Sandra

La voce al telefono era un sommesso sussurro, ma aveva un tono deciso, quasi intransigente. Sandra sogghignò tra sé e sé: era sempre così… quando la chiamavano, parlavano sempre sottovoce per paura che qualcuno, chissà chi, li sentisse, ma allo stesso tempo le parlavano come se lei fosse di loro proprietà, come se lei fosse la loro serva. Illusi.
Mise giù il telefono e tornò a studiare. Qualche ora dopo, completamente nuda ed in ginocchio sotto un tavolo da poker, stava ancora sogghignando.

Passava a random da un cazzo all’altro, tutti ritti, tutti lucidi della sua saliva. Gli uomini cui quelle obbedienti appendici appartenevano stavano giocando, cercando di non perdere la concentrazione ogniqualvolta la ragazza imboccava il loro pene teso, lo succhiava, lo leccava, lo mordicchiava, per poi abbandonarlo e passare al prossimo: ritenevano che rendesse il gioco più interessante.
Ritenevano che lei fosse al loro servizio… poveri sciocchi, non sospettavano che fosse l’esatto contrario: erano loro, questi uomini di mezza età arrapati ed affamati di figa giovane che le garantivano divertimento e soldi.

La chiamavano, la scopavano, la pagavano. Tutti godevano, anche e soprattutto Sandra, ma i soldi fluivano dalle loro tasche a quelle di lei, quindi alla fine dei conti quella che usciva da quelle serate più ricca, e senza perderci nulla, era proprio lei.
Aveva capito presto che tra le gambe possedeva una miniera d’oro, anzi che l’intero suo corpo era una miniera d’oro.
Ricordava ancora con la massima chiarezza, dopo quasi quattro anni, la faccia del vicino quando, a quindici anni, si era tolta il vestitino sul bordo della di lui piscina per il primo bagno della stagione: avidità e desiderio passarono in un lampo distorcendogli i lineamenti.

La fortuna di Sandra fu di stare guardando proprio in quella direzione in quel preciso istante.
Imbarazzata e sorpresa aveva abbassato lo sguardo, che era capitato sul davanti del suo costume chiaro che iniziava a gonfiarsi. Lui se ne accorse e chiuse immediatamente i lembi dell’accappatoio.
La ragazza era giovane ma non ingenua, anzi.
Aveva capito subito cosa fosse successo. Era cresciuta molto quell’inverno sotto i vestiti pesanti: l’estate precedente era una ragazzina goffa e spigolosa, ora era sulla via di diventare una donna.

Le sue gambe si erano tornite, i suoi fianchi allargati e la sua vita stretta. Il seno, l’anno prima fresco e tondo, era cresciuto, e sarebbe cresciuto ancora un pochino, ma già riempiva abbondantemente i triangoli di un costume ormai troppo piccolo.
E ora un uomo l’aveva notato. Si era emozionata all’idea, si era anche eccitata, ma la sua mente pragmatica aveva iniziato a far girare le rotelline per capire come sfruttare la situazione a proprio vantaggio.

Sapeva, dai discorsi di amiche più grandi, dalla tv e dai libri, che c’erano uomini disposti a tutto per del sesso. E che c’erano uomini che prediligevano le ragazzine.
Non comprò costumi nuovi quell’anno, nonostante le insistenze della mamma che continuava a ripeterle che quelli che aveva erano troppo piccoli, fingendo fitte di rabbia adolescenziale verso la perfida madre che voleva privare la povera figlia dei capi d’abbigliamento preferiti.
E andò in piscina dai vicini il più possibile, con la scusa di chiacchierare con Angelica, la loro figlia che aveva un anno meno di lei, cercando di andarci soprattutto nel weekend quando lui era a casa, mostrandogli tutto quello che c’era da mostrare nei suoi costumi ristretti, carezzandosi mentre metteva la crema solare e a volte anche scoprendosi “accidentalmente” un capezzolo o un pochino di pelo inguinale quando nessun altro guardava, e rimanendo ogni volta soddisfatta delle reazioni che suscitava.

Il pover’uomo passò tutta la prima parte dell’estate semiseduto sulla sdraio con un giornale sulle gambe.
Si presentò sulla loro porta una domenica pomeriggio che sapeva benissimo che né Angelica né la madre sarebbero state a casa, fingendo di essersene scordata.
Il vicino ovviamente non ci pensò nemmeno a mandarla a casa.
Sandra gli chiese di tenerle compagnia in piscina, e senza aspettarlo si tuffò nella vasca. Ne riemerse senza la parte superiore del costume, “accidentalmente” persa nell’impatto con l’acqua…
Dieci minuti dopo era stesa sul lettino a bordo piscina, senza più nemmeno il pezzo sotto del costume e la testa del vicino tra le cosce.

Per la prima volta qualcuno che non fosse sua madre o il dottore aveva visto la sua intimità, la stava toccando, addirittura leccando… e a Sandra piaceva, oh se le piaceva. Più che masturbarsi, quello era sicuro. Venne sulle labbra avide dell’uomo che la bevvero tutta.
Ma non perse la testa: se la tenne ben stretta e funzionante sulle spalle: altri cinque minuti dopo aveva il glande del vicino che le accarezzava la vulva lubrificata di saliva e umori dell’orgasmo, e cinquecento euro nella borsa: il prezzo della sua verginità.

Il piacere provato non aveva diminuito l’eccitazione, anzi… il cuore le batteva a mille, la vagina pulsava pronta e bagnata, la mente era in fiamme per l’ottenuto traguardo e le infinite possibilità che le si aprivano davanti
Quando lui spinse, entrando dove nessuno era mai stato, aprendola, dilatandola, riempiendola, non provò il dolore che aveva preventivato ma solo piacere, piacere, piacere.
Venne di nuovo, proprio mentre lui la riempiva di sperma.
Finse disperata preoccupazione, accusandolo di non avere preso precauzioni (in realtà Sandra aveva iniziato di nascosto a assumere anticoncezionali un paio di settimane prima), e mezzora dopo gli si concesse di nuovo in cambio della promessa da parte di lui di pagarle la pillola ogni mese.

E scoprì che agli uomini piaceva versare lo sperma anche al di fuori della vagina: se lo sciacquò dal seno poco dopo, in piscina.
Imparò molte altre cose in quei mesi, sul sesso, sul corpo degli uomini e sul proprio corpo.
Fece pagare al vicino, in molti modi diversi (soldi, regali, passaggi in macchina, ricariche telefoniche) ogni singolo amplesso, ogni pompino che gli concesse per tutta la durata delle scuole superiori fino al giorno che era partita per una città lontana e l’università.

E non solo a lui… lasciò, se non proprio dei cuori infranti, parecchi cazzi a secco quando si trasferì.
Non le fu difficile farsi un nuovo “giro”, ben più ampio e lucroso, lontano dalla piccola cittadina di provincia da cui proveniva, in cui tutti conoscono tutti ed è difficile muoversi senza suscitare pettegolezzi.
Qui invece milioni di persone si incrociavano senza nemmeno guardarsi…
I suoi pensavano che facesse la cameriera in un pub per pagarsi le spese e contribuire all’affitto, mentre lei accumulava denaro in un conto di cui nessuno era a conoscenza.

Ma non erano solo i soldi che le interessavano: ci teneva a riuscire bene all’università, e ci teneva a farlo senza barare. Per questo aveva deciso che non sarebbe andata a letto con alcun professore o assistente per ottenere voti più alti. Ma ciò non le impediva di farlo coi compagni di corso più bravi…
Ce n’era uno, Luigi, un secchione sfigato talmente perso nel suo mondo che non parlava mai con nessuno, bravissimo ma da cui nessuno era mai riuscito ad ottenere una spiegazione, un aiuto nello studio.

Gli aveva preso la verginità nei bagni dell’ultimo piano del terzo dipartimento, un amplesso goffo e rapido fatto di colpi inesperti e gemiti soffocati per non farsi sentire dalla gente che passava di fuori. Ora lui trascorreva a casa di Sandra almeno un pomeriggio la settimana a scopare e studiare, e i voti già alti di lei avevano avuto un’impennata.
E ora era qui, come molte altre sere, perfettamente truccata, coi lunghi capelli biondi raccolti in cima alla
testa che le ricadevano sulle spalle, le scarpe dal tacco vertiginoso e nient’altro addosso, che passava da un cazzo all’altro tra le gambe di un tavolo da poker.

Loro, in giacca e cravatta con solo i falli che sporgevano dai calzoni slacciati, pensavano di dominarla ma era lei che aveva tutto il potere, il potere di farli impazzire di desiderio, il potere di dire di no quando non le andava sapendo che l’avrebbero richiamata, e soprattutto il potere di chi ha, letteralmente, i denti intorno alla parte del corpo più preziosa per un maschio.
Sapeva cosa sarebbe successo di lì a poco: uno di loro, probabilmente il biondo poiché aveva sentito il suo cazzo sobbalzare più degli altri tra le sue labbra, si sarebbe stancato di questo gioco, l’avrebbe tirata fuori da sotto il tavolo e l’avrebbe stesa sul piano da gioco, spargendo fiches ovunque.

Poi le avrebbe allargato le gambe e l’avrebbe penetrata con foga maltrattenuta, mentre un altro, presumibilmente il più vecchio del tavolo, le avrebbe infilato il membro in bocca, per tenersi caldo mentre gli altri, a turno, la scopavano in vagina o nel culo. Quando anche l’ultimo si fosse soddisfatto, avrebbero ripreso a giocare, e lei sarebbe tornata sotto il tavolo a resuscitare falli mosci coperti di sperma.
Avrebbero creduto che i suoni che emetteva ad ogni orgasmo fossero fasulli, e forse in fondo al proprio cuore uno di loro, tornando a casa e guardando le proprie figlie adolescenti addormentate, avrebbe anche provato pietà per lei.

A riprova del suo potere, le cose andarono quasi come le aveva previste: il biondo la fece uscire da sotto il tavolo e la spinse sullo schienale della poltrona, piegata in due con le gambe a penzoloni e la testa che sfiorava la seduta.
Poi il biondo si infilò uno dei preservativi che avevano posato sul tavolo, le allargò le gambe ed entrò in lei deciso, facendola gemere e tremare di piacere, mentre il più anziano le sollevava la testa e le imboccava un cazzo umido e teso.

Con la coda dell’occhio vide gli altri due che se lo menavano, in attesa.
Il biondo entrava e usciva da lei con foga, montandola con l’urgenza di chi si vuole svuotare le palle, e venne prima che lei potesse godere. Lo sostituì il riccio, col cazzo grosso e gonfio, che la riempì muovendosi con metodica calma. Dentro, fuori, dentro, fuori, le dita che cercavano e trovavano i capezzoli di Sandra, le palle che le premevano sul clitoride.

Il riccio, approssimandosi all’orgasmo, aumentò il ritmo e la forza delle spinte e la ragazza venne una volta, poi una seconda, mugolando intorno al membro che inesorabile le scopava la bocca.
L’uomo che la stava montando, un istante prima di venire si sfilò da lei, si tolse il preservativo e le venne sulla schiena.
Il terzo prese subito il suo posto: lungo e sottile le batteva sul fondo causandole un sublime mix di dolore e piacere.

Non ci mise molto: anche prima, mentre lo succhiava, era stato sul punto di venire un paio di volte, ma non aveva lo spirito di iniziativa del biondo e aveva aspettato che qualcun altro facesse la prima volta. Non vinceva mai nelle serate in cui Sandra rimaneva fino a mattina e li vedeva fare i conti, e non avrebbe mai vinto, pensò ora mentre lo sentiva sussultare e sobbalzare dentro di lei dopo solo pochi violenti, frettolosi e poco abili colpi.

Poi il più anziano del gruppo si mise dietro di lei e lentamente le penetrò la vagina con il pene incappucciato.
Era lui che la chiamava con quell’assurdo tono perentorio sotto voce. Si mosse con la calma del padrone, e mentre la prendeva le infilava il pollice nell’ano, allargando l’orifizio. Ben consapevole di quello che stava per accadere Sandra gemette, portando le mani indietro ad allargarsi le chiappe in un chiaro invito.

Lui si ritrasse dalla vagina e con un unico colpo glielo infilò nel culo. Sandra gridò, contorcendosi come un pesce preso all’amo venendo sotto i colpi inesorabili che le squassavano le viscere.
E poi via, di nuovo sotto al tavolo a resuscitare cazzi unti di lubrificante dei preservativi, con i propri umori vischiosi che le colavano tra le gambe.
Dopo la doccia, parte integrante dell’accordo che Sandra stipulava coi suoi clienti, la ragazza infilò con cura i propri vestiti, costosi ed eleganti, prese la borsa Vuitton originale, ora molto più pesante di quando era arrivata, e si avviò verso l’uscita.

I suoi clienti, ancora al tavolo da gioco, la salutarono.
Appagata e soddisfatta Sandra avviò la macchina e partì alla volta di casa. Domani aveva l’ultimo esame del primo anno ed era certa che l’avrebbe passato brillantemente, come gli altri.

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