Ossession. Cap. II

Il punto di vista di M.

R è l’uomo che amo, è l’uomo che ho sposato, è l’uomo che mi sa sentire donna, femmina, dea. Io, ragazza siciliana trasferitasi a Milano per studiare, avevo trovato in R il mio porto sicuro. E’ sempre riuscito a farmi credere in me stessa, a farmi sentire la donna più bella del mondo. Amo R, dio quanto lo amo.

Il cazzo di R.

Stringere le mie dita lunghe e sottili attorno al suo cazzo mi fa sentire viva, mi fa sentire forte.

E’ un membro lungo almeno 20 centimetri, ma la sua vera forza è la larghezza. Il pene di R mi riempie, mi fa sentire piena, piena. La sua cappella è succosa, adoro succhiarla, tenerla in bocca, bagnarla con la mia saliva che lascio colare dalle mie labbra. R sborra abbondantemente, fiotti di seme caldo che gli lascio riversare sul mio seno, nella mia bocca, sul mio viso.
Amo R, dio quanto lo amo.

E’ alto R, alto, con un fisico snello ma perfettamente definito. Non fa palestra, quel genere di luoghi lo disgustano, ma fa molto esercizio a casa. Da un paio d’anni, R ha iniziato ad avere i capelli e la barba spruzzati di grigio. Le ragazzine lo guardano quando passa per strada, io me ne accorgo sempre, così come mi accorgo che il suo sguardo corre sempre su di me, ogni volta che qualcuna gli posa gli occhi addosso.

Vorrebbe farsele, lo so, Ma R mi ama. Ama la sua M.
E io lo amo, dio se lo amo.

Ossessione.

Ibiza.
Da almeno due anni, convinco R ad andare in vacanza a Ibiza. Adoro ballare fino a tarda notte insieme a R. Adoro essere immersa nella folla danzante, adoro bere e fumare erba insieme a lui. Sento i miei piedi staccarsi da terra, lascio che i miei lunghi capelli ricci e bruni danzino con me al ritmo forsennato della musica elettronica.

Ho 29 anni e sono sposata con R da quattro anni.
So bene che la discoteca non è la sua più grande passione, ma R mi ama e farebbe qualsiasi cosa pur di rendermi felice. La mia felicità è la sua felicità.
Per questo lo amo, dio se lo amo.
Certe volte, il mio fisico riesce a incantare lo sguardo di qualche uomo, di qualche giovane e persino di qualche uomo più maturo.

R non balla spesso con me. Di solito lui prende da bere al bancone, poggiandosi poi da qualche parte, restando li, sorridendomi e guardandomi sextenare. Il suo sguardo è la mia protezione. R non è mai invadente, mi lascia tutto lo spazio che voglio. Così, ogni tanto, lascio che le mani degli uomini che mi ballano vicino si posino sul mio culo. R non se ne accorge, lui è costantemente rapito dai miei occhi azzurri.

Quando sento il loro tocco, arretro, spingendo appena il sedere contro il loro basso ventre. Li sento crescere nelle loro erezioni, muovendo il bacino in piccoli cerchi. Poi scoppio a ridere, correndo tra le braccia di R.
Lo bacio. Lo stringo.
Lo amo.

Carlo.

Quel giorno eravamo nella spiaggia di Cala Comta, una spiaggia bellissima, con un mare cristallino.
“Ha lo stesso colore dei tuoi occhi. ” mi aveva detto R, sorridendomi.

La spiaggia era veramente affollata, tranne per alcuni metri davanti al nostro ombrellone. Quando arrivarono quelle quattro persone alla ricerca di un posto, ero certa che R avrebbe fatto loro spazio. Amava questo genere di cose, questo genere di azioni gentili.
“Se volete mettervi qui, non ci date alcun disturbo” disse, facendo spazio a quella famiglia composta da quattro persone: padre, madre e due figlie. Poco dopo scoprimmo che avevano entrambe 18 anni.

Due ragazze molto carine. Una delle due, Chiara, iniziò subito a lanciare delle occhiate a R, ma lui era intento a parlare con loro padre, Carlo, un uomo dal discreto aspetto, circa sulla cinquantina, con una pancia gonfiata dalla birra. Aveva delle mani enormi, lo avevo notato subito, così come avevo notato le occhiate che lanciava verso di me. Stavo prendendo il sole in topless, seduta sulla mia sedia pieghevole, con i capelli raccolti in una lunga treccia bruna.

Al suo terzo sguardo, gli sorrisi, fissandolo, per metterlo a disagio. E lui arrossì, distogliendo subito lo sguardo.
Chiara, con mio grande stupore, chiese di mettersi in topless. E il padre, Carlo, le diede il permesso, nonostante le proteste dell’altra sorella. Solo in quel momento mi accorsi che erano gemelle. Chiara aveva un seno davvero invitante, rotondo, con dei piccoli capezzoli chiari. La osservai a lungo, notando subito come con lo sguardo cercasse R, il quale però si era girato pancia in giù, dandole la schiena.

Per evitare di guardarla, ne ero certa. Lo vidi addormentarsi, perdendosi nei suoi sogni.
Fu in quel momento che lui mi parlò.
“Signora, il bar è molto caro?” mi domandò Carlo, mentre la moglie era andata in acqua con le due figlie.
“No, per nulla. Ha dei prezzi economici, ma vi è moltissima fila. ” risposi, sorridendo “Deve prendere qualcosa?” gli chiesi, più per cortesia che per interesse.
“Volevo prendere una birra, quelle tre staranno in acqua almeno un’ora, conoscendole e io al sole non ci so stare troppo a lungo.

” rise, cercando il portafogli. “Vuole che le porti qualcosa?”. mi chiese, guardandomi.
Guardai R, il quale dormiva profondamente. In effetti, avevo sete e quel libro che stavo leggendo non era niente di che. Inoltre, mi divertiva l’idea di poter mettere un po’ a disagio un uomo che si era solo offerto di portarmi qualcosa. Sarebbe stato un po’ come farsi toccare il culo in discoteca. Risi, cercando il pezzo sopra del mio costume.

“Se non le dispiace, Carlo, verrei anche io a prendere qualcosa da bere. ” Sorrisi, allacciandomi il costume. Era di colore bianco, senza spalline. Il mio seno sembrava volare.
Balbettò qualcosa, abbassando lo sguardo. “No, anzi!” quindi si avviò, con me dietro. Quelle mani erano davvero enormi.
Arrivammo al bar e, effettivamente, vi era molta coda. Gli passai davanti, condendo il tutto con un cristallino sorriso, in modo che si trovasse il mio culo, incorniciato in quella brasiliana bianca a portata di mano.

Guardare ma non toccare, pensai, ridendo dentro di me.
“Allora Carlo, siete arrivati da quanti giorni?” gli chiesi, voltandomi di tre quarti.
Lui mi stava guardando il culo, quindi arrossì, sollevando lo sguardo. “Da tre giorni” rispose. Quindi fui io ad abbassare lo sguardo, accorgendomi subito della mostruosa erezione che il suo costume a pantaloncino mal celava. Ora, R ha un cazzo di almeno 20 centimetri, ma mai nella mia vita avevo visto nulla di simile.

Dovevano essere almeno 25 centimetri di cazzo. Mi sentii a disagio, quindi mi voltai. Non ero più così divertita dalla cosa. Venne il mio turno, quindi ordinai una coca cola e scappai al primo tavolo libero. Dovevo sganciarmi da quella stupida situazione il prima possibile, ma Carlo arrivò con la sua birra, sedendosi.
“Tutto bene?” mi chiese.
“Sì” risposi, bevendo subito un sorso di coca cola. “E’ solo che oggi fa davvero molto caldo.

” Bevvi ancora, ma quella vista mi aveva acceso un fuoco dentro. la sentivo schiudersi, maledizione. “Ho bisogno del bagno, mi aspetteresti un momento?” gli chiesi, alzandomi e senza aspettare la risposta. Corsi via, cercando la toilette, la quale era subito fuori il bar. Entrai nel bagno delle donne, il quale aveva la zona lavandino in comune con quello degli uomini. Mi sedetti, senza toccare il bordo del water, facendo pipì. Quindi sentii la porta del bagno aprirsi.

Restai in silenzio, col solo rumore della mia pipì di sottofondo. La porta del mio bagno era chiusa, ma dal taglio inferiore riuscivo a vedere i piedi della persona che si stava lavando le mani. Mi pulii con un fazzoletto che avevo con me, quindi tirai l’acqua. Inspirai profondamente, ora più rilassata. Quindi aprii la porta.

Il cazzo di Carlo.

Carlo era li, fuori dal mio bagno, poggiato col culo al lavandino.

Aveva abbassato il costume, in modo che io potessi trovarmi di fronte il suo cazzo, enorme, duro, con quelle vene che pulsavano sangue. Non dissi nulla, arretrando di un passo. Mi sarei voluta inginocchiare, succhiandogli fuori anche l’anima. Poi corsi via.
Arrivai alla spiaggia, mi buttai sul mio asciugamano e feci finta di dormire. Non dissi più nulla fino quando non ce ne andammo. R guidò veloce e gli chiesi di rallentare. Mi girava la testa.

Arrivati a casa, mi trascinò subito sotto la doccia, mi scopò da dietro, con forza, con vigore. Mi sentivo piena di lui. Mi venne dentro, facendomi venire. Io scoppiai a piangere, pensando al cazzo di Carlo.
“Ti amo” gli dissi.
“Ti amo” mi rispose.

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