in gita

Arrivi con il pullman in visita a questo posto artistico, ti sistemi, ti stiracchi, ti fai forza sulle gambe. Ti raduni insieme alle persone con le quali sei arrivata. Salite le scale, avete una guida che vi racconta ciò che avete di fronte. Sei rapita dalla situazione, dagli oggetti, ascolti la guida, ti interessa ciò che dice. Vieni rapita dal racconto di una delle stanze dell’ edificio in cui sei, cominci a fotografare. Guarda caso è una camera da letto.

Primi piani ai soprammobili, ai mobili, al letto a baldacchino con i suoi cuscini, ai dipinti sulle pareti, allo specchio dove la Signora dell’epoca si truccava e si pettinava. Assorta da quella stanza, levi per un attimo lo sguardo dalla macchina fotografica, sei rimasta sola, la tua comitiva è andata avanti. Cerchi di raggiungerli, inciampi contro la gamba del letto a baldacchino, per non rompere la macchina vai giù per terra. Ti sei fatta male, la macchina è salva.

Hai preso una botta alla caviglia, non sai cosa fare, sei da sola, ti tocchi la caviglia, per fortuna hai le converse, scarpe basse ma che ti proteggono sopra la caviglia, ti tocchi ti fa male. Ti accorgi che c’è una finestra aperta che da su una terrazza, hai bisogno d’aria.
Esci piano piano, zoppicando. C’è una panchina in pietra contro il muro ti siedi, cerchi di capire cosa ti è successo alla caviglia.

“Buongiorno signorina, guardi che non può stare qua, l’accesso è riservato solo al personale di servizio. ”.
Sono io, lavoro alla manutenzione dell’edificio, sto controllando dissesti eventuali della struttura. Mi accorgo che non hai la forza di rispondere, hai quasi le lacrime agli occhi, ma cerchi di resistere.
“Qualcosa non va? Si è fatta male? E’ caduta?”.
Mi racconti a fatica cosa ti è successo. Ti passo una bottiglietta di acqua che avevo appena preso.

Piano piano ti tranquillizzi. Ti fa ancora male.
“Mi permette di controllare il piede? Se è gonfio? Se ci sono ematomi?” Non mi pare vero.
Un piedino tra le mie mani, in quel momento, in quel posto. A te non pare vero e pensi “Il piede mi fa male, ma meno di prima, però… “. Mi dici che posso. Ti slaccio la scarpa destra, con molta delicatezza. Hai lo smalto blu sulle unghie, devi averlo messo la sera prima.

Il piede è accaldato, lo tocco. La mia mano sx è aperta, tiene la tua pianta del piede, è calda. La mano dx, accarezza il collo e la caviglia del piede, stringo all’altezza del malleolo, hai un sussulto, è dove hai picchiato, ma non è una distorsione, solo una botta.
Mentre ti spiego che non è niente di grave, continuo ad accarezzarti, tu ti fai accarezzare. MI accorgo che hai la pelle d’oca sulle gambe, e cominci a tirare un po’ le dita dei piedi, Sei arrossita, io eccitato, comincio a salire piano piano anche sulle gambe, vedo che apprezzi, ansimi quanto basta.

Ti tolgo anche l’altra scarpa, altro splendore di piede, lo bacio con passione, lecco la pianta dei piede, tutte le dita, succhio avidamente il pollice, lo gradisci. Ti cominci veramente ad eccitare. Con le mani sono arrivato sino al tuo inguine, infilo le dita ai micro pantaloncini che indossi, sei bagnata, cerco di sgrillettarti ma fatico, ti sbottoni, infili le tue dita, non mi togli lo sguardo di dosso. Sono eccitato, ti chiedo di prenderlo in bocca, mi sbottono, appena lo tiro fuori lo prendi con i piedi e cominci a segarlo.

Metti le tue dita dentro la mia bocca e poi le porti dentro la tua figa che immagino bagnata. Resto sbalordito da come lo massaggi con i piedi, dimentico di volerlo dentro la tua bocca. Il movimento lento dei tuoi piedi sul mio cazzo, la cappella che appare e scompare. Intanto ho la tua macchina fotografica, comincio ad usarla a fotografare te, me, noi, tutta la situazione, dovrebbe diventare un affresco da mettere sulle pareti della camera che avidamente fotografavi.

Cominci a tirare indietro la testa e il collo, stai per venire, ma i tuoi piedi non lasciano il mio cazzo, la mia cappella scompare e ricompare, sembri abituata. Vengo, ti sborro sui piedi, che sentono il caldo che ti arriva sulle dita e sul collo delle tue estremità. A quel punto sei tu a venire, stringi le gambe, ma non molli il mio cazzo, lo stringi sempre di più. Lasci andare le tue gambe, ma le tue mani restano dove sono.

Mi chino su di te, ti bacio sopra il monte di venere e poi sull’ombelico. Come vorrei baciartelo per un bel po’ di tempo l’ombelico. Ci sistemiamo, ti rimetti le scarpe, il piede ti fa molto meno male. Ci sediamo sulla panchina. “A proposito io sono Marco”. “Io mi chiamo Roberta”. In quell’esatto istante ti shitto una foto con quel tuo gran bel sorriso che guarda alla vita che avrà davanti. Ci salutiamo, tutti e due orgogliosi e felici del momento appena passato.

Mi rimetto ai miei strumenti, ma prima guardo il panorama “E’ proprio una bella giornata, fan culo tutto il resto”. Mi è venuta fame.
Finalmente raggiungi i tuoi compagni di viaggio, non zoppichi più. Ti chiedono dove eri finita, ti avevano cercato, stavano chiamando la sicurezza. Li tranquillizzi. Continui la visita, ti domandano perché non fai più foto. “E’ scarica!”. Rispondi molto velocemente.
Rientri in albergo, Sali, in camera, stai per poggiare la macchina sul letto, ti fermi, ti giri verso lo specchio, accendi la reflex, guardi gli shitti fatti oggi.

Sei seria. Dentro di te pensi “E’ successo veramente”.
By Ululiulula.

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