Naty 2

Natasha passò le settimane successive a curarsi nel fisico e nella mente.
Passò i giorni tra la palestra, la sauna, la piscina, idromassaggio, prendendo il sole,
tutto quello che poteva rilassarla e purificarla dal più brutto periodo della sua vita.
Passò anche il tempo promettendo il paradiso a qualunque essere vivente le passasse
vicino pur di avere un orgasmo. Tutti avrebbero dato qualunque cosa pur di passare solo
5 minuti con lei completamente a disposizione, qualunque cosa ma non la vita.

Ovviamente le era impedito di godere da sola. Era sorvegliata a vista giorno e notte
dalle guardie del padrone. La maggior parte del tempo la costringevano ad indossare una
specie di conchiglia di plastica con 3 fili, una specie di tanga che le teneva ben
isolata la fichetta, non poteva strusciarsi. L’insoddisfazione era tremenda, non poteva
far altro che promettere pompini con ingoio, di impalarsi sopra chiunque. Niente.
Di notte veniva legata con le gambe aperte e le braccia sopra la testa.

Una notte una
mano le slacciò la conchiglia, a Natasha sembrò di sognare, piano piano si svegliò, non
credeva ai suoi sensi, qualcuno la stava masturbando. Inutile dire che al solo pensiero
di essere masturbata si bagnò completamente. “Padrone sei tu?” Nessuna risposta. Doveva
essere lui. Non poteva permettere ad altri di fare quello che stava facendo.
“Padrone, in queste 3 settimane sto impazzendo. Ti prego fammi godere, portami nella tua
stanza delle punizioni, fammi quello che vuoi, ma alla fine fammi godere!”.

Nessuna risposta, continuò molto lentamente per un po’, poi quando sentì il respiro sempre
più affannoso di Natasha, smise di colpo e se ne andò. Quello era il colpo di grazia alla
sua volontà. Quella notte non riuscì più a dormire, pensò a mille modi per far felice il
suo padrone, pensò di suggerirgli come voleva essere torturata, a come si sarebbe
presentata a lui il grande giorno. Passarono ancora alcuni giorni, quando finalmente il
suo fisico si fu ristabilito, il padrone si ripresentò di notte.

La accarezzò ancora tra le cosce dopo averle tolto la conchiglia. Questa volta le parlò.
Quando Natasha lo sentì ebbe un tonfo al cuore, essere masturbata dal padrone era ancora
più piacevole che esserlo da uno sconosciuto. Pensò anche a quello che gli aveva detto la
notte della prima visita e sperò di essere stata abbastanza convincente e sottomessa.
Mentre la masturbava il padrone le disse che era venuto il momento dell’incontro, doveva
presentarsi la sera seguente, con un look “adeguato” alle circostanze.

Come Natasha prevedeva, il padrone giocò con il suo sesso fino a portarla al limite, quello
che la schiavetta non si aspettava però, era il bacio profondo che le diede prima di
lasciarla nella disperazione più totale. Quando staccò le labbra, le infilò le dita in
bocca per ripulirsi del liquido che le ricopriva abbondante. Lei rimase inebetita, col
sapore di miele vaginale che le riempiva la bocca. Passò la notte a pensare all’abbigliamento
ed il giorno a provare vestiti, lingerie di seta, di cuoio, catene, gioielli, maschere.

Nel suo armadio c’era tutto, doveva solo trovare quello che sarebbe piaciuto al suo padrone.
Era ora. Il padrone l’attendeva nella sua stanza. Una guardia l’accompagnò fino alla porta,
l’aprì e poi si ritirò. Era sola, era la serata più importante della sua vita, nella stanza
c’era il suo padrone, ci sarebbe stato del dolore ma unito al piacere poteva essere
sopportato. Ma soprattutto c’era l’orgasmo più desiderato che mai. Natasha si fece forza
ed entrò.

Il padrone era in fondo alla stanza al buio. Una debole luce la illuminava.
Lei avanzò lentamente, un passo dopo l’altro. Il padrone rimase di pietra alla vista della
sua schiava, affascinato dal suo aspetto. Tacchi alti, camminava lentamente con eleganza.
I segni del potere del padrone erano sempre presenti: cavigliere, bracciali e collare
d’acciaio non potevano essere tolti. Sotto alle cavigliere aveva infilato un paio di calze
e indossato reggicalze nere.

Lo slip anch’esso nero era minuscolo, si vedeva che era
perfettamente rasata. Ai fianchi portava una collana di perle chiusa sul davanti, che
proseguiva verso il basso. Il padrone seguendo il filo di perle verso il basso notò che
erano via via più grandi. Le perle andavano ad infilarsi negli slip e si vedeva il
rigonfiamento di alcune di esse. Il padrone a quella vista stava per alzarsi e saltarle
addosso, ma riuscì in qualche modo a trattenersi.

Stava fantasticando sulla dimensione delle
ultime perle che si immaginava infilate nella fichetta e del modo in cui le avrebbe fatte
uscire e rientrare ripetutamente per portare ancora una volta la sua schiavetta alla pazzia.
Poco sopra il grosso seno era costretto in un reggiseno troppo piccolo, i capezzoli spuntavano
fuori a metà e le sottili spalline sembrava potessero cedere da un momento all’altro.
Natasha poi, per dimostrarsi disposta a tutto, aveva già indossato la pallina rossa con
cinghie di cuoio nero che le cingevano i capelli lisci e biondi.

Una mascherina nera faceva
risaltare gli occhi azzurri, ma il tocco di classe che aveva studiato intere notti erano
le braccia legate dietro la schiena. Le teneva dritte, con le spalle all’indietro e le
tette sporgenti. Chi poteva resistere ad una schiava vestita a quel modo, che camminava sui
tacchi a spillo con le braccia legate dietro la schiena, una pallina in bocca e una collana
di perle infilata tra la cosce? Quando lei arrivò al centro della stanza il padrone le ordinò
di fermarsi.

Lei eseguì. Lui accese la luce e quello che Natasha vide la fece impallidire.
Si sentì mancare il terreno sotto i piedi e girare la testa, quasi barcollò, ma cercò
di rimanere impassibile. In piedi accanto alla poltrona su cui era seduto il padrone stava
un’altra donna. “Natasha ti presento mia moglie Michelle”. Michelle questa è la mia nuova
schiava di cui ti ho parlato. Ha detto mia non nostra! Da quella sola parola, quel dettaglio
Natasha capì che doveva obbedire solo a lui, il padrone era lui, quello che avrebbe fatto
e chiesto lei non era da considerare.

Natasha la guardò, non disse niente. Michelle poteva
avere una decina d’anni più di lei, era ancora una splendida donna, fisico ben curato,
mora e un paio di tette grosse come quelle di Natasha ma decisamente finte.
Indossava anche lei tacchi alti, poi calze autoreggenti, minigonna, camicetta scollata.
Michelle si alzò e si avvicinò alla schiava russa. “Mio marito mi ha detto che non riesci
a godere”, disse ridendo. Natasha iniziò subito ad odiarla.

“Allora vi lascio un po’ di tempo
per conoscervi e divertirvi un po’ insieme” disse il padrone alzandosi e dirigendosi verso
l’uscita e chiudendo la porta. Erano sole.
Michelle andò ad aprire l’armadio e ne estrasse alcune corde bianche. Fissò il capo di una
di queste alle manette e passò la corda dentro un anello sospeso. Le braccia di Natasha
iniziarono ad alzarsi lentamente. Natasha dovette piegarsi in avanti per non slogarsi le spalle.

Quando le braccia furono quasi verticali Michelle fissò la corda.
Si posizionò dietro la schiava e fece scivolare gli slip verso il basso lasciandoli a metà coscia.
Appoggiò le mani aperte sulle natiche della schiava, le aprì con i pollici per mettere in mostra
il buchino e la fichetta. Non un pelo, la rasatura era stata perfetta, la pelle perfettamente
liscia. La perla che usciva dalla fichetta era bagnata di miele vaginale.

Michelle iniziò a tirare
verso il basso la perla, lentamente, delicatamente. Natasha sentì che le perle che erano ancora
dentro spingevano sulle pareti per uscire. Ci vollero due interminabili minuti perchè la prima
uscisse. Per le ultime due altri dieci minuti. La francesina ci sapeva fare. La stava facendo
impazzire. Sapeva del suo punto debole. Erano settimane che non godeva, ma doveva resistere a
quelle torture, non doveva implorare per l’orgasmo, lo si poteva fare solo con il padrone.

Il padrone… sicuramente le stava guardando attraverso i sistemi di sicurezza: telecamere e
microfoni erano dappertutto. “Allora troietta russa, non ti va di godere? Non mi implori come
quella notte?” La prima volta era stata masturbata dalla moglie! Natasha fu presa dal panico,
cercò di ricordarsi quello che aveva detto, impossibile dato il suo stato ipereccitato.
“Non ti ricordi più troietta? Mi chiedevi di farti qualsiasi cosa ma di farti godere alla fine.

Adesso è arrivato il momento, ti farò qualsiasi cosa voglia, ma la fine sarà molto lontana, chissà
se vorrai ancora godere”. “Vaffanculo francese del cazzo!” le parole uscirono soffocate dalla
pallina che le riempiva la bocca, ma erano chiaramente riconoscibili. Il calcio al ventre arrivò
forte ed inaspettato. L’aria uscì dai polmoni per lasciarli vuoti e ansimanti. Si sentì una voce
dagli altoparlanti: “Michelle…” detto nel tono in cui si rimprovera una bambina che fa i capricci
gettando a terra la barbie preferita.

Il padrone vegliava su di lei! C’era un limite, non sapeva
quale fosse, ma era una sicurezza in più. Natasha si fece coraggio ed aspettò altri colpi.
Michelle le slacciò la cintura di perle. “Adesso dobbiamo fare qualcosa per la tua schiena ed il
tuo culetto, troietta. La legatura di una troietta è un arte. Non c’è niente di più volgare e
sgraziato di una schiena curva in avanti. ” Prese una cintura di cuoio nero e la strinse alla vita
di Natasha.

Legò i due capi di una cordicella a due anelli d’acciaio inseriti nella cintura sul
davanti, distanti circa una spanna. Passò la cordicella in mezzo alle cosce e alle natiche e
appoggiò la parte ad U sulla schiena. Passò le mani sul percorso della cordicella per assicurarsi
che passasse ai lati delle labbra della fichetta, per poi ricongiungersi all’altezza del buchino
e correre verso la schiena in mezzo al culetto rotondo. Prese un’altra corda corta, la legò al
centro della U della prima e la passò nell’anello del collare.

Iniziò a tirare. Il dolore della
corda in mezzo alle gambe fece inarcare la schiena a Natasha. Michelle tirò di più. Natasha provava
sempre più dolore. Michelle tirò ancora. Il dolore sembrava impossibile. Più di così non poteva
inarcare. La corda tirava sempre di più. I muscoli della schiena stavano per cedere, tra poco li
avrebbe dovuti rilassare ed allora la corda in mezzo alle gambe avrebbe tirato ancora di più.
Natasha aprì bene le gambe e provò un certo sollievo.

Michelle si allontanò. Natasha provò a
rilassare lentamente i muscoli. Il dolore aumentava, ma se si fermava per un po’ il suo corpo si
abituava. Ci volle un po’ ma finalmente trovò un equilibrio tra tensione dei muscoli e tensione
della corda che le parve sopportabile. Michelle la stava osservando, quando vide che la schiavetta
si era sistemata, tornò con una forbice. Nel frattempo si era spogliata. Era rimasta con slip e
reggiseno, calze autoreggenti e tacchi.

Natasha la guardò: un corpo perfetto, l’invidia di quella
donna che poteva scoparsi il padrone in ogni momento le salì da dentro.
Michelle passò davanti a Natasha e si posizionò di fianco. Il freddo metallo provocò dei brividi
e la pelle d’oca a Natasha. La forbice scorreva sulla schiena, poi 3 tagli, il reggiseno cadde a terra.
Ancora due tagli e gli slip liberarono le coscettine affusolate. “Non vogliamo che la frusta sia
impedita dagli slip, vero?” L’avrebbe frustata sulla fichetta! Quanto l’avrebbe frustata?
A tal punto da non poter essere toccata per altre settimane? Come avrebbe fatto a godere?
“Non preoccuparti troietta… ci sono delle schiavette che mi chiamano ancora per essere frustate lì
in mezzo alle gambe, dicono che hanno rinunciato al cazzo dopo il mio trattamento.

Ce ne sono altre invece che hanno implorato di morire… dipende dalla mano di chi frusta sai…?”
“Ma basta parlare ora! Ora sei pronta per una notte di giochini!”.
La barbie Natasha effettivamente era uno spettacolo: indossava solo tacchi alti, calze e reggicalze,
la pallina affondata nella bocca e la mascherina nera. Gli occhi azzurri ed i capelli lisci e biondi
la rendevano ancora più innocente e indifesa. Le corde erano il capolavoro, chiunque vedendo quello
spettacolo sarebbe stato sopraffatto dallo spirito dell’aguzzino.

Anche i più bigotti avrebbero desiderato di frustare quel corpo così invitante, di infilare il proprio
pene o qualche oggetto negli orifizi di Natasha, senza nessuna pietà per un essere umano costretto
in quelle condizioni di sottomissione. Michelle andò ancora una volta verso l’armadio e tornò
con due grosse candele accese. Passò davanti a Natasha. La tecnica di far vedere al condannato
gli strumenti di tortura ed attendere che nella sua mente si risvegliassero gli incubi era vecchia
di millenni, Natasha la conosceva bene, ma aveva sempre un minimo effetto.

I ricordi dei mesi
di tortura le ritornarono subito alla mente, era in bilico tra lo sconforto più totale per la paura
di un nuovo inizio e la consapevolezza che il fondo era già stato toccato: niente poteva farle più male
di quello che aveva già sopportato. In più il padrone vegliava su di lei, non avrebbe lasciato che
Michelle passasse il limite. Michelle si mise si fianco a Natasha, sporse le braccia sopra la schiena
ed attese.

La cera fondeva lentamente. Natasha cercava di non pensare a nulla ma non ci riusciva.
Era come se esistesse solo la pelle della schiena, tutta la sua attenzione era lì.
Esattamente l’opposto di quello che doveva fare!
Michelle ruotò i polsi verso l’interno. Le prime gocce sulla pelle la fecero irrigidire.
Poi ne vennero altre, regolari come il ticchettio di un orologio.
Il dolore aumentava, la frequenza del respiro anche.

Natasha poteva respirare solo con il naso,
dalla bocca usciva solo un filo di saliva che gocciolava a terra formando una piccola pozza.
Natasha non voleva cedere, non voleva gemere né urlare. Per resistere respirava affannosamente e
irrigidiva i muscoli. Quando quasi tutta la schiena ed il culetto furono ricoperti di cera rossa,
Michelle si inginocchiò davanti a Natasha con le due candele in mano. Erano molto più corte ora.
La donna e la ragazza si guardarono negli occhi per qualche istante.

Michelle allungò le braccia
sotto le grosse tette di Natasha. “Ti farò desiderare di non averle mai avute…” Era evidente
l’invidia di Michelle per quel seno prorompente. Lei se le era dovute comprare dal più noto
chirurgo plastico della regione. Il calore delle due fiammelle si diffuse sui capezzoli e sul seno.
Senza distogliere lo sguardo Michelle alzò le braccia. Le due fiammelle si spensero subito.
Un conto erano le gocce che scendevano una ad una, e che avevano un po’ di tempo di raffreddarsi
nel volo, un altro era tutta la cera che riempiva il cratere delle candele e che ora scaricava tutto
il suo calore sui capezzoli.

Gli occhi di Natasha rimasero aperti, fissi su quelli di Michelle,
le palpebre si irrigidirono di odio. L’urlo fu lancinante e continuo. Le candele rimanevano lì
ad attendere che l’urlo finisse. L’urlo non poteva smettere fino a quando il dolore fosse divenuto
sopportabile. Invece terminò per mancanza di aria. Natasha riempì i polmoni più in fretta che poteva
ed il secondo urlo si sextenò. Continuò così per sei o sette volte. Gli sguardi di entrambe sempre
fissi sulla nemica.

Michelle aspettava che l’altra desse qualche segno di cedimento.
Natasha le urlava in faccia tutto l’odio e l’invidia. Dopo un po’ la cera si solidificò e perse
la maggior parte del calore. I capezzoli erano ipersensibili, anche quel poco di calore rimasto
sembrava fuoco vivo. Finalmente Michelle staccò le candele e si alzò. Natasha respirò profondamente
per far rallentare il cuore che batteva all’impazzata e ritornare ad uno stato di semitranquillità.
Michelle estrasse dall’armadio la frusta di cuoio, ancora una volta passò sculettando davanti a Natasha
e si mise dietro di lei.

“Troietta, non ti preoccupare, abbiamo molti centimetri di pelle che sono
ancora intatti…”. Iniziò a frustare le coscettine aperte. All’esterno e all’interno. Quando colpiva
l’interno stava attenta a colpire solo la coscia desiderata, le punte della frusta non dovevano nemmeno
sfiorare l’altra coscia prima di scaricare la loro energia. Natasha sopportava abbastanza bene,
per lei era un momento di pausa, non sentiva altro che dolore ai capezzoli e intorno ad essi.
Quando la pelle delle coscettine e del culo fu trattata a dovere, Michelle si mise di lato e iniziò
a frustare il ventre e le costole di Natasha.

“Mio Dio, speriamo che non vada sulle tette!!!”.
Speranza inutile, era solo questione di tempo, il tempo che ci voleva per arrossare per bene il ventre
e la pelle che ricopriva le costole. Poi passò alle tette, non risparmiando i capezzoli.
Natasha iniziò a gridare ad ogni frustata. Non durò molto, Michelle era molto eccitata, voleva godere
e giudicò di aver fatto un bel lavoro su quella troietta. Spostò un tavolo davanti a Natasha,
vi si sdraiò sopra, scostò lo slip neri di lato e si infilò il manico della frusta.

Il manico entrò fino in fondo senza sforzo né dolore, la vagina di Michelle era dilatata al massimo.
Natasha pensò che non le aveva frustato la passera, quell’idea la rese la ragazza più felice del mondo:
poteva arrivare il padrone e scoparla fino all’orgasmo!
Michelle iniziò a muovere il manico della frusta dentro il proprio ventre. Era in cuoio nero e luccicava
del liquido che abbondantemente usciva dalla fessura. Anche Natasha era completamente bagnata, chiuse
le gambe per strusciarsi, incurante del dolore della corda che sembrava tagliarla in due.

Michelle slacciò le cinghiette di cuoio e tolse la pallina a Natasha, le lasciò la mascherina nera,
la trovava estremamente elegante e sensuale. Voleva essere leccata mentre si penetrava con la frusta
ma non lo chiese. Il piacere di Natasha cresceva sempre di più. Nella sua mente iniziarono a formarsi
strani pensieri: vedeva il padrone e Michelle a letto insieme e lei in ginocchio pronta a ripulirli
dello sperma e del miele alla fine del loro rapporto.

Poi si vedeva legata nel loro letto con i due
che le facevano subire i supplizi più eccitanti. Un amore per il padrone e perfino per Michelle
si impadronì di lei. Non se ne accorse nemmeno ma prese a leccare il clitoride di Michelle.
Non ci volle molto perchè la francesina raggiungesse un lungo orgasmo. Si era eccitata per due ore
nell’infliggere punizioni alla schiava di suo marito. Natasha si risvegliò dal sogno e si ritrovò con
la bocca ed il naso affondati tra le cosce della sua nemica.

Aveva la faccia bagnata, l’odore di sesso
la inebriava. Non si pentì di aver fatto godere la sua nemica, anzi l’amore per lei le era rimasto dentro.
Il suo orgasmo però non era ancora arrivato. Durante le due ore aveva avuto dei momenti di profonda
eccitazione, ma anche momenti nei quali l’eccitazione era stata spazzata via dal dolore.
Non poteva far altro che continuare a strusciare le cosce una con l’altra.
Michelle sembrava disinteressarsi al suo tentativo di godere, stava sdraiata sul tavolo con le cosce aperte,
la frusta ancora infilata fino in fondo e le braccia distese sopra la testa.

L’orgasmo stava arrivando, stava avendo il sopravvento sul dolore delle corde infilate ormai tra le labbra.
Improvvisamente due mani forti le afferrarono le caviglie e le allontanarono una dall’altra.
E con esse si allontanò anche l’orgasmo.
Precedente.

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