Tu sei una donna

Mettiti dietro di me. Sì, lo so che abbiamo cominciato appena adesso, che anche a te piace sentirmi dietro di te. Ma cambiamo posizione. Adesso tu a me. Fallo tu a me. Stai dietro di me, così, da bravo. Fammi sentire. Fammelo sentire, così.
L’ho visto fare in quel giornaletto porno con cui vi siete toccati tutti, a turno, l’altro giorno, passandovelo e ognuno di voi maneggiandolo con mani oscenamente sudice. La femmina sta davanti, lo prende da dietro, lui le tocca pure le tette, esattamente come stai facendo adesso tu con me.

Tirami su la maglia, infila le mani sotto. Acci, come le hai fredde. Va bene, non ti preoccupare, l’importante è che mi palpi per bene. Senti la mia carne calda, le mie forme rotonde, i capezzoli appuntiti? Non mi desideri da ieri, lo so bene, così come so che ti piace, ti piaccio.
Vorresti calarmi i pantaloni? No, non correre. Non esagerare. Queste cose si fanno pian pianino. Piuttosto, limonami un po’. Lo sai che mi piace.

Sai tutto di me, sai tutto da sempre, lo sai da quando mi vedesti all’inizio del primo anno di questo dannato collegio, tu ormai fatto uomo, io che invece non cambiavo, non cambiavo mai.
Niente, sai tutto di me ed è inutile tornarci su, sai come manovrarmi, manipolarmi, farmi sciogliere. Le tue carezze conoscono ogni dislivello del mio corpo e della mia anima, provocano sconquassi e smottamenti della volontà, frane inarrestabili, slavine di desiderio, disfatte clamorose di ogni forma di resistenza e di repressione degli istinti più bassi ma anche più semplici e naturali.

Resta dietro di me, ma non mi spogliare più di così, sì, toccami dove vuoi ma non mi togliere i pantaloni, ti basti avermi tirato via il maglioncino bianco e avere perlustrato la terra di nessuno della parte superiore del mio corpo, terra di nessuno perché mai un altro ci aveva messo le mani come stai facendo tu e lo vedo, lo sento dall’intensità del tocco sui capezzoli, lo capisco da come li sviti e li riavviti, li fai indurire e li torturi con i tuoi dolci pizzichi, si vede lontano mille miglia che ti piace, che ti piaccio, anche se non mi baci, ma ti limiti ad ansimarmi sul collo, a un’incollatura – in tutti i sensi – dal lobo del mio orecchio sinistro, ti affacci con la tua guancia inasprita dalla lanugine della barba su un triangolo indefinito del mio viso, compreso fra mandibola zigomo e mento morbidi e glabri, ti muovi avanti e indietro, esattamente come se lo stessimo facendo e ti sento, ti sento laggiù, nel punto giusto, mi scopi senza spogliarmi, mi inculi senza togliermi jeans e mutandine e sapessi che mutandine indosso, un tanga nero da vera troia e ho pure le autoreggenti nere ed è anche per questo che non voglio che tu mi tolga i pantaloni, un po’ mi vergogno, perché ho anche le unghie dei piedi smaltate e anche di questo un tantino mi intrippo, non mi piace farmi vedere così, anche se sei tu, mi nascondo da sempre e lo so, lo so che il rimmel si vede e la matita a disegnare le labbra col lucido pure, ma se proprio la vuoi sapere tutta mi depilo, le mie gambe sono lisce come la pelle di un neonato, non ho peli nemmeno lì e pure di dietro, sì, me li sono fatti togliere pure lì e siccome alle donne non osavo chiederlo, per trovare un estetista uomo non omosessuale, disposto a farmi questo lavoro, ho dovuto faticare sette camicie e pagare un occhio della testa.

Resta dietro di me, rassicurami cingendomi teneramente, dimmi che non sei gay, che non è per questo che vieni con me, non mi baci anche se da quando sei dietro di me ti cerco con la mia bocca e tu non mi restituisci la tua, non insistere per spogliarmi, ti prego, aspetta, aspetta, resettiamoci, aspetta, slacciamoci un attimo, aspetta che mi giro e mamma, quanto sei bello, mamma quanto sei rosso e infoiato e mamma quanto lo hai grosso, lo sento sotto i jeans, è duro come l’acciaio e aspetta, lo stai tirando fuori troppo in fretta, aspetta, aspetta!
(Cazzo, nudo fa proprio un bell’effetto, è un’altra cosa, sta su che è un piacere, okay amore mio, okay, tienilo pure lì, perché mi spingi in giù?)
Aspetta un attimo, corri troppo.

Lo capisco, che aspetti da troppo tempo. Lo capisco.
Lo so, parlo troppo, ma non è modo di mettermi a tacere, quello di infilarmelo in bocca e non vorrei farti male, non ho mai fatto un pompino, ti ricordi quel silenzio che scese fra di noi quando abbiamo sfogliato quel giornaletto insieme, che c’era quella in ginocchio che faceva lo stesso lavoro che io sto facendo adesso a te? Ti ricordi l’imbarazzo di eccitarci insieme, di sentircelo venire duro contemporaneamente, di respirare ansimando all’unisono, l’accelerazione del battito che mi provocò la tua mano che sfiorava la mia – e lo so che era solo per girare pagina, però ammetti che un po’ di malizia ce la mettesti – ma bastò quel tocco per incrinare le mie certezze, anni di resistenza passiva disciolti dalla reazione chimica provocata dai tuoi polpastrelli freddi, che somigliavano a quelli di quel tizio fortunato, che affondava le proprie dita nei capelli della bocchinara inginocchiata, così come adesso sto in ginocchio anche io, a tenere la tua cappella tra palato e gola, come avevo visto fare a quella troia, che poi – lo scoprimmo dopo un paio di pagine, girate sempre col tocco delizioso delle tue dita che si sovrapponevano alle mie – non era una puttana ma un puttano, una trans stupenda con un pisellino piccolo così, al punto che con la tua dannata sfrontatezza mi dicesti “guarda, potresti essere tu” e io finsi di avere capito che mi paragonassi a lui e non a lei e risposi un virile “non mi piace farmelo succhiare da un maschio”, fornendoti un assist grande così, “lo so che ti piace succhiare e non farti succhiare, anche perché tu lo hai piccolino come lei”, che io quasi ci restai male, ci restai male perché non riuscii a controbattere nulla, avevi colto nel segno.

Adesso me lo tieni fra le labbra spalancate, mi guidi il movimento, mi insegni a ruotare lievemente le mani lungo l’asta e mi scopi delicatamente la bocca, spingendolo solo ogni tanto più in dentro, quando mi tocchi le tonsille e senti il colpetto di tosse fai retromarcia, mi riempi di complimenti e insulti, “brava, stupenda puttanella, professionista del bocchino, porcellina magnifica”.
Ora lo so, lo capisco: devi venire, sono orgogliosa del tuo apprezzamento e del coronamento dei miei sforzi, ma mi sorprendi.

– Aspetta, amore.
Mi fermi, ti schiacci la punta e il dorso del glande, dev’essere un’operazione dolorosissima, ma fermi l’eiaculazione ormai incipiente. Mi prendi sotto le ascelle, mi fai rimettere in piedi, mi fai girare in modo da darti di nuovo le spalle.
– Non ti penetro, ma voglio venirti fra le chiappe.
Osservi la mia delusione, non so se ci resto male per la tua insistenza nel farmi denudare di sotto o per quelle parole, “non ti penetro”, ma obbedisco docile e sbottono il jeans, tiro giù la lampo e con un paio di movimenti sinuosi, quasi due passi di danza da troietta in calore, faccio scivolare verso il basso i pantaloni stretti e attillati che indosso, che danno una perfetta rotondità al mio sedere.

Ecco il tanga, ecco le autoreggenti, i calzoni arrivano fino alla caviglia, mi lasciano scoperte due gambe da fare invidia alle gemelle Kessler.
Tu sei in un ammirato e adorante silenzio totale, mi sfili le Hogan unisex, dopo avermele slacciate e mi tiri via, non senza fatica, i pantaloni e – sarà perché mi hai tolto le scarpe – ora mi sento vestita solo del tuo sguardo, come se i tuoi occhi mi disegnassero addosso un abito stupendo tipo quello di Cenerentola quando va al ballo col Principe e poi perde la scarpina di vetro, io non sarò mai la tua Principessa ma piego il busto in avanti e sento che con le dita fredde scosti il filo del tanga e mi allarghi le chiappe, me lo spingi dentro ma per venire hai bisogno di altro movimento, devo sculettare un po’ e me lo ritrovo a pressare, durissimo e grosso, sul buchino depilato, mi fai male, mi scappa un “ahi!” che per te è come un invito a nozze, sento che mi infili qualcosa di umido, sono le dita che ti sei succhiato e poi mi hai infilato in bocca e ora le usi per lubrificarmi, poi mi prendi per i fianchi e spingi, strappandomi un altro ahi, e poi un altro e un altro e un altro ancora, fino a quando non riesci a stantuffarmi per qualche centimetro, facendomi piegare verso il basso e divaricandomi le cosce piantate per terra, facendomi irrigidire i muscoli delle gambe e ammorbidire quelli anali, lo sfintere violato cede, stai entrando dentro di me, spingi in maniera decisa, mi strappi un urlo di dolore e piacere, perché le contrazioni anali stanno agendo in un effetto domino anche sul mio uccellino, sento i tuoi colpi secchi e decisi, adesso sei tutto dentro fino alle palle pelose, sento che mi solleticano la parte inferiore del popò, “vengo amore mio, vengo”, dici con grande trasporto, “cazzo, anche io”, e mi piego di più e mentre sento le tue dita fredde tendersi e contrarsi nell’orgasmo sulle mie tette spremute e sui capezzoli strizzati, mentre sento qualcosa di caldo, molto caldo che mi riempie le viscere, mugolo anche io di piacere, come una cagna in calore, come una perfetta troietta, perché sono venuta anche io, senza nemmeno toccarmi.

Mettiti qua, amore mio. Ora che ci siamo lavati rivestiamoci. Non è successo niente, anche se sotto la doccia (dannato insaziabile!) volevi ricominciare. Lasciamo stare tutto, ho rimesso le Hogan e i jeans, sono tornata a nascondere le autoreggenti, le unghie dei piedi con lo smalto, il tanga da porca ho dovuto toglierlo, era tutto sporco del tuo seme e l’ho sostituito con un paio di normali mutandine da donna, che tu hai preso dal cassetto di tua sorella, perché non hai voluto prestarmi un tuo slip da uomo, nel salutarmi con una carezza mi hai detto che non sarebbe stato giusto, “tu sei donna, e questo è meraviglioso”.

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