Serena cap 2

Capitolo 2.
Serena sentiva quasi dolore alle mani, stringendole l’un l’altra dietro la schiena. Si stava imponendo di rimanere nella posizione impostale, contro ogni sua volontà.
Allo stesso modo, i suoi occhi rimanevano chiusi, serrati, mentre il cazzo del ragazzo si muoveva dentro la sua bocca.
Suo malgrado, doveva ammettere che Marco aveva un arnese notevole, che ora la stava scavando per bene, mentre lei cercava di limitare al minimo il movimento.

E così Marco impostava il ritmo, tenendola per i capelli.
“Dunque, puttana” iniziò lui senza smettere di farsi servire “vedo che sei un po timidina con quella boccuccia…”
Serena tentava di escludere quella voce, rimanendo ad occhi chiusi…
“… ma vedrai che ti insegnerò per bene il concetto di fare le cose a modo. ” E, detto questo, le pose anche l’altra mano sulla testa, poi prese a spingere lentamente il cazzo sempre più a fondo nella bocca di lei.

Che tremava, lasciandosi sfuggire gemiti di protesta, mentre il membro avanzava.
Un millimetro alla volta… dentro… ancora… e Marco sorrideva, sentendo il tentativo di Serena di arretrare.
E poi lei cedette, le sue mani che cercavano di afferrare i polsi di lui, per fermarlo, sentendosi quasi soffocare con quel cazzo giunto fino in gola.
Marco però non scioglieva la presa… una spinta continua, mentre i gemiti soffocati di Serena si accompagnavano agli inutili pugni che lei sferrava sui polsi di lui.

D’improvviso estrasse il cazzo dalla bocca, liberandola. Serena ricadde a quattro zampe, tossendo forte e asciugandosi con la mano la saliva che usciva copiosa a fior di labbra.
Godendosi lo spettacolo, Marco decise di non concederle tregua.
Si avvicinò all’involto posato poco prima a terra, estraendo più. Serena alzò lo sguardo, sentendolo muoversi, e rimase perplessa. Il ragazzo stava scartando confezioni di collant.
Quando Marco ne ebbe a disposizione quattro, lei non capì l’occhiata strana che le indirizzava, istintivamente tentò di ritrarsi, mentre lui si avvicinava, i collant stretti nella mano sinistra.

Quello di Serena, che nemmeno riusciva ad alzarsi, fu un tentativo di fuga molto breve… seduta a terra, spingendosi all’indietro con i talloni, arrivò spalle al muro. Con tutta tranquillità, Marco le si avvicinò.
Torreggiava su di lei, il ghigno sadico dipinto sul viso.
“Avevo detto mani dietro la schiena…” mormorò, quasi bonario.
Lei sgranò gli occhi.
“Io non so cosa ti sei messo in testa, idiota!! Ora basta!! Te l’ho preso in bocca, non sei soddisfatto???”
Era il cazzo di lui a parlare in sua vece.

Svettava duro, ancora fuori dai pantaloni.
Marco gli diede un’occhiata, poi tornò a guardare la donna.
“A te cosa sembra, puttana?”
Seppure nuda, appena costretta ad umiliarsi, la donna matura che voleva rappresentare, tentò di uscire…
Fece per alzarsi.
“Se tu credi che io Ahhhhh!!!”
Lo schiaffo che Marco le rifilò sul viso, la ricacciò a terra.
Dolore a parte, era l’incredulità a farle da padrona.
“Ma… tu…”
“Se vuoi ancora darmi dell’idiota, mia cara puttana, fai pure… ma cominciamo molto male…” sussurrò lui.

“Marco, hai avuto quello che volevi, ora basta!! Tu non puoi…”
“Sbagliato. Io posso. ” E fu veloce come un serpente.
Rimesso il cazzo nei pantaloni, la riprese per i capelli, con brutalità, incurante del nuovo pianto della donna.
Spinta verso la piccola scrivania, lasciò che Serena si riaccucciasse a terra, poi le prese un polso, e senza nemmeno darle il tempo di reagire, lo legò alla gamba del mobile con uno dei quattro collant.

Serena realizzò quanto stava succedendo solo quando era tardi.
Preciso, padrone della situazione, la sollevò sul piano della scrivania, avendo cura che il braccio già legato si tendesse verso il basso.
Rapido, procedette con l’altro polso. Serena si ritrovò con il corpo bloccato sul piano del mobile, braccia lunghe distese verso il pavimento, saldamente legate alle gambe del mobile.
“No! No! No! Ma che stai facendo!?!?!” continuava quasi a gridare la donna.

Silenzio… E nel suo silenzio, lui procedeva.
Le afferrò una gamba, e senza convenevoli, la allargò per bene. Poi il collant, a completare l’opera. Tre nta secondi dopo, l’altra gamba fu sistemata.
Il risultato era oscenamente stupendo.
Serena legata sul piano di lavoro, braccia lungo la verticale, gambe completamente divaricate, con praticamente il solo culo che poggiava sulla stretta superficie.
L’immobilizzarla non si era svolto in silenzio. La disperazione di Serena si era fatta sentire a più riprese, passando dal “fermati immediatamente”, alle offese, dall’incredulità per quanto stava avvenendo, alla vergogna finale, per il ritrovarsi completamente esposta e vulnerabile.

Il suo corpo ora si contorceva, per quanto possibile, mentre nuove lacrime le segnavano il viso.
“Tu non sei un uomo… sei un pervertito!! Lasciami andare!!! Tra poco arriverà Paola e appena vedrà…”
Marco riprese il suo sorriso.
Al di là della sua calma apparente, fremeva. Lo spettacolo dava sensazioni oltre ogni più rosea previsione.
Stupenda.
Serena era stupenda. Nuda, legata ed impotente.
Ma soprattutto, alla sua mercè.

Erano momenti da gustare.
Prese a girare con tranquillità attorno alla scrivania.
“Diavolo… mi sono dimenticato di dirti una cosa… Paola arriverà più tardi… già ieri le ho comunicato un nuovo orario… e il cartello chiuso per allestimento ci garantirà parecchia privacy…”
Serena mormorò un semplice “no…”, ad occhi chiusi, nell’apprendere la notizia. La tortura non sarebbe finita entro pochi minuti. E, immobilizzata, si rendeva conto che il peggio doveva ancora arrivare.

Le braccia tentarono ancora di forzare i legacci… nessun risultato, tranne il divertire Marco…
Tutto ciò che le rimaneva, era l’implorare.
“Io ti prego… ti scongiuro… lasciami andare… Marco, farò tutto ciò che vuoi e…”
Lui proseguiva nel suo passeggiarle attorno.
“Quello è garantito, puttana. Tu farai tutto ciò che voglio. Sempre. ”
A quelle parole, la testa di Serena ricadde all’indietro, sconfitta totalmente. Non poteva evitare nemmeno le due dita di Marco che, fermatosi accanto a lei, le sfioravano il viso.

Leggere, leggerissime…
Scendevano verso il capezzolo… sfiorandolo… e Serena non poteva fare altro che cercare invano di nascondere le reazioni del suo corpo…
Per quanto costretta, infatti, era pur sempre una donna fondamentalmente frustrata… fin troppo recettiva agli stimoli anche non voluti….
Il respiro le diveniva affannoso mentre lo stronzo scendeva… due dita… scendeva…
“… no… no… ohh!!”
Dita che passavano leggere tra le cosce… sul taglio della sua figa… avanti e indietro… senza penetrarla…
Serena si morse il labbro, mentre il corpo tremava… quel bastardo gli faceva schifo, come schifo gli faceva il tocco di lui, ed era per questo che non voleva emettere alcun suon, nulla…
Ma c’era qualcosa che non poteva controllare, qualcosa che sperava lui non notasse…
“Bene… inizia a luccicare questa fighettina, mia puttana… “ disse continuando a passarle il dito tra le cosce.

“I-io… non…” ma Serena si zittì immediatamente, accorgendosi di non riuscire a parlare senza balbettare.
“Sì? Dimmi puttana, ti ascolto…” continuava ad incitarla Marco, divertendosi mentre lei cercava di tener serrate le labbra.
Avanti e indietro… avanti e indietro… Serena sentiva suo malgrado l’eccitazione montare, voltava la testa a destra e sinistra, piccoli gemiti le sfuggivano, e la rendevano conscia dell’umiliazione che in questo modo si infliggeva… ma era il suo corpo a tradirla, non la sua mente!!
Proprio quando il suo gemere stava diventando un continuo, Marco si fermò.

Osservava le tettone di lei andare su e giù, seguendo il respiro di quella puttana, un respiro che dimostrava quanto qualcosa di incontenibile stesse montando in lei.
Non che fosse un mistero… si sentiva le dita umide, dopo averle passate su di lei, senza nemmeno infilargliele dentro.
Molto bene. Decisamente molto bene. La reattività di lei avrebbe costituito un caposaldo fondamentale nel processo di umiliazione…
Sorridendo, prese il cellulare dalla tasca della giacca.

Serena si accorse del movimento. Per quanto possibile, aveva sollevato il capo. Si irrigidì di colpo.
“Cosa… cosa vuoi fare?? Slegami!! Slegami subito!! Voglio rivestirmi!!”sibilò lei.
Marco si accigliò.
“Non c’è niente da fare con te, puttana… avrei voluto tu iniziassi a fare la brava senza particolari incentivi… ma è ovvio che devo provvedere in maniera diversa… le foto ricordo le faremo dopo averti spiegato come funziona…”
Il tutto fu detto quasi in un sussurro… inquietante, con Marco che riponeva il cellulare e riprendeva la cartelletta.

Un nuovo foglio, una nuova lettura per Serena.
Lei inorridì. Questo continuo metterla davanti alle sue stesse parole rappresentava una tortura.
“Smettila Marco!! Ho commesso un solo errore!!! Basta con quei fogli!!! Hai ottenuto quello che volevi!!”
Incurante delle sue parole, lui riprese a girarle attorno, leggendo.
“Che barba oggi, deve passare lo Stronzo” “chi, il tuo capo?” “peggio, il figlio, sembra l’idiota del villaggio”.
Serena ricordava bene di averlo scritto.

Ed ora se ne malediceva.
Marco intanto stava cercando qualcosa su quel foglio… e mormorava…
“Uno… due… cinque… dodici… per dodici volte in una sola conversazione mi hai dato dello stronzo…”
“Ma… non immaginavo… non potevo… ti imploro, slegami!!”
“Già già… non immaginavi… “ ripetè sorridendo il ragazzo, mentre si toglieva con tranquillità la giacca del vestito. Serena cominciò a tirare sui legacci quando vide che la camicia seguiva la giacca. Fu poi la volta delle scarpe e dei pantaloni.

Infine, le mutande.
Serena piangeva ormai apertamente.
“No… non con te!!! Non voglio, hai capito??? Non voglio!! Bastardo!!! Lasciami andare!!”
Con gli occhi pieni di desiderio, Marco avvicinò il suo viso a quello della donna…
“Tra poco sarai tu a chiedermi di sbattertelo dentro…”
“Mai!!” urlò lei.
Vedere il ragazzo salire sulla scrivania e mettersi a quattro zampe davanti al corpo nudo della donna, era come osservare la tigre che si prepara a divorare la preda.

Serena strinse di nuovo gli occhi, la testa voltata di lato, inutilmente cercava di forzare le cosce per chiuderle, ma i legacci non le davano scampo.
Sopra di lei, Marco si fece un po più avanti, tenendo il corpo di Serena tra le sue cosce divaricate, in modo da avere le sue tette a portata di mano.
“Bene… cominciamo con le lezioni dure… se non sbaglio, mentre mi spompinavi, hai abbandonato la posizione…”
Lei ebbe un sussulto di rabbia “Stavo soffocando!! Lo sai ahiaaaaaaaahhh!!!”
Il ceffone le raggiunse il seno sinistro.

Violento, doloroso.
“Questo è per la tua disubbidienza… poi… quante volte mi hai chiamato stronzo in quella chat? 12? Bene. Saranno dodici ceffoni come questo. ”
“no no marco!!! Non farlo, non farlo!!! Fanno maleeeeee ahhh!!!!”
Il nuovo colpo fu sul seno destro. La pelle bianca di lei già mostrava il rossore dovuto ai colpi. Che impietosamente si ripetevano sulla donna costretta subirli. ”
Un urlo. Poi un altro.
Mentre Marco alternavi i colpi da una tetta all’altra, tenendo il conto.

“otto” e colpiva.
“nove” altro colpo.
Serena era come un serpente. Immobilizzata, eppure si contorceva a più non posso, urlando il suo dolore, urla che comunque non raggiungevano orecchie là fuori, visto il brusio continuo del centro commerciale.
“dodici. ”
“Ahhhhhhhh!!!”
Il dodicesimo le aveva tolto del tutto il fiato dai polmoni, più violento degli altri.
“B-basta… basta ti prego…” mormorò Serena, distrutta dal trattamento.
“Basta? No, signora puttana.

Si continua… avresti fatto meglio a trattarmi con gentilezza tempo fa… e invece, voleva fare la super saccente…”
“Non ho fatto nulla… nulla…” disse lei tra un singhiozzo e l’altro.
“… e non sono il solo a pensarla così” concluse lui, ridestando terrore in lei, per questa allusione.
Chi? Di chi stava parlando ora, cosa…
Ma si interruppe.
Marco si stava spostando… più giù… più giù…
No! No! No! Pensò inorridita… poteva sentirlo… sentiva il cazzo di lui quasi a contatto con il suo taglio…
Lo fissò, e trovò i suoi occhi piantati sul suo viso.

“Tu sei mia, rassegnati. ” Disse glaciale.
“No… ohhhh!!!” gemito deciso, quando la punta del membro iniziò a strusciarsi sulla sua figa, lento… penetrando nemmeno di mezzo centimetro, solo strofinando…
Marco lo guidava con la mano, pazientemente lo passava su e giù, senza fretta, sentendo via via quelle labbra bagnarsi… La troia poteva anche detestarlo, ma quella figa aveva comunque fame. E lui avrebbe giocato con quella fame…
Su e giù…
E nuovamente Serena si ritrovò in lotta con il suo stesso corpo.

Quel figlio di puttana la stava stimolando, con oscene carezze, partendo dal clitoride , e scendendo…. Per poi risalire… e il movimento si ripeteva…
Ancora, e ancora… Sentiva l’umido… l’umido rivelatore… Perché, perché non si limitava a scoparla, e che tutto finisse subito?
“Ahhh…. B-bas-sta!! B-ba…” mormorò Serena, incapace di articolare di più.
Marco procedeva, godendosi lo spettacolo. La mano libera afferrò il seno destro, stringendolo e generando nuovi gemiti di lei.
“Basta? Sicura puttana? La tua figa dice il contrario….


“Io… non… od-ddio… non sono… no… non sono una… una puttana…” diceva la sua preda, inarcandosi, per quanto le era possibile. Montava… la voglia montava… ma doveva opporsi… con tutte le sue forze…
“No?” chiese Marco, passando a stimolare il capezzolo, piano… con delicatezza “Proprio in questa stanzetta dici di non essere una puttana? Proprio qui dove ti masturbi solitamente?”
Torturata. Nel fisico e nella mente.
Di nuovo i suoi scritti… Dannazione… Serena sapeva bene di aver scritto anche quello… torturata…
Fisicamente, con quel cazzo e quella mano che non le davano tregua, mentalmente… Marco la colpiva dentro… lui aveva invaso il suo dentro… e la voleva portare a convincersi di essere quello che lui diceva.

Una puttana.
La sua puttana ora.
No… doveva resistere… ma come…. Sentiva il fuoco tra le cosce… Troppi anni a reprimere istinti, voglie… il suo corpo era diventata una corda tesa… E Marco godeva ora di questo…
No, doveva resistere… non concedersi a ulteriori umiliazioni… in qualche modo rifiutarlo… ma…
“ODDDDDDDDIIIIO!!!!” urlò d’improvviso.
Due centimetri di cazzo inseriti avevano mandato in frantumi gran parte della sua volontà di resistenza.

Ora le mani che le lavoravano le mammelle erano due, mentre il ragazzo muoveva la punta del cazzo impercettibilmente, logorandola… portandola quasi ad implorare… NO! Non doveva, non doveva!!
“Mi… tu mi fai…” tentava di dire, mentre il suo corpo strattonava i legacci “tu mi fai sch… AHHHHH!!!”
Marco l’aveva impalata. Veloce, improvviso. Due secondi, non di più.
Poi fece scivolare il cazzo all’indietro fin quasi a farlo uscire.
Un flebile “no… “ sfuggì dalle labbra di lei, che scrollò il capo, rendendosi conto che un lieve bisbiglio poteva renderla trasparente…
E così fu.

Marco giocava e giocava pesante… attento ad ogni sfumatura, attento a rendere il piacere una forma di maglio che abbatteva le difese più forti…
Si chinò sul corpo della donna, la bocca a mezzo centimetro dal suo orecchio…
“Dimmi… dimmi che hai voglia del mio cazzo… “ sussurrò.
“N-no… m-mai!”
Lui riprese la posizione, ghignando. Ancora due, e solo due, centimetri di penetrazione, dentro una figa che colava ora copiosa…
“Mai? Proprio mai? Perfetto, continuiamo.

” Sentenziò lui.
E per l’ora successiva, Serena conobbe un piccolo inferno. Marco non le diede tregua, stimolando ora con piccoli tocchi, ora sfondandola, lappandole il corpo, portandola ripetutamente alle porte dell’orgasmo, e sempre, in quell’istante che lo precedeva, chiedendo la stessa cosa: “Dimmi che hai voglia del mio cazzo”.
Sempre la stessa domanda, e sempre Serena, era riuscita a non arrendersi a quell’ultimo affronto, all’umiliazione dell’implorare proprio lui… Ma era allo stremo.

Un velo di sudore la ricopriva, ciocche di capelli bagnate che le aderivano al viso… E la voglia… Dai capezzoli, duri da far male, anche adesso tormentati dalle mani di lui, alla sua figa, oscenamente gocciolante…
Quanti orgasmi aveva mancato? Cinque, sei? Dieci? Quanti?
Quello che sapeva, e che ogni volta arrivava al limite, e Marco poneva la stessa domanda ottenendo la stessa risposta, lui procedeva dandole sei ceffoni sul seno, violenti, con l’unico scopo di annullarle il godere, per poi ripartire a stimolarla ancora… e ancora… e ancora…
Il problema era che per quanto l’avesse sfiancata, Marco non le pareva di certo determinato ad ottenere la risposta che chiedeva… Sembrava in ogni istante divertito… Serena in ogni caso non si sentiva certo in grado di giudicare… Voleva solo essere liberata… andarsene… far finta che quel giorno non fosse esistito…
Voleva essere liberata… o voleva godere? Cosa per prima cosa? Qual era la priorità?
I suoi capezzoli sensibili la stavano facendo impazzire, mentre lui ci giocava, mentre li leccava…
E non si fermava, e non si stancava… forse… forse per le sue stesse colpe, si diceva lei, gliela aveva fatta annusare in più di un’occasione… ed ora lui non aveva pietà… Aveva abbondato anche di foto, con quel dannato cellulare… del suo corpo legato, delle sue tette, della sua figa… ma soprattutto Marco ne aveva shittate molte mentre la obbligava a spompinarlo…
E lui non si stancava… continuava…
Serena sapeva la verità… avrebbe ceduto a breve, davanti ad ogni richiesta, pur di godere…
Ancora il bastardo la stava riportando al limite… la lingua di Marco che passava dai capezzoli, giù, tra le cosce, leccando in maniera così morbida e lenta da farla gocciolare come non mai…
E poi un cellulare che squillava.

Ed era il suo, riposto nei pantaloni, gettati a terra. Ma certo, doveva essere mezzogiorno, la solita chiamata di suo marito per darle un salutino!!
Marco si fermò, rapido trovò il telefono, e lo osservò.
Dalla sua posizione, Serena non poteva fare nulla. Lui le si riavvicinava, con il cellulare che ancora squillava in mano.
“Ma… che fai?? Mettilo giù!! E’ mio!! E’ mio marito!!”
Serena si accorse di aver commesso un errore nell’attimo stesso che finì la frase.

Infatti, il sorriso di Marco era più che luminoso. “Tuo marito? Perfetto, rispondiamo. ”
E senza dare il tempo alla donna di protestare, accettò la chiamata, mise in viva voce, e appoggiò lo strumento sul ventre di lei, mentre lui se ne stava ritto in piedi accanto al suo corpo legato.
Incredula, Serena disse un balbettante “P-pronto…”
“Tesoro” disse allegro il marito “come va?”
“B-bene Stefano, un po st-ohh!” un gemito, subito soffocato mordendosi il labbro.

Marco le aveva appena appoggiato un dito sul taglio, leggero.
“Come amore?” chiese Stefano, perplesso.
“Ni-niente… s-stanca. Un po stanca. ” Buttò la frase velocemente, mentre sentiva il bastardo cominciare un dentro e fuori che la faceva sussultare.
“Ma sicura che vada tutto bene? Ti sento veramente a terra. ” Chiese ancora il marito, preoccupato.
Marco intanto aveva aumentato la velocità del ditalino, osservando divertito la donna che cercava di dirgli “no” scrollando il capo.

Era vicina al godere, sentiva i succhi della puttana impregnargli le dita e poi colare al di fuori…
Difatti Serena non riusciva più a parlare. Cercava anzi di non aprir bocca, rischiando di far sentire il suo gemere a Stefano.
“Sere, sei ancora lì?” continuò Stefano.
“S-o… sì… chiamo dopo… il capo… devo… vuole u-na… risposta… de-devo dargliela… su-subitoooh!”
Appena sentite quelle parole, con un sorriso di trionfo, Marco estrasse le dita dalla figa di lei.

“Oh già! C’è il tuo capo oggi, avevo dimenticato, ci sentiamo più tardi! Un bacio tesoro!” salutò lui, e nel mentre, l’aguzzino di Serena si era riportato sulla scrivania, preparando il cazzo per un nuovo assalto davanti al taglio di lei.
“S-ì. Sì… dopo ci sentiamo… ciao!!” e sentì che per fortuna il marito chiudeva subito la chiamata.
Marco prese il cellulare della donna, posandolo in un angolo del tavolo, pronto all’uso se fosse servito.

“Sei solo un figlio di puttaah- oh signoreeee!”
Nessuna tregua. Marco la stava scopando con colpi profondi e decisi adesso, e ad ogni colpo Serena gemeva come una pazza…
“Ecc-co… d-dio… st-to per god… non… non…” vaneggiava Serena, sconvolta dal piacere… e ancora, al limite, Marco che si bloccava, facendola urlare di frustrazione.
“Dimmi che hai voglia del mio cazzo. ” Le disse deciso.
Serena era un carattere forte. Deciso.

Ma in quel momento, era solo una donna in balia di un ragazzo che l’aveva portata oltre il limite di resistenza.
Era una donna che accettava un nuovo gradino del discendere…
“ho… ho voglia del tuo cazzo…” mormorò, sconfitta.
Marco si sentì oltremodo soddisfatto, la prima importante barriera era stata spezzata. Un nuovo sorriso, mentre il suo cazzo affondava ancora nel ventre di lei. Serena pareva impazzita, il suo corpo accettava e voleva ciò che la sua mente disprezzava, un corpo che urlava la sua voglia… e l’orgasmo stava giungendo… prepotente.

E’ l’inaspettato. Marco estrasse il cazzo, lasciandola ad un niente dal piacere.
Serena si inarcò ancora, “NOOO!!” urlò, fregandosene ora di chi era lui e di come l’aveva obbligata a piegarsi alla sua volontà, voleva solo godere.
Lui, soddisfatto di quello che vedeva, si portò più avanti, prendendola per i capelli e affondandole il membro in bocca.
“Godrai… godrai… tra non molto… ma il tuo piacere merita un bel palcoscenico… dovrai avere ancora un po di pazienza…”
Piccoli mugugni provenivano dalla bocca di Serena, mentre lui le scopava la bocca.

Veloce, sempre più veloce, Serena si sentiva soffocare ma non poteva fare altro che lasciarsi abusare… Ancora più veloce, Marco diede l’ultimo affondo…
E lei sentì la bocca riempirsi del suo sperma… le inondava la bocca, le scendeva in gola.
Marco estrasse il cazzo e la guardò tossicchiante e schifata nel suo tentativo di sputare quanto aveva ricevuto.
“bene, mia troia… “ cominciò a dirle mentre scendeva dalla scrivania e iniziava a rivestirsi “visto quante cose sono cambiate in un attimo? Dal darmi dello stronzo, al farti riempire da me… e siamo solo all’inizio…”
La mente di Serena era ancora persa nel mancato orgasmo, nonostante questo, però, non le sfuggì l’allusione al futuro che l’aspettava…
“Ch-che intendi… cosa vuoi dire?”
“Capirai.

” Disse sibillino lui, ed iniziò a slegarla…. Prima i polsi, poi le gambe… Serena lasciava fare, quasi senza muoversi, bambola di pezza nelle mani di un aguzzino…
Come… come fare per uscire da quella situazione… se… se… niente. Le mancava la lucidità. Il ventre non si era di certo spento… aveva bisogno… bisogno di liberare la voglia… Se almeno lui si fosse allontanato per due minuti, avrebbe provveduto da sola, alla faccia di quanto le stava accadendo, la sua prima necessità era di spegnere l’incendio che si portava dentro.

Purtroppo, Marco non era dello stesso avviso.
Le indicò l’involto sul pavimento, la busta che lui aveva composto nel negozio, e da cui prima aveva tratto i collant con cui era stata legata.
“Prendi la busta e indossa i vestiti che ho scelto per te. ” Ordinò.
Serena raccolse le forze, a testa bassa scese dalla scrivania, dirigendosi verso la busta. Ebbe un attimo di esitazione…
“Marco… questa faccenda è durata anche troppo… è meglio se… “ ma si zittì subito.

L’espressione di lui era ferma.
“Te lo dico una volta sola. Non sopporto la disubbidienza. La cosa è molto semplice. Io dico, tu esegui. Senza inutili stronzate che possano uscire da quella bocca da pompinara. Guardati. Goccioli ancora, il tuo fiato sa ancora del mio sperma… C’è bisogno che io continui?”
I pugni di Serena tremavano, mentre li stringeva, impotente davanti a quel discorso sbattutole in faccia.
Era nelle sue mani.

Questo era quanto.
Si chinò verso la busta, ed estrasse il primo capo di vestiario.
Una camicetta bianca. Semplice, leggera, senza fronzoli.
Non era della sua taglia. Bastava un attimo per intuirlo. D’istinto, stava per protestare, ma il discorso di poco prima aveva sortito il suo effetto, e non azzardò una parola. Fu di nuovo l’istinto a guidarla verso il reggiseno, gettato sul pavimento, poco distante.
“Quello lo puoi dimenticare.

Assieme alle mutandine, ovviamente. ” Disse Marco.
Serena si irrigidì. La bocca stava per articolare qualche parola, voltandosi verso di lui trovò però ancora quell’espressione che non ammetteva repliche.
Scrollando il capo, Serena iniziò la vestizione.
Le maniche erano corte, le lasciavano nude le braccia. E, come aveva intuito, era della taglia sbagliata.
Piccola, dannatamente piccola. E mentre l’abbottonava, la cosa diveniva oscenamente evidente. Il seno rimaneva strizzato, tanto da non permetterle di allacciare oltre il terzo bottone, valeva dire lasciare una scollatura a dir poco esagerata.

I capezzoli, senza costrizione di intimo, puntavano decisi contro il tessuto.
Nella busta, trovò anche una gonna, lunga, in lino. Essendo maggio, il negozio abbondava di articoli del genere, che però lei non avrebbe scelto per sé stessa… davano l’impressione di coprire, invece attiravano, generando un vedo non vedo che a lei era sgradito…
Un solo cenno del capo di Marco, che le indicava di rimettersi le scarpe che già portava in precedenza…
Poi lui la contemplò, mentre lasciava Serena intenta a mordersi il labbro, imbarazzata come poco prima, quand’era nuda.

“Perfetto, gran signora. Immagine in linea con quello che sei. Una puttana. ” Disse sogghignando.
Gli occhi di Serena erano lucidi. Si diede un’ulteriore occhiata.
Sì. Niente da aggiungere a quello che lui aveva detto. Vestita a quel modo, soprattutto con quella camicetta e senza intimo, non c’era modo di definirla in altra maniera… Che senso aveva quel vestire, cosa stava tramando quello stronzo? Quando gli sarebbe bastata?
“Seguimi, puttana. ” Disse Marco schioccando le dita e uscendo dalla stanzetta.

Il cuore di Serena batteva a mille, non capiva quali erano le intenzioni.
Poi divennero ovvie. Sbarrò gli occhi, vedendo che stava alzando le serrande.
Lui era divertito.
“Il negozio apre. Ed oggi, l’attrazione sarai tu, puttana. ” Sussurrò il suo capo.
“Non posso, Marco, ti prego!!! Sembro… sembro…” bisbigliò implorante lei.
“Non sembri. Sei. Una troia. Ed è il momento di farlo notare. ” Continuò lui. Poi si diresse al bancone, aprì uno stipetto prese uno straccio e un liquido spray per pulizie.

Allungò il tutto nelle mani di Serena.
“Prima cosa: le vetrine. Puliscile per bene. ” Ordinò lui.
Serena si fece pallida. Gente, parecchia. Che passava avanti e indietro lungo la galleria.
Lurido porco… pensava lei… vuole umiliarmi… davanti a tutti… no, non gli è bastato quello che mi ha fatto, vuole di più…
Marco si spazientì, vedendola immobile. Senza parlare, si avvicinò ad un piccolo espositore, dov’erano sistemate varie cinture. Ne prese una da donna, di pelle, sottile.

Ne arrotolò un capo in una mano e tornò a rivolgersi verso la donna.
“Vuoi che mi spieghi meglio?” chiese serio, mentre camminava lento verso di lei.
Serena lo fissò, incredula, ma ricolma anche di una certezza… sì, non avrebbe esitato a mettere in pratica la minaccia… e, soprattutto, lei avrebbe dovuto subirla senza mare niente.
Marco la teneva in pugno, pensò amaramente, mentre si apprestava ad una nuova umiliazione.

E lui la guardava. Braccia incrociate sul petto, sorvegliava.
“Non hai idea di quanto mi divertirò con te… “ pensò, sogghignando.

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