Le mie storie (21)

Ricordo quel pomeriggio come se fosse oggi. Era il 4 ottobre di cinque anni fa, il mio onomastico. Una delle giornate più tristi della mia vita dal punto di vista sentimentale. La mia storia d’amore più importante era naufragata miseramente dopo vari tentativi inutili di recupero. Vi lascio immaginare il periodo in cui potesse essere la sottoscritta dal punto di vista del morale. Gli uomini non li volevo vedere neanche con il binocolo, figurarsi fare del sesso.

Cercavo di impegnarmi nel lavoro, ma il secondo fallimento sentimentale aveva lasciato il segno ancora più del primo.
Qualcuno di voi qualche giorno fa mi ha chiesto quale fosse stata la differenza di età maggiore nei confronti del ragazzo più piccolo con il quale sono stata. Ecco, vi parlerò di lui, di quel ragazzo che quell’autunno di cinque anni fa, sicuramente ignaro di ciò che stessi passando, riuscì a farmi ritornare a galla dopo essere sprofondata nell’abisso.

Pur abitando in un palazzo, ho un’entrata indipendente che quindi difficilmente mi fa incrociare gli altri inquilini. Certo nel corso di tutti questi anni, ho imparato a conoscerli tutti o quasi; ce ne sono di simpatici, antipatici (tanti), ho saputo di litigi, storie, insomma tutto il classico campionario di ogni condominio italiano. Tornata dall’estate, con il morale sotto i tacchi, una mattina portando la spesa a casa, un ragazzo che entrava nel parco si offrì gentilmente di aiutarmi.

Mi disse che si era trasferito con la sua famiglia poco prima delle vacanze e che era alla scala opposta alla mia. All’epoca io avevo trentacinque anni, i miei erano a Roma (come adesso), mio fratello era in procinto di metter su famiglia. In quel periodo cercavo di starmene da sola quanto più possibile, evitavo accuratamente le uscite di gruppo, mentre meno se c’erano ragazzi presenti. Nella solitudine della mia stanza cercavo di capire cosa fosse andato storto nel rapporto che era ormai terminato.

Ogni tanto, in genere sempre verso ora di pranzo quando ero di ritorno dal lavoro, incrociavo questo ragazzo sempre sorridente e simpatico. Non vi dico come si chiamava, ma posso dirvi che aveva all’epoca ventotto anni. Scambiavamo qualche parola, mi chiedeva consigli dal punto di vista del post Università, e per la prima volta scherzando disse che ero una sorta di milf. Io avevo già sentito questa parola, ma come potrete ben immaginare ne ignoravo assolutamente il significato.

Credevo volesse essere una sorta di complimento, ma non ero mai stata incuriosita dallo scoprire che effettivamente cosa volesse dire. Ogni tanto mi chiedeva il cellulare, io gentilmente rifiutavo dicendogli prima di tutto che non era proprio periodo, poi che ero parecchio più grandi di lui, infine che immaginavo non gli mancassero le ragazze. Infatti a fronte di una faccia da ragazzino (piuttosto impertinente) aveva un fisico notevole seppur magro, che si notava anche con i vestiti addosso.

In quel periodo che precedette il mio onomastico, al di là di un caffè per ringraziarlo della spesa portata a casa (lo fece più di una volta), naturalmente non ero andata.
Intanto si avvicinava quel 4 ottobre, per me non è mai stata una data come le altre; infatti essendo nata ad agosto, ho sempre festeggiato l’onomastico più del compleanno. È sempre stato una specie di ritrovo per parenti (cugini soprattutto) ed amiche.

Da quando ero piccolina mi è sempre piaciuto organizzare cene, feste e balli. Ma cinque anni fa non avevo proprio l’animo per fare niente di tutto ciò. Però un paio di mie amiche qualche giorno prima mi presero da parte e dissero che se non avessi organizzato io, sarebbero venute con tanta ma tanta gente a casa mia ad invadermi. Poiché le conoscevo bene (le conosco tuttora visto che sono come delle sorelle per me), sapevo che l’avrebbero fatto davvero ed allora mi feci animo e coraggio e cominciai l’organizzazione.

Il giorno finalmente arrivò, non andai al lavoro, se non ricordo male era un lunedì, e di mattina presto scesi a fare la spesa. Tanto per cambiare al ritorno incontrai il mio giovane amico che subito mi diede gli auguri. Io quasi automaticamente gli chiesi se volesse venire la sera alla cena, premettendo però che sarebbero stati tutti più grandi di lui. Lui mi rispose che ci avrebbe pensato. Come al solito dopo avermi accompagnata a casa ci salutammo.

La mattinata passò con la sottoscritta ai fornelli ed ad aggiustare la casa tutta sola (si erano defilati tutti quanti). Poi ad ora di pranzo, mi venne un momento di grossa malinconia, un po’ per la stanchezza, un po’ per i ricordi, ma mi buttai sul letto stanca ed abbattuta. Ricordo ancora oggi come ero vestita, avevo un pullover molto lungo fino al ginocchio fatto a mano da mia nonna (un suo ricordo che ho tuttora), sotto i collant e la mutanda naturalmente e niente più.

DI lì a qualche ora naturalmente mi sarei fatta la doccia e mi sarei resa quanto meno presentabile, seppure credo che fosse davvero difficile.
Mentre stavo quasi riposando sul letto, saranno state le due/le tre del pomeriggio, suonò il campanello di casa. Naturalmente potrete immaginare le mie imprecazioni a quel rumore che aveva turbato la mia tristezza ed il mio riposo. Andai ad aprire la porta e c’era lui, quel ragazzo, con un pacchetto in mano.

Mi chiese se disturbasse, io naturalmente gli dissi di no (mentendo spudoratamente). Mi disse che la sera non sarebbe venuto e che comunque mi aveva fatto un pensiero. Allora lo portai in cucina per offrirgli il caffè e qualche dolcetto. Aprii il suo regalo ed era una maglietta molto molto carina (che conservo tuttora). Ci sedemmo e cominciamo a chiacchierare. Mi vide un po’ abbattuta e cominciò a scherzare, effettivamente riuscì a farmi sorridere.

Poi mi chiese se poteva farmi una domanda indiscreta; io incuriosita gli risposi di sì. Mi domandò se sotto il pullover non avessi niente, ed io guardandomi mi resi conto che era un po’ trasparente e quindi si vedeva il bianco delle mie tette. Con un po’ di vergogna risposi che aveva ragione, lui in maniera molto birichina mi rispose che anche lui sotto la tuta non aveva il boxer visto che era sceso così come si trovava a casa.

Alzò il bordo inferiore del pullover per farmi notare che sotto alla tuta era in erezione. Si giustificò dicendo che la colpa era mia e delle mie tettone. Io mi fece una risata; lui mi disse se lo volevo vedere, io non ebbi neanche il tempo di rispondere che lo tirò fuori. Era tutto duro, depilato e ben curato. Lo invitai a rimetterlo a posto, ma lui sicuro di sé mi disse che sotto sotto era certo che a me piaceva il suo modo di fare.

Ed effettivamente aveva ragione, in quel momento, avevo proprio bisogno di una scossa, lui non poteva saperlo, in genere quelli troppo sicuri di sé io li mando sempre in bianco, ma in me shitto’ una sorta di vendetta nei confronti del mio ex. Io che nella vita non sono mai stata, né sono tuttora vendicativa, volevo punirlo, forse volevo punire anche me stessa per il periodo che stavo passando. Gli dissi ridendo che cosa dovessi fare con quel coso (come lo chiamai in quel momento).

Mi rispose che era mia disposizione, potevo farci quello che volevo, ancor di più perché era il mio onomastico. Allora mi avvicinai e glielo presi in mano; cominciai a muoverlo su e giù lentamente, lui mi guardava sorridente dicendo di continuare ed intanto mi mise una mano sul ginocchio. Pian piano il mio lungo pullover saliva su, mentre il suo uccello cominciava a bagnarsi sulla punta. Stavo di nuovo interagendo con il sesso maschile.

Non avevo addosso una bella sensazione, era più un volermi far del male, eppure di fronte a me c’era un ragazzo simpatico, bello ed anche sincero, come non mi capitava da tempo. Così (ricordo ancora il momento esatto) per un attimo chiusi gli occhi, sorrisi a me stessa e decisi di lasciarmi andare. Lui era arrivato con le dita in mezzo alle cosce, sopra i miei collant; accarezzava e premeva contro la mia micia che piano piano cominciava a bagnarsi.

Mi fece alzare dalla sedia e mi fece sedere sulle sue gambe. Intanto la sua mano era finita sotto il pullover ed era andata diritta sui miei seni. Continuavamo a toccarci a vicenda, lui scese con la mano fin dentro la mia mutanda ed infilò le dita dentro. Nel momento esatto in cui successe, sentii che stava per venire. Pochi movimenti ed esplose tra le mie mani. Io intanto molto eccitata gli dissi di continuare (anche perché erano mesi che non lo facevo), lui allora mi ascoltò fin quando non ebbi anch’io il mio orgasmo.

Ci guardammo le mani entrambi bagnate l’uno dell’altro e ci mettemmo a ridere. Gli dissi di seguirmi nel bagno per lavarci. Una volta dentro però, mentre io mi stavo sciacquando, lui da dietro mi sollevò tutto il pullover e mi sussurrò all’orecchio che aveva voglia di me. Mentre parlava, si strusciava dietro il mio sedere, io cercavo di spostarlo ma allo stesso tempo lo volevo. Rimasi nuda con la parte di sopra, lui si sorprese (non era la prima volta che accadeva) della grandezza dei miei seni ed intanto mi toccava il sedere.

Io mi resi conto che pian piano si stava eccitando di nuovo, così uscimmo dal bagno e finimmo sul mio letto. Mi abbassò le calze e la mutandina e cominciò a leccarmela. Mentre lo faceva io presi dal mio cassetto un preservativo, gli dissi di metterselo perché lo volevo sentire dentro. Ricordo benissimo che lui si alzò in mezzo al letto, si tolse la maglia ed il pullover e mostrò questo fisico perfetto scolpito in ogni suo muscolo.

In genere non ho mai guardato a queste cose, ma in quel momento devo dire che apprezzai parecchio quel ben di dio. Allargò le cosce e cominciò a metterlo dentro. Mentre entrava ed usciva da me, io mi sentivo rinata. Pian piano quella brutta sensazione che aveva accompagnato l’inizio del pomeriggio, stava sparendo. Lo vedevo muoversi sopra di me, era un altro uomo e non quello per il quale mi ero dannata per mesi.

Stavo venendo e la cosa mi piaceva. Mentre stava per farlo anche lui, mi chiese se poteva venire tra le mie tettone. Sorridendo gli diedi il permesso; dopo pochi secondi le avevo tutte completamente bagnate del suo sperma.
Ero tornata a sorridere dopo mesi. Mi resi conto che si era fatto parecchio tardi, di lì a qualche ora sarebbero arrivati i miei amici. Lo congedai ringraziandolo, sulla porta gli dissi che avevo visto il significato della parola milf, non ero madre ma un po’ mi ci ero sentita quel pomeriggio.

Mi disse che avrebbe voluto rivedermi, gli dissi vedremo… non vi dirò ancora se quel condizionale diventò affermativo o meno… lo scoprirete con il tempo.

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