days:hours:minutes – La versione di Marla

La versione di Marla – hh:mm:ss

Tratto male le persone. Le persone mi evitano. Sono sola da ormai quindici anni e ho desideri irraccontabili. Lavoro dal lunedì al venerdì seduta su una sedia davanti ad un terminale e ho accumulato grasso sui fianchi. Sono segretamente attratta da un mio collega di stanza. Mi attragono tanti altri uomini e a volte anche le donne riescono a farmi shittare qualcosa, ma con questi mi limito a ricamarci sopra, a rimuginarci e a trarne piacere fantasticando e toccandomi a sazietà.

Con lui è un po’ diverso. Direi molto diverso. Nel senso che vorrei tanto passare alle vie di fatto.
Ma ripeto, io tratto male le persone, ed anche lui.
Le persone mi evitano ed anche lui.
Quasi sempre sono la prima ad arrivare in studio e lui, molto metodico, anzi direi proprio noioso, entra, dall’ingresso dice buongiorno abbastanza forte da farsi sentire da tutti, poi si affaccia sulla soglia di ogni stanza e saluta chiamando per nome chi ci trova dentro, alla fine del suo giro viene nella nostra stanza e mi saluta con un tono dolce e confidenziale, “Buongiorno, Marla,”.

Capisco che vuole sapere come mi girano, e ci sono delle volte che non rispondo nemmeno. Posa la borsa accanto alla sua postazione e va subito in sala ristoro a far colazione. In pratica se la dà a gambe levate.
E’ una persona educata e purtroppo rispetta le persone più anziane anche se alquanto str**ze come me.
Direi che siamo tutti daccordo. Io sarò pure una lunatica, così come mi definiscono loro.

Ma sfido chiunque a starsene tutti i giorni con questi quattro smidollati. Ma che ne so? Sembrano tutti cerebrolesi.
Nessuno ha le palle di incazzarsi davvero.
Non mancano mai di borbottare però. Prendete questo rammollito, sempre lui, che lavora nella mia stessa stanza. A parte che per spiccicare una parola gli deve cadere una secchiata d’acqua addosso, qli puoi fare e dire di tutto. L’ho denigrato apertamente non so quante volte per riuscire a tirargli fuori finalmente le palle.

Quella volta che finalmente mi ha mandata a quel paese sbattendo i fascicoli sulla scrivania, allora si che mi è piaciuto. Ma faccio sempre troppa fatica a smuoverlo, anche se ogni tanto cede. Va bene, è il più esposto perchè può evitarmi certamente meno degli altri ma so di certo che i controlli alla sala server se li pianifica tutti insieme proprio per starmi lontano il maggior tempo possibile.
Ma chi se ne frega!
Finalmente è venerdì e me ne potrò stare per i fatti miei per un paio di giorni.

Che bello starmene a casa mia tutta concentrata solo su me stessa. Le tette, per esempio, la libertà di giocarci quando e come voglio. Mi si gonfia la patata al solo pensiero. Potrei starmene persino digiuna per l’intero fine settimana.
Mi vien fame di ben altro.
Mi esalta sapere che è già tutto pronto per quando arriverò a casa. Ed eccomi, finalmente. Neanche voglio fare la doccia però resisto. Do solo un’occhiata agli angoli dove ho piazzato le videocamere e decido di non farmi prendere dalla foga.

Di tempo ce n’è in abbondanza. Comunque via le scarpe, uffa che palle questo cuoio intrecciato. Son già bella concentrata però. Già mi piace sentire la pelle sfiorata dai polpastrelli. Guarda come si accappona! Incredibile, a volte penso sinceramente, a parte tutto il resto, di essere proprio fortunata. Ma soprattutto so che bisogna saper essere piuttosto brave. E visto che per fortuna me lo riconoscono in tanti, qualcuno che se ne intende esiste ancora.

Ma guarda un po’ come mi piace il pavimento freddo sotto i piedi!
Mi muovo piano. Sinuosa. Lo so, lo so. Non ho un fisico da sfilata e vado per i sessanta ma non possono essere tutte fregnacce quando quelle pesti del canale mi raccontano vorrebbero farmi.
Via i vestiti.
Via reggiseno e mutandine. Finalmente.
Ora doccia e poi mi fermo un attimo a salutare gli amici del canale.
Entro nel canale e saluto i presenti.

Poi scrivo un post in cui dico di tenersi pronti, in questi due giorni caricherò un bel po’ di materiale. Chiudo tutto ed eccomi qua.
Da dove cominciamo? Calma, calma. La doccia mi ha spento un po’. Mi sento un po’ assonnata.
Niente di grave.
Niente ansia.
Vado in camera e mi tolgo l’accappatoio umido.
Vediamo…
Seta. Una vestaglietta corta di seta nera. Una rapida occhiata allo specchio e già mi sento più in forma.

Mi faccio una passeggiatina per la casa. La seta striscia sui capezzoli mentre i seni ondeggiano liberi.
La sento pulsare. Mi sto già bagnando.
Devo andarci piano, il weekend è bello lungo.
Concentrazione.
Luci basse il giusto.
Divano.
Chino la testa fino a poggiare il mento sul petto. Chiudo gli occchi un po’ controvoglia. Anche se mi piace sbirciare cosa sto facendo devo lavorare bene di fantasia per caricarmi meglio.

Ho ricordi freschi di appena qualche ora, molto buoni, molto utili per fare cose molto eccitanti. Sto sul pianerottolo ad aspettare l’ascensore quando si spalanca di shitto la porta dello studio. “Marla dove c***o vai!?”, è lui, il mio collega. Non grida ma è comunque come se in un certo qual modo stesse ruggendo. Wow. Mi ha spaventata tanto che ho il cuore in gola e fatico a rimanere fredda.
“Non hai finito di validare i controlli… con che coraggio te ne vai!?”.

“Sono le due e il mio orario è terminato”, gli rispondo senza neanche guardarlo.
Tiro la maniglia dell’ascensore e lui con impeto blocca la porta con una spallata. Ora ci guardiamo negli occhi, c’è tensione in lui. Non vuol farmela passare liscia. So che sta zitto perchè altrimenti la voce gli tremerebbe. E a un uomo può dar molto fastidio sentire la propria voce tremare. E’ una persona molto tenera. Ed ancor di più quando gli girano.

Gusto ogni microsecondo di questa piccola battaglia finchè decido di chiuderla lì. “Domattina mi collego in remoto e faccio anche le rotazioni, ok? Fammi passare. “, gli dico. Lui fa un passo di lato permettendomi di aprire la porta e mi fa: “Mi raccomando Marla, non bidonarmi. “. Io entro in ascensore e dopo mezzora eccomi qui a casa. Ci ho pensato un po’ lungo la strada. Anche questa volta, è andata così. Ha tirato fuori le palle ma alla fine si è scansato.

Peccato. Avrebbe potuto dirmi di tornare dentro a finire il lavoro. Insultarmi se avessi resistito ancora. Un lieve strattone. Magari. Troppa grazia. E’ già troppo pretendere che mi parli. Ma apprezzo che almeno lui sappia ribellarsi. Nessuno lì dentro avrebbe mosso un dito nella stessa situazione. Avrebbero incassato il bidone e finito il lavoro al posto mio. Ho già detto che sono un branco di rammolliti? Basta. Basta a divagare. La situazione, come ho detto, porge spunti interessanti.

Scosto la vestaglia e dischiudo le gambe. Sfioro le labbra di venere con due dita. Rilasso le palpebre. Mi rituffo nella situazione. Lui continua a bloccare la porta dell’ascensore. Io tiro forte la maniglia usando il peso del mio corpo. Finalmente un contatto: mi afferra per i polsi e mi stacca la presa dalla maniglia. Sarebbe questa la prima volta che mi tocca volontariamente. Lo tiro a me contro la parete. ritraggo le braccia e gli faccio sentire la morbidezza dei miei seni contro le sue nocche.

Rischio e mi lancio. Gli assalto il collo succhiando forte fino a fargli male. Mi lascia i polsi. So che è spaesato. Io, pazza, non so neanche se gli sono mai interessata! Attenzione! Sta lasciando fare! Sono eccitatissima. Lo spingo verso l’ascensore. Entriamo. Pulsante del piano terra. Gli afferro il pacco dentro i pantaloni. Mi afferra le tette e me le fa arrivare quasi in faccia. Ha la lingua morbida e le labbra molto rilassate, tenere.

Vorrei andare giù, slacciargli i pantaloni e succhiarglielo a modo mio. Ma siamo già al piano terra. Non c’è nessuno. Corriamo verso l’uscita. Lui mi da una manata fortissima su una natica. Gli dico che è uno st****o. Usciamo in strada e corriamo verso l’auto parcheggiata a pochi passi. Parto, gli afferro una mano e me la porto tra le gambe. La gonna sale fino a scoprirmi tutte le cosce. Un motorino ci sorpassa piano e sbanda dopo che il guidatore si è accorto di cosa sta succedendo.

Parcheggio storta. Ci baciamo di nuovo. Tasto il suo pene contrito nei pantaloni. Usciamo. Procediamo a passo veloce verso il portone di casa mia. Mi tremano le mani mentre maneggio le chiavi, apro ed entriamo nell’androne. C’è un tizio che riempie le cassette della posta con dei volantini. Tiriamo dritto fino all’ascensore. Aspettiamo che arrivi ma non resistiamo. Prendiamo le scale e arriviamo al terzo piano con il fiatone. Mentre apro la porta tendo un braccio all’indietro per tenerlo lontano.

Sul pianerottolo c’è una pensionata che spia sempre dall’occhiello. Siamo dentro. Mi afferra da dietro. Dischiudo le gambe e inarco la schiena. Gli porgo le natiche. Lo sento premere. Mi piego in avanti e mi cadono gli occhiali. Appoggio una mano al tavolinetto dell’ingresso. Lo sento sbuffare. “Fallo, ti prego, fallo!” lo imploro.
Si scosta leggermente il tempo di tirarlo fuori dai pantaloni, sento scostare le mutandine e poi il calore della sua cappella si posa sulla fessura umida.

Allora premiamo entrambi l’uno contro l’altro. E’ dentro di me senza alcuna frizione ma sobbalzo di colpo quando arriva in fondo. Se ne sta un attimo fermo lì. Come se volesse ambientarsi. Ma io non resisto. Mi muovo avanti ed indietro. Comincia a tempestarmi di colpi che riecheggiano nell’ingresso e attraverso la porta in tutta la scala. Soffoco i miei gemiti mentre sento colare i miei liquidi lungo le cosce. Lui va veloce e potente.

Strizzandomi i fianchi fino a farmi male. Ancora e ancora finchè a un certo punto non lo sento più dentro e vedo cadere per terra tra i nostri piedi il suo denso liquido biancastro. Non sa se son venuta. In realtà si, vengo sempre molto presto per mia fortuna. Lo rimette dentro, cambiando angolazione per sentire meglio le mie pareti. Lo aiuto contraendole. Quando è dinuovo nel pieno del vigore riprende a martellarmi forte come prima.

Vengo di nuovo e questa volta glielo faccio capire. “Non ce la faccio più, ti prego basta. ” Gli dico.
La clitoride è gonfia tra i miei polapastrelli che continuano ormai quasi scollegati da me il loro massaggio circolare. Dischiudo leggermente gli occhi, e sbircio attraverso le lenti appannate dal mio stesso affanno, una tetta è sgusciata fuori dalla vestaglia, ho le cosce completamente divaricate, infilo due dita nella passera e contraggo le pareti.

Sento arrivare di nuovo il culmine. Lo sento crescere. Accompagno la progressione senza forzare. Richiamo fotogrammi dalla mia fantasia. Lo scontro, la breve lotta, la fuga e la foga. Stramazzo quasi esanime mentre i polpastrelli continuano premurosi a massaggiare la clitoride indolenzita. Ho smesso da un pezzo di preoccuparmi del fatto che ne voglio sempre ancora. E ancora.
E quindi funziona così. Mi ci sono esercitata alquanto. Prendo un fatto che realmente mi è capitato.

Poi immaggino come sarebbe potuta andare a partire da come è andata realmente. Se necessario, faccio qualche piccola variazione alla versione reale dei fatti, ma solo se tali variazioni sono abbastanza piccole ed ininfluenti per qualsiasi altra catena di eventi, e se no pazienza, d’altronde alcune fantasie è davvero difficile tenerle a bada. Dal fatto copiuto, ed eventualmente in piccola parte modificato, parte, come dicevo, la fantasia vera e propria. E li, il più delle volte, sono fuochi d’artificio.

Buonaserata a tutti.
Marla.

Mi sveglio di soprassalto quando è già pieno giorno. Il cellulare vibra due volte. Che stupida a non averlo spento ieri sera. Alla faccia di andarci piano. Ho tirato fino alle quattro, quando ho perso il conto dei miei orgasmi.
Devo andare ad aprire lo studio al mio tenero mentecatto.
Mi sbolognano sempre queste rotture di shitole. Di sabato quell’imbecille ha deciso di andare a lavorare e si dimentica le chiavi.

Mi do una sciacquata veloce. Indosso due stracci ed esco.
E’ una bellissima giornata di inizio maggio non abbastanza calda da andare al mare ma una di quelle che ti fa venir voglia di nuotare. Di solito quando è così vado alla piscina comunale che ha una parete tutta a vetri che affaccia sul parco pubblico antistante. Pazienza.
Sto camminando sotto i platani leggermente smossi dal vento e comincio a divagare.

E se succedesse qualcosa di inusuale. Se il caso si stesse organizzando per materializzare i miei desideri inenarrabili. Lo sbatto contro una parete e gli tiro giù i calzoni con violenza e poi piano piano gli lecco il pacco da sopra le mutande. poi glielo tiro fuori guardandolo in faccia e me lo infilo in bocca e non glielo mollo finchè mi spruzza tutto in gola.
Sono arrivata ed eccolo lì. In tuta e scarpe da tennis.

Ma dove crede di andare? Che pirla.
Si, si, scusa. Scusa un c***o, sto per rispondergli. Ma mi vien da ridere. Con sforzo rimango impassiile, sospiro alzando gli occhi al cielo, odiosissima, e lo accompagno dentro il palazzo fino allo studio. Apro la porta ed entriamo. Lui, che è l’ultimo, lascia la porta aperta dietro di se. Gli dico di chiudere. O abita al colosseo?
Ha pensato che io dovessi uscire subito. Gli dico che si è sbagliato e deve chiudere, mi volto e vado a prepararmi un caffè, che la notte è stata agitata.

Lo sento prendere un respiro profondo, tipico di quando si sta sforzando di non mandarmi a quel paese. Ha un autocontrollo che gli invidio. Sorseggio il caffè ad occhi chiusi. Mentre si sente già il rumore dei tasti dalla sua postazione. Rifletto, la tuta che indossa oggi gli stringe i fianchi esaltando la forma della schiena, un t****zio rovesciato ben modellato di solito nascosto dalle giacche di velluto da sfigato che indossa durante la settimana.

Si, si, è proprio un bel tipo. Oddio, Marla, stai calma. Mi si accapona la pelle e mi vibra il coccige. Se me lo portassi a casa con una scusa? Un rubinetto che perde? Soliti pretesti squallidi. No, no. No, no. O adesso o mai più. Mi piace troppo. Oddio, Marla, stai calma. Tu non sei una ragazzina. Di lui in pratica non sai proprio nulla. Al limite potrebbe essere anche gay e tu non lo sai come non sai se…
Sono nell’ingresso e ho chiuso la porta a doppia mandata.

Il dado è tratto. Non ho più il controllo di me.
Lo ho immobilizzato contro il muro. Gli afferro il pacco e stringo forte. Gli strizzo il sedere con l’altra mano, poi la infilo nelle mutante e sento il suo ano serrarsi impedendomi di infilarci un dito.
Che shock!
Mi ha mollato un ceffone. Lo voglio definitivamente.

Tutte le mie fantasie, tutte le mie indecisioni. Ed eccoci qui, facile-facile a casa mia.

L’ho lasciato supino sul letto. Torno in camera da letto completamente nuda. Ha il pene eretto e pulsante. Grande il giusto. Oddio, Marla, ti ricordi ancora come si fa? Nella realtà? Mi lascio guardare ancora un po’. Sono ingrassata non poco da dieci anni a questa parte. Da quando mi son messa a studiare da programmatore per guadagnare di più e non dover lavorare più sotto il caldo e il freddo. Ero proprio una pin up all’epoca.

Sempre in movimento a potare cespugli e a strappare erbacce. La vita stretta, si, come ancora oggi, ma i fianchi allora erano meno larghi e belli sodi, il culo sempre bello grande e all’infuori e le gambe affusolate. Oddio, Marla come ti piacevi. Del fisico di allora mi son rimaste sicuramente le mani forti, nerborute e rovinate dalle cesoie che usavo tutto il tempo. So che non sono bellissime. Le sta guardando. Le porto sui fianchi.

Piano le faccio scivolar sul ventre. una la mando lentamente sù a palpare un seno mentre l’altro viene sollevato dall’avambraccio. L’altra mano è scesa affondando le dita nel pelo folto. Lo vuole tanto anche lui. A questo punto, penso, chissà da quanto. Gli si legge in faccia. Dall’espressione sorpresa e magari forse anche un po’ terrorizzata. Forse non mi ignorava quanto dava a vedere. L’ha preso in mano. Dovrebbe significare che non ha più voglia di aspettare o che invece la voglia in realtà gli sta passando? Salto sul letto a cavalcioni su di lui.

Gocciolo tutta tra le gambe divaricate e visto che in pratica già sto per venire, prima di infilarlo dentro, rompo il silenzio e gli dico senza pesare le parole “Durerà poco, ma alla fine avrai quello che ti sei meritato. “

La prima volta che venni con un uomo, parecchi anni fa, mi vergognai parecchio. Perchè venni subito. Tre, massimo, quattro penetrazioni, toccai il culmine, fisicamente molto piacevole e intenso, e basta, scoppiai a piangere.

Avevo ventiquattro anni ed era la prima volta che avevo un rapporto sessuale. Prima era stato tutto un gran masturbarmi. Avevo una cara amica, e non ci toccavamo l’un l’altra. Ci mettevamo l’una accanto all’altra e ognuno faceva per se. E’ strano? Lo pensavo e lo penso anch’io. Io avrei tanto voluto toccarla ma lei me lo proibiva, minacciandomi che altrimenti non ci saremmo viste più. E, certo, avrei tanto voluto essere toccata ma io, molto attaccata alla sua compagnia, mi dicevo “Marla, zitta e ubbidisci”.

Poi lei trovò il suo uomo quando ormai non ci sperava più. Diciamo che non era bellissima, ma aveva una gran personalità e questa evidentemente bastò. Non l’ho più vista ne sentita da qualche giorno dopo il suo fidanzamento. Cominciò a tirarmi per le lunghe anche solo per prendere un caffè insieme finchè capii che non voleva più frequentarmi. La odiai per un bel po’. Poi accettai la sua decisione e cominciai semplicemente a ricordarla con affetto.

Dicevo? Il mio primo rapporto. Era il periodo in cui ero ancora incazzata con la mia amica del cuore. Mi toccavo appena ne avevo la possibilità ancora immaginando che lei stesse facendo lo stesso al mio fianco. Cominciai ad avere la voglia forte di un contatto, che ricercai contro ogni tipo di superficie e arredo e attrezzo che mi capitava sotto gli occhi. Finchè non rischiai di farmi male seriamente mentre cercavo di soddisfarmi su un pomello della pediera del letto, quando un piede perse aderenza e scivolando rischiai letteramente di squartarmi.

Dissi basta. Accettai il primo invito a cena che mi porsero. Era un cliente della ferramenta in cui lavoravo tutti i pomeriggi. Gli piacevano, diceva, i modi rudi che usavo con i clienti. Clienti abituali e testati, naturalmente. Mica con il primo che entrava, altrimenti mi avrebbero cacciato all’istante. Volevamo entrambi la stessa cosa. Uccelli ne avevo visti tanti sui giornaletti che rubavo nell’edicole degli ipermercati ma non ne avevo mai ne visto ne tantomeno toccato uno vero.

Era carino. Si, lui era un bell’uomo di quasi cinquant’anni, molto tirato, un vero fascio di nervi forgiato dalla campagna. Successe nella sua rimessa per gli attrezzi. Io mi ero vestita di tutto punto e lui pure. Letteralmente irriconoscibili. Cena semplice in una trattoria a trenta chilometri dal paese, qualche bicchiere di vino della casa ed io che non scostai mai la gamba ogni volta che lui, volontariamente o no, strisciò la sua contro la mia.

Accettai di andare a vedere la motozzappa che gli era arrivata dalla Cina quella settimana. Finii su un pianale carico di teli protettivi antigrandine, a gambe divaricate e con le mutandine attorcigliate ad una caviglia. Aveva un bel ceppo intarsiato di vene pulsanti. Mi piacque impugnarlo e non resistevo più dalla voglia di sentirlo dentro. Successe in un attimo. Nessun dolore. Solo calore fortissimo che salì dalla pancia fino alle guance. Uno, due, tre e… come dicevo, scoppiai a piangere.

Lui si fermò ed io lo tirai immediatamnte dinuovo contro di me. No, non te ne andare, continua. Lui, interdetto, esitò. Premuroso, mi chiese cosa mi fosse successo. Io, imbarazzatissima, non ebbi il coraggio di dirgli, sciocca a ripensarci, che ero semplicemente già venuta. Dissi solo di continuare. Lui mi chiese se non mi stesse piacendo. No, no, mi piaceva eccome. Che vergogna, continuavo a frignare. Si tranquillizzò, per così dire, e fu una furia che mi sconquassò le viscere.

Venivo, venivo a ripetizione e piangevo senza sapere, a un certo punto, se ancora per la stessa stupida vergogna o chissà chè.

Chi abita in un paesino lo sa bene. Ci possono essere situazioni in cui o decidi di andar via oppure rimanere, marchiata, a fare una vita di m***a.
Il titolare della ferramenta mi diede la liquidazione e mi mandò via perchè mettevo a repentaglio gli affari. Le signore del paese non compravano più ed obbligavano mariti, figli e nipoti a svenarsi nel grande magazzino di bricolage a venti chilometri dal paese.

Ovunque andassi mi ridevano dietro. Qualcuno si spingeva oltre scimmiottando il pianto di un bambino.
E così lasciai il paesello per la grande città.
Trovai quasi subito un lavoro come manutentore del verde urbano. Pagavano una miseria per il costo della vita in quel posto. Andai avanti incazzata come una iena per circa due anni. E incazzata come una iena mi misi a cercare un altro lavoro. Feci l’addetta alle pulizie in un albergo, stessa paga da fame.

Entrai in una fabbrica di pneumatici e uscii il giorno stesso. Aria irrespirabile. senza una qualifica avrei potuto solo spazzare la sala mensa. Decisi di studiare. Ero tornata a fare la giardiniera quando, al termine del corso per programmatore ed amministratore di sistema, il mercato delle reti aziendali era ormai una solida realtà in ricerca continua di gente con le mie competenze. Merce rara all’epoca. Fui assunta al primo colloquio dallo studio di consulenza in cui tuttora mi trovo, annoiata fino allo sfinimento.

[continua in: “days:hours:minutes – The patent – Il Brevetto”].

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