Le mutandine bianche

Alle cinque gli operai addetti alla ristrutturazione del mio appartamento erano già andati via e Giovanni, l’impresario puntualissimo si era presentato alla porta di casa per fare delle misurazioni.
Gli avevo aperto e fatto accomodare proponendogli un caffè in terrazza prima che iniziasse a fare il suo rilievo.
“Volentieri, grazie. ” Aveva risposto.
“Ti sta molto bene questa gonna”. Aveva poi aggiunto dandomi del tu al posto del voi da lui usato normalmente.

Si riferiva alla mia gonnellina in jeans. L’avevo ringraziato voltandomi di fronte a lui.
Gli avevo nuovamente dato le spalle per controllare il caffè.
“E le mutandine che colore sono?” Aveva chiesto mentre si era avvicinato a me al punto di sentirlo vicinissimo.
Anzi, tenendomi da dietro con le mani sui fianchi si era praticamente appoggiato e poi spinto il pisellone sul mio culetto, facendomi sentire le sua forma.

Non ero preparata a un’ iniziativa così immediata ed ero rimasta per un attimo spiazzata e confusa.
Avevo semplicemente risposto:
“Bianche. “
“Ma che intenzioni hai? Fai il bravo e prendi le misure per il tuo rilievo. ” Avevo continuato riprendendomi.
Quel contatto però mi era piaciuto e ci sarei rimasta volentieri a sentire strusciare il suo pisellone sulle mie chiappe. Ma, come dicevo, la sua era stata un’iniziativa troppo immediata.

Anche da parte mia ero stata un po’ brusca a rispondergli in quel modo, in fondo avevo accettato il suo appuntamento dopo che gli operai fossero andati via per restare da soli. Poi presentarmi vestita con la gonnellina e mutandine bianche era un po’ come dirgli di provarci.
Che poi alla fine era quello che volevo!
Di certo quella sua intraprendenza e quel contatto aveva fatto salire la mia adrenalina ma dovevo pur avere una minima reazione per non sembrare subito disponibile.

Però, come dicevo, era stato troppo frettoloso. Poteva e doveva secondo me attendere un pochino.
“Si si scusa, hai ragione. Colpa tua, sei talmente sexy che per un attimo ho perso il mio controllo”. Aveva risposto allontanandosi intimidito.
“Dai accomodiamoci in terrazza, è una bella giornata e si sta bene. ” Avevo riproposto.
C’eravamo accomodati in terrazza, seduti, uno di fronte all’altro, come lo eravamo stati in mattinata.
Stavo molto sulle mie.

Forse, contrariamente al mattino quando avevo accettato il suo corteggiamento, il fatto che fossimo a casa da soli mi faceva stare più sulla difensiva.
Infatti stavo molto attenta a coprirmi le gambe per non mostrargli le mutandine, come invece avevo fatto in mattinata.
Nel frattempo però mi era sembrato strano che Giovanni si fosse arreso così in fretta, senza riprovarci. Ma ero stata smentita da lì a poco.
“Non vi vedo a vostro agio, siete impacciata e poi state molto attenta a coprirvi.

Perché non vi lasciate andare come stamattina. Dai lasciatevi andare. Vorrei vedervi come stamattina. Mi era piaciuto molto e in fondo mi era sembrato che fosse piaciuto anche voi. “
Aveva ricominciato a darmi del voi.
“Ma ti prego Giovanni intanto darmi del tu. Mi imbarazza sentirmi dare del voi. ” Gli avevo risposto e nel farlo avevo volutamente tolto le mani da sopra la mia gonna lasciando così intravedere quel lembo bianco delle mutandine.

“Così va meglio?” Avevo un po’ sfacciatamente continuato.
Non gli sembrava vero!
“Siete fantastica, Ops sei fantastica Laura. Mi stai facendo letteralmente uscire di testa. Ho voglia e vorrei impazzire ancora di più. Dai mostrati un po’ di più. Apri leggermente le gambe, lasciami guardare. Fammi vedere ti prego. ” Aveva detto e mentre lo diceva la sua mano si era appoggiata sulla sua patta. Come se volesse toccarsi.
“Dai Giovanni, per favore, non mi va.

Mi piaci lo sai ma lasciami tranquilla. Dai non più di così. ” Avevo risposto, ma non troppo convinta.
“Dai Laura, lasciati andare. Fatti solo guardare. Apri ancora un po’ di più le gambe. Voglio solo guardarti. ” Aveva replicato ignorando completamente la mia risposta.
“So come finiscono queste cose. Si inizia così e poi non riusciamo a fermarci. Dai Giovanni, mi piacerebbe, te l’ho anche detto stamattina che ti ho desiderato nei miei pensieri e mi sono toccata pensando a te, ma non mi va.

Cerca di capirmi. ” Gli avevo detto cercando e fingendo di reagire.
“Dai allora tocchiamoci soltanto, ognuno per conto proprio. Ci desideriamo entrambi. Dai Laura apri le tue gambe e scopriti quanto basta. Mi piacerebbe vederti godere. Ma quanto sarai bella in quei momenti. Come sarà il tuo sorriso liberatorio durante l’orgasmo. Dai apri bene le gambe, fatti guardare e toccati anche tu. ” Aveva detto con un’espressione molto eccitata.
“Ma mi vergogno, non riuscirei a toccarmi con te davanti!” Avevo replicato.

“Dai Laura, allora mi tocco io da solo mentre tu apri le gambe e mi mostri meglio le mutandine. “
Nel dirlo, restando seduto, si era sbottonato la patta dei pantaloni mostrando da sotto le mutandine la forma di un uccellone già gonfio e duro.
Non si era scoperto, si strusciava con la mano il pisellone da sopra le mutandine.
Ero rimasta lì a guardarlo. Mi piaceva guardarlo mentre si toccava.

Ma non l’avevo accontentato, tenevo ancora le gambe chiuse.
“Dai Laura, ti prego fammi vedere. Dai apri le gambe più che puoi. Fammi vedere la forma della tua fighetta. Anche solo da sopra le mutandine. Sei fantastica, dai mostrati. “
Alla fine avevo ceduto. ..Avevo aperto le gambe, mi stavo eccitando. In fondo era quello che volevo. Poi mi andava bene desiderarlo anche solo così.
Ero eccitata, le mutandine erano ormai impregnate dai miei umori.

Restando con le gambe aperte avevo iniziato a toccarmi da sopra le mutandine.
Mi piaceva guardarlo mentre aveva impugnato, menandoselo, un uccello teso che ormai era stato completamente scoperto.
La mia voglia aumentava, mi toccavo da sopra le mutandine sempre più velocemente.
Non parlavamo più. Eravamo troppo intenti a guardarci, a toccarci. Solo lui diceva ogni tanto qualcosa, ma erano più parole di godimento o di complimenti nei miei confronti.
Gli guardavo il pisellone teso come una corda di violino.

Quanto mi sarebbe piaciuto sentirlo vibrare dentro la fighetta. O almeno baciarglielo, avere un contatto più ravvicinato ma non osavo proporglielo.
Mi ero limitata a mettermi un dito in bocca che leccavo e ciucciavo avidamente immaginando che fosse il suo pisellone.
Le mie mutandine erano ormai fradice. Erano diventate ormai trasparenti. Sentivo l’orgasmo vicino, ma lo volevo insieme al suo.
“Laura, ti desidero, mi sto trattenendo. Mi piacerebbe schizzare sulle tue mutandine.

Dai fammelo fare. Fammi inondare le tue mutandine del mio sperma. Il mio seme caldo che si mischia con il tuo. “
Non ero riuscita a dirli di no. Avevo aperto ancora di più le gambe per acconsentirgli di avvicinarsi alla fighetta. Avevo tolto la mano con la quale mi toccavo per consentire alla sua cappella di strofinarsi meglio nel mio spacco.
Sentivo la sua cappella spingere nello spacco della fighetta mentre la strofinava da sopra le mutandine.

Ero al limite tenevo le gambe aperte mentre mi mordevo le mani per il godimento.
Vedere quella cappella strofinarsi sulla mia fighetta protetta solo da un trasparentissimo lembo delle mutandine mi mandava in estasi.
Avevo raggiunto il mio orgasmo così mentre sentivo le contrazioni dell’uccello sulle labbra della fighetta e con gli schizzi di sperma calda che usciva dalla cappella di Giovanni che mi infradiciavano ancora di più le mutandine
Non finiva più, ne era uscita a flotti con dei schizzi fortissimi di sperma bianca che spruzzavano sul bianco delle mutandine.

Ero rimasta così, con le gambe aperte mentre Giovanni si strofinava ancora tra il mio spacco facendo uscire ancora qualche rimasuglio di sperma rimasto nella cappella.
“Stupendo Laura, posso spalmartela?” Aveva chiesto.
“No me la spalmo io. ” Avevo risposto d’istinto ma non per non accontentarlo ma perché mi piaceva farlo.
Impiastrami le dita di sperma sulle mutandine fradice. Uno sperma che ormai aveva trapassato il cotone delle mutandine e depositato sul mio pelo.

Mutandine ormai inesistenti, talmente erano trasparenti. Si vedeva benissimo il mio pelo rossiccio impiaccicato del suo seme.
Giovanni non si era allontanato. Era rimasto lì rannicchiato sempre con l’uccello, ancora gonfio, a pochi centimetri dalla mia fighetta.
“Ce l’ho ancora duro Laura, potrei continuare per quanto sono ancora eccitato. Dai Laura sposta quell’elastico. ” Aveva detto.
“Dai Giovanni, ti prego, no. ” Avevo risposto.
“Dai Laura, sposta quell’elastico. Fammi vedere quelle labbra meravigliose” Aveva ribadito mentre strofinava più forte il pisellone sulla fighetta.

“Giovanni no, ti prego, no!”
“Dai Laura, sposta l’elastico. “
“Giovanni, no. “
“Laura, dai sposta. “
Click
Laura.

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