IL BAGNO DELL';INNOCENTE RAGAZZA

Scesi nel fiume, come ogni domenica. Dopo la messa delle sette e mezza. Prima del pranzo. Aveva cucinato anche quella domenica di settembre, la domenica prima della festa di San Sebastiano, la festa grande nel mio paese, tutte le cose che mi piacevano: il prosciutto crudo tagliato fine fine, il formaggio molle, i cullurgiones (ravioli di patate), e il pollo ripieno e per finire carne di pecora col sugo, c’era anche l’agnello arrosto ma di quella carne io non ne mangiavo mai.

Si raccomandò mia mamma, come sempre.
Mi sembra ancora di sentirla, con la sua voce ferma, non tremante, autoritaria, matriarcale:

“Mi che nessuno ti segua Laura”

“Guarda che mi hanno detto che Mario, il figlio del barbiere è uno che si nasconde tra le canne”

“e lasciati la sottoveste per farti il bagno
“e non toglierti le mutande”

io ascoltavo senza udire le parole che si facevano sempre più lontane e che conoscevo a memoria.

Non mi piaceva fare il bagno nella bacinella grande, dove a turno, tutti dal più piccolo al più grande si immergevano nella stessa acqua.

E Io non ero la più piccola.

Avevo 18 anni ormai, ed ero diventata esigente, inoltre provavo ribrezzo lavarmi in quell’acqua che diventava nera come il mosto, succo dell”uva nera che pigiavo coi miei piedi.

Era più fredda l’acqua del fiume, ma era limpida, trasparente, mi faceva sentire bene.

Il fiume scendeva dalla montagna grande, e anche a settembre ancora, se pur lentamente scorreva, e in quel tratto formava piccoli laghetti, ce n’erano tre,

il primo era quasi nella strada che portava alla casa cantoniera, il secondo era vicino all’ovile del babbo del postino, il terzo, il mio laghetto, era dietro una piccola collina, dove le querce e le canne facevano da barriera naturale contro il vento e impedivano agli occhi dei passanti di vedere con facilità

La domenica tutti avevano impegni.

Chi andava a messa alle 9. 30, perché Don Dino, diventava più bravo a raccontare, a fare la predica, e non era cosi noioso come alla messa delle 7. 30, i più maliziosi dicevano a voce bassa, che il canonau gli metteva le parole buone nella lingua.

Altri ancora si tagliavano i capelli, chi si sistemava le scarpe con lo strutto di maiale, e chi andava nella bettole di signora Virginia a giocare a carte e ad abituare allo stomaco al vino che sarebbe scivolato meglio durante il pranzo della domenica.

I più piccoli giocavano con le ruote fatte di canna, o con pallone fatto di stracci.

Era la quarta volta che mi lavavo nel laghetto del fiume e non più a casa. Quella domenica era diversa dalle altre, mi erano appena passate le mestruazioni, e avevo necessita di purificare la mia pelle. Volevo lavare ogni millimetro del mio corpo. Volevo bere quell’acqua mentre la corrente mi accarezzava i seni.

Arrivai al fiume, avevo portato il cambio, avevo con me il vestito buono della domenica, le scarpe in vernice, le mutande di pizzo, un asciugamano grande il pettine, e un po’ di sapone.

Avevo messo tutto nella bacinella piccola, quella di lamiera, che usavo per fare il bucato.
Sistemai la bacinella nella pietra in alto, dove il ramo di un castagno sfiorava con le fronde la roccia. Tutt’attorno solo il volare delle ultime rondini accompagnate dai loro piccoli, pronte a migrare chissà dove.

Sarei voluta andare con loro. Lontano. Verso l’ignoto. Tolsi dalla bacinella i vestiti da indossare e iniziai a spogliarmi.
La gonna dalle grandi rose rosse, la maglietta di cotone gialla.

Pensai un istante alle raccomandazioni di mia madre, ma tolsi via anche la sottoveste, che era capace di nascondere le trasparenze ma non le voglie del mio giovane corpo.
Tolsi via anche il reggiseno e le mutande, macchiate leggermente di sangue e di umori.

Dopo avrei lavato tutto, e l’indomani per sette giorni sarebbero stati nuovamente i miei vestiti.

Rimasi nuda. Mi abbracciai, in un gesto di timidezza, nascondendomi i seni.

Poi urlai
“evvaaaaiiiiii”

Mi buttai dalla roccia bassa nel laghetto. A bomba come dicono i miei cugini, Tenendomi le gambe su con le mani e chiudendo forte forte gli occhi.

Senti il mio corpo invaso dalla fredda acqua del fiume.

Un senso di pulito mi accolse. E spruzzi di acqua investirono un raggio di tre metri.

Iniziai a lavarmi, insaponai prima i miei capelli, i mei seni , la mia pelosa femminilità, cercai di fare altrettanto con la schiena, senza poche difficoltà, le gambe, i piedi, tutto. Era meraviglioso. Mi immersi nell’acqua, e nuotai, qualche bracciata coi piedi rigorosamente sul fondo, non sapevo nuotare, avevo paura di non toccare, anche se la, ero certa, non c’erano buche.

Ora il mio corpo era completamente pulito. Profumato. Sarei rimasta ore a fare il bagno nuda. Ma sapevo che il tempo era trascorso molto più velocemente di quanto percepissi.

Il mio corpo era bello. Ero alta un metro e sessanta, i miei capelli erano neri come il corvo, e i miei occhi marroni, come le castagne. I miei occhi erano grandi ed espressivi, parlavano a guardarli. Avevo una quarta abbondante, e quei seni ancora sarebbero cresciuti.

Ma non tanto. Avevo labbra morbide e carnose.

Ma quella bocca l’avevo usata soltanto per mangiare e per bere.

Anche se avevo desiderato tante volte baciare. E di fare altre cose. Quelle che la mamma faceva al babbo.

Che ero bella me lo aveva detto Massimo, il figlio del muratore. Aveva 20 anni ed era forte. Non che mi interessassi di lui, ma quel complimento che mi aveva fatto il giorno della Assunta, il 15 agosto, in piazzetta, mi aveva scosso.

Non che non me lo avesse detto altra gente che ero bella, ma quando me lo aveva detto lui mi aveva fatto un altro effetto.
Stavo per uscire dall’acqua. Non avrei voluto. Ma sembrava di sentire in lontananza la voce di mia madre:

“Laaauraaaa”

“Laaaauraaa”

Era giunto il tempo di indossare gli abiti della domenica. Anche perché dopo pranzo dovevamo andare in piazza che c’erano le prove della banda musicale per la domenica successiva e non mi dispiaceva mostrarmi bella.

Decisa ad uscire dall’acqua, mi accorsi che gli occhi mi bruciavano avevo sapone. ed ero costretta a tenerli quasi chiusi.

Misi un piede nella pietra, quella bassa da cui mi ero tuffata, avevo il sole di fronte, gli occhi socchiusi, fui colta dall’incertezza, che lasciò subito spazio alla realtà più scioccante.
C’era Massimo di fronte a me.
Mi aveva seguita.
Sbirciata.
Guardata.
Ora era la.

Di fronte a me. Aveva i calzoni calati e le mutande scese. Con una mano si toccava il pene con un movimento sempre uguale.

Mi disse guardandomi con un sorriso mai visto:

“Laura, le altre tre volte mi sono fatto una sega, ma oggi no”

Non capivo, urlai:

“vattene che ci vedono”

“mio padre ci ammazza”

Continuavo a restare cosi, immobile, sospesa in quella posizione di sali o non sali.

Lui avvicinò il suo cazzo alla mia bocca e mi disse:

“succhialo”

Non sapevo come si faceva. Non lo avevo mai fatto. Non volevo farlo, o forse si. Ero confusa. Sapevo che a mio padre piaceva fare quella cosa, e che anche a mia madre non dispiaceva. Io dalla mia camera lo sentivo, anche se parlavano
piano, che mio padre diceva a mia madre “succhiamelo e toccati”, e dopo qualche istante lui urlava di piacere e che anche lei mugolava.

Avevo sentito che facevano quella cosa, cosi non nascevano più bambini.

Cosi, mi misi il suo pene in bocca.
Succhiai, leccai, e succhiai ancora, un lembo di pelle andava su e giù scoprendo la cappella, che leccavo goffamente e avidamente.
Provai a sfiorarmi, a frugarmi, ma pensai che Gesu non volesse. Tolsi la mano, ma solo per un istante. Era doppio il piacere, quello che provavo in bocca.

E quello che provavo in mezzo alle gambe.

Mi prese un conato di vomito, quando senti in gola quel liquido che sembrava caglio. Un po’ lo ingoiai, altro lo sputai. Mi lavai la bocca, una, due, tre volte. Nel mentre Massimo si era già rivestito ed era scomparso.

Io nuda, infreddolita e non più innocente.

Mi vesti, pensando, che era stato bello. Che avrei dovuto provarlo di nuovo.

Che forse mi sarei sposata con Massimo.

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