Alexandra

In spiaggia, Alexandra diceva di saper annodare il pareo in cento modi diversi, e ogni tanto ritornava sull’argomento mettendosi in piedi nuda sul letto ed io là sotto a godermi tutta la meraviglia di tanta grazia di Dio.
Vedi, diceva, lo annodi così ed è un pantaloncino, due un top, tre annodandolo dietro il collo, un vestito da pomeriggio, quattro un asciugamano da bagno, cinque un pantalone indiano…
Non saprei dire se Alexandra davvero conoscesse cento modi di annodare un pareo, perchè ho resistito massimo fino a diciotto prima di saltarle addosso.

Nella lingua spagnola todavia esprime la continuazione di qualcosa iniziata in un momento precedente: quando per esempio, un amico comune mi chiede con un sorrisino, ma Alexandra sta sempre con te? E tu gli rispondi: todavia…ma sai che non è vero e lo sa pure lui.
Puoi usarlo per qualcosa che accade adesso o in un futuro immediato:
Sono le quattro di mattina e Alex non è tornata, todavia…
Puoi anche usarlo come malgrado tutto questo, nonostante:
Alexandra mi fa soffrire ma la amo, todavia.

Oppure nel senso concessivo, correggendo una frase anteriore: Perchè Alexandra è sempre in giro, la notte? Todavia, se avessimo un figlio, avrebbe altro da pensare e starebbe in casa ad accudirlo, o no? In alcuni casi questo avverbio mostra un aumento o la ponderazione: Alex si comporta così ma da alcuni segnali che percepisco, io so che todavia mi ama..
Ho settant’anni e sono emigrante da quando ne avevo diciannove. Il console di Corfù mi ha detto che ora non siamo più emigranti ma residenti all’estero.

Bene io sono residente all’estero da più di cinquant’anni e ho imparato le lingue dei luoghi dove sono emigrato, andando a scuola, leggendo i giornali, ascoltando la radio e mai frequentando gli altri italiani per costringermi ad adattarmi più rapidamente alla lingua che volevo imparare.
Nascere povero mi ha dato un grande privilegio: ho letto Il Gattopardo in lingua originale, cioè la mia, ma anche Mefistofele in tedesco, Shakespeare in Inglese, Zorba in Greco, Voltaire in francese, Borges in tutte le lingue in cui l’ho incontrato, e Cervantes in Spagnolo.

Tutte lingue che ho imparato studiando, tranne lo Spagnolo, perchè per una specie di presunzione tutta italica, noi tendiamo a sottovalutare la lingua spagnola in quanto crediamo che usando un dialetto veneto e aggiungendo qualche esse, si possa padroneggiare la lingua, ma non è così.
Quando mi lasciai con mia moglie haitiana, andai a Cuba mi capitò un fatto che mi fece capire che sarei dovuto andare a scuola per imparare la lingua.

Conobbi un ragazzo fuori dall’hotel, sai, quelli che vanno agganciando i turisti e si offrono di accompagnarli per scroccare qualche pasto e guadagnarsi una mancia. Era inverno e all’Avana fa freddo, almeno per loro, ci sono notti gelate. Questo figliolo aveva un paio di ciabatte, un pantaloncino liso e una camicina estiva che lo faceva tremare dal freddo. Non volevo offenderlo nè metterlo in imbarazzo, perchè l’orgoglio dei cubani oltrepassa la loro fierezza, ma avevo un ormai inutile soprabilto con il quale ero arrivato nel Caribe per rimanerci, e volevo regalarglielo, ma non volevo metterlo in imbarazzo, ripeto.

Allora pensai a come dirglielo, e mi uscì questa frase:
– No voria imbarazarte, ma tu tieni el capoto?
Fece uno shitto indietro con la testa e spalancò gli occhi. Non avrebbe mai creduto di trovarsi in una tale situazione. Infatti, lo seppi tempo dopo, io gli avevo chiesto:
– Non vorrei metterti incinta, hai il preservativo?
Ecco, solo per dire di non fidarsi troppo di una lingua orecchiata, perchè le parole sono insidiose e occorre conoscerne bene il significato, perchè a volte tradiscono.

Le parole sono come Alexandra.
Anche entonces è un avverbio dai molti significati. Lo puoi usare: come in tal caso, essendo così. Se me lo dici tu, entonces ti credo. Un po’ come il nostro: allora, quindi…
Oppure lo puoi usare come espressione che dà ad intendere che quello che stai dicendo deriva da una conseguenza logica: no, Alexandra, non voglio venire, non lo sai che odio la discoteca? Da entonces!
Oppure lo puoi usare come rafforzativo per iniziare una frase:
Entonces, credi che io sia un pedofilo!
No, questa frase è troppo dura, la riscrivo:
Entonces, credi davvero che io sia un pedofilo? Così va meglio.

Sai quando leggo tutte queste levate di scudi contro un vecchio che approfitta di una giovane, sono certo di non parteggiare per il mostro ma mi chiedo, io sono quel mostro? Sono io, il vecchio che quando aveva sessantatre anni incontrò Alexandra che ne aveva sedici, e si comportò in modo indegno?
Non lo so. Io so solo che quando la vidi mi battè forte il cuore. All’età non ci pensai, nè alla sua e neppure alla mia.

Mi battè il cuore e basta.
La guagua che a mezzogiorno arriva dalla capitale, passando dalle vicinanze dalle scuole, carica i bambini che tornano a casa, ed essi salgono vociando, spingendosi, gridando. A qualcuno danno fastidio, io invece mi rallegro con tutto quel cinguettìo, paiono rondini che volano gridando, e passano vicino al mio sedile che era proprio il primo di fronte alla portiera.
Pfui, fece l’aria compressa, aprendo alla fermata.

Una zaffata d’aria calda entrò nell’ambiente con l’aria condizionata e alzai lo sguardo.
Entonces salì Alexandra. con la sua bella uniforme della scuola, la camicina azzurra ben stirata, la gonna a pieghe color militare, i calzettoni bianchi, e due tette, ma due tette da sturbo. Eh, sì, perchè in quella marea di bambini della scuola elementare, lei svettava come un corpo estraneo, era alta, con due spalle così, due zigomi alti e un sorriso che quando apriva la bocca i suoi denti parevano perle.

Non poteva avere dodici anni, era evidente. Poi seppi che non li aveva affatto, ma aveva perso molti anni di studio, e una zia che ora la ospitava l’aveva iscritta a scuola con notevole ritardo. Praticamente faceva le elementari con un’età da liceo, ma sempre bambina era. Lo diceva il viso innocente, il sorriso pulito, lo sguardo curioso ma non malizioso.
Si sedette accanto a me e il respiro un poco affannato per la corsa agitava il suo seno che pareva voler uscire prepotentemente da quella camicina che lo teneva imprigionato.

Era un seno grande, ma non sproporzionato, forse lo sarebbe diventato con l’età, ma ora la gioventù, la verginità, il fatto che fosse ben soda, tutta, dava una consistenza al suo seno che ti faceva venire voglia di toccarglielo per verificare se fosse vero. Maneggiava un telefonino che non riusciva ad usare e quando alzò lo sguardo su di me, feci appena in tempo a distogliere il mio dal suo seno e a dirle, dove vai? Oh, mi aspettano i parenti, vado a fare il bagno.

Vestita così? Mia zia lavora in un ristorante sulla spiaggia mi cambio da lei. Se mi dai il tuo numero di telefono, vado a cambiarmi e vengo a fare il bagno con te. Certo, disse e me lo diede. Io lo composi subito, per vedere se non mi volesse imbrogliare, e il suo cellulare squillò! Oh, che bello! Entonces funziona! Quando scese, scesi anch’io per vedere dove andasse e la seguivo a distanza. Lei si girava ogni tanto e sorrideva.

Finalmente arrivò ad un gruppo che la stava aspettando, un paio di zie, un giovanotto e qualche bambina. Lei li salutò e mi indicò agli altri che mi scrutarono senza alcuna reazione apparente.
Ora sapevo dov’erano, mi avviai al residence dove abitavo, mi cambiai e aspettai una mezz’oretta per lasciarle il tempo di cambiarsi. Poi la chiamai, allora vengo? Entonces.
Il costume da bagno non era suo, e la misura che le stava bene per le slip invece non riusciva a trattenere quel suo gran ben di Dio che ad ogni mossa spingeva per voler prepotentemente uscire dal reggiseno.

Inutile fare il bagno, mi bastava guardare. C’era molta gente in acqua ma lei stava solo coi bambini come lei e faceva tutti i giochi dei bambini, ma i miei occhi poco innocenti lo vedevano che era fuori posto. Lei avrebbe dovuto nuotare con ampie bracciate, in modo sensuale, invece sbatteva le mani sull’acqua per fare scherzi innocenti agli altri, e rubava la palla, e cinguettava, e si aggiustava il reggiseno, e ogni tanto si guardava il petto per vedere se non avesse provocato qualche danno con movimenti troppo rapidi…
Dovresti comprarti un costume da bagno nuovo, le dissi.

Domani vado in città, se vieni, te lo regalo. Lei guardò la zia che disse sì. Il giorno dopo non ci sarebbe stata lezione e si poteva fare. Ecco fatto, pensai, la trappola è shittata. Basta offrire una compera per mostrare di avere soldi in tasca ed essere piuttosto generoso, e queste squinzie cadono come pere. Tutte.
Il sole era calato ed era l’ora dei saluti. La zia, la mia amata zia, che Dio la benedica, ruppe l’imbarazzo e disse, Ale, perchè non lo inviti da noi a prendere un caffè? Così impara la strada dove abitiamo.

Cominciò così.

§

Il giorno dopo passai a prenderla per andare in città a fare compere.
Sorpresa! Non sarebbe venuta da sola, ma con la zia. Mentre camminavamo per la via affollata. canticchiavo: Io Mammeta e tu ma non era proprio così, la zia era dolce e comprensiva, solamente stava attenta al suo investimento. Proprio così, lo scoprii dopo, vedendo come crescevano la sorella minore di Ale, che aveva un paio d’anni meno.

Seguii la vicenda per anni, e me lo dissero chiaramente: la mantenevano vergine a disposizione di un “gringo” che un giorno se la sarebbe portata via. O che l’avesse messa incinta, e ritornato in patria, le avesse mandato dinero per mantenere il figlio e con lui tutto il codazzo della famiglia che si trainava al seguito. Pure Ale, l’avevano conservata illibata ed ora era lì, bella e confezionata a disposizione del gringo, che in questo caso ero io…
“Gentili signore, io vi sono grato per la gentilezza con cui mi accogliete.

Ma ormai lo sapete, io non posso più nascondervelo, amo pazzamente vostra nipote. Mi rendo conto della grande differenza d’età, inoltre non ho nulla da offrirle: non sono divorziato e non posso sposarla, non potrò fare figli con lei perchè sono sterile, non ho una casa e nemmeno un lavoro. Non voglio creare scandalo, ma vi prego solamente di permettermi di frequentarla fino a quando non giudicherete siano maturate le condizioni adatte per farla venire a vivere con me, naturalmente se vostra nipote è d’accordo…”
Splendido discorso.

Chiaro e conciso.
Il problema è che tutta questa pappardella che si può leggere in un fiato, io la pronunciai a spizzichi e bocconi durante i sette mesi che durarono le mie visite a quella famiglia!
Eh, sì. Proprio sette mesi. Io arrivavo, e la trovavo con la ramazza in mano mentre lavava il pavimento. Visione sublime, solo più tardi scoprii che quella era una famiglia con lavori altamente specializzati, Ale era specializzata nel lavare il pavimento e quando venne a vivere con me, non faceva altro, nè lavare i piatti o la biancheria, non stirava, non puliva i vetri… nulla.

Solo lavava il pavimento. Io con dolcezza le dissi che non poteva fare solo quello e lei dopo un poco capì tanto bene, che smise pure di ramazzare.
Allora dicevo, io arrivavo nel patio dove c’era tutta la famiglia, chi si lavava i piedi, chi i capelli, chi si faceva le unghie mentre i bambini correvano schiamazzando qua e là. Davo ai bimbi cento pesos e andavano a comprare i limoni lo zucchero e il ghiaccio così lei mi preparava una freschissima limonata che noi sorbivamo in silenzio, sedia contro sedia, in un angolo del patio.

Senza parlare, perchè lei, non parlava MAI!
All’imbrunire chiamavo un moto-concho che mi riportasse a casa e castamente com’ero venuto, così castamente me ne andavo giù, dove c’erano i bar, dove sempre castamente andavo a puttane.
Così per i primi sette mesi.

§

Ma come può essere successo tutto questo?
Come è possibile mi chiedo che una ragazzina ben educata, pulita, cresciuta in una famiglia povera ma ineccepibile, poi sia diventata tutto questo?
Certo, la colpa dev’essere anche mia.

Ma prima di tutto dell’ambiente, perchè noi non siamo tutto quello che abbiamo ereditato col patrimonio genetico. A formare quello che noi siamo è stato determinante anche la famiglia in cui siamo cresciuti e l’ambiente attorno a noi, dove siamo maturati.
E le persone che abbiamo incontrato. Eh sì, perchè pensaci bene, le persone che incontri plasmano la tua vita. è come una lotteria, chi pesca bene e chi pesca male. Io penso che non ci sia alcuna differenza sostanziale tra l’assassino e il suo giudice, la differenza la fa dove sono nati, l’ambiente in cui sono cresciuti e le persone che hanno incontrato.

Alexandra. Chiamiamola così, ma non è il suo vero nome.
E invece si chiama proprio così ma scrivo che non è il suo vero nome perchè da queste parti tutto quello che vedi non è così come appare, pure in un racconto.
Insomma c’è tanta di quella confusione tra quel che vedi e quello che sembra, da poter affermare che da queste parti non c’è niente di vero.
Nemmeno la frase precedente.

E neppure la frase prima della precedente.
Hai capito come stanno le cose?
Bene, Alexandra, chiamiamola così, e andiamo avanti.
Se Alexandra era stata tollerata nella classe con le bambine malgrado fosse una pennellona, ora che era venuta a vivere con me era stata dirottata verso la scuola serale, la prima corruttrice delle giovani di queste parti.
Il Corriere pubblicò un reportage sul turismo sessuale e rimasi colpito dalle cose che descriveva e che io non avevo mai visto in giro.

Le scrissi chiedendole spiegazioni, e lei mi disse di andare a passeggiare giù al Corso, e aprire gli occhi.
Eh, sì. Aveva proprio ragione la giornalista, inoltre seduto ai tavolini del primo caffè vicino al parco, ascoltavo i commenti di un paio di stanziali appoggiati alla loro gippetta bianca, con amici appena arrivati, che appunto dicevano che invece del solito troiaio che si trovava là sotto, era meglio andare ad aspettare queste squinzie all’uscita della scuola serale.

La scuola di qui assomiglia alla nostra Scolastica medievale. Il professore detta i capitoli delle materie e le ragazze scrivono. Molto spesso non detta nemmeno, ma dà loro da copiare da pagina…a pagina, il tempo giusto perchè suoni la campanella e vadano a casa. E all’uscita le solite chiacchiere delle ragazze, i capelli finti, le unghie false, la telenovela… poi ci sono i discorsi
più interessati: “a me il vecchio ha regalato la ricarica…” a me ha regalato questo cellulare…” …lo porto a fare la spesa al supermercato…” e le più piccole ascoltano e pensano: “Ma è davvero tutto così facile?”
Poi vanno a passeggiare un poco prima di rientrare in casa, ma dagli sguardi i più scafati capiscono quando sono interessate…
Va bene, ho aperto gli occhi.

Stasera vado all’uscita dalla scuola a vedere di persona…
Scese la sera e alle otto e mezza ero fuori dalla scuola ad aspettare. Mi misi in un angolo buio e notai che c’erano anche alcuni “gringos” che aspettavano fingendo indifferenza. Là avanti c’era pure la gippetta bianca di quei bellimbusti che si erano ripromessi di venire a cacciare carne fresca e insomma pensai che la giornalista del Corriere ci aveva visto giusto…
C’era stata una polemicuccia con la scuola per via di tutto questo, tanto che il ministero aveva deciso di mettere guardie giurate per proteggere le minorenni.

Uscirono ad ondate, cinguettando come uccellini di bosco, erano molte le risa, mettevano il buonumore…
Uscì pure Alexandra con la poliziotta, attraversarono la strada e…. salirono sulla gippetta bianca!
Rimasi di sasso, senza fiato, hai capito la poliziotta? Messa lì per proteggere le bambine era la prima a salire sulle auto dei turisti in cerca di emozioni, e portandosi pure una delle studentesse che avrebbe dovuto proteggere!
Tornai a casa ad aspettare.
Rientrò che era quasi mezzanotte e le chiesi, dove sei stata? Oh, niente a bere qualcosa al drin con i miei compagni di classe…
Il drin sarebbe la forma spagnoleggiante del Drinks, un luogo che vende super alcoolici all’ingrosso e che la sera spaccia al minuto ai dominicani che affollano la strada tutta intorno.

Guarda che sono venuto giù e ti ho visto andare via con la poliziotta. Niente compagni di scuola quindi, ah sì erano amici suoi ma poi sono andata da Jennifer e con lei siamo andate al drin, guarda che Jennifer era qui da sua zia..
sì ma dopo. Guarda che quelli della gippetta sono turisti italiani in cerca di avventure, ah certo. Uno di loro è innamorato del mio insegnante che è “pagaro” (omosessuale) e la poliziotta le portava un messaggio.

Le portava un messaggio ma loro si portavano via voi… no, io sono scesa subito per andare da Jennifer! Guarda che Jennifer era qui!
Inutile. Tutto inutile, quando un essere razionale, con tanto di logica, con avvenimenti che vengono dopo altri e quindi ne conseguono, con lo scorrere del tempo uniforme e progressivo, incoccia in una discussione con un essere tribale auditivo mitologico, con il tempo che può essere prima e dopo, sopra e sotto, qui e là si equivalgono, la discussione non riesce ad andare oltre l’ incomprensione reciproca.

Ti faccio un esempio, così capisci prima.
Un giorno torno a casa e trovo Alexandra con un foulard viola in testa, chiusa nella cameretta davanti all’altarino della Santeria, che sbatte le maracas cantando nenie. Cosa stai facendo? Le chiedo. Nulla di speciale, si è rotta la televisione e sto invocando Santa Marta perchè me la ripari.
Piccolo inciso: Santa Marta non è la nostra santa ma un’entità della Santeria dominicana che non è compresa negli Orisha.

Sarebbe Santa Marta dei Serpenti, una specie di dea Kalì che possiede le persone durante riti collettivi chiamati tamboor, dove la gente si agita fino ad essere “posseduta”.
Alexandra, le dico, se si è rotta la televisione devi chiamare il tecnico non Santa Marta, ti pare? No, sarà lei a ripararmela. Va bene, fa quello che ti pare, le dico chiudendo la porta della stanzetta “dei miracoli” e andando sul balcone. Mi affaccio e chi ti vedo? Plomerito, l’elettricista faccio-tutto-io e lo chiamo.

Guarda se puoi ripararmi la televisione altrimenti chiamiamo tuo cugino che è il tecnico. Plomerito prende in mano il controllo remoto, armeggia un pochino poi dice, guarda non c’è nulla di guasto, è solo andato fuori sintonia, adesso fai ripartire il tutto e vedrai che funziona come prima. Infatti.
Lo ringrazio, lo accompagno alla porta e rientro nella “stanza dei miracoli”. Smetti con quella nenia, la televisione funziona e puoi finalmente vedere la tua telenovela…
Hai visto? Dice lei, Santa Marta ha riparato il televisore… No, guarda che casualmente è salito Plomerito e il televisore l’ha riparato lui.

Certo, ma se non c’era Santa Marta che lo faceva passare qui sotto, noi avevamo il televisore rotto, ma non era rotto, sei tu che chissà cos’avrai smanazzato per metterlo fuori sintonia, aspetta che ringrazio Santa Marta per avermi riparato il televisore e poi vengo…
Capisci? Tra il razionale e l’irrazionale non c’è partita.
Alexandra avrà cambiato una decina di telefonini. O li perdeva, o fingeva di perderli per regalarli o impegnarli per racimolare qualche soldo, o li sbatteva a terra perchè il modello era vecchio, o le cadeva nel cesso (è successo pure quello) insomma c’erano periodi in cui usava il mio.

Era troppo naif per cambiare il chip o cancellare le chiamate o i messaggi che riceveva, così senza che le dicessi nulla sapevo tutte le porcheria che stava combinando.
Era scesa al colmado per comprare qualcosa per il pranzo quando suona il telefono, pronto c’è Alice? Alice chi? Ah – capisco tutto al volo – Alice, no, è passata di qui stamattina ma ha dimenticato il telefono. Tu sei quello di ieri sera? Sì, sono Andrea.

Senti tu dovresti essere il suo fidanzato… Ma no, cosa dici? Queste sono gallinelle intercambiabili. Me la scopo ogni tanto, niente di più. Lei vive a casa sua ed io a casa mia… Ah ecco. Perchè è venuta di corsa stamattina per dirmi che il fidanzato ha scoperto tutto e che devo dire di essere innamorato del suo insegnante, ma sai, non mi va di passare per frocio…
Hai ragione! Ma non ti devi lasciar coinvolgere, sai sono sgualdrinelle che un giorno vanno con uno, un giorno con l’altro….

…e si fanno pagare! Dice lui.
Rido, ah ah ah, perchè l’avresti pagata forse? Mah, sai. Trombare l’ho trombata, poi mi ha chiesto 800 pesos per andare dal parrucchiere, cosa vuoi è sempre un buon prezzo per una prostituta…
Non riuscii a trattenere le lacrime.
Avevano ragione gli antichi quando misero l’amore in fondo al cuore, perchè è lì che senti qualcosa che si rompe.
T’innamori e batte forte il cuore, scopri che si vende, e il cuore si spezza..

§

Le cose cominciarono a prendere una piega non piacevole, diciamo che gli affari e l’amore cominciarono ad andare in discesa, prima impercettibilmente poi con un’accelerazione imprevedibile.

Capirai anche tu, che accettando prestiti al 10% ogni quindici giorni e il lavoro stagionale, capitava nei mesi morti di dover chiedere prestiti per pagare gli interessi sui prestiti precedenti e questo avveniva sempre a fine mese, quando c’erano da pagare gli stipendi al personale e la luce, carissima. Scelta improrogabile per non chiudere, ma ad Alexandra la cosa non importava poi molto. Lei viveva nel suo mondo e comprava vestiti che poi regalava alle amiche o alle zie, comprava capelli finti che una volta applicati la involgarivano in modo esagerato, comprava scarpe (decine e decine) si metteva unghie finte, cambiava telefonino con la velocità della luce.

Insomma, finchè al mattino poteva mettere mano ai soldi che le necessitavano per le sue inutili esigenze, come andassero gli affari non le importava molto.
Rientrava sempre più tardi nella notte, invece di copiare le lezioni dal libro di scuola passava le ore in classe a scrivere lettere d’amore ai suoi spasimanti, e quando quelli rispondevano conservava le missive nella sua cartella di scuola.
Una perfetta cretina, se avesse voluto tenere nascosti i suoi altarini, una menefreghista invece se pensava che tanto innamorato com’ero non avrei potuto lasciarla per nulla al mondo.

Corna comprese.
Ho letto da qualche parte la descrizione degli stati d’animo quando si apprende di avere un cancro. Prima l’incredulità, poi la ribellione, quindi la rassegnazione. Succede anche con le corna, te lo posso garantire.
Cominciai a tener sotto controllo i messaggi sul telefonino, le carte che le scrivevano gli spasimanti, quello che scriveva lei sui suoi quaderni. Mi stupì leggere come mi descriveva, un bruto che le faceva violenza e la rendeva infelice.

I biglietti degli spasimanti invece erano epici: “Da quando ti ho conosciuto so che esistono gli angeli… il profumo della tua pelle… ti aspetto tra le rose…” proprio così, tra le rose, scriveva. Speriamo si pungesse!
Quando la notte tardava oltre ogni limite accettabile uscivo a cercarla senza rendermi conto che mi esponevo a pericoli di ogni sorta, un vecchio di notte che cammina per strade secondarie è una facile preda, ma io volevo trovarla per avere dagli occhi la conferma di tutto quello che ormai il cuore sapeva da un pezzo.

Una notte entro in uno di questi “drin” dove c’è pure una musica assordante. Non la trovo e mi metto in un angolo scuro ad osservare la gente. Bevono e conversano, come facciano – a conversare, intendo – non capisco proprio con tutto quel rumore. Ad un certo punto entra lei, le braccia alzate e passi sincopati seguendo la pachata che gli altoparlanti diffondono al massimo.
Grida della folla, è arrivata! Una diva.

Mentre ballando si porta al centro della sala la voce di un amico la sfotte:
– Alexandra, e tuo marito?
– Dorme! – risponde, e tutti ridono.
Guadagno l’uscita alla chetichella, anche perchè non c’e niente da dire. Se non sottolineare un dettaglio insignificante: a quell’ora dormo perchè mi alzo alle quattro per andare a fare il pane. è buio alle quattro, l’ora più buia del giorno, quella prima dell’alba. Passo dalle case di tolleranza ed escono le puttane con i clienti che con loro hanno fatto mattina.

è tutto uno scoppiettare di moto-conchos, gente che ha aspettato fuori tutta la notte per fare da taxi a questi ultimi clienti, e guadagnarsi 50 pesos…
Non c’è nessuno in giro a quell’ora, io, le puttane e qualche volta Alexandra che torna a casa.
Non ho voglia di tornare, faccio un giro camminando, la strada è centrale e ben illuminata, non corro pericoli. Sulla via del ritorno proprio da quel “drin” scorgo cento metri più avanti, Alexandra che esce abbracciata con un vecchio, e la seguo a distanza.

Lui è uno di quegli scalcagnati italiani in braghette, infradito e canottiera che infestano il parco di pomeriggio, lei pare divertirsi. Arrivano all’angolo della via dove abito e si baciano. Lui la lascia e lei si gira per salutarlo e mi vede sopraggiungere. Non fa una piega.
Io invece dico a lui:
– Scusa, adesso che hai finito me la mandi a casa ed io ho schifo. Fammi un piacere, tienitela fino a domani e me la mandi dopo che si è fatta almeno una doccia
Lui è uno sportivo e non si agita troppo.

Nella conversazione che segue mi dice che si chiama Giorgio, è proprietario di macchine che smuovono la terra e vive noleggiandole. No, che me la tenga pure io, che a lui la proposta non interessa…
– Ma come, la usi e me la rimandi. Tienitela tu, e ogni tanto me la scopo io…
-Eh, se tu sapessi…- disse e lasciò tutto in sospeso.
Se io sapessi che? Mah, non l’ho mai più saputo, ma la frase in sospeso mi colpì molto.

Da quella notte, decisi di non seguire più Alessandra ma di aspettarla a casa, a qualsiasi ora fosse tornata.
Perchè aspettarla fa soffrire, ma a trovarla si soffre molto di più.

§

Soldi non entravano e stringere la cinghia era diventato doloroso. Alexandra invece attraversava gli eventi come una lama nel burro, senza preoccupazioni. La scuola era finita, ma lei usciva di casa alle undici di mattina e faceva ritorno alle ore più impensate.

A volte portava sacchetti della spesa con pasta, formaggio, biscotti, e altre vettovaglie.
Chi te li da? Oh, un’amica che ha preso a cuore la nostra situazione e ha deciso di aiutarmi. Guarda che al mondo non esistono pasti gratis e questa tua amica se ti dà qualcosa qualcos’altro poi vorrà, ma no cosa dici. è gente buona, pure suo marito…
Alcune volte tornava alle sette di sera per vedere la telenovela e prima di uscire per la notte volle imparare a navigare col Facebook che diceva avevano le sue amiche.

L’avvocato che nel frattempo era diventato mio amico diceva che per il ristorante c’erano complicazioni ma che non avremmo tardato molto ad avere ragione, intanto il tempo passava e mettere insieme il pranzo con la cena sempre più difficile.
Io saltavo un pasto e con un panino e un pomodoro (dieci pesos) arrivavo a sera. Ale invece o andava a mangiare dalle amiche oppure tornava di notte soddisfatta e non pareva avere mai fame.

Un giorno disse: abbiamo ottenuto un credito dal colmado. Possiamo fare la spesa per un mese e pagare quando ti arrivano i soldi. Che bello, si mangia!
Una notte che smanettavo sul computer in attesa del ritorno di Ale, incappo nel suo profilo che apro perchè la password è fin troppo semplice. Oltre a suoi messaggi in giro per il Caribe di un’oscenità impareggiabile, trovai pure il chatting che aveva fatto recentemente col proprietario del colmado che aveva miracolosamente deciso di farci credito.

Ale:- Prestami mille pesos
Renè:- Sai quello che mi devi fare
Ale:- Per quello ce ne vogliono duemila
Renè:- Ma io non voglio scopare per non mancare di rispetto nei confronti di Ronnie che è mio amico. Voglio solo toccare di sotto e ciucciare di sopra
Ale:- Sempre duemila. Vieni a casa
Renè:- Mia moglie mi controlla
Ale:- Tu portami a casa l’acqua
Renè:- E quando?
Ale:- Alle 7,30 quando Aldo va ad aprire il negozio
Renè:- E quando andiamo al monte?
Ale:- Quando vuoi ma sempre 2.

000 pesos sono

Ero allibito. Leggevo cose che mi lasciavano di sasso, non per lo scandalo in sè, ma perchè non riuscivo a comprendere come Alexandra avesse potuto cambiare in quell’essere volgare che scoprivo dai suoi scritti.
In quel momento rientra lei ed erano le due del mattino. Inutile chiederle dove sei stata, ormai…
Solo che stanotte ha un succhione sul collo da far paura e l’incazzatura mi viene non solo per l’accumulo degli avvenimenti ma soprattutto perchè vuol convincermi che quel pò pò di segno glielo avrei fatto io!
Nacque una lite furibonda, con rinfacci, insulti, e lei che pareva piano piano perdere terreno dalle sue convinzioni, finchè messa in un angolo con le lacrime agli occhi sbottò:
– Basta! Tu, mia madre, i miei parenti che mi avete preso per una prostituta! Sono stufa di tutto questo, basta! Adesso mi ammazzo…
E si suicidò.

Per la verità si suicidò quattro volte, la prima, prese una manciata di pillole dal cassetto, se le ficcò in gola poi tracannò un bicchier d’acqua e rimase così, impalata aspettando l’effetto. Forse si credeva che ingurgitare una manciata di pilloline zuccherate in vendita al colmado magari con effetto placebo, l’avrebbero fatta cadere indietro stecchita. Invece non successe nulla.
– Ah, sì? – gridò visto che non aveva ottenuto nessun effetto – e allora mi taglio le vene – andò in cucina prese un coltello e si tagliò le vene.

Oddio, tagliò è una parola grossa, diciamo piuttosto che mise il coltello sui polsi e lo fece andare avanti indietro un paio di volte. Ma non uscì il sangue. Buttò il coltello per terra e spalancò la porta del giardino: – Mi butto nel pozzo! – disse ed uscì.
Sentii nitidamente il rumore del coperchio metallico che copriva la cisterna e poi sentii pure uno splash. Poi più nulla, solo il canto dei grilli.

Aspettai il tempo sufficiente, rimisi al suo posto il coltellaccio da cucina del ristorante che non aveva fatto il suo dovere coi polsi di Ale, poi uscii e la trovai in piedi sull’orlo della cisterna, con i pantaloni bagnati fino alla cintola ed il resto perfettamente asciutto. Evidentemente si era seduta sull’orlo della botola in attesa dell’ispirazione che non era arrivata.
– Via Ale, – dico cercando di sdrammatizzare- Per questa notte ti sei suicidata abbastanza, adesso vieni a dormire che sennò prendi freddo…
-Ah, mi prendi pure in giro? Te lo faccio vedere io! Adesso vado sull’autopista e mi butto sotto alla prima guagua che passa – sbattè la porta uscendo ed io aspettai.

Perchè il messaggio non era per niente chiaro: l’ultima guagua passava alle dieci e trenta ed erano ormai le due di notte. Si butta sotto la prima guagua vorrebbe dire che aspetta quella del mattino alle 6,30 oppure qualsiasi mezzo pesante che passa va bene?
Tornò dopo una ventina di minuti. Si vede che il traffico sull’autopista non le era piaciuto, oppure chissà. Sta di fatto che senza dire una parola, si buttò sul letto e prese sonno nel giro di un paio di minuti.

Da quel giorno non si parlò mai più di suicidio.

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