Le mie storie (36) (prima parte)

Ho appena finito la pausa pranzo, entro allo studio e la segretaria mi fa sorridendo “il grande capo ha lasciato delle pratiche sulla tua scrivania con una busta. Credo che tu debba portargliele a casa dopo averle completate”. Ringrazio, entro nella mia stanza e sopra ad una serie di faldoni c’è una busta chiusa. La apro senza immaginare assolutamente il contenuto. Poi comincio a leggere, e man mano che le righe scorrono, nella mia mente tante cose si fanno più chiare.

Leggo e nello stesso tempo mi ricordo di episodi, di gesti apparentemente normali. Dovrei sorprendermi, dovrei sconvolgermi e invece non accade niente di tutto ciò. Sono a metà della pagina e già capisco cosa troverò scritto dopo, ma proseguo senza nessuna emozione, senza nessun turbamento, forse ne ero consapevole, forse dovevo immaginarlo, forse è così e basta. Non mi stupisce neanche il fatto di non arrabbiarmi, anzi di sapere che alla fine della lettura, pur non sapendo ancora cosa farò, la farò con tanti rimpianti e tanti sensi di colpa.

Gli occhi sono sulla lettera a decifrarne la scrittura più che i pensieri (quelli sono chiarissimi), intanto continuano a passarmi davanti le immagini dell’ultimo anno, persone, sorrisi, mezze frasi, complimenti e arrabbiature. Poi finalmente finisco. Ripiego il foglio ordinatamente e lo rimetto nella busta. Metto i faldoni nella borsa del lavoro, indosso la giacca, mi do una aggiustata allo specchio (cercando quanto più possibile di non guardarmi in faccia), poi esco, saluto Giovanna (la segretaria) le do appuntamento a domani e vado via dallo studio.

I quattro piani dell’ascensore che mi portano fuori sembrano interminabili, penso e ripenso a cosa devo fare, non lo so, non lo vorrei sapere, forse lo so. Esco per la strada e comincio a camminare in cerca di un negozio. In genere non sono una cliente affezionata di quel genere di negozi, ma la strada pedonale che mi porterà alla metro è ancora lunga, immagino che ne incrocerò qualcuno inevitabilmente. Infatti, dopo poco le vetrine piene di luci mi catturano in maniera quasi ipnotica.

Prima di entrare mi guardo intorno, neanche stessi varcando una porta proibita; è solo un negozio di intimo femminile, ma per la sottoscritta è un qualche cosa di quasi del tutto sconosciuto. Dentro c’è solo un’altra cliente oltre a me, ma neanche il tempo di cercare una confidenza con il luogo che non ho, che si avvicina una commessa” posso aiutarti?” Io incespico, non so neanche da dove cominciare, poi mi faccio coraggio e le dico “mi servirebbe un completino intimo, tanga, calze e reggicalze scure” mi fermo e comincio a pregare che lei non mi chieda tipo, colore, taglia ed altre cose che ignoro, fornendomi quasi sempre allo stesso negozio che sa già quello che mi serve, da tanti anni (lo so, sono l’antitesi della femminilità).

Fortunatamente la signorina, molto gentile, deve aver capito che non sono esattamente a mio agio in quel posto, così mi chiede gentilmente di aspettare e sparisce per un paio di minuti. Mi avvicino al bancone e lei comincia a mostrarmi una serie di microscopiche mutandine, composte da un filo posteriore ed un piccolissimo triangolo anteriore. Ne guardo qualcuna, faccio finta di apprezzarne le qualità, poi dopo aver approvato anche il reggicalze corrispondente, faccio la mia scelta.

La signorina mi chiede se voglio aggiungere al tutto anche il reggiseno, che dopo una veloce radiografia dovrebbe essere taglia E. Sorridiamo entrambe delle mie forme, poi dopo il mio gentile rifiuto, vado alla cassa a pagare. Non mi aspetto minimamente il totale del quale mi rende partecipe la cassiera, ma faccio finta di niente ed esco velocemente dal negozio. Subito infilo la bustina con i miei acquisti nella borsa da lavoro, in preda ad una ingiustificata vergogna.

Come un automa riprendo il mio percorso verso casa. Ogni passo, ogni minuto, i miei pensieri vanno al contenuto di quella lettera, a quelle parole crude che stanno scandendo ogni istante di questa giornata. Arrivo finalmente davanti alla porta, apro e appena dentro, dopo essermi tolta come sempre le scarpe (il tacco lo detesto), in un gesto di rabbia scaglio le chiavi sopra il letto. Mi stendo, ho bisogno di riflettere cinque minuti. Metto il braccio sulla fronte, chiudo gli occhi e comincio a pensare.

“Che cosa faccio? Se lo faccio cosa succederà? Se non lo faccio come mi comporto? Speriamo di aver capito male!” Intanto guardo l’orologio sul comodino e mi rendo conto che devo dare un’occhiata ai faldoni nella borsa. Mi spoglio velocemente ed indosso la tuta comoda che mi aspetta piegata a dovere sulla sedia vicino la piccola scrivania della mia camera da letto. Tolgo la camicetta ed il reggiseno e dopo una veloce sciacquata nel bagno, mi infilo una maglietta presa a caso nell’armadio.

Comincio alacremente a completare quei fogli uno dopo l’altro, in maniera certosina, mentre lo faccio penso inevitabilmente alle tre ore successive, ed a ciò che potrebbe accadere. Ecco finalmente ho finito. Metto tutto a posto in borsa, mi risiedo un attimo sul letto, è il momento di decidere: guardo il soffitto alla ricerca di un aiuto, di un segno che so che non verrà. Ho deciso, mi alzo e vado in bagno, apro la doccia, tolgo velocemente i vestiti ed entro dentro.

Incredibilmente l’acqua che mi bagna mi rilassa molto più di quanto potessi immaginare. Comincio a strofinarmi con il bagnoschiuma e come per magia tutti i pensieri svaniscono all’istante. Apro il braccio della doccia e lo indirizzo tra le gambe in direzione della micia piena di schiuma. È una cosa che faccio abitualmente, direi quotidianamente, ma questa volta, non so perché, ho una sensazione diversa. Così indugio, e avvicino la doccia sempre più all’interno delle mie cosce.

Sto rilassata, sto bene, mi rendo conto di essere eccitata, non so il perché, forse lo so e voglio nascondermelo. Con una mano allargo la micia, con l’altra avvicino lo schizzo dell’acqua. Con gli occhi chiusi inizio a toccarmi. Non mi succedeva non ho più neanche da quando, ma lo faccio e mi piace anche tanto. Un’incredibile confusione affolla la mia testa, eccitazione, paura, rilassamento, rabbia e tensione. Poi sento lento ma inesorabile il piacere aumentare sempre di più fino a farmi venire.

Sono bagnata, tanto bagnata e non solo dell’acqua della doccia. Riapro finalmente gli occhi, è il momento di tornare alla realtà. Sono davanti a uno specchio ad asciugarmi i capelli, quando sono così gonfi è uno dei pochi momenti nei quali mi vedo piuttosto passabile. Ma più mi guardo nello specchio, più mi rendo conto di ciò nel quale mi sto andando ad infilare. Ormai sono rassegnata alle prossime ore, sarò sempre me stessa alla fine, che cosa sarà mai dopo tutto.

Di esperienze ne ho avute, mi sono divertita, tutto quest’ansia non è giustificata. Esco dal bagno e mi siedo sul bordo del letto. Ecco è il momento! Da quest’istante non si torna più indietro. Tiro un sospiro, allungo la mano per prendere il pacchetto comprato qualche ora prima e tiro fuori i miei inconsueti acquisti. Tolgo l’accappatoio e infilo la mutandina. È un tanga, mi alzo e mi sembra di essere nuda completamente. Il filo posteriore scompare tra le mie grosse natiche, il triangolino anteriore copre a malapena la mia micia, per fortuna in questo periodo pelosa soltanto nella parte superiore.

È la volta del reggicalze, apro e cerco di capire come si mette. Naturalmente al negozio mi sono trattenuta dal chiederlo alla commessa per non fare figuracce, adesso mi ritrovo con questo strano elastico con i tentacoli tra le mani. Per fortuna dopo qualche tentativo riesco a metterlo come si deve. Resta solo da indossare le calze adesso. Fa caldo, dannatamente caldo, ma le devo mettere, è così e basta! Mi alzo di nuovo, vado per la seconda volta davanti allo specchio, una giravolta e mi scappa un sorriso a metà tra la vergogna e l’approvazione.

A memoria credo sia la prima volta che metto tutta insieme questi tre indumenti contemporaneamente, escludendo le feste di carnevale. Guardo l’orologio, sono le 7:30, ho ancora una mezz’ora per prepararmi, e non ho idea se sia poco oppure tanto. Apro l’armadio ed incomincio a scegliere” quale” devo mettere. Li guardo uno per uno, non ne ho tanti ma non sono neanche pochi. Poi alla fine opto per un classico di colore blu. Prendo anche la camicetta, bianca, deve essere bianca, non devo derogare.

Mi risiedo sul letto ed incomincio ad indossarla. Il reggiseno no, non lo metto, non lo devo mettere, non lo avrei messo comunque. I bottoni si chiudono uno dopo l’altro, decido di lasciarne aperto uno in meno del dovuto, forse per una timida speranza che so non si verificherà. I seni sembrano voler esplodere da sotto, non è la prima volta che mi capita di vederli così, ma stasera sembrano ancor più grossi del solito (se possibile).

Metto la gonna, finalmente mi sento vestita. Di nuovo lo specchio per vedere se vado bene. Sembro quella di ogni giorno, ma non lo sono affatto, e non credo che lo sarò per le prossime ore. Metto le scarpe, l’unico paio con un tacco un po’ più alto del solito. Se dovessi stare ferma sarebbe ottimo, ma purtroppo devo camminare, ed io proprio non so farlo. Pazienza. Un’ultima volta a guardarmi, per quel po’ di trucco che so mettere e poi indosso la giacca.

Ecco sono pronta. Per cosa? È l’ultima domanda che mi faccio prima di uscire di casa. Alla mia domanda so dare benissimo una risposta, ma non vorrei conoscerla, come purtroppo invece la immagino. Sono le 8:00, in venti minuti sono sotto casa sua. Come al solito sono di una puntualità disarmante. Ho la fortuna (o sfortuna?) Di trovare subito parcheggio. Scendo, è ancora giorno, la strada è incredibilmente vuota, faccio 20 m durante i quali ho la possibilità di ammirare la meravigliosa bellezza di Napoli.

Sono fuori al palazzo. Sei ore fa, quando ho aperto quella busta, sapevo che mi sarei ritrovata esattamente in quel punto. Ho fatto di tutto per arrabbiarmi, sconvolgermi, pensare e ripensare a come non farlo, eppure sapevo dannatamente che alle 8:30 mi sarei ritrovata davanti al suo citofono. Un ipocrita tentennamento prima di bussare, poi il dito affonda sul tasto. Qualche secondo di silenzio non fanno che precedere “sali, sesto piano”. L’ indicazione del piano, mi conferma il fatto che non si ricorda neanche che a casa sua ci sono già stata in occasione di una delle tante feste dello studio.

Poco male, entro in ascensore e vado incontro al mio destino. L’ adrenalina sale, il cuore mi batte forte, non so cosa farò, non so come reagirò, non so se riuscirò a controllarmi, non so niente di ciò che mi potrà accadere, forse immagino troppo, forse immagino poco. Le porte si aprono, due passi e busso il campanello. Sento il rumore delle scarpe avvicinarsi sempre di più alla porta, poi uno s**tto della serratura e tutto comincia.

“Buona sera”, “ciao Francesca, prego accomodati. Hai portato tutto?”, Io entro mi guardo intorno e “permesso!” Spero dentro di me che una voce diversa dalla sua mi risponda, ma lui “siamo soli, ho preparato io da mangiare”. Poggio la borsa con le mie cose sopra una sedia, mentre lui mi fa strada verso lo studio io lo seguo con la borsa da lavoro. Apre la porta, mi fa passare davanti e mi dice di poggiare la borsa sulla sua scrivania.

Fino al quel momento non c’è stato neanche uno sguardo tra di noi, soltanto parole. Poi finalmente ci guardiamo. Mi sorride, cerco di celare le mie sensazioni ma, quel dannato sorriso è terribilmente affascinante. Non devo farglielo capire, anche se probabilmente già lo sa che fa effetto. Mantengo un’aria piuttosto seria, sto sulle mie “ho preparato tutto, controlla, ogni scheda è completa così come la facciamo di solito”. Mi alzo per togliere le carte dalla borsa, mentre faccio quei tre passi verso la sua scrivania già so cosa sta per succedere.

Il tempo di mettere la mia mano dentro per toccare le carte, che sento la sua appoggiarsi sul mio sedere. La sento prendere la mia natica sinistra e piano piano scendere più giù fino ad arrivare al leggero spacco del mio tailleur. Non dico niente, trattengo il fiato. La sua mano risale, insieme a lei la mia gonna; accarezza la calza fino a quando non tocca il gancetto del reggicalze. Si ferma un attimo, ma è solo un momento, poi continua a risalire, sento le sue grosse dita perlustrare la parte alta delle mie cosce.

Eccolo, la mia gonna è quasi tutta su, il suo dito medio tocca il filo del mio tanga, mentre le altre dita accarezzano il mio grosso sedere. La sua mano fa un paio di volte su e giù, poi lo sento avvicinarsi con il volto dietro di me, con le labbra mi prende il lobo dell’orecchio sinistro e comincia a succhiarlo. Si ferma mi sussurra “ti immaginavo proprio così”. La sua mano destra mi accarezza il volto poi scende e apre uno dopo l’altro un paio di bottoni della camicetta.

Le sue dita si insinuano dentro fino ad incrociare il mio capezzolo duro già da un po’. Indosso ancora la giacca, ma solo per pochi secondi. Mi aiuta a toglierla, poi mi piega sulla scrivania, sento che con la mano sinistra si apre il pantalone, e dopo qualche secondo, il suo membro duro si appoggia al mio culo. Mi piega ancora un poco, sposta il filo della mutanda ed entra dentro di me. Io sono già bagnata da quando la sua mano ha cominciato ad esplorarmi il fondoschiena, lui se ne accorge subito e ridendo me lo fa presente.

Io resto zitta, dannatamente eccitata, vorrei trattenermi, ma non ci riesco ed incomincio ad ansimare. Lui si muove dentro e fuori di me sempre più velocemente, io godo sempre di più, poi vengo, lui accompagna il mio orgasmo continuando a spingerlo dentro, poi non appena sente che il mio respiro non è più così affannoso, mi alza dalla scrivania, mi gira e mi abbassa in modo che possa prenderglielo in bocca. Appagata come sono, non vedo l’ora, lo guardo dal basso verso l’alto e poi comincio a succhiarglielo.

Non è tanto lungo, ma è piuttosto grosso. Riesco a prenderlo tutto, fino in fondo, fino a farlo sparire nella mia gola. Adesso è lui che gode, lo sento dai rantoli che provengono dall’alto; quando faccio del sesso orale, ho sempre la situazione sotto controllo, sono io a gestire il gioco adesso. Un paio di movimenti con la lingua sulla cappella, e lo sento venirmi in bocca. Non è tanto, ma dopotutto è anche normale per uno della sua età (cinquantacinque anni).

Lo guardo con in bocca il suo sperma, poi mando tutto giù…
… e siamo solo ad inizio serata
(continua).

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