I favolosi anni ';80

Erano gli anni d’oro di Baglioni e dei Pooh, finita la scuola io e la frotta di cugini ci godevamo l’estate nella bassa Mantovana tra bagni nel Mincio e serate di gruppo ballando alla musica di quegli sgangherati mangiadischi.
Una sera di fine Luglio stavamo divertendoci nel ex fienile della cascina, indossavo dei bermuda molto in voga quell’anno, in oltre facendo nuoto liscio e depilato.
La cuginetta, sguardo acuto, e spirito da diavolo, frizzante ed eccitata venne vicino :
“Hei ma che belle gambe lisce che hai, saresti perfetto, perché non ti fai truccare, mi piacerebbe tanto, non ho mai truccato un maschio, dai qualcosa di diverso dal solito”
Lo sapevano tutti che se c’era da fare una follia io ero sempre in prima linea per tenere su la compagnia mi davo da far.

in quel momento ero sinceramente combattuto, al concepimento siamo tutti femmine poi col proseguire ecco la trasmutazione e la parte femminile che ristagnava in me quasi quasi si sentiva gratificata da quei complimenti, comunque cercai di rifiutare: “ Ma sei matta e poi cosa penseranno?”
La mia cuginetta non sentiva ragioni e guardandomi con occhi da cerbiatta continuò ad insistere: “ Dai .. daiiiii fallo per me… è solo per questa volta ti prego daiiii ”.

a darle manforte anche il fratello: “ Dai fai uno sforzo, ci facciamo quattro risate”
Insistettero tanto che cedetti : ”Mi domando perché devo sempre fare io la cavia, comunque sia facciamo anche questa follia, basta che poi non me la meniate per tutta l’estate” tanto dovevo rientrare a metà agosto e cosa peggiore avevo in mano la cartolina per la visita di leva”.
Nonostante fosse stata lei a dare il via alla questione, rimase un tantino dal fatto che avessi accettato.

“Davvero posso, che bello “ e così aiutata dalla cugina liliana iniziarono l’opera di restyling, pensavo si sarebbero limitate al trucco, mi sbagliavo, provvidero a fornirmi anche di gonna,mutande con pizzo, canottiera.
Speravo di averla scampata con le scarpe, io ho la taglia 41 mentre le ragazze al massimo avevano la quaranta, ma per mia sfortuna la cugina Liliana volle a tutti i costi farmi provare un paio i suoi sandali taglia quaranta e purtroppo riuscii a indossarli, così furono obbligate a terminare l’opera colorandomi le unghie dei piedi con un bel rosso.

L’effetto gonna era insolito, mi faceva sentire una strana frescura, le scarpe alte erano terribili, non perché scomode anzi, lo furono primi passi, mi muovevo come Frankestein inelegante e scoordinato, meno male che quelle zeppe in sughero mi davano un pochino di stabilità, furono prodighe di consigli e su come muovermi e in una decina di minuti ci riuscii ma sculettavo più delle ragazze.
Il momento più imbarazzante fu quando mi ripresentai alla combriccola, dopo un attimo di perplessità ci fu un applauso e degli ululati, tanto eravamo in piena campagna e quel sabato sera a parte noi ragazzi, tutto il parentado era riunito per una delle loro noiosissime cene del buon ricordo oltre Mantova e non sarebbero arrivati se non a ore tardissime.

ormai ero in confidenza con le scarpe, mi dimenavo e saltellavo in mezzo a tutti gli altri al ritmo regolare della musica anni 80/90, non esitai a fare il buffone ballando in maniera equivoca sul tavolone, le cugine invece avevano preso confidenza con quello stano travestito e mentre circolavo tra loro ne approfittavano per alzarmi il corto gonnellino, aggiungendo sempre commenti più spudorati sulle belle mutande di pizzo, prese sempre più dall’euforia della serata passarono ad azioni più incisive, con gesto rapido afferravano l’elastico delle mutande e abbassavano le mutande, non appena scoperta una parte di chiappa ecco che l’altra mi mollava una sculacciata.

Più che stare al gioco devo dire che davo corda io protendevo il sedere e ad ogni schiaffetto rispondevo mandando baci, perché rovinare la bella serata con assurde recriminazioni, in fondo mi ci ero infilato io nella situazione e conoscendo le cugine.
La cosa prese a precipitare ormai ero la vittima di quella serata, iniziarono a partecipare alla battaglia delle mutande anche cugini e amiche, come riposizionavo le mutande ecco che qualcuna le riportava a mezza chiappa, vincere non si poteva quindi lascia che le abbassassero abbastanza per farle cadere e una volta arrivate alle caviglie le calciai via.

Insomma Gonna corta e sedere al vento, era fatta il gesto diede la stura alla corsa a toccarmi o a schiaffeggiarmi il culo, le due cuginette ma anche gli altri erano sextenati, i commenti e le battute fioccavano e vi dirò ero ormai talmente a mio agio con loro da trovarlo eccitante.
La sera era piuttosto afosa, dopo due ore di balli eravamo accaldatissimi, i cugini Francesco e Marco ed io ci fermammo e ci portammo sulla riva del vicino fiume, un attimo di silenzio in quella sera calma e con una cielo pieno di stelle e una falce di luna.

Non avevo perso tempo a rimettermi in giro per le strade sterrate non circolava nessuno, e poi mi ero talmente abituato che manco ci pensavo più.
Passeggiavamo lentamente chiacchierando del più e del meno Francesco al mio fianco e poco dietro Marco lanciava sassi nel fiume, quando sentii prima una mano sul fianco e poi sul sedere, lo lasciai fare, anzi gli spedii un bacio e forse fingendo o forse no dissi con fare femmineo: ” “Franci questa sera il mi culo è stato l’attrazione, magari vorresti di più”.

Rimase interdetto : “Veramente cosa intendi per di più forse … non avevo il coraggio di chiederti di farmelo provare”, mi fermai e protesi il sedere all’indietro, lui puntai il suo dito indice sul mio sfintere, : “Dai spingilo dentro”, e lui eseguì.
Dovete sapere che eravamo molto affiatati, a lui avevo confessato che a tredici anni, mentre ero in colonia, con uno degli amichetti con i quali avevo scoperto la sessualità, sera dopo sera erano riuscirti a infilarmelo in culo e per una settimana tutte le sere ci trovavamo in bagno.

La casa era lontana, il buio quasi totale, solo la falce di luna illuminava la campagna, gli unici rumori erano quello dei grilli e dell’acqua che scorreva lenta, solo lontano sulla strada qualche auto passava veloce riprendemmo a camminare mentre quel dito si insinuava sempre di più.
Marco dietro a noi aveva notato le manovre di Francesco e il fatto che io ci stavo, nel buio si era tolto i bermuda e le mutande, mi raggiunse ,mi abbracciò da dietro e mi appoggiò il membro durissimo, colmo dell’ironia quelle zeppe che indossavo mi tenevano all’altezza giusta per farmelo puntare diritto.

Non stavo più facendo finta sentivo un formicolio piacevole , allargai le gambe mi umettai il culo e anche lui infilò un dito ben in fondo, ero perso mi piacevano le donne ma mi turbava positivamente anche quella situazione, ormai era da risolvere.
Tolse il dito e appoggio la cappella la incitai: “Marco a questo punto … coraggio spingilo dentro e inculami, dopo Faccio divertire anche te Franci”
Me lo fece entrare piano arrivato al punto di resistenza mi fermai un attimo lui con un colpetto deciso lo inserì tutto e un calore intenso mi prese al interno, Francesco mi chiese cosa provavo risposi solamente “ uuu mmmm”.

La posizione era scomoda, ci mettemmo sulla sponda rialzata del Mincio in mezzo all’ erba e allora cominciò pompare meglio.
Un rumore lontano ci distolse, era un contadino che andava verso i campi in bicicletta, ci acquattammo dietro i rovi e i gelsi nell’erba, mentre passava il contadino me lo tenne spinto fortissimo in culo e anzi il passaggio di quello straniero mi eccitò al massimo sentivo che glielo stringevo come non mai, passato il pericolo riprese con maggior foga, mi piaceva, con un urlo soffocato venne riempiendomi con uno schizzo di liquido caldissimo, e finimmo con una risata reciproca.

Francesco venne vicino con una risata:“Seee ti è piaciuto vero, però avevi promesso prima a me di farti inculare“.
“Che vuoi lui è stato più svelto, ma c’è ne anche per te tranquillo” invece dell’imbarazzo c’era che ci stavamo divertendo,: “Dai vai … il culo è tuo … , adesso che sò com’è non deludermi .. ma dacci dentro”.
Si vedeva poco alla luce della luna ma appena lo estrasse mi resi conto che aveva uno di quegli uccelli che si tengono con due mani, una specie di manico di badile, fece fatica ad entrare e faceva un pochino male, dovette insistere e bagnarmi almeno tre o quattro volte per superare il punto di non ritorno, ma appena assuefattomi mi rilassi mi lasciai inculare, decisamente lavorava con impegno, aumentò il ritmo prima di venire, sentii uno schizzo caldo in me e me lo spinse in fondo al massimo e lo tenne premuto, sottovoce mugolava di piacere, terminato fui io che venni masturbandomi, schizzando e contorcendomi per quanto godevo.

Tornammo alla casa non prima di esserci rinfreshiti nel fiume, sperando che gli altri non avessero notato la nostra assenza, mi ricomposi per tornare a casa, quella notte non riuscii a dormire tanto era stata l’emozione mi avevano sodomizzato qualsiasi cosa pensassero non mi interessava ero felice.

Nei pomeriggi della dormiente estate delle campagne mantovane andavano riempite con qualche attività, scarseggiando i soldi bisognava inventarsi qualcosa.
Se non puoi permetterti il campo da tennis ecco che il piazzale del campo di tamburello va benissimo.

Era il martedì seguente seguente, primo pomeriggio, sole a picco, caldo incredibile, ma di starsene a casa a poltrire non se ne parlava.
Va bene che eravamo giovani e per non ustionarci con il sole usavamo la mitica crema nivea, ma dopo un ora di batti e ribatti eravamo decisamente cotti, quindi altra decisione, tutti e tre a tuffarsi nel Mincio, sotto la fresca ombra dei pioppi.
Erano forse le due del pomeriggio, tutto il popolo dei bifolchi dormiva al fresco, il solo rumore era del vento tra le foglie e lo sciabordio dell’acqua, facemmo una bella nuotata e ci lavammo con un pezzo di grezzo sapone da bucato.

Eravamo stesi all’ ombra freschi e profumati, da una sacca appesa alla moto Francesco estrasse dei panini e qualcosa da bere, poi con fare titubante mi fece guardare nella sacca che aveva dall’altro lato della moto, li dove aveva riposto la racchetta e le palle, dentro vi erano i sandali della cugina Liliana un vestito bianco da tennis, naturalmente femminile con gonna a pieghe, una maschera veneziana di quelle a mezzo volto tutta colorata e fortunato lui una macchina fotografica Polaroid a viluppo istantaneo.

Quasi bisbigliando mi disse: “Volevo chiederti se ti faresti fare delle foto un po strane … sono a sviluppo istantaneo se non ti piacciono le stracci subito”, avevo dei dubbi, a quel tempo avevo corpo magro ben strutturato ed atletico, a quell’ora e in quel posto nessuno circolava se non noi tre, “ Ma si dai … però si tu che Marco non ne parlate con nessuno”. Non erano ancora gli anni in cui travestirsi era ben visto.

Vestito mascherato era calzato cercai di esibirmi nelle posizioni più stupide possibili, ma il fogliame i sassi e le ortiche erano fastidiose, anzi rischiavo an ogni movimento di cadere dalle scarpe.
Dovevamo trovare un teatro di posa migliore, ripartimmo com le moto per le strade di campagna certi che nessuno fosse in vista, cerca e ricerca ecco l’idea il torrione Gonzaga, una torre chiusa al pubblico, ma noi sapevamo come entrare arrampicarci.

Dal alto si scorgeva tutta la valle e il parco Sigurtà, sul terrazzone i vecchi merli dci riparavano dalla vista del mondo e li caricato un nuovo pacchettino di foto riprendemmo il gioco.
Mi sentivo talmente a mio agio con i due cugini, il il fotografo il regista e la modella.
Con quel vestitino molto corto per me che copriva a malapena metà le chiappe mi esibivo in pose sexi, Ispirato anche da quelle pubblicazioni semiclandestine dell’epoca, tolsi il vestito, sporsi il sedere appoggiai il manico della racchetta allo sfintere.

Già ero eccitato da quell’essere nudo all’aperto, con le scarpe alte, pervaso dalla piacevole sensazione di proibito, che bagnai bene il buchino e introdussi un centimetro dell’impugnatura, entrava a fatica era ricoperta con nastro telato, Francesco un tantino agitato dalla strana sensazione comunque i mi fotografò.
Ero preso dall’azione, Marco, che finché aveva potuto mi dirigeva nelle posizioni, mi guardava in trans mi incoraggiò : “Dai non fermarti … osa di più … dai prova … inventati qualcosa”, si ma il manico della racchetta non saliva, era ruvido.

Come fare mi ricordai della shitoletta di crema nivea che portavo sotto il sellino, scesi nudo, recuperai veloce la crema, la spalmai con parsimonia sul manico per bene, appena ne misi un pochino sullo sfintere sentii un piacevole calore.
Ripresi a spingermi la racchetta in culo facendola oscillare la racchetta piano piano, ecco il punto critico, primo tentativo ma niente, secondo un pochino più su, poi una spina costante e leggera un piccolo dolore e il manico shittò all’interno, mi venne un uuuu di piacere.

Intanto Francesco shittava le foto, io sempre con la racchetta infilata per bene mi sdraiai ginochhia a terra, protesi il culo in alto, facevo oscillare quel attrezzo senza tenerlo con le mani, mi piaceva.
Giratomi sul fianco afferrai la racchetta e iniziai a mandarla avanti e indietro sempre più forte. Marco guardava fisso quel manico nel mio culo andare avanti e indietro sempre più profondamente, ormai estraevo la racchetta è la rinfilavo con foga.

Francesco era con la lingua a penzoloni aveva smesso di fotografare, si avvicinò afferro la racchetta e continuò a mandarmela dentro e fuori, io riuscivo solo a mugolare.
A marco venne l’ispirazione, “cosa ne pensi se Franci fa una bella mentre ti inculo”.
Ero perso nel mio ruolo “Siii daiiii … dopo però ne fai una a Franci mntre mi incula … ha un cazzo da competizione”. Tolta la racchetta si porto dietro me e prese and incularmi con foga, ormai la strada era fatta e a me piaceva.

Francesco rimase a fotografare, ogni tanto controllava che nessuno arrivasse, Marco era eccitatissimo e in breve mi inondo di liquido caldo agitando il bacino in modo incontrollato,poi si lascio andare al sole sfinito.
Mi dimenticai delle foto, mi posizionai pancia a terra, Francesco si divertiva a spingerlo con forza in me, sperava forse che mi lamentassi ma più accelerava e batteva più mi piaceva terminò anche lui abbastanza alla svelta, ma neanche il tempo di sfilarlo che mi ritrovai ancora Marco,stavolta agì con più calma, e neanche a dirlo, dopo di lui ancora Francesco.

Finita quella follia mi rivestii normalmente e tornammo alle moto, Marco scese a stento dal torrione gli tremavano le gambe tanto aveva dato.
Nel passare dei giorni in quell’agosto caldissimo appena possibile ci riunivamo e ogni volta mi proponevano di infilarmi qualcosa di più grosso e quando ci riuscivo la cosa mi piaceva, a volte esageravamo; mi eccitavano i posti all’aperto, la sequenza, prima la vestizione poi l’esibizione dove anche loro partecipavano a sodomizzarmi con l’oggetto, se passava ma anche se non passava, presi in quel turbine eccitatissimi non mancavano mai le favolose inculate finali.

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