi incazzare (e mi tira un ceffetto sulla guancia)brava cosi (e inizia scoparmi la bocca)…

Sento roberto dietro armeggiare con le dita e le labbra tra culo e figa…a un certo punto nn lo sento +…e inizia a sfregare la sua enorme cappella contro le grandi labbra…chiedendomi:
lo vuoi?lo desideri? (neanche il tempo di rispondere che entra con tutta forza dentro e inizia a scoparmi la vagina a mo di porno attore con forza e colpi secchi e ripetuti mentre mi afferra per le tette penzolanti)

Circa una 10ina di minuti e mi ritrovo la bocca piena di sperma di Marco che prima mi fa ingoiare e poi dice a Roberto
(dai ora vieni tu avanti)mentre roberto si sfila (mando giu il sapore dello sperma di marco..che ne fa talmente tanta che esce dalla bocca)roberto viene avanti e la sua cappella e molto + grande fatico ad aprire la bocca… mentre marco passa dietro e inizia a schiaffeggiarmi il sedere e dice (o roby hai visto che culone che cià sta troia) e inizia a sfregare la cappella contro le grandi labbra..

Mentre roberto me lo infila in bocca riprendono tutti e 2 allo stesso ritmo di prima con un po di difficoltà in + per la bocca… Marco da colpi ancora + violenti e secchi che tolgono il respiro..mentre roberto dalla troppa eccitazione in bocca dura pochissimo e mi schizza nell uscire dalla bocca in faccia…

Mentre nn vedo quasi nulla (ne ho molta sugli okki) sento roberto uscire dalla vagina ed entrare durissimo e di forza nel culo (vergine tra l altro) dio come e stretta marcooo…(e inizia ad aprirmi e molto umido ma io son molto secca) urlo dal dolore ma nessuno può sentirmi (tendine calate e vetri insonorizzati) e continua a pompare gridandomi zitta troia zitta… (marco passa a sukkiarmi i capezzoli e maneggiare le tette mentre si masturba)….

A un certo punto (circa una 20ina di minuti dopo) un urlo di piacere (ohooooo) e una forte sensazione di calore pervade il mio culo (roberto mi era venuto dentro e stava continuando a dare colpi di eiaculazione e di cazzo…

(si sposta quasi sfinito sul sedile mentre Marco) anche io voglio il tuo culo anche io… e si mette dietro…io lo supplico perchè mi avrebbe fatto male (ti prego no no) ma lui durissimo prima si inumidisce della mia figa e poi apre le chiappe e lo spinge dentro con forza facendomi urlare tanto ke roberto si preoccupa (ohi tt ok??) gli faccio cenno di si (cn le lacrime agli okki) mentre marco inizia a pompare sempre più forte…sempre più forte… e mi fa dondolare (mentre mi afferra per le tette e le palpa forte) prendi vacca prendi (ta…ta…ta…ta…ta…) e poco dopo viene dentro anche lui (urlando di piacere)…

Mentre mi lasciano un po li sul letto stanca e dolorante…bussano alla porta del camion…ero un po rasserenata forse qualcuno aveva sentito le mie urla…invece era un loro amico che vedendo il camion era passato a salutarli…

Da sotto vedendoli nudi e non vedendo me, pensava che stessero amoreggiando tra di loro e ha iniziato a prenderli in giro… i 2 vistisi costretti gli dicono no…no..shhhh che dici… (lo fanno salire e mi vede sul letto) oddio e questa ki è??
E loro è una vacca che abbiamo incontrato in autogrill ci stavamo divertendo tutti insieme… (fissandomi nuda si lecca anche lui le labbra e si avvicina…)che bella che sei,guarda che tette e che culo…oh raga (gli sussura all orekkio se può divertirsi anke lui) i 2 dicono si si certo (timorosi di qualche denuncia forse) e si cala i pantaloni….

Fortunatamente la sua dote non era gran chè ed ero già “larga”,mi mette a pecorina e inizia a battermi anche lui dietro ma nn sentivo nulla ormai (mi tastava le tette ma dietro nn lo sentivo…sentii solo quando anche lui venne dentro) si risistemò i calzoni ringraziò i 2 e se ne andò…

Ormai ridotta in quelle condizioni e i 2 ormai sazi, mi aiutarono a rivestire e a scendere dal camion mi ringraziarono tante volte, presi l auto e guidai fino casa… fortunatamente non incontrai nessuno lungo la strada erano tutti al matrimonio… alla sposa dissi che avevo forato ed avevo fatto tardi….

un esperienza unicaaaaa.