Gli anni delle rivolte

Era il settanta, a Torino, settembre, e mi chiama Giuliana: – Ciao compagno.

Compagno ha un doppio senso, il primo affettivo, perchè abbiamo imparato a
parlare insieme, dirimpettai per diciassette anni; il secondo provocatorio
perchè mentre lei era compagna attiva, io facevo molti distinguo, ero
compagno passivo, giusto alle urne.
– Ho fuso la carriola. –
Mi aspetto qualcosa di spiacevole.
– E devo assolutamente incontrare delle donne in Veneto.

Dài prestami la
tua-
Sa che non presto l’auto nemmeno per mezz’ora, figuriamoci giorni. Intuisco
il seguito.
– Oppure accompagmami, cazzo. Se per due giorni salti il vagabondaggio non
ti piange nessuno. –
Ha colto nel giusto, che non ho niente di serio da fare e che quando parla
con quel tono, fra noi, diventa mia sorella grande. Ci mettiamo d’accordo
di partire la mattina, anzi prima. Per me si tratta allora di non andare a
letto per niente.

“Il femminismo ha avuto origine in Inghilterra e negli Stati Uniti. Qui
mentre molti ragazzi bruciavano la lettera di precetto per il Vietnam, molte
ragazze lo facevano col reggiseno. Tratto caratteristico era l’intolleranza a
relazioni tradizionali con il sesso opposto. Essere “donna” voleva dire
costituirsi in identità fuori da quelle di moglie, sorella,figlia, fidanzata
e madre. Donna era parola senza attributi. “

Pavia è la prima tappa. Entriamo in un bar e lei telefona.

Torna al banco e
mi dice che stanno venendo a prenderla.
– E ti riportano qui?-
– Ma no, e con che cosa? Mica possono permettersi un’auto. Per guidarci. –
Dopo un bel po’ arriva una ragazza. Per un istante mi sembra una zingara,
bassina, minuta, con pelle olivastra, gonna variopinta fino alle caviglie,
zoccoli e il foulard sulle spalle. E anche un’altra cosa a completare il
quadro, che sul momento mi sfugge e che preciso quando si abbraccia con
Giuliana: la peluria sugli avambracci non differisce dalla mia.

Mi presenta. – Lui non è tanto maschio, e con me per niente – La seconda
parte di quest’affermazione la digerisco facile, ero stato con lei
maschietto solo ai tempi delle esplorazioni genitali. La prima parte mi
lascia in dubbio come complimento di non so che cosa.
L’amica di Giuliana siede con me davanti e mi indica una strada che evita la
città con una circonvallazione di tratti di campagna,di capannoni e
caseggiati misti di vecchio e nuovissimo.

Parlano tra loro di altre ragazze
e ridono spesso. L’amica con cadenza lombarda e, a me inconfondibili,
risonanze siciliane.

“Lo “zoccolo duro” del femminismo era costituito da quelle che non potevano
conciliare le loro esigenze di libertà con le restrizioni imposte dalle
famiglie. Allora sorse il fenomeno delle “comuni femministe”, appartamenti
condivisi che frazionavano tra tutte la spesa. Erano anche le sedi di
dibattiti, informazioni, e collegate tra loro per organizzare la “lotta”.

Naturalmente, erano ubicate in quartieri degradati e popolari, sia per il
costo, sia per assenza di selezione da parte di altri inquilini. Si
distinguevano dalle donne del vicinato per incuria di mode e acconciature, e
per atteggiamenti tendenti a smussare qualunque traccia di femminilità. “
La casa è di quelle vecchie, una casa di ringhiera, in cui si entra nelle
abitazioni da un lungo balcone comune. In questa,solo un troncone e un solo
piano.

La parte del piano terra, più alta, ha due portoni chiusi. Ci sono
delle biciclette appoggiate.
– Tutta vostra? -chiedo.
– Sì, e forse se la comprano. – dice Giuliana.
La ragazza, che si chiama Grazia mi dice che se salgo me ne devo stare in un
canto, chè hanno da parlare. Nom mi piace il fatto che non lasci a Silvana
il licenziamento. Le chiedo se con quelle bici vanno in città.

Lei mi guarda
come se fossi idiota, e nemmeno mi risponde. Mi piace ancora meno e le
chiedo come era venuta allora all’appuntamento. Sempre fissandomi come un
oggetto strano alza il pollice dell’autostop, e poi, fondendolo al gesto di
allontanarsi, con tutto il braccio fa un movimento pendolare dal basso in
alto in cui il pollice assume tutt’altro significato. Giuliana cerca di
nascondere un sorriso. Le due sono accese d’intesa. Si allontana camminando
veloce.

Scendendo Silvana mi dice:
– Torna per le due, che mangiamo assieme. – – Anzi, senti, prendi questi, e
se non bastano mettici qualcosa tu. – e mi passa tremila lire – portaci
qualcosa, qui faranno la pasta. Ah, hai sigarette da lasciarci?-
Le rispondo continuando a fissare Grazia in attesa che tiene un piede sul
gradino della scala esterna.
– Antò, qui non ti puoi aspettare quelle che sbattono le ciglia appena
parli.

– continua: – E’ dura per le donne. E di più per quelle che tentano di
farlo capire alle altre. Siamo streghe. – Mi guarda con un sorriso serio. Si
allontana, fa un passo, torna indietro, infila la testa nel finestrino per
un bacetto e sussura – Non hai capito che le piaci? –
Alla Certosa riacquisto il distacco dalla situazione. E mentre vedo che a
ricamare nel legno e nel marmo i maschi lì convenuti in saio, battono le
donne di Burano, mi sento indulgente verso queste di Pavia, Mi devo pur dare
un fondo in quella presenza tra loro
Rientro coi pacchi in mano.

Salite le scale sento dentro strilli e risate.
Devo battere una seconda volta con più insistenza. Dopo un istante sento
passi veloci approssimarsi insieme a una risata, e mi apre la porta una
ragazza che si volta subito senza guardarmi in faccia,lanciandosi verso dove
era venuta: – Aspetta, ora mi devi raccontare – con la voce di rabbia
giocosa dei bambini. Da una stanza vicina provengono grida e trambusto, e un
abbaiare di cagnetto.

Sempre coi sacchi in mano mi affaccio. Per terra, afferrata da dietro da
Grazia che cerca di farle aprire le mani e con una terza buttata su
entrambe,c’è Giuliana con un volto di risa ed espressione sua, che non
ricordavo da tempo. Un cagnetto maculato saltella abbaiando intorno al
groviglio. Anche un bambino di neanche un anno sulle ginocchia di una
ragazza vorebbe imitarlo, agitando le braccia e dimenandosi. Non c’è odore
di spinello e non vedo bottiglie in giro.

Giuliana grida – Non ve lo do, non
ve lo do – poi mi vede come un’àncora di salvezza: – Ecco, è arrivato
Antonio, lasciami andare, chissà cosa racconta delle donne – e ride ancora.
Ma la lasciano andare e mi guardano un pò come il guastafeste. Sono in sei

“Tema centrale dell’idealogia femminista era quello della “bambina
ritrovata”. Le feste che improvvisavano nelle piazze non differivano da
girotondi e sarabande infantili.

Lo scherno cantato all’altro sesso
riproduceva giocose rivalità prepuberali. Era memoria collettiva la
“castrazione” subìta con l’approssimarsi dello sviluppo, dove il centro del
òoro corpo era diventato un tabernacolo o un forziere di virtù. Il
“contegno” e la “riservatezza” ne erano la dovuta conseguenza. “

Mi conduce in cucina.
– Che volevano da te? – Chiedo. E’ rossa e accaldata, ancora allegra
– E’ che sono stronze! – Si volta verso la porta e cantilena a voce alta: –
Sie – te stron -ze, sie – te stron – ze! –
– E allora? –
Apre il palmo e mi mostra un anellino con solitario.

Non me ne intendo ma,da
dimensioni e luce bianca. mi sembra una cosuccia.
– Me l’ha dato Guido, non non lo conosci, anni fà. E io l’avevo accettato.
Quando è finita mi ha detto : tientelo in fondo a un cassetto come ricordo.
– lo guarda con un sorriso.
– E quindi…? –
– Niente, volevo parlare di quella storia. Tengo a Guido perchè è stato il
mio primo esempio vivo del maschilismo di merda.

Carezzevole e padrone. –
– E loro invece..’ –
– Ma lo volevano per poterselo guardare al dito!!. le capisci le stronze!?-,
a voce più alta verso la porta, e le torna il viso della risata.

Entrano Grazia e un’altra. Sicuramente minorenne, bambinona robusta di
campagna.
Con un cenno verso Grazia dico a Giuliana. – Lei più di tutte, mi pare –
Grazia mi ignora. – Fottiti – dice invece rivolta a Giuliana senza acredine.

Capisco che la accusa di aver travisato il gioco, vera base di quella
contesa, e Giuliana con uno sgurdo l’ammette.
Allora prendo l’anellino e lo porto verso Grazia scansando le proteste di
Giuliana, la fisso negli occhi e approfitto del gioco per sottindere :che te
ne pare di questo sguardo?. mentre le dico :
– Te lo metto io, se vuoi provarlo. –
Ha un volto di contadina che conosco bene, da quando sono nato.

Lineamenti
taglienti, aquilini e sguardo nero acceso. E’ un volto che mi piace prima di
ogni giudizio. Se ne vedevano anche a Torino, urbanizzati in trucco e
acconciature. L’assurdo è vederlo al naturale, oggetto di solo sapone,
ciglia originali appena sfoltite, come era ormai raro al mio paese, più un
ricordo dell’infanzia.
Ed è pure vestita di tribale. Per mia assuefazione a quell’immagine lei
avrebbe dovuto essere rispettosa e austera, decorosa ospite. Invece mi
ignorava volutamente, come un essere fuori luogo.

Sfida il mio sguardo, vi riconosce chi conosce il suo e per un attimo
tentenna, poi torna fermo e ironico mentre solleva lenta il pugno da cui
spunta l’anulare proteso che solo alla fine ruota sul dorso in mia
direzione. Le unghie sono corte e curate.
Il suo sguardo ora ride:Vidisti che ti sfuttia ‘i novu!? e non posso fare a
mene di sorridere anch’io.
Ci sono altri due sguardi tra noi mentre parlano le altre, ognuno col
proprio piatto in mano, poi basta, torna a ignorarmi.

Nel secondo e ultimo
mi scrutava, seria. La guardo io. Accosciata all’indiana, i piedi nudi che
spuntano incrociati da sotto la gonna, é appoggiata con i gomiti alle
ginocchia, la peluria folta e sottile degli avambracci in bella mostra.
Mi attrae come immagine, e ci stanno pure i peli, se la vedo nel passato più
lontano. Ricordo le ragazze mangiare in quella posizione sotto gli ulivi
durante la pausa della raccolta. Trovo assurdo e allo stesso tempo giusto
che la fimmina più antica e la donna più autonoma si mostrassero similmente.

Come se nella prima covasse una ribellione che non aveva bisogno di
apparenze per realizzarsi.
Mi crollano addosso le trenta ore di distanza da un letto. Ne chiedo uno e
mi viene accordato. La camera può dirsi da letto solo perchè ce n’è uno,
singolo, addossato alla parete,e per il resto, da un grande tavolo, una
teca, poster di Virginia Woolf e di donne in piazza, è una sede di
partito. La camera delle ospiti, immagino.

Mi avvicino alla teca. Sulla cornice superiore a stampatello c’è scritto: Le
ultime parole di mamma. Scelgo a caso tra la profusione di foglietti
appuntati:”Se devi proprio darla, dalla al figlio del padrone, e vedi di
rimanere incinta”, “Vattene, sta pur certa che non piangerò”,”Tuo padre è ad
ubriacarsi per colpa tua””Quella bambola non te la porti via, l’ho regalata
a una bambina non a una troia”
Afferro il cuscino e lo odoro.

Un residuo di penetrante aroma orientale.
Naturalmente,di odori artificiali solo quelli tribali, niente Coty o Chanel.
Comunque, una donna. Non potrei infilarmi tra lenzuola dove ha dormito un
estraneo. Invece così mi spoglio pure, e mi ci infilo in mutande.
Poi, mi sembra un istante dopo, la sento entrare nel letto, e abbracciarmi
da dietro. Quel poco che apro gli occhi mi basta a percepire il buio.
Possono essere le nove o le tre.

Lei si è sistemata in fretta contro di me,
ed è già rilassata. Sento i seni minuti che non evitano il contato col
torace ossuto. Tranne la testa aderisce tutta, sento contro le natiche i
peli del pube. Ha un braccio sopra di me, inerte. Penso confusamente che
forse quello è il suo letto e che non mi comunica nulla di sessuale e mi
riaddormento di colpo.

Mi sveglio da un sogno erotico perchè ne avverto la causa: con la punta
delle dita Grazia, che per il resto non da segno di veglia, nemmeno nel
respiro, va su e giu sul mio uccello in erezione notturna, duro di nerbo e
molle nei contorni.

Nel sonno vagano senza vera incisione i pensieri di una
che nel suo sonno ha confidenze di pratica con un uccello sconosciuto come
fosse quello dell’uomo che dorme accanto a lei da anni. Che di sconosciuti
quel letto ne aveva ospitati tanti. Che come primo approccio a un uccello è
ironico,materno, accondiscendente. Se smettesse forse tornerei a dormire, ma
la cadenza lieve e immutabile delle due dita, un percorso di pochi
centimetri sotto il glande, diventa un fastidio.

Sono tentato di voltarmi
sul ventre, poi invece mi sveglio rendendoni conto che non era possibile che
fosse involontario. Basta che accenni col corpo un moto a cercarlo, perchè
lei lo afferri con l’intera mano, mentre con voce di risveglio sussurra: Ti
sbeddjasti?.

Ho gli occhi aperti nella stanza già chiara di luce, quando Giuliana si
affaccia dalla porta balcone e mi fa segno di raggiungerla. Mi vesto in
piedi. guardando la schiena esile e la massa di capelli neri.

Con la luce,
la prima impressione è quella di ieri, un’estranea. ma dentro ho la dolcezza
di un orgasmo intensissimo, da lei provocato. Dopo essere stata a lungo
sopra, mi aveva rovesciato su di lei e complice e accorata mi aveva detto: E
ora tu, tu. Parole magiche.
Un orgasmo d’amore con una sconosciuta. Mi era successo di avere rapporti
occasionali. Anzi vivevo di rapporti occasionali anche se con le stesse
ragazze. Ma con queste, in assenza di sentimento di coppia, era dichiarata
di fondo la trasgressione, gli amplessi lo erano di conseguenza, e gli
orgasmi culmini di sfide.

Questa volta no, è diverso. Eravamo stati insieme
fino in fondo, come pensavo potesse essere in un amore dichiarato. C’era
allora un amore non dichiarato, senza riferimenti o promesse che era la
stessa cosa, anzi era la cosa. Fu il crollo silenzioso di una struttura così
radicata da non averla avvertita mai.

” La più genuina risposta del maschio di fronte al vissuto reale del
femminismo fu di sgomento interiore. Gli sembrò di capire cos’era la Lilith
che il patriarca doveva sopprimere in tutte le donne.

Nessun seme e genio
dinastico si sarebbe riprodotto consapevolmente, tutto sarebbe divenuto
preda di bande di fratellastri uniti dalla stessa madre.
Ciò che appariva catastrofico ai patriarchi di ogni razza presso il maschio
italiano degli anni settanta, in cui il senso dinastico vacillava da tempo,
si venava di misterioso e originario,e, ora che si erano diffusi gli
anticoncezionali al femminile che lo sollevavano o lo disilludevano da ogni
attaccamento responsabilità, di nuova libertà, in quegli anni di felice
interregno tra la sifilide e l’aids.

Col caffè, in un attimo di inconsueto silenzio, Teresa, un’abbondante veneta
di Mira, che avevo saputo da discorsi loro che sarebbe venuta con me e
Giuliana per la seconda tappa, si sente in dovere di chiedermi di me.
Accenno a Giuliana, che rispondesse lei. Non ce l’ho con loro, so che
bisogna essere damigelle dell’ottocento per cambiar registro di comunella, e
rivolgersi urbanamente a un ospite, e loro non lo erano proprio.

Ma non
saprei come cominciare.
– Poco maschio, e non quello di Giuliana – ripete Grazia, e non mi guarda.
Trovo l’appiglio: – Veramente sono stato il primo maschio di Giuliana, anche
se in modo largamente incompleto. –
Giuliana è costretta a confermare. Si rivolgono a lei:- Come ti è sembrato?
A me ridicolo. – -No, – risponde – io anzi l’ho trovato più adatto della
vagina allo scopo di pisciare. Conoscevo solo quello.

Lo vedevo in piedi
pacifico contro il muro, giocare pure a direzionare lo schizzo. E’ stata la
mia prima invidia del pene – Ridono, e subentrano ricordi di tutte.
E’ la stessa Teresa a ricordarsi che ero io l’interlocutore : – E a te cosa
è sembrata? –
Ci penso e dico la verità: – l’avevo già vista in mia cuginetta piccola. Non
mi è sembrata diversa. -.
– E allora che impressione ti aveva fatto in tua cuginetta? –
Ho un ricordo: – C’era un vecchio ciliegio in giardino, e intorno a un ramo
potato si era formata un’ escrescenza parallela e oblunga.

Ora no so se
allora avevo paragonata questa alla vagina di mia cuginetta, o viceversa. –
Esplodono tutte, due in leggero ritardo, solo quando parla Teresa: – La
potatura! Il segno dell’assenza, la castrazione! –
Rimango colpito. Mai sognata quell’associazione.
– E se invece che a una potatura l’avessi abbinata al basto da asino visto
di fronte? Senza asino, naturalmente, perchè con l’asino significherebbe ben
altro, no? –
– Scansala pure, ma hai capito quello che ha detto – è Giuliana che
interviene.

Con lei discussioni sui sessi, lei animata io restio, ne avevo avute anni
prima. Da tempo erano solo suoi occasionali accenni di attività con
linguaggio politico, e cortese attenzione da parte mia. Ora trovava spazio
specifico per aggredirmi, o per non evitarlo ipocritamente davanti alle
altre.
– Esiste un solo modo per travasare da un recipiente all’altro sia liquido o
aria. Condotto e feritoia. – Io, scientifico.
– E allora, se si tratta di funzionalità reciproca, perchè il condotto si fà
padrone?
– Perchè è invasore, in vasum.

Gli invasori sono i padroni. – faccio una
smorfia da impunito.
– Tanto da pensare che tutti quelli che non lo sono è perchè stato loro
tolto il condotto? Che lo rimpiangono?- Non vuole metterla in ridere.
– L’invidia del pene non è scomparsa a tutte. – L’ho detto per farla
incazzare e ci riesco.
E prima che mi impartisca teoria femmista applicata, la prevengo:
-chiedilo a lei che oggi mi ha minacciato due volte di stupro col dito.

Tu
c’eri. –

Finalmente Grazia mi guarda. Stranamente non risentita, anzi un accenno di
sorriso. Le altre tacciono e mi accorgo che ciò che mi aveva detto Giuliana
dal finestrino lo pensavano tutte, e forse ci avevano pure riso sopra.
Aspettano la sua risposta come l’inzio di una schermaglia amorosa. E avevano
ragione. L’avevo chiamata in causa io a un chiarimento tra noi mentre si
parlava d’altro. Io però mi sento solo polemico e risentito.

– E’solo perchè sei troppo torinese – e finalmente: – Turinisi, ti facisti.

E’ vero, ironica e vezzeggiativa nel nostro dialetto, si sta dichiarando.
La guardo. Accosciata all’indiana, i piedi nudi che spuntano incrociati da
sotto la gonna, appoggiata con i gomiti alle ginocchia. La peluria folta e
sottile degli avambracci in bella mostra.

Se fosse più emozionata, con almeno un accenno di imbarazzo e tensione nel
corpo, forse.

Così sembra dire: Allora ci stai o no?.
Si vergogna di essere più esplicita davanti alle altre? Sta dando un saggio
di femminismo applicato?
Invece accetto la sua ragione,per il tono di rimprovero vezzeggiato che
conoscevo da sempre in quel dialetto. E sono stanco. Come se quel piccolo
accenno di ninna nanna antica mi avesse fatto ricordare che non toccavo il
letto da trenta ore.

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