Le mie storie (18)

Eccomi qui di nuovo, dopo qualche giorno a raccontarvi del mio passato. A dire la verità in quest’ultimo periodo, visto il successo (del tutto inaspettato per la sottoscritta) che hanno riscosso i miei ricordi, più di una volta mi sono ritrovata a pensare alla mia gioventù. Così oggi vi racconterò, visto che oltretutto vi ha suscitato anche molta simpatia, un paio di episodi sono accaduti insieme al ragazzino.
Come periodo storico siamo sempre con la sottoscritta all’università, ed il ragazzino credo all’ultimo o penultimo anno delle superiori.

Era carnevale e credetemi è una delle feste che meno mi piace. Sarà perché non ho mai amato, né amo tutt’oggi travestirmi, sarà perché invece puntualmente le mie amiche riescono a convincermi ed a combinarmi nei peggiori modi possibili, ma ogni anno (fino all’anno scorso è stato così), mi lascio convincere a partecipare alle feste in maschera. Mi chiedo tutt’oggi perché poi le ragazze (questo succede da quando avevo quattordici anni), prendano a pretesto questa festività per trasformare qualsiasi tipo di lavoro in un vestito provocante: infermiere sexy, monache sexy, dottoressa sexy, insegnante sexy e potrei continuare una lista lunghissima.

Quell’anno le mie amiche decisero che mi sarei dovuta vestire da Pin-up anni cinquanta. Avete presente quelle ragazze formose che comparivano sui calendari delle officine un po’ di tempo fa. Ricordo il mio fermo dissenso a quella proposta, ma ricordo anche che piuttosto che indossare un camice bianco senza quasi nulla sotto, preferii almeno un vestito che avesse un suo perché. Naturalmente dal punto di vista degli indumenti non avevo niente che potesse ricordare neanche lontanamente una pin-up, ma subito mi venne in mente la mamma del ragazzino che per quanto riguardava abbigliamenti intimi e cose scollate, aveva un’ampia gamma di scelta.

Appena seppe del destino al quale andavo incontro, si mise a ridere subito ma fu felice di aprirmi il suo armadio. Quel pomeriggio eravamo sole (lo ricordo perché la presenza del figlio, come potete ben immaginare, si sentiva sempre), e lei mi costrinse a provare di tutto di più. Nonostante fosse nella parte bassa una taglia più piccola di me, incredibilmente le sue cose non mi stavano poi tanto strette. Mi diede un reggicalze con tanto di gancetti che naturalmente io faticai non poco ad imparare ad attaccare alle calze, poi mi abbinò (perché io lasciai fare tutto a lei) una gonna stretta elasticizzata scura ed infine riuscì (ancora oggi mi chiedo come fece e soprattutto come feci io) a rinchiudermi in un bustino che tanto per cambiare metteva in risalto (come se non avvenisse già normalmente) le mie tettone.

Una camicetta a quadri che doveva essere legata all’altezza del bacino per rimanere quasi completamente aperta sopra, finiva il mio costume insieme a degli stivali che definire scomodi era un eufemismo. Ma ero in ballo e dovevo ballare (per modo di dire). Proprio mentre stavo uscendo da casa della mia amica, rientrò il ragazzino che mi chiese dove andassi la sera. Gli risposi che era una festa privata e lui mi disse che come me avrebbe festeggiato in maschera a casa di compagni di scuola.

Il tema della sua festa erano i super eroi, ma non volle dirmi da cosa si sarebbe mascherato. Per chiudere il quadro, anche la mamma sarebbe andata con amici ad un’altra festa e qualche ora prima mi aveva mostrato, indossandolo, il suo vestito da diavolessa (una sua amica avrebbe fatto l’ angelo). Vi risparmio la descrizione perché diciamo che lasciava ben poco all’immaginazione nonostante a pensarci adesso lei all’epoca avesse già sui quarant’anni o giù di lì.

Della festa non ricordo granché se non che le mie amiche mi tiravano su la gonna dicendomi di mostrare reggicalze fiera, mentre io non facevo altro che tirarla giù. Ricordo anche che non facevo altro che guardarmi il decolletè con la paura che uscissero di fuori. Infatti al primo ballo, una delle due fece subito capolino, facendomi capire che s**tenarmi non sarebbe stato il caso.
Di ritorno a casa, non particolarmente tardi, vidi seduto sul muretto del cancello del mio parco il ragazzino coperto da un giubbotto ma con una calzamaglia che lasciava intravedere la tuta da uomo ragno.

Gli chiesi cosa stesse facendo e mi rispose che aveva dimenticato le chiavi di casa e la mamma non era ancora ritornata. Così con un sorriso lo feci entrare da me. Gli dissi di fare silenzio perché c’era mio fratello che dormiva (credo che avesse la febbre alta o qualcosa del genere). Il tempo di posare la mia giacca in camera e gli dissi di scendere giù che avremmo fatto quattro chiacchiere aspettando un po’ di tempo insieme.

Naturalmente, visto la sua fissazione, visto soprattutto come ero combinata io, avevo idea che di chiacchiere ne avremmo fatte poche. Infatti quando mi vide vestita in quel modo, aprì gli occhi in segno di sorpresa (anche perché credo non mi avesse mai visto così). Si tolse il giubbino e la tuta dell’uomo ragno non riuscì neanche lontanamente a nascondere l’eccitazione che aveva. Io ero seduta sul divano, lui invece di lanciare le ragnatele, con una mano mi tirò fuori un seno.

Ricordo che gli dissi di fare piano che quella roba era di sua madre, lui allora si fermò, quasi come se avesse avuto un momento di soggezione al pensiero che la mamma potesse vestirsi in determinate maniere, ma mentre pensava ciò io mi ero piegata su di lui per fargli un pompino. Mentre andavo su e giù mi veniva da sorridere perché non era mai capitato di fare un rapporto orale all’uomo ragno, la tuta circondava il suo uccello enorme, ed io tanto per cambiare ero divertita dall’idea.

Passato il momento di smarrimento, il ragazzino naturalmente con la sua irruenza mi montò letteralmente sopra. Per fortuna mi ero liberata di quel fastidiosissimo corsetto, la gonna era finita su al contrario le mutande erano giu. Ero poggiata in ginocchio sul divano del mio salone con l’ uomo ragno che mi scopava a pecorina.
Stavo per concludere la storia, ma poiché vi ho sempre raccontato la realtà della mia vita, voglio fare altrettanto anche adesso.

Mi ero messa a scrivere in camera mia mentre il mio amico (non so ancora come chiamarlo), quello con il quale ho passato il capodanno, stava vedendo le partite di calcio in un’altra stanza. Ad un certo punto mi sono ritrovata le sue labbra dietro il collo e una delle sue mani nel pullover che mi ha preso un seno. Ho fatto appena in tempo a piegare il portatile per non fargli leggere quello che stavo scrivendo, mi sono alzata mi sono girata verso di lui.

Mentre continuavamo a baciarci, la sua mano si è spostata sul mio sedere, dopo aver allargato l’elastico della tuta e della mutandina che indossavo. Mi sono seduta sul letto gli ho aperto il pantalone e gliel’ho preso in bocca. Dopo un po’ è venuto ed io ho ingoiato (non mi succedeva non mi ricordo neanche più da quando). Ci siamo spogliati, abbiamo ripreso a baciarci, lui è sceso tra le mie cosce e mentre io apprezzavo i suoi movimenti, gli è tornato duro.

È venuto sopra di me e lo abbiamo fatto. Questa volta solo per una volta (perdonatemi la ripetizione). Poi è andato via.
Mentre concludo questo ennesimo racconto è passato un giorno. Ma non potevo non raccontarvelo, ripeto, le mie storie non fanno altro che descrivere la mia vita. I ricordi del ragazzino sono lì, magari per la prossima volta.

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