I due compari

La famiglia di Giovanni abita nel mio quartiere da sempre, ma io non lo conoscevo perché lui ha trascorso diversi anni in carcere; la nostra amicizia cominciò così: un giorno, mi recai agli uffici comunali di quartiere per avere dei documenti e lo trovai in fila prima di me: trent’anni circa, moro, viso maschile e talmente bello da poter suscitare invidia da parte di qualsiasi attore famoso.
L’impiegato comunale gli chiese di pagare un importo totale di undici euro: Giovanni prese il portafogli e si guardò alle spalle, come se volesse sincerarsi che non ci fosse qualcuno in grado di riconoscerlo, considerato provasse un forte imbarazzo; s’era accorto di avere in tasca solo dieci euro e pregava l’impiegato di dargli ugualmente i documenti, dato che gli servivano assolutamente per quel giorno per presentare la propria domanda di partecipazione ad un concorso riservato agli ex detenuti.

L’impiegato rispose che non poteva, e nemmeno potesse pagare la differenza di tasca propria, semmai, gli propose di lasciare alcuni documenti lì e tornare a prenderli l’indomani; pur mortificato, Giovanni lo pregò ancora: “Faccia finta di fare una elemosina ad un povero disgraziato, ne ho bisogno oggi e le porterò domani l’euro che ora non ho”.

Ne richiamai allora l’attenzione e gli passai una banconota da cinque euro, dicendogli sottovoce: “Compà, ritirati i documenti” lui non se lo fece ripetere, ma mi guardò in un modo particolare che, credetemi, non saprei descrivere meglio.

Quello sguardo, mentre accettava la mia banconota, esprimeva, forse, il desiderio di abbracciarmi o baciarmi; l’impiegato gli consegnò i documenti, lui prese il resto di quattro euro, mi fece spazio in fila, ma fermandosi ed aspettando che finissi a mia volta. Naturalmente, avrebbe voluto restituirmi un euro, tuttavia, gli dissi: “Compà, tieni pure gli altri, possono servirti per prendere un caffè”. “No”, mi rispose, “sei stato tanto gentile e mi hai salvato da una situazione anomala”: gli chiesi allora di attendermi, il tempo di ritirare i miei documenti e saremmo andati insieme a prendere un caffè, che lui mi avrebbe offerto!
Mi disse: “Ok, compà, ti aspetto” ritirai dunque i miei documenti e, mentre ci dirigevamo verso il bar più vicino, lui mi raccontò perché dovesse assolutamente ritirai i suoi.

Quella stessa mattina aveva saputo di un concorso e che quello fosse l’ultimo giorno utile per presentare la propria candidatura: se lo avesse saputo prima, non avrebbe certamente atteso l’ultimo momento per richiederli; aggiunse che quel concorso fosse riservato ad ex detenuti ed avesse buone probabilità di esservi ammesso, oltre al fatto fosse uscito di prigione da appena quattro giorni.

Mi disse: “Compà, se ti vergogni a farti vedere con me al bar, ci possiamo separare subito”, ma lo rassicurai: “Ma ti pare? Mica lo porti scritto in faccia ed anche se fosse, non devo rendere conto a nessuno, dunque, non dirlo mai più!”.

Arrivammo al bar e prendemmo un caffè che mi premurai di pagare anticipatamente: lui ci rimase male; quando uscimmo, ci incamminammo verso la mia auto, parcheggiata nei paraggi, ed ancora mi chiese come potesse fare per restituirmi i cinque euro, ma io risposi non gli avessi prestato denaro, forse ricordava male!?! Continuava a chiedermi se abitassi in zona, se potesse lasciarmi i cinque euro da qualche parte… sembrava che non volesse rinunciarvi, dunque, per cambiare discorso e toglierlo dall’imbarazzo, gli chiesi anch’io dove abitasse.

Rispose abitassimo nella stessa via, a soli due numeri civici di distanza: pensai che stesse prendendomi in giro e… beh, gli dissi: “Verrò a trovarti ed allora sarai tu ad offrirmi il caffè”!

Ci salutammo, montai in auto ed andai via; dirigendomi nuovamente verso l’auto, dopo pranzo, lo vidi lì vicino: “Vedi compà che non ti ho detto una minchiata, che abito davvero qui?”.
“Compà, un cci scassari a minchia, ca iu abitu cca da dieci anni e un tta vistu mai” lui sorrise, dicendomi: “Minchia compà, semo vicini, sulu un vicinu mi putieva aiuari stamattina, ma tu hai un sesto senso eccezionale!” (spero che le frasi in dialetto fossero riportate correttamente nel testo originale, non sono siciiano!).

Gli chiesi di dimenticare la storia dei cinque euro, anzi, se m’avesse fatto compagnia, avremmo potuto nuovamente prendere un caffè al bar di fronte le nostre case: accettò, ma mi ricordò ancora che la sua presenza avrebbe potuto procurarmi qualche problema.
Lo rassicurai. “Compà, sei un grande e se ti fa piacere, vorrei essere tuo compare per davvero” certamente, gli dissi, forse anche quel fratello maggiore che non ho mai avuto! Nel sentirmi parlare così, mi guardò ancora in quel modo strano… un misto di compiacimento, gioia e, forse, imbarazzo; bevemmo il caffè e non mancai di notare lo sguardo di alcuni miei conoscenti e vicini nel vedermi con lui: certamente si chiedevano come mai ci conoscessimo, ma il pensiero che si rodessero il cervello mi faceva divertire!

Uscendo, chiesi a Giovanni se avesse consegnato i documenti al presidente di cooperativa come mi aveva detto che avrebbe fatto e lui me lo confermò, aggiungendo che aspettava l’indomani per sapere se i responsabili avrebbero accettato la sua candidatura e che me l’avrebbe fatto sapere; se la cosa fosse andata in porto, il merito sarebbe stato anche mio, che gli avevo dato la possibilità di ritirare tutti i documenti, anzi, mi avrebbe portato a cena fuori appena preso il primo stipendio!
Nel pomeriggio, durante il lavoro, continuai a pensare a quanto fosse tenero, malgrado avesse la faccia di chi, dalle nostre parti, chiamano “da malacarne”, cioè, da duro; mi sarebbe piaciuto che nascesse una bella amicizia, non m’interessava del suo passato e si vedeva avesse voglia di rimettersi sulla buona strada!

L’indomani mattina, tornai al bar per comprarmi le sigarette: non mi accorsi che Giovanni stesse rincorrendomi per pagarmi il caffè; stavolta, infatti, fece in tempo a fare cenno al cassiere di non farmelo assolutamente pagare.

Mi si avvicinò dicendomi: “Compà, ti posso dare un bacio?”. Restai di sasso, non ne capii la ragione, così, davanti ad altre persone che avevano ascoltato la sua richiesta, chiesi: “E perché merito un bacio?”. Lui rispose: “Perché, grazie a te, ieri ho avuto l’ammissione a quel posto ed inizio a lavorare domani stesso; si avvicinò, mi abbracciò e mi diede un bacio sulla guancia; devo ammettere di essermi emozionato, ma per nulla vergognato!
Alcune persone avevano sentito e seguito la scena… mi lasciai baciare, ringraziandolo del fatto fosse fiero di me, ma precisando non dovesse pensare che avessi fatto qualcosa di straordinario; forse, era destino che andasse così, ma lui mi rispose: “Giusto, compà, era nel mio destino incontrare te e, se permetti, non ti faccio scappare!”.

Scoppiai a ridere, gli misi la mano sulla spalla in maniera amichevole ed uscimmo dal bar: ci trattenemmo a parlare e chiese se quella sera poteva avere il piacere di uscire con me a bere un drink in centro, precisando lui non avesse l’auto, altrimenti, rimanendocene in zona. Gli dissi che sicuramente saremmo andati in centro con la mia, così, mi lasciò il suo numero di telefono ed io il mio e restammo d’accordo di vederci dopo cena davanti casa.

Alle 21. 00 circa, lui era già sotto casa ad aspettarmi; andammo a Mondello a berci un cocktail: lui sembrava sbalordito e mi descriveva ciò che stava provando nel rivedere i posti da cui era stato lontano per anni… il mare, i pub, la gente che passeggiava; mi raccontò un po’ della sua vita, perché era andato in galera e quanto vi fosse rimasto.
La nostra amicizia divenne da quella stessa sera ferrea e, giorno dopo giorno, continuammo a frequentarci uscendo la sera: prendemmo a tal punto confidenza da confidarci anche le cose più intime senza problemi.

Una sera, Giovanni mi chiese di fare un salto sul Monte Pellegrino per ringraziare la santa protettrice della città, anche se la chiesa doveva esser chiusa; andammo, ma, al ritorno, mi pregò di fermarmi con la macchina per poter andare dietro un cespuglio a pisciare, poiché non poteva più trattenersi. Ne approfittai anch’io e, malgrado la penombra, notai avesse una bella minchia, pur essendo moscia; ci guardammo a vicenda per un attimo i cazzi, ma, facendo finta di nulla, richiudemmo le patte… Giovanni mi bloccò poi, dicendomi: “Compà, fammi accendere, che ho lasciato l’accendino in macchina”.

Notai stesse avvicinandosi, ma non per accendere la sigaretta: mi abbracciò, mi strinse a sé piangendo; restammo abbracciati, gli accarezzai la testa domandandogli il motivo di quelle lacrime, cosa sentisse e lui mi confessò subito provasse per me una forte attrazione fisica, ma non avesse fino ad allora trovato il coraggio di farmi capire qualcosa… gli ero piombato dal cielo quella mattina e, da allora, sentiva un affetto particolare, che nulla aveva a che vedere col sesso: gli sarebbe piaciuto rimanere abbracciati per un po’!
Gli dissi: “Compà, anche tu mi sei piovuto dal cielo, ma non avevo neanch’io il coraggio di fartelo capire: come vedi, non tutti i mali vengono per nuocere!”.

Non mi diede tempo di finire la frase, mi baciò in bocca penetrandomi con la sua lingua in un bacio appassionato… come due amanti che non si vedano da anni, ci strofinammo un po’ e sentimmo i nostri cazzi duri al contatto reciproco e sembrava che nessuno dei due volesse divincolarsi da quell’abbraccio!

Gli proposi, considerato fosse Sabato e l’indomani non dovessimo lavorare, di passare la notte in una camera di albergo e sciogliere i nostri desideri totalmente: accettò subito, entrambi telefonammo a casa inventando una scusa per giustificare la lunga assenza, ed andammo in hotel a Mondello: prendemmo una camera, facemmo una doccia e ci buttammo nudi sul letto… il resto lo potete immaginare!

Nota: ho eliminato dal testo originario del racconto quelle ripetizioni e quei dettagli insignificanti che lo rendessero più lungo, ma anche meno piacevole da leggere; apprezzandone la tenerezza, ho avuto piacere di condividerlo con gli altri membri della community e resto disponibile a citare l’autore qualora qualcuno dovesse riconoscervisi.

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