LA PRIMA VOLTA

La solita e noiosa gita della domenica in gommone stava finalmente volgendo al termine.
Bruciata dal sole, irritata dal sale, idratata, per fortuna, da numerosi bicchieri, che aiutavano a digerire la situazione.
Corpo e cervello erano bramosi di fresco e ombra, che, soli, avrebbero potuto placare il mio stato di confusa eccitazione da caldo, alcool, continue ricercate sollecitazioni alle parti intime, sguardi indiscreti.
Non vedevo l’ora di tornare a casa.
Si, volevo sperimentare al più presto, per la prima volta, l’ultimo arrivo della mia collezione di dildo.

Il viscido marito della mia amica, come ogni domenica, mi fissava continuamente con occhio spermatico.
Non capisco il perché, ma, mi veniva sempre naturale, forse per non smentirmi, punirlo con ciò che meritava.
Mi tuffai verso di lui con il fiocchetto del costumino volutamente allentato, in modo da perderlo del tutto.
Da bravo gentiluomo si offrì di recuperarlo, ma io feci in modo da arrivare per prima aprendo le gambe e strofinando su di lui l’oggetto del suo segreto desiderio, completamente liscia e rasata.

Sentii chiaramente la sua imbarazzante erezione sul mio corpo, ma, non so per quale contorto meccanismo mentale, non mi sentii a disagio seppure il tutto accadesse innanzi agli occhi di sua moglie, mia migliore amica.
Poi, risalendo la scaletta, gliela misi quasi in faccia.
Ero felice, soddisfatta, sapevo benissimo perché non fosse risalito dietro di me preferendo rimanere in acqua.
Poi, finalmente, rotta verso casa.
L’onda era lunga e mi sedetti in modo da sentire dentro di me il più possibile tutti i contraccolpi della planata.

Sembrava fatta, il mio dildo distava pochi minuti, quando lei disse al viscido di puntare al ristorante della baia, perché aveva appena ricevuto conferma della nostra prenotazione, di cui, sinceramente, c’eravamo dimenticati.
Che palle. Mi vedevo già contorta dal piacere, impalata. Già, proprio la parola giusta. Sapevo che questa volta lavista era stato più lunga delle mie “possibilità”.
Trentadue centimetri, sette di diametro, a dir poco abominevole o, per meglio dire, preoccupante, ma in quel periodo ero così, volevo sfidare me stessa impalandomi su un cazzo enorme.

Chissà, così, magari, avrei finalmente raggiunto l’orgasmo
Il tramonto era al volgere.
Scesi io a terra per ormeggiare il gommone alla banchina, che dista un paio di metri dai tavoli del ristorante. Era quindi d’obbligo assumere la mia posizione naturale ovvero a novanta e, per dare un tocco personale di sfacciato erotismo, scodinzolai e sculettai lentamente, a lungo, così che il succinto “costume”, se così si può definire, che indossavo, scomparve tra le mie labbra calde e rigonfie.

Il mio culo è rinomato, sulla bocca di tutti.
La natura mi ha dotata di un’arma devastante a forma di cuore, rotonda, perfetta, posta tra due fossette e uno stacco imperioso a novanta centimetri.
Ormai mi ero fatta una ragione del perché tutti mi guardassero dal basso verso l’alto.
Come ironia della sorte vuole, seppure mi piovessero addosso cazzi da ogni dove, proprio quel giorno, che ne avevo una voglia incredibile, non ve n’era l’ombra.

Al primo fuggitivo colpo d’occhio, che avevo dato ancor prima di attraccare, mi sembrò che l’età media della clientela si aggirasse sui settanta, il che mi lasciava desumere che ci fosse ben poco di duro.
Mi girai, comunque soddisfatta, almeno parzialmente, nella mia intima e femminile esigenza di esibizionismo, cercando di scrutare le reazioni di coloro cui avevo donato eccitazione e fantasie … su di me.
Mi diressi verso la doccia, sculettando, chiedendomi se, prima o poi, sarebbe giunto il momento in cui avrei incontrato il mio cazzo, quello creato per me … e sentii chiamare il mio nome.

Sentii quella voce, inconfondibile, che mi avvolge e incanta, quella voce, che sentivo in sogno da dieci anni, la voce dell’unico uomo che ho mai sognato, l’unico uomo che ho sempre voluto, l’unico uomo che considero tale, mio pari, i suoi passi si avvicinano, mi giro, sento un pugno allo stomaco, pulsazioni vaginali mi pervadono, la gola diventa arsa.
È, lui, proprio lui, Nicola.
La mia mente si vuota, sono muta, incapace di esprimermi, lui mi viene incontro, lo guardo, abbronzato, alto, spalle larghe, boxer da mare, camicia bianca in lino sbottonata, piccole gocce di sudore, come gioielli, esaltano immobili la linea di una muscolatura possente e, dal petto abbronzato, s’intravede un ciuffo di peli in cui vorrei affondare la mia lingua.

Da lui promana un’incontenibile, virile e selvaggia energia sessuale.
Mi sento goffa, adolescente, a disagio al pensiero di ciò che possa pensare per la troiaggine con cui mi ero appena presentata nel porticciolo, maledetta me e i miei giochini sociologici.
Mi sorride e mi fissa da vicino negli occhi, facendomi perdere il lume della ragione, sento solo il suo odore, buono, che aveva già ai tempi della scuola, non è profumo, è il suo unico e inconfondibile odore, che ancor oggi, dirompente, mi penetra lo stomaco facendomi ribollire il sangue, fino a farlo pulsare tanto da farmi esplodere … ovunque.

Mi fissa, a quel punto devo decidere: compagna di banco o donna? Come mi vede? Cosa pensa? Cosa vuole?
Io lo so benissimo: l’avrei portato alle docce con me.
Probabilmente ero l’unica in tutta la scuola che non si era scopato o, per meglio dire, che non gliel’aveva data.
Grossissimo errore, che mi portavo dietro come un macigno da una vita.
Lui era l’unico, cui mi sarei sottomessa godendo nell’esaudire e soddisfare ogni suo volere.

Non bastando il disagio, che già provavo, sentivo che lei, fuori controllo, gonfia, perdeva succo, copiosamente.
Lui, quasi mi conoscesse come nessun’altro, conscio di ciò provavo, mi abbracciò e baciò.
“Giri sempre in questi stati?” disse spostando il mio tanga con le dita della mano destra, per coprirla.
Che figura di merda… ulteriore … e sempre con lui … volevo sparire.
È chiaro che anche questa volta non avrei preso io l’iniziativa.

Che stronzo. Mi tratta ancora come una bambina.
Non bastando mi annichilisce: “Stai andando a fare una doccia fredda?”.
Muta.
“Sei sempre uguale”.
A quel punto, esattamente come in passato: “Anche tu, solita testa di cazzo. Mai un cenno di gentilezza per me”.
“Ti ricordo che l’ultima volta, che te l’ho dato, mi hai spaccato una bottiglia di vetro di San Pellegrino in testa. Scusa, sai, se provo qualche piccola remora”.

Inizio a ridere.
È geniale nel rompere il ghiaccio.
Può fare di me quello che vuole con la mente, ma sono cresciuta ormai, forse, spero.
“Guarda che quella volta non stavi provando a darmi un cenno di gentilezza, ma cazzo” replico ripercorrendo con la mente quell’indimenticabile episodio.
Sento che è il momento di giocarmi la mia unica cartuccia. So, dentro di me, che le poche e concise parole, che ha pronunciato, erano finalizzate a chiudermi in quest’angolo del ring.

Lo sento e ne sono certa. Sopraffatta e incredula di come abbia compreso in pochi attimi la situazione. Mi assale un dubbio: e se sbagliassi? E se adesso pronunciassi le parole, che io credo che lui voglia sentire e facessi l’ennesima gaffe?
Mi fissa. Mi rapisce con i suoi occhi. Mi controlla. Mi sciolgo. Sono sconvolta, ma certa di non sbagliare.
“Qui, comunque, non ci sono bottiglie di vetro” bisbiglio tremando.
Non dice nulla.

Sorride. Mi bacia. Quasi svengo. Mi prende per mano e c’incamminiamo verso la parte del molo rivolta al mare aperto.
Si vuole vendicare della bottigliata? Sono tanto, tanto confusa, riesco a pensare fin questo. No, sono certa, mi vuole scopare.
Non sono in me. Accidenti! Come me la giocherò? Sarò all’altezza?
Sicuramente, maldestra come sono, cadrò dagli scogli o inciamperò finendo in acqua.
Arriviamo in punta al molo, mi abbraccia facendomi perdere il fiato, mi bacia sulla bocca, sul viso e sul collo.

Non so come, sono completamente nuda.
C’è già la luna piena, l’atmosfera e lo scenario accrescono la mia eccitazione.
Per la prima volta nella mia vita sono davvero eccitata.
Come fa?
Quale cazzo di potere ha quest’uomo su di me?
Non perdo mai la testa, ho sempre il controllo.
Il sesso è mera attività fisica anche se più divertente e liberatoria, l’ho sempre visto come un bel gioco.

Ma lui, lui mi stravolge.
Guida i miei sensi e i miei desideri, s’impadronisce della mia mente, sembra che conosca i miei pensieri.
Sono fottuta! Merda! Lo sapevo! È per questo, che l’ho negato a me stessa?
E’ sempre stato lui, solo lui in me, tra tutti gli uomini. Cercavo sempre e solo lui. Probabilmente, vuole la mia mente e il mio corpo. Non può immaginare che anche il mio cuore, dopo pochi minuti, sia già suo.

Questa volta non mi rialzerò, lo sento.
L’unica ancora di salvezza, penso, è che sia minus dotato.
Un cazzo piccolo e moscio raffredda ogni ardore anche quello del cuore … seppur ben difficilmente in questa situazione.
Le mani si mossero con naturalezza attorno alla sua schiena statuaria.
Con i polpastrelli seguii delicatamente le linee dei suoi muscoli, giù, fino al bacino, stretto, perfetto.
Ardevo. Ogni vibrazione del suo corpo le portava, avide, sempre più verso il basso, verso quello che volevo conoscere ….

a fondo … il suo cazzo.
Tutti i pensieri erano svaniti, brutalmente schiacciati dai sensi, che, ormai, soli, guidavano il mio corpo.
Lui me la toccava sapientemente fin quasi a farla esplodere.
Afferrai il suo culo, marmoreo, e lo tirai verso di me, per sentirlo contro il mio ventre … e, così, appena sentii la sua erezione l’ultima speranza svanì.
Quando lo sentii pulsare e premere su di me la bocca si bagnò diventando avida di uno sconosciuto piacere, che solo il suo cazzo poteva placare.

M’inginocchiai come una geisha, lo tirai fuori dal costume.
Ero ipnotizzata.
Con le mani poggiate sulle cosce sentii naturale avvicinargli le labbra, baciando la cappella come fosse la sua bocca.
Lo sentivo crescere e crescere sempre più duro e sempre più grosso e più cresceva, più lo spingevo in fondo alla gola.
Gocciolavo copiosamente, miagolavo, gemevo, lo volevo tutto.
Per la prima volta, godevo nel dare piacere con la bocca.

Non era un banale pompino.
Lo stavo amando con tutta me stessa, trasmettendogli il mio amore, la mia passione, la mia eccitazione, la mia devozione.
Lui disse: “Ti ho sempre voluta”.
Mi fece alzare in piedi, mi prese in braccio, mi poggiò con il culo su uno scoglio e con una naturalezza sconcertante mi penetrò, lentamente, in profondità, come mai avevo concesso.
Sapeva che ero bagnata, aperta, sua, per lui.

Sollecitava parti sconosciute del mio corpo.
Mi stringeva verso di sé, baciandomi, guardandomi negli occhi, come se volesse penetrarmi con tutto il corpo. Fermo, mentre io lo tiravo a me arcuando la schiena per accoglierlo e tenerlo stretto lì, il più possibile, tutto, in apnea, con gli occhi girati, quasi svenuta tra le sue braccia.
Non era solo il suo cazzo a darmi quell’incontrollabile piacere. Non avevo più ossigeno al cervello, godevo in continuazione, sì da non capire se provai tanti orgasmi o solo uno, lunghissimo.

Era l’estasi, qualcosa che domina mente, corpo e sensi, sensazione primordiale, selvaggia, istintiva, violenta, unica … finalmente.
Non so quanto rimanemmo in quella posizione. Sembrava che i nostri copri fossero stati creati per unirsi. Si completavano l’un l’altro perfettamente. Mi sentivo e volevo essere e sentirmi il fodero del suo cazzo, che mi riempiva in profondità, in ogni centimetro recondito e sconosciuto.
Credo di aver gridato, ululato, latrato, anzi, ne sono certa.

Capii che anche il suo momento stava arrivando, mi tolse dall’appoggio dato dallo scoglio e, letteralmente, m’impalò su di lui. Lo abbracciai più forte che potevo.
Mi sembrava incredibile la forza dirompente con cui il suo orgasmo s’impadronì del suo controllo.
I suoi muscoli si tesero a tal punto da fargli inarcare la schiena, sì che la gravità poté esercitare appieno la sua forza verso il basso quasi lacerandomi.
L’a****lesco, ma dolce, bellissimo, virile orgasmo lo fece quasi spezzare in due, ricontraendosi ancora diverse volte verso di me, penetrandomi dolorosamente con gli ultimi incontrollabili e impetuosi colpi.

Affondò il viso sul mio collo baciandolo in maniera compulsiva, risalendo alla ricerca delle mie labbra, che stavano baciando la sua fronte, i suoi occhi.
Prese il mio viso tra le mani e, guardandomi negli occhi, mi baciò con passione.
Mi fece poggiare i piedi a terra e mi resi conto che non mi reggevo sulle gambe.
Mi girava la testa, mi sentivo quasi svenire, la vista era offushita.
Dov’ero? Cosa era successo? Mi aggrappai a lui e compresi di non essermi mai sentita così bene.

Ci baciammo ancora a lungo.
Ripercorremmo a ritroso il pontile verso il ristorante, tenendoci per mano, in silenzio, consci di essere stati uniti e comandati da qualcosa d’incontrollabile, primordiale, soprannaturale.
Fummo accolti da un applauso e fu subito chiaro che, complice la luna piena, il nostro primo rapporto non fu propriamente solo “nostro”.
Ma, questa volta, non mi sentii per niente troia.

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