Mostrarsi

Da circa una settimana avverto un leggero fastidio all’inguine, che di per sé non sarebbe preoccupante, se non fosse che il dolore aumenta durante l’erezione.
Inutile specificare la delicatezza della questione: probabilmente la stessa sofferenza in un’altra parte del corpo non l’avrei neppure presa in considerazione.
Ho preferito attendere qualche giorno prima di farmi visitare, nella speranza che tutto passasse da solo. Ma poiché ho verificato l’assenza di miglioramenti, ho capito che sarebbe stato il caso di muoversi.

Allora per prima cosa ho telefonato ad una mia cara amica che sta studiando medicina, cercando da lei qualche consiglio. Devo ammettere che durante il dialogo tra noi, per un attimo la mia mente ha dato sfogo al suo lato perverso, elaborando l’immagine di me di fronte a lei che guardava la zona interessata; ma poi l’equilibrio e il rapporto affettuoso che ho con lei hanno preso il sopravvento, così ho smesso di fantasticare su eventuali sue richieste di esporle, letteralmente, il problema.

Alla fine mi ha suggerito di recarmi dal mio medico di base: da parte mia ho accettato questa soluzione senza chiederle di accompagnarmi, come pure avevo fantasticato. Sarebbe stata una situazione grottesca ma interessante, comunque è altamente probabile che non avrebbe mai acconsentito.

Allora oggi esco di casa ed arrivo allo studio del dottore, ma come spesso capita, fuori dall’ingresso trovo un cartello che segnala la sua assenza e la sostituzione con una dottoressa, una certa Maria Luisa.

Va bene, non fa niente, in fondo non c’è fretta, potrei tornarci al suo rientro e intanto approfittare di questa bella giornata per fare una passeggiata. Perciò svolto in un’altra stradina e mi allontano.
Ma di colpo mi corre un brivido alla schiena, con annessa fitta allo stomaco: e se entrassi?
Nelle mie fantasie erotiche è sempre stata inclusa l’idea di farmi vedere nudo da una donna: ora, anche se in un modo particolare, ne avrei avuto l’occasione.

Inoltre, magari, da un punto di vista più pratico, questa donna medico potrebbe rivelarsi più affidabile e meno burbera del mio…
Scuse a parte, da un lato la mia timidezza mi blocca, ma dall’altro sono proprio intrigato dalla faccenda: è grande la curiosità di cogliere le mie reazioni in un contesto simile, considerando anche il fatto che questi sottili giochi psicologici rappresentano uno dei miei ambiti di ricerca preferiti.
Mi riavvicino alla porta e resto lì per qualche secondo, titubante, però poi mi decido a salire le scale verso la sala d’attesa ad aspettare il mio turno.

Dentro, come prevedibile, c’è davvero poca gente a fare la fila: quando il medico conosciuto non c’è, in pochi si fidano o hanno urgenze tali da farsi controllare da altri.
Perciò non ho nemmeno il tempo di rendermi conto a pieno di ciò che sta per accadere, che già arriva il momento di fare l’ingresso nella stanza dove vengono ricevuti i pazienti.
Attraverso il corridoio consapevole di non poter più tornare indietro, anche se mi si fossero manifestati dei dubbi sull’opportunità di questa visita; puntualmente la cosa s**tena un meccanismo per cui mi viene voglia di ripensarci ed uscire.

Ma ormai sono già dentro.

“Buongiorno”, mi accoglie con un sorriso la dottoressa, mentre agita le mani sulla scrivania per sistemare delle scartoffie.
“Buongiorno”, le rispondo, e attacco presto a spiegarle la questione per fingere più agevolmente totale serenità.
Nel tempo in cui parlo, noto che è una signora intorno ai 50 anni, che non potrei definire avvenente ma neppure brutta, perché dietro quei grandi occhiali e qualche chilo in più, mi sembra di poter intuire una garbata bellezza giovanile, sfiorita leggermente dal tempo.

Ha un naso piccolo, a punta, gli occhi celeste chiaro e le guance piene che le donano un’espressione rassicurante.
“Un dolore all’inguine, quindi”, mi interrompe lei, “ma di preciso dove?”
“In alto sulla destra, all’attaccatura del pene fino al testicolo destro”, le spiego.
“Bene, capisco. Ma lo avverti sempre o di più facendo qualche movimento specifico?”
“E’ più nitido in certi momenti”.
“Ad esempio?”
“Eh quando… quando ho un’erezione”, affermo senza riuscire a celare del tutto imbarazzo e parallelamente curiosità.

Lei mi fa cenno di aver compreso, e senza lasciar trasparire nessuna emozione particolare, si alza, si dirige verso il lettino per abbassare lo schienale e coprirlo con un telo pulito.
Mentre aspetto sue indicazioni, sento aumentare la mia agitazione, come se ci stessimo avvicinando a grandi passi verso il momento così temuto e così desiderato.
La sistemazione di quello che serve va un po’ per le lunghe, perciò decide di farmi qualche domanda per rompere il ghiaccio, interrompendo il mio flusso di coscienza e riportandomi parzialmente alla realtà: “Hai una ragazza stabile o fai sesso occasionale? Perdonami la domanda ma devo rendermi conto da cosa può dipendere questo piccolo infortunio.

Non vorrei che fosse qualcosa di serio”.
Comprendo che sta ragionando sul fatto che sia conseguenza di qualche malattia sessualmente trasmissibile, ma le spiego: “Si, ho una ragazza. Non ho comportamenti a rischio in teoria, anche se poi non si sa mai”, le dico per scherzare.
Lei sblocca il lettino, si volta, ricambia il mio sorriso e mi chiede di stendermi lì sopra senza scarpe.
Eseguo con una punta di nervosismo, giustificabile in parte con la naturale tensione che s**tena una visita medica, ed in parte con la potenziale eccitazione che conserva in sé tutta la situazione in corso.

“Bene, vediamo. Fa male qui?”, chiede premendo sull’interno coscia all’altezza del ginocchio.
“No”.
“E qui?”, nel frattempo la sua mano sale tastando il muscolo e applicando una leggera pressione.
“No, neppure”.
“Qui nemmeno?”, domanda scorrendo ancora più in alto.
“No”.
“Piega il ginocchio verso l’esterno. Dolore?”
“No, non direi”.
“Bene”, mi fa: “Escluderei che sia un problema muscolare. Proviamo con altre verifiche: abbasseresti un attimo i pantaloni?”, è il suo invito intanto che appoggia gli occhiali sulla sua scrivania e torna da me.

Ci siamo. Cerco di rilassarmi ma vedo che i muscoli delle mie gambe sono contratti, in evidente segno di agitazione. Afferro l’elastico della tuta che indosso e contemporaneamente alzo il sedere dal letto, abbassando solo i pantaloni di qualche centimetro sul lato destro. Riesco comunque a mantenere saldezza e a non pensare troppo al fatto che ormai c’è solo un ostacolo tra la mia nudità e una donna sconosciuta che mi sta innanzi.

Lei percepisce che non sono tranquillo, tant’è che mi dice di calmarmi perché molto probabilmente non sarà niente di grave.
Con due dita spinge sulla mia coscia: “Avvertimi se senti qualcosa”.
Io mi concentro sulle reazioni del mio corpo scacciando per un attimo le idee maliziose, ma comunque non percepisco fastidi dovuti alla sua pressione: “Non noto nulla di particolare”.
Al che lei cambia movimento: col palmo della mano sta studiando se c’è un versamento nella zona: “Al tatto sembra tutto ok, ma hai subito qualche colpo?”
“Non che io ricordi”.

“Infatti non sembra esserci un gonfiore”, afferma, con la mia mente che non può fare a meno di cogliere l’involontario doppio senso.
La dottoressa si piega leggermente in avanti e esamina da più vicino la zona, concludendo che “al tatto e alla vista non si nota nulla qui in basso”. E continua: “Mi indicavi però che il tuo problema è più verso l’attaccatura del pube che nella zona dell’adduttore. Intendi qui?”, domanda sfiorando con la punta delle dita la zona appena sopra, alla destra dei miei genitali, ancora coperta dalle mutande.

Ho un sussulto, anche se chiaramente mi aspettavo questo tocco: “Si, è lì più o meno”.
“Dobbiamo controllare. Intanto togli del tutto i pantaloni”.
Esaudisco la richiesta.
“Sdraiati sul lettino”.
La mia eccitazione sale.
“Su il bacino”.
Tento di focalizzarmi su dettagli anonimi dello studio per frenare qualsiasi eventuale accenno di erezione.
“Aspetta”, si blocca: “Mi dicevi prima che hai spesso mal di schiena. Potrebbero essere legate le due cose.

Allora girati di spalle e per favore togli anche la parte sopra, tanto qui dentro non è freddo”.
Procedo. Ora non vedo nulla, sono sempre più nudo, ma quantomeno mi sento più protetto.
Avverto le sue mani che delicatamente si poggiano sulla mia zona lombare.
D’un tratto lei mi prende le mutande e le abbassa leggermente, di qualche centimetro, scoprendo del tutto la colonna vertebrale. Disegna linee con il suo tocco leggero sulla mia pelle, dall’alto verso il basso.

E’ un medico, so che sta valutando le diramazioni dei nervi, ma non riesco a distinguere la realtà dal mio desiderio erotico.
Dopo qualche lungo istante di silenzio: “Sembra ci sia qualcosa sulla tua schiena. Ma per controllare meglio dovresti alzarti e metterti qui davanti a me”.
Scendo dal lettino, con il pene che si è un po’ più ingrossato, ma che ancora è bene o male nascosto dagli slip, e mi pongo in piedi esattamente davanti a lei, che risulta essere più bassa di me di qualche centimetro.

Si china e guarda la mia postura da davanti, poi scivola dietro di me e spinge i palmi delle mani sopra al sedere; successivamente si siede innanzi a me, preme con i pollici all’altezza dell’attaccatura del pube e poi più in basso, dove risiede il fastidio originario.
“Per farmi osservare la colonna dovresti passeggiare. Allontanati fino all’altra parte della stanza e poi ritorna qui, lentamente”.
Cammino lasciandomi osservare, ed ora che da parte mia la tensione sessuale si è acuita al punto tale da pareggiare il turbamento, le mostro il mio fisico senza troppo pudore, e avanzando cerco di intravedere qualche sua possibile reazione.

Lei, sempre seduta, ricambia lo sguardo per un attimo, poi ritorna al suo lavoro rivolgendosi alle mie gambe, e infine risolleva gli occhi verso di me: “A giudicare da come carichi il peso, potrebbe essere che, sollecitando di più il lato destro, ti sia comparso questo dolorino all’inguine. Ma dobbiamo esaminare ancora meglio perché non è detto che non ci sia altro”.
A quel punto sposta la sedia e si sistema ancora in piedi davanti a me, squadrandomi nel complesso e abbozzando un sorriso: “Mi spiace, ma per valutare se c’è qualcosa a livello urologico, dobbiamo continuare nella svestizione, non possiamo proprio farne a meno”, ironizza delicatamente per alleggerire l’imbarazzo del momento.

“Scendi giù gli slip, nel frattempo che indosso i guanti”, termina voltandosi.
Finalmente, penso. Ormai il mio organo laggiù si sta svegliando, la saliva mi blocca per un istante la voce, il tutto in un misto di emozioni: è sia il desiderio di esibire completamente il mio corpo ad una donna oggetto delle mie pulsioni, sia una vergogna istintiva, il timore di sfociare in qualche eccesso sconveniente e fuori luogo.
E oltre questo, la fondamentale curiosità di sapere cosa accadrà alla mia interlocutrice: se tutto ciò le resterà completamente indifferente, o se invece la pulce dell’erotismo, penetrerà in modo sottile in qualche angolo della sua mente.

Parlo, non senza accorgermi che lo strano suono delle mie parole evidenzia il mio stato d’animo: “Si, diciamo che avevo preso in considerazione l’idea di dovermi spogliare”. E poi di slancio, senza calcolare: “Certo, mi aspettavo di doverlo fare di fronte a un uomo anziano, ma non c’è problema”.
Lei ride con un tono piuttosto alto: “So che può essere imbarazzante, ma non devi preoccuparti. Ci siamo abituati con questo lavoro”.
Con un colpo secco abbasso le mutande a metà coscia e aspetto: “Si, poi è la natura”, le dico solo per non lasciare un vuoto nella discussione.

Il mio pene si è già irrigidito, pur senza giungere alla consistenza di una vera e propria erezione.
Lei si gira, guardandomi in faccia, divertita, come se in fondo non le dispiacesse la situazione che si è venuta a creare.
Poi si avvicina fino sotto di me, a mezzo metro, tenendo il volto fisso avanti, puntando così ora con gli occhi al mio petto. Raccoglie la sedia e ci si poggia sopra.

Così facendo si ritrova ancora più giù, mentre la mano scivola tra i testicoli e due sue dita affondano nello scroto: “Tossisci per favore”.
A quel tocco avverto nitidamente che sto perdendo il controllo del mio corpo: il mio cazzo si inturgidisce lentamente, senza possibilità di stoppare il processo in alcun modo.
Tossisco.
Sono eccitato. La sfacciataggine momentanea cozza con l’innato senso del pudore, ma si unisce ad esso nel creare una sensazione molto particolare.

Ormai sono nudo, col mio membro eretto, tra le mani di una donna mai vista prima. La mia mente è colma di questo pensiero e proiettata nel percepire cosa c’è dall’altra parte, in quella cinquantenne dottoressa formosa che forse da giovane era stata attraente.
Lei per ora non si muove, è concentrata sull’oggetto del suo lavoro, segue la procedura: “Tossisci ancora”.
Lo faccio.
“Di nuovo, per favore”, ripete abbassando la testa.

Esaudisco la richiesta.
“Ancora, per l’ultima volta”.
Vado, chiudendo gli occhi.
Quando li riapro capto una sua rapida occhiata verso l’alto. La curiosità è femmina.
Se possibile, il cazzo mi si indurisce ancora di più.
Passa qualche secondo, ma vista la persistenza del rigonfiamento, non può aspettare che tutto torni ad essere meglio gestibile; perciò si stacca da me, rapidamente si alza e mi dà le spalle, senza riuscire a celare un evidente disagio: “Ora facciamo l’ultimo accertamento…”
“Mi scusi”, la interrompo.

“Di niente, sono cose che possono accadere” mi tranquillizza lei, agitata. Senza volgersi neppure.
Poi mi chiede, facendo una pausa: “Avverti maggior dolore adesso che sei… in erezione?”.
Sinceramente non provo nessun fastidio, sono semplicemente su di giri, ma so che è dovuto solo a ciò che sta accadendo, perciò le do risposta affermativa.
Adesso è palesemente turbata. L’immagine di un ragazzo che ha la metà dei suoi anni, completamente nudo ad un passo da lei, eccitato dalle sue cure, sta incidendo fortemente sulla sua emotività.

Chissà che cosa le frulla in testa ora, se vorrebbe poter sfruttare per il suo appetito questa carne giovane, se i suoi fluidi già le inumidiscono le cosce, se la vergogna sta cedendo il passo ai suoi pruriti.
Spiandola per brevi attimi con la coda dell’occhio, mi vien da pensare che più di una parte di lei desidererebbe sciogliere il contrasto tra i doveri dell’etica professionale e le esigenze del suo corpo verso queste ultime.

s**ttando si riavvicina a me e prende a maneggiare il mio pene. Durissimo. Ancora.
Tasta il perimetro della base con la punta delle dita, per poi risalire verso la punta muovendosi lungo la vena centrale.
Palpa i testicoli, allungandosi verso il perineo e sfiorando l’ano.
Ritorna indietro, fa scorrere indietro la pelle per esaminare il glande. Da molto vicino.
Ho un fremito, sospiro. Per poco non mi sfugge un gemito.

Fatico a res****re. Il suo viso è a pochi centimetri dal mio cazzo.
Con gli occhi semichiusi per il piacere che devo misurare, riesco comunque a sbirciare in direzione di lei. E’ visibilmente arrossita. E’ brava a fingere distacco, ma si vede chiaramente che sta subendo gli eventi.
Non c’è che dire, la mia esibizione ha fatto uno straordinario effetto su entrambi.
Maria Luisa non ha il coraggio di incrociare il mio sguardo.

E viceversa.
Resta lì a ispezionare ancora per qualche istante.
Poi basta.
La tensione si spezza. La dottoressa si alza e si distacca da me.
Per sua fortuna, forse, il check up è completato: “Abbiamo finito”, commenta laconica.
Sempre a testa bassa, mi ordina di rivestirmi, rifugiandosi a scrivere la diagnosi sulla sua scrivania.
Io mi rialzo le mutande inserendoci a forza il cazzo ancora rigido, infilo pantaloni, maglietta e scarpe e sono da lei, giusto in tempo per ricevere il foglio del resoconto dell’esame.

Aggiunge solo: “Ti consiglio uno specialista, prima di fare qualsiasi altra cosa. Il resto è tutto scritto lì”.
Annuisco: “Va bene, perfetto. Buongiorno”.
Senza darci alcuna occhiata, ci stringiamo la mano, come atto di cortesia.
Esco dallo studio, oltrepasso corridoio, sala d’attesa, scale, e portone d’ingresso.
Me ne torno a casa, per capire cosa ho di preciso devo prenotare la prossima visita.
Da una dottoressa.

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